IL 19 MARZO

IL 19 MARZOLa notte del 18 era stata piovosa;—l'alba del 19 portava il sereno: pareva che il cielo che aveva pianto alle terribili prove d'un popolo inerme, sorridesse di poi al successo che l'audacia, la perseveranza, i sacrifizii d'ogni genere non lascian mancare agli uomini forti.Appena giorno le campane rintronarono per l'aere col lor cupo suono a stormo, e generale si diffuse per Milano il grido di:All'Armi!Ed all'armi non mancò alcuno:—le fatiche, i disagi, le sevizie del Tedesco non avevano fiaccato animo alcuno:—tutti accorrevano sulle barricate nello stesso modo che nei corrotti momenti della pace accorrevano ai teatri, ai veglioni, alle feste! Grida di gioja si diffondevano: la gajezza era sui visi; la fermezzanegli sguardi! Non tardò l'armonia del cannone a rispondere colla terribile sua voce alle canzoni patriottiche che si canterellavano preparandosi alla vittoria od alla morte:—ma il suo rombo percosse le orecchie, ma non scese punto al cuore a raffreddarvi l'ardore.Frattanto il generale Rivaira, comandante dei gendarmi, veduto il Decreto d'O' Donell che affidava al municipio la gestione della polizia, mandò ad offrire al podestà i trecento gendarmi ch'erano in Milano. Quel reggimento unico di tal milizia nell'impero e riservato alla Lombardia e al Tirolo italico, nota Cattaneo, era assai rispettato dai popoli, e poteva inoltre fornire officiali. Ma il podestà che voleva mutare il governo senza disobbedirgli, voleva chiedere al Torresani, capo della polizia austriaca, colla seguente lettera, il permesso d'accettare l'offerta. E così se ne rimetteva a quella polizia medesima ch'era incaricato di scacciare e di surrogare. Certo che quel Casati avrebbe fatto volentieri una ribellionecolla licenza dell'imperatore! Ajutanti di campo in questa manovra furono il conte Cesare Giulini e don Alessandro Porro. Non vi fu modo di persuadere Casati a desistere dalla sua accettazione condizionata. Egli parlava di legalità. «Io mi sono opposto, scrisse Cernuschi, quasi violentemente, ma senza frutto, all'ostinato proposito di nonaccettare l'offerto concorso della gendarmeria; testimonii il dottor Perini, il conte Giulini, don Alessandro Porro e un figlio del conte Casati[9]» Questa scena si compì nella camera da letto verso i giardini del conte Carlo Taverna, in casa sua.La lettera era così concepita:«Signor Delegato.19 marzo 1848, 7 e mezzo antim.li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi ch'esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei, incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per convenire su questopunto, onde non nasca un'opposizione che guasti tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al completo immediatamente, coll'aumento di 300 uomini concessi. Affido al suo zelo questo affare importantissimo. Mi credaSuo aff. serv.Gabrio Casati».I commenti, vi aggiungeva un giornale d'allora[10], sono superflui:mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani.—Si mormorava:Tiene egli dunque il piede in due stivali? Basta; dico che la lettera fu lacerata.»All'una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s'accettava la gendarmeria. Ma l'ora era avanzata. A sedurlo—bisognò logorare tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi.—La lotta impegnata su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l'accettazione della gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al conte Casati, d'una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici e fratelli della gendarmeria.»Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli. Non potendo prender posizioni nell'interno della città, le truppe cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai ponti sul naviglio. L'artiglieria fu spinta ne' borghi di P. Orientale, di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture di bajonetta.La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate, ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s'inoltrava a calpestare sotto le zampe de' cavalli i morenti e i morti. I cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti, di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate: con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento, non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti inesorabilmente, senza tregua,dalle barricate, per le strade, dalle finestre, dai tetti;—incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi;—in molti luoghi fuggirono;—e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de' soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però a' quei tempi di fucile.Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano, appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.Nè l'Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d'un'età remota, si dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra ... Furon pure spogliate le sale d'armi antiche e moderne (di molto valore) di Pezzoli, l'armeria degli I. R. Teatri, ecc.Difettose eran l'armi da fuoco all'uso della guerra, ma difettose ben più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo, altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai combattenti.Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava coll'operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE! E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso: ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo. Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovatida poveri operai e scrupolosamente consegnati all'Autorità.Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte, perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e dall'arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in que' supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti, coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L'abate Malvezzi non curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò allacura de' feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s'accinsero ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece schioppettate contro i militari, uccise l'ufficiale che li comandava e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all'appello della patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le donne.La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti, senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre donne, anche dell'aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a' bisognosi. Anche le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura de' feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia Battistotti, nativa di Stradella, d'anni 24, ed abitante in Milano alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere: strappata ad un soldato la pistolache impugnava, intimò ad altri cinque d'arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna, e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo; e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna.—Giuseppina Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al soccorso di Milano con altre quindici donne.Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze, letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine, il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di matematica e strategia allascuola militare di Pavia sotto il primo regno italiano, e ch'era stato in que' giorni di rivoluzione nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili, potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone: l'incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro che più meritarono dal paese per l'opera prestata nelle costruzioni delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e d'alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.Le disposizioni d'offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l'inerme popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a' que' giorni era stato ribattezzatoper corso Pio, a memoria di Pio IX.—Il palazzo reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non si scoversero allora.Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran Guardia, l'altro all'uscita della piazza verso i Ratti; essi non ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo, si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi a dar l'assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente affisso onde rinfrancare il lor coraggio:Cittadini!«La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de' Mercanti e a Porta Ticinese. Il nemico in fuga a porta Orientale, a BorgoMonforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti, Bergamo marcia in nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte; introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartier generale è organizzato, la Guardia nazionale in attività.«Continuate a suonare a stormo»Dal Broletto i soldati, che vi stanziavano, coi loro obizzi e mortai mantenevano vivo fuoco per la contrada di S. Maria Segreta, gettando bombe e piccoli razzi incendiarii. Contro di loro stava una barricata, formata di cassoni, posta di contro alla farmacia Ravizza; dietro la barricata il popolo si difese strenuamente per l'intiera giornata.A porta Nuova il combattimento ferveva accanito, e fu uno dei principali in quella rivoluzione. Vi si segnalorono grandemente alcuni che la storia deve registrare; e noi ne registriamo uno che più vi si distinse. Egli fu Augusto Anfossi, nato a Nizza nel 1812, esule nel 1831 in Francia, che quindi in Egitto militò negli eserciti d'Ibraim Bascià e ne uscì colonnello: passato quindi nel commercio a Smirne, prosperò, e la prosperità sarebbe sempre cresciuta se le notizie dei moti d'Italia non avessero parlato al suo cuore, e suggerito alla sua volontà di far ritorno in patria ad aiutarla. Egli si pose communicazione coi patrioti di Piemonte,della Liguria e della Lombardia, e capitò in Milano pochi giorni prima della rivoluzione. Allorchè questa scoppiò, egli fu destinato in prima a organizzar la guardia civica e quindi a comandar tutte le forze attive della rivoluzione: agli archi di Porta Nuova, monumento della sconfitta di Barbarossa, respinse un drappello di granatieri ed un cannone, ed ivi arditamente vi piantò, baciandola, la bandiera tricolore: in seguito, nell'assalto del Genio, avvenuto nel 21 di marzo, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell'atto che la sfondava, fu colpito in fronte da una palla di moschetto; morì quindi nel quarto giorno della rivoluzione, come Epaminonda, lieto della vittoria de' suoi: morì invocando Dio e la patria.—A porta Orientale tre volte il Tedesco arditamente si spinse verso S. Damiano, e per tre volte fu arditamente respinto e ricacciato lontano: l'entusiasmo eravi grandissimo: una palla di cannone avendo portato via tutta una gamba ad un ragazzo di 12 anni, egli sclamò:Benedetti coloro che muojono per la patria!A Porta Comasina gravi fatti si deplorarono. In quel dì di domenica essendosi molte persone recate ad assistere alla messa che celebravasi nella chiesa di S. Simpliciano verso le ore 9 e mezzo, durante la celebrazione udironsi fucilate per di fuori: eran esse dirette contro coloroch'entravano od uscivano dalla chiesa. Il prevosto Carlo Ferrario cercò allora persuadere i fedeli a non uscir di chiesa, onde sfuggire alle fucilate; ma un tal Luigi Bocciolini, avendo a casa quattro teneri figli, in lui più che il timor di propria vita prevalendo l'amor paterno, volle uscire per recarsi a provvedere di cibo i figli, perchè egli era vedovo: ma presentatosi appena sulla porta della chiesa, una palla gli traforò il braccio destro, che l'obbligò a ricoverarsi di nuovo in chiesa.Le fucilate contro il tempio però aumentarono, e s'udì pur anco lo scoppio di due bombe. Tutti eran spaventati, giacchè in quel luogo vi si trovavano 131 persone assediate, alle quali l'uscirne equivaleva a certa morte: si pensò allor a provvedere di nutrimento tutta quella gente e col mezzo di segnali dalle finestre si fece conoscere quanto avveniva, e da fornai di altro luogo si fecero trasmetter pane che fu distribuito e mangiato nella chiesa. Là vi rimasero tutti que' popolani sino alle ore 4 pomeridiane, nella qual ora potettero di soppiatto a poco a poco riparare nelle proprie case perchè la truppa era stata impegnata altrove in combattimento.—Nella mattina stessa che avveniva il fatto a S. Simpliciano, anzi qualche ora prima, una pattuglia di circa cento soldati avviandosi dalla Foppa al Magazzeno delle Proviande (Forni militari)onde provvedersi di pane, cercavano spazzar la strada con frequenti fucilate; se non che, giunti a metà della contrada, vennero colpiti da un grandinar di tegole che li obbligò a fuga. Quel fatto invendicato li indusse a ritornarvi alla sera di quel giorno, cominciando lor vendette sugli abitanti della casa che trovasi all'angolo della contrada. Diedero prima il sacco; poi incendiaron due botteghe; abbrucciarono vive tre donne; indi fecero prigionieri tre giovani, i quali, trascinati sui vicini spalti, li attaccarono legati insieme ad una pianta, e quindi, scostatisi que' soldati alquanto, si posero a scaricare le armi contro quegli infelici, che servirono de' loro corpi di bersaglio per una buon'ora a quegli uomini efferati; quindi, semivivi, li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina seguente, in cui furon trovati dagli altri cittadini che li liberaron dai legami di cui eran stretti; potendo così quegli infelici terminare il martirio loro coi conforti della religione[11].Altri luttuosi fatti registra la cronaca del Tettoni, che noi riproduciamo integralmente onde non scolorirne il valore storico dato da chi registrò i fatti al momento. Alle 6 pom., nella casa al N. 2047, entrati i soldati, dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazionidei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia ed un loro conoscente, per nome Paolo Murari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero fra il letto e il muro; ma, appena entrati i soldati nella camera, i due uomini caddero a terra trucidati, e la moglie e la figlia si ebbero busse e maltrattamenti. Svaligiaron quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie, di tutta la biancheria, e se ne partirono. La moglie disperata si pose accanto all'agonizzante corpo del marito, e si diede ogni cura per adagiarlo sopra alcuni cuscini, onde meno tormentosi gli riuscissero gli ultimi momenti della vita.Ma, rientrati alcuni soldati in quella camera, martoriarono di nuovo il semivivo Roncari, e con inaudita barbarie afferrarono la mano della moglie ridotta quasi fuor di sensi per la disperazione, e, maltrattandola, la costrinsero di strappare al marito le cervella che per le ferite gli uscivano dal volto:—essa quindi cadde svenuta a tanta oltraggiante barbarie!...Altrove, ma sempre in quel rione, ad un popolano dopo essersi battuto disperatamente eaver uccisi e feriti molti del reggimento Kaiser, venne portato via, combattendo, il dito anulare della mano sinistra: nel mentre gli si fasciava strettamente la ferita non emise un gemito; ma, fasciata che fu, continuò a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti, e accompagnando quell'atto colle parole:Una testa-di-legno mi ha fatto saltar via questo povero ditocui tutto ilare riponeva in saccoccia[12].Sulla piazza del Carmine cadde una bomba: tutti si diedero alla fuga, temendone lo scoppio; la miccia appiccatavi metteva vivide scintille mano mano che abbruciava, avvicinandosi al pertugio; quand'ecco un popolano, mal conformato di gambe, ma pieno d'ardire, lanciarsi d'improvviso vicino alla bomba, e, cadendovi sopra col corpo, soffocare e spegnere la medesima[13].A porta Tosa gli attacchi furon gagliardissimi sin dall'alba per parte del popolo: verso le ore 10 ant. gli abitanti dei sobborghi tentarono di sorprendere e prendere la polveriera detta della Bicocca; il colpo non avrebbe fallito se Giuda non avesse venduta per poche monete la patria; imperocchè il conduttore della birraria situata sul bastione suggerì alla truppa di entrare nel suo negozio, come luogo che si presentava il più adatto a difendere la polveriera ed a scacciargl'insorti borghigiani: ciò che si effettuò e la polveriera fu salva! ad onore però del nome italiano dobbiam notare che quel Giuda era un originario tedesco, calato dalle nevose sue contrade per arricchirsi nel nostro paese, e poi ... e poi tradirlo!...Verso mezzodì arrivò da porta Romana un pezzo di artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, e si piazzò a porta Tosa: la pugna era accanita: un colpo di cannone colpì il campanile di S. Pietro in Gessate, ma non l'atterrò.—Più tardi arrivarono a porta Tosa altri due cannoni, i quali vennero piazzati avanti la birraria, aprendo tosto il lor fuoco: verso sera la mischia si rallentò, e i popolani s'approfittaron delle tenebre per restaurare le barricate, rinforzarle con nuove opere, e prender posto nelle vicine ortaglie.A porta Ticinese un fatto d'arme al tenente delle guardie di Polizia al ponte delle Pioppette procurò armi e munizioni al popolo.—Alla Vettabbia si combattette per alcune ore contro soldati del reggimento Reisinger, cinque dei quali furon fatti prigionieri per opera di una donna; della Battistotti di cui abbiam già parlato.—A S. Calocero cento soldati che stavano a guardia della casa Orelli, in cui alloggiava il lor colonnello, tennero vivo per tutto il giorno il fuoco di fucileria: il popolo, nel darloro l'attacco, potette togliere ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello e il cavallo carico di munizioni da guerra destinate ai cento soldati di guardia alla casa Orelli: l'ufficiale fu ferito e steso al suolo, diversi soldati rimasero feriti, gli altri fuggirono: fra que' popolani combattenti si distinsero Giacomo Colombo, Borletti, e Biancardi.—Altrove in porta Ticinese si distinse molto anche Giovanni Onetti che pugnò disperatamente tutto il giorno.A porta Vercellina (ch'era quella che oggi chiamasi porta Magenta) pur vi si combatteva. Nella contrada di S. Vicenzino, e precisamente ov'essa forma angolo coi Cavenaghi, venne costrutta una barricata; e l'opera costò molte fatiche e molto sudore, per la ragione che dal Castello i soldati tiravano fucilate continuamente. Nella costruzione vi si adoperarono cestoni di vimini, i quali venivan man mano riempiuti di ciottoli e sostenuti colle lastre di granito dalla strada, che si erano levate appositivamente.Il davanti venne foderato con terra e con sacchi ripieni di cascami di bozzoli. Per ultima operazione fu legata insieme con grosse catene di ferro. Verso le ore tre pomerediane i Tedeschi appostarono contro la barricata due cannoni e vi diedero fuoco: ciò non intimorì i difensori della barricata, che al grido diW. L'Italia!W. Pio IXsostennero intrepidi l'urto, ed obbligarono il nemico a ritirarsi. Non aveva però egli dismesso il pensiero di ritentarne l'assalto: infatti verso le ore sei pom. egli vi ritornò e ritentò l'assalto battendo prima in breccia coll'artigliera; rimanendovi però frustraneamente sino alle ore 7 e mezzo. Numerati i colpi mandati a questa barricata, si rilevò che dovettero essere 84.—A S. Vittore, verso le ore 2 pom., in una casa del Borgo delle Oche cinque cittadini appiattativi essendo stati scoperti da una pattuglia, furon percossi coi fucili, poscia mutilati, e infine barbaramente trucidati.Il console di Francia nel conoscere gli atti barbari commessi dai soldati tedeschi, e comprendendo quanti danni avrebbe arrecati ai suoi connazionali un generale bombardamento, del resto parzialmente incominciato, stese la seguente protesta che verso le ore tre e mezzo del 19 marzo spediva a tutti gli altri consoli esteri residenti in Milano, da dirigersi a Radetzky, e che ottenne le adesioni che riscontriamo dalle firme appostevi.«Signor Maresciallo.«Ci venne detto che l'Autorità militare ha minacciata la città di un bombardamento: se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tale misura estrema in unacittà di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de' nostri patriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare verso V. E. in nome dei nostri Governi, contro un atto di tal sorta.«In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti; come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.«Aggradite, ecc.«Milano, 19 marzo 1848.«Firmati: Ferd. Dunois,Console generale di Francia—Cav. Gaet. Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simone,Console generale dello Stato pontificio.—Raymond,Console generale della Svizzera.—Cambel, Vice-console inglese.—Valerio,Console del Belgio.«A sua Eccelenza il Maresciallo Radetzki.»Nella giornata del 19 perdette la vita Giuseppe Broggi. Egli era nato in Milano in via della Spiga nel 1814 ed ebbe educazione comforme allo svegliato suo ingegno. Bollente di carattere, credette che la carriera militare megliod'ogni altra si confacesse alla sua indole, ed entrò nella milizia. Il disinganno gli mietette ben tosto l'illusione preconcetta, comprendendo dalla triste esperienza dei fatti che gli eserciti non sono altro ne' paesi non liberi se non stromento di tirannide e nulla più: che la organizzazione stessa della milizia è diretta ad invilire lo spirito umano, distruggendo le affezioni di famiglia, di amicizia, di patria, per sostituirvi un ridicolo spirito di corpo, che si risolve in ultima analisi a far degli uomini tante macchine e null'altro, tanti strumenti e nulla più del capriccio di un regnante. Abbandonò quindi la milizia e ricoverossi in Francia, ove si assoldò; sperando in quel paese una politica più libera, non essendosi ancora convinto che i governi tendon più spesso all'assolutismo che non a liberi sensi, e gli eserciti non esser altro che le stampelle su cui sorreggonsi. Militò egli quindi per la Francia in Africa, ove tenne alto il nome italiano acquistandosi diploma di prode con sette ferite. Egli era triste però in strania terra, il cuore si volgeva alla sua patria, alla sua famiglia, a' suoi amici:—sperò clemenza nel reggitor del suo paese,—troppo facilmente cullandosi di nuovo in fallaci illusioni;—e tornò!—ma tornato che fu, trovò rinnovarsi il disinganno che gli mietette le speranze preconcette,—e pagò la pena della troppo facil fedecol venir arrestato e condannato ... Languì per sette mesi colla catena ai piedi in Castello,—quindi coll'oro e colle raccomandazioni degli amici rivide la libertà ... Il passato gli si era scolpito nella mente,—e non lo dimenticò più ... La condotta dell'Austria gli generò nel cuore il sentimento dell'odio,—e odiolla sempre di poi ... Venuto il dì delle prove, egli non mancò all'appello della patria sulle barricate, sui tetti, colle parole animando gli altri, colla fermezza dello sguardo contenendo i dubbiosi, colla valentia nel tiro della carabina aprendo molti vuoti nelle file austriache nella rivoluzione del 1848. Ove fervea accanita la pugna non vi mancò il Broggi; nè la sua carabina sciupava polvere e piombo inutilmente: i suoi colpi eran sempre sicuri!Nel primo dì della rivoluzione, nel 18 marzo, strenuamente combattette a Porta Nuova con Emilio Morosini (morto di poi a Roma nel 30 giugno 1849, combattendo pella repubblica romana come ufficiale ne' bersaglieri romani), col De Cristoforis (che lasciò di poi la vita pugnando a S. Fermo nel 27 maggio 1859), coi fratelli Biffi, con Giovanni Rusca, con Attilio Mozzoni, con Emilio Dandolo (morto nel 22 febbrajo del 1859), con Angelo Fava, con Re, con Carlo Mancini, con Croff, con Mezzi, con Borgazzi, con Biumi, con Pietro Perego (lo stesso ch'esulò dipoi, e trovando duro il pane dell'emigrazione in Piemonte si lasciò corrompere dalla seduzione di poter rimpatriare; e, accettando l'amnistia austriaca del 1857, capitombolò d'errore in errore sino a prostituirsi allo straniero; maledetto da tutti come apostata; compatito dai pochi che conoscevano i disinganni e le sofferenze avute nell'emigrazione in Piemonte, e che gli aveano travolto l'intelletto e avvelenato il cuore). Giuseppe Broggi lasciò memorie imperiture d'eroismo anche a Porta Orientale, al Monte Napoleone, a Santa Babila ed a S. Damiano nel 19 marzo. In quest'ultimo punto narriamo un fatto nuovo. L'avvocato Pier Ambrogio Curti, colla spada nella destra e una pistola nella manca, si era avviato da S. Babila al ponte S. Damiano: tutto a un tratto una pattuglia nemica si presentò al ponte e si avviò a passo di carica verso S. Babila: l'avvocato Curti ritrovavasi a metà via;—retrocedere era viltà e non presentava più scampo;—proseguire o sostare valeva rimaner morto o prigioniero:—chiusa era la porta del palazzo Visconti avanti cui stava:—s'appiattò nell'angolo che ivi fa la casa;—ma senza speranza di salvezza: la pattuglia avanzava,—era già quasi al punto ove s'accovacciava Curti, allorchè da S. Babila parte una schioppettata, e atterra l'ufficiale che comandava la pattuglia:—una seconda schioppettata, esplosa quasi subitodopo, atterra un sergente—la confusione allora allora subentra nella truppa,—si ferma,—vacilla un istante,—e poi retrocede frettolosa:—così fu salvo l'avvocato Curti! Chi esplose quei colpi fu Giuseppe Broggi. Ma verso le ore 3.30 di quello stesso giorno,—era il suo di onomastico, ricorrendo S. Giuseppe al 19,—Broggi con audace imprudenza si spinse oltre al ponte di porta Orientale, ma poco lungi dalla casa Calvi una palla di cannone di rimbalzo lo colpì, lo atterrò sfracellato in mezzo a' suoi amici Giovanni Rusca e Agostino Biffi.Tutto il 19 marzo Milano diede lo spettacolo di una pugna generale:—lasciò ricordi di eroismo pella storia;—preparò esempio a' nepoti del modo col quale un paese possa riacquistare la perduta libertà. La lotta fu incessante, accanita in ogni punto della città, ma senza disegno; cercando i Tedeschi di rompere le barricate e guadagnar terreno;—sforzandosi da sua parte il popolo di abbarrarsi meglio, armarsi maggiormente colle armi del nemico, aprir vuoti più grandi che fossero possibili nelle file avversarie. La stanchezza, i disagi, la fame non avevano per nulla fiaccato l'ardimento e la perseveranza del popolo, ma gli ostacoli avevano anzi rafforzato in esso la tenacità de' propositi.Verso sera giravan solo delle voci non troppo benevole a Casati ed al Comitato direttore: sussurravasi che l'uno amoreggiasse col governo austriaco, e che l'altro dormisse sonni profondi e non dasse segno di vita. Alcuni giovani inaspriti dal difetto di armi e munizioni in cui si trovavano i combattenti, domandavano che si mutassero i capi:—altri giunsero persino a proporre la proclamazione della repubblica, suggerendo di spedire inviati a ricercare armi ed ufficiali nelle repubbliche di Francia e della Svizzera:—altri avvisando che la proclamazione della repubblica sarebbe stata cagion di discordie, fomite ad odii, poichè molti vi erano avversi grandemente, e sì che piuttosto d'accettare quella forma di governo avrebbero favorito il nemico, suggerirono di rimanersene nel provvisorio, salvo a discutere dopo la vittoria sulla forma migliore di governo d'adottarsi: altri infine fecero presente che, proclamandosi la repubblica, Milano si sarebbe isolata dal rimanente degli Stati d'Italia, perchè tutti eran retti da principi che non avrebbero transatto coi loro principii monarchici. A repubblica reggevasi soltanto Venezia in Italia; ma neppur questo fatto si conosceva in que' dì a Milano.A temperamento migliore delle diverse opinioni, essendo allor tempo d'azione più che di discussione, si deliberò di costituire un governoprovvisorio. «Intorno a ciò, scrive Cattaneo, io dissi che, se in siffatto governo dovevano aver parte quei medesimi cortigiani, sarebbero stati di grave impaccio durante il combattimento; e se non vi aveano parte, l'avrebbero tosto discreditato e atterrato, valendosi della momentanea allucinazione del popolo e dei soldati del re di Sardegna. Non trattavasi d'altro per il momento che di combattere; bastava adunque fare unConsiglio di Guerra, di pochi e deliberati, e solo per dare unità alla difesa e cacciare il nemico. Il quale incarico, come quello che offriva solo pericoli, non sarebbe ambito gran chè da quei ciambellani. Accolto questo avviso, si cominciò a scrivere i nomi dei presenti, per procedere ad una qualche forma di elezione. Ma molti altri ad ogni momento entravano, in cerca d'armi, di munizioni e d'indirizzo; e in quell'onda di gente sempre rinnovata, era mestieri ripetere da capo ragionamento e spiegazioni, a cui nel caldo di quei momenti poco badavano. Frattanto si faceva notte; e Casati era sparito.—Cernuschi, ne andò in traccia e lo ricondusse[14]».—Casati, scrisse Cernuschi, col favore delle tenebre, nei cinque giorni si sottrae alla vigilanza degli armati che, credendolo capace d'una fuga, facevano sentinella al suo onore[15].IL 20 MARZOAd una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l'incessante suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d'armi ed a grida de' combattenti, davan terribile aspetto alla città.All'alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que' cittadini avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non fuggisse. Entrato sull'alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur egli a dimostrar la necessità di costituire un'autorità cittadina che rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di trattar con que' di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva di non voleruscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si determinò soltanto a nominare alcuniCollaboratori al Municipio, affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori commenti l'ordinanza pubblicata allora:«La Congregazione Municipaledella città di Milano«Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.«Considerando che per l'improvvisa assenza dell'Autorità politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della Vice-Presidenza di Governo, col quale s'attribuisceal Municipio l'esercizio della Polizia, non che quello che permette l'armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s'incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giseppe Durini.«Casati,Podestà.«Beretta,Assessore.Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici, che avrà luogo immediatamente.«Casati,Podestà.Gli uomini d'azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i primi quattro inscritti (ne' quali era egli pure) come costitutori di quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse in testa al foglio:Consiglio di Guerra composto per ora dei primi quattro inscritti.Deliberossi poscia di non assumere alcun colore repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti:Italia Libera.Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.Passiamo al campo di battaglia.All'alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e, veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie, spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti. Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato a lor recato, ed anzi li fece scortare all'ospedale, preceduti da un vessillo coll'iscrizione:Rispetto ai feriti.Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.Casati intanto pubblicava quest'altra ordinanza:«la congregazione municipaledella città di milano.«Milano 20 marzo 1848.«In aggiunta dell'avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.«Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia, ove si organizzerannoin compagnie di cinquanta, ed eleggeranno provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.«Casati, Podestà.«Beretta, Assessore.Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da quell'altura: ve l'aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l'esempio del presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell'abitazione di Torresani, in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera, stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambepallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla, e la signora emise uno straziante grido all'apparir del primo popolano, credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati, ma rispettava gl'inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e rispettate.Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti, supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio; provvista che aveva fatta per que' momenti difettosi di alimenti.Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo spedizioniere Pezzoni, la quale,appoggiata in direzione inclinata verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla. Entrativi i cittadini, presso all'ingresso vi catturarono il servo di Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l'ascondiglio del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui l'esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore ov'erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli d'arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra cedette[16].D'un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja:E i prigionieri?... Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri!Vi si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant'ore non se n'era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si provvide d'alimenti; ma il popolo gridava:Ma i prigionieri politici dove sono?Dopo un quarto d'ora si ignorava ove fossero. Allora l'oste della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove in vero si rinvennero e si liberarono.Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze del momento.Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla seguente lettera:«Signori!«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo poteredi firmare e che non appartengono che al Sovrano.«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere verso l'Imperatore.«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane«ConteRadetzky.»«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della SvizzeraMilano.Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a persistere nella lotta incominciata:«Cittadini«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo saluto delle tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno nell'orrore della schiavitù.«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.«Cittadini, perseverate sulla via che correte.—Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.—I feriti sono raccomandati alle vostre cure.—Per le famiglie povere provvederà la patria.«Lunedì, 20 marzo».Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione, contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.«Prodi Cittadini.«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un'offerta a Pio IX.«Viva Pio IX! Viva l'Italia!»In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo, allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza, gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto:Se lo ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa santa.Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui notiziava l'associazionedi altre persone nell'amministrazione della città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui lottava lo spirito e la mente del Casati:«La congregazione municipaledella città di Milano«Milano 20 marzo, ore una pomerid.«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i seguenti:Vitaliano Borromeo.Francesco Borgia.Alessandro Porro.Teodoro Lecchi.Giuseppe Durini.Avv. Anselmo Guerrieri.Avv. Enrico Guicciardi.Gaetano Strigelli.Casati,Podestà.Beretta.Assessore.»Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo:Ogni potere è concentrato nella Congregazione municipale:—si avvertono di ciò i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;—cioè esclusi Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici.Da ciò grave si eleva il dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.Ma passiamo oltre.Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava, stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:«A tutte le città e a tutti i comunidel Lombardo-Veneto.«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica, facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa impone.—Ajuto e vittoria.»Il Consiglio di guerraCattaneo—Cernuschi—Terzaghi—ClericiIl popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia) annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini, ecc.Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era stato ferito nel 18 marzo,e ritrovavasi ancora colla camicia e coi pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito: ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria casa.Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi per quella via gridando==Viva l'Italia. Ma giunto sull'angolo della via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto. Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza; circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero, ferito replicatamentealla testa, nella schiena ed alla mano destra di cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette entro l'ufficio del Circondario.Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii. Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu liberato dalla rivoluzione vittoriosa.I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo indirizzò nella sala della Municipalitàonde trattasse direttamente coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15 giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio: tenere compromessa la condizione degli Italiani.Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S. Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano; quindi gridando:Pei preti niente perdono!ne trassero cinque in arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini, lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si ritirò pure.Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky e gli parlò nel seguente modo:Signore, non abbiamo potuto metterci d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni.Grave fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare al popolo[17]».Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo straniero accento:Addio, brava e valorosa gente!Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione, inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi cenni.A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini, riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno. Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano, dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia, stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano e facevano fuocodai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale, ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa. Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò l'assalto alla porta Tosa.A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie; specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere, avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del palazzo.L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando militare, il quale tentò con perfida arte trarre igiovani guerrieri in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò altradimento. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi, poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo fuoco di fucileria; ma senza frutto.—Nello stesso dì, verso le ore 3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando del proprio colonnello.A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a' suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannatase non ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di spingarda.Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e basta!A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti, i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche, riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col popolo, scaricaronposcia i loro fucili verso il popolo ingannato.Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano colpiti dai tiri di quegli animosi.Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor di rotelle di corteccia, (in milaneserobiœul); Antonio Piotti, d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli, e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.Nella caserma di S. Eustorgio si trovò unapanca su cui eravi sangue raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili. Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore. I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e sua moglie; quindi gli abbruciarono.In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne pubblicato il seguente proclamaCittadiniSi pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si tengono, e sopratutto lecarte che possono essere preziose per le famiglie.D'ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque conserviamole.Ordine e Concordia.Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de' suoi proclami fu il seguente:CittadiniUomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell'ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe, presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:Viva l'Italia—Viva Pio IX.Il Governo ProvvisorioCasati—Giulini—Greppi—BerettaIn quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che dovessero coadjuvare l'opera del Governo provvisorio; essi furono i seguenti.1. Comitato di difesa e di guerra;2. Comitato di pubblica sicurezza;3. Comitato di finanza;4. Comitato di sanità;5. Comitato di sussistenza.Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de' Bigli stabilirono loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di pubblico armamento e di guerra.

IL 19 MARZOLa notte del 18 era stata piovosa;—l'alba del 19 portava il sereno: pareva che il cielo che aveva pianto alle terribili prove d'un popolo inerme, sorridesse di poi al successo che l'audacia, la perseveranza, i sacrifizii d'ogni genere non lascian mancare agli uomini forti.Appena giorno le campane rintronarono per l'aere col lor cupo suono a stormo, e generale si diffuse per Milano il grido di:All'Armi!Ed all'armi non mancò alcuno:—le fatiche, i disagi, le sevizie del Tedesco non avevano fiaccato animo alcuno:—tutti accorrevano sulle barricate nello stesso modo che nei corrotti momenti della pace accorrevano ai teatri, ai veglioni, alle feste! Grida di gioja si diffondevano: la gajezza era sui visi; la fermezzanegli sguardi! Non tardò l'armonia del cannone a rispondere colla terribile sua voce alle canzoni patriottiche che si canterellavano preparandosi alla vittoria od alla morte:—ma il suo rombo percosse le orecchie, ma non scese punto al cuore a raffreddarvi l'ardore.Frattanto il generale Rivaira, comandante dei gendarmi, veduto il Decreto d'O' Donell che affidava al municipio la gestione della polizia, mandò ad offrire al podestà i trecento gendarmi ch'erano in Milano. Quel reggimento unico di tal milizia nell'impero e riservato alla Lombardia e al Tirolo italico, nota Cattaneo, era assai rispettato dai popoli, e poteva inoltre fornire officiali. Ma il podestà che voleva mutare il governo senza disobbedirgli, voleva chiedere al Torresani, capo della polizia austriaca, colla seguente lettera, il permesso d'accettare l'offerta. E così se ne rimetteva a quella polizia medesima ch'era incaricato di scacciare e di surrogare. Certo che quel Casati avrebbe fatto volentieri una ribellionecolla licenza dell'imperatore! Ajutanti di campo in questa manovra furono il conte Cesare Giulini e don Alessandro Porro. Non vi fu modo di persuadere Casati a desistere dalla sua accettazione condizionata. Egli parlava di legalità. «Io mi sono opposto, scrisse Cernuschi, quasi violentemente, ma senza frutto, all'ostinato proposito di nonaccettare l'offerto concorso della gendarmeria; testimonii il dottor Perini, il conte Giulini, don Alessandro Porro e un figlio del conte Casati[9]» Questa scena si compì nella camera da letto verso i giardini del conte Carlo Taverna, in casa sua.La lettera era così concepita:«Signor Delegato.19 marzo 1848, 7 e mezzo antim.li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi ch'esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei, incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per convenire su questopunto, onde non nasca un'opposizione che guasti tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al completo immediatamente, coll'aumento di 300 uomini concessi. Affido al suo zelo questo affare importantissimo. Mi credaSuo aff. serv.Gabrio Casati».I commenti, vi aggiungeva un giornale d'allora[10], sono superflui:mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani.—Si mormorava:Tiene egli dunque il piede in due stivali? Basta; dico che la lettera fu lacerata.»All'una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s'accettava la gendarmeria. Ma l'ora era avanzata. A sedurlo—bisognò logorare tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi.—La lotta impegnata su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l'accettazione della gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al conte Casati, d'una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici e fratelli della gendarmeria.»Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli. Non potendo prender posizioni nell'interno della città, le truppe cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai ponti sul naviglio. L'artiglieria fu spinta ne' borghi di P. Orientale, di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture di bajonetta.La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate, ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s'inoltrava a calpestare sotto le zampe de' cavalli i morenti e i morti. I cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti, di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate: con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento, non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti inesorabilmente, senza tregua,dalle barricate, per le strade, dalle finestre, dai tetti;—incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi;—in molti luoghi fuggirono;—e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de' soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però a' quei tempi di fucile.Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano, appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.Nè l'Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d'un'età remota, si dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra ... Furon pure spogliate le sale d'armi antiche e moderne (di molto valore) di Pezzoli, l'armeria degli I. R. Teatri, ecc.Difettose eran l'armi da fuoco all'uso della guerra, ma difettose ben più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo, altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai combattenti.Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava coll'operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE! E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso: ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo. Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovatida poveri operai e scrupolosamente consegnati all'Autorità.Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte, perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e dall'arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in que' supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti, coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L'abate Malvezzi non curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò allacura de' feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s'accinsero ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece schioppettate contro i militari, uccise l'ufficiale che li comandava e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all'appello della patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le donne.La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti, senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre donne, anche dell'aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a' bisognosi. Anche le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura de' feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia Battistotti, nativa di Stradella, d'anni 24, ed abitante in Milano alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere: strappata ad un soldato la pistolache impugnava, intimò ad altri cinque d'arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna, e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo; e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna.—Giuseppina Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al soccorso di Milano con altre quindici donne.Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze, letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine, il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di matematica e strategia allascuola militare di Pavia sotto il primo regno italiano, e ch'era stato in que' giorni di rivoluzione nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili, potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone: l'incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro che più meritarono dal paese per l'opera prestata nelle costruzioni delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e d'alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.Le disposizioni d'offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l'inerme popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a' que' giorni era stato ribattezzatoper corso Pio, a memoria di Pio IX.—Il palazzo reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non si scoversero allora.Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran Guardia, l'altro all'uscita della piazza verso i Ratti; essi non ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo, si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi a dar l'assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente affisso onde rinfrancare il lor coraggio:Cittadini!«La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de' Mercanti e a Porta Ticinese. Il nemico in fuga a porta Orientale, a BorgoMonforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti, Bergamo marcia in nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte; introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartier generale è organizzato, la Guardia nazionale in attività.«Continuate a suonare a stormo»Dal Broletto i soldati, che vi stanziavano, coi loro obizzi e mortai mantenevano vivo fuoco per la contrada di S. Maria Segreta, gettando bombe e piccoli razzi incendiarii. Contro di loro stava una barricata, formata di cassoni, posta di contro alla farmacia Ravizza; dietro la barricata il popolo si difese strenuamente per l'intiera giornata.A porta Nuova il combattimento ferveva accanito, e fu uno dei principali in quella rivoluzione. Vi si segnalorono grandemente alcuni che la storia deve registrare; e noi ne registriamo uno che più vi si distinse. Egli fu Augusto Anfossi, nato a Nizza nel 1812, esule nel 1831 in Francia, che quindi in Egitto militò negli eserciti d'Ibraim Bascià e ne uscì colonnello: passato quindi nel commercio a Smirne, prosperò, e la prosperità sarebbe sempre cresciuta se le notizie dei moti d'Italia non avessero parlato al suo cuore, e suggerito alla sua volontà di far ritorno in patria ad aiutarla. Egli si pose communicazione coi patrioti di Piemonte,della Liguria e della Lombardia, e capitò in Milano pochi giorni prima della rivoluzione. Allorchè questa scoppiò, egli fu destinato in prima a organizzar la guardia civica e quindi a comandar tutte le forze attive della rivoluzione: agli archi di Porta Nuova, monumento della sconfitta di Barbarossa, respinse un drappello di granatieri ed un cannone, ed ivi arditamente vi piantò, baciandola, la bandiera tricolore: in seguito, nell'assalto del Genio, avvenuto nel 21 di marzo, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell'atto che la sfondava, fu colpito in fronte da una palla di moschetto; morì quindi nel quarto giorno della rivoluzione, come Epaminonda, lieto della vittoria de' suoi: morì invocando Dio e la patria.—A porta Orientale tre volte il Tedesco arditamente si spinse verso S. Damiano, e per tre volte fu arditamente respinto e ricacciato lontano: l'entusiasmo eravi grandissimo: una palla di cannone avendo portato via tutta una gamba ad un ragazzo di 12 anni, egli sclamò:Benedetti coloro che muojono per la patria!A Porta Comasina gravi fatti si deplorarono. In quel dì di domenica essendosi molte persone recate ad assistere alla messa che celebravasi nella chiesa di S. Simpliciano verso le ore 9 e mezzo, durante la celebrazione udironsi fucilate per di fuori: eran esse dirette contro coloroch'entravano od uscivano dalla chiesa. Il prevosto Carlo Ferrario cercò allora persuadere i fedeli a non uscir di chiesa, onde sfuggire alle fucilate; ma un tal Luigi Bocciolini, avendo a casa quattro teneri figli, in lui più che il timor di propria vita prevalendo l'amor paterno, volle uscire per recarsi a provvedere di cibo i figli, perchè egli era vedovo: ma presentatosi appena sulla porta della chiesa, una palla gli traforò il braccio destro, che l'obbligò a ricoverarsi di nuovo in chiesa.Le fucilate contro il tempio però aumentarono, e s'udì pur anco lo scoppio di due bombe. Tutti eran spaventati, giacchè in quel luogo vi si trovavano 131 persone assediate, alle quali l'uscirne equivaleva a certa morte: si pensò allor a provvedere di nutrimento tutta quella gente e col mezzo di segnali dalle finestre si fece conoscere quanto avveniva, e da fornai di altro luogo si fecero trasmetter pane che fu distribuito e mangiato nella chiesa. Là vi rimasero tutti que' popolani sino alle ore 4 pomeridiane, nella qual ora potettero di soppiatto a poco a poco riparare nelle proprie case perchè la truppa era stata impegnata altrove in combattimento.—Nella mattina stessa che avveniva il fatto a S. Simpliciano, anzi qualche ora prima, una pattuglia di circa cento soldati avviandosi dalla Foppa al Magazzeno delle Proviande (Forni militari)onde provvedersi di pane, cercavano spazzar la strada con frequenti fucilate; se non che, giunti a metà della contrada, vennero colpiti da un grandinar di tegole che li obbligò a fuga. Quel fatto invendicato li indusse a ritornarvi alla sera di quel giorno, cominciando lor vendette sugli abitanti della casa che trovasi all'angolo della contrada. Diedero prima il sacco; poi incendiaron due botteghe; abbrucciarono vive tre donne; indi fecero prigionieri tre giovani, i quali, trascinati sui vicini spalti, li attaccarono legati insieme ad una pianta, e quindi, scostatisi que' soldati alquanto, si posero a scaricare le armi contro quegli infelici, che servirono de' loro corpi di bersaglio per una buon'ora a quegli uomini efferati; quindi, semivivi, li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina seguente, in cui furon trovati dagli altri cittadini che li liberaron dai legami di cui eran stretti; potendo così quegli infelici terminare il martirio loro coi conforti della religione[11].Altri luttuosi fatti registra la cronaca del Tettoni, che noi riproduciamo integralmente onde non scolorirne il valore storico dato da chi registrò i fatti al momento. Alle 6 pom., nella casa al N. 2047, entrati i soldati, dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazionidei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia ed un loro conoscente, per nome Paolo Murari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero fra il letto e il muro; ma, appena entrati i soldati nella camera, i due uomini caddero a terra trucidati, e la moglie e la figlia si ebbero busse e maltrattamenti. Svaligiaron quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie, di tutta la biancheria, e se ne partirono. La moglie disperata si pose accanto all'agonizzante corpo del marito, e si diede ogni cura per adagiarlo sopra alcuni cuscini, onde meno tormentosi gli riuscissero gli ultimi momenti della vita.Ma, rientrati alcuni soldati in quella camera, martoriarono di nuovo il semivivo Roncari, e con inaudita barbarie afferrarono la mano della moglie ridotta quasi fuor di sensi per la disperazione, e, maltrattandola, la costrinsero di strappare al marito le cervella che per le ferite gli uscivano dal volto:—essa quindi cadde svenuta a tanta oltraggiante barbarie!...Altrove, ma sempre in quel rione, ad un popolano dopo essersi battuto disperatamente eaver uccisi e feriti molti del reggimento Kaiser, venne portato via, combattendo, il dito anulare della mano sinistra: nel mentre gli si fasciava strettamente la ferita non emise un gemito; ma, fasciata che fu, continuò a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti, e accompagnando quell'atto colle parole:Una testa-di-legno mi ha fatto saltar via questo povero ditocui tutto ilare riponeva in saccoccia[12].Sulla piazza del Carmine cadde una bomba: tutti si diedero alla fuga, temendone lo scoppio; la miccia appiccatavi metteva vivide scintille mano mano che abbruciava, avvicinandosi al pertugio; quand'ecco un popolano, mal conformato di gambe, ma pieno d'ardire, lanciarsi d'improvviso vicino alla bomba, e, cadendovi sopra col corpo, soffocare e spegnere la medesima[13].A porta Tosa gli attacchi furon gagliardissimi sin dall'alba per parte del popolo: verso le ore 10 ant. gli abitanti dei sobborghi tentarono di sorprendere e prendere la polveriera detta della Bicocca; il colpo non avrebbe fallito se Giuda non avesse venduta per poche monete la patria; imperocchè il conduttore della birraria situata sul bastione suggerì alla truppa di entrare nel suo negozio, come luogo che si presentava il più adatto a difendere la polveriera ed a scacciargl'insorti borghigiani: ciò che si effettuò e la polveriera fu salva! ad onore però del nome italiano dobbiam notare che quel Giuda era un originario tedesco, calato dalle nevose sue contrade per arricchirsi nel nostro paese, e poi ... e poi tradirlo!...Verso mezzodì arrivò da porta Romana un pezzo di artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, e si piazzò a porta Tosa: la pugna era accanita: un colpo di cannone colpì il campanile di S. Pietro in Gessate, ma non l'atterrò.—Più tardi arrivarono a porta Tosa altri due cannoni, i quali vennero piazzati avanti la birraria, aprendo tosto il lor fuoco: verso sera la mischia si rallentò, e i popolani s'approfittaron delle tenebre per restaurare le barricate, rinforzarle con nuove opere, e prender posto nelle vicine ortaglie.A porta Ticinese un fatto d'arme al tenente delle guardie di Polizia al ponte delle Pioppette procurò armi e munizioni al popolo.—Alla Vettabbia si combattette per alcune ore contro soldati del reggimento Reisinger, cinque dei quali furon fatti prigionieri per opera di una donna; della Battistotti di cui abbiam già parlato.—A S. Calocero cento soldati che stavano a guardia della casa Orelli, in cui alloggiava il lor colonnello, tennero vivo per tutto il giorno il fuoco di fucileria: il popolo, nel darloro l'attacco, potette togliere ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello e il cavallo carico di munizioni da guerra destinate ai cento soldati di guardia alla casa Orelli: l'ufficiale fu ferito e steso al suolo, diversi soldati rimasero feriti, gli altri fuggirono: fra que' popolani combattenti si distinsero Giacomo Colombo, Borletti, e Biancardi.—Altrove in porta Ticinese si distinse molto anche Giovanni Onetti che pugnò disperatamente tutto il giorno.A porta Vercellina (ch'era quella che oggi chiamasi porta Magenta) pur vi si combatteva. Nella contrada di S. Vicenzino, e precisamente ov'essa forma angolo coi Cavenaghi, venne costrutta una barricata; e l'opera costò molte fatiche e molto sudore, per la ragione che dal Castello i soldati tiravano fucilate continuamente. Nella costruzione vi si adoperarono cestoni di vimini, i quali venivan man mano riempiuti di ciottoli e sostenuti colle lastre di granito dalla strada, che si erano levate appositivamente.Il davanti venne foderato con terra e con sacchi ripieni di cascami di bozzoli. Per ultima operazione fu legata insieme con grosse catene di ferro. Verso le ore tre pomerediane i Tedeschi appostarono contro la barricata due cannoni e vi diedero fuoco: ciò non intimorì i difensori della barricata, che al grido diW. L'Italia!W. Pio IXsostennero intrepidi l'urto, ed obbligarono il nemico a ritirarsi. Non aveva però egli dismesso il pensiero di ritentarne l'assalto: infatti verso le ore sei pom. egli vi ritornò e ritentò l'assalto battendo prima in breccia coll'artigliera; rimanendovi però frustraneamente sino alle ore 7 e mezzo. Numerati i colpi mandati a questa barricata, si rilevò che dovettero essere 84.—A S. Vittore, verso le ore 2 pom., in una casa del Borgo delle Oche cinque cittadini appiattativi essendo stati scoperti da una pattuglia, furon percossi coi fucili, poscia mutilati, e infine barbaramente trucidati.Il console di Francia nel conoscere gli atti barbari commessi dai soldati tedeschi, e comprendendo quanti danni avrebbe arrecati ai suoi connazionali un generale bombardamento, del resto parzialmente incominciato, stese la seguente protesta che verso le ore tre e mezzo del 19 marzo spediva a tutti gli altri consoli esteri residenti in Milano, da dirigersi a Radetzky, e che ottenne le adesioni che riscontriamo dalle firme appostevi.«Signor Maresciallo.«Ci venne detto che l'Autorità militare ha minacciata la città di un bombardamento: se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tale misura estrema in unacittà di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de' nostri patriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare verso V. E. in nome dei nostri Governi, contro un atto di tal sorta.«In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti; come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.«Aggradite, ecc.«Milano, 19 marzo 1848.«Firmati: Ferd. Dunois,Console generale di Francia—Cav. Gaet. Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simone,Console generale dello Stato pontificio.—Raymond,Console generale della Svizzera.—Cambel, Vice-console inglese.—Valerio,Console del Belgio.«A sua Eccelenza il Maresciallo Radetzki.»Nella giornata del 19 perdette la vita Giuseppe Broggi. Egli era nato in Milano in via della Spiga nel 1814 ed ebbe educazione comforme allo svegliato suo ingegno. Bollente di carattere, credette che la carriera militare megliod'ogni altra si confacesse alla sua indole, ed entrò nella milizia. Il disinganno gli mietette ben tosto l'illusione preconcetta, comprendendo dalla triste esperienza dei fatti che gli eserciti non sono altro ne' paesi non liberi se non stromento di tirannide e nulla più: che la organizzazione stessa della milizia è diretta ad invilire lo spirito umano, distruggendo le affezioni di famiglia, di amicizia, di patria, per sostituirvi un ridicolo spirito di corpo, che si risolve in ultima analisi a far degli uomini tante macchine e null'altro, tanti strumenti e nulla più del capriccio di un regnante. Abbandonò quindi la milizia e ricoverossi in Francia, ove si assoldò; sperando in quel paese una politica più libera, non essendosi ancora convinto che i governi tendon più spesso all'assolutismo che non a liberi sensi, e gli eserciti non esser altro che le stampelle su cui sorreggonsi. Militò egli quindi per la Francia in Africa, ove tenne alto il nome italiano acquistandosi diploma di prode con sette ferite. Egli era triste però in strania terra, il cuore si volgeva alla sua patria, alla sua famiglia, a' suoi amici:—sperò clemenza nel reggitor del suo paese,—troppo facilmente cullandosi di nuovo in fallaci illusioni;—e tornò!—ma tornato che fu, trovò rinnovarsi il disinganno che gli mietette le speranze preconcette,—e pagò la pena della troppo facil fedecol venir arrestato e condannato ... Languì per sette mesi colla catena ai piedi in Castello,—quindi coll'oro e colle raccomandazioni degli amici rivide la libertà ... Il passato gli si era scolpito nella mente,—e non lo dimenticò più ... La condotta dell'Austria gli generò nel cuore il sentimento dell'odio,—e odiolla sempre di poi ... Venuto il dì delle prove, egli non mancò all'appello della patria sulle barricate, sui tetti, colle parole animando gli altri, colla fermezza dello sguardo contenendo i dubbiosi, colla valentia nel tiro della carabina aprendo molti vuoti nelle file austriache nella rivoluzione del 1848. Ove fervea accanita la pugna non vi mancò il Broggi; nè la sua carabina sciupava polvere e piombo inutilmente: i suoi colpi eran sempre sicuri!Nel primo dì della rivoluzione, nel 18 marzo, strenuamente combattette a Porta Nuova con Emilio Morosini (morto di poi a Roma nel 30 giugno 1849, combattendo pella repubblica romana come ufficiale ne' bersaglieri romani), col De Cristoforis (che lasciò di poi la vita pugnando a S. Fermo nel 27 maggio 1859), coi fratelli Biffi, con Giovanni Rusca, con Attilio Mozzoni, con Emilio Dandolo (morto nel 22 febbrajo del 1859), con Angelo Fava, con Re, con Carlo Mancini, con Croff, con Mezzi, con Borgazzi, con Biumi, con Pietro Perego (lo stesso ch'esulò dipoi, e trovando duro il pane dell'emigrazione in Piemonte si lasciò corrompere dalla seduzione di poter rimpatriare; e, accettando l'amnistia austriaca del 1857, capitombolò d'errore in errore sino a prostituirsi allo straniero; maledetto da tutti come apostata; compatito dai pochi che conoscevano i disinganni e le sofferenze avute nell'emigrazione in Piemonte, e che gli aveano travolto l'intelletto e avvelenato il cuore). Giuseppe Broggi lasciò memorie imperiture d'eroismo anche a Porta Orientale, al Monte Napoleone, a Santa Babila ed a S. Damiano nel 19 marzo. In quest'ultimo punto narriamo un fatto nuovo. L'avvocato Pier Ambrogio Curti, colla spada nella destra e una pistola nella manca, si era avviato da S. Babila al ponte S. Damiano: tutto a un tratto una pattuglia nemica si presentò al ponte e si avviò a passo di carica verso S. Babila: l'avvocato Curti ritrovavasi a metà via;—retrocedere era viltà e non presentava più scampo;—proseguire o sostare valeva rimaner morto o prigioniero:—chiusa era la porta del palazzo Visconti avanti cui stava:—s'appiattò nell'angolo che ivi fa la casa;—ma senza speranza di salvezza: la pattuglia avanzava,—era già quasi al punto ove s'accovacciava Curti, allorchè da S. Babila parte una schioppettata, e atterra l'ufficiale che comandava la pattuglia:—una seconda schioppettata, esplosa quasi subitodopo, atterra un sergente—la confusione allora allora subentra nella truppa,—si ferma,—vacilla un istante,—e poi retrocede frettolosa:—così fu salvo l'avvocato Curti! Chi esplose quei colpi fu Giuseppe Broggi. Ma verso le ore 3.30 di quello stesso giorno,—era il suo di onomastico, ricorrendo S. Giuseppe al 19,—Broggi con audace imprudenza si spinse oltre al ponte di porta Orientale, ma poco lungi dalla casa Calvi una palla di cannone di rimbalzo lo colpì, lo atterrò sfracellato in mezzo a' suoi amici Giovanni Rusca e Agostino Biffi.Tutto il 19 marzo Milano diede lo spettacolo di una pugna generale:—lasciò ricordi di eroismo pella storia;—preparò esempio a' nepoti del modo col quale un paese possa riacquistare la perduta libertà. La lotta fu incessante, accanita in ogni punto della città, ma senza disegno; cercando i Tedeschi di rompere le barricate e guadagnar terreno;—sforzandosi da sua parte il popolo di abbarrarsi meglio, armarsi maggiormente colle armi del nemico, aprir vuoti più grandi che fossero possibili nelle file avversarie. La stanchezza, i disagi, la fame non avevano per nulla fiaccato l'ardimento e la perseveranza del popolo, ma gli ostacoli avevano anzi rafforzato in esso la tenacità de' propositi.Verso sera giravan solo delle voci non troppo benevole a Casati ed al Comitato direttore: sussurravasi che l'uno amoreggiasse col governo austriaco, e che l'altro dormisse sonni profondi e non dasse segno di vita. Alcuni giovani inaspriti dal difetto di armi e munizioni in cui si trovavano i combattenti, domandavano che si mutassero i capi:—altri giunsero persino a proporre la proclamazione della repubblica, suggerendo di spedire inviati a ricercare armi ed ufficiali nelle repubbliche di Francia e della Svizzera:—altri avvisando che la proclamazione della repubblica sarebbe stata cagion di discordie, fomite ad odii, poichè molti vi erano avversi grandemente, e sì che piuttosto d'accettare quella forma di governo avrebbero favorito il nemico, suggerirono di rimanersene nel provvisorio, salvo a discutere dopo la vittoria sulla forma migliore di governo d'adottarsi: altri infine fecero presente che, proclamandosi la repubblica, Milano si sarebbe isolata dal rimanente degli Stati d'Italia, perchè tutti eran retti da principi che non avrebbero transatto coi loro principii monarchici. A repubblica reggevasi soltanto Venezia in Italia; ma neppur questo fatto si conosceva in que' dì a Milano.A temperamento migliore delle diverse opinioni, essendo allor tempo d'azione più che di discussione, si deliberò di costituire un governoprovvisorio. «Intorno a ciò, scrive Cattaneo, io dissi che, se in siffatto governo dovevano aver parte quei medesimi cortigiani, sarebbero stati di grave impaccio durante il combattimento; e se non vi aveano parte, l'avrebbero tosto discreditato e atterrato, valendosi della momentanea allucinazione del popolo e dei soldati del re di Sardegna. Non trattavasi d'altro per il momento che di combattere; bastava adunque fare unConsiglio di Guerra, di pochi e deliberati, e solo per dare unità alla difesa e cacciare il nemico. Il quale incarico, come quello che offriva solo pericoli, non sarebbe ambito gran chè da quei ciambellani. Accolto questo avviso, si cominciò a scrivere i nomi dei presenti, per procedere ad una qualche forma di elezione. Ma molti altri ad ogni momento entravano, in cerca d'armi, di munizioni e d'indirizzo; e in quell'onda di gente sempre rinnovata, era mestieri ripetere da capo ragionamento e spiegazioni, a cui nel caldo di quei momenti poco badavano. Frattanto si faceva notte; e Casati era sparito.—Cernuschi, ne andò in traccia e lo ricondusse[14]».—Casati, scrisse Cernuschi, col favore delle tenebre, nei cinque giorni si sottrae alla vigilanza degli armati che, credendolo capace d'una fuga, facevano sentinella al suo onore[15].

La notte del 18 era stata piovosa;—l'alba del 19 portava il sereno: pareva che il cielo che aveva pianto alle terribili prove d'un popolo inerme, sorridesse di poi al successo che l'audacia, la perseveranza, i sacrifizii d'ogni genere non lascian mancare agli uomini forti.

Appena giorno le campane rintronarono per l'aere col lor cupo suono a stormo, e generale si diffuse per Milano il grido di:All'Armi!

Ed all'armi non mancò alcuno:—le fatiche, i disagi, le sevizie del Tedesco non avevano fiaccato animo alcuno:—tutti accorrevano sulle barricate nello stesso modo che nei corrotti momenti della pace accorrevano ai teatri, ai veglioni, alle feste! Grida di gioja si diffondevano: la gajezza era sui visi; la fermezzanegli sguardi! Non tardò l'armonia del cannone a rispondere colla terribile sua voce alle canzoni patriottiche che si canterellavano preparandosi alla vittoria od alla morte:—ma il suo rombo percosse le orecchie, ma non scese punto al cuore a raffreddarvi l'ardore.

Frattanto il generale Rivaira, comandante dei gendarmi, veduto il Decreto d'O' Donell che affidava al municipio la gestione della polizia, mandò ad offrire al podestà i trecento gendarmi ch'erano in Milano. Quel reggimento unico di tal milizia nell'impero e riservato alla Lombardia e al Tirolo italico, nota Cattaneo, era assai rispettato dai popoli, e poteva inoltre fornire officiali. Ma il podestà che voleva mutare il governo senza disobbedirgli, voleva chiedere al Torresani, capo della polizia austriaca, colla seguente lettera, il permesso d'accettare l'offerta. E così se ne rimetteva a quella polizia medesima ch'era incaricato di scacciare e di surrogare. Certo che quel Casati avrebbe fatto volentieri una ribellionecolla licenza dell'imperatore! Ajutanti di campo in questa manovra furono il conte Cesare Giulini e don Alessandro Porro. Non vi fu modo di persuadere Casati a desistere dalla sua accettazione condizionata. Egli parlava di legalità. «Io mi sono opposto, scrisse Cernuschi, quasi violentemente, ma senza frutto, all'ostinato proposito di nonaccettare l'offerto concorso della gendarmeria; testimonii il dottor Perini, il conte Giulini, don Alessandro Porro e un figlio del conte Casati[9]» Questa scena si compì nella camera da letto verso i giardini del conte Carlo Taverna, in casa sua.

La lettera era così concepita:

«Signor Delegato.

19 marzo 1848, 7 e mezzo antim.

li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi ch'esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei, incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per convenire su questopunto, onde non nasca un'opposizione che guasti tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al completo immediatamente, coll'aumento di 300 uomini concessi. Affido al suo zelo questo affare importantissimo. Mi creda

Suo aff. serv.Gabrio Casati».

I commenti, vi aggiungeva un giornale d'allora[10], sono superflui:mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani.—Si mormorava:Tiene egli dunque il piede in due stivali? Basta; dico che la lettera fu lacerata.

»All'una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s'accettava la gendarmeria. Ma l'ora era avanzata. A sedurlo—bisognò logorare tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi.—La lotta impegnata su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l'accettazione della gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al conte Casati, d'una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici e fratelli della gendarmeria.»

Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli. Non potendo prender posizioni nell'interno della città, le truppe cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai ponti sul naviglio. L'artiglieria fu spinta ne' borghi di P. Orientale, di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture di bajonetta.

La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate, ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s'inoltrava a calpestare sotto le zampe de' cavalli i morenti e i morti. I cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti, di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate: con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento, non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti inesorabilmente, senza tregua,dalle barricate, per le strade, dalle finestre, dai tetti;—incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi;—in molti luoghi fuggirono;—e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de' soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.

Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però a' quei tempi di fucile.

Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano, appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.

Nè l'Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d'un'età remota, si dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra ... Furon pure spogliate le sale d'armi antiche e moderne (di molto valore) di Pezzoli, l'armeria degli I. R. Teatri, ecc.

Difettose eran l'armi da fuoco all'uso della guerra, ma difettose ben più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo, altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai combattenti.

Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava coll'operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.

Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE! E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso: ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo. Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovatida poveri operai e scrupolosamente consegnati all'Autorità.

Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte, perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e dall'arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in que' supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti, coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L'abate Malvezzi non curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò allacura de' feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s'accinsero ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece schioppettate contro i militari, uccise l'ufficiale che li comandava e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all'appello della patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.

Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le donne.

La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti, senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre donne, anche dell'aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a' bisognosi. Anche le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura de' feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia Battistotti, nativa di Stradella, d'anni 24, ed abitante in Milano alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere: strappata ad un soldato la pistolache impugnava, intimò ad altri cinque d'arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna, e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo; e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna.—Giuseppina Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al soccorso di Milano con altre quindici donne.

Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze, letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine, il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di matematica e strategia allascuola militare di Pavia sotto il primo regno italiano, e ch'era stato in que' giorni di rivoluzione nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili, potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone: l'incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro che più meritarono dal paese per l'opera prestata nelle costruzioni delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.

In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e d'alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.

Le disposizioni d'offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l'inerme popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a' que' giorni era stato ribattezzatoper corso Pio, a memoria di Pio IX.—Il palazzo reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non si scoversero allora.

Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran Guardia, l'altro all'uscita della piazza verso i Ratti; essi non ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo, si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi a dar l'assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente affisso onde rinfrancare il lor coraggio:

Cittadini!

«La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de' Mercanti e a Porta Ticinese. Il nemico in fuga a porta Orientale, a BorgoMonforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti, Bergamo marcia in nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte; introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartier generale è organizzato, la Guardia nazionale in attività.

«Continuate a suonare a stormo»

Dal Broletto i soldati, che vi stanziavano, coi loro obizzi e mortai mantenevano vivo fuoco per la contrada di S. Maria Segreta, gettando bombe e piccoli razzi incendiarii. Contro di loro stava una barricata, formata di cassoni, posta di contro alla farmacia Ravizza; dietro la barricata il popolo si difese strenuamente per l'intiera giornata.

A porta Nuova il combattimento ferveva accanito, e fu uno dei principali in quella rivoluzione. Vi si segnalorono grandemente alcuni che la storia deve registrare; e noi ne registriamo uno che più vi si distinse. Egli fu Augusto Anfossi, nato a Nizza nel 1812, esule nel 1831 in Francia, che quindi in Egitto militò negli eserciti d'Ibraim Bascià e ne uscì colonnello: passato quindi nel commercio a Smirne, prosperò, e la prosperità sarebbe sempre cresciuta se le notizie dei moti d'Italia non avessero parlato al suo cuore, e suggerito alla sua volontà di far ritorno in patria ad aiutarla. Egli si pose communicazione coi patrioti di Piemonte,della Liguria e della Lombardia, e capitò in Milano pochi giorni prima della rivoluzione. Allorchè questa scoppiò, egli fu destinato in prima a organizzar la guardia civica e quindi a comandar tutte le forze attive della rivoluzione: agli archi di Porta Nuova, monumento della sconfitta di Barbarossa, respinse un drappello di granatieri ed un cannone, ed ivi arditamente vi piantò, baciandola, la bandiera tricolore: in seguito, nell'assalto del Genio, avvenuto nel 21 di marzo, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell'atto che la sfondava, fu colpito in fronte da una palla di moschetto; morì quindi nel quarto giorno della rivoluzione, come Epaminonda, lieto della vittoria de' suoi: morì invocando Dio e la patria.—

A porta Orientale tre volte il Tedesco arditamente si spinse verso S. Damiano, e per tre volte fu arditamente respinto e ricacciato lontano: l'entusiasmo eravi grandissimo: una palla di cannone avendo portato via tutta una gamba ad un ragazzo di 12 anni, egli sclamò:Benedetti coloro che muojono per la patria!

A Porta Comasina gravi fatti si deplorarono. In quel dì di domenica essendosi molte persone recate ad assistere alla messa che celebravasi nella chiesa di S. Simpliciano verso le ore 9 e mezzo, durante la celebrazione udironsi fucilate per di fuori: eran esse dirette contro coloroch'entravano od uscivano dalla chiesa. Il prevosto Carlo Ferrario cercò allora persuadere i fedeli a non uscir di chiesa, onde sfuggire alle fucilate; ma un tal Luigi Bocciolini, avendo a casa quattro teneri figli, in lui più che il timor di propria vita prevalendo l'amor paterno, volle uscire per recarsi a provvedere di cibo i figli, perchè egli era vedovo: ma presentatosi appena sulla porta della chiesa, una palla gli traforò il braccio destro, che l'obbligò a ricoverarsi di nuovo in chiesa.

Le fucilate contro il tempio però aumentarono, e s'udì pur anco lo scoppio di due bombe. Tutti eran spaventati, giacchè in quel luogo vi si trovavano 131 persone assediate, alle quali l'uscirne equivaleva a certa morte: si pensò allor a provvedere di nutrimento tutta quella gente e col mezzo di segnali dalle finestre si fece conoscere quanto avveniva, e da fornai di altro luogo si fecero trasmetter pane che fu distribuito e mangiato nella chiesa. Là vi rimasero tutti que' popolani sino alle ore 4 pomeridiane, nella qual ora potettero di soppiatto a poco a poco riparare nelle proprie case perchè la truppa era stata impegnata altrove in combattimento.—Nella mattina stessa che avveniva il fatto a S. Simpliciano, anzi qualche ora prima, una pattuglia di circa cento soldati avviandosi dalla Foppa al Magazzeno delle Proviande (Forni militari)onde provvedersi di pane, cercavano spazzar la strada con frequenti fucilate; se non che, giunti a metà della contrada, vennero colpiti da un grandinar di tegole che li obbligò a fuga. Quel fatto invendicato li indusse a ritornarvi alla sera di quel giorno, cominciando lor vendette sugli abitanti della casa che trovasi all'angolo della contrada. Diedero prima il sacco; poi incendiaron due botteghe; abbrucciarono vive tre donne; indi fecero prigionieri tre giovani, i quali, trascinati sui vicini spalti, li attaccarono legati insieme ad una pianta, e quindi, scostatisi que' soldati alquanto, si posero a scaricare le armi contro quegli infelici, che servirono de' loro corpi di bersaglio per una buon'ora a quegli uomini efferati; quindi, semivivi, li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina seguente, in cui furon trovati dagli altri cittadini che li liberaron dai legami di cui eran stretti; potendo così quegli infelici terminare il martirio loro coi conforti della religione[11].

Altri luttuosi fatti registra la cronaca del Tettoni, che noi riproduciamo integralmente onde non scolorirne il valore storico dato da chi registrò i fatti al momento. Alle 6 pom., nella casa al N. 2047, entrati i soldati, dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazionidei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia ed un loro conoscente, per nome Paolo Murari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero fra il letto e il muro; ma, appena entrati i soldati nella camera, i due uomini caddero a terra trucidati, e la moglie e la figlia si ebbero busse e maltrattamenti. Svaligiaron quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie, di tutta la biancheria, e se ne partirono. La moglie disperata si pose accanto all'agonizzante corpo del marito, e si diede ogni cura per adagiarlo sopra alcuni cuscini, onde meno tormentosi gli riuscissero gli ultimi momenti della vita.

Ma, rientrati alcuni soldati in quella camera, martoriarono di nuovo il semivivo Roncari, e con inaudita barbarie afferrarono la mano della moglie ridotta quasi fuor di sensi per la disperazione, e, maltrattandola, la costrinsero di strappare al marito le cervella che per le ferite gli uscivano dal volto:—essa quindi cadde svenuta a tanta oltraggiante barbarie!...

Altrove, ma sempre in quel rione, ad un popolano dopo essersi battuto disperatamente eaver uccisi e feriti molti del reggimento Kaiser, venne portato via, combattendo, il dito anulare della mano sinistra: nel mentre gli si fasciava strettamente la ferita non emise un gemito; ma, fasciata che fu, continuò a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti, e accompagnando quell'atto colle parole:Una testa-di-legno mi ha fatto saltar via questo povero ditocui tutto ilare riponeva in saccoccia[12].

Sulla piazza del Carmine cadde una bomba: tutti si diedero alla fuga, temendone lo scoppio; la miccia appiccatavi metteva vivide scintille mano mano che abbruciava, avvicinandosi al pertugio; quand'ecco un popolano, mal conformato di gambe, ma pieno d'ardire, lanciarsi d'improvviso vicino alla bomba, e, cadendovi sopra col corpo, soffocare e spegnere la medesima[13].

A porta Tosa gli attacchi furon gagliardissimi sin dall'alba per parte del popolo: verso le ore 10 ant. gli abitanti dei sobborghi tentarono di sorprendere e prendere la polveriera detta della Bicocca; il colpo non avrebbe fallito se Giuda non avesse venduta per poche monete la patria; imperocchè il conduttore della birraria situata sul bastione suggerì alla truppa di entrare nel suo negozio, come luogo che si presentava il più adatto a difendere la polveriera ed a scacciargl'insorti borghigiani: ciò che si effettuò e la polveriera fu salva! ad onore però del nome italiano dobbiam notare che quel Giuda era un originario tedesco, calato dalle nevose sue contrade per arricchirsi nel nostro paese, e poi ... e poi tradirlo!...

Verso mezzodì arrivò da porta Romana un pezzo di artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, e si piazzò a porta Tosa: la pugna era accanita: un colpo di cannone colpì il campanile di S. Pietro in Gessate, ma non l'atterrò.—Più tardi arrivarono a porta Tosa altri due cannoni, i quali vennero piazzati avanti la birraria, aprendo tosto il lor fuoco: verso sera la mischia si rallentò, e i popolani s'approfittaron delle tenebre per restaurare le barricate, rinforzarle con nuove opere, e prender posto nelle vicine ortaglie.

A porta Ticinese un fatto d'arme al tenente delle guardie di Polizia al ponte delle Pioppette procurò armi e munizioni al popolo.—Alla Vettabbia si combattette per alcune ore contro soldati del reggimento Reisinger, cinque dei quali furon fatti prigionieri per opera di una donna; della Battistotti di cui abbiam già parlato.—A S. Calocero cento soldati che stavano a guardia della casa Orelli, in cui alloggiava il lor colonnello, tennero vivo per tutto il giorno il fuoco di fucileria: il popolo, nel darloro l'attacco, potette togliere ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello e il cavallo carico di munizioni da guerra destinate ai cento soldati di guardia alla casa Orelli: l'ufficiale fu ferito e steso al suolo, diversi soldati rimasero feriti, gli altri fuggirono: fra que' popolani combattenti si distinsero Giacomo Colombo, Borletti, e Biancardi.—Altrove in porta Ticinese si distinse molto anche Giovanni Onetti che pugnò disperatamente tutto il giorno.

A porta Vercellina (ch'era quella che oggi chiamasi porta Magenta) pur vi si combatteva. Nella contrada di S. Vicenzino, e precisamente ov'essa forma angolo coi Cavenaghi, venne costrutta una barricata; e l'opera costò molte fatiche e molto sudore, per la ragione che dal Castello i soldati tiravano fucilate continuamente. Nella costruzione vi si adoperarono cestoni di vimini, i quali venivan man mano riempiuti di ciottoli e sostenuti colle lastre di granito dalla strada, che si erano levate appositivamente.

Il davanti venne foderato con terra e con sacchi ripieni di cascami di bozzoli. Per ultima operazione fu legata insieme con grosse catene di ferro. Verso le ore tre pomerediane i Tedeschi appostarono contro la barricata due cannoni e vi diedero fuoco: ciò non intimorì i difensori della barricata, che al grido diW. L'Italia!W. Pio IXsostennero intrepidi l'urto, ed obbligarono il nemico a ritirarsi. Non aveva però egli dismesso il pensiero di ritentarne l'assalto: infatti verso le ore sei pom. egli vi ritornò e ritentò l'assalto battendo prima in breccia coll'artigliera; rimanendovi però frustraneamente sino alle ore 7 e mezzo. Numerati i colpi mandati a questa barricata, si rilevò che dovettero essere 84.—A S. Vittore, verso le ore 2 pom., in una casa del Borgo delle Oche cinque cittadini appiattativi essendo stati scoperti da una pattuglia, furon percossi coi fucili, poscia mutilati, e infine barbaramente trucidati.

Il console di Francia nel conoscere gli atti barbari commessi dai soldati tedeschi, e comprendendo quanti danni avrebbe arrecati ai suoi connazionali un generale bombardamento, del resto parzialmente incominciato, stese la seguente protesta che verso le ore tre e mezzo del 19 marzo spediva a tutti gli altri consoli esteri residenti in Milano, da dirigersi a Radetzky, e che ottenne le adesioni che riscontriamo dalle firme appostevi.

«Signor Maresciallo.

«Ci venne detto che l'Autorità militare ha minacciata la città di un bombardamento: se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tale misura estrema in unacittà di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de' nostri patriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare verso V. E. in nome dei nostri Governi, contro un atto di tal sorta.«In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti; come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.«Aggradite, ecc.

«Ci venne detto che l'Autorità militare ha minacciata la città di un bombardamento: se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tale misura estrema in unacittà di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de' nostri patriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare verso V. E. in nome dei nostri Governi, contro un atto di tal sorta.

«In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti; come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.

«Aggradite, ecc.

«Milano, 19 marzo 1848.

«Firmati: Ferd. Dunois,Console generale di Francia—Cav. Gaet. Deangeli,Console generale di Sardegna.—De Simone,Console generale dello Stato pontificio.—Raymond,Console generale della Svizzera.—Cambel, Vice-console inglese.—Valerio,Console del Belgio.

«A sua Eccelenza il Maresciallo Radetzki.»

Nella giornata del 19 perdette la vita Giuseppe Broggi. Egli era nato in Milano in via della Spiga nel 1814 ed ebbe educazione comforme allo svegliato suo ingegno. Bollente di carattere, credette che la carriera militare megliod'ogni altra si confacesse alla sua indole, ed entrò nella milizia. Il disinganno gli mietette ben tosto l'illusione preconcetta, comprendendo dalla triste esperienza dei fatti che gli eserciti non sono altro ne' paesi non liberi se non stromento di tirannide e nulla più: che la organizzazione stessa della milizia è diretta ad invilire lo spirito umano, distruggendo le affezioni di famiglia, di amicizia, di patria, per sostituirvi un ridicolo spirito di corpo, che si risolve in ultima analisi a far degli uomini tante macchine e null'altro, tanti strumenti e nulla più del capriccio di un regnante. Abbandonò quindi la milizia e ricoverossi in Francia, ove si assoldò; sperando in quel paese una politica più libera, non essendosi ancora convinto che i governi tendon più spesso all'assolutismo che non a liberi sensi, e gli eserciti non esser altro che le stampelle su cui sorreggonsi. Militò egli quindi per la Francia in Africa, ove tenne alto il nome italiano acquistandosi diploma di prode con sette ferite. Egli era triste però in strania terra, il cuore si volgeva alla sua patria, alla sua famiglia, a' suoi amici:—sperò clemenza nel reggitor del suo paese,—troppo facilmente cullandosi di nuovo in fallaci illusioni;—e tornò!—ma tornato che fu, trovò rinnovarsi il disinganno che gli mietette le speranze preconcette,—e pagò la pena della troppo facil fedecol venir arrestato e condannato ... Languì per sette mesi colla catena ai piedi in Castello,—quindi coll'oro e colle raccomandazioni degli amici rivide la libertà ... Il passato gli si era scolpito nella mente,—e non lo dimenticò più ... La condotta dell'Austria gli generò nel cuore il sentimento dell'odio,—e odiolla sempre di poi ... Venuto il dì delle prove, egli non mancò all'appello della patria sulle barricate, sui tetti, colle parole animando gli altri, colla fermezza dello sguardo contenendo i dubbiosi, colla valentia nel tiro della carabina aprendo molti vuoti nelle file austriache nella rivoluzione del 1848. Ove fervea accanita la pugna non vi mancò il Broggi; nè la sua carabina sciupava polvere e piombo inutilmente: i suoi colpi eran sempre sicuri!

Nel primo dì della rivoluzione, nel 18 marzo, strenuamente combattette a Porta Nuova con Emilio Morosini (morto di poi a Roma nel 30 giugno 1849, combattendo pella repubblica romana come ufficiale ne' bersaglieri romani), col De Cristoforis (che lasciò di poi la vita pugnando a S. Fermo nel 27 maggio 1859), coi fratelli Biffi, con Giovanni Rusca, con Attilio Mozzoni, con Emilio Dandolo (morto nel 22 febbrajo del 1859), con Angelo Fava, con Re, con Carlo Mancini, con Croff, con Mezzi, con Borgazzi, con Biumi, con Pietro Perego (lo stesso ch'esulò dipoi, e trovando duro il pane dell'emigrazione in Piemonte si lasciò corrompere dalla seduzione di poter rimpatriare; e, accettando l'amnistia austriaca del 1857, capitombolò d'errore in errore sino a prostituirsi allo straniero; maledetto da tutti come apostata; compatito dai pochi che conoscevano i disinganni e le sofferenze avute nell'emigrazione in Piemonte, e che gli aveano travolto l'intelletto e avvelenato il cuore). Giuseppe Broggi lasciò memorie imperiture d'eroismo anche a Porta Orientale, al Monte Napoleone, a Santa Babila ed a S. Damiano nel 19 marzo. In quest'ultimo punto narriamo un fatto nuovo. L'avvocato Pier Ambrogio Curti, colla spada nella destra e una pistola nella manca, si era avviato da S. Babila al ponte S. Damiano: tutto a un tratto una pattuglia nemica si presentò al ponte e si avviò a passo di carica verso S. Babila: l'avvocato Curti ritrovavasi a metà via;—retrocedere era viltà e non presentava più scampo;—proseguire o sostare valeva rimaner morto o prigioniero:—chiusa era la porta del palazzo Visconti avanti cui stava:—s'appiattò nell'angolo che ivi fa la casa;—ma senza speranza di salvezza: la pattuglia avanzava,—era già quasi al punto ove s'accovacciava Curti, allorchè da S. Babila parte una schioppettata, e atterra l'ufficiale che comandava la pattuglia:—una seconda schioppettata, esplosa quasi subitodopo, atterra un sergente—la confusione allora allora subentra nella truppa,—si ferma,—vacilla un istante,—e poi retrocede frettolosa:—così fu salvo l'avvocato Curti! Chi esplose quei colpi fu Giuseppe Broggi. Ma verso le ore 3.30 di quello stesso giorno,—era il suo di onomastico, ricorrendo S. Giuseppe al 19,—Broggi con audace imprudenza si spinse oltre al ponte di porta Orientale, ma poco lungi dalla casa Calvi una palla di cannone di rimbalzo lo colpì, lo atterrò sfracellato in mezzo a' suoi amici Giovanni Rusca e Agostino Biffi.

Tutto il 19 marzo Milano diede lo spettacolo di una pugna generale:—lasciò ricordi di eroismo pella storia;—preparò esempio a' nepoti del modo col quale un paese possa riacquistare la perduta libertà. La lotta fu incessante, accanita in ogni punto della città, ma senza disegno; cercando i Tedeschi di rompere le barricate e guadagnar terreno;—sforzandosi da sua parte il popolo di abbarrarsi meglio, armarsi maggiormente colle armi del nemico, aprir vuoti più grandi che fossero possibili nelle file avversarie. La stanchezza, i disagi, la fame non avevano per nulla fiaccato l'ardimento e la perseveranza del popolo, ma gli ostacoli avevano anzi rafforzato in esso la tenacità de' propositi.

Verso sera giravan solo delle voci non troppo benevole a Casati ed al Comitato direttore: sussurravasi che l'uno amoreggiasse col governo austriaco, e che l'altro dormisse sonni profondi e non dasse segno di vita. Alcuni giovani inaspriti dal difetto di armi e munizioni in cui si trovavano i combattenti, domandavano che si mutassero i capi:—altri giunsero persino a proporre la proclamazione della repubblica, suggerendo di spedire inviati a ricercare armi ed ufficiali nelle repubbliche di Francia e della Svizzera:—altri avvisando che la proclamazione della repubblica sarebbe stata cagion di discordie, fomite ad odii, poichè molti vi erano avversi grandemente, e sì che piuttosto d'accettare quella forma di governo avrebbero favorito il nemico, suggerirono di rimanersene nel provvisorio, salvo a discutere dopo la vittoria sulla forma migliore di governo d'adottarsi: altri infine fecero presente che, proclamandosi la repubblica, Milano si sarebbe isolata dal rimanente degli Stati d'Italia, perchè tutti eran retti da principi che non avrebbero transatto coi loro principii monarchici. A repubblica reggevasi soltanto Venezia in Italia; ma neppur questo fatto si conosceva in que' dì a Milano.

A temperamento migliore delle diverse opinioni, essendo allor tempo d'azione più che di discussione, si deliberò di costituire un governoprovvisorio. «Intorno a ciò, scrive Cattaneo, io dissi che, se in siffatto governo dovevano aver parte quei medesimi cortigiani, sarebbero stati di grave impaccio durante il combattimento; e se non vi aveano parte, l'avrebbero tosto discreditato e atterrato, valendosi della momentanea allucinazione del popolo e dei soldati del re di Sardegna. Non trattavasi d'altro per il momento che di combattere; bastava adunque fare unConsiglio di Guerra, di pochi e deliberati, e solo per dare unità alla difesa e cacciare il nemico. Il quale incarico, come quello che offriva solo pericoli, non sarebbe ambito gran chè da quei ciambellani. Accolto questo avviso, si cominciò a scrivere i nomi dei presenti, per procedere ad una qualche forma di elezione. Ma molti altri ad ogni momento entravano, in cerca d'armi, di munizioni e d'indirizzo; e in quell'onda di gente sempre rinnovata, era mestieri ripetere da capo ragionamento e spiegazioni, a cui nel caldo di quei momenti poco badavano. Frattanto si faceva notte; e Casati era sparito.—Cernuschi, ne andò in traccia e lo ricondusse[14]».—Casati, scrisse Cernuschi, col favore delle tenebre, nei cinque giorni si sottrae alla vigilanza degli armati che, credendolo capace d'una fuga, facevano sentinella al suo onore[15].

IL 20 MARZOAd una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l'incessante suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d'armi ed a grida de' combattenti, davan terribile aspetto alla città.All'alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que' cittadini avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non fuggisse. Entrato sull'alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur egli a dimostrar la necessità di costituire un'autorità cittadina che rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di trattar con que' di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva di non voleruscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si determinò soltanto a nominare alcuniCollaboratori al Municipio, affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori commenti l'ordinanza pubblicata allora:«La Congregazione Municipaledella città di Milano«Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.«Considerando che per l'improvvisa assenza dell'Autorità politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della Vice-Presidenza di Governo, col quale s'attribuisceal Municipio l'esercizio della Polizia, non che quello che permette l'armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s'incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giseppe Durini.«Casati,Podestà.«Beretta,Assessore.Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici, che avrà luogo immediatamente.«Casati,Podestà.Gli uomini d'azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i primi quattro inscritti (ne' quali era egli pure) come costitutori di quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse in testa al foglio:Consiglio di Guerra composto per ora dei primi quattro inscritti.Deliberossi poscia di non assumere alcun colore repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti:Italia Libera.Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.Passiamo al campo di battaglia.All'alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e, veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie, spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti. Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato a lor recato, ed anzi li fece scortare all'ospedale, preceduti da un vessillo coll'iscrizione:Rispetto ai feriti.Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.Casati intanto pubblicava quest'altra ordinanza:«la congregazione municipaledella città di milano.«Milano 20 marzo 1848.«In aggiunta dell'avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.«Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia, ove si organizzerannoin compagnie di cinquanta, ed eleggeranno provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.«Casati, Podestà.«Beretta, Assessore.Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da quell'altura: ve l'aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l'esempio del presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell'abitazione di Torresani, in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera, stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambepallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla, e la signora emise uno straziante grido all'apparir del primo popolano, credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati, ma rispettava gl'inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e rispettate.Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti, supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio; provvista che aveva fatta per que' momenti difettosi di alimenti.Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo spedizioniere Pezzoni, la quale,appoggiata in direzione inclinata verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla. Entrativi i cittadini, presso all'ingresso vi catturarono il servo di Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l'ascondiglio del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui l'esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore ov'erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli d'arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra cedette[16].D'un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja:E i prigionieri?... Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri!Vi si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant'ore non se n'era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si provvide d'alimenti; ma il popolo gridava:Ma i prigionieri politici dove sono?Dopo un quarto d'ora si ignorava ove fossero. Allora l'oste della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove in vero si rinvennero e si liberarono.Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze del momento.Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla seguente lettera:«Signori!«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo poteredi firmare e che non appartengono che al Sovrano.«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere verso l'Imperatore.«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane«ConteRadetzky.»«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della SvizzeraMilano.Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a persistere nella lotta incominciata:«Cittadini«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo saluto delle tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno nell'orrore della schiavitù.«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.«Cittadini, perseverate sulla via che correte.—Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.—I feriti sono raccomandati alle vostre cure.—Per le famiglie povere provvederà la patria.«Lunedì, 20 marzo».Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione, contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.«Prodi Cittadini.«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un'offerta a Pio IX.«Viva Pio IX! Viva l'Italia!»In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo, allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza, gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto:Se lo ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa santa.Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui notiziava l'associazionedi altre persone nell'amministrazione della città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui lottava lo spirito e la mente del Casati:«La congregazione municipaledella città di Milano«Milano 20 marzo, ore una pomerid.«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i seguenti:Vitaliano Borromeo.Francesco Borgia.Alessandro Porro.Teodoro Lecchi.Giuseppe Durini.Avv. Anselmo Guerrieri.Avv. Enrico Guicciardi.Gaetano Strigelli.Casati,Podestà.Beretta.Assessore.»Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo:Ogni potere è concentrato nella Congregazione municipale:—si avvertono di ciò i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;—cioè esclusi Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici.Da ciò grave si eleva il dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.Ma passiamo oltre.Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava, stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:«A tutte le città e a tutti i comunidel Lombardo-Veneto.«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica, facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa impone.—Ajuto e vittoria.»Il Consiglio di guerraCattaneo—Cernuschi—Terzaghi—ClericiIl popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia) annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini, ecc.Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era stato ferito nel 18 marzo,e ritrovavasi ancora colla camicia e coi pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito: ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria casa.Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi per quella via gridando==Viva l'Italia. Ma giunto sull'angolo della via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto. Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza; circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero, ferito replicatamentealla testa, nella schiena ed alla mano destra di cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette entro l'ufficio del Circondario.Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii. Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu liberato dalla rivoluzione vittoriosa.I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo indirizzò nella sala della Municipalitàonde trattasse direttamente coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15 giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio: tenere compromessa la condizione degli Italiani.Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S. Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano; quindi gridando:Pei preti niente perdono!ne trassero cinque in arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini, lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si ritirò pure.Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky e gli parlò nel seguente modo:Signore, non abbiamo potuto metterci d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni.Grave fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare al popolo[17]».Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo straniero accento:Addio, brava e valorosa gente!Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione, inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi cenni.A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini, riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno. Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano, dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia, stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano e facevano fuocodai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale, ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa. Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò l'assalto alla porta Tosa.A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie; specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere, avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del palazzo.L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando militare, il quale tentò con perfida arte trarre igiovani guerrieri in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò altradimento. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi, poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo fuoco di fucileria; ma senza frutto.—Nello stesso dì, verso le ore 3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando del proprio colonnello.A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a' suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannatase non ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di spingarda.Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e basta!A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti, i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche, riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col popolo, scaricaronposcia i loro fucili verso il popolo ingannato.Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano colpiti dai tiri di quegli animosi.Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor di rotelle di corteccia, (in milaneserobiœul); Antonio Piotti, d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli, e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.Nella caserma di S. Eustorgio si trovò unapanca su cui eravi sangue raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili. Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore. I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e sua moglie; quindi gli abbruciarono.In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne pubblicato il seguente proclamaCittadiniSi pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si tengono, e sopratutto lecarte che possono essere preziose per le famiglie.D'ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque conserviamole.Ordine e Concordia.Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de' suoi proclami fu il seguente:CittadiniUomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell'ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe, presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:Viva l'Italia—Viva Pio IX.Il Governo ProvvisorioCasati—Giulini—Greppi—BerettaIn quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che dovessero coadjuvare l'opera del Governo provvisorio; essi furono i seguenti.1. Comitato di difesa e di guerra;2. Comitato di pubblica sicurezza;3. Comitato di finanza;4. Comitato di sanità;5. Comitato di sussistenza.Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de' Bigli stabilirono loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di pubblico armamento e di guerra.

Ad una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l'incessante suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d'armi ed a grida de' combattenti, davan terribile aspetto alla città.

All'alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que' cittadini avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non fuggisse. Entrato sull'alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur egli a dimostrar la necessità di costituire un'autorità cittadina che rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di trattar con que' di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva di non voleruscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.

Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si determinò soltanto a nominare alcuniCollaboratori al Municipio, affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori commenti l'ordinanza pubblicata allora:

«La Congregazione Municipaledella città di Milano

«Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.

«Considerando che per l'improvvisa assenza dell'Autorità politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della Vice-Presidenza di Governo, col quale s'attribuisceal Municipio l'esercizio della Polizia, non che quello che permette l'armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s'incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giseppe Durini.

«Casati,Podestà.«Beretta,Assessore.

Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici, che avrà luogo immediatamente.

«Casati,Podestà.

Gli uomini d'azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i primi quattro inscritti (ne' quali era egli pure) come costitutori di quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse in testa al foglio:Consiglio di Guerra composto per ora dei primi quattro inscritti.Deliberossi poscia di non assumere alcun colore repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti:Italia Libera.

Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.

Passiamo al campo di battaglia.

All'alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e, veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie, spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti. Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.

Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato a lor recato, ed anzi li fece scortare all'ospedale, preceduti da un vessillo coll'iscrizione:Rispetto ai feriti.

Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.

Casati intanto pubblicava quest'altra ordinanza:

«la congregazione municipaledella città di milano.

«Milano 20 marzo 1848.

«In aggiunta dell'avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.

«Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia, ove si organizzerannoin compagnie di cinquanta, ed eleggeranno provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.

«Casati, Podestà.«Beretta, Assessore.

Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da quell'altura: ve l'aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.

Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l'esempio del presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell'abitazione di Torresani, in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera, stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambepallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla, e la signora emise uno straziante grido all'apparir del primo popolano, credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati, ma rispettava gl'inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e rispettate.

Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti, supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio; provvista che aveva fatta per que' momenti difettosi di alimenti.

Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo spedizioniere Pezzoni, la quale,appoggiata in direzione inclinata verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla. Entrativi i cittadini, presso all'ingresso vi catturarono il servo di Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l'ascondiglio del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui l'esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore ov'erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli d'arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra cedette[16].

D'un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja:E i prigionieri?... Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri!Vi si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant'ore non se n'era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si provvide d'alimenti; ma il popolo gridava:Ma i prigionieri politici dove sono?Dopo un quarto d'ora si ignorava ove fossero. Allora l'oste della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove in vero si rinvennero e si liberarono.

Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze del momento.

Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla seguente lettera:

«Signori!

«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo poteredi firmare e che non appartengono che al Sovrano.«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere verso l'Imperatore.«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.

«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.

«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo poteredi firmare e che non appartengono che al Sovrano.

«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere verso l'Imperatore.

«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.

«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.

«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.

«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane

«ConteRadetzky.»

«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera

Milano.

Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a persistere nella lotta incominciata:

«Cittadini

«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo saluto delle tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno nell'orrore della schiavitù.«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.«Cittadini, perseverate sulla via che correte.—Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.—I feriti sono raccomandati alle vostre cure.—Per le famiglie povere provvederà la patria.

«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo saluto delle tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno nell'orrore della schiavitù.

«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.

«Cittadini, perseverate sulla via che correte.—Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.

«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.—I feriti sono raccomandati alle vostre cure.—Per le famiglie povere provvederà la patria.

«Lunedì, 20 marzo».

Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione, contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.

«Prodi Cittadini.

«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.

«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un'offerta a Pio IX.

«Viva Pio IX! Viva l'Italia!»

In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo, allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza, gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto:Se lo ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa santa.

Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui notiziava l'associazionedi altre persone nell'amministrazione della città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui lottava lo spirito e la mente del Casati:

«La congregazione municipaledella città di Milano

«Milano 20 marzo, ore una pomerid.

«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i seguenti:

Vitaliano Borromeo.Francesco Borgia.Alessandro Porro.Teodoro Lecchi.Giuseppe Durini.Avv. Anselmo Guerrieri.Avv. Enrico Guicciardi.Gaetano Strigelli.

Casati,Podestà.Beretta.Assessore.»

Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo:Ogni potere è concentrato nella Congregazione municipale:—si avvertono di ciò i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;—cioè esclusi Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici.Da ciò grave si eleva il dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.

Ma passiamo oltre.

Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava, stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:

«A tutte le città e a tutti i comunidel Lombardo-Veneto.

«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica, facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa impone.—Ajuto e vittoria.»

Il Consiglio di guerraCattaneo—Cernuschi—Terzaghi—Clerici

Il popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia) annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini, ecc.

Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era stato ferito nel 18 marzo,e ritrovavasi ancora colla camicia e coi pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito: ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria casa.

Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?

Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi per quella via gridando==Viva l'Italia. Ma giunto sull'angolo della via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto. Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza; circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero, ferito replicatamentealla testa, nella schiena ed alla mano destra di cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette entro l'ufficio del Circondario.

Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii. Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu liberato dalla rivoluzione vittoriosa.

I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.

Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo indirizzò nella sala della Municipalitàonde trattasse direttamente coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15 giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio: tenere compromessa la condizione degli Italiani.

Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S. Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano; quindi gridando:Pei preti niente perdono!ne trassero cinque in arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini, lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si ritirò pure.

Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky e gli parlò nel seguente modo:Signore, non abbiamo potuto metterci d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni.Grave fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare al popolo[17]».

Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo straniero accento:Addio, brava e valorosa gente!

Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione, inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.

Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi cenni.

A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini, riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno. Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano, dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.

A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia, stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano e facevano fuocodai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale, ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa. Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò l'assalto alla porta Tosa.

A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie; specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere, avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del palazzo.

L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando militare, il quale tentò con perfida arte trarre igiovani guerrieri in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò altradimento. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi, poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo fuoco di fucileria; ma senza frutto.—Nello stesso dì, verso le ore 3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando del proprio colonnello.

A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a' suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannatase non ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di spingarda.

Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e basta!

A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti, i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche, riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col popolo, scaricaronposcia i loro fucili verso il popolo ingannato.

Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano colpiti dai tiri di quegli animosi.

Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor di rotelle di corteccia, (in milaneserobiœul); Antonio Piotti, d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli, e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.

Nella caserma di S. Eustorgio si trovò unapanca su cui eravi sangue raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili. Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.

Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore. I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e sua moglie; quindi gli abbruciarono.

In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne pubblicato il seguente proclama

Cittadini

Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si tengono, e sopratutto lecarte che possono essere preziose per le famiglie.

D'ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque conserviamole.

Ordine e Concordia.

Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de' suoi proclami fu il seguente:

Cittadini

Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell'ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe, presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:

Viva l'Italia—Viva Pio IX.

Il Governo ProvvisorioCasati—Giulini—Greppi—Beretta

In quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che dovessero coadjuvare l'opera del Governo provvisorio; essi furono i seguenti.

1. Comitato di difesa e di guerra;2. Comitato di pubblica sicurezza;3. Comitato di finanza;4. Comitato di sanità;5. Comitato di sussistenza.

Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de' Bigli stabilirono loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di pubblico armamento e di guerra.


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