CAPITOLO IX.Non fia lungo a narrare le vicende interiori della Sicilia da una rivoluzione ad un'altra. Ressela per venti anni, con titolo di emir, quel Sâlem-ibn-Rescid,lasciatovi alla partenza d'Abu-Sa'îd.[397]Ma l'autorità era mutilata. Le fazioni in Terraferma, com'abbiam visto, si condussero per capitani mandati apposta d'Affrica; nelle quali, se talvolta andò Sâlem, fu da ausiliare.[398]Il navilio siciliano, che diè tanta briga al Mehdi al tempo d'Ibn-Korhob, combatteva ora gli ortodossi sudditi degli Abbassidi in Egitto; i quali ben sapeano che i Siciliani ci andassero contro voglia. E però dopo la giornata navale che guadagnarono gli Abbassidi fuori Rosetta (919), menati a terra i prigioni, il popolo di Misr nè scevrò i Kotamii per ammazzarli; perdonò la vita ai Siciliani, Tripolitani e abitatori dell'Africa propria.[399]Del novecentoventisette; venne d'Affrica a por taglie[400]su la Sicilia, il figliuolo dell'emiro Sâlem, con due sceikhi[401]detti il Belezmi e il Kalesciani[402]; e tornovvi del trentadue, con preposti nuovi:Ibn-Selma e Ibn-Dâia; i quali aggravaron la mano sul popolo, ma rappresentatisi a corte l'anno appresso, caddero in disgrazia del padrone;[403]parendogli forse, che del camelo, com'ei solea dire, gliene avessero recato gli orecchi.[404]Veggiamo infine che Sâlem accordava la tregua a Taormina e altre castella dei Cristiani dì Sicilia nella state del novecentodiciannove.[405]Da tutto ciò è manifesto che il Mehdi adoperasse in Sicilia l'espediente tollerato dai pubblicisti musulmani del tempo: scindere l'emirato in due oficii, l'un di guerra e polizia, l'altro di azienda e giurisdizione;[406]e che non contento a ciò, togliesse l'occasione e le forze da far la guerra. Un capitan generale della sbirraglia con l'antico titolo d'emir; un presidio di Kotamii o fanti poliziotti, com'or diremmo; pace coi Cristiani dell'isola, per lasciarvi disarmati i coloni; gli affari d'azienda e di guerra accentrati in Affrica: con questi ordini il Mehdi tenne la Sicilia. Usò modi somiglianti con le popolazioni arabiche d'Affrica. In generale serbò la pace con l'impero bizantino, e con le popolazioni berbere independenti. Meglio che la spada, amò la penna, i raggiri fiscali, gli artifizii da gran maestro, ai quali era stato educato. Condusse per man del figliuolo la guerra d'Egitto, saviamente ostinandosi a quel conquisto; ma non gli riuscì.La morte del Mehdi, seguita il tre marzo novecentrentaquattro, si riseppe in Sicilia il venticinqueagosto; poichè il figliuolo che gli succedette, Abu-l-Kasem-Mohammed, soprannominato El-Kâim-biamr-illah, la occultò quanto ei potè,[407]temendo gli umori ostili degli Arabi d'Affrica, le sètte karegite dei Berberi e lo scompiglio che dovea recare nella setta ismaeliana la disparizione del semideo. A' dieci marzo del medesimo anno, fu morto dinanzi il palagio di Sâlem in Palermo, un Rendasc, governatore di Taormina:[408]questo sol ne sappiamo; ma il nome greco ci porta a supporlo capitan del municipio cristiano che avesse infranto la tregua, e caduto in mano di Sâlem fosse mandato al supplizio. Il diciannove poi d'ottobre, ingrossati per piogge i torrenti delle montagne che circondano Palermo, calamità troppo frequente, si rovesciarono su la città , portaron via molte casefuori e dentro le mura, e v'annegò della gente.[409]Corso poco più d'un anno, l'undici luglio del trentasei, soffiò sopra l'isola uno scirocco sì infocato, ch'arse le frutta in sugli alberi; nè quella stagione si potè far vendemmia.[410]Ridestossi nel trentasette la rivoluzione a Girgenti; la quale città par che il governo fatemita non avesse disarmato nè imbrigliato al par di Palermo, in grazia, sia del sangue berbero, sia della pinta data a Ibn-Korhob. Ciò non togliea nè l'avarizia del fisco, nè i soprusi degli oficiali di Sâlem; sul quale piombò l'odio dei Girgentini, come d'ogni altro musulmano di Sicilia. Levatosi dunque il popolo, a' diciassette aprile, contro Ibn-'Amrân ch'era'âmil, o, diremmo noi, delegato di Sâlem in Girgenti, lo andarono ad assalire in Caltabellotta, forte rôcca a trentadue miglia, ov'ei si tenea sicuro con suoi gendarmi;[411]e, fatto impeto nella fortezza, il capo fuggì; gli sgherri furono svaligiati. Al quale annunzio Sâlem mandava Abu-Dekâk, Kotamio, con le genti di sua tribù, le milizie siciliane, e i fanti di Meimûn-ibn-Musa, che sembran altra caterva di gendarmi: e Abu-Dekâk s'era messo a stringere 'Asra, terra d'incerto sito,[412]tra Palermoe Girgenti e rivoltata anch'essa, quando lo sopraggiunsero i Girgentini. Appiccata la zuffa il ventiquattro giugno, par che i soli a combattere tra i regii fossero stati que' di Kotama; poichè di lor soli si narra la sconfitta e la strage, nella quale cadde anco il capitano, e la prigionia dei rimagnenti. I vincitori marciarono sopra Palermo. Dove, o che il popolo non si fidasse per anco di levar la testa, o che il movesse l'antica nimistà coi Girgentini, si lasciò condurre da Sâlem e da Meimûn-ibn-Musa a combattere per gli oppressori. Scontrati i Girgentini, il due luglio, a Mesîd-Bâlîs,[413]i Palermitani li ruppero dopo fiero combattimento, e li inseguiron fino a' mulini di Marineo.[414]Se fosse lecito di ristorar a conghietture le memorie de' tempi, diremmo risolutamente che la nobiltà palermitana non proseguì volentieri la guerra contro i ribelli; che cercò di patteggiare col governo e resistergli, avendo di nuovo le armi alla mano. Certo, che la rivoluzione non fu repressa a Girgenti,e che a capo di due mesi divampò in Palermo.Dove la domenica diciassette settembre sorgea contro Sâlem il popolo condotto da un Ibn-Sebâia e un Abu-Târ;[415]ai quali l'emiro fe' testa, notandosi che gli fu ucciso nella zuffa un Abu-Nottâr, detto il Negro: qualche gran colonna della polizia al suo tempo. Nondimeno rimase l'avvantaggio a Sâlem, poichè ei faceva impalare parecchi ribelli il dì venti nell'arsenale. Più poderosi stuoli corsero alle armi, il sette ottobre; ritentarono la prova; e furono sconfitti di nuovo da Sâlem ed assediati nella città vecchia, ov'e' si ritrassero.[416]Pure finì senza molto sangue. Avea Sâlem fin dai primi movimenti scritto al principe: tutta la Sicilia essere rivoltata; se non la volea perdere, mandasse rinforzi; e i notabili dell'isola, titubanti nella ribellione, aveano spacciato altre lettere nelle quali diceano voler obbedire al califfo, ma che non poteano sopportare quel tiranno di Sâlem. Donde Kâim, lor ne mandò un altro di tempra più fina; con possente esercito, nel quale contavansi parecchi condottieri,[417]forse di soldateschemercenarie. Il capitan supremo ebbe nome Abu-Abbâs-Khalîl-ibn-Ishâk-ibn-Werd. Nato in Tripoli di nobile famiglia arabica, s'era dato in gioventù agli studii, alla devozione, alle ascetiche fantasie dei sufì; poi s'era venduto ai Fatemiti, fattosi ministro d'espilazioni e di supplizi contro i proprii concittadini; rimeritato con oficii d'azienda, con governi di città ; e n'abusò, sapendosi che pericolò la vita sotto l'avaro Mehdi, e che campò per intercessione di Kâim; il quale, salito al trono, lo fe' capitano della cavalleria d'Affrica, con giurisdizione sulgiunde sul navilio.[418]Questo suo fidatissimo deputò all'impresa di Sicilia. Sembra, che parte dell'armata fosse allestita in fretta a Susa. Poichè torna a tal tempo la leggenda affricana che, avendo i calafati svelto i cippi del cimitero di Susa per far puntello alle navi che si racconciavano per la spedizione di Sicilia, niuno osò toccare la pietra sepolcrale del devoto Iehia-ibn-Omar-ibn-Iusûf, dalla quale si vedea raggiare una portentosa luce.[419]Khalîl, arrivato in Palermo a' ventitrè ottobre,[420]fe' buon viso ai cittadini, che gli si appresentarono protestando lealtà al califo; ed ascoltò lor querele contro Sâlem; le quali furono ripetute con molte lagrime e strida dalle donne, uscite anch'esse dalla città , menando seco i fanciulli: doloroso spettacoloche commosse quanti il videro, scrive Ibn-el-Athîr, e ne piansero per pietà . Ripeteano tantosto le accuse contro Sâlem i deputati delle altre terre dell'isola, e i Girgentini medesimi che si sottomessero. Khalîl soddisfece in apparenza ai Siciliani con deporre d'oficio gli'âmildi Sâlem: commedia ripetuta e applaudita in tutti i tempi. Quanto a Sâlem, nè andò via da Palermo, nè perdè il titol di emiro, nè par gli fosse tolta altra autorità , che il comando dell'esercito.[421]Di che imbaldanziva tanto l'animo servile, da non sapersi frenare una volta che, abboccatosi coi deputati girgentini e punto forse da loro, rimbeccò: non ridessero poi tanto; aspettassero, e vedrebbero se il principe non avea mandato Khalîl a vendicare il sangue dei soldati uccisigli nella rivoluzione.[422]Calmati che parvero i Siciliani, Khalîl diè opera al freno da por loro in bocca. Il palagio o castello degli emiri in Palermo giacea fuor la città vecchia, nel medesimo luogo ov'è adesso la reggia.[423]Provano ciò le stanze dei soldati rimaste lì presso nel decimo secolo,[424]e il portico, o, come lo chiamarono ai tempi normanni, la Via coperta, che dalla cattedrale riusciva a quel sito e che per certo, ai tempi musulmani,avea congiunto il palagio alla moscheagiâmi'; sì come a Cordova,[425]a Kairewân,[426]e ad Algeri.[427]Posto dunque ad un miglio dal mare, e standovi di mezzo città sì forte e popol sì contumace, il palagio non era bel soggiorno agli emiri negli spessi tumulti palermitani. Al contrario, la penisola in sul porto dove par si fosse accampato Abu-Sa'îd nell'assedio del novecento sedici,[428]offeriva sito difendevole, aperto agli aiuti di fuori, ed acconcio a vietarne ai Palermitani. Khalîl vi gettò subito le fondamenta d'una cittadella cui diè nomeEl-Khâlisa, che suona “L'eletta;†e in vero dovea rinserrare il fior dei leali: l'emiro, i suoi mercenarii da spada e da penna; palagio, arsenale, oficii pubblici; prigione: tutta la macchina governativa; come una Mehdia in piccolo, circondata di mura, e molto bene afforzata.[429]All'uso dei tempi, Khalîl risparmiò danari, sforzando la gente a lavorarvi;[430]oltrechè fece abbattere le mura della città vecchia, e toglierne un'altra fiata le porte.[431]I Palermitani fremevano, e non poteano dar crollo. Ma i Girgentini,addandosi che Sâlem avea ragione, vollero ripigliare le armi pria che Khalîl non architettasse qualche altra cittadella in casa loro.Onde afforzan le mura alla meglio; fanno preparamenti di guerra: Khalîl, dal suo canto, accozzò grosso esercito, tra i Siciliani e le forze recate d'Affrica; coi quali movea di Palermo il nove marzo del novecentrentotto. Usciti i Girgentini allo scontro, vinsero per sanguinosa battaglia, nella quale cadeano due capi di gran nome tra i regii: Ibn-abi-Khinzîr, ch'è lo stesso casato dell'emiro del novecentoundici; ed Ali-ibn-abi-Hosein della tribù di Kelb, genero di Sâlem e ceppo della dinastia che poi regnò in Sicilia. Pur l'esercito regio, poderoso e condotto dalla volontà inflessibile di Khalîl, non ostante la prima sconfitta, continuò l'assedio per otto mesi; nei quali non passò giorno che poco o molto non si combattesse; finchè, sovrastando la stagione piovosa, Khalîl levò il campo a' ventidue ottobre. Svernò alla Khâlesa; fece venir d'Affrica altri Berberi, come il provano i nomi de' capitani Wasâmâ e Ibn-Modû;[432]ed attese a levar novelli tributi su le popolazioni siciliane che gli ubbidivano. Onde, oppresse della gravezza, mosse dall'esempio e dalle istigazioni dei Girgentini, si chiarirono ribelli tutte le castella e il popol di Mazara, scrive Ibn-el-Athîr, particolareggiando molto i casi di cotesta guerra. E le castella si deveintendere del Val di Mazara; trovandosi tutti in quella provincia i nomi dei quali si fa ricordo; nè parendo da altro indizio che fossero per anco sparse le colonie musulmane a levante del Salso. “Misero in campo (continua Ibn-el-Athîr) loro gualdane; la ribellione fece passi da gigante; scrissero all'imperatore di Costantinopoli, chiedendo aiuti; il quale mandò navi con uomini e frumenti.†A tal partito si scorge la disperazione; ed anco all'insolito accordo che par sia stato tra gli Arabi e i Berberi dell'isola; ed alla ostinatissima resistenza: e vincean la prova, se Palermo voleva o potea tentare uno sforzo estremo; se i sollevati sapeano sottomettersi ad unità di comando; e se la carestia non combatteva anco pei Fatemiti. Khalîl, nella primavera del novecentrentanove, cominciò la guerra ai passi delle Madonie: espugnò Caltavuturo, Kalat-es-sirât,[433]Sclafani; le quali non si ritrae che fossero state soccorse dai distretti meridionali. Assicurate così le spalle e le vittovaglie, volse a ponente; occupò Mazara;[434]indi una penisola, ch'io credo il Capo San Marco, dove fu preso un condottiero bizantino o di schiatta siciliana, per nome Foca o simile, cui Khalîl fe' morire tra i tormenti:[435]indimosse con tutte le genti all'assedio di Caltabellotta. Ebbela a patti, dopo sanguinosa battaglia vinta il dieci luglio; nè potè fare altra impresa fino al settembre, quando messe il campo a Platani. La quale giaceva a dieci miglia in circa da Caltabellotta, una ventina da Girgenti e sei dal mare: antica fortezza d'un miglio in giro, su la cima del monte chiamato in oggi di Platanella, che sorge stagliato e dirupato d'ogni banda su la ripa destra del fiume di Macasoli e su la sinistra del Lico, il quale ha mutato il nome in Platani. La trovarono i Musulmani al conquisto; la tenner anco sotto i Normanni, formidabile e munita d'una rôcca; vi s'afforzarono nelle guerre civili al principio del regno di Federigo Svevo, quando par siano stati smantellati i ripari, e il villaggio conceduto coi terreni alla Cattedrale di Palermo. Tantochè nel decimosesto secolo ne avanzavan, dice Fazzello, mirabili rovine, ed oggi il nome di Calata attesta su le carte geografiche il sito della rôcca.[436]Indarno travagliossi Khalîl contro Platani; anzi abbandonò o perdè Caltabellotta; a ripigliar la quale avendo spiccato parte de' suoi, i Girgentini una notte di novembre assalivano improvvisi l'uno e l'altro campo; sforzavano quel di Caltabellotta; lo saccheggiavano, metteano in fuga gli assedianti. Khalîl allora risolutamente lasciò anco l'assedio di Platani, per concentrar tutte le forze contro Girgenti, nodo principale della guerra; per chiudere quegli audaci entro lor mura, sì che non gli facessero altra vergogna, e che sentissero più crudelmente la fame.La quale straziava tutta l'isola; prodotta non tanto da inclemenza di stagioni e da' guasti inevitabili della guerra, quanto da satanic'arte di Khalîl; il quale non mentì al certo quando vantossi d'avere spento di ferro e di fame centinaia di migliaia d'anime in Sicilia. Ormai tutta la strategia stava nel nudrire i proprii soldati, poichè i nemici sarebbero morti senza ferite: e il capitano computista d'Affrica, facendo rapir ogni maniera di cibo che potesse, conseguiva a un tratto la salute de' suoi e la distruzion de' Siciliani. La carestia ingombrò cittadi e campagne, scrive la cronica del paese; padri e madri mangiarono i cadaveri dei figli; abbandonate dagli uomini, rovinarono le castella; le terre coltivate rinsalvatichirono: una infinità di gente, aggiugne ilBaiân, fuggendo la carestia e i sicarii di Khalîl, riparò qua e là nei paesi di Rûm, ch'è a dire Italia o Grecia; dove la più parte si fecero cristiani. Mentre seguia nell'isola cotesto scempio, Khalîl stava all'assedio di Girgenti: poi lasciovvi forte schiera con Abu-Kelef-ibn-Harûn, ed egli si ridussein Palermo, certo ormai dell'esito. E di marzo del novecenquaranta, Platani inespugnabile s'arrendè; Girgenti tenne il fermo finchè i più savii o avventurati si salvarono con la fuga; i rimagnenti aprirono le porte a patto d'uscire salvi, il venti novembre: ma Khalîl, quand'ebbeli nelle sue forze, spezzando la fede menolli in Palermo. Le altre castella spaventate a questo eccesso s'affrettarono a chiedere perdono, sperando placare il tiranno: tutta la Sicilia tornò al nome dei Fatemiti. Khalîl mandava a Kâim in Affrica le caterve dei prigioni da vendere;[437]nè andò guari che parendogli queta ogni cosa, s'imbarcò egli stesso per l'Affrica a' dieci settembre novecenquarantuno; lasciando al governo di Palermo due delegati, per nome Ibn-Kufi e Ibn-'Attâf della tribù di Azd;[438]chè Sâlem era morto l'anno innanzi. Si tirò dietro in altro legno i notabili di Girgenti. E in alto mare comandò di sfondare la nave; sì che tutti perirono.[439]Donde gli annalisti musulmani si scoton di loro aritmetica impassibilità , venendo a parlare di questo Khalîl; e chi l'infama d'aver ecceduto ogni limite diefferata barbarie, chi nota aver costui fatto in Sicilia ciò che niun altro Musulmano osò prima nè poi in alcun paese. Si narra che al ritorno in Mehdia, sedendo un giorno a brigata coi primi della città , caduto il discorso su la guerra di Sicilia, l'empio si millantava: “Non saprei giusto giusto quanti ve ne feci morire; non furono più d'un milione, non meno di secentomila.†E fatta breve pausa, ripigliò: “Sì, per Dio, passarono i secentomila.†E una voce s'alzò, del maestro di scuola Abu-abd-Allah, che gli rispose senza cirimonie:[440]“Va, Abu-l-Abbâs, che ti basta un omicidio solo,â€[441]alludendo al grave peccato ch'era di sparger sangue per caso di maestà .[442]Non andò guari che Khalîl n'ebbe il gastigo dalle mani degli uomini; Minacciata Kairewân dal ribelle Abu-Iezîd, e tentennando i cittadini tra la paura delle sfrenate sue moltitudini, e l'odio contro casa fatemita, Kâim vi mandò il gran sicario della dinastia con una banda di mille Negri a cavallo. Il quale, all'usanza vecchia, cominciò a velare e maltrattare, e tentava anco la cura della fame, spazzando il contado con orribile guasto; ma fe' contrario effetto, poichè i cittadini mormorarono, poi cospirarono, e,come minor male, chiamarono Abu-Iezîd. Appressandosi l'esercito ribelle (ottobre 944), Khalîl perdè l'animo: uscì alla battaglia quasi sforzato; fuggì pria che si venisse alle mani; e corse a chiudersi nel palagio di Kairewân. Dove preso dai ribelli, l'uccisero coi suoi sgherri, e appiccarono il cadavere a un palo, alla porta chiamata di Rebi'.[443]
Non fia lungo a narrare le vicende interiori della Sicilia da una rivoluzione ad un'altra. Ressela per venti anni, con titolo di emir, quel Sâlem-ibn-Rescid,lasciatovi alla partenza d'Abu-Sa'îd.[397]Ma l'autorità era mutilata. Le fazioni in Terraferma, com'abbiam visto, si condussero per capitani mandati apposta d'Affrica; nelle quali, se talvolta andò Sâlem, fu da ausiliare.[398]Il navilio siciliano, che diè tanta briga al Mehdi al tempo d'Ibn-Korhob, combatteva ora gli ortodossi sudditi degli Abbassidi in Egitto; i quali ben sapeano che i Siciliani ci andassero contro voglia. E però dopo la giornata navale che guadagnarono gli Abbassidi fuori Rosetta (919), menati a terra i prigioni, il popolo di Misr nè scevrò i Kotamii per ammazzarli; perdonò la vita ai Siciliani, Tripolitani e abitatori dell'Africa propria.[399]Del novecentoventisette; venne d'Affrica a por taglie[400]su la Sicilia, il figliuolo dell'emiro Sâlem, con due sceikhi[401]detti il Belezmi e il Kalesciani[402]; e tornovvi del trentadue, con preposti nuovi:Ibn-Selma e Ibn-Dâia; i quali aggravaron la mano sul popolo, ma rappresentatisi a corte l'anno appresso, caddero in disgrazia del padrone;[403]parendogli forse, che del camelo, com'ei solea dire, gliene avessero recato gli orecchi.[404]Veggiamo infine che Sâlem accordava la tregua a Taormina e altre castella dei Cristiani dì Sicilia nella state del novecentodiciannove.[405]Da tutto ciò è manifesto che il Mehdi adoperasse in Sicilia l'espediente tollerato dai pubblicisti musulmani del tempo: scindere l'emirato in due oficii, l'un di guerra e polizia, l'altro di azienda e giurisdizione;[406]e che non contento a ciò, togliesse l'occasione e le forze da far la guerra. Un capitan generale della sbirraglia con l'antico titolo d'emir; un presidio di Kotamii o fanti poliziotti, com'or diremmo; pace coi Cristiani dell'isola, per lasciarvi disarmati i coloni; gli affari d'azienda e di guerra accentrati in Affrica: con questi ordini il Mehdi tenne la Sicilia. Usò modi somiglianti con le popolazioni arabiche d'Affrica. In generale serbò la pace con l'impero bizantino, e con le popolazioni berbere independenti. Meglio che la spada, amò la penna, i raggiri fiscali, gli artifizii da gran maestro, ai quali era stato educato. Condusse per man del figliuolo la guerra d'Egitto, saviamente ostinandosi a quel conquisto; ma non gli riuscì.
La morte del Mehdi, seguita il tre marzo novecentrentaquattro, si riseppe in Sicilia il venticinqueagosto; poichè il figliuolo che gli succedette, Abu-l-Kasem-Mohammed, soprannominato El-Kâim-biamr-illah, la occultò quanto ei potè,[407]temendo gli umori ostili degli Arabi d'Affrica, le sètte karegite dei Berberi e lo scompiglio che dovea recare nella setta ismaeliana la disparizione del semideo. A' dieci marzo del medesimo anno, fu morto dinanzi il palagio di Sâlem in Palermo, un Rendasc, governatore di Taormina:[408]questo sol ne sappiamo; ma il nome greco ci porta a supporlo capitan del municipio cristiano che avesse infranto la tregua, e caduto in mano di Sâlem fosse mandato al supplizio. Il diciannove poi d'ottobre, ingrossati per piogge i torrenti delle montagne che circondano Palermo, calamità troppo frequente, si rovesciarono su la città , portaron via molte casefuori e dentro le mura, e v'annegò della gente.[409]Corso poco più d'un anno, l'undici luglio del trentasei, soffiò sopra l'isola uno scirocco sì infocato, ch'arse le frutta in sugli alberi; nè quella stagione si potè far vendemmia.[410]
Ridestossi nel trentasette la rivoluzione a Girgenti; la quale città par che il governo fatemita non avesse disarmato nè imbrigliato al par di Palermo, in grazia, sia del sangue berbero, sia della pinta data a Ibn-Korhob. Ciò non togliea nè l'avarizia del fisco, nè i soprusi degli oficiali di Sâlem; sul quale piombò l'odio dei Girgentini, come d'ogni altro musulmano di Sicilia. Levatosi dunque il popolo, a' diciassette aprile, contro Ibn-'Amrân ch'era'âmil, o, diremmo noi, delegato di Sâlem in Girgenti, lo andarono ad assalire in Caltabellotta, forte rôcca a trentadue miglia, ov'ei si tenea sicuro con suoi gendarmi;[411]e, fatto impeto nella fortezza, il capo fuggì; gli sgherri furono svaligiati. Al quale annunzio Sâlem mandava Abu-Dekâk, Kotamio, con le genti di sua tribù, le milizie siciliane, e i fanti di Meimûn-ibn-Musa, che sembran altra caterva di gendarmi: e Abu-Dekâk s'era messo a stringere 'Asra, terra d'incerto sito,[412]tra Palermoe Girgenti e rivoltata anch'essa, quando lo sopraggiunsero i Girgentini. Appiccata la zuffa il ventiquattro giugno, par che i soli a combattere tra i regii fossero stati que' di Kotama; poichè di lor soli si narra la sconfitta e la strage, nella quale cadde anco il capitano, e la prigionia dei rimagnenti. I vincitori marciarono sopra Palermo. Dove, o che il popolo non si fidasse per anco di levar la testa, o che il movesse l'antica nimistà coi Girgentini, si lasciò condurre da Sâlem e da Meimûn-ibn-Musa a combattere per gli oppressori. Scontrati i Girgentini, il due luglio, a Mesîd-Bâlîs,[413]i Palermitani li ruppero dopo fiero combattimento, e li inseguiron fino a' mulini di Marineo.[414]Se fosse lecito di ristorar a conghietture le memorie de' tempi, diremmo risolutamente che la nobiltà palermitana non proseguì volentieri la guerra contro i ribelli; che cercò di patteggiare col governo e resistergli, avendo di nuovo le armi alla mano. Certo, che la rivoluzione non fu repressa a Girgenti,e che a capo di due mesi divampò in Palermo.
Dove la domenica diciassette settembre sorgea contro Sâlem il popolo condotto da un Ibn-Sebâia e un Abu-Târ;[415]ai quali l'emiro fe' testa, notandosi che gli fu ucciso nella zuffa un Abu-Nottâr, detto il Negro: qualche gran colonna della polizia al suo tempo. Nondimeno rimase l'avvantaggio a Sâlem, poichè ei faceva impalare parecchi ribelli il dì venti nell'arsenale. Più poderosi stuoli corsero alle armi, il sette ottobre; ritentarono la prova; e furono sconfitti di nuovo da Sâlem ed assediati nella città vecchia, ov'e' si ritrassero.[416]Pure finì senza molto sangue. Avea Sâlem fin dai primi movimenti scritto al principe: tutta la Sicilia essere rivoltata; se non la volea perdere, mandasse rinforzi; e i notabili dell'isola, titubanti nella ribellione, aveano spacciato altre lettere nelle quali diceano voler obbedire al califfo, ma che non poteano sopportare quel tiranno di Sâlem. Donde Kâim, lor ne mandò un altro di tempra più fina; con possente esercito, nel quale contavansi parecchi condottieri,[417]forse di soldateschemercenarie. Il capitan supremo ebbe nome Abu-Abbâs-Khalîl-ibn-Ishâk-ibn-Werd. Nato in Tripoli di nobile famiglia arabica, s'era dato in gioventù agli studii, alla devozione, alle ascetiche fantasie dei sufì; poi s'era venduto ai Fatemiti, fattosi ministro d'espilazioni e di supplizi contro i proprii concittadini; rimeritato con oficii d'azienda, con governi di città ; e n'abusò, sapendosi che pericolò la vita sotto l'avaro Mehdi, e che campò per intercessione di Kâim; il quale, salito al trono, lo fe' capitano della cavalleria d'Affrica, con giurisdizione sulgiunde sul navilio.[418]Questo suo fidatissimo deputò all'impresa di Sicilia. Sembra, che parte dell'armata fosse allestita in fretta a Susa. Poichè torna a tal tempo la leggenda affricana che, avendo i calafati svelto i cippi del cimitero di Susa per far puntello alle navi che si racconciavano per la spedizione di Sicilia, niuno osò toccare la pietra sepolcrale del devoto Iehia-ibn-Omar-ibn-Iusûf, dalla quale si vedea raggiare una portentosa luce.[419]
Khalîl, arrivato in Palermo a' ventitrè ottobre,[420]fe' buon viso ai cittadini, che gli si appresentarono protestando lealtà al califo; ed ascoltò lor querele contro Sâlem; le quali furono ripetute con molte lagrime e strida dalle donne, uscite anch'esse dalla città , menando seco i fanciulli: doloroso spettacoloche commosse quanti il videro, scrive Ibn-el-Athîr, e ne piansero per pietà . Ripeteano tantosto le accuse contro Sâlem i deputati delle altre terre dell'isola, e i Girgentini medesimi che si sottomessero. Khalîl soddisfece in apparenza ai Siciliani con deporre d'oficio gli'âmildi Sâlem: commedia ripetuta e applaudita in tutti i tempi. Quanto a Sâlem, nè andò via da Palermo, nè perdè il titol di emiro, nè par gli fosse tolta altra autorità , che il comando dell'esercito.[421]Di che imbaldanziva tanto l'animo servile, da non sapersi frenare una volta che, abboccatosi coi deputati girgentini e punto forse da loro, rimbeccò: non ridessero poi tanto; aspettassero, e vedrebbero se il principe non avea mandato Khalîl a vendicare il sangue dei soldati uccisigli nella rivoluzione.[422]
Calmati che parvero i Siciliani, Khalîl diè opera al freno da por loro in bocca. Il palagio o castello degli emiri in Palermo giacea fuor la città vecchia, nel medesimo luogo ov'è adesso la reggia.[423]Provano ciò le stanze dei soldati rimaste lì presso nel decimo secolo,[424]e il portico, o, come lo chiamarono ai tempi normanni, la Via coperta, che dalla cattedrale riusciva a quel sito e che per certo, ai tempi musulmani,avea congiunto il palagio alla moscheagiâmi'; sì come a Cordova,[425]a Kairewân,[426]e ad Algeri.[427]Posto dunque ad un miglio dal mare, e standovi di mezzo città sì forte e popol sì contumace, il palagio non era bel soggiorno agli emiri negli spessi tumulti palermitani. Al contrario, la penisola in sul porto dove par si fosse accampato Abu-Sa'îd nell'assedio del novecento sedici,[428]offeriva sito difendevole, aperto agli aiuti di fuori, ed acconcio a vietarne ai Palermitani. Khalîl vi gettò subito le fondamenta d'una cittadella cui diè nomeEl-Khâlisa, che suona “L'eletta;†e in vero dovea rinserrare il fior dei leali: l'emiro, i suoi mercenarii da spada e da penna; palagio, arsenale, oficii pubblici; prigione: tutta la macchina governativa; come una Mehdia in piccolo, circondata di mura, e molto bene afforzata.[429]All'uso dei tempi, Khalîl risparmiò danari, sforzando la gente a lavorarvi;[430]oltrechè fece abbattere le mura della città vecchia, e toglierne un'altra fiata le porte.[431]I Palermitani fremevano, e non poteano dar crollo. Ma i Girgentini,addandosi che Sâlem avea ragione, vollero ripigliare le armi pria che Khalîl non architettasse qualche altra cittadella in casa loro.
Onde afforzan le mura alla meglio; fanno preparamenti di guerra: Khalîl, dal suo canto, accozzò grosso esercito, tra i Siciliani e le forze recate d'Affrica; coi quali movea di Palermo il nove marzo del novecentrentotto. Usciti i Girgentini allo scontro, vinsero per sanguinosa battaglia, nella quale cadeano due capi di gran nome tra i regii: Ibn-abi-Khinzîr, ch'è lo stesso casato dell'emiro del novecentoundici; ed Ali-ibn-abi-Hosein della tribù di Kelb, genero di Sâlem e ceppo della dinastia che poi regnò in Sicilia. Pur l'esercito regio, poderoso e condotto dalla volontà inflessibile di Khalîl, non ostante la prima sconfitta, continuò l'assedio per otto mesi; nei quali non passò giorno che poco o molto non si combattesse; finchè, sovrastando la stagione piovosa, Khalîl levò il campo a' ventidue ottobre. Svernò alla Khâlesa; fece venir d'Affrica altri Berberi, come il provano i nomi de' capitani Wasâmâ e Ibn-Modû;[432]ed attese a levar novelli tributi su le popolazioni siciliane che gli ubbidivano. Onde, oppresse della gravezza, mosse dall'esempio e dalle istigazioni dei Girgentini, si chiarirono ribelli tutte le castella e il popol di Mazara, scrive Ibn-el-Athîr, particolareggiando molto i casi di cotesta guerra. E le castella si deveintendere del Val di Mazara; trovandosi tutti in quella provincia i nomi dei quali si fa ricordo; nè parendo da altro indizio che fossero per anco sparse le colonie musulmane a levante del Salso. “Misero in campo (continua Ibn-el-Athîr) loro gualdane; la ribellione fece passi da gigante; scrissero all'imperatore di Costantinopoli, chiedendo aiuti; il quale mandò navi con uomini e frumenti.†A tal partito si scorge la disperazione; ed anco all'insolito accordo che par sia stato tra gli Arabi e i Berberi dell'isola; ed alla ostinatissima resistenza: e vincean la prova, se Palermo voleva o potea tentare uno sforzo estremo; se i sollevati sapeano sottomettersi ad unità di comando; e se la carestia non combatteva anco pei Fatemiti. Khalîl, nella primavera del novecentrentanove, cominciò la guerra ai passi delle Madonie: espugnò Caltavuturo, Kalat-es-sirât,[433]Sclafani; le quali non si ritrae che fossero state soccorse dai distretti meridionali. Assicurate così le spalle e le vittovaglie, volse a ponente; occupò Mazara;[434]indi una penisola, ch'io credo il Capo San Marco, dove fu preso un condottiero bizantino o di schiatta siciliana, per nome Foca o simile, cui Khalîl fe' morire tra i tormenti:[435]indimosse con tutte le genti all'assedio di Caltabellotta. Ebbela a patti, dopo sanguinosa battaglia vinta il dieci luglio; nè potè fare altra impresa fino al settembre, quando messe il campo a Platani. La quale giaceva a dieci miglia in circa da Caltabellotta, una ventina da Girgenti e sei dal mare: antica fortezza d'un miglio in giro, su la cima del monte chiamato in oggi di Platanella, che sorge stagliato e dirupato d'ogni banda su la ripa destra del fiume di Macasoli e su la sinistra del Lico, il quale ha mutato il nome in Platani. La trovarono i Musulmani al conquisto; la tenner anco sotto i Normanni, formidabile e munita d'una rôcca; vi s'afforzarono nelle guerre civili al principio del regno di Federigo Svevo, quando par siano stati smantellati i ripari, e il villaggio conceduto coi terreni alla Cattedrale di Palermo. Tantochè nel decimosesto secolo ne avanzavan, dice Fazzello, mirabili rovine, ed oggi il nome di Calata attesta su le carte geografiche il sito della rôcca.[436]
Indarno travagliossi Khalîl contro Platani; anzi abbandonò o perdè Caltabellotta; a ripigliar la quale avendo spiccato parte de' suoi, i Girgentini una notte di novembre assalivano improvvisi l'uno e l'altro campo; sforzavano quel di Caltabellotta; lo saccheggiavano, metteano in fuga gli assedianti. Khalîl allora risolutamente lasciò anco l'assedio di Platani, per concentrar tutte le forze contro Girgenti, nodo principale della guerra; per chiudere quegli audaci entro lor mura, sì che non gli facessero altra vergogna, e che sentissero più crudelmente la fame.
La quale straziava tutta l'isola; prodotta non tanto da inclemenza di stagioni e da' guasti inevitabili della guerra, quanto da satanic'arte di Khalîl; il quale non mentì al certo quando vantossi d'avere spento di ferro e di fame centinaia di migliaia d'anime in Sicilia. Ormai tutta la strategia stava nel nudrire i proprii soldati, poichè i nemici sarebbero morti senza ferite: e il capitano computista d'Affrica, facendo rapir ogni maniera di cibo che potesse, conseguiva a un tratto la salute de' suoi e la distruzion de' Siciliani. La carestia ingombrò cittadi e campagne, scrive la cronica del paese; padri e madri mangiarono i cadaveri dei figli; abbandonate dagli uomini, rovinarono le castella; le terre coltivate rinsalvatichirono: una infinità di gente, aggiugne ilBaiân, fuggendo la carestia e i sicarii di Khalîl, riparò qua e là nei paesi di Rûm, ch'è a dire Italia o Grecia; dove la più parte si fecero cristiani. Mentre seguia nell'isola cotesto scempio, Khalîl stava all'assedio di Girgenti: poi lasciovvi forte schiera con Abu-Kelef-ibn-Harûn, ed egli si ridussein Palermo, certo ormai dell'esito. E di marzo del novecenquaranta, Platani inespugnabile s'arrendè; Girgenti tenne il fermo finchè i più savii o avventurati si salvarono con la fuga; i rimagnenti aprirono le porte a patto d'uscire salvi, il venti novembre: ma Khalîl, quand'ebbeli nelle sue forze, spezzando la fede menolli in Palermo. Le altre castella spaventate a questo eccesso s'affrettarono a chiedere perdono, sperando placare il tiranno: tutta la Sicilia tornò al nome dei Fatemiti. Khalîl mandava a Kâim in Affrica le caterve dei prigioni da vendere;[437]nè andò guari che parendogli queta ogni cosa, s'imbarcò egli stesso per l'Affrica a' dieci settembre novecenquarantuno; lasciando al governo di Palermo due delegati, per nome Ibn-Kufi e Ibn-'Attâf della tribù di Azd;[438]chè Sâlem era morto l'anno innanzi. Si tirò dietro in altro legno i notabili di Girgenti. E in alto mare comandò di sfondare la nave; sì che tutti perirono.[439]
Donde gli annalisti musulmani si scoton di loro aritmetica impassibilità , venendo a parlare di questo Khalîl; e chi l'infama d'aver ecceduto ogni limite diefferata barbarie, chi nota aver costui fatto in Sicilia ciò che niun altro Musulmano osò prima nè poi in alcun paese. Si narra che al ritorno in Mehdia, sedendo un giorno a brigata coi primi della città , caduto il discorso su la guerra di Sicilia, l'empio si millantava: “Non saprei giusto giusto quanti ve ne feci morire; non furono più d'un milione, non meno di secentomila.†E fatta breve pausa, ripigliò: “Sì, per Dio, passarono i secentomila.†E una voce s'alzò, del maestro di scuola Abu-abd-Allah, che gli rispose senza cirimonie:[440]“Va, Abu-l-Abbâs, che ti basta un omicidio solo,â€[441]alludendo al grave peccato ch'era di sparger sangue per caso di maestà .[442]
Non andò guari che Khalîl n'ebbe il gastigo dalle mani degli uomini; Minacciata Kairewân dal ribelle Abu-Iezîd, e tentennando i cittadini tra la paura delle sfrenate sue moltitudini, e l'odio contro casa fatemita, Kâim vi mandò il gran sicario della dinastia con una banda di mille Negri a cavallo. Il quale, all'usanza vecchia, cominciò a velare e maltrattare, e tentava anco la cura della fame, spazzando il contado con orribile guasto; ma fe' contrario effetto, poichè i cittadini mormorarono, poi cospirarono, e,come minor male, chiamarono Abu-Iezîd. Appressandosi l'esercito ribelle (ottobre 944), Khalîl perdè l'animo: uscì alla battaglia quasi sforzato; fuggì pria che si venisse alle mani; e corse a chiudersi nel palagio di Kairewân. Dove preso dai ribelli, l'uccisero coi suoi sgherri, e appiccarono il cadavere a un palo, alla porta chiamata di Rebi'.[443]