CAPITOLO VI.Com'ai forti non manca giammai chi abbia bisogno di loro, e, per fuggire altro pericolo più imminente, corra dassè ad avvilupparsi nella rete; così iMusulmani di Sicilia presto trovarono amici in terraferma. L'Italia dopo la morte di Carlomagno era rimasta a un tempo serva, divisa e mal sicura. I principi Franchi, signori della parte settentrionale, impediti da discordie di famiglia e dalla troppa vastità dell'impero non pensavano ad allargare i confini nella penisola. I papi, mezzi principi e mezzi cappellani del novello impero, teneano senza spada l'Italia centrale, insudiciandosi in ogni scandalo della corte di Francia. All'incontro i principi longobardi di Benevento, liberi dal timore dei papi e dei Carlovingi e padroni pressochè di tutta la regione meridionale, agognavano ad occupare quella striscia di costiera, ove, con maravigliosa costanza e poche forze, resistean loro le repubbliche di Napoli, Amalfi, Sorrento, Gaeta. Nelle vicende di cotesta lotta disuguale, Napoli ch'era come capo di quelle città, da Gaeta in fuori, avea promesso tributo ai principi di Benevento. Ma l'ottocentotrentasei, volendosene svincolare l'audace repubblica o crescendo la tracotanza del principe Sicardo, si raccese la guerra. Disperando d'avere aiuti dagli imperatori d'Oriente o d'Occidente, Andrea console di Napoli si volse ai Musulmani di Sicilia. Mandatovi a quest'effetto un segretario, i Musulmani colsero il destro: andarono a Napoli con un'armatetta; la quale costrinse Sicardo a levare l'assedio, a fare un trattato coi Napoletani, ed a render loro i prigioni.[532]Questo principio ebbe la lega dellarepubblica di Napoli con gli emiri di Sicilia, che durò mezzo secolo, fino al novecento, con tutte le scomuniche dei papi, le minacce degli imperatori e la rapacità e insolenza dei Musulmani. Son corsi già dieci secoli, nè la storia ci rammenta altro intimo accordo che questo tra i due paesi, cristiani, italiani e oppressi entrambi; sì che ben avrebbero avuto ed avrebbero cagione di accostarsi l'uno all'altro, d'amarsi, d'aiutarsi a vicenda!In altro capitolo si tratterà la guerra condotta dai Musulmani in terraferma; dove si vedranno appieno le conseguenze della detta lega, e si scoprirà la man dei Napoletani che guidava que' pericolosi amici su per l'Adriatico, a fine di gittarli addosso ai Longobardi e di sviarli sempre dalla costiera occidentale. Al quale effetto occorrendo procacciar loro un porto nel lato orientale della Sicilia occupato dai Bizantini, si comprenderà di leggieri come la repubblica di Napoli aiutasse i Musulmani all'assedio di Messina; se pur non fu dessa che lo consigliò.Andò a questa impresa con l'armata, correndo l'anno dugentoventotto dell'egira (9 ottobre 842 a 28 settembre 843), Fadhl-ibn-Gia'far della tribùdi Hamadân; il quale, sbarcato in sul porto, cominciò a stringere la città insieme coi Napoletani che già gli avean chiesto l'accordo, scrive Ibn-el-Athîr. Sparse Fadhl sue gualdane per la campagna; ma nè quei guasti, nè i frequenti e gagliardi assalti dei Musulmani, valsero a sbigottire i Messinesi, eroica gente in tutti i tempi. Alfine, il capitan musulmano, mandata una parte de' suoi a girar dietro i monti e salir da quello che sovrasta alla città, presentò la battaglia, sì com'ei solea fare, dalla marina; attirò a quella parte tutte le forze del presidio: e in questo l'altra schiera irrompeva in città dall'alto; feriva alle spalle i difenditori; li scompigliava; e Messina era presa.[533]Pur non leggiamo che Fadhl vi abbia sparso molto sangue. Il medesimo anno cadde in poter dei Musulmani un'altra città che Ibn-el-Athîr chiama Meskân, o Miskân;[534]importante al certo, poich'ei ne fe' menzione; ma non ritrovo tal nome appo i geografi antichi, nè altrove. Se si leggesseMihkân, che veggiamo in Edrisi, risponderebbe ad Alimena; la quale è terra in sito assai forte, a cavaliere su la riva del Salso e in su la strada che mena da Palermo nel Val di Noto valicando le Madonie a Caltavuturo: sentieri alpestri, tinti di molto sangue in quelle guerre.[535]E veramente non tardava lo esercito di Palermo ad assaltare il Val di Noto. Espugnovvi dell'ottocento quarantacinque le rôcche di Modica,[536]città antica, le quali così al plurale sono ricordate nella cronica di Cambridge; e ciò mostra che parecchi castelli difendessero i poggi frastagliati da due burroni, ov'oggi siede la città. Forse l'anno medesimo, i Musulmani capitanati da Abu-'l-Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iakûb-ibn-Fezâra, ebbero a combattere un esercito in quella provincia. Par che alla morte di Teofilo (20 gennaio 842) la ristorazione del culto delle immagini, savio provvedimento poichè tanto lo sospiravano i popoli, abbia dato riputazione alla reggenza dell'imperatrice Teodora appo i Siciliani. Scorgiamo, in fatti, da uno scritto contemporaneo[537]il bollor delle passioni che destò in Sicilia la festa della Ortodossia,istituita in quell'incontro, da far quasi dimenticare che i Musulmani occupavano mezza l'isola e guastavano l'altra metà. La reggenza, alla quale mancò la virtù ma non il ticchio della guerra, volendo usar quello zelo popolare, apprestò allora un esercito per la Sicilia. Mandovvi le milizie del tema di Kharsiano, così detto da una città dell'Asia Minore, le quali si davan vanto d'essere le più valenti dell'Impero;[538]ma fecero prova contraria in questo incontro. Venute alle mani con Abbâs nelle campagne, cred'io, di Butera, furono rotte con grandissima strage: nove o diecimila uomini uccisi, combattendo no, ma fuggendo; perocchè i Musulmani, vogliosi di esagerare l'agevolezza di lor vittoria, ebber fronte di dire che tre soli credenti vi avessero incontrato il martirio.[539]D'allora in poi non lasciaron tranquilla quella regione. Andati l'anno dugentotrentadue dell'egira (27 agosto 846 a 15 agosto 847) all'assedio di Lentini,antica e notissima città, Fadhl-ibn-Gia'far, il vincitor di Messina, che li capitanava, trovò modo di terminar presto la impresa. Risapendo che i cittadini avessero chiesto soccorso al patrizio il quale si chiudea con le genti a Siracusa o a Castrogiovanni, e che quegli avesse ordinato con essoloro uno assalto da prendere in mezzo i Musulmani, Fadhl ritorse lo stratagemma contro il nemico. Mandato ad accender fuoco per tre notti sopra un monte a vista della città, chè tal segnale era ordinato per annunziare la venuta del patrizio al quarto dì, il capitano musulmano lasciò poche genti sotto Lentini; pose le altre in agguato; e commise alle prime che alla sortita dei cittadini facessero sembiante di fuggire verso l'agguato. E al quarto dì i Lentinesi, armatisi popolarmente per andare a sicura vittoria, la credettero guadagnata ad un soffio, quando videro i Musulmani volger le spalle: onde tutti si posero a inseguirli; nè rimase in città uom che potesse combatter bene o male. Trapassato il luogo delle insidie, i fuggenti rifan testa; le altre schiere avviluppano i Cristiani; li mettono al taglio della spada: e pochissimi ne camparono in città. Pertanto questa s'arrese, non guari dopo, salve le persone e gli averi.[540]Tornò infelice al paro una fazione tentata l'anno appresso (16 agosto 847 a 3 agosto 848) da dieci salandre bizantine, che ponean le genti a terra nella cala di Mondello ad otto miglia da Palermo, per dare il guasto al contado, scrive Ibn-el-Athîr; aggiungendoche, smarrita la via, delusi se ne tornarono alle navi. Dal qual cenno chiunque conosca i luoghi scorgerà un disegno di maggior momento che mera scorreria. Tra i golfi di Mondello e di Palermo s'innalza tutto solo in una vasta pianura e sporge in mare il Pellegrino: monte di bizzarra forma, di quindici o venti miglia di giro; ed ha una salita aspra ma praticabile in faccia a Palermo, un'altra più malagevole assai verso libeccio, poi due o tre sentieri arrisicatissimi; e il resto scosceso, tagliato come a piombo: su l'alto si stendon pianure; ricchi pascoli per ogni luogo; nè mancan acque di pozzi e cisterne. Quivi par si fosse accampato per tre anni Amilcare Barca, nella prima guerra punica, fronteggiando le legioni di Roma. Quivi i Bizantini avrebbero potuto similmente, a voglia loro, tener sicuro un picciol nodo di soldati o nudrire un esercito; minacciando Palermo, ch'è a manco di due miglia dalla parte di scirocco. A ponente avrebbero signoreggiato la fondura di Mondello, in oggi paludosa ma coltivata; la quale fu mezza tra pantano e lago nel secolo ottavo; dal nono al duodecimo fu laguna profonda abbastanza da poterlesi dare il nome diMarsa-t-tînossiaporto-fangosoche troviamo in Edrisi; e tre secoli innanzi l'era volgare era stato capace porto da contenere l'armata di Amilcare: tanto si è ritirato il mare, per alluvione o per sollevamento del suolo, in quello e altri punti della costiera. Il Pellegrino poteva occuparsi solamente per un colpo di mano dalla scala di libeccio: poichè, a tentare l'altra, sarebbe stato presentare battaglia a tuttol'esercito musulmano di Palermo. Però la fazione era audace, non temeraria; e però, non trovata la via, i Bizantini lasciarono ogni speranza e precipitosamente si ritrassero alle navi. Salparono anche a furia; e in una tempesta che si levò perderon sette salandre delle dieci.[541]Guasti adunque i campi della Sicilia in ogni estate dai Musulmani, e l'ottocentoquarantadue anco dalle cavallette,[542]si patì dell'ottocento quarantotto una fame sì cruda, da farsene ricordo tra tante calamità.[543]E forse fu quella carestia che domò Ragusa, forte castello in Val di Noto, surto o appellato, sotto la dominazione bizantina, col medesimo nome della notissima città di Dalmazia. I valorosi abitatori di Ragusa in Sicilia scossero poi sovente il giogo musulmano; ma del quarantotto si arresero senza battaglia al tristo patto di abbandonare tutta la roba ai vincitori; i quali ne presero quant'ei si fidarono di portarne; e prima d'andar via abbatteron le mura. Poi, del dugentotrentacinque dell'egira (25 luglio 849 a 13 luglio 850), piombarono ne' dintorni di Castrogiovanni; e dove posero taglie, dove saccheggiarono, arsero, empierono di stragi le campagne; e impuni si ridussero in Palermo.[544]Quivi il dieci regeb dell'anno appresso (17 gennaio 851) mancò di vita Abu-'l-Aghlab-Ibrahim, dopo sedici anni di governo. Senza uscire giammai dalla capitale, Ibrahim tutto quel tempo avea condotto gagliardamente la guerra per luogotenenti; disegnato con senno le imprese; dato riputazione alle forze navali; infestato l'Italia meridionale; corso l'isola da un capo all'altro; sì che i Cristiani appena vi si difendeano nelle fortezze principali; e, un passo fuori da quelle, nè persona nè roba stava sicura che non pagasse la taglia ai Musulmani. Meritò lode non minore nelle cose della pace; leggendosi negli autori arabi, ch'ei fortemente reggesse e con saviezza ordinasse la colonia: e attestanlo i fatti; poichè posavano al tempo di Ibrahim que' pertinaci movimenti ne' quali avea incontrato la morte Mohammed suo fratello: la tranquillità in casa, la vittoria fuori, i grossi acquisti scompartiti con equità attiravano novelle genti; onde presto crebbe lo esercito, o vogliam dire il popolo musulmano di Palermo, che è lo stesso ragionando di quella età. Nelle memorie dunque della Sicilia musulmana, il nome d'Ibrahim è degno di andar congiunto con quello di Ased-ibn-Forât: due valorosi vecchi; dei quali il giurista con impeto e furore principiò il conquisto, e il guerriero col senno lo assodò.[545]A costui succedette un uom ferocissimo, eletto dalla colonia, Abu-l'Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iacûb-ibn-Fezâra, chiaro per la vittoria sopra i Kharsianiti dell'ottocento quarantasei. E incontanente mandò gualdane che corsero il paese de' Cristiani; li ruppero in più scontri sanguinosi; li avvilirono, dice l'autore delBaiân;[546]e riportarono il bottino ad Abbâs, come scrivono altri annalisti:[547]il che mostra che lo eletto esercitasse ogni ragione di supremo capitano, senza aspettar beneplacito del principe d'Affrica. Questi riconoscendo il diritto della colonia, o non potendo disdire il fatto, mandò tosto ad Abbâsil diploma di elezione. Poi non si mescolò altrimenti nelle faccende di Sicilia; se non che, alla espugnazione di Castrogiovanni, si fece a scriverne lettere solenni ai califo, e gli presentò qualche fior delle spoglie opime, avute come in cortesia dall'emiro di Sicilia. Queste vane cerimonie avanzavano ormai della teocrazia musulmana sì potente e accentrata; nè la Sicilia obbediva all'Affrica, più che questa alla pontifical sede di Bagdad!Abbâs continuò impetuosamente la guerra. Condusse ei medesimo l'esercito il dugento trentasette (4 luglio 851 a 21 giugno 852), affidando lo antiguardo al suo congiunto Ribbâh-ibn-Iakûb, che sempre segnalossi per gran valore, e resse poi la Sicilia. Abbâs dapprima assalì Caltavuturo,[548]forte rôcca nella giogaia delle Madonie, com'abbiam detto; dove per certo aveano osato i Cristiani far testa, poichè Abbâs dava il guasto al contado, ammazzava i prigioni presi in questa correria e tornavasene alla capitale. A primavera (852), sopraccorso in quel di Castrogiovanni, lo depredò e arse, senza poter tirare a battaglia il patrizio bizantino che capitanava il presidio; onde senza intoppi cavalcò gran tratto di paese, e riportonne moltissimi prigioni, non uccisi questa fiata, ma venduti.[549]Poi sendo già venuta la state, ed entrato l'anno dugento trentotto dell'egira (22 giugno 852 a 10 giugno 853), montò su l'armata per andare a fareuna vendetta, di cui si parlerà a suo luogo.[550]Tornò in autunno.[551]Alla nuova stagione, senza uscire di Sicilia, battè i contadi di Castrogiovanni, Catania, Siracusa, Noto, Ragusa; tagliando gli alberi, ardendo le mèssi, facendo prigioni, spargendo scorridori d'ogni intorno; e presa Camerina, o gli abituri che ritenean quel classico nome, si arrestò sotto Butera, in giugno o luglio; poichè di due diligenti cronisti l'uno pone coteste fazioni nell'anno dugento trentotto in cui cominciarono; l'altro nel trentanove in cui finirono (11 giugno 853 a 31 maggio 854).Fu Butera forte città nei tempi musulmani; splendida e famosa nei feudali, sì che diè titolo al primo pari del reame fino alla riforma del mille ottocento quarantotto, nella quale il parlamento siciliano abolì la paría ereditaria. Cotesto nome geografico non apparisce innanzi il nono secolo; nè fabbriche o altri avanzi mostran abitato il luogo in età più antica, e mutatone soltanto il nome sotto i Bizantini. Siede la città in cima ad un colle, a poche miglia dal mare e dal fiume Salso; domina il fertil paese che gli antichi addimandavano Campi Geloi: in guerra, è naturale rifugio di quella popolazione agricola; in tempi di servaggio, albergo dei suoi oppressori. Par che alle prime scorrerie dei cavalli musulmani in Val di Noto i villici più fiate si fossero rifuggiti in quella rôcca. Ma quest'anno ottocento cinquantatrè, Abbâs, vedendoliaffollare al solito covile, pensò coglierveli a un tratto di rete: assediò strettamente Butera oltre cinque mesi; alfine pattuì coi terrazzani che gli consegnassero cinque o sei mila capi, scrivon le croniche, come se fossero capi d'armento; e l'esercito traendosi dietro tanta torma di schiavi tornossene in Palermo.[552]Ignoriamo or noi se orrenda necessità abbia sforzato a questo accordo tutti gli assediati, o se i borghesi,per salvar la roba, abbiano avviluppato con qualche nero tradimento gli inquilini delle campagne, lor fratelli in Cristo, ospiti, o noti per lunga consuetudine, e li abbian dato schiavi al nemico risguardandoli come animali d'altra razza: chè il cristianesimo prima del decimottavo secolo non era sì scrupoloso in fatto di uguaglianza. Quanto ai vincitori, il Dio di Maometto assai più esplicitamente loro abbandonava in anima e in corpo tutti gli uomini di religione diversa; non che que' seimila villani. Perciò gongolando di gioia se li divisero i coloni di Palermo, con l'altro bottino. E parmi evidente che fossero molto ricercati gli schiavi nella colonia per coltivare le terre del Val di Mazara. Perocchè Abbâs-ibn-Fadhl, in tutto il tempo che resse l'isola, pose indistintamente taglie di danari e di uomini alle terre che si calavano agli accordi,[553]e talvolta ricusò la moneta, e volle più tosto gli uomini.[554]E non cessò di affliggere la Sicilia ogni anno, con saccheggi, cattività, arsioni di mèssi, rovine di edifizii, che i cronisti ripetono noiosamente, per lo più senza nominare i luoghi. Così l'anno dugento quaranta dell'egira (1 giugno 854 a 20 maggio 855); così quel d'appresso (21 maggio 855 a 8 maggio 856); nel quale dippiù leggiamo che Abbâs stette per tre mesi in uno altissimo monte, donde mandava scorridoriogni dì a battere il contado di Castrogiovanni, e torme di cavalli per ogni lato dell'isola. Da ciò è manifesto che si tratti dell'Artesino, il quale giace a tramontana di Castrogiovanni, discosto poco più d'otto miglia; l'Artesino dalla cui sommità vien visto grandissimo tratto della Sicilia come in carta geografica a rilievo: e di là poteva il fier capitano abbracciare con lo sguardo la configurazione del paese; notar le principali catene di montagne; affisare su questa e quell'altra vetta le fortezze non espugnate per anco, e giù le ubertose pianure ove fosse da far preda. Forse da quel sito, egli o altro condottiero, immaginò la divisione della Sicilia in tre valli, come poi si chiamarono, i cui limiti si intersecavano non lungi dallo Artesino. Il medesimo anno Abbâs mandava con l'armata un Ali suo fratello; il quale corseggiando raccolse anch'egli e menò in Palermo gran torma di schiavi. Poi la state del dugento quarantadue (9 maggio 856 a 28 aprile 857) Abbâs condusse in persona un esercito più forte dell'usato; espugnò cinque castella di cui non sappiamo altrimenti i nomi. Del quarantatrè (29 aprile 857 a 17 aprile 858), nellasâifacome chiamavano la guerra di state, venutogli fatto di tirare a battaglia il presidio di Castrogiovanni, lo ruppe; e passò oltre a desolare le campagne di Siracusa, Taormina, e altre città. Indi pose il campo ad una fortezza, ch'altri scrive El-Kasr-el-Gedîd, ossia il Castel Nuovo; altri, con lievissima variante ortografica, Kasr-el-Hedîd, che suona il Castello del Ferro; e io credo, per la importanza sua, sia Gagliano, nominata dal Beladori che vivea di questo tempo aBagdad. Gagliano fu rôcca di momento nelle guerre siciliane del medio evo; e serba oggi il nome con vestigia di formidabili fortificazioni di natura e d'arte. Assediolla Abbâs per due mesi; a capo dei quali, profferta da' terrazzani una taglia di quindicimila dinâr, o vogliam dire da dugento diciassettemila lire, la ricusò; strinse tuttavia il castello, ed ebbelo alfine a patti che le fabbriche fossero distrutte, che uscissero liberi sol dugento cittadini; gli altri rimanessero schiavi: e infatti menosseli in Palermo, e li vendè.[555]Lo stesso anno si arrese Cefalù la quale fu anco smantellata; ma andarono liberi tutti i cittadini: patto men tristo secondo i tempi; accordato da Abbâs, com'egli è manifesto,perchè Cefalù, stando in sul mare, non si potea di leggieri ridurre per fame.[556]Più fortunosi eventi segnalavano l'anno dugentoquarantaquattro dell'egira (18 aprile 858 a 6 aprile 859). La state, uscivano a un tempo di Palermo l'esercito condotto da Abbâs e l'armata da Ali suo fratello: de' quali il primo depredò, senza trovare ostacolo, i contadi di Castrogiovanni e Siracusa, e fece ritorno in Palermo. Ali trovossi nei mari di Creta, non per assaltare la colonia musulmana com'altri ha pensato; ma forse accadde che scorrendo le costiere di Puglia, ove aspramente combatteano Musulmani e Cristiani, egli avesse preso a inseguire per lo Adriatico legni bizantini, o i venti lo avessero trasportato sì lungi. S'avvenne in quaranta salandre bizantine il cui capitano era detto il Cretese, e potrebbe essere quel medesimo Giovanni che resse il Peloponneso nell'ottocento ottantaquattro,[557]soprannominato il Cretese, forse dopo questa battaglia, per vezzo di romaneggiare e mancanza di più segnalate vittorie. Il Cretese, combattendo con Ali nella state dell'ottocento cinquantotto, perdea dapprima dieci navi con tutte le ciurme; poi, rappiccata la zuffa e voltata la fortuna, egli diè una sanguinosa rotta ai Musulmani, lor prese dieci navi: e Ali con gli avanzi dell'armata si ridusse nel porto di Palermo.[558]Sopravvenuto in questo il verno, e andata, com'era usanza, una seconda gualdana nel contado di Castrogiovanni a spigolar bottino e prigioni, riportò tra gli altri in Palermo un uomo di molta nota in sua nazione.[559]Abbâs comandava di metterlo a morte, ardendo tuttavia di rabbia per lo caso dell'armata, ovvero infingendosene per cavar più grosso riscatto; o fu che quel gentiluomo nulla valea nel mercato delli schiavi, se povero e tristo egli era della persona come dell'animo. Fattosi costui ad Abbâs con patrizia disinvoltura, “Lasciami la vita,” gli disse, “e darotti un avviso che fa per te.” “Qual è?” domandogli l'emiro, trattol da solo a solo; e il traditore a lui: “Ti darò in mano Castrogiovanni. In questo verno,” proseguì, “tra coteste nevi il presidio non aspettandosi assalti, sta a mala guardia; talchè, se vuoi mandar meco una parte dell'esercito, saprò io farla entrare in Castrogiovanni.” Abbâs assentiva. Trascelti mille cavalli e settecento uomini da piè dei più valenti, li spartìin drappelli di dieci uomini; pose un capo su ciascun drappello; apprestò segretamente ogni altra cosa; e capitanando egli stesso le genti, uscì nottetempo dalla capitale. Scansò, com'ei pare, la solita via di Caltavuturo, aspra e difficilissima il verno, la quale corre quasi in filo da Palermo a Castrogiovanni su la dirittura di sirocco levante; e seguì l'altra più lunga e agevole che mena a Caltanissetta, città a sedici miglia a libeccio dalla insidiata rôcca. Leggendosi che lo stuolo musulmano sostasse a una stazione dalla montagna del lago,[560]del lago Pergusa per certo, lontano cinque miglia a mezzodì da Castrogiovanni, si dee supporre la fermata a Caltanissetta ovvero a Pietraperzia, terra vicina. Rimasovi come in agguato col grosso delle genti, Abbâs mandava a compiere la più ardua parte della fazione Ribbâh, con una mano di fortissimi eletti tra que' forti: i quali mossero senza strepito al far della notte, recando seco loro legato il traditore cristiano; che Ribbâh sel facea camminare dinanzi, nè gli levava gli occhi d'addosso. È manifesto che volendo tentar la salita dond'era più difficile e però men guardata, la schiera di Ribbâh doveasi indirizzare alla costa settentrionale del monte di Castrogiovanni, dal qual canto torreggia la rôcca: e che Abbâs dovea cavalcar poche ore dopo, alla volta del lago Pergusa per montare a Castrogiovannidalla parte meridionale ov'era il sobborgo; e scoprirsi quando Ribbâh fosse padrone della rôcca. Così par ch'abbian fatto gli assalitori. Ribbâh, cominciato a inerpicarsi per l'erta come accennava il prigione, trovò una roccia stagliata; vi appoggiò le scale apparecchiate a quest'effetto; e si trovò alfine sotto la cittadella, cominciando a far l'alba. Ora fatale a tante fortezze assediate, parendo passato il pericolo con la notte: e così le scolte della rôcca si eran date al sonno. Il traditore menò allora i Musulmani alla bocca d'un aquidotto che s'apriva sotto le mura;[561]dove ad uno ad uno si imbucarono, e rividero il cielo ch'eran già dentro la fortezza. Si avventano impetuosi su i Bizantini; uccidono chiunque lor si para dinanzi; e schiudon la porta. Abbâs allora spronò a traverso il sobborgo; entrò nella rôcca che appena spuntava il sole, all'ora della prece mattutina dei Musulmani, il quindici scewâl dugentoquarantaquattro e ventiquattro gennaio ottocento cinquantanove dell'era cristiana. A niuno de' soldati cristiani si perdonò la vita. Figliuoli di principi, aggiugne la cronica, furon fatti prigioni; e donzelle patrizie coi loro gioielli; e il rimagnente del bottino chi il potea contare? Immantinente Abbâs inaugurava una moschea; facea drizzarvi la ringhiera; e salitovi il prossimo venerdì, il dì della unione, come il chiamano i Musulmani sapendo da' lor teologi che un tal giorno si fossero uniti insieme gli elementi del mondo, il feroce condottiero, tra le fresche stragi e 'l pianto delle vittime e gli eccessidei vincitori, arringava i suoi: umile ed empio, riferiva ad Allâh la vittoria di Castrogiovanni.[562]La quale si noverò tra le più notabili di quel tempo:[563]e tanta fu l'allegrezza dei Musulmani, che, obbliando lor gelosie di Stato, lo emiro di Sicilia mandava spoglie opime al principe aghlabita d'Affrica; e questi trascegliea donne e fanciulli prigioni per farne presente al pontefice di sua setta a Bagdad.[564]Sparso intanto il nunzio tra le popolazioni cristiane dell'isola, soggette o no ai Musulmani, le quali per trent'anni avean guardato alla rôcca di Castrogiovanni come a pegno di liberazione, alla prima n'ebber tale uno spavento che gli Arabi si affrettavano a scrivere avvilito e conculcato in quella stagione il politeismo di Sicilia. Ma succedendo allo sbigottimento sensi più generosi, venne fatto ai Siciliani di tirare a uno sforzo di guerra lo imperatore Michele terzo; involto com'egli era tra crapule, libidini, scempie buffonerie, raggiri di corte e gare di prelati. Della quale impresa tacciono i cronisti bizantini, preoccupati al tutto di quelle brutture; e se ne troviamricordo, è dato dagli Arabi: però, breve ed incerto. I preparamenti sembran degni di Michele l'Ubbriaco. Fatte venire le soldatesche di Cappadocia, com'io leggerei; gittate su trecento salandre; date a capitanare a un patrizio: che altro mancava a ripigliar la Sicilia? Posero a terra a Siracusa, nell'autunno del medesimo anno ottocentocinquantanove, o nella state del sessanta: e par che tosto movessero accompagnate dall'armata, verso la costiera settentrionale. Perchè Abbâs, al dire d'Ibn-el-Athîr, uscì di Palermo ad incontrare il nemico; lo combattè, lo ruppe, lo inseguì fino alle navi, gliene prese cento, fe' orribile macello degli uomini; e de' suoi perdè tre soli, uccisi di saette, aggiugne l'annalista,[565]ricantando la stessa fola della vittoria sopra i Kharsianiti. Pur è notevole che tal vanto dei vincitori, certo argomento dell'altrui viltà, si dica in quelle due solesconfitte di eserciti venuti d'oltremare; non mai nei combattimenti contro i Cristiani di Sicilia.Ai quali non mancò il cuore in questo incontro. Perchè veggiamo sollevarsi al primo comparire dei rinforzi bizantini, e non piegare facilmente il collo dopo la sconfitta loro, molte castella dell'isola: Platani, Caltabellotta, Caltavuturo, ricordate di sopra, e inoltre Sutera,[566]una terra che non so se vada letta Ibla, Avola o Entella,[567]Kalat-Abd-el-Mumîn,[568]e altre di cui non si dicono i nomi; che tutte avean già promesso obbedienza e tributo ai Musulmani. Abbâs sopraccorreva immantinente a gastigarle dell'anno dugentoquarantasei (27 marzo 860 a 15 marzo 861). Fattoglisi incontro lo esercito cristiano, accozzato forse da quei municipii, lo sbaragliò Abbâs con molta strage; e passando oltre, pose l'assedio a Kalat-Abd-el-Mumîn,ed a Platani. E indarno vi si affaticava, quando seppe esser giunto, dice Ibn-el-Athîr, un altro esercito bizantino: gli avanzi forse dei Cappadoci, ingrossati dalle milizie dell'isola; i quali pare che marciassero lungo la costiera settentrionale sopra Palermo. Contro costoro si volse Abbâs, lasciando lo assedio; valicò i monti; trovò il nemico presso Cefalù; e dopo una zuffa ostinata, superatolo con l'usato valore, malconcio lo rimandò a Siracusa. Egli, tornato in Palermo, fece subito ristorare le fortificazioni di Castrogiovanni, racconciare le case, e posevi un grosso presidio musulmano. Ciò mostra che universale e di momento era stato lo sforzo de' Siciliani. Ma pare che la seconda sconfitta dello esercito imperiale li abbia consigliato a posare le armi: poichè non si intende più nulla di loro; e l'anno seguente dell'egira (16 marzo 861 a 5 marzo 862) si vede Abbâs andare spensierato a saccheggiar il contado di Siracusa, come solea prima della presa di Castrogiovanni.Al ritorno da questa scorreria, era giunto alle Grotte di Karkana[569]quando si ammalò, e trapassò alterzo giorno, il tre giumadi secondo (13 agosto 861), dopo undici anni di continua guerra; chè non passò anno, ripetono i cronisti, che la state o il verno, o in ambe le stagioni, non corresse i paesi cristiani della Sicilia, e talvolta anco di Calabria e di Puglia, ove pose colonie de' suoi. Seppellivanlo i Musulmani là dove ei morì; ma non prima furono partiti, che i Cristiani, con vana vendetta, esumarono e arsero il cadavere del crudel capitano, al cui nome tremavano ancora.[570]
Com'ai forti non manca giammai chi abbia bisogno di loro, e, per fuggire altro pericolo più imminente, corra dassè ad avvilupparsi nella rete; così iMusulmani di Sicilia presto trovarono amici in terraferma. L'Italia dopo la morte di Carlomagno era rimasta a un tempo serva, divisa e mal sicura. I principi Franchi, signori della parte settentrionale, impediti da discordie di famiglia e dalla troppa vastità dell'impero non pensavano ad allargare i confini nella penisola. I papi, mezzi principi e mezzi cappellani del novello impero, teneano senza spada l'Italia centrale, insudiciandosi in ogni scandalo della corte di Francia. All'incontro i principi longobardi di Benevento, liberi dal timore dei papi e dei Carlovingi e padroni pressochè di tutta la regione meridionale, agognavano ad occupare quella striscia di costiera, ove, con maravigliosa costanza e poche forze, resistean loro le repubbliche di Napoli, Amalfi, Sorrento, Gaeta. Nelle vicende di cotesta lotta disuguale, Napoli ch'era come capo di quelle città, da Gaeta in fuori, avea promesso tributo ai principi di Benevento. Ma l'ottocentotrentasei, volendosene svincolare l'audace repubblica o crescendo la tracotanza del principe Sicardo, si raccese la guerra. Disperando d'avere aiuti dagli imperatori d'Oriente o d'Occidente, Andrea console di Napoli si volse ai Musulmani di Sicilia. Mandatovi a quest'effetto un segretario, i Musulmani colsero il destro: andarono a Napoli con un'armatetta; la quale costrinse Sicardo a levare l'assedio, a fare un trattato coi Napoletani, ed a render loro i prigioni.[532]Questo principio ebbe la lega dellarepubblica di Napoli con gli emiri di Sicilia, che durò mezzo secolo, fino al novecento, con tutte le scomuniche dei papi, le minacce degli imperatori e la rapacità e insolenza dei Musulmani. Son corsi già dieci secoli, nè la storia ci rammenta altro intimo accordo che questo tra i due paesi, cristiani, italiani e oppressi entrambi; sì che ben avrebbero avuto ed avrebbero cagione di accostarsi l'uno all'altro, d'amarsi, d'aiutarsi a vicenda!
In altro capitolo si tratterà la guerra condotta dai Musulmani in terraferma; dove si vedranno appieno le conseguenze della detta lega, e si scoprirà la man dei Napoletani che guidava que' pericolosi amici su per l'Adriatico, a fine di gittarli addosso ai Longobardi e di sviarli sempre dalla costiera occidentale. Al quale effetto occorrendo procacciar loro un porto nel lato orientale della Sicilia occupato dai Bizantini, si comprenderà di leggieri come la repubblica di Napoli aiutasse i Musulmani all'assedio di Messina; se pur non fu dessa che lo consigliò.
Andò a questa impresa con l'armata, correndo l'anno dugentoventotto dell'egira (9 ottobre 842 a 28 settembre 843), Fadhl-ibn-Gia'far della tribùdi Hamadân; il quale, sbarcato in sul porto, cominciò a stringere la città insieme coi Napoletani che già gli avean chiesto l'accordo, scrive Ibn-el-Athîr. Sparse Fadhl sue gualdane per la campagna; ma nè quei guasti, nè i frequenti e gagliardi assalti dei Musulmani, valsero a sbigottire i Messinesi, eroica gente in tutti i tempi. Alfine, il capitan musulmano, mandata una parte de' suoi a girar dietro i monti e salir da quello che sovrasta alla città, presentò la battaglia, sì com'ei solea fare, dalla marina; attirò a quella parte tutte le forze del presidio: e in questo l'altra schiera irrompeva in città dall'alto; feriva alle spalle i difenditori; li scompigliava; e Messina era presa.[533]Pur non leggiamo che Fadhl vi abbia sparso molto sangue. Il medesimo anno cadde in poter dei Musulmani un'altra città che Ibn-el-Athîr chiama Meskân, o Miskân;[534]importante al certo, poich'ei ne fe' menzione; ma non ritrovo tal nome appo i geografi antichi, nè altrove. Se si leggesseMihkân, che veggiamo in Edrisi, risponderebbe ad Alimena; la quale è terra in sito assai forte, a cavaliere su la riva del Salso e in su la strada che mena da Palermo nel Val di Noto valicando le Madonie a Caltavuturo: sentieri alpestri, tinti di molto sangue in quelle guerre.[535]
E veramente non tardava lo esercito di Palermo ad assaltare il Val di Noto. Espugnovvi dell'ottocento quarantacinque le rôcche di Modica,[536]città antica, le quali così al plurale sono ricordate nella cronica di Cambridge; e ciò mostra che parecchi castelli difendessero i poggi frastagliati da due burroni, ov'oggi siede la città. Forse l'anno medesimo, i Musulmani capitanati da Abu-'l-Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iakûb-ibn-Fezâra, ebbero a combattere un esercito in quella provincia. Par che alla morte di Teofilo (20 gennaio 842) la ristorazione del culto delle immagini, savio provvedimento poichè tanto lo sospiravano i popoli, abbia dato riputazione alla reggenza dell'imperatrice Teodora appo i Siciliani. Scorgiamo, in fatti, da uno scritto contemporaneo[537]il bollor delle passioni che destò in Sicilia la festa della Ortodossia,istituita in quell'incontro, da far quasi dimenticare che i Musulmani occupavano mezza l'isola e guastavano l'altra metà. La reggenza, alla quale mancò la virtù ma non il ticchio della guerra, volendo usar quello zelo popolare, apprestò allora un esercito per la Sicilia. Mandovvi le milizie del tema di Kharsiano, così detto da una città dell'Asia Minore, le quali si davan vanto d'essere le più valenti dell'Impero;[538]ma fecero prova contraria in questo incontro. Venute alle mani con Abbâs nelle campagne, cred'io, di Butera, furono rotte con grandissima strage: nove o diecimila uomini uccisi, combattendo no, ma fuggendo; perocchè i Musulmani, vogliosi di esagerare l'agevolezza di lor vittoria, ebber fronte di dire che tre soli credenti vi avessero incontrato il martirio.[539]
D'allora in poi non lasciaron tranquilla quella regione. Andati l'anno dugentotrentadue dell'egira (27 agosto 846 a 15 agosto 847) all'assedio di Lentini,antica e notissima città, Fadhl-ibn-Gia'far, il vincitor di Messina, che li capitanava, trovò modo di terminar presto la impresa. Risapendo che i cittadini avessero chiesto soccorso al patrizio il quale si chiudea con le genti a Siracusa o a Castrogiovanni, e che quegli avesse ordinato con essoloro uno assalto da prendere in mezzo i Musulmani, Fadhl ritorse lo stratagemma contro il nemico. Mandato ad accender fuoco per tre notti sopra un monte a vista della città, chè tal segnale era ordinato per annunziare la venuta del patrizio al quarto dì, il capitano musulmano lasciò poche genti sotto Lentini; pose le altre in agguato; e commise alle prime che alla sortita dei cittadini facessero sembiante di fuggire verso l'agguato. E al quarto dì i Lentinesi, armatisi popolarmente per andare a sicura vittoria, la credettero guadagnata ad un soffio, quando videro i Musulmani volger le spalle: onde tutti si posero a inseguirli; nè rimase in città uom che potesse combatter bene o male. Trapassato il luogo delle insidie, i fuggenti rifan testa; le altre schiere avviluppano i Cristiani; li mettono al taglio della spada: e pochissimi ne camparono in città. Pertanto questa s'arrese, non guari dopo, salve le persone e gli averi.[540]
Tornò infelice al paro una fazione tentata l'anno appresso (16 agosto 847 a 3 agosto 848) da dieci salandre bizantine, che ponean le genti a terra nella cala di Mondello ad otto miglia da Palermo, per dare il guasto al contado, scrive Ibn-el-Athîr; aggiungendoche, smarrita la via, delusi se ne tornarono alle navi. Dal qual cenno chiunque conosca i luoghi scorgerà un disegno di maggior momento che mera scorreria. Tra i golfi di Mondello e di Palermo s'innalza tutto solo in una vasta pianura e sporge in mare il Pellegrino: monte di bizzarra forma, di quindici o venti miglia di giro; ed ha una salita aspra ma praticabile in faccia a Palermo, un'altra più malagevole assai verso libeccio, poi due o tre sentieri arrisicatissimi; e il resto scosceso, tagliato come a piombo: su l'alto si stendon pianure; ricchi pascoli per ogni luogo; nè mancan acque di pozzi e cisterne. Quivi par si fosse accampato per tre anni Amilcare Barca, nella prima guerra punica, fronteggiando le legioni di Roma. Quivi i Bizantini avrebbero potuto similmente, a voglia loro, tener sicuro un picciol nodo di soldati o nudrire un esercito; minacciando Palermo, ch'è a manco di due miglia dalla parte di scirocco. A ponente avrebbero signoreggiato la fondura di Mondello, in oggi paludosa ma coltivata; la quale fu mezza tra pantano e lago nel secolo ottavo; dal nono al duodecimo fu laguna profonda abbastanza da poterlesi dare il nome diMarsa-t-tînossiaporto-fangosoche troviamo in Edrisi; e tre secoli innanzi l'era volgare era stato capace porto da contenere l'armata di Amilcare: tanto si è ritirato il mare, per alluvione o per sollevamento del suolo, in quello e altri punti della costiera. Il Pellegrino poteva occuparsi solamente per un colpo di mano dalla scala di libeccio: poichè, a tentare l'altra, sarebbe stato presentare battaglia a tuttol'esercito musulmano di Palermo. Però la fazione era audace, non temeraria; e però, non trovata la via, i Bizantini lasciarono ogni speranza e precipitosamente si ritrassero alle navi. Salparono anche a furia; e in una tempesta che si levò perderon sette salandre delle dieci.[541]
Guasti adunque i campi della Sicilia in ogni estate dai Musulmani, e l'ottocentoquarantadue anco dalle cavallette,[542]si patì dell'ottocento quarantotto una fame sì cruda, da farsene ricordo tra tante calamità.[543]E forse fu quella carestia che domò Ragusa, forte castello in Val di Noto, surto o appellato, sotto la dominazione bizantina, col medesimo nome della notissima città di Dalmazia. I valorosi abitatori di Ragusa in Sicilia scossero poi sovente il giogo musulmano; ma del quarantotto si arresero senza battaglia al tristo patto di abbandonare tutta la roba ai vincitori; i quali ne presero quant'ei si fidarono di portarne; e prima d'andar via abbatteron le mura. Poi, del dugentotrentacinque dell'egira (25 luglio 849 a 13 luglio 850), piombarono ne' dintorni di Castrogiovanni; e dove posero taglie, dove saccheggiarono, arsero, empierono di stragi le campagne; e impuni si ridussero in Palermo.[544]
Quivi il dieci regeb dell'anno appresso (17 gennaio 851) mancò di vita Abu-'l-Aghlab-Ibrahim, dopo sedici anni di governo. Senza uscire giammai dalla capitale, Ibrahim tutto quel tempo avea condotto gagliardamente la guerra per luogotenenti; disegnato con senno le imprese; dato riputazione alle forze navali; infestato l'Italia meridionale; corso l'isola da un capo all'altro; sì che i Cristiani appena vi si difendeano nelle fortezze principali; e, un passo fuori da quelle, nè persona nè roba stava sicura che non pagasse la taglia ai Musulmani. Meritò lode non minore nelle cose della pace; leggendosi negli autori arabi, ch'ei fortemente reggesse e con saviezza ordinasse la colonia: e attestanlo i fatti; poichè posavano al tempo di Ibrahim que' pertinaci movimenti ne' quali avea incontrato la morte Mohammed suo fratello: la tranquillità in casa, la vittoria fuori, i grossi acquisti scompartiti con equità attiravano novelle genti; onde presto crebbe lo esercito, o vogliam dire il popolo musulmano di Palermo, che è lo stesso ragionando di quella età. Nelle memorie dunque della Sicilia musulmana, il nome d'Ibrahim è degno di andar congiunto con quello di Ased-ibn-Forât: due valorosi vecchi; dei quali il giurista con impeto e furore principiò il conquisto, e il guerriero col senno lo assodò.[545]
A costui succedette un uom ferocissimo, eletto dalla colonia, Abu-l'Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iacûb-ibn-Fezâra, chiaro per la vittoria sopra i Kharsianiti dell'ottocento quarantasei. E incontanente mandò gualdane che corsero il paese de' Cristiani; li ruppero in più scontri sanguinosi; li avvilirono, dice l'autore delBaiân;[546]e riportarono il bottino ad Abbâs, come scrivono altri annalisti:[547]il che mostra che lo eletto esercitasse ogni ragione di supremo capitano, senza aspettar beneplacito del principe d'Affrica. Questi riconoscendo il diritto della colonia, o non potendo disdire il fatto, mandò tosto ad Abbâsil diploma di elezione. Poi non si mescolò altrimenti nelle faccende di Sicilia; se non che, alla espugnazione di Castrogiovanni, si fece a scriverne lettere solenni ai califo, e gli presentò qualche fior delle spoglie opime, avute come in cortesia dall'emiro di Sicilia. Queste vane cerimonie avanzavano ormai della teocrazia musulmana sì potente e accentrata; nè la Sicilia obbediva all'Affrica, più che questa alla pontifical sede di Bagdad!
Abbâs continuò impetuosamente la guerra. Condusse ei medesimo l'esercito il dugento trentasette (4 luglio 851 a 21 giugno 852), affidando lo antiguardo al suo congiunto Ribbâh-ibn-Iakûb, che sempre segnalossi per gran valore, e resse poi la Sicilia. Abbâs dapprima assalì Caltavuturo,[548]forte rôcca nella giogaia delle Madonie, com'abbiam detto; dove per certo aveano osato i Cristiani far testa, poichè Abbâs dava il guasto al contado, ammazzava i prigioni presi in questa correria e tornavasene alla capitale. A primavera (852), sopraccorso in quel di Castrogiovanni, lo depredò e arse, senza poter tirare a battaglia il patrizio bizantino che capitanava il presidio; onde senza intoppi cavalcò gran tratto di paese, e riportonne moltissimi prigioni, non uccisi questa fiata, ma venduti.[549]Poi sendo già venuta la state, ed entrato l'anno dugento trentotto dell'egira (22 giugno 852 a 10 giugno 853), montò su l'armata per andare a fareuna vendetta, di cui si parlerà a suo luogo.[550]Tornò in autunno.[551]Alla nuova stagione, senza uscire di Sicilia, battè i contadi di Castrogiovanni, Catania, Siracusa, Noto, Ragusa; tagliando gli alberi, ardendo le mèssi, facendo prigioni, spargendo scorridori d'ogni intorno; e presa Camerina, o gli abituri che ritenean quel classico nome, si arrestò sotto Butera, in giugno o luglio; poichè di due diligenti cronisti l'uno pone coteste fazioni nell'anno dugento trentotto in cui cominciarono; l'altro nel trentanove in cui finirono (11 giugno 853 a 31 maggio 854).
Fu Butera forte città nei tempi musulmani; splendida e famosa nei feudali, sì che diè titolo al primo pari del reame fino alla riforma del mille ottocento quarantotto, nella quale il parlamento siciliano abolì la paría ereditaria. Cotesto nome geografico non apparisce innanzi il nono secolo; nè fabbriche o altri avanzi mostran abitato il luogo in età più antica, e mutatone soltanto il nome sotto i Bizantini. Siede la città in cima ad un colle, a poche miglia dal mare e dal fiume Salso; domina il fertil paese che gli antichi addimandavano Campi Geloi: in guerra, è naturale rifugio di quella popolazione agricola; in tempi di servaggio, albergo dei suoi oppressori. Par che alle prime scorrerie dei cavalli musulmani in Val di Noto i villici più fiate si fossero rifuggiti in quella rôcca. Ma quest'anno ottocento cinquantatrè, Abbâs, vedendoliaffollare al solito covile, pensò coglierveli a un tratto di rete: assediò strettamente Butera oltre cinque mesi; alfine pattuì coi terrazzani che gli consegnassero cinque o sei mila capi, scrivon le croniche, come se fossero capi d'armento; e l'esercito traendosi dietro tanta torma di schiavi tornossene in Palermo.[552]
Ignoriamo or noi se orrenda necessità abbia sforzato a questo accordo tutti gli assediati, o se i borghesi,per salvar la roba, abbiano avviluppato con qualche nero tradimento gli inquilini delle campagne, lor fratelli in Cristo, ospiti, o noti per lunga consuetudine, e li abbian dato schiavi al nemico risguardandoli come animali d'altra razza: chè il cristianesimo prima del decimottavo secolo non era sì scrupoloso in fatto di uguaglianza. Quanto ai vincitori, il Dio di Maometto assai più esplicitamente loro abbandonava in anima e in corpo tutti gli uomini di religione diversa; non che que' seimila villani. Perciò gongolando di gioia se li divisero i coloni di Palermo, con l'altro bottino. E parmi evidente che fossero molto ricercati gli schiavi nella colonia per coltivare le terre del Val di Mazara. Perocchè Abbâs-ibn-Fadhl, in tutto il tempo che resse l'isola, pose indistintamente taglie di danari e di uomini alle terre che si calavano agli accordi,[553]e talvolta ricusò la moneta, e volle più tosto gli uomini.[554]
E non cessò di affliggere la Sicilia ogni anno, con saccheggi, cattività, arsioni di mèssi, rovine di edifizii, che i cronisti ripetono noiosamente, per lo più senza nominare i luoghi. Così l'anno dugento quaranta dell'egira (1 giugno 854 a 20 maggio 855); così quel d'appresso (21 maggio 855 a 8 maggio 856); nel quale dippiù leggiamo che Abbâs stette per tre mesi in uno altissimo monte, donde mandava scorridoriogni dì a battere il contado di Castrogiovanni, e torme di cavalli per ogni lato dell'isola. Da ciò è manifesto che si tratti dell'Artesino, il quale giace a tramontana di Castrogiovanni, discosto poco più d'otto miglia; l'Artesino dalla cui sommità vien visto grandissimo tratto della Sicilia come in carta geografica a rilievo: e di là poteva il fier capitano abbracciare con lo sguardo la configurazione del paese; notar le principali catene di montagne; affisare su questa e quell'altra vetta le fortezze non espugnate per anco, e giù le ubertose pianure ove fosse da far preda. Forse da quel sito, egli o altro condottiero, immaginò la divisione della Sicilia in tre valli, come poi si chiamarono, i cui limiti si intersecavano non lungi dallo Artesino. Il medesimo anno Abbâs mandava con l'armata un Ali suo fratello; il quale corseggiando raccolse anch'egli e menò in Palermo gran torma di schiavi. Poi la state del dugento quarantadue (9 maggio 856 a 28 aprile 857) Abbâs condusse in persona un esercito più forte dell'usato; espugnò cinque castella di cui non sappiamo altrimenti i nomi. Del quarantatrè (29 aprile 857 a 17 aprile 858), nellasâifacome chiamavano la guerra di state, venutogli fatto di tirare a battaglia il presidio di Castrogiovanni, lo ruppe; e passò oltre a desolare le campagne di Siracusa, Taormina, e altre città. Indi pose il campo ad una fortezza, ch'altri scrive El-Kasr-el-Gedîd, ossia il Castel Nuovo; altri, con lievissima variante ortografica, Kasr-el-Hedîd, che suona il Castello del Ferro; e io credo, per la importanza sua, sia Gagliano, nominata dal Beladori che vivea di questo tempo aBagdad. Gagliano fu rôcca di momento nelle guerre siciliane del medio evo; e serba oggi il nome con vestigia di formidabili fortificazioni di natura e d'arte. Assediolla Abbâs per due mesi; a capo dei quali, profferta da' terrazzani una taglia di quindicimila dinâr, o vogliam dire da dugento diciassettemila lire, la ricusò; strinse tuttavia il castello, ed ebbelo alfine a patti che le fabbriche fossero distrutte, che uscissero liberi sol dugento cittadini; gli altri rimanessero schiavi: e infatti menosseli in Palermo, e li vendè.[555]Lo stesso anno si arrese Cefalù la quale fu anco smantellata; ma andarono liberi tutti i cittadini: patto men tristo secondo i tempi; accordato da Abbâs, com'egli è manifesto,perchè Cefalù, stando in sul mare, non si potea di leggieri ridurre per fame.[556]
Più fortunosi eventi segnalavano l'anno dugentoquarantaquattro dell'egira (18 aprile 858 a 6 aprile 859). La state, uscivano a un tempo di Palermo l'esercito condotto da Abbâs e l'armata da Ali suo fratello: de' quali il primo depredò, senza trovare ostacolo, i contadi di Castrogiovanni e Siracusa, e fece ritorno in Palermo. Ali trovossi nei mari di Creta, non per assaltare la colonia musulmana com'altri ha pensato; ma forse accadde che scorrendo le costiere di Puglia, ove aspramente combatteano Musulmani e Cristiani, egli avesse preso a inseguire per lo Adriatico legni bizantini, o i venti lo avessero trasportato sì lungi. S'avvenne in quaranta salandre bizantine il cui capitano era detto il Cretese, e potrebbe essere quel medesimo Giovanni che resse il Peloponneso nell'ottocento ottantaquattro,[557]soprannominato il Cretese, forse dopo questa battaglia, per vezzo di romaneggiare e mancanza di più segnalate vittorie. Il Cretese, combattendo con Ali nella state dell'ottocento cinquantotto, perdea dapprima dieci navi con tutte le ciurme; poi, rappiccata la zuffa e voltata la fortuna, egli diè una sanguinosa rotta ai Musulmani, lor prese dieci navi: e Ali con gli avanzi dell'armata si ridusse nel porto di Palermo.[558]
Sopravvenuto in questo il verno, e andata, com'era usanza, una seconda gualdana nel contado di Castrogiovanni a spigolar bottino e prigioni, riportò tra gli altri in Palermo un uomo di molta nota in sua nazione.[559]Abbâs comandava di metterlo a morte, ardendo tuttavia di rabbia per lo caso dell'armata, ovvero infingendosene per cavar più grosso riscatto; o fu che quel gentiluomo nulla valea nel mercato delli schiavi, se povero e tristo egli era della persona come dell'animo. Fattosi costui ad Abbâs con patrizia disinvoltura, “Lasciami la vita,” gli disse, “e darotti un avviso che fa per te.” “Qual è?” domandogli l'emiro, trattol da solo a solo; e il traditore a lui: “Ti darò in mano Castrogiovanni. In questo verno,” proseguì, “tra coteste nevi il presidio non aspettandosi assalti, sta a mala guardia; talchè, se vuoi mandar meco una parte dell'esercito, saprò io farla entrare in Castrogiovanni.” Abbâs assentiva. Trascelti mille cavalli e settecento uomini da piè dei più valenti, li spartìin drappelli di dieci uomini; pose un capo su ciascun drappello; apprestò segretamente ogni altra cosa; e capitanando egli stesso le genti, uscì nottetempo dalla capitale. Scansò, com'ei pare, la solita via di Caltavuturo, aspra e difficilissima il verno, la quale corre quasi in filo da Palermo a Castrogiovanni su la dirittura di sirocco levante; e seguì l'altra più lunga e agevole che mena a Caltanissetta, città a sedici miglia a libeccio dalla insidiata rôcca. Leggendosi che lo stuolo musulmano sostasse a una stazione dalla montagna del lago,[560]del lago Pergusa per certo, lontano cinque miglia a mezzodì da Castrogiovanni, si dee supporre la fermata a Caltanissetta ovvero a Pietraperzia, terra vicina. Rimasovi come in agguato col grosso delle genti, Abbâs mandava a compiere la più ardua parte della fazione Ribbâh, con una mano di fortissimi eletti tra que' forti: i quali mossero senza strepito al far della notte, recando seco loro legato il traditore cristiano; che Ribbâh sel facea camminare dinanzi, nè gli levava gli occhi d'addosso. È manifesto che volendo tentar la salita dond'era più difficile e però men guardata, la schiera di Ribbâh doveasi indirizzare alla costa settentrionale del monte di Castrogiovanni, dal qual canto torreggia la rôcca: e che Abbâs dovea cavalcar poche ore dopo, alla volta del lago Pergusa per montare a Castrogiovannidalla parte meridionale ov'era il sobborgo; e scoprirsi quando Ribbâh fosse padrone della rôcca. Così par ch'abbian fatto gli assalitori. Ribbâh, cominciato a inerpicarsi per l'erta come accennava il prigione, trovò una roccia stagliata; vi appoggiò le scale apparecchiate a quest'effetto; e si trovò alfine sotto la cittadella, cominciando a far l'alba. Ora fatale a tante fortezze assediate, parendo passato il pericolo con la notte: e così le scolte della rôcca si eran date al sonno. Il traditore menò allora i Musulmani alla bocca d'un aquidotto che s'apriva sotto le mura;[561]dove ad uno ad uno si imbucarono, e rividero il cielo ch'eran già dentro la fortezza. Si avventano impetuosi su i Bizantini; uccidono chiunque lor si para dinanzi; e schiudon la porta. Abbâs allora spronò a traverso il sobborgo; entrò nella rôcca che appena spuntava il sole, all'ora della prece mattutina dei Musulmani, il quindici scewâl dugentoquarantaquattro e ventiquattro gennaio ottocento cinquantanove dell'era cristiana. A niuno de' soldati cristiani si perdonò la vita. Figliuoli di principi, aggiugne la cronica, furon fatti prigioni; e donzelle patrizie coi loro gioielli; e il rimagnente del bottino chi il potea contare? Immantinente Abbâs inaugurava una moschea; facea drizzarvi la ringhiera; e salitovi il prossimo venerdì, il dì della unione, come il chiamano i Musulmani sapendo da' lor teologi che un tal giorno si fossero uniti insieme gli elementi del mondo, il feroce condottiero, tra le fresche stragi e 'l pianto delle vittime e gli eccessidei vincitori, arringava i suoi: umile ed empio, riferiva ad Allâh la vittoria di Castrogiovanni.[562]La quale si noverò tra le più notabili di quel tempo:[563]e tanta fu l'allegrezza dei Musulmani, che, obbliando lor gelosie di Stato, lo emiro di Sicilia mandava spoglie opime al principe aghlabita d'Affrica; e questi trascegliea donne e fanciulli prigioni per farne presente al pontefice di sua setta a Bagdad.[564]
Sparso intanto il nunzio tra le popolazioni cristiane dell'isola, soggette o no ai Musulmani, le quali per trent'anni avean guardato alla rôcca di Castrogiovanni come a pegno di liberazione, alla prima n'ebber tale uno spavento che gli Arabi si affrettavano a scrivere avvilito e conculcato in quella stagione il politeismo di Sicilia. Ma succedendo allo sbigottimento sensi più generosi, venne fatto ai Siciliani di tirare a uno sforzo di guerra lo imperatore Michele terzo; involto com'egli era tra crapule, libidini, scempie buffonerie, raggiri di corte e gare di prelati. Della quale impresa tacciono i cronisti bizantini, preoccupati al tutto di quelle brutture; e se ne troviamricordo, è dato dagli Arabi: però, breve ed incerto. I preparamenti sembran degni di Michele l'Ubbriaco. Fatte venire le soldatesche di Cappadocia, com'io leggerei; gittate su trecento salandre; date a capitanare a un patrizio: che altro mancava a ripigliar la Sicilia? Posero a terra a Siracusa, nell'autunno del medesimo anno ottocentocinquantanove, o nella state del sessanta: e par che tosto movessero accompagnate dall'armata, verso la costiera settentrionale. Perchè Abbâs, al dire d'Ibn-el-Athîr, uscì di Palermo ad incontrare il nemico; lo combattè, lo ruppe, lo inseguì fino alle navi, gliene prese cento, fe' orribile macello degli uomini; e de' suoi perdè tre soli, uccisi di saette, aggiugne l'annalista,[565]ricantando la stessa fola della vittoria sopra i Kharsianiti. Pur è notevole che tal vanto dei vincitori, certo argomento dell'altrui viltà, si dica in quelle due solesconfitte di eserciti venuti d'oltremare; non mai nei combattimenti contro i Cristiani di Sicilia.
Ai quali non mancò il cuore in questo incontro. Perchè veggiamo sollevarsi al primo comparire dei rinforzi bizantini, e non piegare facilmente il collo dopo la sconfitta loro, molte castella dell'isola: Platani, Caltabellotta, Caltavuturo, ricordate di sopra, e inoltre Sutera,[566]una terra che non so se vada letta Ibla, Avola o Entella,[567]Kalat-Abd-el-Mumîn,[568]e altre di cui non si dicono i nomi; che tutte avean già promesso obbedienza e tributo ai Musulmani. Abbâs sopraccorreva immantinente a gastigarle dell'anno dugentoquarantasei (27 marzo 860 a 15 marzo 861). Fattoglisi incontro lo esercito cristiano, accozzato forse da quei municipii, lo sbaragliò Abbâs con molta strage; e passando oltre, pose l'assedio a Kalat-Abd-el-Mumîn,ed a Platani. E indarno vi si affaticava, quando seppe esser giunto, dice Ibn-el-Athîr, un altro esercito bizantino: gli avanzi forse dei Cappadoci, ingrossati dalle milizie dell'isola; i quali pare che marciassero lungo la costiera settentrionale sopra Palermo. Contro costoro si volse Abbâs, lasciando lo assedio; valicò i monti; trovò il nemico presso Cefalù; e dopo una zuffa ostinata, superatolo con l'usato valore, malconcio lo rimandò a Siracusa. Egli, tornato in Palermo, fece subito ristorare le fortificazioni di Castrogiovanni, racconciare le case, e posevi un grosso presidio musulmano. Ciò mostra che universale e di momento era stato lo sforzo de' Siciliani. Ma pare che la seconda sconfitta dello esercito imperiale li abbia consigliato a posare le armi: poichè non si intende più nulla di loro; e l'anno seguente dell'egira (16 marzo 861 a 5 marzo 862) si vede Abbâs andare spensierato a saccheggiar il contado di Siracusa, come solea prima della presa di Castrogiovanni.
Al ritorno da questa scorreria, era giunto alle Grotte di Karkana[569]quando si ammalò, e trapassò alterzo giorno, il tre giumadi secondo (13 agosto 861), dopo undici anni di continua guerra; chè non passò anno, ripetono i cronisti, che la state o il verno, o in ambe le stagioni, non corresse i paesi cristiani della Sicilia, e talvolta anco di Calabria e di Puglia, ove pose colonie de' suoi. Seppellivanlo i Musulmani là dove ei morì; ma non prima furono partiti, che i Cristiani, con vana vendetta, esumarono e arsero il cadavere del crudel capitano, al cui nome tremavano ancora.[570]