CAPITOLO V.

CAPITOLO V.L'occupazione di Palermo fu vero principio a quella dell'isola. Fin qui i Musulmani non avean fatto stanza che in campo o entro piccole castella, chè tal era anco Mazara; per quattro anni le forze loro, ragunate di là dal mare in qualche boglimento di zelo religioso o di cupidigia, erano state poi rifornite a stento, e con più fatica traghettati gli aiuti nell'isola; tutti eran vivuti di rapina che si sperpera; avean guerreggiato sotto varii capi, senz'accordo nè disciplina. Ma la vasta e forte città, quasi vota d'abitatori, il fertile territorio e i contadini che il coltivavano, rimasi preda al primo occupante, allettarono la comune dei vincitori a soggiornare in Palermo; ammoniti altresì dalle sventure passate. I più veggenti doveano comprendere con ciò gli avvantaggi d'una colonia moderata da governo regolare; grossa di popolazione, da fornire uomini e materiali alla guerra; posta sì presso al cuor dell'isola, con un porto comodo e difendevole, ove le arti di costruzione navale non mancavano, o si poteano agevolmente ristorare.Però da una parte si gittarono sul cadavere di Palermo le genti affricane e spagnuole dell'esercito; piatiron tra loro, dice Ibn-el-Athîr[501]e azzuffaronsi:senza dubbio, quando si venne al parteggio delle possessioni. Dall'altro canto Ziadet-Allah pose mano ad ordinare la colonia. Quantunque gli Spagnuoli potessero pretestare la sovranità del principe omeiade, prevaleva pur manifestamente in Sicilia il dritto della casa aghlabita per lo merito della intrapresa guerra, per la sede più vicina e le forze sue più considerevoli nell'esercito. Pertanto l'anno medesimo dugentosedici, che ne avanzarono cinque mesi dopo la dedizione di Palermo, Ziadet-Allah elesse a luogotenente in Sicilia il suo cugin germano Abu-Fihr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab,[502]segnalatosi una volta combattendo in Sicilia, e poi con infelice lealtà egli e i suoi fratelli nella guerra civile di Mansur Tonbodsi.[503]Con la riputazione di principe del sangue, e anco forse con gente fidata, giunse Abu-Fihr in Sicilia, correndo già il dugento diciassette (6 febbraio 832 a 25 gennaio 833). Costui ne cacciò, dice la cronica, Othman-ibn-Kohreb[504]non sappiam di che nazione, certamente un de' capi di parte venuti su in que' trambusti: e leggiamo altroveche le discordie tra Affricani e Spagnuoli si composero in questo tempo.[505]Par che la colonia si ordinasse come centro di uno stato novello, poco dipendente dall'Affrica; al che portavano quegli elementi suoi eterogenei e turbolenti, non disposti a sottomettersi al principato aghlabita senza larghissime franchigie. Ciò si vedrà dal progresso degli avvenimenti. N'è segno altresì il titolo diSâhebdato da scrittori assai diligenti al primo governatore dell'isola; il qual titolo, posto assolutamente senz'altra voce che lo determini, tocca al capo d'uno Stato;[506]differente perciò daemir, e dawâli.[507]Sappiamo inoltre che del dugento ventuno (836) moriva a Kairewân un cadi di Sicilia;[508]donde si argomenta che questo supremo magistrato fosse stato posto fin dal principio delle nuove instituzioni nella colonia. A questo tempo appartiene un dirhem, pubblicato dal Tychsen, e ch'io non ho visto. Se non è falso, servirà a confermare che nel dugento venti dell'egira (4 gennaio a 24 dicembre 835) Mohammed-ibn-Abd-Allah reggea la Sicilia, e che battea monetadi argento col nome suo e del principe d'Affrica; sì come avea fatto sei anni innanzi Mohammed-ibn-el-Gewâri.[509]Nondimeno per due anni non seguì fazione d'importanza, per cagion delle preoccupazioni che dava ai Musulmani l'assetto delle proprietà e d'ogni altra civil faccenda; ed anco per la riputazione di Alessio Muscegh, nuovo patrizio di Sicilia. Questo bello e valoroso giovane armeno era salito in subito favore appo Teofilo, sì che, tra' suoi ghiribizzi, lo fidanzò alla propria figliuola Maria, ancorchè bambina; lo fe' patrizio, proconsolo, maestro degli offici a corte; gli diè titolo di Cesare, e lo destinava forse a succedergli nello impero, quando insospettito per mene di palagio, volendo allontanarlo, lo prepose all'esercito di Sicilia (832). E i cronisti bizantini che dipingono sì studiosamente ogni inezia e perfidia di corte e confondono nell'ombra il resto de' fatti, si contentano qui d'aggiugnere ch'Alessio egregiamente compiè i voleri dello imperatore; potendosi al più inferire da qualche parola che, fatte genti in Calabria, cominciasse già a ristorar la guerra nell'isola. Ma tra i nemici che avea lasciato a Costantinopoli, e que' che l'invidia glisuscitò d'un soffio in Sicilia, fu accusato di pratiche coi Musulmani; di tramare ribellione: solite contraddizioni della calunnia, che Teofilo si bevve senza esame. Donde chiamato Alessio appo di sè (833), ed esitando quegli a ubbidire, il principe trovò più comodo un tradimento. Mandò a persuaderlo l'arcivescovo Teodoro Crethino, al quale fe' sacramento del gran bene che voleva ad Alessio, e gli diè un salvocondotto soscritto di sua mano, e, più sacro pegno, una croce ch'ei solea portare al petto; sì che l'onesto sacerdote, ingannato, ingannò Alessio e seco il ricondusse a Costantinopoli. Quivi il Cesare era imprigionato, vergheggiato, confiscatigli i beni. L'arcivescovo che in una solenne cerimonia della chiesa osò rinfacciar lo spergiuro allo imperatore, fu strappato dagli altari, battuto, mandato in esilio. Poi Teofilo, pentito per le rimostranze del patriarca di Costantinopoli, liberò l'uno e l'altro: ma Alessio era ristucco sì tosto del mondo, che dei beni resigli edificò un monastero e vi si serrò.[510]Così fatto imperatore, così fatto capitano, e i soldati fiacchi, il popolo rimbambito, gli ottimati di Sicilia sì saputi a calunniare, sì mal disposti a combattere, non erano al certo gli uomini chepoteano salvare l'isola dai Musulmani. Il solo espediente strategico in cui si affidarono dopo la occupazione di Palermo, fu di adunare il grosso dell'esercito a Castrogiovanni; sì che gli scrittori musulmani dicono trasferita da Siracusa in quella città la sede del governo.[511]Oggidì si chiamerebbe campo di osservazione. Quivi sedea il capitan generale dell'isola, spettatore ozioso d'ogni guasto che facevano i Musulmani.Abu-Fihr andò dritto ad assalirlo ne' principii dell'anno dugento diciannove dell'egira (15 gennaio 834 a 3 gennaio 835): uscitigli incontro i Cristiani, li rompea dopo aspra zuffa, li ricacciava negli alloggiamenti, e, tornatovi in primavera, lor dava una seconda sconfitta. L'anno appresso intraprese più grossa guerra. Principiando dal campo di osservazione, lo combattè una terza fiata (835); espugnò gli alloggiamenti, li saccheggiò, vi fece prigioni la moglie e un figliuolo del patrizio che capitanava lo esercito; e tornatosi egli in Palermo, mandò un grosso di genti con Mohammed-ibn-Sâlem infino a Taormina, su la costiera orientale, i quali fecero ricco bottino. Altre gualdane saccheggiarono altri luoghi. Tra coteste vittorie scoppiava contro Abu-Fihr una sollevazione militare in cui fu ucciso, e gli omicidi si rifuggirono presso l'esercito cristiano.[512]Mandato da Ziadet-Allah in Sicilia, in luogo del congiunto, un Fadhl-ibn-Ia'kûb, segnalossi immantinente con due correrie, l'una sopra Siracusa, l'altra forse nelle parti di Castrogiovanni; poichè leggesi che il patrizio andò con grosso stuolo a tagliar il cammino ai Musulmani. Se non ch'essi furono pronti ad afforzarsi in un aspro terreno e boscaglie intricate, ove il nemico non osò assalirli. Aspettato invano insino a sera che scendessero quelli a combattere, le genti del patrizio, com'era l'indole delle milizie bizantine, più neghittose che vigliacche, si partirono; sciolsero gli ordini nella ritirata. Addandosene i Musulmani, saltavan fuori da loro rupi, caricavano il nemico d'una carica vera, dicono gli annali, e lo sbaragliavano: il patrizio, ferito di parecchi colpi di lancia, cadde da cavallo, ma fu valorosamente difeso da' suoi, tanto che sel portarono fuggendo così mal concio, abbandonando armi, arnesi, cavalli. Così la scorreria finì in segnalata battaglia.[513]Seguiano coteste due fazioni nella state dell'ottocento trentacinque; e si terminò con quelle la missione provvisionale di Fadhl, sendo venuto all'entrar di settembre a reggere la Sicilia un altro principe del sangue aghlabita.Fu questi Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghab,[514]cugin germano di Ziadet-Allah e fratello dell'ucciso Mohammed. Uomo di grande saviezzae vedere politico, come il mostrò promovendo le fazioni navali. Venne con una armatetta in Palermo, capitale della Sicilia, come già la chiama un cronista, di mezzo ramadhan del dugentoventi (11 settembre 835), campato da grave fortuna in cui avea perduto parecchie navi per naufragio ed altre presegli dai Cristiani.[515]Tra queste leggiamo che fosse una harrâka, e che una squadra di legni della medesima denominazione, capitanata da Mohammed-ibn-Sindi, uscì immediatamente alla riscossa, e diè la caccia al nemico, finchè la notte non glielo tolse di vista;[516]e nei combattimenti che seguirono indi a non molto, si fa menzione altresì d'unaharrâkapresa dai Musulmani sopra i Greci.[517]Or cotesta voce arabica significa appunto “incendiaria”; e però denota le galee da lanciar fuoco, che i Musulmani per avventura avean preso ad imitar dai Greci, tra il fine dell'ottavo e il principio del nono secolo: ancorchè tal foggia di navi in Oriente si fosse anco adoperata ad altri usi, e in Italia al commercio, riconoscendosi quello infausto nome nella appellazione di “carraca” e “caracca” che occorre sì sovente nei ricordi di Genova e di Venezia.[518]È manifesto dunque che la colonia di Palermotentava già il gran problema della tattica navale del tempo, di costruire cioè le navi incendiarie,ed a ciò adoperava le arti conosciute in Africa, in Ispagna, e forse meglio in Sicilia, poichè diharrâkenon fanno menzione gli annali arabici, della Spagna nè dell'Affrica. Abu-'l-Aghlab non lasciò in ozio tal novella forza. Mandate alcune navi in una città di cui manca il nome nei Manoscritti, sia che fosse nelle isole Eolie, o nella costiera tra Palermo e Messina, i Musulmani combatterono un'armatetta cristiana, la vinsero, depredarono il paese e tornarono addietro coi prigioni, ai quali Abu-'l-Aghlab fe' mozzare il capo. Un'altra squadra approdata a Pantellaria, vi colse un dromone,[519]nel quale, oltre i soldati greci, trovossi un uom d'Affrica fatto cristiano; e tutti al paro furon messi a morte per comando del governatore di Palermo:[520]crudeltà non comandata dalla legge, fuorchè contro i rinnegati, e non solita nelle guerre degli Arabi; ondevi si scorge lo accanimento e invidia dei vincitori contro il navilio bizantino che sì raro lor avvenia di sgarare. Al tempo stesso, una torma di cavalli, spinta verso le falde dell'Etna e tra le fortezze della regione orientale, arse le campagne, saccheggiò e sparse gran sangue; ma combattendo, non scannando prigioni.[521]L'anno seguente (221, 25 dicembre 835 a 12 dicembre 836) fatta irruzione di nuovo nel paese dell'Etna, se ne tornarono i Musulmani in Palermo con tanta preda di roba, e sopratutto di uomini, che il prezzo degli schiavi molto rinvilì, scrive laconicamente Ibn-el-Athîr. Un'altra schiera che mosse, credo io, lungo la costiera settentrionale non mai prima infestata, arrivò infino a Castelluccio, rôcca in su i monti a mezza via tra Palermo e Messina, e vi fe' anco bottino e prigioni; ma sopraggiunta dal nemico, dopo aspro combattimento, fu sconfitta. L'armata intanto, capitanata da Fadhl-ibn-Ia'kûb, assaliva e spogliava le isolette adiacenti, senza dubbio le Eolie; espugnava poi una fortezza, che volentieri leggerei Tindaro, e parecchie altre rôcche, e vittoriosa se ne tornò a Palermo.[522]Dond'è manifesto che dopole isole Eolie avesse scorso anch'essa la costiera di settentrione. Nel medesimo anno o piuttosto in quel d'appresso (222, 13 dicembre 836 a 1 dicembre 837) Abu-'l-Aghlab spingeva una grossa schiera capitanata da Abd-es-Selâm-ibn-Abd-el-Wehâb sul territorio di Castrogiovanni; contro la quale sceso il nemico a combattere, andarono in volta i Musulmani, lasciando assai gente sul campo di battaglia e non pochi prigioni, e tra quelli Abd-es-Selâm, che fu indi liberato, forse in uno scambio.[523]Perocchè l'armata ch'era uscita anco questa stagione, scontratasi in quella dei Bizantini, la ruppe, e presele nove grossi navigli e una salandra[524]con tutte le ciurme; e l'esercito, per far vendetta o riavere i prigioni, tornò più forte sotto Castrogiovanni, e vi si messe a campo.Tra i quali travagli innoltratosi il verno, avvenneuna notte che un Musulmano scoprì un di Castrogiovanni che si riduceva in città per viottoli ignoti; e tenutogli dietro, chetamente salì fino al sobborgo ove erano gli alloggiamenti dell'esercito. Donde tornato in fretta il Musulmano a darne avviso ai suoi, tutti s'armarono, s'inerpicarono per quel sentiero; e, superatolo, diedero il grido d'Akbar-allah(è massimo Iddio), e furono addosso ai nemici. Si rifuggivan quegli entro la cittadella, abbandonato il borgo; e fieramente indi resisteano, sicuri nella fortezza del sito. Alfine, dice il cronista, chiesero ed ottennero l'amân; e così i Musulmani carichi di preda se ne tornarono a Palermo.[525]Si deve intendere che i Cristiani profferirono una taglia, e che i Musulmani, stando all'assedio tra i dirupi da una parte e un grosso presidio dall'altra, furon lietissimi di uscir dal pericolo con onore e guadagno. Ma nè s'impadronirono della rôcca, nè rimasero nel sobborgo; perocchè egli è certo che Castrogiovanni fa combattuta per più di venti anni dopo questo accordo; e ognun vede che se i Musulmani vi fossero entrati una volta, non avrebbero di leggieri lasciato sì importante fortezza.In questo medesimo tempo stringeano Cefalù su la costiera settentrionale, a quarantotto miglia a levante di Palermo; il cui nome gli Arabi scrisseroGefalûdieScefalûdi: e ciò mostra ch'abbiano trovato guasta, forse da molti secoli, la pronunzia diKefalídion.[526]Così addimandarono quella terra i Greci dalla sembianza d'una rupe ritonda, inaccessa, sporgente in mare; la quale sovrasta alla città odierna, e sostenne l'antica oltre venti secoli, incominciando da tempi che non hanno storia; poichè vi si trovano avanzi di mura ciclopiche. Il forte sito la rese città di qualche momento nell'antichità e nel medio evo; e indi a prima vista alcun potrebbe maravigliare che i Musulmani conducessero insieme ambo le imprese di Cefalù e di Castrogiovanni, e ne potrebbe credere la colonia di Palermo assai più potente che non fu nei primi principii. Ma suppliva al numero dei Musulmani l'audacia loro e il terrore dei nemici. Una schiera solea dare il guasto al contado; porsi in luogo forte presso le mura; minacciare chiunque ne uscisse; combattere ed opprimere chi l'osava; spiare l'occasione di qualche colpo di mano: e questo chiamavasi assedio. E l'era, poichè sovente riduceva i terrazzani ad arrendersi, per amor dei poderi, per noia dei disagi, per paura di sè, della famigliuola, della roba, per tutti quei sintomi del pacifico cittadino, come il chiamano per dileggio coloro che il menano a verga. Nondimeno la fortezza del sito o del presidio faceva andare in lungo l'assedio di Cefalù, quando, dell'annodugentoventitrè (2 dicembre 837 a 21 novembre 838), probabilmente in primavera, giunservi grossi rinforzi per mare. Eran costretti da quelli i Musulmani a levare l'assedio, a combattere molte fazioni,[527]com'e' pare, con disavvantaggio, ritraendosi sempre verso Palermo. Dove risaputa tra questi travagli la morte di Ziadet-Allah, ch'era seguita in Affrica il quattordici di regeb (10 giugno 838), la colonia se ne costernò fortemente, leggiamo negli annali; ma dileguato il primo sbigottimento, si apprestò a mostrare il viso alla fortuna.[528]Donde è chiaro che si temessero nuovi rivolgimenti in Affrica, e si disperasse indi degli aiuti che per avventura si credevano necessarii contro il nemico sbarcato a Cefalù.Svanirono poi que' timori per lo savio e forte reggimento di Abu-I'kâl-Aghlab-ibn-Ibrahim; il quale succeduto tranquillamente al fratello Ziadet-Allah, seppe contentare le milizie, raffrenare le violenze private, tenere a freno i Berberi, ristorare nella capitale d'Affrica que' ch'eran buoni costumi secondo le idee religiose de' Musulmani. E tosto mandò nuove genti in Sicilia; onde la colonia continuava sue correrie nel dugentoventiquattro (22 novembre 838 a 10 novembre 839), dalle quali, leggiamo che i Musulmani tornassero in Palermo carichi di bottino;[529]e però si vede che la espedizione dei Bizantini a Cefalù era finita, come le precedenti, senza alcun frutto. Con piùformidabili appresti i Musulmani uscirono alla campagna l'anno appresso (11 novembre 839 a 29 ottobre 840) nel quale si arreser loro a patti Platani, Caltabellotta, Corleone, e, se ben leggiamo, anco Marineo e Geraci, e molte altre rôcche di cui gli annali non portano il nome.[530]Così anco del dugento ventisei (30 ottobre 840 a 19 ottobre 841) una torma di cavalli diè il guasto al territorio di Castrogiovanni, arse, depredò, fece prigioni, senza che il presidio osasse uscirle incontro. Pertanto scorrendo oltre fino alla fortezza delle Grotte, chè così addimandavasi, scrive Ibn-el-Athîr, per trovarvisi quaranta grotte, i Musulmani la presero e saccheggiarono.[531]Il sito eil nome danno a credere che sia la città che or si chiama Grotte, presso Girgenti, ancorchè parecchi altri luoghi di Sicilia abbiano la stessa denominazione negli annali musulmani, e in Sicilia al par che in Sardegna, in Puglia, in Affrica, in Egitto e altrove, come ognun sa, si veggano assai frequenti coteste stanze tagliate nella roccia in tempi antichissimi, per albergo de' vivi o tomba de' morti. I nomi delle città arrese ai Musulmani tra l'ottocentotrentanove e il quarantuno, bastano a mostrare che fosse ormai signoreggiato da loro tutto il val di Mazara, e lasciato in pace fin qui il rimanente dell'isola. Contuttociò aveano non solo portato le armi nella terraferma d'Italia, ma, quel che più è, fattovi lega con la repubblica di Napoli.

L'occupazione di Palermo fu vero principio a quella dell'isola. Fin qui i Musulmani non avean fatto stanza che in campo o entro piccole castella, chè tal era anco Mazara; per quattro anni le forze loro, ragunate di là dal mare in qualche boglimento di zelo religioso o di cupidigia, erano state poi rifornite a stento, e con più fatica traghettati gli aiuti nell'isola; tutti eran vivuti di rapina che si sperpera; avean guerreggiato sotto varii capi, senz'accordo nè disciplina. Ma la vasta e forte città, quasi vota d'abitatori, il fertile territorio e i contadini che il coltivavano, rimasi preda al primo occupante, allettarono la comune dei vincitori a soggiornare in Palermo; ammoniti altresì dalle sventure passate. I più veggenti doveano comprendere con ciò gli avvantaggi d'una colonia moderata da governo regolare; grossa di popolazione, da fornire uomini e materiali alla guerra; posta sì presso al cuor dell'isola, con un porto comodo e difendevole, ove le arti di costruzione navale non mancavano, o si poteano agevolmente ristorare.

Però da una parte si gittarono sul cadavere di Palermo le genti affricane e spagnuole dell'esercito; piatiron tra loro, dice Ibn-el-Athîr[501]e azzuffaronsi:senza dubbio, quando si venne al parteggio delle possessioni. Dall'altro canto Ziadet-Allah pose mano ad ordinare la colonia. Quantunque gli Spagnuoli potessero pretestare la sovranità del principe omeiade, prevaleva pur manifestamente in Sicilia il dritto della casa aghlabita per lo merito della intrapresa guerra, per la sede più vicina e le forze sue più considerevoli nell'esercito. Pertanto l'anno medesimo dugentosedici, che ne avanzarono cinque mesi dopo la dedizione di Palermo, Ziadet-Allah elesse a luogotenente in Sicilia il suo cugin germano Abu-Fihr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab,[502]segnalatosi una volta combattendo in Sicilia, e poi con infelice lealtà egli e i suoi fratelli nella guerra civile di Mansur Tonbodsi.[503]Con la riputazione di principe del sangue, e anco forse con gente fidata, giunse Abu-Fihr in Sicilia, correndo già il dugento diciassette (6 febbraio 832 a 25 gennaio 833). Costui ne cacciò, dice la cronica, Othman-ibn-Kohreb[504]non sappiam di che nazione, certamente un de' capi di parte venuti su in que' trambusti: e leggiamo altroveche le discordie tra Affricani e Spagnuoli si composero in questo tempo.[505]

Par che la colonia si ordinasse come centro di uno stato novello, poco dipendente dall'Affrica; al che portavano quegli elementi suoi eterogenei e turbolenti, non disposti a sottomettersi al principato aghlabita senza larghissime franchigie. Ciò si vedrà dal progresso degli avvenimenti. N'è segno altresì il titolo diSâhebdato da scrittori assai diligenti al primo governatore dell'isola; il qual titolo, posto assolutamente senz'altra voce che lo determini, tocca al capo d'uno Stato;[506]differente perciò daemir, e dawâli.[507]Sappiamo inoltre che del dugento ventuno (836) moriva a Kairewân un cadi di Sicilia;[508]donde si argomenta che questo supremo magistrato fosse stato posto fin dal principio delle nuove instituzioni nella colonia. A questo tempo appartiene un dirhem, pubblicato dal Tychsen, e ch'io non ho visto. Se non è falso, servirà a confermare che nel dugento venti dell'egira (4 gennaio a 24 dicembre 835) Mohammed-ibn-Abd-Allah reggea la Sicilia, e che battea monetadi argento col nome suo e del principe d'Affrica; sì come avea fatto sei anni innanzi Mohammed-ibn-el-Gewâri.[509]

Nondimeno per due anni non seguì fazione d'importanza, per cagion delle preoccupazioni che dava ai Musulmani l'assetto delle proprietà e d'ogni altra civil faccenda; ed anco per la riputazione di Alessio Muscegh, nuovo patrizio di Sicilia. Questo bello e valoroso giovane armeno era salito in subito favore appo Teofilo, sì che, tra' suoi ghiribizzi, lo fidanzò alla propria figliuola Maria, ancorchè bambina; lo fe' patrizio, proconsolo, maestro degli offici a corte; gli diè titolo di Cesare, e lo destinava forse a succedergli nello impero, quando insospettito per mene di palagio, volendo allontanarlo, lo prepose all'esercito di Sicilia (832). E i cronisti bizantini che dipingono sì studiosamente ogni inezia e perfidia di corte e confondono nell'ombra il resto de' fatti, si contentano qui d'aggiugnere ch'Alessio egregiamente compiè i voleri dello imperatore; potendosi al più inferire da qualche parola che, fatte genti in Calabria, cominciasse già a ristorar la guerra nell'isola. Ma tra i nemici che avea lasciato a Costantinopoli, e que' che l'invidia glisuscitò d'un soffio in Sicilia, fu accusato di pratiche coi Musulmani; di tramare ribellione: solite contraddizioni della calunnia, che Teofilo si bevve senza esame. Donde chiamato Alessio appo di sè (833), ed esitando quegli a ubbidire, il principe trovò più comodo un tradimento. Mandò a persuaderlo l'arcivescovo Teodoro Crethino, al quale fe' sacramento del gran bene che voleva ad Alessio, e gli diè un salvocondotto soscritto di sua mano, e, più sacro pegno, una croce ch'ei solea portare al petto; sì che l'onesto sacerdote, ingannato, ingannò Alessio e seco il ricondusse a Costantinopoli. Quivi il Cesare era imprigionato, vergheggiato, confiscatigli i beni. L'arcivescovo che in una solenne cerimonia della chiesa osò rinfacciar lo spergiuro allo imperatore, fu strappato dagli altari, battuto, mandato in esilio. Poi Teofilo, pentito per le rimostranze del patriarca di Costantinopoli, liberò l'uno e l'altro: ma Alessio era ristucco sì tosto del mondo, che dei beni resigli edificò un monastero e vi si serrò.[510]Così fatto imperatore, così fatto capitano, e i soldati fiacchi, il popolo rimbambito, gli ottimati di Sicilia sì saputi a calunniare, sì mal disposti a combattere, non erano al certo gli uomini chepoteano salvare l'isola dai Musulmani. Il solo espediente strategico in cui si affidarono dopo la occupazione di Palermo, fu di adunare il grosso dell'esercito a Castrogiovanni; sì che gli scrittori musulmani dicono trasferita da Siracusa in quella città la sede del governo.[511]Oggidì si chiamerebbe campo di osservazione. Quivi sedea il capitan generale dell'isola, spettatore ozioso d'ogni guasto che facevano i Musulmani.

Abu-Fihr andò dritto ad assalirlo ne' principii dell'anno dugento diciannove dell'egira (15 gennaio 834 a 3 gennaio 835): uscitigli incontro i Cristiani, li rompea dopo aspra zuffa, li ricacciava negli alloggiamenti, e, tornatovi in primavera, lor dava una seconda sconfitta. L'anno appresso intraprese più grossa guerra. Principiando dal campo di osservazione, lo combattè una terza fiata (835); espugnò gli alloggiamenti, li saccheggiò, vi fece prigioni la moglie e un figliuolo del patrizio che capitanava lo esercito; e tornatosi egli in Palermo, mandò un grosso di genti con Mohammed-ibn-Sâlem infino a Taormina, su la costiera orientale, i quali fecero ricco bottino. Altre gualdane saccheggiarono altri luoghi. Tra coteste vittorie scoppiava contro Abu-Fihr una sollevazione militare in cui fu ucciso, e gli omicidi si rifuggirono presso l'esercito cristiano.[512]

Mandato da Ziadet-Allah in Sicilia, in luogo del congiunto, un Fadhl-ibn-Ia'kûb, segnalossi immantinente con due correrie, l'una sopra Siracusa, l'altra forse nelle parti di Castrogiovanni; poichè leggesi che il patrizio andò con grosso stuolo a tagliar il cammino ai Musulmani. Se non ch'essi furono pronti ad afforzarsi in un aspro terreno e boscaglie intricate, ove il nemico non osò assalirli. Aspettato invano insino a sera che scendessero quelli a combattere, le genti del patrizio, com'era l'indole delle milizie bizantine, più neghittose che vigliacche, si partirono; sciolsero gli ordini nella ritirata. Addandosene i Musulmani, saltavan fuori da loro rupi, caricavano il nemico d'una carica vera, dicono gli annali, e lo sbaragliavano: il patrizio, ferito di parecchi colpi di lancia, cadde da cavallo, ma fu valorosamente difeso da' suoi, tanto che sel portarono fuggendo così mal concio, abbandonando armi, arnesi, cavalli. Così la scorreria finì in segnalata battaglia.[513]Seguiano coteste due fazioni nella state dell'ottocento trentacinque; e si terminò con quelle la missione provvisionale di Fadhl, sendo venuto all'entrar di settembre a reggere la Sicilia un altro principe del sangue aghlabita.Fu questi Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghab,[514]cugin germano di Ziadet-Allah e fratello dell'ucciso Mohammed. Uomo di grande saviezzae vedere politico, come il mostrò promovendo le fazioni navali. Venne con una armatetta in Palermo, capitale della Sicilia, come già la chiama un cronista, di mezzo ramadhan del dugentoventi (11 settembre 835), campato da grave fortuna in cui avea perduto parecchie navi per naufragio ed altre presegli dai Cristiani.[515]Tra queste leggiamo che fosse una harrâka, e che una squadra di legni della medesima denominazione, capitanata da Mohammed-ibn-Sindi, uscì immediatamente alla riscossa, e diè la caccia al nemico, finchè la notte non glielo tolse di vista;[516]e nei combattimenti che seguirono indi a non molto, si fa menzione altresì d'unaharrâkapresa dai Musulmani sopra i Greci.[517]Or cotesta voce arabica significa appunto “incendiaria”; e però denota le galee da lanciar fuoco, che i Musulmani per avventura avean preso ad imitar dai Greci, tra il fine dell'ottavo e il principio del nono secolo: ancorchè tal foggia di navi in Oriente si fosse anco adoperata ad altri usi, e in Italia al commercio, riconoscendosi quello infausto nome nella appellazione di “carraca” e “caracca” che occorre sì sovente nei ricordi di Genova e di Venezia.[518]È manifesto dunque che la colonia di Palermotentava già il gran problema della tattica navale del tempo, di costruire cioè le navi incendiarie,ed a ciò adoperava le arti conosciute in Africa, in Ispagna, e forse meglio in Sicilia, poichè diharrâkenon fanno menzione gli annali arabici, della Spagna nè dell'Affrica. Abu-'l-Aghlab non lasciò in ozio tal novella forza. Mandate alcune navi in una città di cui manca il nome nei Manoscritti, sia che fosse nelle isole Eolie, o nella costiera tra Palermo e Messina, i Musulmani combatterono un'armatetta cristiana, la vinsero, depredarono il paese e tornarono addietro coi prigioni, ai quali Abu-'l-Aghlab fe' mozzare il capo. Un'altra squadra approdata a Pantellaria, vi colse un dromone,[519]nel quale, oltre i soldati greci, trovossi un uom d'Affrica fatto cristiano; e tutti al paro furon messi a morte per comando del governatore di Palermo:[520]crudeltà non comandata dalla legge, fuorchè contro i rinnegati, e non solita nelle guerre degli Arabi; ondevi si scorge lo accanimento e invidia dei vincitori contro il navilio bizantino che sì raro lor avvenia di sgarare. Al tempo stesso, una torma di cavalli, spinta verso le falde dell'Etna e tra le fortezze della regione orientale, arse le campagne, saccheggiò e sparse gran sangue; ma combattendo, non scannando prigioni.[521]

L'anno seguente (221, 25 dicembre 835 a 12 dicembre 836) fatta irruzione di nuovo nel paese dell'Etna, se ne tornarono i Musulmani in Palermo con tanta preda di roba, e sopratutto di uomini, che il prezzo degli schiavi molto rinvilì, scrive laconicamente Ibn-el-Athîr. Un'altra schiera che mosse, credo io, lungo la costiera settentrionale non mai prima infestata, arrivò infino a Castelluccio, rôcca in su i monti a mezza via tra Palermo e Messina, e vi fe' anco bottino e prigioni; ma sopraggiunta dal nemico, dopo aspro combattimento, fu sconfitta. L'armata intanto, capitanata da Fadhl-ibn-Ia'kûb, assaliva e spogliava le isolette adiacenti, senza dubbio le Eolie; espugnava poi una fortezza, che volentieri leggerei Tindaro, e parecchie altre rôcche, e vittoriosa se ne tornò a Palermo.[522]Dond'è manifesto che dopole isole Eolie avesse scorso anch'essa la costiera di settentrione. Nel medesimo anno o piuttosto in quel d'appresso (222, 13 dicembre 836 a 1 dicembre 837) Abu-'l-Aghlab spingeva una grossa schiera capitanata da Abd-es-Selâm-ibn-Abd-el-Wehâb sul territorio di Castrogiovanni; contro la quale sceso il nemico a combattere, andarono in volta i Musulmani, lasciando assai gente sul campo di battaglia e non pochi prigioni, e tra quelli Abd-es-Selâm, che fu indi liberato, forse in uno scambio.[523]Perocchè l'armata ch'era uscita anco questa stagione, scontratasi in quella dei Bizantini, la ruppe, e presele nove grossi navigli e una salandra[524]con tutte le ciurme; e l'esercito, per far vendetta o riavere i prigioni, tornò più forte sotto Castrogiovanni, e vi si messe a campo.

Tra i quali travagli innoltratosi il verno, avvenneuna notte che un Musulmano scoprì un di Castrogiovanni che si riduceva in città per viottoli ignoti; e tenutogli dietro, chetamente salì fino al sobborgo ove erano gli alloggiamenti dell'esercito. Donde tornato in fretta il Musulmano a darne avviso ai suoi, tutti s'armarono, s'inerpicarono per quel sentiero; e, superatolo, diedero il grido d'Akbar-allah(è massimo Iddio), e furono addosso ai nemici. Si rifuggivan quegli entro la cittadella, abbandonato il borgo; e fieramente indi resisteano, sicuri nella fortezza del sito. Alfine, dice il cronista, chiesero ed ottennero l'amân; e così i Musulmani carichi di preda se ne tornarono a Palermo.[525]Si deve intendere che i Cristiani profferirono una taglia, e che i Musulmani, stando all'assedio tra i dirupi da una parte e un grosso presidio dall'altra, furon lietissimi di uscir dal pericolo con onore e guadagno. Ma nè s'impadronirono della rôcca, nè rimasero nel sobborgo; perocchè egli è certo che Castrogiovanni fa combattuta per più di venti anni dopo questo accordo; e ognun vede che se i Musulmani vi fossero entrati una volta, non avrebbero di leggieri lasciato sì importante fortezza.

In questo medesimo tempo stringeano Cefalù su la costiera settentrionale, a quarantotto miglia a levante di Palermo; il cui nome gli Arabi scrisseroGefalûdieScefalûdi: e ciò mostra ch'abbiano trovato guasta, forse da molti secoli, la pronunzia diKefalídion.[526]Così addimandarono quella terra i Greci dalla sembianza d'una rupe ritonda, inaccessa, sporgente in mare; la quale sovrasta alla città odierna, e sostenne l'antica oltre venti secoli, incominciando da tempi che non hanno storia; poichè vi si trovano avanzi di mura ciclopiche. Il forte sito la rese città di qualche momento nell'antichità e nel medio evo; e indi a prima vista alcun potrebbe maravigliare che i Musulmani conducessero insieme ambo le imprese di Cefalù e di Castrogiovanni, e ne potrebbe credere la colonia di Palermo assai più potente che non fu nei primi principii. Ma suppliva al numero dei Musulmani l'audacia loro e il terrore dei nemici. Una schiera solea dare il guasto al contado; porsi in luogo forte presso le mura; minacciare chiunque ne uscisse; combattere ed opprimere chi l'osava; spiare l'occasione di qualche colpo di mano: e questo chiamavasi assedio. E l'era, poichè sovente riduceva i terrazzani ad arrendersi, per amor dei poderi, per noia dei disagi, per paura di sè, della famigliuola, della roba, per tutti quei sintomi del pacifico cittadino, come il chiamano per dileggio coloro che il menano a verga. Nondimeno la fortezza del sito o del presidio faceva andare in lungo l'assedio di Cefalù, quando, dell'annodugentoventitrè (2 dicembre 837 a 21 novembre 838), probabilmente in primavera, giunservi grossi rinforzi per mare. Eran costretti da quelli i Musulmani a levare l'assedio, a combattere molte fazioni,[527]com'e' pare, con disavvantaggio, ritraendosi sempre verso Palermo. Dove risaputa tra questi travagli la morte di Ziadet-Allah, ch'era seguita in Affrica il quattordici di regeb (10 giugno 838), la colonia se ne costernò fortemente, leggiamo negli annali; ma dileguato il primo sbigottimento, si apprestò a mostrare il viso alla fortuna.[528]Donde è chiaro che si temessero nuovi rivolgimenti in Affrica, e si disperasse indi degli aiuti che per avventura si credevano necessarii contro il nemico sbarcato a Cefalù.

Svanirono poi que' timori per lo savio e forte reggimento di Abu-I'kâl-Aghlab-ibn-Ibrahim; il quale succeduto tranquillamente al fratello Ziadet-Allah, seppe contentare le milizie, raffrenare le violenze private, tenere a freno i Berberi, ristorare nella capitale d'Affrica que' ch'eran buoni costumi secondo le idee religiose de' Musulmani. E tosto mandò nuove genti in Sicilia; onde la colonia continuava sue correrie nel dugentoventiquattro (22 novembre 838 a 10 novembre 839), dalle quali, leggiamo che i Musulmani tornassero in Palermo carichi di bottino;[529]e però si vede che la espedizione dei Bizantini a Cefalù era finita, come le precedenti, senza alcun frutto. Con piùformidabili appresti i Musulmani uscirono alla campagna l'anno appresso (11 novembre 839 a 29 ottobre 840) nel quale si arreser loro a patti Platani, Caltabellotta, Corleone, e, se ben leggiamo, anco Marineo e Geraci, e molte altre rôcche di cui gli annali non portano il nome.[530]Così anco del dugento ventisei (30 ottobre 840 a 19 ottobre 841) una torma di cavalli diè il guasto al territorio di Castrogiovanni, arse, depredò, fece prigioni, senza che il presidio osasse uscirle incontro. Pertanto scorrendo oltre fino alla fortezza delle Grotte, chè così addimandavasi, scrive Ibn-el-Athîr, per trovarvisi quaranta grotte, i Musulmani la presero e saccheggiarono.[531]Il sito eil nome danno a credere che sia la città che or si chiama Grotte, presso Girgenti, ancorchè parecchi altri luoghi di Sicilia abbiano la stessa denominazione negli annali musulmani, e in Sicilia al par che in Sardegna, in Puglia, in Affrica, in Egitto e altrove, come ognun sa, si veggano assai frequenti coteste stanze tagliate nella roccia in tempi antichissimi, per albergo de' vivi o tomba de' morti. I nomi delle città arrese ai Musulmani tra l'ottocentotrentanove e il quarantuno, bastano a mostrare che fosse ormai signoreggiato da loro tutto il val di Mazara, e lasciato in pace fin qui il rimanente dell'isola. Contuttociò aveano non solo portato le armi nella terraferma d'Italia, ma, quel che più è, fattovi lega con la repubblica di Napoli.


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