CAPITOLO IX.

CAPITOLO IX.Akhal cominciò con lieti auspicii. Ridotto all'obbedienza qualche castello che se ne fosse spiccato agli avvisi della rivoluzione;[891]avuto da Hâkem il titolo diTeaîd-ed-dawla(Sostegno dell'impero), attese alle faccende pubbliche; ristorò la tranquillità e contentezza in casa e la guerra fuori.[892]Nè sol mandavale gualdane in Terraferma, chè sovente capitanò egli stesso gli eserciti, favoreggiando, com'abbiam detto, i ribelli di Puglia.[893]Donde Basilio imperatore, uom d'armi, ch'avea testè rintuzzati in Oriente e Musulmani e Russi e Bulgari, pensò, con tutti i suoi sessantott'anni, di recar la guerra egli stesso in Sicilia. Mandò innanzi l'eunuco Oreste, fidatissimo ciambellano ed aiutante di campo, con grosse schiere di sudditi ed ausiliari: Macedoni, Vallachi, Bulgari, Russi, che solean militare sotto le insegne bizantine;[894]i quali cacciarono i Siciliani d'ogni luogo che occupavano in Calabria. Reggio allora fu ristorata per le cure del catapano Boioanni, che servisse di stanze d'inverno all'oste, la quale per passar lo Stretto aspettava altre forze con l'imperatore[895]e il navilio con un suoparente.[896]Si differì poi l'impresa per l'infermità di Basilio, che di corto ne morì in dicembre del milleventicinque.[897]Divulgatosi il pericolo della Sicilia, Moezz-ibn-Bâdis profferse, ed Akhal accettò aiuti; poichè bandìssi in Affrica la guerra sacra; alla quale l'ambizioso signore agevolmente spingea quelle turbe sì infocate contro gli eretici. Tanto che li stivò in quattrocento barcacce: di gennaio del milleventisei li avviò alla volta di Sicilia, fidandosi in Dio e nella bonaccia. Presso Pantellaria si leva un turbine di vento, ed ecco a un tratto capovolti e affondati i legni; campando pochi uomini dal naufragio.[898]Più efficaci ausiliari furono ad Akhal la balordaggine di Costantinoottavo rimaso solo sul trono a Costantinopoli, una dissenteria che s'apprese in Calabria all'esercito e la niuna esperienza d'Oreste nel governare la guerra. I Siciliani, assalitolo improvvisamente, gli diedero una sanguinosa rotta; per vendicar la quale, Romano Argirio ch'era succeduto a Costantino (novembre 1028) racimolò nell'Ellade e Macedonia que' che gli pareano i migliori soldati e sì mandolli in Italia. Ma nulla fecero,[899]o fuggirono dinanzi i Musulmani nelle due ricordate battaglie del mille trentuno.[900]S'arrischiaron poi gli Affricani e i Siciliani a lontane scorrerie navali contro l'Impero. Un'armatetta musulmana, di qual nazione non si sa, dato il guasto alle costiere d'Illiria, corseggiava infino a Corfù: contro la quale uscito il navilio di Ragusa e il patrizio Niceforo governatore di Nauplia, la vinsero; presero la più parte dei legni, e quei che scamparono fecero naufragio ne' mari di Sicilia, del milletrentuno in sul fin della state.[901]Del trentadue, gli Affricani con grande sforzo infestavano le costiere ed isole di Grecia; e il patrizio Niceforo, superatili anco in battaglia, lor fe' cinquecento prigioni.[902]Affricani e Siciliani di maggio milletrentacinque si spinsero depredando tra le Cicladi fino alla costiera di Tracia; della quale temerità bastarono a punirli i governatori di provincia che mandatine altri cinquecento prigioni a Costantinopoli,impalarono i rimanenti lungo la marina d'Asia, da Adramito a Strobilo. Nè l'esempio atterrì tanto i corsari d'Affrica e di Sicilia che nella state un'altra armatetta loro non tentasse la Licia e isole vicine: i quali parimenti sconfitti dal navilio provinciale e presi, furono mazzerati, fuorchè una terza frotta di cinquecento che portò testimonianza di vittoria alla capitale. In questo mezzo la corte bizantina avea mandato all'emir di Sicilia un Giorgio Probato, a trattar la pace,[903]o piuttosto a gittargli un laccio al collo. Altro oratore greco andava appo Moezz-ibn-Bâdis con ricchi presenti di sete, arnesi e rarità.[904]Akhal s'era messo per un mal terreno, ch'anelando d'uscirne prese la scorciatoia al precipizio. Narrano gli annali com'egli stando in su le armi in terra di nimici, sovente lasciasse il reggimento dell'isola al figliuolo per nome Gia'far, ch'era l'opposto di lui: nè giusto nè umano coi sudditi. E senza appicco, voltando pagina, leggiamo che Akhal, assembrati i Siciliani, dice volerli sgravare degli Affricani partecipanti di lor paesi e poderi;[905]esser disposto a cacciar quegli intrusi. A che i Siciliani rispondeano non potersi, quando gli Affricani s'erano imparentati con esso loro e commiste le due genti e divenutetutt'una. L'emiro li accomiatò. Chiamati a sè gli Affricani, proponea lo stesso partito contro i Siciliani: ed assentirono. Indi Akhal a favorire gli Affricani: se li messe attorno; francò lor poderi e levò ilKharâgda que' soli dei Siciliani.[906]Tra cotesti cenni vaghi, disparati ed a prima vista contraddittorii, dobbiamo discernere il fatto che scompigliò e capovolse la Sicilia musulmana.Ne' ricordi dei due primi secoli dell'egira igiundprendono nome ordinariamente dal paese ove soggiornano: i Sirii, gli Egiziani, i Khorassaniti che passano di tratto in tratto in Affrica e Spagna, son le milizie arabiche di Siria, Egitto e Khorassan, mescolati coi proprii liberti delle schiatte vinte. Si poteano chiamar dunque Siciliani, verso il mille, i discendenti dai primi conquistatori arabi del paese; ed Affricani i figliuoli dei sopravvenuti quando cadde la dinastia aghlabita (910), quando s'innalzò la kelbita (948) infino a quei che testè avea cacciato d'Affrica (1004-1019) la fame e la persecuzione religiosa. Ma cimentando tal supposto con le condizioni che dà la cronica, in parte vi si adatterebbero e in parte no. Starebbe bene a dire gli Affricani partecipanti del paese, cioè degli oficii pubblici e stipendii militari; si potrebbe ammettere, in significato più largo, la partecipazione loro nella proprietà territoriale;[907]ma sarebbe duro a credere chepoche famiglie di rifuggiti e di avventurieri fossero cresciute a tal numero che Akhal vi potesse far assegnamento contro l'antica nobiltà e il popolo musulmano dell'isola. Inverosimile parmi che un principe arabo di nobil sangue abbassasse alla condizione dira'ia, o plebe, il fior della nobiltà, cancellandoli dalgiund: chè a questo torna la voce “cacciare” adoperata nel testo, non a cacciar dal paese. Inverosimile ch'ei levasse ilkharâgsu i poderi dell'antica nobiltà e condonasselo alla nuova: ingiustizia da non venire in mente a tiranno musulmano. Ma intendendo, all'uso nostrale, Siciliani la progenie degli antichi abitatori educata nell'islamismo, ed Affricani la progenie delgiundd'Affrica trapiantato nell'isola in varii tempi, i nomi convengono alle origini e si decifera bene il testo. Akhal volendo stigare i Siciliani, ricorda loro che gli intrusi godonsi in parte il retaggio degli avi; e quand'eipassa dalle arti oratorie ai fatti, distingue le proprietà[908]degli uni e degli altri: lascia o rende immuni quelle dei vincitori, aggrava quella dei vinti, con una rivendicazione di dritti fiscali, alla quale non avevan che rispondere i giuristi della scuola di Mâlek.[909]Si ritrova in Sicilia così la generazione d'uomini che non potea mancarvi; quella che in Spagna si chiamò deiMowalleded aiutò alla dissoluzione del califato;[910]quella che a capo di dieci anni da questa novazione d'Akhal occupò lo stato nella Sicilia centrale; gli “uomini ignobili” come li chiaman allora le croniche.[911]Veramente la divisione di Affricani e Siciliani, torna a vincitori e vinti, a nobili e popolo: come in ogni paeseconquistato, mescolandosi la schiatta, ne avanza la distinzione di classi: in Italia, gli Italiani fatti popolo e i Longobardi nobiltà; in Francia, i Galli e i Franchi; in Inghilterra, i Sassoni e i Normanni. Non ho parlato del supposto che Siciliani fossero gli Arabi, ed Affricani i Berberi, perchè sarebbe molto alieno dall'uso del linguaggio e dai fatti della storia, i quali ci mostrano ridotta al nulla la schiatta berbera in Sicilia[912].La nobiltà era scemata e fiaccata, come in ogni altro stato musulmano, per la lotta contro il principato. Dopo gli Aghlabiti e i primi Fatemiti, le diè duro crollo (948) Hasan-ibn-Ali, il Kelbita; il figliuolo Ahmed ne accarezzò ed imbrigliò li avanzi (966); e l'altro figliuolo Abu-l-Kâsim li trasse seco al martirio sul campo di Stilo (982). Talchè i nobili per loro virtù nelle guerre d'independenza e di religione, per loro vizii nei tumulti dell'oligarchia, avean perduto il sangue vitale, mal supplendolo le famiglie che veniano d'Affrica: menomati di numero e facoltà, cominciarono fors'anco a tediarsi della guerra quando i Kelbiti promossero le lettere, le cortesie e il viver lieto.Intanto, corsi due secoli dal conquisto, era venuto su il popolo, o cittadinanza che dir si voglia. Da una mano i Musulmani mercatanti e artigiani che passavano d'Affrica in Sicilia e raggranellavano danari con la industria; dall'altra mano, assai maggior numero,i Cristiani del paese, proprietarii ed affittaiuoli delle terre che si voltavano all'islamismo; i liberti di case nobili, che convertiti s'avviavano agli oficii pubblici ed alla milizia; i figliuoli degli uni e degli altri, spesati negli studii legali e fatti notabili per sacro dritto della scienza, componeano tal classe che per numero vincea di gran lunga la nobiltà, nè avea da invidiarle gli avvantaggi della ricchezza nè dell'intelletto; le si accomunava negli oficii dello stato e la superava nei consigli municipali. La cittadinanza di Palermo comparisce adulta fin dalla metà del decimo secolo, quando favorì Hasan contro i nobili; e la plebe, come avvien sempre, abbandonò i nobili e seguì i popolani grassi. Nelle città minori doveano intervenire i medesimi effetti, col divario che portava il minor numero dei popolani oriundi d'Affrica. I villaggi, sede della popolazione rurale, eran tenuti dai proprietarii minori d'origine siciliana, con poca o niuna mescolanza di nobili. La nobiltà prevalea solo nella costiera orientale, occupata di recente, la quale essendo abitata tuttavia da Cristiani,[913]le classi inferiori non entravano nella repubblica musulmana. Nel rimanente dell'isola la cittadinanza, favorita fin qui dai principi kelbiti, si sentia più forte de' nobili. Pur l'invidia non avea partorito per anco guerra civile. S'era dimenticato l'infausto vocabolo dopo spenti i Berberi: quando si pigliavano le armi in piazza l'era per cavar la bizzarria ad un ministro o un emiro.Ma il principato, per necessità o cupidigia, accese la discordia. Le milizie siciliane erano scemate con la nobiltà; cacciati i mercenarii (1015) non rimanea niuno a difendere la reggia (1019), e pochi a difender lo stato. Akhal vi pose mente, riscosso dal pericolo degli assalti bizantini e degli aiuti di Moezz (1025); fors'anco gli piacea, com'uomo di guerra ch'ei si mostrò in Calabria, di tirarsi dietro più grosso esercito e imitare la virtù dei primi Kelbiti. Ma nelle presenti condizioni, l'esercito non si potea rifornire che di mercenarii; le entrate dei poderi demaniali non bastavano alla spesa, o egli le volea serbare alla corte; e aggravare ilkharâgnon osava, dopo l'esempio del fratello. Altro modo non avea dunque che dividere i sudditi, i quali uniti avean cacciato Gia'far; trarre a sè una parte, e con lo aiuto di quella strappar il danaro dalla borsa dell'altra. Le parti eran fatte; la scelta non dubbia tra nobili e popolani: gli uni sdegnosi della gente nuova, correvoli ai sorrisi di corte, ordinati ed usi a milizia; gli altri intesi a loro industrie, senza storia nè legame di casati; e, come più erano, più potean pagare. Akhal parlò all'orecchio agli uni ed agli altri per tastarli e aizzarli, prima di venirne alla commedia delle adunanze. Fermato bene l'intento, colta l'occasione della guerra in Calabria o di qualche lagnanza contro il proprio figliuolo, convocò i notabili siciliani; espose il bisogno dello stato; lor diè l'eletta tra un partito impossibile e uno spiacevole: fornir essi la gente all'esercito o la moneta. Quando ricusarono l'uno e l'altro, ei compì il disegno, assentito già certamente dai nobili. Bandisceche i Siciliani abbiano a pagare ilkharâgossia, com'ei pare, la doppia decima invece del dazio fisso: leva il danaro col braccio forte dei nobili e dei mercenarii che allora accozzò, chiamati in Palermo, stanziati nella Khalesa ed altri luoghi opportuni. Così mi par da delineare il colpo di stato di Akhal, che va messo tra il mille trentuno e il mille trentacinque; perchè innanzi il trentuno si combattea tuttavia in Calabria, e gli scrittori bizantini[914]accennano in su lo scorcio del sei mille cinquecenquarantatrè (1 settembre 1034 a 31 agosto 1035) il principio della guerra civile in Sicilia; gli scrittori arabici pongono nel quattrocento venzette (4 novembre 1035 a 23 ottobre 1036) la reazione degli oppressi.[915]Il biasimo ricadrebbe sopra Akhal, se i demanii bastavano alla ristorazione dell'esercito; e, se no, andrebbe diviso tra i Siciliani, che ricusavano il bisognevole, e l'emiro che sel prendea con astuziae violenza, non iscusate dallo scopo. Ma in questa, come in cento altre vicende di maggior momento e più note e più vicine, la storia non arriva a cogliere in flagrante il primo colpevole. Primi a prendere le armi furono i Siciliani; dei quali par siasi fatto capo un Abu-Hafs,[916]fratello d'Akhal, impaziente di torgli il regno, sì come l'avea tentato l'altro fratello Ali, contro Gia'far e lo stesso Akhal, fattolo volontariamente o no: chè i figli del buon Iûsuf rassomiglian forte agli Atridi. Primo a chiedere aiuti stranieri sembra sia stato l'emiro; appo il quale venuto a trattar la pace, dopo il maggio milletrentacinque, Giorgio Probata, “sì destramente condusse il negozio,” scrivono i Bizantini, ch'ei tornò a Costantinopoli col figliuol dell'emiro: ed avanti la fine d'agosto la pace era fermata; Akhal avea accettato dall'impero il titol diMaestro; e, sendo combattuto e incalzato da Abu-Hafs, avea chiesto aiuti al novello padrone, il quale s'apprestava a mandargli Maniace con un esercito.[917]Maestro era dignità di corte maggiore del Patrizio ed anco grado militare, come diremmo noi Maresciallo:[918]onde veggiamo intitolarsi Maestri dei militi i duchi di Napoli e alcun doge di Venezia,[919]capi di stati che dipendean di nome dalla corte bizantina; e veggiamdato da quella onor di patrizio or a dogi amici or a principi longobardi che si piegavano a lei.[920]Però il titolo di Akhal non era vana parola. Marchio di vassallaggio; vergogna a Kelbita ed a Musulmano; ottimo pretesto ai sudditi disaffetti, ad un fratello ambizioso e ad un potente vicino.Le quali pratiche di Akhal e qualche successo della guerra civile sospinsero i ribelli ad imitarlo. Dopo il quattro novembre milletrentacinque, andavano a Moezz-ibn-Bâdîs messaggi dei Siciliani a profferirgli l'isola, s'ei liberassela dagli insopportabili soprusi d'Akhal; e se no, minacciavano di darsi, come uomini disperati, all'impero bizantino. E Moezz mandò loro il figliuolo Abd-Allah, con tremila cavalli e tremila fanti. Il quale in lunga guerra più volte si scontrò con l'emiro, ed aveane l'avvantaggio[921]con l'aiuto della parte siciliana e di Abu-Hafs, quando Leone Opo mandato (1034) a capitanare l'esercito d'Italia in luogo d'Oreste, passò il Faro, l'anno milletrentasette, sollecitato da Akhal, che avea l'acqua alla gola. Leone gli fe' largo; ruppe le genti di Moezz: poi temette, o il disse, che i perfidi Musulmani si rappattumassero tra loro per tagliare a pezzi l'esercito battezzato; e tornossene in Calabria, senz'altro frutto che di liberare quindicimila Cristiani prigioni, o piuttosto abitatoridi Sicilia cacciati dalla paura di quell'atroce guerra civile.[922]Allora prevalsero le armi di Moezz e de' partigiani.[923]Akhal non ebbe altro rifugio che le mura della Khâlesa, dove fu assediato e alfine ucciso. Perchè, fatta sperienza per due anni del rimedio attossicato che sono in guerra civile cotesti aiuti stranieri, l'universale dei Musulmani di Sicilia già se ne tediava, già accennava di voler liberare Akhal: quando i principali della rivoluzione li prevennero; fecero assassinare l'emiro nella sua propria fortezza, e presentaron la testa ad Abd-Allah figliuolo di Moezz.[924]Abd-Allah era rimaso come padrone della capitale e di tutta isola, quando gli piombò addosso Maniace[925].

Akhal cominciò con lieti auspicii. Ridotto all'obbedienza qualche castello che se ne fosse spiccato agli avvisi della rivoluzione;[891]avuto da Hâkem il titolo diTeaîd-ed-dawla(Sostegno dell'impero), attese alle faccende pubbliche; ristorò la tranquillità e contentezza in casa e la guerra fuori.[892]Nè sol mandavale gualdane in Terraferma, chè sovente capitanò egli stesso gli eserciti, favoreggiando, com'abbiam detto, i ribelli di Puglia.[893]

Donde Basilio imperatore, uom d'armi, ch'avea testè rintuzzati in Oriente e Musulmani e Russi e Bulgari, pensò, con tutti i suoi sessantott'anni, di recar la guerra egli stesso in Sicilia. Mandò innanzi l'eunuco Oreste, fidatissimo ciambellano ed aiutante di campo, con grosse schiere di sudditi ed ausiliari: Macedoni, Vallachi, Bulgari, Russi, che solean militare sotto le insegne bizantine;[894]i quali cacciarono i Siciliani d'ogni luogo che occupavano in Calabria. Reggio allora fu ristorata per le cure del catapano Boioanni, che servisse di stanze d'inverno all'oste, la quale per passar lo Stretto aspettava altre forze con l'imperatore[895]e il navilio con un suoparente.[896]Si differì poi l'impresa per l'infermità di Basilio, che di corto ne morì in dicembre del milleventicinque.[897]

Divulgatosi il pericolo della Sicilia, Moezz-ibn-Bâdis profferse, ed Akhal accettò aiuti; poichè bandìssi in Affrica la guerra sacra; alla quale l'ambizioso signore agevolmente spingea quelle turbe sì infocate contro gli eretici. Tanto che li stivò in quattrocento barcacce: di gennaio del milleventisei li avviò alla volta di Sicilia, fidandosi in Dio e nella bonaccia. Presso Pantellaria si leva un turbine di vento, ed ecco a un tratto capovolti e affondati i legni; campando pochi uomini dal naufragio.[898]Più efficaci ausiliari furono ad Akhal la balordaggine di Costantinoottavo rimaso solo sul trono a Costantinopoli, una dissenteria che s'apprese in Calabria all'esercito e la niuna esperienza d'Oreste nel governare la guerra. I Siciliani, assalitolo improvvisamente, gli diedero una sanguinosa rotta; per vendicar la quale, Romano Argirio ch'era succeduto a Costantino (novembre 1028) racimolò nell'Ellade e Macedonia que' che gli pareano i migliori soldati e sì mandolli in Italia. Ma nulla fecero,[899]o fuggirono dinanzi i Musulmani nelle due ricordate battaglie del mille trentuno.[900]

S'arrischiaron poi gli Affricani e i Siciliani a lontane scorrerie navali contro l'Impero. Un'armatetta musulmana, di qual nazione non si sa, dato il guasto alle costiere d'Illiria, corseggiava infino a Corfù: contro la quale uscito il navilio di Ragusa e il patrizio Niceforo governatore di Nauplia, la vinsero; presero la più parte dei legni, e quei che scamparono fecero naufragio ne' mari di Sicilia, del milletrentuno in sul fin della state.[901]Del trentadue, gli Affricani con grande sforzo infestavano le costiere ed isole di Grecia; e il patrizio Niceforo, superatili anco in battaglia, lor fe' cinquecento prigioni.[902]Affricani e Siciliani di maggio milletrentacinque si spinsero depredando tra le Cicladi fino alla costiera di Tracia; della quale temerità bastarono a punirli i governatori di provincia che mandatine altri cinquecento prigioni a Costantinopoli,impalarono i rimanenti lungo la marina d'Asia, da Adramito a Strobilo. Nè l'esempio atterrì tanto i corsari d'Affrica e di Sicilia che nella state un'altra armatetta loro non tentasse la Licia e isole vicine: i quali parimenti sconfitti dal navilio provinciale e presi, furono mazzerati, fuorchè una terza frotta di cinquecento che portò testimonianza di vittoria alla capitale. In questo mezzo la corte bizantina avea mandato all'emir di Sicilia un Giorgio Probato, a trattar la pace,[903]o piuttosto a gittargli un laccio al collo. Altro oratore greco andava appo Moezz-ibn-Bâdis con ricchi presenti di sete, arnesi e rarità.[904]

Akhal s'era messo per un mal terreno, ch'anelando d'uscirne prese la scorciatoia al precipizio. Narrano gli annali com'egli stando in su le armi in terra di nimici, sovente lasciasse il reggimento dell'isola al figliuolo per nome Gia'far, ch'era l'opposto di lui: nè giusto nè umano coi sudditi. E senza appicco, voltando pagina, leggiamo che Akhal, assembrati i Siciliani, dice volerli sgravare degli Affricani partecipanti di lor paesi e poderi;[905]esser disposto a cacciar quegli intrusi. A che i Siciliani rispondeano non potersi, quando gli Affricani s'erano imparentati con esso loro e commiste le due genti e divenutetutt'una. L'emiro li accomiatò. Chiamati a sè gli Affricani, proponea lo stesso partito contro i Siciliani: ed assentirono. Indi Akhal a favorire gli Affricani: se li messe attorno; francò lor poderi e levò ilKharâgda que' soli dei Siciliani.[906]Tra cotesti cenni vaghi, disparati ed a prima vista contraddittorii, dobbiamo discernere il fatto che scompigliò e capovolse la Sicilia musulmana.

Ne' ricordi dei due primi secoli dell'egira igiundprendono nome ordinariamente dal paese ove soggiornano: i Sirii, gli Egiziani, i Khorassaniti che passano di tratto in tratto in Affrica e Spagna, son le milizie arabiche di Siria, Egitto e Khorassan, mescolati coi proprii liberti delle schiatte vinte. Si poteano chiamar dunque Siciliani, verso il mille, i discendenti dai primi conquistatori arabi del paese; ed Affricani i figliuoli dei sopravvenuti quando cadde la dinastia aghlabita (910), quando s'innalzò la kelbita (948) infino a quei che testè avea cacciato d'Affrica (1004-1019) la fame e la persecuzione religiosa. Ma cimentando tal supposto con le condizioni che dà la cronica, in parte vi si adatterebbero e in parte no. Starebbe bene a dire gli Affricani partecipanti del paese, cioè degli oficii pubblici e stipendii militari; si potrebbe ammettere, in significato più largo, la partecipazione loro nella proprietà territoriale;[907]ma sarebbe duro a credere chepoche famiglie di rifuggiti e di avventurieri fossero cresciute a tal numero che Akhal vi potesse far assegnamento contro l'antica nobiltà e il popolo musulmano dell'isola. Inverosimile parmi che un principe arabo di nobil sangue abbassasse alla condizione dira'ia, o plebe, il fior della nobiltà, cancellandoli dalgiund: chè a questo torna la voce “cacciare” adoperata nel testo, non a cacciar dal paese. Inverosimile ch'ei levasse ilkharâgsu i poderi dell'antica nobiltà e condonasselo alla nuova: ingiustizia da non venire in mente a tiranno musulmano. Ma intendendo, all'uso nostrale, Siciliani la progenie degli antichi abitatori educata nell'islamismo, ed Affricani la progenie delgiundd'Affrica trapiantato nell'isola in varii tempi, i nomi convengono alle origini e si decifera bene il testo. Akhal volendo stigare i Siciliani, ricorda loro che gli intrusi godonsi in parte il retaggio degli avi; e quand'eipassa dalle arti oratorie ai fatti, distingue le proprietà[908]degli uni e degli altri: lascia o rende immuni quelle dei vincitori, aggrava quella dei vinti, con una rivendicazione di dritti fiscali, alla quale non avevan che rispondere i giuristi della scuola di Mâlek.[909]Si ritrova in Sicilia così la generazione d'uomini che non potea mancarvi; quella che in Spagna si chiamò deiMowalleded aiutò alla dissoluzione del califato;[910]quella che a capo di dieci anni da questa novazione d'Akhal occupò lo stato nella Sicilia centrale; gli “uomini ignobili” come li chiaman allora le croniche.[911]Veramente la divisione di Affricani e Siciliani, torna a vincitori e vinti, a nobili e popolo: come in ogni paeseconquistato, mescolandosi la schiatta, ne avanza la distinzione di classi: in Italia, gli Italiani fatti popolo e i Longobardi nobiltà; in Francia, i Galli e i Franchi; in Inghilterra, i Sassoni e i Normanni. Non ho parlato del supposto che Siciliani fossero gli Arabi, ed Affricani i Berberi, perchè sarebbe molto alieno dall'uso del linguaggio e dai fatti della storia, i quali ci mostrano ridotta al nulla la schiatta berbera in Sicilia[912].

La nobiltà era scemata e fiaccata, come in ogni altro stato musulmano, per la lotta contro il principato. Dopo gli Aghlabiti e i primi Fatemiti, le diè duro crollo (948) Hasan-ibn-Ali, il Kelbita; il figliuolo Ahmed ne accarezzò ed imbrigliò li avanzi (966); e l'altro figliuolo Abu-l-Kâsim li trasse seco al martirio sul campo di Stilo (982). Talchè i nobili per loro virtù nelle guerre d'independenza e di religione, per loro vizii nei tumulti dell'oligarchia, avean perduto il sangue vitale, mal supplendolo le famiglie che veniano d'Affrica: menomati di numero e facoltà, cominciarono fors'anco a tediarsi della guerra quando i Kelbiti promossero le lettere, le cortesie e il viver lieto.

Intanto, corsi due secoli dal conquisto, era venuto su il popolo, o cittadinanza che dir si voglia. Da una mano i Musulmani mercatanti e artigiani che passavano d'Affrica in Sicilia e raggranellavano danari con la industria; dall'altra mano, assai maggior numero,i Cristiani del paese, proprietarii ed affittaiuoli delle terre che si voltavano all'islamismo; i liberti di case nobili, che convertiti s'avviavano agli oficii pubblici ed alla milizia; i figliuoli degli uni e degli altri, spesati negli studii legali e fatti notabili per sacro dritto della scienza, componeano tal classe che per numero vincea di gran lunga la nobiltà, nè avea da invidiarle gli avvantaggi della ricchezza nè dell'intelletto; le si accomunava negli oficii dello stato e la superava nei consigli municipali. La cittadinanza di Palermo comparisce adulta fin dalla metà del decimo secolo, quando favorì Hasan contro i nobili; e la plebe, come avvien sempre, abbandonò i nobili e seguì i popolani grassi. Nelle città minori doveano intervenire i medesimi effetti, col divario che portava il minor numero dei popolani oriundi d'Affrica. I villaggi, sede della popolazione rurale, eran tenuti dai proprietarii minori d'origine siciliana, con poca o niuna mescolanza di nobili. La nobiltà prevalea solo nella costiera orientale, occupata di recente, la quale essendo abitata tuttavia da Cristiani,[913]le classi inferiori non entravano nella repubblica musulmana. Nel rimanente dell'isola la cittadinanza, favorita fin qui dai principi kelbiti, si sentia più forte de' nobili. Pur l'invidia non avea partorito per anco guerra civile. S'era dimenticato l'infausto vocabolo dopo spenti i Berberi: quando si pigliavano le armi in piazza l'era per cavar la bizzarria ad un ministro o un emiro.

Ma il principato, per necessità o cupidigia, accese la discordia. Le milizie siciliane erano scemate con la nobiltà; cacciati i mercenarii (1015) non rimanea niuno a difendere la reggia (1019), e pochi a difender lo stato. Akhal vi pose mente, riscosso dal pericolo degli assalti bizantini e degli aiuti di Moezz (1025); fors'anco gli piacea, com'uomo di guerra ch'ei si mostrò in Calabria, di tirarsi dietro più grosso esercito e imitare la virtù dei primi Kelbiti. Ma nelle presenti condizioni, l'esercito non si potea rifornire che di mercenarii; le entrate dei poderi demaniali non bastavano alla spesa, o egli le volea serbare alla corte; e aggravare ilkharâgnon osava, dopo l'esempio del fratello. Altro modo non avea dunque che dividere i sudditi, i quali uniti avean cacciato Gia'far; trarre a sè una parte, e con lo aiuto di quella strappar il danaro dalla borsa dell'altra. Le parti eran fatte; la scelta non dubbia tra nobili e popolani: gli uni sdegnosi della gente nuova, correvoli ai sorrisi di corte, ordinati ed usi a milizia; gli altri intesi a loro industrie, senza storia nè legame di casati; e, come più erano, più potean pagare. Akhal parlò all'orecchio agli uni ed agli altri per tastarli e aizzarli, prima di venirne alla commedia delle adunanze. Fermato bene l'intento, colta l'occasione della guerra in Calabria o di qualche lagnanza contro il proprio figliuolo, convocò i notabili siciliani; espose il bisogno dello stato; lor diè l'eletta tra un partito impossibile e uno spiacevole: fornir essi la gente all'esercito o la moneta. Quando ricusarono l'uno e l'altro, ei compì il disegno, assentito già certamente dai nobili. Bandisceche i Siciliani abbiano a pagare ilkharâgossia, com'ei pare, la doppia decima invece del dazio fisso: leva il danaro col braccio forte dei nobili e dei mercenarii che allora accozzò, chiamati in Palermo, stanziati nella Khalesa ed altri luoghi opportuni. Così mi par da delineare il colpo di stato di Akhal, che va messo tra il mille trentuno e il mille trentacinque; perchè innanzi il trentuno si combattea tuttavia in Calabria, e gli scrittori bizantini[914]accennano in su lo scorcio del sei mille cinquecenquarantatrè (1 settembre 1034 a 31 agosto 1035) il principio della guerra civile in Sicilia; gli scrittori arabici pongono nel quattrocento venzette (4 novembre 1035 a 23 ottobre 1036) la reazione degli oppressi.[915]

Il biasimo ricadrebbe sopra Akhal, se i demanii bastavano alla ristorazione dell'esercito; e, se no, andrebbe diviso tra i Siciliani, che ricusavano il bisognevole, e l'emiro che sel prendea con astuziae violenza, non iscusate dallo scopo. Ma in questa, come in cento altre vicende di maggior momento e più note e più vicine, la storia non arriva a cogliere in flagrante il primo colpevole. Primi a prendere le armi furono i Siciliani; dei quali par siasi fatto capo un Abu-Hafs,[916]fratello d'Akhal, impaziente di torgli il regno, sì come l'avea tentato l'altro fratello Ali, contro Gia'far e lo stesso Akhal, fattolo volontariamente o no: chè i figli del buon Iûsuf rassomiglian forte agli Atridi. Primo a chiedere aiuti stranieri sembra sia stato l'emiro; appo il quale venuto a trattar la pace, dopo il maggio milletrentacinque, Giorgio Probata, “sì destramente condusse il negozio,” scrivono i Bizantini, ch'ei tornò a Costantinopoli col figliuol dell'emiro: ed avanti la fine d'agosto la pace era fermata; Akhal avea accettato dall'impero il titol diMaestro; e, sendo combattuto e incalzato da Abu-Hafs, avea chiesto aiuti al novello padrone, il quale s'apprestava a mandargli Maniace con un esercito.[917]Maestro era dignità di corte maggiore del Patrizio ed anco grado militare, come diremmo noi Maresciallo:[918]onde veggiamo intitolarsi Maestri dei militi i duchi di Napoli e alcun doge di Venezia,[919]capi di stati che dipendean di nome dalla corte bizantina; e veggiamdato da quella onor di patrizio or a dogi amici or a principi longobardi che si piegavano a lei.[920]Però il titolo di Akhal non era vana parola. Marchio di vassallaggio; vergogna a Kelbita ed a Musulmano; ottimo pretesto ai sudditi disaffetti, ad un fratello ambizioso e ad un potente vicino.

Le quali pratiche di Akhal e qualche successo della guerra civile sospinsero i ribelli ad imitarlo. Dopo il quattro novembre milletrentacinque, andavano a Moezz-ibn-Bâdîs messaggi dei Siciliani a profferirgli l'isola, s'ei liberassela dagli insopportabili soprusi d'Akhal; e se no, minacciavano di darsi, come uomini disperati, all'impero bizantino. E Moezz mandò loro il figliuolo Abd-Allah, con tremila cavalli e tremila fanti. Il quale in lunga guerra più volte si scontrò con l'emiro, ed aveane l'avvantaggio[921]con l'aiuto della parte siciliana e di Abu-Hafs, quando Leone Opo mandato (1034) a capitanare l'esercito d'Italia in luogo d'Oreste, passò il Faro, l'anno milletrentasette, sollecitato da Akhal, che avea l'acqua alla gola. Leone gli fe' largo; ruppe le genti di Moezz: poi temette, o il disse, che i perfidi Musulmani si rappattumassero tra loro per tagliare a pezzi l'esercito battezzato; e tornossene in Calabria, senz'altro frutto che di liberare quindicimila Cristiani prigioni, o piuttosto abitatoridi Sicilia cacciati dalla paura di quell'atroce guerra civile.[922]Allora prevalsero le armi di Moezz e de' partigiani.[923]Akhal non ebbe altro rifugio che le mura della Khâlesa, dove fu assediato e alfine ucciso. Perchè, fatta sperienza per due anni del rimedio attossicato che sono in guerra civile cotesti aiuti stranieri, l'universale dei Musulmani di Sicilia già se ne tediava, già accennava di voler liberare Akhal: quando i principali della rivoluzione li prevennero; fecero assassinare l'emiro nella sua propria fortezza, e presentaron la testa ad Abd-Allah figliuolo di Moezz.[924]Abd-Allah era rimaso come padrone della capitale e di tutta isola, quando gli piombò addosso Maniace[925].


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