558.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.559.Alberici Trium FontiumChronicon, Hanovre 1698, pag. 518.560.Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.561.Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.562.Raynaldi,Ann. eccl., 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit., pag. 564.563.Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.564.Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo 1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.565.Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e 251.566.Appendice al Malaterra, l. cit.567.Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op. cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non nota per nessuno il tempo della distruzione.Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che gli uominigiàabitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio 1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo, presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle città argomento le schiatte.568.Si vegga il Gregorio,Considerazioni, lib. III.569.Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso Bréholles, V, 590.570.Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero ad partem (e poi è dettoad laborem) mille buoi a’ Saraceni di Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il Buono.571.Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.572.Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307 presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.573.Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric), le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo di MrHuillard-Bréholles e co’ disegni di MrVictor Baltard, nell’opera intitolataRecherches sur les Monuments etc., dans l’Italie Méridionale. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nellaHistoria Diplomaticaetc. Introduction, pag.CCCLXXVseg.574.L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452) richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è chiamataNuceria Capitanatae; il qual nome di provincia non lascia alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia romana, si legge correttamente Lucera.Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap. xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”; ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’ compendii frettolosi.Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente. Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli,Il Regno di Napoli in prospettiva. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III, 106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.575.Introduzione, pag.XXXI, XXXII.576.Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.577.Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V, 509.578.Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal Bréholles, op. cit., V, 426, 427.579.Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V, 595, 596.580.Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V, 505.581.Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma, nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig. avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese. La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro. La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel testo arabico “uomini illustri” esceikh; la prima delle quali denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggendaUbertus Fallamonaca, che serve a dar correttamente questo casato, alterato dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio italiano de’ vocaboli che lo compongono.582.Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.583.Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso Bréholles, V, 822 segg.584.Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso, op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea (s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea; Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la città di tal nome e in Puglia San Severo.585.Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e presso Bréholles, op. cit., V, 668.586.Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag. 290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28 novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di recente in Palermo.587.Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.588.Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.589.Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles, V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si legge “et eos per opera maran [orum] curie nostre facias applicari.” Sostituirei la vocemaram[me] che significava “la fabbrica.” Oltre che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di Siracusa e di Lentini.590.Presso Bréholles, op. cit., V, 456.591.Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.592.Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si legge Lucera in vece di Nocera.Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi, stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»593.Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.594.Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.595.Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.596.Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 281 della versione francese.597.Ibn-Khaldûn,Berbères, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.598.“Senior” nella versione latina.599.In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’Abbuissacdella traduzione sia da leggereAbou-Zak, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.600.Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.601.“Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resasacerdoteè senza dubbioimam; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.602.Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz,Codex jur. gent. dipl., II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie,Traités de paix et de commerceetc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelleConsiderazioni, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.603.Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.604.Si legge nella traduzione “neque habeant christiani.... jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum, missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb, abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’ novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’ Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.605.Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.606.Jakût, nelMo’gem-el-Baldân, di cui ho dato l’estratto nellaBibl. ar. sicula, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari, nell’op. cit., pag. 134, 150.607.Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente libro, pag. 400, nota 2.608.Mudeggian, pronunziato ancoMudegiar(Mudejar) eMudeggial. Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy,Glossaire des mots espagnols, ec. nel supplemento delle aggiunte, pag. 322.609.Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.610.Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile 1240, per le spese necessarie a quel principe.611.Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op. cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.612.I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360 della prima, e V, 782, 793 della seconda.613.Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di Nangis,Gesta Phil. III, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo dice “tributo;” laCron. de rebus in Italia gestis, etc., edizione di Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore Federigo.614.Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nellaStoria del Vespro siciliano, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio,Considerazioni, lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag. 52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse Rousseau,Annales tunisiennes, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg. Ma io non assento la correzione che fa MrRousseau nel testo di Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria, passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese. Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro 1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti con le armi. Surita,Annali di Aragona, lib. V, cap. lxxv, citato dal Gregorio,Considerazioni, lib. IV, cap. vij.Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane. Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più ricca.615.Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla data, la nota del diligentissimo editore.616.Annali di Colonia, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.617.Così ho io detto nella Introduzione a’Diplomi arabici del Reale Archivio fiorentino, pag.V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente nol sono.618.I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal Gregorio,Considerazioni, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti il titolo di sultano di Babilonia.Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II, cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles, op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.619.Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parolafiliosfosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’ipsiusa Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud,Extraits, etc., pag. 393.620.Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nellaBibl. arabo-sicula; cioè: laStoria de’ Patriarchi d’Alessandria, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume dellaStoria universaled’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoiExtraitsetc.,relatifs aux Croisades. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, dellaLutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla suaHist. Diplom., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio,Bibl. Arag., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissimaHistoire de Chypre, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.621.Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.622.Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.623.Pseudo Jalei.624.St. de’ Patr., anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227 a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228 fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi, Makrizi.625.Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M. Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit les armes de l’empereur etc.”626.Storia de’ Patr., ec.627.Makrizi.628.Storia de’ Patriar.Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro” il vocabolomesâgh, che M. Reinaud, negliExtraitsec., pag. 247, ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella d’oro, ec. del Makrizi.629.Storia de’ Patr.e Makrizi.630.Makrizi.631.Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre; laSt. de’ Patr. d’Alessandria, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).632.Tutti gli scrittori arabi.633.Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.634.Abulfeda e Ibn-Kethir.635.Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente coi Kharezmii.636.Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo capitolo che manca nellaBibl. ar. sic., si legga nella edizione del Tornberg, XII, 313.637.Cf. laSt. de’ Patr. d’Aless.e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta la partizione tra i due fratelli.638.Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche. Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello, mentre si negoziava con l’imperatore.639.Makrizi.640.Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da Bibars.641.Bibars.642.Tutti gli scrittori arabi.643.St. de’ Patr.ec.644.Tutti gli scrittori arabi.645.St. de’ Patr.Aggiungo il nome del primo e il titolo del secondo, su la fede degli scrittori occidentali.646.Tutti gli scrittori arabi.647.Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.648.Ibn-el-’Amîd, pag. 511.649.Makrizi, pag. 520.650.St. de’ Patr.Matteo Paris,Historia Anglorum, ediz. di Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”651.Stor. dei Patr.ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante, e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo. Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma, 1857, pag. 48.652.Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.653.Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.654.Abulfeda e Nowairi.655.Makrizi, pag. 520.656.Bibars, pag. 514.657.Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nellaBibl. ar. sic., pag. 624.658.Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scrittoh n f r ie, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerloHenri, parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici, sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito d’Alice.Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo. E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di Gerusalemme.Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin Sanudo,Secretorum fidelium Crucis, lib. III, parte xj, cap. 10, 11, 12, presso Bongars,Gesta Dei par Francos, II, 210 segg. il quale è benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.
558.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.
558.Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.
559.Alberici Trium FontiumChronicon, Hanovre 1698, pag. 518.
559.Alberici Trium FontiumChronicon, Hanovre 1698, pag. 518.
560.Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.
560.Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.
561.Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.
561.Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.
562.Raynaldi,Ann. eccl., 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit., pag. 564.
562.Raynaldi,Ann. eccl., 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit., pag. 564.
563.Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.
563.Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.
564.Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo 1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.
564.Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo 1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.
565.Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e 251.
565.Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e 251.
566.Appendice al Malaterra, l. cit.
566.Appendice al Malaterra, l. cit.
567.Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op. cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non nota per nessuno il tempo della distruzione.Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che gli uominigiàabitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio 1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo, presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle città argomento le schiatte.
567.Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op. cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non nota per nessuno il tempo della distruzione.
Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che gli uominigiàabitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio 1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo, presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle città argomento le schiatte.
568.Si vegga il Gregorio,Considerazioni, lib. III.
568.Si vegga il Gregorio,Considerazioni, lib. III.
569.Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso Bréholles, V, 590.
569.Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso Bréholles, V, 590.
570.Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero ad partem (e poi è dettoad laborem) mille buoi a’ Saraceni di Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il Buono.
570.Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero ad partem (e poi è dettoad laborem) mille buoi a’ Saraceni di Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il Buono.
571.Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.
571.Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.
572.Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307 presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.
572.Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307 presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.
573.Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric), le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo di MrHuillard-Bréholles e co’ disegni di MrVictor Baltard, nell’opera intitolataRecherches sur les Monuments etc., dans l’Italie Méridionale. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nellaHistoria Diplomaticaetc. Introduction, pag.CCCLXXVseg.
573.Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric), le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo di MrHuillard-Bréholles e co’ disegni di MrVictor Baltard, nell’opera intitolataRecherches sur les Monuments etc., dans l’Italie Méridionale. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nellaHistoria Diplomaticaetc. Introduction, pag.CCCLXXVseg.
574.L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452) richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è chiamataNuceria Capitanatae; il qual nome di provincia non lascia alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia romana, si legge correttamente Lucera.Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap. xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”; ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’ compendii frettolosi.Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente. Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli,Il Regno di Napoli in prospettiva. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III, 106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.
574.L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452) richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è chiamataNuceria Capitanatae; il qual nome di provincia non lascia alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia romana, si legge correttamente Lucera.
Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap. xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”; ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’ compendii frettolosi.
Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente. Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli,Il Regno di Napoli in prospettiva. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III, 106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.
575.Introduzione, pag.XXXI, XXXII.
575.Introduzione, pag.XXXI, XXXII.
576.Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.
576.Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.
577.Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V, 509.
577.Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V, 509.
578.Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal Bréholles, op. cit., V, 426, 427.
578.Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal Bréholles, op. cit., V, 426, 427.
579.Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V, 595, 596.
579.Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V, 595, 596.
580.Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V, 505.
580.Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V, 505.
581.Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma, nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig. avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese. La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro. La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel testo arabico “uomini illustri” esceikh; la prima delle quali denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggendaUbertus Fallamonaca, che serve a dar correttamente questo casato, alterato dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio italiano de’ vocaboli che lo compongono.
581.Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma, nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig. avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese. La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro. La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.
I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel testo arabico “uomini illustri” esceikh; la prima delle quali denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.
Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggendaUbertus Fallamonaca, che serve a dar correttamente questo casato, alterato dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio italiano de’ vocaboli che lo compongono.
582.Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.
582.Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.
583.Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso Bréholles, V, 822 segg.
583.Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso Bréholles, V, 822 segg.
584.Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso, op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea (s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea; Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la città di tal nome e in Puglia San Severo.
584.Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso, op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea (s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea; Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la città di tal nome e in Puglia San Severo.
585.Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e presso Bréholles, op. cit., V, 668.
585.Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e presso Bréholles, op. cit., V, 668.
586.Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag. 290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28 novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di recente in Palermo.
586.Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag. 290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28 novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di recente in Palermo.
587.Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
587.Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
588.Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.
588.Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.
589.Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles, V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si legge “et eos per opera maran [orum] curie nostre facias applicari.” Sostituirei la vocemaram[me] che significava “la fabbrica.” Oltre che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di Siracusa e di Lentini.
589.Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles, V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si legge “et eos per opera maran [orum] curie nostre facias applicari.” Sostituirei la vocemaram[me] che significava “la fabbrica.” Oltre che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di Siracusa e di Lentini.
590.Presso Bréholles, op. cit., V, 456.
590.Presso Bréholles, op. cit., V, 456.
591.Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.
591.Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.
592.Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si legge Lucera in vece di Nocera.Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi, stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»
592.Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.
Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si legge Lucera in vece di Nocera.
Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi, stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»
593.Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.
593.Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.
594.Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.
594.Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.
595.Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
595.Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
596.Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 281 della versione francese.
596.Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 281 della versione francese.
597.Ibn-Khaldûn,Berbères, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.
597.Ibn-Khaldûn,Berbères, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.
598.“Senior” nella versione latina.
598.“Senior” nella versione latina.
599.In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’Abbuissacdella traduzione sia da leggereAbou-Zak, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.
599.In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’Abbuissacdella traduzione sia da leggereAbou-Zak, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.
Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.
Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.
600.Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.
600.Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.
601.“Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resasacerdoteè senza dubbioimam; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.
601.“Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resasacerdoteè senza dubbioimam; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.
602.Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz,Codex jur. gent. dipl., II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie,Traités de paix et de commerceetc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelleConsiderazioni, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.
602.Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz,Codex jur. gent. dipl., II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie,Traités de paix et de commerceetc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.
Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.
Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelleConsiderazioni, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.
603.Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.
603.Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.
604.Si legge nella traduzione “neque habeant christiani.... jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum, missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb, abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’ novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’ Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.
604.Si legge nella traduzione “neque habeant christiani.... jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum, missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb, abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’ novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’ Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.
605.Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.
605.Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.
606.Jakût, nelMo’gem-el-Baldân, di cui ho dato l’estratto nellaBibl. ar. sicula, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari, nell’op. cit., pag. 134, 150.
606.Jakût, nelMo’gem-el-Baldân, di cui ho dato l’estratto nellaBibl. ar. sicula, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari, nell’op. cit., pag. 134, 150.
607.Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente libro, pag. 400, nota 2.
607.Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente libro, pag. 400, nota 2.
608.Mudeggian, pronunziato ancoMudegiar(Mudejar) eMudeggial. Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy,Glossaire des mots espagnols, ec. nel supplemento delle aggiunte, pag. 322.
608.Mudeggian, pronunziato ancoMudegiar(Mudejar) eMudeggial. Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy,Glossaire des mots espagnols, ec. nel supplemento delle aggiunte, pag. 322.
609.Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.
609.Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.
610.Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile 1240, per le spese necessarie a quel principe.
610.Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.
A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile 1240, per le spese necessarie a quel principe.
611.Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op. cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.
611.Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op. cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.
612.I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360 della prima, e V, 782, 793 della seconda.
612.I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360 della prima, e V, 782, 793 della seconda.
613.Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di Nangis,Gesta Phil. III, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo dice “tributo;” laCron. de rebus in Italia gestis, etc., edizione di Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore Federigo.
613.Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di Nangis,Gesta Phil. III, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo dice “tributo;” laCron. de rebus in Italia gestis, etc., edizione di Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore Federigo.
614.Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nellaStoria del Vespro siciliano, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio,Considerazioni, lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag. 52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse Rousseau,Annales tunisiennes, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg. Ma io non assento la correzione che fa MrRousseau nel testo di Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria, passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese. Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro 1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti con le armi. Surita,Annali di Aragona, lib. V, cap. lxxv, citato dal Gregorio,Considerazioni, lib. IV, cap. vij.Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane. Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più ricca.
614.Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nellaStoria del Vespro siciliano, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio,Considerazioni, lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag. 52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse Rousseau,Annales tunisiennes, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg. Ma io non assento la correzione che fa MrRousseau nel testo di Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.
Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria, passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese. Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro 1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti con le armi. Surita,Annali di Aragona, lib. V, cap. lxxv, citato dal Gregorio,Considerazioni, lib. IV, cap. vij.
Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane. Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più ricca.
615.Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla data, la nota del diligentissimo editore.
615.Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla data, la nota del diligentissimo editore.
616.Annali di Colonia, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.
616.Annali di Colonia, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.
617.Così ho io detto nella Introduzione a’Diplomi arabici del Reale Archivio fiorentino, pag.V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente nol sono.
617.Così ho io detto nella Introduzione a’Diplomi arabici del Reale Archivio fiorentino, pag.V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente nol sono.
618.I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal Gregorio,Considerazioni, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti il titolo di sultano di Babilonia.Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II, cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles, op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.
618.I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal Gregorio,Considerazioni, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti il titolo di sultano di Babilonia.
Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II, cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles, op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.
619.Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parolafiliosfosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’ipsiusa Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud,Extraits, etc., pag. 393.
619.Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.
Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parolafiliosfosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’ipsiusa Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.
Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud,Extraits, etc., pag. 393.
620.Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nellaBibl. arabo-sicula; cioè: laStoria de’ Patriarchi d’Alessandria, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume dellaStoria universaled’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoiExtraitsetc.,relatifs aux Croisades. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, dellaLutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla suaHist. Diplom., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio,Bibl. Arag., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissimaHistoire de Chypre, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.
620.Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nellaBibl. arabo-sicula; cioè: laStoria de’ Patriarchi d’Alessandria, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume dellaStoria universaled’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.
Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoiExtraitsetc.,relatifs aux Croisades. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, dellaLutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla suaHist. Diplom., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio,Bibl. Arag., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissimaHistoire de Chypre, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.
Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.
621.Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.
621.Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.
622.Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.
622.Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.
Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.
623.Pseudo Jalei.
623.Pseudo Jalei.
624.St. de’ Patr., anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227 a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228 fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi, Makrizi.
624.St. de’ Patr., anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227 a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228 fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi, Makrizi.
625.Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M. Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit les armes de l’empereur etc.”
625.Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M. Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit les armes de l’empereur etc.”
626.Storia de’ Patr., ec.
626.Storia de’ Patr., ec.
627.Makrizi.
627.Makrizi.
628.Storia de’ Patriar.Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro” il vocabolomesâgh, che M. Reinaud, negliExtraitsec., pag. 247, ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella d’oro, ec. del Makrizi.
628.Storia de’ Patriar.Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro” il vocabolomesâgh, che M. Reinaud, negliExtraitsec., pag. 247, ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella d’oro, ec. del Makrizi.
629.Storia de’ Patr.e Makrizi.
629.Storia de’ Patr.e Makrizi.
630.Makrizi.
630.Makrizi.
631.Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre; laSt. de’ Patr. d’Alessandria, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).
631.Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre; laSt. de’ Patr. d’Alessandria, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).
632.Tutti gli scrittori arabi.
632.Tutti gli scrittori arabi.
633.Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.
633.Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.
634.Abulfeda e Ibn-Kethir.
634.Abulfeda e Ibn-Kethir.
635.Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente coi Kharezmii.
635.Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente coi Kharezmii.
636.Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo capitolo che manca nellaBibl. ar. sic., si legga nella edizione del Tornberg, XII, 313.
636.Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo capitolo che manca nellaBibl. ar. sic., si legga nella edizione del Tornberg, XII, 313.
637.Cf. laSt. de’ Patr. d’Aless.e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta la partizione tra i due fratelli.
637.Cf. laSt. de’ Patr. d’Aless.e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta la partizione tra i due fratelli.
638.Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche. Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello, mentre si negoziava con l’imperatore.
638.Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche. Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello, mentre si negoziava con l’imperatore.
639.Makrizi.
639.Makrizi.
640.Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da Bibars.
640.Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da Bibars.
641.Bibars.
641.Bibars.
642.Tutti gli scrittori arabi.
642.Tutti gli scrittori arabi.
643.St. de’ Patr.ec.
643.St. de’ Patr.ec.
644.Tutti gli scrittori arabi.
644.Tutti gli scrittori arabi.
645.St. de’ Patr.Aggiungo il nome del primo e il titolo del secondo, su la fede degli scrittori occidentali.
645.St. de’ Patr.Aggiungo il nome del primo e il titolo del secondo, su la fede degli scrittori occidentali.
646.Tutti gli scrittori arabi.
646.Tutti gli scrittori arabi.
647.Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.
647.Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.
648.Ibn-el-’Amîd, pag. 511.
648.Ibn-el-’Amîd, pag. 511.
649.Makrizi, pag. 520.
649.Makrizi, pag. 520.
650.St. de’ Patr.Matteo Paris,Historia Anglorum, ediz. di Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”
650.St. de’ Patr.Matteo Paris,Historia Anglorum, ediz. di Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”
651.Stor. dei Patr.ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante, e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo. Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma, 1857, pag. 48.
651.Stor. dei Patr.ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante, e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo. Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma, 1857, pag. 48.
652.Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.
652.Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.
653.Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.
653.Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.
654.Abulfeda e Nowairi.
654.Abulfeda e Nowairi.
655.Makrizi, pag. 520.
655.Makrizi, pag. 520.
656.Bibars, pag. 514.
656.Bibars, pag. 514.
657.Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nellaBibl. ar. sic., pag. 624.
657.Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nellaBibl. ar. sic., pag. 624.
658.Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scrittoh n f r ie, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerloHenri, parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici, sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito d’Alice.Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo. E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di Gerusalemme.Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin Sanudo,Secretorum fidelium Crucis, lib. III, parte xj, cap. 10, 11, 12, presso Bongars,Gesta Dei par Francos, II, 210 segg. il quale è benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.
658.Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scrittoh n f r ie, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerloHenri, parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici, sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito d’Alice.
Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo. E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di Gerusalemme.
Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin Sanudo,Secretorum fidelium Crucis, lib. III, parte xj, cap. 10, 11, 12, presso Bongars,Gesta Dei par Francos, II, 210 segg. il quale è benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.