IL 18 MARZOGli estremi si toccano, dice un antico adagio; talchè come dalla licenza è generata la tirannide, così il despotismo estremo conduce a libertà.Così fu di Milano nel 1848:—oppressa da un governo che voleva ritenerla schiava:—stretta a ferreo giogo:—bavagliata onde non parlasse:—soffocata onde non facesse udir neppure i suoi gemiti,—Milano sofferse, ma non cadde;—ebbe soffocata nella strozza la voce della libertà, ma ella seppe mantener vivo il sentimento liberale ne' più reconditi recessi del cuore....Sorvegliato ogni suo atto, non poteva spezzar le catene che la cingevano;—ma essa non diffidò di quella superiore Provvidenza che veglia sui diritti dell'uomo ed a suo tempo ne rivendica l'oltraggiata esistenza:—soffersemolto,—ma perseverò,—e perseverando maturò i tempi e le occasioni ad una rivoluzione grandiosa, eroica, nella quale un pugno di uomini del popolo, inermi, disuniti, seppe annodarsi e, nuovi Spartani alle Termopili, seppe combattere un'armata numerosa, ben armata, bene organizzata de' suoi oppressori.Il marzo 1848 doveva incarnare le aspirazioni de' Milanesi:—doveva dare alla storia un soggetto eroico da registrare ... La rivoluzione di Sicilia, quella di Francia, quella pure di Vienna ingagliardiva gli sforzi de' Milanesi ad una riscossa:—Milano era stata abbandonata dalle principali autorità, e sol vi rimanevano Radetzky e Torresani; capo l'uno del militare, direttore l'altro della polizia; entrambi fermamente determinati a soffocare nel sangue cittadino ogni tentativo di rivolta.I tempi che faceansi grossi, grossi; gli avvenimenti che si incalzavano con prodigosa rapidità, forzarono la mano al tedesco imperatore a promettere concessioni, e nel mattino del 18 marzo pubblicavasi il seguente:AVVISO«La Presidenza dell'I. R. Governo si fa un dovere di portare a pubblica notizia il contenuto di un dispaccio telegrafico in data diVienna 15 corrente, giunto a Zilli lo stesso giorno ed arrivato a Milano jeri sera».Sua Maestà I. R. l'imperatore ha determinato di abolire la Censura e di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni centrali del Regno Lombardo Veneto. L'adunanza avrà luogo il più tardi il 3 del prossimo venturo mese di luglio.M. HARTLI. R. Ispettore al telegrafo.Milano, il 18 marzo 1848.Il VicepresidenteCONTE O'DONELL.I Milanesi non prestaron fede però alle puniche promesse di un governo che aveva sempre mancato alla fede data al popolo; e d'altra parte la concessione non corrispondeva alle aspirazioni del paese all'indipendenza dallo straniero.Contrapposto all'avviso governativo vedevansi affisse sui muri della città e diffuse pei negozii le seguenti:Domandedegli italiani della Lombardia.«Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibile volere, che il nostro paese intende di essere italiano, e che si sente maturo a libere instituzioni.«Chiediamo offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la guerra:«1º Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità;«2º Abolizione della legge di sangue ed instantanea liberazione dei detenuti politici;«3º Reggenza provvisoria del regno;«4º Libertà della stampa;«5º Riunione dei Consigli comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all'assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.«6. Guardia civica sotto gli ordini della municipalità;«7. Neutralità e sussistenza guarentita alle truppe austriache.»«Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de' Servi.»ORDINE E FERMEZZA.«Milano 18 marzo 1848».Gli animi eransi esaltati allo scoppio di avvenimenti risoluti e decisivi:—l'agitazione era in ogni petto:—grande la concitazione:—l'ardimento era spartano. Trepidando nell'aspettazione delle ore 3, e l'impazienza dell'animo riversandosi dall'occhi, dalle labbra dal tremito delle membra e dallo stesso respiro, ognuno era sceso per le vie in attesa di quell'ora; talchè verso mezzodì le strade eran tutte gremite dimasse popolari, desiose d'azione più che di aspettativa, e, cominciando una voce a parlar di armamenti, divenne voce di tutte quelle masse, le quali risolsero di muoversi verso il palazzo municipale al grido di:Armateci! Dateci la Guardia Civica!Il podestà conte Gabrio Casati cercò di calmar l'effervescenza popolare, e persuaderla che nulla egli poteva fare, ed esser d'uopo che il popolo si rivolgesse al Governo:—ma il popolo non s'acquetava alle esortazioni, e finalmente gridava che gli si desse un capo per guidarlo. Il Casati allora si offrì di capitanare personalmente il popolo, e vi si pose in testa insieme ai Corpi municipale e provinciale.Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!... Non erano uomini che camminavano;—era un'onda che si riversava per le strade, l'un l'altro premendo, spingendo, più portati che camminando, tant'era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era quella bianca, rossa e verde.Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il popolo:—questi, inasprito all'atto ostile, precipitò furioso verso il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo preso,invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo: il solo O'Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur, erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col popolo.In questo frattempo era sopraggiunto l'arcivescovo e l'arciprete Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O'Donell; recatisi da quest'ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l'indussero a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante, spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo:Farò quello che volete! Tutto quello che volete!E il popolo rispondeva:Abbasso la Polizia! Vogliam Guardia Civica!O'Donell replicava allora:Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica!Ma il popolo diffidando delle parole gridò:Lo vogliamo in iscritto.A ciò annuì O'Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:«Milano, 18 marzo 1848«Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.«FirmatoConte O'Donell.»«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.«FirmatoConte O'Donell.»«La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è affidata al Municipio.«FirmatoConte O'Donell.»La Congregazione Municipaledella città di Milano.«In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.«Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor Bellati, Delegato Provinciale.«I Cittadini che hano le armi dovranno portarle con sè.»Casati, podestàBeretta, assessoreGreppi, assessoreSilva, segretarioChi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O'Donell, era stato Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, aMazzuchelli, a Correnti, a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi. Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella persona di O'Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi, ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La concitazione era grande, indescrivibile l'entusiasmo: qua e là vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno agli avvenimenti della giornata; l'immaginazione ardente creava fatti insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle tinte che l'entusiasmo e le aspirazioni somministravano.Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese. Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse più proficuo se armati, portossi all'Oficina Colombo, dove, atterrata la porta, s'impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè sciabole, pistole e pochi fucili.Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato dal popolo e fatto prigioniero.Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor Menini e col commissarioDe Betta che, al primo sfavillar della sommossa, eransi colà rifugiati.Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di continuare l'opera dell'ordinecol mezzo del sangue e del terrore, assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col castello.Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni, mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare, questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione, perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle armi e coi patiboli.Fortunatamente non solo lepietoseintenzioni degli arciduchi non potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky, ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de' suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti il proseguimento di lor marcia.Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero ed in quali caserme distribuite.In Castello6comp.di granat. ungh. a180uomini1,0804"croati210"8406"regg. Alberto190"1,1402squadroni di cavalleria a150"3002batterieleggere180"3603"a piedi80"2401"racchette60"60Nella Caserma S. Francesco.12comp.regg. Paumgartten a190uomini2,0802"cacciat. tirolesi200"4001"regg. Reisinger190"190Nella caserma S. Gerolamo.2comp.croati210uomini4202"regg. Reisinger190"380Nella caserma S. Vittore.4comp. regg. Reisinger a190uomini7601squadrone di cavalleria150"150Nella caserma delle Grazie.1squadrone di cavalleria a150uomini150Nella caserma di S. Eustorgio.6comp. regg. Reisinger a190uomini1,140Nella caserma di S. Angelo.6comp. regg. Kaiser a190uomini1,140Nella caserma dell'Incoronata.4com. del regg. Kaiser a190uomini760Nella caserma di S. Simpliciano.2comp. regg. Kaiser a190uomini3802squadroni di cavalleria150"300La riserva del treno120Collegio di S. Luca.Compagnia dei cadetti150Gendarmeria (alle Grazie)250Guardia di polizia (a S. Bernardino)800———Totale uomini13,790In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo, avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l'ammontare della forza militare tedesca aumentò sino a ventimila.Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza Mercanti, ove erano 2 cannoni;—le undici porte della città;—il Castello;—le altre undici caserme;—l'Arena;—il General Comando;—il Genio;—la Cancelleria militare in casa Cagnola;—la casa Arconati in via di Brisa (alloggio di Radetzky);—i forni militari;—l'Ospitale militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa;—le case sul vicino baluardo presso la Polveriera;—il baluardo del monte Tabor a Porta Romana;—il magazzino a S. Apollinare;—la Polizia generale e gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S. Antonio;—la Casa di correzione;—il Tribunal criminale;—il Tribunal civile;—il Duomo;—l'Arcivescovado;—la Corte, provveduta anche di artiglieria;—il Broletto in cui eranvi pure cannoni;—il Demanio; il Palazzo del Tesoro (Marino);—la regia Villa al giardino pubblico;—il palazzo di governo;—la Zecca.La giornata del 18 marzo era piovosa:—sembrava che la natura, prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera, avversa agli Italiani per la ragion stessa ch'era straniera, indispettita e resa feroce per l'odio che conosceva esser nutrito contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi militari, ma per l'uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento alla tirannide ultramontana,—sembrava che la natura s'attristisse nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e pel sangue che si sarebbe versato.—Era giornata piovosa, melanconica, triste come il cielo sotto cui eran nati que' soldati:—ma in mezzo alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell'entusiasmo popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della barba chiamatoBarbarossa, rammentaronsi ben anco Legnano e la vittoria ottenuta sull'alemanno oppressore,—e giurarono vincere o morire, rammemorando l'ingiunzione delle madri spartane ai lor figli in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran muniti:Ritornerai, dicevano,o con questo o su questo: ossia o vittorioso o morto.Nell'interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una piega di una gravita straordinaria.Ad un'ora circa pomeridiana, narra una storia contemporanea[5], comparvero dieci gendarmi di cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente s'interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta, poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla corte di fare una sortita.A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in un suo opuscolo intitolato:Giustificazione del cittadino Antonio Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate, ecc. (pubblicato dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d'esser stato lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il proprio servizio nella polizia,asserendo ch'egli era stato soltanto incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto quell'uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l'Austria allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l'Austria non promoveva al grado di commissario superiore uomini de' quali non avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione aldispotismo. In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene! sarebbesi con ciò compiuta un'opera di conciliazione, avrebbe il nuovo governo usufruttato delle cognizioni che da una lunga pratica d'ufficio acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione dell'uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente l'Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell'inventario.Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo, diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un'ora e tre quarti nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la quale era situata nell'area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele), comparvero nove ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai cittadini, procedevano baldanzosi.Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè alcune persone civili e pochi facchini, che videro l'atto provocante, corserofuribondi contro il picchetto, gridando, imprecando e lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino. Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al governo il tentativo d'ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti; com'era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta, poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l'aveva trovata nel combattimento.Gli ussari avevano rapportato l'avvenuto, e nuovi drappelli di soldati furon spediti per le strade. Mezz'ora circa dopo la ritirata degli ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti dai cittadinicon un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre batteva le mani:No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria italiana!A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi, ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità s'annidasse ne' petti milanesi in momenti che l'odio per lo straniero e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne' suoi affetti, ne' suoi eroici propositi.In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono di rimanersene più ch'era possibile celati, di lasciar entrare nella piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra, ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva incessantemente fuoco sulla truppa.Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre sassi in quantità sulla sottoposta strada;dimodochè il drappello dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita), e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e ordinò immediatamente la ritirata.Dalle parte dell'arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole, potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture mantennero anche vivo il fuoco in direzione dellaPiazza del Duomo, del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.Dopo il ritorno dall'irruzione al governo di quell'immensa moltitudine, come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa dall'armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere. Ciò avvenne in causa dell'uscita dal Castello a quella stessa ora di tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa; questa truppa, diretta nell'interno della città, si incamminò per la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello; colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore, sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo. Ciò attestiamo in omaggio della verità, ondedimostrare che non ci suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo che nell'ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso di odii fra esso e gl'Italiani; odii che si esplicavano poi contro l'esercito ch'era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare che l'esercito in mano de' tiranni viene esso pure retto da tale tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi condotta pella contrada de' Maravigli, e quindi per quella di S. Maria Segreta, sconcertò i disegni de' popolani ch'eransi colà concentrati onde forzare l'armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega d'armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga, non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che ritrovavasi completamente inerme.Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di disputarle il passaggio, e il conduttore dell'albergo di S. Carlino ne doveva esserne capo.Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell'agitazione ch'erasi diffusa per tuttala città, aveva sin dal mattino tenuta la casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi e di quant'altro valesse a recar offesa, ponendosi co' suoi all'erta di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in quella contrada ed aveva veduta la fuga dell'assembrato popolo avanti la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni interne più opportune. Ma allorchè l'albergatore vide spuntar la truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di meno del marito in coraggio e s'adoperò attivamente al successo della lotta. Giunta la truppa in prossimità dell'albergo, il Beretta diede l'ordine a' suoi d'incominciar l'offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di dure materie dall'alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.Terribile fu la lotta:—le scariche dei fucili s'alternavano rapidamente al grandinar delle tegole:—la polvere prodotta dalle materie gettate dall'alto, il fumo che s'elevava dalla stradaper l'esplosione dell'armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il fischio delle palle che s'incrociavano nel fulminar la casa, le grida furiose dell'una e dell'altra parte, produceva un concento diabolico, e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in atto l'odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano vicendevolmente e senza pietà:—e che si scannano spesso perchè, ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran de' bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto ferrea disciplina;—e i cittadini da lor parte non comprendevano nel furor della lotta che que' soldati ch'erano contro a loro non eran altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per tramutarli col più fiero dispotismo d'inumana disciplina in altrettanti strumenti de' capricci di un uomo.E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconciodalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza Mercanti.De' militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni, poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll'albergatore pell'imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl'inquilini delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che aveva tentato di impossessarsi delle armi dell'armajuolo Sassi, e che si era ritratta all'apparir della truppa, essa fuggente riacquistò animo e ritornò all'impresa contro la bottega del Sassi; questa volta con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.Dalla parte del Genio militare, ch'era situato nella via del Monte di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa, chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un soldato e unaltro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa, paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato ferito.Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato. Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le canne dell'organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini. Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que' paraggi, barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del Giardino. Dalla parte poi della contrada dell'Annunciata costrussero barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della casa D'Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con una carrozza capovolta.Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa esistente di contro aquella, perseguitò la pattuglia di cavalleria con sassi e con tegole che dall'alto lanciava nella sottoposta via. Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena che a' quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò la pattuglia di superar l'ostacolo, ma altri cittadini, appostati nell'atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e, mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando. Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che, temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli d'armi col ferirli. Magli ussari, circondati dai projettili lanciati d'ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate, dovettero i popolani ritirarsi da' quei tetti e scendere a combatter per le strade.Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della città e diffuso anche a mano il seguente bando:«Popolo di Milano!«L'Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie aspettano da noi la parola d'ordine. Il destino d'Italia è nelle nostre mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.«Ordine! Concordia! Coraggio!»Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato, perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'internodella città, nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti, avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti propositi.La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell, ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi, state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la polizia antica, ogni trattativanon approdò a qualsiasi favorevole risultato.Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati. Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini), irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione, arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle; talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di ordinatamente ritirarsi.Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello dalla parte di S. Nazaro.Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri, pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.Passando ad altro punto della città, abbiamveduto che O'Donell era stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza all'occupazione militare del Broletto.Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade, scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente del popolo insorgente,gli urli e le bestemmie di una soldatesca inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando in quando mandava acqua,—tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per l'aere già cupo:—erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato: talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse, strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando al re con fiero accento:Ebbene! voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane;—e bastò la tremenda minaccia per fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S. Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana, e cominciò a martellare. Risposerotosto allo stormo la chiesa di S. Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23 anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina, ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte, finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele, fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con una fucilata in una gamba.Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentreLo giorno se n'andava e l'aer brunoToglieva gli animai che sono in terraDalle fatiche loro[6]....non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori, conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri. Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero barbaramentegittati nella fossa che trovasi nella terza corte del castello.Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno; le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con qualche fucile da caccia.NeiMartiri della rivoluzione lombarda[7]rileviamo che una forte compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni soldato che cadeva era accompagnato dal grido di:Viva l'Italia, e da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione, ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve: perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuoveperdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa, apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S. Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati, uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco. Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena potette ripararsi sotto ilCascinotto, or più non esistente, formato allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di Corte e vi si ripararono.Partiti appena i soldati dalcascinotto, irrupperodalle case molti ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di riparo a nuove truppe sopravvenienti.In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de' Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove trovavansi in grande quantità.Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante, chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello, approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano il cielo avevano anticipata la sera.Trenta furono le vittime cittadine—furon trenta martiri pella patria,—perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e Casati.Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parlauno storico: «Due personaggi d'indole diversa si distinsero nei cinque giorni della memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto onori dall'imperatore d'Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr'uomo Cattaneo. Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua energia era grande, immensa l'influenza del suo nome sul popolo, ma non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui, la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee un'importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però, là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo dava consigli e temeva esser solo a volere[8]».Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava festosamente l'abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore, pronto ad espedienti, premuroso ne' consigli, freddo nei pericoli, audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti:—il suo sguardo di fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.Epigrammi e versi non pur mancavano all'occasione: alla piazza Mercanti furon trovati affissi i seguenti versi:Se tu senti alcun che è spiaDi': È un raggir di poliziaPer distrugger l'influenzaDi fraterna confidenza.Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul conto del conte Vittaliano Crivelli,decoro e tutela operosissima di Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti versi che giravano manoscritti in quei giorni:Era bella testè la confidenzaChe i figli avean tra lor di Lombardia;Formava quell'universal credenzaIl massimo terror di polizia.Che fece? ella gittò la diffidenza,I più caldi spacciando oggi per spia;Ma noi, squarciando i tradimenti suoi,Tornar sapremo in union fra noi.All'invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O'Donell.Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si trovasse il podestà, il quartier generale dell'insurrezione ed O'Donell prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota, che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di granatieri:«Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia città di Milano.«Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.«Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all'obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.«Radetzky, Maresciallo.»Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta dall'assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità conculcata ed oltraggiata.Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra determinazionenon vi era a prendersi che cedere o combattere disperatamente.Tutti conchiusero per la pugna:—tutti gridarono esser pronti a morire per la patria!... Pochi erano i difensori ch'entro vi si trovavano, ma tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico. Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la libertà anche l'adolescenza sappia morire.Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito al Creatore, confortato da' suoi fratelli.Molta truppa s'incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi de' loro.Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch'era accorso alla difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedetterol'assalto dei croati, fu udito gridare:Alle finestre! Alle finestre!Fu quindi osservato affacciarsi egli ad una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino, abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll'arme in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto, che un croato gli fu sopra e lo ferì d'un colpo di bajonetta presso all'inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito com'era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella contrada de' Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza disperata:—e tutti furon pronti a sostenerla.Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e dell'assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava dentro; il bravo medico Luca Cozzi.«Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse, si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte,ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l'assalto.«Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene adoperate l'armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni; avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere per ben due ore. L'inimico non tardò a venire all'assalto.«Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito dalle contrade, bersagliato dai soldati che s'erano impadroniti dei tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla contrada di S. Marcellino e dall'angolo del Rovello. Alcuni pontonieri mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole. Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano obbliqui. Ma indi a poco,occupate tutte le contrade vicine, il nemico piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l'angustia della via non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a colpire la porta. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta. La porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l'inimico poteva agevolmente entrare.«Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici, avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d'indirizzo. A caso ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori, proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamodetto, a nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non lasciarci cogliere coll'arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall'una banda, si calavano con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l'armi in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse l'opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa era impossibile, ma senza scendere a pratica d'accordo.«Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d'Italia in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con ignominiosi accordi.«Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano all'incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano i fucili contro le finestre; menavano colpi all'aria; nelle sale guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci, andati sui tetti, e trovati quivialcuni ragazzi, li precipitarono nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito di dolore e d'ira; cacciati da stanza a stanza, i più de' nostri s'erano rifugiati nell'appartamento del regio delegato (Bellati); appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un maggiore di croati Ottocani, uomo d'indole men bestiale degli altri, e che pure s'ingegnava d'acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del delegato esser prigioni di guerra; dimandava l'immediata consegna delle armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co' suoi occhi tutte le armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.«Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto o dieci tra i quali uncaporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi vicine sempre più le loro grida; c'intronavano l'orecchio i colpi furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri. Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e l'olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere, mormorate tra il terrore d'una morte imminente anche per lui, si mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per qualche istante e frenare l'impeto di que' truci, e a inspirar loro men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono in nuovo furore, esclamando: «Come? anche ambulanza? dunque tutto qua preparato!» E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala per custodirci.«Intanto s'avanzava la notte; durante laquale, avemmo la visita d'un officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito. Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello, avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in Castello, pregavanoandassi a confortare i parenti, a ragguagliarli del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria; nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte, ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani. Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando: «Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza, non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la via dal Brolettoal Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una nuova via di passione.«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore: guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico. Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i prigionieririmasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del delegato.«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il quartier generale che doveva tenere la città.«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone. Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S. Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino nelle nostre sale.«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo, dovevano condurci cogli altri in Castello!«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il Rovello e Contrada Cusani.«Regnava all'intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di fucile e da continuapioggia di tegole e di sassi che i cittadini facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi le offese degli armati.«Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi minacciose le barricate nella contrada dell'Orso e de' Cavenaghi. Anche il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.«Così entrammo prigionieri, con l'unico conforto di aver veduto il popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga degli austriaci attestava la vittoria del popolo.»Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:«Cittadini!«Le prime prove d'oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de' Padri vostri. Perchèqueste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la notte vi stanchi e v'inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.«Ordine! Concordia! Coraggio!»E il popolo milanese non si fece replicare l'avviso: nessuno defezionò al proprio posto: cittadini d'ogni condizione, d'ogni età, d'ogni sesso,—le donne persino,—vegliarono alle barricate, altri presidiarono i tetti, pieni d'entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al posto del combattente:—alla barricata,—sui tetti:—la refezione si faceva agli stessi posti:—le donne confezionavan le vivande e arditamente le trasportavano al posto di guardia.Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia; e pochi anch'essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato ordine di consegnarli all'autorità, avevanli spediti in campagna.Ma quello che più rendeva pericoloso il successodella rivoluzione si era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte Napoleone.A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due strade, correva pericolo d'essere facilmente assalito e facilmente preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti, rispondevano che avrebbero combattuto sino all'ultimo istante e avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa, per la ragione che l'ardimento irriflessivo può compromettere una rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette così coll'imprudente condotta l'esito di una fazione campale. Cattaneo insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria rimanesse agli insorti.Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio di Cattaneo prevalse.Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale in casa Taverna, situata nella contrada de' Bigli; la qual via si presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri, pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi che si presentavano pella difesa e pell'offesa, nonchè pella ritirata; pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone, di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il recinto del giardino Belgioioso.Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.O' Donell, tradotto m casa Taverna, tentò i propositi audaci de' combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno affetto dell'imperatore:—i cittadini non lasciaronsi però lusingare dalle seducenti promesse;—francamentele respinsero,—ognuno gridando: «No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire qualunque fosse per riuscirne l'esito: essere pronti i Milanesi ad incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo che per trent'anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de' popoli amici, i quali sarebbero accorsi in lor ajuto.»Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici gl'impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò conseguire, Torresani ordinò che s'abbruciassero tutte le carte che rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de' funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti, egli sperava giungere allo intento di toglier fede a' proprii impiegati se passavano nelle file degliinsorgenti, e di screditare cittadini onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella insurrezione.In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza, che dissolve, nelle file de' rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo Archivio triennale delle cose d'Italia, pur si riprodusse nel 1859, coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano simulare con sfacciata impudenza d'esser stati liberali; comechè l'Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini, tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che Torresani appiccò alle carte compromettenti, poco mancò che col suo fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini, direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditarela rivoluzione per la natura de' suoi elementi, renderla diffidente e sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non poteva conoscere; convinto Torresani infine che que' condannati approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio che loro accordava la polizia, dell'ignoranza che ognuno aveva intorno al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da parte del cavalier Paladini di prestarsi all'iniqua determinazione.Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.1.Via da noi, Tedesco infido,Non più patti non accordi:Guerra! Guerra! ogn'altro gridoÈ d'infamia e servitù.Su que' rei di sangue lordiIl furor si fa virtù.Ogni spada divien santaChe nei barbari si pianta;È d'Italia indegno figlioChi all'acciar non dà di piglio,E un nemico non atterra:Guerra! Guerra!2.Tentò indarno un crudo bandoRibadirci le catene;La catena volta in brandoNe sta in pugno, e morte dà.Guerra! Guerra! non s'ottieneSenza sangue libertà.Alla legge inesorataFa risposta la Crociata;Fan risposta al truce edittoFermo core, braccio invitto,Ed acciaro che non erra:Guerra! Guerra!3.Non ci attristi più lo sguardoL'abborrito giallo e nero;Sorga l'italo stendardoE sgomenti gli oppressor.Sorga, sorga e splenda alteroIl vessillo tricolor.Lieta insegna, insegna nostraSventolante a noi ti mostra;Il cammino tu ci addita,Noi daremo sangue e vitaPer francar la patria terra:Guerra! Guerra!4.È la guerra il nostro scampo;Da lei gloria avremo e regno:Della spada il fiero lampoDesti in noi l'antico ardir.È d'Italia figlio indegnoChi non sa per lei morir.Chi fra l'Alpi e il Faro è natoL'armi impugni e sia soldato;Varchi il mare, passi il monte,Più non levi al ciel la fronteChi un acciaro non afferra:Guerra! Guerra!5.Dal palagio al tetto umile,Tutto, tutto il bel paeseGuerra eccheggi, e morte al vileChe tant'anni ci calcò.Guerra suonino le chieseChe il ribaldo profanò,Vecchi infermi, donne imbelli,Dei belligeri fratelliSecondate il caldo affetto;Guerra! Guerra! In ogni pettoChe di vita un'aura serra,Guerra! Guerra!
IL 18 MARZOGli estremi si toccano, dice un antico adagio; talchè come dalla licenza è generata la tirannide, così il despotismo estremo conduce a libertà.Così fu di Milano nel 1848:—oppressa da un governo che voleva ritenerla schiava:—stretta a ferreo giogo:—bavagliata onde non parlasse:—soffocata onde non facesse udir neppure i suoi gemiti,—Milano sofferse, ma non cadde;—ebbe soffocata nella strozza la voce della libertà, ma ella seppe mantener vivo il sentimento liberale ne' più reconditi recessi del cuore....Sorvegliato ogni suo atto, non poteva spezzar le catene che la cingevano;—ma essa non diffidò di quella superiore Provvidenza che veglia sui diritti dell'uomo ed a suo tempo ne rivendica l'oltraggiata esistenza:—soffersemolto,—ma perseverò,—e perseverando maturò i tempi e le occasioni ad una rivoluzione grandiosa, eroica, nella quale un pugno di uomini del popolo, inermi, disuniti, seppe annodarsi e, nuovi Spartani alle Termopili, seppe combattere un'armata numerosa, ben armata, bene organizzata de' suoi oppressori.Il marzo 1848 doveva incarnare le aspirazioni de' Milanesi:—doveva dare alla storia un soggetto eroico da registrare ... La rivoluzione di Sicilia, quella di Francia, quella pure di Vienna ingagliardiva gli sforzi de' Milanesi ad una riscossa:—Milano era stata abbandonata dalle principali autorità, e sol vi rimanevano Radetzky e Torresani; capo l'uno del militare, direttore l'altro della polizia; entrambi fermamente determinati a soffocare nel sangue cittadino ogni tentativo di rivolta.I tempi che faceansi grossi, grossi; gli avvenimenti che si incalzavano con prodigosa rapidità, forzarono la mano al tedesco imperatore a promettere concessioni, e nel mattino del 18 marzo pubblicavasi il seguente:AVVISO«La Presidenza dell'I. R. Governo si fa un dovere di portare a pubblica notizia il contenuto di un dispaccio telegrafico in data diVienna 15 corrente, giunto a Zilli lo stesso giorno ed arrivato a Milano jeri sera».Sua Maestà I. R. l'imperatore ha determinato di abolire la Censura e di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni centrali del Regno Lombardo Veneto. L'adunanza avrà luogo il più tardi il 3 del prossimo venturo mese di luglio.M. HARTLI. R. Ispettore al telegrafo.Milano, il 18 marzo 1848.Il VicepresidenteCONTE O'DONELL.I Milanesi non prestaron fede però alle puniche promesse di un governo che aveva sempre mancato alla fede data al popolo; e d'altra parte la concessione non corrispondeva alle aspirazioni del paese all'indipendenza dallo straniero.Contrapposto all'avviso governativo vedevansi affisse sui muri della città e diffuse pei negozii le seguenti:Domandedegli italiani della Lombardia.«Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibile volere, che il nostro paese intende di essere italiano, e che si sente maturo a libere instituzioni.«Chiediamo offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la guerra:«1º Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità;«2º Abolizione della legge di sangue ed instantanea liberazione dei detenuti politici;«3º Reggenza provvisoria del regno;«4º Libertà della stampa;«5º Riunione dei Consigli comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all'assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.«6. Guardia civica sotto gli ordini della municipalità;«7. Neutralità e sussistenza guarentita alle truppe austriache.»«Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de' Servi.»ORDINE E FERMEZZA.«Milano 18 marzo 1848».Gli animi eransi esaltati allo scoppio di avvenimenti risoluti e decisivi:—l'agitazione era in ogni petto:—grande la concitazione:—l'ardimento era spartano. Trepidando nell'aspettazione delle ore 3, e l'impazienza dell'animo riversandosi dall'occhi, dalle labbra dal tremito delle membra e dallo stesso respiro, ognuno era sceso per le vie in attesa di quell'ora; talchè verso mezzodì le strade eran tutte gremite dimasse popolari, desiose d'azione più che di aspettativa, e, cominciando una voce a parlar di armamenti, divenne voce di tutte quelle masse, le quali risolsero di muoversi verso il palazzo municipale al grido di:Armateci! Dateci la Guardia Civica!Il podestà conte Gabrio Casati cercò di calmar l'effervescenza popolare, e persuaderla che nulla egli poteva fare, ed esser d'uopo che il popolo si rivolgesse al Governo:—ma il popolo non s'acquetava alle esortazioni, e finalmente gridava che gli si desse un capo per guidarlo. Il Casati allora si offrì di capitanare personalmente il popolo, e vi si pose in testa insieme ai Corpi municipale e provinciale.Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!... Non erano uomini che camminavano;—era un'onda che si riversava per le strade, l'un l'altro premendo, spingendo, più portati che camminando, tant'era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era quella bianca, rossa e verde.Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il popolo:—questi, inasprito all'atto ostile, precipitò furioso verso il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo preso,invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo: il solo O'Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur, erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col popolo.In questo frattempo era sopraggiunto l'arcivescovo e l'arciprete Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O'Donell; recatisi da quest'ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l'indussero a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante, spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo:Farò quello che volete! Tutto quello che volete!E il popolo rispondeva:Abbasso la Polizia! Vogliam Guardia Civica!O'Donell replicava allora:Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica!Ma il popolo diffidando delle parole gridò:Lo vogliamo in iscritto.A ciò annuì O'Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:«Milano, 18 marzo 1848«Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.«FirmatoConte O'Donell.»«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.«FirmatoConte O'Donell.»«La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è affidata al Municipio.«FirmatoConte O'Donell.»La Congregazione Municipaledella città di Milano.«In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.«Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor Bellati, Delegato Provinciale.«I Cittadini che hano le armi dovranno portarle con sè.»Casati, podestàBeretta, assessoreGreppi, assessoreSilva, segretarioChi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O'Donell, era stato Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, aMazzuchelli, a Correnti, a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi. Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella persona di O'Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi, ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La concitazione era grande, indescrivibile l'entusiasmo: qua e là vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno agli avvenimenti della giornata; l'immaginazione ardente creava fatti insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle tinte che l'entusiasmo e le aspirazioni somministravano.Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese. Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse più proficuo se armati, portossi all'Oficina Colombo, dove, atterrata la porta, s'impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè sciabole, pistole e pochi fucili.Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato dal popolo e fatto prigioniero.Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor Menini e col commissarioDe Betta che, al primo sfavillar della sommossa, eransi colà rifugiati.Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di continuare l'opera dell'ordinecol mezzo del sangue e del terrore, assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col castello.Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni, mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare, questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione, perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle armi e coi patiboli.Fortunatamente non solo lepietoseintenzioni degli arciduchi non potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky, ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de' suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti il proseguimento di lor marcia.Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero ed in quali caserme distribuite.In Castello6comp.di granat. ungh. a180uomini1,0804"croati210"8406"regg. Alberto190"1,1402squadroni di cavalleria a150"3002batterieleggere180"3603"a piedi80"2401"racchette60"60Nella Caserma S. Francesco.12comp.regg. Paumgartten a190uomini2,0802"cacciat. tirolesi200"4001"regg. Reisinger190"190Nella caserma S. Gerolamo.2comp.croati210uomini4202"regg. Reisinger190"380Nella caserma S. Vittore.4comp. regg. Reisinger a190uomini7601squadrone di cavalleria150"150Nella caserma delle Grazie.1squadrone di cavalleria a150uomini150Nella caserma di S. Eustorgio.6comp. regg. Reisinger a190uomini1,140Nella caserma di S. Angelo.6comp. regg. Kaiser a190uomini1,140Nella caserma dell'Incoronata.4com. del regg. Kaiser a190uomini760Nella caserma di S. Simpliciano.2comp. regg. Kaiser a190uomini3802squadroni di cavalleria150"300La riserva del treno120Collegio di S. Luca.Compagnia dei cadetti150Gendarmeria (alle Grazie)250Guardia di polizia (a S. Bernardino)800———Totale uomini13,790In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo, avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l'ammontare della forza militare tedesca aumentò sino a ventimila.Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza Mercanti, ove erano 2 cannoni;—le undici porte della città;—il Castello;—le altre undici caserme;—l'Arena;—il General Comando;—il Genio;—la Cancelleria militare in casa Cagnola;—la casa Arconati in via di Brisa (alloggio di Radetzky);—i forni militari;—l'Ospitale militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa;—le case sul vicino baluardo presso la Polveriera;—il baluardo del monte Tabor a Porta Romana;—il magazzino a S. Apollinare;—la Polizia generale e gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S. Antonio;—la Casa di correzione;—il Tribunal criminale;—il Tribunal civile;—il Duomo;—l'Arcivescovado;—la Corte, provveduta anche di artiglieria;—il Broletto in cui eranvi pure cannoni;—il Demanio; il Palazzo del Tesoro (Marino);—la regia Villa al giardino pubblico;—il palazzo di governo;—la Zecca.La giornata del 18 marzo era piovosa:—sembrava che la natura, prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera, avversa agli Italiani per la ragion stessa ch'era straniera, indispettita e resa feroce per l'odio che conosceva esser nutrito contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi militari, ma per l'uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento alla tirannide ultramontana,—sembrava che la natura s'attristisse nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e pel sangue che si sarebbe versato.—Era giornata piovosa, melanconica, triste come il cielo sotto cui eran nati que' soldati:—ma in mezzo alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell'entusiasmo popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della barba chiamatoBarbarossa, rammentaronsi ben anco Legnano e la vittoria ottenuta sull'alemanno oppressore,—e giurarono vincere o morire, rammemorando l'ingiunzione delle madri spartane ai lor figli in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran muniti:Ritornerai, dicevano,o con questo o su questo: ossia o vittorioso o morto.Nell'interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una piega di una gravita straordinaria.Ad un'ora circa pomeridiana, narra una storia contemporanea[5], comparvero dieci gendarmi di cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente s'interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta, poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla corte di fare una sortita.A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in un suo opuscolo intitolato:Giustificazione del cittadino Antonio Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate, ecc. (pubblicato dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d'esser stato lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il proprio servizio nella polizia,asserendo ch'egli era stato soltanto incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto quell'uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l'Austria allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l'Austria non promoveva al grado di commissario superiore uomini de' quali non avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione aldispotismo. In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene! sarebbesi con ciò compiuta un'opera di conciliazione, avrebbe il nuovo governo usufruttato delle cognizioni che da una lunga pratica d'ufficio acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione dell'uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente l'Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell'inventario.Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo, diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un'ora e tre quarti nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la quale era situata nell'area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele), comparvero nove ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai cittadini, procedevano baldanzosi.Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè alcune persone civili e pochi facchini, che videro l'atto provocante, corserofuribondi contro il picchetto, gridando, imprecando e lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino. Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al governo il tentativo d'ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti; com'era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta, poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l'aveva trovata nel combattimento.Gli ussari avevano rapportato l'avvenuto, e nuovi drappelli di soldati furon spediti per le strade. Mezz'ora circa dopo la ritirata degli ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti dai cittadinicon un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre batteva le mani:No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria italiana!A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi, ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità s'annidasse ne' petti milanesi in momenti che l'odio per lo straniero e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne' suoi affetti, ne' suoi eroici propositi.In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono di rimanersene più ch'era possibile celati, di lasciar entrare nella piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra, ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva incessantemente fuoco sulla truppa.Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre sassi in quantità sulla sottoposta strada;dimodochè il drappello dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita), e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e ordinò immediatamente la ritirata.Dalle parte dell'arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole, potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture mantennero anche vivo il fuoco in direzione dellaPiazza del Duomo, del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.Dopo il ritorno dall'irruzione al governo di quell'immensa moltitudine, come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa dall'armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere. Ciò avvenne in causa dell'uscita dal Castello a quella stessa ora di tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa; questa truppa, diretta nell'interno della città, si incamminò per la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello; colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore, sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo. Ciò attestiamo in omaggio della verità, ondedimostrare che non ci suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo che nell'ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso di odii fra esso e gl'Italiani; odii che si esplicavano poi contro l'esercito ch'era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare che l'esercito in mano de' tiranni viene esso pure retto da tale tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi condotta pella contrada de' Maravigli, e quindi per quella di S. Maria Segreta, sconcertò i disegni de' popolani ch'eransi colà concentrati onde forzare l'armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega d'armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga, non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che ritrovavasi completamente inerme.Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di disputarle il passaggio, e il conduttore dell'albergo di S. Carlino ne doveva esserne capo.Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell'agitazione ch'erasi diffusa per tuttala città, aveva sin dal mattino tenuta la casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi e di quant'altro valesse a recar offesa, ponendosi co' suoi all'erta di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in quella contrada ed aveva veduta la fuga dell'assembrato popolo avanti la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni interne più opportune. Ma allorchè l'albergatore vide spuntar la truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di meno del marito in coraggio e s'adoperò attivamente al successo della lotta. Giunta la truppa in prossimità dell'albergo, il Beretta diede l'ordine a' suoi d'incominciar l'offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di dure materie dall'alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.Terribile fu la lotta:—le scariche dei fucili s'alternavano rapidamente al grandinar delle tegole:—la polvere prodotta dalle materie gettate dall'alto, il fumo che s'elevava dalla stradaper l'esplosione dell'armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il fischio delle palle che s'incrociavano nel fulminar la casa, le grida furiose dell'una e dell'altra parte, produceva un concento diabolico, e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in atto l'odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano vicendevolmente e senza pietà:—e che si scannano spesso perchè, ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran de' bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto ferrea disciplina;—e i cittadini da lor parte non comprendevano nel furor della lotta che que' soldati ch'erano contro a loro non eran altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per tramutarli col più fiero dispotismo d'inumana disciplina in altrettanti strumenti de' capricci di un uomo.E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconciodalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza Mercanti.De' militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni, poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll'albergatore pell'imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl'inquilini delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che aveva tentato di impossessarsi delle armi dell'armajuolo Sassi, e che si era ritratta all'apparir della truppa, essa fuggente riacquistò animo e ritornò all'impresa contro la bottega del Sassi; questa volta con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.Dalla parte del Genio militare, ch'era situato nella via del Monte di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa, chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un soldato e unaltro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa, paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato ferito.Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato. Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le canne dell'organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini. Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que' paraggi, barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del Giardino. Dalla parte poi della contrada dell'Annunciata costrussero barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della casa D'Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con una carrozza capovolta.Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa esistente di contro aquella, perseguitò la pattuglia di cavalleria con sassi e con tegole che dall'alto lanciava nella sottoposta via. Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena che a' quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò la pattuglia di superar l'ostacolo, ma altri cittadini, appostati nell'atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e, mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando. Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che, temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli d'armi col ferirli. Magli ussari, circondati dai projettili lanciati d'ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate, dovettero i popolani ritirarsi da' quei tetti e scendere a combatter per le strade.Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della città e diffuso anche a mano il seguente bando:«Popolo di Milano!«L'Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie aspettano da noi la parola d'ordine. Il destino d'Italia è nelle nostre mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.«Ordine! Concordia! Coraggio!»Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato, perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'internodella città, nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti, avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti propositi.La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell, ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi, state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la polizia antica, ogni trattativanon approdò a qualsiasi favorevole risultato.Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati. Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini), irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione, arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle; talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di ordinatamente ritirarsi.Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello dalla parte di S. Nazaro.Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri, pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.Passando ad altro punto della città, abbiamveduto che O'Donell era stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza all'occupazione militare del Broletto.Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade, scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente del popolo insorgente,gli urli e le bestemmie di una soldatesca inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando in quando mandava acqua,—tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per l'aere già cupo:—erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato: talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse, strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando al re con fiero accento:Ebbene! voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane;—e bastò la tremenda minaccia per fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S. Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana, e cominciò a martellare. Risposerotosto allo stormo la chiesa di S. Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23 anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina, ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte, finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele, fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con una fucilata in una gamba.Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentreLo giorno se n'andava e l'aer brunoToglieva gli animai che sono in terraDalle fatiche loro[6]....non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori, conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri. Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero barbaramentegittati nella fossa che trovasi nella terza corte del castello.Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno; le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con qualche fucile da caccia.NeiMartiri della rivoluzione lombarda[7]rileviamo che una forte compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni soldato che cadeva era accompagnato dal grido di:Viva l'Italia, e da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione, ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve: perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuoveperdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa, apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S. Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati, uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco. Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena potette ripararsi sotto ilCascinotto, or più non esistente, formato allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di Corte e vi si ripararono.Partiti appena i soldati dalcascinotto, irrupperodalle case molti ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di riparo a nuove truppe sopravvenienti.In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de' Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove trovavansi in grande quantità.Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante, chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello, approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano il cielo avevano anticipata la sera.Trenta furono le vittime cittadine—furon trenta martiri pella patria,—perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e Casati.Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parlauno storico: «Due personaggi d'indole diversa si distinsero nei cinque giorni della memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto onori dall'imperatore d'Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr'uomo Cattaneo. Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua energia era grande, immensa l'influenza del suo nome sul popolo, ma non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui, la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee un'importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però, là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo dava consigli e temeva esser solo a volere[8]».Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava festosamente l'abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore, pronto ad espedienti, premuroso ne' consigli, freddo nei pericoli, audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti:—il suo sguardo di fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.Epigrammi e versi non pur mancavano all'occasione: alla piazza Mercanti furon trovati affissi i seguenti versi:Se tu senti alcun che è spiaDi': È un raggir di poliziaPer distrugger l'influenzaDi fraterna confidenza.Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul conto del conte Vittaliano Crivelli,decoro e tutela operosissima di Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti versi che giravano manoscritti in quei giorni:Era bella testè la confidenzaChe i figli avean tra lor di Lombardia;Formava quell'universal credenzaIl massimo terror di polizia.Che fece? ella gittò la diffidenza,I più caldi spacciando oggi per spia;Ma noi, squarciando i tradimenti suoi,Tornar sapremo in union fra noi.All'invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O'Donell.Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si trovasse il podestà, il quartier generale dell'insurrezione ed O'Donell prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota, che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di granatieri:«Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia città di Milano.«Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.«Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all'obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.«Radetzky, Maresciallo.»Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta dall'assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità conculcata ed oltraggiata.Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra determinazionenon vi era a prendersi che cedere o combattere disperatamente.Tutti conchiusero per la pugna:—tutti gridarono esser pronti a morire per la patria!... Pochi erano i difensori ch'entro vi si trovavano, ma tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico. Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la libertà anche l'adolescenza sappia morire.Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito al Creatore, confortato da' suoi fratelli.Molta truppa s'incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi de' loro.Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch'era accorso alla difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedetterol'assalto dei croati, fu udito gridare:Alle finestre! Alle finestre!Fu quindi osservato affacciarsi egli ad una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino, abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll'arme in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto, che un croato gli fu sopra e lo ferì d'un colpo di bajonetta presso all'inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito com'era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella contrada de' Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza disperata:—e tutti furon pronti a sostenerla.Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e dell'assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava dentro; il bravo medico Luca Cozzi.«Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse, si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte,ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l'assalto.«Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene adoperate l'armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni; avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere per ben due ore. L'inimico non tardò a venire all'assalto.«Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito dalle contrade, bersagliato dai soldati che s'erano impadroniti dei tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla contrada di S. Marcellino e dall'angolo del Rovello. Alcuni pontonieri mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole. Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano obbliqui. Ma indi a poco,occupate tutte le contrade vicine, il nemico piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l'angustia della via non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a colpire la porta. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta. La porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l'inimico poteva agevolmente entrare.«Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici, avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d'indirizzo. A caso ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori, proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamodetto, a nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non lasciarci cogliere coll'arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall'una banda, si calavano con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l'armi in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse l'opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa era impossibile, ma senza scendere a pratica d'accordo.«Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d'Italia in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con ignominiosi accordi.«Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano all'incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano i fucili contro le finestre; menavano colpi all'aria; nelle sale guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci, andati sui tetti, e trovati quivialcuni ragazzi, li precipitarono nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito di dolore e d'ira; cacciati da stanza a stanza, i più de' nostri s'erano rifugiati nell'appartamento del regio delegato (Bellati); appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un maggiore di croati Ottocani, uomo d'indole men bestiale degli altri, e che pure s'ingegnava d'acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del delegato esser prigioni di guerra; dimandava l'immediata consegna delle armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co' suoi occhi tutte le armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.«Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto o dieci tra i quali uncaporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi vicine sempre più le loro grida; c'intronavano l'orecchio i colpi furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri. Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e l'olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere, mormorate tra il terrore d'una morte imminente anche per lui, si mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per qualche istante e frenare l'impeto di que' truci, e a inspirar loro men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono in nuovo furore, esclamando: «Come? anche ambulanza? dunque tutto qua preparato!» E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala per custodirci.«Intanto s'avanzava la notte; durante laquale, avemmo la visita d'un officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito. Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello, avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in Castello, pregavanoandassi a confortare i parenti, a ragguagliarli del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria; nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte, ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani. Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando: «Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza, non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la via dal Brolettoal Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una nuova via di passione.«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore: guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico. Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i prigionieririmasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del delegato.«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il quartier generale che doveva tenere la città.«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone. Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S. Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino nelle nostre sale.«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo, dovevano condurci cogli altri in Castello!«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il Rovello e Contrada Cusani.«Regnava all'intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di fucile e da continuapioggia di tegole e di sassi che i cittadini facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi le offese degli armati.«Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi minacciose le barricate nella contrada dell'Orso e de' Cavenaghi. Anche il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.«Così entrammo prigionieri, con l'unico conforto di aver veduto il popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga degli austriaci attestava la vittoria del popolo.»Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:«Cittadini!«Le prime prove d'oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de' Padri vostri. Perchèqueste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la notte vi stanchi e v'inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.«Ordine! Concordia! Coraggio!»E il popolo milanese non si fece replicare l'avviso: nessuno defezionò al proprio posto: cittadini d'ogni condizione, d'ogni età, d'ogni sesso,—le donne persino,—vegliarono alle barricate, altri presidiarono i tetti, pieni d'entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al posto del combattente:—alla barricata,—sui tetti:—la refezione si faceva agli stessi posti:—le donne confezionavan le vivande e arditamente le trasportavano al posto di guardia.Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia; e pochi anch'essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato ordine di consegnarli all'autorità, avevanli spediti in campagna.Ma quello che più rendeva pericoloso il successodella rivoluzione si era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte Napoleone.A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due strade, correva pericolo d'essere facilmente assalito e facilmente preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti, rispondevano che avrebbero combattuto sino all'ultimo istante e avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa, per la ragione che l'ardimento irriflessivo può compromettere una rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette così coll'imprudente condotta l'esito di una fazione campale. Cattaneo insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria rimanesse agli insorti.Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio di Cattaneo prevalse.Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale in casa Taverna, situata nella contrada de' Bigli; la qual via si presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri, pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi che si presentavano pella difesa e pell'offesa, nonchè pella ritirata; pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone, di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il recinto del giardino Belgioioso.Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.O' Donell, tradotto m casa Taverna, tentò i propositi audaci de' combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno affetto dell'imperatore:—i cittadini non lasciaronsi però lusingare dalle seducenti promesse;—francamentele respinsero,—ognuno gridando: «No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire qualunque fosse per riuscirne l'esito: essere pronti i Milanesi ad incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo che per trent'anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de' popoli amici, i quali sarebbero accorsi in lor ajuto.»Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici gl'impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò conseguire, Torresani ordinò che s'abbruciassero tutte le carte che rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de' funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti, egli sperava giungere allo intento di toglier fede a' proprii impiegati se passavano nelle file degliinsorgenti, e di screditare cittadini onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella insurrezione.In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza, che dissolve, nelle file de' rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo Archivio triennale delle cose d'Italia, pur si riprodusse nel 1859, coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano simulare con sfacciata impudenza d'esser stati liberali; comechè l'Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini, tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che Torresani appiccò alle carte compromettenti, poco mancò che col suo fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini, direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditarela rivoluzione per la natura de' suoi elementi, renderla diffidente e sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non poteva conoscere; convinto Torresani infine che que' condannati approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio che loro accordava la polizia, dell'ignoranza che ognuno aveva intorno al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da parte del cavalier Paladini di prestarsi all'iniqua determinazione.Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.1.Via da noi, Tedesco infido,Non più patti non accordi:Guerra! Guerra! ogn'altro gridoÈ d'infamia e servitù.Su que' rei di sangue lordiIl furor si fa virtù.Ogni spada divien santaChe nei barbari si pianta;È d'Italia indegno figlioChi all'acciar non dà di piglio,E un nemico non atterra:Guerra! Guerra!2.Tentò indarno un crudo bandoRibadirci le catene;La catena volta in brandoNe sta in pugno, e morte dà.Guerra! Guerra! non s'ottieneSenza sangue libertà.Alla legge inesorataFa risposta la Crociata;Fan risposta al truce edittoFermo core, braccio invitto,Ed acciaro che non erra:Guerra! Guerra!3.Non ci attristi più lo sguardoL'abborrito giallo e nero;Sorga l'italo stendardoE sgomenti gli oppressor.Sorga, sorga e splenda alteroIl vessillo tricolor.Lieta insegna, insegna nostraSventolante a noi ti mostra;Il cammino tu ci addita,Noi daremo sangue e vitaPer francar la patria terra:Guerra! Guerra!4.È la guerra il nostro scampo;Da lei gloria avremo e regno:Della spada il fiero lampoDesti in noi l'antico ardir.È d'Italia figlio indegnoChi non sa per lei morir.Chi fra l'Alpi e il Faro è natoL'armi impugni e sia soldato;Varchi il mare, passi il monte,Più non levi al ciel la fronteChi un acciaro non afferra:Guerra! Guerra!5.Dal palagio al tetto umile,Tutto, tutto il bel paeseGuerra eccheggi, e morte al vileChe tant'anni ci calcò.Guerra suonino le chieseChe il ribaldo profanò,Vecchi infermi, donne imbelli,Dei belligeri fratelliSecondate il caldo affetto;Guerra! Guerra! In ogni pettoChe di vita un'aura serra,Guerra! Guerra!
Gli estremi si toccano, dice un antico adagio; talchè come dalla licenza è generata la tirannide, così il despotismo estremo conduce a libertà.
Così fu di Milano nel 1848:—oppressa da un governo che voleva ritenerla schiava:—stretta a ferreo giogo:—bavagliata onde non parlasse:—soffocata onde non facesse udir neppure i suoi gemiti,—Milano sofferse, ma non cadde;—ebbe soffocata nella strozza la voce della libertà, ma ella seppe mantener vivo il sentimento liberale ne' più reconditi recessi del cuore....
Sorvegliato ogni suo atto, non poteva spezzar le catene che la cingevano;—ma essa non diffidò di quella superiore Provvidenza che veglia sui diritti dell'uomo ed a suo tempo ne rivendica l'oltraggiata esistenza:—soffersemolto,—ma perseverò,—e perseverando maturò i tempi e le occasioni ad una rivoluzione grandiosa, eroica, nella quale un pugno di uomini del popolo, inermi, disuniti, seppe annodarsi e, nuovi Spartani alle Termopili, seppe combattere un'armata numerosa, ben armata, bene organizzata de' suoi oppressori.
Il marzo 1848 doveva incarnare le aspirazioni de' Milanesi:—doveva dare alla storia un soggetto eroico da registrare ... La rivoluzione di Sicilia, quella di Francia, quella pure di Vienna ingagliardiva gli sforzi de' Milanesi ad una riscossa:—Milano era stata abbandonata dalle principali autorità, e sol vi rimanevano Radetzky e Torresani; capo l'uno del militare, direttore l'altro della polizia; entrambi fermamente determinati a soffocare nel sangue cittadino ogni tentativo di rivolta.
I tempi che faceansi grossi, grossi; gli avvenimenti che si incalzavano con prodigosa rapidità, forzarono la mano al tedesco imperatore a promettere concessioni, e nel mattino del 18 marzo pubblicavasi il seguente:
AVVISO
«La Presidenza dell'I. R. Governo si fa un dovere di portare a pubblica notizia il contenuto di un dispaccio telegrafico in data diVienna 15 corrente, giunto a Zilli lo stesso giorno ed arrivato a Milano jeri sera».
Sua Maestà I. R. l'imperatore ha determinato di abolire la Censura e di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni centrali del Regno Lombardo Veneto. L'adunanza avrà luogo il più tardi il 3 del prossimo venturo mese di luglio.
M. HARTL
I. R. Ispettore al telegrafo.
Milano, il 18 marzo 1848.
Il VicepresidenteCONTE O'DONELL.
I Milanesi non prestaron fede però alle puniche promesse di un governo che aveva sempre mancato alla fede data al popolo; e d'altra parte la concessione non corrispondeva alle aspirazioni del paese all'indipendenza dallo straniero.
Contrapposto all'avviso governativo vedevansi affisse sui muri della città e diffuse pei negozii le seguenti:
Domandedegli italiani della Lombardia.
«Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibile volere, che il nostro paese intende di essere italiano, e che si sente maturo a libere instituzioni.«Chiediamo offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la guerra:«1º Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità;«2º Abolizione della legge di sangue ed instantanea liberazione dei detenuti politici;«3º Reggenza provvisoria del regno;«4º Libertà della stampa;«5º Riunione dei Consigli comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all'assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.«6. Guardia civica sotto gli ordini della municipalità;«7. Neutralità e sussistenza guarentita alle truppe austriache.»«Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de' Servi.»
«Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibile volere, che il nostro paese intende di essere italiano, e che si sente maturo a libere instituzioni.
«Chiediamo offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la guerra:
«1º Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità;
«2º Abolizione della legge di sangue ed instantanea liberazione dei detenuti politici;
«3º Reggenza provvisoria del regno;
«4º Libertà della stampa;
«5º Riunione dei Consigli comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all'assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.
«6. Guardia civica sotto gli ordini della municipalità;
«7. Neutralità e sussistenza guarentita alle truppe austriache.»
«Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de' Servi.»
ORDINE E FERMEZZA.
«Milano 18 marzo 1848».
Gli animi eransi esaltati allo scoppio di avvenimenti risoluti e decisivi:—l'agitazione era in ogni petto:—grande la concitazione:—l'ardimento era spartano. Trepidando nell'aspettazione delle ore 3, e l'impazienza dell'animo riversandosi dall'occhi, dalle labbra dal tremito delle membra e dallo stesso respiro, ognuno era sceso per le vie in attesa di quell'ora; talchè verso mezzodì le strade eran tutte gremite dimasse popolari, desiose d'azione più che di aspettativa, e, cominciando una voce a parlar di armamenti, divenne voce di tutte quelle masse, le quali risolsero di muoversi verso il palazzo municipale al grido di:Armateci! Dateci la Guardia Civica!
Il podestà conte Gabrio Casati cercò di calmar l'effervescenza popolare, e persuaderla che nulla egli poteva fare, ed esser d'uopo che il popolo si rivolgesse al Governo:—ma il popolo non s'acquetava alle esortazioni, e finalmente gridava che gli si desse un capo per guidarlo. Il Casati allora si offrì di capitanare personalmente il popolo, e vi si pose in testa insieme ai Corpi municipale e provinciale.
Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!... Non erano uomini che camminavano;—era un'onda che si riversava per le strade, l'un l'altro premendo, spingendo, più portati che camminando, tant'era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era quella bianca, rossa e verde.
Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il popolo:—questi, inasprito all'atto ostile, precipitò furioso verso il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo preso,invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo: il solo O'Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur, erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col popolo.
In questo frattempo era sopraggiunto l'arcivescovo e l'arciprete Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O'Donell; recatisi da quest'ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l'indussero a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante, spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo:Farò quello che volete! Tutto quello che volete!E il popolo rispondeva:Abbasso la Polizia! Vogliam Guardia Civica!O'Donell replicava allora:Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica!Ma il popolo diffidando delle parole gridò:Lo vogliamo in iscritto.A ciò annuì O'Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:
«Milano, 18 marzo 1848
«Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.
«FirmatoConte O'Donell.»
«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.
«FirmatoConte O'Donell.»
«La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è affidata al Municipio.
«FirmatoConte O'Donell.»
La Congregazione Municipaledella città di Milano.
«In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.
«Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor Bellati, Delegato Provinciale.
«I Cittadini che hano le armi dovranno portarle con sè.»
Casati, podestàBeretta, assessoreGreppi, assessore
Silva, segretario
Chi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O'Donell, era stato Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, aMazzuchelli, a Correnti, a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi. Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella persona di O'Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.
Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi, ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La concitazione era grande, indescrivibile l'entusiasmo: qua e là vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno agli avvenimenti della giornata; l'immaginazione ardente creava fatti insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle tinte che l'entusiasmo e le aspirazioni somministravano.
Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese. Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse più proficuo se armati, portossi all'Oficina Colombo, dove, atterrata la porta, s'impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè sciabole, pistole e pochi fucili.
Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato dal popolo e fatto prigioniero.
Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.
Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.
Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor Menini e col commissarioDe Betta che, al primo sfavillar della sommossa, eransi colà rifugiati.
Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di continuare l'opera dell'ordinecol mezzo del sangue e del terrore, assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col castello.
Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni, mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare, questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione, perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle armi e coi patiboli.
Fortunatamente non solo lepietoseintenzioni degli arciduchi non potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky, ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de' suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti il proseguimento di lor marcia.
Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero ed in quali caserme distribuite.
In Castello
Nella Caserma S. Francesco.
Nella caserma S. Gerolamo.
Nella caserma S. Vittore.
Nella caserma delle Grazie.
Nella caserma di S. Eustorgio.
Nella caserma di S. Angelo.
Nella caserma dell'Incoronata.
Nella caserma di S. Simpliciano.
Collegio di S. Luca.
In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo, avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l'ammontare della forza militare tedesca aumentò sino a ventimila.
Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza Mercanti, ove erano 2 cannoni;—le undici porte della città;—il Castello;—le altre undici caserme;—l'Arena;—il General Comando;—il Genio;—la Cancelleria militare in casa Cagnola;—la casa Arconati in via di Brisa (alloggio di Radetzky);—i forni militari;—l'Ospitale militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa;—le case sul vicino baluardo presso la Polveriera;—il baluardo del monte Tabor a Porta Romana;—il magazzino a S. Apollinare;—la Polizia generale e gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S. Antonio;—la Casa di correzione;—il Tribunal criminale;—il Tribunal civile;—il Duomo;—l'Arcivescovado;—la Corte, provveduta anche di artiglieria;—il Broletto in cui eranvi pure cannoni;—il Demanio; il Palazzo del Tesoro (Marino);—la regia Villa al giardino pubblico;—il palazzo di governo;—la Zecca.
La giornata del 18 marzo era piovosa:—sembrava che la natura, prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera, avversa agli Italiani per la ragion stessa ch'era straniera, indispettita e resa feroce per l'odio che conosceva esser nutrito contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi militari, ma per l'uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento alla tirannide ultramontana,—sembrava che la natura s'attristisse nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e pel sangue che si sarebbe versato.—Era giornata piovosa, melanconica, triste come il cielo sotto cui eran nati que' soldati:—ma in mezzo alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell'entusiasmo popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della barba chiamatoBarbarossa, rammentaronsi ben anco Legnano e la vittoria ottenuta sull'alemanno oppressore,—e giurarono vincere o morire, rammemorando l'ingiunzione delle madri spartane ai lor figli in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran muniti:Ritornerai, dicevano,o con questo o su questo: ossia o vittorioso o morto.
Nell'interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una piega di una gravita straordinaria.Ad un'ora circa pomeridiana, narra una storia contemporanea[5], comparvero dieci gendarmi di cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente s'interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta, poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla corte di fare una sortita.
A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in un suo opuscolo intitolato:Giustificazione del cittadino Antonio Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate, ecc. (pubblicato dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d'esser stato lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il proprio servizio nella polizia,asserendo ch'egli era stato soltanto incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto quell'uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l'Austria allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l'Austria non promoveva al grado di commissario superiore uomini de' quali non avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione aldispotismo. In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene! sarebbesi con ciò compiuta un'opera di conciliazione, avrebbe il nuovo governo usufruttato delle cognizioni che da una lunga pratica d'ufficio acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione dell'uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente l'Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell'inventario.
Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo, diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un'ora e tre quarti nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la quale era situata nell'area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele), comparvero nove ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai cittadini, procedevano baldanzosi.
Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè alcune persone civili e pochi facchini, che videro l'atto provocante, corserofuribondi contro il picchetto, gridando, imprecando e lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino. Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.
La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al governo il tentativo d'ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti; com'era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta, poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l'aveva trovata nel combattimento.
Gli ussari avevano rapportato l'avvenuto, e nuovi drappelli di soldati furon spediti per le strade. Mezz'ora circa dopo la ritirata degli ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti dai cittadinicon un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre batteva le mani:No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria italiana!A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi, ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità s'annidasse ne' petti milanesi in momenti che l'odio per lo straniero e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne' suoi affetti, ne' suoi eroici propositi.
In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono di rimanersene più ch'era possibile celati, di lasciar entrare nella piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra, ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva incessantemente fuoco sulla truppa.
Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre sassi in quantità sulla sottoposta strada;dimodochè il drappello dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita), e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e ordinò immediatamente la ritirata.
Dalle parte dell'arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole, potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture mantennero anche vivo il fuoco in direzione dellaPiazza del Duomo, del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.
Dopo il ritorno dall'irruzione al governo di quell'immensa moltitudine, come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.
Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa dall'armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere. Ciò avvenne in causa dell'uscita dal Castello a quella stessa ora di tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa; questa truppa, diretta nell'interno della città, si incamminò per la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello; colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore, sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo. Ciò attestiamo in omaggio della verità, ondedimostrare che non ci suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo che nell'ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso di odii fra esso e gl'Italiani; odii che si esplicavano poi contro l'esercito ch'era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare che l'esercito in mano de' tiranni viene esso pure retto da tale tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi condotta pella contrada de' Maravigli, e quindi per quella di S. Maria Segreta, sconcertò i disegni de' popolani ch'eransi colà concentrati onde forzare l'armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega d'armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga, non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che ritrovavasi completamente inerme.
Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di disputarle il passaggio, e il conduttore dell'albergo di S. Carlino ne doveva esserne capo.
Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell'agitazione ch'erasi diffusa per tuttala città, aveva sin dal mattino tenuta la casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi e di quant'altro valesse a recar offesa, ponendosi co' suoi all'erta di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in quella contrada ed aveva veduta la fuga dell'assembrato popolo avanti la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni interne più opportune. Ma allorchè l'albergatore vide spuntar la truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di meno del marito in coraggio e s'adoperò attivamente al successo della lotta. Giunta la truppa in prossimità dell'albergo, il Beretta diede l'ordine a' suoi d'incominciar l'offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di dure materie dall'alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.
Terribile fu la lotta:—le scariche dei fucili s'alternavano rapidamente al grandinar delle tegole:—la polvere prodotta dalle materie gettate dall'alto, il fumo che s'elevava dalla stradaper l'esplosione dell'armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il fischio delle palle che s'incrociavano nel fulminar la casa, le grida furiose dell'una e dell'altra parte, produceva un concento diabolico, e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in atto l'odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano vicendevolmente e senza pietà:—e che si scannano spesso perchè, ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran de' bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto ferrea disciplina;—e i cittadini da lor parte non comprendevano nel furor della lotta che que' soldati ch'erano contro a loro non eran altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per tramutarli col più fiero dispotismo d'inumana disciplina in altrettanti strumenti de' capricci di un uomo.
E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconciodalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza Mercanti.
De' militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni, poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.
Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll'albergatore pell'imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl'inquilini delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che aveva tentato di impossessarsi delle armi dell'armajuolo Sassi, e che si era ritratta all'apparir della truppa, essa fuggente riacquistò animo e ritornò all'impresa contro la bottega del Sassi; questa volta con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.
Dalla parte del Genio militare, ch'era situato nella via del Monte di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa, chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un soldato e unaltro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa, paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato ferito.
Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato. Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le canne dell'organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini. Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que' paraggi, barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del Giardino. Dalla parte poi della contrada dell'Annunciata costrussero barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della casa D'Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con una carrozza capovolta.
Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa esistente di contro aquella, perseguitò la pattuglia di cavalleria con sassi e con tegole che dall'alto lanciava nella sottoposta via. Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena che a' quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò la pattuglia di superar l'ostacolo, ma altri cittadini, appostati nell'atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e, mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando. Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che, temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli d'armi col ferirli. Magli ussari, circondati dai projettili lanciati d'ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.
Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate, dovettero i popolani ritirarsi da' quei tetti e scendere a combatter per le strade.
Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della città e diffuso anche a mano il seguente bando:
«Popolo di Milano!
«L'Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie aspettano da noi la parola d'ordine. Il destino d'Italia è nelle nostre mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.
«Ordine! Concordia! Coraggio!»
Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato, perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'internodella città, nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti, avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti propositi.
La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell, ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi, state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la polizia antica, ogni trattativanon approdò a qualsiasi favorevole risultato.
Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati. Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini), irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione, arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle; talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di ordinatamente ritirarsi.
Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello dalla parte di S. Nazaro.
Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri, pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.
Passando ad altro punto della città, abbiamveduto che O'Donell era stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza all'occupazione militare del Broletto.
Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade, scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente del popolo insorgente,gli urli e le bestemmie di una soldatesca inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando in quando mandava acqua,—tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per l'aere già cupo:—erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato: talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse, strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando al re con fiero accento:Ebbene! voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane;—e bastò la tremenda minaccia per fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.
E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S. Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana, e cominciò a martellare. Risposerotosto allo stormo la chiesa di S. Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.
Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23 anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.
Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina, ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte, finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele, fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con una fucilata in una gamba.
Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentre
Lo giorno se n'andava e l'aer brunoToglieva gli animai che sono in terraDalle fatiche loro[6]....
non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori, conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri. Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero barbaramentegittati nella fossa che trovasi nella terza corte del castello.
Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno; le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con qualche fucile da caccia.
NeiMartiri della rivoluzione lombarda[7]rileviamo che una forte compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni soldato che cadeva era accompagnato dal grido di:Viva l'Italia, e da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione, ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve: perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuoveperdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa, apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S. Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati, uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco. Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena potette ripararsi sotto ilCascinotto, or più non esistente, formato allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di Corte e vi si ripararono.
Partiti appena i soldati dalcascinotto, irrupperodalle case molti ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di riparo a nuove truppe sopravvenienti.
In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de' Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove trovavansi in grande quantità.
Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante, chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello, approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano il cielo avevano anticipata la sera.
Trenta furono le vittime cittadine—furon trenta martiri pella patria,—perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.
Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e Casati.
Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parlauno storico: «Due personaggi d'indole diversa si distinsero nei cinque giorni della memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto onori dall'imperatore d'Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr'uomo Cattaneo. Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua energia era grande, immensa l'influenza del suo nome sul popolo, ma non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui, la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee un'importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però, là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo dava consigli e temeva esser solo a volere[8]».
Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava festosamente l'abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore, pronto ad espedienti, premuroso ne' consigli, freddo nei pericoli, audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti:—il suo sguardo di fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.
Epigrammi e versi non pur mancavano all'occasione: alla piazza Mercanti furon trovati affissi i seguenti versi:
Se tu senti alcun che è spiaDi': È un raggir di poliziaPer distrugger l'influenzaDi fraterna confidenza.
Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul conto del conte Vittaliano Crivelli,decoro e tutela operosissima di Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti versi che giravano manoscritti in quei giorni:
Era bella testè la confidenzaChe i figli avean tra lor di Lombardia;Formava quell'universal credenzaIl massimo terror di polizia.Che fece? ella gittò la diffidenza,I più caldi spacciando oggi per spia;Ma noi, squarciando i tradimenti suoi,Tornar sapremo in union fra noi.
All'invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O'Donell.
Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si trovasse il podestà, il quartier generale dell'insurrezione ed O'Donell prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota, che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di granatieri:
«Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia città di Milano.
«Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.
«Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all'obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.
«Radetzky, Maresciallo.»
Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta dall'assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità conculcata ed oltraggiata.
Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra determinazionenon vi era a prendersi che cedere o combattere disperatamente.
Tutti conchiusero per la pugna:—tutti gridarono esser pronti a morire per la patria!... Pochi erano i difensori ch'entro vi si trovavano, ma tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico. Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la libertà anche l'adolescenza sappia morire.
Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito al Creatore, confortato da' suoi fratelli.
Molta truppa s'incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi de' loro.
Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch'era accorso alla difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedetterol'assalto dei croati, fu udito gridare:Alle finestre! Alle finestre!Fu quindi osservato affacciarsi egli ad una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino, abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll'arme in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto, che un croato gli fu sopra e lo ferì d'un colpo di bajonetta presso all'inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito com'era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella contrada de' Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.
Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza disperata:—e tutti furon pronti a sostenerla.
Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e dell'assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava dentro; il bravo medico Luca Cozzi.
«Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse, si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte,ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l'assalto.
«Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene adoperate l'armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni; avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere per ben due ore. L'inimico non tardò a venire all'assalto.
«Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito dalle contrade, bersagliato dai soldati che s'erano impadroniti dei tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla contrada di S. Marcellino e dall'angolo del Rovello. Alcuni pontonieri mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole. Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano obbliqui. Ma indi a poco,occupate tutte le contrade vicine, il nemico piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l'angustia della via non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a colpire la porta. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta. La porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l'inimico poteva agevolmente entrare.
«Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici, avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d'indirizzo. A caso ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori, proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamodetto, a nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non lasciarci cogliere coll'arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall'una banda, si calavano con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l'armi in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse l'opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa era impossibile, ma senza scendere a pratica d'accordo.
«Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d'Italia in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con ignominiosi accordi.
«Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano all'incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano i fucili contro le finestre; menavano colpi all'aria; nelle sale guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci, andati sui tetti, e trovati quivialcuni ragazzi, li precipitarono nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito di dolore e d'ira; cacciati da stanza a stanza, i più de' nostri s'erano rifugiati nell'appartamento del regio delegato (Bellati); appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un maggiore di croati Ottocani, uomo d'indole men bestiale degli altri, e che pure s'ingegnava d'acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del delegato esser prigioni di guerra; dimandava l'immediata consegna delle armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co' suoi occhi tutte le armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.
«Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto o dieci tra i quali uncaporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi vicine sempre più le loro grida; c'intronavano l'orecchio i colpi furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri. Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e l'olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere, mormorate tra il terrore d'una morte imminente anche per lui, si mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per qualche istante e frenare l'impeto di que' truci, e a inspirar loro men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono in nuovo furore, esclamando: «Come? anche ambulanza? dunque tutto qua preparato!» E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala per custodirci.
«Intanto s'avanzava la notte; durante laquale, avemmo la visita d'un officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito. Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.
«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello, avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in Castello, pregavanoandassi a confortare i parenti, a ragguagliarli del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria; nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.
«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte, ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani. Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando: «Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza, non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la via dal Brolettoal Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una nuova via di passione.
«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore: guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico. Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i prigionieririmasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del delegato.
«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.
«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il quartier generale che doveva tenere la città.
«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone. Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S. Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino nelle nostre sale.
«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo, dovevano condurci cogli altri in Castello!
«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il Rovello e Contrada Cusani.
«Regnava all'intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di fucile e da continuapioggia di tegole e di sassi che i cittadini facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi le offese degli armati.
«Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi minacciose le barricate nella contrada dell'Orso e de' Cavenaghi. Anche il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.
«Così entrammo prigionieri, con l'unico conforto di aver veduto il popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga degli austriaci attestava la vittoria del popolo.»
Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:
«Cittadini!
«Le prime prove d'oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de' Padri vostri. Perchèqueste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la notte vi stanchi e v'inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.
«Ordine! Concordia! Coraggio!»
E il popolo milanese non si fece replicare l'avviso: nessuno defezionò al proprio posto: cittadini d'ogni condizione, d'ogni età, d'ogni sesso,—le donne persino,—vegliarono alle barricate, altri presidiarono i tetti, pieni d'entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al posto del combattente:—alla barricata,—sui tetti:—la refezione si faceva agli stessi posti:—le donne confezionavan le vivande e arditamente le trasportavano al posto di guardia.
Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia; e pochi anch'essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato ordine di consegnarli all'autorità, avevanli spediti in campagna.
Ma quello che più rendeva pericoloso il successodella rivoluzione si era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte Napoleone.
A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due strade, correva pericolo d'essere facilmente assalito e facilmente preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.
Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti, rispondevano che avrebbero combattuto sino all'ultimo istante e avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa, per la ragione che l'ardimento irriflessivo può compromettere una rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette così coll'imprudente condotta l'esito di una fazione campale. Cattaneo insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria rimanesse agli insorti.
Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio di Cattaneo prevalse.
Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale in casa Taverna, situata nella contrada de' Bigli; la qual via si presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri, pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.
Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi che si presentavano pella difesa e pell'offesa, nonchè pella ritirata; pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone, di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il recinto del giardino Belgioioso.
Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.
O' Donell, tradotto m casa Taverna, tentò i propositi audaci de' combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno affetto dell'imperatore:—i cittadini non lasciaronsi però lusingare dalle seducenti promesse;—francamentele respinsero,—ognuno gridando: «No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire qualunque fosse per riuscirne l'esito: essere pronti i Milanesi ad incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo che per trent'anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de' popoli amici, i quali sarebbero accorsi in lor ajuto.»
Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici gl'impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò conseguire, Torresani ordinò che s'abbruciassero tutte le carte che rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de' funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti, egli sperava giungere allo intento di toglier fede a' proprii impiegati se passavano nelle file degliinsorgenti, e di screditare cittadini onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella insurrezione.
In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza, che dissolve, nelle file de' rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo Archivio triennale delle cose d'Italia, pur si riprodusse nel 1859, coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano simulare con sfacciata impudenza d'esser stati liberali; comechè l'Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini, tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che Torresani appiccò alle carte compromettenti, poco mancò che col suo fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.
Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini, direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditarela rivoluzione per la natura de' suoi elementi, renderla diffidente e sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non poteva conoscere; convinto Torresani infine che que' condannati approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio che loro accordava la polizia, dell'ignoranza che ognuno aveva intorno al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.
Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da parte del cavalier Paladini di prestarsi all'iniqua determinazione.
Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.
1.
Via da noi, Tedesco infido,Non più patti non accordi:Guerra! Guerra! ogn'altro gridoÈ d'infamia e servitù.
Su que' rei di sangue lordi
Il furor si fa virtù.Ogni spada divien santaChe nei barbari si pianta;È d'Italia indegno figlioChi all'acciar non dà di piglio,E un nemico non atterra:
Guerra! Guerra!
2.
Tentò indarno un crudo bandoRibadirci le catene;La catena volta in brandoNe sta in pugno, e morte dà.
Guerra! Guerra! non s'ottiene
Senza sangue libertà.Alla legge inesorataFa risposta la Crociata;
Fan risposta al truce editto
Fermo core, braccio invitto,Ed acciaro che non erra:
Guerra! Guerra!
3.
Non ci attristi più lo sguardoL'abborrito giallo e nero;Sorga l'italo stendardoE sgomenti gli oppressor.
Sorga, sorga e splenda altero
Il vessillo tricolor.Lieta insegna, insegna nostraSventolante a noi ti mostra;Il cammino tu ci addita,Noi daremo sangue e vitaPer francar la patria terra:
Guerra! Guerra!
4.
È la guerra il nostro scampo;Da lei gloria avremo e regno:Della spada il fiero lampoDesti in noi l'antico ardir.
È d'Italia figlio indegno
Chi non sa per lei morir.Chi fra l'Alpi e il Faro è natoL'armi impugni e sia soldato;Varchi il mare, passi il monte,Più non levi al ciel la fronteChi un acciaro non afferra:
Guerra! Guerra!
5.
Dal palagio al tetto umile,Tutto, tutto il bel paeseGuerra eccheggi, e morte al vileChe tant'anni ci calcò.
Guerra suonino le chiese
Che il ribaldo profanò,Vecchi infermi, donne imbelli,Dei belligeri fratelliSecondate il caldo affetto;Guerra! Guerra! In ogni pettoChe di vita un'aura serra,
Guerra! Guerra!