NOTE:

NOTE:1.Intorno l’età dei due figliuoli di Adelaide, si vegga il libro precedente, cap. vij, pag. 195 di questo volume.Adelasia e Simone sono nominati ne’ seguenti cinque diplomi: anno 1101, ottobre, presso Spata,Pergamene, pag. 191; anno 1102, Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1028; anno 1105, Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. ij, nota 30; anno 1105, maggio, due diplomi, Spata, op. cit., pag. 203 212. La data poi della morte di Simone si scorge da un diploma presso Pirro, op. cit., pag. 697, dove l’anno 1108 è contato quarto del consolato di Ruggiero. È da avvertire che nell’Ughelli,Italia Sacra, ediz. Coleti, tomo IX, pag. 291, si trova un diploma di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia del 1104, XIIª indizione. Forse l’anno è da correggere 1119, poichè, oltre il nome di Ruggiero che non era per anco salito al trono il 1104, v’ha quello di Goffredo vescovo di Messina, il quale par sia stato promosso alla sede verso il 1108 e sia vissuto fino al 1120: il Pirro, op. cit., pag. 385, reca un diploma del suo predecessore Roberto, dato il 1106.2.Di Ruggiero secondo, con Adelaide o solo, abbiamo, oltre l’or citato diploma del 1108, i seguenti: anno 1109, Spata, op. cit., pag. 214; anno 1110, febbraio,Neapolitani Archivii Monumenta, tomo VI, pag. 180, e presso Ughelli, tomo citato, pag. 129 (erroneamente citato dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 16, con la data del 1113); anno 1110, aprile, Spata, op. cit., pag. 223; anno 1110, Pirro, op. cit., pag. 1028; anno 1111, Pirro, op. cit., pag. 772; anno 1112, marzo, dato di Messina, Spata, op. cit., pag. 229; anno 1112 giugno, Pirro, op. cit., pag. 81; anno 1112, novembre, Spata, op. cit., pag. 233.3.Alberti Aquensis, lib. II, cap. 13, 14; Fulcherii Carnotensis, anni 1113, 1116, 1117; AnonymiHistoria, Hierosolimitana, anni 1113, 1116; Wilelmi, Arch. Tyrensis, lib. XI, cap. 21, 29; Odorici Vitalis,Hist. Eccles., lib. XIII; Bernardi Thesaur., cap. 100, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VII; Sicardi Ep. Cremon. presso Muratori, tomo cit., pag. 590, 591. La data della morte di Adelaide si ha dalla lapide sepolcrale, presso Pirro,Chronologia Regum Siciliæ, pag. xiv, e presso Gualterio, nella raccolta del Burmanno, tomo VII, pag. 1219, nº lxxxiij.4.AnonymiHistoria Sicula, presso Caruso,Bibl. Sic., pag. 856 e versione francese, nella edizione dell’Amato,Ystoire de li Normant, pag. 312. Replica coteste parole Romualdo Salernitano, negli annali, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VII.5.Historia ecclesiastica, lib. XIII, presso Duchesne,Hist. Norm. Script., pag. 897. Si confrontino gli estratti di questa cronica presso Caruso (Bibl. Sic., pag. 920) al quale parve cosa lodevole mutilare il racconto, per toglier tutti i fatti e le parole che potessero ingiuriare Ruggiero o la madre.6.Le cronache italiane non danno tal nome, nè lo troviamo nei diplomi. Pur quello del maggio 1105, citato nella pagina precedente, nota 1, contiene i nomi dei ministri di quel tempo, ossia gli Arconti: Niccolò camarlingo, Leone logoteta, ed Eugenio, che potrebbe essere per avventura l’ammiraglio di tal nome. Non è segnato nè anco Roberto nell’importante diploma di giugno 1112, che ricordammo or ora, del quale ci occorrerà dire più largamente. Un diploma del 1142, del quale abbiamo uno squarcio dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj nota 9, dà i nomi de’ commissarii deputati da Adelaide per decidere una importante lite feudale, cioè Roberto Avenel, Ruggiero de Mombrai, Raoul de Belbas e Roberto Berlais. La nota famiglia Avenel non ha che fare co’ duchi di Borgogna; e Roberto era in Sicilia molto tempo pria della reggenza, leggendosi il suo nome ne’ diplomi del primo conte.7.Alexandri Abbatis, etc. presso Caruso,Bibl. Sic., pag. 258, 259.8.Nel Gregorio si leggeLieraris. Questo è errore di trascrizione del traduttore latino, poichè le copie del testo greco, hanno Αιεζερις, Αιεζαρις. Probabilmente Liezeri è trascrizione del nome Eleazar che portava il signore di Galati figlio di Guglielmo Mallabret, secondo un diploma greco del 1116, presso Spata,Pergamene, pag. 241. Alla forma, questo Eleazar si direbbe soprannome arabico,el-Azhar, ossia “il risplendente:” e non sarebbe nuovo, dopo quello del Cid (Sid), questo esempio d’una appellazione che i Cristiani avessero tolta dalla lingua degli Arabi. Men verosimile parmi l’imitazione del nome giudaico Eleazar.9.La versione latina di questo diploma, fu pubblicata in parte dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 9. Noi n’abbiamo già data notizia più largamente nel lib. V, cap. x, pag. 286 del volume, nota 1.10.Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pag. 161 e 305 segg. del volume.11.V’ha delle monete arabiche e latine dei re normanni di Sicilia, battute in Messina, e delle arabiche battute “nella capitale di Sicilia,” cioè Palermo. Messi dunque da canto i molti scritti pubblicati in Sicilia ne’ secoli passati su questa materia, gli è certa la coesistenza delle due zecche nel XIIº secolo.12.Oltre i diplomi del primo conte dati in Messina, uno del 1101, presso Ughelli,Italia Sacra, tomo IX, pag. 429, dice di vescovi e baroni convocati nella Cappella di Messina dalla contessa Adelaide e dal figliuolo Ruggiero; un altro del 1126, presso De Grossis,Catana Sacra, pag. 79, fa menzione di corte tenuta dal Gran Conte Ruggiero nel palazzo di Messina, ec.13.Si vegga il lib. V, cap vij, pag. 185 del presente volume.14.Edrîsi nota espressamente che l’armata e gli eserciti, ai suoi tempi, come ne’ tempi andati, moveano alla guerra da Palermo. Testo nellaBibl. Ar. Sicula, pag. 28. Della Zecca abbiam detto nella nota precedente e deidiwaninel lib V. cap. x, pag. 322 segg.15.Presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 81, 82.16.Ἀμὲρ si legge nel mosaico della Chiesa della Martorana, pubblicato dal Morso,Palermo Antico, pag. 78; ἀμιρᾶς, anche al nominativo, presso Eustazio arcivescovo di Tessalonica, ediz. di Bonn, pag. 472. Nei diplomi greci di Sicilia che citiamo nel presente capitolo, si legge ἀμηρ, ἀμμήρας, ἀμμιρᾶς e al genitivo ἀμήραδος, ed ἀμμηρὰ. Si vegga, del rimanente, cotesta voce nel Glossario greco del Ducange, il quale la notò per la prima volta nella Continuazione di Teofane.17.Si vegga Ducange, Glossario latino, alle vociamir, admiralius, etc. La voceAmiratusfu usata, credo io, la prima volta da Einbardo, Annales presso Pertz,Scriptores, tomo I, pag. 490, sotto l’anno 801, dove è chiamato così Ibrahim-ibn-Ahmed, l’Aghlabita, emiro d’Affrica. Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori,Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 605, anno 1188, chiamaAdmiratusil capitan del navilio siciliano eadmirandusun emir di Saladino. Marangone, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, parte ij, pag. 18, dà al capitano della armata di Sicilia, l’anno 1158, il titolo diAdmiratuse poi diAlmirus; Pietro Diacono, lib. IV, cap. xj, presso Muratori, op. cit, tomo IV, pag. 499, fa parola d’unAmmirariusdi Babilonia (ossia del Cairo). Le traduzioni latine e italiane del secolo XV, che troviamo ne’Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, danno le vociArmiratus, pag. 353, 356 eArmiraio, pag. 347, 350 a 354, per significare l’emir di Alessandria; e veggiamo anco in una traduzione del XII secolo, pag. 260, unAdmirator galearum, musulmano. Si aggiungan questi al molti esempii che porta il Ducange, e si vedrà che sempreAmiratus, con le sue varianti, rispondeva ad emir. Si ricordin anco Ugo Falcando e Romualdo Salernitano, i quali chiamanoAmiratusi dignitarii siciliani di tal nome, ma il primo dà il titolo diMagister Stoliiad un kaid Pietro, che capitanò una volta l’armata siciliana.18.Libro V, cap. v. pag. 139 di questo volume.19.Libro III, cap. j, pag. 2 segg. del 2º volume.20.Il Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1016-17, pubblicò due diplomi risguardanti questo Eugenio. Nel primo, dato del 1093, egli è chiamato notaio, che allor significava segretario. Il conte Ruggiero, a sua domanda, gli concedette un monastero fuor la città di Traina, a fin di riedificarlo, e gli conferì il patronato e il governo di quello. Ciò condusse il Pirro a vestir Eugenio monaco basiliano e crearlo abate. L’altro diploma di re Guglielmo, dato il 1169, trascrivendo il precedente ed accordando anco altri beni al monastero, intitolò Ammiraglio quell’Eugenio. Sembra dunque che il segretario del 1093, in vece di chiudersi nel suo monastero, fosse stato mandato dal conte a governare la città di Palermo. Non è inverosimile che questo Eugenio sia il gran personaggio nominato senz’altro titolo che di Arconte nel diploma del maggio 1105, presso Spata,Pergamene, pag. 263. Più certa vestigia ne troviamo in un diploma greco del 1142, presso Morso,Palermo antico, pag. 313 segg. e nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo stessa, pag. 20 segg., donde si scorge come alcuni discendenti di Eugenio ammiraglio, abbiano venduti alla Chiesa detta in oggi della Martorana, degli stabili che la famiglia possedeva in Palermo. Furono venduti da Niccolò ed Agnese monaca, figliuoli dell’Ammiraglio Eugenio, Niceta moglie di Niccolò, e Giovanni, Teodoro, Stefano ed Elena loro figliuoli; dichiarando tutti costoro che fosse ricaduta a lor pro la parte di Teodicio figliuolo di Eugenio, ereditata da Zoe figliuola di Teodicio la quale era morta anch’essa. Togliendo dunque dal 1142 il corso ordinario di due generazioni, si torna allo scorcio dell’XI secolo e si può supporre con fondamento che quell’ammiraglio Eugenio fosse il medesimo del diploma del 1093.Notisi che in due altri diplomi greci, pubblicati dal Morso, op. cit., pag. 345 e 353, il primo de’ quali senza data va riferito al 1143 (Cf. Mortillaro,Catalogo del Tabulariodella Cattedrale di Palermo, pag. 23) e l’altro è dato del 1204, si trova il nome di un Giovanni, figliuolo dell’ammiraglio Eugenio. Cotesti due ammiragli Eugenii mi sembrano diversi. Il primo si può supporre contemporaneo del gran conte Ruggiero, ma il secondo torna alla metà del XII secolo. A lui credo sia da attribuire, più tosto che all’altro, la traduzione latina dell’Ottica di Tolomeo e delle profezie della Sibilla Eritrea, di che diremo nel seguito del presente libro.21.Abbiam testò citato questo diploma a pag. 346, nota 2, e avvertito come presso il Gregorio porti una data erronea.22.Si vegga qui innanzi a pag. 351.23.Diploma del 1159, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 98, e presso De Vio,Privilegia Panormi, pag. 6. Cristoforo allor era morto.24.Si fa parola di una precedente donazione dell’Admiratus domino Christodulos, nei diploma di Ruggiero conte, che l’Ughelli pubblicò con la data del 1104 e che, supponendo esatta l’indizione XIII che v’è scritta, va riferito al 1119; come abbiamo avvertito in principio di questo capitolo, pag. 340, nota 1.Cristodulo è detto protonobilissimo in un diploma del 1123, presso Spata,Pergamene, pag. 410. Se il sig. Spata ha ben letta la sigla del titolo onorifico e del nome, e se non v’ha errore nella data, convien pur supporre che quel titolo fosse stato accordato pria del notissimo diploma del 1139. In un diploma del 1126, tradotto dal greco, pubblicato con molte varianti, o piuttosto in tenore assai diverso, prima dal Pirro,Sicilia Sacra, pag. 326, e quindi dal De Grossis,Catana Sacra, pag. 79, 80, si vede soscritto, pria di “Georgius de Antiochia amiratus” e di “Admirati filius Gentilis (sic) Joannes,” un “Chrisiodorus,” e secondo il De Grossis “Christodorus, amiratus et Riodotus.” Quest’ultima lezione, sbagliata al certo, par che venga da una sigla non capita dall’ignoto traduttore latino, e potrebbe per avventura essere la medesima che fu letta Rozius in altro diploma; onde il Pirro die’ tal casato a Cristodulo. Il Chrisiodorus o Christodorus va corretto, secondo me, Christodulus; e il Rozius potrebbe essere, nè più nè meno, che il notissimo nome di Ruggiero, poichè i Greci di Sicilia soleano trascrivere laglatina o arabica con le due lettere τζ. Cristodulo, ammiraglio e protonotaro, è citato in un diploma greco del 1130, presso Trinchera,Syllabus, pag. 138. Un altro diploma greco del 1136, presso Spata, op. cit., pag. 266, fa menzione di Cristodulogiàammiraglio. In ultimo è da noverar quello del 1139, che accorda il titolo di Protonobiiissimo, pubblicato dal Montfaucon e poi dal Morso, e nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 10. È superfluo di avvertire, dopo ciò ch’io ho detto, come non si debba fare assegnamento su la lista delli ammiragli di Sicilia ne’ tempi Normanni, data dal Pirro,Chronologia Regum Siciliæ, pag.XXV.25.Si vegga il seguito del presente capitolo, a pag. 362, nota 3.26.Giorgio ha titolo di ammiraglio nel diploma del 1126 citato nella nota 2, della pag. 351. In un diploma latino del 1132 presso Spata, op. cit., pag. 426 segg. egli è detto dal re “amiratus amiratorum qui praeerat toto regno meo”. In uno del 1133, tradotto dal greco, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 774, egli è detto Ammiraglio delli ammiragli; è sottoscritto αμήρας in due diplomi del 1140 e 1143 nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13 e 16; è intitolato ammiraglio in un diploma tradotto dal greco, di maggio 1142, presso Pirro, op. cit., pag. 390, e ammiraglio delli ammiragli in uno latino della stessa data, op. cit., pag. 698. Nel mosaico della Martorana ei prese il titolo di αμήρ soltanto, come ognun può vedere, e leggesi in Morso,Palermo Antico, pag. 78. Pare che Giorgio, per modestia o per amor di brevità, si contentasse ordinariamente di questo. Di rado ei solea aggiugnere quello di Arconte degli Arconti; ma un suo figliuolo lo nominava sempre con questo attributo.È da ricordare la iscrizione greca che leggevasi a’ tempi del Pirro in una Chiesa di Santa Mariade Cryptain Palermo, nel sito dove surse la “Casa Professa” de’ Gesuiti, della quale iscrizione il Pirro, op. cit., pag. 300, 301, dà una traduzione latina. Era inciso il testo su la sepoltura di Ninfa, madre di Giorgio,primum principum universorum, (Ἀρχοντῶν ἄρχον) morta il 6648 (1140). Quivi non si fa parola del padre dell’ammiraglio; ma il Pirro e con lui il Morso, op. cit., pag. 108, 109, non hanno lasciata questa occasione di nominare Cristodulo e di farlo marito della Ninfa.27.Così Giovanni ammiraglio, figliuolo, com’e’ pare, di Giorgio, nel citato diploma del 1126 e nell’altro del 1142, presso Pirro, pag. 698. Secondo un diploma del 1133, presso Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. v, nota 4, l’ammiraglio Teodoro fu incaricato di decidere, insieme con Guarino Cancelliere del re, una lite sorta tra il vescovo di Lipari e i cittadini di Patti, suoi vassalli. Il citato diploma del 1126, secondo il testo di De Grossis, fa menzione di un ammiraglio Niccolò, il quale nel tempo che esercitava l’ufficio di Stratego, com’e’ pare, di Mascali, era stato incaricato dal principe di descrivere i confini di quel territorio.28.Lib. V, cap. ix, pag. 262-5.29.Abate di Telese, presso Caruso,Bibl. Sicula, pag. 267 et passim.30.Majone è soscritto in latinoAmmiratus Ammiratorum, in un diploma arabico del 1154, presso Gregorio,De Supputandis, pag. 38. Ordinariamente lo chiamavano il grande ammiraglio, come si vede dal Falcando e dagli altri cronisti; e questo titolo modificato era ormai sì comune, che Giovanni figlio di Giorgio d’Antiochia lo riferì al proprio padre soscrivendosi μεγάλου αμήραδος ὐίος, in un diploma del 1172, Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29. In un diploma latino del 1157, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 98, messo fuori a nome del re da Majone “grande ammiraglio degli ammiragli” si leggono, tra i testimonii dell’atto, Stefano ammiraglio figliuolo del grande ammiraglio, un altro Stefano ammiraglio, che si sa dal Falcando essere stato fratello di Majone, ed un Salernitano ammiraglio. Visse inoltre in que’ tempi l’altro ammiraglio Eugenio, del quale si è fatta menzione poc’anzi, pag. 353, nota. 1.31.È noto il diploma di febbraio 1177, per lo quale Guglielmo II di Sicilia costituì il dotario alla sua sposa Giovanna d’Inghilterra. Tra i grandi del regno soscritti in questo diploma secondo l’ordine di loro dignità, si legge 25mo,Ego Walterus de Moac Regni(sic)fortunati stolii admiratus; prima del quale vengono gli arcivescovi, i vescovi, il vicecancelliere, i conti, e dopo Gualtieri si leggono i nomi del siniscalco, del conestabile, del logoteta, di due maestri giustizieri e d’un giustiziere. Seguiamo l’edizione di Rymer,Foedera, etc., tomo I, pag. 17 (London, 1816).Margaritone, celebre capitano navale di Sicilia alla fine del XII secolo, è intitolato, senz’altro, ammiraglio del re di Sicilia, nella Cronica di Sicardo vescovo di Cremona, anno 1188, presso Muratori,Rer. Italic. Script., tomo VII, pag. 605.32.Par che i Genovesi l’abbiano usato i primi dopo la Sicilia. Negli Annali del Caffaro e nelle continuazioni di quelli, si trova unadmiratusdi Genova il 1211 e quindi duearmiragiiil 1263 etc. presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VI, colonne 486, 530, ec. È notevole che la prima nominazione d’ammiraglio fu fatta in Genova del 1241, quando Federigo II surrogò Ansaldo de Mari, genovese, al suo ammiraglio Niccolò Spinola ch’era venuto a morte.33.Il Nowairi, citato da M. Reinaud,Invasions des Sarrazins, pag. 69, nota 1, dice d’unemir-el-ma’(emir dell’acqua) in Spagna. Ma non posso assentire al mio maestro di arabico che sia questa l’origine della voce ammiraglio, quando ne vediamo sì chiaramente le successive mutazioni negli scrittori e ne’ diplomi europei. Per la medesima ragione è da respingere la etimologia ammessa dal Dizionario della Crusca, cioè daemir-el-bachar(meglio bahr) ossia emir del mare. Questa dignità non mi è occorsa mai negli scritti arabi. Ibn-Khaldûn, neiProlegomeni, testo di Parigi Parte II, pag. 32 e traduzione francese del baron de Slane parte II, pag. 37, ignorando l’etimologia della vocealmeland, la suppone franca; e nella Storia de’ Berberi par ch’ei prenda per nome proprio il titolo dell’ammiraglio Ruggier Loria (leggasiEl miraliain luogo diEl-murakiache non ha significato), testo di Algeri, tomo I, pag. 423,Biblioteca arabo-sicula, pag. 492, e traduzione del Baron de Slane, tomo II, pag. 397. Non posso seguir l’opinione del dotto traduttore, il quale crede Merakia alterazione di Marchese. Ruggier Loria non ebbe mai questo titolo.34.Confermano questo fatto, nelle imprese di re Ruggiero in Affrica, il Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nellaBiblioteca arabo-sicula, pag. 534, 537.35.Edrîsi citato poc’anzi a pag. 350, nota 1.36.Credo si possa affermare la giurisdizione civile e penale del grande Ammiraglio nella prima metà del XII secolo, ancorchè la non si ritragga da documenti se non che a capo di cento anni. Ognun sa che in generale l’Imperatore Federigo ristorò l’ordinamento dei re normanni, anzichè rifarlo: e non v’ha ragione di supporre ch’egli abbia innovato alcun che nella istituzione del grande ammiraglio. Or il suo diploma, pubblicato per lo primo dal Tutini e ristampato dallo Huillard-Bréholles nellaHistoria Diplomatica Friderici secundi, tomo V, pag. 577 segg., anno 1239, per lo quale fu nominato, vita durante, ammiraglio di Sicilia, Niccolò Spinola da Genova, dà a costui ampia autorità: 1º di costruire e racconciare le navi dell’armata regia; 2º dar patenti di corsari e fare ristorare i danni recati da loro a sudditi di nazioni amiche; 3º giudicare sommariamente,secundum statum(statutum?)et consuetudinem armate, le cause civili e criminali delle persone appartenenti all’armata, agli arsenali regii ed a’ legni corsari, e ciò con autorità di delegare altrui i giudizii; 4º dare in feudo gli ufici di comiti nell’armata quando venissero a vacare; 5º prender danaro dalle casse regie pei bisogni dell’armata: e seguono i diversi e grandissimi lucri accordati all’ammiraglio, in guerra come in pace, su lo Stato e sui marinai e naviganti. Intorno i tribunali dipendenti dall’ammiraglio e la legislazione eccezionale di quelli, si vegga il Giannone,Storia Civile del Regno di Napoli, libro XI, cap. vi, § 2, e le opere citate da lui.37.Si vegga la nota 3 della pag. 354. Questo casato non comparisce in alcuno de’ diplomi dati dal Pirro ne’ quali sia nominato Cristodulo o Giorgio; neppure nella iscrizione sepolcrale della madre di Giorgio di che abbiam fatta parola poc’anzi nella pag. 352, nota 2. Romualdo Salernitano, che forse lo conobbe di persona, non dice altro che:Georgium virum utique maturum, sapientem et discretum, ab Antiochia abductum. Presso Muratori,Rer. Ital. Scr.tomo VII, pag. 195.38.IlBaiân, testo di Leyde, pag. 322, e nellaBibl. ar. sicula,pag. 373, dice che il padre di Giorgio era uno degliòlûg(stranieri o barbari) di Temîm.39.Hisâb.40.I testi dicono con Ruggiero; ma il seguito della narrazione mostra che il principe non l’adoperò a prima giunta in affari gravi.41.Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, testo di Algeri, tomo I, pag. 208,Biblioteca arabo-sicula, pag. 487, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26, aggiungeva il nome patronimico d’Ibn-Abd-el’Azîz, all’Abd-er-Rahman che insieme con Giorgio capitanò l’armata Siciliana, nell’impresa del 1126 contro l’Affrica. Io credo che costui fosse quel medesimo che il Tigiani, dicendo de’ principii di Giorgio l’Antiocheno, chiama Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano. Ma rifletto che il Tigiani, d’ordinario molto diligente, non avrebbe qui omesso il nome patronimico onde cadea sul ministro siciliano una macchia d’apostasia; e che al contrario Ibn-Khaldûn bada alle cose più tosto che ai nomi, oltrechè i suoi scritti, copiati e ricopiati per quattro secoli, ci sono pervenuti assai malconci. Non vorrei che, saltando qualche rigo, com’avvien sovente là dove è ripetuta la stessa voce, si fosse attribuito al ministro di finanze di Ruggiero il nome patronimico di Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Aziz, il quale scrisse appunto di questa impresa del 1126, ed è citato da Abu-s-Salt, e questi dalBaiân, pag. 317 del testo di Leyde e 372, dellaBibl. ar. sicula. L’ufizio attribuito dal Tigiani ad Abd-er-Rahman-en-Nasrani è diSâhib-el-Ascghal, che nell’Affrica propria e nel XII secolo, al quale luogo e tempo è da riferire la cronica qui copiata o compendiata dal Tigiani, era il tesorier generale o ministro di finanze che dir si voglia. Veggasi Ibn-Khaldûn,Prolegomènes, traduzione del baron de Slane, Parte II, pag. 14-15.42.Si confrontino nellaBibl. ar. sicula: il Baiân, anno 543, pag. 373; Tigiani, pag. 392; Ibn-Khaldûn, pag. 487, 501. I particolari più minuti si hanno dal Tigiani.43.Si vegga il lib. V, cap. v, pag. 332 di questo volume, e ciò che diremo in appresso de’ traffichi di re Ruggiero in Affrica. Sono poi noti quei dell’imperatore Federigo II.44.Diploma latino del 1133, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 773-4. Il nome proprio è scritto una volta per sbaglioGregorius, e il topografico in luogo diCatinaeva lettoJatinae, come abbiamo avvertito nel lib. V, cap. x, pag. 317 nota 2. Da questo atto non si vede appunto in qual tempo Giorgio abbia preso quell’ufizio in Giattini; ma fu di certo avanti il 1111, perchè egli nella detta qualità descrisse i limiti di un podere donato quell’anno da Rinaldo Avenel all’Abate di Lipari. Cf. Pirro, op. cit., pag. 772-3.45.Tigiani e Ibn-Khaldûn, nellaBibl. ar. sicula, testo, pag. 394, 487, e il primo anco nella traduzione francese di M. Rousseau, pag. 246, il secondo in quella del baron de Slane,Histoire des Berbères, tomo II, pag. 26.46.Abbiamo citati poc’anzi questi due diplomi a pag. 354, nota 2, e pag. 355, nota 2.47.L’uno è “Schiavo di Cristo” e l’altro “Schiavo del Misericordioso.”48.Il Gregorio, nel descrivere l’ordinamento del governo sotto re Ruggiero e i sette grandi ufizii della Corona, si riferisce assai di rado a documenti contemporanei. Prende quei della fine del XII secolo ed anco del XIII; o argomenta su i detti del Falcando, che scrisse allo scorcio del XII; e talvolta non allega altro che l’analogia col suo favorito sistema di Guglielmo I, d’Inghilterra. Si veggano leConsiderazioni, lib. II, cap. ij, e particolarmente le note 37 segg.49.Abate di Telese.50.Romualdo Salernitano, presso Muratori,Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 183, anni 1121-2.51.Si vegga il lib. IV, cap. viij e xv, pag. 355 segg. 364, 547 del secondo volume, e lib. V, cap. iij e vj pag. 80, 158, 169 segg. di questo terzo volume.52.Ibn-el-Athîr, anni 476, 482, 488, 489, 491, 493, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 85, 119, 164, 175 191 e 202. Si confronti Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 22 segg.53.Baiân-el-Moghrib, ediz. Dozy, tomo I, pag. 311 ed estratto nellaBibl. ar. sicula, pag. 370. Il compilatore, che avea chiamatiRûmgli assalitori del 1087, dà a quelli del 1105, il nome diRumâniûn. Se fossero stati Bizantini?54.Ibn-el-Athir, anni 501, 509 e 510, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 315, 359, 365, e Ibn-Khaldûn, vol. citato della traduzione, pag. 24, 25.Secondo Ibn-el-Athir, anno 503, vol. citato, pag. 336, Iehia mandò quell’anno quindici galee contro i Rûm, l’armata de’ quali le combattè e ne prese ben sei. Secondo ilBaiân, nellaBibl. ar. sicula, luogo citato, e nella edizione del Dozy, vol. I, pag. 314, l’armata zirita, di rebi’ secondo del 507 (mezz’ottobre a mezzo novembre 1113) riportò in Mehdia gran numero di cattivi, presi nel paese di Rûm. E torna forse alle scorrerie nel Salernitano, delle quali dicono gli annali della Cava, an. 1113, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VIII, pag. 923. Ibn-Khaldûn, op. cit., tomo II, pag. 25 della traduzione di Slane, dice che l’armata, della quale Iehia prendea cura particolare, fece molte scorrerie contro i Cristiani francesi, genovesi e sardi, sì che furono costretti a pagargli tributo. Il testo arabico pubblicato dallo stesso dotto orientalista, tomo I, pag. 207 sembra guasto nella voce che significherebbe tributo. In ogni modo, il nome diFarangia(franchi) può significare i paesi cristiani della Spagna e quelli anco d’Italia, e il tributo può essere stato pattuito temporaneamente con qualche giudicato della Sardegna, più tosto che con Genova o Pisa. Ibn-Khaldûn non bada alle minuzie.55.Questa è la prima volta, per quanto io sappia, che si fa menzione appo i Musulmani d’Affrica del fuoco greco, o, come lo chiamano gli Arabi, lanafta. I Musulmani di Sicilia l’adoprarono nella guerra contro i Normanni, se ad un episodio di quella si riferiscono i versi d’Ibn-Hamdis, ch’io ho citati nel lib. IV, cap. xiv, pag. 532 del secondo volume, e lib. V, cap. vj, pag. 165, nota 3, del presente. In Egitto era conosciuto di certo, poichè Makrizi nelKitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 424, raccontando l’incendio che consumò una delle armerie del Cairo il 461 (1068-9), dice che v’arsero diecimilaKirbe(otri o vasi) di nafta e altrettantezarrake, o vogliam dire tubi da lanciare quel combustibile. Nondimeno parmi che l’effetto della nafta de’ Musulmani non fosse terribile quanto quello del fuoco greco. Gli scrittori normanni non ne fanno mai parola nella guerra di Sicilia, nè in quelle d’Affrica che noi trattiamo nel presente capitolo; nè la vittoria arrise mai in quella età al navilio zirita contro gli Italiani.Ibn-Hamdis medesimo e qualche altro poeta che cantava nella povera corte di Mehdia in sul tramonto della dinastia zirita, ricordano la nafta, come orribile strumento di distruzione: “una maraviglia” sclamava Ibn-Hamdis, senza aver letta la relazione della battaglia di Mentana. Al dir di que’ poeti, la nafta: 1º galleggiava su l’acqua e non si spegnea; 2º dava baleno, fumo, tuono e puzzo d’inferno; 3º era lanciata in lingua di fiamma da tubi di rame o bronzo che fossero; ovvero, 4º con dardi; e 5º cotesta nafta, o una specie di essa, era bianca com’acqua. Ciò nei regni di Iehia, Alì, Hasan, ch’è a dire nella prima metà del XII secolo. Si veggano i versi pubblicati nellaBiblioteca arabo-sicula, pag, 393 e 565 e altri inediti del Diwano d’Ibn-Hamdis, nella copia del Ms. della Vaticana, fatta dal prof. Sciahuan per uso del conte Miniscalchi, pagg. 75, 77, 118, 213, 241, 271, rime indi, di, ri, mi, naesa. Il Nowairi accenna anco alla nafta dell’armata zirita,Bibl. ar. sic., pag. 456. Ho fatte queste citazioni in aggiunta a’ fatti pubblicati nella dotta operaDu feu grégeois, etc. par MM. Reinaud et Favé, Paris, 1845, in-8.56.Questo fatto, del quale non danno alcun cenno gli annali bizantini nè i musulmani, si ritrae precisamente dal diwano d’Ibn-Hamdîs, nella citata pag. 213, della copia del prof. Sciahuan, dove si legge che una delle ragioni che mossero “il reggitore di Costantinopoli la maggiore a schermirsi col calam dal taglio della spada zirita” fu il timore “di quel dardo incendiario, che con maraviglioso effetto lanciava il fuoco nell’onda agitata e ardeavi.”Ibn-Hamdîs, oltre questa, scrisse a lode di Iehia altre otto lunghe kaside, che leggonsi nella copia dello Sciahuan a pagg. 24, 49, 116, 169, 204, 208, 210, 267, rime inab, ah, ru, li, mi, im, ma, ka, e la prima, la sesta e l’ottava anco nel Ms. di Pietroburgo, fog. 62 recto e verso e 63 recto. Della prima ho dati due versi nellaBibl. ar. sicula, pag. 572, e sette versi della terza leggonsi in Ibn-el-Athîr, anno 509, op. cit., pag. 280, e nella edizione del Tornberg, tomo X, pag. 359.57.Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pagg. 158, 168 e 332 di questo volume.58.Lib. IV, cap. 50, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo IV, p. 523. I Beni-Hammâd erano chiamati comunemente i signori della Cala (kalà’t) dal nome della prima loro capitale, ancorchè avessero verso il 1090 tramutata la sede in Bugia. Veggasi Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, traduzione de Slane, tomo II, pag. 43 segg.59.Il fatto è bene espresso dalle parole di Ibn-el-Athîr che, prima del favore dato da Ruggiero a Rafi’-ibn-Makkan, era tra lui ed Alì amistà e inganno. Cotesta disposizione d’animi si dee tirar su infino al tempo di Iehia.60.È bene riferire testualmente l’affermazione degli scrittori musulmani, che rischiara un punto importante del diritto pubblico del tempo, in Affrica e fors’anco in Sicilia. Secondo Ibn-el-Athîr, Alì dichiarò “Non abbia alcuno nell’Affrica (propria) a competer meco nella spedizione di navi con mercanzie;” e secondo Tigiani, quel principe mal soffriva che alcuno nell’Affrica (propria) rivaleggiasse con lui nella spedizione di navi.61.Traduco “galea” secondo l’uso comune, la voce arabica sciana e scenîa, e serbo l’altra nella forma arabica, non sapendo appunto a quale specie di navi la risponda. Per ragione etimologica,harbiiasignificherebbe “guerresca.” Il legno di Rafi’ è dettoMerkeb, ossia “nave” genericamente e in particolare “grossa nave” da Ibn-el-Athîr e da Nowairi; ma il Tigiani la chiamasafina, che vuol dir nave in generale, e specialmente da corso.62.Questo diligente scrittore dice che i Siciliani, già seduti a mensa, sapendo l’arrivo dell’armata affricana corsero a lor galee; ma alla più parte fu tagliata la via del mare, e molti rimasero uccisi. “E salvossi di costoro,” continua il Tigiani citando testualmente il contemporaneo Abu-s-Salt, “chi si potè salvare, avendo volato nella sua fuga, per paura della morte, non già per leggerezza di gamba.” Il Tigiani infine dà alcuni versi scritti in questo incontro a lode di Alì, da un Mohammed-ibn-Abd-Allah.In cotesti versi, per vero, è detto della ritirata del naviglio siciliano e della paura che gli avean fatta le navi zirite, ma non si fa parola di zuffa, nè di sangue sparso. Similmente la kasida d’Ibn-Hamdis che si legge nel solo Ms. della Vaticana, a pag. 127 della copia del professor Sciahuan, non allude menomamente a fazione combattuta, ancorchè la si estenda di molto descrivendo il terribile aspetto delle harbîe mandate dal signore di Mehdia contro le galee venute di Sicilia a Kâbes (così va corretto il nome di Fas, ossia Fez), l’anno 512. Dal silenzio de’ cronisti e sopratutto da quello de’ due poeti, argomento che il Tigiani, avendo per le mani qualche racconto non compiuto di Abu-s-Salt, abbia confusa la prima spedizione di cui trattiamo, con qualche fazione della guerra che poi si combattè tra Alì e Rafi’ aiutato da Ruggiero; forse la vittoria navale degli Ziriti alla quale accenna Ibn-Khaldûn, con data che pare erronea.63.Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar.64.Ibn-Khaldûn non cita questo fatto.65.Poesia citata nella nota 2 della pagina precedente.66.Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Ibn-Abi-Dinar.67.Ibn-Khaldûn.68.Ibn-el-Athîr,Baiân, Nowairi, Tigiani, Ibn-Abi-Dinar.69.Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 511, testo nellaBiblioteca arabo-sicula, pag. 280 seg. e nella edizione del Tornberg, vol. X, pag. 370; Tigiani, testo nella Bibl. citata, pag. 382 segg., 392 segg. e traduzione francese di M.rRousseau, pag. 93 e 244 (ne’ quali luoghi la traduzione va corretta per migliori lezioni di un altro Ms. acquistato di poi da Mr. Rousseau);Nowairi, sotto gli anni 511 e 512, testo nella Bibl. citata, pag. 454; Ibn-Khaldûn,Storia de’ Berberi, testo nellaBibl. citata, pag. 486 e 488, testo di Algeri, tomo I, pag. 208 e 215, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26 e 36; Ibn-Abi-Dinar, testo nella Biblioteca citata, pag. 535, e versione francese (Histoire de l’Afrique de.... Kaïrouani, traduite par MM. Pellissier et Rémusat), pag. 152.Ibn-Khaldûn, nel primo de’ luoghi citati, dice che l’armata siciliana veniva in aiuto di Rafi’ per infestare la costiera edappostareil naviglio zirita, e che Alìrinnovòil suo navilio. Nell’altro luogo accenna con pari laconismo ad una vittoria navale dagli Ziriti sopra i Siciliani, ma aggiugne che Alì arruolò alloratribù arabe e navi e andò allo assedio di Kâbes il511. La cronologia non è osservata di certo in questo secondo frammento; nè lo si può mettere di accordo col primo, se non che supponendo la guerra navale, condotta con varia fortuna. IlBaiân, testo, ediz. del Dozy, pag. 316, e nellaBibl. ar. sic.pag. 370, sotto l’anno 512 fa parola soltanto delle ambascerie di Ruggiero a Mehdia.

1.Intorno l’età dei due figliuoli di Adelaide, si vegga il libro precedente, cap. vij, pag. 195 di questo volume.Adelasia e Simone sono nominati ne’ seguenti cinque diplomi: anno 1101, ottobre, presso Spata,Pergamene, pag. 191; anno 1102, Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1028; anno 1105, Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. ij, nota 30; anno 1105, maggio, due diplomi, Spata, op. cit., pag. 203 212. La data poi della morte di Simone si scorge da un diploma presso Pirro, op. cit., pag. 697, dove l’anno 1108 è contato quarto del consolato di Ruggiero. È da avvertire che nell’Ughelli,Italia Sacra, ediz. Coleti, tomo IX, pag. 291, si trova un diploma di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia del 1104, XIIª indizione. Forse l’anno è da correggere 1119, poichè, oltre il nome di Ruggiero che non era per anco salito al trono il 1104, v’ha quello di Goffredo vescovo di Messina, il quale par sia stato promosso alla sede verso il 1108 e sia vissuto fino al 1120: il Pirro, op. cit., pag. 385, reca un diploma del suo predecessore Roberto, dato il 1106.

1.Intorno l’età dei due figliuoli di Adelaide, si vegga il libro precedente, cap. vij, pag. 195 di questo volume.

Adelasia e Simone sono nominati ne’ seguenti cinque diplomi: anno 1101, ottobre, presso Spata,Pergamene, pag. 191; anno 1102, Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1028; anno 1105, Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. ij, nota 30; anno 1105, maggio, due diplomi, Spata, op. cit., pag. 203 212. La data poi della morte di Simone si scorge da un diploma presso Pirro, op. cit., pag. 697, dove l’anno 1108 è contato quarto del consolato di Ruggiero. È da avvertire che nell’Ughelli,Italia Sacra, ediz. Coleti, tomo IX, pag. 291, si trova un diploma di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia del 1104, XIIª indizione. Forse l’anno è da correggere 1119, poichè, oltre il nome di Ruggiero che non era per anco salito al trono il 1104, v’ha quello di Goffredo vescovo di Messina, il quale par sia stato promosso alla sede verso il 1108 e sia vissuto fino al 1120: il Pirro, op. cit., pag. 385, reca un diploma del suo predecessore Roberto, dato il 1106.

2.Di Ruggiero secondo, con Adelaide o solo, abbiamo, oltre l’or citato diploma del 1108, i seguenti: anno 1109, Spata, op. cit., pag. 214; anno 1110, febbraio,Neapolitani Archivii Monumenta, tomo VI, pag. 180, e presso Ughelli, tomo citato, pag. 129 (erroneamente citato dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 16, con la data del 1113); anno 1110, aprile, Spata, op. cit., pag. 223; anno 1110, Pirro, op. cit., pag. 1028; anno 1111, Pirro, op. cit., pag. 772; anno 1112, marzo, dato di Messina, Spata, op. cit., pag. 229; anno 1112 giugno, Pirro, op. cit., pag. 81; anno 1112, novembre, Spata, op. cit., pag. 233.

2.Di Ruggiero secondo, con Adelaide o solo, abbiamo, oltre l’or citato diploma del 1108, i seguenti: anno 1109, Spata, op. cit., pag. 214; anno 1110, febbraio,Neapolitani Archivii Monumenta, tomo VI, pag. 180, e presso Ughelli, tomo citato, pag. 129 (erroneamente citato dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 16, con la data del 1113); anno 1110, aprile, Spata, op. cit., pag. 223; anno 1110, Pirro, op. cit., pag. 1028; anno 1111, Pirro, op. cit., pag. 772; anno 1112, marzo, dato di Messina, Spata, op. cit., pag. 229; anno 1112 giugno, Pirro, op. cit., pag. 81; anno 1112, novembre, Spata, op. cit., pag. 233.

3.Alberti Aquensis, lib. II, cap. 13, 14; Fulcherii Carnotensis, anni 1113, 1116, 1117; AnonymiHistoria, Hierosolimitana, anni 1113, 1116; Wilelmi, Arch. Tyrensis, lib. XI, cap. 21, 29; Odorici Vitalis,Hist. Eccles., lib. XIII; Bernardi Thesaur., cap. 100, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VII; Sicardi Ep. Cremon. presso Muratori, tomo cit., pag. 590, 591. La data della morte di Adelaide si ha dalla lapide sepolcrale, presso Pirro,Chronologia Regum Siciliæ, pag. xiv, e presso Gualterio, nella raccolta del Burmanno, tomo VII, pag. 1219, nº lxxxiij.

3.Alberti Aquensis, lib. II, cap. 13, 14; Fulcherii Carnotensis, anni 1113, 1116, 1117; AnonymiHistoria, Hierosolimitana, anni 1113, 1116; Wilelmi, Arch. Tyrensis, lib. XI, cap. 21, 29; Odorici Vitalis,Hist. Eccles., lib. XIII; Bernardi Thesaur., cap. 100, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VII; Sicardi Ep. Cremon. presso Muratori, tomo cit., pag. 590, 591. La data della morte di Adelaide si ha dalla lapide sepolcrale, presso Pirro,Chronologia Regum Siciliæ, pag. xiv, e presso Gualterio, nella raccolta del Burmanno, tomo VII, pag. 1219, nº lxxxiij.

4.AnonymiHistoria Sicula, presso Caruso,Bibl. Sic., pag. 856 e versione francese, nella edizione dell’Amato,Ystoire de li Normant, pag. 312. Replica coteste parole Romualdo Salernitano, negli annali, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VII.

4.AnonymiHistoria Sicula, presso Caruso,Bibl. Sic., pag. 856 e versione francese, nella edizione dell’Amato,Ystoire de li Normant, pag. 312. Replica coteste parole Romualdo Salernitano, negli annali, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VII.

5.Historia ecclesiastica, lib. XIII, presso Duchesne,Hist. Norm. Script., pag. 897. Si confrontino gli estratti di questa cronica presso Caruso (Bibl. Sic., pag. 920) al quale parve cosa lodevole mutilare il racconto, per toglier tutti i fatti e le parole che potessero ingiuriare Ruggiero o la madre.

5.Historia ecclesiastica, lib. XIII, presso Duchesne,Hist. Norm. Script., pag. 897. Si confrontino gli estratti di questa cronica presso Caruso (Bibl. Sic., pag. 920) al quale parve cosa lodevole mutilare il racconto, per toglier tutti i fatti e le parole che potessero ingiuriare Ruggiero o la madre.

6.Le cronache italiane non danno tal nome, nè lo troviamo nei diplomi. Pur quello del maggio 1105, citato nella pagina precedente, nota 1, contiene i nomi dei ministri di quel tempo, ossia gli Arconti: Niccolò camarlingo, Leone logoteta, ed Eugenio, che potrebbe essere per avventura l’ammiraglio di tal nome. Non è segnato nè anco Roberto nell’importante diploma di giugno 1112, che ricordammo or ora, del quale ci occorrerà dire più largamente. Un diploma del 1142, del quale abbiamo uno squarcio dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj nota 9, dà i nomi de’ commissarii deputati da Adelaide per decidere una importante lite feudale, cioè Roberto Avenel, Ruggiero de Mombrai, Raoul de Belbas e Roberto Berlais. La nota famiglia Avenel non ha che fare co’ duchi di Borgogna; e Roberto era in Sicilia molto tempo pria della reggenza, leggendosi il suo nome ne’ diplomi del primo conte.

6.Le cronache italiane non danno tal nome, nè lo troviamo nei diplomi. Pur quello del maggio 1105, citato nella pagina precedente, nota 1, contiene i nomi dei ministri di quel tempo, ossia gli Arconti: Niccolò camarlingo, Leone logoteta, ed Eugenio, che potrebbe essere per avventura l’ammiraglio di tal nome. Non è segnato nè anco Roberto nell’importante diploma di giugno 1112, che ricordammo or ora, del quale ci occorrerà dire più largamente. Un diploma del 1142, del quale abbiamo uno squarcio dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj nota 9, dà i nomi de’ commissarii deputati da Adelaide per decidere una importante lite feudale, cioè Roberto Avenel, Ruggiero de Mombrai, Raoul de Belbas e Roberto Berlais. La nota famiglia Avenel non ha che fare co’ duchi di Borgogna; e Roberto era in Sicilia molto tempo pria della reggenza, leggendosi il suo nome ne’ diplomi del primo conte.

7.Alexandri Abbatis, etc. presso Caruso,Bibl. Sic., pag. 258, 259.

7.Alexandri Abbatis, etc. presso Caruso,Bibl. Sic., pag. 258, 259.

8.Nel Gregorio si leggeLieraris. Questo è errore di trascrizione del traduttore latino, poichè le copie del testo greco, hanno Αιεζερις, Αιεζαρις. Probabilmente Liezeri è trascrizione del nome Eleazar che portava il signore di Galati figlio di Guglielmo Mallabret, secondo un diploma greco del 1116, presso Spata,Pergamene, pag. 241. Alla forma, questo Eleazar si direbbe soprannome arabico,el-Azhar, ossia “il risplendente:” e non sarebbe nuovo, dopo quello del Cid (Sid), questo esempio d’una appellazione che i Cristiani avessero tolta dalla lingua degli Arabi. Men verosimile parmi l’imitazione del nome giudaico Eleazar.

8.Nel Gregorio si leggeLieraris. Questo è errore di trascrizione del traduttore latino, poichè le copie del testo greco, hanno Αιεζερις, Αιεζαρις. Probabilmente Liezeri è trascrizione del nome Eleazar che portava il signore di Galati figlio di Guglielmo Mallabret, secondo un diploma greco del 1116, presso Spata,Pergamene, pag. 241. Alla forma, questo Eleazar si direbbe soprannome arabico,el-Azhar, ossia “il risplendente:” e non sarebbe nuovo, dopo quello del Cid (Sid), questo esempio d’una appellazione che i Cristiani avessero tolta dalla lingua degli Arabi. Men verosimile parmi l’imitazione del nome giudaico Eleazar.

9.La versione latina di questo diploma, fu pubblicata in parte dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 9. Noi n’abbiamo già data notizia più largamente nel lib. V, cap. x, pag. 286 del volume, nota 1.

9.La versione latina di questo diploma, fu pubblicata in parte dal Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 9. Noi n’abbiamo già data notizia più largamente nel lib. V, cap. x, pag. 286 del volume, nota 1.

10.Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pag. 161 e 305 segg. del volume.

10.Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pag. 161 e 305 segg. del volume.

11.V’ha delle monete arabiche e latine dei re normanni di Sicilia, battute in Messina, e delle arabiche battute “nella capitale di Sicilia,” cioè Palermo. Messi dunque da canto i molti scritti pubblicati in Sicilia ne’ secoli passati su questa materia, gli è certa la coesistenza delle due zecche nel XIIº secolo.

11.V’ha delle monete arabiche e latine dei re normanni di Sicilia, battute in Messina, e delle arabiche battute “nella capitale di Sicilia,” cioè Palermo. Messi dunque da canto i molti scritti pubblicati in Sicilia ne’ secoli passati su questa materia, gli è certa la coesistenza delle due zecche nel XIIº secolo.

12.Oltre i diplomi del primo conte dati in Messina, uno del 1101, presso Ughelli,Italia Sacra, tomo IX, pag. 429, dice di vescovi e baroni convocati nella Cappella di Messina dalla contessa Adelaide e dal figliuolo Ruggiero; un altro del 1126, presso De Grossis,Catana Sacra, pag. 79, fa menzione di corte tenuta dal Gran Conte Ruggiero nel palazzo di Messina, ec.

12.Oltre i diplomi del primo conte dati in Messina, uno del 1101, presso Ughelli,Italia Sacra, tomo IX, pag. 429, dice di vescovi e baroni convocati nella Cappella di Messina dalla contessa Adelaide e dal figliuolo Ruggiero; un altro del 1126, presso De Grossis,Catana Sacra, pag. 79, fa menzione di corte tenuta dal Gran Conte Ruggiero nel palazzo di Messina, ec.

13.Si vegga il lib. V, cap vij, pag. 185 del presente volume.

13.Si vegga il lib. V, cap vij, pag. 185 del presente volume.

14.Edrîsi nota espressamente che l’armata e gli eserciti, ai suoi tempi, come ne’ tempi andati, moveano alla guerra da Palermo. Testo nellaBibl. Ar. Sicula, pag. 28. Della Zecca abbiam detto nella nota precedente e deidiwaninel lib V. cap. x, pag. 322 segg.

14.Edrîsi nota espressamente che l’armata e gli eserciti, ai suoi tempi, come ne’ tempi andati, moveano alla guerra da Palermo. Testo nellaBibl. Ar. Sicula, pag. 28. Della Zecca abbiam detto nella nota precedente e deidiwaninel lib V. cap. x, pag. 322 segg.

15.Presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 81, 82.

15.Presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 81, 82.

16.Ἀμὲρ si legge nel mosaico della Chiesa della Martorana, pubblicato dal Morso,Palermo Antico, pag. 78; ἀμιρᾶς, anche al nominativo, presso Eustazio arcivescovo di Tessalonica, ediz. di Bonn, pag. 472. Nei diplomi greci di Sicilia che citiamo nel presente capitolo, si legge ἀμηρ, ἀμμήρας, ἀμμιρᾶς e al genitivo ἀμήραδος, ed ἀμμηρὰ. Si vegga, del rimanente, cotesta voce nel Glossario greco del Ducange, il quale la notò per la prima volta nella Continuazione di Teofane.

16.Ἀμὲρ si legge nel mosaico della Chiesa della Martorana, pubblicato dal Morso,Palermo Antico, pag. 78; ἀμιρᾶς, anche al nominativo, presso Eustazio arcivescovo di Tessalonica, ediz. di Bonn, pag. 472. Nei diplomi greci di Sicilia che citiamo nel presente capitolo, si legge ἀμηρ, ἀμμήρας, ἀμμιρᾶς e al genitivo ἀμήραδος, ed ἀμμηρὰ. Si vegga, del rimanente, cotesta voce nel Glossario greco del Ducange, il quale la notò per la prima volta nella Continuazione di Teofane.

17.Si vegga Ducange, Glossario latino, alle vociamir, admiralius, etc. La voceAmiratusfu usata, credo io, la prima volta da Einbardo, Annales presso Pertz,Scriptores, tomo I, pag. 490, sotto l’anno 801, dove è chiamato così Ibrahim-ibn-Ahmed, l’Aghlabita, emiro d’Affrica. Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori,Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 605, anno 1188, chiamaAdmiratusil capitan del navilio siciliano eadmirandusun emir di Saladino. Marangone, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, parte ij, pag. 18, dà al capitano della armata di Sicilia, l’anno 1158, il titolo diAdmiratuse poi diAlmirus; Pietro Diacono, lib. IV, cap. xj, presso Muratori, op. cit, tomo IV, pag. 499, fa parola d’unAmmirariusdi Babilonia (ossia del Cairo). Le traduzioni latine e italiane del secolo XV, che troviamo ne’Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, danno le vociArmiratus, pag. 353, 356 eArmiraio, pag. 347, 350 a 354, per significare l’emir di Alessandria; e veggiamo anco in una traduzione del XII secolo, pag. 260, unAdmirator galearum, musulmano. Si aggiungan questi al molti esempii che porta il Ducange, e si vedrà che sempreAmiratus, con le sue varianti, rispondeva ad emir. Si ricordin anco Ugo Falcando e Romualdo Salernitano, i quali chiamanoAmiratusi dignitarii siciliani di tal nome, ma il primo dà il titolo diMagister Stoliiad un kaid Pietro, che capitanò una volta l’armata siciliana.

17.Si vegga Ducange, Glossario latino, alle vociamir, admiralius, etc. La voceAmiratusfu usata, credo io, la prima volta da Einbardo, Annales presso Pertz,Scriptores, tomo I, pag. 490, sotto l’anno 801, dove è chiamato così Ibrahim-ibn-Ahmed, l’Aghlabita, emiro d’Affrica. Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori,Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 605, anno 1188, chiamaAdmiratusil capitan del navilio siciliano eadmirandusun emir di Saladino. Marangone, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, parte ij, pag. 18, dà al capitano della armata di Sicilia, l’anno 1158, il titolo diAdmiratuse poi diAlmirus; Pietro Diacono, lib. IV, cap. xj, presso Muratori, op. cit, tomo IV, pag. 499, fa parola d’unAmmirariusdi Babilonia (ossia del Cairo). Le traduzioni latine e italiane del secolo XV, che troviamo ne’Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, danno le vociArmiratus, pag. 353, 356 eArmiraio, pag. 347, 350 a 354, per significare l’emir di Alessandria; e veggiamo anco in una traduzione del XII secolo, pag. 260, unAdmirator galearum, musulmano. Si aggiungan questi al molti esempii che porta il Ducange, e si vedrà che sempreAmiratus, con le sue varianti, rispondeva ad emir. Si ricordin anco Ugo Falcando e Romualdo Salernitano, i quali chiamanoAmiratusi dignitarii siciliani di tal nome, ma il primo dà il titolo diMagister Stoliiad un kaid Pietro, che capitanò una volta l’armata siciliana.

18.Libro V, cap. v. pag. 139 di questo volume.

18.Libro V, cap. v. pag. 139 di questo volume.

19.Libro III, cap. j, pag. 2 segg. del 2º volume.

19.Libro III, cap. j, pag. 2 segg. del 2º volume.

20.Il Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1016-17, pubblicò due diplomi risguardanti questo Eugenio. Nel primo, dato del 1093, egli è chiamato notaio, che allor significava segretario. Il conte Ruggiero, a sua domanda, gli concedette un monastero fuor la città di Traina, a fin di riedificarlo, e gli conferì il patronato e il governo di quello. Ciò condusse il Pirro a vestir Eugenio monaco basiliano e crearlo abate. L’altro diploma di re Guglielmo, dato il 1169, trascrivendo il precedente ed accordando anco altri beni al monastero, intitolò Ammiraglio quell’Eugenio. Sembra dunque che il segretario del 1093, in vece di chiudersi nel suo monastero, fosse stato mandato dal conte a governare la città di Palermo. Non è inverosimile che questo Eugenio sia il gran personaggio nominato senz’altro titolo che di Arconte nel diploma del maggio 1105, presso Spata,Pergamene, pag. 263. Più certa vestigia ne troviamo in un diploma greco del 1142, presso Morso,Palermo antico, pag. 313 segg. e nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo stessa, pag. 20 segg., donde si scorge come alcuni discendenti di Eugenio ammiraglio, abbiano venduti alla Chiesa detta in oggi della Martorana, degli stabili che la famiglia possedeva in Palermo. Furono venduti da Niccolò ed Agnese monaca, figliuoli dell’Ammiraglio Eugenio, Niceta moglie di Niccolò, e Giovanni, Teodoro, Stefano ed Elena loro figliuoli; dichiarando tutti costoro che fosse ricaduta a lor pro la parte di Teodicio figliuolo di Eugenio, ereditata da Zoe figliuola di Teodicio la quale era morta anch’essa. Togliendo dunque dal 1142 il corso ordinario di due generazioni, si torna allo scorcio dell’XI secolo e si può supporre con fondamento che quell’ammiraglio Eugenio fosse il medesimo del diploma del 1093.Notisi che in due altri diplomi greci, pubblicati dal Morso, op. cit., pag. 345 e 353, il primo de’ quali senza data va riferito al 1143 (Cf. Mortillaro,Catalogo del Tabulariodella Cattedrale di Palermo, pag. 23) e l’altro è dato del 1204, si trova il nome di un Giovanni, figliuolo dell’ammiraglio Eugenio. Cotesti due ammiragli Eugenii mi sembrano diversi. Il primo si può supporre contemporaneo del gran conte Ruggiero, ma il secondo torna alla metà del XII secolo. A lui credo sia da attribuire, più tosto che all’altro, la traduzione latina dell’Ottica di Tolomeo e delle profezie della Sibilla Eritrea, di che diremo nel seguito del presente libro.

20.Il Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1016-17, pubblicò due diplomi risguardanti questo Eugenio. Nel primo, dato del 1093, egli è chiamato notaio, che allor significava segretario. Il conte Ruggiero, a sua domanda, gli concedette un monastero fuor la città di Traina, a fin di riedificarlo, e gli conferì il patronato e il governo di quello. Ciò condusse il Pirro a vestir Eugenio monaco basiliano e crearlo abate. L’altro diploma di re Guglielmo, dato il 1169, trascrivendo il precedente ed accordando anco altri beni al monastero, intitolò Ammiraglio quell’Eugenio. Sembra dunque che il segretario del 1093, in vece di chiudersi nel suo monastero, fosse stato mandato dal conte a governare la città di Palermo. Non è inverosimile che questo Eugenio sia il gran personaggio nominato senz’altro titolo che di Arconte nel diploma del maggio 1105, presso Spata,Pergamene, pag. 263. Più certa vestigia ne troviamo in un diploma greco del 1142, presso Morso,Palermo antico, pag. 313 segg. e nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo stessa, pag. 20 segg., donde si scorge come alcuni discendenti di Eugenio ammiraglio, abbiano venduti alla Chiesa detta in oggi della Martorana, degli stabili che la famiglia possedeva in Palermo. Furono venduti da Niccolò ed Agnese monaca, figliuoli dell’Ammiraglio Eugenio, Niceta moglie di Niccolò, e Giovanni, Teodoro, Stefano ed Elena loro figliuoli; dichiarando tutti costoro che fosse ricaduta a lor pro la parte di Teodicio figliuolo di Eugenio, ereditata da Zoe figliuola di Teodicio la quale era morta anch’essa. Togliendo dunque dal 1142 il corso ordinario di due generazioni, si torna allo scorcio dell’XI secolo e si può supporre con fondamento che quell’ammiraglio Eugenio fosse il medesimo del diploma del 1093.

Notisi che in due altri diplomi greci, pubblicati dal Morso, op. cit., pag. 345 e 353, il primo de’ quali senza data va riferito al 1143 (Cf. Mortillaro,Catalogo del Tabulariodella Cattedrale di Palermo, pag. 23) e l’altro è dato del 1204, si trova il nome di un Giovanni, figliuolo dell’ammiraglio Eugenio. Cotesti due ammiragli Eugenii mi sembrano diversi. Il primo si può supporre contemporaneo del gran conte Ruggiero, ma il secondo torna alla metà del XII secolo. A lui credo sia da attribuire, più tosto che all’altro, la traduzione latina dell’Ottica di Tolomeo e delle profezie della Sibilla Eritrea, di che diremo nel seguito del presente libro.

21.Abbiam testò citato questo diploma a pag. 346, nota 2, e avvertito come presso il Gregorio porti una data erronea.

21.Abbiam testò citato questo diploma a pag. 346, nota 2, e avvertito come presso il Gregorio porti una data erronea.

22.Si vegga qui innanzi a pag. 351.

22.Si vegga qui innanzi a pag. 351.

23.Diploma del 1159, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 98, e presso De Vio,Privilegia Panormi, pag. 6. Cristoforo allor era morto.

23.Diploma del 1159, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 98, e presso De Vio,Privilegia Panormi, pag. 6. Cristoforo allor era morto.

24.Si fa parola di una precedente donazione dell’Admiratus domino Christodulos, nei diploma di Ruggiero conte, che l’Ughelli pubblicò con la data del 1104 e che, supponendo esatta l’indizione XIII che v’è scritta, va riferito al 1119; come abbiamo avvertito in principio di questo capitolo, pag. 340, nota 1.Cristodulo è detto protonobilissimo in un diploma del 1123, presso Spata,Pergamene, pag. 410. Se il sig. Spata ha ben letta la sigla del titolo onorifico e del nome, e se non v’ha errore nella data, convien pur supporre che quel titolo fosse stato accordato pria del notissimo diploma del 1139. In un diploma del 1126, tradotto dal greco, pubblicato con molte varianti, o piuttosto in tenore assai diverso, prima dal Pirro,Sicilia Sacra, pag. 326, e quindi dal De Grossis,Catana Sacra, pag. 79, 80, si vede soscritto, pria di “Georgius de Antiochia amiratus” e di “Admirati filius Gentilis (sic) Joannes,” un “Chrisiodorus,” e secondo il De Grossis “Christodorus, amiratus et Riodotus.” Quest’ultima lezione, sbagliata al certo, par che venga da una sigla non capita dall’ignoto traduttore latino, e potrebbe per avventura essere la medesima che fu letta Rozius in altro diploma; onde il Pirro die’ tal casato a Cristodulo. Il Chrisiodorus o Christodorus va corretto, secondo me, Christodulus; e il Rozius potrebbe essere, nè più nè meno, che il notissimo nome di Ruggiero, poichè i Greci di Sicilia soleano trascrivere laglatina o arabica con le due lettere τζ. Cristodulo, ammiraglio e protonotaro, è citato in un diploma greco del 1130, presso Trinchera,Syllabus, pag. 138. Un altro diploma greco del 1136, presso Spata, op. cit., pag. 266, fa menzione di Cristodulogiàammiraglio. In ultimo è da noverar quello del 1139, che accorda il titolo di Protonobiiissimo, pubblicato dal Montfaucon e poi dal Morso, e nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 10. È superfluo di avvertire, dopo ciò ch’io ho detto, come non si debba fare assegnamento su la lista delli ammiragli di Sicilia ne’ tempi Normanni, data dal Pirro,Chronologia Regum Siciliæ, pag.XXV.

24.Si fa parola di una precedente donazione dell’Admiratus domino Christodulos, nei diploma di Ruggiero conte, che l’Ughelli pubblicò con la data del 1104 e che, supponendo esatta l’indizione XIII che v’è scritta, va riferito al 1119; come abbiamo avvertito in principio di questo capitolo, pag. 340, nota 1.

Cristodulo è detto protonobilissimo in un diploma del 1123, presso Spata,Pergamene, pag. 410. Se il sig. Spata ha ben letta la sigla del titolo onorifico e del nome, e se non v’ha errore nella data, convien pur supporre che quel titolo fosse stato accordato pria del notissimo diploma del 1139. In un diploma del 1126, tradotto dal greco, pubblicato con molte varianti, o piuttosto in tenore assai diverso, prima dal Pirro,Sicilia Sacra, pag. 326, e quindi dal De Grossis,Catana Sacra, pag. 79, 80, si vede soscritto, pria di “Georgius de Antiochia amiratus” e di “Admirati filius Gentilis (sic) Joannes,” un “Chrisiodorus,” e secondo il De Grossis “Christodorus, amiratus et Riodotus.” Quest’ultima lezione, sbagliata al certo, par che venga da una sigla non capita dall’ignoto traduttore latino, e potrebbe per avventura essere la medesima che fu letta Rozius in altro diploma; onde il Pirro die’ tal casato a Cristodulo. Il Chrisiodorus o Christodorus va corretto, secondo me, Christodulus; e il Rozius potrebbe essere, nè più nè meno, che il notissimo nome di Ruggiero, poichè i Greci di Sicilia soleano trascrivere laglatina o arabica con le due lettere τζ. Cristodulo, ammiraglio e protonotaro, è citato in un diploma greco del 1130, presso Trinchera,Syllabus, pag. 138. Un altro diploma greco del 1136, presso Spata, op. cit., pag. 266, fa menzione di Cristodulogiàammiraglio. In ultimo è da noverar quello del 1139, che accorda il titolo di Protonobiiissimo, pubblicato dal Montfaucon e poi dal Morso, e nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 10. È superfluo di avvertire, dopo ciò ch’io ho detto, come non si debba fare assegnamento su la lista delli ammiragli di Sicilia ne’ tempi Normanni, data dal Pirro,Chronologia Regum Siciliæ, pag.XXV.

25.Si vegga il seguito del presente capitolo, a pag. 362, nota 3.

25.Si vegga il seguito del presente capitolo, a pag. 362, nota 3.

26.Giorgio ha titolo di ammiraglio nel diploma del 1126 citato nella nota 2, della pag. 351. In un diploma latino del 1132 presso Spata, op. cit., pag. 426 segg. egli è detto dal re “amiratus amiratorum qui praeerat toto regno meo”. In uno del 1133, tradotto dal greco, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 774, egli è detto Ammiraglio delli ammiragli; è sottoscritto αμήρας in due diplomi del 1140 e 1143 nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13 e 16; è intitolato ammiraglio in un diploma tradotto dal greco, di maggio 1142, presso Pirro, op. cit., pag. 390, e ammiraglio delli ammiragli in uno latino della stessa data, op. cit., pag. 698. Nel mosaico della Martorana ei prese il titolo di αμήρ soltanto, come ognun può vedere, e leggesi in Morso,Palermo Antico, pag. 78. Pare che Giorgio, per modestia o per amor di brevità, si contentasse ordinariamente di questo. Di rado ei solea aggiugnere quello di Arconte degli Arconti; ma un suo figliuolo lo nominava sempre con questo attributo.È da ricordare la iscrizione greca che leggevasi a’ tempi del Pirro in una Chiesa di Santa Mariade Cryptain Palermo, nel sito dove surse la “Casa Professa” de’ Gesuiti, della quale iscrizione il Pirro, op. cit., pag. 300, 301, dà una traduzione latina. Era inciso il testo su la sepoltura di Ninfa, madre di Giorgio,primum principum universorum, (Ἀρχοντῶν ἄρχον) morta il 6648 (1140). Quivi non si fa parola del padre dell’ammiraglio; ma il Pirro e con lui il Morso, op. cit., pag. 108, 109, non hanno lasciata questa occasione di nominare Cristodulo e di farlo marito della Ninfa.

26.Giorgio ha titolo di ammiraglio nel diploma del 1126 citato nella nota 2, della pag. 351. In un diploma latino del 1132 presso Spata, op. cit., pag. 426 segg. egli è detto dal re “amiratus amiratorum qui praeerat toto regno meo”. In uno del 1133, tradotto dal greco, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 774, egli è detto Ammiraglio delli ammiragli; è sottoscritto αμήρας in due diplomi del 1140 e 1143 nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13 e 16; è intitolato ammiraglio in un diploma tradotto dal greco, di maggio 1142, presso Pirro, op. cit., pag. 390, e ammiraglio delli ammiragli in uno latino della stessa data, op. cit., pag. 698. Nel mosaico della Martorana ei prese il titolo di αμήρ soltanto, come ognun può vedere, e leggesi in Morso,Palermo Antico, pag. 78. Pare che Giorgio, per modestia o per amor di brevità, si contentasse ordinariamente di questo. Di rado ei solea aggiugnere quello di Arconte degli Arconti; ma un suo figliuolo lo nominava sempre con questo attributo.

È da ricordare la iscrizione greca che leggevasi a’ tempi del Pirro in una Chiesa di Santa Mariade Cryptain Palermo, nel sito dove surse la “Casa Professa” de’ Gesuiti, della quale iscrizione il Pirro, op. cit., pag. 300, 301, dà una traduzione latina. Era inciso il testo su la sepoltura di Ninfa, madre di Giorgio,primum principum universorum, (Ἀρχοντῶν ἄρχον) morta il 6648 (1140). Quivi non si fa parola del padre dell’ammiraglio; ma il Pirro e con lui il Morso, op. cit., pag. 108, 109, non hanno lasciata questa occasione di nominare Cristodulo e di farlo marito della Ninfa.

27.Così Giovanni ammiraglio, figliuolo, com’e’ pare, di Giorgio, nel citato diploma del 1126 e nell’altro del 1142, presso Pirro, pag. 698. Secondo un diploma del 1133, presso Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. v, nota 4, l’ammiraglio Teodoro fu incaricato di decidere, insieme con Guarino Cancelliere del re, una lite sorta tra il vescovo di Lipari e i cittadini di Patti, suoi vassalli. Il citato diploma del 1126, secondo il testo di De Grossis, fa menzione di un ammiraglio Niccolò, il quale nel tempo che esercitava l’ufficio di Stratego, com’e’ pare, di Mascali, era stato incaricato dal principe di descrivere i confini di quel territorio.

27.Così Giovanni ammiraglio, figliuolo, com’e’ pare, di Giorgio, nel citato diploma del 1126 e nell’altro del 1142, presso Pirro, pag. 698. Secondo un diploma del 1133, presso Gregorio,Considerazioni, lib. I, cap. v, nota 4, l’ammiraglio Teodoro fu incaricato di decidere, insieme con Guarino Cancelliere del re, una lite sorta tra il vescovo di Lipari e i cittadini di Patti, suoi vassalli. Il citato diploma del 1126, secondo il testo di De Grossis, fa menzione di un ammiraglio Niccolò, il quale nel tempo che esercitava l’ufficio di Stratego, com’e’ pare, di Mascali, era stato incaricato dal principe di descrivere i confini di quel territorio.

28.Lib. V, cap. ix, pag. 262-5.

28.Lib. V, cap. ix, pag. 262-5.

29.Abate di Telese, presso Caruso,Bibl. Sicula, pag. 267 et passim.

29.Abate di Telese, presso Caruso,Bibl. Sicula, pag. 267 et passim.

30.Majone è soscritto in latinoAmmiratus Ammiratorum, in un diploma arabico del 1154, presso Gregorio,De Supputandis, pag. 38. Ordinariamente lo chiamavano il grande ammiraglio, come si vede dal Falcando e dagli altri cronisti; e questo titolo modificato era ormai sì comune, che Giovanni figlio di Giorgio d’Antiochia lo riferì al proprio padre soscrivendosi μεγάλου αμήραδος ὐίος, in un diploma del 1172, Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29. In un diploma latino del 1157, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 98, messo fuori a nome del re da Majone “grande ammiraglio degli ammiragli” si leggono, tra i testimonii dell’atto, Stefano ammiraglio figliuolo del grande ammiraglio, un altro Stefano ammiraglio, che si sa dal Falcando essere stato fratello di Majone, ed un Salernitano ammiraglio. Visse inoltre in que’ tempi l’altro ammiraglio Eugenio, del quale si è fatta menzione poc’anzi, pag. 353, nota. 1.

30.Majone è soscritto in latinoAmmiratus Ammiratorum, in un diploma arabico del 1154, presso Gregorio,De Supputandis, pag. 38. Ordinariamente lo chiamavano il grande ammiraglio, come si vede dal Falcando e dagli altri cronisti; e questo titolo modificato era ormai sì comune, che Giovanni figlio di Giorgio d’Antiochia lo riferì al proprio padre soscrivendosi μεγάλου αμήραδος ὐίος, in un diploma del 1172, Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29. In un diploma latino del 1157, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 98, messo fuori a nome del re da Majone “grande ammiraglio degli ammiragli” si leggono, tra i testimonii dell’atto, Stefano ammiraglio figliuolo del grande ammiraglio, un altro Stefano ammiraglio, che si sa dal Falcando essere stato fratello di Majone, ed un Salernitano ammiraglio. Visse inoltre in que’ tempi l’altro ammiraglio Eugenio, del quale si è fatta menzione poc’anzi, pag. 353, nota. 1.

31.È noto il diploma di febbraio 1177, per lo quale Guglielmo II di Sicilia costituì il dotario alla sua sposa Giovanna d’Inghilterra. Tra i grandi del regno soscritti in questo diploma secondo l’ordine di loro dignità, si legge 25mo,Ego Walterus de Moac Regni(sic)fortunati stolii admiratus; prima del quale vengono gli arcivescovi, i vescovi, il vicecancelliere, i conti, e dopo Gualtieri si leggono i nomi del siniscalco, del conestabile, del logoteta, di due maestri giustizieri e d’un giustiziere. Seguiamo l’edizione di Rymer,Foedera, etc., tomo I, pag. 17 (London, 1816).Margaritone, celebre capitano navale di Sicilia alla fine del XII secolo, è intitolato, senz’altro, ammiraglio del re di Sicilia, nella Cronica di Sicardo vescovo di Cremona, anno 1188, presso Muratori,Rer. Italic. Script., tomo VII, pag. 605.

31.È noto il diploma di febbraio 1177, per lo quale Guglielmo II di Sicilia costituì il dotario alla sua sposa Giovanna d’Inghilterra. Tra i grandi del regno soscritti in questo diploma secondo l’ordine di loro dignità, si legge 25mo,Ego Walterus de Moac Regni(sic)fortunati stolii admiratus; prima del quale vengono gli arcivescovi, i vescovi, il vicecancelliere, i conti, e dopo Gualtieri si leggono i nomi del siniscalco, del conestabile, del logoteta, di due maestri giustizieri e d’un giustiziere. Seguiamo l’edizione di Rymer,Foedera, etc., tomo I, pag. 17 (London, 1816).

Margaritone, celebre capitano navale di Sicilia alla fine del XII secolo, è intitolato, senz’altro, ammiraglio del re di Sicilia, nella Cronica di Sicardo vescovo di Cremona, anno 1188, presso Muratori,Rer. Italic. Script., tomo VII, pag. 605.

32.Par che i Genovesi l’abbiano usato i primi dopo la Sicilia. Negli Annali del Caffaro e nelle continuazioni di quelli, si trova unadmiratusdi Genova il 1211 e quindi duearmiragiiil 1263 etc. presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VI, colonne 486, 530, ec. È notevole che la prima nominazione d’ammiraglio fu fatta in Genova del 1241, quando Federigo II surrogò Ansaldo de Mari, genovese, al suo ammiraglio Niccolò Spinola ch’era venuto a morte.

32.Par che i Genovesi l’abbiano usato i primi dopo la Sicilia. Negli Annali del Caffaro e nelle continuazioni di quelli, si trova unadmiratusdi Genova il 1211 e quindi duearmiragiiil 1263 etc. presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VI, colonne 486, 530, ec. È notevole che la prima nominazione d’ammiraglio fu fatta in Genova del 1241, quando Federigo II surrogò Ansaldo de Mari, genovese, al suo ammiraglio Niccolò Spinola ch’era venuto a morte.

33.Il Nowairi, citato da M. Reinaud,Invasions des Sarrazins, pag. 69, nota 1, dice d’unemir-el-ma’(emir dell’acqua) in Spagna. Ma non posso assentire al mio maestro di arabico che sia questa l’origine della voce ammiraglio, quando ne vediamo sì chiaramente le successive mutazioni negli scrittori e ne’ diplomi europei. Per la medesima ragione è da respingere la etimologia ammessa dal Dizionario della Crusca, cioè daemir-el-bachar(meglio bahr) ossia emir del mare. Questa dignità non mi è occorsa mai negli scritti arabi. Ibn-Khaldûn, neiProlegomeni, testo di Parigi Parte II, pag. 32 e traduzione francese del baron de Slane parte II, pag. 37, ignorando l’etimologia della vocealmeland, la suppone franca; e nella Storia de’ Berberi par ch’ei prenda per nome proprio il titolo dell’ammiraglio Ruggier Loria (leggasiEl miraliain luogo diEl-murakiache non ha significato), testo di Algeri, tomo I, pag. 423,Biblioteca arabo-sicula, pag. 492, e traduzione del Baron de Slane, tomo II, pag. 397. Non posso seguir l’opinione del dotto traduttore, il quale crede Merakia alterazione di Marchese. Ruggier Loria non ebbe mai questo titolo.

33.Il Nowairi, citato da M. Reinaud,Invasions des Sarrazins, pag. 69, nota 1, dice d’unemir-el-ma’(emir dell’acqua) in Spagna. Ma non posso assentire al mio maestro di arabico che sia questa l’origine della voce ammiraglio, quando ne vediamo sì chiaramente le successive mutazioni negli scrittori e ne’ diplomi europei. Per la medesima ragione è da respingere la etimologia ammessa dal Dizionario della Crusca, cioè daemir-el-bachar(meglio bahr) ossia emir del mare. Questa dignità non mi è occorsa mai negli scritti arabi. Ibn-Khaldûn, neiProlegomeni, testo di Parigi Parte II, pag. 32 e traduzione francese del baron de Slane parte II, pag. 37, ignorando l’etimologia della vocealmeland, la suppone franca; e nella Storia de’ Berberi par ch’ei prenda per nome proprio il titolo dell’ammiraglio Ruggier Loria (leggasiEl miraliain luogo diEl-murakiache non ha significato), testo di Algeri, tomo I, pag. 423,Biblioteca arabo-sicula, pag. 492, e traduzione del Baron de Slane, tomo II, pag. 397. Non posso seguir l’opinione del dotto traduttore, il quale crede Merakia alterazione di Marchese. Ruggier Loria non ebbe mai questo titolo.

34.Confermano questo fatto, nelle imprese di re Ruggiero in Affrica, il Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nellaBiblioteca arabo-sicula, pag. 534, 537.

34.Confermano questo fatto, nelle imprese di re Ruggiero in Affrica, il Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nellaBiblioteca arabo-sicula, pag. 534, 537.

35.Edrîsi citato poc’anzi a pag. 350, nota 1.

35.Edrîsi citato poc’anzi a pag. 350, nota 1.

36.Credo si possa affermare la giurisdizione civile e penale del grande Ammiraglio nella prima metà del XII secolo, ancorchè la non si ritragga da documenti se non che a capo di cento anni. Ognun sa che in generale l’Imperatore Federigo ristorò l’ordinamento dei re normanni, anzichè rifarlo: e non v’ha ragione di supporre ch’egli abbia innovato alcun che nella istituzione del grande ammiraglio. Or il suo diploma, pubblicato per lo primo dal Tutini e ristampato dallo Huillard-Bréholles nellaHistoria Diplomatica Friderici secundi, tomo V, pag. 577 segg., anno 1239, per lo quale fu nominato, vita durante, ammiraglio di Sicilia, Niccolò Spinola da Genova, dà a costui ampia autorità: 1º di costruire e racconciare le navi dell’armata regia; 2º dar patenti di corsari e fare ristorare i danni recati da loro a sudditi di nazioni amiche; 3º giudicare sommariamente,secundum statum(statutum?)et consuetudinem armate, le cause civili e criminali delle persone appartenenti all’armata, agli arsenali regii ed a’ legni corsari, e ciò con autorità di delegare altrui i giudizii; 4º dare in feudo gli ufici di comiti nell’armata quando venissero a vacare; 5º prender danaro dalle casse regie pei bisogni dell’armata: e seguono i diversi e grandissimi lucri accordati all’ammiraglio, in guerra come in pace, su lo Stato e sui marinai e naviganti. Intorno i tribunali dipendenti dall’ammiraglio e la legislazione eccezionale di quelli, si vegga il Giannone,Storia Civile del Regno di Napoli, libro XI, cap. vi, § 2, e le opere citate da lui.

36.Credo si possa affermare la giurisdizione civile e penale del grande Ammiraglio nella prima metà del XII secolo, ancorchè la non si ritragga da documenti se non che a capo di cento anni. Ognun sa che in generale l’Imperatore Federigo ristorò l’ordinamento dei re normanni, anzichè rifarlo: e non v’ha ragione di supporre ch’egli abbia innovato alcun che nella istituzione del grande ammiraglio. Or il suo diploma, pubblicato per lo primo dal Tutini e ristampato dallo Huillard-Bréholles nellaHistoria Diplomatica Friderici secundi, tomo V, pag. 577 segg., anno 1239, per lo quale fu nominato, vita durante, ammiraglio di Sicilia, Niccolò Spinola da Genova, dà a costui ampia autorità: 1º di costruire e racconciare le navi dell’armata regia; 2º dar patenti di corsari e fare ristorare i danni recati da loro a sudditi di nazioni amiche; 3º giudicare sommariamente,secundum statum(statutum?)et consuetudinem armate, le cause civili e criminali delle persone appartenenti all’armata, agli arsenali regii ed a’ legni corsari, e ciò con autorità di delegare altrui i giudizii; 4º dare in feudo gli ufici di comiti nell’armata quando venissero a vacare; 5º prender danaro dalle casse regie pei bisogni dell’armata: e seguono i diversi e grandissimi lucri accordati all’ammiraglio, in guerra come in pace, su lo Stato e sui marinai e naviganti. Intorno i tribunali dipendenti dall’ammiraglio e la legislazione eccezionale di quelli, si vegga il Giannone,Storia Civile del Regno di Napoli, libro XI, cap. vi, § 2, e le opere citate da lui.

37.Si vegga la nota 3 della pag. 354. Questo casato non comparisce in alcuno de’ diplomi dati dal Pirro ne’ quali sia nominato Cristodulo o Giorgio; neppure nella iscrizione sepolcrale della madre di Giorgio di che abbiam fatta parola poc’anzi nella pag. 352, nota 2. Romualdo Salernitano, che forse lo conobbe di persona, non dice altro che:Georgium virum utique maturum, sapientem et discretum, ab Antiochia abductum. Presso Muratori,Rer. Ital. Scr.tomo VII, pag. 195.

37.Si vegga la nota 3 della pag. 354. Questo casato non comparisce in alcuno de’ diplomi dati dal Pirro ne’ quali sia nominato Cristodulo o Giorgio; neppure nella iscrizione sepolcrale della madre di Giorgio di che abbiam fatta parola poc’anzi nella pag. 352, nota 2. Romualdo Salernitano, che forse lo conobbe di persona, non dice altro che:Georgium virum utique maturum, sapientem et discretum, ab Antiochia abductum. Presso Muratori,Rer. Ital. Scr.tomo VII, pag. 195.

38.IlBaiân, testo di Leyde, pag. 322, e nellaBibl. ar. sicula,pag. 373, dice che il padre di Giorgio era uno degliòlûg(stranieri o barbari) di Temîm.

38.IlBaiân, testo di Leyde, pag. 322, e nellaBibl. ar. sicula,pag. 373, dice che il padre di Giorgio era uno degliòlûg(stranieri o barbari) di Temîm.

39.Hisâb.

39.Hisâb.

40.I testi dicono con Ruggiero; ma il seguito della narrazione mostra che il principe non l’adoperò a prima giunta in affari gravi.

40.I testi dicono con Ruggiero; ma il seguito della narrazione mostra che il principe non l’adoperò a prima giunta in affari gravi.

41.Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, testo di Algeri, tomo I, pag. 208,Biblioteca arabo-sicula, pag. 487, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26, aggiungeva il nome patronimico d’Ibn-Abd-el’Azîz, all’Abd-er-Rahman che insieme con Giorgio capitanò l’armata Siciliana, nell’impresa del 1126 contro l’Affrica. Io credo che costui fosse quel medesimo che il Tigiani, dicendo de’ principii di Giorgio l’Antiocheno, chiama Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano. Ma rifletto che il Tigiani, d’ordinario molto diligente, non avrebbe qui omesso il nome patronimico onde cadea sul ministro siciliano una macchia d’apostasia; e che al contrario Ibn-Khaldûn bada alle cose più tosto che ai nomi, oltrechè i suoi scritti, copiati e ricopiati per quattro secoli, ci sono pervenuti assai malconci. Non vorrei che, saltando qualche rigo, com’avvien sovente là dove è ripetuta la stessa voce, si fosse attribuito al ministro di finanze di Ruggiero il nome patronimico di Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Aziz, il quale scrisse appunto di questa impresa del 1126, ed è citato da Abu-s-Salt, e questi dalBaiân, pag. 317 del testo di Leyde e 372, dellaBibl. ar. sicula. L’ufizio attribuito dal Tigiani ad Abd-er-Rahman-en-Nasrani è diSâhib-el-Ascghal, che nell’Affrica propria e nel XII secolo, al quale luogo e tempo è da riferire la cronica qui copiata o compendiata dal Tigiani, era il tesorier generale o ministro di finanze che dir si voglia. Veggasi Ibn-Khaldûn,Prolegomènes, traduzione del baron de Slane, Parte II, pag. 14-15.

41.Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, testo di Algeri, tomo I, pag. 208,Biblioteca arabo-sicula, pag. 487, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26, aggiungeva il nome patronimico d’Ibn-Abd-el’Azîz, all’Abd-er-Rahman che insieme con Giorgio capitanò l’armata Siciliana, nell’impresa del 1126 contro l’Affrica. Io credo che costui fosse quel medesimo che il Tigiani, dicendo de’ principii di Giorgio l’Antiocheno, chiama Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano. Ma rifletto che il Tigiani, d’ordinario molto diligente, non avrebbe qui omesso il nome patronimico onde cadea sul ministro siciliano una macchia d’apostasia; e che al contrario Ibn-Khaldûn bada alle cose più tosto che ai nomi, oltrechè i suoi scritti, copiati e ricopiati per quattro secoli, ci sono pervenuti assai malconci. Non vorrei che, saltando qualche rigo, com’avvien sovente là dove è ripetuta la stessa voce, si fosse attribuito al ministro di finanze di Ruggiero il nome patronimico di Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Aziz, il quale scrisse appunto di questa impresa del 1126, ed è citato da Abu-s-Salt, e questi dalBaiân, pag. 317 del testo di Leyde e 372, dellaBibl. ar. sicula. L’ufizio attribuito dal Tigiani ad Abd-er-Rahman-en-Nasrani è diSâhib-el-Ascghal, che nell’Affrica propria e nel XII secolo, al quale luogo e tempo è da riferire la cronica qui copiata o compendiata dal Tigiani, era il tesorier generale o ministro di finanze che dir si voglia. Veggasi Ibn-Khaldûn,Prolegomènes, traduzione del baron de Slane, Parte II, pag. 14-15.

42.Si confrontino nellaBibl. ar. sicula: il Baiân, anno 543, pag. 373; Tigiani, pag. 392; Ibn-Khaldûn, pag. 487, 501. I particolari più minuti si hanno dal Tigiani.

42.Si confrontino nellaBibl. ar. sicula: il Baiân, anno 543, pag. 373; Tigiani, pag. 392; Ibn-Khaldûn, pag. 487, 501. I particolari più minuti si hanno dal Tigiani.

43.Si vegga il lib. V, cap. v, pag. 332 di questo volume, e ciò che diremo in appresso de’ traffichi di re Ruggiero in Affrica. Sono poi noti quei dell’imperatore Federigo II.

43.Si vegga il lib. V, cap. v, pag. 332 di questo volume, e ciò che diremo in appresso de’ traffichi di re Ruggiero in Affrica. Sono poi noti quei dell’imperatore Federigo II.

44.Diploma latino del 1133, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 773-4. Il nome proprio è scritto una volta per sbaglioGregorius, e il topografico in luogo diCatinaeva lettoJatinae, come abbiamo avvertito nel lib. V, cap. x, pag. 317 nota 2. Da questo atto non si vede appunto in qual tempo Giorgio abbia preso quell’ufizio in Giattini; ma fu di certo avanti il 1111, perchè egli nella detta qualità descrisse i limiti di un podere donato quell’anno da Rinaldo Avenel all’Abate di Lipari. Cf. Pirro, op. cit., pag. 772-3.

44.Diploma latino del 1133, presso Pirro,Sicilia Sacra, pag. 773-4. Il nome proprio è scritto una volta per sbaglioGregorius, e il topografico in luogo diCatinaeva lettoJatinae, come abbiamo avvertito nel lib. V, cap. x, pag. 317 nota 2. Da questo atto non si vede appunto in qual tempo Giorgio abbia preso quell’ufizio in Giattini; ma fu di certo avanti il 1111, perchè egli nella detta qualità descrisse i limiti di un podere donato quell’anno da Rinaldo Avenel all’Abate di Lipari. Cf. Pirro, op. cit., pag. 772-3.

45.Tigiani e Ibn-Khaldûn, nellaBibl. ar. sicula, testo, pag. 394, 487, e il primo anco nella traduzione francese di M. Rousseau, pag. 246, il secondo in quella del baron de Slane,Histoire des Berbères, tomo II, pag. 26.

45.Tigiani e Ibn-Khaldûn, nellaBibl. ar. sicula, testo, pag. 394, 487, e il primo anco nella traduzione francese di M. Rousseau, pag. 246, il secondo in quella del baron de Slane,Histoire des Berbères, tomo II, pag. 26.

46.Abbiamo citati poc’anzi questi due diplomi a pag. 354, nota 2, e pag. 355, nota 2.

46.Abbiamo citati poc’anzi questi due diplomi a pag. 354, nota 2, e pag. 355, nota 2.

47.L’uno è “Schiavo di Cristo” e l’altro “Schiavo del Misericordioso.”

47.L’uno è “Schiavo di Cristo” e l’altro “Schiavo del Misericordioso.”

48.Il Gregorio, nel descrivere l’ordinamento del governo sotto re Ruggiero e i sette grandi ufizii della Corona, si riferisce assai di rado a documenti contemporanei. Prende quei della fine del XII secolo ed anco del XIII; o argomenta su i detti del Falcando, che scrisse allo scorcio del XII; e talvolta non allega altro che l’analogia col suo favorito sistema di Guglielmo I, d’Inghilterra. Si veggano leConsiderazioni, lib. II, cap. ij, e particolarmente le note 37 segg.

48.Il Gregorio, nel descrivere l’ordinamento del governo sotto re Ruggiero e i sette grandi ufizii della Corona, si riferisce assai di rado a documenti contemporanei. Prende quei della fine del XII secolo ed anco del XIII; o argomenta su i detti del Falcando, che scrisse allo scorcio del XII; e talvolta non allega altro che l’analogia col suo favorito sistema di Guglielmo I, d’Inghilterra. Si veggano leConsiderazioni, lib. II, cap. ij, e particolarmente le note 37 segg.

49.Abate di Telese.

49.Abate di Telese.

50.Romualdo Salernitano, presso Muratori,Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 183, anni 1121-2.

50.Romualdo Salernitano, presso Muratori,Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 183, anni 1121-2.

51.Si vegga il lib. IV, cap. viij e xv, pag. 355 segg. 364, 547 del secondo volume, e lib. V, cap. iij e vj pag. 80, 158, 169 segg. di questo terzo volume.

51.Si vegga il lib. IV, cap. viij e xv, pag. 355 segg. 364, 547 del secondo volume, e lib. V, cap. iij e vj pag. 80, 158, 169 segg. di questo terzo volume.

52.Ibn-el-Athîr, anni 476, 482, 488, 489, 491, 493, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 85, 119, 164, 175 191 e 202. Si confronti Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 22 segg.

52.Ibn-el-Athîr, anni 476, 482, 488, 489, 491, 493, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 85, 119, 164, 175 191 e 202. Si confronti Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 22 segg.

53.Baiân-el-Moghrib, ediz. Dozy, tomo I, pag. 311 ed estratto nellaBibl. ar. sicula, pag. 370. Il compilatore, che avea chiamatiRûmgli assalitori del 1087, dà a quelli del 1105, il nome diRumâniûn. Se fossero stati Bizantini?

53.Baiân-el-Moghrib, ediz. Dozy, tomo I, pag. 311 ed estratto nellaBibl. ar. sicula, pag. 370. Il compilatore, che avea chiamatiRûmgli assalitori del 1087, dà a quelli del 1105, il nome diRumâniûn. Se fossero stati Bizantini?

54.Ibn-el-Athir, anni 501, 509 e 510, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 315, 359, 365, e Ibn-Khaldûn, vol. citato della traduzione, pag. 24, 25.Secondo Ibn-el-Athir, anno 503, vol. citato, pag. 336, Iehia mandò quell’anno quindici galee contro i Rûm, l’armata de’ quali le combattè e ne prese ben sei. Secondo ilBaiân, nellaBibl. ar. sicula, luogo citato, e nella edizione del Dozy, vol. I, pag. 314, l’armata zirita, di rebi’ secondo del 507 (mezz’ottobre a mezzo novembre 1113) riportò in Mehdia gran numero di cattivi, presi nel paese di Rûm. E torna forse alle scorrerie nel Salernitano, delle quali dicono gli annali della Cava, an. 1113, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VIII, pag. 923. Ibn-Khaldûn, op. cit., tomo II, pag. 25 della traduzione di Slane, dice che l’armata, della quale Iehia prendea cura particolare, fece molte scorrerie contro i Cristiani francesi, genovesi e sardi, sì che furono costretti a pagargli tributo. Il testo arabico pubblicato dallo stesso dotto orientalista, tomo I, pag. 207 sembra guasto nella voce che significherebbe tributo. In ogni modo, il nome diFarangia(franchi) può significare i paesi cristiani della Spagna e quelli anco d’Italia, e il tributo può essere stato pattuito temporaneamente con qualche giudicato della Sardegna, più tosto che con Genova o Pisa. Ibn-Khaldûn non bada alle minuzie.

54.Ibn-el-Athir, anni 501, 509 e 510, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 315, 359, 365, e Ibn-Khaldûn, vol. citato della traduzione, pag. 24, 25.

Secondo Ibn-el-Athir, anno 503, vol. citato, pag. 336, Iehia mandò quell’anno quindici galee contro i Rûm, l’armata de’ quali le combattè e ne prese ben sei. Secondo ilBaiân, nellaBibl. ar. sicula, luogo citato, e nella edizione del Dozy, vol. I, pag. 314, l’armata zirita, di rebi’ secondo del 507 (mezz’ottobre a mezzo novembre 1113) riportò in Mehdia gran numero di cattivi, presi nel paese di Rûm. E torna forse alle scorrerie nel Salernitano, delle quali dicono gli annali della Cava, an. 1113, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo VIII, pag. 923. Ibn-Khaldûn, op. cit., tomo II, pag. 25 della traduzione di Slane, dice che l’armata, della quale Iehia prendea cura particolare, fece molte scorrerie contro i Cristiani francesi, genovesi e sardi, sì che furono costretti a pagargli tributo. Il testo arabico pubblicato dallo stesso dotto orientalista, tomo I, pag. 207 sembra guasto nella voce che significherebbe tributo. In ogni modo, il nome diFarangia(franchi) può significare i paesi cristiani della Spagna e quelli anco d’Italia, e il tributo può essere stato pattuito temporaneamente con qualche giudicato della Sardegna, più tosto che con Genova o Pisa. Ibn-Khaldûn non bada alle minuzie.

55.Questa è la prima volta, per quanto io sappia, che si fa menzione appo i Musulmani d’Affrica del fuoco greco, o, come lo chiamano gli Arabi, lanafta. I Musulmani di Sicilia l’adoprarono nella guerra contro i Normanni, se ad un episodio di quella si riferiscono i versi d’Ibn-Hamdis, ch’io ho citati nel lib. IV, cap. xiv, pag. 532 del secondo volume, e lib. V, cap. vj, pag. 165, nota 3, del presente. In Egitto era conosciuto di certo, poichè Makrizi nelKitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 424, raccontando l’incendio che consumò una delle armerie del Cairo il 461 (1068-9), dice che v’arsero diecimilaKirbe(otri o vasi) di nafta e altrettantezarrake, o vogliam dire tubi da lanciare quel combustibile. Nondimeno parmi che l’effetto della nafta de’ Musulmani non fosse terribile quanto quello del fuoco greco. Gli scrittori normanni non ne fanno mai parola nella guerra di Sicilia, nè in quelle d’Affrica che noi trattiamo nel presente capitolo; nè la vittoria arrise mai in quella età al navilio zirita contro gli Italiani.Ibn-Hamdis medesimo e qualche altro poeta che cantava nella povera corte di Mehdia in sul tramonto della dinastia zirita, ricordano la nafta, come orribile strumento di distruzione: “una maraviglia” sclamava Ibn-Hamdis, senza aver letta la relazione della battaglia di Mentana. Al dir di que’ poeti, la nafta: 1º galleggiava su l’acqua e non si spegnea; 2º dava baleno, fumo, tuono e puzzo d’inferno; 3º era lanciata in lingua di fiamma da tubi di rame o bronzo che fossero; ovvero, 4º con dardi; e 5º cotesta nafta, o una specie di essa, era bianca com’acqua. Ciò nei regni di Iehia, Alì, Hasan, ch’è a dire nella prima metà del XII secolo. Si veggano i versi pubblicati nellaBiblioteca arabo-sicula, pag, 393 e 565 e altri inediti del Diwano d’Ibn-Hamdis, nella copia del Ms. della Vaticana, fatta dal prof. Sciahuan per uso del conte Miniscalchi, pagg. 75, 77, 118, 213, 241, 271, rime indi, di, ri, mi, naesa. Il Nowairi accenna anco alla nafta dell’armata zirita,Bibl. ar. sic., pag. 456. Ho fatte queste citazioni in aggiunta a’ fatti pubblicati nella dotta operaDu feu grégeois, etc. par MM. Reinaud et Favé, Paris, 1845, in-8.

55.Questa è la prima volta, per quanto io sappia, che si fa menzione appo i Musulmani d’Affrica del fuoco greco, o, come lo chiamano gli Arabi, lanafta. I Musulmani di Sicilia l’adoprarono nella guerra contro i Normanni, se ad un episodio di quella si riferiscono i versi d’Ibn-Hamdis, ch’io ho citati nel lib. IV, cap. xiv, pag. 532 del secondo volume, e lib. V, cap. vj, pag. 165, nota 3, del presente. In Egitto era conosciuto di certo, poichè Makrizi nelKitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 424, raccontando l’incendio che consumò una delle armerie del Cairo il 461 (1068-9), dice che v’arsero diecimilaKirbe(otri o vasi) di nafta e altrettantezarrake, o vogliam dire tubi da lanciare quel combustibile. Nondimeno parmi che l’effetto della nafta de’ Musulmani non fosse terribile quanto quello del fuoco greco. Gli scrittori normanni non ne fanno mai parola nella guerra di Sicilia, nè in quelle d’Affrica che noi trattiamo nel presente capitolo; nè la vittoria arrise mai in quella età al navilio zirita contro gli Italiani.

Ibn-Hamdis medesimo e qualche altro poeta che cantava nella povera corte di Mehdia in sul tramonto della dinastia zirita, ricordano la nafta, come orribile strumento di distruzione: “una maraviglia” sclamava Ibn-Hamdis, senza aver letta la relazione della battaglia di Mentana. Al dir di que’ poeti, la nafta: 1º galleggiava su l’acqua e non si spegnea; 2º dava baleno, fumo, tuono e puzzo d’inferno; 3º era lanciata in lingua di fiamma da tubi di rame o bronzo che fossero; ovvero, 4º con dardi; e 5º cotesta nafta, o una specie di essa, era bianca com’acqua. Ciò nei regni di Iehia, Alì, Hasan, ch’è a dire nella prima metà del XII secolo. Si veggano i versi pubblicati nellaBiblioteca arabo-sicula, pag, 393 e 565 e altri inediti del Diwano d’Ibn-Hamdis, nella copia del Ms. della Vaticana, fatta dal prof. Sciahuan per uso del conte Miniscalchi, pagg. 75, 77, 118, 213, 241, 271, rime indi, di, ri, mi, naesa. Il Nowairi accenna anco alla nafta dell’armata zirita,Bibl. ar. sic., pag. 456. Ho fatte queste citazioni in aggiunta a’ fatti pubblicati nella dotta operaDu feu grégeois, etc. par MM. Reinaud et Favé, Paris, 1845, in-8.

56.Questo fatto, del quale non danno alcun cenno gli annali bizantini nè i musulmani, si ritrae precisamente dal diwano d’Ibn-Hamdîs, nella citata pag. 213, della copia del prof. Sciahuan, dove si legge che una delle ragioni che mossero “il reggitore di Costantinopoli la maggiore a schermirsi col calam dal taglio della spada zirita” fu il timore “di quel dardo incendiario, che con maraviglioso effetto lanciava il fuoco nell’onda agitata e ardeavi.”Ibn-Hamdîs, oltre questa, scrisse a lode di Iehia altre otto lunghe kaside, che leggonsi nella copia dello Sciahuan a pagg. 24, 49, 116, 169, 204, 208, 210, 267, rime inab, ah, ru, li, mi, im, ma, ka, e la prima, la sesta e l’ottava anco nel Ms. di Pietroburgo, fog. 62 recto e verso e 63 recto. Della prima ho dati due versi nellaBibl. ar. sicula, pag. 572, e sette versi della terza leggonsi in Ibn-el-Athîr, anno 509, op. cit., pag. 280, e nella edizione del Tornberg, tomo X, pag. 359.

56.Questo fatto, del quale non danno alcun cenno gli annali bizantini nè i musulmani, si ritrae precisamente dal diwano d’Ibn-Hamdîs, nella citata pag. 213, della copia del prof. Sciahuan, dove si legge che una delle ragioni che mossero “il reggitore di Costantinopoli la maggiore a schermirsi col calam dal taglio della spada zirita” fu il timore “di quel dardo incendiario, che con maraviglioso effetto lanciava il fuoco nell’onda agitata e ardeavi.”

Ibn-Hamdîs, oltre questa, scrisse a lode di Iehia altre otto lunghe kaside, che leggonsi nella copia dello Sciahuan a pagg. 24, 49, 116, 169, 204, 208, 210, 267, rime inab, ah, ru, li, mi, im, ma, ka, e la prima, la sesta e l’ottava anco nel Ms. di Pietroburgo, fog. 62 recto e verso e 63 recto. Della prima ho dati due versi nellaBibl. ar. sicula, pag. 572, e sette versi della terza leggonsi in Ibn-el-Athîr, anno 509, op. cit., pag. 280, e nella edizione del Tornberg, tomo X, pag. 359.

57.Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pagg. 158, 168 e 332 di questo volume.

57.Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pagg. 158, 168 e 332 di questo volume.

58.Lib. IV, cap. 50, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo IV, p. 523. I Beni-Hammâd erano chiamati comunemente i signori della Cala (kalà’t) dal nome della prima loro capitale, ancorchè avessero verso il 1090 tramutata la sede in Bugia. Veggasi Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, traduzione de Slane, tomo II, pag. 43 segg.

58.Lib. IV, cap. 50, presso Muratori,Rer. Ital. Scr., tomo IV, p. 523. I Beni-Hammâd erano chiamati comunemente i signori della Cala (kalà’t) dal nome della prima loro capitale, ancorchè avessero verso il 1090 tramutata la sede in Bugia. Veggasi Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, traduzione de Slane, tomo II, pag. 43 segg.

59.Il fatto è bene espresso dalle parole di Ibn-el-Athîr che, prima del favore dato da Ruggiero a Rafi’-ibn-Makkan, era tra lui ed Alì amistà e inganno. Cotesta disposizione d’animi si dee tirar su infino al tempo di Iehia.

59.Il fatto è bene espresso dalle parole di Ibn-el-Athîr che, prima del favore dato da Ruggiero a Rafi’-ibn-Makkan, era tra lui ed Alì amistà e inganno. Cotesta disposizione d’animi si dee tirar su infino al tempo di Iehia.

60.È bene riferire testualmente l’affermazione degli scrittori musulmani, che rischiara un punto importante del diritto pubblico del tempo, in Affrica e fors’anco in Sicilia. Secondo Ibn-el-Athîr, Alì dichiarò “Non abbia alcuno nell’Affrica (propria) a competer meco nella spedizione di navi con mercanzie;” e secondo Tigiani, quel principe mal soffriva che alcuno nell’Affrica (propria) rivaleggiasse con lui nella spedizione di navi.

60.È bene riferire testualmente l’affermazione degli scrittori musulmani, che rischiara un punto importante del diritto pubblico del tempo, in Affrica e fors’anco in Sicilia. Secondo Ibn-el-Athîr, Alì dichiarò “Non abbia alcuno nell’Affrica (propria) a competer meco nella spedizione di navi con mercanzie;” e secondo Tigiani, quel principe mal soffriva che alcuno nell’Affrica (propria) rivaleggiasse con lui nella spedizione di navi.

61.Traduco “galea” secondo l’uso comune, la voce arabica sciana e scenîa, e serbo l’altra nella forma arabica, non sapendo appunto a quale specie di navi la risponda. Per ragione etimologica,harbiiasignificherebbe “guerresca.” Il legno di Rafi’ è dettoMerkeb, ossia “nave” genericamente e in particolare “grossa nave” da Ibn-el-Athîr e da Nowairi; ma il Tigiani la chiamasafina, che vuol dir nave in generale, e specialmente da corso.

61.Traduco “galea” secondo l’uso comune, la voce arabica sciana e scenîa, e serbo l’altra nella forma arabica, non sapendo appunto a quale specie di navi la risponda. Per ragione etimologica,harbiiasignificherebbe “guerresca.” Il legno di Rafi’ è dettoMerkeb, ossia “nave” genericamente e in particolare “grossa nave” da Ibn-el-Athîr e da Nowairi; ma il Tigiani la chiamasafina, che vuol dir nave in generale, e specialmente da corso.

62.Questo diligente scrittore dice che i Siciliani, già seduti a mensa, sapendo l’arrivo dell’armata affricana corsero a lor galee; ma alla più parte fu tagliata la via del mare, e molti rimasero uccisi. “E salvossi di costoro,” continua il Tigiani citando testualmente il contemporaneo Abu-s-Salt, “chi si potè salvare, avendo volato nella sua fuga, per paura della morte, non già per leggerezza di gamba.” Il Tigiani infine dà alcuni versi scritti in questo incontro a lode di Alì, da un Mohammed-ibn-Abd-Allah.In cotesti versi, per vero, è detto della ritirata del naviglio siciliano e della paura che gli avean fatta le navi zirite, ma non si fa parola di zuffa, nè di sangue sparso. Similmente la kasida d’Ibn-Hamdis che si legge nel solo Ms. della Vaticana, a pag. 127 della copia del professor Sciahuan, non allude menomamente a fazione combattuta, ancorchè la si estenda di molto descrivendo il terribile aspetto delle harbîe mandate dal signore di Mehdia contro le galee venute di Sicilia a Kâbes (così va corretto il nome di Fas, ossia Fez), l’anno 512. Dal silenzio de’ cronisti e sopratutto da quello de’ due poeti, argomento che il Tigiani, avendo per le mani qualche racconto non compiuto di Abu-s-Salt, abbia confusa la prima spedizione di cui trattiamo, con qualche fazione della guerra che poi si combattè tra Alì e Rafi’ aiutato da Ruggiero; forse la vittoria navale degli Ziriti alla quale accenna Ibn-Khaldûn, con data che pare erronea.

62.Questo diligente scrittore dice che i Siciliani, già seduti a mensa, sapendo l’arrivo dell’armata affricana corsero a lor galee; ma alla più parte fu tagliata la via del mare, e molti rimasero uccisi. “E salvossi di costoro,” continua il Tigiani citando testualmente il contemporaneo Abu-s-Salt, “chi si potè salvare, avendo volato nella sua fuga, per paura della morte, non già per leggerezza di gamba.” Il Tigiani infine dà alcuni versi scritti in questo incontro a lode di Alì, da un Mohammed-ibn-Abd-Allah.

In cotesti versi, per vero, è detto della ritirata del naviglio siciliano e della paura che gli avean fatta le navi zirite, ma non si fa parola di zuffa, nè di sangue sparso. Similmente la kasida d’Ibn-Hamdis che si legge nel solo Ms. della Vaticana, a pag. 127 della copia del professor Sciahuan, non allude menomamente a fazione combattuta, ancorchè la si estenda di molto descrivendo il terribile aspetto delle harbîe mandate dal signore di Mehdia contro le galee venute di Sicilia a Kâbes (così va corretto il nome di Fas, ossia Fez), l’anno 512. Dal silenzio de’ cronisti e sopratutto da quello de’ due poeti, argomento che il Tigiani, avendo per le mani qualche racconto non compiuto di Abu-s-Salt, abbia confusa la prima spedizione di cui trattiamo, con qualche fazione della guerra che poi si combattè tra Alì e Rafi’ aiutato da Ruggiero; forse la vittoria navale degli Ziriti alla quale accenna Ibn-Khaldûn, con data che pare erronea.

63.Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar.

63.Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar.

64.Ibn-Khaldûn non cita questo fatto.

64.Ibn-Khaldûn non cita questo fatto.

65.Poesia citata nella nota 2 della pagina precedente.

65.Poesia citata nella nota 2 della pagina precedente.

66.Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Ibn-Abi-Dinar.

66.Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Ibn-Abi-Dinar.

67.Ibn-Khaldûn.

67.Ibn-Khaldûn.

68.Ibn-el-Athîr,Baiân, Nowairi, Tigiani, Ibn-Abi-Dinar.

68.Ibn-el-Athîr,Baiân, Nowairi, Tigiani, Ibn-Abi-Dinar.

69.Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 511, testo nellaBiblioteca arabo-sicula, pag. 280 seg. e nella edizione del Tornberg, vol. X, pag. 370; Tigiani, testo nella Bibl. citata, pag. 382 segg., 392 segg. e traduzione francese di M.rRousseau, pag. 93 e 244 (ne’ quali luoghi la traduzione va corretta per migliori lezioni di un altro Ms. acquistato di poi da Mr. Rousseau);Nowairi, sotto gli anni 511 e 512, testo nella Bibl. citata, pag. 454; Ibn-Khaldûn,Storia de’ Berberi, testo nellaBibl. citata, pag. 486 e 488, testo di Algeri, tomo I, pag. 208 e 215, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26 e 36; Ibn-Abi-Dinar, testo nella Biblioteca citata, pag. 535, e versione francese (Histoire de l’Afrique de.... Kaïrouani, traduite par MM. Pellissier et Rémusat), pag. 152.Ibn-Khaldûn, nel primo de’ luoghi citati, dice che l’armata siciliana veniva in aiuto di Rafi’ per infestare la costiera edappostareil naviglio zirita, e che Alìrinnovòil suo navilio. Nell’altro luogo accenna con pari laconismo ad una vittoria navale dagli Ziriti sopra i Siciliani, ma aggiugne che Alì arruolò alloratribù arabe e navi e andò allo assedio di Kâbes il511. La cronologia non è osservata di certo in questo secondo frammento; nè lo si può mettere di accordo col primo, se non che supponendo la guerra navale, condotta con varia fortuna. IlBaiân, testo, ediz. del Dozy, pag. 316, e nellaBibl. ar. sic.pag. 370, sotto l’anno 512 fa parola soltanto delle ambascerie di Ruggiero a Mehdia.

69.Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 511, testo nellaBiblioteca arabo-sicula, pag. 280 seg. e nella edizione del Tornberg, vol. X, pag. 370; Tigiani, testo nella Bibl. citata, pag. 382 segg., 392 segg. e traduzione francese di M.rRousseau, pag. 93 e 244 (ne’ quali luoghi la traduzione va corretta per migliori lezioni di un altro Ms. acquistato di poi da Mr. Rousseau);Nowairi, sotto gli anni 511 e 512, testo nella Bibl. citata, pag. 454; Ibn-Khaldûn,Storia de’ Berberi, testo nellaBibl. citata, pag. 486 e 488, testo di Algeri, tomo I, pag. 208 e 215, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26 e 36; Ibn-Abi-Dinar, testo nella Biblioteca citata, pag. 535, e versione francese (Histoire de l’Afrique de.... Kaïrouani, traduite par MM. Pellissier et Rémusat), pag. 152.

Ibn-Khaldûn, nel primo de’ luoghi citati, dice che l’armata siciliana veniva in aiuto di Rafi’ per infestare la costiera edappostareil naviglio zirita, e che Alìrinnovòil suo navilio. Nell’altro luogo accenna con pari laconismo ad una vittoria navale dagli Ziriti sopra i Siciliani, ma aggiugne che Alì arruolò alloratribù arabe e navi e andò allo assedio di Kâbes il511. La cronologia non è osservata di certo in questo secondo frammento; nè lo si può mettere di accordo col primo, se non che supponendo la guerra navale, condotta con varia fortuna. IlBaiân, testo, ediz. del Dozy, pag. 316, e nellaBibl. ar. sic.pag. 370, sotto l’anno 512 fa parola soltanto delle ambascerie di Ruggiero a Mehdia.


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