1022.I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI (?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII; Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi della istituzione in comuni o villaggi son tolti dalDizionario topograficodell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di Marzo.Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla pag. 536 del presente volume.1023.Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre, la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.1024.Bibl., pag. 34.1025.Op. cit., pag. 41.1026.Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare; l’una delle quali detta da acqua, e l’altrafârisi, ossiapersiana. Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi, una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene eccellente pietra molare.1027.Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.1028.Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj, e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.1029.Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la correzione fatta nell’errata.1030.Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero. All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.1031.Questo mese siriaco risponde al febbraio.1032.Si confrontino le due compilazioni nellaBibl., pag. 142 e 210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio si separava in vasi chiamatiiggianae si riponeva nellekârûra.Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer,kasa’h.1033.Bibl., pag. 210.1034.Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello che prendeva da quelli il nome diKala’t-el-Hamma, trascritto Calathammeth in un diploma del 1100.1035.Op. cit., pag. 30.1036.Bibl., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è designato nel testo arabico con le lettereLiâg, che par bell’e buono Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.1037.Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap. xiij, a pag. 445, del II vol.1038.Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249, presso Mongitore,Sacrae Domus Mansionis.... monumenta, è nominato l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla piantagione delle palme.1039.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 408.1040.Presso Caruso, loc. cit.1041.Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’ giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi, carrube.1042.Bibl., pag. 43.1043.Op. cit., pag. 32.1044.Op. cit., pag. 33.1045.Op. cit., pag. 65.1046.Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De Grossis,Decacordum, Catania, 1642, I, pag. 77.1047.Bibl., pag. 43. Gli Arabi chiamanokatniah, al pluralekatâni, le piante leguminose; come si conferma con Lane,Lexicon, lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla vocegiullugiân, e colVocabulista in arabico, pag. 523, al vocabolovicia. Il Ms. arabico di Parigi,Ancien Fonds, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine ilRiadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi,Ancien Fonds, num. 752, fog. 50 recto.1048.Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij, a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto,Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2.1049.Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles,Hist. Diplom. Friderici II, tom. V, pag. 571 segg.1050.Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.1051.Diploma del 1249, citato poc’anzi.1052.Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, edAnonymi Chronicon Siculum, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258 al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’Elenco delle pergamene della Magione, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.1053.La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag. 445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si legge nelRiadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi,Ancien Fonds, n. 752; il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy. Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.1054.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 408.1055.Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 453.1056.Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo libro, cap. viij, pag. 618, del volume.1057.Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie; ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da Marino Sanuto,Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2. Più ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi,Tariffa de’ pesi e misure, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et passim, e nellaPratica della Mercaturadi Niccolò da Uzano (1442), presso Pagnini,Della Decima, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.1058.Bibl., pag. 57.1059.Op. cit., pag. 35.1060.Op. cit., pag. 64.1061.Op. cit., pag. 32.1062.Zohri e Ibn-Said, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 159, 134. Il primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone, storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo, ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a pag. LIV, del primo volume.1063.Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.1064.Bibl., pag. 24.1065.Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi, questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.1066.Op. cit., pag. 57.1067.Bibl., pag. 63.1068.Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.1069.Op. cit., pag. 65.1070.Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles,Historia Diplomatica, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17 novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.1071.Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo libro, pag. 552 del volume, nota 4.1072.Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota 1-2.1073.Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist. Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la razza.1074.Bibl., pag. 24, 55, 65.1075.Bibl., pag. 44.1076.Op. cit., pag. 42.1077.Op. cit., pag. 33.1078.Loc. cit.1079.Op. cit., pag. 32, 65.1080.Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa, ch’eramehall, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima, chiamandola, al femminile,kala’t, ossia “rocca”. Ma il tonno si pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di quei pesci.1081.Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif, pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto, dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nellaHistoire naturelle des poissons de l’Egypte(Description de l’Egypte, Hist. Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo traducesaumon, citando anche il passo qui dianzi notato dellaBibl. arabo-sicula, s’ha a intendere del genere e non della specie: dico il generesalmo, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco in quel di Cuvier; non già la speciesalmo vulgaris, ec. notissima in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec. Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di Sicilia. È da notar che il vocaboloSalmûn, col quale è designato il salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e ilDizionario arabo e italiano, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (Bibl. arabo-sicula, pag. 51).1082.Bibl., pag. 35.1083.Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.1084.Op. cit., pag. 39.1085.Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles,Historia Diplom. Federici II, tomo V, 820.1086.In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicellidi tria, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello spagnuoloeletria, che si vegga in Dozy ed Engelman,Glossaire, etc. IlKamusspiega il vocaboloitria“cibo di farina in forma di fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi normanni. V. Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. 4, nota 21.1087.Bibl., pag. 30.1088.Si vegga qui sopra a pag. 774.1089.La radice di questo vocabolo èsana’, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.Edrîsi dice di que’sani’, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.1090.Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles,Hist. Dipl. Frederici II, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si leggeet Tabaccorum; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere:et trabuccorum. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.1091.Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. Itarrasiatoressono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardotappetarius. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabicoferrâsc, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.1092.Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (Revue archéologiquedel 1865, articolo intitolato:Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.1093.Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nellaRivista Siculadi agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.1094.Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (Tabularium, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.”Cannata, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.1095.La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.Il motto arabico che si volle imitare parmi:Lillahi-l-molk, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.1096.Si vegga Marryat,A history of pottery, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin,Guide de l’amateur des faïences, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore,Histoire de la céramique en planches phototypiques, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza dielifelame altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.1097.Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici,lillahi-l-molk; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.1098.Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata’aml tin“opera di terra,”tin mohtawa“terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, etin ’amali“terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come ladorrakdi Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citataHistoire, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.1099.Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri,Acta Sanctorum, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.1100.Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon, par M. A. De Longpérier, nellaRevue Archéologiquedel 1865.1101.Chabouillet,Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.1102.Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.1103.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica ditirâz.1104.Boch (Dott. Franz),Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.1105.In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.1106.Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature:Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit; e intorno intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati:O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat(augeat)impreium(imperium)ibti(tibi),rex qrenwine(qui regnat in aevum).Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro:Hoc sidusCaucbifert nociva mundi. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo il vocabolo arabokaukab, (abbreviatokaukb) “stella,” scritto in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.1107.Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i Musulmani venissero in Sicilia; ma la vocericamare, derivata senza dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde neltirâzmusulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII secolo.1108.Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume. Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.1109.Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.1110.Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi. E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.1111.Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.1112.Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII, fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del testo.Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.1113.Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.1114.Daniele,I regali sepolcri del Duomo di Palermo, tavole C. F. R.; Gregorio,DiscorsiVI, VII, VIII, nella edizione del 1853, pag. 698 segg., eRerum Arabicar., pag. 178 segg. Si vegga anche il Lanci,Simboliche rappresentanze, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4. Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia,Rivista siculadi febbraio 1869, pag. 93, 94.1115.Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.1116.Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e in particolare leDissertazioniVII ed VIII del Gregorio.1117.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 267.1118.Presso Caruso, op. cit., pag. 407.1119.Journ. Asiatique, di gennaio 1846, pag. 82.1120.Gesta regis Henrici, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867, vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870, voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso,Bibl. sicula, pag. 960.1121.Francisque Michel,Recherches sur.... étoffes de soie, etc., Paris, 1852, I, 172, cita i versi delRomans d’Alixandre, tra i quali si legge:D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, eParmi le cors li met l’ensegne de Palierne.1122.Tabulariumdella Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.
1022.I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI (?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII; Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi della istituzione in comuni o villaggi son tolti dalDizionario topograficodell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di Marzo.Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla pag. 536 del presente volume.
1022.I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI (?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII; Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi della istituzione in comuni o villaggi son tolti dalDizionario topograficodell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di Marzo.
Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla pag. 536 del presente volume.
1023.Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre, la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.
1023.Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre, la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.
1024.Bibl., pag. 34.
1024.Bibl., pag. 34.
1025.Op. cit., pag. 41.
1025.Op. cit., pag. 41.
1026.Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare; l’una delle quali detta da acqua, e l’altrafârisi, ossiapersiana. Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi, una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene eccellente pietra molare.
1026.Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare; l’una delle quali detta da acqua, e l’altrafârisi, ossiapersiana. Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi, una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene eccellente pietra molare.
1027.Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.
1027.Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.
1028.Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj, e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.
1028.Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj, e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.
1029.Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la correzione fatta nell’errata.
1029.Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la correzione fatta nell’errata.
1030.Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero. All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.
1030.Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero. All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.
1031.Questo mese siriaco risponde al febbraio.
1031.Questo mese siriaco risponde al febbraio.
1032.Si confrontino le due compilazioni nellaBibl., pag. 142 e 210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio si separava in vasi chiamatiiggianae si riponeva nellekârûra.Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer,kasa’h.
1032.Si confrontino le due compilazioni nellaBibl., pag. 142 e 210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio si separava in vasi chiamatiiggianae si riponeva nellekârûra.Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer,kasa’h.
1033.Bibl., pag. 210.
1033.Bibl., pag. 210.
1034.Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello che prendeva da quelli il nome diKala’t-el-Hamma, trascritto Calathammeth in un diploma del 1100.
1034.Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello che prendeva da quelli il nome diKala’t-el-Hamma, trascritto Calathammeth in un diploma del 1100.
1035.Op. cit., pag. 30.
1035.Op. cit., pag. 30.
1036.Bibl., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è designato nel testo arabico con le lettereLiâg, che par bell’e buono Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.
1036.Bibl., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è designato nel testo arabico con le lettereLiâg, che par bell’e buono Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.
1037.Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap. xiij, a pag. 445, del II vol.
1037.Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap. xiij, a pag. 445, del II vol.
1038.Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249, presso Mongitore,Sacrae Domus Mansionis.... monumenta, è nominato l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla piantagione delle palme.
1038.Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249, presso Mongitore,Sacrae Domus Mansionis.... monumenta, è nominato l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla piantagione delle palme.
1039.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 408.
1039.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 408.
1040.Presso Caruso, loc. cit.
1040.Presso Caruso, loc. cit.
1041.Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’ giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi, carrube.
1041.Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’ giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi, carrube.
1042.Bibl., pag. 43.
1042.Bibl., pag. 43.
1043.Op. cit., pag. 32.
1043.Op. cit., pag. 32.
1044.Op. cit., pag. 33.
1044.Op. cit., pag. 33.
1045.Op. cit., pag. 65.
1045.Op. cit., pag. 65.
1046.Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De Grossis,Decacordum, Catania, 1642, I, pag. 77.
1046.Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De Grossis,Decacordum, Catania, 1642, I, pag. 77.
1047.Bibl., pag. 43. Gli Arabi chiamanokatniah, al pluralekatâni, le piante leguminose; come si conferma con Lane,Lexicon, lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla vocegiullugiân, e colVocabulista in arabico, pag. 523, al vocabolovicia. Il Ms. arabico di Parigi,Ancien Fonds, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine ilRiadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi,Ancien Fonds, num. 752, fog. 50 recto.
1047.Bibl., pag. 43. Gli Arabi chiamanokatniah, al pluralekatâni, le piante leguminose; come si conferma con Lane,Lexicon, lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla vocegiullugiân, e colVocabulista in arabico, pag. 523, al vocabolovicia. Il Ms. arabico di Parigi,Ancien Fonds, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine ilRiadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi,Ancien Fonds, num. 752, fog. 50 recto.
1048.Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij, a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto,Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2.
1048.Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij, a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto,Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2.
1049.Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles,Hist. Diplom. Friderici II, tom. V, pag. 571 segg.
1049.Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles,Hist. Diplom. Friderici II, tom. V, pag. 571 segg.
1050.Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.
1050.Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.
1051.Diploma del 1249, citato poc’anzi.
1051.Diploma del 1249, citato poc’anzi.
1052.Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, edAnonymi Chronicon Siculum, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258 al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’Elenco delle pergamene della Magione, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.
1052.Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, edAnonymi Chronicon Siculum, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258 al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’Elenco delle pergamene della Magione, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.
1053.La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag. 445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si legge nelRiadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi,Ancien Fonds, n. 752; il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy. Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.
1053.La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag. 445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si legge nelRiadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi,Ancien Fonds, n. 752; il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy. Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.
1054.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 408.
1054.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 408.
1055.Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 453.
1055.Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 453.
1056.Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo libro, cap. viij, pag. 618, del volume.
1056.Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo libro, cap. viij, pag. 618, del volume.
1057.Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie; ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da Marino Sanuto,Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2. Più ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi,Tariffa de’ pesi e misure, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et passim, e nellaPratica della Mercaturadi Niccolò da Uzano (1442), presso Pagnini,Della Decima, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.
1057.Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie; ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da Marino Sanuto,Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2. Più ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi,Tariffa de’ pesi e misure, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et passim, e nellaPratica della Mercaturadi Niccolò da Uzano (1442), presso Pagnini,Della Decima, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.
1058.Bibl., pag. 57.
1058.Bibl., pag. 57.
1059.Op. cit., pag. 35.
1059.Op. cit., pag. 35.
1060.Op. cit., pag. 64.
1060.Op. cit., pag. 64.
1061.Op. cit., pag. 32.
1061.Op. cit., pag. 32.
1062.Zohri e Ibn-Said, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 159, 134. Il primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone, storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo, ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a pag. LIV, del primo volume.
1062.Zohri e Ibn-Said, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 159, 134. Il primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone, storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo, ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a pag. LIV, del primo volume.
1063.Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.
1063.Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.
1064.Bibl., pag. 24.
1064.Bibl., pag. 24.
1065.Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi, questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.
1065.Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi, questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.
1066.Op. cit., pag. 57.
1066.Op. cit., pag. 57.
1067.Bibl., pag. 63.
1067.Bibl., pag. 63.
1068.Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.
1068.Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.
1069.Op. cit., pag. 65.
1069.Op. cit., pag. 65.
1070.Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles,Historia Diplomatica, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17 novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.
1070.Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles,Historia Diplomatica, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17 novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.
1071.Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo libro, pag. 552 del volume, nota 4.
1071.Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo libro, pag. 552 del volume, nota 4.
1072.Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota 1-2.
1072.Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota 1-2.
1073.Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist. Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la razza.
1073.Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist. Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la razza.
1074.Bibl., pag. 24, 55, 65.
1074.Bibl., pag. 24, 55, 65.
1075.Bibl., pag. 44.
1075.Bibl., pag. 44.
1076.Op. cit., pag. 42.
1076.Op. cit., pag. 42.
1077.Op. cit., pag. 33.
1077.Op. cit., pag. 33.
1078.Loc. cit.
1078.Loc. cit.
1079.Op. cit., pag. 32, 65.
1079.Op. cit., pag. 32, 65.
1080.Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa, ch’eramehall, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima, chiamandola, al femminile,kala’t, ossia “rocca”. Ma il tonno si pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di quei pesci.
1080.Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa, ch’eramehall, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima, chiamandola, al femminile,kala’t, ossia “rocca”. Ma il tonno si pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di quei pesci.
1081.Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif, pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto, dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nellaHistoire naturelle des poissons de l’Egypte(Description de l’Egypte, Hist. Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo traducesaumon, citando anche il passo qui dianzi notato dellaBibl. arabo-sicula, s’ha a intendere del genere e non della specie: dico il generesalmo, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco in quel di Cuvier; non già la speciesalmo vulgaris, ec. notissima in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec. Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di Sicilia. È da notar che il vocaboloSalmûn, col quale è designato il salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e ilDizionario arabo e italiano, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (Bibl. arabo-sicula, pag. 51).
1081.Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif, pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto, dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nellaHistoire naturelle des poissons de l’Egypte(Description de l’Egypte, Hist. Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo traducesaumon, citando anche il passo qui dianzi notato dellaBibl. arabo-sicula, s’ha a intendere del genere e non della specie: dico il generesalmo, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco in quel di Cuvier; non già la speciesalmo vulgaris, ec. notissima in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec. Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di Sicilia. È da notar che il vocaboloSalmûn, col quale è designato il salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e ilDizionario arabo e italiano, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (Bibl. arabo-sicula, pag. 51).
1082.Bibl., pag. 35.
1082.Bibl., pag. 35.
1083.Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.
1083.Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.
1084.Op. cit., pag. 39.
1084.Op. cit., pag. 39.
1085.Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles,Historia Diplom. Federici II, tomo V, 820.
1085.Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles,Historia Diplom. Federici II, tomo V, 820.
1086.In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicellidi tria, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello spagnuoloeletria, che si vegga in Dozy ed Engelman,Glossaire, etc. IlKamusspiega il vocaboloitria“cibo di farina in forma di fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi normanni. V. Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. 4, nota 21.
1086.In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicellidi tria, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello spagnuoloeletria, che si vegga in Dozy ed Engelman,Glossaire, etc. IlKamusspiega il vocaboloitria“cibo di farina in forma di fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi normanni. V. Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. 4, nota 21.
1087.Bibl., pag. 30.
1087.Bibl., pag. 30.
1088.Si vegga qui sopra a pag. 774.
1088.Si vegga qui sopra a pag. 774.
1089.La radice di questo vocabolo èsana’, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.Edrîsi dice di que’sani’, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.
1089.La radice di questo vocabolo èsana’, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.
Edrîsi dice di que’sani’, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.
1090.Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles,Hist. Dipl. Frederici II, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si leggeet Tabaccorum; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere:et trabuccorum. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.
1090.Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles,Hist. Dipl. Frederici II, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si leggeet Tabaccorum; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere:et trabuccorum. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.
1091.Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. Itarrasiatoressono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardotappetarius. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabicoferrâsc, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.
1091.Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. Itarrasiatoressono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardotappetarius. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabicoferrâsc, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.
1092.Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (Revue archéologiquedel 1865, articolo intitolato:Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.
1092.Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (Revue archéologiquedel 1865, articolo intitolato:Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.
1093.Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nellaRivista Siculadi agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.
1093.Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nellaRivista Siculadi agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.
1094.Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (Tabularium, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.”Cannata, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.
1094.Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (Tabularium, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.”Cannata, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.
1095.La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.Il motto arabico che si volle imitare parmi:Lillahi-l-molk, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.
1095.La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.
Il motto arabico che si volle imitare parmi:Lillahi-l-molk, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.
1096.Si vegga Marryat,A history of pottery, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin,Guide de l’amateur des faïences, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore,Histoire de la céramique en planches phototypiques, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza dielifelame altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.
1096.Si vegga Marryat,A history of pottery, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin,Guide de l’amateur des faïences, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore,Histoire de la céramique en planches phototypiques, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.
In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza dielifelame altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.
1097.Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici,lillahi-l-molk; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.
1097.Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici,lillahi-l-molk; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.
1098.Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata’aml tin“opera di terra,”tin mohtawa“terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, etin ’amali“terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come ladorrakdi Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citataHistoire, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.
1098.Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata’aml tin“opera di terra,”tin mohtawa“terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, etin ’amali“terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come ladorrakdi Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citataHistoire, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.
1099.Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri,Acta Sanctorum, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.
1099.Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.
L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri,Acta Sanctorum, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.
1100.Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon, par M. A. De Longpérier, nellaRevue Archéologiquedel 1865.
1100.Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon, par M. A. De Longpérier, nellaRevue Archéologiquedel 1865.
1101.Chabouillet,Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.
1101.Chabouillet,Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.
1102.Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.
1102.Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.
1103.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica ditirâz.
1103.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica ditirâz.
1104.Boch (Dott. Franz),Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.
1104.Boch (Dott. Franz),Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.
1105.In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.
1105.In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.
1106.Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature:Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit; e intorno intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati:O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat(augeat)impreium(imperium)ibti(tibi),rex qrenwine(qui regnat in aevum).Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro:Hoc sidusCaucbifert nociva mundi. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo il vocabolo arabokaukab, (abbreviatokaukb) “stella,” scritto in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.
1106.Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature:Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit; e intorno intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati:O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat(augeat)impreium(imperium)ibti(tibi),rex qrenwine(qui regnat in aevum).
Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro:Hoc sidusCaucbifert nociva mundi. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo il vocabolo arabokaukab, (abbreviatokaukb) “stella,” scritto in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.
1107.Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i Musulmani venissero in Sicilia; ma la vocericamare, derivata senza dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde neltirâzmusulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII secolo.
1107.Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i Musulmani venissero in Sicilia; ma la vocericamare, derivata senza dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde neltirâzmusulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII secolo.
1108.Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume. Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.
1108.Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume. Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.
1109.Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.
1109.Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.
1110.Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi. E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.
1110.Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi. E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.
1111.Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.
1111.Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.
1112.Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII, fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del testo.Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.
1112.Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII, fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del testo.
Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.
1113.Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.
1113.Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.
1114.Daniele,I regali sepolcri del Duomo di Palermo, tavole C. F. R.; Gregorio,DiscorsiVI, VII, VIII, nella edizione del 1853, pag. 698 segg., eRerum Arabicar., pag. 178 segg. Si vegga anche il Lanci,Simboliche rappresentanze, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4. Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia,Rivista siculadi febbraio 1869, pag. 93, 94.
1114.Daniele,I regali sepolcri del Duomo di Palermo, tavole C. F. R.; Gregorio,DiscorsiVI, VII, VIII, nella edizione del 1853, pag. 698 segg., eRerum Arabicar., pag. 178 segg. Si vegga anche il Lanci,Simboliche rappresentanze, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4. Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia,Rivista siculadi febbraio 1869, pag. 93, 94.
1115.Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.
1115.Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.
1116.Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e in particolare leDissertazioniVII ed VIII del Gregorio.
1116.Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e in particolare leDissertazioniVII ed VIII del Gregorio.
1117.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 267.
1117.Presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 267.
1118.Presso Caruso, op. cit., pag. 407.
1118.Presso Caruso, op. cit., pag. 407.
1119.Journ. Asiatique, di gennaio 1846, pag. 82.
1119.Journ. Asiatique, di gennaio 1846, pag. 82.
1120.Gesta regis Henrici, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867, vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870, voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso,Bibl. sicula, pag. 960.
1120.Gesta regis Henrici, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867, vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870, voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso,Bibl. sicula, pag. 960.
1121.Francisque Michel,Recherches sur.... étoffes de soie, etc., Paris, 1852, I, 172, cita i versi delRomans d’Alixandre, tra i quali si legge:D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, eParmi le cors li met l’ensegne de Palierne.
1121.Francisque Michel,Recherches sur.... étoffes de soie, etc., Paris, 1852, I, 172, cita i versi delRomans d’Alixandre, tra i quali si legge:
D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.
D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.
D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.
A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, e
Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne.
Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne.
Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne.
1122.Tabulariumdella Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.
1122.Tabulariumdella Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.