CAPITOLO LXIX.Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.A. D. 1100-1500Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù. Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e isuoi Cesari, nè la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta independenza. Il loro Vescovo divenne[161]il padre temporale e spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il medesimo[162]; la purezza delsangue romano, passato per mille estranei canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende politiche dellaCittà di Roma, che si sommise all'autorità temporale dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di Costantinopoli.A. D. 800-1100Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia, sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certadistanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de' lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica. L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S. Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato; i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle monete delPapa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio; sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma.L'Imperatore avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna, veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo. Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima. L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti che erano reali e durevoli. Il nome diDominus, o di Signore, vedeasi scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma, per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni, avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla città, o sul Patrimoniodi S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi, gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea ottener sulla Terra. I vizj personali[167]dell'uomo poteano, egli è vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo. Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano, creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno,inchinati a baciargli il piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso, traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano sollecitati or con consigli, or con intimazionii Vescovi e gli Abati del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli, spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia, rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de' clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173]fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali volgevansi all'utile de' Romani.Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale. Ma l'operadel pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de' commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini, senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri, diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175]possono impadronirsicon forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto, che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de' moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione, esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo; ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito, venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de' poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza del loro Vescovo[176], che pereffetto di ricevuta educazione e del suo carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi ai piedi del Santo Padre[177].»A. D. 1086-1305Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni, e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli. Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178]sostennero fino al momento dellaloro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità, vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole; quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua, trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi, alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra dinanzial Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi. Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave, furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo, afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto achiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo, il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane, vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura,scossa la polve delle sue scarpe,l'Appostolosi allontanò da quelle mura, fra cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181]. Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli Romani cavarono a questigli occhi, risparmiando un tal barbaro trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non conoscedice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de' Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile, che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione, gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano, nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori; insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica». Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della carità cristiana[183]; ma comunquebizzarro e tristo possa apparire, non è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo dodicesimo[184].A. D. 1140Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate, avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria, venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non mai sollevatosidagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi, confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale, onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità, faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresiapoliticadovette la sua fama e tutte le sventure alle quali soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non appartenere a questoMondo il suo regno, deducendone intrepidamente che gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de' laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188]nel Concilio generale di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo, oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa dieducazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo, giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191]avendo finalmenteeccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò lo stendardo della ribellione.A. D. 1144-1154Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano, diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città. Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì ilnomed'Imperatore, ma a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto parrocchie diRoma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale. Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse colpe col pentimento,e meritandosi l'assoluzione col bando del sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica. Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione, essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmentealla scuola d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.A. D. 1144L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma tali titoli venivano concedutidagl'Imperatori, avvero i possenti cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado, della lor dignità[198]e fors'anche delle pretensioni che avevano di derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo, e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente forma aduna nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello. L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù, l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de' suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200]Come assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano alle leggi dellacittà di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne' paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono, o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201].Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza, annunziarono o confermarono l'independenza di questaCapitale. 1. Il monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne' tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura; distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e d'argento; cedettero al Senato quellodi fabbricar monete di bronzo e di ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del Senatore e le armi di sua famiglia[205].3. Col declinare del poter dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città, questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale: nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo; ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi, gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecerodi meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che per una terza parte, mettendo in vece di lui unpatrizio; ma un sì fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri legislativo edesecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo, forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo, dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e della Repubblica[211].In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte, prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici, sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea, purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e d'illibato carattere, guerrieroad un tempo e uomo di Stato, e che unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero. Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore, egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. ChiamavasiPodestà[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampocoaccettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.A. D. 1252-1258In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama, e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite, questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine. Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di masnadieri.Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere, e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà, la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro, racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una grande colonna di marmo[215].A. D. 1263-1278Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe, che già munito di potere independente, si trovasse in istato di difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il misero Corradino, e i Papividero con torvo occhio nel principe francese un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno; talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice, mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV, che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma alnobile e fedele Martino, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo,se così gli parea, o per via di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria loro Metropoli.A. D. 1144Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare. Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I, offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A. D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a non disdegnare la sommessione de' suoifigli e vassalli, e a non ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e ilSicilianohanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi allanostralibertà, e allavostracoronazione. Il nostro zelo e il nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo, introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senatoe del popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra poco, e Roma nol vide.A. D. 1155Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che, ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armialla vostra persona e al servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma? Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222]. Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo, il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de' primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna. Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà. Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezzadel Senato e il coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati, implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio. Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene. Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani son forse indebolite per vecchiezza?[224]Son io vinto? son prigioniero? Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramentisono superflui; se ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia? Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà. Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città, della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidogliodel grande stendardo, detto ilCarrocciodi Milano[226]. Estinta la Casa di Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici fossero deboli e rifiniti[227].Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?)furono oggetto di terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo. Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate; ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma, spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro ambizione,sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de' primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano. Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più mai[230];le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo, possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232]e di Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso diTuscolo, e stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega, l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester. Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari, ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de' mercenarj stranieri.L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna del Signore[234]; sottoi primi Principi cristiani, la cattedra di S. Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de' Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle elezioni spariva per le sommosse di una città che non conosceapiù superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi, l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179, instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il nonpartecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto, venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A. D. 1274)[238]pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla, vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune, o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de' Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il precettodella clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239]uno specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D. 1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i Romani[241]dinanzi alla Chiesadi S. Pietro; nel qual luogo, rimosso dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano legittimo[243]; equesto assalto tentato fuor di tempo contro il privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò.
Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.
Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.
A. D. 1100-1500
Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù. Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e isuoi Cesari, nè la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta independenza. Il loro Vescovo divenne[161]il padre temporale e spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il medesimo[162]; la purezza delsangue romano, passato per mille estranei canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende politiche dellaCittà di Roma, che si sommise all'autorità temporale dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di Costantinopoli.
A. D. 800-1100
Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia, sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certadistanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de' lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica. L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S. Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato; i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle monete delPapa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio; sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma.L'Imperatore avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna, veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo. Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima. L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti che erano reali e durevoli. Il nome diDominus, o di Signore, vedeasi scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma, per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni, avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla città, o sul Patrimoniodi S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi, gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea ottener sulla Terra. I vizj personali[167]dell'uomo poteano, egli è vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo. Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano, creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno,inchinati a baciargli il piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso, traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano sollecitati or con consigli, or con intimazionii Vescovi e gli Abati del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli, spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia, rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de' clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173]fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali volgevansi all'utile de' Romani.
Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale. Ma l'operadel pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de' commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini, senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri, diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175]possono impadronirsicon forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto, che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de' moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione, esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo; ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito, venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de' poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza del loro Vescovo[176], che pereffetto di ricevuta educazione e del suo carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi ai piedi del Santo Padre[177].»
A. D. 1086-1305
Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni, e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli. Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178]sostennero fino al momento dellaloro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità, vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole; quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua, trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi, alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra dinanzial Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi. Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave, furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo, afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto achiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo, il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane, vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura,scossa la polve delle sue scarpe,l'Appostolosi allontanò da quelle mura, fra cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181]. Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli Romani cavarono a questigli occhi, risparmiando un tal barbaro trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non conoscedice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de' Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile, che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione, gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano, nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori; insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica». Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della carità cristiana[183]; ma comunquebizzarro e tristo possa apparire, non è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo dodicesimo[184].
A. D. 1140
Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate, avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria, venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non mai sollevatosidagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi, confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale, onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità, faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresiapoliticadovette la sua fama e tutte le sventure alle quali soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non appartenere a questoMondo il suo regno, deducendone intrepidamente che gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de' laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188]nel Concilio generale di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo, oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa dieducazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo, giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191]avendo finalmenteeccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò lo stendardo della ribellione.
A. D. 1144-1154
Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano, diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città. Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì ilnomed'Imperatore, ma a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto parrocchie diRoma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale. Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse colpe col pentimento,e meritandosi l'assoluzione col bando del sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica. Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione, essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmentealla scuola d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.
A. D. 1144
L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma tali titoli venivano concedutidagl'Imperatori, avvero i possenti cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado, della lor dignità[198]e fors'anche delle pretensioni che avevano di derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo, e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente forma aduna nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello. L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù, l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de' suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200]Come assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano alle leggi dellacittà di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne' paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono, o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201].
Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza, annunziarono o confermarono l'independenza di questaCapitale. 1. Il monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne' tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura; distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e d'argento; cedettero al Senato quellodi fabbricar monete di bronzo e di ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del Senatore e le armi di sua famiglia[205].3. Col declinare del poter dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città, questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale: nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo; ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi, gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecerodi meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che per una terza parte, mettendo in vece di lui unpatrizio; ma un sì fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri legislativo edesecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo, forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo, dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e della Repubblica[211].
In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte, prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici, sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea, purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e d'illibato carattere, guerrieroad un tempo e uomo di Stato, e che unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero. Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore, egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. ChiamavasiPodestà[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampocoaccettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.
A. D. 1252-1258
In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama, e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite, questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine. Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di masnadieri.Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere, e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà, la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro, racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una grande colonna di marmo[215].
A. D. 1263-1278
Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe, che già munito di potere independente, si trovasse in istato di difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il misero Corradino, e i Papividero con torvo occhio nel principe francese un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno; talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice, mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV, che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma alnobile e fedele Martino, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo,se così gli parea, o per via di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria loro Metropoli.
A. D. 1144
Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare. Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I, offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A. D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a non disdegnare la sommessione de' suoifigli e vassalli, e a non ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e ilSicilianohanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi allanostralibertà, e allavostracoronazione. Il nostro zelo e il nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo, introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senatoe del popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra poco, e Roma nol vide.
A. D. 1155
Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che, ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armialla vostra persona e al servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma? Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222]. Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo, il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de' primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna. Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà. Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezzadel Senato e il coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati, implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio. Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene. Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani son forse indebolite per vecchiezza?[224]Son io vinto? son prigioniero? Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramentisono superflui; se ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia? Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà. Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città, della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidogliodel grande stendardo, detto ilCarrocciodi Milano[226]. Estinta la Casa di Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici fossero deboli e rifiniti[227].
Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?)furono oggetto di terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo. Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate; ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma, spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro ambizione,sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de' primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano. Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più mai[230];le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo, possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232]e di Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso diTuscolo, e stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega, l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester. Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari, ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de' mercenarj stranieri.
L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna del Signore[234]; sottoi primi Principi cristiani, la cattedra di S. Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de' Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle elezioni spariva per le sommosse di una città che non conosceapiù superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi, l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179, instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il nonpartecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto, venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A. D. 1274)[238]pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla, vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune, o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de' Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il precettodella clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239]uno specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D. 1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i Romani[241]dinanzi alla Chiesadi S. Pietro; nel qual luogo, rimosso dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano legittimo[243]; equesto assalto tentato fuor di tempo contro il privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò.