LIBRO DECIMOQUARTO

LIBRO DECIMOQUARTO1782Gli Stati, che esercitavano la guerra, non aspettavano altro per compir i disegni che avevano orditi sul principiar del presente anno, che la perfezione degli apparecchj, la stagione favorevole e la occasione propizia. Stracchi gli uni e gli altri dalla lunga guerra si accorgevano ottimamente, che gli avvenimenti di questo medesimo anno avrebbero, e la fortuna di quella, e le condizioni sue definito. Non ignoravano neanco, che a chi ne tocca vicino alla pace, a quel ne va il peggio; perciocchè non ha tempo di riaversi. Per la qual cosa avevano tutti ogni ingegno posto, e ponevano, ed ogni opera facevano, perchè fossero le armi loro sì gagliarde, che dovessero ad ogni modo restarne al di sopra. Volevano gli alleati principalmente ed acquistar il dominio dei mari di Europa, e far l'impresa di Gibilterra, ed impadronirsi della Giamaica. I Francesi in ciò erano specialmente, che si soccorresse alle cose loro nelle Indie orientali, le quali nonostante il valore di Suffren, e molte non men ostinate, che bene combattute battaglie contro Hughes, le cose loro erano andate in declinazione, e già le due importanti Terre di Negapatam, e di Trincamale erano in poter degl'Inglesi venute. A tutti questi fini, siccome pure a proteggere le proprie conserve, e quelle del nemico intraprendere s'indirizzavano i pensieri dei confederati. Si erano perciò accordati, che le armate spagnuola ed olandese andasseroa trovar la francese nel porto di Brest, e con quella congiuntesi ne uscissero poscia all'alto mare; e correndo dallo stretto di Gibilterra sino alle coste della Norvegia da ogni forza nemica lo nettassero. Era l'intento loro, che mentre le navi più grosse, oltratesi nei mari ed anche nei canali più stretti, le armate nemiche impedissero dall'uscir fuori, le fregate spazzassero ogni cosa nell'aperto, e le conserve ed il commercio inglese sperperassero. Nè a ciò si ristavano. Volevano altresì bezzicar continuamente, e tenere in apprensione le coste della Gran-Brettagna, ed anche, se qualche favorevole occasione si aprisse, scendervi, e desertar il paese, e se i popoli romoreggiassero, o non fossero i difensori pronti, farvi anche di peggio. A tutte queste cose fare erano molto atti, avendo, quando le forze loro congiunte fossero, meglio di sessanta navi di fila con un numero maraviglioso di velocissime fregate. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi nei porti loro una forza, che fosse sufficiente al resistere ad un sì formidabile apparato. Speravasi dal canto della lega, che la guerra antillese ed europea avrebbe in questo anno il medesimo fine avuto, che nel varcato quella d'America; e che in tal modo si sarebbe di breve conseguìto una lieta, e felicissima pace.Dall'altra parte in Inghilterra i nuovi reggitori dello Stato niuna cosa lasciavano intentata per soccorrere alle cose afflitte, e per resistere a quella piena, che loro veniva addosso. Quello, che per l'inegualità delle forze non potevano, speravano coll'arte dei capitani, coll'ardire dei soldati, e colla opportunità delle fazioni conseguire. Mentre stavano apparecchiando l'armata, e tutte le cose necessarie al soccorso di Gibilterra, impresa, che sopra tutte le altre, dopo quella della sicurezza del regno, stava loro a cuore, conobbero,che prima di tutto era mestiero l'impedir la congiunzione dell'armata olandese colla francese e colla spagnuola. Nel che si otteneva ancora, e nel medesimo tempo, che s'interrompesse il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, ed il proprio dagli insulti loro si preservasse. Perilchè fecero uscire dal porto di Portsmouth l'ammiraglio Howe con dodici navi di fila, avendogli commesso, andasse a volteggiarsi sulle coste d'Olanda. La cosa tornò lor bene. Imperciocchè l'armata olandese, la quale, commesse le vele al vento, già era uscita dal Texel, abbandonato del tutto l'imperio di quei mari, di nuovo era rientrata nel porto. Howe dopo essere stato pel torno di un mese in crociata presso quelle coste, veduto, che il nemico non faceva mostra alcuna di voler uscire un'altra volta, ed avendo per l'insalubrità della stagione molti malati a bordo, se ne tornò a porre in Portsmouth. Ma fu poco dopo mandato al medesimo servizio in luogo dell'Howe l'ammiraglio Milbanke, per opera del quale, comechè il commercio d'Olanda del Baltico non ricevesse danno alcuno, ciò non di meno quel d'Inghilterra fu tutelato, e soprattutto il passo pel canale della Manica all'armata nemica impedito. Così l'Olanda, tanto chiara repubblica nei tempi andati, fuori del valor dimostrato nella giornata di Doggers-bank nulla fece in questa guerra, che di sè, e dell'antica sua fama degno fosse. Tanto era ella dall'antica gloria e potenza scaduta; miserabile effetto delle esorbitanti ricchezze, dell'eccessivo amor del guadagno, e forse più ancora delle malaugurose Sette, che vi regnavano; perciocchè se in una repubblica quelle Sette, che risguardano il reggimento interno dello Stato, sono qualche volta utili a mantenere viva la libertà e la generosità degli animi nei popoli, non ènissuno, che non veda, che quelle, le quali hanno per obbietto i potentati esterni, partoriscono un tutto contrario effetto, e fanno, che dalla rabbia in fuori, nissuno vivace spirito si conservi. Certamente il più manifesto segno, che s'indebolisce la forza, e si perde la independenza, si è in una nazione lo scellerato parteggiare pe' forestieri; e quest'era per l'appunto la condizione degli Olandesi di quei tempi. Quindi è, che sul finir della presente guerra, se non fu l'Olanda all'estrema condizione condotta, che anzi se ricuperò in gran parte le cose perdute, ciò all'armi ed all'intervenimento della Francia, piuttostochè alle proprie forze si dee massimamente, anzi intieramente riputare.Ripigliando ora il filo della storia là, donde il lasciammo, si erano d'intorno a questi tempi le certe novelle ricevute in Inghilterra, ch'era pronta a salpare dal porto di Brest una considerabile conserva volta alle Indie per recarvi rinforzi di soldati, d'armi e di munizioni. Dubitandosi dall'un canto della Giamaica, dall'altro delle possessioni delle coste del Malabar, non s'indugiarono punto i ministri, e fecero tosto uscire l'ammiraglio Barrington con dodici navi d'alto bordo, perchè andasse in cerca di quella conserva, e trovata la sfolgorasse. Eseguì egli diligentemente i comandamenti loro, ed arrivato nel golfo di Biscaia s'incontrò nella conserva, la quale consisteva in diciotto navi onerarie, ed in due da guerra chiamate il Pegaso, ed il Protettore, che le convogliavano. Era il tempo brusco, ed il mare tempestoso. Ciò non di meno dava loro la caccia velocemente. Il vascello il Fulminante, molto franco veleggiatore condotto dal capitano Jervis, sopraggiungeva, e si attaccava col Pegaso, che era governato dal cavaliere di Sillano.Durò la battaglia, essendo le forze delle due navi pressochè uguali, per bene un'ora molto feroce. Ma finalmente il Francese, morti o feriti molti de' suoi, si arrendè. Essendo il vento fresco, ed il mare grosso appena Jervis potette una piccola parte dei prigionieri della predata nave marinar nella sua, e por dentro a quella una piccola parte de' suoi. Portava perciò grandissimo pericolo, che si riscuotessero. Ma arrivò in questo punto il capitano Maitland colla sua nave la Regina, e compì la bisogna. Ciò fatto, una folata gli separò. S'imbattè poi Maitland in un'altra grossa nave francese, chiamata l'Azionario, e combattutala, dopo leggier contrasto, la pigliò. In questo mezzo le più leggieri fregate avevan dato la caccia alle onerarie, le quali in sul primo apparir degl'Inglesi, dato il segno, si erano a bello studio, e con molta velocità sparpagliate. Dodici vennero in poter loro, grave perdita alla Francia. Imperciocchè oltre le navi, le armi e le munizioni sì da guerra, che da bocca, meglio di undici centinaia di valenti soldati vennero in poter dei vincitori. Barrington colle predate navi, colle spoglie, e coi cattivi felicemente rientrava nei porti d'Inghilterra. Questi consiglj di far correre i vicini mari da flotte spedite, essendo riusciti bene, determinarono gl'Inglesi di continuare nei medesimi; al che fare tanto più volentieri si accostarono, quanto che nissuna novella era loro pervenuta, che fosse la grossa armata dei confederati in punto d'arrivare su di quelle spiagge; e se le deliberazioni delle leghe furono in ogni tempo lente, perchè intricate, e di diversi interessi frammescolate, molto anche tali furono nella presente occorrenza, quantunque la Francia e la Spagna fossero ardentissime nel desiderio di abbassar la potenza dell'inveteratonemico. Perciò gl'Inglesi, i quali con nissun altro, che con loro stessi si consigliavano, assai si avvantaggiavano colla prontezza, e coll'unità delle deliberazioni. Per la qual cosa, entrato Barrington, mandarono fuori Kempenfeldt a correre il golfo di Biscaia, commettendogli, che tutto quel male, che potesse, facesse al commercio francese, l'inglese proteggesse, e specialmente due ricchissime conserve, che frappoco si aspettavano, una dalla Giamaica, l'altra dal Canadà, dagl'insulti del nemico preservasse.Finalmente dopo molto tempo consumato in vano, si erano i confederati posti all'ordine per mandare ad effetto quelle imprese, che avevano disegnate. Il conte di Guichen preposto al governo dell'armata francese, e don Luigi di Cordova, capitano generale dell'una e dell'altra, salparono dal porto di Cadice nell'entrare di giugno con venticinque navi delle più grosse tra francesi e spagnuole; e volte le prue a tramontana viaggiavano alla volta dell'Inghilterra col desiderio, e colla speranza di cavar dalle mani di quegli arditi isolani l'imperio del mare. Ivano piaggiando le coste di Francia, e mentre procedevano nel viaggio loro venivano di mano in mano a congiugnersi altre navi da guerra, che in diversi porti stanziavano, e massimamente una maggiore squadra, che nel porto di Brest era sorta. Per tutti questi accostamenti diventò l'armata dei confederati sì numerosa, che vi si annoveravano bene da quaranta vascelli grossi di alto bordo. Arrise la fortuna a questi primi conati. Incontratisi nelle conserve di Terranuova, e di Quebec, le quali erano convogliate dall'ammiraglio Campbell con una nave di cinquanta, e parecchie fregate, quelle parte pigliarono, parte sperdettero. Diciotto onerarie vennero in poter dei vincitori,assai ricca e preziosa preda. Le navi da guerra scamparono, ed entrarono a salvamento nei porti di Inghilterra. Così i Francesi, con un insigne fatto, della perdita della conserva delle Indie si rappigliarono. Ottenuta questa, se non difficile, certo utile vittoria, e diventati del tutto padroni del mare, si recarono verso le bocche del canale della Manica, e quivi schieratisi, come già altre volte fatto avevano, dall'isola Scilly al capo Ognissanti, stavano attendendo a quello, che fosse per succedere sulle coste dell'Inghilterra, alla preservazione delle proprie conserve, ed al rapimento di quelle del nemico continuamente badando. I ministri britannici non se ne stavano neghittosi; ma poste ventidue navi di fila sotto la condotta dell'ammiraglio Howe, gli mandarono, uscisse al mare, evitasse la battaglia trascorrendo, ogni opera facesse per proteggere la conserva della Giamaica, preziosa in sè stessa, e più ancora per la recente perdita della Canadese. Non mancò Howe a sè stesso; ma da quel capitano pratico, ch'egli era, tostamente sbrigatosi dall'armata nemica, veleggiava a ponente di questa di verso la parte, dalla quale doveva venir la conserva. E tanto fu egli, o destro, o fortunato, che la cosa gli venne fatta. Peter-Parker, che faceva il convìo alla conserva, questa stessa, e tutta l'armata dell'Howe entrarono a man salva nei porti d'Irlanda in sul finir di luglio. Se ne tornarono poscia i confederati dopo l'inutile mostra, non più fortunati, e non più arditi in questa, che nelle due prime stati fossero, nei porti loro.L'impresa però, intorno la quale con maggior contenzione d'animi si travagliava in Europa, quell'era dell'assedio di Gibilterra. Gl'Inglesi tutti erano in questo, che a quella Fortezza si soccorresse; i Francesi,e massime gli Spagnuoli, che s'intraprendessero i soccorsi. Questa cosa era venuta in gara tra di loro; poichè oltre la gloria dell'armi, e l'onor delle Corone, quella rocca era opportunissima alla conservazione dell'imperio del mare mediterraneo. Neanco mai in nissun'altra fazione di guerra ebbero gli uomini tanta aspettazione collocato, quanta in questa, e quest'assedio pareggiavano ai più famosi, così degli antichi, come dei moderni tempi. La pressa era grande in Inghilterra per quel soccorso; perciocchè sapevasi, che di già dentro la rocca s'incominciava ad aver carestia di munizioni, massimamente da bocca, e che gli assediatori avevano il largo assedio cambiato in oppugnazione, volendo con mirabili macchine, delle quali sarà per noi favellato in appresso, far pruova di pigliare per forza quello, che colla fame non avevano potuto. Adunque mentre a quelle mura tanto per natura, e per arte forti e munite sovrastava un'aspra, e non mai per lo avanti udita battaglia, i ministri britannici facevano riscontrar in Portsmouth tutte le forze navali del regno, incluse quelle, che stanziavano sulle coste dell'Olanda, e le altre, che correvano il golfo di Biscaia. Là concorrevano anche in gran numero quelle da carico, sulle quali con grandissima diligenza si abbarcavano le provvisioni. L'impresa del soccorso di Gibilterra bolliva forte. Infine sul principiare di settembre, essendo ogni cosa in pronto, Howe, capitano generale dell'impresa, accompagnato dagli ammiragli Milbanke, Roberto Hughes e Hotham partì da quel porto, avendo sotto la sua condotta, oltre quelle da carico, ch'erano una gran moltitudine, trentaquattro navi d'alto bordo, non poche fregate, e molti brulotti. Dalla fortuna di quell'armata pendeva quella dell'assediata Fortezza.Peraltro le armi non erano i soli stromenti che i nuovi ministri della Gran-Brettagna volevano adoperare per arrivare al fine loro, ch'era quello di una fortunata guerra, e di una onorata pace. E siccome tutti i nemici loro, quando nella presente unione continuassero, vincere e superar del tutto non isperavano, così fecero pensiero di mettere screzio tra di quelli, e scomunargli con fare a ciascun di loro profferte di condizioni di pace separate, avvisandosi, che il rompimento della lega stato sarebbe la più sicura via al conseguimento di una finale vittoria. Nel che speravano ancora, che quand'anche non avessero potuto ottenere l'intento, avrebbero almeno conseguìto quello di dar pasto, e di contentar i popoli della Gran-Brettagna, e rendergli, con dimostrare la necessità della guerra, alla continuazione della medesima meno avversi. Nè non era possente stimolo agli animi loro il pensare, che pure dovevan essi, volendo sostener quelle persone, che fin là tanto fuori, quanto dentro del Parlamento sostenute avevano, amici ed autori di pace, se non sinceramente, almeno apparentemente dimostrarsi. Per tutte queste cagioni operarono di modo presso l'Imperadrice delle Russie, ch'ella fece uffizio di componimento colle Province Unite d'Olanda col proporre, essendo a ciò fare dal Re della Gran-Brettagna autorizzata, alla repubblica una tregua, e quelle medesime condizioni di pace, che stat'erano accordate coll'Inghilterra nel trattato del mille seicento settantaquattro. L'ambasciador di Francia, che allora si trovava all'Aia, e che vegghiava queste pratiche, gagliardamente operò, perchè la cosa non avesse effetto, esortando gli Stati Generali a mantenersi in fede. Espose, che pure si erano colla Francia a non fare la pace coll'Inghilterra, se non se quando questa avessericonosciuto l'illimitata libertà dei mari, obbligati; parlò dei concerti presi tra i due Stati intorno le operazioni navali da farsi contro il comune nemico, il rompere i quali sarebbe stato ugualmente poco onorevole alla repubblica, che dannoso al suo Re, loro fedele alleato. Toccò finalmente della riconoscenza, che gli dovevano per la conservazione del Capo di Buona Speranza, e per la ricuperazione dell'isola di Sant'Eustachio, e delle colonie di Surinam, l'una e l'altra operate dall'armi di Francia. Questi furono gli uffizj dell'ambasciadore. Considerarono poi gli Olandesi, che quelle isole e colonie erano come altrettanti statichi in mano dei Francesi, e che poca speranza poteva rimaner loro di ricuperarle, se essi dalla lega colla Francia si discostassero. Queste cose in un coll'opera dei partigiani della Francia, i quali in questa occorrenza efficacemente si travagliarono, fecero di modo, che gli Stati Generali non si dimesticarono alle proposte inglesi, e si risolvettero a non dipartirsi dall'amicizia di Francia, allegando, che ciò molto bene si conveniva a quella incorrotta fede, colla quale era sempre stata solita a procedere quella repubblica. Nè miglior fine sortirono le pratiche a questo medesimo fine introdotte presso i governi di Francia e di Spagna; perciocchè entrambi le offerte condizioni ricusarono, il primo, perchè aveva ferma speranza di cacciar del tutto gl'Inglesi dall'isole delle Antille, ed ottenere poscia migliori patti in proposito della libertà dei mari; il secondo per questi stessi motivi, e principalmente per quella leccornìa, accresciuta anche dalla speranza di aver in mano sua la Giamaica e Gibilterra, non considerando, che l'uomo ordisce, e la fortuna tesse; l'uno e l'altro poi per osservare il patto di famiglia, e per conservare intatto l'onore delle lorocorone, il quale sarebbe grandemente offeso ad un somigliante abbandono fatto dell'alleato loro. Ma i ministri britannici avevano non poca speranza, che pei maneggi loro si potessero ridurre le cose a qualche composizione cogli Stati Uniti d'America. Per questo avevano mandato per iscambio al generale Clinton il Carleton, uomo, il quale per la prudenza ed umanità dimostrate nei passati fatti della canadese guerra era in buona voce presso gli Americani. Gli diedero facoltà, siccome pure all'ammiraglio Digby, di accordar la pace cogli Stati Uniti, riconoscendo la independenza, e concludendo con essi un trattato di amicizia e di commercio. Ma gli Americani considerarono, che a quel tempo nissuna legge era stata fatta dal Parlamento, che autorizzasse il Re a concludere o pace, o tregua coll'America, e che per conseguente quest'erano offerte e promesse, che i ministri facevano di per sè stessi, e che il Parlamento avrebbe potuto disdire. Conoscevano la ripugnanza, che aveva grandissima il Re al riconoscere la independenza loro. Perciò entrarono in gran sospetto, che ci covasse sotto qualche occulta frode, o malizia. Nel quale si confermarono anche maggiormente, quando intesero le novelle, che i ministri avevano introdotto pratiche d'accordi separati presso gli altri potentati guerreggianti d'Europa. Per le quali cose tutte si fermarono onninamente in questa sentenza, che questo fosse un andirivieno britannico fabbricato a bello studio per disgiugnergli tra di loro, e per menargli per parole. Sospettavano, che il trattamento dell'accordo fosse stato con artifizio dagl'Inglesi usato per deviargli dalle provvisioni della guerra, e per farsi più facile l'oppressione loro. Fece anche a questo tempo il ministro francese presso il congresso grandi uffizj, perchèsi sturbasse la pratica, e non si desse retta a queste proposte, dall'una parte la mala fede britannica, dall'altra la lealtà e la generosità del suo Re esponendo, e con vivi colori dipingendo. Parve invero una gran cosa a coloro che reggevano i consiglj dell'America, il rompere sul bel principio dello Stato loro le promesse, e lo scambiar in una non sicura amicizia una provata alleanza. Perilchè ricusarono. Dichiarò il congresso non potere, nè volere in alcun negoziato particolare, nel quale l'alleato loro non partecipasse, entrare. E perchè da nissuno potesse stimarsi poco sincera la fede della repubblica, e per tor ogni speranza all'Inghilterra, ed ogni sospetto alla Francia, i particolari Stati tutti decretarono, che non mai sarebbono divenuti ad una pace coll'Inghilterra, se non vi fosse stato il contento dell'alleato; chiarendo anche nemici alla patria coloro, i quali tentassero di negoziare senza l'autorità del congresso. In cotal modo si ruppero sul principiar del presente anno le pratiche della pace, perchè le cose della guerra non erano ancor mature, e perchè in mezzo a tanta scambievole diffidenza nissuna forma di concordia si poteva trovare, se non era dall'ultima necessità indotta.Andando le cose in America a questo cammino, nelle lontane isole dell'occidente già s'incamminavano elle a quel fatale caso, che doveva por fine all'antillese guerra, non altrimenti, che quello del Cornwallis aveva concluso l'americana. Eransi dai confederati quei maggiori apparati, che possibili fossero, fatti, per fare una volta l'impresa della Giamaica. Avevano gli Spagnuoli una possente armata, ed una grossa banda di soldati nelle isole di San Domingo e di Cuba, l'una e l'altra fornitissime di ogni cosa, e pronte a partire per ogni qualunque fazione, chesi volesse tentare. Il conte di Grasse poi si trovava nel porto del Forte Reale della Martinica con trentaquattro grosse navi di fila, con altre due di cinquanta cannoni, con due armate in fluta, e molte fregate. Quivi attendeva a racconciarle, e stava aspettando una seconda conserva partita da Brest sul principio di febbraio, la quale gli recava una egregia quantità di armi e di munizioni, delle quali abbisognava. Rassettato che avesse il navilio, e ricevuto i nuovi fornimenti di guerra, intendeva di andar a congiungersi a San Domingo cogli Spagnuoli, e correre quindi unitamente contro la Giamaica. Effettuata la congiunzione, avrebbero avuto gli alleati un'armata di sessanta navi di fila, e da quindici in ventimila soldati da sbarcare, forza prepotente, e tale, che una somiglievole non s'era mai in quelle spiagge veduta. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi forze nè terrestri, nè marittime, le quali fossero sufficienti a contrastare a tanto apparato. Imperciocchè Rodney, il quale si trovava a questo tempo alla Barbada dopo la congiunzione sua ivi fatta con Hood, e l'arrivo dall'Inghilterra di altre tre navi, aveva sotto il suo governo non più di trentasei vascelli di alto bordo, soldati da sparmiare per le guernigioni delle altre isole pochi, e nella Giamaica stessa si avevano solamente sei battaglioni di stanziali, con anco entrovi, secondo l'usanza di quei paesi, molte paghe morte, e le bande paesane. Il terrore vi era grande, ed il governatore dell'isola vi aveva promulgato la legge marziale, per la quale veniva a cessare ogni autorità ne' maestrati civili, ed a conferirsi tutta ai Capi della guerra.L'ammiraglio Rodney conosceva benissimo, che tutta la fortuna dell'antillese guerra, e quella di tutte le possessioni inglesi in quei mari totalmente pendevanodall'intraprendere la conserva di Brest, primachè ella arrivasse nei porti della Martinica, e dall'impedire, che l'armata francese non andasse ad accoppiarsi colla spagnuola a San Domingo. Per ottenere il primo di quest'intenti era egli uscito al mare, e talmente aveva la sua flotta arringata a sopravvento dell'isole, che ella si distendeva dall'isola Desirada sino a quella di San Vincenzo in su quella via, la quale tengono per l'ordinario le navi, che vengono d'Europa per recarsi alla Martinica. E per maggiore sicurezza aveva anche fatto affilar le sue fregate più in là a sopravvento, perchè, speculando tutto all'intorno, avvisassero prontamente l'avvicinarsi del nemico. Ma i Francesi, che pure subodorato avevano qual cosa, invece di andare al solito viaggio per alla Martinica, la conserva loro talmente avviarono, che, torta la via a destra verso settentrione, passarono a tramontana della Desirada, e poscia piaggiando a sottovento la Guadaluppa e la Domenica, la condussero a salvamento a Porto Reale della Martinica. Fu questo molt'opportuno rinfrescamento ai Francesi, e d'infinito cordoglio cagione agli Inglesi, ai quali nissun'altra speranza rimaneva al preservarsi da una totale rovina in quei lidi, fuori di quella d'impedire la congiunzione delle due armate francese e spagnuola in San Domingo. A questo fine andò Rodney a porsi al Gros-Islet in Santa Lucia, dove stava continuamente alla vista, e per la vicinanza de' luoghi poteva facilmente, e spacciatamente venire informato di quello, che si facesse il nemico al Forte Reale. Faceva sopravvedere diligentemente il mare dalle veloci fregate. Attendeva intanto a far acqua, e viveri, ed a porsi in grado a poter bastare ad una lunga crociata.In questo mezzo il conte di Grasse, poichè il tempoera da spenderlo in operare, e non volendo più oltre indugiarsi al mandare ad effetto le commessioni, che aveva dal suo Re ricevute, e che di tanta importanza erano alla gloria ed alla prosperità del Reame di Francia, comandò alle navi della conserva, nel preservamento delle quali consisteva tutta la speranza dell'impresa della Giamaica, uscissero dal porto, e faceva lor fare l'accompagnatura dai due vascelli di guerra il Sagittario, e lo Sperimento. Poco poscia le seguitava egli stesso con tutta l'armata. Avrebbe voluto, andando a seconda dell'etesie, indirigersi direttamente a San Domingo. Ma preveggeva ottimamente, che sì facendo, ed ingombro, com'egli era, con una conserva che sommava meglio, che a cento legni passeggieri, ed in tanta costanza di vento, non avrebbe potuto tanto vantaggiarsi, che l'armata inglese non sopraggiungesse. La qual cosa lo avrebbe costretto alla battaglia, ch'ei voleva, e doveva schivare. Perciò pigliò altro partito. Prendendo voga verso tramontana, iva con tutto il suo numerosissimo navilio radendo le spiagge delle isole. Era questo un molto conveniente consiglio, e ne doveva l'ammiraglio francese sperare un felice evento. Poichè in tal modo conoscendo i suoi piloti molto meglio degl'Inglesi le giaciture di quei lidi, la maggior parte francesi, o spagnuoli, potevano più presso a questi spingere le navi. I diversi canali poi, che fra quelle frequenti isole si frappongono, e sicuri ricetti, e comodi venti offerivano contro il perseguitante nemico. Oltracciò poteva egli ordinar di modo le sue navi, che quelle da carico costeggiassero terra terra, mentre le guerresche si appetterebbero al di fuori contro le nemiche. Dal che ne poteva nascere facilmente, che le inglesi ne fossero spinte a sottovento; e perciò fosse lasciata libera la via alle francesiper a San Domingo. Con questo consiglio sperava il conte di Grasse di potersi appoco appoco sguizzare sino al luogo destinato alla massa generale in quell'isola. Le fregate inglesi, che stavano vigilanti alle poste, diedero tosto per mezzo dei concertati segnali avviso dell'uscita della flotta francese all'ammiraglio Rodney; ed egli che stava sull'ali, ed era pigliatore di gran partiti, troncati tutti gl'indugi, salpò incontanente per andarla a trovare. Era il giorno nono di aprile, e già i Francesi avevano incominciato a spuntar la Domenica, trovandosi a sottovento della medesima, quando si mostrò improvvisamente agli occhi loro tutta l'armata inglese. De Grasse comandò ai capitani della conserva, collassero tutte le vele, gissero ad apportar nella Guadaluppa. L'uno e l'altro ammiraglio con eguale arte ed ardire si ordinavano alla battaglia. Questa il Francese intendeva di combattere lontana per dar tempo alla conserva di allargarsi, e per non commettere all'arbitrio dell'incerta fortuna una impresa certa; l'Inglese manesca, perciocchè non poteva sperare alle cose sue riparo, se non se in una vittoria determinativa. Aveva seco il conte di Grasse trentatre navi di fila, tra le quali si noveravano la Città di Parigi di 110 cannoni, cinque di ottanta, ventuna di settantaquattro, le altre minori; erano le compagnie delle ciurme pienissime, e si trovavano a bordo da cinque a seimila eletti soldati di sopracollo. Governava il tutto, come capitano generale il conte di Grasse; la vanguardia era guidata dal marchese di Vaudreuil, il dietroguardo dal signor di Bougainville. Consisteva l'armata di Rodney in trentasei navi di alto bordo, fra le quali una di novantotto cannoni, cinque di novanta, venti di settantaquattro, e tutte le altre minori. Era al governo di tutta l'armatal'ammiraglio Rodney, dell'antiguardo il vice-ammiraglio Hood, del dietroguardo il sotto-ammiraglio Drake. Avrebbero voluto gl'Inglesi venirne tosto con tutta l'armata loro alle mani; ma trovandosi tuttora dietro le alture della Domenica, ne erano impediti dal tempo bonaccioso. Solo meglio che potevano, si ingegnavano di approfittar dei buffi, che di quando in quando si levavano, per approssimarsi ai Francesi. Ma questi, essendo più inoltrati verso la Guadaluppa, già godevano del benefizio del vento, ed ogni mossa operavano, che loro pareva più opportuna. Infine la brezza incominciò a gonfiar le vele della vanguardia Inglese, della quale giovandosi Hood pervenne a tiro d'artiglieria presso l'armata nemica, e si appiccò la battaglia alle nove della mattina. Era De Grasse confidentissimo della vittoria. Perocchè combatteva con tutte le sue forze contro una sola parte di quelle del nemico. Perciò l'incontro fu molto aspro, e la pressa, che facevano i Francesi molto grande. Ma gl'Inglesi, comechè con grave danno loro, fecero tal retta, che nè rincularono, nè si smagliarono. Intanto le prime navi della battaglia inglese, ottenuto il vento, venivano per soccorrere la vanguardia, che pativa, e che aveva bisogno di aiuto, e giunte a tiro con una incredibile furia entrarono anch'esse nella mischia; nè fu con minor valore l'impeto loro dai Francesi ricevuto. Fulminava soprattutto terribilmente colla sua nave il Formidabile, e colle due sue seconde il Namur, ed il Duca, tutte e tre di novanta cannoni, l'ammiraglio Rodney. Ma un capitano francese, il quale governava una nave di settantaquattro, ostinatissimamente se gli opponeva, e fatta con magnanima risoluzione voltare a ritroso la vela di gaggia dell'albero maestro per tôrre a' suoi ogni opinione, ch'eisi volesse ritirare, e però fargli nella pugna più ostinati, ferocissimamente combatteva contro le tre più grosse navi di Rodney. E tanta fu la virtù sua, che un uffiziale inglese, scrivendo a' suoi, lo ebbe a chiamaredivino Francese. Arrivarono in questo mezzo di mano in mano le altre navi di Rodney, e già poco anch'erano lontane quelle del dietroguardo condotte da Drake. Per la qual cosa il conte di Grasse, il quale avendo buono in mano non voleva rimescolare, fece tirar indietro i suoi, ed in tal modo fu posto fine ad un combattimento, nel quale non saprei, se stato sia maggiore il valor, o la perizia delle marinaresche cose, che e l'una parte, e l'altra dimostrarono. Non seguitarono gl'Inglesi, sia perchè avevano il vento meno favorevole, sia perchè le navi della vanguardia avevano grave danno ricevuto, massime le due il Real Pino, ed il Montagù, ch'erano la testa. Il che vedutosi dall'ammiraglio francese, ordinò incontanente alle navi della conserva, le quali avevano afferrato alla Guadaluppa, salpassero di nuovo, e gissero al viaggio loro. La qual cosa essendo stata diligentemente eseguita dal signor Langle, che le governava, arrivarono esse, pochi giorni dopo, tutte felicemente a San Domingo. Alcune navi francesi furono assai malconce. Fra le altre il Catone fu sì danneggiato, che ne fu mandato per rassettarsi alla Guadaluppa. Queste cose impedirono, che il conte di Grasse non potesse sì tosto, come avrebbe voluto, rimontare al vento di quel gruppo d'isole, che chiamano le Sante, siccome era il suo disegno, per recarsi poscia a sopravvento della Desirada, e quindi difilarsi, passando a tramontana dell'isole, a San Domingo. Gl'Inglesi, racconce le navi loro, di nuovo s'erano posti a seguitare i Francesi. De Grassesempre bordeggiava per riuscire a sopravvento delle Sante, e già tanto aveva operato, che il dì undici, superate le Sante, incominciava a spuntar a sopravvento della Guadaluppa; e già aveva sì gran vantaggio preso dell'armata inglese, che solo i gabbieri di questa, e ciò a gran fatica, potevano la francese discoprire. Gl'Inglesi, i quali sapendo ottimamente, quanta posta vi andasse, avevano con quella maggior celerità, che avevano potuto, seguitato i Francesi, ora già erano pressochè totalmente disperati di potergli raggiungere; e già i Capi ristrettisi tra di loro si consigliavano, se non fosse miglior partito per lo servizio delle cose loro il torsi giù dal seguitar l'inimico, e volger le prue a sottovento, affine di arrivare, se possibil fosse, prima di lui nelle acque di San Domingo. Mentre in questo fortunevole punto se ne stavano deliberando, ed ansiosamente d'in sulle gagge velettando, incerti del destino, che alla Giamaica soprastava, ed a chi dovesse dell'Inghilterra, o della Francia la signoria delle Antille rimanere, ecco comparir di lungi, era l'ora del mezzodì, due navi francesi, le quali non potendo pareggiare la prestezza delle compagne, si erano lasciate, e si lasciavano continuamente cadere a sottovento delle loro, e perciò più vicine all'armata inglese. Erano queste il Zelante, il quale pare, che sia stato destinato dai cieli ad essere in questi dì un fatale intoppo alla fortuna francese, e la fregata l'Astrea, che il conte di Grasse gli aveva mandato dietro, perchè lo rimorchiasse. Aveva poco prima questo Zelante, non so se per imperizia di chi il guidava, o se per fortuito caso dato di cozzo nella Città di Parigi, e ne ebbe rotti gli alberi dello sprone e del trinchetto. Il quale accidente, rallentando il suo abbrivo, l'aveva fatto rimanereindietro. Tosto si rinfrescavano nel cuor degl'Inglesi le speranze di quella battaglia, che tanto agognavano. Perciocchè credevano fermamente che ov'essi fossero venuti sopra alle indietreggiate navi per pigliarle, l'ammiraglio francese sarebbe venuto in soccorso di quelle, e per conseguente postosi nella necessità del combattere. Per la qual cosa con incredibile contenzione d'animo aiutandosi, ed incalzandosi l'un l'altro, poichè stringeva molto il tempo, tanto fecero, che si avvicinarono di modo, che le due navi, se De Grasse non le soccorreva, sarebbero senza fallo alcuno, prima che abbuiasse, in poter loro venute. Credesi, e non senza ragione, che se il conte contento alla gloria acquistata sulle rive della Virginia avesse saputo moderare la propria fortuna, ed abbandonato a quel destino, che le minacciava, le due fatali navi, avrebbe con felicità corsi i mari fino a San Domingo, e là congiuntosi cogli Spagnuoli avrebbe spenta del tutto la potenza britannica in quei lidi. Poichè già si era tanto allargato a sopravvento, che quando avesse il suo cammino seguitato, non sarebbe più stata riuscibile cosa agl'Inglesi il raccostarlo. Ma giudicando, che fosse contro la dignità, e la riputazione di quell'armata il sopportare, che così vicino a lei venissero predate le navi, si risolvette, certo con animoso, ma non meno arrischiato consiglio, ad andare in soccorso loro, mettendosi in tal modo, per voler salvare una piccola parte della sua armata, in pericolo di perderla tutta. Rivolse adunque le prue al nemico, e preservò il Zelante. Ma intanto si fu di tanto spazio avvicinato, che fu sforzato ad ogni modo a far la giornata. I due nemici ammiragli con grande animo, e con accesa disposizione di tutti i loro vi si apparecchiavano, consapevoli l'uno e l'altro,che in quella si combatterebbe la gloria dei due regni, e la signoria delle Antille. Ma essendo l'ora tarda, e volendo i due generosi nemici a buono sciente combattere, sino all'indomani mattina la indugiarono; solo spendendo la notte nell'esortare i loro ad apparecchiare i corpi e l'armi alla battaglia. Il campo, in cui si doveva combattere, è un pelago posto tra le isole Guadaluppa, Domenica, le Sante e Maria-galante; di qua e di là a sopravvento, ed a sottovento acque infedeli, e lidi scogliosi. L'indomani all'ore sei della mattina le due armate si attestarono attelate l'una a rincontro dell'altra, avendo quella di Francia le scotte a orza, quella d'Inghilterra a poggia. In questo punto essendo il vento, per aver variato da levante a scirocco, diventato più favorevole agl'Inglesi, questi giovandosene tosto ai spinsero avanti colla vanguardia, e colla maggior parte della mezzana schiera, e pervenuti a mezza gittata di cannone incominciarono una fierissima battaglia. Durò essa dalle sette della mattina sino alle sette della sera. Di mano in mano gli altri vascelli inglesi della squadra di mezzo, e la più parte di quei del dietroguardo, incluso il Barfleur, capitanato dallo stesso Hood, arrivarono anch'essi a tiro, ed affilatisi vennero a parte del combattimento. Il Zelante in questo mentre condotto a rimorchio dall'Astrea si avviava alla Guadaluppa. Nissuno creda, che mai in altre battaglie maggior valore d'uomini affocatissimi nel voler riportare la vittoria si sia dimostrato, come in questa e Francesi, ed Inglesi dimostrarono. Spesseggiavano le fiancate; il fumo, il rimbombo, il fracasso, e lo stroscio delle navi, che si tritavano, eran orribili. Il Formidabile, ch'era l'almirante, trasse fino in ottanta fiancate; la Città di Parigi altrettante. Stette unpezzo dubbia la vittoria. Le navi si dirompevano con grossi sbrani ad ogni momento, e l'anelito degli uomini era grande. Dal bel principio della battaglia gli Inglesi, secondo l'usanza loro, avevano fatto pruova di ficcarsi in mezzo e di romper l'ordinanza francese. Ma non avendo il vento abbastanza propizio per potersi lanciar con quel momento, che sarebbe stato necessario, e da un altro canto avendo i Francesi fatto gran retta, furono risospinti. Intanto la vanguardia e battaglia del conte, avendo grave danno ricevuto, massime negli attrazzi, e maggiore di quello, che sopportato avesse la dietroguardia, ne nacque, che il movimento di quelle due prime squadre si rallentò notabilmente, e non avendo quest'ultima, ch'era rimasta più intiera, accomodato il suo al movimento di quelle altre, ne avvenne che l'ordinanza si scompigliò; perocchè alcune navi vennero a trovarsi più innanzi, altre più indietro. A questo sconcerto già grave in sè stesso, e che fu colpa degli uomini, si aggiunse una contrarietà di fortuna, e questa fu che il vento si voltò da levante scirocco sino a scirocco schietto, accidente sfavorevole ai Francesi, poichè le vele loro ne furono improvvisamente volte a ritroso, e favorevole agl'Inglesi, che ne vennero ad acquistare il vento più propizio. Se ne giovò Rodney incontanente, e con mirabile rattezza spintosi avanti col Formidabile, col Namur, col Duca, e col Canadà, fracassato e disarborato affatto il vascello il Glorioso, ruppe e fendè l'ordinanza francese, tre navi distante dalla Città di Parigi, dove combatteva il conte di Grasse. Ciò fatto, comandò tosto alle navi, che orzando lo seguitassero. Il che prestamente stato essendo eseguito ne avvenne, che tutta l'armata inglese riuscì a sopravvento della francese. Queste mossedefinirono la fortuna della giornata. Gl'Inglesi si scagliarono poggiando contro i Francesi, i quali disordinati ed ingarbugliatisi insieme tutti male si potevano contro un nemico ordinatissimo, stretto, ed esultante per la speranza della vicina vittoria, riparare. D'allora in poi i Francesi non combattettero più raccolti in file regolari, ma con navi separate, o gomitoli snodati. In tale pericoloso frangente non mancarono per altro a sè stessi. Tentarono di rannodarsi a sottovento; ma ciò non venne loro fatto. Non potendo più operare con consiglio comune, combattettero in singolari affronti con tanto valore, che al tutto si mostrarono di miglior fortuna meritevoli. Ora gl'Inglesi s'avventavano a questa, ora a quell'altra nave, secondochè veniva lor meglio il destro per pigliarle. Il Canadà si attaccò coll'Ettore, e dopo una ostinata resistenza lo prese. Il Centauro si mise a petto al Cesare, l'uno e l'altro rimasti pressochè intieri. Ne seguì un furiosissimo affronto. Il Francese non voleva arrendersi. Vennero ad assaltarlo altri tre vascelli d'alto bordo. Ma il signor di Marignì, che il capitanava, in luogo di abbassar la tenda, intorato, e feroce la faceva chiodare all'albero, e tuttavia tirava avanti con una furia di cannonate. Fu morto. Il successore si difendeva con pari coraggio. Infine, caduto l'albero maestro, e perduti tutti i suoi corredi, cedendo alla fortuna, si arrendè. Il Glorioso anch'esso, non senza prima aver fatto una gagliarda difesa, venne in poter degl'Inglesi. L'Ardente ebbe la medesima fortuna. Il Diadema rotto e fracassato affondò. Ma se fu grande la virtù dimostrata dai capitani francesi sin qui raccontati, le navi dei quali vennero in poter degl'Inglesi, fu degna altresì di perpetua lode quella del conte di Grasse, il quale parve,si fosse posto in animo di voler piuttosto andare a fondo, che arrendersi. Lacera essendo, e sfessa la sua nave, la Città di Parigi, per una battaglia, che già da dieci ore durava, nissuna sembianza faceva di volersi piegare e tuttavia continuava a tronare orribilmente ed a rispondere da ogni parte. Veniva ad assaltarlo ferocemente il capitano Cornwallis colla nave il Canadà, e tuttochè con incredibile valore si affaticasse, non faceva frutto. Perocchè quella enorme mole lungi da sè con prepotente forza il ributtava. Venivano per dargli l'ultimo strazio a congiungersi col Canadà altre sei grosse navi inglesi; ma tutto era nulla. Erano intanto accorse per isbrigarlo le navi francesi la Linguadoca e la Corona, poscia il Plutone ed il Trionfante. Ma sopraffatte dalla moltitudine delle navi di Rodney furono costrette a lasciar la capitana loro nel gravissimo pericolo, in cui si trovava. Venutagli meno quest'ultima speranza, e veduta la sua armata testè sì fiorita, ora tutta o fugata, o presa, l'invitto animo del conte di Grasse non si voleva per ancora inclinar alla resa; e continuando nella difesa non rifinava di trarre. Sopraggiungeva allora Samuele Hood avventatissimo col suo Barfleur, e giunto presso la Città di Parigi (già il giorno si rabbruzzava) vi scaricò dentro con orribile strabocco un nembo sì fitto di palle, che ne furono strambellati tutti coloro, che sulla coperta si ritrovavano. Fu scritto, ne siano rimasti uccisi al primo tratto sessanta. Disperato della salute aveva tuttavia il conte cura dell'onore. Sostenne tanta furia ancora più per un quarto d'ora. Infine, abbassata la tenda al Barfleur, si arrendè all'Hood. È fama che nel momento della resa tre soli uomini rimanessero viventi, e non feriti sopra la coperta, dei quali uno si fu il contestesso. In questo molto la Città di Parigi, vascello, ch'era a ragione stimato il più bel ornamento, ed il principale propugnacolo della marineria francese, venne in potestà degl'Inglesi. Era stato dato in dono dalla città di quel nome al Re Luigi Decimoquinto, allorquando le cose navali della Francia erano state a tanto bassamente condotte durante la guerra del Canadà. Vi si erano spesi intorno da quattro milioni di tornesi. Trentasei casse di contanti, tutte le artiglierie, le somerie, e le munizioni, che dovevano all'assalto della Giamaica servire, diventarono preda del vincitore. Morirono in questa battaglia degl'Inglesi, inclusi anche quelli, che furono uccisi nella giornata dei nove, e furon feriti meglio di un migliaio; dei Francesi molti più, oltre dei prigionieri. Fra i primi furono morti degli uffiziali segnalati i due capitani Boyne e Blair. Lord Roberto Maners figliuolo, che fu del marchese di Granby, giovane di grandissima aspettazione, ferito gravemente, dopo d'essere stato alcun tempo in fine di morte, anch'egli trapassò. De' secondi sei capitani di nave, tra i quali il conte d'Escars, e de la Clocheterie furono da questa vita tolti. Avrebbe l'ammiraglio Rodney per non corrompere la speranza di cose maggiori, voluto seguitare dopo la battaglia il nemico. Ma essendo sopraggiunta la notte, e volendo prima assicurarsi delle prede, e conoscere il danno ricevuto da' suoi, e dalle sue navi, se ne temperò. La mattina seguente fu medesimamente dal ciò fare impedito dalle bonacce, che sopravvennero presso le spiagge della Guadaluppa. Avendo però fatto sopravvedere nei vicini porti delle isole nemiche, ed accortosi che in questi non si erano gli avanzi della rotta armata riparati, e dubitando di quello, ch'era, cioè che si fossero dirizzati a San Domingo,comandò, per non fermare il corso della vittoria, all'ammiraglio Hood, la cui squadra era rimasta più intiera, se ne andasse a stare sulle volte in quelle acque. Gli commise ancora, che, compiuta la bisogna, si recasse al Capo Tiberone, dove sarebbe colla restante armata ito egli stesso per ivi fare la generale massa. Infatti, eccettuate alcune navi, le quali furono condotte a racconciarsi a Sant'Eustachio dal signor di Bougainville, le altre raccolte dal marchese di Vaudreuil andarono a far porto al Capo-Francese in San Domingo. Intanto era arrivato nelle acque di quest'isola l'Hood, e mentre si stava volteggiando nel passaggio di Mona, che la medesima da quella di Portoricco divide, osservò di lontano quattro navi, due d'alto bordo, due altre minori. Quest'erano il Giasone, ed il Catone, che ritornavano dai concieri della Guadaluppa, colla fregata l'Amabile, e la corvetta la Cerere. Non erano i capitani loro informati dell'esito della battaglia dei dodici, e viaggiavano a sicurtà. Hood diè dentro; e dopo una leggiera avvisaglia tutte le pigliò. Una quinta nave, che si discoperse, sebbene non senza gran fatica, scampò. Così perdettero li Francesi otto navi d'alto bordo, delle quali il Diadema affondò, il Cesare arse, e sei fecero chiara e notabile la vittoria degl'Inglesi, per essere in poter loro venute. Raccozzatisi insieme Rodney, e Hood al Capo Tiberone, il primo colle prede e colle navi malconce si avviò alla Giamaica, il secondo se ne rimase con venticinque delle più intiere nelle acque di San Domingo, acciò e gl'inimici osservasse, ed impedisse loro di tentar qualche fatto di rilievo contro le possessioni britanniche. Imperciocchè quantunque scoraggiati dalla recente sconfitta, erano tuttavia gli alleati assai formidabili, avendo al Capo-Francese,Vaudreuil ventitre navi di fila, e Don Solano sedici con molte migliaia di pedoni a potere, ove d'uopo fosse, sbarcare. Ciò nondimeno non solo si perdè del tutto l'impresa della Giamaica; ma ancora nissuna fazione d'importanza si tentò, dopo la raccontata, nelle Antille. Se ne tornarono gli Spagnuoli nell'Avana. Alcune navi francesi si avviarono, facendo la scorta ad una conserva, verso l'Europa, e con prospero viaggio vi arrivarono. Vaudreuil colle rimanenti andò ad ammainar le vele nei porti della settentrionale America. In tal modo furono agli alleati sturbati i disegni sopra la Giamaica, e questo fine ebbe l'antillese guerra. Solo il giorno sei di maggio le isole Bahame, state fin là sicuro nido d'infestevoli corsari, all'armi spagnuole si arresero. Un'altra fazione, debol compenso a tanta perdita, successe prosperamente ai Francesi nelle regioni più settentrionali dell'America. Aveva il marchese di Vaudreuil poco prima, che partisse per alla volta degli Stati Uniti, spedito il signor De la Peyrouse colla nave lo Scettro, e due fregate, commettendogli, se ne andasse al seno d'Hudson, e là tutto quel maggior male che potesse, facesse alle possessioni della Compagnia inglese. La cosa riuscì, e la Compagnia ricevè un danno di parecchj milioni. Fu questa spedizione degna di ricordanza, non già per gli ostacoli, che gli uomini abbiano opposto, giacchè stavano gl'Inglesi indifesi e sicuri, ma sibbene assai per le difficoltà, che parevano piuttosto insuperabili, che grandi, de' luoghi. Le spiagge erano difficili, e poco esplorate, le acque infedeli; e quantunque corresse, quando arrivarono, la stagione del finir di luglio, tuttavia il sido vi era sì grande, e i ghiacci sì grossi, che poco mancò, le avventurieri navi non vi fossero rapprese dentro, ed in quel crudissimo clima per tutto l'inverno confinate.Tra queste cose l'ammiraglio Rodney era alla Giamaica pervenuto, e nel porto di Kingston trionfalmente entrato. Concorrevano gl'isolani con infinita allegrezza a vedere il loro liberatore, le vincitrici, e le predate navi, le ricche spoglie, e quel nemico capitano stesso rimirando, che, già vincitore in America di una gran guerra, poscia minacciatore potentissimo della patria loro, compariva allora in sì dimessa fortuna vinto, e cattivo agli occhi loro. Ma se grandi furono la fortuna di Rodney, ed il contentamento dei Giamaichesi, non furono minori le cortesie, che quello e questi usarono verso il vinto nemico, niuna cosa tralasciato avendo, la quale potesse nell'avverso caso racconsolarlo. Poco poscia l'ammiraglio inglese, avuto lo scambio dall'ammiraglio Pigot, scambio, che fu ordinato, primachè si avessero a Londra le novelle della vittoria dei dodici aprile, partì per l'Inghilterra, alla volta della quale aveva anco sulla carovana della Giamaica inviato il conte di Grasse. Era venuto Rodney in molta disgrazia dell'universale a cagione di quelle rapine di Sant'Eustachio, delle quali se ne fecero anche risentitamente le parole in cospetto del Parlamento. Da ogni parte risuonavano querele contro di lui; e questo fu forse il principale motivo, oltre di quello della diversità delle Sette, che i ministri il rappellassero. Ma alle accusazioni, giunto che ei fu in Inghilterra, rispose mostrando cattivo ai popoli il conte di Grasse. Allora l'accagionato spogliatore di Sant'Eustachio diventò tosto l'idolo di tutta la nazione. E quegli stessi, che prima più la fama sua laceravano, ora più di tutti si studiavano di encomiarlo, le passate ruggini alla presente gloria condonando. Furono fatte in Inghilterra le gratissime accoglienze al conte di Grasse, parte per civiltà, parteper vanagloria. Arrivato a Londra, fu presentato al Re, gli furon fatte pubbliche feste, il popolo, che spesso sotto i balconi della sua casa concorreva, lo voleva vedere; e volesse egli, o no, gli era forza il mostrarsi, ed allora le acclamazioni e gli applausi non erano pochi, tutti ad alta voce chiamandolo, (tanto è bella la virtù, che piace anche ai nemici in un nemico) il bravo, il valoroso Francese. Ne' luoghi pubblici, dov'ei compariva, gli facevano le affoltate intorno, non per noiarlo, ma per fargli onoranza; e tanto si andò oltre con questo occupamento della plebe londinese verso il conte di Grasse, che pretendevano, e volevano che altri il credesse loro, che la fisonomia del conte ritraesse dell'inglese; e gli fu giuocoforza, si lasciasse fare il ritratto. Del quale se ne sparsero tostamente tante copie nel contado, che chi non l'aveva, era tenuto scemo, o disamorevole. Fu Rodney creato dal re Pari d'Inghilterra sotto il titolo di lord Rodney, Hood Pari d'Irlanda, Drake e Affleck Baroni del regno.In Francia intanto le novelle della rotta dei dodici aprile furono di universale cordoglio cagione, tanto più grave, quanto stat'erano più liete le passate speranze. I Francesi però durevoli nell'allegrezza, trascorrevoli nella mestizia, ed animosi di natura tosto si riconfortavano. Fu il Re il primo a dar l'esempio della fermezza. Seguitavano gli altri. Comandò per rifornir i perduti, si fabbricassero incontanente dodici vascelli tra di 110 cannoni, di 80 e di 74. Il conte di Provenza, e quel d'Artesia, suoi fratelli, ne offerirono del loro ciascuno uno di 80. Il principe di Condé uno ne offerse di 110 in nome degli Stati di Borgogna. I Preposti de' mercanti, gli Schiavini e le sei Capitudini de' mercanti della città di Parigi, i negoziantidi Marsiglia, di Bordeaux, di Lione si risolvettero anch'essi con maravigliosa prontezza a somministrare allo Stato ciascuno una nave della medesima portata. I ricevitori e gli appaltatori generali della Camera pubblica, ed altri pubblicani offerirono, e fornirono somme di pecunia di non poca importanza. Furono tutte queste esibizioni accettate; ma non già quelle, che avevano fatte i particolari cittadini, ai quali il Re, perchè la buona volontà dei già gravati popoli in maggior aggravio loro non tornasse, fe' le somme offerte, o già donate restituire. In cotal modo, per l'universale consentimento d'animi verso la patria, verso il Re bene inclinati, si sopportò in Francia l'acerbità della fortuna, si riparavano i passati danni, e le felici speranze dell'avvenire si rinfrescavano.Avendo noi sin qui raccontato in quale modo per un irreparabile infortunio degl'Inglesi sia stata la guerra sulla terra-ferma d'America terminata, e come altresì per una fatale sconfitta delle forze navali della Francia sia veduta a conclusione nelle Antille, egli è oggimai tempo, che da quelle lontane ragioni la mente rivocando, ci facciamo a descrivere, qual fine ella abbia avuto là, dond'ella principalmente procedeva, vogliam dire in queste più vicine contrade di Europa. Erano gli occhi di tutti gli uomini rivolti all'assedio di Gibilterra. Nè non aveva mai nè in quell'età, nè forse in molte superiori veduto Europa tentarsi oppugnazione, che fosse di maggior aspettazione per la fortezza di quella rocca, e per gli effetti importanti, che dal perderla, o dal vincerla risultavano. Veleggiava Howe al soccorso di quella. Cadevano nei discorsi degli uomini varj concetti. Alcuni confidandosi nell'ardire e nel sapere britannici, e dalla felicitàdei passati tentativi all'esito del presente argomentando, pensavano, che l'impresa del soccorso sarebbe a buon fine riuscita. Altri attendendo alle prepotenti forze navali della lega, nell'industria, e nel valore di Don Luigi, e del conte di Guichen, che le governavano, confidando, portavano una contraria opinione. Chi si persuadeva, osservati gli straordinarj preparamenti che stati erano fatti, e tuttavia si facevano dagli assedianti, che fosse non che probabile, vicina la resa della piazza. E chi per lo contrario credeva, considerata la fortezza del luogo, la concinnità delle fortificazioni, ed il coraggio degli assediati, ch'ella fosse non solo improbabile, ma impossibile. Tutti poi erano venuti in questa opinione, che l'opera sarebbe riuscita dura, e che vi si sarebbe sparso dentro molto sangue. Intanto la fama era corsa, e raccontando le cose di Gibilterra aveva acceso nell'animo di tutti gli uomini valorosi un ardentissimo desiderio di entrare a parte, od almeno di trovarsi presenti, come spettatori di quelle onorate fazioni, che sotto di quelle mura dovevano agli occhi degli uomini maravigliati rappresentarsi. Quindi è, che non solo dalla Francia, e dalla Spagna i più riputati personaggi per generosità, e per valore concorrevano a gara al campo di San Rocco, e nel porto di Algesiras, ma ancora dall'Allemagna, e dalle più lontane regioni del Settentrione. Nè tanto potè operar la barbarie nelle vicine popolazioni delle coste africane, che non accorressero anch'esse nei più propinqui lidi per poter di là l'inusitato spettacolo, che soprastava, prospettare. Ogni cosa era in moto nel campo, nelle flotte, negli arsenali dei confederati. Elliot dall'alto della rocca con mirabile costanza aspettava il pericoloso assalto. Ma primachèquelle cose raccontiamo degnissime invero di memoria, che seguirono, egli è cosa necessaria, e, secondochè noi stimiamo, da non riuscir discara ai nostri leggitori, l'andar descrivendo, qual fosse la natura de' luoghi, e quali le fortificazioni dentro e fuori della rocca, e quali ancora fossero gli apparecchiamenti, e le intenzioni degli assediatori. Ella è la Fortezza di Gibilterra fondata sopra di una roccia, la quale a guisa di lingua nata dalla terra-ferma di Spagna corre per lo spazio di una lega da tramontana a ostro, e si termina in un puntazzo, che chiamano punta d'Europa. La cima della roccia è alta a mille piedi sopra il pelo dell'acqua del mare. Il suo lato di levante, quello cioè, che è volto verso il mediterraneo, è tutto da una parte all'altra composto di un vivo macigno, e talmente rupinoso ed erto, che non che altro, il salirvi su è cosa del tutto impossibile. La punta d'Europa, fatta anch'essa di vivo sasso s'abbassa, e termina in una spianata venti piedi alta sopra l'acqua del mare, e quivi gl'Inglesi hanno piantato una batteria di venti colubrine, che traggono di punto in bianco. Dalla punta d'Europa indietro il promontorio s'allarga, ed alzandosi si distende poscia in un'altra spianata, che sta a ridosso della prima. Questa seconda è abbastanza grande, perchè i soldati vi possano fare per la difesa del luogo tutte le loro mosse, armeggiamenti, ed uffizj militari; e siccome la china è dolce, e ne sarebbe la salita agevole, così gl'Inglesi vi han fatto tagliate, e procinti di mura qua e là, e circondato il ciglione della spianata con un muro quindici piedi alto, e grosso altrettanti, e munitissimo d'artiglierie. Oltreacciò hanno costrutto all'indentro della spianata medesima un campo trincerato, ove come dentro una sicura ritiratapossano ripararsi, e rattestarsi, caso, che fossero dalle esteriori difese cacciati. Da questo luogo havvi la via ad un altro più alto e posto tra massi dirupati e scoscesi, dove avevano gli assediati gli alloggiamenti loro piantato. Sul lato occidentale del promontorio a riva il mare è fondata lunga e stretta la città di Gibilterra, che era stata dall'ultima batteria data alla Fortezza quasi intieramente distrutta. Ella è chiusa a ostro da un muro, a tramontana da una vecchia bastita, che chiamano il castello de' Mori, e da fronte verso il mare da un parapetto quindici piedi grosso, e munito da luogo a luogo di batterie, che traggono a livello d'acqua. Dietro la città il monte si innalza molto ben erto sino alla cima. Per maggiore sicurezza di questa parte hanno anche gl'Inglesi due altre fortificazioni, che molto s'inoltrano nel mare, fatte, l'una e l'altra guernite di formidabili artiglierie. La prima posta a tramontana chiamano molo vecchio, la seconda molo nuovo. Nè contenti a questo fecero avanti il molo vecchio, ed il castello de' Mori un'altra bastita consistente in due bastioni accortinati, la scarpa de' quali, ed il cammino coperto sono molto difficili a minare, per esser contramminati ben per tutto. L'intendimento di chi fece questa murata si fu per battere colle artiglierie piantate in essa, e spezzare quella stretta striscia di terra, che corre tra il mare e la roccia, e per la quale si ha l'adito dalla terra-ferma di Spagna alla Fortezza. Più in là fu per mezzo di argini, e di cateratte introdotta l'acqua del mare, e formatosene una laguna, o marese, che molto aggiugne alla fortezza del luogo. La roccia finalmente la quale è a tramontana, che è quanto a dire dalla parte di Spagna, più alta, che in qualunque altro luogo, fronteggia il campodi San Rocco, ed è munita ne' luoghi più acconci di una maravigliosa quantità di batterie, che sopraggiudicano le une le altre, e traggono a cavaliere sopra il campo spagnuolo. In questo modo tutta quella mole era ridotta a Fortezza molto sicura. Tra quel risalto, che fa il promontorio di Gibilterra e la costa di Spagna, havvi dall'altra parte verso ponente una profonda tacca, dentro la quale ingolfandosi il mare forma quel seno, che chiamano il golfo di Gibilterra, o d'Algesiras. Il porto poi, e la città d'Algesiras sono posti sulla occidentale riva di questo golfo rimpetto Gibilterra. Il presidio, che vi era dentro, sommava a poco più di settemila soldati, e circa dugento cinquanta uffiziali. Tal era la natura di questa rocca, contro la quale la Monarchia spagnuola, come in una impresa studiosamente presa a gara, e vicinamente spettante all'onor della Corona, aveva gran parte delle forze sue adunato, aiutata ancora dai possenti rinforzi della Francia. I due Re confederati credevano, che nell'acquisto di quella consistesse la perfezione della guerra; e perchè la espugnazione far si potesse con riputazione e sicurtà maggiore, le fu preposto il duca di Crillon tanto risplendente per la recente vittoria, sperando tutti, che il conquistatore di Minorca avesse ad essere il vincitore di Gibilterra. I preparamenti poi per avanzare la oppugnazione erano non solo grandi, ma maravigliosi, e sin là inuditi. Più di dodici centinaia di cannoni de' più grossi stavano pronti a fulminar da ogn'intorno la piazza, e tanta era la quantità della polvere, che se ne avevano ottantatremila bariglioni; delle palle e delle bombe all'avvenante. Quaranta piatte con grosse artiglierie, la metà altrettante con enormi bombarde stavano in punto per noiar il presidio dalla parte del golfo, ed a queste dovevanoe protezione, e maggior forza dare con terribile apparato cinquanta navi d'alto bordo, dodici francesi, le altre spagnuole. Altri legni più leggieri, come sarebbe a dire fregate e simili, s'erano a questi più gravi frammescolati, perchè potessero e soccorrere, e ministrare, ove d'uopo fosse, gli altri, e ficcarsi più vicini ne' luoghi più opportuni, ed ove la occasione si discoprisse, alla Fortezza. Oltreacciò più di trecento battelli s'eran fatti venire da tutte le parti della Spagna, i quali giunti a quelli, che già sì trovavano in Algesiras, erano una moltitudine infinita. S'intendeva che questi dovessero, durante l'assalto, che si sarebbe dato, somministrare alle navi da guerra il bisognevole, e sbarcare le genti, tostochè fosse la Fortezza smantellata. Nè minori erano gli apparecchj, che si erano fatti dalla parte di terra, di quello che si fossero quei del mare. Eransi gli Spagnuoli già fatti avanti colle zappe, ed avevano la circonvallazione loro compiuta, e rizzatovi su, con una quantità maravigliosa di cannoni, numerosissime batterie. Per infondere poi, se non maggior coraggio, del quale non mancavano, agli Spagnuoli, ma più vivi spiriti tanto necessarj alla bisogna di un assalto, s'erano fatti venire al campo di San Rocco dodicimila eletti Francesi. Considerata la smisurata copia degl'istromenti di oppugnazione, che si avevano in pronto, e la tostanezza dei soldati, i Capi dell'assedio desiderosissimi di vedere il fine dell'impresa erano in tanta confidenza venuti, che già avevano tra di loro posto in deliberazione, se si dovesse, senza più oltre badare, andar all'assalto. S'erano fisso in mente, che nel medesimo tempo, in cui le genti da terra avrebbero assaltato la Fortezza dalla parte dell'istmo, il navilio la battesse d'ogni intorno da quella del mare.Speravano in tal modo, che la guernigione già non troppo numerosa, oltre il numero dei morti e dei feriti, pel quale stata sarebbe infievolita, dovendo fronteggiare e difendersi da tante parti, ne sarebbe aperta la via ad una onorata vittoria. La perdita di alcune migliaia d'uomini, e quella di parecchie navi di fila stimavano leggier cosa, purchè un sì prezioso frutto si cogliesse. Ma i più savj e più prudenti capitani mantennero, che quest'era un partito non che pericoloso, temerario. Osservarono, che dalla parte di terra, finchè non si fossero levate le difese alla piazza, il tentar l'assalto sarebbe un mandar i soldati ad una certa morte senza nissuna speranza di vittoria; e che da quella del mare le navi ne sarebbero state dalle artiglierie della Fortezza guaste e distrutte, primachè avessero potuto fare sopra di quelle impressione di sorta alcuna. S'avvedevano ottimamente, che, se era impossibile, come appareva, vincer la rocca assaltandola solamente dalla parte di terra, così da un altro canto non si poteva sperare di poterla battere con frutto dalla parte del mare, se non si avessero in pronto navi, le quali meglio che le ordinarie, potessero ai colpi delle artiglierie resistere. Imperciocchè con breve assalto non era la Fortezza vincevole; un lungo era impossibile per la subita distruzione delle navi. Per rimediare a sì fatto pericolo, e porre in grado gli assediatori a poter durare anche per la parte del mare con una lunga battaglia contro la Fortezza, varie e moltiplicate furono le invenzioni degli uomini ingegnosi, i quali a sì gloriosa impresa avevano gl'intelletti loro aguzzati. Tutte furono con somma diligenza esaminate. Molte furono poste in disparte, come insufficienti; nissuna come di troppa spesa. Infine dopo molte consulte si approvò, e siconvenne di trar ad esecuzione il trovato, per verità assai sottile e magnifico del signor d'Arçon, colonnello del corpo reale degl'ingegneri francesi. Questo fu la costruzione di certe macchine molto mirabili, che chiamarono batterie galleggianti, le quali non potessero nè essere rotte dalle palle fredde, nè accese dalle roventi. Il primo di questi fini si doveva conseguire per la straordinaria grossezza delle pareti di esse batterie, il secondo per mezzo di un invoglio, che tutte le rivestisse dalle parti, donde potevano venir i tiri, il quale consisteva in una coperta di grossissime travi, e di una grossa lama di sughero, il quale per essere stato lungamente immerso nell'acqua era, non che umido, inzuppato. Oltreacciò vi s'era racchiusa dentro, come quasi un grosso velo, in tutta la larghezza di essa coperta, una falda di sabbia bagnata. E tutte queste cose non soddisfacendo ancora l'animo dell'ingegnoso inventore, per render le sue macchine più sicure contro il pericolo dell'incendio, ebbe con maraviglioso magistero operato, che un'agevole circolazione di acqua si potesse per tutte le parti loro incessantemente stabilire. Conciossiachè fossero esse per ogni dove perforate, e per questi canali interiori, o docce per mezzo di numerose e larghe trombe, che dentro del mare pescavano, si poteva, non altrimenti, che nel corpo umano il sangue per mezzo del cuore viene spinto in tutte le vene, fare abbondevolissimamente l'acqua salire e trascorrere. Quindi è, che se fosse avvenuto, che una palla rovente fosse penetrata all'indentro, rompendo essa una, o più docce faceva di modo, che si spargesse a copia l'acqua tutto all'intorno della medesima, e sì la spegnesse; maraviglioso ordigno, che operava in guisa, che il male stesso fosse causa del suo rimedio. Perchè poile macchine fossero preservate dall'impeto delle bombe, ed i soldati, che dovevano le artiglierie loro ministrare, dalla scaglia e dalle palle difesi, le aveva d'Arçon fatte coprire con un tetto accomignolato, pel quale sdrucciolando le bombe andassero, senza far alcun danno, a cader nel mare. Era il tetto alla restante macchina annodato per mezzo di certi ingegni, che il rendevano muovevole, in guisa che si poteva esso più, o meno a volontà di chi governava, e secondo il bisogno, inclinare. Era composto di cordoni reticolati, ricoperti di cuoi lavorati a posta, e bagnati. Tutto questo macchinamento stava fondato sopra gli scafi di grosse navi di portata da secento a quattordici centinaia di botti, alle quali a quest'uopo erano stati tolti tutti gli attrazzi, ed ogni specie di armamento. Erano queste batterie galleggianti dieci, e portavano tra tutte cencinquanta quattro grossissimi pezzi di cannoni, tutti rizzati in sulle batterie loro, oltre la metà altrettanti tenuti in riserbo per gli scambj. La sola Pastora, che era la capitana, ne aveva ventiquattro sulla batteria e dodici in riserbo. La Tagliapiedra, capitanata dal Principe di Nassau, e la Paula, che così chiamavano due altre delle più gagliarde, ne avevano poco meno. E perchè per le morti o le ferite non potessero venir meno gli artiglieri, si erano posti trentasei di questi sì Spagnuoli, che Francesi al maneggiamento di ciascun pezzo. Il governo di tutto questo navilio era stato commesso all'ammiraglio Don Moreno, capitano esperto e forte, la cui opera era stata di molta utilità nelle cose di Minorca. E comechè queste navi di trovato novissimo e per le materie, colle quali erano formate, e per la grandezza loro, e per la straordinaria quantità delle artiglierie, che portavano, fossero pesantissime,ciò nondimeno, tal era la maestria della costruzione loro, erano veleggiatrici leggieri, e come se fregate fossero, veloci e maneggevoli.Essendo in tale modo tutti gli apparecchiamenti al fine loro condotti, ed ogni cosa in assetto, e credendosi se non da tutti, certo dalla maggior parte non che probabile, sicura la presa della Fortezza, allorquando le si desse l'assalto, arrivarono verso mezzo agosto all'oste i due Principi francesi il conte d'Artesia, ed il duca di Borbone. Ciò fu fatto studiosamente per dar maggior animo agli assedianti, e perchè potessero i principi côrre il frutto essi stessi dì sì gloriosa vittoria. E certo, se al loro giugnere al campo si rallegrassero, e di nuovo ardire si accendessero tutti, massimamente i Francesi, nissuno il domandi. Pareva loro mill'anni, che non incominciassero il fatto; ed avevano meglio di freno, che di sprone bisogno. Tanto erano vive le speranze, che si erano concette, che il duca di Crillon ne fu stimato cauto, ed anzi timido, che nè, per aver detto, che fra quindici giorni sarebbe stato padrone della Fortezza. La volevano pigliare in ventiquattr'ore. Fu la venuta dei Principi francesi accompagnata da ogni sorta di gentilezze. Teneva il conte d'Artesia con ispesa infinita gran tavola, e sì gran cortigianie usava, che pareva, che i modi parigini, e gli usi della Corte di Francia fossero stati ad un tratto in mezzo alla rozzezza dei campi, ed al romore dell'armi trasportati. Nè solo queste cortesie si usavano verso gli amici, ma seguendo il costume di quel secolo tanto ingentilito, anche verso i nemici. Avevano gli Spagnuoli intrapreso un plico di lettere indiritte agli uffiziali della guernigione di Gibilterra, e le avevano portate in Corte a Madrid, dove si tenevano in serbo. Queste il conte d'Artesiaottenne dal Re Cattolico, e giunto al campo le ebbe al loro ricapito mandate. Pel medesimo procaccio il duca di Crillon scrisse al generale Elliot, dell'arrivo dei principi ragguagliandolo, e da parte loro assicurandolo, in quanto pregio eglino tenessero e la persona, e la virtù sua. Richiedevalo, ed instantemente pregavalo, fosse contento di accettare un presente di frutta, e d'ortaggi, che per uso suo proprio gli mandava; siccome pure un po' di ghiaccio, ed alcune altre delicature pe' gentiluomini della sua casa. Pregavalo in ultimo luogo, che siccome non gli era nascoso, ch'ei si nutriva unicamente d'erbaggi, così gli piacesse d'informarlo, quali specie meglio amasse, per poternelo regolatamente, e giornalmente fornire. Rendette Elliot colla sua risposta cortesia per cortesia, molto il duca, ed i principi dell'amorevolezza loro ringraziando. Fece quindi a sapere al primo, che accettando il presente di lui, erasi scostato dalla determinazione, la quale si aveva fisso nell'animo, di niuna cosa consumare, e nissuna comodità a sè medesimo procurare, che gli altri suoi commilitoni non potessero usare o procurarsi. Concluse con dire, ch'ei credeva, che al suo onore si appartenesse, che ogni cosa, e così l'abbondanza, come la carestia fossero a lui, ed a' suoi soldati anche negli ultimi gradi constituiti, comuni. Pregollo finalmente, non mandasse più oltre presenti, poichè non avrebbe potuto all'avvenire usargli per sè stesso. Furono queste proposte e risposte molto degne e di quei che le fecero, e de' principi, ch'ei rappresentavano.Fattesi dall'un canto e dall'altro tutte queste cortesie dicevoli alla pace, si pose tosto mano alle orribilità della guerra. Era fin là Elliot stato quasi inoperoso a rimirare i preparamenti degli alleati, e veduto,ch'ebbe spuntare nel porto di Algesiras quelle enormi moli delle batterie galleggianti, se nulla rimesse della sua costanza, fu nondimeno commosso a non poca maraviglia. E non sapendo quale avesse ad essere l'effetto loro, molto se ne stava dubbio e sospeso. Faceva però da parte sua tutti quegli apparecchj, che per un uomo prudentissimo si potevano fare, e di tutte quelle difese si forniva, che meglio credeva, fossero atte a potere l'impeto loro frastornare. E tanto ei si confidava nella fortezza del luogo, e nella virtù de' suoi, che in niun modo dubitava del finale esito della contesa. Per dimostrar poi al nemico, che egli era vivo, invece di aspettar l'assalto si recò in sull'assaltare. Avevano gli assedianti, con incredibile celerità lavorando, condotto a perfezione le trincee dalla parte di terra, e già molto si avvicinavano alle falde della Rocca. Volle Elliot pruovarsi, se le potesse guastare. Perciò la mattina degli otto settembre ei piovve contro di quelle una sì sfolgorata quantità di palle roventi, di bombe, e di carcasse, che fu cosa maravigliosa. Alle dieci già la batteria detta di Maoone era tutta in fiamme; i magazzini, i carretti dei cannoni, gli assiti delle loro piazzuole, ed i gabbioni in più di cinquanta luoghi, spaventevole spettacolo, ardevano. Le traverse, massime sulla punta orientale della circonvallazione, il parapetto, le trincee furono in gran parte distrutte. E non fu senza gran fatica, e grave perdita di soldati, che venne fatto agli assedianti di spegnere il fuoco, e d'impedire la totale rovina delle opere loro. Si risentì il duca di Crillon gravemente, e l'indomani, risarciti avendo la notte con prestezza maravigliosa i danni, fe' scoprire tutte le sue batterie, ch'erano cento novantatre bocche da fuoco, e battè con inestimabile furia le fortificazioni degl'Inglesi,così quelle della montagna, come quelle di sotto. Nello stesso tempo una parte della flotta, giovandosi di un favorevole vento, e lentamente movendosi, andò traendo contro il nuovo molo, ed i bastioni vicini; poscia non fu sì tosto arrivata alla punta d'Europa, che ivi schieratasi in ordinanza diè una feroce stretta alle batterie, che la difendevano. Ma poco nocumento provarono da tante, e sì furiose battaglie gli assediati. Succedè per pochi dì un silenzio di guerra, il quale doveva per una sanguinosa battaglia rompersi. Era il giorno tredici di settembre destinato dai cieli ad una fazione, della quale non si legge nelle storie nè la più aspra pel valore dimostrato da ambe le parti, nè la più singolare per la qualità delle armi, nè la più terribile, mentre durava, nè la più gloriosa per la umanità mostrata dai vincitori dopo l'evento. Essendo già la stagione divenuta tarda, e temendo i confederati, che l'Howe, il quale si avvicinava, non riuscisse a rinfrescar la Fortezza, si risolvettero a non mettere più tempo in mezzo per mandar ad effetto quell'assalto, che avevano in animo di darle. Era il disegno loro, che e le batterie di terra, e le galleggianti, e la flotta, e le piatte armate, fulminassero tutte al medesimo tempo la piazza. Avevano di modo ordinato la cosa, che mentre dal campo di San Rocco si traesse furiosamente contro gli assediati in arcata, acciò le palle di rimbalzo e di rimando non gli lasciassero stare ai posti loro, le batterie galleggianti andassero ad arringarsi lungo il muro, che fronteggia il golfo, distendendosi dal molo vecchio sino al nuovo. In questo mezzo le piatte, o sia le barche armate di cannoni e di bombarde, postesi alle due ali della fila di queste batterie galleggianti, dovevano tirar di fianco contro le batterie inglesi,le quali difendevano quelle fortificazioni, che sono a riva il mare. L'armata intanto, aggirandosi qua e là, avrebbe questa, o quella parte noiato, secondochè pei venti, e per le circostanze della battaglia si sarebbe potuto più convenientemente eseguire. In cotal modo in uno e medesimo punto quattrocento bocche da fuoco, senza far conto delle artiglierie dell'armata, avrebbero battuto la piazza. Dal canto suo aveva Elliot ogni cosa preparato alla difesa necessaria. Erano i soldati alle guardie loro, gli artiglieri colle corde accese presso i cannoni; ed un numero maraviglioso di fornaci ardevano per infuocare le palle. Alle sette della mattina le dieci batterie galleggianti condotte da Don Moreno si muovevano. Alle nove arrivavano, e parallele si attelavano alle mura della Fortezza, comprendendo lo spazio dal vecchio al nuovo molo. La capitana di Don Moreno si pose a fronte del bastione del Re; poscia a diritta, ed a stanca della medesima si arringarono le altre con grandi ed ordine e costanza. S'incominciò allora da ambe le parti a por mano allo sparar delle artiglierie con uno schianto, ed un romore orrendo. Dalla terra, dal mare, dalla roccia fioccavano a copia le palle, le bombe, le carcasse; ma terribil era soprattutto l'effetto delle palle roventi, delle quali sì spessa grandine saettò Elliot, che parve a tutti, ed ai nemici stessi cosa maravigliosa. E siccome le batterie galleggianti erano quelle delle quali come di cosa nuova, e non bene conosciuta stavano gli assediati in maggiore apprensione, così contro di queste, come ad un comune bersaglio dirizzavano essi la mira dei colpi loro. Ma queste, tal era l'eccellenza della costruzione loro, non solo efficacemente resistevano, ma rendendo fuoco per fuoco, furia per furia,già avevano non poco danno operato nelle mura del vecchio molo. Folgoravano con eguale forza e assediati e assedianti, e stette un pezzo dubbia la vittoria. Infine verso le tre ore meriggiane certi fumaiuoli si scopersero sopra il tetto delle due batterie galleggianti la Pastora, e la Tagliapiedra. Questi erano causati da alcune palle roventi, che penetrate molto indentro nelle pareti, non avevano potuto essere spente dal versamento dell'acqua fatto dagli artifiziali doccioni, ed avevano alle vicine parti il fuoco appiccato. Questo covando, ed appoco appoco serpeggiando, continuamente si allargava. Vedevansi allora acquaiuoli, i quali con non poca prestezza, ed evidente pericolo della vita loro operando, si affaticavano in versar acqua nelle buche fatte dalle palle, per ispegnervi il distendentesi fuoco. Tra per l'opera loro, e per l'effetto dei sifoni, tanto si contenne il medesimo, che le batterie continuarono a stare, ed a trarre sino alla sera. Quando poi incominciava ad annottare, era l'incendio sì cresciuto, che non solo era molta la confusione in esse, ma ancora il disordine si era in tutta la fila sparso. Allora, rallentandosi notabilmente il loro trarre, quello della Fortezza venne a sopravanzare. Elliot sempre più s'infiammava nella battaglia, e spesseggiava co' tiri. Si continuò a scaricar tutta la notte. La mattina ad un'ora le due batterie ardevano. Le altre parimente, o per l'effetto delle palle roventi, o perchè gli Spagnuoli, come scrissero, disperati di poterle salvare, avessero a bella posta appiccato il fuoco, erano in fiamme. Ora il perturbamento, e la disperazione apparivano grandi. Facevano gli Spagnuoli ogni momento segnali, e specialmente mandavano all'aria spessi razzi per implorar dai compagni loro soccorso. Si spiccavanoallora dalla flotta i battelli, e venivano intorno alle brucianti macchine a raccorre i loro. Ciò facevano con mirabile intrepidezza, ma con grandissimo pericolo. Imperciocchè non solo erano esposti all'infinita moltitudine delle palle, delle bombe, e delle carcasse, che vibravano gli assediati, i quali, essendo l'aria rischiarata dalle larghe fiamme, traevano colpi aggiustati, ma ancora al pericolo delle ardenti navi, piene, com'esse erano, di ogni sorta di stromenti di morte. Nissuno pensi, che mai più miserando, o più spaventevole spettacolo si sia offerto agli occhi de' mortali di questo per la lontana oscurità della notte, pel vicino chiarore dell'incendio, pel rintuonar orrendo delle artiglierie, per le grida dei disperati, e dei moribondi. Venne ad accrescere terrore alla cosa, e ad interrompere la pietosa opera dei soccorritori il capitano Curtis, uomo di non poca perizia nelle faccende di mare, e di smisurato ardire. Governava questi dodici piatte, ciascuna delle quali portava in prua un cannone di diciotto, o di ventiquattro. Ell'erano state costrutte a bella posta per contrastare alle piatte spagnuole. Il loro trarre a pelo d'acqua, e la mira ferma erano causa, che facessero grandissimo effetto. Curtis le ordinò di modo, che ferivano di fianco la fila delle galleggianti. Da ciò ne nacque, che diventò oltre ogni dire degna di compassione la condizione degli Spagnuoli. Le piatte loro non s'ardivano più avvicinarsi, e furono costretti ad abbandonar le stupende navi loro alle fiamme, ed i compagni o ad una certa morte, od alla mercè di un nemico attizzato dalla battaglia. Parecchj battelli, e barche affondarono. Altre allontanandosi scamparono. Alcune feluche si appiattarono la notte; ma, spuntata l'alba, prese a bersaglio dagl'Inglesi, siarrendettero. Se stato era terribile lo spettacolo della notte, non fu meno compassionevole quello, che si scoperse agli occhi dei circostanti in sullo schiarir del nuovo dì. Uomini disperati, che in mezzo alle fiamme chiedevano pietà. Altri scampati al fuoco andavano vagando per le acque con non minor pericolo della vita loro. Di questi alcuni vicini ad affogare cercavano di aggrapparsi colle tremanti mani alle abbronzate, od ardenti navi; altri afferrato avendo le nuotanti tavole, o travi delle guastate navi a quelle fermamente, come all'ultima speranza, ch'era rimasta loro, si attenevano; e tuttavia ad alta voce gridavano aiuto verso i soprastanti vincitori. Questi, tocchi dalla infinita miserabilità del caso, e dalla propria umanità mossi, dall'ire temperandosi, cessarono del tutto lo sparare; e furono come animosi nella battaglia, così misericordiosi dopo la vittoria. Nel che tanto più sono degni di lode da stimarsi, che non potevano soccorrere ai vinti senza evidente pericolo loro. In ciò dimostrossi il capitano Curtis piuttosto singolare, che raro, tanta essendo stata l'attività sua, che parve più desideroso di salvare la vita altrui, che di conservare la propria. S'aggirava colle sue piatte intorno le fiammanti navi, e coloro, ch'erano prossimi ad essere o ingoiati dalle acque, o arsi dal fuoco, raccoglieva e ristorava. Fu visto ancora salir egli stesso sulle navi infuocate, e colle sue proprie mani trarre di mezzo le fiamme gli atterriti e ringrazianti nemici. Intanto ad ogni tratto correva pericolo di essere morto. Poichè ora scoppiavano i magazzini di polvere, ed ora le artiglierie di per sè stesse si scaricavano a misura, che il fuoco arrivava a toccar quelli, o ad aver riscaldato queste. Parecchj de' suoi furono in tal guisa o morti, o sconciamentesgabellati. Accadde ancora, che avendo egli troppo vicino accostato la sua nave ad una di quelle, che ardevano, scoppiando questa ad un tratto, ne fu vicino a perdere la vita. Meglio di quattrocento alleati furono dagli sforzi di Curtis da inevitabile morte riscattati. Ciò non di manco i morti in tutto questo fatto, tra Francesi e Spagnuoli, varcarono quindici centinaia. I feriti, che vennero in mano dei vincitori, furono negli ospedali della Fortezza trasportati; e quivi umanissimamente trattati. Nove batterie galleggianti arsero, o per l'effetto delle palle arroventite, o per opera degli Spagnuoli. La decima, caduta in poter degl'Inglesi, fu arsa da questi, perchè non la poterono dall'incendio, che già sopravanzava, preservare. La perdita degl'Inglesi non fu di molto momento, non avendo avuto dai nove di agosto in poi più di sessantacinque morti e 388 feriti. Fu altresì leggiero il guasto fatto nelle fortificazioni, e tale, che non diè luogo ad alcuna apprensione per l'avvenire. Di tal maniera fu la vittoria acquistata con eterna sua laude da Elliot, e dal presidio di Gibilterra. Tutti i tesori, che il Re Cattolico aveva con infinita larghezza spesi nella construzione di quelle maravigliose moli, la pazienza, e la virtù de' suoi soldati, il valore, e la baldanza dei Francesi furono indarno. Quantunque non si possa di certo affermare, che coi preparati mezzi, quando anche stati fossero con tutta la efficacia, e secondo la intenzione dei capitani diligentemente usati, si fosse potuto la Fortezza espugnare, pare però, che in tutto il corso di questa bisogna abbiano i confederati commesso più errori di non poco momento. E prima di tutto l'avere per le narrate cagioni precipitato gl'indugi, e voluto dar di presente la battaglia,fu causa, che d'Arçon non ebbe potuto a quella perfezione le sue macchine condurre, che avrebbe desiderato. Imperciocchè pignendo, e ripignendo gli stantuffi delle trombe, si era egli accorto, che l'acqua dei doccioni trapelava, e si spandeva internamente sulle vicine parti con pericolo di bagnar le polveri, e renderle inabili all'accendersi. Avrebbe trovato rimedio a quest'inconveniente, ma gli fu tronco il tempo per la pressa, che si ebbe. Quindi i doccioni interiori furono turati, e solo lasciati aperti gli esteriori, i quali furono insufficiente riparo contro l'ardor delle palle. Fu anche sì presto l'ordine mandato a Don Moreno, perchè dalla punta di Maiorca, dove si trovava colle sue batterie, si recasse immediatamente all'assalto, che non potè farle sorgere presso il vecchio molo, com'era il disegno, donde avrebbe potuto e maggiormente esso molo danneggiare, e ritirarsi agevolmente indietro, ove lo avesse giudicato necessario. Andò invece a gettar le ancore nel miluogo tra il vecchio ed il nuovo molo. Nè le piatte degli Spagnuoli furono di quella utilità, che si aspettava, o impedite dal vento contrario, come essi scrivono, ovverochè, vista quella inescogitabile tempesta di tante maniere d'istromenti di morte, che mandava e rimandava la Fortezza, non si siano ardite. Da una o due in fuori, nissuna pigliò il posto, nè trasse. La stessa grossa armata se ne stette pressochè inoperosa, ossiachè il vento le fosse contrario, o che vi siano state gelosie tra i capitani di terra, e quei di mare. Nè le batterie del campo di San Rocco, quale di ciò sia stata la cagione, tutta quella opera diedero, che avrebbero potuto dare. Trassero pochi colpi, e quasi tutti orizzontali, pochissimi in arcata, comechè dalle circostanze del fatto fosse chiaro,che maggior fondamento si doveva fare nelle palle di rimbalzo, che nelle dirette. Da tutte queste cose ne conseguitò, che i soldati della guernigione, invece di essere sopraffatti dalla moltitudine dei tiri, ed in tale modo aggirati, che non sapessero a qual parte volgersi, ebbero la maggior parte facoltà di recarsi a ministrar le artiglierie, che fronteggiavano le batterie galleggianti, e queste con insuperabile energia sbattere, sconquassare e distruggere. Per tali cause fu guasto il più generoso, e meglio ordito disegno, che fosse da lungo tempo nella mente degli uomini caduto, furono rotte le più belle speranze, e nacque una opinione, che quella rocca di Gibilterra, la quale già era giudicata fortissima, fosse del tutto inespugnabile.

1782

Gli Stati, che esercitavano la guerra, non aspettavano altro per compir i disegni che avevano orditi sul principiar del presente anno, che la perfezione degli apparecchj, la stagione favorevole e la occasione propizia. Stracchi gli uni e gli altri dalla lunga guerra si accorgevano ottimamente, che gli avvenimenti di questo medesimo anno avrebbero, e la fortuna di quella, e le condizioni sue definito. Non ignoravano neanco, che a chi ne tocca vicino alla pace, a quel ne va il peggio; perciocchè non ha tempo di riaversi. Per la qual cosa avevano tutti ogni ingegno posto, e ponevano, ed ogni opera facevano, perchè fossero le armi loro sì gagliarde, che dovessero ad ogni modo restarne al di sopra. Volevano gli alleati principalmente ed acquistar il dominio dei mari di Europa, e far l'impresa di Gibilterra, ed impadronirsi della Giamaica. I Francesi in ciò erano specialmente, che si soccorresse alle cose loro nelle Indie orientali, le quali nonostante il valore di Suffren, e molte non men ostinate, che bene combattute battaglie contro Hughes, le cose loro erano andate in declinazione, e già le due importanti Terre di Negapatam, e di Trincamale erano in poter degl'Inglesi venute. A tutti questi fini, siccome pure a proteggere le proprie conserve, e quelle del nemico intraprendere s'indirizzavano i pensieri dei confederati. Si erano perciò accordati, che le armate spagnuola ed olandese andasseroa trovar la francese nel porto di Brest, e con quella congiuntesi ne uscissero poscia all'alto mare; e correndo dallo stretto di Gibilterra sino alle coste della Norvegia da ogni forza nemica lo nettassero. Era l'intento loro, che mentre le navi più grosse, oltratesi nei mari ed anche nei canali più stretti, le armate nemiche impedissero dall'uscir fuori, le fregate spazzassero ogni cosa nell'aperto, e le conserve ed il commercio inglese sperperassero. Nè a ciò si ristavano. Volevano altresì bezzicar continuamente, e tenere in apprensione le coste della Gran-Brettagna, ed anche, se qualche favorevole occasione si aprisse, scendervi, e desertar il paese, e se i popoli romoreggiassero, o non fossero i difensori pronti, farvi anche di peggio. A tutte queste cose fare erano molto atti, avendo, quando le forze loro congiunte fossero, meglio di sessanta navi di fila con un numero maraviglioso di velocissime fregate. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi nei porti loro una forza, che fosse sufficiente al resistere ad un sì formidabile apparato. Speravasi dal canto della lega, che la guerra antillese ed europea avrebbe in questo anno il medesimo fine avuto, che nel varcato quella d'America; e che in tal modo si sarebbe di breve conseguìto una lieta, e felicissima pace.

Dall'altra parte in Inghilterra i nuovi reggitori dello Stato niuna cosa lasciavano intentata per soccorrere alle cose afflitte, e per resistere a quella piena, che loro veniva addosso. Quello, che per l'inegualità delle forze non potevano, speravano coll'arte dei capitani, coll'ardire dei soldati, e colla opportunità delle fazioni conseguire. Mentre stavano apparecchiando l'armata, e tutte le cose necessarie al soccorso di Gibilterra, impresa, che sopra tutte le altre, dopo quella della sicurezza del regno, stava loro a cuore, conobbero,che prima di tutto era mestiero l'impedir la congiunzione dell'armata olandese colla francese e colla spagnuola. Nel che si otteneva ancora, e nel medesimo tempo, che s'interrompesse il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, ed il proprio dagli insulti loro si preservasse. Perilchè fecero uscire dal porto di Portsmouth l'ammiraglio Howe con dodici navi di fila, avendogli commesso, andasse a volteggiarsi sulle coste d'Olanda. La cosa tornò lor bene. Imperciocchè l'armata olandese, la quale, commesse le vele al vento, già era uscita dal Texel, abbandonato del tutto l'imperio di quei mari, di nuovo era rientrata nel porto. Howe dopo essere stato pel torno di un mese in crociata presso quelle coste, veduto, che il nemico non faceva mostra alcuna di voler uscire un'altra volta, ed avendo per l'insalubrità della stagione molti malati a bordo, se ne tornò a porre in Portsmouth. Ma fu poco dopo mandato al medesimo servizio in luogo dell'Howe l'ammiraglio Milbanke, per opera del quale, comechè il commercio d'Olanda del Baltico non ricevesse danno alcuno, ciò non di meno quel d'Inghilterra fu tutelato, e soprattutto il passo pel canale della Manica all'armata nemica impedito. Così l'Olanda, tanto chiara repubblica nei tempi andati, fuori del valor dimostrato nella giornata di Doggers-bank nulla fece in questa guerra, che di sè, e dell'antica sua fama degno fosse. Tanto era ella dall'antica gloria e potenza scaduta; miserabile effetto delle esorbitanti ricchezze, dell'eccessivo amor del guadagno, e forse più ancora delle malaugurose Sette, che vi regnavano; perciocchè se in una repubblica quelle Sette, che risguardano il reggimento interno dello Stato, sono qualche volta utili a mantenere viva la libertà e la generosità degli animi nei popoli, non ènissuno, che non veda, che quelle, le quali hanno per obbietto i potentati esterni, partoriscono un tutto contrario effetto, e fanno, che dalla rabbia in fuori, nissuno vivace spirito si conservi. Certamente il più manifesto segno, che s'indebolisce la forza, e si perde la independenza, si è in una nazione lo scellerato parteggiare pe' forestieri; e quest'era per l'appunto la condizione degli Olandesi di quei tempi. Quindi è, che sul finir della presente guerra, se non fu l'Olanda all'estrema condizione condotta, che anzi se ricuperò in gran parte le cose perdute, ciò all'armi ed all'intervenimento della Francia, piuttostochè alle proprie forze si dee massimamente, anzi intieramente riputare.

Ripigliando ora il filo della storia là, donde il lasciammo, si erano d'intorno a questi tempi le certe novelle ricevute in Inghilterra, ch'era pronta a salpare dal porto di Brest una considerabile conserva volta alle Indie per recarvi rinforzi di soldati, d'armi e di munizioni. Dubitandosi dall'un canto della Giamaica, dall'altro delle possessioni delle coste del Malabar, non s'indugiarono punto i ministri, e fecero tosto uscire l'ammiraglio Barrington con dodici navi d'alto bordo, perchè andasse in cerca di quella conserva, e trovata la sfolgorasse. Eseguì egli diligentemente i comandamenti loro, ed arrivato nel golfo di Biscaia s'incontrò nella conserva, la quale consisteva in diciotto navi onerarie, ed in due da guerra chiamate il Pegaso, ed il Protettore, che le convogliavano. Era il tempo brusco, ed il mare tempestoso. Ciò non di meno dava loro la caccia velocemente. Il vascello il Fulminante, molto franco veleggiatore condotto dal capitano Jervis, sopraggiungeva, e si attaccava col Pegaso, che era governato dal cavaliere di Sillano.Durò la battaglia, essendo le forze delle due navi pressochè uguali, per bene un'ora molto feroce. Ma finalmente il Francese, morti o feriti molti de' suoi, si arrendè. Essendo il vento fresco, ed il mare grosso appena Jervis potette una piccola parte dei prigionieri della predata nave marinar nella sua, e por dentro a quella una piccola parte de' suoi. Portava perciò grandissimo pericolo, che si riscuotessero. Ma arrivò in questo punto il capitano Maitland colla sua nave la Regina, e compì la bisogna. Ciò fatto, una folata gli separò. S'imbattè poi Maitland in un'altra grossa nave francese, chiamata l'Azionario, e combattutala, dopo leggier contrasto, la pigliò. In questo mezzo le più leggieri fregate avevan dato la caccia alle onerarie, le quali in sul primo apparir degl'Inglesi, dato il segno, si erano a bello studio, e con molta velocità sparpagliate. Dodici vennero in poter loro, grave perdita alla Francia. Imperciocchè oltre le navi, le armi e le munizioni sì da guerra, che da bocca, meglio di undici centinaia di valenti soldati vennero in poter dei vincitori. Barrington colle predate navi, colle spoglie, e coi cattivi felicemente rientrava nei porti d'Inghilterra. Questi consiglj di far correre i vicini mari da flotte spedite, essendo riusciti bene, determinarono gl'Inglesi di continuare nei medesimi; al che fare tanto più volentieri si accostarono, quanto che nissuna novella era loro pervenuta, che fosse la grossa armata dei confederati in punto d'arrivare su di quelle spiagge; e se le deliberazioni delle leghe furono in ogni tempo lente, perchè intricate, e di diversi interessi frammescolate, molto anche tali furono nella presente occorrenza, quantunque la Francia e la Spagna fossero ardentissime nel desiderio di abbassar la potenza dell'inveteratonemico. Perciò gl'Inglesi, i quali con nissun altro, che con loro stessi si consigliavano, assai si avvantaggiavano colla prontezza, e coll'unità delle deliberazioni. Per la qual cosa, entrato Barrington, mandarono fuori Kempenfeldt a correre il golfo di Biscaia, commettendogli, che tutto quel male, che potesse, facesse al commercio francese, l'inglese proteggesse, e specialmente due ricchissime conserve, che frappoco si aspettavano, una dalla Giamaica, l'altra dal Canadà, dagl'insulti del nemico preservasse.

Finalmente dopo molto tempo consumato in vano, si erano i confederati posti all'ordine per mandare ad effetto quelle imprese, che avevano disegnate. Il conte di Guichen preposto al governo dell'armata francese, e don Luigi di Cordova, capitano generale dell'una e dell'altra, salparono dal porto di Cadice nell'entrare di giugno con venticinque navi delle più grosse tra francesi e spagnuole; e volte le prue a tramontana viaggiavano alla volta dell'Inghilterra col desiderio, e colla speranza di cavar dalle mani di quegli arditi isolani l'imperio del mare. Ivano piaggiando le coste di Francia, e mentre procedevano nel viaggio loro venivano di mano in mano a congiugnersi altre navi da guerra, che in diversi porti stanziavano, e massimamente una maggiore squadra, che nel porto di Brest era sorta. Per tutti questi accostamenti diventò l'armata dei confederati sì numerosa, che vi si annoveravano bene da quaranta vascelli grossi di alto bordo. Arrise la fortuna a questi primi conati. Incontratisi nelle conserve di Terranuova, e di Quebec, le quali erano convogliate dall'ammiraglio Campbell con una nave di cinquanta, e parecchie fregate, quelle parte pigliarono, parte sperdettero. Diciotto onerarie vennero in poter dei vincitori,assai ricca e preziosa preda. Le navi da guerra scamparono, ed entrarono a salvamento nei porti di Inghilterra. Così i Francesi, con un insigne fatto, della perdita della conserva delle Indie si rappigliarono. Ottenuta questa, se non difficile, certo utile vittoria, e diventati del tutto padroni del mare, si recarono verso le bocche del canale della Manica, e quivi schieratisi, come già altre volte fatto avevano, dall'isola Scilly al capo Ognissanti, stavano attendendo a quello, che fosse per succedere sulle coste dell'Inghilterra, alla preservazione delle proprie conserve, ed al rapimento di quelle del nemico continuamente badando. I ministri britannici non se ne stavano neghittosi; ma poste ventidue navi di fila sotto la condotta dell'ammiraglio Howe, gli mandarono, uscisse al mare, evitasse la battaglia trascorrendo, ogni opera facesse per proteggere la conserva della Giamaica, preziosa in sè stessa, e più ancora per la recente perdita della Canadese. Non mancò Howe a sè stesso; ma da quel capitano pratico, ch'egli era, tostamente sbrigatosi dall'armata nemica, veleggiava a ponente di questa di verso la parte, dalla quale doveva venir la conserva. E tanto fu egli, o destro, o fortunato, che la cosa gli venne fatta. Peter-Parker, che faceva il convìo alla conserva, questa stessa, e tutta l'armata dell'Howe entrarono a man salva nei porti d'Irlanda in sul finir di luglio. Se ne tornarono poscia i confederati dopo l'inutile mostra, non più fortunati, e non più arditi in questa, che nelle due prime stati fossero, nei porti loro.

L'impresa però, intorno la quale con maggior contenzione d'animi si travagliava in Europa, quell'era dell'assedio di Gibilterra. Gl'Inglesi tutti erano in questo, che a quella Fortezza si soccorresse; i Francesi,e massime gli Spagnuoli, che s'intraprendessero i soccorsi. Questa cosa era venuta in gara tra di loro; poichè oltre la gloria dell'armi, e l'onor delle Corone, quella rocca era opportunissima alla conservazione dell'imperio del mare mediterraneo. Neanco mai in nissun'altra fazione di guerra ebbero gli uomini tanta aspettazione collocato, quanta in questa, e quest'assedio pareggiavano ai più famosi, così degli antichi, come dei moderni tempi. La pressa era grande in Inghilterra per quel soccorso; perciocchè sapevasi, che di già dentro la rocca s'incominciava ad aver carestia di munizioni, massimamente da bocca, e che gli assediatori avevano il largo assedio cambiato in oppugnazione, volendo con mirabili macchine, delle quali sarà per noi favellato in appresso, far pruova di pigliare per forza quello, che colla fame non avevano potuto. Adunque mentre a quelle mura tanto per natura, e per arte forti e munite sovrastava un'aspra, e non mai per lo avanti udita battaglia, i ministri britannici facevano riscontrar in Portsmouth tutte le forze navali del regno, incluse quelle, che stanziavano sulle coste dell'Olanda, e le altre, che correvano il golfo di Biscaia. Là concorrevano anche in gran numero quelle da carico, sulle quali con grandissima diligenza si abbarcavano le provvisioni. L'impresa del soccorso di Gibilterra bolliva forte. Infine sul principiare di settembre, essendo ogni cosa in pronto, Howe, capitano generale dell'impresa, accompagnato dagli ammiragli Milbanke, Roberto Hughes e Hotham partì da quel porto, avendo sotto la sua condotta, oltre quelle da carico, ch'erano una gran moltitudine, trentaquattro navi d'alto bordo, non poche fregate, e molti brulotti. Dalla fortuna di quell'armata pendeva quella dell'assediata Fortezza.

Peraltro le armi non erano i soli stromenti che i nuovi ministri della Gran-Brettagna volevano adoperare per arrivare al fine loro, ch'era quello di una fortunata guerra, e di una onorata pace. E siccome tutti i nemici loro, quando nella presente unione continuassero, vincere e superar del tutto non isperavano, così fecero pensiero di mettere screzio tra di quelli, e scomunargli con fare a ciascun di loro profferte di condizioni di pace separate, avvisandosi, che il rompimento della lega stato sarebbe la più sicura via al conseguimento di una finale vittoria. Nel che speravano ancora, che quand'anche non avessero potuto ottenere l'intento, avrebbero almeno conseguìto quello di dar pasto, e di contentar i popoli della Gran-Brettagna, e rendergli, con dimostrare la necessità della guerra, alla continuazione della medesima meno avversi. Nè non era possente stimolo agli animi loro il pensare, che pure dovevan essi, volendo sostener quelle persone, che fin là tanto fuori, quanto dentro del Parlamento sostenute avevano, amici ed autori di pace, se non sinceramente, almeno apparentemente dimostrarsi. Per tutte queste cagioni operarono di modo presso l'Imperadrice delle Russie, ch'ella fece uffizio di componimento colle Province Unite d'Olanda col proporre, essendo a ciò fare dal Re della Gran-Brettagna autorizzata, alla repubblica una tregua, e quelle medesime condizioni di pace, che stat'erano accordate coll'Inghilterra nel trattato del mille seicento settantaquattro. L'ambasciador di Francia, che allora si trovava all'Aia, e che vegghiava queste pratiche, gagliardamente operò, perchè la cosa non avesse effetto, esortando gli Stati Generali a mantenersi in fede. Espose, che pure si erano colla Francia a non fare la pace coll'Inghilterra, se non se quando questa avessericonosciuto l'illimitata libertà dei mari, obbligati; parlò dei concerti presi tra i due Stati intorno le operazioni navali da farsi contro il comune nemico, il rompere i quali sarebbe stato ugualmente poco onorevole alla repubblica, che dannoso al suo Re, loro fedele alleato. Toccò finalmente della riconoscenza, che gli dovevano per la conservazione del Capo di Buona Speranza, e per la ricuperazione dell'isola di Sant'Eustachio, e delle colonie di Surinam, l'una e l'altra operate dall'armi di Francia. Questi furono gli uffizj dell'ambasciadore. Considerarono poi gli Olandesi, che quelle isole e colonie erano come altrettanti statichi in mano dei Francesi, e che poca speranza poteva rimaner loro di ricuperarle, se essi dalla lega colla Francia si discostassero. Queste cose in un coll'opera dei partigiani della Francia, i quali in questa occorrenza efficacemente si travagliarono, fecero di modo, che gli Stati Generali non si dimesticarono alle proposte inglesi, e si risolvettero a non dipartirsi dall'amicizia di Francia, allegando, che ciò molto bene si conveniva a quella incorrotta fede, colla quale era sempre stata solita a procedere quella repubblica. Nè miglior fine sortirono le pratiche a questo medesimo fine introdotte presso i governi di Francia e di Spagna; perciocchè entrambi le offerte condizioni ricusarono, il primo, perchè aveva ferma speranza di cacciar del tutto gl'Inglesi dall'isole delle Antille, ed ottenere poscia migliori patti in proposito della libertà dei mari; il secondo per questi stessi motivi, e principalmente per quella leccornìa, accresciuta anche dalla speranza di aver in mano sua la Giamaica e Gibilterra, non considerando, che l'uomo ordisce, e la fortuna tesse; l'uno e l'altro poi per osservare il patto di famiglia, e per conservare intatto l'onore delle lorocorone, il quale sarebbe grandemente offeso ad un somigliante abbandono fatto dell'alleato loro. Ma i ministri britannici avevano non poca speranza, che pei maneggi loro si potessero ridurre le cose a qualche composizione cogli Stati Uniti d'America. Per questo avevano mandato per iscambio al generale Clinton il Carleton, uomo, il quale per la prudenza ed umanità dimostrate nei passati fatti della canadese guerra era in buona voce presso gli Americani. Gli diedero facoltà, siccome pure all'ammiraglio Digby, di accordar la pace cogli Stati Uniti, riconoscendo la independenza, e concludendo con essi un trattato di amicizia e di commercio. Ma gli Americani considerarono, che a quel tempo nissuna legge era stata fatta dal Parlamento, che autorizzasse il Re a concludere o pace, o tregua coll'America, e che per conseguente quest'erano offerte e promesse, che i ministri facevano di per sè stessi, e che il Parlamento avrebbe potuto disdire. Conoscevano la ripugnanza, che aveva grandissima il Re al riconoscere la independenza loro. Perciò entrarono in gran sospetto, che ci covasse sotto qualche occulta frode, o malizia. Nel quale si confermarono anche maggiormente, quando intesero le novelle, che i ministri avevano introdotto pratiche d'accordi separati presso gli altri potentati guerreggianti d'Europa. Per le quali cose tutte si fermarono onninamente in questa sentenza, che questo fosse un andirivieno britannico fabbricato a bello studio per disgiugnergli tra di loro, e per menargli per parole. Sospettavano, che il trattamento dell'accordo fosse stato con artifizio dagl'Inglesi usato per deviargli dalle provvisioni della guerra, e per farsi più facile l'oppressione loro. Fece anche a questo tempo il ministro francese presso il congresso grandi uffizj, perchèsi sturbasse la pratica, e non si desse retta a queste proposte, dall'una parte la mala fede britannica, dall'altra la lealtà e la generosità del suo Re esponendo, e con vivi colori dipingendo. Parve invero una gran cosa a coloro che reggevano i consiglj dell'America, il rompere sul bel principio dello Stato loro le promesse, e lo scambiar in una non sicura amicizia una provata alleanza. Perilchè ricusarono. Dichiarò il congresso non potere, nè volere in alcun negoziato particolare, nel quale l'alleato loro non partecipasse, entrare. E perchè da nissuno potesse stimarsi poco sincera la fede della repubblica, e per tor ogni speranza all'Inghilterra, ed ogni sospetto alla Francia, i particolari Stati tutti decretarono, che non mai sarebbono divenuti ad una pace coll'Inghilterra, se non vi fosse stato il contento dell'alleato; chiarendo anche nemici alla patria coloro, i quali tentassero di negoziare senza l'autorità del congresso. In cotal modo si ruppero sul principiar del presente anno le pratiche della pace, perchè le cose della guerra non erano ancor mature, e perchè in mezzo a tanta scambievole diffidenza nissuna forma di concordia si poteva trovare, se non era dall'ultima necessità indotta.

Andando le cose in America a questo cammino, nelle lontane isole dell'occidente già s'incamminavano elle a quel fatale caso, che doveva por fine all'antillese guerra, non altrimenti, che quello del Cornwallis aveva concluso l'americana. Eransi dai confederati quei maggiori apparati, che possibili fossero, fatti, per fare una volta l'impresa della Giamaica. Avevano gli Spagnuoli una possente armata, ed una grossa banda di soldati nelle isole di San Domingo e di Cuba, l'una e l'altra fornitissime di ogni cosa, e pronte a partire per ogni qualunque fazione, chesi volesse tentare. Il conte di Grasse poi si trovava nel porto del Forte Reale della Martinica con trentaquattro grosse navi di fila, con altre due di cinquanta cannoni, con due armate in fluta, e molte fregate. Quivi attendeva a racconciarle, e stava aspettando una seconda conserva partita da Brest sul principio di febbraio, la quale gli recava una egregia quantità di armi e di munizioni, delle quali abbisognava. Rassettato che avesse il navilio, e ricevuto i nuovi fornimenti di guerra, intendeva di andar a congiungersi a San Domingo cogli Spagnuoli, e correre quindi unitamente contro la Giamaica. Effettuata la congiunzione, avrebbero avuto gli alleati un'armata di sessanta navi di fila, e da quindici in ventimila soldati da sbarcare, forza prepotente, e tale, che una somiglievole non s'era mai in quelle spiagge veduta. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi forze nè terrestri, nè marittime, le quali fossero sufficienti a contrastare a tanto apparato. Imperciocchè Rodney, il quale si trovava a questo tempo alla Barbada dopo la congiunzione sua ivi fatta con Hood, e l'arrivo dall'Inghilterra di altre tre navi, aveva sotto il suo governo non più di trentasei vascelli di alto bordo, soldati da sparmiare per le guernigioni delle altre isole pochi, e nella Giamaica stessa si avevano solamente sei battaglioni di stanziali, con anco entrovi, secondo l'usanza di quei paesi, molte paghe morte, e le bande paesane. Il terrore vi era grande, ed il governatore dell'isola vi aveva promulgato la legge marziale, per la quale veniva a cessare ogni autorità ne' maestrati civili, ed a conferirsi tutta ai Capi della guerra.

L'ammiraglio Rodney conosceva benissimo, che tutta la fortuna dell'antillese guerra, e quella di tutte le possessioni inglesi in quei mari totalmente pendevanodall'intraprendere la conserva di Brest, primachè ella arrivasse nei porti della Martinica, e dall'impedire, che l'armata francese non andasse ad accoppiarsi colla spagnuola a San Domingo. Per ottenere il primo di quest'intenti era egli uscito al mare, e talmente aveva la sua flotta arringata a sopravvento dell'isole, che ella si distendeva dall'isola Desirada sino a quella di San Vincenzo in su quella via, la quale tengono per l'ordinario le navi, che vengono d'Europa per recarsi alla Martinica. E per maggiore sicurezza aveva anche fatto affilar le sue fregate più in là a sopravvento, perchè, speculando tutto all'intorno, avvisassero prontamente l'avvicinarsi del nemico. Ma i Francesi, che pure subodorato avevano qual cosa, invece di andare al solito viaggio per alla Martinica, la conserva loro talmente avviarono, che, torta la via a destra verso settentrione, passarono a tramontana della Desirada, e poscia piaggiando a sottovento la Guadaluppa e la Domenica, la condussero a salvamento a Porto Reale della Martinica. Fu questo molt'opportuno rinfrescamento ai Francesi, e d'infinito cordoglio cagione agli Inglesi, ai quali nissun'altra speranza rimaneva al preservarsi da una totale rovina in quei lidi, fuori di quella d'impedire la congiunzione delle due armate francese e spagnuola in San Domingo. A questo fine andò Rodney a porsi al Gros-Islet in Santa Lucia, dove stava continuamente alla vista, e per la vicinanza de' luoghi poteva facilmente, e spacciatamente venire informato di quello, che si facesse il nemico al Forte Reale. Faceva sopravvedere diligentemente il mare dalle veloci fregate. Attendeva intanto a far acqua, e viveri, ed a porsi in grado a poter bastare ad una lunga crociata.

In questo mezzo il conte di Grasse, poichè il tempoera da spenderlo in operare, e non volendo più oltre indugiarsi al mandare ad effetto le commessioni, che aveva dal suo Re ricevute, e che di tanta importanza erano alla gloria ed alla prosperità del Reame di Francia, comandò alle navi della conserva, nel preservamento delle quali consisteva tutta la speranza dell'impresa della Giamaica, uscissero dal porto, e faceva lor fare l'accompagnatura dai due vascelli di guerra il Sagittario, e lo Sperimento. Poco poscia le seguitava egli stesso con tutta l'armata. Avrebbe voluto, andando a seconda dell'etesie, indirigersi direttamente a San Domingo. Ma preveggeva ottimamente, che sì facendo, ed ingombro, com'egli era, con una conserva che sommava meglio, che a cento legni passeggieri, ed in tanta costanza di vento, non avrebbe potuto tanto vantaggiarsi, che l'armata inglese non sopraggiungesse. La qual cosa lo avrebbe costretto alla battaglia, ch'ei voleva, e doveva schivare. Perciò pigliò altro partito. Prendendo voga verso tramontana, iva con tutto il suo numerosissimo navilio radendo le spiagge delle isole. Era questo un molto conveniente consiglio, e ne doveva l'ammiraglio francese sperare un felice evento. Poichè in tal modo conoscendo i suoi piloti molto meglio degl'Inglesi le giaciture di quei lidi, la maggior parte francesi, o spagnuoli, potevano più presso a questi spingere le navi. I diversi canali poi, che fra quelle frequenti isole si frappongono, e sicuri ricetti, e comodi venti offerivano contro il perseguitante nemico. Oltracciò poteva egli ordinar di modo le sue navi, che quelle da carico costeggiassero terra terra, mentre le guerresche si appetterebbero al di fuori contro le nemiche. Dal che ne poteva nascere facilmente, che le inglesi ne fossero spinte a sottovento; e perciò fosse lasciata libera la via alle francesiper a San Domingo. Con questo consiglio sperava il conte di Grasse di potersi appoco appoco sguizzare sino al luogo destinato alla massa generale in quell'isola. Le fregate inglesi, che stavano vigilanti alle poste, diedero tosto per mezzo dei concertati segnali avviso dell'uscita della flotta francese all'ammiraglio Rodney; ed egli che stava sull'ali, ed era pigliatore di gran partiti, troncati tutti gl'indugi, salpò incontanente per andarla a trovare. Era il giorno nono di aprile, e già i Francesi avevano incominciato a spuntar la Domenica, trovandosi a sottovento della medesima, quando si mostrò improvvisamente agli occhi loro tutta l'armata inglese. De Grasse comandò ai capitani della conserva, collassero tutte le vele, gissero ad apportar nella Guadaluppa. L'uno e l'altro ammiraglio con eguale arte ed ardire si ordinavano alla battaglia. Questa il Francese intendeva di combattere lontana per dar tempo alla conserva di allargarsi, e per non commettere all'arbitrio dell'incerta fortuna una impresa certa; l'Inglese manesca, perciocchè non poteva sperare alle cose sue riparo, se non se in una vittoria determinativa. Aveva seco il conte di Grasse trentatre navi di fila, tra le quali si noveravano la Città di Parigi di 110 cannoni, cinque di ottanta, ventuna di settantaquattro, le altre minori; erano le compagnie delle ciurme pienissime, e si trovavano a bordo da cinque a seimila eletti soldati di sopracollo. Governava il tutto, come capitano generale il conte di Grasse; la vanguardia era guidata dal marchese di Vaudreuil, il dietroguardo dal signor di Bougainville. Consisteva l'armata di Rodney in trentasei navi di alto bordo, fra le quali una di novantotto cannoni, cinque di novanta, venti di settantaquattro, e tutte le altre minori. Era al governo di tutta l'armatal'ammiraglio Rodney, dell'antiguardo il vice-ammiraglio Hood, del dietroguardo il sotto-ammiraglio Drake. Avrebbero voluto gl'Inglesi venirne tosto con tutta l'armata loro alle mani; ma trovandosi tuttora dietro le alture della Domenica, ne erano impediti dal tempo bonaccioso. Solo meglio che potevano, si ingegnavano di approfittar dei buffi, che di quando in quando si levavano, per approssimarsi ai Francesi. Ma questi, essendo più inoltrati verso la Guadaluppa, già godevano del benefizio del vento, ed ogni mossa operavano, che loro pareva più opportuna. Infine la brezza incominciò a gonfiar le vele della vanguardia Inglese, della quale giovandosi Hood pervenne a tiro d'artiglieria presso l'armata nemica, e si appiccò la battaglia alle nove della mattina. Era De Grasse confidentissimo della vittoria. Perocchè combatteva con tutte le sue forze contro una sola parte di quelle del nemico. Perciò l'incontro fu molto aspro, e la pressa, che facevano i Francesi molto grande. Ma gl'Inglesi, comechè con grave danno loro, fecero tal retta, che nè rincularono, nè si smagliarono. Intanto le prime navi della battaglia inglese, ottenuto il vento, venivano per soccorrere la vanguardia, che pativa, e che aveva bisogno di aiuto, e giunte a tiro con una incredibile furia entrarono anch'esse nella mischia; nè fu con minor valore l'impeto loro dai Francesi ricevuto. Fulminava soprattutto terribilmente colla sua nave il Formidabile, e colle due sue seconde il Namur, ed il Duca, tutte e tre di novanta cannoni, l'ammiraglio Rodney. Ma un capitano francese, il quale governava una nave di settantaquattro, ostinatissimamente se gli opponeva, e fatta con magnanima risoluzione voltare a ritroso la vela di gaggia dell'albero maestro per tôrre a' suoi ogni opinione, ch'eisi volesse ritirare, e però fargli nella pugna più ostinati, ferocissimamente combatteva contro le tre più grosse navi di Rodney. E tanta fu la virtù sua, che un uffiziale inglese, scrivendo a' suoi, lo ebbe a chiamaredivino Francese. Arrivarono in questo mezzo di mano in mano le altre navi di Rodney, e già poco anch'erano lontane quelle del dietroguardo condotte da Drake. Per la qual cosa il conte di Grasse, il quale avendo buono in mano non voleva rimescolare, fece tirar indietro i suoi, ed in tal modo fu posto fine ad un combattimento, nel quale non saprei, se stato sia maggiore il valor, o la perizia delle marinaresche cose, che e l'una parte, e l'altra dimostrarono. Non seguitarono gl'Inglesi, sia perchè avevano il vento meno favorevole, sia perchè le navi della vanguardia avevano grave danno ricevuto, massime le due il Real Pino, ed il Montagù, ch'erano la testa. Il che vedutosi dall'ammiraglio francese, ordinò incontanente alle navi della conserva, le quali avevano afferrato alla Guadaluppa, salpassero di nuovo, e gissero al viaggio loro. La qual cosa essendo stata diligentemente eseguita dal signor Langle, che le governava, arrivarono esse, pochi giorni dopo, tutte felicemente a San Domingo. Alcune navi francesi furono assai malconce. Fra le altre il Catone fu sì danneggiato, che ne fu mandato per rassettarsi alla Guadaluppa. Queste cose impedirono, che il conte di Grasse non potesse sì tosto, come avrebbe voluto, rimontare al vento di quel gruppo d'isole, che chiamano le Sante, siccome era il suo disegno, per recarsi poscia a sopravvento della Desirada, e quindi difilarsi, passando a tramontana dell'isole, a San Domingo. Gl'Inglesi, racconce le navi loro, di nuovo s'erano posti a seguitare i Francesi. De Grassesempre bordeggiava per riuscire a sopravvento delle Sante, e già tanto aveva operato, che il dì undici, superate le Sante, incominciava a spuntar a sopravvento della Guadaluppa; e già aveva sì gran vantaggio preso dell'armata inglese, che solo i gabbieri di questa, e ciò a gran fatica, potevano la francese discoprire. Gl'Inglesi, i quali sapendo ottimamente, quanta posta vi andasse, avevano con quella maggior celerità, che avevano potuto, seguitato i Francesi, ora già erano pressochè totalmente disperati di potergli raggiungere; e già i Capi ristrettisi tra di loro si consigliavano, se non fosse miglior partito per lo servizio delle cose loro il torsi giù dal seguitar l'inimico, e volger le prue a sottovento, affine di arrivare, se possibil fosse, prima di lui nelle acque di San Domingo. Mentre in questo fortunevole punto se ne stavano deliberando, ed ansiosamente d'in sulle gagge velettando, incerti del destino, che alla Giamaica soprastava, ed a chi dovesse dell'Inghilterra, o della Francia la signoria delle Antille rimanere, ecco comparir di lungi, era l'ora del mezzodì, due navi francesi, le quali non potendo pareggiare la prestezza delle compagne, si erano lasciate, e si lasciavano continuamente cadere a sottovento delle loro, e perciò più vicine all'armata inglese. Erano queste il Zelante, il quale pare, che sia stato destinato dai cieli ad essere in questi dì un fatale intoppo alla fortuna francese, e la fregata l'Astrea, che il conte di Grasse gli aveva mandato dietro, perchè lo rimorchiasse. Aveva poco prima questo Zelante, non so se per imperizia di chi il guidava, o se per fortuito caso dato di cozzo nella Città di Parigi, e ne ebbe rotti gli alberi dello sprone e del trinchetto. Il quale accidente, rallentando il suo abbrivo, l'aveva fatto rimanereindietro. Tosto si rinfrescavano nel cuor degl'Inglesi le speranze di quella battaglia, che tanto agognavano. Perciocchè credevano fermamente che ov'essi fossero venuti sopra alle indietreggiate navi per pigliarle, l'ammiraglio francese sarebbe venuto in soccorso di quelle, e per conseguente postosi nella necessità del combattere. Per la qual cosa con incredibile contenzione d'animo aiutandosi, ed incalzandosi l'un l'altro, poichè stringeva molto il tempo, tanto fecero, che si avvicinarono di modo, che le due navi, se De Grasse non le soccorreva, sarebbero senza fallo alcuno, prima che abbuiasse, in poter loro venute. Credesi, e non senza ragione, che se il conte contento alla gloria acquistata sulle rive della Virginia avesse saputo moderare la propria fortuna, ed abbandonato a quel destino, che le minacciava, le due fatali navi, avrebbe con felicità corsi i mari fino a San Domingo, e là congiuntosi cogli Spagnuoli avrebbe spenta del tutto la potenza britannica in quei lidi. Poichè già si era tanto allargato a sopravvento, che quando avesse il suo cammino seguitato, non sarebbe più stata riuscibile cosa agl'Inglesi il raccostarlo. Ma giudicando, che fosse contro la dignità, e la riputazione di quell'armata il sopportare, che così vicino a lei venissero predate le navi, si risolvette, certo con animoso, ma non meno arrischiato consiglio, ad andare in soccorso loro, mettendosi in tal modo, per voler salvare una piccola parte della sua armata, in pericolo di perderla tutta. Rivolse adunque le prue al nemico, e preservò il Zelante. Ma intanto si fu di tanto spazio avvicinato, che fu sforzato ad ogni modo a far la giornata. I due nemici ammiragli con grande animo, e con accesa disposizione di tutti i loro vi si apparecchiavano, consapevoli l'uno e l'altro,che in quella si combatterebbe la gloria dei due regni, e la signoria delle Antille. Ma essendo l'ora tarda, e volendo i due generosi nemici a buono sciente combattere, sino all'indomani mattina la indugiarono; solo spendendo la notte nell'esortare i loro ad apparecchiare i corpi e l'armi alla battaglia. Il campo, in cui si doveva combattere, è un pelago posto tra le isole Guadaluppa, Domenica, le Sante e Maria-galante; di qua e di là a sopravvento, ed a sottovento acque infedeli, e lidi scogliosi. L'indomani all'ore sei della mattina le due armate si attestarono attelate l'una a rincontro dell'altra, avendo quella di Francia le scotte a orza, quella d'Inghilterra a poggia. In questo punto essendo il vento, per aver variato da levante a scirocco, diventato più favorevole agl'Inglesi, questi giovandosene tosto ai spinsero avanti colla vanguardia, e colla maggior parte della mezzana schiera, e pervenuti a mezza gittata di cannone incominciarono una fierissima battaglia. Durò essa dalle sette della mattina sino alle sette della sera. Di mano in mano gli altri vascelli inglesi della squadra di mezzo, e la più parte di quei del dietroguardo, incluso il Barfleur, capitanato dallo stesso Hood, arrivarono anch'essi a tiro, ed affilatisi vennero a parte del combattimento. Il Zelante in questo mentre condotto a rimorchio dall'Astrea si avviava alla Guadaluppa. Nissuno creda, che mai in altre battaglie maggior valore d'uomini affocatissimi nel voler riportare la vittoria si sia dimostrato, come in questa e Francesi, ed Inglesi dimostrarono. Spesseggiavano le fiancate; il fumo, il rimbombo, il fracasso, e lo stroscio delle navi, che si tritavano, eran orribili. Il Formidabile, ch'era l'almirante, trasse fino in ottanta fiancate; la Città di Parigi altrettante. Stette unpezzo dubbia la vittoria. Le navi si dirompevano con grossi sbrani ad ogni momento, e l'anelito degli uomini era grande. Dal bel principio della battaglia gli Inglesi, secondo l'usanza loro, avevano fatto pruova di ficcarsi in mezzo e di romper l'ordinanza francese. Ma non avendo il vento abbastanza propizio per potersi lanciar con quel momento, che sarebbe stato necessario, e da un altro canto avendo i Francesi fatto gran retta, furono risospinti. Intanto la vanguardia e battaglia del conte, avendo grave danno ricevuto, massime negli attrazzi, e maggiore di quello, che sopportato avesse la dietroguardia, ne nacque, che il movimento di quelle due prime squadre si rallentò notabilmente, e non avendo quest'ultima, ch'era rimasta più intiera, accomodato il suo al movimento di quelle altre, ne avvenne che l'ordinanza si scompigliò; perocchè alcune navi vennero a trovarsi più innanzi, altre più indietro. A questo sconcerto già grave in sè stesso, e che fu colpa degli uomini, si aggiunse una contrarietà di fortuna, e questa fu che il vento si voltò da levante scirocco sino a scirocco schietto, accidente sfavorevole ai Francesi, poichè le vele loro ne furono improvvisamente volte a ritroso, e favorevole agl'Inglesi, che ne vennero ad acquistare il vento più propizio. Se ne giovò Rodney incontanente, e con mirabile rattezza spintosi avanti col Formidabile, col Namur, col Duca, e col Canadà, fracassato e disarborato affatto il vascello il Glorioso, ruppe e fendè l'ordinanza francese, tre navi distante dalla Città di Parigi, dove combatteva il conte di Grasse. Ciò fatto, comandò tosto alle navi, che orzando lo seguitassero. Il che prestamente stato essendo eseguito ne avvenne, che tutta l'armata inglese riuscì a sopravvento della francese. Queste mossedefinirono la fortuna della giornata. Gl'Inglesi si scagliarono poggiando contro i Francesi, i quali disordinati ed ingarbugliatisi insieme tutti male si potevano contro un nemico ordinatissimo, stretto, ed esultante per la speranza della vicina vittoria, riparare. D'allora in poi i Francesi non combattettero più raccolti in file regolari, ma con navi separate, o gomitoli snodati. In tale pericoloso frangente non mancarono per altro a sè stessi. Tentarono di rannodarsi a sottovento; ma ciò non venne loro fatto. Non potendo più operare con consiglio comune, combattettero in singolari affronti con tanto valore, che al tutto si mostrarono di miglior fortuna meritevoli. Ora gl'Inglesi s'avventavano a questa, ora a quell'altra nave, secondochè veniva lor meglio il destro per pigliarle. Il Canadà si attaccò coll'Ettore, e dopo una ostinata resistenza lo prese. Il Centauro si mise a petto al Cesare, l'uno e l'altro rimasti pressochè intieri. Ne seguì un furiosissimo affronto. Il Francese non voleva arrendersi. Vennero ad assaltarlo altri tre vascelli d'alto bordo. Ma il signor di Marignì, che il capitanava, in luogo di abbassar la tenda, intorato, e feroce la faceva chiodare all'albero, e tuttavia tirava avanti con una furia di cannonate. Fu morto. Il successore si difendeva con pari coraggio. Infine, caduto l'albero maestro, e perduti tutti i suoi corredi, cedendo alla fortuna, si arrendè. Il Glorioso anch'esso, non senza prima aver fatto una gagliarda difesa, venne in poter degl'Inglesi. L'Ardente ebbe la medesima fortuna. Il Diadema rotto e fracassato affondò. Ma se fu grande la virtù dimostrata dai capitani francesi sin qui raccontati, le navi dei quali vennero in poter degl'Inglesi, fu degna altresì di perpetua lode quella del conte di Grasse, il quale parve,si fosse posto in animo di voler piuttosto andare a fondo, che arrendersi. Lacera essendo, e sfessa la sua nave, la Città di Parigi, per una battaglia, che già da dieci ore durava, nissuna sembianza faceva di volersi piegare e tuttavia continuava a tronare orribilmente ed a rispondere da ogni parte. Veniva ad assaltarlo ferocemente il capitano Cornwallis colla nave il Canadà, e tuttochè con incredibile valore si affaticasse, non faceva frutto. Perocchè quella enorme mole lungi da sè con prepotente forza il ributtava. Venivano per dargli l'ultimo strazio a congiungersi col Canadà altre sei grosse navi inglesi; ma tutto era nulla. Erano intanto accorse per isbrigarlo le navi francesi la Linguadoca e la Corona, poscia il Plutone ed il Trionfante. Ma sopraffatte dalla moltitudine delle navi di Rodney furono costrette a lasciar la capitana loro nel gravissimo pericolo, in cui si trovava. Venutagli meno quest'ultima speranza, e veduta la sua armata testè sì fiorita, ora tutta o fugata, o presa, l'invitto animo del conte di Grasse non si voleva per ancora inclinar alla resa; e continuando nella difesa non rifinava di trarre. Sopraggiungeva allora Samuele Hood avventatissimo col suo Barfleur, e giunto presso la Città di Parigi (già il giorno si rabbruzzava) vi scaricò dentro con orribile strabocco un nembo sì fitto di palle, che ne furono strambellati tutti coloro, che sulla coperta si ritrovavano. Fu scritto, ne siano rimasti uccisi al primo tratto sessanta. Disperato della salute aveva tuttavia il conte cura dell'onore. Sostenne tanta furia ancora più per un quarto d'ora. Infine, abbassata la tenda al Barfleur, si arrendè all'Hood. È fama che nel momento della resa tre soli uomini rimanessero viventi, e non feriti sopra la coperta, dei quali uno si fu il contestesso. In questo molto la Città di Parigi, vascello, ch'era a ragione stimato il più bel ornamento, ed il principale propugnacolo della marineria francese, venne in potestà degl'Inglesi. Era stato dato in dono dalla città di quel nome al Re Luigi Decimoquinto, allorquando le cose navali della Francia erano state a tanto bassamente condotte durante la guerra del Canadà. Vi si erano spesi intorno da quattro milioni di tornesi. Trentasei casse di contanti, tutte le artiglierie, le somerie, e le munizioni, che dovevano all'assalto della Giamaica servire, diventarono preda del vincitore. Morirono in questa battaglia degl'Inglesi, inclusi anche quelli, che furono uccisi nella giornata dei nove, e furon feriti meglio di un migliaio; dei Francesi molti più, oltre dei prigionieri. Fra i primi furono morti degli uffiziali segnalati i due capitani Boyne e Blair. Lord Roberto Maners figliuolo, che fu del marchese di Granby, giovane di grandissima aspettazione, ferito gravemente, dopo d'essere stato alcun tempo in fine di morte, anch'egli trapassò. De' secondi sei capitani di nave, tra i quali il conte d'Escars, e de la Clocheterie furono da questa vita tolti. Avrebbe l'ammiraglio Rodney per non corrompere la speranza di cose maggiori, voluto seguitare dopo la battaglia il nemico. Ma essendo sopraggiunta la notte, e volendo prima assicurarsi delle prede, e conoscere il danno ricevuto da' suoi, e dalle sue navi, se ne temperò. La mattina seguente fu medesimamente dal ciò fare impedito dalle bonacce, che sopravvennero presso le spiagge della Guadaluppa. Avendo però fatto sopravvedere nei vicini porti delle isole nemiche, ed accortosi che in questi non si erano gli avanzi della rotta armata riparati, e dubitando di quello, ch'era, cioè che si fossero dirizzati a San Domingo,comandò, per non fermare il corso della vittoria, all'ammiraglio Hood, la cui squadra era rimasta più intiera, se ne andasse a stare sulle volte in quelle acque. Gli commise ancora, che, compiuta la bisogna, si recasse al Capo Tiberone, dove sarebbe colla restante armata ito egli stesso per ivi fare la generale massa. Infatti, eccettuate alcune navi, le quali furono condotte a racconciarsi a Sant'Eustachio dal signor di Bougainville, le altre raccolte dal marchese di Vaudreuil andarono a far porto al Capo-Francese in San Domingo. Intanto era arrivato nelle acque di quest'isola l'Hood, e mentre si stava volteggiando nel passaggio di Mona, che la medesima da quella di Portoricco divide, osservò di lontano quattro navi, due d'alto bordo, due altre minori. Quest'erano il Giasone, ed il Catone, che ritornavano dai concieri della Guadaluppa, colla fregata l'Amabile, e la corvetta la Cerere. Non erano i capitani loro informati dell'esito della battaglia dei dodici, e viaggiavano a sicurtà. Hood diè dentro; e dopo una leggiera avvisaglia tutte le pigliò. Una quinta nave, che si discoperse, sebbene non senza gran fatica, scampò. Così perdettero li Francesi otto navi d'alto bordo, delle quali il Diadema affondò, il Cesare arse, e sei fecero chiara e notabile la vittoria degl'Inglesi, per essere in poter loro venute. Raccozzatisi insieme Rodney, e Hood al Capo Tiberone, il primo colle prede e colle navi malconce si avviò alla Giamaica, il secondo se ne rimase con venticinque delle più intiere nelle acque di San Domingo, acciò e gl'inimici osservasse, ed impedisse loro di tentar qualche fatto di rilievo contro le possessioni britanniche. Imperciocchè quantunque scoraggiati dalla recente sconfitta, erano tuttavia gli alleati assai formidabili, avendo al Capo-Francese,Vaudreuil ventitre navi di fila, e Don Solano sedici con molte migliaia di pedoni a potere, ove d'uopo fosse, sbarcare. Ciò nondimeno non solo si perdè del tutto l'impresa della Giamaica; ma ancora nissuna fazione d'importanza si tentò, dopo la raccontata, nelle Antille. Se ne tornarono gli Spagnuoli nell'Avana. Alcune navi francesi si avviarono, facendo la scorta ad una conserva, verso l'Europa, e con prospero viaggio vi arrivarono. Vaudreuil colle rimanenti andò ad ammainar le vele nei porti della settentrionale America. In tal modo furono agli alleati sturbati i disegni sopra la Giamaica, e questo fine ebbe l'antillese guerra. Solo il giorno sei di maggio le isole Bahame, state fin là sicuro nido d'infestevoli corsari, all'armi spagnuole si arresero. Un'altra fazione, debol compenso a tanta perdita, successe prosperamente ai Francesi nelle regioni più settentrionali dell'America. Aveva il marchese di Vaudreuil poco prima, che partisse per alla volta degli Stati Uniti, spedito il signor De la Peyrouse colla nave lo Scettro, e due fregate, commettendogli, se ne andasse al seno d'Hudson, e là tutto quel maggior male che potesse, facesse alle possessioni della Compagnia inglese. La cosa riuscì, e la Compagnia ricevè un danno di parecchj milioni. Fu questa spedizione degna di ricordanza, non già per gli ostacoli, che gli uomini abbiano opposto, giacchè stavano gl'Inglesi indifesi e sicuri, ma sibbene assai per le difficoltà, che parevano piuttosto insuperabili, che grandi, de' luoghi. Le spiagge erano difficili, e poco esplorate, le acque infedeli; e quantunque corresse, quando arrivarono, la stagione del finir di luglio, tuttavia il sido vi era sì grande, e i ghiacci sì grossi, che poco mancò, le avventurieri navi non vi fossero rapprese dentro, ed in quel crudissimo clima per tutto l'inverno confinate.

Tra queste cose l'ammiraglio Rodney era alla Giamaica pervenuto, e nel porto di Kingston trionfalmente entrato. Concorrevano gl'isolani con infinita allegrezza a vedere il loro liberatore, le vincitrici, e le predate navi, le ricche spoglie, e quel nemico capitano stesso rimirando, che, già vincitore in America di una gran guerra, poscia minacciatore potentissimo della patria loro, compariva allora in sì dimessa fortuna vinto, e cattivo agli occhi loro. Ma se grandi furono la fortuna di Rodney, ed il contentamento dei Giamaichesi, non furono minori le cortesie, che quello e questi usarono verso il vinto nemico, niuna cosa tralasciato avendo, la quale potesse nell'avverso caso racconsolarlo. Poco poscia l'ammiraglio inglese, avuto lo scambio dall'ammiraglio Pigot, scambio, che fu ordinato, primachè si avessero a Londra le novelle della vittoria dei dodici aprile, partì per l'Inghilterra, alla volta della quale aveva anco sulla carovana della Giamaica inviato il conte di Grasse. Era venuto Rodney in molta disgrazia dell'universale a cagione di quelle rapine di Sant'Eustachio, delle quali se ne fecero anche risentitamente le parole in cospetto del Parlamento. Da ogni parte risuonavano querele contro di lui; e questo fu forse il principale motivo, oltre di quello della diversità delle Sette, che i ministri il rappellassero. Ma alle accusazioni, giunto che ei fu in Inghilterra, rispose mostrando cattivo ai popoli il conte di Grasse. Allora l'accagionato spogliatore di Sant'Eustachio diventò tosto l'idolo di tutta la nazione. E quegli stessi, che prima più la fama sua laceravano, ora più di tutti si studiavano di encomiarlo, le passate ruggini alla presente gloria condonando. Furono fatte in Inghilterra le gratissime accoglienze al conte di Grasse, parte per civiltà, parteper vanagloria. Arrivato a Londra, fu presentato al Re, gli furon fatte pubbliche feste, il popolo, che spesso sotto i balconi della sua casa concorreva, lo voleva vedere; e volesse egli, o no, gli era forza il mostrarsi, ed allora le acclamazioni e gli applausi non erano pochi, tutti ad alta voce chiamandolo, (tanto è bella la virtù, che piace anche ai nemici in un nemico) il bravo, il valoroso Francese. Ne' luoghi pubblici, dov'ei compariva, gli facevano le affoltate intorno, non per noiarlo, ma per fargli onoranza; e tanto si andò oltre con questo occupamento della plebe londinese verso il conte di Grasse, che pretendevano, e volevano che altri il credesse loro, che la fisonomia del conte ritraesse dell'inglese; e gli fu giuocoforza, si lasciasse fare il ritratto. Del quale se ne sparsero tostamente tante copie nel contado, che chi non l'aveva, era tenuto scemo, o disamorevole. Fu Rodney creato dal re Pari d'Inghilterra sotto il titolo di lord Rodney, Hood Pari d'Irlanda, Drake e Affleck Baroni del regno.

In Francia intanto le novelle della rotta dei dodici aprile furono di universale cordoglio cagione, tanto più grave, quanto stat'erano più liete le passate speranze. I Francesi però durevoli nell'allegrezza, trascorrevoli nella mestizia, ed animosi di natura tosto si riconfortavano. Fu il Re il primo a dar l'esempio della fermezza. Seguitavano gli altri. Comandò per rifornir i perduti, si fabbricassero incontanente dodici vascelli tra di 110 cannoni, di 80 e di 74. Il conte di Provenza, e quel d'Artesia, suoi fratelli, ne offerirono del loro ciascuno uno di 80. Il principe di Condé uno ne offerse di 110 in nome degli Stati di Borgogna. I Preposti de' mercanti, gli Schiavini e le sei Capitudini de' mercanti della città di Parigi, i negoziantidi Marsiglia, di Bordeaux, di Lione si risolvettero anch'essi con maravigliosa prontezza a somministrare allo Stato ciascuno una nave della medesima portata. I ricevitori e gli appaltatori generali della Camera pubblica, ed altri pubblicani offerirono, e fornirono somme di pecunia di non poca importanza. Furono tutte queste esibizioni accettate; ma non già quelle, che avevano fatte i particolari cittadini, ai quali il Re, perchè la buona volontà dei già gravati popoli in maggior aggravio loro non tornasse, fe' le somme offerte, o già donate restituire. In cotal modo, per l'universale consentimento d'animi verso la patria, verso il Re bene inclinati, si sopportò in Francia l'acerbità della fortuna, si riparavano i passati danni, e le felici speranze dell'avvenire si rinfrescavano.

Avendo noi sin qui raccontato in quale modo per un irreparabile infortunio degl'Inglesi sia stata la guerra sulla terra-ferma d'America terminata, e come altresì per una fatale sconfitta delle forze navali della Francia sia veduta a conclusione nelle Antille, egli è oggimai tempo, che da quelle lontane ragioni la mente rivocando, ci facciamo a descrivere, qual fine ella abbia avuto là, dond'ella principalmente procedeva, vogliam dire in queste più vicine contrade di Europa. Erano gli occhi di tutti gli uomini rivolti all'assedio di Gibilterra. Nè non aveva mai nè in quell'età, nè forse in molte superiori veduto Europa tentarsi oppugnazione, che fosse di maggior aspettazione per la fortezza di quella rocca, e per gli effetti importanti, che dal perderla, o dal vincerla risultavano. Veleggiava Howe al soccorso di quella. Cadevano nei discorsi degli uomini varj concetti. Alcuni confidandosi nell'ardire e nel sapere britannici, e dalla felicitàdei passati tentativi all'esito del presente argomentando, pensavano, che l'impresa del soccorso sarebbe a buon fine riuscita. Altri attendendo alle prepotenti forze navali della lega, nell'industria, e nel valore di Don Luigi, e del conte di Guichen, che le governavano, confidando, portavano una contraria opinione. Chi si persuadeva, osservati gli straordinarj preparamenti che stati erano fatti, e tuttavia si facevano dagli assedianti, che fosse non che probabile, vicina la resa della piazza. E chi per lo contrario credeva, considerata la fortezza del luogo, la concinnità delle fortificazioni, ed il coraggio degli assediati, ch'ella fosse non solo improbabile, ma impossibile. Tutti poi erano venuti in questa opinione, che l'opera sarebbe riuscita dura, e che vi si sarebbe sparso dentro molto sangue. Intanto la fama era corsa, e raccontando le cose di Gibilterra aveva acceso nell'animo di tutti gli uomini valorosi un ardentissimo desiderio di entrare a parte, od almeno di trovarsi presenti, come spettatori di quelle onorate fazioni, che sotto di quelle mura dovevano agli occhi degli uomini maravigliati rappresentarsi. Quindi è, che non solo dalla Francia, e dalla Spagna i più riputati personaggi per generosità, e per valore concorrevano a gara al campo di San Rocco, e nel porto di Algesiras, ma ancora dall'Allemagna, e dalle più lontane regioni del Settentrione. Nè tanto potè operar la barbarie nelle vicine popolazioni delle coste africane, che non accorressero anch'esse nei più propinqui lidi per poter di là l'inusitato spettacolo, che soprastava, prospettare. Ogni cosa era in moto nel campo, nelle flotte, negli arsenali dei confederati. Elliot dall'alto della rocca con mirabile costanza aspettava il pericoloso assalto. Ma primachèquelle cose raccontiamo degnissime invero di memoria, che seguirono, egli è cosa necessaria, e, secondochè noi stimiamo, da non riuscir discara ai nostri leggitori, l'andar descrivendo, qual fosse la natura de' luoghi, e quali le fortificazioni dentro e fuori della rocca, e quali ancora fossero gli apparecchiamenti, e le intenzioni degli assediatori. Ella è la Fortezza di Gibilterra fondata sopra di una roccia, la quale a guisa di lingua nata dalla terra-ferma di Spagna corre per lo spazio di una lega da tramontana a ostro, e si termina in un puntazzo, che chiamano punta d'Europa. La cima della roccia è alta a mille piedi sopra il pelo dell'acqua del mare. Il suo lato di levante, quello cioè, che è volto verso il mediterraneo, è tutto da una parte all'altra composto di un vivo macigno, e talmente rupinoso ed erto, che non che altro, il salirvi su è cosa del tutto impossibile. La punta d'Europa, fatta anch'essa di vivo sasso s'abbassa, e termina in una spianata venti piedi alta sopra l'acqua del mare, e quivi gl'Inglesi hanno piantato una batteria di venti colubrine, che traggono di punto in bianco. Dalla punta d'Europa indietro il promontorio s'allarga, ed alzandosi si distende poscia in un'altra spianata, che sta a ridosso della prima. Questa seconda è abbastanza grande, perchè i soldati vi possano fare per la difesa del luogo tutte le loro mosse, armeggiamenti, ed uffizj militari; e siccome la china è dolce, e ne sarebbe la salita agevole, così gl'Inglesi vi han fatto tagliate, e procinti di mura qua e là, e circondato il ciglione della spianata con un muro quindici piedi alto, e grosso altrettanti, e munitissimo d'artiglierie. Oltreacciò hanno costrutto all'indentro della spianata medesima un campo trincerato, ove come dentro una sicura ritiratapossano ripararsi, e rattestarsi, caso, che fossero dalle esteriori difese cacciati. Da questo luogo havvi la via ad un altro più alto e posto tra massi dirupati e scoscesi, dove avevano gli assediati gli alloggiamenti loro piantato. Sul lato occidentale del promontorio a riva il mare è fondata lunga e stretta la città di Gibilterra, che era stata dall'ultima batteria data alla Fortezza quasi intieramente distrutta. Ella è chiusa a ostro da un muro, a tramontana da una vecchia bastita, che chiamano il castello de' Mori, e da fronte verso il mare da un parapetto quindici piedi grosso, e munito da luogo a luogo di batterie, che traggono a livello d'acqua. Dietro la città il monte si innalza molto ben erto sino alla cima. Per maggiore sicurezza di questa parte hanno anche gl'Inglesi due altre fortificazioni, che molto s'inoltrano nel mare, fatte, l'una e l'altra guernite di formidabili artiglierie. La prima posta a tramontana chiamano molo vecchio, la seconda molo nuovo. Nè contenti a questo fecero avanti il molo vecchio, ed il castello de' Mori un'altra bastita consistente in due bastioni accortinati, la scarpa de' quali, ed il cammino coperto sono molto difficili a minare, per esser contramminati ben per tutto. L'intendimento di chi fece questa murata si fu per battere colle artiglierie piantate in essa, e spezzare quella stretta striscia di terra, che corre tra il mare e la roccia, e per la quale si ha l'adito dalla terra-ferma di Spagna alla Fortezza. Più in là fu per mezzo di argini, e di cateratte introdotta l'acqua del mare, e formatosene una laguna, o marese, che molto aggiugne alla fortezza del luogo. La roccia finalmente la quale è a tramontana, che è quanto a dire dalla parte di Spagna, più alta, che in qualunque altro luogo, fronteggia il campodi San Rocco, ed è munita ne' luoghi più acconci di una maravigliosa quantità di batterie, che sopraggiudicano le une le altre, e traggono a cavaliere sopra il campo spagnuolo. In questo modo tutta quella mole era ridotta a Fortezza molto sicura. Tra quel risalto, che fa il promontorio di Gibilterra e la costa di Spagna, havvi dall'altra parte verso ponente una profonda tacca, dentro la quale ingolfandosi il mare forma quel seno, che chiamano il golfo di Gibilterra, o d'Algesiras. Il porto poi, e la città d'Algesiras sono posti sulla occidentale riva di questo golfo rimpetto Gibilterra. Il presidio, che vi era dentro, sommava a poco più di settemila soldati, e circa dugento cinquanta uffiziali. Tal era la natura di questa rocca, contro la quale la Monarchia spagnuola, come in una impresa studiosamente presa a gara, e vicinamente spettante all'onor della Corona, aveva gran parte delle forze sue adunato, aiutata ancora dai possenti rinforzi della Francia. I due Re confederati credevano, che nell'acquisto di quella consistesse la perfezione della guerra; e perchè la espugnazione far si potesse con riputazione e sicurtà maggiore, le fu preposto il duca di Crillon tanto risplendente per la recente vittoria, sperando tutti, che il conquistatore di Minorca avesse ad essere il vincitore di Gibilterra. I preparamenti poi per avanzare la oppugnazione erano non solo grandi, ma maravigliosi, e sin là inuditi. Più di dodici centinaia di cannoni de' più grossi stavano pronti a fulminar da ogn'intorno la piazza, e tanta era la quantità della polvere, che se ne avevano ottantatremila bariglioni; delle palle e delle bombe all'avvenante. Quaranta piatte con grosse artiglierie, la metà altrettante con enormi bombarde stavano in punto per noiar il presidio dalla parte del golfo, ed a queste dovevanoe protezione, e maggior forza dare con terribile apparato cinquanta navi d'alto bordo, dodici francesi, le altre spagnuole. Altri legni più leggieri, come sarebbe a dire fregate e simili, s'erano a questi più gravi frammescolati, perchè potessero e soccorrere, e ministrare, ove d'uopo fosse, gli altri, e ficcarsi più vicini ne' luoghi più opportuni, ed ove la occasione si discoprisse, alla Fortezza. Oltreacciò più di trecento battelli s'eran fatti venire da tutte le parti della Spagna, i quali giunti a quelli, che già sì trovavano in Algesiras, erano una moltitudine infinita. S'intendeva che questi dovessero, durante l'assalto, che si sarebbe dato, somministrare alle navi da guerra il bisognevole, e sbarcare le genti, tostochè fosse la Fortezza smantellata. Nè minori erano gli apparecchj, che si erano fatti dalla parte di terra, di quello che si fossero quei del mare. Eransi gli Spagnuoli già fatti avanti colle zappe, ed avevano la circonvallazione loro compiuta, e rizzatovi su, con una quantità maravigliosa di cannoni, numerosissime batterie. Per infondere poi, se non maggior coraggio, del quale non mancavano, agli Spagnuoli, ma più vivi spiriti tanto necessarj alla bisogna di un assalto, s'erano fatti venire al campo di San Rocco dodicimila eletti Francesi. Considerata la smisurata copia degl'istromenti di oppugnazione, che si avevano in pronto, e la tostanezza dei soldati, i Capi dell'assedio desiderosissimi di vedere il fine dell'impresa erano in tanta confidenza venuti, che già avevano tra di loro posto in deliberazione, se si dovesse, senza più oltre badare, andar all'assalto. S'erano fisso in mente, che nel medesimo tempo, in cui le genti da terra avrebbero assaltato la Fortezza dalla parte dell'istmo, il navilio la battesse d'ogni intorno da quella del mare.Speravano in tal modo, che la guernigione già non troppo numerosa, oltre il numero dei morti e dei feriti, pel quale stata sarebbe infievolita, dovendo fronteggiare e difendersi da tante parti, ne sarebbe aperta la via ad una onorata vittoria. La perdita di alcune migliaia d'uomini, e quella di parecchie navi di fila stimavano leggier cosa, purchè un sì prezioso frutto si cogliesse. Ma i più savj e più prudenti capitani mantennero, che quest'era un partito non che pericoloso, temerario. Osservarono, che dalla parte di terra, finchè non si fossero levate le difese alla piazza, il tentar l'assalto sarebbe un mandar i soldati ad una certa morte senza nissuna speranza di vittoria; e che da quella del mare le navi ne sarebbero state dalle artiglierie della Fortezza guaste e distrutte, primachè avessero potuto fare sopra di quelle impressione di sorta alcuna. S'avvedevano ottimamente, che, se era impossibile, come appareva, vincer la rocca assaltandola solamente dalla parte di terra, così da un altro canto non si poteva sperare di poterla battere con frutto dalla parte del mare, se non si avessero in pronto navi, le quali meglio che le ordinarie, potessero ai colpi delle artiglierie resistere. Imperciocchè con breve assalto non era la Fortezza vincevole; un lungo era impossibile per la subita distruzione delle navi. Per rimediare a sì fatto pericolo, e porre in grado gli assediatori a poter durare anche per la parte del mare con una lunga battaglia contro la Fortezza, varie e moltiplicate furono le invenzioni degli uomini ingegnosi, i quali a sì gloriosa impresa avevano gl'intelletti loro aguzzati. Tutte furono con somma diligenza esaminate. Molte furono poste in disparte, come insufficienti; nissuna come di troppa spesa. Infine dopo molte consulte si approvò, e siconvenne di trar ad esecuzione il trovato, per verità assai sottile e magnifico del signor d'Arçon, colonnello del corpo reale degl'ingegneri francesi. Questo fu la costruzione di certe macchine molto mirabili, che chiamarono batterie galleggianti, le quali non potessero nè essere rotte dalle palle fredde, nè accese dalle roventi. Il primo di questi fini si doveva conseguire per la straordinaria grossezza delle pareti di esse batterie, il secondo per mezzo di un invoglio, che tutte le rivestisse dalle parti, donde potevano venir i tiri, il quale consisteva in una coperta di grossissime travi, e di una grossa lama di sughero, il quale per essere stato lungamente immerso nell'acqua era, non che umido, inzuppato. Oltreacciò vi s'era racchiusa dentro, come quasi un grosso velo, in tutta la larghezza di essa coperta, una falda di sabbia bagnata. E tutte queste cose non soddisfacendo ancora l'animo dell'ingegnoso inventore, per render le sue macchine più sicure contro il pericolo dell'incendio, ebbe con maraviglioso magistero operato, che un'agevole circolazione di acqua si potesse per tutte le parti loro incessantemente stabilire. Conciossiachè fossero esse per ogni dove perforate, e per questi canali interiori, o docce per mezzo di numerose e larghe trombe, che dentro del mare pescavano, si poteva, non altrimenti, che nel corpo umano il sangue per mezzo del cuore viene spinto in tutte le vene, fare abbondevolissimamente l'acqua salire e trascorrere. Quindi è, che se fosse avvenuto, che una palla rovente fosse penetrata all'indentro, rompendo essa una, o più docce faceva di modo, che si spargesse a copia l'acqua tutto all'intorno della medesima, e sì la spegnesse; maraviglioso ordigno, che operava in guisa, che il male stesso fosse causa del suo rimedio. Perchè poile macchine fossero preservate dall'impeto delle bombe, ed i soldati, che dovevano le artiglierie loro ministrare, dalla scaglia e dalle palle difesi, le aveva d'Arçon fatte coprire con un tetto accomignolato, pel quale sdrucciolando le bombe andassero, senza far alcun danno, a cader nel mare. Era il tetto alla restante macchina annodato per mezzo di certi ingegni, che il rendevano muovevole, in guisa che si poteva esso più, o meno a volontà di chi governava, e secondo il bisogno, inclinare. Era composto di cordoni reticolati, ricoperti di cuoi lavorati a posta, e bagnati. Tutto questo macchinamento stava fondato sopra gli scafi di grosse navi di portata da secento a quattordici centinaia di botti, alle quali a quest'uopo erano stati tolti tutti gli attrazzi, ed ogni specie di armamento. Erano queste batterie galleggianti dieci, e portavano tra tutte cencinquanta quattro grossissimi pezzi di cannoni, tutti rizzati in sulle batterie loro, oltre la metà altrettanti tenuti in riserbo per gli scambj. La sola Pastora, che era la capitana, ne aveva ventiquattro sulla batteria e dodici in riserbo. La Tagliapiedra, capitanata dal Principe di Nassau, e la Paula, che così chiamavano due altre delle più gagliarde, ne avevano poco meno. E perchè per le morti o le ferite non potessero venir meno gli artiglieri, si erano posti trentasei di questi sì Spagnuoli, che Francesi al maneggiamento di ciascun pezzo. Il governo di tutto questo navilio era stato commesso all'ammiraglio Don Moreno, capitano esperto e forte, la cui opera era stata di molta utilità nelle cose di Minorca. E comechè queste navi di trovato novissimo e per le materie, colle quali erano formate, e per la grandezza loro, e per la straordinaria quantità delle artiglierie, che portavano, fossero pesantissime,ciò nondimeno, tal era la maestria della costruzione loro, erano veleggiatrici leggieri, e come se fregate fossero, veloci e maneggevoli.

Essendo in tale modo tutti gli apparecchiamenti al fine loro condotti, ed ogni cosa in assetto, e credendosi se non da tutti, certo dalla maggior parte non che probabile, sicura la presa della Fortezza, allorquando le si desse l'assalto, arrivarono verso mezzo agosto all'oste i due Principi francesi il conte d'Artesia, ed il duca di Borbone. Ciò fu fatto studiosamente per dar maggior animo agli assedianti, e perchè potessero i principi côrre il frutto essi stessi dì sì gloriosa vittoria. E certo, se al loro giugnere al campo si rallegrassero, e di nuovo ardire si accendessero tutti, massimamente i Francesi, nissuno il domandi. Pareva loro mill'anni, che non incominciassero il fatto; ed avevano meglio di freno, che di sprone bisogno. Tanto erano vive le speranze, che si erano concette, che il duca di Crillon ne fu stimato cauto, ed anzi timido, che nè, per aver detto, che fra quindici giorni sarebbe stato padrone della Fortezza. La volevano pigliare in ventiquattr'ore. Fu la venuta dei Principi francesi accompagnata da ogni sorta di gentilezze. Teneva il conte d'Artesia con ispesa infinita gran tavola, e sì gran cortigianie usava, che pareva, che i modi parigini, e gli usi della Corte di Francia fossero stati ad un tratto in mezzo alla rozzezza dei campi, ed al romore dell'armi trasportati. Nè solo queste cortesie si usavano verso gli amici, ma seguendo il costume di quel secolo tanto ingentilito, anche verso i nemici. Avevano gli Spagnuoli intrapreso un plico di lettere indiritte agli uffiziali della guernigione di Gibilterra, e le avevano portate in Corte a Madrid, dove si tenevano in serbo. Queste il conte d'Artesiaottenne dal Re Cattolico, e giunto al campo le ebbe al loro ricapito mandate. Pel medesimo procaccio il duca di Crillon scrisse al generale Elliot, dell'arrivo dei principi ragguagliandolo, e da parte loro assicurandolo, in quanto pregio eglino tenessero e la persona, e la virtù sua. Richiedevalo, ed instantemente pregavalo, fosse contento di accettare un presente di frutta, e d'ortaggi, che per uso suo proprio gli mandava; siccome pure un po' di ghiaccio, ed alcune altre delicature pe' gentiluomini della sua casa. Pregavalo in ultimo luogo, che siccome non gli era nascoso, ch'ei si nutriva unicamente d'erbaggi, così gli piacesse d'informarlo, quali specie meglio amasse, per poternelo regolatamente, e giornalmente fornire. Rendette Elliot colla sua risposta cortesia per cortesia, molto il duca, ed i principi dell'amorevolezza loro ringraziando. Fece quindi a sapere al primo, che accettando il presente di lui, erasi scostato dalla determinazione, la quale si aveva fisso nell'animo, di niuna cosa consumare, e nissuna comodità a sè medesimo procurare, che gli altri suoi commilitoni non potessero usare o procurarsi. Concluse con dire, ch'ei credeva, che al suo onore si appartenesse, che ogni cosa, e così l'abbondanza, come la carestia fossero a lui, ed a' suoi soldati anche negli ultimi gradi constituiti, comuni. Pregollo finalmente, non mandasse più oltre presenti, poichè non avrebbe potuto all'avvenire usargli per sè stesso. Furono queste proposte e risposte molto degne e di quei che le fecero, e de' principi, ch'ei rappresentavano.

Fattesi dall'un canto e dall'altro tutte queste cortesie dicevoli alla pace, si pose tosto mano alle orribilità della guerra. Era fin là Elliot stato quasi inoperoso a rimirare i preparamenti degli alleati, e veduto,ch'ebbe spuntare nel porto di Algesiras quelle enormi moli delle batterie galleggianti, se nulla rimesse della sua costanza, fu nondimeno commosso a non poca maraviglia. E non sapendo quale avesse ad essere l'effetto loro, molto se ne stava dubbio e sospeso. Faceva però da parte sua tutti quegli apparecchj, che per un uomo prudentissimo si potevano fare, e di tutte quelle difese si forniva, che meglio credeva, fossero atte a potere l'impeto loro frastornare. E tanto ei si confidava nella fortezza del luogo, e nella virtù de' suoi, che in niun modo dubitava del finale esito della contesa. Per dimostrar poi al nemico, che egli era vivo, invece di aspettar l'assalto si recò in sull'assaltare. Avevano gli assedianti, con incredibile celerità lavorando, condotto a perfezione le trincee dalla parte di terra, e già molto si avvicinavano alle falde della Rocca. Volle Elliot pruovarsi, se le potesse guastare. Perciò la mattina degli otto settembre ei piovve contro di quelle una sì sfolgorata quantità di palle roventi, di bombe, e di carcasse, che fu cosa maravigliosa. Alle dieci già la batteria detta di Maoone era tutta in fiamme; i magazzini, i carretti dei cannoni, gli assiti delle loro piazzuole, ed i gabbioni in più di cinquanta luoghi, spaventevole spettacolo, ardevano. Le traverse, massime sulla punta orientale della circonvallazione, il parapetto, le trincee furono in gran parte distrutte. E non fu senza gran fatica, e grave perdita di soldati, che venne fatto agli assedianti di spegnere il fuoco, e d'impedire la totale rovina delle opere loro. Si risentì il duca di Crillon gravemente, e l'indomani, risarciti avendo la notte con prestezza maravigliosa i danni, fe' scoprire tutte le sue batterie, ch'erano cento novantatre bocche da fuoco, e battè con inestimabile furia le fortificazioni degl'Inglesi,così quelle della montagna, come quelle di sotto. Nello stesso tempo una parte della flotta, giovandosi di un favorevole vento, e lentamente movendosi, andò traendo contro il nuovo molo, ed i bastioni vicini; poscia non fu sì tosto arrivata alla punta d'Europa, che ivi schieratasi in ordinanza diè una feroce stretta alle batterie, che la difendevano. Ma poco nocumento provarono da tante, e sì furiose battaglie gli assediati. Succedè per pochi dì un silenzio di guerra, il quale doveva per una sanguinosa battaglia rompersi. Era il giorno tredici di settembre destinato dai cieli ad una fazione, della quale non si legge nelle storie nè la più aspra pel valore dimostrato da ambe le parti, nè la più singolare per la qualità delle armi, nè la più terribile, mentre durava, nè la più gloriosa per la umanità mostrata dai vincitori dopo l'evento. Essendo già la stagione divenuta tarda, e temendo i confederati, che l'Howe, il quale si avvicinava, non riuscisse a rinfrescar la Fortezza, si risolvettero a non mettere più tempo in mezzo per mandar ad effetto quell'assalto, che avevano in animo di darle. Era il disegno loro, che e le batterie di terra, e le galleggianti, e la flotta, e le piatte armate, fulminassero tutte al medesimo tempo la piazza. Avevano di modo ordinato la cosa, che mentre dal campo di San Rocco si traesse furiosamente contro gli assediati in arcata, acciò le palle di rimbalzo e di rimando non gli lasciassero stare ai posti loro, le batterie galleggianti andassero ad arringarsi lungo il muro, che fronteggia il golfo, distendendosi dal molo vecchio sino al nuovo. In questo mezzo le piatte, o sia le barche armate di cannoni e di bombarde, postesi alle due ali della fila di queste batterie galleggianti, dovevano tirar di fianco contro le batterie inglesi,le quali difendevano quelle fortificazioni, che sono a riva il mare. L'armata intanto, aggirandosi qua e là, avrebbe questa, o quella parte noiato, secondochè pei venti, e per le circostanze della battaglia si sarebbe potuto più convenientemente eseguire. In cotal modo in uno e medesimo punto quattrocento bocche da fuoco, senza far conto delle artiglierie dell'armata, avrebbero battuto la piazza. Dal canto suo aveva Elliot ogni cosa preparato alla difesa necessaria. Erano i soldati alle guardie loro, gli artiglieri colle corde accese presso i cannoni; ed un numero maraviglioso di fornaci ardevano per infuocare le palle. Alle sette della mattina le dieci batterie galleggianti condotte da Don Moreno si muovevano. Alle nove arrivavano, e parallele si attelavano alle mura della Fortezza, comprendendo lo spazio dal vecchio al nuovo molo. La capitana di Don Moreno si pose a fronte del bastione del Re; poscia a diritta, ed a stanca della medesima si arringarono le altre con grandi ed ordine e costanza. S'incominciò allora da ambe le parti a por mano allo sparar delle artiglierie con uno schianto, ed un romore orrendo. Dalla terra, dal mare, dalla roccia fioccavano a copia le palle, le bombe, le carcasse; ma terribil era soprattutto l'effetto delle palle roventi, delle quali sì spessa grandine saettò Elliot, che parve a tutti, ed ai nemici stessi cosa maravigliosa. E siccome le batterie galleggianti erano quelle delle quali come di cosa nuova, e non bene conosciuta stavano gli assediati in maggiore apprensione, così contro di queste, come ad un comune bersaglio dirizzavano essi la mira dei colpi loro. Ma queste, tal era l'eccellenza della costruzione loro, non solo efficacemente resistevano, ma rendendo fuoco per fuoco, furia per furia,già avevano non poco danno operato nelle mura del vecchio molo. Folgoravano con eguale forza e assediati e assedianti, e stette un pezzo dubbia la vittoria. Infine verso le tre ore meriggiane certi fumaiuoli si scopersero sopra il tetto delle due batterie galleggianti la Pastora, e la Tagliapiedra. Questi erano causati da alcune palle roventi, che penetrate molto indentro nelle pareti, non avevano potuto essere spente dal versamento dell'acqua fatto dagli artifiziali doccioni, ed avevano alle vicine parti il fuoco appiccato. Questo covando, ed appoco appoco serpeggiando, continuamente si allargava. Vedevansi allora acquaiuoli, i quali con non poca prestezza, ed evidente pericolo della vita loro operando, si affaticavano in versar acqua nelle buche fatte dalle palle, per ispegnervi il distendentesi fuoco. Tra per l'opera loro, e per l'effetto dei sifoni, tanto si contenne il medesimo, che le batterie continuarono a stare, ed a trarre sino alla sera. Quando poi incominciava ad annottare, era l'incendio sì cresciuto, che non solo era molta la confusione in esse, ma ancora il disordine si era in tutta la fila sparso. Allora, rallentandosi notabilmente il loro trarre, quello della Fortezza venne a sopravanzare. Elliot sempre più s'infiammava nella battaglia, e spesseggiava co' tiri. Si continuò a scaricar tutta la notte. La mattina ad un'ora le due batterie ardevano. Le altre parimente, o per l'effetto delle palle roventi, o perchè gli Spagnuoli, come scrissero, disperati di poterle salvare, avessero a bella posta appiccato il fuoco, erano in fiamme. Ora il perturbamento, e la disperazione apparivano grandi. Facevano gli Spagnuoli ogni momento segnali, e specialmente mandavano all'aria spessi razzi per implorar dai compagni loro soccorso. Si spiccavanoallora dalla flotta i battelli, e venivano intorno alle brucianti macchine a raccorre i loro. Ciò facevano con mirabile intrepidezza, ma con grandissimo pericolo. Imperciocchè non solo erano esposti all'infinita moltitudine delle palle, delle bombe, e delle carcasse, che vibravano gli assediati, i quali, essendo l'aria rischiarata dalle larghe fiamme, traevano colpi aggiustati, ma ancora al pericolo delle ardenti navi, piene, com'esse erano, di ogni sorta di stromenti di morte. Nissuno pensi, che mai più miserando, o più spaventevole spettacolo si sia offerto agli occhi de' mortali di questo per la lontana oscurità della notte, pel vicino chiarore dell'incendio, pel rintuonar orrendo delle artiglierie, per le grida dei disperati, e dei moribondi. Venne ad accrescere terrore alla cosa, e ad interrompere la pietosa opera dei soccorritori il capitano Curtis, uomo di non poca perizia nelle faccende di mare, e di smisurato ardire. Governava questi dodici piatte, ciascuna delle quali portava in prua un cannone di diciotto, o di ventiquattro. Ell'erano state costrutte a bella posta per contrastare alle piatte spagnuole. Il loro trarre a pelo d'acqua, e la mira ferma erano causa, che facessero grandissimo effetto. Curtis le ordinò di modo, che ferivano di fianco la fila delle galleggianti. Da ciò ne nacque, che diventò oltre ogni dire degna di compassione la condizione degli Spagnuoli. Le piatte loro non s'ardivano più avvicinarsi, e furono costretti ad abbandonar le stupende navi loro alle fiamme, ed i compagni o ad una certa morte, od alla mercè di un nemico attizzato dalla battaglia. Parecchj battelli, e barche affondarono. Altre allontanandosi scamparono. Alcune feluche si appiattarono la notte; ma, spuntata l'alba, prese a bersaglio dagl'Inglesi, siarrendettero. Se stato era terribile lo spettacolo della notte, non fu meno compassionevole quello, che si scoperse agli occhi dei circostanti in sullo schiarir del nuovo dì. Uomini disperati, che in mezzo alle fiamme chiedevano pietà. Altri scampati al fuoco andavano vagando per le acque con non minor pericolo della vita loro. Di questi alcuni vicini ad affogare cercavano di aggrapparsi colle tremanti mani alle abbronzate, od ardenti navi; altri afferrato avendo le nuotanti tavole, o travi delle guastate navi a quelle fermamente, come all'ultima speranza, ch'era rimasta loro, si attenevano; e tuttavia ad alta voce gridavano aiuto verso i soprastanti vincitori. Questi, tocchi dalla infinita miserabilità del caso, e dalla propria umanità mossi, dall'ire temperandosi, cessarono del tutto lo sparare; e furono come animosi nella battaglia, così misericordiosi dopo la vittoria. Nel che tanto più sono degni di lode da stimarsi, che non potevano soccorrere ai vinti senza evidente pericolo loro. In ciò dimostrossi il capitano Curtis piuttosto singolare, che raro, tanta essendo stata l'attività sua, che parve più desideroso di salvare la vita altrui, che di conservare la propria. S'aggirava colle sue piatte intorno le fiammanti navi, e coloro, ch'erano prossimi ad essere o ingoiati dalle acque, o arsi dal fuoco, raccoglieva e ristorava. Fu visto ancora salir egli stesso sulle navi infuocate, e colle sue proprie mani trarre di mezzo le fiamme gli atterriti e ringrazianti nemici. Intanto ad ogni tratto correva pericolo di essere morto. Poichè ora scoppiavano i magazzini di polvere, ed ora le artiglierie di per sè stesse si scaricavano a misura, che il fuoco arrivava a toccar quelli, o ad aver riscaldato queste. Parecchj de' suoi furono in tal guisa o morti, o sconciamentesgabellati. Accadde ancora, che avendo egli troppo vicino accostato la sua nave ad una di quelle, che ardevano, scoppiando questa ad un tratto, ne fu vicino a perdere la vita. Meglio di quattrocento alleati furono dagli sforzi di Curtis da inevitabile morte riscattati. Ciò non di manco i morti in tutto questo fatto, tra Francesi e Spagnuoli, varcarono quindici centinaia. I feriti, che vennero in mano dei vincitori, furono negli ospedali della Fortezza trasportati; e quivi umanissimamente trattati. Nove batterie galleggianti arsero, o per l'effetto delle palle arroventite, o per opera degli Spagnuoli. La decima, caduta in poter degl'Inglesi, fu arsa da questi, perchè non la poterono dall'incendio, che già sopravanzava, preservare. La perdita degl'Inglesi non fu di molto momento, non avendo avuto dai nove di agosto in poi più di sessantacinque morti e 388 feriti. Fu altresì leggiero il guasto fatto nelle fortificazioni, e tale, che non diè luogo ad alcuna apprensione per l'avvenire. Di tal maniera fu la vittoria acquistata con eterna sua laude da Elliot, e dal presidio di Gibilterra. Tutti i tesori, che il Re Cattolico aveva con infinita larghezza spesi nella construzione di quelle maravigliose moli, la pazienza, e la virtù de' suoi soldati, il valore, e la baldanza dei Francesi furono indarno. Quantunque non si possa di certo affermare, che coi preparati mezzi, quando anche stati fossero con tutta la efficacia, e secondo la intenzione dei capitani diligentemente usati, si fosse potuto la Fortezza espugnare, pare però, che in tutto il corso di questa bisogna abbiano i confederati commesso più errori di non poco momento. E prima di tutto l'avere per le narrate cagioni precipitato gl'indugi, e voluto dar di presente la battaglia,fu causa, che d'Arçon non ebbe potuto a quella perfezione le sue macchine condurre, che avrebbe desiderato. Imperciocchè pignendo, e ripignendo gli stantuffi delle trombe, si era egli accorto, che l'acqua dei doccioni trapelava, e si spandeva internamente sulle vicine parti con pericolo di bagnar le polveri, e renderle inabili all'accendersi. Avrebbe trovato rimedio a quest'inconveniente, ma gli fu tronco il tempo per la pressa, che si ebbe. Quindi i doccioni interiori furono turati, e solo lasciati aperti gli esteriori, i quali furono insufficiente riparo contro l'ardor delle palle. Fu anche sì presto l'ordine mandato a Don Moreno, perchè dalla punta di Maiorca, dove si trovava colle sue batterie, si recasse immediatamente all'assalto, che non potè farle sorgere presso il vecchio molo, com'era il disegno, donde avrebbe potuto e maggiormente esso molo danneggiare, e ritirarsi agevolmente indietro, ove lo avesse giudicato necessario. Andò invece a gettar le ancore nel miluogo tra il vecchio ed il nuovo molo. Nè le piatte degli Spagnuoli furono di quella utilità, che si aspettava, o impedite dal vento contrario, come essi scrivono, ovverochè, vista quella inescogitabile tempesta di tante maniere d'istromenti di morte, che mandava e rimandava la Fortezza, non si siano ardite. Da una o due in fuori, nissuna pigliò il posto, nè trasse. La stessa grossa armata se ne stette pressochè inoperosa, ossiachè il vento le fosse contrario, o che vi siano state gelosie tra i capitani di terra, e quei di mare. Nè le batterie del campo di San Rocco, quale di ciò sia stata la cagione, tutta quella opera diedero, che avrebbero potuto dare. Trassero pochi colpi, e quasi tutti orizzontali, pochissimi in arcata, comechè dalle circostanze del fatto fosse chiaro,che maggior fondamento si doveva fare nelle palle di rimbalzo, che nelle dirette. Da tutte queste cose ne conseguitò, che i soldati della guernigione, invece di essere sopraffatti dalla moltitudine dei tiri, ed in tale modo aggirati, che non sapessero a qual parte volgersi, ebbero la maggior parte facoltà di recarsi a ministrar le artiglierie, che fronteggiavano le batterie galleggianti, e queste con insuperabile energia sbattere, sconquassare e distruggere. Per tali cause fu guasto il più generoso, e meglio ordito disegno, che fosse da lungo tempo nella mente degli uomini caduto, furono rotte le più belle speranze, e nacque una opinione, che quella rocca di Gibilterra, la quale già era giudicata fortissima, fosse del tutto inespugnabile.


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