941.Ms. citato, fog. 16 recto.“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della camomilla e del vino,Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione dell’animo:La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per significare la bianchezza dei denti.Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta si lagna della:“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”E conchiude con questi versi:“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo. Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a briglia sciolta nell’ippodromo loro.Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”942.Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per cantarsi da qualche donna di un harem.“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno!Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”943.Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “944.Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la spada) e d’allargarsi (donando).Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi che va incontrando.O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come si cancella la scrittura ne’ libri!945.Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nelJournal Asiatiquedi novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig. Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.946.La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”947.Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 588, 589.948.Op. cit., pag. 600 segg.949.Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.950.Bibl. arabo-sicula, pag. 600 segg., del qual testo il baron De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.Ecco gli squarci dell’elegia.“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le pietre angolari della magnanimità e della gloria.Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano di lui tutte le regioni della possanza,Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta alla sua gloria.Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda del tempo vuol ch’esse manchino!Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di perle e di coralli;Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli ingrossino,Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle onde vada a incontrarsi co’ fuochi!Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli recitan l’elogio funebre;Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti dai morsi e dalle testiere.E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da ogni conforto!Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i fanciulli!Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le creature, e tutte lì lì fossero surte;Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio) e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean corbi, con le gramaglie del dolore.”Ho tradotto “bigie” il pluralewurk, che ha in origine tal significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in italiano il bisticcio che fa questo vocabolo conwerek“fronde,” in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in italiano gioielli di tal pasta?951.Bibl., pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De Slane nell’articolo delJournal Asiatique, II serie, tomo XI, pag. 362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato nellaBibl. arabo-sicula, con le varianti e con le lezioni ch’io presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261, ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi, fondata sul testo dellaBiblioteca.952.Il baron De Slane ha letto’Akîk“corniola.” Ma’Atîk“vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.953.Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.954.Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello Slane.955.Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone Raffaele Starrabba, nelleNuove Effemeridi Sicilianedel 1870.956.Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome, si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 9 e nelJournal Asiatique, serie IV, tomo V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di Maredolce, dal lago che faceva un tempo.957.Bibl., pag. 581 segg.958.Io veramente non son certo che la voce “bahrein” s’abbia qui a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce, doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io sappia, da scritture, nè dalla topografia.959.Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo, e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago, ma rimanea congiunto alla riva.960.Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 585.961.Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il significato supposto dal baron De Slane.962.Corano, sura LXXXI, verso 12.963.Bibl. arabo-sicula, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelleBiografie de’ Grammatici.964.Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del Profeta.965.“Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd nel nocciolo del suo cuore;E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici la magnificenza del suo affetto,Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la faccia della gloria.················Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani il giorno della mischia,Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due grandi luminari gli fan da piuoli;E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean più neri.················O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando, percossi dai tagli delle tue spade.”966.Dozy,CatalogusCC. OO.,Bibl. Acad. Lugduno Batavae, tomo II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi nellaKharîdad’Imâd-ed-dîn. Si confronti laBibl. arabo-sicula, pag. 599, 601.IlMokhtarè registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146, n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nellaBibl. cit., pag. 704, 705. Notasi inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, unSirr-el-Kimia(Segreti dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.967.Bibl., pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi a pag. 755 segg.Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il baron De Slane nella sua prima pubblicazione.968.La voceghoraf, plurale dighorfah, è stata dal baron De Slane tradotta un po’ vagamenteétages. Il significato di “loggia, belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi,Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair, ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga la voce “Algorfa” nelGlossaire des Mots espagnols, etc. per Dozy ed Engelmann.969.Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e per segno il discorso del trono.970.Il testo ha la vocedibage la mette al plurale. Di questa voce abbiam già fatta menzione e la traduciamobroccato, perchè dinota ricco e grave tessuto di seta.971.Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables monuments.”Mesched, di cui abbiamo qui il plurale, significa luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio, santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si accoppiano inevitabilmente con “monumento.”972.Bibl. arabo-sicula, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione inferiore, dopo aver sorriso ad essi!Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte, arrampicandosi fino alla cima!Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”973.Bibl. arabo-sicula, pag. 581.Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe dellaBiblioteca, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.974.Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”Ecco l’altro epigramma:“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”975.Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.976.Bibl. arabo-sicula, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.977.Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi il tuo cuore dall’amor che senti per me!Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto (in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per farle piacere, me l’ascrive a colpa.Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera; s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio) consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”978.Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se ne impadronì Norandino.“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge l’evangelo attorno il farsetto!Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la fragranza del fiasco.Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo conduce infino all’aurora.”Ho tradotto “accinto” l’aggettivomozanner, ossia “cinto di zonar,” cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli “dsimmi” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non v’erano obbligati.Ho reso “farsetto” la vocewisciâh, della quale si è detto poc’anzi. Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche “Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del coprifuoco.979.Si vegga laRivista siculadi novembre 1869, pag. 378 segg.980.Bibl. arabo-sicula, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6 verso.“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal Paradiso,Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso color della corniola.La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue pupille, ti senti inebriare.Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un mucchio di gioielli.Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della sua luce,O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante che prende a gioco l’amore.E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza voltarsi.”981.Ms. citato, fog. 7 recto.“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or compio il mio destino.Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:La vidi che stava sopra untalmik(?) come se il ramo avesse portata (per frutto) la luna.Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso quand’ei può?”982.Bibl. arabo-sicula, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo favori,E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento: essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”983.Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo, di cui Ibn-Giobair, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 88 e nelJournal Asiatiquedi gennaio 1864, pag. 75, 76.984.I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl, di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866), pagina 354 segg.Troviamo a pag. 355:“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui) guaine sono le palpebre.E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi abbondano come fonti.”985.“Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè andasser bene, nè affliggerti (del contrario).Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto, cioè far andare a male ogni cosa.Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna com’eravam prima.”986.“Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo che soffiavan l’aure, mattina e sera!”987.Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo libro, pag. 485 del volume.988.Cap. v di questo libro, pag. 541.989.Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126, con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.990.Bibl. arabo-sicula, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha stanziava ne’ dintorni di Barka.991.Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii, essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.992.Bibl., testo, pag. 22, 23.993.Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.994.Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolozabia, tzabia, dhabia, thabia, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella specie del generecervus, o del generecapra, forse il camoscio o il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali. IlVocabulista in arabicodà i due significati diversissimi di “capra” e “damma.”995.Amico,Dizionario topografico della Sicilia, nel capitolo di Favignana.996.Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.997.Bibl., pag. 36. Il testo ha precisamentemerkeb; voce generica, usata per le navi con ponte.998.Op. cit., pag. 38.999.Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolomerkebnel primo caso, e dikâribnel secondo. Credo che imerkebsiano stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai quali or dà ricovero quel porto.1000.Op. cit., pag. 35, 39.1001.Op. cit., pag. 41.1002.Op. cit., pag. 36.1003.Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana forma, è’Ain-el-aukât. “La fonte (che sgorga) a momenti.”1004.Bibl., pag. 35.1005.Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.1006.Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV, cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II, pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’iklimdi Demona non può rispondere alvalle, perchè ve n’ha tanti e tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune, perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in’aml, che vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un’amldi larga superficie ed uniklimdi eccellente condizione:” e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “’amldi larga superficie e i suoiiklîmdi larghe condizioni;” il qual bisticcio mostrerebbe almeno che un’amlpotea contenere parecchiiklîm. Ma ecco l’’amle loiklîm, al singolare, anche in Marsala; i vastiiklîmdi Mazara e di Trapani, alle quali non si dà’aml(pag. 40); e gliiklîmdi Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e Sciacca, ch’era «come la città capitale degliiklîme degli’amldei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf. vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine che gliiklîmfossero due soli nella Sicilia orientale, e assai numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso, cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone, ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione. Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni, cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro cenno d’iklîmche quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove principii, ma non dove finisca.Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo. La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.1007.Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli torna al 1477.1008.Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa, Mazara, Marsala, Carini, Adernò.1009.Il testo ha qui il plurale della vocehanût, ma la spiega meglio con quel che segue. Ho tradottomagazziniper avvicinarmi al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa, abbia in origine un significato diverso.1010.Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italianafondacoviene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per gli uomini e per le bestie da soma.1011.Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana. Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle varie specie di alberghi e botteghe.1012.Edrîsi nella descrizione di quelle città.1013.Bibl., pag. 23.1014.Op. cit., pag. 22 a 25.1015.Op. cit., pag. 42.1016.Op. cit., pag. 93.1017.Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigionemotabbak,” cioè coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.1018.Op. cit., pag. 40.1019.Op. cit., pag. 63.1020.Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk, Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara, Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid, Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti, Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi, 1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî, 3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di Mazara e 6 nella Sicilia orientale.1021.Si vegga la Introduzione alla miaCarte comparée de la Sicile, Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel mio scritto; tra i quali citerò solo leMem. stor. Agrigentinedel sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana, dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi vocabolirahl, menzil, kala’t. Da un’altra mano, il numero de’ comuni e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge nella Prefazione alNuovo dizionario geografico, ec. della Sicilia, per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. LoStato generale delle Poste, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e 204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.
941.Ms. citato, fog. 16 recto.“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della camomilla e del vino,Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione dell’animo:La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per significare la bianchezza dei denti.Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta si lagna della:“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”E conchiude con questi versi:“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo. Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a briglia sciolta nell’ippodromo loro.Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”
941.Ms. citato, fog. 16 recto.
“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della camomilla e del vino,
Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione dell’animo:
La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”
I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per significare la bianchezza dei denti.
Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta si lagna della:
“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”
E conchiude con questi versi:
“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo. Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a briglia sciolta nell’ippodromo loro.
Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,
Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”
942.Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per cantarsi da qualche donna di un harem.“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno!Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”
942.Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per cantarsi da qualche donna di un harem.
“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno!Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”
“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno!Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”
“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,
Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);
Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?
E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!
Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:
Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno!
Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,
Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.
O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!
Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:
Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”
943.Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “
943.Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.
“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.
L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:
Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;
E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;
(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “
944.Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la spada) e d’allargarsi (donando).Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi che va incontrando.O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come si cancella la scrittura ne’ libri!
944.Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.
“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.
Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!
Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?
(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la spada) e d’allargarsi (donando).
Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi che va incontrando.
O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”
Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come si cancella la scrittura ne’ libri!
945.Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nelJournal Asiatiquedi novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig. Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.
945.Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nelJournal Asiatiquedi novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig. Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.
946.La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”
946.La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”
947.Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 588, 589.
947.Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 588, 589.
948.Op. cit., pag. 600 segg.
948.Op. cit., pag. 600 segg.
949.Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.
949.Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.
950.Bibl. arabo-sicula, pag. 600 segg., del qual testo il baron De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.Ecco gli squarci dell’elegia.“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le pietre angolari della magnanimità e della gloria.Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano di lui tutte le regioni della possanza,Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta alla sua gloria.Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda del tempo vuol ch’esse manchino!Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di perle e di coralli;Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli ingrossino,Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle onde vada a incontrarsi co’ fuochi!Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli recitan l’elogio funebre;Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti dai morsi e dalle testiere.E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da ogni conforto!Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i fanciulli!Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le creature, e tutte lì lì fossero surte;Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio) e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean corbi, con le gramaglie del dolore.”Ho tradotto “bigie” il pluralewurk, che ha in origine tal significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in italiano il bisticcio che fa questo vocabolo conwerek“fronde,” in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in italiano gioielli di tal pasta?
950.Bibl. arabo-sicula, pag. 600 segg., del qual testo il baron De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.
Ecco gli squarci dell’elegia.
“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!
La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le pietre angolari della magnanimità e della gloria.
Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano di lui tutte le regioni della possanza,
Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta alla sua gloria.
Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda del tempo vuol ch’esse manchino!
Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di perle e di coralli;
Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli ingrossino,
Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle onde vada a incontrarsi co’ fuochi!
Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli recitan l’elogio funebre;
Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti dai morsi e dalle testiere.
E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.
Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da ogni conforto!
Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i fanciulli!
Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le creature, e tutte lì lì fossero surte;
Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio) e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.
E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.
Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean corbi, con le gramaglie del dolore.”
Ho tradotto “bigie” il pluralewurk, che ha in origine tal significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in italiano il bisticcio che fa questo vocabolo conwerek“fronde,” in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in italiano gioielli di tal pasta?
951.Bibl., pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De Slane nell’articolo delJournal Asiatique, II serie, tomo XI, pag. 362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato nellaBibl. arabo-sicula, con le varianti e con le lezioni ch’io presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261, ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi, fondata sul testo dellaBiblioteca.
951.Bibl., pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De Slane nell’articolo delJournal Asiatique, II serie, tomo XI, pag. 362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.
Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato nellaBibl. arabo-sicula, con le varianti e con le lezioni ch’io presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261, ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi, fondata sul testo dellaBiblioteca.
952.Il baron De Slane ha letto’Akîk“corniola.” Ma’Atîk“vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.
952.Il baron De Slane ha letto’Akîk“corniola.” Ma’Atîk“vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.
953.Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.
953.Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.
954.Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello Slane.
954.Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello Slane.
955.Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone Raffaele Starrabba, nelleNuove Effemeridi Sicilianedel 1870.
955.Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone Raffaele Starrabba, nelleNuove Effemeridi Sicilianedel 1870.
956.Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome, si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 9 e nelJournal Asiatique, serie IV, tomo V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di Maredolce, dal lago che faceva un tempo.
956.Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome, si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 9 e nelJournal Asiatique, serie IV, tomo V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di Maredolce, dal lago che faceva un tempo.
957.Bibl., pag. 581 segg.
957.Bibl., pag. 581 segg.
958.Io veramente non son certo che la voce “bahrein” s’abbia qui a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce, doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io sappia, da scritture, nè dalla topografia.
958.Io veramente non son certo che la voce “bahrein” s’abbia qui a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce, doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io sappia, da scritture, nè dalla topografia.
959.Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo, e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago, ma rimanea congiunto alla riva.
959.Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo, e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago, ma rimanea congiunto alla riva.
960.Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 585.
960.Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 585.
961.Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il significato supposto dal baron De Slane.
961.Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il significato supposto dal baron De Slane.
962.Corano, sura LXXXI, verso 12.
962.Corano, sura LXXXI, verso 12.
963.Bibl. arabo-sicula, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelleBiografie de’ Grammatici.
963.Bibl. arabo-sicula, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelleBiografie de’ Grammatici.
964.Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del Profeta.
964.Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del Profeta.
965.“Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd nel nocciolo del suo cuore;E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici la magnificenza del suo affetto,Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la faccia della gloria.················Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani il giorno della mischia,Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due grandi luminari gli fan da piuoli;E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean più neri.················O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando, percossi dai tagli delle tue spade.”
965.“Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd nel nocciolo del suo cuore;
E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.
Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici la magnificenza del suo affetto,
Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la faccia della gloria.
················
Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani il giorno della mischia,
Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).
Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due grandi luminari gli fan da piuoli;
E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean più neri.
················
O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;
Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando, percossi dai tagli delle tue spade.”
966.Dozy,CatalogusCC. OO.,Bibl. Acad. Lugduno Batavae, tomo II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi nellaKharîdad’Imâd-ed-dîn. Si confronti laBibl. arabo-sicula, pag. 599, 601.IlMokhtarè registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146, n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nellaBibl. cit., pag. 704, 705. Notasi inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, unSirr-el-Kimia(Segreti dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.
966.Dozy,CatalogusCC. OO.,Bibl. Acad. Lugduno Batavae, tomo II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi nellaKharîdad’Imâd-ed-dîn. Si confronti laBibl. arabo-sicula, pag. 599, 601.
IlMokhtarè registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146, n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nellaBibl. cit., pag. 704, 705. Notasi inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, unSirr-el-Kimia(Segreti dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.
967.Bibl., pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi a pag. 755 segg.Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il baron De Slane nella sua prima pubblicazione.
967.Bibl., pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi a pag. 755 segg.
Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il baron De Slane nella sua prima pubblicazione.
968.La voceghoraf, plurale dighorfah, è stata dal baron De Slane tradotta un po’ vagamenteétages. Il significato di “loggia, belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi,Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair, ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga la voce “Algorfa” nelGlossaire des Mots espagnols, etc. per Dozy ed Engelmann.
968.La voceghoraf, plurale dighorfah, è stata dal baron De Slane tradotta un po’ vagamenteétages. Il significato di “loggia, belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi,Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair, ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga la voce “Algorfa” nelGlossaire des Mots espagnols, etc. per Dozy ed Engelmann.
969.Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e per segno il discorso del trono.
969.Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e per segno il discorso del trono.
970.Il testo ha la vocedibage la mette al plurale. Di questa voce abbiam già fatta menzione e la traduciamobroccato, perchè dinota ricco e grave tessuto di seta.
970.Il testo ha la vocedibage la mette al plurale. Di questa voce abbiam già fatta menzione e la traduciamobroccato, perchè dinota ricco e grave tessuto di seta.
971.Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables monuments.”Mesched, di cui abbiamo qui il plurale, significa luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio, santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si accoppiano inevitabilmente con “monumento.”
971.Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables monuments.”Mesched, di cui abbiamo qui il plurale, significa luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio, santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si accoppiano inevitabilmente con “monumento.”
972.Bibl. arabo-sicula, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione inferiore, dopo aver sorriso ad essi!Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte, arrampicandosi fino alla cima!Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”
972.Bibl. arabo-sicula, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:
“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione inferiore, dopo aver sorriso ad essi!
Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte, arrampicandosi fino alla cima!
Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!
Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”
973.Bibl. arabo-sicula, pag. 581.Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe dellaBiblioteca, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.
973.Bibl. arabo-sicula, pag. 581.
Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe dellaBiblioteca, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.
974.Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”Ecco l’altro epigramma:“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”
974.Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:
“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.
Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).
La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”
Ecco l’altro epigramma:
“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.
Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”
975.Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.
975.Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.
976.Bibl. arabo-sicula, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.
976.Bibl. arabo-sicula, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.
977.Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi il tuo cuore dall’amor che senti per me!Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto (in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per farle piacere, me l’ascrive a colpa.Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera; s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio) consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”
977.Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.
Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.
“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi il tuo cuore dall’amor che senti per me!
Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto (in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.
Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per farle piacere, me l’ascrive a colpa.
Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera; s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.
Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio) consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”
978.Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se ne impadronì Norandino.“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge l’evangelo attorno il farsetto!Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la fragranza del fiasco.Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo conduce infino all’aurora.”Ho tradotto “accinto” l’aggettivomozanner, ossia “cinto di zonar,” cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli “dsimmi” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non v’erano obbligati.Ho reso “farsetto” la vocewisciâh, della quale si è detto poc’anzi. Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche “Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del coprifuoco.
978.Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se ne impadronì Norandino.
“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge l’evangelo attorno il farsetto!
Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la fragranza del fiasco.
Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo conduce infino all’aurora.”
Ho tradotto “accinto” l’aggettivomozanner, ossia “cinto di zonar,” cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli “dsimmi” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non v’erano obbligati.
Ho reso “farsetto” la vocewisciâh, della quale si è detto poc’anzi. Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche “Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.
Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del coprifuoco.
979.Si vegga laRivista siculadi novembre 1869, pag. 378 segg.
979.Si vegga laRivista siculadi novembre 1869, pag. 378 segg.
980.Bibl. arabo-sicula, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6 verso.“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal Paradiso,Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso color della corniola.La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue pupille, ti senti inebriare.Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un mucchio di gioielli.Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della sua luce,O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante che prende a gioco l’amore.E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza voltarsi.”
980.Bibl. arabo-sicula, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6 verso.
“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal Paradiso,
Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso color della corniola.
La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue pupille, ti senti inebriare.
Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un mucchio di gioielli.
Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della sua luce,
O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!
Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante che prende a gioco l’amore.
E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza voltarsi.”
981.Ms. citato, fog. 7 recto.“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or compio il mio destino.Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:La vidi che stava sopra untalmik(?) come se il ramo avesse portata (per frutto) la luna.Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso quand’ei può?”
981.Ms. citato, fog. 7 recto.
“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;
Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or compio il mio destino.
Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:
La vidi che stava sopra untalmik(?) come se il ramo avesse portata (per frutto) la luna.
Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso quand’ei può?”
982.Bibl. arabo-sicula, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo favori,E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento: essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”
982.Bibl. arabo-sicula, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.
“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo favori,
E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.
Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento: essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.
Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”
983.Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo, di cui Ibn-Giobair, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 88 e nelJournal Asiatiquedi gennaio 1864, pag. 75, 76.
983.Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo, di cui Ibn-Giobair, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 88 e nelJournal Asiatiquedi gennaio 1864, pag. 75, 76.
984.I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl, di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866), pagina 354 segg.Troviamo a pag. 355:“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui) guaine sono le palpebre.E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi abbondano come fonti.”
984.I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl, di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866), pagina 354 segg.
Troviamo a pag. 355:
“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui) guaine sono le palpebre.
E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi abbondano come fonti.”
985.“Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè andasser bene, nè affliggerti (del contrario).Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto, cioè far andare a male ogni cosa.Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna com’eravam prima.”
985.
“Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè andasser bene, nè affliggerti (del contrario).
Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto, cioè far andare a male ogni cosa.
Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna com’eravam prima.”
986.“Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo che soffiavan l’aure, mattina e sera!”
986.“Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo che soffiavan l’aure, mattina e sera!”
987.Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo libro, pag. 485 del volume.
987.Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo libro, pag. 485 del volume.
988.Cap. v di questo libro, pag. 541.
988.Cap. v di questo libro, pag. 541.
989.Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126, con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.
989.Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126, con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.
990.Bibl. arabo-sicula, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha stanziava ne’ dintorni di Barka.
990.Bibl. arabo-sicula, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha stanziava ne’ dintorni di Barka.
991.Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii, essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.
991.Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii, essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.
992.Bibl., testo, pag. 22, 23.
992.Bibl., testo, pag. 22, 23.
993.Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.
993.Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.
994.Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolozabia, tzabia, dhabia, thabia, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella specie del generecervus, o del generecapra, forse il camoscio o il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali. IlVocabulista in arabicodà i due significati diversissimi di “capra” e “damma.”
994.Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolozabia, tzabia, dhabia, thabia, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella specie del generecervus, o del generecapra, forse il camoscio o il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali. IlVocabulista in arabicodà i due significati diversissimi di “capra” e “damma.”
995.Amico,Dizionario topografico della Sicilia, nel capitolo di Favignana.
995.Amico,Dizionario topografico della Sicilia, nel capitolo di Favignana.
996.Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.
996.Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.
997.Bibl., pag. 36. Il testo ha precisamentemerkeb; voce generica, usata per le navi con ponte.
997.Bibl., pag. 36. Il testo ha precisamentemerkeb; voce generica, usata per le navi con ponte.
998.Op. cit., pag. 38.
998.Op. cit., pag. 38.
999.Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolomerkebnel primo caso, e dikâribnel secondo. Credo che imerkebsiano stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai quali or dà ricovero quel porto.
999.Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolomerkebnel primo caso, e dikâribnel secondo. Credo che imerkebsiano stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai quali or dà ricovero quel porto.
1000.Op. cit., pag. 35, 39.
1000.Op. cit., pag. 35, 39.
1001.Op. cit., pag. 41.
1001.Op. cit., pag. 41.
1002.Op. cit., pag. 36.
1002.Op. cit., pag. 36.
1003.Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana forma, è’Ain-el-aukât. “La fonte (che sgorga) a momenti.”
1003.Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana forma, è’Ain-el-aukât. “La fonte (che sgorga) a momenti.”
1004.Bibl., pag. 35.
1004.Bibl., pag. 35.
1005.Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.
1005.Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.
1006.Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV, cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II, pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’iklimdi Demona non può rispondere alvalle, perchè ve n’ha tanti e tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune, perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in’aml, che vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un’amldi larga superficie ed uniklimdi eccellente condizione:” e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “’amldi larga superficie e i suoiiklîmdi larghe condizioni;” il qual bisticcio mostrerebbe almeno che un’amlpotea contenere parecchiiklîm. Ma ecco l’’amle loiklîm, al singolare, anche in Marsala; i vastiiklîmdi Mazara e di Trapani, alle quali non si dà’aml(pag. 40); e gliiklîmdi Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e Sciacca, ch’era «come la città capitale degliiklîme degli’amldei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf. vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine che gliiklîmfossero due soli nella Sicilia orientale, e assai numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso, cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone, ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione. Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni, cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro cenno d’iklîmche quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove principii, ma non dove finisca.Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo. La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.
1006.Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV, cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II, pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’iklimdi Demona non può rispondere alvalle, perchè ve n’ha tanti e tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune, perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in’aml, che vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un’amldi larga superficie ed uniklimdi eccellente condizione:” e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “’amldi larga superficie e i suoiiklîmdi larghe condizioni;” il qual bisticcio mostrerebbe almeno che un’amlpotea contenere parecchiiklîm. Ma ecco l’’amle loiklîm, al singolare, anche in Marsala; i vastiiklîmdi Mazara e di Trapani, alle quali non si dà’aml(pag. 40); e gliiklîmdi Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e Sciacca, ch’era «come la città capitale degliiklîme degli’amldei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf. vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine che gliiklîmfossero due soli nella Sicilia orientale, e assai numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.
A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso, cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone, ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione. Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni, cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro cenno d’iklîmche quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove principii, ma non dove finisca.
Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo. La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.
1007.Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli torna al 1477.
1007.Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli torna al 1477.
1008.Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa, Mazara, Marsala, Carini, Adernò.
1008.Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa, Mazara, Marsala, Carini, Adernò.
1009.Il testo ha qui il plurale della vocehanût, ma la spiega meglio con quel che segue. Ho tradottomagazziniper avvicinarmi al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa, abbia in origine un significato diverso.
1009.Il testo ha qui il plurale della vocehanût, ma la spiega meglio con quel che segue. Ho tradottomagazziniper avvicinarmi al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa, abbia in origine un significato diverso.
1010.Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italianafondacoviene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per gli uomini e per le bestie da soma.
1010.Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italianafondacoviene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per gli uomini e per le bestie da soma.
1011.Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana. Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle varie specie di alberghi e botteghe.
1011.Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana. Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle varie specie di alberghi e botteghe.
1012.Edrîsi nella descrizione di quelle città.
1012.Edrîsi nella descrizione di quelle città.
1013.Bibl., pag. 23.
1013.Bibl., pag. 23.
1014.Op. cit., pag. 22 a 25.
1014.Op. cit., pag. 22 a 25.
1015.Op. cit., pag. 42.
1015.Op. cit., pag. 42.
1016.Op. cit., pag. 93.
1016.Op. cit., pag. 93.
1017.Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigionemotabbak,” cioè coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.
1017.Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigionemotabbak,” cioè coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.
1018.Op. cit., pag. 40.
1018.Op. cit., pag. 40.
1019.Op. cit., pag. 63.
1019.Op. cit., pag. 63.
1020.Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk, Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara, Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid, Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti, Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi, 1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî, 3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di Mazara e 6 nella Sicilia orientale.
1020.Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk, Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara, Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid, Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti, Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi, 1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî, 3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di Mazara e 6 nella Sicilia orientale.
1021.Si vegga la Introduzione alla miaCarte comparée de la Sicile, Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel mio scritto; tra i quali citerò solo leMem. stor. Agrigentinedel sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana, dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi vocabolirahl, menzil, kala’t. Da un’altra mano, il numero de’ comuni e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge nella Prefazione alNuovo dizionario geografico, ec. della Sicilia, per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. LoStato generale delle Poste, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e 204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.
1021.Si vegga la Introduzione alla miaCarte comparée de la Sicile, Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel mio scritto; tra i quali citerò solo leMem. stor. Agrigentinedel sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana, dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi vocabolirahl, menzil, kala’t. Da un’altra mano, il numero de’ comuni e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge nella Prefazione alNuovo dizionario geografico, ec. della Sicilia, per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. LoStato generale delle Poste, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e 204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.