Veggansi inoltre: Justiniani,Novellæ, nov. LXVIII; Di Giovanni, op. cit., diss. VI, cap. III, p. 458, seg.; Savigny,Histoire du droit romain, cap. V, § 106-108, p. 227, seg., che cita tra gli altri documenti le epistole di San Gregorio, delle quali ho fatto parola (p. 199, nota 3); e un'altra (della quale credo errata la citazione) scritta al vescovo di Tindaro intorno l'accettazione di certe donazioni, nella quale si ricorda essere bisognevoli a ciò legesta municipalia.Intorno i beni delle città, leggasi nelCodex Theodosianus, lib. XV, tit. I, legge 32, il rescritto di Arcadio e Onorio (anno 395) indirizzato ad Eusebio consolare di Sicilia, nel quale, provvedendosi alla conservazione delle città edoppidadell'isola, è detto:De redditibus fundorum juris reipublicæ tertiam partem publicorum mœnium et thermarum subustioni(corretto da Gotofredosubstructioni)deputamus.Fondi appartenenti alla repubblica, secondo il linguaggio legale che prevaleva in quel secolo, non significa que' del patrimonio imperiale, ma appunto beni comunali, come l'ha spiegato il Di Gregorio nel citato Discorso XII.336.Constantinus Porphyrogenitus,De Thematibus, lib. II, them. 10 e 11;De administrando imperio, tomo III, cap. XXVII, p. 58, 118, 121. Non occorre avvertire che la nuova divisione in temi, ancorchè si ritragga dalle opere di Costantino Porfirogenito, risalisce senza dubbio all'ottavo secolo. Ai tempi di quel povero imperatore (911-959) occupata tutta l'isola dagli atei Saraceni, com'ei li chiama, non rimanea del tema siciliano che la Calabria. Ei lo confessa nell'operaDe Thematibus, dove prudentemente passa sotto silenzio Napoli e Amalfi ch'eran già repubbliche indipendenti. Nell'altro libroDe administrando imperioconfonde i temi di Sicilia e di Longobardia, nominando sol questo ultimo, e dicendo che dopo Costantino il Grande vi si mandassero due patrizii, uno dei quali per la Sicilia, Calabria, Napoli e Amalfi, e l'altro che sedendo a Benevento, reggea Pavia, Capua e il rimanente. Soggiugne più innanzi che Napoli era l'antica capitale dei patrizii; e chi comandava Napoli, comandava alla Sicilia; e andato il patrizio a Napoli, il duca di Napoli veniva in Sicilia. Queste parole non provan altro che l'ignoranza dell'augusto compilatore o di chi fece il lavoro per lui. Oltre la discrepanza delle notizie date nell'operaDe Thematibus, è evidente qui che si prenda per regola generale qualche fatto particolare, e si faccia uno strano miscuglio dei tre sistemi diversi; cioè quel di Costantino, quello dei temi e quello intermedio adottato da Giustiniano dopo il conquisto di Belisario. Al contrario, il nome del tema, la importanza strategica della Sicilia al tempo in cui si adoperò la novella divisione territoriale, e qualche esempio di comandi dati dal patrizio di Sicilia al duca di Napoli, mostrano che la parte primaria del tema fosse l'isola, e la capitale probabilmente Siracusa. Così anche pensa l'Assemani,Italicæ Historiæ Scriptores, tomo I, p. 356. Ciò è provato infine da una epistola di Adriano Primo a Carlomagno, nella quale dice che i Napoletani, prima di stipulare uno accordo col papa, voleano andare a chiederne il permesso al loro stratego in Sicilia,Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº LXIV, edizione del Cenni, nº LXV.337.Varii suggelli di piombo danno i nomi e titoli di alcuni governatori e altri officiali pubblici di Sicilia sotto la dominazione bizantina; donde si vede come sovente variasse il titolo del governatore, o fosse data questa autorità provvisionalmente ad officiali di grado inferiore. Da una faccia del suggello si trova sempre il monogramma:che significa Κύριε βοήθει τῷ δούλῳ σῷ “Signore aiuta il servo tuo;” e nell'altra faccia si leggono i nomi seguenti:Gregorio patrizio e stratego di Sicilia.Sergio patrizio e stratego di Sicilia.Giovanni patrizio spatario e proconsole.Andrea consolare e strategoStefano consolare e spatario.Anastasio consolare e spatario.Giovanni patrizio e protospatario.Teodoro consolare.Gregorio consolare e protonotario.Teodoro spatario e cartulario.Leonzio prefetto.Teofilo prefetto imperiale.Leone spatario e logoteta del corso (posta).Anatolio conte.Sergio consolare e luogotenente.Veggasi Torremuzza (Gabriello L. Castelli),Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 212, seg. I cronisti usano sempre i titoli ordinarii di stratego e patrizio. In una epistola di papa Adriano Primo a Carlomagno del 788 (Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XCII; edizione del Cenni, nº XC), si legge:Cum dioecete, quod latine Dispositor Siciliæ dicitur.338.Codex Theodosianus, lib. VII, titoliDe Veteranis e De filiis veteranorum.339.Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, p. 147.340.Constantini PorphyrogenitiNovellæ Constitutiones, p. 1509.De militaribus fundis.341.Si fa menzione particolare della annata di Sicilia nella epistola di Paolo Primo al re Pipino,Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII; e nella epistola XXIV della prima, e XXXVIII della seconda di coteste edizioni.342.TheophanisChronographia, p. 611, seg.343.TheophanisChronographia, p. 702 e 705.344.Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 164 recto, an. 178. Il Saint-Martin, nelle note a Le Beau,Histoire du Bas Empire, lib. LXVI, §i27 e 36, registra due imprese di Elpidio nell'Asia Minore, il 791 e il 794, citando per la prima Abulfaragi, per l'altra Ibn-el-Athîr. Ma probabilmente si tratta di un sol fatto, recato da que' due compilatori sotto date diverse.345.La importanza della popolazione ebraica in Sicilia, alla fine del IV secolo, si vede da due epistole di San Gregorio, presso il Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, niCXXVII e CXLVI.346.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 5, 28, dà le traduzioni latine dei versi di San Giuseppe Innografo, e di tre diverse compilazioni della vita di San Leone, le quali mi sembrano dell'XI o XII secolo, e si dicono tratte da Manoscritti della Vaticana, del Monastero di Criptaferrata e del Salvatore di Messina. L'Innografo non cita il nome di Eliodoro; ma sol dice arso un che sturbava gli uditori della divina parola, e accenna a varii altri prodigii del Taumaturgo. Gli eruditi non sono stati di accordo su la età in cui visse San Leone: e alcuni, l'han tirato giù fino al 779. Ma non trovandosi tra que' prodigii alcun cenno della eresia iconoclasta, San Leone ed Eliodoro si debbon porre senza dubbio innanzi il 726, com'ha fatto ii Gaetani. Confrontisi D'Amico,Catana Illustrata, parte I, p. 363 a 386. Veggansi ancora queste leggende di San Leone, nella collezione dei Bollandisti, febbraio, tomo III, p. 222, seg. Le due epistole a nome di Lucio governatore di Sicilia, tratte da queste fonti e pubblicate dal Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, niCCLXXIV e CCLXXV, sono evidentemente apocrife.347.D'Amico,Catana Illustrata, parte I, p. 363 a 386, parte III, p. 72 a 75, dice chiamato volgarmente il monumento Liodoro. Ma in oggi tal nome si pronunzia Diodoro, e anche Diodro e Diotro. Il Fazello, Deca I, lib. III, cap. I, dà al supposto negromante ambo i nomi: Diodoro e Liodoro. L'innesto dell'obelisco egiziano sull'elefante fu fatto nel 1736, come l'attestano due iscrizioni riferite dal D'Amico, III, p. 386. Quivi si vegga il disegno dell'obelisco, che è dato altresì dal Torremuzza,Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 307.348.Theophanes,Chronographia, tomo I, 631.349.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 32. Preferisco la data del 772, seguita da questo scrittore, a quella che altri ha voluto assegnare a San Giacomo di Catania, facendolo morire ai tempi di Leone Isaurico. Veggasi D'Amico,Catana Illustrata, parte I, p. 361.350.Theophanes continuatus, p. 48; Symeon magister, p. 642, seg.; Georgius monachus, p. 811, seg. Si vegga anche la collezione dei Bollandisti, giugno, tomo II, p. 960 a 963; Mongitore,Bibliotheca Sicula, tomo II, p. 66, seg.351.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. II, p. 49; Collezione dei Bollandisti, aprile, tomo I, p. 266, 267.352.Si vegga il Capitolo VII, p. 175.353.Veggansi le omelie XI e XX di Teofane Cerameo, nella edizione di Scorso, p. 64, 125, 129 ec., e ciò che noi diciamo di questo sacro oratore nel Libro II, cap. XII.354.Theophanes,Chronographia, tomo I, p. 631.355.Pirro,Sicilia Sacra, p. 611; e Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, dissertazione II, p. 421.356.Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, epistola di papa Niccolò Primo dell'860, nº CCLXXXI, p. 318, e dissertazione V, p. 452; Epistola di papa Adriano Primo del 785,Acta Conciliorum, tom. IV, p. 93, 94.357.Veggasi il Capitolo IV, p. 76.358.Paolo Diacono, lib. V, c. XIV. La principessa avea nome Gisa, sorella di Romoaldo signore di Benevento.359.Theophanes,Chronographia, p. 719, 720. Per esattezza di cronologia conviene notare che l'esilio dei cortigiani seguì il 790, e l'accecamento di Costantino il 797.360.Ibidem, p. 727. Teofane spiega il modo: cioè delinear le lettere con punture e versarvi sopra dell'inchiostro. Poco mancò che i carnefici non inventassero la stampa!.361.Nella maggior chiesa di Mola sopra Taormina si conserva questa iscrizione, tolta evidentemente da qualche antica fortezza:ΕΚΤΙΣΘΗ ΤΟΥΤΟ ΤΟ ΚΑΣΤΡΟΝ ΕΠΙ ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΠΑΤΡΙΚΙΟΥ ΚΑΙ ΣΤΡΑΤΗΓΟΥ ΣΙΚΕΛΙΑΣ. Torremuzza (Gabriele L. Castelli),Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 65.362.Tra i ragguagli dell'ambasceria affricana in Sicilia dell'813, troviamo che il patrizio rimproverava ai legati avere il governo di Sicilia pattuito con quel d'Affrica infino da ottantacinque anni, e non si essere mai osservato l'accordo. Indi il primo trattato torna al 728. Cotesti ragguagli leggonsi nella seconda delle tre epistole di papa Leone Terzo a Carlomagno, date il 7 settembre, 11 e 25 novembre 813, pubblicate dal Labbe,Sacrosancta Concilia, tom. VII, p. 1114 a 1117; e nelCodex Carolinusdel Cenni, tom. II, ep. VIII, IX, X, di Leone; e le due prime anche dal Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, no. CCLXXVII, CCLXXVIII. La indizione che vi si cita, mostra che il Labbe andò errato a riferire l'epistola dell'11 novembre all'anno 812. Veggansi anche gli squarci di questi documenti presso il Pagi,ad Baronium, anno 813, §i21, 22, 23.363.Questo mi sembra il miglior modo di spiegar le parole attribuite agli ambasciatori musulmani nella citata epistola di Leone Terzo dell'11 novembre 813. Scusavansi delle infrazioni loro apposte dal patrizio di Sicilia, allegando che morto il padre dell'Amiramum(principe dei credenti) e rimaso costui bambino, era ita sossopra ogni cosa: liberatisi i servi; gli uomini liberi agognanti al poter supremo; tutti scioltisi a mal fare, come se non avessero principe sopra di sè. Ma in oggi, fatto adulto l'Amiramum, soggiugneano gli ambasciatori, ha ripigliato l'autorità, e farà osservare i trattati. Or non adattandosi cotesti particolari nè ai califi abbassidi di quel tempo, che erano signori degli Aghlabiti, nè agli Aghlabiti stessi, è forza supporre la relazione del papa, come pur la dovea essere, mutila e inesatta, e conviene indovinar ciò che vi manchi. A creder mio, vi manca che i legati venivano dai due stati, aghlabita e edrisita, e che quest'ultimo avea commesso le ostilità. Parmi infatti che per le accennate parole degli ambasciatori non si alluda alle guerre civili di Mamûn col fratello, come ha pensato M. Reinaud (Invasions des Sarrazins en France, p. 123, 124), ma piuttosto alle vicende della dinastia degli Edrisiti. Il fondator di essa morendo non lasciò figliuoli; se non che una sua donna partoriva due mesi appresso (793) un bambino, per nome anche Edrîs, al quale i Berberi si accordarono di ubbidire; e fu salutatoimam, ossia pontefice e principe, all'età di undici anni. Al tempo dell'ambasceria ne avea venti; avea fondato la città di Fez, e cominciato a rassodare e allargare il dominio. A questo Edrîs convengono dunque i particolari anzidetti. A ciò si aggiunga che Ibrahim-ibn-Aghlab dopo aver tentato, e forse non da senno, di spegnere questa dinastia rivale dell'abbassida, avea fatto con essa un tacito accordo, che durava ancora dell'813.364.Veggansi i cronisti citati da M. Reinaud,Invasions des Sarrazins en France, p. 121 e 122, e da Wenrich,Commentarium, lib. I, cap. III, §i46, 47. La principale autorità, fonte delle altre, è quella d'Einhardo, e degliAnnales Laurissenses, che si veggano meglio in Pertz,Scriptores, tom. I, dall'anno 806 all'812.Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 140, sotto l'anno 206 (5 giugno 821 a 25 maggio 822), nota una scorreria del Musulmani d'Affrica in Sardegna, ove fecero preda, e talvolta vinsero, e talvolta furono rotti, ma alfine se ne andarono.365.Epistola di Leone Terzo, del 7 settembre, citata a p. 224, in nota.366.Einhardus, presso Pertz,Scriptoresetc., tom. I, p. 199. Questo cronista, copiato dai susseguenti, riferisce all'812 i raccontati avvenimenti, non esclusa la distruzione “quasi totale” dell'armata che assalì la Sardegna. Ma l'epistola di Leone Terzo dell'11 novembre, citata a p. 224, in nota, porta positivamente il naufragio nel giugno della 6ª indizione, che fu dell'813. D'altronde si può dubitare se gli assalitori di Nizza fossero stati gli stessi di Civitavecchia, e gli uni o gli altri Spagnuoli, ovvero dell'Affrica occidentale.367.Nella citata epistola di papa Leone dell'11 novembre, dopo essersi fatto menzione della lettera del cristiano d'Affrica, si aggiugne:Et hoc factum est mense junio, quando illud signum igneum, tamquam lampadam in cœlo multi viderunt.Non si ritrae dove si trovassero queimulti, e se tutti in una stessa regione.368.Epistola di Leone Terzo data il 7 settembre, citata di sopra. In questa gli assalitori son chiamati sempreMauri. Nella epistola seguente si dà sempre il nome diSaraceniai Musulmani dello stato aghlabita.369.Veggasi la nota 1, p. 225.370.Secondo la epistola di Leone Terzo, gli ambasciatori erano venutiin navigio Veneticorum, et sic veniendo combusserunt igne navigia quæ de Spania veniebant.371.Veggasi il presente libro, cap. VI, p. 148-149. Il narratore è un Soleimân-ibn-Amrân, e lo squarcio della narrazione si legge nelRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. La reciproca sicurtà dei mercatanti siciliani in Affrica si suppone dal fatto che un di loro avea scritto al patrizio (si vegga sopra a p. 228). Non fa specie che Soleiman taccia il patto della reciprocità, sendo stato uso costante di tutte le tregue tra Musulmani e Cristiani, che ciascuna delle due parti promulgasse solo i patti favorevoli ai proprii sudditi e tacesse gli obblighi contratti verso i nemici.372.Epistola dell'11 novembre 813, citata a p. 224, in nota.373.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. I, p. 160, seg., da un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina attribuito a Pietro vescovo di Tauriano che visse sotto Leone eretico, e andò a lui, tremando di paura, il terzo anno del suo regno. Dei tre imperatori bizantini ai quali convengono tal nome e tal ingiuria, il Gaetani preferisce, come più antico, Leone Isaurico, senza badare a ciò che questi nel terzo anno del suo regno non si era per anco chiarito contro le immagini. Perciò mi par che si tratti piuttosto dell'Armeno. Il buon vescovo di Tauriano dice aver visto il naufragio della nave musulmana, e narra dopo di quello la sua missione a Costantinopoli. Alcuni versi di San Giuseppe Innografo, citati dal Gaetani, dicono anche del miracolo di San Fantino contro i Musulmani.374.Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto. L'autore, non contento di notare l'anno della egira, aggiugne che questascorreriafu fatta circa otto anni avanti ilconquistodi Ased-ibn-Forât.375.Erchempertus, cap. XI, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. II, parte I, p. 240.376.Leo Marsicanus, lib. I, cap. XXI, presso il Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 296, e presso Pertz,Scriptores, tomo VII, p. 596. Nella edizione del Pertz si nota l'errore di cronologia, e che appartenga a Leone, non ad Erchemperto. Aggiugnerei che Leone nel cap. XX porta alcuni fatti dell'827, e che però è possibile che i copisti trascrivendo la data in numeri romani abbiano lasciato indietro la cifra delle unità.377.Il Martorana par che abbia dubitato del fatto, poichè nol porta espressamente nel testo, cap. II, tom. I, p. 30; ma sì nella nota 28, nella quale cita Leone d'Ostia e il Curopalata (Giovanni Scylitzes). Il Wenrich confrontò e corresse coteste citazioni. In fatti ei toglie via quella di Scylitzes, che non ha che fare qui, e aggiugne in primo luogo l'attestato di Erchemperto. Ma, trattenendosi a mezza strada, l'erudito tedesco adatta al racconto d'Erchemperto la falsa cronologia di Leone, e così cade anche egli nell'errore di raddoppiare il fatto. Lib. I, cap. IV, § 51.378.Fazzello, Deca II, lib. VI, cap. I.379.Questa è la giusta ortografia al modo nostro di trascrivere l'alfabeto arabico.380.M. Reinaud ha notato ciò nella versione francese della Geografia d'Abulfeda, tom. II, pag. 179. Aggiungo che tra gli strafalcioni di Leone ve n'ha uno, il quale prova non solo che scrivesse di memoria, ma ancora che non avesse buona memoria. Ed è che un califo fatimita d'Egitto abbia mandato Giawher a conquistare la Barbaria; e che, ribellatosi il governatore di questa provincia, il califo El-Kaim abbia scatenato sopra quella gli Arabi d'Egitto. Sarebbe lo stesso a dire che Giustiniano da Roma mandò Belisario ad occupare Costantinopoli; e che Roma fu saccheggiata dalle genti del Bastardo di Borbone per comando di Filippo il Bello.381.Ecco questo squarcio dell'opera geografica di Leone Africano sottoscritta di Roma, il 10 marzo 1526, ch'io copio su la edizione del Ramusio, tom. I, p. 69 verso. Detto che sotto la dinastia degli Aghlabiti Kairewân crebbe di grandezza e di popolo, Leone aggiunge che il signore del paese “fece fabbricare appresso un'altra città cui pose nome Recheda, nella quale habitava egli e i primieri della sua corte. In questo tempo fu presa Sicilia dalli suoi eserciti mandativi per mare con un capitano detto Halcama, il quale nella detta isola edificò una piccola città per fortezza et sicurtà della sua persona, chiamandola dal suo nome, la quale vi è sin oggi chiamata dai Siciliani Halcama. Dapoi quest'Halcama fu quasi assediata dalli esserciti che vennero in soccorso di Sicilia; allora il signore di Cairoan mandò un altro essercito più grande con un valente capitano chiamato Ased, il quale rinfrescò Halcama, et tutti si ridussero insieme et occuparono il resto delle terre che rimaseno.” E Leone non ne dice altro.382.Veggasi la notizia biografica che dà Leone Affricano dello Esseriph Essachali, com'ei chiama Edrisi. Presso Fabricio,Bibliotheca Græca, tom. XIII, p. 278.383.Belgiain arabico vuol dir crepuscolo sia mattutino sia vespertino. Su i nomi geografici ai quali accenno, si vegga il capo I del lib. III.384.Questi due righi e la esposizione delle testimonianze storiche eran già scritti, quando si pubblicò, il 1845, il lavoro del Wenrich, dove si trova (lib. I, cap. IV, § 52) una frase che a prima vista pare poco diversa e un metodo d'esamina somigliante al mio, ancorchè con altri fatti e altri risultamenti. Non essendo uso a rubare gli altrui lavori, mi basta avvertire il lettore, e lascio la forma del mio scritto com'ella stava.385.Veggasi la prefazione del Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 287 a 289. La cronica pare scritta verso l'872, e l'autore allude a quella come ad opera giovanile in altri opuscoli assai meno importanti ch'ei dettò verso il 902.386.El-Kadhi: il cadi Ased-ibn-Forât.387.Johannes diaconus,Chroniconetc., presso il Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 313.388.Anonymi Salernitani,Paralipomena, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. II, parte II, cap. XLV, p. 163, seg.; presso Pratillo, tom. II, cap. LI, p. 119 (che varia il numero dei capitoli), e meglio presso Pertz,Scriptores, tomo III, cap. LX, p. 498. Su l'autore veggansi le prefazioni del Muratori e del Pertz. Il Muratori crede che il nome di lui sia stato Arderico.389.Le stesse croniche bizantine denotano Teognosto come autore dei canoni grammaticali: la sola opera che ci rimane di lui, Θεογνοστου κάνονες, presso Cramer,Anecdota Græca, tom. II, Oxford 1835.390.Theophanes continuatus, p. 3, in fine del titolo. A p. 81, § 26, di Michele il Balbo, in fin della impresa di Orifa in Creta si legge: “ed ei ci lasciò la briga di liberare l'isola dagli Agareni. Rimettasi ciò nelle mani di Dio: ma anche noi dobbiamo darcene pensiero; e dì e notte l'animo nostro se ne travaglia.” Queste parole non poteano esser dettate che dallo imperatore.391.Veggasi Ducange,Glossarium mediæ et infimæ latinitatis, alla parolaMagister, eGlossarium mediæ et infimæ græcitatis, alla voce Μαγίστερ392...... λαβόντος ἀρχὴν ἄρτι πρῶτον λαοῦ άμαρτίας. κ. τ. λ.393.Symeon Magister, nel volumeTheophanes continuatus, p. 621, 622, § III, del regno di Michele il Balbo. Su l'autore veggasi Fabricius,Bibliotheca Græca, tom. VII, lib. V, cap. I, § 10.394.Τουρμάρχης τελῶν. Τέλος, che ho tradottomilizia, è voce generica e vaga. Non così turmarca, che risponde, negli ordini militari d'oggi, a generale di brigata. Comandava una turma o μὲρος, composta di tredrungæ, o μοῖραι, ciascuna delle quali, a un di presso come i nostri reggimenti, variava da 1000 a 2000 uomini. Sopra il turmarca o merarca non era che il generale in capo o stratego: sotto venivano i drungarii o chiliarchi. Veggasi laTatticadell'imperatore Leone, detto il Sapiente, cap. IV del testo greco, e nella versione francese del Maizeroi, p. 33. Veggasi anche Ducange,Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, alle voci τουρμάρχης, τοῦρμα, μοῖραι.Al tempo di Leone, drungario e turmarca eran titoli di capitani nelle armatette provinciali, non già nel navilio imperiale; op. cit., versione del Maizeroi, p, 146. Il Cedreno dà ad Eufemio il vago titolo di Ἑξηγούμενος.395.La versione latina del padre Combefis, ristampata nella edizione del Niebuhr, non è molto esatta in questo luogo, nè in parecchi altri. Oso correggerla, afforzandomi dell'autorità di M. Hase, il quale, cortese quanto egli è sapiente ed erudito, si è piaciuto rivedere e postillare la versione mia.396.In fatti si trova minacciato questo supplizio nelleBasiliche(Βασιλικῶν, lib. LX, titolo XXXVII, cap. LXXI, LXXIV, LXXV, eLiber Leonis et Constantini AA., tit. XXVIII, cap. X, XI, XII), non solo ai seduttori delle monache, ma sì a chi viziasse l'altrui fidanzata, o sposasse la propria comare. Indi si vede la confusione che portavano già nella morale le ubbíe religiose, e come, tra quelle e il dispotismo, si guastava la legge romana.397.Συντουρμαρχῶν. Questa voce mal copiata o mal compresa nell'esemplare del Curopalata (Giovanni Scylitzes) ch'ebbe alle mani il Fazzello, gli fece scrivere che Eufemio fosse stato consigliato dalliScythamarchi.398.L'autore, supponendo un califo anche in Affrica, e guastando il nome di Emir-el-Mumenin, lo chiama ʾαμεραμνουνῆς. Ho scritto questo titolo secondo la elegante corruzione che ne fecero i nostri antichi.399.Teophanes continuatus, lib. II, cap. XXVII, p. 81, 82.400.Op. cit., lib. II, cap. XXII, p. 76, 77.401.Così chiaramente nei MSS. d'Ibn-el-Athîr e d'Ibn-Khaldûn, ancorchè senza vocali brevi. Dei due MSS. di Nowairi, il più moderno (Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 702 A), omettendo al solito le vocali brevi, scrive anchek s n tin; ma l'altro (Ancien Fonds, 702), autografo, ovvero copiato sopra un autografo, ha una voltaf s n tin, e tre volte, lasciando la prima lettera senza punti diacritici, sì che possa leggersifovverok, la fa seguire da quattro lettere —s tin, ovvero da cinque —s n tin. La lezionef s tinpotrebbe benissimo supporsi copiata dal nome di Fotino; perocchè la s, che v'ha di più, si confonde spesso nei MSS. con un frego di penna orizzontale che servisse di legatura tra due altre lettere. Ve n'ha infiniti esempii nei MSS., e molti nelle iscrizioni lapidari, e in quelle ricamate su drappi o rilevate su metalli.402.Il Ducange,Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, spiega la voce Σοῦδαfossa sudibus munita, cioè fosso con palizzata. In Creta si addimandò Suda il luogo ove posero il primo campo i Musulmani. Da χάραξ che significa lo stesso in greco antico, prese nome un vicin promontorio. I Musulmani chiamarono il campo loro, poi divenuto capitale,Khandak, che significa la stessa cosa.403.Quest'ultima frase è data dal solo Nowairi. M. Caussin de Perceval, padre, che il voltò in francese, e il Di Gregorio che lo ritradusse in latino, rendono quelle paroleun des principaux patrices ed ex præcipuis inter patricios. Ma la voce del testomokaddemsignifica precisamente “posto innanzi a tutt'altri” e indi “condottiero, capo di parte.” La parola seguente dice “dei suoi patrizii” riferendosi il pronome relativo a Costantino. Pertanto mi par che si tratti certamente dei patrizii siciliani. Debbo avvertire che la costruzione grammaticale del testo lascia un po' dubbio se Eufemio fosse il caporione, ovverouno deicaporioni.404.Ciò dal Nowairi. Il Caussin avvertì in nota che talvolta gli scrittori arabi avessero disegnato col nome di Alemanni gli Italiani; e allegò in esempio un passo di Abulfaragi, autore del XIII secolo. Il Di Gregorio non ne volle altro per tradurre a diritturaquemdam ab Italia oriundum. Ma tale interpretazione non può accettarsi. Gli scrittori arabi chiamano ordinariamente gli ItalianiRûm, che vuol dire anche Bizantini, e talvolta ci danno il nome diAnkabard, talvolta diFranchi; confondendoci con le varie razze dei dominatori. Non parlano poi dell'Italia come parte dell'Alemagna altri scrittori che que' dei tempi di Federigo II imperatore, come appunto Abulfaragi, ovvero più moderni, come Abulfeda. Questi due, se non m'inganno, sono i soli autori arabi caduti in tale equivoco, che non si può supporre affatto in uno scrittore del X o XI secolo, come quello copiato da Nowairi. D'altronde è probabilissimo che v'abbia un errore nel MS.; sì chè vi leggerei Armeni, non Alemanni. I mercenarii di schiatta germanica non aveano cominciato per anco a venire a Costantinopoli. Per lo contrario gli Armeni erano frequentissimi nell'esercito bizantino. Infine l'ortografia che troviamo in Nowairi non sarebbe corretta se si trattasse di Alemanni; ma aggiugnendovi una r, lettera non legata nella scrittura arabica e perciò facile a sfuggire, si avrebbe il nome di Armeni.Lo stesso errore si trova nei MSS. di Nowairi, là dov'ei dice venuto in Sicilia l'828 col patrizio Teodoto un esercito, la più parte, di Alemanni. Quivi è evidente che si debba leggere Armeni. Veggasi il cap. III del presente Libro.405.Questo nome, mancando di vocali brevi in tutti i MSS. che ho veduto, ha le sole lettereB lât h. Credo non debba leggersiPlatâhcome han fatto M. Caussin e il Di Gregorio; poichè gli Arabi non comincian mai le sillabe con due consonanti, e al certo, volendo trascriverePlata, avrebbero messo avanti unaalef, dando alla voce la forma diIblâtah. Del rimanente mal potremmo apporci al vero nome. Forse è inesatta trascrizione del titolo di Curopalata, Palatino o simili. La mutazione dellabinpva bene, mancando nell'alfabeto arabico la seconda di queste lettere.406.Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 122 verso; MS. C, tomo IV, fog. 191 recto; Nowairi, presso Di GregorioRerum Arabicarum, p. 3, 4, e versione del Caussin, p. 10, 11; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 103 a 105.407.Riadh-en-nofûs, MS., nella vita di Ased-Ibn-Forât, MS., fog. 28 recto e verso.408.Εὺφήμιος ed Εὺθὺμιος pronunziati Evfimios ed Evthimios, poichè in tutto il medio evo, come in oggi, e anche nell'antichità, i Greci pronunziavano la η, come la υ e l'ι; le quali lettere si trovano scambiate nella più parte dei MSS. Anche i copisti greci soleano scrivere cotesti due nomi l'uno per l'altro, come si vede dal Cedreno, edizione di Bonn, tom. II, p. 795.409.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.410.Riadh-en-nofûs, e Ibn-Abbâr, II. cc.411.Questo fatto si ritrae da Ibn-Khaldûn, il quale con lieve anacronismo intitola Ased cadi in quel tempo,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, ediz. di M. Des Vergers, testo p. 35, e versione p. 92, dove mi par che debba sostituirsi la voce minacce alla fraseoffrir des présents. In luogo di Mogiâled forse si dee leggere Mokhâled, secondo il Nowairi,Conquête de l'Afrique, in appendice allaHistoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, trad. di M. De Slane, tomo I, p. 400 e 405.412.Il fatto della elezione e di chi la consigliava si legge nelRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. Vi si nota altresì che avanti Ased e Abu-Mohriz non si fossero mai visti due cadi a un tempo in una capitale. Parmi che nè anco se ne incontri esempii altrove. Vi furon bene nei tempi posteriori in una stessa città quattro cadi, ma delle quattro scuole diverse che viveano insieme in pace. IlBaiân, tomo I, p. 89, porta anco la destinazione di Ased a cadi l'anno 205, e la novità dell'esempio.413.Harun-Rascid riordinò la magistratura e istituì il Kadi-'l-Kodâ, ossia cadi dei cadi, supremo giustiziere dello Stato, sedente nella capitale. Verso quel tempo i magistrati e giuristi ebbero una divisa lor propria. Veggasi Hamilton,Hedaya, tom. I, p.XXXIV.414.Al dire d'Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 29 verso, il califo Mehdi, nella fierissima sua persecuzione contro i Zindîk in Oriente, creò un inquisitore apposta, intitolato Sâheb-ez-zenâdika, l'anno 198 (794-5). Furonvi molti mandati al patibolo e gran copia di libri dati alle fiamme. Zindîk significa in generale miscredente, scettico, ateo; ma par che in principio questa appellazione siasi data ai Manichei, forse anche ai Guebri, e si vuole nata dal nome del linguaggio zend e del libro sacro degli antichi Persiani, il Zendavesta.415.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 29 recto. Quivi si nota che i due cadi seguirono la opinione dei giuristi dell'Irak e l'altro consultore quella dei giuristi di Medina. Que' discepoli di Malek si appigliarono dunque alla decisione più mite di Abu-Hanîfa più tosto che a quella del loro maestro. Su la prima veggasi l'Hedaya, tomo II, lib. IX, cap. IX, p. 225. La seconda è sostenuta dal compilatore delRiadh-en-nofûs, scrupoloso Malekita.416.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso. Il caso di coscienza era:an fas esset balneum intrare cum cunctis pellicibus suis nudis.Abu-Mohriz sostenea esser lecito al signore di guardarle da capo a piè, ma non ad essequod vicissim pudenda conspicerent.417.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto.418.Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.419.Ibn-Abbâr, loc. cit.420.La biografia di Ased si ritrae tutta dalRiadh-en-nofûse da Ibn-Abbâr, che ho citato. M. Des Vergers, in nota a Ibn-Khaldûn, p. 105, ne ha fatto un cenno preso dalle medesime sorgenti; dal quale se io differisco in qualche parte, è che mi è parso interpretare in altro modo i testi e i fatti. Il Conde,Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 75, ha tradotto, al solito suo con errori, lo squarcio di Ibn-Abbâr. Tra gli altri, ei fa Ased congiunto (deudo) di Ibrahim-ibn-Aghlab.421.Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 123 recto; MS, C, tom. IV, fog. 191 recto.422.Theophanes continuatus, lib. II, cap. 27, p, 82.423.Si ritrae dalla discussione di dritto riferita nelRiadh-en-nofûs; poichè gli ambasciatori dei quali vi si fa menzione non poteano esser que' di Eufemio, sostenendo non essere stata violata la tregua dal governo di Sicilia.424.Soleiman-ibn-Amrân, presso ilRiadh-en-nofûs, fog. 28 recto. Soleiman sedè tanto in questa adunanza, quanto in quella dell'813, nella quale era stata promulgata la tregua. Il versetto del Corano citato da Ased è il 133 della sura III; ma il testo che corre oggidì ha una lezione inferiore d'assai alla variante di Ased, dicendo più rimessamente: “Non vi sbigottite nè vi attristate; chè avrete il primato, se sarete credenti.” Il patto della tregua, come lo riferisce lo stesso Soleiman (veggasi il Lib. I, cap. X, p. 229) portava assolutamente l'obbligazione di lasciare andar liberi dalla Sicilia tutti i Musulmani che il volessero. Tuttavia è probabile che si fosse stipolata, per reciprocità, qualche clausola analoga a quelle della legge musulmana. Secondo questa uno straniero infedele venuto a mercatare comeMostamîn, ossia guarentito da una permissione in buona forma, può dimorare un anno senza molestia. Scorso il qual tempo, è costretto a pagare lageziacome glidsimmi, ossiano sudditi infedeli, e dopo qualche tempo può essere al par di quelli ritenuto nel paese. Veggasi Hamilton,Hedaya, lib. IX, cap. VI.425.Ahmed-ibn-Soleiman, presso ilRiadh-en-nofûs, fog. 28 recto.426.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4. Il personaggio di cui si parla è diverso dal celebre giurista contemporaneo, Sehnûn-ibn-Sa'id.427.Soleiman-ibn-Amrân, presso ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. IlBaiân, tomo I, p. 95, dice più brevemente che Ased si presentò come candidato a Ziadet-Allah, e fu accettato.428.Presso ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso.429.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4.430.La voce che rendo “signoria” èwilâiaewelâia, che significa l'autorità del capo di famiglia o tribù, d'indole diversa, come ognun sa, dalla signoria dei baroni nel medio evo. Avrei tradotto “clientela,” se questa voce, posta assolutamente, non ci avesse trasportato a Roma antica, e dato così un significato assai più lontano.431.Sceikh anonimo, citata da Abu-'l-Arab, scrittore della prima metà del X secolo, presso ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso.432.Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 277, e testo arabico tomo I, p. 179. Vi è nominato un condottiero di questa tribù che combattè in Sicilia, Zowâwa-ibn-Ne'am-el-Half.433.Ciò si ricava dal fatto che ho narrato nel Lib. I, cap. VI, p. 142.434.Baiân, tomo I, p. 95.435.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4. IlBaiân, l. c., dice 700 cavalli, e grandissimo numero di fanti; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso, 10,000 uomini, dei quali 700 cavalli; Abu-'l-Arab, citato nelRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso, dà ad Ased 10,000 cavalli; Ibn-Wuedran, MS., § 1, e versione francese di M. Cherbonneau,Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 424, citando Ibn-Rascîk, autore dell'XI secolo, dice che l'esercito sommò a un dipresso a ventimila uomini; Ibn-abi-Dinâr (El-Kaïrouani), versione francese, p. 83, a un dipresso a diecimila.436.Abulfeda,Géographie, versione francese, tomo II, p. 199; Tigiani, nelJournal Asiatique, août 1852, p. 104; Ibn-abi-Dinâr, loc. cit.437.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4. Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn portano la sola data del mese. Nowairi fa cadere il 15 rebi' 1º (16 è errore corso nella versione di M. Caussin e del Di Gregorio) in giorno di sabato. Fu veramente un giovedì. Il Rampoldi fa combattere due battaglie navali in questo passaggio; la origine del quale errore si vegga nel capitolo seguente, p. 287, nota 2.438.Nowairi, loc. cit.439.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, pag. 106. M. Des Vergers, secondo il MS. di Parigi ha tradotto questo passo: “Les Arabes se tenaient d'abord (par défiance) a l'écart du chef de l'île et des Grecs de son parti; mais s'étant ensuite réunis, ils mirent en fuite Palata et son armée, dont ils pillèrent tous les bagages.” Ma la lezione del MS. di Parigi è manifestamente erronea, e va corretta con quella di un MS. di Tunis, del quale io ho alcuni estratti. Indi convien tradurre: “Il Palata venne alle mani con gli Arabi; i quali fecero mettere in disparte il capo (Eufemio) e tutti gli altri Greci che (insieme con lui) li avean chiamato in aiuto contro il Palata e sua fazione. Sconfitto il Palata e i suoi, gli Arabi fecero bottino della roba loro, e il Palata fuggissi.”Ibn-el-Athîr e Nowairi dicon solo del comando dato di mettersi in disparte: e l'ultimo aggiugne che Ased “non volle aiuto da lui.” Questa è la frase che il Di Gregorio, guastando testo e versione francese, rese in latino:eorum etenim fidem expertus non fuerat.Secondo ilRiadh-en-nofûs, la divisa fu un poco di Hascisc, che in generale significa “erba secca,” e anche pianta.440.Soleiman-ibn-Sâlem, presso ilRiadh-en-nofûs, loc. cit., con la salvaguardia d'un “si dice.” Replicarono questa esagerazione. Ibn-Rascîk, citato da Ibn-Wuedran e Ibn-abi-Dinâr che lo copia.441.Nowairi, loc. cit. Moltissimi luoghi in Sicilia chiamansiBalata, che è la voce latinaplatea, guasta dagli Arabi nel suono e nel significato, e in oggi nel dialetto dell'isola significa “pietra da lastrico,” e altresì “pietra viva e liscia, non tolta per anco dal monte.” Pertanto, non sapendosi nè donde venisse il Palata, nè a quanta distanza l'andasse a incontrare Ased, sarebbe difficile determinare il luogo della battaglia, anche supponendo che ritenga tuttavia il nome. Nondimeno v'ha a sei miglia da Mazara un promontorio, detto da EdrisiRâs-el-Belât, e in oggi capo Granitola o punta di Sorello, che si stende in una vastissima pianura in parte paludosa,margiu, come noi diciamo in dialetto. La uscita di Ased da Mazara in ordinanza e la ritirata dell'esercito siciliano verso Castrogiovanni convengono benissimo ad una battaglia data in quella pianura. M. Famin,Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie, tomo I, p. 150 in nota, promette dimostrare in appresso che la battaglia si diè a Platani, castello distrutto. Gli argomenti suoi, che non conosciamo per anco, possono esser due: la vicinanza del luogo e la somiglianza del nome. Ma il luogo è lontano da Mazara cinquanta miglia, e secondo Edrisi dovrebbe dirsi 70; il che non si accorda con la marcia in ordinanza. Il nome è diverso; poichè gli Arabi, Nowairi con gli altri, nominando quel castello di Platani che si arrese ai Musulmani l'840, scrivono Iblâtanû, non già Belât.442.Il testo del Nowairi dice che Ased uscì di Mazara'alâ ta'biaper andare a trovare il Palata nella pianura Palata o Balata. M. Caussin, padre, preseta'biaper nome di luogo, e tirossi dietro il Di Gregorio, che per giunta soppresse nel testo la preposizione'alâ, che vuol dire: “sopra, in, in stato di.” Indi tradussero, l'uno:marcha vers Taabia; e l'altro:progressus exinde fuit ex Mazara ad Taabiam. Mata'biasignifica “schiera, ordinanza, ordine di battaglia;” e il Nowairi un rigo sotto replica il verbo'aba, dal quale viene tal voce; oltrechè se si trattasse di nome di luogo qualunque arabo gli avrebbe messo innanzi la preposizioneila, “verso, alla volta di,” e non già'alâ. Ibn-el-Athîr usa anch'egli in altro caso della guerra di Sicilia la voceta'bianel senso di schiera, ordinanza. Però non v'ha il menomo dubbio alla correzione che io fo: “Indi Ased cavalcò in ordinanza da Mazara per andare a trovare il Palata, il quale stava in una pianura che ebbe lo stesso nome di lui.”443.Così pare, poichè sappiamo dai Musulmani lo sbarco il 13 giugno, e laCronica di Cambridge, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 41, porta la occupazione dell'isola a mezzo luglio 6335, notando, com'è probabile, lo evento più segnalato, che fu questa battaglia.444.Oltre i molti esempii nelle battaglie, questa usanza è attestata nella Tattica dell'imperatore Leone, versione francese, p. 122.445.Presso ilRiadh-en-nofûs, l. c. L'autore aggiugne il comento che “Barbari della costiera” alludesse a que' che avean preso la fuga nella prima battaglia data da' Musulmani in Affrica. Forse fu questa ricordanza che suggerì di dare 150,000 uomini al Palata, come se n'erano supposti 120,000 nell'esercito di Gregorio.446.La ritirata del vinto a Castrogiovanni è riferita dal Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5. Il rimanente da Nowairi stesso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto; MS. C, tomo IV, fog, 191; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 106.447.Il solo Nowairi, l. c., indica il cammino tenuto dall'esercito musulmano pria che giugnesse ad Acri. Ei ne nomina due luoghi soli, il primo dei quali basta al proposito nostro, poichè si dice espressamente posto sul mare. E veramente il più breve e facile viaggio da Mazara a Siracusa corre lungo la marina fino a Terranova, e di là continua tra i monti quasi in linea retta. Secondo l'Itinerario d'Antonino, questo viaggio seguirebbe in parte il primo, e in parte il secondo dei sentieri di posta dei Romani tra Girgenti e Siracusa; l'uno dei quali costeggiava sempre il mare, e l'altro mai nol toccava. Il punto di ravvicinamento di questi sentieri era nelle poste diPlaga Calvisianisdel primo, edHybla Haereadel secondo, situate l'una presso Terranova, e l'altra presso Chiaramonte; tra le quali due stazioni l'Itinerario non segna strada; ma v'ha oggi, e di certo non mancava al tempo dei Romani.Determinata così con certezza la marcia di Ased, ci rimane a trovare i due punti di questa linea nominati dal cronista. Dell'uno ei dice che fu “la Chiesa di Eufemia, quella ch'è in sul mare.” Qui in luogo di Eufemia leggerei Finzia; perchè questo nome nella scrittura arabica differirebbe poco dal primo; e sopratutto perchè la stazione più notabile del detto viaggio era appunto Licata, l'antica Phinthia, fabbricata sopra una rupe ch'esce in penisola alla foce del Salso.Il secondo nome geografico si legge in vario modo nei due MSS. di Nowairi; dei quali il più corretto ha: “La Chiesa dielm s l kîn” (senza vocali brevi), e l'altro di: “elsci l kîn.” Invano ho cercato nella geografia antica, arabica, o moderna, qualche nome che somigli a cotesto. Pur dalla narrazione di Nowairi argomenterei volentieri che il sito fosse il promontorio ch'or si chiama la Pietra di San Nicola, tra Licata e Terranova, il quale nello Itinerario d'Antonino è chiamatoRefugium Gelæ, e posto a cinque miglia romane a levante da Licata, e in Edrisi ha nome diMarsa-es-Scelukad otto miglia arabiche dalla foce del Salso. Non manca qualche debole assonanza tra i nomi.La conghiettura che si trattasse di Sciacca non mi par che regga. Oltrechè questo nome è al certo arabico, e però posteriore all'evento; e oltre ch'è assai diverso da quello dei MSS., Sciacca si trova troppo presso al luogo donde partiva Ased, e troppo lungi da Siracusa. D'altronde, il solo autore di quella conghiettura, M. Caussin padre, la ritrattò nella versione francese del Nowairi, pubblicata da lui stesso. Veggasi la p. 14 di quell'opuscolo.448.Nella più parte dei MSS., ove si dice di questa fortezza, il nome è scritto variamente. Dei due esemplari di Ibn-el-Athîr, il MS. A mostra (al solito senza vocali brevi) le lettereelk râ, e in fine una senza punti diacritici, che si potrebbe leggereb,t, ovveroth. Il MS. C haelk rrâthassai nitidamente; ma la chiarezza può venire benissimo dalla ignoranza di chi scrivea questo nome geografico, come il noto vocabolokerrâth, che significa “porro,” e ch'è altresì nome di luogo; e tra gli altri d'un isolotto alla punta di Capo Passaro, detto anche oggi l'isola dei Porri: nudo scoglio del quale al certo non si tratta nel caso presente. Passando a Ibn-Khaldûn, il testo pubblicato da M. Des Vergers secondo il MS. di Parigi haelk râd; e quello di un MS. di Tunis (il quale mi par migliore) haelk rat. Questa ultima lezione anche troviamo in entrambi i MSS. del Nowairi; sendo errore della edizione del Di Gregorio la letterahé(26madell'alfabeto arabico d'oriente) sostituita allat(terza lettera).Or la lezione del Nowairi e del MS. tunisino d'Ibn-Khaldûn mi par che renda quasi esattamente il nome di Acri: città notissima nella Sicilia antica; rimasta in piè certamente infino al quinto secolo, come lo mostrano lo Itinerario d'Antonino, le tavole di Peutinger e gli emblemi cristiani trovati nel nostro secolo tra le sue rovine; e di più, importante per lo sito, e posta proprio su la strada che dovea fare Ased. La terminazione in arabico col suono diKerâtnon sarebbe più viziosa di tante altre che ne conosciamo di nomi geografici greci e latini storpiati dagli Arabi, e viceversa. Per altro ad aggiustarla basterebbe togliere la letteraldell'articolo arabico, ovvero aggiungere dopo quella unaa, di modo che facesseAkrâtovveroel-Akrât. La desinenzaât, appartenendo al plurale femminino della lingua arabica, renderebbe appunto la forma analoga αὶ Ἄκραι edAcraeche usavano nel nome di questa città i Greci e i Latini, insieme con altre meno esatte, come Ἄκραιαι edAgris.Il Di Gregorio in nota al Nowairi, l. c., ha ricordato, a proposito di questa fortezza, il nome diAlcharet, che leggesi in un diploma del 1082; ma poco ci giova, poichè il sito diAlcharetsi ignora, e forse si dee cercare ad Alcara delli Fusi, su le montagne che sovrastano alla costiera settentrionale. Meno lungi da Siracusa, ma pur troppo pel caso nostro, sarebbe Valguarnera Caropini (leggasi Caropipi), terra presso Castrogiovanni, alla quale pensò M. Des Vergers, p. 106 della versione di Ibn-Khaldûn, credendo preferibile alle altre lezioni quella del MS. A di Ibn-el-Athîr, e leggendovielk râb.449.Ibn-el-Athîr; Ibn-Khaldûn; Nowairi, ll. cc.450.Johannes Diaconus,Chronicon Episc. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 312, dice pagato il tributo di 50,000 soldi dai Siracusani prima della occupazione di Palermo. Dalla serie del fatti si vedrà che il pagamento non potè aver luogo dopo il tempo in cui l'ho messo. Ibn-el-Athîr narra le dette pratiche in modo da far supporre che fosse stata pagata una parte della taglia.451.Il testo dice precisamentehaul“in giro.”452.Veggasi il capo X del presente libro. Questo quartiere era stato, probabilmente, ristorato ai tempi di Augusto.453.Ibn-el-Athîr, l. c., narra l'occupazione delle caverne e l'assedio di Siracusa cominciato per terra e per mare; ilBaiân, tomo I, p. 95, l'assedio per terra e per mare, l'arsione delle navi degli assediati, e l'uccisione di lor gente. Queste due croniche ed altre dicon chepoi vennerogli aiuti d'Affrica; e mi pare evidente che Ased li avesse richiesto.454.Questi pare il Sehnûn-ibn-Kâdim che avea sconsigliato l'impresa. Veggasi a p. 260.455.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso, racconto di Soleiman-ibn-Sâlem. Quivi non si porta data; ma la condizione dell'esercito affamato e la conchiusione del racconto non lascian dubbio che il fatto debba riferirsi al lungo assedio di Siracusa.456.Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn fanno menzione soltanto di rinforzi d'Affrica; ma Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5, e ilBaiân, tomo I, p. 95, parlano espressamente di Affricani e di Spagnuoli. Credo che questi ultimi venissero di Creta; perchè non è probabile che gli Omeîadi di Spagna mandassero l'armata loro insieme con l'affricana, e perchè il Marrekosci, testo arabo, edizione di Dozy, p. 14, dice che alcuni Spagnuoli di Creta passarono in Sicilia.457.Johannis Diaconi,Chronicon Venetum, presso Pertz,Scriptores, tomo VII, p. 16, sotto l'anno 827.458.Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicilie, p. 43 del testo, e 106, 107 della versione, narra che, mentre Ased stava a campo a Siracusa, gli aiuti di Affrica assediarono Palermo; che i Greci assalirono Ased e furono rotti; e che Ased, morto del 213, fu sepolto a Palermo. Nella pagina seguente, Ibn-Khaldûn dice presa Palermo il 217. Vi ha dunque una manifesta confusione di tempi. Il nome di Palermo fu messo al certo per errore nella guerra del 212 e 213, e l'errore nacque dalla menzione che Ibn-el-Athîr, o altro cronista più antico, avea fatto del governatore di Palermo, intendendo del bizantino non già del musulmano. L'assedio di Palermo nel 213 è inverosimile o piuttosto impossibile. Da un'altra mano il Nowairi, senza fare menzione della battaglia, dice arrivati i navilii d'Affrica e di Spagna, e indi rincalzato l'assedio di Siracusa. IlRiadh-en-nofûs, all'incontro, senza parlare di aiuti, attribuisce ad Ased una seconda strepitosa vittoria. Parrebbe da tutto ciò che la battaglia fosse combattuta sotto Siracusa.459.Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto e verso; MS, C, fog. 191 verso. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c., il quale nel testo dice che gli assediati respinsero i Greci venuti ad assalirli sotto Siracusa.460.L'assedio par che cominciasse verso la fine di luglio 827.461.Il Nowairi, l. c., scrive che i Siracusani chiedeano l'amân, che Ased lo voleva accordare, e che i Musulmani si ostinarono a continuare le ostilità. Credo più tosto un errore di questo compilatore, che mutata improvvisamente l'indole di Ased.462.Veggasi qui appresso la fuga degli statichi che erano nel campo musulmano. IlRiadh-en-nofûs, MS. fog. 26 recto, nel narrare la morte di Ased, dice delle molte vittorie riportate e città soggiogate.463.Secondo ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto, morì di ferite, di rebi' secondo del 213 (tra giugno e luglio 828) e fu sepolto nel campo; lo stesso dice Ibn-Rascik, citato da Ibn-Wuedrân, § 1, senza spiegare la causa della morte; così anche Ibn-abi-Dinar (el-Kaïrouani),Histoire de l'Afrique, p. 85; e testo, MS., fog. 20 verso. IlBaiân, tomo I, p, 95, reca la morte dal mese di regeb (tra settembre e ottobre); Nowairi, presso Di GregorioRerum Arabicarum, p. 5, di scia'bân (tra ottobre e novembre): Ibn-Abhâr, MS,, fog. 148 verso; Ibn-el-Athîr, l. c.,; e Ibn-Khaldûn, l. c., non portano altra data che dell'anno 213. Ibn-el-Athîr lo dice morto della pestilenza; il Nowairi, in generale di malattia.464.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto.465.Baiân, tomo I, p. 96.466.Così dicono espressamente Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5, e ilBaiân, l. c. Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn portano senz'altro che Mohammed-ibn-abi-'l-Gewâri succedea nel comando. Questo nome patronimico è dato dai migliori MSS., e in altri sbagliato. In una moneta, della quale ci occorrerà far menzione, è scritto Ibn-el-Gewâri; e però, non ostante l'autorità dei cronisti, mi è parso seguire questa lezione.467.Einhardus,Annales, presso Pertz,Scriptores, tomo I, p. 217, anno 828; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 519. Veggansi gliAnnalidel Muratori, sotto il medesimo anno.468.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 52 verso, senza data. Il giurista Sehnûn, padre di Mohammed, è diverso dal Sehnûn-ibn-Kâdim di cui abbiam detto. Ei si chiamava Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-Sa'îd, e gli diceano Sehnûn, per lode o ingiuria. Debbo avvertire che secondo la biografia di Mohammed-ibn-Sehnûn, questi nacque il 202 dell'egira (817); onde il combattimento suo con gli Italiani si dovrebbe supporre diverso da quello dell'828. Invece di raddoppiare questo fatto, mi par più naturale credere a uno sbaglio nella data della nascita di Mohammed. Pare che Mohammed-ibn-Sehnûn fosse officiale delle milizie, leggendosi in fine che da quel dì in poi montò sempre cavalli andando a far la ispezione.469.Il ribelle 'Amer-ibn-Nafi' si difese in Tunis fino alla sua morte, che seguì di giugno 829.470.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107; Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5, 6.471.Leggenda della traslazione del corpo di Sant'Agrippina, epitome del martirio e canone acrostico, dei quali il Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 18 seg., diè le versioni latine, e i Bollandisti,Acta Sanctorum, mese di giugno, tomo IV, p. 458 seg., inserirono le versioni, col testo greco dell'epitome e del canone. Questi al giudizio dei Bollandisti furono scritti nel X o XI secolo in Sicilia. La critica degli stessi dotti editori ha tolto alcuni dubbi del Gaetani, correggendo il tempo del martirio di Agrippina, e mostrando che il supposto miracolo fosse operato contro i Musulmani e non contro gli Iconoclasti. L'epitome, dettata, come parmi, prima del canone, è più castigata:Agareni vero, cum præsumpsissent depredari propugnaculum templi ejus, omnigena morte interierunt(άπολεία παντελεῖ παρεδώθησαν) che meglio si renderebbe: “furono compiutamente esterminati.” Il canone, come scritto in versi, aggiugne un po' di colore, che: Santa Agrippina come una colomba d'oro armata d'una croce distruggea gli Infedeli che di notte assalivano il suo castello, ec.472.Ibn-el-Athîr alla fine del capitolo su la prima guerra di Sicilia scrive i nomi delle città più rilevanti, lettera per lettera secondo l'uso degli Arabi. L'ortografia che assegna al nome di questa città è,mim,ia,nun,alef,waw, cioè Minâw. MS. A, tom. I, fog. 125 verso.473.Nel MS. del Beladori della Biblioteca di Leyde, nº 772, del catalogo stampato del Dozy, p. 275, del MS., non si vede il raddoppiamento della n; ma ce lo dà Ibn-el-Athîr, l. c., scrivendo:kaf,sad,ra,ia,alef,nunraddoppiata,he.474.Ho messo insieme i particolari di questo misfatto, riferiti variamente dal Nowairi presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 6, e dalla cronica imperiale,Theophanes continuatus, libro II, cap. XXVII, p. 82, 83. Narra più brevemente quest'assassinio Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso, e l'accenna appena Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107. Quivi in luogo di Mazara si legga Mineo, come hanno chiaramente i MSS. di Ibn-el-Athîr e di Nowairi. Quanto al luogo dell'uccisione d'Eufemio, ho seguito i cronisti arabi, non il bizantino che le porta a Siracusa. Nella versione del Nowairi si corregga la frase del Di Gregorioin terram procubuere manus ipsius comprehensuri, e si segua quella del Caussincomme pour se prosterner devant lui, o meglio si sostituisca:in atto di baciar la terra innanzi i suoi piè.Il Rampoldi,Annali Musulmani, citando Nowairi, che punto nol dice, fa andare Eufemio ad Enna “con un corpo dei suoi aderenti rinforzato da circa 1000 Affricani.”475.Veggasi il I capitolo del presente Libro, pag. 247, nota 1.476.Non essendo stato giammai a Castrogiovanni, mi sono affidato alle descrizioni altrui e alle notizie scritte dal diligentissimo D'Amico nelLexicon Topographicum Siciliæ.
Veggansi inoltre: Justiniani,Novellæ, nov. LXVIII; Di Giovanni, op. cit., diss. VI, cap. III, p. 458, seg.; Savigny,Histoire du droit romain, cap. V, § 106-108, p. 227, seg., che cita tra gli altri documenti le epistole di San Gregorio, delle quali ho fatto parola (p. 199, nota 3); e un'altra (della quale credo errata la citazione) scritta al vescovo di Tindaro intorno l'accettazione di certe donazioni, nella quale si ricorda essere bisognevoli a ciò legesta municipalia.
Intorno i beni delle città, leggasi nelCodex Theodosianus, lib. XV, tit. I, legge 32, il rescritto di Arcadio e Onorio (anno 395) indirizzato ad Eusebio consolare di Sicilia, nel quale, provvedendosi alla conservazione delle città edoppidadell'isola, è detto:De redditibus fundorum juris reipublicæ tertiam partem publicorum mœnium et thermarum subustioni(corretto da Gotofredosubstructioni)deputamus.Fondi appartenenti alla repubblica, secondo il linguaggio legale che prevaleva in quel secolo, non significa que' del patrimonio imperiale, ma appunto beni comunali, come l'ha spiegato il Di Gregorio nel citato Discorso XII.
336.Constantinus Porphyrogenitus,De Thematibus, lib. II, them. 10 e 11;De administrando imperio, tomo III, cap. XXVII, p. 58, 118, 121. Non occorre avvertire che la nuova divisione in temi, ancorchè si ritragga dalle opere di Costantino Porfirogenito, risalisce senza dubbio all'ottavo secolo. Ai tempi di quel povero imperatore (911-959) occupata tutta l'isola dagli atei Saraceni, com'ei li chiama, non rimanea del tema siciliano che la Calabria. Ei lo confessa nell'operaDe Thematibus, dove prudentemente passa sotto silenzio Napoli e Amalfi ch'eran già repubbliche indipendenti. Nell'altro libroDe administrando imperioconfonde i temi di Sicilia e di Longobardia, nominando sol questo ultimo, e dicendo che dopo Costantino il Grande vi si mandassero due patrizii, uno dei quali per la Sicilia, Calabria, Napoli e Amalfi, e l'altro che sedendo a Benevento, reggea Pavia, Capua e il rimanente. Soggiugne più innanzi che Napoli era l'antica capitale dei patrizii; e chi comandava Napoli, comandava alla Sicilia; e andato il patrizio a Napoli, il duca di Napoli veniva in Sicilia. Queste parole non provan altro che l'ignoranza dell'augusto compilatore o di chi fece il lavoro per lui. Oltre la discrepanza delle notizie date nell'operaDe Thematibus, è evidente qui che si prenda per regola generale qualche fatto particolare, e si faccia uno strano miscuglio dei tre sistemi diversi; cioè quel di Costantino, quello dei temi e quello intermedio adottato da Giustiniano dopo il conquisto di Belisario. Al contrario, il nome del tema, la importanza strategica della Sicilia al tempo in cui si adoperò la novella divisione territoriale, e qualche esempio di comandi dati dal patrizio di Sicilia al duca di Napoli, mostrano che la parte primaria del tema fosse l'isola, e la capitale probabilmente Siracusa. Così anche pensa l'Assemani,Italicæ Historiæ Scriptores, tomo I, p. 356. Ciò è provato infine da una epistola di Adriano Primo a Carlomagno, nella quale dice che i Napoletani, prima di stipulare uno accordo col papa, voleano andare a chiederne il permesso al loro stratego in Sicilia,Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº LXIV, edizione del Cenni, nº LXV.
337.Varii suggelli di piombo danno i nomi e titoli di alcuni governatori e altri officiali pubblici di Sicilia sotto la dominazione bizantina; donde si vede come sovente variasse il titolo del governatore, o fosse data questa autorità provvisionalmente ad officiali di grado inferiore. Da una faccia del suggello si trova sempre il monogramma:
che significa Κύριε βοήθει τῷ δούλῳ σῷ “Signore aiuta il servo tuo;” e nell'altra faccia si leggono i nomi seguenti:
Veggasi Torremuzza (Gabriello L. Castelli),Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 212, seg. I cronisti usano sempre i titoli ordinarii di stratego e patrizio. In una epistola di papa Adriano Primo a Carlomagno del 788 (Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XCII; edizione del Cenni, nº XC), si legge:Cum dioecete, quod latine Dispositor Siciliæ dicitur.
338.Codex Theodosianus, lib. VII, titoliDe Veteranis e De filiis veteranorum.
339.Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, p. 147.
340.Constantini PorphyrogenitiNovellæ Constitutiones, p. 1509.De militaribus fundis.
341.Si fa menzione particolare della annata di Sicilia nella epistola di Paolo Primo al re Pipino,Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII; e nella epistola XXIV della prima, e XXXVIII della seconda di coteste edizioni.
342.TheophanisChronographia, p. 611, seg.
343.TheophanisChronographia, p. 702 e 705.
344.Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 164 recto, an. 178. Il Saint-Martin, nelle note a Le Beau,Histoire du Bas Empire, lib. LXVI, §i27 e 36, registra due imprese di Elpidio nell'Asia Minore, il 791 e il 794, citando per la prima Abulfaragi, per l'altra Ibn-el-Athîr. Ma probabilmente si tratta di un sol fatto, recato da que' due compilatori sotto date diverse.
345.La importanza della popolazione ebraica in Sicilia, alla fine del IV secolo, si vede da due epistole di San Gregorio, presso il Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, niCXXVII e CXLVI.
346.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 5, 28, dà le traduzioni latine dei versi di San Giuseppe Innografo, e di tre diverse compilazioni della vita di San Leone, le quali mi sembrano dell'XI o XII secolo, e si dicono tratte da Manoscritti della Vaticana, del Monastero di Criptaferrata e del Salvatore di Messina. L'Innografo non cita il nome di Eliodoro; ma sol dice arso un che sturbava gli uditori della divina parola, e accenna a varii altri prodigii del Taumaturgo. Gli eruditi non sono stati di accordo su la età in cui visse San Leone: e alcuni, l'han tirato giù fino al 779. Ma non trovandosi tra que' prodigii alcun cenno della eresia iconoclasta, San Leone ed Eliodoro si debbon porre senza dubbio innanzi il 726, com'ha fatto ii Gaetani. Confrontisi D'Amico,Catana Illustrata, parte I, p. 363 a 386. Veggansi ancora queste leggende di San Leone, nella collezione dei Bollandisti, febbraio, tomo III, p. 222, seg. Le due epistole a nome di Lucio governatore di Sicilia, tratte da queste fonti e pubblicate dal Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, niCCLXXIV e CCLXXV, sono evidentemente apocrife.
347.D'Amico,Catana Illustrata, parte I, p. 363 a 386, parte III, p. 72 a 75, dice chiamato volgarmente il monumento Liodoro. Ma in oggi tal nome si pronunzia Diodoro, e anche Diodro e Diotro. Il Fazello, Deca I, lib. III, cap. I, dà al supposto negromante ambo i nomi: Diodoro e Liodoro. L'innesto dell'obelisco egiziano sull'elefante fu fatto nel 1736, come l'attestano due iscrizioni riferite dal D'Amico, III, p. 386. Quivi si vegga il disegno dell'obelisco, che è dato altresì dal Torremuzza,Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 307.
348.Theophanes,Chronographia, tomo I, 631.
349.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 32. Preferisco la data del 772, seguita da questo scrittore, a quella che altri ha voluto assegnare a San Giacomo di Catania, facendolo morire ai tempi di Leone Isaurico. Veggasi D'Amico,Catana Illustrata, parte I, p. 361.
350.Theophanes continuatus, p. 48; Symeon magister, p. 642, seg.; Georgius monachus, p. 811, seg. Si vegga anche la collezione dei Bollandisti, giugno, tomo II, p. 960 a 963; Mongitore,Bibliotheca Sicula, tomo II, p. 66, seg.
351.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. II, p. 49; Collezione dei Bollandisti, aprile, tomo I, p. 266, 267.
352.Si vegga il Capitolo VII, p. 175.
353.Veggansi le omelie XI e XX di Teofane Cerameo, nella edizione di Scorso, p. 64, 125, 129 ec., e ciò che noi diciamo di questo sacro oratore nel Libro II, cap. XII.
354.Theophanes,Chronographia, tomo I, p. 631.
355.Pirro,Sicilia Sacra, p. 611; e Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, dissertazione II, p. 421.
356.Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, epistola di papa Niccolò Primo dell'860, nº CCLXXXI, p. 318, e dissertazione V, p. 452; Epistola di papa Adriano Primo del 785,Acta Conciliorum, tom. IV, p. 93, 94.
357.Veggasi il Capitolo IV, p. 76.
358.Paolo Diacono, lib. V, c. XIV. La principessa avea nome Gisa, sorella di Romoaldo signore di Benevento.
359.Theophanes,Chronographia, p. 719, 720. Per esattezza di cronologia conviene notare che l'esilio dei cortigiani seguì il 790, e l'accecamento di Costantino il 797.
360.Ibidem, p. 727. Teofane spiega il modo: cioè delinear le lettere con punture e versarvi sopra dell'inchiostro. Poco mancò che i carnefici non inventassero la stampa!.
361.Nella maggior chiesa di Mola sopra Taormina si conserva questa iscrizione, tolta evidentemente da qualche antica fortezza:ΕΚΤΙΣΘΗ ΤΟΥΤΟ ΤΟ ΚΑΣΤΡΟΝ ΕΠΙ ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΠΑΤΡΙΚΙΟΥ ΚΑΙ ΣΤΡΑΤΗΓΟΥ ΣΙΚΕΛΙΑΣ. Torremuzza (Gabriele L. Castelli),Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 65.
362.Tra i ragguagli dell'ambasceria affricana in Sicilia dell'813, troviamo che il patrizio rimproverava ai legati avere il governo di Sicilia pattuito con quel d'Affrica infino da ottantacinque anni, e non si essere mai osservato l'accordo. Indi il primo trattato torna al 728. Cotesti ragguagli leggonsi nella seconda delle tre epistole di papa Leone Terzo a Carlomagno, date il 7 settembre, 11 e 25 novembre 813, pubblicate dal Labbe,Sacrosancta Concilia, tom. VII, p. 1114 a 1117; e nelCodex Carolinusdel Cenni, tom. II, ep. VIII, IX, X, di Leone; e le due prime anche dal Di Giovanni,Codex Siciliæ Diplomaticus, no. CCLXXVII, CCLXXVIII. La indizione che vi si cita, mostra che il Labbe andò errato a riferire l'epistola dell'11 novembre all'anno 812. Veggansi anche gli squarci di questi documenti presso il Pagi,ad Baronium, anno 813, §i21, 22, 23.
363.Questo mi sembra il miglior modo di spiegar le parole attribuite agli ambasciatori musulmani nella citata epistola di Leone Terzo dell'11 novembre 813. Scusavansi delle infrazioni loro apposte dal patrizio di Sicilia, allegando che morto il padre dell'Amiramum(principe dei credenti) e rimaso costui bambino, era ita sossopra ogni cosa: liberatisi i servi; gli uomini liberi agognanti al poter supremo; tutti scioltisi a mal fare, come se non avessero principe sopra di sè. Ma in oggi, fatto adulto l'Amiramum, soggiugneano gli ambasciatori, ha ripigliato l'autorità, e farà osservare i trattati. Or non adattandosi cotesti particolari nè ai califi abbassidi di quel tempo, che erano signori degli Aghlabiti, nè agli Aghlabiti stessi, è forza supporre la relazione del papa, come pur la dovea essere, mutila e inesatta, e conviene indovinar ciò che vi manchi. A creder mio, vi manca che i legati venivano dai due stati, aghlabita e edrisita, e che quest'ultimo avea commesso le ostilità. Parmi infatti che per le accennate parole degli ambasciatori non si alluda alle guerre civili di Mamûn col fratello, come ha pensato M. Reinaud (Invasions des Sarrazins en France, p. 123, 124), ma piuttosto alle vicende della dinastia degli Edrisiti. Il fondator di essa morendo non lasciò figliuoli; se non che una sua donna partoriva due mesi appresso (793) un bambino, per nome anche Edrîs, al quale i Berberi si accordarono di ubbidire; e fu salutatoimam, ossia pontefice e principe, all'età di undici anni. Al tempo dell'ambasceria ne avea venti; avea fondato la città di Fez, e cominciato a rassodare e allargare il dominio. A questo Edrîs convengono dunque i particolari anzidetti. A ciò si aggiunga che Ibrahim-ibn-Aghlab dopo aver tentato, e forse non da senno, di spegnere questa dinastia rivale dell'abbassida, avea fatto con essa un tacito accordo, che durava ancora dell'813.
364.Veggansi i cronisti citati da M. Reinaud,Invasions des Sarrazins en France, p. 121 e 122, e da Wenrich,Commentarium, lib. I, cap. III, §i46, 47. La principale autorità, fonte delle altre, è quella d'Einhardo, e degliAnnales Laurissenses, che si veggano meglio in Pertz,Scriptores, tom. I, dall'anno 806 all'812.
Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 140, sotto l'anno 206 (5 giugno 821 a 25 maggio 822), nota una scorreria del Musulmani d'Affrica in Sardegna, ove fecero preda, e talvolta vinsero, e talvolta furono rotti, ma alfine se ne andarono.
365.Epistola di Leone Terzo, del 7 settembre, citata a p. 224, in nota.
366.Einhardus, presso Pertz,Scriptoresetc., tom. I, p. 199. Questo cronista, copiato dai susseguenti, riferisce all'812 i raccontati avvenimenti, non esclusa la distruzione “quasi totale” dell'armata che assalì la Sardegna. Ma l'epistola di Leone Terzo dell'11 novembre, citata a p. 224, in nota, porta positivamente il naufragio nel giugno della 6ª indizione, che fu dell'813. D'altronde si può dubitare se gli assalitori di Nizza fossero stati gli stessi di Civitavecchia, e gli uni o gli altri Spagnuoli, ovvero dell'Affrica occidentale.
367.Nella citata epistola di papa Leone dell'11 novembre, dopo essersi fatto menzione della lettera del cristiano d'Affrica, si aggiugne:Et hoc factum est mense junio, quando illud signum igneum, tamquam lampadam in cœlo multi viderunt.Non si ritrae dove si trovassero queimulti, e se tutti in una stessa regione.
368.Epistola di Leone Terzo data il 7 settembre, citata di sopra. In questa gli assalitori son chiamati sempreMauri. Nella epistola seguente si dà sempre il nome diSaraceniai Musulmani dello stato aghlabita.
369.Veggasi la nota 1, p. 225.
370.Secondo la epistola di Leone Terzo, gli ambasciatori erano venutiin navigio Veneticorum, et sic veniendo combusserunt igne navigia quæ de Spania veniebant.
371.Veggasi il presente libro, cap. VI, p. 148-149. Il narratore è un Soleimân-ibn-Amrân, e lo squarcio della narrazione si legge nelRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. La reciproca sicurtà dei mercatanti siciliani in Affrica si suppone dal fatto che un di loro avea scritto al patrizio (si vegga sopra a p. 228). Non fa specie che Soleiman taccia il patto della reciprocità, sendo stato uso costante di tutte le tregue tra Musulmani e Cristiani, che ciascuna delle due parti promulgasse solo i patti favorevoli ai proprii sudditi e tacesse gli obblighi contratti verso i nemici.
372.Epistola dell'11 novembre 813, citata a p. 224, in nota.
373.Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. I, p. 160, seg., da un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina attribuito a Pietro vescovo di Tauriano che visse sotto Leone eretico, e andò a lui, tremando di paura, il terzo anno del suo regno. Dei tre imperatori bizantini ai quali convengono tal nome e tal ingiuria, il Gaetani preferisce, come più antico, Leone Isaurico, senza badare a ciò che questi nel terzo anno del suo regno non si era per anco chiarito contro le immagini. Perciò mi par che si tratti piuttosto dell'Armeno. Il buon vescovo di Tauriano dice aver visto il naufragio della nave musulmana, e narra dopo di quello la sua missione a Costantinopoli. Alcuni versi di San Giuseppe Innografo, citati dal Gaetani, dicono anche del miracolo di San Fantino contro i Musulmani.
374.Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto. L'autore, non contento di notare l'anno della egira, aggiugne che questascorreriafu fatta circa otto anni avanti ilconquistodi Ased-ibn-Forât.
375.Erchempertus, cap. XI, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. II, parte I, p. 240.
376.Leo Marsicanus, lib. I, cap. XXI, presso il Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 296, e presso Pertz,Scriptores, tomo VII, p. 596. Nella edizione del Pertz si nota l'errore di cronologia, e che appartenga a Leone, non ad Erchemperto. Aggiugnerei che Leone nel cap. XX porta alcuni fatti dell'827, e che però è possibile che i copisti trascrivendo la data in numeri romani abbiano lasciato indietro la cifra delle unità.
377.Il Martorana par che abbia dubitato del fatto, poichè nol porta espressamente nel testo, cap. II, tom. I, p. 30; ma sì nella nota 28, nella quale cita Leone d'Ostia e il Curopalata (Giovanni Scylitzes). Il Wenrich confrontò e corresse coteste citazioni. In fatti ei toglie via quella di Scylitzes, che non ha che fare qui, e aggiugne in primo luogo l'attestato di Erchemperto. Ma, trattenendosi a mezza strada, l'erudito tedesco adatta al racconto d'Erchemperto la falsa cronologia di Leone, e così cade anche egli nell'errore di raddoppiare il fatto. Lib. I, cap. IV, § 51.
378.Fazzello, Deca II, lib. VI, cap. I.
379.Questa è la giusta ortografia al modo nostro di trascrivere l'alfabeto arabico.
380.M. Reinaud ha notato ciò nella versione francese della Geografia d'Abulfeda, tom. II, pag. 179. Aggiungo che tra gli strafalcioni di Leone ve n'ha uno, il quale prova non solo che scrivesse di memoria, ma ancora che non avesse buona memoria. Ed è che un califo fatimita d'Egitto abbia mandato Giawher a conquistare la Barbaria; e che, ribellatosi il governatore di questa provincia, il califo El-Kaim abbia scatenato sopra quella gli Arabi d'Egitto. Sarebbe lo stesso a dire che Giustiniano da Roma mandò Belisario ad occupare Costantinopoli; e che Roma fu saccheggiata dalle genti del Bastardo di Borbone per comando di Filippo il Bello.
381.Ecco questo squarcio dell'opera geografica di Leone Africano sottoscritta di Roma, il 10 marzo 1526, ch'io copio su la edizione del Ramusio, tom. I, p. 69 verso. Detto che sotto la dinastia degli Aghlabiti Kairewân crebbe di grandezza e di popolo, Leone aggiunge che il signore del paese “fece fabbricare appresso un'altra città cui pose nome Recheda, nella quale habitava egli e i primieri della sua corte. In questo tempo fu presa Sicilia dalli suoi eserciti mandativi per mare con un capitano detto Halcama, il quale nella detta isola edificò una piccola città per fortezza et sicurtà della sua persona, chiamandola dal suo nome, la quale vi è sin oggi chiamata dai Siciliani Halcama. Dapoi quest'Halcama fu quasi assediata dalli esserciti che vennero in soccorso di Sicilia; allora il signore di Cairoan mandò un altro essercito più grande con un valente capitano chiamato Ased, il quale rinfrescò Halcama, et tutti si ridussero insieme et occuparono il resto delle terre che rimaseno.” E Leone non ne dice altro.
382.Veggasi la notizia biografica che dà Leone Affricano dello Esseriph Essachali, com'ei chiama Edrisi. Presso Fabricio,Bibliotheca Græca, tom. XIII, p. 278.
383.Belgiain arabico vuol dir crepuscolo sia mattutino sia vespertino. Su i nomi geografici ai quali accenno, si vegga il capo I del lib. III.
384.Questi due righi e la esposizione delle testimonianze storiche eran già scritti, quando si pubblicò, il 1845, il lavoro del Wenrich, dove si trova (lib. I, cap. IV, § 52) una frase che a prima vista pare poco diversa e un metodo d'esamina somigliante al mio, ancorchè con altri fatti e altri risultamenti. Non essendo uso a rubare gli altrui lavori, mi basta avvertire il lettore, e lascio la forma del mio scritto com'ella stava.
385.Veggasi la prefazione del Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 287 a 289. La cronica pare scritta verso l'872, e l'autore allude a quella come ad opera giovanile in altri opuscoli assai meno importanti ch'ei dettò verso il 902.
386.El-Kadhi: il cadi Ased-ibn-Forât.
387.Johannes diaconus,Chroniconetc., presso il Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 313.
388.Anonymi Salernitani,Paralipomena, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tom. II, parte II, cap. XLV, p. 163, seg.; presso Pratillo, tom. II, cap. LI, p. 119 (che varia il numero dei capitoli), e meglio presso Pertz,Scriptores, tomo III, cap. LX, p. 498. Su l'autore veggansi le prefazioni del Muratori e del Pertz. Il Muratori crede che il nome di lui sia stato Arderico.
389.Le stesse croniche bizantine denotano Teognosto come autore dei canoni grammaticali: la sola opera che ci rimane di lui, Θεογνοστου κάνονες, presso Cramer,Anecdota Græca, tom. II, Oxford 1835.
390.Theophanes continuatus, p. 3, in fine del titolo. A p. 81, § 26, di Michele il Balbo, in fin della impresa di Orifa in Creta si legge: “ed ei ci lasciò la briga di liberare l'isola dagli Agareni. Rimettasi ciò nelle mani di Dio: ma anche noi dobbiamo darcene pensiero; e dì e notte l'animo nostro se ne travaglia.” Queste parole non poteano esser dettate che dallo imperatore.
391.Veggasi Ducange,Glossarium mediæ et infimæ latinitatis, alla parolaMagister, eGlossarium mediæ et infimæ græcitatis, alla voce Μαγίστερ
392...... λαβόντος ἀρχὴν ἄρτι πρῶτον λαοῦ άμαρτίας. κ. τ. λ.
393.Symeon Magister, nel volumeTheophanes continuatus, p. 621, 622, § III, del regno di Michele il Balbo. Su l'autore veggasi Fabricius,Bibliotheca Græca, tom. VII, lib. V, cap. I, § 10.
394.Τουρμάρχης τελῶν. Τέλος, che ho tradottomilizia, è voce generica e vaga. Non così turmarca, che risponde, negli ordini militari d'oggi, a generale di brigata. Comandava una turma o μὲρος, composta di tredrungæ, o μοῖραι, ciascuna delle quali, a un di presso come i nostri reggimenti, variava da 1000 a 2000 uomini. Sopra il turmarca o merarca non era che il generale in capo o stratego: sotto venivano i drungarii o chiliarchi. Veggasi laTatticadell'imperatore Leone, detto il Sapiente, cap. IV del testo greco, e nella versione francese del Maizeroi, p. 33. Veggasi anche Ducange,Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, alle voci τουρμάρχης, τοῦρμα, μοῖραι.
Al tempo di Leone, drungario e turmarca eran titoli di capitani nelle armatette provinciali, non già nel navilio imperiale; op. cit., versione del Maizeroi, p, 146. Il Cedreno dà ad Eufemio il vago titolo di Ἑξηγούμενος.
395.La versione latina del padre Combefis, ristampata nella edizione del Niebuhr, non è molto esatta in questo luogo, nè in parecchi altri. Oso correggerla, afforzandomi dell'autorità di M. Hase, il quale, cortese quanto egli è sapiente ed erudito, si è piaciuto rivedere e postillare la versione mia.
396.In fatti si trova minacciato questo supplizio nelleBasiliche(Βασιλικῶν, lib. LX, titolo XXXVII, cap. LXXI, LXXIV, LXXV, eLiber Leonis et Constantini AA., tit. XXVIII, cap. X, XI, XII), non solo ai seduttori delle monache, ma sì a chi viziasse l'altrui fidanzata, o sposasse la propria comare. Indi si vede la confusione che portavano già nella morale le ubbíe religiose, e come, tra quelle e il dispotismo, si guastava la legge romana.
397.Συντουρμαρχῶν. Questa voce mal copiata o mal compresa nell'esemplare del Curopalata (Giovanni Scylitzes) ch'ebbe alle mani il Fazzello, gli fece scrivere che Eufemio fosse stato consigliato dalliScythamarchi.
398.L'autore, supponendo un califo anche in Affrica, e guastando il nome di Emir-el-Mumenin, lo chiama ʾαμεραμνουνῆς. Ho scritto questo titolo secondo la elegante corruzione che ne fecero i nostri antichi.
399.Teophanes continuatus, lib. II, cap. XXVII, p. 81, 82.
400.Op. cit., lib. II, cap. XXII, p. 76, 77.
401.Così chiaramente nei MSS. d'Ibn-el-Athîr e d'Ibn-Khaldûn, ancorchè senza vocali brevi. Dei due MSS. di Nowairi, il più moderno (Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 702 A), omettendo al solito le vocali brevi, scrive anchek s n tin; ma l'altro (Ancien Fonds, 702), autografo, ovvero copiato sopra un autografo, ha una voltaf s n tin, e tre volte, lasciando la prima lettera senza punti diacritici, sì che possa leggersifovverok, la fa seguire da quattro lettere —s tin, ovvero da cinque —s n tin. La lezionef s tinpotrebbe benissimo supporsi copiata dal nome di Fotino; perocchè la s, che v'ha di più, si confonde spesso nei MSS. con un frego di penna orizzontale che servisse di legatura tra due altre lettere. Ve n'ha infiniti esempii nei MSS., e molti nelle iscrizioni lapidari, e in quelle ricamate su drappi o rilevate su metalli.
402.Il Ducange,Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, spiega la voce Σοῦδαfossa sudibus munita, cioè fosso con palizzata. In Creta si addimandò Suda il luogo ove posero il primo campo i Musulmani. Da χάραξ che significa lo stesso in greco antico, prese nome un vicin promontorio. I Musulmani chiamarono il campo loro, poi divenuto capitale,Khandak, che significa la stessa cosa.
403.Quest'ultima frase è data dal solo Nowairi. M. Caussin de Perceval, padre, che il voltò in francese, e il Di Gregorio che lo ritradusse in latino, rendono quelle paroleun des principaux patrices ed ex præcipuis inter patricios. Ma la voce del testomokaddemsignifica precisamente “posto innanzi a tutt'altri” e indi “condottiero, capo di parte.” La parola seguente dice “dei suoi patrizii” riferendosi il pronome relativo a Costantino. Pertanto mi par che si tratti certamente dei patrizii siciliani. Debbo avvertire che la costruzione grammaticale del testo lascia un po' dubbio se Eufemio fosse il caporione, ovverouno deicaporioni.
404.Ciò dal Nowairi. Il Caussin avvertì in nota che talvolta gli scrittori arabi avessero disegnato col nome di Alemanni gli Italiani; e allegò in esempio un passo di Abulfaragi, autore del XIII secolo. Il Di Gregorio non ne volle altro per tradurre a diritturaquemdam ab Italia oriundum. Ma tale interpretazione non può accettarsi. Gli scrittori arabi chiamano ordinariamente gli ItalianiRûm, che vuol dire anche Bizantini, e talvolta ci danno il nome diAnkabard, talvolta diFranchi; confondendoci con le varie razze dei dominatori. Non parlano poi dell'Italia come parte dell'Alemagna altri scrittori che que' dei tempi di Federigo II imperatore, come appunto Abulfaragi, ovvero più moderni, come Abulfeda. Questi due, se non m'inganno, sono i soli autori arabi caduti in tale equivoco, che non si può supporre affatto in uno scrittore del X o XI secolo, come quello copiato da Nowairi. D'altronde è probabilissimo che v'abbia un errore nel MS.; sì chè vi leggerei Armeni, non Alemanni. I mercenarii di schiatta germanica non aveano cominciato per anco a venire a Costantinopoli. Per lo contrario gli Armeni erano frequentissimi nell'esercito bizantino. Infine l'ortografia che troviamo in Nowairi non sarebbe corretta se si trattasse di Alemanni; ma aggiugnendovi una r, lettera non legata nella scrittura arabica e perciò facile a sfuggire, si avrebbe il nome di Armeni.
Lo stesso errore si trova nei MSS. di Nowairi, là dov'ei dice venuto in Sicilia l'828 col patrizio Teodoto un esercito, la più parte, di Alemanni. Quivi è evidente che si debba leggere Armeni. Veggasi il cap. III del presente Libro.
405.Questo nome, mancando di vocali brevi in tutti i MSS. che ho veduto, ha le sole lettereB lât h. Credo non debba leggersiPlatâhcome han fatto M. Caussin e il Di Gregorio; poichè gli Arabi non comincian mai le sillabe con due consonanti, e al certo, volendo trascriverePlata, avrebbero messo avanti unaalef, dando alla voce la forma diIblâtah. Del rimanente mal potremmo apporci al vero nome. Forse è inesatta trascrizione del titolo di Curopalata, Palatino o simili. La mutazione dellabinpva bene, mancando nell'alfabeto arabico la seconda di queste lettere.
406.Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 122 verso; MS. C, tomo IV, fog. 191 recto; Nowairi, presso Di GregorioRerum Arabicarum, p. 3, 4, e versione del Caussin, p. 10, 11; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 103 a 105.
407.Riadh-en-nofûs, MS., nella vita di Ased-Ibn-Forât, MS., fog. 28 recto e verso.
408.Εὺφήμιος ed Εὺθὺμιος pronunziati Evfimios ed Evthimios, poichè in tutto il medio evo, come in oggi, e anche nell'antichità, i Greci pronunziavano la η, come la υ e l'ι; le quali lettere si trovano scambiate nella più parte dei MSS. Anche i copisti greci soleano scrivere cotesti due nomi l'uno per l'altro, come si vede dal Cedreno, edizione di Bonn, tom. II, p. 795.
409.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.
410.Riadh-en-nofûs, e Ibn-Abbâr, II. cc.
411.Questo fatto si ritrae da Ibn-Khaldûn, il quale con lieve anacronismo intitola Ased cadi in quel tempo,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, ediz. di M. Des Vergers, testo p. 35, e versione p. 92, dove mi par che debba sostituirsi la voce minacce alla fraseoffrir des présents. In luogo di Mogiâled forse si dee leggere Mokhâled, secondo il Nowairi,Conquête de l'Afrique, in appendice allaHistoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, trad. di M. De Slane, tomo I, p. 400 e 405.
412.Il fatto della elezione e di chi la consigliava si legge nelRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. Vi si nota altresì che avanti Ased e Abu-Mohriz non si fossero mai visti due cadi a un tempo in una capitale. Parmi che nè anco se ne incontri esempii altrove. Vi furon bene nei tempi posteriori in una stessa città quattro cadi, ma delle quattro scuole diverse che viveano insieme in pace. IlBaiân, tomo I, p. 89, porta anco la destinazione di Ased a cadi l'anno 205, e la novità dell'esempio.
413.Harun-Rascid riordinò la magistratura e istituì il Kadi-'l-Kodâ, ossia cadi dei cadi, supremo giustiziere dello Stato, sedente nella capitale. Verso quel tempo i magistrati e giuristi ebbero una divisa lor propria. Veggasi Hamilton,Hedaya, tom. I, p.XXXIV.
414.Al dire d'Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 29 verso, il califo Mehdi, nella fierissima sua persecuzione contro i Zindîk in Oriente, creò un inquisitore apposta, intitolato Sâheb-ez-zenâdika, l'anno 198 (794-5). Furonvi molti mandati al patibolo e gran copia di libri dati alle fiamme. Zindîk significa in generale miscredente, scettico, ateo; ma par che in principio questa appellazione siasi data ai Manichei, forse anche ai Guebri, e si vuole nata dal nome del linguaggio zend e del libro sacro degli antichi Persiani, il Zendavesta.
415.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 29 recto. Quivi si nota che i due cadi seguirono la opinione dei giuristi dell'Irak e l'altro consultore quella dei giuristi di Medina. Que' discepoli di Malek si appigliarono dunque alla decisione più mite di Abu-Hanîfa più tosto che a quella del loro maestro. Su la prima veggasi l'Hedaya, tomo II, lib. IX, cap. IX, p. 225. La seconda è sostenuta dal compilatore delRiadh-en-nofûs, scrupoloso Malekita.
416.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso. Il caso di coscienza era:an fas esset balneum intrare cum cunctis pellicibus suis nudis.Abu-Mohriz sostenea esser lecito al signore di guardarle da capo a piè, ma non ad essequod vicissim pudenda conspicerent.
417.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto.
418.Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.
419.Ibn-Abbâr, loc. cit.
420.La biografia di Ased si ritrae tutta dalRiadh-en-nofûse da Ibn-Abbâr, che ho citato. M. Des Vergers, in nota a Ibn-Khaldûn, p. 105, ne ha fatto un cenno preso dalle medesime sorgenti; dal quale se io differisco in qualche parte, è che mi è parso interpretare in altro modo i testi e i fatti. Il Conde,Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 75, ha tradotto, al solito suo con errori, lo squarcio di Ibn-Abbâr. Tra gli altri, ei fa Ased congiunto (deudo) di Ibrahim-ibn-Aghlab.
421.Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 123 recto; MS, C, tom. IV, fog. 191 recto.
422.Theophanes continuatus, lib. II, cap. 27, p, 82.
423.Si ritrae dalla discussione di dritto riferita nelRiadh-en-nofûs; poichè gli ambasciatori dei quali vi si fa menzione non poteano esser que' di Eufemio, sostenendo non essere stata violata la tregua dal governo di Sicilia.
424.Soleiman-ibn-Amrân, presso ilRiadh-en-nofûs, fog. 28 recto. Soleiman sedè tanto in questa adunanza, quanto in quella dell'813, nella quale era stata promulgata la tregua. Il versetto del Corano citato da Ased è il 133 della sura III; ma il testo che corre oggidì ha una lezione inferiore d'assai alla variante di Ased, dicendo più rimessamente: “Non vi sbigottite nè vi attristate; chè avrete il primato, se sarete credenti.” Il patto della tregua, come lo riferisce lo stesso Soleiman (veggasi il Lib. I, cap. X, p. 229) portava assolutamente l'obbligazione di lasciare andar liberi dalla Sicilia tutti i Musulmani che il volessero. Tuttavia è probabile che si fosse stipolata, per reciprocità, qualche clausola analoga a quelle della legge musulmana. Secondo questa uno straniero infedele venuto a mercatare comeMostamîn, ossia guarentito da una permissione in buona forma, può dimorare un anno senza molestia. Scorso il qual tempo, è costretto a pagare lageziacome glidsimmi, ossiano sudditi infedeli, e dopo qualche tempo può essere al par di quelli ritenuto nel paese. Veggasi Hamilton,Hedaya, lib. IX, cap. VI.
425.Ahmed-ibn-Soleiman, presso ilRiadh-en-nofûs, fog. 28 recto.
426.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4. Il personaggio di cui si parla è diverso dal celebre giurista contemporaneo, Sehnûn-ibn-Sa'id.
427.Soleiman-ibn-Amrân, presso ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. IlBaiân, tomo I, p. 95, dice più brevemente che Ased si presentò come candidato a Ziadet-Allah, e fu accettato.
428.Presso ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso.
429.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4.
430.La voce che rendo “signoria” èwilâiaewelâia, che significa l'autorità del capo di famiglia o tribù, d'indole diversa, come ognun sa, dalla signoria dei baroni nel medio evo. Avrei tradotto “clientela,” se questa voce, posta assolutamente, non ci avesse trasportato a Roma antica, e dato così un significato assai più lontano.
431.Sceikh anonimo, citata da Abu-'l-Arab, scrittore della prima metà del X secolo, presso ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso.
432.Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 277, e testo arabico tomo I, p. 179. Vi è nominato un condottiero di questa tribù che combattè in Sicilia, Zowâwa-ibn-Ne'am-el-Half.
433.Ciò si ricava dal fatto che ho narrato nel Lib. I, cap. VI, p. 142.
434.Baiân, tomo I, p. 95.
435.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4. IlBaiân, l. c., dice 700 cavalli, e grandissimo numero di fanti; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso, 10,000 uomini, dei quali 700 cavalli; Abu-'l-Arab, citato nelRiadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso, dà ad Ased 10,000 cavalli; Ibn-Wuedran, MS., § 1, e versione francese di M. Cherbonneau,Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 424, citando Ibn-Rascîk, autore dell'XI secolo, dice che l'esercito sommò a un dipresso a ventimila uomini; Ibn-abi-Dinâr (El-Kaïrouani), versione francese, p. 83, a un dipresso a diecimila.
436.Abulfeda,Géographie, versione francese, tomo II, p. 199; Tigiani, nelJournal Asiatique, août 1852, p. 104; Ibn-abi-Dinâr, loc. cit.
437.Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 4. Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn portano la sola data del mese. Nowairi fa cadere il 15 rebi' 1º (16 è errore corso nella versione di M. Caussin e del Di Gregorio) in giorno di sabato. Fu veramente un giovedì. Il Rampoldi fa combattere due battaglie navali in questo passaggio; la origine del quale errore si vegga nel capitolo seguente, p. 287, nota 2.
438.Nowairi, loc. cit.
439.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, pag. 106. M. Des Vergers, secondo il MS. di Parigi ha tradotto questo passo: “Les Arabes se tenaient d'abord (par défiance) a l'écart du chef de l'île et des Grecs de son parti; mais s'étant ensuite réunis, ils mirent en fuite Palata et son armée, dont ils pillèrent tous les bagages.” Ma la lezione del MS. di Parigi è manifestamente erronea, e va corretta con quella di un MS. di Tunis, del quale io ho alcuni estratti. Indi convien tradurre: “Il Palata venne alle mani con gli Arabi; i quali fecero mettere in disparte il capo (Eufemio) e tutti gli altri Greci che (insieme con lui) li avean chiamato in aiuto contro il Palata e sua fazione. Sconfitto il Palata e i suoi, gli Arabi fecero bottino della roba loro, e il Palata fuggissi.”
Ibn-el-Athîr e Nowairi dicon solo del comando dato di mettersi in disparte: e l'ultimo aggiugne che Ased “non volle aiuto da lui.” Questa è la frase che il Di Gregorio, guastando testo e versione francese, rese in latino:eorum etenim fidem expertus non fuerat.
Secondo ilRiadh-en-nofûs, la divisa fu un poco di Hascisc, che in generale significa “erba secca,” e anche pianta.
440.Soleiman-ibn-Sâlem, presso ilRiadh-en-nofûs, loc. cit., con la salvaguardia d'un “si dice.” Replicarono questa esagerazione. Ibn-Rascîk, citato da Ibn-Wuedran e Ibn-abi-Dinâr che lo copia.
441.Nowairi, loc. cit. Moltissimi luoghi in Sicilia chiamansiBalata, che è la voce latinaplatea, guasta dagli Arabi nel suono e nel significato, e in oggi nel dialetto dell'isola significa “pietra da lastrico,” e altresì “pietra viva e liscia, non tolta per anco dal monte.” Pertanto, non sapendosi nè donde venisse il Palata, nè a quanta distanza l'andasse a incontrare Ased, sarebbe difficile determinare il luogo della battaglia, anche supponendo che ritenga tuttavia il nome. Nondimeno v'ha a sei miglia da Mazara un promontorio, detto da EdrisiRâs-el-Belât, e in oggi capo Granitola o punta di Sorello, che si stende in una vastissima pianura in parte paludosa,margiu, come noi diciamo in dialetto. La uscita di Ased da Mazara in ordinanza e la ritirata dell'esercito siciliano verso Castrogiovanni convengono benissimo ad una battaglia data in quella pianura. M. Famin,Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie, tomo I, p. 150 in nota, promette dimostrare in appresso che la battaglia si diè a Platani, castello distrutto. Gli argomenti suoi, che non conosciamo per anco, possono esser due: la vicinanza del luogo e la somiglianza del nome. Ma il luogo è lontano da Mazara cinquanta miglia, e secondo Edrisi dovrebbe dirsi 70; il che non si accorda con la marcia in ordinanza. Il nome è diverso; poichè gli Arabi, Nowairi con gli altri, nominando quel castello di Platani che si arrese ai Musulmani l'840, scrivono Iblâtanû, non già Belât.
442.Il testo del Nowairi dice che Ased uscì di Mazara'alâ ta'biaper andare a trovare il Palata nella pianura Palata o Balata. M. Caussin, padre, preseta'biaper nome di luogo, e tirossi dietro il Di Gregorio, che per giunta soppresse nel testo la preposizione'alâ, che vuol dire: “sopra, in, in stato di.” Indi tradussero, l'uno:marcha vers Taabia; e l'altro:progressus exinde fuit ex Mazara ad Taabiam. Mata'biasignifica “schiera, ordinanza, ordine di battaglia;” e il Nowairi un rigo sotto replica il verbo'aba, dal quale viene tal voce; oltrechè se si trattasse di nome di luogo qualunque arabo gli avrebbe messo innanzi la preposizioneila, “verso, alla volta di,” e non già'alâ. Ibn-el-Athîr usa anch'egli in altro caso della guerra di Sicilia la voceta'bianel senso di schiera, ordinanza. Però non v'ha il menomo dubbio alla correzione che io fo: “Indi Ased cavalcò in ordinanza da Mazara per andare a trovare il Palata, il quale stava in una pianura che ebbe lo stesso nome di lui.”
443.Così pare, poichè sappiamo dai Musulmani lo sbarco il 13 giugno, e laCronica di Cambridge, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 41, porta la occupazione dell'isola a mezzo luglio 6335, notando, com'è probabile, lo evento più segnalato, che fu questa battaglia.
444.Oltre i molti esempii nelle battaglie, questa usanza è attestata nella Tattica dell'imperatore Leone, versione francese, p. 122.
445.Presso ilRiadh-en-nofûs, l. c. L'autore aggiugne il comento che “Barbari della costiera” alludesse a que' che avean preso la fuga nella prima battaglia data da' Musulmani in Affrica. Forse fu questa ricordanza che suggerì di dare 150,000 uomini al Palata, come se n'erano supposti 120,000 nell'esercito di Gregorio.
446.La ritirata del vinto a Castrogiovanni è riferita dal Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5. Il rimanente da Nowairi stesso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto; MS. C, tomo IV, fog, 191; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 106.
447.Il solo Nowairi, l. c., indica il cammino tenuto dall'esercito musulmano pria che giugnesse ad Acri. Ei ne nomina due luoghi soli, il primo dei quali basta al proposito nostro, poichè si dice espressamente posto sul mare. E veramente il più breve e facile viaggio da Mazara a Siracusa corre lungo la marina fino a Terranova, e di là continua tra i monti quasi in linea retta. Secondo l'Itinerario d'Antonino, questo viaggio seguirebbe in parte il primo, e in parte il secondo dei sentieri di posta dei Romani tra Girgenti e Siracusa; l'uno dei quali costeggiava sempre il mare, e l'altro mai nol toccava. Il punto di ravvicinamento di questi sentieri era nelle poste diPlaga Calvisianisdel primo, edHybla Haereadel secondo, situate l'una presso Terranova, e l'altra presso Chiaramonte; tra le quali due stazioni l'Itinerario non segna strada; ma v'ha oggi, e di certo non mancava al tempo dei Romani.
Determinata così con certezza la marcia di Ased, ci rimane a trovare i due punti di questa linea nominati dal cronista. Dell'uno ei dice che fu “la Chiesa di Eufemia, quella ch'è in sul mare.” Qui in luogo di Eufemia leggerei Finzia; perchè questo nome nella scrittura arabica differirebbe poco dal primo; e sopratutto perchè la stazione più notabile del detto viaggio era appunto Licata, l'antica Phinthia, fabbricata sopra una rupe ch'esce in penisola alla foce del Salso.
Il secondo nome geografico si legge in vario modo nei due MSS. di Nowairi; dei quali il più corretto ha: “La Chiesa dielm s l kîn” (senza vocali brevi), e l'altro di: “elsci l kîn.” Invano ho cercato nella geografia antica, arabica, o moderna, qualche nome che somigli a cotesto. Pur dalla narrazione di Nowairi argomenterei volentieri che il sito fosse il promontorio ch'or si chiama la Pietra di San Nicola, tra Licata e Terranova, il quale nello Itinerario d'Antonino è chiamatoRefugium Gelæ, e posto a cinque miglia romane a levante da Licata, e in Edrisi ha nome diMarsa-es-Scelukad otto miglia arabiche dalla foce del Salso. Non manca qualche debole assonanza tra i nomi.
La conghiettura che si trattasse di Sciacca non mi par che regga. Oltrechè questo nome è al certo arabico, e però posteriore all'evento; e oltre ch'è assai diverso da quello dei MSS., Sciacca si trova troppo presso al luogo donde partiva Ased, e troppo lungi da Siracusa. D'altronde, il solo autore di quella conghiettura, M. Caussin padre, la ritrattò nella versione francese del Nowairi, pubblicata da lui stesso. Veggasi la p. 14 di quell'opuscolo.
448.Nella più parte dei MSS., ove si dice di questa fortezza, il nome è scritto variamente. Dei due esemplari di Ibn-el-Athîr, il MS. A mostra (al solito senza vocali brevi) le lettereelk râ, e in fine una senza punti diacritici, che si potrebbe leggereb,t, ovveroth. Il MS. C haelk rrâthassai nitidamente; ma la chiarezza può venire benissimo dalla ignoranza di chi scrivea questo nome geografico, come il noto vocabolokerrâth, che significa “porro,” e ch'è altresì nome di luogo; e tra gli altri d'un isolotto alla punta di Capo Passaro, detto anche oggi l'isola dei Porri: nudo scoglio del quale al certo non si tratta nel caso presente. Passando a Ibn-Khaldûn, il testo pubblicato da M. Des Vergers secondo il MS. di Parigi haelk râd; e quello di un MS. di Tunis (il quale mi par migliore) haelk rat. Questa ultima lezione anche troviamo in entrambi i MSS. del Nowairi; sendo errore della edizione del Di Gregorio la letterahé(26madell'alfabeto arabico d'oriente) sostituita allat(terza lettera).
Or la lezione del Nowairi e del MS. tunisino d'Ibn-Khaldûn mi par che renda quasi esattamente il nome di Acri: città notissima nella Sicilia antica; rimasta in piè certamente infino al quinto secolo, come lo mostrano lo Itinerario d'Antonino, le tavole di Peutinger e gli emblemi cristiani trovati nel nostro secolo tra le sue rovine; e di più, importante per lo sito, e posta proprio su la strada che dovea fare Ased. La terminazione in arabico col suono diKerâtnon sarebbe più viziosa di tante altre che ne conosciamo di nomi geografici greci e latini storpiati dagli Arabi, e viceversa. Per altro ad aggiustarla basterebbe togliere la letteraldell'articolo arabico, ovvero aggiungere dopo quella unaa, di modo che facesseAkrâtovveroel-Akrât. La desinenzaât, appartenendo al plurale femminino della lingua arabica, renderebbe appunto la forma analoga αὶ Ἄκραι edAcraeche usavano nel nome di questa città i Greci e i Latini, insieme con altre meno esatte, come Ἄκραιαι edAgris.
Il Di Gregorio in nota al Nowairi, l. c., ha ricordato, a proposito di questa fortezza, il nome diAlcharet, che leggesi in un diploma del 1082; ma poco ci giova, poichè il sito diAlcharetsi ignora, e forse si dee cercare ad Alcara delli Fusi, su le montagne che sovrastano alla costiera settentrionale. Meno lungi da Siracusa, ma pur troppo pel caso nostro, sarebbe Valguarnera Caropini (leggasi Caropipi), terra presso Castrogiovanni, alla quale pensò M. Des Vergers, p. 106 della versione di Ibn-Khaldûn, credendo preferibile alle altre lezioni quella del MS. A di Ibn-el-Athîr, e leggendovielk râb.
449.Ibn-el-Athîr; Ibn-Khaldûn; Nowairi, ll. cc.
450.Johannes Diaconus,Chronicon Episc. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 312, dice pagato il tributo di 50,000 soldi dai Siracusani prima della occupazione di Palermo. Dalla serie del fatti si vedrà che il pagamento non potè aver luogo dopo il tempo in cui l'ho messo. Ibn-el-Athîr narra le dette pratiche in modo da far supporre che fosse stata pagata una parte della taglia.
451.Il testo dice precisamentehaul“in giro.”
452.Veggasi il capo X del presente libro. Questo quartiere era stato, probabilmente, ristorato ai tempi di Augusto.
453.Ibn-el-Athîr, l. c., narra l'occupazione delle caverne e l'assedio di Siracusa cominciato per terra e per mare; ilBaiân, tomo I, p. 95, l'assedio per terra e per mare, l'arsione delle navi degli assediati, e l'uccisione di lor gente. Queste due croniche ed altre dicon chepoi vennerogli aiuti d'Affrica; e mi pare evidente che Ased li avesse richiesto.
454.Questi pare il Sehnûn-ibn-Kâdim che avea sconsigliato l'impresa. Veggasi a p. 260.
455.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso, racconto di Soleiman-ibn-Sâlem. Quivi non si porta data; ma la condizione dell'esercito affamato e la conchiusione del racconto non lascian dubbio che il fatto debba riferirsi al lungo assedio di Siracusa.
456.Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn fanno menzione soltanto di rinforzi d'Affrica; ma Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5, e ilBaiân, tomo I, p. 95, parlano espressamente di Affricani e di Spagnuoli. Credo che questi ultimi venissero di Creta; perchè non è probabile che gli Omeîadi di Spagna mandassero l'armata loro insieme con l'affricana, e perchè il Marrekosci, testo arabo, edizione di Dozy, p. 14, dice che alcuni Spagnuoli di Creta passarono in Sicilia.
457.Johannis Diaconi,Chronicon Venetum, presso Pertz,Scriptores, tomo VII, p. 16, sotto l'anno 827.
458.Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicilie, p. 43 del testo, e 106, 107 della versione, narra che, mentre Ased stava a campo a Siracusa, gli aiuti di Affrica assediarono Palermo; che i Greci assalirono Ased e furono rotti; e che Ased, morto del 213, fu sepolto a Palermo. Nella pagina seguente, Ibn-Khaldûn dice presa Palermo il 217. Vi ha dunque una manifesta confusione di tempi. Il nome di Palermo fu messo al certo per errore nella guerra del 212 e 213, e l'errore nacque dalla menzione che Ibn-el-Athîr, o altro cronista più antico, avea fatto del governatore di Palermo, intendendo del bizantino non già del musulmano. L'assedio di Palermo nel 213 è inverosimile o piuttosto impossibile. Da un'altra mano il Nowairi, senza fare menzione della battaglia, dice arrivati i navilii d'Affrica e di Spagna, e indi rincalzato l'assedio di Siracusa. IlRiadh-en-nofûs, all'incontro, senza parlare di aiuti, attribuisce ad Ased una seconda strepitosa vittoria. Parrebbe da tutto ciò che la battaglia fosse combattuta sotto Siracusa.
459.Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto e verso; MS, C, fog. 191 verso. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c., il quale nel testo dice che gli assediati respinsero i Greci venuti ad assalirli sotto Siracusa.
460.L'assedio par che cominciasse verso la fine di luglio 827.
461.Il Nowairi, l. c., scrive che i Siracusani chiedeano l'amân, che Ased lo voleva accordare, e che i Musulmani si ostinarono a continuare le ostilità. Credo più tosto un errore di questo compilatore, che mutata improvvisamente l'indole di Ased.
462.Veggasi qui appresso la fuga degli statichi che erano nel campo musulmano. IlRiadh-en-nofûs, MS. fog. 26 recto, nel narrare la morte di Ased, dice delle molte vittorie riportate e città soggiogate.
463.Secondo ilRiadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto, morì di ferite, di rebi' secondo del 213 (tra giugno e luglio 828) e fu sepolto nel campo; lo stesso dice Ibn-Rascik, citato da Ibn-Wuedrân, § 1, senza spiegare la causa della morte; così anche Ibn-abi-Dinar (el-Kaïrouani),Histoire de l'Afrique, p. 85; e testo, MS., fog. 20 verso. IlBaiân, tomo I, p, 95, reca la morte dal mese di regeb (tra settembre e ottobre); Nowairi, presso Di GregorioRerum Arabicarum, p. 5, di scia'bân (tra ottobre e novembre): Ibn-Abhâr, MS,, fog. 148 verso; Ibn-el-Athîr, l. c.,; e Ibn-Khaldûn, l. c., non portano altra data che dell'anno 213. Ibn-el-Athîr lo dice morto della pestilenza; il Nowairi, in generale di malattia.
464.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto.
465.Baiân, tomo I, p. 96.
466.Così dicono espressamente Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5, e ilBaiân, l. c. Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn portano senz'altro che Mohammed-ibn-abi-'l-Gewâri succedea nel comando. Questo nome patronimico è dato dai migliori MSS., e in altri sbagliato. In una moneta, della quale ci occorrerà far menzione, è scritto Ibn-el-Gewâri; e però, non ostante l'autorità dei cronisti, mi è parso seguire questa lezione.
467.Einhardus,Annales, presso Pertz,Scriptores, tomo I, p. 217, anno 828; e presso Muratori,Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 519. Veggansi gliAnnalidel Muratori, sotto il medesimo anno.
468.Riadh-en-nofûs, MS., fog. 52 verso, senza data. Il giurista Sehnûn, padre di Mohammed, è diverso dal Sehnûn-ibn-Kâdim di cui abbiam detto. Ei si chiamava Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-Sa'îd, e gli diceano Sehnûn, per lode o ingiuria. Debbo avvertire che secondo la biografia di Mohammed-ibn-Sehnûn, questi nacque il 202 dell'egira (817); onde il combattimento suo con gli Italiani si dovrebbe supporre diverso da quello dell'828. Invece di raddoppiare questo fatto, mi par più naturale credere a uno sbaglio nella data della nascita di Mohammed. Pare che Mohammed-ibn-Sehnûn fosse officiale delle milizie, leggendosi in fine che da quel dì in poi montò sempre cavalli andando a far la ispezione.
469.Il ribelle 'Amer-ibn-Nafi' si difese in Tunis fino alla sua morte, che seguì di giugno 829.
470.Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107; Nowairi, presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 5, 6.
471.Leggenda della traslazione del corpo di Sant'Agrippina, epitome del martirio e canone acrostico, dei quali il Gaetani,Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 18 seg., diè le versioni latine, e i Bollandisti,Acta Sanctorum, mese di giugno, tomo IV, p. 458 seg., inserirono le versioni, col testo greco dell'epitome e del canone. Questi al giudizio dei Bollandisti furono scritti nel X o XI secolo in Sicilia. La critica degli stessi dotti editori ha tolto alcuni dubbi del Gaetani, correggendo il tempo del martirio di Agrippina, e mostrando che il supposto miracolo fosse operato contro i Musulmani e non contro gli Iconoclasti. L'epitome, dettata, come parmi, prima del canone, è più castigata:Agareni vero, cum præsumpsissent depredari propugnaculum templi ejus, omnigena morte interierunt(άπολεία παντελεῖ παρεδώθησαν) che meglio si renderebbe: “furono compiutamente esterminati.” Il canone, come scritto in versi, aggiugne un po' di colore, che: Santa Agrippina come una colomba d'oro armata d'una croce distruggea gli Infedeli che di notte assalivano il suo castello, ec.
472.Ibn-el-Athîr alla fine del capitolo su la prima guerra di Sicilia scrive i nomi delle città più rilevanti, lettera per lettera secondo l'uso degli Arabi. L'ortografia che assegna al nome di questa città è,mim,ia,nun,alef,waw, cioè Minâw. MS. A, tom. I, fog. 125 verso.
473.Nel MS. del Beladori della Biblioteca di Leyde, nº 772, del catalogo stampato del Dozy, p. 275, del MS., non si vede il raddoppiamento della n; ma ce lo dà Ibn-el-Athîr, l. c., scrivendo:kaf,sad,ra,ia,alef,nunraddoppiata,he.
474.Ho messo insieme i particolari di questo misfatto, riferiti variamente dal Nowairi presso Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 6, e dalla cronica imperiale,Theophanes continuatus, libro II, cap. XXVII, p. 82, 83. Narra più brevemente quest'assassinio Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso, e l'accenna appena Ibn-Khaldûn,Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107. Quivi in luogo di Mazara si legga Mineo, come hanno chiaramente i MSS. di Ibn-el-Athîr e di Nowairi. Quanto al luogo dell'uccisione d'Eufemio, ho seguito i cronisti arabi, non il bizantino che le porta a Siracusa. Nella versione del Nowairi si corregga la frase del Di Gregorioin terram procubuere manus ipsius comprehensuri, e si segua quella del Caussincomme pour se prosterner devant lui, o meglio si sostituisca:in atto di baciar la terra innanzi i suoi piè.Il Rampoldi,Annali Musulmani, citando Nowairi, che punto nol dice, fa andare Eufemio ad Enna “con un corpo dei suoi aderenti rinforzato da circa 1000 Affricani.”
475.Veggasi il I capitolo del presente Libro, pag. 247, nota 1.
476.Non essendo stato giammai a Castrogiovanni, mi sono affidato alle descrizioni altrui e alle notizie scritte dal diligentissimo D'Amico nelLexicon Topographicum Siciliæ.