LIBRO DECIMOTERZO1781Mentre nel modo che abbiamo detto, Greene e Cornwallis, i quali si erano sì lunga pezza vicendevolmente perseguitati, ora spiccatisi l'uno dall'altro s'incamminavano il primo contro la Carolina Meridionale, il secondo contro la Virginia, gl'Inglesi e gli Olandesi, nuovi nemici, si apparecchiavano alla guerra, e già tra di loro esercitavano le ostilità. Speravano i primi, siccome quelli, che veduto avevano già da qualche tempo addietro la guerra olandese nell'aria, e perciò meglio acciviti d'uomini, e d'ogni sorta di arnesi guerreschi si appresentavano, di potere sulle prime affliggere con qualche gran fatto la potenza e la ricchezza del nemico; la quale speranza era stata la principal cagione dell'affrettata denunziazione della guerra. Intendevano, colle vittorie da acquistarsi contro gli Olandesi, potersi rifare delle perdite fatte all'incontro dei Francesi e degli Americani, e così arrecare nei futuri negoziati della pace, quando che fossero, tale somma in tutto di vantaggi, che bastevol fosse a procurar loro le più favorevoli condizioni. Da un altro canto aspettavano gli Olandesi cogli aiuti dei confederati, e colle forze proprie di potere l'antica loro gloria marittima rinverdire, ricuperare le ricche possessioni state tolte loro nell'ultime guerre, e liberare il commercio dall'avanìe britanniche. Nel che grande era la contenzione d'animi in Olanda, e gagliardigli sforzi che vi si facevano. Decretava la repubblica, si allestissero da novantaquattro navi da guerra tra le quali undeci di alto bordo, quindici di cinquanta cannoni, due di quaranta, le rimanenti minori. Dovessero governare tutto questo navilio, la più ferma speranza della repubblica, diciottomila eletti marinari. Si spedirono le più veloci saettìe ne' varj luoghi dei dominj olandesi, per avvertire i governatori, ed i capitani dell'incominciata guerra, esortandogli di farsi forti sull'armi, ed a stare a buona guardia. Il Re di Francia ebbe tosto mandato in tutti i porti del suo Reame avviso della cosa, acciò le navi olandesi, che vi si trovavano, conosciuto il nuovo pericolo, pensassero ai casi loro, e non si esponessero a diventar preda ad un nemico svegliato, e forte sull'armi navali. Era la Francia intentissima nel procacciare, che l'Olanda non ricevesse danno in quella causa, che questa aveva più pel di lei, che per suo proprio interesse intrapresa. Ma tutte queste cautele, quantunque opportunamente usate, non poterono tanto operare, che gl'Inglesi, ai quali la fresca rottura della guerra era stata piuttosto il colore per usare le già apparecchiate armi, che un motivo per apparecchiarle, non si avvantaggiassero, e molti, e gravi danni non facessero in su quelle prime prese al più animoso che provvido nemico. Parecchie navi da guerra, o cariche di preziose merci vennero in poter loro. Tra le prime si notò principalmente il vascello il Rotterdam di cinquanta cannoni predato dal vascello inglese il Warwick. Ma quest'eran cose di poco momento a paragon di quelle, che intervennero a pregiudizio degli Olandesi nell'Indie occidentali. Avevano i capitani britannici in quelle spiagge ricevuto dall'Inghilterra tostane commissioni d'impadronirsi delle possessioniolandesi, tanto delle isole, quanto di terra-ferma, le quali per la lunga e sicura pace non si guardavano, e male stavano armate, sicchè poco atte essendo a resistere agli assalti del primo nemico, che si appresentasse, vi era da far del bene assai. Rodney, il quale sul finir del trascorso anno sen'era dalla Nuova-Jork ritornato a Santa Lucia, e Vaughan si mettevano all'impresa, in ciò altrettanto più pronti, in quanto che aveva il Re loro, negli editti pubblicati per regolar le prede da farsi contro gli Olandesi, una notabil parte di quelle ai predatori conceduto. Fiutata prima invano l'Isola di San Vincenzo, e sollevati, verosimilmente per dar probabile copritura al vero disegno, con subita apparita sulle coste loro gli abitatori della Martinica, si appresentarono improvvisamente con diciassette vascelli, e quattromila soldati da terra il giorno tre di febbraio avanti l'isola di Sant'Eustachio appartenente agli Olandesi. Era ella altrettanto indifesa, che ricca preda ai conquistatori. Imperciocchè sebbene sia essa assai montagnosa ed aspra, e che non si vi possa sbarcare altro che in un solo luogo, e questo ancora facilmente difendevole, tuttavia nissuna speranza si aveva di poter ributtare l'inimico, non essendovi dentro presidio di ragione alcuna; Olandesi pochi, una moltitudine d'uomini di diversa natura e costumi, Francesi, Spagnuoli, Americani, Inglesi, tutta gente usa al mercanteggiare, non al guerreggiare. Inoltre vivevanvi dentro gli abitatori molto sprovveduti, nissune armi vi erano apparecchiate, ed il governatore, e con esso lui tutti gli altri, a tutt'altra cosa avrebbero pensato fuori che a questa. Tanto erano le menti loro occupate nelle bisogne del commercio, e nell'amor del guadagno. È l'Isola di Sant'Eustachio sterile e bretta in sè stessa, nonessendo abile a produrre più di seicento, o settecento bariglioni di zucchero ciascun anno. Ma per altro era divenuta a quei tempi la più frequentata, e la più ricca scala dell'Indie occidentali. Era essa, come un porto franco al quale concorrevano in grandissimo numero i mercatanti da tutte le parti del mondo, sicuri di trovarvi e sicurezza, e facilità di scambj, e moneta copiosissima. La neutralità sua, e la guerra altrui l'avevano a tanta prosperità condotta, e fattala diventar il mercato di tutte le nazioni. Là venivano i Francesi e gli Spagnuoli per vendervi le derrate loro, e comperarvi le merci inglesi. Là accorrevano gl'Inglesi per vendervi queste merci, e levarvi i proventi francesi e spagnuoli. Ma gli Americani massimamente lungo tempo si giovarono della prosperevole neutralità di Sant'Eustachio. Perocchè portandovi i proventi loro ne levavano poscia con inestimabile utile, ed evidente avanzamento dell'impresa loro le armi e le munizioni da guerra, che i Francesi, gli Spagnuoli, gli Olandesi, e gl'Inglesi stessi vi arrecavano. Certo grande aiuto agli Americani si fu questo franco mercato di Sant'Eustachio. Il che fu causa, che un oratore della Camera dei Comuni, non so con qual prudenza, ma certo con biasimevole smoderatezza orando, ebbe detto, che se l'Isola di Sant'Eustachio fosse stata precipitata negli abissi, avrebbe l'independenza americana avuto corta vita. Queste cose si dicevano; ma quelle che si fecero, furono bene consuonanti colle parole. Si riempì l'Europa di querele contro l'avarizia inglese. Gli uomini più prudenti e più modesti dell'Inghilterra stessa condannavano i barbarici eccessi, veggendo con tanta insolenza essere offesa la dignità del nome britannico. Rodney e Vaughan fecero la chiamata al governatore dell'isola, si arrendesse fra lo spaziodi un'ora; altrimenti ne starebbe alle seguenze. Il signor Graaf, il quale non aveva ancora avuto notizia della nuova guerra, non sapeva, che cosa questo volesse dire; ed appena che volesse prestar fede all'uffiziale, che gli aveva intimato la resa. Infine conoscendo benissimo, che era giuocoforza risolversi, ed essendo il luogo spogliato d'ogni presidio, rispose, dar in mano di Giorgio Rodney e di Giovanni Vaughan l'isola con tutte le sue pendici; solo raccomandando la città e gli abitatori alla clemenza e mercè dei capitani britannici. Le quali quante, e quali siano riuscite, or ora siamo per raccontare. Era l'isola non che piena, pinza di tutti i beni, e delle più preziose merci del mondo. Non solo tutti i magazzini, ch'erano numerosissimi e capacissimi, ne erano da capo in fondo zeppi; ma le spiagge stesse erano gremite di barili di zucchero e di tabacco. Gli stessi conquistatori, tuttochè assetati di preda, ed in grande aspettazione fossero, ne rimasero fortemente maravigliati. Si fe' una stima così un cotale alla grossa, che il valor delle merci arrivasse a meglio di tre milioni di sterlini. Tutte furono senza distinzione veruna pigliate, inventariate e confiscate. Gravissimo fu il danno degli Olandesi, massimamente della loro Compagnia dell'Indie, e degli Amsterdammesi, i quali ne possedevano una ragguardevol parte. La qual cosa riuscì di non poco contento agl'Inglesi irritatissimi contro i cittadini di Amsterdam per cagione del calore, col quale nella patria loro seguitato avevano le parti francesi. I principali sofferitori però non furono già gli strani; ma sibbene i proprj mercatanti inglesi, i quali confidatisi nella neutralità del luogo, ed in alcuni atti del Parlamento, che a ciò fare gli autorizzavano, accumulato vi avevano una inestimabile quantità di proventiantillesi, siccome pure di derrate e merci d'Europa. Nè il danno si rimase al pigliamento delle merci stivate nei magazzini; che anzi da dugento trenta bastimenti di ogni foggia con ricchissimo carico, i quali si ritrovavano nel porto, vennero in poter dei vincitori. Oltreacciò s'impadronirono nel porto medesimo di una fregata olandese, e di cinque altri legni da guerra di minore levata. Nè a questo fu contenta la fortuna in quei dì contraria agli Olandesi. Era partita poco prima dal porto di Sant'Eustachio una conserva di trenta bastimenti mercantili carichi di zucchero e di altre grasce di quelle terre alla volta d'Europa, ed era convogliata da una nave da guerra. Tosto Rodney, che era uomo vigilantissimo ed operosissimo, la faceva perseguitare da due grossi vascelli e da una fregata. Non indugiarono molto ad arrivar sopra la conserva. L'Ammiraglio olandese Krull, quantunque tanto inferiore di forze volle piuttosto pericolosamente combattere, che disonoratamente arrendersi. Si attaccarono la sua nave il Marte, e la inglese il Monarca. Non fu lungo il combattimento; perciocchè Krull di prima presa vi perdè la vita. Il successore, abbassata la tenda, si arrendè. In questo mezzo le altre navi avevano dato la caccia ai bastimenti della conserva, e presigli, tutti gli condussero nel porto. Lasciarono gl'Inglesi un pezzo le bandiere d'Olanda sventolare sulle cime del Forte di Sant'Eustachio, al quale inganno prese molte navi olandesi, francesi ed americane entrarono nel porto, non meno ricco, che sicuro acquisto ai nuovi signori. L'aver posto mano nelle proprietà dei particolari uomini, quantunque nemici, solite a rispettarsi anche a' tempi di guerra dalle civili nazioni, diè luogo a molte rimostranze da parte degli abitatori delle Antille inglesi, e della Gran-Brettagnastessa, che vi avevano interesse. Allegarono, che le merci avevano colà portate in virtù delle leggi del Parlamento; che in ogni età i conquistatori, i quali del tutto barbari non siano stati, rispettarono non che le proprietà private dei concittadini loro, ma ancora quelle dei nemici; che l'esempio sarebbe perniziosissimo; imperciocchè se per la variabile fortuna della guerra le isole inglesi venissero in poter del nemico, questi per rappresaglia ne sarebbe autorizzato a far lo stesso contro le proprietà dei privati uomini inglesi con grave danno, e totale rovina loro; che con questi barbari modi proceduto non avevano i Francesi a tempo della conquista della Grenada, i quali tutte le proprietà private franche ed inviolate conservarono, quantunque per assalto, e senza capitolazione veruna di quell'isola impadroniti si fossero; che anzi avendo il conte D'Estaing sequestrato sino alla pace le proprietà degli assenti, la Corte di Francia con parole gravissime aveva disapprovato questa risoluzione del suo ammiraglio, e fatto levar il sequestro; che Sant'Eustachio era un porto franco, e per tale riconosciuto da tutti i Potentati marittimi dell'Europa, e dall'Inghilterra stessa; che le leggi di questa non solo permesso, ma incoraggiato avevano il traffico con quell'isola; che gli uffiziali della dogana nella Gran-Brettagna avevano conceduto le bollette d'uscita per quelle merci stesse indiritte a Sant'Eustachio, che ora state erano poste al fisco; che questo commercio era stato quello che aveva alimentato le isole di Antigoa e di San Cristoforo, senza del quale ne sarebbero gli abitatori morti di fame, o stati costretti a gettarsi in grembo al nemico; che gli Eustachiesi andavano debitori di grosse somme ai mercatanti inglesi, ai quali non avrebbero potuto soddisfare, se le robeloro rimanessero confiscate; che finalmente si doveva pur credere, che si fosse la conquista dell'isole olandesi intrapresa dall'armi del Re per un altro più nobil fine, che quello non era dello spogliamento e del sacco. Tutto fu nulla. Rodney aveva ciò fatto, perchè il governo suo aveva voluto, che così facesse. Rispose ai rimostranti, che si maravigliava bene, che mentre i mercatanti inglesi avevano la facoltà di portar le merci loro nelle isole di spettanza inglese a sopravvento, le avessero mandate a sottovento in quella di Sant'Eustachio, dove ad altro fine non potevano portate essere, se non a quello di sopperir ai bisogni dei nemici del Re e della patria loro. Nel che si dee notare, che se i mercatanti avevano il torto, non l'avevano minore i capitani delle navi britanniche, e quelli stessi dell'armata di Rodney, i quali le prede fatte in sui mari di vettovaglie, ed anche di armi e di munizioni da guerra erano andati vendendo nel medesimo porto di Sant'Eustachio, dond'erano state ricompre, e convertite in usi guerreschi dai nemici della Gran-Brettagna. Aggiunse Rodney, che l'isola di Sant'Eustachio era olandese; che tutto ciò, che in essa si conteneva, era pure olandese; che tutto vi stava sotto la protezione della bandiera olandese, e che intendeva, che ogni cosa vi fosse trattata, come se olandese fosse. Gli stessi rigori si esercitarono sopra le vicine isole di San Martino e di Saba, le quali a quei medesimi dì seguitarono la fortuna del vincitore. Ma i capitani britannici non contenti al rapir le robe, incrudelirono contro le persone. Tutti coloro, che il nome inglese non portavano, non solo dall'isola sbandirono, ma ancora crudelmente trattarono. Furono gli Ebrei, assai numerosi e ricchi, i primi a pruovar la rabbia loro. Gli stivaron tutti dentrola magione della dogana; gli stazzonarono da capo a piè; tagliaron loro i gheroni delle vestimenta; ruppero, e ricercaron le casse e le valige; gli spogliarono degli effetti e del denaro loro, ed imbarcatigli così nudi e miseri gli mandarono a cercar loro civanza nell'Isola di San Cristoforo. Un Saxton, capitano di una nave britannica, era il soprantendente, e l'esecutore della crudeltà dei Capi. Tennero dietro agli Ebrei gli Americani, i quali spogliati di tutto furono anch'essi, come gente disperata, buttati a San Cristoforo. Eppure vi erano fra di questi non pochi di coloro, i quali venuti in odio ai conterranei loro per cagione dello zelo, che dimostrato avevano in favore del Re, erano stati costretti ad andar a cercare in estrane contrade asilo contro il furore di quelli. Così questi leali erano cacciati dalla patria loro, come amici agli Inglesi, e perseguitati dagli Inglesi come amici agli Americani, del pari infelici per aver serbato la fede al Re, che se l'avessero violata. Dimostrò l'assemblea di San Cristoforo molta pietà verso i confinati, concedendo ai medesimi provvisioni e per l'immediato ristoro loro, e pel futuro collocamento. Furono in ultimo luogo banditi da Sant'Eustachio i mercatanti francesi, ed olandesi, gli Amsterdammesi più aspramente di tutti. Nel medesimo tempo Rodney bandì un pubblico incanto di tutte le robe confiscate, facendo facoltà a chiunque di venirle a comprare. Concorsero in grandissimo numero i mercatanti delle nazioni amiche, o neutrali, e per sè stessi, e per conto dei nemici dell'Inghilterra, massime dei Francesi e Spagnuoli, i quali come più vicini, ed in guerra ne avevano più degli altri bisogno. Così quelle robe stesse per aver fatto comodità delle quali ai nemici della Gran-Brettagna per la via ordinaria del commercioerano stati gli Eustachiesi sì crudamente manomessi, e quasi all'ultimo termine condotti, ora per la pubblica e franca vendita fattane dai Capi britannici, in mano di quei medesimi nemici liberamente trapassarono. Questo fu il maggior incanto che mai si facesse, e la parte delle ricchezze, che ne toccò a Rodney, ed a Vaughan non fu poca. Ma era fatale, che essi lungo tempo non ne godessero; poichè Dio, che, come si vuol dire, non paga il sabbato, altro fine riserbava all'avarizia loro; della quale cosa faremo noi parole, quando avremo quelle cose raccontate, che più da vicino si appartengono al filo di queste storie.Ritornando adunque al principal proposito nostro, dal quale il dolore giustissimo del danno pubblico, e della nuova infamia inglese ci aveva, forse più lungamente, che non conviene alla legge dell'istoria, traportati, la perdita di Sant'Eustachio non fu la sola sventura, alla quale siano gli Olandesi andati soggetti nelle occidentali Indie, avendo gl'Inglesi preso, come a gara il correre contro di essi, quasi dimenticatisi degli altri nemici, che avevano alle mani. Possedevano sulla terra-ferma d'America una ricca colonia, che chiamano di Surinam, la quale è parte di quella vasta contrada, a cui fu dato il nome di Guianna. Stavanvi i governatori a mala guardia, e senza sospetto, non avendo peranco nissuna notizia avuto della guerra. Ma in questo mezzo arrivarono alcuni corsari inglesi, la maggior parte bristolesi, i quali entrati, non senza grave pericolo, nei fiumi di Demerary, e d'Essequibo molte navi cariche di preziose merci recarono in poter loro. Gli Olandesi, conosciuta la cosa, e temendo di diventar preda agli sfrenati venturieri, mandarono dicendo al governatore della Barbada, che si arrendevano, e davano in balìa del Re della Gran-Brettagna.Solo pregarono, non sapendo, quali fossero, si concedesser loro i medesimi patti, che agli Eustachiesi erano stati conceduti. Il governatore consentì. Ma quando poco dopo gli conobbero, aspettavano di esser depredati. Ciò nondimeno mostrò Rodney maggior umanità verso gli abitatori di Demerary, di Essequibo e di Berbice, i quali tutti addomandato avevano i patti, di quello, che verso di Sant'Eustachio fatto si avesse. Furono assicurati nella roba e nelle persone, e permessi a continuare ad aver quelle leggi e quei maestrati, che fin là governati gli avevano. Così arrideva ovunque agl'Inglesi la fortuna nell'indiana guerra, che con tanta rabbia contro gli Olandesi esercitavano. Ma a questo tempo le cose succedevan loro sinistramente contro gli Spagnuoli, i quali erano entrati coll'esercito ne' confini della Florida occidentale. Conciossiachè Don Galvez e Don Solano dopo d'essere stati stranamente strabalzati e rotti da una furiosa tempesta vennero a por l'assedio sotto le mura di Pensacola, città forte, e capitale di quella provincia. Stavavi dentro il generale Campbell, il quale si difese valorosamente lunga pezza. Ma finalmente una bomba caduta vicina alla polveriera, dato fuoco alle polveri, fe' con orribile scoppio saltar in aria un grosso bastione. Se ne giovarono gli Spagnuoli, e, presone possesso, minacciavano di prossimo assalto la piazza. Campbell calò agli accordi, che furono molto onorevoli. Così tutta la provincia della Florida occidentale, la quale era stata uno de' più preziosi frutti della guerra del Canadà, ritornò dopo non molto tempo in poter degli Spagnuoli.Ora dagli estremi campi, sui quali si esercitava la guerra, l'ordine della storia richiede, che ci accostiamo alle fonti, dond'ella procedeva, e che andiamodivisando, quali fossero a questi tempi i pensieri, ed i disegni dei Re, e delle repubbliche guerreggianti. Si erano gli Americani posti in mal umore, ed aspramente si dolevano dei Francesi loro alleati, siccome di quelli, che da alcune vane dimostrazioni in fuori, nissuno aiuto, che efficace fosse, prestato avessero, e quasi gli abbandonassero ad arrissarsi soli nell'aspra contesa contro di un potente nemico. Affermavano, le genti sbarcate all'Isola di Rodi essere riuscite di niun frutto per la mancanza delle forze navali; così sempre ancora inutili dover riuscire, o poco manco, quando da un prepotente navilio non fossero accompagnate; non potersi sperare di poter una guerra fruttuosa fare in quelle spiagge, se non da colui, che abbia il dominio del mare; continuar intanto gl'Inglesi a posseder la Giorgia, la più gran parte della meridional Carolina, tutta la Nuova-Jork; minacciare per soprassoma la Virginia; nissuna insegna francese essersi veduta in difesa, ed a ricuperazione di queste province; venir meno intanto gli Stati Uniti sotto il peso di sì sproporzionata guerra; logorarvisi gli uomini, mancarvi la industria, negligentarvisi l'agricoltura, disseccarvisi le fonti del pubblico tesoro; nissun prossimo fine discoprirsi a tante calamità. Così si lamentavano i popoli dell'America. Ma in Europa si maravigliavano le genti, come una tanta, e sì possente lega così pochi frutti partorito avesse contro il comune nemico, che paresse in vero, che questi in luogo di rimanerne al di sotto, se ne stesse in sul vantaggio; imperciocchè l'Inghilterra e correva alle offese in America, e signoreggiava i mari delle Antille, e conquistava le colonie olandesi, e si avvantaggiava nelle Indie orientali, e teneva la fortuna in bilico in Europa. Quindi è, che i nomi spagnuolo efrancese ne andavano soggetti a diminuzion di riputazione. La Francia specialmente, come quella, che era l'anima, e la principal guidatrice di tanta mole, ci metteva del suo. Il Re Cattolico stesso era scontento, ed assai si richiamava del Cristianissimo, perchè non l'avesse aiutato nell'impresa della Giamaica, che voleva incominciare, ed in quella di Gibilterra, che già aveva incominciato, nelle quali posto aveva un ardentissimo desiderio. Gli Olandesi poi, i quali avevano principiato a pagare sì duro scotto, sclamavano a cielo, che fossero senza sovvenimento lasciati stare soppozzati in quel pericolo, nel quale erano stati gittati dai consiglj, e dalle instigazioni della Francia. E tanto maggior rammarico facevano, in quanto che avevano avuto sentore, che si allestiva nei porti della Gran-Brettagna una possente armata destinata ad assaltar il capo di Buona Speranza, scala di tanto momento a quelle nazioni che fanno il traffico nelle Indie orientali. Temevano di aver a pruovar in oriente altrettanti danni, quanti di già provato avevano in occidente. E certamente priachè avessero potuto apparecchiar le difese, e mandar gli aiuti, gl'Inglesi meglio preveduti, e provveduti avrebbero avuto tempo di trarre il disegno loro a compimento.Mosso il Re di Francia da tutte queste cagioni e dal proprio interesse si determinò di mostrarsi nel presente anno più vivo, di quanto stato fosse nel passato, volendo con nuova vigorìa riparar i danni operati dalla antica freddezza. Per la qual cosa faceva lavorar di forza nell'arsenale di Brest, ed apparecchiava in ogni parte del Regno gagliardamente le armi terrestri. Tre erano i fini che principalmente si proponeva di voler conseguire. Il primo era quello di mandar sì fatta armata nelle Antille, che congiuntaa quella che si trovava ne' porti della Martinica, se ne venisse ad acquistar superiorità sull'armata inglese. Quest'armata, al governo della quale fu preposto il conte di Grasse, doveva anche trasportare un buon numero di soldati, i quali accozzatisi nella Martinica con quei del Bouillé avrebbero qualche impresa d'importanza tentato contro le Isole inglesi. La qual cosa ottenutasi, e prima che fosse trascorso il tempo di guerreggiare in quei climi, s'intendeva, che il conte di Grasse si recasse sulle americane spiagge per ivi cooperare con Rochambeau e con Washington al sottoponimento delle forze, che la Gran-Brettagna vi aveva. Il secondo poi si era quello d'inviar una sufficiente flotta sulle coste africane, perchè soccorresse al pericolo del capo di Buona Speranza, e ciò fatto s'incamminasse alla volta delle Indie orientali, dove per l'industria e per la gagliardìa dell'ammiraglio inglese Hughes le cose francesi erano al di sotto. Col terzo finalmente si voleva una qualche rilevata fazione fare nei mari d'Europa in benefizio della Lega, e massimamente della Spagna. Si motivava specialmente dell'impresa di Minorca.Frattanto in Inghilterra parte si sapevano, e parte si presumevano i disegni degli alleati; e perciò vi si facevano contro tutti quei preparamenti che si credevano del caso. Già vi si allestiva con gran sollecitudine una flotta, la quale doveva portar un rinforzo di alcuni colonnelli inglesi, e di tremila Essiani in America al lord Cornwallis, acciocchè fosse in grado non solo di poter conservare quello che acquistato aveva, ma ancora distendere più oltre la prosperità delle sue armi. Perocchè le vittorie di Cambden e di Guilford avevano maravigliosamente sollevato gli animi di tutta la nazione a nuove speranze, e tutti già si promettevanoil pronto fine della guerra, ed il soggiogamento dell'America. S'intendeva parimente colla giunta della flotta medesima, quantunque in sè stessa non molto forte, a quella, che già esisteva nell'acque delle Antille, conservar all'armi britanniche quella superiorità, che acquistato vi avevano. Ma ognuno particolarmente stava attentissimo ad osservare, a qual fine tendesse un armamento forte che si faceva nei porti, consistente in una nave di 74 cannoni, una di 54, tre di 50, con parecchie fregate, brulotti, giunchi ed altri minori legni da guerra. Lo dovevano accompagnare molte navi da carico fornitissime di armi e di munizioni. Tre migliaia di valenti soldati erano stati posti a bordo sotto la condotta del generale Meadows. Il governo della flotta era stato commesso al comandante Johnstone. Molto varj erano i romori che correvano fra la gente intorno l'oggetto di questa spedizione, il quale era con grandissima gelosia tenuto segreto. I più però concorrevano nel dire, che la spedizione fosse volta alle Indie orientali per por fine colà alla signoria francese. La qual cosa, per quanto si potè giudicare dagli accidenti che seguirono, fu vera. Ma e' pare ancora, che la guerra, che sopravvenne coll'Olanda, abbia i ministri della Gran-Brettagna indotto a darle altro destino, restringendola alla fazione del capo di Buona Speranza, ed al mandar nelle Indie quegli aiuti, ch'erano creduti necessarj, se non al conquistar nuovo paese, almeno al conservar il conquistato. Ma di tutte le cure, che a questi dì pressavano nei consiglj britannici, forse la più rilevante, e certamente la più premurosa, era quella di soccorrere al presidio di Gibilterra. Nel che, oltre l'importanza della cosa, l'onor della nazione era grandemente interessato. Gli Spagnuoli e gl'Inglesi avevano quell'assedio preso in gara, edi primi si andavano vantando, che ad ogni modo colla flotta che avevano a Cadice, avrebbero ogni soccorso, che si fosse voluto far entrare, impedito. Già dentro s'incominciava a disagiar grandissimamente di vettovaglie, essendo in gran parte consumate le munizioni l'anno precedente introdotte dall'ammiraglio Rodney, e quelle che sopravanzavano, erano sì corrotte, che poco erano mangerecce. Già Elliot era stato costretto a diminuire di un quarto la provvisione giornaliera del vitto a' suoi soldati; gli uffiziali stessi, perchè i gregarj sopportassero di miglior animo la privazione, furono proibiti dall'usar la polvere di cipri nella cura dei loro capelli. A queste strette era ridotto il presidio. Ma gli abitatori della città per la mancanza delle cose al vivere necessarie travagliavano grandemente. Tal era stata la vigilanza e la prontezza degli Spagnuoli nel vietar le vettovaglie, che dall'ultimo rinfrescamento in poi pochissime navi erano state lasciate entrar dentro dalle più vicine, come dalle più rimote, parti dell'Africa. Solo alcuni legni minorchesi, molto sguizzanti, a volta a volta vi erano trapelati. Ma non bastavano a gran pezza a tanta bisogna, ed i prezzi che mettevano i padroni alle robe loro, erano sì esorbitanti, che pochi vi si potevano accostare. Perfino le miserabili reliquie delle antiche provvisioni guaste, com'erano, si vendevano a prezzi sfoggiati. Una libbra di vecchio biscotto di bordo tutto bacato vi si comperava ventiquattro soldi, e non se ne trovava. Le farine corrotte, ed i piselli intonchiati un terzo più; il sale il più immondo, la spazzatura dei granai valevano sedici soldi la libbra; il butirro salato una mezza corona; un pollo d'India, quando se ne trovava, valeva meglio di trenta franchi; un porcello non si poteva avere, se non con cinquantafranchi; un'anitra ne costava più di dodeci; una gallina magra dieci; un ventre di vitello non si poteva avere per una ghinea, che sono meglio di venticinque franchi; ed un capo di bue si vendeva ancor più caro. Da ardere si aveva sì scarsamente, che le biancherie si lavavano coll'acqua fredda, e non si distendevano co' ferri; cosa, che riuscì di grave danno alla salute degli uomini nella stagione umida, e fredda del varcato inverno. Sopportava bene la guernigione tutti questi disagi con maravigliosa costanza; ma non avrebbe potuto durar più oltre, e quella importante rocca, la chiave del Mediterraneo, sarebbe fra breve ritornata all'obbedienza degli antichi signori, se prontamente non le si soccorreva. Da questi pensieri erano occupate le menti degli uomini in Inghilterra. In Olanda intanto si lavorava incessantemente negli arsenali per allestire un navilio, che capace fosse a rinnovar l'antica gloria, ed a mantener la dignità della repubblica. Si aveva principalmente in animo di proteggere il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, e preservarlo dalla rapacità degl'Inglesi. In ciò però non si ottenevano tutti quegli effetti, ch'erano da desiderarci, sì per cagione delle Sette, che tuttavia bollivano in quel paese, e che la forza del reggimento infievolivano, come perchè la lunga pace vi aveva gli animi ammolliti, e fattovi trasandar le provvisioni navali.Tali erano i rispetti, coi quali reggevano a questo tempo i principi i pensieri e le operazioni loro. Gli apparecchj di guerra, che avevano fatti per venirne a capo, erano grandi. Stava il mondo in grandissima aspettazione delle cose avvenire. I primi ad uscire furono gl'Inglesi. L'intento loro era di recarsi al soccorso di Gibilterra. Partirono da Portsmouth con ventottonavi d'alto bordo il giorno 13 di marzo. Ma furono obbligati a soprastar alcuni dì sulle coste d'Irlanda per aspettar le annonarie e le passeggiere, che in grandissimo numero si erano raccolte nel porto di Cork. Le conserve volte alle Indie sì orientali, che occidentali accompagnavano l'armata; dalla quale, arrivate che fossero in certi luoghi fuori del pericolo delle flotte nemiche, si dovevano spiccare per andarsene al viaggio loro. Viaggiava medesimamente di compagnia colla grande armata la flotta spedita di Johnstone destinata, come si è narrato, alla fazione del capo di Buona Speranza; e questa doveva sin là convogliare la conserva d'Oriente. Era l'armata governata dagli ammiragli Darby, e Digby, e da Lockart Ross; ed essendo partita in tre squadre ciascuna era da uno di essi capitanata. Siccome la necessità di soccorrere Gibilterra era evidente, che i preparamenti, che a questo fine si facevano nei porti della Gran-Brettagna, erano noti a tutti, e che anzi gl'Inglesi apertamente confessavano di voler ciò fare, così gli Spagnuoli avevano fatto ogni sforzo per far tornare vano questo disegno. Per verità avevano allestito nel porto di Cadice una armata di trenta navi di alto bordo, e datone il governo a Don Luigi di Cordova, uffiziale di molto valore. Tali erano le forze degli Spagnuoli. Ma queste magnificavano ancora vieppiù per istornare, se possibile fosse, gl'Inglesi dal tentar l'impresa. Perchè poi alle forze, ed alle parole si accoppiasse anche l'ardire, Don Luigi entrava, ed usciva spesso da Cadice, ed iva colla sua armata volteggiandosi sulle vicine coste del Portogallo per quella via, che gl'Inglesi dovevano tenere per correre a Gibilterra. Aggiungevano, esser pronte a congiungersi colle loro molte grosse navi francesi, che allora si trovavano nel porto di Tolone, edin quei dell'Oceano. Infatti vi era nel solo porto di Brest un'armata sì possente, che di per sè stessa stata sarebbe abile a contrastar il passo, ed a combattere con buona speranza di vittoria tutta l'armata inglese. Vi si annoveravano ventisei vascelli d'alto bordo tutti pronti al veleggiare. E certamente, se questa si fosse congiunta coll'armata di Spagna, avrebbero i confederati acquistato una forza prepotente, e sarebbe agli Inglesi riuscita assai dura impresa quella del soccorso di Gibilterra. Così speravano gli Spagnuoli, che i Francesi avrebbero operato. Ma questi avevano troppo a cuore di proseguir i disegni loro nelle Antille, e nella terra-ferma d'America, siccome pure di ristorar le cose loro, che andavano in declinazione nelle Indie orientali, perchè si volessero risolvere, trasandati tutti questi oggetti di sì gran momento, ad aiutar la Spagna in una impresa, la quale ridondata sarebbe in solo e privato utile di questa. Per la qual cosa il giorno 22 di Marzo uscì da Brest con tutta l'armata il conte di Grasse, e volte le prue all'occidente s'incamminò verso le Antille. Viaggiava di conserva con esso lui il Signor di Suffren colla sua flotta consistente in cinque navi d'alto bordo, parecchie fregate, ed una grossa mano di soldati da terra. Doveva questi, tosto arrivato all'isola Madera, partirsi dalla grossa armata, e veleggiando a ostro verso la punta d'Africa, preservare il capo di Buona Speranza; e, ciò fatto, recarsi nell'Indie orientali. Così le due grandi armate, e le due più piccole inglesi, e francesi, alle quali i due nemici Re avevano commesso fazioni di tanta importanza, e nelle quali sì grandi speranze della salute e della prosperità dei regni loro collocato avevano, uscirono le une e le altre quasi nel medesimo tempo all'alto mare; e senza di quel soprastamento, che gl'Inglesi furono costrettia fare sulle spiagge dell'Irlanda; ogni ragion persuade, che si sarebbero incontrate, ed avrebbero definito con una giudicata battaglia sui mari d'Europa quella lite, che non dovevano se non se nelle lontane regioni delle due Indie determinare. Viaggiavano gli Inglesi con vento prospero verso il capo San Vincenzo, dove pervenuti con molta circospezione si governavano per sospetto dell'armata spagnuola. Ma Don Luigi, il quale ne' precedenti dì era ito in volta nel golfo di Cadice, avuto presto avviso dell'avvicinarsi degl'Inglesi, non confidandosi nelle forze proprie, e dimenticatosi dell'importanza della cosa, non gli stette ad aspettare, ed andò tostamente a ricoverarsi nel porto medesimo di Cadice. Così fu lasciata libera la via al nemico sino a Gibilterra. L'ammiraglio Darby, guardato dentro in Cadice, e conosciuto, che gli Spagnuoli nissuna mostra facevano di voler uscire, spinse avanti tutte le navi da carico, le quali sommavano nel torno di cento, facendole scortare da un certo numero di navi da guerra. Parte di queste dovevano stanziare nel golfo stesso di Gibilterra per difender le navi passeggiere dagli assalti delle piatte spagnuole, delle quali abbiamo nel precedente libro favellato; e parte arringarsi alla bocca dello stretto verso il Mediterraneo per impedir le offese, che di là avrebbero potuto venire. Darby intanto continuò a volteggiarsi avanti Cadice per attendere con ogni diligenza gli andamenti del nemico. Le cose riuscirono, come l'Inglese le aveva disegnate. E comechè gli Spagnuoli colle piatte molto si affaticassero per danneggiar alle annonarie, e che male le navi grosse potessero dalle importune bezzicature di quelle liberarle, perciocchè fossero troppo piccole a poter esser prese di mira, del che gli uffiziali inglesi a grandissima rabbia si concitavano, tuttavianissun notabile frutto poteron'operare. Furono sicuramente poste a terra tutte le armi, e le munizioni sì da guerra, che da bocca con incredibile allegrezza degl'Inglesi, con non poco biasimo degli Spagnuoli, e con molta maraviglia di tutta l'Europa.Il Re di Spagna, che aveva posto l'occhio a quest'impresa di Gibilterra, e che già vi aveva speso intorno tanti tesori, essendosi fatto a credere, che quella rocca sarebbe, come sicura preda, venuta tosto nelle sue mani, vedutosi ingannato di sì vicina speranza, determinossi a voler coll'armi di terra acquistar quello, che colle marittime non aveva potuto conseguire. In ciò tanto più vivo era il suo desiderio, che conosceva benissimo, a quanta diminuzione di gloria fossero andate soggette le armi sue presso gli uomini valorosi a quell'inaspettato rinfrescamento della Fortezza. Già si erano i suoi soldati dal campo di San Rocco fatti avanti, per quanto ciò era possibile ad eseguirsi, coi lavori della circonvallazione, e le opere loro avevano munite con una quantità grandissima di grossissimi cannoni e bombarde. Arrivavano i primi a centosessanta, le seconde a ottanta. Adunque ai dodeci d'aprile, e quando ancora la flotta inglese si trovava nel porto di Gibilterra, incominciarono tutto ad un tratto ad allumare queste artiglierie, le quali col fuoco, cogli scoppj, col fumo e colle palle facevano uno spettacolo orribile a vedersi e ad udirsi. E siccome il bersaglio loro era molto stretto, perciocchè la rupe di Gibilterra sia a un di presso lunga soltanto una lega, e larga un quarto, così il nembo delle palle e delle bombe vi era molto fitto, e nissun luogo vi era, se si eccettuano le casematte, e le sotterranee volte, dove l'uomo potesse contro l'impeto loro sicuramente ricoverarsi. Nè il governatore Elliotse ne stava neghittoso ad osservare; che anzi rendeva fuoco per fuoco, furia per furia sì fattamente, chè pareva la roccia tutto all'intorno gettasse fiamme e fumo, e tutta intiera in tuoni e folgori si disfacesse. Stavano sulle due vicine coste dell'Africa e dell'Europa maravigliate, e spaventate le genti, che colà erano a bella posta concorse ad osservare. Ma quei, ch'erano dentro, eccettuati i soldati, che si erano posti a' luoghi sicuri per difender la piazza, ed offendere il nemico, andavano esposti ad ogni sorta di più compassionevoli accidenti. Grand'era il terror loro; ma più grande ancora il danno. Le membra dei morti e dei moribondi sparse al suolo qua e là; le donne coi fanciulli in braccio andando chiedendo quella mercè, che trovare non potevano. Ne fur viste delle schiacciate in un coi figliuoletti, e sformate ad un tratto, e lacerate in mille pezzi dalle scoppianti bombe. Le infulminate si aggavignavano colle tremanti mani alle schiegge, e balze dei petroni per cercar asilo ne' luoghi più selvaggi e più rimoti. Alcune fra le principali furon lasciate entrar nelle casematte, dove si recarono a gran ventura il potere in mezzo al tanfo delle stanze, al trambusto delle soldatesche, ai gemiti dei feriti e dei moribondi da quella crudele morte scampare, che al di fuori minacciava la incredibile furia degl'istromenti da guerra. La città, che è posta sulla falda della roccia a riva il mare di verso occidente, ne fu distrutta da capo a fondo. Al che non poco contribuirono le piatte spagnuole, che di nottetempo velocemente sguizzavano tra le navi inglesi, e compita l'opera loro si ritiravano la mattina, giovandosi del vento, che per l'ordinario si mette a quell'ora, nel porto di Algesiras. Queste piatte parimente ebbero sfragellati coi tiri loromolti di coloro, i quali sui vicini fianchi della roccia ritiratisi, erano scampati al furor delle artiglierie del campo di San Rocco. Lo scaricar continuo durò con eguale frequenza meglio, che tre settimane; poscia si rallentò, vedendo gli Spagnuoli, che riusciva poco altro, che un romor vano; e non volendo dall'altra parte Elliot far tanta jattura di munizioni in una battaglia di poco frutto. Sparava egli bene di quando in quando per mostrare, ch'era vivo; ma la maggior parte del tempo se ne stava inoperoso a rimirare l'inutile furia degli Spagnuoli. Consumarono eglino in questa spessa batteria meglio di cento migliaia di libbre di polvere, avendo tratto settantacinquemila cannonate, e venticinquemila bombe. Nonostante la strettezza del luogo, e la maravigliosa spessezza dei tiri morirono de' soldati della guernigione assai pochi, e da dugento cinquanta furono feriti. Gli abitatori della città privi delle case, avendo sempre presente nell'immaginazione loro la miserabilità del passato caso, e temendo dei futuri, desiderarono di andarsene. Al che Elliot, dopo d'avergli con ogni maniera di più umano conforto racconsolati, facilmente ebbe consentito. La maggior parte s'imbarcarono a bordo della flotta, che aveva vettovagliato la piazza. Partì poscia la flotta medesima alla volta dell'Inghilterra. Ma prima, ch'ella vi arrivasse, la fortuna propizia ai Francesi, fe' ai nemici loro pruovar un sinistro, il quale causò gran danno alle cose loro, e fu una giusta pena delle rapine di Sant'Eustachio. Si aveva avuto in Francia il tempestivo avviso, che una numerosa conserva di navi cariche delle ricche spoglie di quell'isola n'era partita verso il finir del mese di marzo per recarsi nei porti d'Inghilterra. Si seppe ancora, che a questa conserva teneva dietroun'altra non meno preziosa pei proventi, ch'ella portava dell'isola Giamaica. Scortava la prima l'Hotham con quattro vascelli da guerra. Il momento era molto propizio ai Francesi, trovandosi a quei dì la grande armata britannica occupata nell'impresa di Gibilterra. Non si lasciarono i ministri di Francia fuggir dalle mani una sì favorevole occasione; che anzi con grandissima diligenza avevano fatto lavorare nel porto di Brest per metter in punto una flotta, perchè potesse correre sopra le conserve inglesi. La cosa ebbe effetto. In men che non si potrebbe credere furono allestite otto navi d'alto bordo, molto destre veleggiatrici. Ne fu dato il governo al conte de Lamotte-Piquet. Uscì egli dal porto il giorno 25 aprile, e dato di cozzo nella conserva di Sant'Eustachio, tutta la sperperò. Ventidue bastimenti predò; due altri vennero in mano dei corsari. Alcuni pochi colle navi di guerra, che convogliati gli avevano, si ricoverarono nei porti dell'occidentale Irlanda. I mercatanti inglesi, che avevano assicurati i navilj, perdettero per questo caso da settecentomila lire di sterlini. Non tardò l'ammiraglio Darby durante il suo viaggio ad aver notizia della cosa; e tosto si metteva all'ordine per intraprendere Lamotte-Piquet, primachè si fosse recato in salvo nei porti di Francia. Ma l'ammiraglio francese, che teneva gli occhi aperti, avuta sì prospera vittoria, ed avvertito dell'avvicinarsi di Darby, lasciata andare a suo viaggio la conserva della Giamaica, si cansò tosto, e felicemente apportò in Brest. Le feste, che si fecero in Francia per questa cattura non furon poche; e molte, ed assai meritate lodi furono date agli autori della fazione del pari opportunamente disegnata, che velocemente, e prudentemente eseguita. L'armata di Darby e la conservadella Giamaica arrivarono con prospera fortuna nei porti della Gran-Brettagna.In questo mezzo le due flotte di Johnstone e di Suffren veleggiavano alla volta del capo di Buona Speranza; e non che l'uno non sapesse dell'altro, erano per lo contrario i due nemici capitani ottimamente informati della partenza, del cammino e dei disegni dell'avversario. Andavano perciò entrambi a gara per arrivar i primi al destinato luogo. Ma l'Inglese era stato obbligato, per rinfrescarsi, di far porto nella cala di Praya posta nell'Isola di San Jago, la principale di quelle, che, raccolte come in un gruppo, si chiamano del capo Verde, ed appartenevano alla Corona di Portogallo. Quivi attendeva a far acqua, a procacciar bestiami, a fornirsi di camangiari, ed altri servigj fare necessarj al lungo viaggio, ch'era in punto d'intraprendere. Molti uomini delle compagnie navali si trovavano a terra. Ne ebbe Suffren tostano avviso, e senza metter tempo in mezzo s'incamminava a golfo lanciato verso il porto di Praya. Aveva ferma speranza di arrivarvi improvviso, e di sorprendere gl'Inglesi trasandati, e non avvisantisi. Già iva radendo inosservato marina marina una lingua di terra, che da levante abbraccia il porto, e si avvicinava alla bocca di questo. Ma la nave inglese l'Iside, che più vicina era alla bocca medesima, discoprì in quel momento al di là della lingua di terra le cime degli alberi di alcune navi, che dapprima diedero sospetto. Poscia dal modo, con cui erano governate, si conobbe, ch'erano francesi; diè l'Iside il segno. Si rivocavano i marinari dalla spiaggia; si sgomberavano le corsìe, si apparecchiavano alla battaglia. Girata intanto la punta, compariva, qual era, la flotta francese alla bocca del porto, e dal detto alfatto l'una coll'altra si mescolarono. Avevano gl'Inglesi un vascello da settantaquattro, tre altri minori, con tre fregate, e molti legni mercantili dell'India armati in guerra; ma erano sconcertati, e fuori di sesto, nè arringati per ricever la carica del nemico. I Francesi ne avevano due di settantaquattro, e tre di sessantaquattro. Cominciarono questi col tirare di buone fiancate all'Iside, che si trovò la prima; poscia ordinatisi in un puntone, si spinsero avanti dentro del porto, passando tra mezzo le navi inglesi e sparando furiosamente; e nel medesimo tempo da poggia, e da orza. L'Annibale, ch'era la testa, guidato dal cavaliere di Tremignon, posciachè si fu inoltrato dentro, quanto più potè, con mirabile intrepidità operando, imperciocchè le navi inglesi traevano gagliardamente dai due lati, gettò l'ancora. Seguitollo in secondo luogo l'Eroe guidato dallo stesso Suffren, poscia nel terzo, come dietroguardo, l'Artesiano governato dal cavaliere di Cardaillac. I due rimanenti poco si poterono avvicinare, e trovandosi a sottovento si allargarono, fatti i primi tiri, nell'alto mare. Due navi inglesi l'Iside, ed il Romney poco si potevano giovare, la prima per essere stata gravemente dai vascelli francesi nel loro passare danneggiata, la seconda per essersi trovata posta troppo indentro nel fondo del porto. Così combattevano dai due lati tre navi di alto bordo contro tre somiglianti, scaricando i Francesi in un tempo, per trovarsi in mezzo, dalle due bande, gl'Inglesi da una sola. Ma le fregate inglesi, ed i vascelli armati della Compagnia dell'Indie, riavutisi, vennero a parte del combattimento, e fortemente secondarono le più grosse. Durò la battaglia lo spazio di un'ora e mezzo, quando finalmente l'Artesiano, morto il suo capitano, e non potendo piùresistere a sì duro bersaglio, tagliato il cavo, si allontanò. Allora Suffren privato del retroguardo, e fieramente percosso anch'esso dai due lati diè medesimamente indietro colla sua nave l'Eroe, e ne venne fuori del porto. Da questa ritirata delle due navi l'Eroe e l'Artesiano ne nacque, che l'Annibale restò solo esposto ai colpi di tutti i vascelli nemici. Ne ricevette un danno grandissimo; perdè tutti gli alberi, prima il trinchetto, poscia il maestro, e finalmente l'artimone. Tuttavia con incredibile sforzo operando si condusse sino alla bocca del porto, dove, preso a rimorchio dalla nave la Sfinge, e riparati meglio, che si potè, gli alberi, andò a ricongiungersi colla restante armata. Avrebbero voluto gl'Inglesi seguitare i Francesi, e rinfrescar la battaglia. Ma i venti, le correnti, l'ora tarda, ed i gravi danni pruovati dall'Iside glien'impedirono. Questo fu il combattimento di Praya, il quale si passò con poca riputazione dell'uno e dell'altro capitano. Errò l'Inglese nell'essersi tenuto a sì mala guardia in una cala aperta ed indifesa, quando sapeva pure, che il nemico andava aggirandosi nelle medesime acque. Nè vale il dire, che forse credette, che la neutralità del luogo l'avrebbe preservato. Perciocchè egli stesso affermò, che i Francesi, quando viene loro il destro, non son soliti a portar rispetto a queste neutralità. La qual cosa, se è vera, non si vede, con qual ragione possano gl'Inglesi ai nemici loro rimproverarla. Errò ancora per aver lasciato sbarcar a terra tanto numero de' suoi; per aver locato le navi più piccole alla bocca del porto, e per aversi lasciato fuggire dalle mani il vascello l'Annibale sì malconcio. Errò da un altro canto Suffren per aver voluto combattere in sull'ancore; imperciocchè per quanto si può argomentare delle probabilicose se, come prima fu arrivato, e senza perder tempo a gettar l'ancore, fosse ito all'abbordo, od almeno avesse combattuto a vela, avrebbe una compiuta vittoria riportato del nemico sorpreso, e non apparecchiato alla battaglia. Riparati tostamente i danni, l'armata inglese seguitò la francese; ma trovatala attelata in ordine di battaglia, si astenne dal venirne al cimento. Sopraggiunta poi la notte, le due armate l'una dall'altra si scostarono. Ritornò l'inglese nel porto di Praya. La francese veleggiando tuttavia vers'ostro, e rimorchiando l'Annibale, si condusse in quel porto del capo di Buona Speranza, che chiamanofalsa baia. Là andarono tosto a raggiungerla le sue conserve, le quali, per irne ad assaltar gl'Inglesi nel porto di Praya, aveva lasciate nell'alto mare sotto il convoglio della corvetta La Fortuna. In cotal modo fu guasto il disegno, che gl'Inglesi avevano fatto sopra il capo di Buona Speranza. Ma non potendo essi conquistare, vennero in sul corseggiare. Ebbe Johnstone avviso da' suoi speculatori, che si trovavano nella cala di Saldana, vicino al capo medesimo, parecchie navi della Compagnia olandesi dell'Indie di ricchissimo carico. S'incamminò a quella volta per predarle. Arrivato sulle coste dell'Africa, piaggiando egli stesso come piloto, acciocchè le sue navi non fortunassero nei vicini scogli, camminando, velocemente la notte, nascondendosi il giorno, tanto fece, che arrivò improvvisamente sopra la cala, e predò cinque di quelle navi più ricche e più grosse. Le rimanenti arsero. Ottenuta questa cosa, la quale fu causa, che la spedizione sua non sia stata del tutto intrapresa a credenza, avviò una parte della flotta col generale Meadows alla volta dell'Indie. Egli poi col Romney, le fregate, e le ricche spoglie se ne tornò inInghilterra. Suffren dal canto suo, assicurato con buon presidio il Capo, rivolse anch'egli le prue verso le orientali Indie. Così la guerra, che già infuriava in Europa, in Africa ed in America stava per rinfrescarsi più feroce, che prima, sulle lontane rive del Gange.Ritornando ora alle cose che si facevano sotto le mura di Gibilterra, alla furiosa batteria data loro succedette una quasi totale calma. Solo quelle piatte trapellando nottetempo molto noiavano la guernigione. Per la qual cosa il governatore per liberarsi ad un buon tratto da quella rangola, piantati alcuni cannoni di lunghissima gittata, che a quest'uopo stesso gli erano stati portati d'Inghilterra, e rizzate certe grosse bombarde nell'esteriori batterie, arrivava con palle e con bombe ad infestar il campo di San Rocco; e tutte le volte, che arrivavano le piatte, ed ei traeva furiosamente dentro gli alloggiamenti spagnuoli. Accortosi perciò Mendoza, che Elliot ciò faceva solamente per rappresaglia degli assalti delle piatte, fu costretto di comandare ai capitani di queste cessassero dagl'insulti loro, e se ne stessero quietamente nel porto di Algesiras. Solo stessero vigilanti al non lasciar entrar vettovaglie nella piazza. Erano intanto gli Spagnuoli indefessi nell'avanzar i lavori delle trincee, e già si erano condotti assai vicini alle falde della rocca, dimodochè la circonvallazione si distendeva da destra a sinistra per tutta la larghezza dell'istmo, che quella rocca medesima congiunge colla terra-ferma di Spagna. Avevano poi sulla stanca scavato il cunicolo di comunicazione tra l'esterior circonvallazione e gli alloggiamenti. Elliot, che se ne stava sicuro sulla cima della rupe, non volendo spendere le sue munizioni invano, gli aveva lasciati fare. Ma quando le opere loro furon condotte a fine, alloradeliberò di guastarle, col fare loro addosso una incamiciata. Saltò fuori alle tre della mattina del giorno 27 di novembre con tre schiere di valenti soldati tutte governate dal generale Ross. Le accompagnavano un buon numero di palajuoli, e marrajuoli, e d'artiglieri con fuochi lavorati. Procedettero con grandissim'ordine e silenzio. Sopraggiunsero improvvisi. Dato dentro mettevano prestamente in fuga le guardie, e si facevano padroni della prima parata. Tutto scombuiarono. Gli artiglieri, appiccato il fuoco, tutto quello, che accendibil'era, arsero; ruppero i carretti dei cannoni, ed i mortaj, e quelli con incredibile celerità chiodarono. I guastatori volsero sossopra le piazzuole delle artiglierie; rovinarono le traverse; i parapetti uguagliarono al suolo. I magazzini arsero l'uno dopo l'altro nel general incendio; e quella magnifica opera, che tanta fatica, tempo e spesa costato aveva, fu nello spazio di una mezz'ora distrutta. Gli Spagnuoli, o sopraffatti dall'improvviso caso, o credendo i nemici più grossi di quello, ch'erano, non si ardirono uscir dal campo loro per ributtargli. Solo trassero continuamente, sebbene con niuno effetto, a palla ed a scaglia. Gl'Inglesi compiuta la bisogna, ritornarono sani e salvi ad incastellarsi.In Europa intanto covava un disegno, il quale doveva, se fosse stato condotto a fine, grandemente affliggere la potenza britannica nel mare mediterraneo. Restavano gli Spagnuoli molto male soddisfatti della Francia, siccome quella, che pensato avesse sin allora solamente ai proprj suoi interessi, e non a quei dei suoi alleati. Si dolevano aspramente, ch'ella non avesse aiutato le imprese della Giamaica e di Gibilterra, come se non vedesse volentieri crescere nei mari di America, e nelle terre d'Europa il nome spagnuolo.L'aver gl'Inglesi così sicuramente vettovagliato quest'ultima Terra, senza che i Francesi nissun motivo di sorta alcuna fatto avessero per impedirlo, ed il poco frutto fatto contro le mura di quella dall'ultima e sì feroce batteria data loro con sì estremo sforzo, avevano questi mali umori vieppiù accresciuti, e fattigli diventar aperte scontentezze. Mormoravano universalmente i popoli della Spagna, e dicevano della Corte di quelle cose, che sarebbe stato meglio tacere. Affermavano, che questa non per interesse dei popoli spagnuoli, ma solo per secondare, e per far le spalle ai disegni dell'avara ed ambiziosa Francia, aveva quella guerra intrapresa. La chiamavano una guerra di Corte e di famiglia. Stimolata la Francia dall'importunità di questi discorsi, e considerato, che l'abbassar, in qualunque modo si fosse, la potenza britannica, era un accrescere la sua, si risolvette a voler efficacemente cooperar a qualche impresa, che di breve ridondasse in utile e benefizio speciale della Spagna. E siccome quella della Giamaica non si poteva sì tosto tentare, perchè sarebbe stato richiesto assai tempo ai necessarj preparamenti, e quella di Gibilterra era troppo dura a poterla compir prestamente, così si voltarono i pensieri ad un'altra, la quale tanto più riuscibile pareva, quanto che gl'Inglesi non se l'aspettavano. Questa fu la conquista dell'isola Minorca. Oltre i motivi finora raccontati, che facevano di modo, che la Francia molto questa fazione desiderasse, era essa ancora grandemente grata agli Spagnuoli. Ella è l'isola Minorca in sì opportuno sito posta per corseggiare, che molti arditissimi corsari, i quali colà si riparavano, tenevano infestati tutti i mari, e disturbata la navigazione, ed i commerci sì di Spagna che di Francia, coll'intraprendere le navi di queste due nazioni, comeancora le neutrali, che con quelle andavano trafficando. Oltre di che ella era quasi come una depositerìa, dove gli Inglesi ammassavano le munizioni, sì da guerra che da bocca, le quali traevano dalle vicine coste dell'Africa, e poscia o le navi loro ne fornivano, o trafugavano dentro Gibilterra. La facilità dell'impresa era anche un possente incentivo al tentarla. Imperciocchè nonostante, che la rocca di San Filippo, ch'è il principale propugnacolo dell'isola, fosse di sito e di mura assai forte, la qualità del presidio non corrispondeva nè alla fortezza, nè alla importanza del luogo. Eranvi dentro solamente quattro reggimenti, due inglesi, due annoveriani, che sommavano a poco più di due migliaia di soldati; e quantunque l'aria ivi sia salubre, e gli erbaggi copiosi, erano quelli malsani ed infetti di scorbuto. Governavano tutto il presidio i generali Murray e Draper. Fatta la risoluzione, i confederati francesi e spagnuoli si accordavano di modo, che il conte di Guichen sul finir del mese di giugno partì da Brest con un'armata di diciotto vascelli di alto bordo de' più grossi, ed andò a congiungersi nel porto di Cadice colla spagnuola, che l'aspettava. Aveva con lui i Signori de Beaussett e de Lamotte-Piquet, l'uno e l'altro uffiziali di molta rinomea. L'armata spagnuola, la quale era governata da don Luigi di Cordova, come capitano generale, e dai due sotto-ammiragli Don Gastone e Don Vincenzo Droz, arrivava a trenta vascelli grossi. Si era poi ivi fatto una massa di diecimila Spagnuoli, ottima gente, i quali senza indugio alcuno si posero sulle navi. Salparono il giorno 22 di luglio, ed arrivati sopra Minorca, senza ostacolo alcuno incontrare, sbarcarono nella cala di Moschito il dì 20 d'agosto. Recaron tosto in lor potere tutta l'isola, inclusavila città di Maone, che ne è la capitale. I difensori, essendo così deboli, avevano tutti questi posti abbandonato, e s'erano dentro di San Filippo incastellati. Poco poscia arrivarono da Tolone quattro reggimenti francesi sotto la condotta del barone di Falkenhayen. Avevano i due Re confederati dato il governo di tutta l'impresa al duca di Crillon, giovane nato di chiarissimo sangue, desiderosissimo della gloria, e delle cose della guerra molto intendente. Si era egli condotto agli stipendj della Spagna, ed essendo Francese fu creduto personaggio acconcio alla comune impresa. Ma l'assedio di San Filippo era una cosa assai difficile a pigliarsi a fare. È la Fortezza tagliata nel vivo sasso, e tutta ben minata. Lo stesso sdrucciolo, e la strada coperta scavati dentro nel sasso medesimo sono assicurati con mine, contramine, palificate, e munitissimi tutt'all'intorno sopra la corona del fosso di artiglierie. Attorno il fosso, che è profondo venti piedi, gira una galleria sotterranea, e merlata, sicuro asilo ai difenditori. Traverso segrete e scannafossi danno l'adito dalle opere esteriori al castello. In esse, che sono fatte a mò di laberinto, sono scavati pozzi profondi con coperchj muovevoli, e qua e là feritoje da ogni lato. Il castello circondato anch'esso da un cammino coperto fortificato con contramine non solo è difeso da controscarpe e mezze lune, ma di più da un muro sessanta piedi alto, e da un fosso trentasei piedi fondo. Il mastio poi, ch'è una torre quadrata fiancheggiata da quattr'orecchioni, ha le mura alte ottanta piedi, ed un fosso profondo quaranta, scavato nel macigno. Aveva anch'esso ed il suo corridoio, e le stanze pei soldati. Nel miluogo havvi una spianata, perchè la guernigione vi possa fare gli suoi armeggiamenti. Intorno alla medesimasono costrutti i quartieri pei soldati, ed i magazzini per le munizioni, gli uni, e gli altri a botta di bomba, e tutti nella durissima roccia scavati. Gl'Inglesi finalmente per assicurarsi vieppiù avevano rovinata, ed uguagliata al suolo la vicina città di San Filippo. Si avvicinarono cautamente i confederati a questa cittadella, siccom'ella in sito alto locata torreggia, e domina tutto il paese all'intorno, così non iscavando, ma piuttosto trasportando ed innalzando terra le loro trincee formavano. Elevarono un grosso ciglione murato lungo dugento piedi, alto cinque, e grosso sei. Questa difficile opera fu tratta a fine, senza che gli assedianti ricevessero alcun danno, non osando Murray saltar fuori, o perchè troppo si diffidasse della debolezza del presidio, o perchè troppo confidasse nella fortezza del luogo. Solo ebbe gittato bombe e palle, che non fecero effetto di sorta alcuna. Infine, essendo la parata compita, scopri Crillon le batterie, e con cento undici cannoni, che buttavano ciascuno ventiquattro libbre di palla, e con trentatre bombarde, che aprivano tredici pollici di diametro, fulminava la piazza.Mentre queste cose si facevano sotto le mura San Filippo, l'armata de confederati, nella quale si trovavano pressochè cinquanta navi delle più grosse, guidata dal conte di Guichen, si era rivolta alle rive dell'Inghilterra. Era l'intento dell'ammiraglio francese di andare all'incontro dell'armata inglese, e di assaltarla, essendo venuto in grandissima speranza della vittoria, imperciocchè non fosse essa a gran pezza pel molto minor numero delle navi abile a resistere a tanto apparato. Disegnava altresì con questa mossa d'impedir gli aiuti, che dall'Inghilterra si sarebbero potuti mandare a Minorca. Sperava finalmentedi poter intrachiudere la via, e por le mani addosso alle conserve, che partite dall'Indie, ad ora ad ora si attendevano nei porti della Gran-Brettagna, siccome pure a quella, che, raccozzatasi nel porto di Cork in Irlanda, era in procinto di partirne per alle orientali ed occidentali Indie. Nè stava senza aspettazione che l'inopinata apparizione di una sì possente armata sulle coste di quel Regno non fosse per farvi nascere dentro qualche buona occasione di fare un onorato fatto in servigio della lega. Arrivato arringava la sua flotta alla bocche dello stretto distendendola dal capo Ognissanti sino all'Isola di Scilly. Era allora l'ammiraglio Darby con ventuno vascelli d'alto bordo in mare ed in via per andar all'incontro delle conserve. Ebbe gran ventura nell'essere informato per mezzo di un bastimento neutrale dell'avvicinarsi dei confederati così grossi; senza del che si sarebbe trovato alla non pensata impacciato nell'armata loro, e quello, che succeduto ne sarebbe, nissun nol vede. Avuto l'avviso, si ritirò tosto dentro la cala di Torbay. Venivano spacciatamente a congiungersi con esso lui altri vascelli di prima portata, finchè ne ebbe da trenta. Gli ordinava entro la cala medesima, la quale è aperta, e poco difendevole, a mò di crescente luna, per poter più agevolmente ributtar il nemico, se questi lo volesse assaltare. Ma il pericolo era tuttavia grande. Temevasi della flotta, temevasi delle città marittime, principalmente di Cork, Terra indifesa, e piena di magazzini zeppi di munizioni di ogni sorta. Erano in tutta l'Inghilterra gli animi sollevatissimi. Compariva a gonfie vele l'armata alleata in cospetto di Torbay. Convocò Guichen incontanente una Dieta militare, per aver il parere dei Capi intorno a quello, che fosse a fare. Voleva egli, che si desse dentro,e si assaltasse l'armata britannica. Discorreva, esser questa quasi come presa dentro una rete; l'occasione aver corta vita, e non mai, trasandata questa, potersi un'altra più propizia sperare per ispogliar del tutto la Gran-Brettagna dell'imperio del mare. Ricordava, con quanta infamia essa occasione si perderebbe, e quanto pungenti stimoli di penitenza seguiterebbero, chi non l'abbracciasse. Essere il nemico impacciato, aversi buona quantità di brulotti, l'effetto dei quali in quell'ordinanza fitta ed immobile delle navi di Darby stato sarebbe inevitabile; dimostrassero con un nobile ardire agli alleati, quali, e quanti essi fossero. Don Vincenzo Droz non solo sosteneva la opinione del capitano generale, ma di più si offeriva pronto a guidar la testa, e ad attaccar la zuffa il primo. Ma il signor di Beausset, uomo nelle cose navali di grandissima riputazione, manteneva la contraria sentenza. Argomentava, che l'assaltar il nemico in quel luogo era lo stesso, che privarsi del vantaggio, che si aveva grandissimo, del maggior numero delle navi; che non si sarebbe potuto andare alla battaglia coll'ordinanza spiegata, ma sibbene per puntone, ed una nave dopo l'altra; la qual cosa avrebbe fatto abilità ai nemici, i quali avrebbero tratto a mira ferma rasentando l'acque, e con palle incrocicchiantisi da destra e da sinistra, di fracassar le navi già fin prima, che giugnessero ai posti, che sarebbero lor destinati. Concludeva, che siccome la risoluzione di assaltare il nemico in quel luogo non si poteva a patto nissuno giustificare, così credeva, che più riuscibile partito, e se non di eguale, certo di grande importanza, fosse il por l'animo ad intraprendere la conserva, che poco lontana esser doveva, dell'Indie occidentali. Si accostarono all'opinione di Beausset Don Luigi, e tutti gli altri uffiziali spagnuoli,trattone Don Vincenzo. Prevalse perciò l'opinione di costoro, e l'impresa fu posta da l'un de' lati. Ma se i confederati non vollero, o non seppero quella occasione usare, che la fortuna aveva loro apparecchiato, così ella guastò loro poscia quel disegno, che in luogo del primo abbracciato avevano. Incominciarono le malattie ad incrudelire a bordo delle navi, massime delle spagnuole, e le burrasche, che seguirono poco dopo, obbligarono i due ammiragli a pensare alla salute loro. Onde avvenne, che Guichen co' suoi si ritirò a Brest, e Don Luigi a Cadice. Entrarono sicuramente le conserve nei porti d'Inghilterra. Così questa seconda apparizione dei confederati sulle coste inglesi riuscì altrettanto vana, quanto la prima; ma però i soccorsi verso Minorca ne furono impediti.Ma se le cose tra gl'Inglesi, i Francesi, e gli Spagnuoli passarono nei mari d'Europa senza molto spargimento di sangue, e pressochè tutte in mostramenti, se non del tutto inutili, certo poco fruttuosi, si attaccarono però gl'Inglesi e gli Olandesi con tanto furore, e con sì gran valore combatterono gli uni contro gli altri, che parvero rinnovarsi quelle ostinatissime battaglie, per le quali sì grandemente furono queste due nazioni nel decimo settimo secolo celebrate. Esercitavano gli Olandesi nel mare Baltico un fioritissimo commercio coi proventi delle colonie loro, ed essendo come quasi i fattori generali diventati del traffico tra le nazioni settentrionali, e meridionali d'Europa, ne avevano grandissime ricchezze acquistato. Oltreacciò i paesi di verso tramontana erano quelli, nei quali andavano a far procaccio di tutti gli oggetti alle construzioni navali necessarj. La qual cosa molto più frequentemente usavano di fare, dopo ch'era nata la guerra colla Gran-Brettagna, a fine di poter allestireil navilio necessario, e mantener le possessioni, il commercio e la dignità della repubblica. Conciossiachè molto mancava, che i suoi arsenali nel momento della rottura fossero forniti delle cose, che abbisognavano. Non isfuggiva agl'Inglesi, di quanta importanza fosse e l'interrompere questo commercio, e l'impedire l'accivimento degli arsenali. Per la qual cosa molto per tempo, e perfino dal mese di giugno avevano fatto uscire con quattro grossi vascelli, ed uno di cinquanta l'ammiraglio Hyde-Parker, padre di quell'altro, che militava nei mari d'occidente, vecchio, ed espertissimo capitano di mare. Gli fu commesso, andasse a correre i mari di tramontana, facesse quel maggior male, che potesse, al commercio olandese, e ritornandosene a casa, sotto la sua tutela pigliasse, e convogliasse una ricca conserva, che era raccolta, e pronta al viaggio nel porto di Elseneur. Eseguì diligentemente Hyde-Parker i comandamenti del suo Re, e già rivenuto dal Baltico segava colla conserva le acque del mare d'Allemagna. Si erano dopo la sua partenza da Portsmouth seco lui accozzate altre navi, tra le quali una di 74 chiamata il Berwick, una di 44 nominata il Delfino, e parecchie fregate, dimodochè arrivava la sua flotta a sei navi d'alto bordo, oltre il Delfino, e le fregate. Ma gli Olandesi non erano in questo mezzo tempo stati neghittosi; anzi con incredibile sforzo operando avevano apparecchiato una flotta di sette navi di fila con parecchie fregate, e fuste armate in guerra. Ne davano il governo all'ammiraglio Zoutman, ed al comandante Kindsberghen. Mettevasi Zoutman in mare verso la metà di luglio con una conserva di legni mercantili destinata pel Baltico, sino al quale intendeva di scortarla. Venne in questo mentre a congiungersi seco lui una grossissima fregata americana, denominatail Charlestown. S'imbattè la mattina dei 5 agosto coll'ammiraglio Hyde-Parker sopra lo scanno detto Doggers-bank. L'armata d'Inghilterra aveva il sopravvento. Veduto il nemico così gagliardo, mandavano al viaggio loro le navi della conserva accompagnate dalle fregate; colle grosse si scagliavano contro gli Olandesi. Questi, scoperto il nemico, fatt'anch'essi ritirare in dietro verso i porti loro la conserva, si ordinavano animosamente alla battaglia; poichè nel desiderio di questa non erano meno ardenti, che gl'Inglesi si fossero. Si attelavano gl'Inglesi con sette navi, tra le quali una di 80, ma questa vecchia e sdruscita, due di 74 gagliardissime, una di 64, una di 50, e finalmente una ultima di 44. Gli Olandesi si affilavano anch'eglino con sette navi, una di 76, due di 68, tre di 54, ed una di 44. Le fregate spigliate, e leggieri fuori della fila se ne stavano pronte a correre, ove d'uopo facesse. Correva a piene vele, e col vento in fil di ruota l'armata inglese contro la olandese, che, ferma e ne' suoi ordini ristretta, l'aspettava. Un silenzio profondo, ch'è segno per l'ordinario dell'ostinazione, regnava su tutte a due. Nissun romore si udiva, se non se quello del cigolar delle girelle, del fischiar del vento, e del fremere dell'onde. Stavano in attitudine aspra arringati coll'armi in mano i soldati aspettando il segno della battaglia, e gli artiglieri colle corde accese presso il focone dei cannoni. Nissuno trasse, finchè non furono le due armate vicine l'una all'altra ad una mezza gittata di moschetto. Si appettarono le due capitane, cioè la Fortezza, su cui si trovava Hyde-Parker, e l'Ammiraglio Ruyter, sulla quale era Zoutman, ed incominciarono una ferocissima battaglia. Non tardarono a mescolarsi anche le altre, e diventò essa tosto generale. Prevalevano gli Olandesiper la grossezza delle artiglierie, e per le fregate, massime per la Charlestown, le quali velocemente aggirandosi qua e là, ferivano da fianco le navi del nemico. Prevalevano all'incontro gl'Inglesi, essendo essi più maneschi, e le navi loro più maneggevoli, per la spessezza dei tiri. Si combattè da ogni parte con grandissimo ardore, e con pari sorte lo spazio di tre ore e mezzo, o di vantaggio. Non potevano gli Olandesi esser cacciati dal luogo loro, e gl'Inglesi ogni altra cosa piuttosto si avrebbero eletta, che di partirsi senza vittoria. Ma la forza degli elementi quegli effetti produsse, ai quali ripugnava la rabbia degli uomini. Erano le navi dall'una parte, e dall'altra sì fattamente malconce, che più non si potevano governare. Si lasciavano, come legna morte, trasportare all'ondeggiar dell'acque. Questo le separò di tanto spazio, che più desiderarono, che potessero combattere. Ricevettero le navi inglesi inestimabile danno negli alberi, nelle vele, e nel sartiame. Volle Hyde-Parker, dopo pigliato breve rifiatamento, riordinar le sue navi, e ricominciar la battaglia, quando tuttavia Zoutman se ne stava. Volle seguitarlo, quando lo vide partire alla volta del Texel. Ma tutto fu indarno. Vennero meno nello sforzarsi. Nè in miglior condizione si trovavano le navi olandesi, mentre se ne andavano. A questa cadeva un albero, a quella un altro. Ora un capitano mandava dicendo a Zoutman, che il muoversi gli era divenuto impossibile; ora un secondo, che tant'era l'acqua dentro le sfesse navi, che non si poteva aggottare; ora un terzo, che andava a fondo; ed ora se ne udiva un quarto trar le cannonate di misericordia. La nave la Olanda affondò a trenta leghe distante dal Texel, e fu sì presto il caso, che la fuggente ciurma lasciovvi dentro abbandonati a certa morte i miseri feriti. Le altre rimorchiate dalle fregatesi condussero, comechè non senza grave fatica, a salvamento nei porti. Perdettero gl'Inglesi tra morti, e feriti da 450 soldati, tra i quali alcuni uffiziali di conto. Tra i morti fu con somma lode rammentato il capitano Macartney, il quale aveva guidato la nave la Principessa Amelia. Ma se fu mirabile la virtù sua, non fu minore quella del giovine Macartney suo figliuolo, il quale fanciullo ancora di sette anni se ne stette continuamente a' fianchi del capitano, mentre più ardeva la pugna, essendo stato infelice, ma forte testimonio della morte del padre. Lord Sandwich, capo del maestrato sopra le cose navali, avendo l'ucciso capitano in questa vita lasciato una numerosa famiglia, e poche facoltà, lo adottò in suo figliuolo. Nè qui si ristettero le lodi date in Inghilterra ai combattitori della giornata di Doggers-bank. Lo stesso Re Giorgio, giunto che fu l'ammiraglio Hyde-Parker nel porto di Nora, lo andò a visitare a bordo della sua nave, e molto commendò e questo, e gli suoi uffiziali pel calore dimostrato in quel pericoloso cimento. Ma il vecchio Hyde-Parker, uomo brusco, e, siccome marino, solito a svertarla, essendo gonfiato contro l'uffizio dell'ammiragliato, perchè avendogli dato sì poche forze, gli avesse rotto la occasione di una segnalata vittoria, disse a buona cera al Re, che gli desiderava più giovani uffiziali, e migliori navi. Che in quanto a lui era diventato tropp'oltre cogli anni, perchè potesse più lungamente servire. E poterono bene il Re, i cortigiani, ed i ministri dire a posta loro, ch'egli se ne stette sodo, e domandò licenza. Nè in Olanda il pubblico, ed i maestrati furono avari delle lodi verso i loro capitani, e soldati, che nella battaglia dei 5 agosto avevano sostenuto l'antica riputazione del nome olandese. Scrisse il Principe Statholder lettere pubbliche a Zoutmancommendandolo, e molto ringraziandolo, in nome della repubblica, e da sotto-ammiraglio, ch'egli era, lo creò vice-ammiraglio. Nominò sotto-ammiragli i capitani Dedel, Braam, e Kindsberghen. Con grandissimi onori poi proseguirono il conte Bentinck, mentre portato a riva, e trafitto da cassale ferita se ne moriva. Aveva questi durante la battaglia non meno espertamente che animosamente il vascello il Batavo governato. Lo crearono anche, prima che morisse, sotto-ammiraglio. La perdita degli Olandesi tra uccisi, feriti e sommersi fu maggiore di quella degl'Inglesi. Tale fu l'esito della battaglia navale di Doggers-bank, la più ordinata, e la meglio combattuta di tutta la presente guerra. Chi ne avesse il vantaggio, egli è incerto. Ma certo è bene, che gli Olandesi, essendo stati costretti a rientrar nei porti pe' gravi danni sofferti, dovettero torsi giù dal disegno loro che era stato di recarsi nei mari di tramontana. La nazione olandese però si levò universalmente a nuove speranze, e si rinfrescò nel cuore di tutti la virtù dei passati tempi.Tosto che fu il conte di Guichen rientrato nel porto di Brest, si fecero in Francia nuovi disegni. Conoscevano benissimo i ministri, che il conte di Grasse si sarebbe fra breve trovato in bisogno di aiuti sì marittimi, che terrestri. Imperciocchè nei mari dell'Antille e vi sono assai scarse le provvisioni navali, e la natura del cielo, e dell'acque è tale, che vi si logorano prontissimamente le navi. Oltreacciò sebbene si credeva, che le forze colà mandate nel precedente, e nel presente anno fossero sufficienti a compir i disegni, che fatti si erano sulla terra-ferma d'America, e contro le isole inglesi più deboli, tuttavia a voler far l'impresa della Giamaica, alla quale continuamente stimolava la Spagna, vi abbisognavano più gagliarde armisì da terra, che da mare. Nè era nascosto a coloro, i quali reggevano lo Stato, che per ricuperar le cose perdute nell'Indie orientali, era mestiero mandarvi nuove forze, e che di più vi s'incominciava a difettar grandemente di armi, e di munizioni da guerra. Per le quali cose tutte si ammassarono con grandissima diligenza nel porto di Brest armi e munizioni destinate ad esser portate nelle Indie. Vi si facevano marciar i soldati, e sollecitamente si lavorava a risarcir il navilio, ed a metterlo in punto ad uscire. Infine essendo ogni cosa in pronto, salpavano il conte di Guichen colla grossa armata, il marchese di Vaudreil con una flotta più sottile, e le due conserve per le Indie occidentali, ed orientali. Doveva Guichen, fatto che avesse la posta a quest'ultime sino all'alto mare, e condottele fuori del pericolo delle flotte, che stanziavano nei porti d'Inghilterra, volgersi a ostro; ed andar a congiungersi coll'armata spagnuola nel porto di Cadice. Quest'era per impedire i soccorsi, che dalla Gran-Brettagna si sarebbero potuti mandare a Minorca. S'intendeva, che Vaudreil conducesse i novelli soldati nelle Antille, e congiungessesi col conte di Grasse per far unitamente agli Spagnuoli l'impresa della Giamaica. Da lungo tempo non erano uscite dai porti francesi conserve sì numerose; nè che sì importante carico portassero di fornimenti guerreschi. Si ebbero in Inghilterra tosto dello smisurato apprestamento le novelle, sebbene vi s'ignorasse, se per colpa dei ministri, o altrimenti, che dovesse essere accompagnato da sì gagliarde armi navali. Fu perciò commesso il carico all'ammiraglio Kempelfeldt, perchè uscisse al mare con dodici navi di fila, una di 50, e quattro fregate per correre contro le conserve. Ma Guichen aveva diecinove navi delle più grosse, e Kempelfeldt, invece di pigliar altrui, correva pericolo di esser pigliato egli. Ciò nonostante fece la fortuna quello, che gli uomini non potevano fare. Il giorno dodici di dicembre l'ammiraglio inglese, essendo il tempo brusco, ed il mare fiottoso, s'incontrò nella conserva francese, e sì fattamente ebbe la buona ventura, che in quel punto trovandosi egli a sopravvento della conserva, l'armata francese ne era a sottovento, e perciò fuori di facoltà di soccorrerla. Giovossi l'Inglese molto destramente della favorevole occasione, e dato dentro pigliò venti bastimenti, alcuni ne mandò a fondo, ed i rimanenti disperdette. Più ne avrebbe pigliato, se il tempo fosse stato più chiaro, il mare più tranquillo, ed avesse avuto maggiore numero di fregate. Intanto sopraggiunse la notte. L'uno e l'altro ammiraglio avevano le navi loro raccolto e rannodato. Viaggiava di conserva Kempelfeldt tutta la notte con animo, subito che fosse spuntato il nuovo dì, di dare la battaglia al nemico, tuttavia ignorando qual fosse la forza di lui. Infatti la mattina lo discoprì a sottovento; ma vedutolo così gagliardo, fece altri pensieri. E non volendo perdere per imprudenza quello, che acquistato aveva per forza, e per un riguardo favorevole della fortuna, volse le prue verso i porti dell'Inghilterra, nei quali arrivò sicuramente con tutte le predate navi. Fe' egli in quest'incontro prigioni undici centinaja di stanziali, da seicento a settecento marinari. Le conquistate spoglie furono una quantità assai considerabile di cannoni, e di ogni altra specie di armi, di munizioni, e di attrezzi da guerra, siccome pure di grasce di diversa natura, come sarebbe a dire vino, olio, spiriti, farina, biscotto, carne salata ed altre di simil sorta. Nè a questo si ristette la fortuna avversa ai Francesi; che il giorno seguente assalite le navi loroda una furiosa tempesta accompagnata da tuoni, e folgori orribili, e da un vento di scirocco impetuosissimo, furono obbligati a condurle, tutte rotte e sdruscite, com'erano, nel porto di Brest. Solo le due di fila il Trionfante ed il Bravo, e cinque o sei da carico poterono il viaggio loro continuare. Fu questo gravissimo danno alla Francia; poichè oltre la perdita inestimabile dell'armi e delle munizioni, penarono tanto le navi da guerra ad essere ristorate, che trascorsero ben sei settimane prima, che potessero rimettersi in mare alla volta delle Antille; indugio che riuscì assai fatale, come si vedrà in appresso, all'armi francesi in quelle spiagge.
1781
Mentre nel modo che abbiamo detto, Greene e Cornwallis, i quali si erano sì lunga pezza vicendevolmente perseguitati, ora spiccatisi l'uno dall'altro s'incamminavano il primo contro la Carolina Meridionale, il secondo contro la Virginia, gl'Inglesi e gli Olandesi, nuovi nemici, si apparecchiavano alla guerra, e già tra di loro esercitavano le ostilità. Speravano i primi, siccome quelli, che veduto avevano già da qualche tempo addietro la guerra olandese nell'aria, e perciò meglio acciviti d'uomini, e d'ogni sorta di arnesi guerreschi si appresentavano, di potere sulle prime affliggere con qualche gran fatto la potenza e la ricchezza del nemico; la quale speranza era stata la principal cagione dell'affrettata denunziazione della guerra. Intendevano, colle vittorie da acquistarsi contro gli Olandesi, potersi rifare delle perdite fatte all'incontro dei Francesi e degli Americani, e così arrecare nei futuri negoziati della pace, quando che fossero, tale somma in tutto di vantaggi, che bastevol fosse a procurar loro le più favorevoli condizioni. Da un altro canto aspettavano gli Olandesi cogli aiuti dei confederati, e colle forze proprie di potere l'antica loro gloria marittima rinverdire, ricuperare le ricche possessioni state tolte loro nell'ultime guerre, e liberare il commercio dall'avanìe britanniche. Nel che grande era la contenzione d'animi in Olanda, e gagliardigli sforzi che vi si facevano. Decretava la repubblica, si allestissero da novantaquattro navi da guerra tra le quali undeci di alto bordo, quindici di cinquanta cannoni, due di quaranta, le rimanenti minori. Dovessero governare tutto questo navilio, la più ferma speranza della repubblica, diciottomila eletti marinari. Si spedirono le più veloci saettìe ne' varj luoghi dei dominj olandesi, per avvertire i governatori, ed i capitani dell'incominciata guerra, esortandogli di farsi forti sull'armi, ed a stare a buona guardia. Il Re di Francia ebbe tosto mandato in tutti i porti del suo Reame avviso della cosa, acciò le navi olandesi, che vi si trovavano, conosciuto il nuovo pericolo, pensassero ai casi loro, e non si esponessero a diventar preda ad un nemico svegliato, e forte sull'armi navali. Era la Francia intentissima nel procacciare, che l'Olanda non ricevesse danno in quella causa, che questa aveva più pel di lei, che per suo proprio interesse intrapresa. Ma tutte queste cautele, quantunque opportunamente usate, non poterono tanto operare, che gl'Inglesi, ai quali la fresca rottura della guerra era stata piuttosto il colore per usare le già apparecchiate armi, che un motivo per apparecchiarle, non si avvantaggiassero, e molti, e gravi danni non facessero in su quelle prime prese al più animoso che provvido nemico. Parecchie navi da guerra, o cariche di preziose merci vennero in poter loro. Tra le prime si notò principalmente il vascello il Rotterdam di cinquanta cannoni predato dal vascello inglese il Warwick. Ma quest'eran cose di poco momento a paragon di quelle, che intervennero a pregiudizio degli Olandesi nell'Indie occidentali. Avevano i capitani britannici in quelle spiagge ricevuto dall'Inghilterra tostane commissioni d'impadronirsi delle possessioniolandesi, tanto delle isole, quanto di terra-ferma, le quali per la lunga e sicura pace non si guardavano, e male stavano armate, sicchè poco atte essendo a resistere agli assalti del primo nemico, che si appresentasse, vi era da far del bene assai. Rodney, il quale sul finir del trascorso anno sen'era dalla Nuova-Jork ritornato a Santa Lucia, e Vaughan si mettevano all'impresa, in ciò altrettanto più pronti, in quanto che aveva il Re loro, negli editti pubblicati per regolar le prede da farsi contro gli Olandesi, una notabil parte di quelle ai predatori conceduto. Fiutata prima invano l'Isola di San Vincenzo, e sollevati, verosimilmente per dar probabile copritura al vero disegno, con subita apparita sulle coste loro gli abitatori della Martinica, si appresentarono improvvisamente con diciassette vascelli, e quattromila soldati da terra il giorno tre di febbraio avanti l'isola di Sant'Eustachio appartenente agli Olandesi. Era ella altrettanto indifesa, che ricca preda ai conquistatori. Imperciocchè sebbene sia essa assai montagnosa ed aspra, e che non si vi possa sbarcare altro che in un solo luogo, e questo ancora facilmente difendevole, tuttavia nissuna speranza si aveva di poter ributtare l'inimico, non essendovi dentro presidio di ragione alcuna; Olandesi pochi, una moltitudine d'uomini di diversa natura e costumi, Francesi, Spagnuoli, Americani, Inglesi, tutta gente usa al mercanteggiare, non al guerreggiare. Inoltre vivevanvi dentro gli abitatori molto sprovveduti, nissune armi vi erano apparecchiate, ed il governatore, e con esso lui tutti gli altri, a tutt'altra cosa avrebbero pensato fuori che a questa. Tanto erano le menti loro occupate nelle bisogne del commercio, e nell'amor del guadagno. È l'Isola di Sant'Eustachio sterile e bretta in sè stessa, nonessendo abile a produrre più di seicento, o settecento bariglioni di zucchero ciascun anno. Ma per altro era divenuta a quei tempi la più frequentata, e la più ricca scala dell'Indie occidentali. Era essa, come un porto franco al quale concorrevano in grandissimo numero i mercatanti da tutte le parti del mondo, sicuri di trovarvi e sicurezza, e facilità di scambj, e moneta copiosissima. La neutralità sua, e la guerra altrui l'avevano a tanta prosperità condotta, e fattala diventar il mercato di tutte le nazioni. Là venivano i Francesi e gli Spagnuoli per vendervi le derrate loro, e comperarvi le merci inglesi. Là accorrevano gl'Inglesi per vendervi queste merci, e levarvi i proventi francesi e spagnuoli. Ma gli Americani massimamente lungo tempo si giovarono della prosperevole neutralità di Sant'Eustachio. Perocchè portandovi i proventi loro ne levavano poscia con inestimabile utile, ed evidente avanzamento dell'impresa loro le armi e le munizioni da guerra, che i Francesi, gli Spagnuoli, gli Olandesi, e gl'Inglesi stessi vi arrecavano. Certo grande aiuto agli Americani si fu questo franco mercato di Sant'Eustachio. Il che fu causa, che un oratore della Camera dei Comuni, non so con qual prudenza, ma certo con biasimevole smoderatezza orando, ebbe detto, che se l'Isola di Sant'Eustachio fosse stata precipitata negli abissi, avrebbe l'independenza americana avuto corta vita. Queste cose si dicevano; ma quelle che si fecero, furono bene consuonanti colle parole. Si riempì l'Europa di querele contro l'avarizia inglese. Gli uomini più prudenti e più modesti dell'Inghilterra stessa condannavano i barbarici eccessi, veggendo con tanta insolenza essere offesa la dignità del nome britannico. Rodney e Vaughan fecero la chiamata al governatore dell'isola, si arrendesse fra lo spaziodi un'ora; altrimenti ne starebbe alle seguenze. Il signor Graaf, il quale non aveva ancora avuto notizia della nuova guerra, non sapeva, che cosa questo volesse dire; ed appena che volesse prestar fede all'uffiziale, che gli aveva intimato la resa. Infine conoscendo benissimo, che era giuocoforza risolversi, ed essendo il luogo spogliato d'ogni presidio, rispose, dar in mano di Giorgio Rodney e di Giovanni Vaughan l'isola con tutte le sue pendici; solo raccomandando la città e gli abitatori alla clemenza e mercè dei capitani britannici. Le quali quante, e quali siano riuscite, or ora siamo per raccontare. Era l'isola non che piena, pinza di tutti i beni, e delle più preziose merci del mondo. Non solo tutti i magazzini, ch'erano numerosissimi e capacissimi, ne erano da capo in fondo zeppi; ma le spiagge stesse erano gremite di barili di zucchero e di tabacco. Gli stessi conquistatori, tuttochè assetati di preda, ed in grande aspettazione fossero, ne rimasero fortemente maravigliati. Si fe' una stima così un cotale alla grossa, che il valor delle merci arrivasse a meglio di tre milioni di sterlini. Tutte furono senza distinzione veruna pigliate, inventariate e confiscate. Gravissimo fu il danno degli Olandesi, massimamente della loro Compagnia dell'Indie, e degli Amsterdammesi, i quali ne possedevano una ragguardevol parte. La qual cosa riuscì di non poco contento agl'Inglesi irritatissimi contro i cittadini di Amsterdam per cagione del calore, col quale nella patria loro seguitato avevano le parti francesi. I principali sofferitori però non furono già gli strani; ma sibbene i proprj mercatanti inglesi, i quali confidatisi nella neutralità del luogo, ed in alcuni atti del Parlamento, che a ciò fare gli autorizzavano, accumulato vi avevano una inestimabile quantità di proventiantillesi, siccome pure di derrate e merci d'Europa. Nè il danno si rimase al pigliamento delle merci stivate nei magazzini; che anzi da dugento trenta bastimenti di ogni foggia con ricchissimo carico, i quali si ritrovavano nel porto, vennero in poter dei vincitori. Oltreacciò s'impadronirono nel porto medesimo di una fregata olandese, e di cinque altri legni da guerra di minore levata. Nè a questo fu contenta la fortuna in quei dì contraria agli Olandesi. Era partita poco prima dal porto di Sant'Eustachio una conserva di trenta bastimenti mercantili carichi di zucchero e di altre grasce di quelle terre alla volta d'Europa, ed era convogliata da una nave da guerra. Tosto Rodney, che era uomo vigilantissimo ed operosissimo, la faceva perseguitare da due grossi vascelli e da una fregata. Non indugiarono molto ad arrivar sopra la conserva. L'Ammiraglio olandese Krull, quantunque tanto inferiore di forze volle piuttosto pericolosamente combattere, che disonoratamente arrendersi. Si attaccarono la sua nave il Marte, e la inglese il Monarca. Non fu lungo il combattimento; perciocchè Krull di prima presa vi perdè la vita. Il successore, abbassata la tenda, si arrendè. In questo mezzo le altre navi avevano dato la caccia ai bastimenti della conserva, e presigli, tutti gli condussero nel porto. Lasciarono gl'Inglesi un pezzo le bandiere d'Olanda sventolare sulle cime del Forte di Sant'Eustachio, al quale inganno prese molte navi olandesi, francesi ed americane entrarono nel porto, non meno ricco, che sicuro acquisto ai nuovi signori. L'aver posto mano nelle proprietà dei particolari uomini, quantunque nemici, solite a rispettarsi anche a' tempi di guerra dalle civili nazioni, diè luogo a molte rimostranze da parte degli abitatori delle Antille inglesi, e della Gran-Brettagnastessa, che vi avevano interesse. Allegarono, che le merci avevano colà portate in virtù delle leggi del Parlamento; che in ogni età i conquistatori, i quali del tutto barbari non siano stati, rispettarono non che le proprietà private dei concittadini loro, ma ancora quelle dei nemici; che l'esempio sarebbe perniziosissimo; imperciocchè se per la variabile fortuna della guerra le isole inglesi venissero in poter del nemico, questi per rappresaglia ne sarebbe autorizzato a far lo stesso contro le proprietà dei privati uomini inglesi con grave danno, e totale rovina loro; che con questi barbari modi proceduto non avevano i Francesi a tempo della conquista della Grenada, i quali tutte le proprietà private franche ed inviolate conservarono, quantunque per assalto, e senza capitolazione veruna di quell'isola impadroniti si fossero; che anzi avendo il conte D'Estaing sequestrato sino alla pace le proprietà degli assenti, la Corte di Francia con parole gravissime aveva disapprovato questa risoluzione del suo ammiraglio, e fatto levar il sequestro; che Sant'Eustachio era un porto franco, e per tale riconosciuto da tutti i Potentati marittimi dell'Europa, e dall'Inghilterra stessa; che le leggi di questa non solo permesso, ma incoraggiato avevano il traffico con quell'isola; che gli uffiziali della dogana nella Gran-Brettagna avevano conceduto le bollette d'uscita per quelle merci stesse indiritte a Sant'Eustachio, che ora state erano poste al fisco; che questo commercio era stato quello che aveva alimentato le isole di Antigoa e di San Cristoforo, senza del quale ne sarebbero gli abitatori morti di fame, o stati costretti a gettarsi in grembo al nemico; che gli Eustachiesi andavano debitori di grosse somme ai mercatanti inglesi, ai quali non avrebbero potuto soddisfare, se le robeloro rimanessero confiscate; che finalmente si doveva pur credere, che si fosse la conquista dell'isole olandesi intrapresa dall'armi del Re per un altro più nobil fine, che quello non era dello spogliamento e del sacco. Tutto fu nulla. Rodney aveva ciò fatto, perchè il governo suo aveva voluto, che così facesse. Rispose ai rimostranti, che si maravigliava bene, che mentre i mercatanti inglesi avevano la facoltà di portar le merci loro nelle isole di spettanza inglese a sopravvento, le avessero mandate a sottovento in quella di Sant'Eustachio, dove ad altro fine non potevano portate essere, se non a quello di sopperir ai bisogni dei nemici del Re e della patria loro. Nel che si dee notare, che se i mercatanti avevano il torto, non l'avevano minore i capitani delle navi britanniche, e quelli stessi dell'armata di Rodney, i quali le prede fatte in sui mari di vettovaglie, ed anche di armi e di munizioni da guerra erano andati vendendo nel medesimo porto di Sant'Eustachio, dond'erano state ricompre, e convertite in usi guerreschi dai nemici della Gran-Brettagna. Aggiunse Rodney, che l'isola di Sant'Eustachio era olandese; che tutto ciò, che in essa si conteneva, era pure olandese; che tutto vi stava sotto la protezione della bandiera olandese, e che intendeva, che ogni cosa vi fosse trattata, come se olandese fosse. Gli stessi rigori si esercitarono sopra le vicine isole di San Martino e di Saba, le quali a quei medesimi dì seguitarono la fortuna del vincitore. Ma i capitani britannici non contenti al rapir le robe, incrudelirono contro le persone. Tutti coloro, che il nome inglese non portavano, non solo dall'isola sbandirono, ma ancora crudelmente trattarono. Furono gli Ebrei, assai numerosi e ricchi, i primi a pruovar la rabbia loro. Gli stivaron tutti dentrola magione della dogana; gli stazzonarono da capo a piè; tagliaron loro i gheroni delle vestimenta; ruppero, e ricercaron le casse e le valige; gli spogliarono degli effetti e del denaro loro, ed imbarcatigli così nudi e miseri gli mandarono a cercar loro civanza nell'Isola di San Cristoforo. Un Saxton, capitano di una nave britannica, era il soprantendente, e l'esecutore della crudeltà dei Capi. Tennero dietro agli Ebrei gli Americani, i quali spogliati di tutto furono anch'essi, come gente disperata, buttati a San Cristoforo. Eppure vi erano fra di questi non pochi di coloro, i quali venuti in odio ai conterranei loro per cagione dello zelo, che dimostrato avevano in favore del Re, erano stati costretti ad andar a cercare in estrane contrade asilo contro il furore di quelli. Così questi leali erano cacciati dalla patria loro, come amici agli Inglesi, e perseguitati dagli Inglesi come amici agli Americani, del pari infelici per aver serbato la fede al Re, che se l'avessero violata. Dimostrò l'assemblea di San Cristoforo molta pietà verso i confinati, concedendo ai medesimi provvisioni e per l'immediato ristoro loro, e pel futuro collocamento. Furono in ultimo luogo banditi da Sant'Eustachio i mercatanti francesi, ed olandesi, gli Amsterdammesi più aspramente di tutti. Nel medesimo tempo Rodney bandì un pubblico incanto di tutte le robe confiscate, facendo facoltà a chiunque di venirle a comprare. Concorsero in grandissimo numero i mercatanti delle nazioni amiche, o neutrali, e per sè stessi, e per conto dei nemici dell'Inghilterra, massime dei Francesi e Spagnuoli, i quali come più vicini, ed in guerra ne avevano più degli altri bisogno. Così quelle robe stesse per aver fatto comodità delle quali ai nemici della Gran-Brettagna per la via ordinaria del commercioerano stati gli Eustachiesi sì crudamente manomessi, e quasi all'ultimo termine condotti, ora per la pubblica e franca vendita fattane dai Capi britannici, in mano di quei medesimi nemici liberamente trapassarono. Questo fu il maggior incanto che mai si facesse, e la parte delle ricchezze, che ne toccò a Rodney, ed a Vaughan non fu poca. Ma era fatale, che essi lungo tempo non ne godessero; poichè Dio, che, come si vuol dire, non paga il sabbato, altro fine riserbava all'avarizia loro; della quale cosa faremo noi parole, quando avremo quelle cose raccontate, che più da vicino si appartengono al filo di queste storie.
Ritornando adunque al principal proposito nostro, dal quale il dolore giustissimo del danno pubblico, e della nuova infamia inglese ci aveva, forse più lungamente, che non conviene alla legge dell'istoria, traportati, la perdita di Sant'Eustachio non fu la sola sventura, alla quale siano gli Olandesi andati soggetti nelle occidentali Indie, avendo gl'Inglesi preso, come a gara il correre contro di essi, quasi dimenticatisi degli altri nemici, che avevano alle mani. Possedevano sulla terra-ferma d'America una ricca colonia, che chiamano di Surinam, la quale è parte di quella vasta contrada, a cui fu dato il nome di Guianna. Stavanvi i governatori a mala guardia, e senza sospetto, non avendo peranco nissuna notizia avuto della guerra. Ma in questo mezzo arrivarono alcuni corsari inglesi, la maggior parte bristolesi, i quali entrati, non senza grave pericolo, nei fiumi di Demerary, e d'Essequibo molte navi cariche di preziose merci recarono in poter loro. Gli Olandesi, conosciuta la cosa, e temendo di diventar preda agli sfrenati venturieri, mandarono dicendo al governatore della Barbada, che si arrendevano, e davano in balìa del Re della Gran-Brettagna.Solo pregarono, non sapendo, quali fossero, si concedesser loro i medesimi patti, che agli Eustachiesi erano stati conceduti. Il governatore consentì. Ma quando poco dopo gli conobbero, aspettavano di esser depredati. Ciò nondimeno mostrò Rodney maggior umanità verso gli abitatori di Demerary, di Essequibo e di Berbice, i quali tutti addomandato avevano i patti, di quello, che verso di Sant'Eustachio fatto si avesse. Furono assicurati nella roba e nelle persone, e permessi a continuare ad aver quelle leggi e quei maestrati, che fin là governati gli avevano. Così arrideva ovunque agl'Inglesi la fortuna nell'indiana guerra, che con tanta rabbia contro gli Olandesi esercitavano. Ma a questo tempo le cose succedevan loro sinistramente contro gli Spagnuoli, i quali erano entrati coll'esercito ne' confini della Florida occidentale. Conciossiachè Don Galvez e Don Solano dopo d'essere stati stranamente strabalzati e rotti da una furiosa tempesta vennero a por l'assedio sotto le mura di Pensacola, città forte, e capitale di quella provincia. Stavavi dentro il generale Campbell, il quale si difese valorosamente lunga pezza. Ma finalmente una bomba caduta vicina alla polveriera, dato fuoco alle polveri, fe' con orribile scoppio saltar in aria un grosso bastione. Se ne giovarono gli Spagnuoli, e, presone possesso, minacciavano di prossimo assalto la piazza. Campbell calò agli accordi, che furono molto onorevoli. Così tutta la provincia della Florida occidentale, la quale era stata uno de' più preziosi frutti della guerra del Canadà, ritornò dopo non molto tempo in poter degli Spagnuoli.
Ora dagli estremi campi, sui quali si esercitava la guerra, l'ordine della storia richiede, che ci accostiamo alle fonti, dond'ella procedeva, e che andiamodivisando, quali fossero a questi tempi i pensieri, ed i disegni dei Re, e delle repubbliche guerreggianti. Si erano gli Americani posti in mal umore, ed aspramente si dolevano dei Francesi loro alleati, siccome di quelli, che da alcune vane dimostrazioni in fuori, nissuno aiuto, che efficace fosse, prestato avessero, e quasi gli abbandonassero ad arrissarsi soli nell'aspra contesa contro di un potente nemico. Affermavano, le genti sbarcate all'Isola di Rodi essere riuscite di niun frutto per la mancanza delle forze navali; così sempre ancora inutili dover riuscire, o poco manco, quando da un prepotente navilio non fossero accompagnate; non potersi sperare di poter una guerra fruttuosa fare in quelle spiagge, se non da colui, che abbia il dominio del mare; continuar intanto gl'Inglesi a posseder la Giorgia, la più gran parte della meridional Carolina, tutta la Nuova-Jork; minacciare per soprassoma la Virginia; nissuna insegna francese essersi veduta in difesa, ed a ricuperazione di queste province; venir meno intanto gli Stati Uniti sotto il peso di sì sproporzionata guerra; logorarvisi gli uomini, mancarvi la industria, negligentarvisi l'agricoltura, disseccarvisi le fonti del pubblico tesoro; nissun prossimo fine discoprirsi a tante calamità. Così si lamentavano i popoli dell'America. Ma in Europa si maravigliavano le genti, come una tanta, e sì possente lega così pochi frutti partorito avesse contro il comune nemico, che paresse in vero, che questi in luogo di rimanerne al di sotto, se ne stesse in sul vantaggio; imperciocchè l'Inghilterra e correva alle offese in America, e signoreggiava i mari delle Antille, e conquistava le colonie olandesi, e si avvantaggiava nelle Indie orientali, e teneva la fortuna in bilico in Europa. Quindi è, che i nomi spagnuolo efrancese ne andavano soggetti a diminuzion di riputazione. La Francia specialmente, come quella, che era l'anima, e la principal guidatrice di tanta mole, ci metteva del suo. Il Re Cattolico stesso era scontento, ed assai si richiamava del Cristianissimo, perchè non l'avesse aiutato nell'impresa della Giamaica, che voleva incominciare, ed in quella di Gibilterra, che già aveva incominciato, nelle quali posto aveva un ardentissimo desiderio. Gli Olandesi poi, i quali avevano principiato a pagare sì duro scotto, sclamavano a cielo, che fossero senza sovvenimento lasciati stare soppozzati in quel pericolo, nel quale erano stati gittati dai consiglj, e dalle instigazioni della Francia. E tanto maggior rammarico facevano, in quanto che avevano avuto sentore, che si allestiva nei porti della Gran-Brettagna una possente armata destinata ad assaltar il capo di Buona Speranza, scala di tanto momento a quelle nazioni che fanno il traffico nelle Indie orientali. Temevano di aver a pruovar in oriente altrettanti danni, quanti di già provato avevano in occidente. E certamente priachè avessero potuto apparecchiar le difese, e mandar gli aiuti, gl'Inglesi meglio preveduti, e provveduti avrebbero avuto tempo di trarre il disegno loro a compimento.
Mosso il Re di Francia da tutte queste cagioni e dal proprio interesse si determinò di mostrarsi nel presente anno più vivo, di quanto stato fosse nel passato, volendo con nuova vigorìa riparar i danni operati dalla antica freddezza. Per la qual cosa faceva lavorar di forza nell'arsenale di Brest, ed apparecchiava in ogni parte del Regno gagliardamente le armi terrestri. Tre erano i fini che principalmente si proponeva di voler conseguire. Il primo era quello di mandar sì fatta armata nelle Antille, che congiuntaa quella che si trovava ne' porti della Martinica, se ne venisse ad acquistar superiorità sull'armata inglese. Quest'armata, al governo della quale fu preposto il conte di Grasse, doveva anche trasportare un buon numero di soldati, i quali accozzatisi nella Martinica con quei del Bouillé avrebbero qualche impresa d'importanza tentato contro le Isole inglesi. La qual cosa ottenutasi, e prima che fosse trascorso il tempo di guerreggiare in quei climi, s'intendeva, che il conte di Grasse si recasse sulle americane spiagge per ivi cooperare con Rochambeau e con Washington al sottoponimento delle forze, che la Gran-Brettagna vi aveva. Il secondo poi si era quello d'inviar una sufficiente flotta sulle coste africane, perchè soccorresse al pericolo del capo di Buona Speranza, e ciò fatto s'incamminasse alla volta delle Indie orientali, dove per l'industria e per la gagliardìa dell'ammiraglio inglese Hughes le cose francesi erano al di sotto. Col terzo finalmente si voleva una qualche rilevata fazione fare nei mari d'Europa in benefizio della Lega, e massimamente della Spagna. Si motivava specialmente dell'impresa di Minorca.
Frattanto in Inghilterra parte si sapevano, e parte si presumevano i disegni degli alleati; e perciò vi si facevano contro tutti quei preparamenti che si credevano del caso. Già vi si allestiva con gran sollecitudine una flotta, la quale doveva portar un rinforzo di alcuni colonnelli inglesi, e di tremila Essiani in America al lord Cornwallis, acciocchè fosse in grado non solo di poter conservare quello che acquistato aveva, ma ancora distendere più oltre la prosperità delle sue armi. Perocchè le vittorie di Cambden e di Guilford avevano maravigliosamente sollevato gli animi di tutta la nazione a nuove speranze, e tutti già si promettevanoil pronto fine della guerra, ed il soggiogamento dell'America. S'intendeva parimente colla giunta della flotta medesima, quantunque in sè stessa non molto forte, a quella, che già esisteva nell'acque delle Antille, conservar all'armi britanniche quella superiorità, che acquistato vi avevano. Ma ognuno particolarmente stava attentissimo ad osservare, a qual fine tendesse un armamento forte che si faceva nei porti, consistente in una nave di 74 cannoni, una di 54, tre di 50, con parecchie fregate, brulotti, giunchi ed altri minori legni da guerra. Lo dovevano accompagnare molte navi da carico fornitissime di armi e di munizioni. Tre migliaia di valenti soldati erano stati posti a bordo sotto la condotta del generale Meadows. Il governo della flotta era stato commesso al comandante Johnstone. Molto varj erano i romori che correvano fra la gente intorno l'oggetto di questa spedizione, il quale era con grandissima gelosia tenuto segreto. I più però concorrevano nel dire, che la spedizione fosse volta alle Indie orientali per por fine colà alla signoria francese. La qual cosa, per quanto si potè giudicare dagli accidenti che seguirono, fu vera. Ma e' pare ancora, che la guerra, che sopravvenne coll'Olanda, abbia i ministri della Gran-Brettagna indotto a darle altro destino, restringendola alla fazione del capo di Buona Speranza, ed al mandar nelle Indie quegli aiuti, ch'erano creduti necessarj, se non al conquistar nuovo paese, almeno al conservar il conquistato. Ma di tutte le cure, che a questi dì pressavano nei consiglj britannici, forse la più rilevante, e certamente la più premurosa, era quella di soccorrere al presidio di Gibilterra. Nel che, oltre l'importanza della cosa, l'onor della nazione era grandemente interessato. Gli Spagnuoli e gl'Inglesi avevano quell'assedio preso in gara, edi primi si andavano vantando, che ad ogni modo colla flotta che avevano a Cadice, avrebbero ogni soccorso, che si fosse voluto far entrare, impedito. Già dentro s'incominciava a disagiar grandissimamente di vettovaglie, essendo in gran parte consumate le munizioni l'anno precedente introdotte dall'ammiraglio Rodney, e quelle che sopravanzavano, erano sì corrotte, che poco erano mangerecce. Già Elliot era stato costretto a diminuire di un quarto la provvisione giornaliera del vitto a' suoi soldati; gli uffiziali stessi, perchè i gregarj sopportassero di miglior animo la privazione, furono proibiti dall'usar la polvere di cipri nella cura dei loro capelli. A queste strette era ridotto il presidio. Ma gli abitatori della città per la mancanza delle cose al vivere necessarie travagliavano grandemente. Tal era stata la vigilanza e la prontezza degli Spagnuoli nel vietar le vettovaglie, che dall'ultimo rinfrescamento in poi pochissime navi erano state lasciate entrar dentro dalle più vicine, come dalle più rimote, parti dell'Africa. Solo alcuni legni minorchesi, molto sguizzanti, a volta a volta vi erano trapelati. Ma non bastavano a gran pezza a tanta bisogna, ed i prezzi che mettevano i padroni alle robe loro, erano sì esorbitanti, che pochi vi si potevano accostare. Perfino le miserabili reliquie delle antiche provvisioni guaste, com'erano, si vendevano a prezzi sfoggiati. Una libbra di vecchio biscotto di bordo tutto bacato vi si comperava ventiquattro soldi, e non se ne trovava. Le farine corrotte, ed i piselli intonchiati un terzo più; il sale il più immondo, la spazzatura dei granai valevano sedici soldi la libbra; il butirro salato una mezza corona; un pollo d'India, quando se ne trovava, valeva meglio di trenta franchi; un porcello non si poteva avere, se non con cinquantafranchi; un'anitra ne costava più di dodeci; una gallina magra dieci; un ventre di vitello non si poteva avere per una ghinea, che sono meglio di venticinque franchi; ed un capo di bue si vendeva ancor più caro. Da ardere si aveva sì scarsamente, che le biancherie si lavavano coll'acqua fredda, e non si distendevano co' ferri; cosa, che riuscì di grave danno alla salute degli uomini nella stagione umida, e fredda del varcato inverno. Sopportava bene la guernigione tutti questi disagi con maravigliosa costanza; ma non avrebbe potuto durar più oltre, e quella importante rocca, la chiave del Mediterraneo, sarebbe fra breve ritornata all'obbedienza degli antichi signori, se prontamente non le si soccorreva. Da questi pensieri erano occupate le menti degli uomini in Inghilterra. In Olanda intanto si lavorava incessantemente negli arsenali per allestire un navilio, che capace fosse a rinnovar l'antica gloria, ed a mantener la dignità della repubblica. Si aveva principalmente in animo di proteggere il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, e preservarlo dalla rapacità degl'Inglesi. In ciò però non si ottenevano tutti quegli effetti, ch'erano da desiderarci, sì per cagione delle Sette, che tuttavia bollivano in quel paese, e che la forza del reggimento infievolivano, come perchè la lunga pace vi aveva gli animi ammolliti, e fattovi trasandar le provvisioni navali.
Tali erano i rispetti, coi quali reggevano a questo tempo i principi i pensieri e le operazioni loro. Gli apparecchj di guerra, che avevano fatti per venirne a capo, erano grandi. Stava il mondo in grandissima aspettazione delle cose avvenire. I primi ad uscire furono gl'Inglesi. L'intento loro era di recarsi al soccorso di Gibilterra. Partirono da Portsmouth con ventottonavi d'alto bordo il giorno 13 di marzo. Ma furono obbligati a soprastar alcuni dì sulle coste d'Irlanda per aspettar le annonarie e le passeggiere, che in grandissimo numero si erano raccolte nel porto di Cork. Le conserve volte alle Indie sì orientali, che occidentali accompagnavano l'armata; dalla quale, arrivate che fossero in certi luoghi fuori del pericolo delle flotte nemiche, si dovevano spiccare per andarsene al viaggio loro. Viaggiava medesimamente di compagnia colla grande armata la flotta spedita di Johnstone destinata, come si è narrato, alla fazione del capo di Buona Speranza; e questa doveva sin là convogliare la conserva d'Oriente. Era l'armata governata dagli ammiragli Darby, e Digby, e da Lockart Ross; ed essendo partita in tre squadre ciascuna era da uno di essi capitanata. Siccome la necessità di soccorrere Gibilterra era evidente, che i preparamenti, che a questo fine si facevano nei porti della Gran-Brettagna, erano noti a tutti, e che anzi gl'Inglesi apertamente confessavano di voler ciò fare, così gli Spagnuoli avevano fatto ogni sforzo per far tornare vano questo disegno. Per verità avevano allestito nel porto di Cadice una armata di trenta navi di alto bordo, e datone il governo a Don Luigi di Cordova, uffiziale di molto valore. Tali erano le forze degli Spagnuoli. Ma queste magnificavano ancora vieppiù per istornare, se possibile fosse, gl'Inglesi dal tentar l'impresa. Perchè poi alle forze, ed alle parole si accoppiasse anche l'ardire, Don Luigi entrava, ed usciva spesso da Cadice, ed iva colla sua armata volteggiandosi sulle vicine coste del Portogallo per quella via, che gl'Inglesi dovevano tenere per correre a Gibilterra. Aggiungevano, esser pronte a congiungersi colle loro molte grosse navi francesi, che allora si trovavano nel porto di Tolone, edin quei dell'Oceano. Infatti vi era nel solo porto di Brest un'armata sì possente, che di per sè stessa stata sarebbe abile a contrastar il passo, ed a combattere con buona speranza di vittoria tutta l'armata inglese. Vi si annoveravano ventisei vascelli d'alto bordo tutti pronti al veleggiare. E certamente, se questa si fosse congiunta coll'armata di Spagna, avrebbero i confederati acquistato una forza prepotente, e sarebbe agli Inglesi riuscita assai dura impresa quella del soccorso di Gibilterra. Così speravano gli Spagnuoli, che i Francesi avrebbero operato. Ma questi avevano troppo a cuore di proseguir i disegni loro nelle Antille, e nella terra-ferma d'America, siccome pure di ristorar le cose loro, che andavano in declinazione nelle Indie orientali, perchè si volessero risolvere, trasandati tutti questi oggetti di sì gran momento, ad aiutar la Spagna in una impresa, la quale ridondata sarebbe in solo e privato utile di questa. Per la qual cosa il giorno 22 di Marzo uscì da Brest con tutta l'armata il conte di Grasse, e volte le prue all'occidente s'incamminò verso le Antille. Viaggiava di conserva con esso lui il Signor di Suffren colla sua flotta consistente in cinque navi d'alto bordo, parecchie fregate, ed una grossa mano di soldati da terra. Doveva questi, tosto arrivato all'isola Madera, partirsi dalla grossa armata, e veleggiando a ostro verso la punta d'Africa, preservare il capo di Buona Speranza; e, ciò fatto, recarsi nell'Indie orientali. Così le due grandi armate, e le due più piccole inglesi, e francesi, alle quali i due nemici Re avevano commesso fazioni di tanta importanza, e nelle quali sì grandi speranze della salute e della prosperità dei regni loro collocato avevano, uscirono le une e le altre quasi nel medesimo tempo all'alto mare; e senza di quel soprastamento, che gl'Inglesi furono costrettia fare sulle spiagge dell'Irlanda; ogni ragion persuade, che si sarebbero incontrate, ed avrebbero definito con una giudicata battaglia sui mari d'Europa quella lite, che non dovevano se non se nelle lontane regioni delle due Indie determinare. Viaggiavano gli Inglesi con vento prospero verso il capo San Vincenzo, dove pervenuti con molta circospezione si governavano per sospetto dell'armata spagnuola. Ma Don Luigi, il quale ne' precedenti dì era ito in volta nel golfo di Cadice, avuto presto avviso dell'avvicinarsi degl'Inglesi, non confidandosi nelle forze proprie, e dimenticatosi dell'importanza della cosa, non gli stette ad aspettare, ed andò tostamente a ricoverarsi nel porto medesimo di Cadice. Così fu lasciata libera la via al nemico sino a Gibilterra. L'ammiraglio Darby, guardato dentro in Cadice, e conosciuto, che gli Spagnuoli nissuna mostra facevano di voler uscire, spinse avanti tutte le navi da carico, le quali sommavano nel torno di cento, facendole scortare da un certo numero di navi da guerra. Parte di queste dovevano stanziare nel golfo stesso di Gibilterra per difender le navi passeggiere dagli assalti delle piatte spagnuole, delle quali abbiamo nel precedente libro favellato; e parte arringarsi alla bocca dello stretto verso il Mediterraneo per impedir le offese, che di là avrebbero potuto venire. Darby intanto continuò a volteggiarsi avanti Cadice per attendere con ogni diligenza gli andamenti del nemico. Le cose riuscirono, come l'Inglese le aveva disegnate. E comechè gli Spagnuoli colle piatte molto si affaticassero per danneggiar alle annonarie, e che male le navi grosse potessero dalle importune bezzicature di quelle liberarle, perciocchè fossero troppo piccole a poter esser prese di mira, del che gli uffiziali inglesi a grandissima rabbia si concitavano, tuttavianissun notabile frutto poteron'operare. Furono sicuramente poste a terra tutte le armi, e le munizioni sì da guerra, che da bocca con incredibile allegrezza degl'Inglesi, con non poco biasimo degli Spagnuoli, e con molta maraviglia di tutta l'Europa.
Il Re di Spagna, che aveva posto l'occhio a quest'impresa di Gibilterra, e che già vi aveva speso intorno tanti tesori, essendosi fatto a credere, che quella rocca sarebbe, come sicura preda, venuta tosto nelle sue mani, vedutosi ingannato di sì vicina speranza, determinossi a voler coll'armi di terra acquistar quello, che colle marittime non aveva potuto conseguire. In ciò tanto più vivo era il suo desiderio, che conosceva benissimo, a quanta diminuzione di gloria fossero andate soggette le armi sue presso gli uomini valorosi a quell'inaspettato rinfrescamento della Fortezza. Già si erano i suoi soldati dal campo di San Rocco fatti avanti, per quanto ciò era possibile ad eseguirsi, coi lavori della circonvallazione, e le opere loro avevano munite con una quantità grandissima di grossissimi cannoni e bombarde. Arrivavano i primi a centosessanta, le seconde a ottanta. Adunque ai dodeci d'aprile, e quando ancora la flotta inglese si trovava nel porto di Gibilterra, incominciarono tutto ad un tratto ad allumare queste artiglierie, le quali col fuoco, cogli scoppj, col fumo e colle palle facevano uno spettacolo orribile a vedersi e ad udirsi. E siccome il bersaglio loro era molto stretto, perciocchè la rupe di Gibilterra sia a un di presso lunga soltanto una lega, e larga un quarto, così il nembo delle palle e delle bombe vi era molto fitto, e nissun luogo vi era, se si eccettuano le casematte, e le sotterranee volte, dove l'uomo potesse contro l'impeto loro sicuramente ricoverarsi. Nè il governatore Elliotse ne stava neghittoso ad osservare; che anzi rendeva fuoco per fuoco, furia per furia sì fattamente, chè pareva la roccia tutto all'intorno gettasse fiamme e fumo, e tutta intiera in tuoni e folgori si disfacesse. Stavano sulle due vicine coste dell'Africa e dell'Europa maravigliate, e spaventate le genti, che colà erano a bella posta concorse ad osservare. Ma quei, ch'erano dentro, eccettuati i soldati, che si erano posti a' luoghi sicuri per difender la piazza, ed offendere il nemico, andavano esposti ad ogni sorta di più compassionevoli accidenti. Grand'era il terror loro; ma più grande ancora il danno. Le membra dei morti e dei moribondi sparse al suolo qua e là; le donne coi fanciulli in braccio andando chiedendo quella mercè, che trovare non potevano. Ne fur viste delle schiacciate in un coi figliuoletti, e sformate ad un tratto, e lacerate in mille pezzi dalle scoppianti bombe. Le infulminate si aggavignavano colle tremanti mani alle schiegge, e balze dei petroni per cercar asilo ne' luoghi più selvaggi e più rimoti. Alcune fra le principali furon lasciate entrar nelle casematte, dove si recarono a gran ventura il potere in mezzo al tanfo delle stanze, al trambusto delle soldatesche, ai gemiti dei feriti e dei moribondi da quella crudele morte scampare, che al di fuori minacciava la incredibile furia degl'istromenti da guerra. La città, che è posta sulla falda della roccia a riva il mare di verso occidente, ne fu distrutta da capo a fondo. Al che non poco contribuirono le piatte spagnuole, che di nottetempo velocemente sguizzavano tra le navi inglesi, e compita l'opera loro si ritiravano la mattina, giovandosi del vento, che per l'ordinario si mette a quell'ora, nel porto di Algesiras. Queste piatte parimente ebbero sfragellati coi tiri loromolti di coloro, i quali sui vicini fianchi della roccia ritiratisi, erano scampati al furor delle artiglierie del campo di San Rocco. Lo scaricar continuo durò con eguale frequenza meglio, che tre settimane; poscia si rallentò, vedendo gli Spagnuoli, che riusciva poco altro, che un romor vano; e non volendo dall'altra parte Elliot far tanta jattura di munizioni in una battaglia di poco frutto. Sparava egli bene di quando in quando per mostrare, ch'era vivo; ma la maggior parte del tempo se ne stava inoperoso a rimirare l'inutile furia degli Spagnuoli. Consumarono eglino in questa spessa batteria meglio di cento migliaia di libbre di polvere, avendo tratto settantacinquemila cannonate, e venticinquemila bombe. Nonostante la strettezza del luogo, e la maravigliosa spessezza dei tiri morirono de' soldati della guernigione assai pochi, e da dugento cinquanta furono feriti. Gli abitatori della città privi delle case, avendo sempre presente nell'immaginazione loro la miserabilità del passato caso, e temendo dei futuri, desiderarono di andarsene. Al che Elliot, dopo d'avergli con ogni maniera di più umano conforto racconsolati, facilmente ebbe consentito. La maggior parte s'imbarcarono a bordo della flotta, che aveva vettovagliato la piazza. Partì poscia la flotta medesima alla volta dell'Inghilterra. Ma prima, ch'ella vi arrivasse, la fortuna propizia ai Francesi, fe' ai nemici loro pruovar un sinistro, il quale causò gran danno alle cose loro, e fu una giusta pena delle rapine di Sant'Eustachio. Si aveva avuto in Francia il tempestivo avviso, che una numerosa conserva di navi cariche delle ricche spoglie di quell'isola n'era partita verso il finir del mese di marzo per recarsi nei porti d'Inghilterra. Si seppe ancora, che a questa conserva teneva dietroun'altra non meno preziosa pei proventi, ch'ella portava dell'isola Giamaica. Scortava la prima l'Hotham con quattro vascelli da guerra. Il momento era molto propizio ai Francesi, trovandosi a quei dì la grande armata britannica occupata nell'impresa di Gibilterra. Non si lasciarono i ministri di Francia fuggir dalle mani una sì favorevole occasione; che anzi con grandissima diligenza avevano fatto lavorare nel porto di Brest per metter in punto una flotta, perchè potesse correre sopra le conserve inglesi. La cosa ebbe effetto. In men che non si potrebbe credere furono allestite otto navi d'alto bordo, molto destre veleggiatrici. Ne fu dato il governo al conte de Lamotte-Piquet. Uscì egli dal porto il giorno 25 aprile, e dato di cozzo nella conserva di Sant'Eustachio, tutta la sperperò. Ventidue bastimenti predò; due altri vennero in mano dei corsari. Alcuni pochi colle navi di guerra, che convogliati gli avevano, si ricoverarono nei porti dell'occidentale Irlanda. I mercatanti inglesi, che avevano assicurati i navilj, perdettero per questo caso da settecentomila lire di sterlini. Non tardò l'ammiraglio Darby durante il suo viaggio ad aver notizia della cosa; e tosto si metteva all'ordine per intraprendere Lamotte-Piquet, primachè si fosse recato in salvo nei porti di Francia. Ma l'ammiraglio francese, che teneva gli occhi aperti, avuta sì prospera vittoria, ed avvertito dell'avvicinarsi di Darby, lasciata andare a suo viaggio la conserva della Giamaica, si cansò tosto, e felicemente apportò in Brest. Le feste, che si fecero in Francia per questa cattura non furon poche; e molte, ed assai meritate lodi furono date agli autori della fazione del pari opportunamente disegnata, che velocemente, e prudentemente eseguita. L'armata di Darby e la conservadella Giamaica arrivarono con prospera fortuna nei porti della Gran-Brettagna.
In questo mezzo le due flotte di Johnstone e di Suffren veleggiavano alla volta del capo di Buona Speranza; e non che l'uno non sapesse dell'altro, erano per lo contrario i due nemici capitani ottimamente informati della partenza, del cammino e dei disegni dell'avversario. Andavano perciò entrambi a gara per arrivar i primi al destinato luogo. Ma l'Inglese era stato obbligato, per rinfrescarsi, di far porto nella cala di Praya posta nell'Isola di San Jago, la principale di quelle, che, raccolte come in un gruppo, si chiamano del capo Verde, ed appartenevano alla Corona di Portogallo. Quivi attendeva a far acqua, a procacciar bestiami, a fornirsi di camangiari, ed altri servigj fare necessarj al lungo viaggio, ch'era in punto d'intraprendere. Molti uomini delle compagnie navali si trovavano a terra. Ne ebbe Suffren tostano avviso, e senza metter tempo in mezzo s'incamminava a golfo lanciato verso il porto di Praya. Aveva ferma speranza di arrivarvi improvviso, e di sorprendere gl'Inglesi trasandati, e non avvisantisi. Già iva radendo inosservato marina marina una lingua di terra, che da levante abbraccia il porto, e si avvicinava alla bocca di questo. Ma la nave inglese l'Iside, che più vicina era alla bocca medesima, discoprì in quel momento al di là della lingua di terra le cime degli alberi di alcune navi, che dapprima diedero sospetto. Poscia dal modo, con cui erano governate, si conobbe, ch'erano francesi; diè l'Iside il segno. Si rivocavano i marinari dalla spiaggia; si sgomberavano le corsìe, si apparecchiavano alla battaglia. Girata intanto la punta, compariva, qual era, la flotta francese alla bocca del porto, e dal detto alfatto l'una coll'altra si mescolarono. Avevano gl'Inglesi un vascello da settantaquattro, tre altri minori, con tre fregate, e molti legni mercantili dell'India armati in guerra; ma erano sconcertati, e fuori di sesto, nè arringati per ricever la carica del nemico. I Francesi ne avevano due di settantaquattro, e tre di sessantaquattro. Cominciarono questi col tirare di buone fiancate all'Iside, che si trovò la prima; poscia ordinatisi in un puntone, si spinsero avanti dentro del porto, passando tra mezzo le navi inglesi e sparando furiosamente; e nel medesimo tempo da poggia, e da orza. L'Annibale, ch'era la testa, guidato dal cavaliere di Tremignon, posciachè si fu inoltrato dentro, quanto più potè, con mirabile intrepidità operando, imperciocchè le navi inglesi traevano gagliardamente dai due lati, gettò l'ancora. Seguitollo in secondo luogo l'Eroe guidato dallo stesso Suffren, poscia nel terzo, come dietroguardo, l'Artesiano governato dal cavaliere di Cardaillac. I due rimanenti poco si poterono avvicinare, e trovandosi a sottovento si allargarono, fatti i primi tiri, nell'alto mare. Due navi inglesi l'Iside, ed il Romney poco si potevano giovare, la prima per essere stata gravemente dai vascelli francesi nel loro passare danneggiata, la seconda per essersi trovata posta troppo indentro nel fondo del porto. Così combattevano dai due lati tre navi di alto bordo contro tre somiglianti, scaricando i Francesi in un tempo, per trovarsi in mezzo, dalle due bande, gl'Inglesi da una sola. Ma le fregate inglesi, ed i vascelli armati della Compagnia dell'Indie, riavutisi, vennero a parte del combattimento, e fortemente secondarono le più grosse. Durò la battaglia lo spazio di un'ora e mezzo, quando finalmente l'Artesiano, morto il suo capitano, e non potendo piùresistere a sì duro bersaglio, tagliato il cavo, si allontanò. Allora Suffren privato del retroguardo, e fieramente percosso anch'esso dai due lati diè medesimamente indietro colla sua nave l'Eroe, e ne venne fuori del porto. Da questa ritirata delle due navi l'Eroe e l'Artesiano ne nacque, che l'Annibale restò solo esposto ai colpi di tutti i vascelli nemici. Ne ricevette un danno grandissimo; perdè tutti gli alberi, prima il trinchetto, poscia il maestro, e finalmente l'artimone. Tuttavia con incredibile sforzo operando si condusse sino alla bocca del porto, dove, preso a rimorchio dalla nave la Sfinge, e riparati meglio, che si potè, gli alberi, andò a ricongiungersi colla restante armata. Avrebbero voluto gl'Inglesi seguitare i Francesi, e rinfrescar la battaglia. Ma i venti, le correnti, l'ora tarda, ed i gravi danni pruovati dall'Iside glien'impedirono. Questo fu il combattimento di Praya, il quale si passò con poca riputazione dell'uno e dell'altro capitano. Errò l'Inglese nell'essersi tenuto a sì mala guardia in una cala aperta ed indifesa, quando sapeva pure, che il nemico andava aggirandosi nelle medesime acque. Nè vale il dire, che forse credette, che la neutralità del luogo l'avrebbe preservato. Perciocchè egli stesso affermò, che i Francesi, quando viene loro il destro, non son soliti a portar rispetto a queste neutralità. La qual cosa, se è vera, non si vede, con qual ragione possano gl'Inglesi ai nemici loro rimproverarla. Errò ancora per aver lasciato sbarcar a terra tanto numero de' suoi; per aver locato le navi più piccole alla bocca del porto, e per aversi lasciato fuggire dalle mani il vascello l'Annibale sì malconcio. Errò da un altro canto Suffren per aver voluto combattere in sull'ancore; imperciocchè per quanto si può argomentare delle probabilicose se, come prima fu arrivato, e senza perder tempo a gettar l'ancore, fosse ito all'abbordo, od almeno avesse combattuto a vela, avrebbe una compiuta vittoria riportato del nemico sorpreso, e non apparecchiato alla battaglia. Riparati tostamente i danni, l'armata inglese seguitò la francese; ma trovatala attelata in ordine di battaglia, si astenne dal venirne al cimento. Sopraggiunta poi la notte, le due armate l'una dall'altra si scostarono. Ritornò l'inglese nel porto di Praya. La francese veleggiando tuttavia vers'ostro, e rimorchiando l'Annibale, si condusse in quel porto del capo di Buona Speranza, che chiamanofalsa baia. Là andarono tosto a raggiungerla le sue conserve, le quali, per irne ad assaltar gl'Inglesi nel porto di Praya, aveva lasciate nell'alto mare sotto il convoglio della corvetta La Fortuna. In cotal modo fu guasto il disegno, che gl'Inglesi avevano fatto sopra il capo di Buona Speranza. Ma non potendo essi conquistare, vennero in sul corseggiare. Ebbe Johnstone avviso da' suoi speculatori, che si trovavano nella cala di Saldana, vicino al capo medesimo, parecchie navi della Compagnia olandesi dell'Indie di ricchissimo carico. S'incamminò a quella volta per predarle. Arrivato sulle coste dell'Africa, piaggiando egli stesso come piloto, acciocchè le sue navi non fortunassero nei vicini scogli, camminando, velocemente la notte, nascondendosi il giorno, tanto fece, che arrivò improvvisamente sopra la cala, e predò cinque di quelle navi più ricche e più grosse. Le rimanenti arsero. Ottenuta questa cosa, la quale fu causa, che la spedizione sua non sia stata del tutto intrapresa a credenza, avviò una parte della flotta col generale Meadows alla volta dell'Indie. Egli poi col Romney, le fregate, e le ricche spoglie se ne tornò inInghilterra. Suffren dal canto suo, assicurato con buon presidio il Capo, rivolse anch'egli le prue verso le orientali Indie. Così la guerra, che già infuriava in Europa, in Africa ed in America stava per rinfrescarsi più feroce, che prima, sulle lontane rive del Gange.
Ritornando ora alle cose che si facevano sotto le mura di Gibilterra, alla furiosa batteria data loro succedette una quasi totale calma. Solo quelle piatte trapellando nottetempo molto noiavano la guernigione. Per la qual cosa il governatore per liberarsi ad un buon tratto da quella rangola, piantati alcuni cannoni di lunghissima gittata, che a quest'uopo stesso gli erano stati portati d'Inghilterra, e rizzate certe grosse bombarde nell'esteriori batterie, arrivava con palle e con bombe ad infestar il campo di San Rocco; e tutte le volte, che arrivavano le piatte, ed ei traeva furiosamente dentro gli alloggiamenti spagnuoli. Accortosi perciò Mendoza, che Elliot ciò faceva solamente per rappresaglia degli assalti delle piatte, fu costretto di comandare ai capitani di queste cessassero dagl'insulti loro, e se ne stessero quietamente nel porto di Algesiras. Solo stessero vigilanti al non lasciar entrar vettovaglie nella piazza. Erano intanto gli Spagnuoli indefessi nell'avanzar i lavori delle trincee, e già si erano condotti assai vicini alle falde della rocca, dimodochè la circonvallazione si distendeva da destra a sinistra per tutta la larghezza dell'istmo, che quella rocca medesima congiunge colla terra-ferma di Spagna. Avevano poi sulla stanca scavato il cunicolo di comunicazione tra l'esterior circonvallazione e gli alloggiamenti. Elliot, che se ne stava sicuro sulla cima della rupe, non volendo spendere le sue munizioni invano, gli aveva lasciati fare. Ma quando le opere loro furon condotte a fine, alloradeliberò di guastarle, col fare loro addosso una incamiciata. Saltò fuori alle tre della mattina del giorno 27 di novembre con tre schiere di valenti soldati tutte governate dal generale Ross. Le accompagnavano un buon numero di palajuoli, e marrajuoli, e d'artiglieri con fuochi lavorati. Procedettero con grandissim'ordine e silenzio. Sopraggiunsero improvvisi. Dato dentro mettevano prestamente in fuga le guardie, e si facevano padroni della prima parata. Tutto scombuiarono. Gli artiglieri, appiccato il fuoco, tutto quello, che accendibil'era, arsero; ruppero i carretti dei cannoni, ed i mortaj, e quelli con incredibile celerità chiodarono. I guastatori volsero sossopra le piazzuole delle artiglierie; rovinarono le traverse; i parapetti uguagliarono al suolo. I magazzini arsero l'uno dopo l'altro nel general incendio; e quella magnifica opera, che tanta fatica, tempo e spesa costato aveva, fu nello spazio di una mezz'ora distrutta. Gli Spagnuoli, o sopraffatti dall'improvviso caso, o credendo i nemici più grossi di quello, ch'erano, non si ardirono uscir dal campo loro per ributtargli. Solo trassero continuamente, sebbene con niuno effetto, a palla ed a scaglia. Gl'Inglesi compiuta la bisogna, ritornarono sani e salvi ad incastellarsi.
In Europa intanto covava un disegno, il quale doveva, se fosse stato condotto a fine, grandemente affliggere la potenza britannica nel mare mediterraneo. Restavano gli Spagnuoli molto male soddisfatti della Francia, siccome quella, che pensato avesse sin allora solamente ai proprj suoi interessi, e non a quei dei suoi alleati. Si dolevano aspramente, ch'ella non avesse aiutato le imprese della Giamaica e di Gibilterra, come se non vedesse volentieri crescere nei mari di America, e nelle terre d'Europa il nome spagnuolo.L'aver gl'Inglesi così sicuramente vettovagliato quest'ultima Terra, senza che i Francesi nissun motivo di sorta alcuna fatto avessero per impedirlo, ed il poco frutto fatto contro le mura di quella dall'ultima e sì feroce batteria data loro con sì estremo sforzo, avevano questi mali umori vieppiù accresciuti, e fattigli diventar aperte scontentezze. Mormoravano universalmente i popoli della Spagna, e dicevano della Corte di quelle cose, che sarebbe stato meglio tacere. Affermavano, che questa non per interesse dei popoli spagnuoli, ma solo per secondare, e per far le spalle ai disegni dell'avara ed ambiziosa Francia, aveva quella guerra intrapresa. La chiamavano una guerra di Corte e di famiglia. Stimolata la Francia dall'importunità di questi discorsi, e considerato, che l'abbassar, in qualunque modo si fosse, la potenza britannica, era un accrescere la sua, si risolvette a voler efficacemente cooperar a qualche impresa, che di breve ridondasse in utile e benefizio speciale della Spagna. E siccome quella della Giamaica non si poteva sì tosto tentare, perchè sarebbe stato richiesto assai tempo ai necessarj preparamenti, e quella di Gibilterra era troppo dura a poterla compir prestamente, così si voltarono i pensieri ad un'altra, la quale tanto più riuscibile pareva, quanto che gl'Inglesi non se l'aspettavano. Questa fu la conquista dell'isola Minorca. Oltre i motivi finora raccontati, che facevano di modo, che la Francia molto questa fazione desiderasse, era essa ancora grandemente grata agli Spagnuoli. Ella è l'isola Minorca in sì opportuno sito posta per corseggiare, che molti arditissimi corsari, i quali colà si riparavano, tenevano infestati tutti i mari, e disturbata la navigazione, ed i commerci sì di Spagna che di Francia, coll'intraprendere le navi di queste due nazioni, comeancora le neutrali, che con quelle andavano trafficando. Oltre di che ella era quasi come una depositerìa, dove gli Inglesi ammassavano le munizioni, sì da guerra che da bocca, le quali traevano dalle vicine coste dell'Africa, e poscia o le navi loro ne fornivano, o trafugavano dentro Gibilterra. La facilità dell'impresa era anche un possente incentivo al tentarla. Imperciocchè nonostante, che la rocca di San Filippo, ch'è il principale propugnacolo dell'isola, fosse di sito e di mura assai forte, la qualità del presidio non corrispondeva nè alla fortezza, nè alla importanza del luogo. Eranvi dentro solamente quattro reggimenti, due inglesi, due annoveriani, che sommavano a poco più di due migliaia di soldati; e quantunque l'aria ivi sia salubre, e gli erbaggi copiosi, erano quelli malsani ed infetti di scorbuto. Governavano tutto il presidio i generali Murray e Draper. Fatta la risoluzione, i confederati francesi e spagnuoli si accordavano di modo, che il conte di Guichen sul finir del mese di giugno partì da Brest con un'armata di diciotto vascelli di alto bordo de' più grossi, ed andò a congiungersi nel porto di Cadice colla spagnuola, che l'aspettava. Aveva con lui i Signori de Beaussett e de Lamotte-Piquet, l'uno e l'altro uffiziali di molta rinomea. L'armata spagnuola, la quale era governata da don Luigi di Cordova, come capitano generale, e dai due sotto-ammiragli Don Gastone e Don Vincenzo Droz, arrivava a trenta vascelli grossi. Si era poi ivi fatto una massa di diecimila Spagnuoli, ottima gente, i quali senza indugio alcuno si posero sulle navi. Salparono il giorno 22 di luglio, ed arrivati sopra Minorca, senza ostacolo alcuno incontrare, sbarcarono nella cala di Moschito il dì 20 d'agosto. Recaron tosto in lor potere tutta l'isola, inclusavila città di Maone, che ne è la capitale. I difensori, essendo così deboli, avevano tutti questi posti abbandonato, e s'erano dentro di San Filippo incastellati. Poco poscia arrivarono da Tolone quattro reggimenti francesi sotto la condotta del barone di Falkenhayen. Avevano i due Re confederati dato il governo di tutta l'impresa al duca di Crillon, giovane nato di chiarissimo sangue, desiderosissimo della gloria, e delle cose della guerra molto intendente. Si era egli condotto agli stipendj della Spagna, ed essendo Francese fu creduto personaggio acconcio alla comune impresa. Ma l'assedio di San Filippo era una cosa assai difficile a pigliarsi a fare. È la Fortezza tagliata nel vivo sasso, e tutta ben minata. Lo stesso sdrucciolo, e la strada coperta scavati dentro nel sasso medesimo sono assicurati con mine, contramine, palificate, e munitissimi tutt'all'intorno sopra la corona del fosso di artiglierie. Attorno il fosso, che è profondo venti piedi, gira una galleria sotterranea, e merlata, sicuro asilo ai difenditori. Traverso segrete e scannafossi danno l'adito dalle opere esteriori al castello. In esse, che sono fatte a mò di laberinto, sono scavati pozzi profondi con coperchj muovevoli, e qua e là feritoje da ogni lato. Il castello circondato anch'esso da un cammino coperto fortificato con contramine non solo è difeso da controscarpe e mezze lune, ma di più da un muro sessanta piedi alto, e da un fosso trentasei piedi fondo. Il mastio poi, ch'è una torre quadrata fiancheggiata da quattr'orecchioni, ha le mura alte ottanta piedi, ed un fosso profondo quaranta, scavato nel macigno. Aveva anch'esso ed il suo corridoio, e le stanze pei soldati. Nel miluogo havvi una spianata, perchè la guernigione vi possa fare gli suoi armeggiamenti. Intorno alla medesimasono costrutti i quartieri pei soldati, ed i magazzini per le munizioni, gli uni, e gli altri a botta di bomba, e tutti nella durissima roccia scavati. Gl'Inglesi finalmente per assicurarsi vieppiù avevano rovinata, ed uguagliata al suolo la vicina città di San Filippo. Si avvicinarono cautamente i confederati a questa cittadella, siccom'ella in sito alto locata torreggia, e domina tutto il paese all'intorno, così non iscavando, ma piuttosto trasportando ed innalzando terra le loro trincee formavano. Elevarono un grosso ciglione murato lungo dugento piedi, alto cinque, e grosso sei. Questa difficile opera fu tratta a fine, senza che gli assedianti ricevessero alcun danno, non osando Murray saltar fuori, o perchè troppo si diffidasse della debolezza del presidio, o perchè troppo confidasse nella fortezza del luogo. Solo ebbe gittato bombe e palle, che non fecero effetto di sorta alcuna. Infine, essendo la parata compita, scopri Crillon le batterie, e con cento undici cannoni, che buttavano ciascuno ventiquattro libbre di palla, e con trentatre bombarde, che aprivano tredici pollici di diametro, fulminava la piazza.
Mentre queste cose si facevano sotto le mura San Filippo, l'armata de confederati, nella quale si trovavano pressochè cinquanta navi delle più grosse, guidata dal conte di Guichen, si era rivolta alle rive dell'Inghilterra. Era l'intento dell'ammiraglio francese di andare all'incontro dell'armata inglese, e di assaltarla, essendo venuto in grandissima speranza della vittoria, imperciocchè non fosse essa a gran pezza pel molto minor numero delle navi abile a resistere a tanto apparato. Disegnava altresì con questa mossa d'impedir gli aiuti, che dall'Inghilterra si sarebbero potuti mandare a Minorca. Sperava finalmentedi poter intrachiudere la via, e por le mani addosso alle conserve, che partite dall'Indie, ad ora ad ora si attendevano nei porti della Gran-Brettagna, siccome pure a quella, che, raccozzatasi nel porto di Cork in Irlanda, era in procinto di partirne per alle orientali ed occidentali Indie. Nè stava senza aspettazione che l'inopinata apparizione di una sì possente armata sulle coste di quel Regno non fosse per farvi nascere dentro qualche buona occasione di fare un onorato fatto in servigio della lega. Arrivato arringava la sua flotta alla bocche dello stretto distendendola dal capo Ognissanti sino all'Isola di Scilly. Era allora l'ammiraglio Darby con ventuno vascelli d'alto bordo in mare ed in via per andar all'incontro delle conserve. Ebbe gran ventura nell'essere informato per mezzo di un bastimento neutrale dell'avvicinarsi dei confederati così grossi; senza del che si sarebbe trovato alla non pensata impacciato nell'armata loro, e quello, che succeduto ne sarebbe, nissun nol vede. Avuto l'avviso, si ritirò tosto dentro la cala di Torbay. Venivano spacciatamente a congiungersi con esso lui altri vascelli di prima portata, finchè ne ebbe da trenta. Gli ordinava entro la cala medesima, la quale è aperta, e poco difendevole, a mò di crescente luna, per poter più agevolmente ributtar il nemico, se questi lo volesse assaltare. Ma il pericolo era tuttavia grande. Temevasi della flotta, temevasi delle città marittime, principalmente di Cork, Terra indifesa, e piena di magazzini zeppi di munizioni di ogni sorta. Erano in tutta l'Inghilterra gli animi sollevatissimi. Compariva a gonfie vele l'armata alleata in cospetto di Torbay. Convocò Guichen incontanente una Dieta militare, per aver il parere dei Capi intorno a quello, che fosse a fare. Voleva egli, che si desse dentro,e si assaltasse l'armata britannica. Discorreva, esser questa quasi come presa dentro una rete; l'occasione aver corta vita, e non mai, trasandata questa, potersi un'altra più propizia sperare per ispogliar del tutto la Gran-Brettagna dell'imperio del mare. Ricordava, con quanta infamia essa occasione si perderebbe, e quanto pungenti stimoli di penitenza seguiterebbero, chi non l'abbracciasse. Essere il nemico impacciato, aversi buona quantità di brulotti, l'effetto dei quali in quell'ordinanza fitta ed immobile delle navi di Darby stato sarebbe inevitabile; dimostrassero con un nobile ardire agli alleati, quali, e quanti essi fossero. Don Vincenzo Droz non solo sosteneva la opinione del capitano generale, ma di più si offeriva pronto a guidar la testa, e ad attaccar la zuffa il primo. Ma il signor di Beausset, uomo nelle cose navali di grandissima riputazione, manteneva la contraria sentenza. Argomentava, che l'assaltar il nemico in quel luogo era lo stesso, che privarsi del vantaggio, che si aveva grandissimo, del maggior numero delle navi; che non si sarebbe potuto andare alla battaglia coll'ordinanza spiegata, ma sibbene per puntone, ed una nave dopo l'altra; la qual cosa avrebbe fatto abilità ai nemici, i quali avrebbero tratto a mira ferma rasentando l'acque, e con palle incrocicchiantisi da destra e da sinistra, di fracassar le navi già fin prima, che giugnessero ai posti, che sarebbero lor destinati. Concludeva, che siccome la risoluzione di assaltare il nemico in quel luogo non si poteva a patto nissuno giustificare, così credeva, che più riuscibile partito, e se non di eguale, certo di grande importanza, fosse il por l'animo ad intraprendere la conserva, che poco lontana esser doveva, dell'Indie occidentali. Si accostarono all'opinione di Beausset Don Luigi, e tutti gli altri uffiziali spagnuoli,trattone Don Vincenzo. Prevalse perciò l'opinione di costoro, e l'impresa fu posta da l'un de' lati. Ma se i confederati non vollero, o non seppero quella occasione usare, che la fortuna aveva loro apparecchiato, così ella guastò loro poscia quel disegno, che in luogo del primo abbracciato avevano. Incominciarono le malattie ad incrudelire a bordo delle navi, massime delle spagnuole, e le burrasche, che seguirono poco dopo, obbligarono i due ammiragli a pensare alla salute loro. Onde avvenne, che Guichen co' suoi si ritirò a Brest, e Don Luigi a Cadice. Entrarono sicuramente le conserve nei porti d'Inghilterra. Così questa seconda apparizione dei confederati sulle coste inglesi riuscì altrettanto vana, quanto la prima; ma però i soccorsi verso Minorca ne furono impediti.
Ma se le cose tra gl'Inglesi, i Francesi, e gli Spagnuoli passarono nei mari d'Europa senza molto spargimento di sangue, e pressochè tutte in mostramenti, se non del tutto inutili, certo poco fruttuosi, si attaccarono però gl'Inglesi e gli Olandesi con tanto furore, e con sì gran valore combatterono gli uni contro gli altri, che parvero rinnovarsi quelle ostinatissime battaglie, per le quali sì grandemente furono queste due nazioni nel decimo settimo secolo celebrate. Esercitavano gli Olandesi nel mare Baltico un fioritissimo commercio coi proventi delle colonie loro, ed essendo come quasi i fattori generali diventati del traffico tra le nazioni settentrionali, e meridionali d'Europa, ne avevano grandissime ricchezze acquistato. Oltreacciò i paesi di verso tramontana erano quelli, nei quali andavano a far procaccio di tutti gli oggetti alle construzioni navali necessarj. La qual cosa molto più frequentemente usavano di fare, dopo ch'era nata la guerra colla Gran-Brettagna, a fine di poter allestireil navilio necessario, e mantener le possessioni, il commercio e la dignità della repubblica. Conciossiachè molto mancava, che i suoi arsenali nel momento della rottura fossero forniti delle cose, che abbisognavano. Non isfuggiva agl'Inglesi, di quanta importanza fosse e l'interrompere questo commercio, e l'impedire l'accivimento degli arsenali. Per la qual cosa molto per tempo, e perfino dal mese di giugno avevano fatto uscire con quattro grossi vascelli, ed uno di cinquanta l'ammiraglio Hyde-Parker, padre di quell'altro, che militava nei mari d'occidente, vecchio, ed espertissimo capitano di mare. Gli fu commesso, andasse a correre i mari di tramontana, facesse quel maggior male, che potesse, al commercio olandese, e ritornandosene a casa, sotto la sua tutela pigliasse, e convogliasse una ricca conserva, che era raccolta, e pronta al viaggio nel porto di Elseneur. Eseguì diligentemente Hyde-Parker i comandamenti del suo Re, e già rivenuto dal Baltico segava colla conserva le acque del mare d'Allemagna. Si erano dopo la sua partenza da Portsmouth seco lui accozzate altre navi, tra le quali una di 74 chiamata il Berwick, una di 44 nominata il Delfino, e parecchie fregate, dimodochè arrivava la sua flotta a sei navi d'alto bordo, oltre il Delfino, e le fregate. Ma gli Olandesi non erano in questo mezzo tempo stati neghittosi; anzi con incredibile sforzo operando avevano apparecchiato una flotta di sette navi di fila con parecchie fregate, e fuste armate in guerra. Ne davano il governo all'ammiraglio Zoutman, ed al comandante Kindsberghen. Mettevasi Zoutman in mare verso la metà di luglio con una conserva di legni mercantili destinata pel Baltico, sino al quale intendeva di scortarla. Venne in questo mentre a congiungersi seco lui una grossissima fregata americana, denominatail Charlestown. S'imbattè la mattina dei 5 agosto coll'ammiraglio Hyde-Parker sopra lo scanno detto Doggers-bank. L'armata d'Inghilterra aveva il sopravvento. Veduto il nemico così gagliardo, mandavano al viaggio loro le navi della conserva accompagnate dalle fregate; colle grosse si scagliavano contro gli Olandesi. Questi, scoperto il nemico, fatt'anch'essi ritirare in dietro verso i porti loro la conserva, si ordinavano animosamente alla battaglia; poichè nel desiderio di questa non erano meno ardenti, che gl'Inglesi si fossero. Si attelavano gl'Inglesi con sette navi, tra le quali una di 80, ma questa vecchia e sdruscita, due di 74 gagliardissime, una di 64, una di 50, e finalmente una ultima di 44. Gli Olandesi si affilavano anch'eglino con sette navi, una di 76, due di 68, tre di 54, ed una di 44. Le fregate spigliate, e leggieri fuori della fila se ne stavano pronte a correre, ove d'uopo facesse. Correva a piene vele, e col vento in fil di ruota l'armata inglese contro la olandese, che, ferma e ne' suoi ordini ristretta, l'aspettava. Un silenzio profondo, ch'è segno per l'ordinario dell'ostinazione, regnava su tutte a due. Nissun romore si udiva, se non se quello del cigolar delle girelle, del fischiar del vento, e del fremere dell'onde. Stavano in attitudine aspra arringati coll'armi in mano i soldati aspettando il segno della battaglia, e gli artiglieri colle corde accese presso il focone dei cannoni. Nissuno trasse, finchè non furono le due armate vicine l'una all'altra ad una mezza gittata di moschetto. Si appettarono le due capitane, cioè la Fortezza, su cui si trovava Hyde-Parker, e l'Ammiraglio Ruyter, sulla quale era Zoutman, ed incominciarono una ferocissima battaglia. Non tardarono a mescolarsi anche le altre, e diventò essa tosto generale. Prevalevano gli Olandesiper la grossezza delle artiglierie, e per le fregate, massime per la Charlestown, le quali velocemente aggirandosi qua e là, ferivano da fianco le navi del nemico. Prevalevano all'incontro gl'Inglesi, essendo essi più maneschi, e le navi loro più maneggevoli, per la spessezza dei tiri. Si combattè da ogni parte con grandissimo ardore, e con pari sorte lo spazio di tre ore e mezzo, o di vantaggio. Non potevano gli Olandesi esser cacciati dal luogo loro, e gl'Inglesi ogni altra cosa piuttosto si avrebbero eletta, che di partirsi senza vittoria. Ma la forza degli elementi quegli effetti produsse, ai quali ripugnava la rabbia degli uomini. Erano le navi dall'una parte, e dall'altra sì fattamente malconce, che più non si potevano governare. Si lasciavano, come legna morte, trasportare all'ondeggiar dell'acque. Questo le separò di tanto spazio, che più desiderarono, che potessero combattere. Ricevettero le navi inglesi inestimabile danno negli alberi, nelle vele, e nel sartiame. Volle Hyde-Parker, dopo pigliato breve rifiatamento, riordinar le sue navi, e ricominciar la battaglia, quando tuttavia Zoutman se ne stava. Volle seguitarlo, quando lo vide partire alla volta del Texel. Ma tutto fu indarno. Vennero meno nello sforzarsi. Nè in miglior condizione si trovavano le navi olandesi, mentre se ne andavano. A questa cadeva un albero, a quella un altro. Ora un capitano mandava dicendo a Zoutman, che il muoversi gli era divenuto impossibile; ora un secondo, che tant'era l'acqua dentro le sfesse navi, che non si poteva aggottare; ora un terzo, che andava a fondo; ed ora se ne udiva un quarto trar le cannonate di misericordia. La nave la Olanda affondò a trenta leghe distante dal Texel, e fu sì presto il caso, che la fuggente ciurma lasciovvi dentro abbandonati a certa morte i miseri feriti. Le altre rimorchiate dalle fregatesi condussero, comechè non senza grave fatica, a salvamento nei porti. Perdettero gl'Inglesi tra morti, e feriti da 450 soldati, tra i quali alcuni uffiziali di conto. Tra i morti fu con somma lode rammentato il capitano Macartney, il quale aveva guidato la nave la Principessa Amelia. Ma se fu mirabile la virtù sua, non fu minore quella del giovine Macartney suo figliuolo, il quale fanciullo ancora di sette anni se ne stette continuamente a' fianchi del capitano, mentre più ardeva la pugna, essendo stato infelice, ma forte testimonio della morte del padre. Lord Sandwich, capo del maestrato sopra le cose navali, avendo l'ucciso capitano in questa vita lasciato una numerosa famiglia, e poche facoltà, lo adottò in suo figliuolo. Nè qui si ristettero le lodi date in Inghilterra ai combattitori della giornata di Doggers-bank. Lo stesso Re Giorgio, giunto che fu l'ammiraglio Hyde-Parker nel porto di Nora, lo andò a visitare a bordo della sua nave, e molto commendò e questo, e gli suoi uffiziali pel calore dimostrato in quel pericoloso cimento. Ma il vecchio Hyde-Parker, uomo brusco, e, siccome marino, solito a svertarla, essendo gonfiato contro l'uffizio dell'ammiragliato, perchè avendogli dato sì poche forze, gli avesse rotto la occasione di una segnalata vittoria, disse a buona cera al Re, che gli desiderava più giovani uffiziali, e migliori navi. Che in quanto a lui era diventato tropp'oltre cogli anni, perchè potesse più lungamente servire. E poterono bene il Re, i cortigiani, ed i ministri dire a posta loro, ch'egli se ne stette sodo, e domandò licenza. Nè in Olanda il pubblico, ed i maestrati furono avari delle lodi verso i loro capitani, e soldati, che nella battaglia dei 5 agosto avevano sostenuto l'antica riputazione del nome olandese. Scrisse il Principe Statholder lettere pubbliche a Zoutmancommendandolo, e molto ringraziandolo, in nome della repubblica, e da sotto-ammiraglio, ch'egli era, lo creò vice-ammiraglio. Nominò sotto-ammiragli i capitani Dedel, Braam, e Kindsberghen. Con grandissimi onori poi proseguirono il conte Bentinck, mentre portato a riva, e trafitto da cassale ferita se ne moriva. Aveva questi durante la battaglia non meno espertamente che animosamente il vascello il Batavo governato. Lo crearono anche, prima che morisse, sotto-ammiraglio. La perdita degli Olandesi tra uccisi, feriti e sommersi fu maggiore di quella degl'Inglesi. Tale fu l'esito della battaglia navale di Doggers-bank, la più ordinata, e la meglio combattuta di tutta la presente guerra. Chi ne avesse il vantaggio, egli è incerto. Ma certo è bene, che gli Olandesi, essendo stati costretti a rientrar nei porti pe' gravi danni sofferti, dovettero torsi giù dal disegno loro che era stato di recarsi nei mari di tramontana. La nazione olandese però si levò universalmente a nuove speranze, e si rinfrescò nel cuore di tutti la virtù dei passati tempi.
Tosto che fu il conte di Guichen rientrato nel porto di Brest, si fecero in Francia nuovi disegni. Conoscevano benissimo i ministri, che il conte di Grasse si sarebbe fra breve trovato in bisogno di aiuti sì marittimi, che terrestri. Imperciocchè nei mari dell'Antille e vi sono assai scarse le provvisioni navali, e la natura del cielo, e dell'acque è tale, che vi si logorano prontissimamente le navi. Oltreacciò sebbene si credeva, che le forze colà mandate nel precedente, e nel presente anno fossero sufficienti a compir i disegni, che fatti si erano sulla terra-ferma d'America, e contro le isole inglesi più deboli, tuttavia a voler far l'impresa della Giamaica, alla quale continuamente stimolava la Spagna, vi abbisognavano più gagliarde armisì da terra, che da mare. Nè era nascosto a coloro, i quali reggevano lo Stato, che per ricuperar le cose perdute nell'Indie orientali, era mestiero mandarvi nuove forze, e che di più vi s'incominciava a difettar grandemente di armi, e di munizioni da guerra. Per le quali cose tutte si ammassarono con grandissima diligenza nel porto di Brest armi e munizioni destinate ad esser portate nelle Indie. Vi si facevano marciar i soldati, e sollecitamente si lavorava a risarcir il navilio, ed a metterlo in punto ad uscire. Infine essendo ogni cosa in pronto, salpavano il conte di Guichen colla grossa armata, il marchese di Vaudreil con una flotta più sottile, e le due conserve per le Indie occidentali, ed orientali. Doveva Guichen, fatto che avesse la posta a quest'ultime sino all'alto mare, e condottele fuori del pericolo delle flotte, che stanziavano nei porti d'Inghilterra, volgersi a ostro; ed andar a congiungersi coll'armata spagnuola nel porto di Cadice. Quest'era per impedire i soccorsi, che dalla Gran-Brettagna si sarebbero potuti mandare a Minorca. S'intendeva, che Vaudreil conducesse i novelli soldati nelle Antille, e congiungessesi col conte di Grasse per far unitamente agli Spagnuoli l'impresa della Giamaica. Da lungo tempo non erano uscite dai porti francesi conserve sì numerose; nè che sì importante carico portassero di fornimenti guerreschi. Si ebbero in Inghilterra tosto dello smisurato apprestamento le novelle, sebbene vi s'ignorasse, se per colpa dei ministri, o altrimenti, che dovesse essere accompagnato da sì gagliarde armi navali. Fu perciò commesso il carico all'ammiraglio Kempelfeldt, perchè uscisse al mare con dodici navi di fila, una di 50, e quattro fregate per correre contro le conserve. Ma Guichen aveva diecinove navi delle più grosse, e Kempelfeldt, invece di pigliar altrui, correva pericolo di esser pigliato egli. Ciò nonostante fece la fortuna quello, che gli uomini non potevano fare. Il giorno dodici di dicembre l'ammiraglio inglese, essendo il tempo brusco, ed il mare fiottoso, s'incontrò nella conserva francese, e sì fattamente ebbe la buona ventura, che in quel punto trovandosi egli a sopravvento della conserva, l'armata francese ne era a sottovento, e perciò fuori di facoltà di soccorrerla. Giovossi l'Inglese molto destramente della favorevole occasione, e dato dentro pigliò venti bastimenti, alcuni ne mandò a fondo, ed i rimanenti disperdette. Più ne avrebbe pigliato, se il tempo fosse stato più chiaro, il mare più tranquillo, ed avesse avuto maggiore numero di fregate. Intanto sopraggiunse la notte. L'uno e l'altro ammiraglio avevano le navi loro raccolto e rannodato. Viaggiava di conserva Kempelfeldt tutta la notte con animo, subito che fosse spuntato il nuovo dì, di dare la battaglia al nemico, tuttavia ignorando qual fosse la forza di lui. Infatti la mattina lo discoprì a sottovento; ma vedutolo così gagliardo, fece altri pensieri. E non volendo perdere per imprudenza quello, che acquistato aveva per forza, e per un riguardo favorevole della fortuna, volse le prue verso i porti dell'Inghilterra, nei quali arrivò sicuramente con tutte le predate navi. Fe' egli in quest'incontro prigioni undici centinaja di stanziali, da seicento a settecento marinari. Le conquistate spoglie furono una quantità assai considerabile di cannoni, e di ogni altra specie di armi, di munizioni, e di attrezzi da guerra, siccome pure di grasce di diversa natura, come sarebbe a dire vino, olio, spiriti, farina, biscotto, carne salata ed altre di simil sorta. Nè a questo si ristette la fortuna avversa ai Francesi; che il giorno seguente assalite le navi loroda una furiosa tempesta accompagnata da tuoni, e folgori orribili, e da un vento di scirocco impetuosissimo, furono obbligati a condurle, tutte rotte e sdruscite, com'erano, nel porto di Brest. Solo le due di fila il Trionfante ed il Bravo, e cinque o sei da carico poterono il viaggio loro continuare. Fu questo gravissimo danno alla Francia; poichè oltre la perdita inestimabile dell'armi e delle munizioni, penarono tanto le navi da guerra ad essere ristorate, che trascorsero ben sei settimane prima, che potessero rimettersi in mare alla volta delle Antille; indugio che riuscì assai fatale, come si vedrà in appresso, all'armi francesi in quelle spiagge.