Chapter 31

138.Chronicon Cantabrigiense, presso di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 43. La versione stampata porta:Anno 6407 commissum est prælium in Franco Forth. Le due parole del testo, nelle quali parve di ravvisare questo nome geografico, sono sbagliate nelle edizioni di Caruso e Di Gregorio; poichè nel MS. originale, secondo la collazione che me ne ha fatto il cortese signor Power bibliotecario dell'università di Cambridge, si legge chiaramente la seconda vocemofâreka; e la prima, mancante di punti diacritici, si compone delle seguenti lettere: 1ºf, ovverok; 2ºr; 3ºb, t, th, ovveroi, n; 4ºh, g,ovverokh; 5º a. Badando alle sole radicali, non esito a dire che sianof, r, gcon che si scrive il verbo fereg, “scindere, fendere;” e son certo che questa parola mal copiata o piuttosto male scritta in arabico dall'autore, greco di Sicilia, sia il plurale irregolare di un vocabolo che significasse “scissura;” proprio il greco σχῖσμα. Non lascia luogo a interpretarla altrimenti la voce precedentemofâreka, che si accorda grammaticalmente con questa, e che è l'aggettivo feminino cavato dalla terza forma del verboferek, “separare, disgregare.” Si corregga dunque la versione: “L'anno 6407 varie fazioni guerreggiaron tra loro.”Occorre di aggiugnere che il nome di Francoforte o altro simile non poteva esistere in Sicilia avanti i Normanni; e che non v'ha in oggi, nè v'è mai stato. Il comune attuale di Francofonte, e non Francoforte, fu fondato nel XIV secolo.139.Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167; MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, nellaStoria di Siciliapresso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 11, senza fare menzione delle guerre che seguirono, dice Abd-Allah eletto emir di Sicilia il 287; e nellaStoria d'Affricadata da M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, p. 431, lo fa andare in Sicilia il 284, sbarcare nel mese di giumadi primo (giugno 897), espugnare Palermo, e accordare poi l'amân. Da ciò si conferma la incertezza delle sue compilazioni.140.La Cronica di Cambridge dice che Abd-Allah “passò” di Affrica a Mazara il 24 luglio; Ibn-el-Athîr che “arrivò” in Sicilia il primo di scia'bân, che risponde al primo agosto.141.Questi è Ibn-Khaldûn, nellaHistoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 57 del testo, e 134 della versione di M. Des Vergers. Non so donde abbia cavato tal particolare l'autore, che nel resto del racconto compendia Ibn-el-Athîr.142.Nei due MSS. di Ibn-el-Athîr si trova il secondo nome senza punti diacritici. Credo vada letto Bâgi. Questo, a detta delLobb-el-Lobbâbdi Sojuti, edizione del Veth, può esser nome di famiglia persiana, o nome etnico derivato da Bâgia, chè così addimandavasi una città della penisola spagnuola (Beja in Portogallo); un villaggio in Affrica (Bedja nell'odierno reame di Tunis, città dentro terra a poca distanza da Tabarca); e un villaggio presso Ispahan in Persia.143.Traduco “vespro” la voce'asrche indica una delle ore della preghiera, e risponde a ventun'ora, secondo l'antico modo italiano, cioè nei primi di settembre, e in Palermo, alle tre e mezza dopo mezzodì. Veggansi le tavole delle ore delle preghiere musulmane alla latitudine del Cairo, presso Lane,Modern Egyptians, tomo I, p. 302.144.IlBaiândice combattuta la giornata “alle porte della città;” il che si deve intendere fuori i sobborghi, poichè Ibn-el-Athîr dice occupati questi dopo la vittoria. È da ricordarsi che la strada da Trapani a Palermo infino alla metà del XII secolo, e forse più oltre, passava per Carini, come il mostrano gli itinerarii di Edrisi. Però dovea correre per una delle valli che fiancheggiano Monte Cuocio, e uscire alla pianura, sia tra Bocca di Falco e Baida, sia tra questa e la montagna di Petrazzi, lungo la linea della nuova strada da ruota di Torretta.145.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167, seg.; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.;Baiân, tomo I, p. 125; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 132, seg.;Chronicon Cantabrigiense, p. 43; Giovanni Diacono di Napoli, Traslazione del corpo di San Severino, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60, ripubblicato da Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269. È maraviglioso lo accordo di Giovanni Diacono coi cronisti musulmani intorno la importanza dei fatti; e della Cronica di Cambridge, di origine greca, con Ibn-el-Athîr, su la data della battaglia di Palermo, che l'uno porta il 10 di ramadhân, e l'altro l'otto di settembre, che è appunto il riscontro del calendario cristiano col musulmano.146.Questi versi sono trascritti da Ibn-el-Athîr nella notizia biografica di Abd-Allah, anno 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; e MS. di Bibars, fog. 129 verso; e con qualche variante da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso. Mettendo nell'ultimo verso un punto diacritico sotto lahdella voceb hâre leggendolabigiâr, che vuol dire accanto, in vicinanza, traduco così:“Bevo la salutar bevanda, in terra straniera, lungi da' miei e dalla mia casa:“Ahi! soleva altre volte appressarla a'labbri, quand'io tutto olezzava di muschio e d'aloe;“Ed or eccomi in mezzo al sangue, tra i vortici del fumo e il polverio.”Ho reso “salutar bevanda” la vocedewâ, medicamento, farmaco.147.Iakût nelMo'gim el-Boldân, MS. di Oxford, articoloPalermo, trascrive uno squarcio della descrizione d'Ibn-Haukal, nel quale si dà questo numero di moschee e si ripete quel di 300 del resto della città, che si conoscea secondo la descrizione da me pubblicata. Quel passo va or corretto secondo Iakût, la cui aggiunta ne compie la sintassi che rimanea sospesa.148.Oltre ciò che ho detto su la topografia di Palermo nei capitoli precedenti, veggasi Ibn-Haukal,Description de Palerme, da me pubblicata nelJournal Asiatique, IV série, tomo V, p. 94, 95; e nell'Archivio Storico Italiano, appendice XVI, p. 22. I nomi delle porte della città antica che troviamo in Ibn-Haukal, ci permettono di fissare il perimetro. Movendo dalla odierna parrocchia di Sant'Antonio saliva verso libeccio per l'altura ov'è il monastero delle Vergini, continuava per la strada del Celso fino a Sant'Agata la Guilia, volgeasi a scirocco lungo una linea che or si tirasse dalla cattedrale allo Spedal grande, e, ripiegandosi verso greco, toccava gli attuali monisteri dei Benfratelli e Santa Chiara, Università degli studii, Uficio della Posta, Monistero di Santa Caterina, donde tornava alla chiesa di Sant'Antonio. Figura ellittica, il cui asse maggiore coincidea con la strada del Cassaro d'oggi presa dalla cattedrale a Sant'Antonio. A quest'asse correan quasi paralelle, d'ambo i lati, due strade che agevolmente oggi si riconoscono, anguste e serpeggianti come tutte quelle del medio evo; l'una dal Monastero delle Vergini alla Beccheria vecchia (Ocidituri); l'altra dal Palagio Comunale al monastero di Santa Chiara. Non si badi molto alla pianta del Morso,Palermo antico, che si riferisce ai tempi normanni, e d'altronde è inesattissima.149.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr; ilBaiân; e Ibn-Khaldûn ai luoghi citati nella nota 2 della p. 67 del presente vol. IlBaiândice espressamente che Abd-Allah entrava dopo accordato l'amânil venti di ramadhân.150.Johannis Diaconi Neapolitani, Martirio di San Procopio presso il Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269.151.Vita di Sant'Elia, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 73.152.Si trova nel solo Ibn-el-Athîr, in un passo di cui abbiamo tre MSS. con tre lezioni diverse:Bartibûa,Iartînûa, e nel MS. ordinariamente più corretto,Bartanobûa. Facendo astrazione delle vocali non accentuate, il nome si riduce a sette lettere, alcune delle quali posson variare secondo i punti diacritici. Le lettere sono: 1ªb,i,n,t,th, e può anche rispondere alle nostrep e v; 2ªr, ovveroz; 3ªt; 4ª e 5ª stesse lettere che la prima; 6ªw, ovveroû; 7ªa, la quale potrebbe esser muta, onde la finale è anche incerta traûewa. Combinando le consonanti con varie vocali, la migliore lezione sembraNeritînû, che risponde al nome dato dai geografi antichi ai popoli diNeritumin terra d'Otranto.Neritum, oggi Nardò, città poco lontana dal mare, fu assai importante nel medio evo, fatta sede vescovile nel XV secolo. Ma la mia conghiettura è tanto più incerta, quanto sappiamo assai vagamente la regione di cui si tratti, come diremo nella nota seguente.153.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; ed anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, fog. ...; Johannes Diaconus,Translatio corporis Sancti Severini, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269, seg.;Baiân, tomo I, p. 123, anno 288;Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 44; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 137, 138; e il cenno che ne fa Nowairi, con errore di data, nellaStoria d'Affrica, in appendice allaHistoire des Berbères,par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 431;Chronicon Vulturnensepresso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 415.Più che ad ogni altro si badi a Ibn-el-Athîr, e Giovanni Diacono. Nei MSS. A e di Bibars si legge che le navi musulmane tornavan da Reggio a Messina cariche di roba edakík, che vuol dir farina, ma credo vada correttorakîk, schiavi. La battaglia di Reggio è riferita da Ibn-el-Athîr al mese di regeb (21 giugno a 20 luglio 901), e dalla Cronica di Cambridge precisamente al 10 giugno; e questa data io ho seguito, ma forse è erronea, e si dee correggere 10 luglio, mutando una sola lettera nel testo arabico, e leggendoviiuliuin vece diiuniu. IlBaiânin luogo diRíwa(Reggio) haz la, che si potrebbe supporre Scilla, ma è alterazione del primo di questi nomi. Ibn-Khaldûn, per errore, credo io, di memoria, frettolosamente compendiando questi annali, scrisse che Abd-Allah, andato da Taormina a Catania, e trovandola ostinata alla difesa, se ne tornò per ripugnanza a spargere sangue musulmano. Ciò non si legge in ibn-el-Athîr; nè è probabile che Catania a questo tempo fosse già divenuta colonia musulmana. Anzi, la espugnazione del vicino castello di Aci nel 902, ch'era tenuto dai Cristiani, li fa supporre signori anco di Catania.Adesso debbo allegar le testimonianze di quell'ultima impresa di Abd-Allah, dopo la distruzione delle mura di Messina. Ibn-el-Athîr, abbozzando sotto l'anno 261 una biografia di Ibrahim-ibn-Ahmed, dice che proponendosi costui il pellegrinaggio e la guerra sacra, andò a Susa l'anno 289 (902) “e indi passò col navilio in Sicilia,e pose il campo a Demona, Assediatala per diciassette giorni, andò a Messina, e passò a Reggio, ove s'era adunata gran gente dei Rûm. Ei li combatteva alle porte della città; li sbaragliava; e prendea Reggio, con la spada alla mano, del mese di regeb. Saccheggiatola, fece ritorno a Messina, di cui abbattè le mura; e, trovando in porto le navi arrivate da Costantinopoli, ne prese trenta. Andò poi a Neritînû(Bartîbûetc.),e se ne insignorì alla fine di regeb. Ei diè esempi di giustizia e di buona condotta verso i sudditi.Andò poi a Taormina etc.,” seguendo a narrare la espugnazione di questa città nel 902. Or lo squarcio che ho messo in carattere corsivo è compendio esatto, e in molti luoghi trascrizione, di quello che contiene le imprese di Abd-Allah del 901, il quale si trova sotto l'anno 287; se non che in quest'ultimo manca la impresa di Neritînû. E evidente dunque che Ibn-el-Athîr, o il copista, replicò nella guerra d'Ibrahim parecchi fatti di quella di Abd-Allah dell'anno precedente. È evidente, dico, per lo assedio di Demona, vittoria di Reggio, presura delle navi greche a Messina, e distruzione delle mura di questa città. Mi pare probabile per la occupazione di Neritînû.E ciò perchè Ibn-Khaldûn, il quale compendiava gli annali di Ibn-el-Athîr, e un'altra cronica più antica, dopo tutte le imprese di Abd-Allah come noi le abbiamo narrato, fino alla distruzione delle mura di Messina, continua: “Indi tragittò nella vicina parte d'Italia (così va resa la denominazione dia'dwet-er-Rûm); combattè con popoli Franchi d'oltre il mare; e tornò in Sicilia.” La città dunque il cui nome leggiam sì male in Ibn-el-Athîr, par che giacesse nella regione vagamente chiamataa'dwet-er-Rûm, che non si può intendere del solo stretto di Messina, ma di tutta la costiera che guarda la Sicilia, se si ricordi il valor della denominazione analoga diBerr-el-A'dwain Affrica. I Franchi combattuti da Abd-Allah non poteano esser che le genti dei duchi di Spoleto e Camerino condotti ai soldi di Leone il Sapiente. Ritraggiamo infatti ch'egli nel 904 abbia mandato danaro aiFranchiper rinforzare l'esercito destinato contro la Sicilia. Veggasi il cap. IV del presente Libro, p. 87, 89.154.Johannes Diaconus Neapolitanus, l. c.155.Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, tomo I, p. 431; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 138 e 139. Avvertasi che M. De Slane ha saltato il luogo del Nowairi, ove si dice della malattia che colpiva Ibrahim in questo momento. Quanto alla tradizione, sembra che il Nowairi l'abbia tolto da Ibn-Rekîk; al par di Ibn-Khaldûn, il quale lo attesta espressamente. Egli è vero che Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, riferisce aver letto nella Storia d'Ibn-Rekîk, che Mo'tadhed minacciò di deporre Ibrahim e surrogargli, non il figliuolo, ma il cugino Mohammed; ma questo si dee tenere come fatto diverso, seguito appunto nell'896, prima della uccisione del detto Mohammed, della quale abbiam fatto parola nel Capitolo precedente, p. 58. Debbo avvertire che secondo una variante proposta dal prof. Fleischer nel testo di Nowairi, invece di “malattia biliosa” si dovrebbe tradurre “gli si fece incontro con vestimenta negre.”Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 451, e Introduzione, p. 63. Ma non n'è certo quel dotto orientalista; nè io.156.El-Fâsik. Questo soprannome si legge in Ibn-Abbâr, op. cit., fog. 32 verso.157.Baiân, tomo I, p. 125 e 126.158.Veggasi nel Capitolo II del presente libro la nota 2 a p. 55.159.Riscontrinsi: ilBaiân, l. c.; e Nowairi,Storia d'Affrica, nell'op. cit., p. 432.160.Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.161.Riscontrinsi: Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso;Baiân, tomo I, p. 126.162.Johannes Diaconus,Translatio corporis S. Severini, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 209, seg.163.Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Nella versione di M. De Slane la data della partenza per Nuba è posta per errore di stampa in vece del 16 il 22 di rebi' secondo, che tornerebbe al 5 aprile.164.Trapani certamente, come scrive Ibn-Khaldûn, ancorchè nel testo di Nowairi si legga Tripoli. Nelle opere arabiche quei due nomi son confusi spesso. Ma qui il testo di Nowairi non lascia luogo a dubbio, portando che Ibrahim da Nûba navigò a quella città, e che indicavalcòper a Palermo.165.In maggio, secondo la diligentissima Cronica di Cambridge. Secondo il conto di Nowairi lo sbarco sarebbe avvenuto nella seconda metà di giugno, poichè Ibrahim si intrattenea diciassette giorni a Trapani; ma questa cifra può essere sbagliata, come lo è di certo quella del soggiorno in Palermo.166.Giovanni Diacono napoletano espressamente nota che Ibrahim sdegnasse d'entrare in Palermo, come casa propria. All'incontro Nowairi riferisce tanti particolari da non potersi mettere in forse l'andata. Il detto che Ibrahim non tenne, ma fece tenere da altri il Tribunale dei Soprusi, mi fa supporre che il tiranno fosse rimaso fuor la città vecchia.167.Riscontrinsi: Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, tomo I, p. 432; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 142; Johannes Diaconus Neapolitanus,Translatio corporis Sancti Severini, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 61. Non cito Ibn-el-Athîr perchè il testo è viziato, come dissi nel capitolo precedente, nota, p. 73. Avvertasi che la versione di M. De Slane in questo luogo del Nowairi sembra poco esatta, e v'ha qualche error di stampa nelle date, oltre lo errore del Nowairi che Ibrahim arrivato in Palermo il 28 regeb (8 luglio), e soggiornatoviquattordicigiorni, ne fosse partito il 7 scia'bân (17 luglio). M. De Slane ha soppresso quest'ultima data, accorgendosi che fosse sbagliata.168.Il nome di Costantino si legge nella Vita di Sant'Elia da Castrogiovanni, e gli è dato il titolo di patrizio. I cronisti bizantini scrivon che “fosse In Taormina,” al tempo della espugnazione, Caramalo, come e' pare, capitano del presidio, quantunque non gli dian titolo di patrizio, nè altro. Penso io dunque che si tratti d'un medesimo personaggio per nome Costantino, e di casato Caramalo. I bizantini non dicono nè anco il grado di Michele Characto, ma ch'egli accusò di viltà e tradimento il Caramalo, quand'entrambi si rifuggirono a Costantinopoli. Da ciò la conghiettura che il Characto fosse secondo in grado, o capitanasse qualche corpo ausiliare, il quale virtuosamente avesse combattuto contro Ibrahim. Giorgio Monaco fa supporre che Eustazio, drungario dell'armata, fosse stato inviato a Taormina o incaricato di recarle aiuto; il che ei non fece, e indi ne fu punito. Ma par che il cronista supponga questa colpa, confondendola con quella che certamente commise Eustazio, mandato contro l'armata di Leone da Tripoli di Siria.169.Riscontrinsi: Georgius Monachus,De Leone Basilii filio, § 25, p. 861;Theophanes continuatus, lib. VI, § 18, p. 365; Symeon Magister,De Leone Basilii filio, § 9, p. 704; Leonis Grammatici,Chronographia, p. 274.170.La versione latina ha:Quippe lumbare lineum supra lumbos suos ponere.Dunque il buon vecchio, gittata la cocolla, si mostrava con le sole mutande, per imitare, credo io, la foggia degli schiavi.Vita Sancti Eliæ Juniorispresso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 73 e 74; e nella collezione dei Bollandisti, 17 agosto, p. 479, seg.171.Corano, Sura XLVIII, verso 1.172.Corano, Sura XXII, versi 20 e 21.173.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; Nowairi,Storia d'Affrica, testo nel MS. di Parigi 702, A, fog. 53 verso, e traduzione presso De Slane, op. cit., p. 432, 433; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 142;Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 44; Johannes Diaconus presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 61. Non cito i Bizantini perchè non portano particolari del fatto, nè date. Nella Cronica di Cambridge l'anno è sbagliato dal copista che scrissesifta(sei) in luogo disena(anno), la qual voce differisce dalla prima per un sol punto diacritico. Così vi si trova 6416 in luogo di 6410, cioè 908 in luogo di 902. Ma le altre testimonianze storiche non lascian dubbio su la vera lezione; e a ritrovarla basterebbe anco il calendario, perchè la Cronica di Cambridge espressamente dice presa Taormina la domenica primo d'agosto, il qual dì incontrò in domenica il 902, e non il 908. Il giorno designato da Ibn-el-Athîr, è il 22 scia'bân 289, che risponde esattamente al 1º agosto 902. La Cronica del Monastero di Volturno, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 415, accenna senza data la espugnazione di Taormina.174.Johannes Diaconus, l. c. È verosimile e perciò non l'ho tolto via, quel vanto da cannibale che Ibrahim forse non intendeva di consumare. NelBaiân, tomo I, p. 123, leggiamo che il 283 (896) egli avea fatto uccidere quindici persone a Taurgha nell'odierno Stato di Tripoli, e cuocerne le teste, come se volesse imbandirle a mensa; il che fu cagione che la più parte del proprio esercito lo abbandonasse. Un MS. della Biblioteca di Bamberg, dello XI secolo, citato nell'opera di Pertz,Scriptores, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana, accenna il martirio di San Procopio, evidentemente compendiando e alterando la narrazione di Giovanni Diacono.175.Nei varii MSS. d'Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn; e Nowairi questo nome si legge Bîkesc, Benfesc, Tîfesc, Minisc, Minis, e talvolta è scritto senza punti diacritici. Edrisi pone tra Messina e Taormina, in luogo aspro e montuoso, a 15 miglia verso mezzodì da Monforte, una terra Mîkosc, Mîkos, Minis, secondo i varii MSS. Non trovo in oggi nomi somiglianti; ma il luogo risponde tra il Capo di Scaletta e il Monte Scuderi; sia Artalia, o Pozzolo Superiore, o Giampileri ec. Castello par che non ne rimanesse nè anco al tempo di Edrisi. Il nome mi par latino o greco, Vicus, Μῦχος Μηκὰς o anche Νῖκος. Mandanici, che darebbe quest'ultimo nome aggiunto a quel di Μάνδρα, non risponderebbe alla detta distanza da Monforte, che per altro può essere inesatta o sbagliata nel MS. di Edrisi.176.Veggasi la nota 4 a p. 468 del I Volume, lib. II, cap. XII, intorno il sito del castel di Demona.177.Si pronunzii comeHodjrin francese, e in ingleseHojr. Non l'ho scrittoHogrperchè darebbe un suono diverso.178.CertamenteEl-Iagi, quantunque alcun MS. portiEl-Bâgi,Et-Tâgiec., mutando i punti diacritici, e altro dia le lettere senza punti. Edrisi lo scrive Liâgi, come si legge nei migliori MSS., dovendosi negli altri aggiugnere un punto diacritico alla letterabe mutarla così ini, Liag o Liagi in luogo di Lebag che si è trascritta. La differenza di ortografia tra Edrisi e le memorie, di certo anteriori a lui, su le quali compilò Ibn-el-Athîr, dà luogo a una curiosa osservazione filologica. Nel X secolo, al quale van riferite quelle memorie, il nome di Ἄκις eAcis, pronunziato in Sicilia, com'oggiIaci, con la prima vocale strisciante nel modo che avvertii per Enna, era scritto dagli Arabi col loro articoloel; probabilmente perchè i Greci l'usavano anche con l'articolo. Nella prima metà del XII secolo, in cui visse Edrisi, si diceaLi Acicon l'articolo italiano, il che può aggiugnersi alle altre prove che la lingua nostra già si parlasse in Sicilia.179.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, e Nowairi, ll. cc. Il racconto di Nowairi, che in questo luogo è particolareggiato più che gli altri, dopo aver detto di Bico, Demena e Rametta, continua: “E mandò sopra Aci, con un'altra schiera, Sa'dûn-el-Gelowi. Tutte le popolazioni insieme si rivolsero a costui, profferendo lagezîa; ma egli non l'accettò, nè volle altro patto che l'uscita loro dalle fortezze. Uscironne dunque: ed egli distrusse tutte le rôcche e castella, e ne gittò le pietre in mare.” Questo passo prova che la denominazione di Aci, al principio del X secolo, comprendesse parecchie castella; ovvero che Aci fosse come la capitale di quelle sparse sul fianco orientale dell'Etna. Tra i due supposti, terrei piuttosto il primo; perchè ai tempi di Edrisi, Aci par che fosse nominata al plurale, come dissi nella nota precedente; e in oggi v'ha infino a sette comuni di tal nome, poco lontani l'un dall'altro. Qual fosse la fortezza principale nel 902, non so. Forse Castel d'Aci, posto sopra un masso di basalto in sul mare, rimpetto alli scogli de' Ciclopi, o Faraglioni come or chiamansi:Le isole di Acidi Edrisi. Castel d'Aci è famoso nelle guerre degli Angioini contro gli Aragonesi. Potrebbe darsi ancora che la rôcca principale fosse stata sul vicin “Capo dei Molini” ove si trovano ruderi antichissimi; ovvero nel quartier della odierna Acireale, detto Patané, che ha avanzi di un edifizio romano o bizantino, e vi si è scavata una grossa pietra di lava, col noto monogramma del motto “Gesù Cristo vince” che si solea porre nelle fortezze e bandiere bizantine. Veggasi su le antichità dette l'erudito lavoro di Lionardo Vigo,Notizie storiche d'Aci Reale, cap. II.180.Veggasi il Libro I, cap. IV, p. 100, seg., e nota 1 alla pag. 102. L'episodio di Ibrahim appartiene esclusivamente a Pietro Diacono. Si conserva manoscritto nella Biblioteca di Monte Cassino; come ritraggo dalla lista messa in appendice al trattato di Pietro Diacono,De viris illustribus Cassin.; presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI. È pubblicato dal Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 181, seg., con note che condannano qualche bugia e mostrano gli anacronismi sconci della narrazione, compilata, come dice Pietro Diacono, su la Cosmografia di Teofane, e la “Cronologia dei Pontefici Romani.”181.Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso.182.Georgius Monachus,De Leone Basilii filio, § 25, p. 860, 861; e Leo Grammaticus,Chronographia, p. 274, dicono espressamente condannati a morte, pel fatto di Taormina, il Caramalo ed Eustazio drungario dell'armata; e nominano i due monasteri diversi nei quali furono mandati per commutazion di pena. Contuttociò Giorgio Monaco nel § 29, narrando la impresa di Leone da Tripoli che seguì due anni dopo, dice mandatovi Eustazio con tutte le forze navali; il quale tornò, allegando non aver potuto trovare il nemico. Pare dunque che la condanna debba riferirsi a questo secondo fatto; ma non è inverosimile, trattandosi della corte bizantina, che dopo la prima prova sia stato tratto Eustazio dal monastero, per affidargli di nuovo l'armata e la fortuna dell'impero.183.Johannis Diaconi Neapol.,Translatioetc., presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62.184.Johannes Cameniata,De Excidio Thessaloniciensi, esattamente narra tutti i particolari di cui fu testimone oculare; e tra gli altri, al § 18, p. 512, la nazione dei soldati capitanati dal rinnegato Leone. Perciò il Rampoldi grossolanamente sbagliò,Annali Musulmani, scrivendo sotto l'anno 902 che i “Musulmani Aghlabiti, radunata una flotta in Affrica e in Sicilia, prendeano Lenno, e minacciavano Costantinopoli, comandati da Leone di Tripoli.” Lo seguì in questo errore il Martorana,Notizie dei Saraceni Siciliani, tomo I, cap. II, p. 69; e nota 88, p. 20; e scrisse i fatti di Lenno e Tessalonica “tra le belle gesta che pur fecero i Saraceni Siciliani,” ingannato anche dalla concisione di Cedreno, il quale suppone Taormina e l'isola di Lenno occupate nella medesima impresa. Lenno fu presa dai Musulmani di Cilicia, capitanati da un altro rinnegato per nome Damiano, l'anno 903; come si scorge dalle autorità che cita il Le Beau,Histoire du Bas Empire, lib. LXXII, § 31; e in particolare da Symeon Magister,De Leone Basilii filio, § 9 e 10, p. 704, il quale porta in anni diversi i due fatti di Taormina e di Lenno. Oltre Giovanni Cameniata si veggano per la impresa di Tessalonica,Theophanes continuatus, lib. VI, cap. XX, p. 366, seg.; Symeon Magister, § 13, 14, p. 705; Leo Grammaticus, p. 277; Georgius Monachus, § 20, p. 862.185.Cento libbre d'oro secondo Giorgio Monaco, la Continuazione di Teofane, e Symeon Magister, ll. cc. Giovanni Cameniata accenna prima vagamente una grossa somma di danaro, e poi due talenti d'oro, op. cit., § 59, p. 569. Il secondo aggiugne che il danaro servisse agli stipendii e spese dell'esercito in Sicilia (τοῦ κατὰ Σικελίαν στρατοῦ), ma si deve intendere di quello che si pensava far passare di Calabria in Sicilia. Symeon Magister dice che le cento libbre d'oro eran chiuse in un cestellino (κανίσκιος) per recarle ai Franchi. Senza dubbio si tratta degli stessi Franchi di cui fa menzione Ibn-Khaldûn nel 901; e probabilmente erano i duchi di Spoleto e Camerino, che nel IX e X secolo fecero un po' i capitani di ventura. Si vegga sopra a pag. 72, 74.186.Johannes Cameniata, op. cit., § 39 e 64, p. 569 e 576;Theophanes continuatus, lib. VI, cap. XX, XXI, p. 366, seg.; Symeon Magister,De Leone Basilii filio, § 13, 14, p. 705, seg.; Georgius Monachus,De Leone Basilii filio, § 29, 30, p. 862, seg.; Leo Grammaticus, p. 277. Veggasi anche Le Beau,Histoire du Bas Empire, lib. LXXII, § 32, seg.187.Ibn-el-Athîr, l. c.; Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso; e la traduzione francese presso M. De Slane, op. cit., p. 433; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 143, dice Ibrahim tornato in Sicilia, e morto all'assedio di Cosenza ch'ei non sapeva essere in Calabria. Il detto ritorno è evidente sbaglio nato dal confondere questa impresa di Ibrahim con quella del figliuolo l'anno innanzi.188.Giovanni Diacono, testimone oculare ed autor di questo racconto, dice che la demolizione del castello Lucullano fu compiuta il 12 (quarto idus) d'ottobre; il corpo di San Severino recato a Napoli il dì appresso; e le stelle cadenti viste dopo sei dì, che tornerebbe al 18 o al 19. IlBaiân, tomo I, p. 126 e 127, riferisce questo fenomeno al 22 del mese didsu-l-k'ada, cioè dal tramonto del 27 al tramonto del 28 ottobre: e merita maggior fede, non solo per la solita diligenza di cotesta compilazione, ma anco per l'uso degli Arabi di scrivere i numeri alla distesa, più tosto che in cifre. D'altronde potrebbe supporsi che il copista di Giovanni Diacono avesse notato VI in luogo di XVI o di XV i giorni corsi dal ritrovamento delle ossa di San Severino alle stelle cadenti. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, ci conduce ad ammettere l'una e l'altra data, poichè fa supporre replicato il fenomeno più o meno per molte sere, dicendo: “Indsu-l-ka'dadi quest'anno morì Ibrahim-ibn-Ahmed; e da quel momento furon viste stelle cadenti sparnazzantisi come pioggia a destra e a sinistra; onde fu chiamato l'anno delle stelle.” Questo squarcio è stato tradotto inesattamente da Conde,Dominacion de los Arabes en España, parte IIª, cap. 75.Io mi sono intrattenuto sì lungamente ad esaminare questa data, poichè gli scienziati osservano un periodo annuale in tal fenomeno, e che sia più notabile verso il dieci agosto e in novembre. Col medesimo intento il barone De Hammer ha raccolto nelJournal Asiatique, serie IIIª, tomo III (1837), p. 391, alcuni ricordi d'autori arabi in fatto di stelle cadenti; e il baron De Slane vi ha fatto qualche correzione nel tomo IV della medesima serie, p. 291.189.Evangelium secundum Lucam, XXI, 25. Questa riflessione è dell'anonimo autore d'un MS. dell'XI secolo, posseduto dalla Biblioteca di Bamberg, e citato nella raccolta di Pertz,Scriptores, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana. L'anonimo evidentemente ebbe alle mani la narrazione di Giovanni Diacono, ch'ei compendia e guasta.190.Corano, Sura XV, verso 18; Sura XXXVII, verso 8, seg.191.Così lo chiama Giovanni Diacono.192.Il Nowairi dice il fiume. Potrebbero esser due, poichè il Busento confluisce col Crati sotto Cosenza.193.Gli altri particolari della malattia d'Ibrahim si cavano dai cronisti musulmani. Giovanni Diacono dice Ibrahim morto nella chiesa di San Michele. In quella di San Pancrazio afferma la Cronica di Bari presso il Muratori,Antiquitates Italicæ Medii Ævi, tomo I, p. 31; e il Muratori vuol correggere chiesa di San Bertario.194.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars;Baiân, tomo I, p. 126; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso; Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso e 54 recto; e la traduzione francese presso De Slane, op. cit., tomo I, p. 433, 434; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 143, 144; Ibn-Wuedrân, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nellaRevue de l'Orient, décembre 1853, p. 429; Ibn-Abi-Dinâr (El-Kaïrouani), MS. di Parigi, fog. 21 verso; e traduzione francese, p. 86; Abulfeda,Annales Moslemici, anno 261; Johannes Diaconus,Translatioetc, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62;Chronicon Barenseanno 902, presso Muratori,Antiquitates Italica Medii Ævi, tomo I, pag. 31; e presso Pertz,Scriptores, tomo V, p. 52; MS. di Bamberg citato nella raccolta stessa di Pertz,Scriptores, tomo III, p. 548, in nota.La data della morte, non scritta precisamente dall'accurato e contemporaneo Giovanni Diacono, si ritrae dai Musulmani. La recan tutti nel mesedsu-l-ka'dadel 289, ma v'ha divario nel giorno: secondo ilBaiân, il lunedì 17; secondo Nowairi, il sabato 18; e secondo Ibn-el-Athîr, Ibn-Wuedrân, e Abulfeda, il sabato diciannove: che tornano ai 23, 24 e 25 ottobre 902. Or poichè i giorni della settimana coincidono nel nostro calendario e nel musulmano, e il 17dsu-l-ka'da289 cominciò al tramonto del 22 e finì al tramonto del 23 ottobre, giorno di sabato, è evidente un lieve sbaglio in tutte quelle date. Qual che fosse stata la cagione dell'errore, mi è parso di ritenere la data del sabato 23 ottobre.Nella versione del Nowairi, M. De Slane ha detto “quand la maladie interne dont Ibrahim souffrait, etc.;” ma confrontando con Ibn-el-Athîr e Ibn-Abi-Dinâr son certo che si debba sostituire “malattia viscerale.”195.Johannes Diaconus, op. cit., presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 273.196.Vita Sancti Eliæ Junioris, presso Gaetani,Vita Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 74.197.Chronicon Barense, anno 902, presso Muratori,Antiquitates Italicæ Medit Ævi, tomo I, p. 31; Vita di San Bertario citata quivi in nota dal Muratori; Lupi,Protospatæ(Protospatarii)Chronicon, anno 901, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo V; presso Pratilli,Historia Princ. Langob., tomo IV, p. 20; e presso Pertz,Scriptores, tomo V, p. 53; Romualdi Salernitani,Chronicon, anno 902, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo V.Non cito la Cronica della Cava, e la Cronica di Calabria pubblicata nella stessa raccolta di Pratilli, tomo III e tomo IV, perchè la prima è interpolata, la seconda apocrifa del tutto.Il Martorana,Notizie Storiche, tomo I, cap. II, p. 60, pensò di impastare in uno tutti i racconti delle croniche. Scrisse che “annottando l'emiro Ibrahim intorno all'assedio, e accaduto un gran temporale con frequenti detonazioni, vi fu colpito si malamente da un fulmine elettrico, che dovè levarsi tosto dall'ossidione; poi morì di sfracello tra mille dolori entro al suo palazzo, nella città di Palermo.”198.Per cotesti fatti notissimi non occorrono citazioni. I particolari si possono vedere in Sciarestani e nelle altre opere che mi occorrerà in breve di ricordare.199.Questo fatto mi è occorso per la prima volta nelKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 75 verso. Molti di quei libri trattavano di veterinaria; e forse l'amor dei cavalli fu la prima cagione che conducesse gli Arabi nel santuario delle scienze greche.200.Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 141, 142 del 1º vol.201.Veggansi in generale Hagi Khalfa neiProlegomeni; Pococke,Specimen historiæ Arabum; Wenrich,De auctorum græcorum versionibusetc. IlKitâb-el-Fikrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 67 verso, seg., fornisce dati importanti a chi voglia approfondire questa epoca della storia intellettuale dell'umanità.202.Tarîkh-el-Hokemâ, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 672, p. 13. L'autore, che visse nel XII secolo, afferma aver veduto in una biblioteca di Gerusalemme, tra i libri provenienti dal lascito dello sceikh Abu-l-Feth-Nasr-ibn-Ibrahim di Gerusalemme stessa, un trattato di Empedocle contro la immortalità delle anime, del quale ei non dà il titolo, e nota soltanto che Aristotile l'avesse confutato, e che altri avesse voluto scusar Empedocle supponendo allegorico il suo linguaggio; ma l'autore aggiugne non vedervi punto allegoria. Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, tomo V, p. 144, 152, ni10,448 e 10,500, attribuisce ad Empedocle: 1º un “Libro della Metafisica,” così intitolato al par di quello notissimo d'Aristotile, e 2º un “Libro su la resurrezione spirituale e su l'assurdo che le anime risorgano come (si rinnovano) i corpi.” Ma il Wenrich,De auctorum græcorum versionibusetc., p. 90, li crede apocrifi entrambi, non trovandoli in Diogene Laerzio.Che che ne sia di questo argomento negativo, par che appartengano ad Empedocle, o almeno ad alcun di sua scuola, i libri col nome del filosofo agrigentino, dei quali gli Arabi possedeano le versioni. Penso così perchè le opinioni fondamentali attribuite ad Empedocle dalKitâb-el-Hokemâ, e più distintamente da Sciarestani, testo arabico, p. 260, seg., ben si accordano col panteismo che ritraggiamo dai frammenti di questo filosofo e dalle notizie che ce ne danno gli scrittori antichi. Al dir de' due eruditi arabi, la Divinità d'Empedocle era l'astrazione della scienza, volontà, beneficenza, potenza, giustizia, verità ec.; non già un essere reale dotato di dette qualità e chiamato con que' varii nomi. La nota dottrina di Empedocle su l'amore e l'odio, ossia l'attrazione e repulsione, si vede anco chiaramente nella cosmogonia che gli attribuisce Sciarestani.Il filosofo spagnuolo che al dire delKitâb-el-Hokemâtolse sue dottrine da Empedocle, ebbe nome Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Mesarra-ibn-Nagîh, nato in Cordova l'883 e morto il 931. Costui, dopo avere studiato alla scuola del proprio padre e di due altri dotti spagnuoli, fu perseguitato come zindîk, per troppo zelo di spargere le dottrine d'Empedocle; talchè si rifuggiva in Oriente. A capo di lunghi anni, tornato in Spagna, ricominciò a insegnare la stessa filosofia più copertamente e cadde di nuovo in sospetto d'empietà.Un compendio di quest'articolo delTarîkh-el-Hokemâsi legge in Ibn-abi-Oseibi'a, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 673, fog. 22 recto, e Suppl. Ar. 674, fog. 40 verso.203.Abulfeda,Annales Moslemici, an. 449 (1057), notando la morte di questo gran poeta, inserisce senza scrupolo i versi che cito.204.Sciarestani,Kitâb-el-Milel“Libro delle sètte,” testo arabico, p. 147, seg., nota la differenza che correa tra i Bâteni antichi, ossia filosofi razionalisti, e i Bâteni moderni, sètte miste, chiamate con varii nomi in varii paesi.205.Makrizi, presso Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.XIII, attesta questo fatto. La origine arabica si vede anche dai nomi dei capi di parte riferiti da Sciarestani.206.Veggasi il Libro I, cap. III, p. 69 del 1º volume.207.Sciarestani,Kitâb-el-Milel, testo arabico, p. 85, seg. L'autore nota tra i principii comuni alle sètte kharegite che il peccato grave porti infedeltà, ma nol ripete tra le opinioni particolari dei primi Khâregi del tempo di Ali.208.Sciarestani, op. cit., p. 87 a 102.209.Sciarestani, op. cit, p. 108, 109.210.È plurale dell'aggettivoGhâli, che significa “eccedente, smoderato.”211.Sciarestani, op. cit., p. 109, 132, 133; il quale rintracciando il cammino di coteste opinioni, e ignorando l'origine indiana della incarnazione (Holûl) la attribuisce ai Cristiani. Si vegga anche Makrizi, presso Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII-XIV.212.Quest'ultimo fatto da Sciarestani, op. cit., p. 132.213.Makrizi, presso Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII.214.Su le sètte del magismo ci danno molto lume Mohammed-ibn-Ishak, autore delKitâb-el-Fihrist, e Sciarestani ricordato di sopra; i quali vissero l'uno nel decimo, l'altro nell'undecimo secolo, ebbero alle mani gran copia di materiali persiani, ed erano entrambi uomini da saperne cavare costrutto. Ciò non ostante mancaron loro le cognizioni che a noi fornisce lo studio del buddismo, il quale ebbe tanta influenza su le varie sètte dei magi. Per quella d'Ibn-Daisân si vegga ilKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 1400, tomo II, fog. 194 recto, e 211 recto e verso; e Sciarestani, op. cit., p. 194, 196. IlKitâb-el-Fihristporta il cominciamento dell'eresia d'Ibn-Daisân una trentina d'anni dopo quella dei Marcioniti, ai quali assegna il primo anno d'Antonino imperatore (138), e alla eresia di Mani il secondo anno di Gallo (252).215.Questa teoria sociale è attribuita a Mani nella compilazione turca della cronica di Tabari, uno squarcio della quale, tradotto in inglese, è uscito alla luce nelJournal of the American oriental Society, tomo I, p. 443, New-Haven, 1849. Si trova altresì nelle compilazioni orientali che compendiano Tabari e si copian tra loro. Io presto fede a tale tradizione per la condizione politica della Persia al tempo di Mani, e perchè Mazdak, predicatore del comunismo in Persia, seguiva la sua scuola. Nondimeno debbo avvertire che non ne fan motto ilKitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 192 verso a 212 verso, nè Sciarestani, op. cit., p. 179 a 196, in lor dottissime analisi della religione manichea.216.Confrontinsi ilKitâb-el-Fihriste Sciarestani, ll. cc. Questo passo delKitâb-el-Fihristè stato tradotto dà M. Reinaud,Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p.CCCLXI.217.Kitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 203 verso e 209 recto. Quivi si dice del Râís, ossia capo, e dellaRaîsa, o vogliam dire direzione centrale, de' Manichei a Bâbel, sotto Walîd I (705-715).218.Secondo ilKitâb-el-Fihristtomo II, fog. 216 verso e 217 recto, v'ebbe due personaggi nominati Mazdak. Del primo non si dice l'epoca, ma solo ch'ebbe séguito nel Gebâl, Aderbaigian, Armenia, Deilem, Hamadân e Fars. I suoi settatori furon detti Khorramii. Il secondo Mazdâk è quelle di cui si conosce la istoria, e i settatori presero il nome di Mazdakiani.219.Confrontisi: Procopio,De Bello Persico, lib. I, cap. V; Tabari, compilazione turca, versione del barone De Hammer, nelJournal Asiatique, ottobre 1850, p. 344;Kitâb-el-Fihrist, l. c.; Sciarestani, op. cit., p. 192, seg.; Mirkond, presso Sacy,Antiquités de la Perse, p. 353, seg.;Mogimel-et-Tewârikh, versione di M. Mohl, nelJournal Asiatiquedi luglio 1852, p. 117, e di maggio 1853, p. 398. Nella Introduzione alSolwând'Ibn-Zafer, io ho toccato questo punto di storia, mettendo in forse i racconti dei cronisti sul comunismo di Mazdak; e penso tuttavia ch'ei non abbia mandato ad effetto tutte le sue teorie nel tempo che tenne lo Stato. Ma la licenza di quelle teorie non si può negare dopo l'autorevole testimonianza delKitâb-el-Fihrist, nel quale si cita un trattato speciale di Thelgi su questo argomento.220.Sciarestani, op. cit., p. 187.221.Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 140 e 141 del 1º volume.222.Confrontinsi: ilKitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 220 recto, e Sciarestani, op. cit., p. 194. Entrambi noverano la setta di Abu-Moslim tra quelle derivate da Mazdak.223.Ibn-el-Athîr, anno 141, MS. C,. tomo IV, fog. 125 verso; e Abulfeda che lo copia,Annales Moslemici, an. 141.224.Ibn-el-Athîr, anni 159 e 161, MS. C, tomo IV, fog. 148 verso e 150 verso; Abulfeda, op. cit., an. 163. Ma seguo la cronologia d'Ibn-el-Athîr.225.Ibn-el-Athîr, an. 168, MS. A, tomo I, fog. 29 verso.226.Ibn-el-Athîr, an. 170, MS. A, tomo I, fog. 39 verso.227.Abulfeda,Annales Moslemici, an. 166.228.Questo soprannome, al dire d'Ibn-el-Athîr, significa “L'Eterno.” Il nome patronimico era Ibn-Sahl.229.Così nelMerâsid-el-Ittila'. I cronisti la scrivono con l'articolo. Dando alla letteradsalil valore di semplicedsi pronunzierebbeBedd, oEl-Bedd.230.Confrontinsi:Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 217 recto, seg.; Ibn-el-Athîr, anni 201, 220, 221, MS. C, tomo IV, fog. 191 recto, 203 verso, 205 recto, seg.; Abulfeda,Annales Moslemici, anno 226.231.Questo nome si trova nel soloKitâb-el-Fihrist, nè son certo della lezione di quel mediocrissimo manoscritto.232.Così ilKitâb-el-Fihrist, che toglie ogni dubbio. Makrizi, credendo patronimico il nome di Deisâni, scrisse Meimûn figlio di Deisân; e M. De Sacy sospettò qualche errore nel noto Bardesane; ma nol chiarì. Veggasi la suaChrestomathie Arabe, tomo II, p. 88 e 94. Ho detto della setta deisanita a pag. 109.233.NelKitâb-el-Fihristsi leggeSce'âbîds, che significherebbe “giochi di mano” o diprestidigitation, come dicono i Francesi. Mi par che qui si debba prendere in senso più generale.234.I varii racconti che correano su la origine della setta ismaeliana si leggono, più distintamente che altrove, nelKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 5 verso a 9 verso, dove l'autore cita un trattato speciale sopra questa setta, scritto per combatterla, da Abu-Abd-Allah-ibn-Zorâm (o Rizâm). Non ostante la diversità delle tradizioni, date come dubbie nelKitâb-el-Fihrist, mi par che molto ben si connettano insieme e che si possa accettare il grosso di tutti que' fatti. Si veggano altresì Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 88; Sacy stesso,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.LXIIIeLXX, seg. — Makrizi sostiene, e M. de Sacy ripete con incredibile semplicità, che Abd-Allah-ibn-Meimûn fabbricasse questa gran macchina, non ad altro fine che di propagare l'ateismo e il libertinaggio!235.Senza moltiplicare le citazioni mi riferirò al solo Sciarestani, op. cit., testo arabico, p. 15, 16, 127.236.Kitâb-el-Fihrist, volume citato, fog. 6 recto e verso. Il nome proprio Hamdan è dato da Ibn-el-Athîr. La pronunzia di Kirmit è determinata da Sefedi,Dizionario biografico, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 706, articolo sopra Soleiman-ibn-Hasan. Varie etimologie si danno di questo soprannome che al dir delKitâb-el-Fihristsi riferisce a un castello. Su i fatti si vegga anche Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 89.237.Ibn-el-Athîr, anno 278, MS. C, tomo IV, fog. 269 verso, dà un lungo ragguaglio su la origine, dottrine e riti dei Karmati; del qual capitolo la parte meno importante fu trascritta dal Nowairi e tradotta dal Sacy, vol. cit., p. 97. Veggasi ancora il Sacy, pag. 126 di esso volume. Il mio giudizio, formato su la tendenza diversa degli Ismaeliani e Karmati, si conferma coi particolari d'Ibn-el-Athîr. Notò anche questa differenza il Taylor nell'opera,The history of Mohammedism and its sects, p. 172, quantunque ei non abbia avuto alle mani tutti i fatti da poterla provare. L'analogia dei Karmati con gli Ismaeliani era stata sostenuta da M. De Sacy,Exposé de la religion des Druses, p.LXIII, seg., e da M. De Hammer,Histoire de l'ordre des Assassins, p. 47, 48, su la fede degli autori musulmani citati da loro. IlBaiân, che allor non si conoscea, contiene a pag. 292, seg., del 1º volume, un racconto sugli Ismaeliani e Karmati; ove si replicano con molti particolari i fatti già noti, e tra gli altri lo scandalo della notte lor festiva detta dellaImamîa, e il nome, troppo significativo, di figliuoli della fraternità, dato ai fanciulli che nasceano da que' baccanali.238.Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso.239.Su l'associazione ismaeliana si veggano Sacy,Esposé de la religion des Druses, Introduzione; Quatremère,Mémoires historiques sur les Fatimites, nelJournal Asiatique, agosto 1835, e le autorità musulmane citate da essi. Merita molta attenzione il racconto di Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 140, seg., su gli ordini della setta trionfante nel regno dei Fatemiti.240.Confrontinsi: Warrâk, cronista spagnuolo del X secolo, citato nelBaiân, tomo I, p. 117-118; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 111, seg.241.Su questo sito si consulti una nota di M. Cherbonneau,Journal Asiatique, décembre 1852, p. 509.242.Confrontinsi: Edrisi,Geografia, versione francese di M. Jaubert, tomo I, p. 246; Ibn-Khaldûn,Storia dei Berberi, versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 291;Cronica di Gotha, presso Nicholson,An account of the establishment of the Fatemite Dynasty, p. 88.243.Confrontinsi:Baiân, tomo I, p. 118; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 145-147; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 113, seg.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 1 verso.244.Credo il 22 rebi' primo del 289 (5 marzo 902) più tosto che a mezzo giugno del medesimo anno. L'una e l'altra data si legge nei medesimi autori: ma forse non è errore, e la prima va intesa dello esercizio del potere supremo, la seconda della solenne inaugurazione per la quale forse si aspettò il diploma del califo abbassida. Veggansi le autorità citate qui sopra a p. 77, e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, che porta appunto la data del 22 rebi' primo.245.Il mercoledì ultimo, secondo Ibn-el-Athîr, e penultimo giorno, secondo ilBaiân, del mese di sciabân 290. Indi si vede che l'uno segue il calendario astronomico, e l'altro il conto civile, di che si è fatta parola al cap. III del Libro I, pag. 57, del 1º volume.246.DettoGeziret-el-Kerrâth, ossia “Isola dei Porri.” Così fu chiamato dagli Arabi un isolotto a Capo Passaro in Sicilia, che ritien oggi il nome voltato in italiano. Ma credo qui si tratti della Geziret-el-Kerrâth in Affrica, a 12 miglia da Tunis.247.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 172 recto, seg., an. 289, e MS. C, tomo IV, fog. 279, stesso anno, e fog. 286 recto, seg., an. 296, e MS. Bibars, an. 289, fog. 129 verso; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso e 34 recto;Baiân, tomo I, p. 128, 138, 139; Nowairi,Storia d'Affrica, in appendice allaHistoire des Berbèrespar Ibn-Khaldûn, versione di M. de Slane, tomo I, p. 438 a 440; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 146 a 149; Ibn-Abi-Dinâr, testo MS., fog. 21 verso, e traduzione, p. 87; Ibn-Wuedrân, nellaRevue de l'Orient, décembre 1853, p. 429, seg.;Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 51, 74, 75.248.Rendo così la voce arabicatâbia, donde lo spagnuolotapiae credo anco il sicilianotaju. In quest'ultima voce labpar mutata dapprima, alla greca, inv, e poscia dileguata nell'j.249.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 286 recto, seg., an. 296; Ibn-Khallikân,Wefiât-el-'Aiân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465;Baiân, tomo I, p. 133 a 147, eCronica di Gotha, presso Nicholson, p. 83 a 91; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 150 a 156; Nowairi,Storia d'Affrica, in appendice allaHistoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 441 a 447; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 113 a 115.250.Secondo i Sunniti era: “Venite alla preghiera ch'è migliore del sonno.” Gli Sciiti corressero: “Venite alla preghiera ch'è l'opera migliore.”251.Confrontinsi:Baiân, tomo I, p. 137, 141 a 149, eCronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 64, 92, 96, seg.; Makrizi, presso Sacy,Crestomathie Arabe, tomo II, p; 115; Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.CCLXX, seg.252.Veggansi le autorità citate da M. Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.CCXLVII, seg., eChrestomathie Arabe, tomo II, p. 88 a 92 e 95; e da M. Quatremère,Journal Asiatique, août 1836, p. 99, seg., il primo dei quali sostiene e l'altro confuta le pretensioni dei Fatemiti. Si aggiungano:Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fol. 6 verso;Baiân, tomo I, p. 292, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 37 verso. Non cadendo in dubbio che Sa'îd, o vogliam dire Obeid-Allah, discendesse da El-Kaddâh, i partigiani dei Fatemiti dovean provare la parentela di El-Kaddâh con Ali; ma niuno l'ha fatto.253.Questo aneddoto è narrato nelKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fol. 7 recto, dove Abu-l-Kasem non è detto figliuolo d'Obeid-Allah, come questi lo spacciò e come scrivono tutti gli altri cronisti.254.Confrontinsi: Tahîa-ibn-Sa'îd,Continuazione degli Annali d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso, seg.;Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso, seg.; Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290;Baiân, tomo I, pag. 149, seg.;Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 100, seg.; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 114, 115. Traggo la data del 20 agosto 909 da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.255.Confrontinsi:Riâdh-en-nofûs, MS. di Parigi, fog. 67 verso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 290, seg., an. 296;Baiân, tomo I, p. 158, 159; Makrizi,Mokaffa', MS. di Parigi, Ancien Fonds, 675, fog. 222 recto; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 3 recto.256.Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Makrizi, ll. cc. Veggasi anche nelRiâdh-en-nofûs, fog. penultimo, verso, un curioso aneddoto che si narra nella iniziazione d'Ibn-Ghâzi.257.Iahîa-ibn-Sa'îd, continuatore di Eutichio, scriveRûm, il qual nome si dava ad ambe le schiatte e comprendea perciò i Siciliani. La più parte probabilmente erano cristiani di Sicilia, convertiti o no. Uscì da questi giannizzeri fatemiti Giawher conquistatore del Marocco e dell'Egitto, ch'è chiamato oraRûmied orSikîlli, ossia siciliano.258.Si legge nelBaiân, tomo I, p. 175 e 184, che il Mehdi nel 303 (915-16) fece il catasto dei poderi tributarii (dhi'â) prendendo la media tra il massimo e il minimo fruttato; e che nel 305 (917-18) levò una tassa addizionale sotto pretesto di arretrati. La sottile avarizia della finanza fatemita si ritrae da tante altre fonti.259.Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 recto.260.Riâdh-en-nofûs, fog. 67 verso. Il testo dice: “Prese i beni de' lasciti pii e delle fortezze.” Quest'ultima voce significa senza dubbio le città di provincia.261.Riâdh-en-nofûs, l. c.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 2 recto.262.Iahîa-ibn-Sa'îd, l. c.263.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso; Ibn-Khallikân, nella vita di Abu-Abd-Allah lo Sciita, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465;Baiân, tomo I, p. 158, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto; Ibn-Hammâd, MS. de M. Cherbonneau, fog. 2 recto e verso.264.Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 verso.265.Non si trovava modo di pesar coteste masse di ferro. Egli usò una barca da bilancia idrostatica, caricandovi le porte e segnando ove arrivasse il pel dell'acqua. Alle porte fu sostituita poi tanta zavorra; e questa si pesò coi modi ordinarii.266.Confrontinsi: Bekri, versione di M. Quatremère nelleNotices et Extraits de MSS., tomo XII, p. 479, seg.; Iahîa-ibn-Sa'îd, Continuazione d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 89 verso; Ibn-el-Athîr, an. 303, presso Tornberg,Annales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 373; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.267.Ibn-el-Athîr, an. 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 146; Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 11.268.Nowairi, l. c. I fasti della famiglia Ribbâh si veggano nel Vol. I della presente istoria, p. 321, 322, 330, 343, 353, principiando da Ia'kûb-ibn-Fezara, padre di Ribbâh.269.Confrontinsi: Nowairi, l. c., eChronicon Cantabrigiense, p. 44, dove si legga Ibn-Ribbâh, in luogo di Ibn-Ziagi.270.Nowairi, l. c.271.Si legge nellaCronica di Gotha, versione del Nicholson, p. 79, che nel 294 (906-7) Ziadet-Allah mandò ambasciatori a Costantinopoli ed accolse onorevolmente a Rakkâda un oratore bizantino.

138.Chronicon Cantabrigiense, presso di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 43. La versione stampata porta:Anno 6407 commissum est prælium in Franco Forth. Le due parole del testo, nelle quali parve di ravvisare questo nome geografico, sono sbagliate nelle edizioni di Caruso e Di Gregorio; poichè nel MS. originale, secondo la collazione che me ne ha fatto il cortese signor Power bibliotecario dell'università di Cambridge, si legge chiaramente la seconda vocemofâreka; e la prima, mancante di punti diacritici, si compone delle seguenti lettere: 1ºf, ovverok; 2ºr; 3ºb, t, th, ovveroi, n; 4ºh, g,ovverokh; 5º a. Badando alle sole radicali, non esito a dire che sianof, r, gcon che si scrive il verbo fereg, “scindere, fendere;” e son certo che questa parola mal copiata o piuttosto male scritta in arabico dall'autore, greco di Sicilia, sia il plurale irregolare di un vocabolo che significasse “scissura;” proprio il greco σχῖσμα. Non lascia luogo a interpretarla altrimenti la voce precedentemofâreka, che si accorda grammaticalmente con questa, e che è l'aggettivo feminino cavato dalla terza forma del verboferek, “separare, disgregare.” Si corregga dunque la versione: “L'anno 6407 varie fazioni guerreggiaron tra loro.”

Occorre di aggiugnere che il nome di Francoforte o altro simile non poteva esistere in Sicilia avanti i Normanni; e che non v'ha in oggi, nè v'è mai stato. Il comune attuale di Francofonte, e non Francoforte, fu fondato nel XIV secolo.

139.Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167; MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, nellaStoria di Siciliapresso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 11, senza fare menzione delle guerre che seguirono, dice Abd-Allah eletto emir di Sicilia il 287; e nellaStoria d'Affricadata da M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, p. 431, lo fa andare in Sicilia il 284, sbarcare nel mese di giumadi primo (giugno 897), espugnare Palermo, e accordare poi l'amân. Da ciò si conferma la incertezza delle sue compilazioni.

140.La Cronica di Cambridge dice che Abd-Allah “passò” di Affrica a Mazara il 24 luglio; Ibn-el-Athîr che “arrivò” in Sicilia il primo di scia'bân, che risponde al primo agosto.

141.Questi è Ibn-Khaldûn, nellaHistoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 57 del testo, e 134 della versione di M. Des Vergers. Non so donde abbia cavato tal particolare l'autore, che nel resto del racconto compendia Ibn-el-Athîr.

142.Nei due MSS. di Ibn-el-Athîr si trova il secondo nome senza punti diacritici. Credo vada letto Bâgi. Questo, a detta delLobb-el-Lobbâbdi Sojuti, edizione del Veth, può esser nome di famiglia persiana, o nome etnico derivato da Bâgia, chè così addimandavasi una città della penisola spagnuola (Beja in Portogallo); un villaggio in Affrica (Bedja nell'odierno reame di Tunis, città dentro terra a poca distanza da Tabarca); e un villaggio presso Ispahan in Persia.

143.Traduco “vespro” la voce'asrche indica una delle ore della preghiera, e risponde a ventun'ora, secondo l'antico modo italiano, cioè nei primi di settembre, e in Palermo, alle tre e mezza dopo mezzodì. Veggansi le tavole delle ore delle preghiere musulmane alla latitudine del Cairo, presso Lane,Modern Egyptians, tomo I, p. 302.

144.IlBaiândice combattuta la giornata “alle porte della città;” il che si deve intendere fuori i sobborghi, poichè Ibn-el-Athîr dice occupati questi dopo la vittoria. È da ricordarsi che la strada da Trapani a Palermo infino alla metà del XII secolo, e forse più oltre, passava per Carini, come il mostrano gli itinerarii di Edrisi. Però dovea correre per una delle valli che fiancheggiano Monte Cuocio, e uscire alla pianura, sia tra Bocca di Falco e Baida, sia tra questa e la montagna di Petrazzi, lungo la linea della nuova strada da ruota di Torretta.

145.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167, seg.; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.;Baiân, tomo I, p. 125; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 132, seg.;Chronicon Cantabrigiense, p. 43; Giovanni Diacono di Napoli, Traslazione del corpo di San Severino, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60, ripubblicato da Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269. È maraviglioso lo accordo di Giovanni Diacono coi cronisti musulmani intorno la importanza dei fatti; e della Cronica di Cambridge, di origine greca, con Ibn-el-Athîr, su la data della battaglia di Palermo, che l'uno porta il 10 di ramadhân, e l'altro l'otto di settembre, che è appunto il riscontro del calendario cristiano col musulmano.

146.Questi versi sono trascritti da Ibn-el-Athîr nella notizia biografica di Abd-Allah, anno 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; e MS. di Bibars, fog. 129 verso; e con qualche variante da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso. Mettendo nell'ultimo verso un punto diacritico sotto lahdella voceb hâre leggendolabigiâr, che vuol dire accanto, in vicinanza, traduco così:

“Bevo la salutar bevanda, in terra straniera, lungi da' miei e dalla mia casa:

“Ahi! soleva altre volte appressarla a'labbri, quand'io tutto olezzava di muschio e d'aloe;

“Ed or eccomi in mezzo al sangue, tra i vortici del fumo e il polverio.”

Ho reso “salutar bevanda” la vocedewâ, medicamento, farmaco.

147.Iakût nelMo'gim el-Boldân, MS. di Oxford, articoloPalermo, trascrive uno squarcio della descrizione d'Ibn-Haukal, nel quale si dà questo numero di moschee e si ripete quel di 300 del resto della città, che si conoscea secondo la descrizione da me pubblicata. Quel passo va or corretto secondo Iakût, la cui aggiunta ne compie la sintassi che rimanea sospesa.

148.Oltre ciò che ho detto su la topografia di Palermo nei capitoli precedenti, veggasi Ibn-Haukal,Description de Palerme, da me pubblicata nelJournal Asiatique, IV série, tomo V, p. 94, 95; e nell'Archivio Storico Italiano, appendice XVI, p. 22. I nomi delle porte della città antica che troviamo in Ibn-Haukal, ci permettono di fissare il perimetro. Movendo dalla odierna parrocchia di Sant'Antonio saliva verso libeccio per l'altura ov'è il monastero delle Vergini, continuava per la strada del Celso fino a Sant'Agata la Guilia, volgeasi a scirocco lungo una linea che or si tirasse dalla cattedrale allo Spedal grande, e, ripiegandosi verso greco, toccava gli attuali monisteri dei Benfratelli e Santa Chiara, Università degli studii, Uficio della Posta, Monistero di Santa Caterina, donde tornava alla chiesa di Sant'Antonio. Figura ellittica, il cui asse maggiore coincidea con la strada del Cassaro d'oggi presa dalla cattedrale a Sant'Antonio. A quest'asse correan quasi paralelle, d'ambo i lati, due strade che agevolmente oggi si riconoscono, anguste e serpeggianti come tutte quelle del medio evo; l'una dal Monastero delle Vergini alla Beccheria vecchia (Ocidituri); l'altra dal Palagio Comunale al monastero di Santa Chiara. Non si badi molto alla pianta del Morso,Palermo antico, che si riferisce ai tempi normanni, e d'altronde è inesattissima.

149.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr; ilBaiân; e Ibn-Khaldûn ai luoghi citati nella nota 2 della p. 67 del presente vol. IlBaiândice espressamente che Abd-Allah entrava dopo accordato l'amânil venti di ramadhân.

150.Johannis Diaconi Neapolitani, Martirio di San Procopio presso il Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269.

151.Vita di Sant'Elia, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 73.

152.Si trova nel solo Ibn-el-Athîr, in un passo di cui abbiamo tre MSS. con tre lezioni diverse:Bartibûa,Iartînûa, e nel MS. ordinariamente più corretto,Bartanobûa. Facendo astrazione delle vocali non accentuate, il nome si riduce a sette lettere, alcune delle quali posson variare secondo i punti diacritici. Le lettere sono: 1ªb,i,n,t,th, e può anche rispondere alle nostrep e v; 2ªr, ovveroz; 3ªt; 4ª e 5ª stesse lettere che la prima; 6ªw, ovveroû; 7ªa, la quale potrebbe esser muta, onde la finale è anche incerta traûewa. Combinando le consonanti con varie vocali, la migliore lezione sembraNeritînû, che risponde al nome dato dai geografi antichi ai popoli diNeritumin terra d'Otranto.Neritum, oggi Nardò, città poco lontana dal mare, fu assai importante nel medio evo, fatta sede vescovile nel XV secolo. Ma la mia conghiettura è tanto più incerta, quanto sappiamo assai vagamente la regione di cui si tratti, come diremo nella nota seguente.

153.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; ed anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, fog. ...; Johannes Diaconus,Translatio corporis Sancti Severini, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269, seg.;Baiân, tomo I, p. 123, anno 288;Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 44; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 137, 138; e il cenno che ne fa Nowairi, con errore di data, nellaStoria d'Affrica, in appendice allaHistoire des Berbères,par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 431;Chronicon Vulturnensepresso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 415.

Più che ad ogni altro si badi a Ibn-el-Athîr, e Giovanni Diacono. Nei MSS. A e di Bibars si legge che le navi musulmane tornavan da Reggio a Messina cariche di roba edakík, che vuol dir farina, ma credo vada correttorakîk, schiavi. La battaglia di Reggio è riferita da Ibn-el-Athîr al mese di regeb (21 giugno a 20 luglio 901), e dalla Cronica di Cambridge precisamente al 10 giugno; e questa data io ho seguito, ma forse è erronea, e si dee correggere 10 luglio, mutando una sola lettera nel testo arabico, e leggendoviiuliuin vece diiuniu. IlBaiânin luogo diRíwa(Reggio) haz la, che si potrebbe supporre Scilla, ma è alterazione del primo di questi nomi. Ibn-Khaldûn, per errore, credo io, di memoria, frettolosamente compendiando questi annali, scrisse che Abd-Allah, andato da Taormina a Catania, e trovandola ostinata alla difesa, se ne tornò per ripugnanza a spargere sangue musulmano. Ciò non si legge in ibn-el-Athîr; nè è probabile che Catania a questo tempo fosse già divenuta colonia musulmana. Anzi, la espugnazione del vicino castello di Aci nel 902, ch'era tenuto dai Cristiani, li fa supporre signori anco di Catania.

Adesso debbo allegar le testimonianze di quell'ultima impresa di Abd-Allah, dopo la distruzione delle mura di Messina. Ibn-el-Athîr, abbozzando sotto l'anno 261 una biografia di Ibrahim-ibn-Ahmed, dice che proponendosi costui il pellegrinaggio e la guerra sacra, andò a Susa l'anno 289 (902) “e indi passò col navilio in Sicilia,e pose il campo a Demona, Assediatala per diciassette giorni, andò a Messina, e passò a Reggio, ove s'era adunata gran gente dei Rûm. Ei li combatteva alle porte della città; li sbaragliava; e prendea Reggio, con la spada alla mano, del mese di regeb. Saccheggiatola, fece ritorno a Messina, di cui abbattè le mura; e, trovando in porto le navi arrivate da Costantinopoli, ne prese trenta. Andò poi a Neritînû(Bartîbûetc.),e se ne insignorì alla fine di regeb. Ei diè esempi di giustizia e di buona condotta verso i sudditi.Andò poi a Taormina etc.,” seguendo a narrare la espugnazione di questa città nel 902. Or lo squarcio che ho messo in carattere corsivo è compendio esatto, e in molti luoghi trascrizione, di quello che contiene le imprese di Abd-Allah del 901, il quale si trova sotto l'anno 287; se non che in quest'ultimo manca la impresa di Neritînû. E evidente dunque che Ibn-el-Athîr, o il copista, replicò nella guerra d'Ibrahim parecchi fatti di quella di Abd-Allah dell'anno precedente. È evidente, dico, per lo assedio di Demona, vittoria di Reggio, presura delle navi greche a Messina, e distruzione delle mura di questa città. Mi pare probabile per la occupazione di Neritînû.

E ciò perchè Ibn-Khaldûn, il quale compendiava gli annali di Ibn-el-Athîr, e un'altra cronica più antica, dopo tutte le imprese di Abd-Allah come noi le abbiamo narrato, fino alla distruzione delle mura di Messina, continua: “Indi tragittò nella vicina parte d'Italia (così va resa la denominazione dia'dwet-er-Rûm); combattè con popoli Franchi d'oltre il mare; e tornò in Sicilia.” La città dunque il cui nome leggiam sì male in Ibn-el-Athîr, par che giacesse nella regione vagamente chiamataa'dwet-er-Rûm, che non si può intendere del solo stretto di Messina, ma di tutta la costiera che guarda la Sicilia, se si ricordi il valor della denominazione analoga diBerr-el-A'dwain Affrica. I Franchi combattuti da Abd-Allah non poteano esser che le genti dei duchi di Spoleto e Camerino condotti ai soldi di Leone il Sapiente. Ritraggiamo infatti ch'egli nel 904 abbia mandato danaro aiFranchiper rinforzare l'esercito destinato contro la Sicilia. Veggasi il cap. IV del presente Libro, p. 87, 89.

154.Johannes Diaconus Neapolitanus, l. c.

155.Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, tomo I, p. 431; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 138 e 139. Avvertasi che M. De Slane ha saltato il luogo del Nowairi, ove si dice della malattia che colpiva Ibrahim in questo momento. Quanto alla tradizione, sembra che il Nowairi l'abbia tolto da Ibn-Rekîk; al par di Ibn-Khaldûn, il quale lo attesta espressamente. Egli è vero che Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, riferisce aver letto nella Storia d'Ibn-Rekîk, che Mo'tadhed minacciò di deporre Ibrahim e surrogargli, non il figliuolo, ma il cugino Mohammed; ma questo si dee tenere come fatto diverso, seguito appunto nell'896, prima della uccisione del detto Mohammed, della quale abbiam fatto parola nel Capitolo precedente, p. 58. Debbo avvertire che secondo una variante proposta dal prof. Fleischer nel testo di Nowairi, invece di “malattia biliosa” si dovrebbe tradurre “gli si fece incontro con vestimenta negre.”Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 451, e Introduzione, p. 63. Ma non n'è certo quel dotto orientalista; nè io.

156.El-Fâsik. Questo soprannome si legge in Ibn-Abbâr, op. cit., fog. 32 verso.

157.Baiân, tomo I, p. 125 e 126.

158.Veggasi nel Capitolo II del presente libro la nota 2 a p. 55.

159.Riscontrinsi: ilBaiân, l. c.; e Nowairi,Storia d'Affrica, nell'op. cit., p. 432.

160.Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.

161.Riscontrinsi: Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso;Baiân, tomo I, p. 126.

162.Johannes Diaconus,Translatio corporis S. Severini, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 209, seg.

163.Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Nella versione di M. De Slane la data della partenza per Nuba è posta per errore di stampa in vece del 16 il 22 di rebi' secondo, che tornerebbe al 5 aprile.

164.Trapani certamente, come scrive Ibn-Khaldûn, ancorchè nel testo di Nowairi si legga Tripoli. Nelle opere arabiche quei due nomi son confusi spesso. Ma qui il testo di Nowairi non lascia luogo a dubbio, portando che Ibrahim da Nûba navigò a quella città, e che indicavalcòper a Palermo.

165.In maggio, secondo la diligentissima Cronica di Cambridge. Secondo il conto di Nowairi lo sbarco sarebbe avvenuto nella seconda metà di giugno, poichè Ibrahim si intrattenea diciassette giorni a Trapani; ma questa cifra può essere sbagliata, come lo è di certo quella del soggiorno in Palermo.

166.Giovanni Diacono napoletano espressamente nota che Ibrahim sdegnasse d'entrare in Palermo, come casa propria. All'incontro Nowairi riferisce tanti particolari da non potersi mettere in forse l'andata. Il detto che Ibrahim non tenne, ma fece tenere da altri il Tribunale dei Soprusi, mi fa supporre che il tiranno fosse rimaso fuor la città vecchia.

167.Riscontrinsi: Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, tomo I, p. 432; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 142; Johannes Diaconus Neapolitanus,Translatio corporis Sancti Severini, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 61. Non cito Ibn-el-Athîr perchè il testo è viziato, come dissi nel capitolo precedente, nota, p. 73. Avvertasi che la versione di M. De Slane in questo luogo del Nowairi sembra poco esatta, e v'ha qualche error di stampa nelle date, oltre lo errore del Nowairi che Ibrahim arrivato in Palermo il 28 regeb (8 luglio), e soggiornatoviquattordicigiorni, ne fosse partito il 7 scia'bân (17 luglio). M. De Slane ha soppresso quest'ultima data, accorgendosi che fosse sbagliata.

168.Il nome di Costantino si legge nella Vita di Sant'Elia da Castrogiovanni, e gli è dato il titolo di patrizio. I cronisti bizantini scrivon che “fosse In Taormina,” al tempo della espugnazione, Caramalo, come e' pare, capitano del presidio, quantunque non gli dian titolo di patrizio, nè altro. Penso io dunque che si tratti d'un medesimo personaggio per nome Costantino, e di casato Caramalo. I bizantini non dicono nè anco il grado di Michele Characto, ma ch'egli accusò di viltà e tradimento il Caramalo, quand'entrambi si rifuggirono a Costantinopoli. Da ciò la conghiettura che il Characto fosse secondo in grado, o capitanasse qualche corpo ausiliare, il quale virtuosamente avesse combattuto contro Ibrahim. Giorgio Monaco fa supporre che Eustazio, drungario dell'armata, fosse stato inviato a Taormina o incaricato di recarle aiuto; il che ei non fece, e indi ne fu punito. Ma par che il cronista supponga questa colpa, confondendola con quella che certamente commise Eustazio, mandato contro l'armata di Leone da Tripoli di Siria.

169.Riscontrinsi: Georgius Monachus,De Leone Basilii filio, § 25, p. 861;Theophanes continuatus, lib. VI, § 18, p. 365; Symeon Magister,De Leone Basilii filio, § 9, p. 704; Leonis Grammatici,Chronographia, p. 274.

170.La versione latina ha:Quippe lumbare lineum supra lumbos suos ponere.Dunque il buon vecchio, gittata la cocolla, si mostrava con le sole mutande, per imitare, credo io, la foggia degli schiavi.Vita Sancti Eliæ Juniorispresso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 73 e 74; e nella collezione dei Bollandisti, 17 agosto, p. 479, seg.

171.Corano, Sura XLVIII, verso 1.

172.Corano, Sura XXII, versi 20 e 21.

173.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; Nowairi,Storia d'Affrica, testo nel MS. di Parigi 702, A, fog. 53 verso, e traduzione presso De Slane, op. cit., p. 432, 433; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 142;Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 44; Johannes Diaconus presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 61. Non cito i Bizantini perchè non portano particolari del fatto, nè date. Nella Cronica di Cambridge l'anno è sbagliato dal copista che scrissesifta(sei) in luogo disena(anno), la qual voce differisce dalla prima per un sol punto diacritico. Così vi si trova 6416 in luogo di 6410, cioè 908 in luogo di 902. Ma le altre testimonianze storiche non lascian dubbio su la vera lezione; e a ritrovarla basterebbe anco il calendario, perchè la Cronica di Cambridge espressamente dice presa Taormina la domenica primo d'agosto, il qual dì incontrò in domenica il 902, e non il 908. Il giorno designato da Ibn-el-Athîr, è il 22 scia'bân 289, che risponde esattamente al 1º agosto 902. La Cronica del Monastero di Volturno, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 415, accenna senza data la espugnazione di Taormina.

174.Johannes Diaconus, l. c. È verosimile e perciò non l'ho tolto via, quel vanto da cannibale che Ibrahim forse non intendeva di consumare. NelBaiân, tomo I, p. 123, leggiamo che il 283 (896) egli avea fatto uccidere quindici persone a Taurgha nell'odierno Stato di Tripoli, e cuocerne le teste, come se volesse imbandirle a mensa; il che fu cagione che la più parte del proprio esercito lo abbandonasse. Un MS. della Biblioteca di Bamberg, dello XI secolo, citato nell'opera di Pertz,Scriptores, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana, accenna il martirio di San Procopio, evidentemente compendiando e alterando la narrazione di Giovanni Diacono.

175.Nei varii MSS. d'Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn; e Nowairi questo nome si legge Bîkesc, Benfesc, Tîfesc, Minisc, Minis, e talvolta è scritto senza punti diacritici. Edrisi pone tra Messina e Taormina, in luogo aspro e montuoso, a 15 miglia verso mezzodì da Monforte, una terra Mîkosc, Mîkos, Minis, secondo i varii MSS. Non trovo in oggi nomi somiglianti; ma il luogo risponde tra il Capo di Scaletta e il Monte Scuderi; sia Artalia, o Pozzolo Superiore, o Giampileri ec. Castello par che non ne rimanesse nè anco al tempo di Edrisi. Il nome mi par latino o greco, Vicus, Μῦχος Μηκὰς o anche Νῖκος. Mandanici, che darebbe quest'ultimo nome aggiunto a quel di Μάνδρα, non risponderebbe alla detta distanza da Monforte, che per altro può essere inesatta o sbagliata nel MS. di Edrisi.

176.Veggasi la nota 4 a p. 468 del I Volume, lib. II, cap. XII, intorno il sito del castel di Demona.

177.Si pronunzii comeHodjrin francese, e in ingleseHojr. Non l'ho scrittoHogrperchè darebbe un suono diverso.

178.CertamenteEl-Iagi, quantunque alcun MS. portiEl-Bâgi,Et-Tâgiec., mutando i punti diacritici, e altro dia le lettere senza punti. Edrisi lo scrive Liâgi, come si legge nei migliori MSS., dovendosi negli altri aggiugnere un punto diacritico alla letterabe mutarla così ini, Liag o Liagi in luogo di Lebag che si è trascritta. La differenza di ortografia tra Edrisi e le memorie, di certo anteriori a lui, su le quali compilò Ibn-el-Athîr, dà luogo a una curiosa osservazione filologica. Nel X secolo, al quale van riferite quelle memorie, il nome di Ἄκις eAcis, pronunziato in Sicilia, com'oggiIaci, con la prima vocale strisciante nel modo che avvertii per Enna, era scritto dagli Arabi col loro articoloel; probabilmente perchè i Greci l'usavano anche con l'articolo. Nella prima metà del XII secolo, in cui visse Edrisi, si diceaLi Acicon l'articolo italiano, il che può aggiugnersi alle altre prove che la lingua nostra già si parlasse in Sicilia.

179.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, e Nowairi, ll. cc. Il racconto di Nowairi, che in questo luogo è particolareggiato più che gli altri, dopo aver detto di Bico, Demena e Rametta, continua: “E mandò sopra Aci, con un'altra schiera, Sa'dûn-el-Gelowi. Tutte le popolazioni insieme si rivolsero a costui, profferendo lagezîa; ma egli non l'accettò, nè volle altro patto che l'uscita loro dalle fortezze. Uscironne dunque: ed egli distrusse tutte le rôcche e castella, e ne gittò le pietre in mare.” Questo passo prova che la denominazione di Aci, al principio del X secolo, comprendesse parecchie castella; ovvero che Aci fosse come la capitale di quelle sparse sul fianco orientale dell'Etna. Tra i due supposti, terrei piuttosto il primo; perchè ai tempi di Edrisi, Aci par che fosse nominata al plurale, come dissi nella nota precedente; e in oggi v'ha infino a sette comuni di tal nome, poco lontani l'un dall'altro. Qual fosse la fortezza principale nel 902, non so. Forse Castel d'Aci, posto sopra un masso di basalto in sul mare, rimpetto alli scogli de' Ciclopi, o Faraglioni come or chiamansi:Le isole di Acidi Edrisi. Castel d'Aci è famoso nelle guerre degli Angioini contro gli Aragonesi. Potrebbe darsi ancora che la rôcca principale fosse stata sul vicin “Capo dei Molini” ove si trovano ruderi antichissimi; ovvero nel quartier della odierna Acireale, detto Patané, che ha avanzi di un edifizio romano o bizantino, e vi si è scavata una grossa pietra di lava, col noto monogramma del motto “Gesù Cristo vince” che si solea porre nelle fortezze e bandiere bizantine. Veggasi su le antichità dette l'erudito lavoro di Lionardo Vigo,Notizie storiche d'Aci Reale, cap. II.

180.Veggasi il Libro I, cap. IV, p. 100, seg., e nota 1 alla pag. 102. L'episodio di Ibrahim appartiene esclusivamente a Pietro Diacono. Si conserva manoscritto nella Biblioteca di Monte Cassino; come ritraggo dalla lista messa in appendice al trattato di Pietro Diacono,De viris illustribus Cassin.; presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI. È pubblicato dal Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 181, seg., con note che condannano qualche bugia e mostrano gli anacronismi sconci della narrazione, compilata, come dice Pietro Diacono, su la Cosmografia di Teofane, e la “Cronologia dei Pontefici Romani.”

181.Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso.

182.Georgius Monachus,De Leone Basilii filio, § 25, p. 860, 861; e Leo Grammaticus,Chronographia, p. 274, dicono espressamente condannati a morte, pel fatto di Taormina, il Caramalo ed Eustazio drungario dell'armata; e nominano i due monasteri diversi nei quali furono mandati per commutazion di pena. Contuttociò Giorgio Monaco nel § 29, narrando la impresa di Leone da Tripoli che seguì due anni dopo, dice mandatovi Eustazio con tutte le forze navali; il quale tornò, allegando non aver potuto trovare il nemico. Pare dunque che la condanna debba riferirsi a questo secondo fatto; ma non è inverosimile, trattandosi della corte bizantina, che dopo la prima prova sia stato tratto Eustazio dal monastero, per affidargli di nuovo l'armata e la fortuna dell'impero.

183.Johannis Diaconi Neapol.,Translatioetc., presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62.

184.Johannes Cameniata,De Excidio Thessaloniciensi, esattamente narra tutti i particolari di cui fu testimone oculare; e tra gli altri, al § 18, p. 512, la nazione dei soldati capitanati dal rinnegato Leone. Perciò il Rampoldi grossolanamente sbagliò,Annali Musulmani, scrivendo sotto l'anno 902 che i “Musulmani Aghlabiti, radunata una flotta in Affrica e in Sicilia, prendeano Lenno, e minacciavano Costantinopoli, comandati da Leone di Tripoli.” Lo seguì in questo errore il Martorana,Notizie dei Saraceni Siciliani, tomo I, cap. II, p. 69; e nota 88, p. 20; e scrisse i fatti di Lenno e Tessalonica “tra le belle gesta che pur fecero i Saraceni Siciliani,” ingannato anche dalla concisione di Cedreno, il quale suppone Taormina e l'isola di Lenno occupate nella medesima impresa. Lenno fu presa dai Musulmani di Cilicia, capitanati da un altro rinnegato per nome Damiano, l'anno 903; come si scorge dalle autorità che cita il Le Beau,Histoire du Bas Empire, lib. LXXII, § 31; e in particolare da Symeon Magister,De Leone Basilii filio, § 9 e 10, p. 704, il quale porta in anni diversi i due fatti di Taormina e di Lenno. Oltre Giovanni Cameniata si veggano per la impresa di Tessalonica,Theophanes continuatus, lib. VI, cap. XX, p. 366, seg.; Symeon Magister, § 13, 14, p. 705; Leo Grammaticus, p. 277; Georgius Monachus, § 20, p. 862.

185.Cento libbre d'oro secondo Giorgio Monaco, la Continuazione di Teofane, e Symeon Magister, ll. cc. Giovanni Cameniata accenna prima vagamente una grossa somma di danaro, e poi due talenti d'oro, op. cit., § 59, p. 569. Il secondo aggiugne che il danaro servisse agli stipendii e spese dell'esercito in Sicilia (τοῦ κατὰ Σικελίαν στρατοῦ), ma si deve intendere di quello che si pensava far passare di Calabria in Sicilia. Symeon Magister dice che le cento libbre d'oro eran chiuse in un cestellino (κανίσκιος) per recarle ai Franchi. Senza dubbio si tratta degli stessi Franchi di cui fa menzione Ibn-Khaldûn nel 901; e probabilmente erano i duchi di Spoleto e Camerino, che nel IX e X secolo fecero un po' i capitani di ventura. Si vegga sopra a pag. 72, 74.

186.Johannes Cameniata, op. cit., § 39 e 64, p. 569 e 576;Theophanes continuatus, lib. VI, cap. XX, XXI, p. 366, seg.; Symeon Magister,De Leone Basilii filio, § 13, 14, p. 705, seg.; Georgius Monachus,De Leone Basilii filio, § 29, 30, p. 862, seg.; Leo Grammaticus, p. 277. Veggasi anche Le Beau,Histoire du Bas Empire, lib. LXXII, § 32, seg.

187.Ibn-el-Athîr, l. c.; Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso; e la traduzione francese presso M. De Slane, op. cit., p. 433; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 143, dice Ibrahim tornato in Sicilia, e morto all'assedio di Cosenza ch'ei non sapeva essere in Calabria. Il detto ritorno è evidente sbaglio nato dal confondere questa impresa di Ibrahim con quella del figliuolo l'anno innanzi.

188.Giovanni Diacono, testimone oculare ed autor di questo racconto, dice che la demolizione del castello Lucullano fu compiuta il 12 (quarto idus) d'ottobre; il corpo di San Severino recato a Napoli il dì appresso; e le stelle cadenti viste dopo sei dì, che tornerebbe al 18 o al 19. IlBaiân, tomo I, p. 126 e 127, riferisce questo fenomeno al 22 del mese didsu-l-k'ada, cioè dal tramonto del 27 al tramonto del 28 ottobre: e merita maggior fede, non solo per la solita diligenza di cotesta compilazione, ma anco per l'uso degli Arabi di scrivere i numeri alla distesa, più tosto che in cifre. D'altronde potrebbe supporsi che il copista di Giovanni Diacono avesse notato VI in luogo di XVI o di XV i giorni corsi dal ritrovamento delle ossa di San Severino alle stelle cadenti. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, ci conduce ad ammettere l'una e l'altra data, poichè fa supporre replicato il fenomeno più o meno per molte sere, dicendo: “Indsu-l-ka'dadi quest'anno morì Ibrahim-ibn-Ahmed; e da quel momento furon viste stelle cadenti sparnazzantisi come pioggia a destra e a sinistra; onde fu chiamato l'anno delle stelle.” Questo squarcio è stato tradotto inesattamente da Conde,Dominacion de los Arabes en España, parte IIª, cap. 75.

Io mi sono intrattenuto sì lungamente ad esaminare questa data, poichè gli scienziati osservano un periodo annuale in tal fenomeno, e che sia più notabile verso il dieci agosto e in novembre. Col medesimo intento il barone De Hammer ha raccolto nelJournal Asiatique, serie IIIª, tomo III (1837), p. 391, alcuni ricordi d'autori arabi in fatto di stelle cadenti; e il baron De Slane vi ha fatto qualche correzione nel tomo IV della medesima serie, p. 291.

189.Evangelium secundum Lucam, XXI, 25. Questa riflessione è dell'anonimo autore d'un MS. dell'XI secolo, posseduto dalla Biblioteca di Bamberg, e citato nella raccolta di Pertz,Scriptores, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana. L'anonimo evidentemente ebbe alle mani la narrazione di Giovanni Diacono, ch'ei compendia e guasta.

190.Corano, Sura XV, verso 18; Sura XXXVII, verso 8, seg.

191.Così lo chiama Giovanni Diacono.

192.Il Nowairi dice il fiume. Potrebbero esser due, poichè il Busento confluisce col Crati sotto Cosenza.

193.Gli altri particolari della malattia d'Ibrahim si cavano dai cronisti musulmani. Giovanni Diacono dice Ibrahim morto nella chiesa di San Michele. In quella di San Pancrazio afferma la Cronica di Bari presso il Muratori,Antiquitates Italicæ Medii Ævi, tomo I, p. 31; e il Muratori vuol correggere chiesa di San Bertario.

194.Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars;Baiân, tomo I, p. 126; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso; Nowairi,Storia d'Affrica, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso e 54 recto; e la traduzione francese presso De Slane, op. cit., tomo I, p. 433, 434; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 143, 144; Ibn-Wuedrân, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nellaRevue de l'Orient, décembre 1853, p. 429; Ibn-Abi-Dinâr (El-Kaïrouani), MS. di Parigi, fog. 21 verso; e traduzione francese, p. 86; Abulfeda,Annales Moslemici, anno 261; Johannes Diaconus,Translatioetc, presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62;Chronicon Barenseanno 902, presso Muratori,Antiquitates Italica Medii Ævi, tomo I, pag. 31; e presso Pertz,Scriptores, tomo V, p. 52; MS. di Bamberg citato nella raccolta stessa di Pertz,Scriptores, tomo III, p. 548, in nota.

La data della morte, non scritta precisamente dall'accurato e contemporaneo Giovanni Diacono, si ritrae dai Musulmani. La recan tutti nel mesedsu-l-ka'dadel 289, ma v'ha divario nel giorno: secondo ilBaiân, il lunedì 17; secondo Nowairi, il sabato 18; e secondo Ibn-el-Athîr, Ibn-Wuedrân, e Abulfeda, il sabato diciannove: che tornano ai 23, 24 e 25 ottobre 902. Or poichè i giorni della settimana coincidono nel nostro calendario e nel musulmano, e il 17dsu-l-ka'da289 cominciò al tramonto del 22 e finì al tramonto del 23 ottobre, giorno di sabato, è evidente un lieve sbaglio in tutte quelle date. Qual che fosse stata la cagione dell'errore, mi è parso di ritenere la data del sabato 23 ottobre.

Nella versione del Nowairi, M. De Slane ha detto “quand la maladie interne dont Ibrahim souffrait, etc.;” ma confrontando con Ibn-el-Athîr e Ibn-Abi-Dinâr son certo che si debba sostituire “malattia viscerale.”

195.Johannes Diaconus, op. cit., presso Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 273.

196.Vita Sancti Eliæ Junioris, presso Gaetani,Vita Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 74.

197.Chronicon Barense, anno 902, presso Muratori,Antiquitates Italicæ Medit Ævi, tomo I, p. 31; Vita di San Bertario citata quivi in nota dal Muratori; Lupi,Protospatæ(Protospatarii)Chronicon, anno 901, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo V; presso Pratilli,Historia Princ. Langob., tomo IV, p. 20; e presso Pertz,Scriptores, tomo V, p. 53; Romualdi Salernitani,Chronicon, anno 902, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo V.

Non cito la Cronica della Cava, e la Cronica di Calabria pubblicata nella stessa raccolta di Pratilli, tomo III e tomo IV, perchè la prima è interpolata, la seconda apocrifa del tutto.

Il Martorana,Notizie Storiche, tomo I, cap. II, p. 60, pensò di impastare in uno tutti i racconti delle croniche. Scrisse che “annottando l'emiro Ibrahim intorno all'assedio, e accaduto un gran temporale con frequenti detonazioni, vi fu colpito si malamente da un fulmine elettrico, che dovè levarsi tosto dall'ossidione; poi morì di sfracello tra mille dolori entro al suo palazzo, nella città di Palermo.”

198.Per cotesti fatti notissimi non occorrono citazioni. I particolari si possono vedere in Sciarestani e nelle altre opere che mi occorrerà in breve di ricordare.

199.Questo fatto mi è occorso per la prima volta nelKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 75 verso. Molti di quei libri trattavano di veterinaria; e forse l'amor dei cavalli fu la prima cagione che conducesse gli Arabi nel santuario delle scienze greche.

200.Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 141, 142 del 1º vol.

201.Veggansi in generale Hagi Khalfa neiProlegomeni; Pococke,Specimen historiæ Arabum; Wenrich,De auctorum græcorum versionibusetc. IlKitâb-el-Fikrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 67 verso, seg., fornisce dati importanti a chi voglia approfondire questa epoca della storia intellettuale dell'umanità.

202.Tarîkh-el-Hokemâ, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 672, p. 13. L'autore, che visse nel XII secolo, afferma aver veduto in una biblioteca di Gerusalemme, tra i libri provenienti dal lascito dello sceikh Abu-l-Feth-Nasr-ibn-Ibrahim di Gerusalemme stessa, un trattato di Empedocle contro la immortalità delle anime, del quale ei non dà il titolo, e nota soltanto che Aristotile l'avesse confutato, e che altri avesse voluto scusar Empedocle supponendo allegorico il suo linguaggio; ma l'autore aggiugne non vedervi punto allegoria. Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, tomo V, p. 144, 152, ni10,448 e 10,500, attribuisce ad Empedocle: 1º un “Libro della Metafisica,” così intitolato al par di quello notissimo d'Aristotile, e 2º un “Libro su la resurrezione spirituale e su l'assurdo che le anime risorgano come (si rinnovano) i corpi.” Ma il Wenrich,De auctorum græcorum versionibusetc., p. 90, li crede apocrifi entrambi, non trovandoli in Diogene Laerzio.

Che che ne sia di questo argomento negativo, par che appartengano ad Empedocle, o almeno ad alcun di sua scuola, i libri col nome del filosofo agrigentino, dei quali gli Arabi possedeano le versioni. Penso così perchè le opinioni fondamentali attribuite ad Empedocle dalKitâb-el-Hokemâ, e più distintamente da Sciarestani, testo arabico, p. 260, seg., ben si accordano col panteismo che ritraggiamo dai frammenti di questo filosofo e dalle notizie che ce ne danno gli scrittori antichi. Al dir de' due eruditi arabi, la Divinità d'Empedocle era l'astrazione della scienza, volontà, beneficenza, potenza, giustizia, verità ec.; non già un essere reale dotato di dette qualità e chiamato con que' varii nomi. La nota dottrina di Empedocle su l'amore e l'odio, ossia l'attrazione e repulsione, si vede anco chiaramente nella cosmogonia che gli attribuisce Sciarestani.

Il filosofo spagnuolo che al dire delKitâb-el-Hokemâtolse sue dottrine da Empedocle, ebbe nome Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Mesarra-ibn-Nagîh, nato in Cordova l'883 e morto il 931. Costui, dopo avere studiato alla scuola del proprio padre e di due altri dotti spagnuoli, fu perseguitato come zindîk, per troppo zelo di spargere le dottrine d'Empedocle; talchè si rifuggiva in Oriente. A capo di lunghi anni, tornato in Spagna, ricominciò a insegnare la stessa filosofia più copertamente e cadde di nuovo in sospetto d'empietà.

Un compendio di quest'articolo delTarîkh-el-Hokemâsi legge in Ibn-abi-Oseibi'a, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 673, fog. 22 recto, e Suppl. Ar. 674, fog. 40 verso.

203.Abulfeda,Annales Moslemici, an. 449 (1057), notando la morte di questo gran poeta, inserisce senza scrupolo i versi che cito.

204.Sciarestani,Kitâb-el-Milel“Libro delle sètte,” testo arabico, p. 147, seg., nota la differenza che correa tra i Bâteni antichi, ossia filosofi razionalisti, e i Bâteni moderni, sètte miste, chiamate con varii nomi in varii paesi.

205.Makrizi, presso Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.XIII, attesta questo fatto. La origine arabica si vede anche dai nomi dei capi di parte riferiti da Sciarestani.

206.Veggasi il Libro I, cap. III, p. 69 del 1º volume.

207.Sciarestani,Kitâb-el-Milel, testo arabico, p. 85, seg. L'autore nota tra i principii comuni alle sètte kharegite che il peccato grave porti infedeltà, ma nol ripete tra le opinioni particolari dei primi Khâregi del tempo di Ali.

208.Sciarestani, op. cit., p. 87 a 102.

209.Sciarestani, op. cit, p. 108, 109.

210.È plurale dell'aggettivoGhâli, che significa “eccedente, smoderato.”

211.Sciarestani, op. cit., p. 109, 132, 133; il quale rintracciando il cammino di coteste opinioni, e ignorando l'origine indiana della incarnazione (Holûl) la attribuisce ai Cristiani. Si vegga anche Makrizi, presso Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII-XIV.

212.Quest'ultimo fatto da Sciarestani, op. cit., p. 132.

213.Makrizi, presso Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII.

214.Su le sètte del magismo ci danno molto lume Mohammed-ibn-Ishak, autore delKitâb-el-Fihrist, e Sciarestani ricordato di sopra; i quali vissero l'uno nel decimo, l'altro nell'undecimo secolo, ebbero alle mani gran copia di materiali persiani, ed erano entrambi uomini da saperne cavare costrutto. Ciò non ostante mancaron loro le cognizioni che a noi fornisce lo studio del buddismo, il quale ebbe tanta influenza su le varie sètte dei magi. Per quella d'Ibn-Daisân si vegga ilKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 1400, tomo II, fog. 194 recto, e 211 recto e verso; e Sciarestani, op. cit., p. 194, 196. IlKitâb-el-Fihristporta il cominciamento dell'eresia d'Ibn-Daisân una trentina d'anni dopo quella dei Marcioniti, ai quali assegna il primo anno d'Antonino imperatore (138), e alla eresia di Mani il secondo anno di Gallo (252).

215.Questa teoria sociale è attribuita a Mani nella compilazione turca della cronica di Tabari, uno squarcio della quale, tradotto in inglese, è uscito alla luce nelJournal of the American oriental Society, tomo I, p. 443, New-Haven, 1849. Si trova altresì nelle compilazioni orientali che compendiano Tabari e si copian tra loro. Io presto fede a tale tradizione per la condizione politica della Persia al tempo di Mani, e perchè Mazdak, predicatore del comunismo in Persia, seguiva la sua scuola. Nondimeno debbo avvertire che non ne fan motto ilKitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 192 verso a 212 verso, nè Sciarestani, op. cit., p. 179 a 196, in lor dottissime analisi della religione manichea.

216.Confrontinsi ilKitâb-el-Fihriste Sciarestani, ll. cc. Questo passo delKitâb-el-Fihristè stato tradotto dà M. Reinaud,Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p.CCCLXI.

217.Kitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 203 verso e 209 recto. Quivi si dice del Râís, ossia capo, e dellaRaîsa, o vogliam dire direzione centrale, de' Manichei a Bâbel, sotto Walîd I (705-715).

218.Secondo ilKitâb-el-Fihristtomo II, fog. 216 verso e 217 recto, v'ebbe due personaggi nominati Mazdak. Del primo non si dice l'epoca, ma solo ch'ebbe séguito nel Gebâl, Aderbaigian, Armenia, Deilem, Hamadân e Fars. I suoi settatori furon detti Khorramii. Il secondo Mazdâk è quelle di cui si conosce la istoria, e i settatori presero il nome di Mazdakiani.

219.Confrontisi: Procopio,De Bello Persico, lib. I, cap. V; Tabari, compilazione turca, versione del barone De Hammer, nelJournal Asiatique, ottobre 1850, p. 344;Kitâb-el-Fihrist, l. c.; Sciarestani, op. cit., p. 192, seg.; Mirkond, presso Sacy,Antiquités de la Perse, p. 353, seg.;Mogimel-et-Tewârikh, versione di M. Mohl, nelJournal Asiatiquedi luglio 1852, p. 117, e di maggio 1853, p. 398. Nella Introduzione alSolwând'Ibn-Zafer, io ho toccato questo punto di storia, mettendo in forse i racconti dei cronisti sul comunismo di Mazdak; e penso tuttavia ch'ei non abbia mandato ad effetto tutte le sue teorie nel tempo che tenne lo Stato. Ma la licenza di quelle teorie non si può negare dopo l'autorevole testimonianza delKitâb-el-Fihrist, nel quale si cita un trattato speciale di Thelgi su questo argomento.

220.Sciarestani, op. cit., p. 187.

221.Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 140 e 141 del 1º volume.

222.Confrontinsi: ilKitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 220 recto, e Sciarestani, op. cit., p. 194. Entrambi noverano la setta di Abu-Moslim tra quelle derivate da Mazdak.

223.Ibn-el-Athîr, anno 141, MS. C,. tomo IV, fog. 125 verso; e Abulfeda che lo copia,Annales Moslemici, an. 141.

224.Ibn-el-Athîr, anni 159 e 161, MS. C, tomo IV, fog. 148 verso e 150 verso; Abulfeda, op. cit., an. 163. Ma seguo la cronologia d'Ibn-el-Athîr.

225.Ibn-el-Athîr, an. 168, MS. A, tomo I, fog. 29 verso.

226.Ibn-el-Athîr, an. 170, MS. A, tomo I, fog. 39 verso.

227.Abulfeda,Annales Moslemici, an. 166.

228.Questo soprannome, al dire d'Ibn-el-Athîr, significa “L'Eterno.” Il nome patronimico era Ibn-Sahl.

229.Così nelMerâsid-el-Ittila'. I cronisti la scrivono con l'articolo. Dando alla letteradsalil valore di semplicedsi pronunzierebbeBedd, oEl-Bedd.

230.Confrontinsi:Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 217 recto, seg.; Ibn-el-Athîr, anni 201, 220, 221, MS. C, tomo IV, fog. 191 recto, 203 verso, 205 recto, seg.; Abulfeda,Annales Moslemici, anno 226.

231.Questo nome si trova nel soloKitâb-el-Fihrist, nè son certo della lezione di quel mediocrissimo manoscritto.

232.Così ilKitâb-el-Fihrist, che toglie ogni dubbio. Makrizi, credendo patronimico il nome di Deisâni, scrisse Meimûn figlio di Deisân; e M. De Sacy sospettò qualche errore nel noto Bardesane; ma nol chiarì. Veggasi la suaChrestomathie Arabe, tomo II, p. 88 e 94. Ho detto della setta deisanita a pag. 109.

233.NelKitâb-el-Fihristsi leggeSce'âbîds, che significherebbe “giochi di mano” o diprestidigitation, come dicono i Francesi. Mi par che qui si debba prendere in senso più generale.

234.I varii racconti che correano su la origine della setta ismaeliana si leggono, più distintamente che altrove, nelKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 5 verso a 9 verso, dove l'autore cita un trattato speciale sopra questa setta, scritto per combatterla, da Abu-Abd-Allah-ibn-Zorâm (o Rizâm). Non ostante la diversità delle tradizioni, date come dubbie nelKitâb-el-Fihrist, mi par che molto ben si connettano insieme e che si possa accettare il grosso di tutti que' fatti. Si veggano altresì Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 88; Sacy stesso,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.LXIIIeLXX, seg. — Makrizi sostiene, e M. de Sacy ripete con incredibile semplicità, che Abd-Allah-ibn-Meimûn fabbricasse questa gran macchina, non ad altro fine che di propagare l'ateismo e il libertinaggio!

235.Senza moltiplicare le citazioni mi riferirò al solo Sciarestani, op. cit., testo arabico, p. 15, 16, 127.

236.Kitâb-el-Fihrist, volume citato, fog. 6 recto e verso. Il nome proprio Hamdan è dato da Ibn-el-Athîr. La pronunzia di Kirmit è determinata da Sefedi,Dizionario biografico, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 706, articolo sopra Soleiman-ibn-Hasan. Varie etimologie si danno di questo soprannome che al dir delKitâb-el-Fihristsi riferisce a un castello. Su i fatti si vegga anche Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 89.

237.Ibn-el-Athîr, anno 278, MS. C, tomo IV, fog. 269 verso, dà un lungo ragguaglio su la origine, dottrine e riti dei Karmati; del qual capitolo la parte meno importante fu trascritta dal Nowairi e tradotta dal Sacy, vol. cit., p. 97. Veggasi ancora il Sacy, pag. 126 di esso volume. Il mio giudizio, formato su la tendenza diversa degli Ismaeliani e Karmati, si conferma coi particolari d'Ibn-el-Athîr. Notò anche questa differenza il Taylor nell'opera,The history of Mohammedism and its sects, p. 172, quantunque ei non abbia avuto alle mani tutti i fatti da poterla provare. L'analogia dei Karmati con gli Ismaeliani era stata sostenuta da M. De Sacy,Exposé de la religion des Druses, p.LXIII, seg., e da M. De Hammer,Histoire de l'ordre des Assassins, p. 47, 48, su la fede degli autori musulmani citati da loro. IlBaiân, che allor non si conoscea, contiene a pag. 292, seg., del 1º volume, un racconto sugli Ismaeliani e Karmati; ove si replicano con molti particolari i fatti già noti, e tra gli altri lo scandalo della notte lor festiva detta dellaImamîa, e il nome, troppo significativo, di figliuoli della fraternità, dato ai fanciulli che nasceano da que' baccanali.

238.Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso.

239.Su l'associazione ismaeliana si veggano Sacy,Esposé de la religion des Druses, Introduzione; Quatremère,Mémoires historiques sur les Fatimites, nelJournal Asiatique, agosto 1835, e le autorità musulmane citate da essi. Merita molta attenzione il racconto di Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 140, seg., su gli ordini della setta trionfante nel regno dei Fatemiti.

240.Confrontinsi: Warrâk, cronista spagnuolo del X secolo, citato nelBaiân, tomo I, p. 117-118; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 111, seg.

241.Su questo sito si consulti una nota di M. Cherbonneau,Journal Asiatique, décembre 1852, p. 509.

242.Confrontinsi: Edrisi,Geografia, versione francese di M. Jaubert, tomo I, p. 246; Ibn-Khaldûn,Storia dei Berberi, versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 291;Cronica di Gotha, presso Nicholson,An account of the establishment of the Fatemite Dynasty, p. 88.

243.Confrontinsi:Baiân, tomo I, p. 118; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 145-147; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 113, seg.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 1 verso.

244.Credo il 22 rebi' primo del 289 (5 marzo 902) più tosto che a mezzo giugno del medesimo anno. L'una e l'altra data si legge nei medesimi autori: ma forse non è errore, e la prima va intesa dello esercizio del potere supremo, la seconda della solenne inaugurazione per la quale forse si aspettò il diploma del califo abbassida. Veggansi le autorità citate qui sopra a p. 77, e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, che porta appunto la data del 22 rebi' primo.

245.Il mercoledì ultimo, secondo Ibn-el-Athîr, e penultimo giorno, secondo ilBaiân, del mese di sciabân 290. Indi si vede che l'uno segue il calendario astronomico, e l'altro il conto civile, di che si è fatta parola al cap. III del Libro I, pag. 57, del 1º volume.

246.DettoGeziret-el-Kerrâth, ossia “Isola dei Porri.” Così fu chiamato dagli Arabi un isolotto a Capo Passaro in Sicilia, che ritien oggi il nome voltato in italiano. Ma credo qui si tratti della Geziret-el-Kerrâth in Affrica, a 12 miglia da Tunis.

247.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 172 recto, seg., an. 289, e MS. C, tomo IV, fog. 279, stesso anno, e fog. 286 recto, seg., an. 296, e MS. Bibars, an. 289, fog. 129 verso; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso e 34 recto;Baiân, tomo I, p. 128, 138, 139; Nowairi,Storia d'Affrica, in appendice allaHistoire des Berbèrespar Ibn-Khaldûn, versione di M. de Slane, tomo I, p. 438 a 440; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 146 a 149; Ibn-Abi-Dinâr, testo MS., fog. 21 verso, e traduzione, p. 87; Ibn-Wuedrân, nellaRevue de l'Orient, décembre 1853, p. 429, seg.;Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 51, 74, 75.

248.Rendo così la voce arabicatâbia, donde lo spagnuolotapiae credo anco il sicilianotaju. In quest'ultima voce labpar mutata dapprima, alla greca, inv, e poscia dileguata nell'j.

249.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 286 recto, seg., an. 296; Ibn-Khallikân,Wefiât-el-'Aiân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465;Baiân, tomo I, p. 133 a 147, eCronica di Gotha, presso Nicholson, p. 83 a 91; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 150 a 156; Nowairi,Storia d'Affrica, in appendice allaHistoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 441 a 447; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 113 a 115.

250.Secondo i Sunniti era: “Venite alla preghiera ch'è migliore del sonno.” Gli Sciiti corressero: “Venite alla preghiera ch'è l'opera migliore.”

251.Confrontinsi:Baiân, tomo I, p. 137, 141 a 149, eCronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 64, 92, 96, seg.; Makrizi, presso Sacy,Crestomathie Arabe, tomo II, p; 115; Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.CCLXX, seg.

252.Veggansi le autorità citate da M. Sacy,Exposé de la religion des Druses, tomo I, p.CCXLVII, seg., eChrestomathie Arabe, tomo II, p. 88 a 92 e 95; e da M. Quatremère,Journal Asiatique, août 1836, p. 99, seg., il primo dei quali sostiene e l'altro confuta le pretensioni dei Fatemiti. Si aggiungano:Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fol. 6 verso;Baiân, tomo I, p. 292, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 37 verso. Non cadendo in dubbio che Sa'îd, o vogliam dire Obeid-Allah, discendesse da El-Kaddâh, i partigiani dei Fatemiti dovean provare la parentela di El-Kaddâh con Ali; ma niuno l'ha fatto.

253.Questo aneddoto è narrato nelKitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fol. 7 recto, dove Abu-l-Kasem non è detto figliuolo d'Obeid-Allah, come questi lo spacciò e come scrivono tutti gli altri cronisti.

254.Confrontinsi: Tahîa-ibn-Sa'îd,Continuazione degli Annali d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso, seg.;Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso, seg.; Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290;Baiân, tomo I, pag. 149, seg.;Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 100, seg.; Makrizi, presso Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 114, 115. Traggo la data del 20 agosto 909 da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.

255.Confrontinsi:Riâdh-en-nofûs, MS. di Parigi, fog. 67 verso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 290, seg., an. 296;Baiân, tomo I, p. 158, 159; Makrizi,Mokaffa', MS. di Parigi, Ancien Fonds, 675, fog. 222 recto; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 3 recto.

256.Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Makrizi, ll. cc. Veggasi anche nelRiâdh-en-nofûs, fog. penultimo, verso, un curioso aneddoto che si narra nella iniziazione d'Ibn-Ghâzi.

257.Iahîa-ibn-Sa'îd, continuatore di Eutichio, scriveRûm, il qual nome si dava ad ambe le schiatte e comprendea perciò i Siciliani. La più parte probabilmente erano cristiani di Sicilia, convertiti o no. Uscì da questi giannizzeri fatemiti Giawher conquistatore del Marocco e dell'Egitto, ch'è chiamato oraRûmied orSikîlli, ossia siciliano.

258.Si legge nelBaiân, tomo I, p. 175 e 184, che il Mehdi nel 303 (915-16) fece il catasto dei poderi tributarii (dhi'â) prendendo la media tra il massimo e il minimo fruttato; e che nel 305 (917-18) levò una tassa addizionale sotto pretesto di arretrati. La sottile avarizia della finanza fatemita si ritrae da tante altre fonti.

259.Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 recto.

260.Riâdh-en-nofûs, fog. 67 verso. Il testo dice: “Prese i beni de' lasciti pii e delle fortezze.” Quest'ultima voce significa senza dubbio le città di provincia.

261.Riâdh-en-nofûs, l. c.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 2 recto.

262.Iahîa-ibn-Sa'îd, l. c.

263.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso; Ibn-Khallikân, nella vita di Abu-Abd-Allah lo Sciita, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465;Baiân, tomo I, p. 158, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto; Ibn-Hammâd, MS. de M. Cherbonneau, fog. 2 recto e verso.

264.Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 verso.

265.Non si trovava modo di pesar coteste masse di ferro. Egli usò una barca da bilancia idrostatica, caricandovi le porte e segnando ove arrivasse il pel dell'acqua. Alle porte fu sostituita poi tanta zavorra; e questa si pesò coi modi ordinarii.

266.Confrontinsi: Bekri, versione di M. Quatremère nelleNotices et Extraits de MSS., tomo XII, p. 479, seg.; Iahîa-ibn-Sa'îd, Continuazione d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 89 verso; Ibn-el-Athîr, an. 303, presso Tornberg,Annales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 373; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.

267.Ibn-el-Athîr, an. 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 146; Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 11.

268.Nowairi, l. c. I fasti della famiglia Ribbâh si veggano nel Vol. I della presente istoria, p. 321, 322, 330, 343, 353, principiando da Ia'kûb-ibn-Fezara, padre di Ribbâh.

269.Confrontinsi: Nowairi, l. c., eChronicon Cantabrigiense, p. 44, dove si legga Ibn-Ribbâh, in luogo di Ibn-Ziagi.

270.Nowairi, l. c.

271.Si legge nellaCronica di Gotha, versione del Nicholson, p. 79, che nel 294 (906-7) Ziadet-Allah mandò ambasciatori a Costantinopoli ed accolse onorevolmente a Rakkâda un oratore bizantino.


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