CAPITOLO VIII.

CAPITOLO VIII.Dopo otto anni di prospero reggimento, Iûsuf, colpito d'emiplegía del lato sinistro, risegnò l'emirato al figliuolo Gia'far, al quale avea già procacciato in cancelleria d'Egitto il diploma di sostituzione:[850]e adesso a nome del califo Hâkem-biamr-Allah gli erano inviate le bandiere del comando, con prerogativa diTâg-ed-dawlaeSeif-el-milla, che suonan “Corona dell'Impero e Spada della Fede.”[851]Faccende di cancelleria, parendo che ormai i califi fatemiti non pretendessero esercitare autorità in Sicilia, nè eleggerne gli emiri, ma sol mantenere le cerimonie dell'investitura, come faceano in Affrica; dove ciò non togliea che gli emiri zîriti loro contendessero qualche città di frontiera con le ragioni e con la spada.[852]E veramente nella vita di Hâkem, di che sappiam tante minuzie, non si fa motto mai della Sicilia, nèdel reggimento nè degli emiri di quella; se non che alcun Siciliano, nativo ovvero oriundo, comparisce nella storia politica e letteraria dell'Egitto, non altrimenti che gli stranieri, dell'Irâk, di Siria, d'Affrica. Di cotesti Siciliani diremo là dove cadrà in acconcio. Da un'altra mano la corte degli emiri in Palermo del tutto si ordinava come di principi independenti. Si veggono nel regno di Gia'far gli oficii divizîre dihâgib, ossia ministro e ciambellano; i quali mai non furono, nè il poteano, appo gli emiri di provincia. I poeti in loro apostrofe a Iûsuf e al figliuolo chiamavanliMalek, che suona re, titol nuovo nell'islamismo; e scrivean come se mai non fosse stato al mondo il califato d'Egitto.[853]Gia'far ebbe dal padre, insieme col principato, ciò che si potea tramandare per liberale educazione: non le virtù dell'animo nè della mente. Fece mediocri versi; entrò nelle antologie degli Arabi in grazia d'un epigramma improvvisato in Egitto (1035), dove andò a finir comodamente la vita quando il cacciarono di Sicilia: volgare antitesi sopra due paggi che gli venner visti in abiti didibâg[854]l'un rosso e l'altro nero; la qual freddura piacque assai in quell'Arcadia arabica dell'undecimo e duodecimo secolo.[855]Del rimanente, indole pigra, avara, crudele: nelle sue mani casa kelbita diè la volta al comun precipizio delledinastie musulmane, nelle quali ad una o due generazioni di guerrieri succedettero per lo più i Sardanapali; come se il naturale intristir dei sangui regii s'affrettasse dentro le mura dell'harem, dove si sciupa il padre, e la fiacca prole alla sua volta vi lascia quel po' di spirito rimaso nella razza.Dal martire Abu-l-Kâsem in poi, gli emiri siciliani aveano amato meglio i piaceri della reggia in Palermo che i combattimenti di Terraferma. Così il buon Iûsuf, così Gia'far; il quale par quel desso ch'edificò il castel di Maredolce tra le abbondanti acque e i lieti giardini che furon poi delizia dei re normanni.[856]I capitani, intanto, mandati in guerra, riportavano a casa, con qualche poco di bottino, la vergogna della ritirata a Bari (1004) e della sconfitta a Reggio (1005): il principe stracurato e i ministri procaccianti aprian la strada a domestiche ambizioni. Donde Ali, figliuolo di Iûsuf, congiurò contro il fratello coi Berberi e gli schiavi negri; coi quali negli ultimi di gennaio del mille e quindici, ridottosi in un luogo non lungi di Palermo, si chiarì ribelle. Gia'far gli mandava incontro senza indugio il giund e le milizie della capitale:[857]a dì trenta gennaio si venne alla zuffa, la quale finì con molto sangue dei sollevati, e il rimanente diessi alla fuga. Ali preso, menato al fratello; il quale comandòdi metterlo a morte, non curando le lagrime del padre paralitico: talchè entro otto giorni il temerario giovane si giocò la testa e la perdette. Gia'far fe' trucidar dal primo all'ultimo gli schiavi ribellati, e i Berberi scacciò dall'isola con le famiglie loro, niuno eccettuato; i quali si ridussero in Affrica.[858]Le croniche danno un insolito barlume su la ragione degli avvenimenti, aggiugnendo, che rimaso a Gia'far il sologiundsiciliano e menomato l'esercito, i Siciliani imbaldanzirono contro i governanti.[859]Indi si vede essere stati i Negri squadre stanziali. I Berberi, avanzo delle colonie spopolate un tempo (940) da Khalîl-ibn-Ishak, o piuttosto delle soldatesche venute d'Affrica sotto i due primi emiri kelbiti, sembran anco milizia stanziale: squadre di giund che gli emiri tenessero appo di loro, pronte a servirli in casa efuori, stipendiate con assegnazione temporanea didhiâ, o vogliam dir poderi demaniali: picciola mano di gente, poichè tornò sì agevole di cacciarla via. L'attentato di Ali fu dunque cospirazione militare. Gia'far con le stragi e il bando volle vendicarsi e assicurarsi; ma non pensò che, rimanendo nelle forze di coloro che l'avean mantenuto sul trono, non potea maltrattarli senza pericolo.A nulla forse ei pensava se non alle vanità e voluttà del principato; rimettendo ad altri la cura di trovar moneta che bastasse allo spendio. Per sua mala sorte s'avvenne in un segretario Hasan-ibn-Mohammed da Bâghâia in Affrica,[860]e fecelo vizîr. Ai cui consigli Gia'far comandava che in luogo dell'antica tassa invariabile d'un tanto ad aratata[861]su i terreni, si levasse il dieci per cento su i grani e le frutta; allegando l'usanza generale degli Stati musulmani.[862]I terreni, s'intenda, tassati akharâgperpetuo: ed era arbitrario l'atto; non potendosi in giure musulmano mutar nè la quantità nè il modo di riscossione fermati al conquisto e diversi secondo i paesi, talchè la costumanza degli altri luoghi, molti o pochi, non potea far legge in Sicilia.[863]Che tal novazioneaumentasse il peso, non occorre dimostrarlo, quando il ministro e l'emiro la vollero, e i possessori se ne mossero a far quel che fecero. Il vizîr aggravò il mal tolto trattando con modi villani e superbi ikâide glisceikhi, che è a dire i capi delle nobili famiglie militari e i notabili della cittadinanza. E l'emiro, al quale è naturale che se ne richiamassero, parlò ed operò leonino.[864]Riposava sicuro, nella severità sua e sagacità del ministro, quando, il sei di moharrem del quattrocento dieci (13 maggio 1019), sollevatasi repente la capitale, nobili e plebei trassero al palagio; l'assalirono, abbatterono certi casamenti esteriori e facendosi notte intorniarono le mura come in assedio. Già già mancavan le forze ai pochi difensori; le turbe stavano per saltar dentro, quando si vide uscire in portantina il paralitico Iûsuf; e per carità e riverenza s'arrestarono a un tratto gli assalitori. Il quale si studiò a calmarli con parole e promessa di far quant'e' vorrebbono; e quelli al veder il povero vegliardo rifinito dagli acciacchi e dall'ansietà, ruppero in lagrime:quasi supplicando si rifecero a contargli tutte le angherie sostenute. Iûsuf rispondea farsi mallevadore del figliuolo, e ch'ei medesimo volea gastigarlo, e dargli lo scambio in persona di cui lor paresse. Domandarono l'altro figliuolo Ahmed, soprannominato Akhal;[865]e incontanente Iûsuf facea promulgare la deposizione di Gia'far, e la esaltazione di Ahmed. Domandarono Hasan di Bâghâia e il ciambellano Abu-Râfi'; i quali consegnati al popolo furono entrambi uccisi e condotta in giro per la città la testa del vizîr, ch'era più odiato, e arso il tronco, senza sepoltura. E ciascuno se ne tornò a casa.Iûsuf intanto temendo non inviperissero peggio gustato il sangue, avea fatto imbarcare Gia'far sopra un legno che sciogliea per l'Egitto; e poco appresso in altra nave ei lo seguì. Moriron poscia entrambi in Egitto, dove avean recato secoloro in contanti seicento settantamila dinâr, che son circa dieci milioni di lire italiane. I cronisti arabi, lodando a lor uso la carità e liberalità, notano che Iûsuf possedeva in Sicilia tredici o quattordici mila giumente, senza contarvi gli altri animali da sella e da soma, e che venendo a morte non lasciò pure un ronzino.[866]Ma a considerarmeglio i fatti, quello stupendo armento, per non dir nulla dei dieci milioni di moneta, prova la quantità dei poderi tenuti in demanio nei regni di Iûsuf e di Gia'far. È verosimile che costui, cacciati i Berberi ribelli del mille e quindici, abbia ritenuto i poderi, anzichè concederli in beneficio militare ai Siciliani; e che il dispetto di tal avarizia abbia fatto sentir più dura l'offesa dell'aggravata tassa prediale.Mentre germogliavano in Sicilia così fatte discordie, crebbe in Affrica la dominazione zîrita; la cui potenza e le vicende interiori e il crollo che le diè una nuova irruzione di Arabi, a volta a volta si risentirono nell'isola. Bolukkîn con le armi di Sanhâgia, la riputazione di Moezz, e gli ordini dell'antica colonia arabica, occupò tanto o quanto il paese infino a Ceuta; raffrenò gli Omeiadi di Spagna che tenean parte della costiera; si spinse a mezzogiorno dell'Atlante; rintuzzò la rivale nazione di Zenata; ebbe dal califo Azîz le città su i confini dell'Egitto, negategli nella prima concessione: talchè, venendo a morte (984), era ubbidito più come principe che vicario da Tripoli a Fez. Succedettegli il figliuolo Mansûr, il quale mantenne con varia fortuna la potenza del padre; sottopose al giogo la tribù di Kotama.[867]Ech'ei si sentisse saldo in sol trono, lo mostran le parole: “Mio padre e l'avolo comandarono con la spada; quanto a me non adoprerò forza se non che i benefizii.” E l'altro detto: “Ho ereditato questo reame da' miei, nol tengo in virtù d'un rescritto, nè mel farà lasciare un rescritto.”[868]Furon serbate contuttociò le apparenze; sì che esaltato, alla morte di Mansûr, il figliuolo Badîs (996), gli vennero del Cairo, a nome di Hakem, le vestimenta, il diploma[869]e il titolo diNasr-ed-dawla, ch'è a dir “Sostegno dell'Impero.”[870]Ma a capo di tre anni, il governatore di Tripoli per Badîs, tradito il signor suo, offriva la città alla corte fatemita; e questa, come di furto, se la prendea, commettendola a Iânis il Siciliano, governatore di Barca, forse liberto di sangue cristiano. Appo il quale mandando Badîs a dolersi, rispose altero: e il principe d'Affrica, quasi il califo non ci entrasse e fosse la contesa tra lui e Iânis, gl'inviava di Mehdia con genti un Gia'far-ibn-Habîb; il quale pose il campo ad Agiâs tra Cabès e Tripoli. Mandò poi a dire a Iânis che di tre partiti scegliesse l'uno: rappresentarsi a Badîs; mostrare il diploma che avessegli affidato il governo di Tripoli; o disporsi alla battaglia. E Iânis gli scrivea: “Ch'io vada a corte del tuo signore, non ne parliamo. Esibir diploma non debbo, sondo io vicario del Principe, dei Credenti in provincia maggior di Tripoli. Dell'altro caso, che rimane, non darti briga: aspetta dove sei, chè civedrem presto.” Entrambi mossero; s'affrontarono tra gli uliveti di un villaggio detto Zânzûr. Dove Iânis fu rotto con molta strage l'anno trecentonovanta (12 dic. 999 — 30 novembre 1000); e fatto prigione, pregò il recassero a Gia'far, ma gliene portaron la sola testa. Li sbaragliati s'afforzarono a Tripoli[871]la quale debolmente aiutata dal siciliano Zeidân, com'altri legge, lo schiavone Reidân,[872]che reggeva allora la corte del Cairo, tornò in potere di Badîs, dopo lunghe vicende che a noi non occorre di raccontare.[873]Fortunosa età per la schiatta berbera, la quale dopo due secoli si sciogliea, senza ferir colpo, dalla dominazione degli Arabi, serbando gli elementi di civiltà di quegli stranieri: religione, leggi, scienze, lettere, industrie, ed una popolazione cittadinesca data a cotesti esercizii, impotente ormai per numero e tenor di vita a ripigliare il comando. Gli aborigeni del continente affricano dal Mediterraneo al Tropico, non erano mai stati sì padroni in casa loro, dacchè Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi occuparono l'un dopo l'altro la regione settentrionale. Ma il veleno della discordia c'hanno nel sangue, sempre lor tolse di cacciare gli stranieri; e quando rimaser soli, non fe' allignar tra loro nè fratellanza,nè amistà, nè almeno persuasione di dover vivere insieme; ed ha negato all'universale infino a questi dì nostri l'incivilimento al quale gli individui parrebbero maravigliosamente disposti. Senza dir dell'antagonismo tra i varii rami del ceppo berbero e soprattutto dei Zenata, che furon sempre dei più selvatichi, contro i Sanhâgia, che sembrano di più docil natura, la divisione nacque nella stessa casa zîrita, sotto il regno di Badîs, quando Hammâd, figliuol dell'avolo Bolukkîn, dopo aver combattuto a pro della dinastia, ribellatosi (1014), fondò uno Stato independente nelle odierne province di Costantina ed Algeri.[874]Altre calamità piovvero su que' lacerati dalla guerra civile.Del trecentonovantacinque (1004-5), al dir del contemporaneo Ibn-Rekîk, la carestia e la pestilenza si messero a gara a spopolar l'Affrica propria; i contadini fuggirono dalle terre non trovando di che mangiare; deserti i villaggi; consumato presto quel che teneasi in serbo nelle città; e, in alcune tribù, i Berberi s'ammazzaron tra loro per isfamarsi di carne umana. Ad un tempo la peste[875]mieteva a centinaia e migliaia gli abitatori delle città: chi ha visto l'orrida scena con gli occhi suoi la raffigura nei particolari narrati dal cronista. Fu tanto che a Kairewân rimasero abbandonate moschee, forni, bagni, chi non avea da ardere, andava a far legna nelle porte e nei tetti delle case senza padrone. Cacciatida quei flagelli, moltissimi abitatori delle città e delle campagne ripararono in Sicilia. La moría cessò; la carestia mitigossi;[876]poi ricomparve, con le cavallette e con la guerra civile, l'anno quattrocentosei (1015-16) e di nuovo il quattrocentonove (1018-19) e il quattrocentotredici (1022-23), e così di tratto in tratto.[877]Morto intanto Badîs (aprile 1016) ed esaltato il figliuolo Moezz,Scerf-ed-dawla, ossia “Gloria dell'Impero” come era scritto nella patente del califo,[878]divampò in quelle parti crudelissima proscrizione religiosa. Gli ortodossi d'Affrica, calcati per un secolo dagli Sciiti, rimbaldanzirono alla sgombrar della corte fatemita: ormai sì grossi e rabbiosi, che Hammâd fece assegnamento sopra di loro per togliere mezzo il regno ai nipoti; onde, chiaritosi ribelle, ristorò (1014) il culto sunnita, pose mano al sangue degli eretici nelle province che gli ubbidivano, ed entrato per forza d'armi a Bugia, tanto stigò i cittadini di Tunis che ammazzarono popolarmente que' della setta,[879]degni di mille morti, perchè non volean ripetere che Abu-Bekr ed Omar fossero in grazia di Dio. Così la cupidigia e la vendetta prendon sempre una maschera più brutta dello stesso ceffo loro, se lo mostrassero scoperto. Soffiavan entro il fuoco dal Kairewân quegli indomiti dottori di schiatta arabica; rincalzando forse gli argomenti teologici con l'esempio delle orribilitàche faceva ogni dì in Egitto il pontefice delli Sciiti, il sanguinario e matto Hâkem, arrivato non guari dopo al colmo d'ogni empietà, quando (1016-1021) assentì a dirsi Iddio in una religione di suo conio, e per diletto mise a sangue ed a fuoco la capitale.[880]L'opinione pubblica trapelava, com'avviene, nella stessa reggia degli Zîriti; dove il precettore di Moezz stillò la credenza ortodossa nell'animo baldanzoso d'un re d'otto anni. Ond'ecco un dì (luglio 1016) che cavalcando il fanciullo nelle vie di Kairewân, gli sfugge di bocca una benedizione ad Abu-Bekr ed Omar; e ne scoppia repentino scompiglio tra il popolo e i seguaci del principe che in parte erano Sciiti. Fatti questi miseri in pezzi, cominciato a saccheggiare le case, a ricercare per ogni luogo i sospetti di quella, e di qual si fosse eresia, ad ammazzarli, uomini, donne e fanciulli; e ardean poscia i cadaveri e rapivano quanto poteano. La proscrizione tumultuaria propagossi in un attimo a Mehdia e per tutte le città dell'Affrica propria; s'allargò nei villaggi. Fra que' che morirono difendendosi, e quei che furono scannati come pecore, sommarono a parecchie migliaia. Rimase il nome di “Lago di Sangue” alla contrada ove caddero i primi tremila, e il fatto passò in proverbio, come la Saint-Barthélemi.[881]Durò almen due anni la persecuzione, mettendovi mano il principe per risparmiar, com'ei pare, il sangue; e non stando sempre a' patti il popolazzo. Perchè, del quattrocentonove (19 maggio 1018, 7 maggio 1019) si nota l'eccidio d'una man di Sciiti che se n'andavan esuli in Sicilia. Da dugento uomini montati a cavallo, e forse disarmati, i quali con lor famigliuole e lor genti di casa viaggiavano sotto scorta di cavalleria alla volta di Mehdia, per imbarcarsi. Pernottando alla borgata detta di Kâmil, rimorse la coscienza ai villani de' contorni se li lasciassero andar vivi: s'armarono; dettero addosso agli eretici non difesi da loro guardie e tutti li trucidarono; delle donne quante eran giovani e quante lor parvero belle disonorarono e poscia le uccisero.[882]Il miserando caso ci attesta che al par dei cacciati dalla fame del mille e cinque, riparavano in Sicilia gli eretici perseguitati in questi due anni, e che il governo d'Affrica sopravvedeva all'uscita, fornia forse le navi.Suggellossi col sangue degli Sciiti l'amistà della nuova dinastia e delle popolazioni arabiche, ristrette ormai nelle città; poichè prima gli Aghlabiti, poscia i Fatemiti, per corta ragion di Stato, avean battuto e annichilato i nobili del giund stanziati nei villaggi.[883]In molte città i Berberi, in alcune anche gli Afarika,avanzi de' Cristiani del paese, soggiornavano con gli Arabi,[884]e già parea che le varie genti e la novella dinastia si acconciassero a far una nazione. Già gli Zîriti, abbandonata l'antica lor sede di Ascîr nelle montagne di Titeri, s'eran posti a Mansuria a mezzo miglio del Kairewân, o piuttosto dentro la stessa capitale arabica, la quale fu poi congiunta da fortificazioni a Mansuria.[885]Fiorirono in questo tempo le manifatture e i commerci, condotti da una mano nel Mediterraneo con Sicilia, Spagna e altri paesi marittimi;[886]dall'altra mano con le regioni interne del continente affricano. La quale prosperità industriale si potrebbe d'altronde argomentar dallo smodato lusso della corte zîrita in feste pubbliche, sposalizii, funerali, doni ai califi d'Egitto; ed anche dallo sminuito valore, o vogliasi dire cresciuta copia, dei preziosi metalli.[887]Attestano i commerci con l'Affrica centrale i presenti mandati a Mansûr dai principi del Sudân (992) e la barbarica pompa degli Zîriti che in lor solenni cavalcate usciano con elefanti, e giraffe, oltre le belve indigene dell'Atlante.[888]Nè la potenza sembrava minore del fasto nel regno di Moezz-ibn-Badîs, temuto da tutti per mezzo secolo, com'uomo intraprendente e savio nei consigli e gagliardo nelle armi. Infino agli ultimi anni, quando subita rovina lo ridusse quasi al nulla (1053), ei fu per vero il più possente principe musulmano delle regioni bagnate dal Mediterraneo.[889]Comprendendo la comodità che gli dava il mare ad allargar suo dominio, egli il primo di sua schiatta, provvide a ristorareil navilio affricano, del quale non si fa motto da che il califo fatimita Moezz mutò la sede e portò via quanto potè in Egitto. Del mille ventitrè, Moezz-ibn-Bâdîs facea racconciare gli arsenali di Mehdia, fabbricare attrezzi navali in copia non più vista, costruir legni da guerra e bandire l'arruolamento dei marinari:[890]ed a capo di pochi anni, l'armata affricana, collegata con la siciliana, combattea contro i Bizantini nell'Arcipelago; e il principe zîrita facea prova a insignorirsi della Sicilia. Sventura dei Musulmani dell'isola ch'egli ebbe tanto rigoglio quando cominciaron tra loro le guerre civili, e si trovò povero e disarmato quando si fece in pezzi lo stato kelbita.

Dopo otto anni di prospero reggimento, Iûsuf, colpito d'emiplegía del lato sinistro, risegnò l'emirato al figliuolo Gia'far, al quale avea già procacciato in cancelleria d'Egitto il diploma di sostituzione:[850]e adesso a nome del califo Hâkem-biamr-Allah gli erano inviate le bandiere del comando, con prerogativa diTâg-ed-dawlaeSeif-el-milla, che suonan “Corona dell'Impero e Spada della Fede.”[851]Faccende di cancelleria, parendo che ormai i califi fatemiti non pretendessero esercitare autorità in Sicilia, nè eleggerne gli emiri, ma sol mantenere le cerimonie dell'investitura, come faceano in Affrica; dove ciò non togliea che gli emiri zîriti loro contendessero qualche città di frontiera con le ragioni e con la spada.[852]E veramente nella vita di Hâkem, di che sappiam tante minuzie, non si fa motto mai della Sicilia, nèdel reggimento nè degli emiri di quella; se non che alcun Siciliano, nativo ovvero oriundo, comparisce nella storia politica e letteraria dell'Egitto, non altrimenti che gli stranieri, dell'Irâk, di Siria, d'Affrica. Di cotesti Siciliani diremo là dove cadrà in acconcio. Da un'altra mano la corte degli emiri in Palermo del tutto si ordinava come di principi independenti. Si veggono nel regno di Gia'far gli oficii divizîre dihâgib, ossia ministro e ciambellano; i quali mai non furono, nè il poteano, appo gli emiri di provincia. I poeti in loro apostrofe a Iûsuf e al figliuolo chiamavanliMalek, che suona re, titol nuovo nell'islamismo; e scrivean come se mai non fosse stato al mondo il califato d'Egitto.[853]

Gia'far ebbe dal padre, insieme col principato, ciò che si potea tramandare per liberale educazione: non le virtù dell'animo nè della mente. Fece mediocri versi; entrò nelle antologie degli Arabi in grazia d'un epigramma improvvisato in Egitto (1035), dove andò a finir comodamente la vita quando il cacciarono di Sicilia: volgare antitesi sopra due paggi che gli venner visti in abiti didibâg[854]l'un rosso e l'altro nero; la qual freddura piacque assai in quell'Arcadia arabica dell'undecimo e duodecimo secolo.[855]Del rimanente, indole pigra, avara, crudele: nelle sue mani casa kelbita diè la volta al comun precipizio delledinastie musulmane, nelle quali ad una o due generazioni di guerrieri succedettero per lo più i Sardanapali; come se il naturale intristir dei sangui regii s'affrettasse dentro le mura dell'harem, dove si sciupa il padre, e la fiacca prole alla sua volta vi lascia quel po' di spirito rimaso nella razza.

Dal martire Abu-l-Kâsem in poi, gli emiri siciliani aveano amato meglio i piaceri della reggia in Palermo che i combattimenti di Terraferma. Così il buon Iûsuf, così Gia'far; il quale par quel desso ch'edificò il castel di Maredolce tra le abbondanti acque e i lieti giardini che furon poi delizia dei re normanni.[856]I capitani, intanto, mandati in guerra, riportavano a casa, con qualche poco di bottino, la vergogna della ritirata a Bari (1004) e della sconfitta a Reggio (1005): il principe stracurato e i ministri procaccianti aprian la strada a domestiche ambizioni. Donde Ali, figliuolo di Iûsuf, congiurò contro il fratello coi Berberi e gli schiavi negri; coi quali negli ultimi di gennaio del mille e quindici, ridottosi in un luogo non lungi di Palermo, si chiarì ribelle. Gia'far gli mandava incontro senza indugio il giund e le milizie della capitale:[857]a dì trenta gennaio si venne alla zuffa, la quale finì con molto sangue dei sollevati, e il rimanente diessi alla fuga. Ali preso, menato al fratello; il quale comandòdi metterlo a morte, non curando le lagrime del padre paralitico: talchè entro otto giorni il temerario giovane si giocò la testa e la perdette. Gia'far fe' trucidar dal primo all'ultimo gli schiavi ribellati, e i Berberi scacciò dall'isola con le famiglie loro, niuno eccettuato; i quali si ridussero in Affrica.[858]

Le croniche danno un insolito barlume su la ragione degli avvenimenti, aggiugnendo, che rimaso a Gia'far il sologiundsiciliano e menomato l'esercito, i Siciliani imbaldanzirono contro i governanti.[859]Indi si vede essere stati i Negri squadre stanziali. I Berberi, avanzo delle colonie spopolate un tempo (940) da Khalîl-ibn-Ishak, o piuttosto delle soldatesche venute d'Affrica sotto i due primi emiri kelbiti, sembran anco milizia stanziale: squadre di giund che gli emiri tenessero appo di loro, pronte a servirli in casa efuori, stipendiate con assegnazione temporanea didhiâ, o vogliam dir poderi demaniali: picciola mano di gente, poichè tornò sì agevole di cacciarla via. L'attentato di Ali fu dunque cospirazione militare. Gia'far con le stragi e il bando volle vendicarsi e assicurarsi; ma non pensò che, rimanendo nelle forze di coloro che l'avean mantenuto sul trono, non potea maltrattarli senza pericolo.

A nulla forse ei pensava se non alle vanità e voluttà del principato; rimettendo ad altri la cura di trovar moneta che bastasse allo spendio. Per sua mala sorte s'avvenne in un segretario Hasan-ibn-Mohammed da Bâghâia in Affrica,[860]e fecelo vizîr. Ai cui consigli Gia'far comandava che in luogo dell'antica tassa invariabile d'un tanto ad aratata[861]su i terreni, si levasse il dieci per cento su i grani e le frutta; allegando l'usanza generale degli Stati musulmani.[862]I terreni, s'intenda, tassati akharâgperpetuo: ed era arbitrario l'atto; non potendosi in giure musulmano mutar nè la quantità nè il modo di riscossione fermati al conquisto e diversi secondo i paesi, talchè la costumanza degli altri luoghi, molti o pochi, non potea far legge in Sicilia.[863]Che tal novazioneaumentasse il peso, non occorre dimostrarlo, quando il ministro e l'emiro la vollero, e i possessori se ne mossero a far quel che fecero. Il vizîr aggravò il mal tolto trattando con modi villani e superbi ikâide glisceikhi, che è a dire i capi delle nobili famiglie militari e i notabili della cittadinanza. E l'emiro, al quale è naturale che se ne richiamassero, parlò ed operò leonino.[864]

Riposava sicuro, nella severità sua e sagacità del ministro, quando, il sei di moharrem del quattrocento dieci (13 maggio 1019), sollevatasi repente la capitale, nobili e plebei trassero al palagio; l'assalirono, abbatterono certi casamenti esteriori e facendosi notte intorniarono le mura come in assedio. Già già mancavan le forze ai pochi difensori; le turbe stavano per saltar dentro, quando si vide uscire in portantina il paralitico Iûsuf; e per carità e riverenza s'arrestarono a un tratto gli assalitori. Il quale si studiò a calmarli con parole e promessa di far quant'e' vorrebbono; e quelli al veder il povero vegliardo rifinito dagli acciacchi e dall'ansietà, ruppero in lagrime:quasi supplicando si rifecero a contargli tutte le angherie sostenute. Iûsuf rispondea farsi mallevadore del figliuolo, e ch'ei medesimo volea gastigarlo, e dargli lo scambio in persona di cui lor paresse. Domandarono l'altro figliuolo Ahmed, soprannominato Akhal;[865]e incontanente Iûsuf facea promulgare la deposizione di Gia'far, e la esaltazione di Ahmed. Domandarono Hasan di Bâghâia e il ciambellano Abu-Râfi'; i quali consegnati al popolo furono entrambi uccisi e condotta in giro per la città la testa del vizîr, ch'era più odiato, e arso il tronco, senza sepoltura. E ciascuno se ne tornò a casa.

Iûsuf intanto temendo non inviperissero peggio gustato il sangue, avea fatto imbarcare Gia'far sopra un legno che sciogliea per l'Egitto; e poco appresso in altra nave ei lo seguì. Moriron poscia entrambi in Egitto, dove avean recato secoloro in contanti seicento settantamila dinâr, che son circa dieci milioni di lire italiane. I cronisti arabi, lodando a lor uso la carità e liberalità, notano che Iûsuf possedeva in Sicilia tredici o quattordici mila giumente, senza contarvi gli altri animali da sella e da soma, e che venendo a morte non lasciò pure un ronzino.[866]Ma a considerarmeglio i fatti, quello stupendo armento, per non dir nulla dei dieci milioni di moneta, prova la quantità dei poderi tenuti in demanio nei regni di Iûsuf e di Gia'far. È verosimile che costui, cacciati i Berberi ribelli del mille e quindici, abbia ritenuto i poderi, anzichè concederli in beneficio militare ai Siciliani; e che il dispetto di tal avarizia abbia fatto sentir più dura l'offesa dell'aggravata tassa prediale.

Mentre germogliavano in Sicilia così fatte discordie, crebbe in Affrica la dominazione zîrita; la cui potenza e le vicende interiori e il crollo che le diè una nuova irruzione di Arabi, a volta a volta si risentirono nell'isola. Bolukkîn con le armi di Sanhâgia, la riputazione di Moezz, e gli ordini dell'antica colonia arabica, occupò tanto o quanto il paese infino a Ceuta; raffrenò gli Omeiadi di Spagna che tenean parte della costiera; si spinse a mezzogiorno dell'Atlante; rintuzzò la rivale nazione di Zenata; ebbe dal califo Azîz le città su i confini dell'Egitto, negategli nella prima concessione: talchè, venendo a morte (984), era ubbidito più come principe che vicario da Tripoli a Fez. Succedettegli il figliuolo Mansûr, il quale mantenne con varia fortuna la potenza del padre; sottopose al giogo la tribù di Kotama.[867]Ech'ei si sentisse saldo in sol trono, lo mostran le parole: “Mio padre e l'avolo comandarono con la spada; quanto a me non adoprerò forza se non che i benefizii.” E l'altro detto: “Ho ereditato questo reame da' miei, nol tengo in virtù d'un rescritto, nè mel farà lasciare un rescritto.”[868]

Furon serbate contuttociò le apparenze; sì che esaltato, alla morte di Mansûr, il figliuolo Badîs (996), gli vennero del Cairo, a nome di Hakem, le vestimenta, il diploma[869]e il titolo diNasr-ed-dawla, ch'è a dir “Sostegno dell'Impero.”[870]Ma a capo di tre anni, il governatore di Tripoli per Badîs, tradito il signor suo, offriva la città alla corte fatemita; e questa, come di furto, se la prendea, commettendola a Iânis il Siciliano, governatore di Barca, forse liberto di sangue cristiano. Appo il quale mandando Badîs a dolersi, rispose altero: e il principe d'Affrica, quasi il califo non ci entrasse e fosse la contesa tra lui e Iânis, gl'inviava di Mehdia con genti un Gia'far-ibn-Habîb; il quale pose il campo ad Agiâs tra Cabès e Tripoli. Mandò poi a dire a Iânis che di tre partiti scegliesse l'uno: rappresentarsi a Badîs; mostrare il diploma che avessegli affidato il governo di Tripoli; o disporsi alla battaglia. E Iânis gli scrivea: “Ch'io vada a corte del tuo signore, non ne parliamo. Esibir diploma non debbo, sondo io vicario del Principe, dei Credenti in provincia maggior di Tripoli. Dell'altro caso, che rimane, non darti briga: aspetta dove sei, chè civedrem presto.” Entrambi mossero; s'affrontarono tra gli uliveti di un villaggio detto Zânzûr. Dove Iânis fu rotto con molta strage l'anno trecentonovanta (12 dic. 999 — 30 novembre 1000); e fatto prigione, pregò il recassero a Gia'far, ma gliene portaron la sola testa. Li sbaragliati s'afforzarono a Tripoli[871]la quale debolmente aiutata dal siciliano Zeidân, com'altri legge, lo schiavone Reidân,[872]che reggeva allora la corte del Cairo, tornò in potere di Badîs, dopo lunghe vicende che a noi non occorre di raccontare.[873]

Fortunosa età per la schiatta berbera, la quale dopo due secoli si sciogliea, senza ferir colpo, dalla dominazione degli Arabi, serbando gli elementi di civiltà di quegli stranieri: religione, leggi, scienze, lettere, industrie, ed una popolazione cittadinesca data a cotesti esercizii, impotente ormai per numero e tenor di vita a ripigliare il comando. Gli aborigeni del continente affricano dal Mediterraneo al Tropico, non erano mai stati sì padroni in casa loro, dacchè Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi occuparono l'un dopo l'altro la regione settentrionale. Ma il veleno della discordia c'hanno nel sangue, sempre lor tolse di cacciare gli stranieri; e quando rimaser soli, non fe' allignar tra loro nè fratellanza,nè amistà, nè almeno persuasione di dover vivere insieme; ed ha negato all'universale infino a questi dì nostri l'incivilimento al quale gli individui parrebbero maravigliosamente disposti. Senza dir dell'antagonismo tra i varii rami del ceppo berbero e soprattutto dei Zenata, che furon sempre dei più selvatichi, contro i Sanhâgia, che sembrano di più docil natura, la divisione nacque nella stessa casa zîrita, sotto il regno di Badîs, quando Hammâd, figliuol dell'avolo Bolukkîn, dopo aver combattuto a pro della dinastia, ribellatosi (1014), fondò uno Stato independente nelle odierne province di Costantina ed Algeri.[874]Altre calamità piovvero su que' lacerati dalla guerra civile.

Del trecentonovantacinque (1004-5), al dir del contemporaneo Ibn-Rekîk, la carestia e la pestilenza si messero a gara a spopolar l'Affrica propria; i contadini fuggirono dalle terre non trovando di che mangiare; deserti i villaggi; consumato presto quel che teneasi in serbo nelle città; e, in alcune tribù, i Berberi s'ammazzaron tra loro per isfamarsi di carne umana. Ad un tempo la peste[875]mieteva a centinaia e migliaia gli abitatori delle città: chi ha visto l'orrida scena con gli occhi suoi la raffigura nei particolari narrati dal cronista. Fu tanto che a Kairewân rimasero abbandonate moschee, forni, bagni, chi non avea da ardere, andava a far legna nelle porte e nei tetti delle case senza padrone. Cacciatida quei flagelli, moltissimi abitatori delle città e delle campagne ripararono in Sicilia. La moría cessò; la carestia mitigossi;[876]poi ricomparve, con le cavallette e con la guerra civile, l'anno quattrocentosei (1015-16) e di nuovo il quattrocentonove (1018-19) e il quattrocentotredici (1022-23), e così di tratto in tratto.[877]

Morto intanto Badîs (aprile 1016) ed esaltato il figliuolo Moezz,Scerf-ed-dawla, ossia “Gloria dell'Impero” come era scritto nella patente del califo,[878]divampò in quelle parti crudelissima proscrizione religiosa. Gli ortodossi d'Affrica, calcati per un secolo dagli Sciiti, rimbaldanzirono alla sgombrar della corte fatemita: ormai sì grossi e rabbiosi, che Hammâd fece assegnamento sopra di loro per togliere mezzo il regno ai nipoti; onde, chiaritosi ribelle, ristorò (1014) il culto sunnita, pose mano al sangue degli eretici nelle province che gli ubbidivano, ed entrato per forza d'armi a Bugia, tanto stigò i cittadini di Tunis che ammazzarono popolarmente que' della setta,[879]degni di mille morti, perchè non volean ripetere che Abu-Bekr ed Omar fossero in grazia di Dio. Così la cupidigia e la vendetta prendon sempre una maschera più brutta dello stesso ceffo loro, se lo mostrassero scoperto. Soffiavan entro il fuoco dal Kairewân quegli indomiti dottori di schiatta arabica; rincalzando forse gli argomenti teologici con l'esempio delle orribilitàche faceva ogni dì in Egitto il pontefice delli Sciiti, il sanguinario e matto Hâkem, arrivato non guari dopo al colmo d'ogni empietà, quando (1016-1021) assentì a dirsi Iddio in una religione di suo conio, e per diletto mise a sangue ed a fuoco la capitale.[880]L'opinione pubblica trapelava, com'avviene, nella stessa reggia degli Zîriti; dove il precettore di Moezz stillò la credenza ortodossa nell'animo baldanzoso d'un re d'otto anni. Ond'ecco un dì (luglio 1016) che cavalcando il fanciullo nelle vie di Kairewân, gli sfugge di bocca una benedizione ad Abu-Bekr ed Omar; e ne scoppia repentino scompiglio tra il popolo e i seguaci del principe che in parte erano Sciiti. Fatti questi miseri in pezzi, cominciato a saccheggiare le case, a ricercare per ogni luogo i sospetti di quella, e di qual si fosse eresia, ad ammazzarli, uomini, donne e fanciulli; e ardean poscia i cadaveri e rapivano quanto poteano. La proscrizione tumultuaria propagossi in un attimo a Mehdia e per tutte le città dell'Affrica propria; s'allargò nei villaggi. Fra que' che morirono difendendosi, e quei che furono scannati come pecore, sommarono a parecchie migliaia. Rimase il nome di “Lago di Sangue” alla contrada ove caddero i primi tremila, e il fatto passò in proverbio, come la Saint-Barthélemi.[881]

Durò almen due anni la persecuzione, mettendovi mano il principe per risparmiar, com'ei pare, il sangue; e non stando sempre a' patti il popolazzo. Perchè, del quattrocentonove (19 maggio 1018, 7 maggio 1019) si nota l'eccidio d'una man di Sciiti che se n'andavan esuli in Sicilia. Da dugento uomini montati a cavallo, e forse disarmati, i quali con lor famigliuole e lor genti di casa viaggiavano sotto scorta di cavalleria alla volta di Mehdia, per imbarcarsi. Pernottando alla borgata detta di Kâmil, rimorse la coscienza ai villani de' contorni se li lasciassero andar vivi: s'armarono; dettero addosso agli eretici non difesi da loro guardie e tutti li trucidarono; delle donne quante eran giovani e quante lor parvero belle disonorarono e poscia le uccisero.[882]Il miserando caso ci attesta che al par dei cacciati dalla fame del mille e cinque, riparavano in Sicilia gli eretici perseguitati in questi due anni, e che il governo d'Affrica sopravvedeva all'uscita, fornia forse le navi.

Suggellossi col sangue degli Sciiti l'amistà della nuova dinastia e delle popolazioni arabiche, ristrette ormai nelle città; poichè prima gli Aghlabiti, poscia i Fatemiti, per corta ragion di Stato, avean battuto e annichilato i nobili del giund stanziati nei villaggi.[883]In molte città i Berberi, in alcune anche gli Afarika,avanzi de' Cristiani del paese, soggiornavano con gli Arabi,[884]e già parea che le varie genti e la novella dinastia si acconciassero a far una nazione. Già gli Zîriti, abbandonata l'antica lor sede di Ascîr nelle montagne di Titeri, s'eran posti a Mansuria a mezzo miglio del Kairewân, o piuttosto dentro la stessa capitale arabica, la quale fu poi congiunta da fortificazioni a Mansuria.[885]Fiorirono in questo tempo le manifatture e i commerci, condotti da una mano nel Mediterraneo con Sicilia, Spagna e altri paesi marittimi;[886]dall'altra mano con le regioni interne del continente affricano. La quale prosperità industriale si potrebbe d'altronde argomentar dallo smodato lusso della corte zîrita in feste pubbliche, sposalizii, funerali, doni ai califi d'Egitto; ed anche dallo sminuito valore, o vogliasi dire cresciuta copia, dei preziosi metalli.[887]Attestano i commerci con l'Affrica centrale i presenti mandati a Mansûr dai principi del Sudân (992) e la barbarica pompa degli Zîriti che in lor solenni cavalcate usciano con elefanti, e giraffe, oltre le belve indigene dell'Atlante.[888]

Nè la potenza sembrava minore del fasto nel regno di Moezz-ibn-Badîs, temuto da tutti per mezzo secolo, com'uomo intraprendente e savio nei consigli e gagliardo nelle armi. Infino agli ultimi anni, quando subita rovina lo ridusse quasi al nulla (1053), ei fu per vero il più possente principe musulmano delle regioni bagnate dal Mediterraneo.[889]Comprendendo la comodità che gli dava il mare ad allargar suo dominio, egli il primo di sua schiatta, provvide a ristorareil navilio affricano, del quale non si fa motto da che il califo fatimita Moezz mutò la sede e portò via quanto potè in Egitto. Del mille ventitrè, Moezz-ibn-Bâdîs facea racconciare gli arsenali di Mehdia, fabbricare attrezzi navali in copia non più vista, costruir legni da guerra e bandire l'arruolamento dei marinari:[890]ed a capo di pochi anni, l'armata affricana, collegata con la siciliana, combattea contro i Bizantini nell'Arcipelago; e il principe zîrita facea prova a insignorirsi della Sicilia. Sventura dei Musulmani dell'isola ch'egli ebbe tanto rigoglio quando cominciaron tra loro le guerre civili, e si trovò povero e disarmato quando si fece in pezzi lo stato kelbita.


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