IL 21 MARZOAlle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo spinte molto avanti nella precedente notte.L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città continuavano a suonare a stormo:—i gridi di rabbia da parte dei Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano dovunque:—a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti, mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case dei dintorni e pegliorti onde potessero meglio molestare il nemico su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività immensa, un entusiamo indicibile.I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in proposito.Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi,non armistizio di quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma non estesa la tregua alla campagna.Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali, provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da secretario.Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che, dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.—E infatti lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia dallo spettacolo forse dei trucidatiamici. Feci considerare che l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo, lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese, sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli eccessi.—Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per ventiquattr'ore.—Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che computi così precisi non si potevano fare:—«Del resto, gli dissi, ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere; è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a viveredi ruba. Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata, non troverà più strade.—Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane, meglio morir di fame che di forca».—I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà. Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio venne attribuito al volere del popolo.Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini, inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al re sardo, il quale prometteva soccorsi d'uomini e d'armi in tale caso. Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non le autorità civili disporre dello Stato; non essere d'altronde quella l'occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa dall'inimico, all'offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà. Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d'armi e munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino alla rotta di Carlo Alberto.Prevalse in quella discussione l'opinion della Municipalità di accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi ch'egli offriva.Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una volta ai cittadini lafederazione militare di tutti i popoli d'Italia volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola:ITALIA LIBERAOrmai la lotta nell'interno della città è compiuta. È tempo che le città vicine si scuotino e imitino l'esempio di questa. Noi invitiamo tutte e ciascuna a costituire un Consiglio di Guerra, che lasci le cose di consueta amministrazione ai Municipii costituiti in Governi Provvisorii. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra, per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da tutta l'Italia.—Invitiamo tutti i Consigli di Guerra a limitarsi a questo.—Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle ed intelligenze per mezzo di Commissarii che abbiano animo degno dell'impresa.—Noi domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d'Italia una piccola deputazione di baionette, che, guidata da qualche buon capitano, venga a fare una giornata d'assemblea generale ai piedi delle Alpi, per far l'ultimo e definitivo nostro commento coi barbari.—Si tratta di ridurli coi debiti modi a portarsi immantinente d'altra parte delle Alpi, ove Dio li renda pure liberi e felici come noi.Viva Pio IXDal Consiglio di Guerra in casa Taverna,21 marzo 1848.Cattaneo—Terzaghi—Clerici—Cernuschi.Quindi il Consiglio di Guerra rivolgevasi a tutti i militari che si trovavano alle lor case onde accorressero ai soccorsi della patria, pubblicando il seguente invito:Italia libera.I Milanesi domandano il concorso degli ufficiali e soldati in pensione ed in permesso. Non è mai un delitto difendere la patria.—Viva Pio IX.I Membri del Comitato di GuerraCattaneo, Cernuschi, Terzaghi, ClericiOnde ottenere poi l'effetto della dedizione che il Municipio voleva fare del paese a re Carlo Alberto, il Consiglio di Guerra cercò dimostrare che esso si rivolgeva a tutti i popoli anzichè ad un principe solo, onde rimuovere ogni suscettibilità politica e dinastica in Italia. Col mezzo aereostatico diffondeva quindi il seguente proclama:ITALIA LIBERAViva Pio IXLa città di Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre al di là delle Alpiil comune nemico d'Italia, domanda il soccorso di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte.21 marzo.Milano entro la cerchia del naviglio era quasi tutta liberata; pochi luoghi rimanevano a guadagnarsi.Il Tribunale criminale era stato con grave pericolo dell'ordine pubblico abbandonato dalla truppa sin dal giorno precedente: avean potuto le guardie carcerarie contenere i detenuti all'obbedienza nascondendo loro la partenza della truppa; ma, occupato il Tribunale dal popolo, nel suo entusiasmo ritenne dover essere suo primo atto quello di aprir le prigioni dei detenuti politici e di rimetterli in libertà; come ne li pose bentosto. Essi erano: Filippo Villani, Luigi Ancona, Gallardi, Enrico Rivolta, Zanelli Francesco, Acerbi Giovanni, Filippo Fornara, Manfredo Camperio, Andrea Ponzio, Giovanni Grassi, Alessandro Borgazzi, Ercole Salvioni, Sac. Giuseppe Brambilla, Carlo Scanziani, Achille Volpi, Carlo Seldati, Pietro Cova, Giovanni Barbieri e Angelo Maroni.Occorreva però di provvedere acciò nel parapiglia non fuggissero gli altri detenuti per delitti, poichè essi eransi già accinti a procurarsi la libertà. Accorsovi però l'avv. Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di PubblicaSicurezza, impugnando una sciabola nella destra e una pistola nella manca, come ebbimo in eguale atteggiamento già a vederlo nella contrada di S. Damiano, si affacciò arditamente alla porta d'uscita, minacciò d'esploder l'arme da fuoco sul primo che s'avanzasse, cercando con altre parole poi di persuadere i detenuti che si avrebbe tenuto grande calcolo della loro sottomissione; che egli impegnava la sua parola d'onore che l'instruttoria sarebbe stata accelerata, rimessi in libertà gli assoluti, ritenuta pei condannata una circostanza molto attenuante quella di aver ottemperato in quel momento all'ingiunzione di rientrare in carcere. E tanto disse e tanto fece, che quegli uomini, che pur sentivano amor di patria, deposero le armi che già stringevano e rientrarono nella prigione. A questo fatto vi concorse poi anche la presenza di coraggiosi cittadini che accorsero ad assecondare l'opera e gli sforzi del Curti.Il Genio militare era uno dei pochi luoghi ancora occupati dalla truppa, ove vi si distinsero fra i molti il Sottocorno, l'ingegnere Suzzara ed Augusto Anfossi, di cui abbiam già parlato a pagina 76. Francesco Pagnoni, che erasi adoperato fino del primo giorno (18) come lettore di tutti i proclami che circolavano per la città e nel persuadere le mogli e le madri a lasciare che i loro mariti e figli prendessero parteall'insurrezione, con coraggio e con gravi sacrifizii prestossi nei combattimenti di contrada di Brera e del Monte di Pietà a tenere indietro i soldati austriaci che tentavano di oltrepassare le barricate per portarsi al Genio onde salvare il presidio che in quel palazzo stava rinchiuso. Ma per quanto impetuosi fossero gli assalti dei soldati pure ogni lor tentativo veniva paralizzato e reso frustaneo da una pioggia di tegole e di sassi che cadevano da ogni punto del tetto della casa Passalacqua. I Tedeschi vedendo tornar vani i loro sforzi, ripiegarono al Comando Generale e saliti sul tetto di quel palazzo diressero quantità di colpi di spingarda sugl'insorti, senza che alcun di loro però ne rimanesse ferito. Mezz'ora dopo ritornarono all'assalto delle barricate: ma i difensori di esse, riparati sui fienili, con una ben nudrita pioggia di tegole, e di ogni sorta di macerie di cui erano ben provvisti, di nuovo li fecero retrocedere. Il combattimento durò dalle 11 ant. alle 4 pom., dopo di che si recarono al Genio.Alla presa del Genio, il Pagnoni fu tra quelli che vi penetrarono, e vi ebbe campo di salvare una cameriera addetta alla famiglia del conte Neuperg e la condusse salva a' di lei parenti.La presa del Genio venne ben tosto notificata al popolo col seguente avviso:CittadiniNuove vittorie!Il nemico che occupava il palazzo del Genio, dopo replicati assalti ha ceduto al valore dei prodi nostri cittadini. Oltre a 160 soldati e tre officiali sono i nemici che si costituirono prigionieri, cedendo armi e munizioni.Dio è con noi!Viva l'ItaliaDal Comitato di pubblica difesa.Ore 3 pom. del 21 marzo 1848.L'ufficio di Polizia in S. Simone fu pure preso con perdita di cittadini. La caserma di S. Francesco cadde anch'essa in potere degli insorti. Queste furono le conquiste dell'insurrezione: altri combattimenti però avvennero senza decisivo risultato, dei quali ne parleremo qui appresso. Riteniamo però di dover prima riportare un editto del Comitato della guardia civica, col quale eccitavansi tutti i cittadini a concentrare le loro forze sui punti più minacciati dal nemico: tale editto era così concepito:CittadiniÈ inutile durante il giorno, mentre il nemico è lontano, si fermino alle barricate interne quelli che sono muniti di fucile e di carabine. È alle barricate esterne, investite direttamente, che è d'uopo portare tutte le forze disponibili in soccorso dei valorosi che tengono fronte alnemico. Quelli pertanto che trovassero aver compiuta l'opera loro in un dato luogo, anzichè fermarsi alle barricate lontane dal nemico e d'altronde munite a sufficienza da' vigili abitanti delle contigue case, si rechino alla direzione generale della guardia civica, contrada del Monte N. 1263 c, casa Vidiserti, la quale ricevendo ad ogni istante domande di soccorsi dai difensori delle nostre più esposte posizioni, assegnerà condegno campo al loro valore. La vittoria è certa: colla più rigorosa disciplina la compiremo, vieppiù facilmente.Viva l'indipendenzaDal Comitato direttore della guardia civicaOre 2 pom. del 21 marzo 1848»A porta Ticinese verso sera avvennero gravi fatti: crediamo di riportarli colle parole del Tettoni nella sua Cronaca della rivoluzione di Milano.«Verso le ore cinque di sera, egli dice, una mano di soldati irruppe dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di cinta dell'ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.º 3707, nella quale, trovata la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono in corte, gridando:fatevi guarire da Pio IX, e depredate anche qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior parte delle donne s'erano rifuggite; e quivi senz'altro scaricata una fucilata, colpirono un bambino d'anni tre nelle braccia di suo fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi abitava certo Migliavacca d'anni 43 circa, ammogliato, con due figlie, uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi, giacchè, riunitisi que' mostri in numero sovrabbondante, gli sfondarono la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tuttoquel poco di meglio che aveva per l'importo di lir. 653. Poi risovvenendosi uno di essi che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza più riguardo niuno, subito come furia d'averno gli si avventa addosso, e duro e freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano grazia per l'infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo; lasciando gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla considerazione.—«A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e la spinse avanti l'inimico, il quale vi scaricava contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che costringono l'inimico alla fuga, lasciando tre de' suoi morti sul campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.»A porta Tosa alcuni cittadini potettero uscirdi città guadando un'acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa: portatisi poscia insieme ad altri del contado in una casa suburbana che dominava il bastione, apersero un vivo fuoco di fucileria dalle finestre.Il locale del Conservatorio venne destinato a servir di appostamento ai bersaglieri cittadini, onde distrarre le forze militari della porta Tosa, e facilitare da altro punto l'assalto e la presa della porta. I fatti avvenuti in quel luogo vennero con speciale precisione descritti nell'operaRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate: li riportiamo colle parole stesse di quell'opera:«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale per l'esecuzione del suesposto progetto.«Io con un lumicino accompagnai l'ingegnere Cardani e diversi altri armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate all'uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno, e nelle diverse scuole e nei dormitorii si appostarono i valorosi.«Intanto alcuni zappatori, diretti dal signor Borgocarati, entrarono per la parte della cucina nel giardinetto sottoposto. Io procurai loro una leva di ferro ed altri attrezzi necessarii per aprire una breccia nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non esserescorti dal nemico. L'ingegnere Cardani, fattosi loro guida, li condusse colle scale della Chiesa della Passione per le ortaglie sui bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura, onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno; sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»«Ad un'ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari posti di guardia dietro le piante del bastione; questi risposero colle loro solite fucilate; poi si videro dei picchetti partire da porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e frequenti d'archibugi si continuò per più di un'ora, quando a un tratto cominciarono le cannonate.»«Un cannone di porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nel punto opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e ne menarono fiera rovina.»«Ma Dio vegliava su noi, poichè de' tanti nostri, che per ben cinque ore di seguito continuarono a combattere in questa località, due soli rimasero feriti in detto quartiere delle alunne: uno fu certo Poletti Carlo, che, colpitoda una palla di fucile, fu trasportato da prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono soccorsi d'ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove morì il 25:—un altro, Antonio Donzelli, addetto allo studio del signor avvocato Lissoni, restò ferito egualmente, mentre l'ingegnere Cardani gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tuttora, essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che guarirà. Alcuni de' nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e di là sino sul bastione con una scala della Chiesa, ma dovettero poi ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.»IL 22 MARZONella notte del 21 al 22 marzo il popolo stette vegliando, geloso di quanto aveva sino a quel giorno guadagnato, diffidente e pauroso di qualche insidia da parte de' nemici. Da una barricata all'altra facevasi di ora in ora, spesso di mezz'ora in mezz'ora, circolare il grido di:All'erta!—grido che da una barricata all'altra faceva il giro delle barricate tutte di Milano, e terminava al punto centrale da cui era partito primamente.E quel grido monotono, acuto, che faceva il giro di tutta una vasta città, scendeva come freddo marmo nei cuor de' Tedeschi ad aggellare gli spiriti!...A quel grido rispondeva il rombo frequente di cannone che facevasi sentire a porta Tosa,a porta Comasina, a S. Celso e in altri punti importanti dei bastioni, perchè volevasi in quella notte serrare il Tedesco fra due fuochi e dar l'assalto ad una delle porte: disegno accortissimo, ma che cadde per mancanza di accordi nelle mosse; imperocchè in quell'organizzazione improvvisata della milizia insorgente, la quale non aveva avuto tempo di intendersi con precisione sui modi di azione, divisa com'era dalle barricate che facevano ritardare di molto le trasmissioni degli ordini del Consiglio di guerra per la difficoltà delle comunicazioni, e infine la mancanza di una disciplina che non si può improvvisare, provocava sui diversi punti diversità di ordini, di provvedimenti, di mosse. Chi gridava da un punto:Colle armi a porta Tosa!e dirigeva colà i combattenti: chi gridava:Si apre la porta Romana!e faceva colà convergere una parte di popolo armato.Intanto in mezzo a quelle voci di gioja,—in cui sembrava ai cittadini d'assistere e far parte a un festino,—scorse rapida la notte, e l'alba tanto ansiosamente aspettata spuntò irraggiata dal sole:—sembrava che l'astro maggiore splendesse maggiormente, e che vibrasse raggi di libertà sopra un popolo che aveva per cinque giorni e cinque notti eroicamente pugnato, da forte vincendo e da forte morendo ... A quell'alba che lusingava i cuori di uomini cheavevano compiuti i maggiori sacrifizii ch'uom possa compiere, a quell'alba i cittadini ritenendo fortemente presidiato il locale del General Comando, con slancio gli diedero l'assalto,—ma niuno vi rispose da quel palazzo, chè gli Austriaci l'aveano quetamente abbandonato nella notte precedente, talchè il popolo l'occupò senza colpo ferire. Avendovi trovate le carrozze de' generali, esse furono ben tosto adoperate per costrurre nuove barricate. Sopra un balcone in contrada di Brera vennero trovati in quella mattina due obizzi e due razzi de' Tedeschi.A S. Celso fu preso il collegio militare di S. Lucca. Questo collegio de' cadetti aveva per direttore un tal Severus, il quale aveva ordinato al maestro Corsich di disporre 140 alunni in modo che al sicuro potessero offendere coi fucili e col cannone i cittadini inermi che nel secondo dì della rivoluzione uscivan di casa per provvedersi di alimenti. A questi alunni vennero aggiunti 300 cacciatori tirolesi, onde sostenere di poi l'assalto che per tre giorni continui seguitò a darsi dal popolo. Onde assicurarsi della fermezza degli alunni italiani, il Severus aveva minacciato venticinque colpi di bastone per chiunque non ottemperasse scrupolosamente agli ordini superiori. Assediato però il collegio da tutti i lati, per ogni parte bersagliato, impedita ogni comunicazione esterna, finalmentese non fu preso d'armi, dovette arrendersi per fame.Le mansioni del Consiglio di guerra però, limitate dalle attribuzioni della municipalità, dietro rimostranze di Cattaneo che dimandava i poteri di un vero ministero di guerra, e suggeriva che si destinasse a presiedere il nuovo dicastero un uomo del governo provvisorio, proponendovi Pompeo Litta ch'era già stato nella milizia del regno d'Italia, da Casati vennero approvate scrivendo in un foglio:«Comitato di Guerra«Presidente, Litta—Membri, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.Casati cercò quindi di spiegarsi in faccia al popolo, facendo conoscere d'aver assunte le attribuzioni di Governo Provvisorio; questa dichiarazione però non fu fatta esplicitamente con apposito proclama, ma venne accennata, incidentalmente quasi e per ultima notizia, in un proclama che trattava di altri negozii. Ecco tale documento:«Cittadini!«Milano, 22 marzo 1848.«L'armistizio offertoci dal nemico fu da noirifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere[19].«Combattiamo adunque coll'istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.«Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.«Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.«La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.«Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo Provvisorio[20], che, reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:«Casati,PresidenteVitaliano BorromeoGiuseppe DuriniPompeo LittaGaetano StrigelliCesare GiuliniAntonio BerettaAnselmo GuerrieriMarco GreppiAlessandro Porro.»Con altra ordinanza il Governo Provvisorio si nominava il segretario nella persona di Cesare Correnti.Il Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza era stato costituito sin dal 20 marzo; ma non lo si era completato. In questo dì venne definitamente organizzato, introducendovi tra i nuovi membri un distinto avvocato, caldo patriota, uomo di carattere non tanto spinto all'entusiasmo momentaneo, quanto a' fermi e giudiziosi propositi, nemico de' precipitati giudizii e desideroso di giustizia e di legalità; questo uomo fu Francesco Restelli. Il suo aspetto destava simpatia e rispetto: la sua alta e spaziosa fronte rivelava molta intelligenza, il suo modo famigliare nel conversare inspirava fiducia. Egli si era già acquistata fama di democratico e di buon avvocato in una causa sostenuta contro il governo austriaco per una quistione di lotto; nel 1848 fu quindi nominato nel Comitato di Vigilanza,venendo più tardi adoperato in più gravi mansioni, quale quella, per accennarne una, di membro del Comitato di difesa con Fanti e Maestri allorchè gli eventi della guerra volsero a male: ciò però sfugge all'epoca storica che trattiamo. Quel comitato di Vigilanza così completato, si annunziò al pubblico col seguente manifesto:«Cittadini«Si reca a vostra notizia la provvisoria organizzazione del Comitato di Vigilanza alla sicurezza personale (Casa Taverna, contrada dei Bigli).«Dott. Angelo Fava,PresidenteDott. Andrea Lissoni,MembroDott. Agostino De Sopransi,idem.Avv. Pier Ambrogio Curti,idem.Francesco Carcano,idem.Avv. Francesco Restelli,idem.Luigi Ancona e Pietro Cominazzi,Segretarii.Cesare Viviani,Aggiunto.Prospero Marchetti,idem.Ballestrini Pietro,idem.Luigi Manzoni,idem.Santo Polli,Capitano della guardia del Comitato.Rusca Antonio,idem.Avv. Toccagni,idem.Lottarlo Rusca,idem.Giulio Comolli,idem.Dott. Raffaelle Rusca,idem.Luigi Brivio, assistente,idem.«Dal Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza 22 marzo.«Il PresidenteA.Fava«P.Cominazzi,Segretario»Gli altri Comitati erano così costituiti:Comitato di difesa(Casa Vidiserti, Contr. del Monte, 1263 C.)Riccardo Ceroni,Direttore in capoAntonio Lissoni,Comandante organizzatore della Guardia CivicaA. Anfossi[21],Comandante di tutte le forze attive.A. Carnevali,Direttore di tutti i punti di difesa.Luigi Torelli,Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia.G. Alessando Biaggi—Luigi Narducci,Segretarii.Comitato della sussistenza(Casa Pezzoli, Corsia del Giardino)Negri Luigi—Ferranti Eugenio—Ugo Ferdinando—Lampato Francesco—Besevi Emilio—Besozzi Antonio—Molossi Pietro.Comitato di finanza(Casa Taverna)Membri, Alessandro Litta Modignani—Gaetano Taccioli—Cesare Clerici.Correndo poi voci che l'Austria avesse spediti emissarii nell'interno della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch'essa, fabbra d'astuzia e nell'ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan quasi a parola d'ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra pubblicò il seguente manifesto«Cittadini«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigiodi dare pronti schiarimenti quando ne vengano richiesti.«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni, che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani; nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli[22].«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come vuole l'onore italiano.«Viva l'Italia—Viva Pio IX«Dal Comitato Centrale di Guerra in casaTaverna, 22 marzo 1848.»Durante il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata la casa N. 4556, l'avea invasa e saccheggiata.Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel momento la sola macchina a vapore da Treviglio;—che una compagnia di linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo fuoco dalle scarpe di quel baluardo;—annunciavasi l'accanimento della lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi;—che da porta Vercellina (ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai Tedeschi.In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l'assolutismo:—fra un popolo ed un imperatore:—fra il diritto e la prepotenza. In quel punto l'accanimento della zuffa era estremo: l'impeto con cui dal popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove potettero penetraregl'imperiali, là non mancavano nè il saccheggio, nè l'assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l'incendio: era lotta di belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l'agonia del dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo!Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l'ultima casa vicino al dazio di porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente rapporto era fatto a quell'ora:«Al Comitato di Guerra«Siamo all'ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta già sventolata.—Siamo molti e determinatissimi. Una linea de' nostri occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile. Mandatene. Vinceremo o moriremo.«Luciano Manara.»Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo, perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte in momenti di confusione, di concitazione morale e d'impossibilità di appuramento de' fatti e della colleganza fra loro.«Al Comitato di Guerra«Ore 8, sera.«La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.«Cattaneo Angelo.«Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri; dall'orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.«Cattaneo Angelo.«P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è distinto in varii scontri».Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo nell'Archivio triennale, fu il capitano Manara.—Il primo a portar fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d'anni 17, abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname: richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose:D'essere ammesso nella Guardia Civica. Chiedeva una grazia per l'età giacchè l'arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60.—Paolo Vicenzini, di Corte inCorsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll'ottavo tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò di rimeritarla di nuovo.A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore) immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l'attacco, i Tedeschi cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle spalle gl'insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando, i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere in quei giorni, nel 22marzo era salito sul tetto di una casa prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.Dopo difficili e pericolosi lavori, gl'insorti s'avvicinaron per dietro alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di micidiale fucileria, l'obbligarono a resa.Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano: il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra. Giovandosi dell'oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi, fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie, quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano, mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la ritirata.E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori, inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione regnava in Castello.A un'ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle infermerie o senza parenti:«Milano, dall'I. R. Comando dell'Armata Austriaca in ItaliaOre 1 (dopo mezzanotte).«Il Comandante superiore dell'armata d'Italia ha affidato, partendo, al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e feriti, e dei rispetivi medici e chirurghi, come pure di tante donne e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi esposti all'arbitrio del subentrante governo di questa città. Il Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile ufficio, altrettanto varrà la medesima adottenergli il suffragio della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.«Per il generale in capo conte Radetzky,—Schonhals T. M.»Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei bastioni: avevano seco l'artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie d'ufficiali o d'impiegati, che si eran mantenute devote al governo austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl'insorti erano riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo dell'artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio che veniva soltanto rotto dal grido diAll'erta, che partiva dalle barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria rapidità per tuttala città:—tutti accorsero al Castello:—grida acute si alzarono dovunque di:Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono andati! Vittoria! Vittoria!—Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi reciprocamente domande sopra domande:È proprio vero che son partiti? Di dove sono andati? Per dove si son diretti?Il Castello venne invaso dal popolo:—la bandiera tricolore fu issata sul forte:—i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo! Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti, arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi; quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo che gioiva nel rivederli.Così Milano fu libera!Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.Come si era provveduto in que' giorni pelle somministrazioni di viveri ne' luoghi in cui la vicinanza del nemico o l'infuriar della lotta rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co' negozii di commestibili? E come si era provveduto pe' squallidi rioni della città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di famiglie povere?In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficcio annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti. Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui sentivasi maggiore il bisogno.A dirigente di quell'ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi, coadjuvato da' diversi commessi. In que' momenti di lotta egli riceveva ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio, ed impartiva egli pure verbalmente i suoi ordini. L'Ottolini doveva recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due commessi,così s'approffittò dell'opera di un cittadino che trovò nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l'ufficio annonario.Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne: era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo quest'istoria ebbimo dall'Ottolini personalmente le seguenti informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della patria chiamavano i cittadini. L'Ottolini lo incontrò nella stessa casa Pasta, allorchè vi trasferì l'ufficio annonario, e d'allora in poi il Pagnoni coadjuvò in ogni modo l'opera dell'Ottolini, recandosi con lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno; nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso, infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere, Ma non nuova a que' giorni, ne' quali di un chiodo facevasi un'arma, di una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad un lungo bastone aveva attaccato un'accuminata accetta all'estremità superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l'arma da taglio di cui si munì a difesa dell'ufficialedelle sussistenze allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè:Fortes fortunam adjuvare aiebant[23]:. . . .Amica sempreFortuna è degli audaci[24]E l'agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni, per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno d'uomini inermi, disusi all'armi, tentati spesso nel bollor della pugna dall'immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco lasciò Milano davanti un pugno d'uomini ch'erano però eroi!... Lasciò Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto affidar l'artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de' Milanesi: fu l'assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto nell'Archivio triennale dellecose d'Italia, serie I, Vol. II, pag. 431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:«Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra essi v'era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga, aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro ore per un taglio profondo di strada riempito d'acqua; i zappatori riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d'entrare, salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo, che pareva un solo evasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là, e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo la nostra narrazione.«Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro, antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente della congregazione centrale[25]. Ancorchè il padre fosse stretto agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio (Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore della patria; svegliato d'ingegno s'era dato alle scienze naturali con tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l'animo alle cose d'Italia. Prima dell'insurrezione molte cose operò,che è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza vanti, alto e bello della persona, era amato così da' suoi, come dai cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo trascegliessero fra gli ostaggi che trassero seco.«Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte cadeva in mezzo ai compagni, ferito da occulta mano nel petto, e, dopo trentaquattro ore d'agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co' prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,—nella direzione del Commissario verso il Porro:—quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra, e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio all'omicida di ferir senza essere ravvisato:—per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un fucilespianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare inosservato:—impossibile che, alla presenza d'un commissario, altri tirasse dentro ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non conoscere il modo onde avveniva:—l'interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d' altra parte confermati.«Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi, tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare. E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti della loro coscienza, bastò loro l'animo di rifiutarsi a quella sottoscrizione.«Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: «Ah! signor commissario, in questi momenti l'ho proprio riconosciuto»; e con accento tra l'ironico ed il rassegnato, proseguiva: «era giusto»; alludendo forse a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava contro di lui.«È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede tuttavia che i casi futurid'Italia chiariranno un giorno questo fatto e ne additeranno meno oscuramente l'autore».Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:«Cittadini!Milano 23 marzo 1848«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.«Facciamola finita una volta con qualunquedominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.VIVA L'ITALIA.«Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano.Giulini Cesare.Guerrieri Anselmo.Gaetano Strigelli.Durini Giuseppe.Porro Alessandro.Greppi Marco.Beretta Antonio.Litta Pompeo.CorrentiSegr.Il Comitato di pubblica sicurezza pubblicò esso pure un manifesto alla popolazione, ch'era così concepito:«Cittadini!«L'opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronataolla costanza, ma dev'essere perfezionata coll'ordine.«Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que' cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de' suoi Comitati.«S'invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.«Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole quant'altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.«Cittadini! Non è lontana l'ora in cui torni l'Italia a ripigliare l'antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.VIVA L'ITALIA!—VIVA PIO IX!IL COMITATO«Fava.—Sopransi.—Restelli.—Lissoni.Carcano.—Curti.«I SegretarjAncona.—Cominazzi.Il Comitato di Guerra ebbe prima cura di diffondere ai Comuni lombardi una circolare in cui si avvertivano della fuga della truppa austriaca e si eccitavano a provvedersi di difesa contro di essa ed a porsi in condizione di offendere l'inimico. Tale circolare era la seguente:«AI PARROCIE A TUTTE LE AUTORITÀ COMUNALI.«Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.«Il Presidente del Comitato di Guerra«Pompeo Litta.Quindi lo stesso Comitato pubblicava esso pure un manifesto alla cittadinanza, il quale noi qui riportiamo integralmente:«Italia libera«W.PioIX«Esercito Italiano«I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico in seno. D'ogni parteaccorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D'ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l'una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d'armi la città,—l'altra provveduta completamente d'armi da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.«Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l'Italia, noi la chiameremoLegione Prima, l'Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.«I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.«Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all'Esercito e alla Guardia, secondochè l'imperfetto armamentov'impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.«Suvvia dunque, viva l'Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.«Il Comitato di Guerra«Pompeo Litta—Giorgio Clerici«Giulio Terzaghi—Cattaneo—Carnevali«Cernuschi—Lissoni—Torelli.Carlo Alberto, officiato da un nostro concittadino a intervenire colle sue truppe a rassodare la vittoria popolare sull'esercito austriaco in Milano, aderì alla domanda, dichiarò che si sarebbe posto egli stesso alla testa del suo esercito, e disse al signor Martini queste parole:«Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo avere ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso.» Il proclama reale che si pubblicava in seguito alla accennata conferenza col Martini, fu il seguente:«Popoli della Lombardia e della Venezia.«I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.«Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da far da sè.«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.«Torino, 23 marzo 1848.«CARLO ALBERTO.»Il Governo Provvisorio da sua parte pubblicava il seguente proclama alla popolazione:«Proclama!«Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e dellasua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l'armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L'abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso principe che volle all'impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta l'Italia, e sarà!«Orsù dunque, all'armi all'armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l'ultima battaglia dell'Indipendenza e dell'Unione Italiana.«Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.«Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d'alto nome dell'antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell'epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all'armi italiane nella gran lotta della libertà.«Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l'avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.«Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch'esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d'essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.«Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l'angoscioso servigio, sotto le verghe dell'Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà dall'Alpi ai due mari.«Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de' vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell'umanità.«Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.«Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.«Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.«Dio è con noi: già ne 'l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta l'Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest'eroica settimana: Dio è con noi!—All'armi, all'armi! vinciamo un'altra volta, e per sempre.«Casati,Presidente«Borromeo Vitaliano—Giulini CesareGuerrieri Anselmo—Strigelli GaetanoDurini Giuseppe—Porro AlessandroGreppi Marco—Beretta AntonioLitta Pompeo«CorrentiSegretario.Milano era frenetica di gioja nella riavuta libertà: tutti accorrevano ad inscriversi nella Guardia Civica e moltissimi nei corpi volontarii. Per tutti i balconi sventolavano bandiere tricolori: dappertutto si cantavano canzoni patriottiche: fra questi era popolarissima il seguente inno nazionale scritto da Goffredo Mamelli e musicata:Fratelli d'Italia,L'Italia s'è desta,Dell'elmo di Scipio,S'è cinta la testa.Dov'è la vittoria?...Le porga la chioma,Chè schiava di RomaIddio la creò:Stringiamci a coorteSiam pronti alla morteItalia chiamò.Noi siamo da secoliCalpesti, derisi,Perchè non siam popolo,Perchè siam divisi:Raccolgaci un'unicaBandiera, una speme;Di fonderci insiemeGià l'ora sonò.Stringiamci, ecc.Uniamoci, uniamoci;L'unione e l'amoreRivelano ai popoliLe vie del Signore:Giuriamo far liberoIl suolo natio;Uniti, per Dio,Chi vincer ci può?Stringiamci, ecc.Dall'Alpi a SiciliaOvunque è Legnano,Ogni uom di FerruccioHa il core, ha la mano;I bimbi d'ItaliaSi chiaman Balilla,Il suon d'ogni squillaI vespri sonò.Stringiamci, ecc.Son giunchi che pieganoLe spade vendute:Già l'aquila d'AustriaLe penne ha perdute.Il sangue d'Italia,Il sangue PolaccoBevè col Cosacco,Ma il sen le bruciò.Stringiamci, ecc.Evviva l'Italia,Dal sonno s'è desta,Dell'elmo di ScipioS'è cinta la testa.Dov'è la vittoria?Le porga la chioma,Chè schiava di RomaIddio la creò.Stringiamci, ecc.De' morti nella rivoluzione non scordossi Milano, ma nel 4 di aprile seguente celebrò solenni esequie nella Metropolitana. Affinchè questa pietosa funzione procedesse con quell'ordine severo che la solenne circostanza richiedeva, alle diverse Magistrature e Rappresentanze era stato fissato di raccogliersi alle ore 10 precise del mattino in tre diversi punti della città onde portarsi in ordinata schiera al Duomo, e rendere così più solenne e maestosa la funzione. I punti di ritrovo erano il palazzo Marino, il palazzo Municipale al Broletto, e la piazza dei Mercanti in cui aveva posta sede la Società di incoraggiamento delle arti e mestieri. Per quella solenne circostanza vennero musicati da Stefano Ronchetti i seguenti versi di Giulio Carcano:I.Per la Patria il sangue han datoEsclamando: ITALIA e PIO!L'alme pure han reso a Dio,Benedetti nel morir:Hanno vinto, e consumatoIl santissimo martir.Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà.II.Noi per essi alfin redentiSalutiamo i dì novelli:Sovra il sangue de' fratelliNoi giuriamo libertà!E sul capo de' potentiL'alto giuro tuonerà.Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà.III.Uno cadde, e sorser centoAlla voce degli eroi:Or si pugna alfin per noi,Fugge insano l'oppressor;E lo agghiaccia di spaventoLa bandiera tricolor.Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà;IV.O Signor! sul patrio altareNoi t'offrimmo i nostri figli:Scrivi in Ciel, ne' tuoi consigliDopo secoli, il gran dì!Or dall'Alpi insino al mareTutta Italia un giuro unì!
IL 21 MARZOAlle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo spinte molto avanti nella precedente notte.L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città continuavano a suonare a stormo:—i gridi di rabbia da parte dei Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano dovunque:—a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti, mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case dei dintorni e pegliorti onde potessero meglio molestare il nemico su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività immensa, un entusiamo indicibile.I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in proposito.Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi,non armistizio di quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma non estesa la tregua alla campagna.Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali, provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da secretario.Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che, dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.—E infatti lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia dallo spettacolo forse dei trucidatiamici. Feci considerare che l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo, lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese, sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli eccessi.—Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per ventiquattr'ore.—Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che computi così precisi non si potevano fare:—«Del resto, gli dissi, ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere; è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a viveredi ruba. Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata, non troverà più strade.—Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane, meglio morir di fame che di forca».—I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà. Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio venne attribuito al volere del popolo.Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini, inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al re sardo, il quale prometteva soccorsi d'uomini e d'armi in tale caso. Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non le autorità civili disporre dello Stato; non essere d'altronde quella l'occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa dall'inimico, all'offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà. Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d'armi e munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino alla rotta di Carlo Alberto.Prevalse in quella discussione l'opinion della Municipalità di accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi ch'egli offriva.Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una volta ai cittadini lafederazione militare di tutti i popoli d'Italia volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola:ITALIA LIBERAOrmai la lotta nell'interno della città è compiuta. È tempo che le città vicine si scuotino e imitino l'esempio di questa. Noi invitiamo tutte e ciascuna a costituire un Consiglio di Guerra, che lasci le cose di consueta amministrazione ai Municipii costituiti in Governi Provvisorii. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra, per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da tutta l'Italia.—Invitiamo tutti i Consigli di Guerra a limitarsi a questo.—Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle ed intelligenze per mezzo di Commissarii che abbiano animo degno dell'impresa.—Noi domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d'Italia una piccola deputazione di baionette, che, guidata da qualche buon capitano, venga a fare una giornata d'assemblea generale ai piedi delle Alpi, per far l'ultimo e definitivo nostro commento coi barbari.—Si tratta di ridurli coi debiti modi a portarsi immantinente d'altra parte delle Alpi, ove Dio li renda pure liberi e felici come noi.Viva Pio IXDal Consiglio di Guerra in casa Taverna,21 marzo 1848.Cattaneo—Terzaghi—Clerici—Cernuschi.Quindi il Consiglio di Guerra rivolgevasi a tutti i militari che si trovavano alle lor case onde accorressero ai soccorsi della patria, pubblicando il seguente invito:Italia libera.I Milanesi domandano il concorso degli ufficiali e soldati in pensione ed in permesso. Non è mai un delitto difendere la patria.—Viva Pio IX.I Membri del Comitato di GuerraCattaneo, Cernuschi, Terzaghi, ClericiOnde ottenere poi l'effetto della dedizione che il Municipio voleva fare del paese a re Carlo Alberto, il Consiglio di Guerra cercò dimostrare che esso si rivolgeva a tutti i popoli anzichè ad un principe solo, onde rimuovere ogni suscettibilità politica e dinastica in Italia. Col mezzo aereostatico diffondeva quindi il seguente proclama:ITALIA LIBERAViva Pio IXLa città di Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre al di là delle Alpiil comune nemico d'Italia, domanda il soccorso di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte.21 marzo.Milano entro la cerchia del naviglio era quasi tutta liberata; pochi luoghi rimanevano a guadagnarsi.Il Tribunale criminale era stato con grave pericolo dell'ordine pubblico abbandonato dalla truppa sin dal giorno precedente: avean potuto le guardie carcerarie contenere i detenuti all'obbedienza nascondendo loro la partenza della truppa; ma, occupato il Tribunale dal popolo, nel suo entusiasmo ritenne dover essere suo primo atto quello di aprir le prigioni dei detenuti politici e di rimetterli in libertà; come ne li pose bentosto. Essi erano: Filippo Villani, Luigi Ancona, Gallardi, Enrico Rivolta, Zanelli Francesco, Acerbi Giovanni, Filippo Fornara, Manfredo Camperio, Andrea Ponzio, Giovanni Grassi, Alessandro Borgazzi, Ercole Salvioni, Sac. Giuseppe Brambilla, Carlo Scanziani, Achille Volpi, Carlo Seldati, Pietro Cova, Giovanni Barbieri e Angelo Maroni.Occorreva però di provvedere acciò nel parapiglia non fuggissero gli altri detenuti per delitti, poichè essi eransi già accinti a procurarsi la libertà. Accorsovi però l'avv. Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di PubblicaSicurezza, impugnando una sciabola nella destra e una pistola nella manca, come ebbimo in eguale atteggiamento già a vederlo nella contrada di S. Damiano, si affacciò arditamente alla porta d'uscita, minacciò d'esploder l'arme da fuoco sul primo che s'avanzasse, cercando con altre parole poi di persuadere i detenuti che si avrebbe tenuto grande calcolo della loro sottomissione; che egli impegnava la sua parola d'onore che l'instruttoria sarebbe stata accelerata, rimessi in libertà gli assoluti, ritenuta pei condannata una circostanza molto attenuante quella di aver ottemperato in quel momento all'ingiunzione di rientrare in carcere. E tanto disse e tanto fece, che quegli uomini, che pur sentivano amor di patria, deposero le armi che già stringevano e rientrarono nella prigione. A questo fatto vi concorse poi anche la presenza di coraggiosi cittadini che accorsero ad assecondare l'opera e gli sforzi del Curti.Il Genio militare era uno dei pochi luoghi ancora occupati dalla truppa, ove vi si distinsero fra i molti il Sottocorno, l'ingegnere Suzzara ed Augusto Anfossi, di cui abbiam già parlato a pagina 76. Francesco Pagnoni, che erasi adoperato fino del primo giorno (18) come lettore di tutti i proclami che circolavano per la città e nel persuadere le mogli e le madri a lasciare che i loro mariti e figli prendessero parteall'insurrezione, con coraggio e con gravi sacrifizii prestossi nei combattimenti di contrada di Brera e del Monte di Pietà a tenere indietro i soldati austriaci che tentavano di oltrepassare le barricate per portarsi al Genio onde salvare il presidio che in quel palazzo stava rinchiuso. Ma per quanto impetuosi fossero gli assalti dei soldati pure ogni lor tentativo veniva paralizzato e reso frustaneo da una pioggia di tegole e di sassi che cadevano da ogni punto del tetto della casa Passalacqua. I Tedeschi vedendo tornar vani i loro sforzi, ripiegarono al Comando Generale e saliti sul tetto di quel palazzo diressero quantità di colpi di spingarda sugl'insorti, senza che alcun di loro però ne rimanesse ferito. Mezz'ora dopo ritornarono all'assalto delle barricate: ma i difensori di esse, riparati sui fienili, con una ben nudrita pioggia di tegole, e di ogni sorta di macerie di cui erano ben provvisti, di nuovo li fecero retrocedere. Il combattimento durò dalle 11 ant. alle 4 pom., dopo di che si recarono al Genio.Alla presa del Genio, il Pagnoni fu tra quelli che vi penetrarono, e vi ebbe campo di salvare una cameriera addetta alla famiglia del conte Neuperg e la condusse salva a' di lei parenti.La presa del Genio venne ben tosto notificata al popolo col seguente avviso:CittadiniNuove vittorie!Il nemico che occupava il palazzo del Genio, dopo replicati assalti ha ceduto al valore dei prodi nostri cittadini. Oltre a 160 soldati e tre officiali sono i nemici che si costituirono prigionieri, cedendo armi e munizioni.Dio è con noi!Viva l'ItaliaDal Comitato di pubblica difesa.Ore 3 pom. del 21 marzo 1848.L'ufficio di Polizia in S. Simone fu pure preso con perdita di cittadini. La caserma di S. Francesco cadde anch'essa in potere degli insorti. Queste furono le conquiste dell'insurrezione: altri combattimenti però avvennero senza decisivo risultato, dei quali ne parleremo qui appresso. Riteniamo però di dover prima riportare un editto del Comitato della guardia civica, col quale eccitavansi tutti i cittadini a concentrare le loro forze sui punti più minacciati dal nemico: tale editto era così concepito:CittadiniÈ inutile durante il giorno, mentre il nemico è lontano, si fermino alle barricate interne quelli che sono muniti di fucile e di carabine. È alle barricate esterne, investite direttamente, che è d'uopo portare tutte le forze disponibili in soccorso dei valorosi che tengono fronte alnemico. Quelli pertanto che trovassero aver compiuta l'opera loro in un dato luogo, anzichè fermarsi alle barricate lontane dal nemico e d'altronde munite a sufficienza da' vigili abitanti delle contigue case, si rechino alla direzione generale della guardia civica, contrada del Monte N. 1263 c, casa Vidiserti, la quale ricevendo ad ogni istante domande di soccorsi dai difensori delle nostre più esposte posizioni, assegnerà condegno campo al loro valore. La vittoria è certa: colla più rigorosa disciplina la compiremo, vieppiù facilmente.Viva l'indipendenzaDal Comitato direttore della guardia civicaOre 2 pom. del 21 marzo 1848»A porta Ticinese verso sera avvennero gravi fatti: crediamo di riportarli colle parole del Tettoni nella sua Cronaca della rivoluzione di Milano.«Verso le ore cinque di sera, egli dice, una mano di soldati irruppe dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di cinta dell'ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.º 3707, nella quale, trovata la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono in corte, gridando:fatevi guarire da Pio IX, e depredate anche qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior parte delle donne s'erano rifuggite; e quivi senz'altro scaricata una fucilata, colpirono un bambino d'anni tre nelle braccia di suo fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi abitava certo Migliavacca d'anni 43 circa, ammogliato, con due figlie, uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi, giacchè, riunitisi que' mostri in numero sovrabbondante, gli sfondarono la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tuttoquel poco di meglio che aveva per l'importo di lir. 653. Poi risovvenendosi uno di essi che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza più riguardo niuno, subito come furia d'averno gli si avventa addosso, e duro e freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano grazia per l'infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo; lasciando gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla considerazione.—«A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e la spinse avanti l'inimico, il quale vi scaricava contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che costringono l'inimico alla fuga, lasciando tre de' suoi morti sul campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.»A porta Tosa alcuni cittadini potettero uscirdi città guadando un'acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa: portatisi poscia insieme ad altri del contado in una casa suburbana che dominava il bastione, apersero un vivo fuoco di fucileria dalle finestre.Il locale del Conservatorio venne destinato a servir di appostamento ai bersaglieri cittadini, onde distrarre le forze militari della porta Tosa, e facilitare da altro punto l'assalto e la presa della porta. I fatti avvenuti in quel luogo vennero con speciale precisione descritti nell'operaRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate: li riportiamo colle parole stesse di quell'opera:«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale per l'esecuzione del suesposto progetto.«Io con un lumicino accompagnai l'ingegnere Cardani e diversi altri armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate all'uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno, e nelle diverse scuole e nei dormitorii si appostarono i valorosi.«Intanto alcuni zappatori, diretti dal signor Borgocarati, entrarono per la parte della cucina nel giardinetto sottoposto. Io procurai loro una leva di ferro ed altri attrezzi necessarii per aprire una breccia nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non esserescorti dal nemico. L'ingegnere Cardani, fattosi loro guida, li condusse colle scale della Chiesa della Passione per le ortaglie sui bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura, onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno; sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»«Ad un'ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari posti di guardia dietro le piante del bastione; questi risposero colle loro solite fucilate; poi si videro dei picchetti partire da porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e frequenti d'archibugi si continuò per più di un'ora, quando a un tratto cominciarono le cannonate.»«Un cannone di porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nel punto opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e ne menarono fiera rovina.»«Ma Dio vegliava su noi, poichè de' tanti nostri, che per ben cinque ore di seguito continuarono a combattere in questa località, due soli rimasero feriti in detto quartiere delle alunne: uno fu certo Poletti Carlo, che, colpitoda una palla di fucile, fu trasportato da prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono soccorsi d'ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove morì il 25:—un altro, Antonio Donzelli, addetto allo studio del signor avvocato Lissoni, restò ferito egualmente, mentre l'ingegnere Cardani gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tuttora, essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che guarirà. Alcuni de' nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e di là sino sul bastione con una scala della Chiesa, ma dovettero poi ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.»
Alle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.
Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo spinte molto avanti nella precedente notte.
L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città continuavano a suonare a stormo:—i gridi di rabbia da parte dei Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano dovunque:—a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti, mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case dei dintorni e pegliorti onde potessero meglio molestare il nemico su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.
Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività immensa, un entusiamo indicibile.
I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in proposito.
Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.
Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi,non armistizio di quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma non estesa la tregua alla campagna.
Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali, provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da secretario.
Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che, dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.—E infatti lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.
Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia dallo spettacolo forse dei trucidatiamici. Feci considerare che l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo, lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese, sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli eccessi.—
Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per ventiquattr'ore.—Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che computi così precisi non si potevano fare:—«Del resto, gli dissi, ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere; è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a viveredi ruba. Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata, non troverà più strade.—Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane, meglio morir di fame che di forca».—
I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.
Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà. Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio venne attribuito al volere del popolo.
Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini, inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al re sardo, il quale prometteva soccorsi d'uomini e d'armi in tale caso. Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non le autorità civili disporre dello Stato; non essere d'altronde quella l'occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa dall'inimico, all'offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà. Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d'armi e munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino alla rotta di Carlo Alberto.
Prevalse in quella discussione l'opinion della Municipalità di accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi ch'egli offriva.
Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una volta ai cittadini lafederazione militare di tutti i popoli d'Italia volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola:
ITALIA LIBERA
Ormai la lotta nell'interno della città è compiuta. È tempo che le città vicine si scuotino e imitino l'esempio di questa. Noi invitiamo tutte e ciascuna a costituire un Consiglio di Guerra, che lasci le cose di consueta amministrazione ai Municipii costituiti in Governi Provvisorii. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra, per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da tutta l'Italia.—Invitiamo tutti i Consigli di Guerra a limitarsi a questo.—Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle ed intelligenze per mezzo di Commissarii che abbiano animo degno dell'impresa.—Noi domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d'Italia una piccola deputazione di baionette, che, guidata da qualche buon capitano, venga a fare una giornata d'assemblea generale ai piedi delle Alpi, per far l'ultimo e definitivo nostro commento coi barbari.—Si tratta di ridurli coi debiti modi a portarsi immantinente d'altra parte delle Alpi, ove Dio li renda pure liberi e felici come noi.
Viva Pio IX
Dal Consiglio di Guerra in casa Taverna,21 marzo 1848.
Cattaneo—Terzaghi—Clerici—Cernuschi.
Quindi il Consiglio di Guerra rivolgevasi a tutti i militari che si trovavano alle lor case onde accorressero ai soccorsi della patria, pubblicando il seguente invito:
Italia libera.
I Milanesi domandano il concorso degli ufficiali e soldati in pensione ed in permesso. Non è mai un delitto difendere la patria.—Viva Pio IX.
I Membri del Comitato di GuerraCattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici
Onde ottenere poi l'effetto della dedizione che il Municipio voleva fare del paese a re Carlo Alberto, il Consiglio di Guerra cercò dimostrare che esso si rivolgeva a tutti i popoli anzichè ad un principe solo, onde rimuovere ogni suscettibilità politica e dinastica in Italia. Col mezzo aereostatico diffondeva quindi il seguente proclama:
ITALIA LIBERAViva Pio IX
La città di Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre al di là delle Alpiil comune nemico d'Italia, domanda il soccorso di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte.
21 marzo.
Milano entro la cerchia del naviglio era quasi tutta liberata; pochi luoghi rimanevano a guadagnarsi.
Il Tribunale criminale era stato con grave pericolo dell'ordine pubblico abbandonato dalla truppa sin dal giorno precedente: avean potuto le guardie carcerarie contenere i detenuti all'obbedienza nascondendo loro la partenza della truppa; ma, occupato il Tribunale dal popolo, nel suo entusiasmo ritenne dover essere suo primo atto quello di aprir le prigioni dei detenuti politici e di rimetterli in libertà; come ne li pose bentosto. Essi erano: Filippo Villani, Luigi Ancona, Gallardi, Enrico Rivolta, Zanelli Francesco, Acerbi Giovanni, Filippo Fornara, Manfredo Camperio, Andrea Ponzio, Giovanni Grassi, Alessandro Borgazzi, Ercole Salvioni, Sac. Giuseppe Brambilla, Carlo Scanziani, Achille Volpi, Carlo Seldati, Pietro Cova, Giovanni Barbieri e Angelo Maroni.
Occorreva però di provvedere acciò nel parapiglia non fuggissero gli altri detenuti per delitti, poichè essi eransi già accinti a procurarsi la libertà. Accorsovi però l'avv. Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di PubblicaSicurezza, impugnando una sciabola nella destra e una pistola nella manca, come ebbimo in eguale atteggiamento già a vederlo nella contrada di S. Damiano, si affacciò arditamente alla porta d'uscita, minacciò d'esploder l'arme da fuoco sul primo che s'avanzasse, cercando con altre parole poi di persuadere i detenuti che si avrebbe tenuto grande calcolo della loro sottomissione; che egli impegnava la sua parola d'onore che l'instruttoria sarebbe stata accelerata, rimessi in libertà gli assoluti, ritenuta pei condannata una circostanza molto attenuante quella di aver ottemperato in quel momento all'ingiunzione di rientrare in carcere. E tanto disse e tanto fece, che quegli uomini, che pur sentivano amor di patria, deposero le armi che già stringevano e rientrarono nella prigione. A questo fatto vi concorse poi anche la presenza di coraggiosi cittadini che accorsero ad assecondare l'opera e gli sforzi del Curti.
Il Genio militare era uno dei pochi luoghi ancora occupati dalla truppa, ove vi si distinsero fra i molti il Sottocorno, l'ingegnere Suzzara ed Augusto Anfossi, di cui abbiam già parlato a pagina 76. Francesco Pagnoni, che erasi adoperato fino del primo giorno (18) come lettore di tutti i proclami che circolavano per la città e nel persuadere le mogli e le madri a lasciare che i loro mariti e figli prendessero parteall'insurrezione, con coraggio e con gravi sacrifizii prestossi nei combattimenti di contrada di Brera e del Monte di Pietà a tenere indietro i soldati austriaci che tentavano di oltrepassare le barricate per portarsi al Genio onde salvare il presidio che in quel palazzo stava rinchiuso. Ma per quanto impetuosi fossero gli assalti dei soldati pure ogni lor tentativo veniva paralizzato e reso frustaneo da una pioggia di tegole e di sassi che cadevano da ogni punto del tetto della casa Passalacqua. I Tedeschi vedendo tornar vani i loro sforzi, ripiegarono al Comando Generale e saliti sul tetto di quel palazzo diressero quantità di colpi di spingarda sugl'insorti, senza che alcun di loro però ne rimanesse ferito. Mezz'ora dopo ritornarono all'assalto delle barricate: ma i difensori di esse, riparati sui fienili, con una ben nudrita pioggia di tegole, e di ogni sorta di macerie di cui erano ben provvisti, di nuovo li fecero retrocedere. Il combattimento durò dalle 11 ant. alle 4 pom., dopo di che si recarono al Genio.
Alla presa del Genio, il Pagnoni fu tra quelli che vi penetrarono, e vi ebbe campo di salvare una cameriera addetta alla famiglia del conte Neuperg e la condusse salva a' di lei parenti.
La presa del Genio venne ben tosto notificata al popolo col seguente avviso:
Cittadini
Nuove vittorie!
Il nemico che occupava il palazzo del Genio, dopo replicati assalti ha ceduto al valore dei prodi nostri cittadini. Oltre a 160 soldati e tre officiali sono i nemici che si costituirono prigionieri, cedendo armi e munizioni.
Dio è con noi!Viva l'Italia
Dal Comitato di pubblica difesa.
Ore 3 pom. del 21 marzo 1848.
L'ufficio di Polizia in S. Simone fu pure preso con perdita di cittadini. La caserma di S. Francesco cadde anch'essa in potere degli insorti. Queste furono le conquiste dell'insurrezione: altri combattimenti però avvennero senza decisivo risultato, dei quali ne parleremo qui appresso. Riteniamo però di dover prima riportare un editto del Comitato della guardia civica, col quale eccitavansi tutti i cittadini a concentrare le loro forze sui punti più minacciati dal nemico: tale editto era così concepito:
Cittadini
È inutile durante il giorno, mentre il nemico è lontano, si fermino alle barricate interne quelli che sono muniti di fucile e di carabine. È alle barricate esterne, investite direttamente, che è d'uopo portare tutte le forze disponibili in soccorso dei valorosi che tengono fronte alnemico. Quelli pertanto che trovassero aver compiuta l'opera loro in un dato luogo, anzichè fermarsi alle barricate lontane dal nemico e d'altronde munite a sufficienza da' vigili abitanti delle contigue case, si rechino alla direzione generale della guardia civica, contrada del Monte N. 1263 c, casa Vidiserti, la quale ricevendo ad ogni istante domande di soccorsi dai difensori delle nostre più esposte posizioni, assegnerà condegno campo al loro valore. La vittoria è certa: colla più rigorosa disciplina la compiremo, vieppiù facilmente.
Viva l'indipendenza
Dal Comitato direttore della guardia civica
Ore 2 pom. del 21 marzo 1848»
A porta Ticinese verso sera avvennero gravi fatti: crediamo di riportarli colle parole del Tettoni nella sua Cronaca della rivoluzione di Milano.
«Verso le ore cinque di sera, egli dice, una mano di soldati irruppe dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di cinta dell'ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.º 3707, nella quale, trovata la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono in corte, gridando:fatevi guarire da Pio IX, e depredate anche qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior parte delle donne s'erano rifuggite; e quivi senz'altro scaricata una fucilata, colpirono un bambino d'anni tre nelle braccia di suo fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi abitava certo Migliavacca d'anni 43 circa, ammogliato, con due figlie, uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi, giacchè, riunitisi que' mostri in numero sovrabbondante, gli sfondarono la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tuttoquel poco di meglio che aveva per l'importo di lir. 653. Poi risovvenendosi uno di essi che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza più riguardo niuno, subito come furia d'averno gli si avventa addosso, e duro e freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano grazia per l'infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo; lasciando gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla considerazione.—
«A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e la spinse avanti l'inimico, il quale vi scaricava contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che costringono l'inimico alla fuga, lasciando tre de' suoi morti sul campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.»
A porta Tosa alcuni cittadini potettero uscirdi città guadando un'acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa: portatisi poscia insieme ad altri del contado in una casa suburbana che dominava il bastione, apersero un vivo fuoco di fucileria dalle finestre.
Il locale del Conservatorio venne destinato a servir di appostamento ai bersaglieri cittadini, onde distrarre le forze militari della porta Tosa, e facilitare da altro punto l'assalto e la presa della porta. I fatti avvenuti in quel luogo vennero con speciale precisione descritti nell'operaRacconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate: li riportiamo colle parole stesse di quell'opera:
«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale per l'esecuzione del suesposto progetto.
«Io con un lumicino accompagnai l'ingegnere Cardani e diversi altri armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate all'uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno, e nelle diverse scuole e nei dormitorii si appostarono i valorosi.
«Intanto alcuni zappatori, diretti dal signor Borgocarati, entrarono per la parte della cucina nel giardinetto sottoposto. Io procurai loro una leva di ferro ed altri attrezzi necessarii per aprire una breccia nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non esserescorti dal nemico. L'ingegnere Cardani, fattosi loro guida, li condusse colle scale della Chiesa della Passione per le ortaglie sui bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura, onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno; sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»
«Ad un'ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari posti di guardia dietro le piante del bastione; questi risposero colle loro solite fucilate; poi si videro dei picchetti partire da porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e frequenti d'archibugi si continuò per più di un'ora, quando a un tratto cominciarono le cannonate.»
«Un cannone di porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nel punto opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e ne menarono fiera rovina.»
«Ma Dio vegliava su noi, poichè de' tanti nostri, che per ben cinque ore di seguito continuarono a combattere in questa località, due soli rimasero feriti in detto quartiere delle alunne: uno fu certo Poletti Carlo, che, colpitoda una palla di fucile, fu trasportato da prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono soccorsi d'ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove morì il 25:—un altro, Antonio Donzelli, addetto allo studio del signor avvocato Lissoni, restò ferito egualmente, mentre l'ingegnere Cardani gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tuttora, essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che guarirà. Alcuni de' nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e di là sino sul bastione con una scala della Chiesa, ma dovettero poi ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.»
IL 22 MARZONella notte del 21 al 22 marzo il popolo stette vegliando, geloso di quanto aveva sino a quel giorno guadagnato, diffidente e pauroso di qualche insidia da parte de' nemici. Da una barricata all'altra facevasi di ora in ora, spesso di mezz'ora in mezz'ora, circolare il grido di:All'erta!—grido che da una barricata all'altra faceva il giro delle barricate tutte di Milano, e terminava al punto centrale da cui era partito primamente.E quel grido monotono, acuto, che faceva il giro di tutta una vasta città, scendeva come freddo marmo nei cuor de' Tedeschi ad aggellare gli spiriti!...A quel grido rispondeva il rombo frequente di cannone che facevasi sentire a porta Tosa,a porta Comasina, a S. Celso e in altri punti importanti dei bastioni, perchè volevasi in quella notte serrare il Tedesco fra due fuochi e dar l'assalto ad una delle porte: disegno accortissimo, ma che cadde per mancanza di accordi nelle mosse; imperocchè in quell'organizzazione improvvisata della milizia insorgente, la quale non aveva avuto tempo di intendersi con precisione sui modi di azione, divisa com'era dalle barricate che facevano ritardare di molto le trasmissioni degli ordini del Consiglio di guerra per la difficoltà delle comunicazioni, e infine la mancanza di una disciplina che non si può improvvisare, provocava sui diversi punti diversità di ordini, di provvedimenti, di mosse. Chi gridava da un punto:Colle armi a porta Tosa!e dirigeva colà i combattenti: chi gridava:Si apre la porta Romana!e faceva colà convergere una parte di popolo armato.Intanto in mezzo a quelle voci di gioja,—in cui sembrava ai cittadini d'assistere e far parte a un festino,—scorse rapida la notte, e l'alba tanto ansiosamente aspettata spuntò irraggiata dal sole:—sembrava che l'astro maggiore splendesse maggiormente, e che vibrasse raggi di libertà sopra un popolo che aveva per cinque giorni e cinque notti eroicamente pugnato, da forte vincendo e da forte morendo ... A quell'alba che lusingava i cuori di uomini cheavevano compiuti i maggiori sacrifizii ch'uom possa compiere, a quell'alba i cittadini ritenendo fortemente presidiato il locale del General Comando, con slancio gli diedero l'assalto,—ma niuno vi rispose da quel palazzo, chè gli Austriaci l'aveano quetamente abbandonato nella notte precedente, talchè il popolo l'occupò senza colpo ferire. Avendovi trovate le carrozze de' generali, esse furono ben tosto adoperate per costrurre nuove barricate. Sopra un balcone in contrada di Brera vennero trovati in quella mattina due obizzi e due razzi de' Tedeschi.A S. Celso fu preso il collegio militare di S. Lucca. Questo collegio de' cadetti aveva per direttore un tal Severus, il quale aveva ordinato al maestro Corsich di disporre 140 alunni in modo che al sicuro potessero offendere coi fucili e col cannone i cittadini inermi che nel secondo dì della rivoluzione uscivan di casa per provvedersi di alimenti. A questi alunni vennero aggiunti 300 cacciatori tirolesi, onde sostenere di poi l'assalto che per tre giorni continui seguitò a darsi dal popolo. Onde assicurarsi della fermezza degli alunni italiani, il Severus aveva minacciato venticinque colpi di bastone per chiunque non ottemperasse scrupolosamente agli ordini superiori. Assediato però il collegio da tutti i lati, per ogni parte bersagliato, impedita ogni comunicazione esterna, finalmentese non fu preso d'armi, dovette arrendersi per fame.Le mansioni del Consiglio di guerra però, limitate dalle attribuzioni della municipalità, dietro rimostranze di Cattaneo che dimandava i poteri di un vero ministero di guerra, e suggeriva che si destinasse a presiedere il nuovo dicastero un uomo del governo provvisorio, proponendovi Pompeo Litta ch'era già stato nella milizia del regno d'Italia, da Casati vennero approvate scrivendo in un foglio:«Comitato di Guerra«Presidente, Litta—Membri, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.Casati cercò quindi di spiegarsi in faccia al popolo, facendo conoscere d'aver assunte le attribuzioni di Governo Provvisorio; questa dichiarazione però non fu fatta esplicitamente con apposito proclama, ma venne accennata, incidentalmente quasi e per ultima notizia, in un proclama che trattava di altri negozii. Ecco tale documento:«Cittadini!«Milano, 22 marzo 1848.«L'armistizio offertoci dal nemico fu da noirifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere[19].«Combattiamo adunque coll'istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.«Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.«Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.«La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.«Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo Provvisorio[20], che, reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:«Casati,PresidenteVitaliano BorromeoGiuseppe DuriniPompeo LittaGaetano StrigelliCesare GiuliniAntonio BerettaAnselmo GuerrieriMarco GreppiAlessandro Porro.»Con altra ordinanza il Governo Provvisorio si nominava il segretario nella persona di Cesare Correnti.Il Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza era stato costituito sin dal 20 marzo; ma non lo si era completato. In questo dì venne definitamente organizzato, introducendovi tra i nuovi membri un distinto avvocato, caldo patriota, uomo di carattere non tanto spinto all'entusiasmo momentaneo, quanto a' fermi e giudiziosi propositi, nemico de' precipitati giudizii e desideroso di giustizia e di legalità; questo uomo fu Francesco Restelli. Il suo aspetto destava simpatia e rispetto: la sua alta e spaziosa fronte rivelava molta intelligenza, il suo modo famigliare nel conversare inspirava fiducia. Egli si era già acquistata fama di democratico e di buon avvocato in una causa sostenuta contro il governo austriaco per una quistione di lotto; nel 1848 fu quindi nominato nel Comitato di Vigilanza,venendo più tardi adoperato in più gravi mansioni, quale quella, per accennarne una, di membro del Comitato di difesa con Fanti e Maestri allorchè gli eventi della guerra volsero a male: ciò però sfugge all'epoca storica che trattiamo. Quel comitato di Vigilanza così completato, si annunziò al pubblico col seguente manifesto:«Cittadini«Si reca a vostra notizia la provvisoria organizzazione del Comitato di Vigilanza alla sicurezza personale (Casa Taverna, contrada dei Bigli).«Dott. Angelo Fava,PresidenteDott. Andrea Lissoni,MembroDott. Agostino De Sopransi,idem.Avv. Pier Ambrogio Curti,idem.Francesco Carcano,idem.Avv. Francesco Restelli,idem.Luigi Ancona e Pietro Cominazzi,Segretarii.Cesare Viviani,Aggiunto.Prospero Marchetti,idem.Ballestrini Pietro,idem.Luigi Manzoni,idem.Santo Polli,Capitano della guardia del Comitato.Rusca Antonio,idem.Avv. Toccagni,idem.Lottarlo Rusca,idem.Giulio Comolli,idem.Dott. Raffaelle Rusca,idem.Luigi Brivio, assistente,idem.«Dal Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza 22 marzo.«Il PresidenteA.Fava«P.Cominazzi,Segretario»Gli altri Comitati erano così costituiti:Comitato di difesa(Casa Vidiserti, Contr. del Monte, 1263 C.)Riccardo Ceroni,Direttore in capoAntonio Lissoni,Comandante organizzatore della Guardia CivicaA. Anfossi[21],Comandante di tutte le forze attive.A. Carnevali,Direttore di tutti i punti di difesa.Luigi Torelli,Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia.G. Alessando Biaggi—Luigi Narducci,Segretarii.Comitato della sussistenza(Casa Pezzoli, Corsia del Giardino)Negri Luigi—Ferranti Eugenio—Ugo Ferdinando—Lampato Francesco—Besevi Emilio—Besozzi Antonio—Molossi Pietro.Comitato di finanza(Casa Taverna)Membri, Alessandro Litta Modignani—Gaetano Taccioli—Cesare Clerici.Correndo poi voci che l'Austria avesse spediti emissarii nell'interno della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch'essa, fabbra d'astuzia e nell'ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan quasi a parola d'ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra pubblicò il seguente manifesto«Cittadini«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigiodi dare pronti schiarimenti quando ne vengano richiesti.«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni, che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani; nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli[22].«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come vuole l'onore italiano.«Viva l'Italia—Viva Pio IX«Dal Comitato Centrale di Guerra in casaTaverna, 22 marzo 1848.»Durante il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata la casa N. 4556, l'avea invasa e saccheggiata.Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel momento la sola macchina a vapore da Treviglio;—che una compagnia di linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo fuoco dalle scarpe di quel baluardo;—annunciavasi l'accanimento della lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi;—che da porta Vercellina (ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai Tedeschi.In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l'assolutismo:—fra un popolo ed un imperatore:—fra il diritto e la prepotenza. In quel punto l'accanimento della zuffa era estremo: l'impeto con cui dal popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove potettero penetraregl'imperiali, là non mancavano nè il saccheggio, nè l'assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l'incendio: era lotta di belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l'agonia del dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo!Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l'ultima casa vicino al dazio di porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente rapporto era fatto a quell'ora:«Al Comitato di Guerra«Siamo all'ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta già sventolata.—Siamo molti e determinatissimi. Una linea de' nostri occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile. Mandatene. Vinceremo o moriremo.«Luciano Manara.»Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo, perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte in momenti di confusione, di concitazione morale e d'impossibilità di appuramento de' fatti e della colleganza fra loro.«Al Comitato di Guerra«Ore 8, sera.«La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.«Cattaneo Angelo.«Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri; dall'orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.«Cattaneo Angelo.«P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è distinto in varii scontri».Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo nell'Archivio triennale, fu il capitano Manara.—Il primo a portar fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d'anni 17, abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname: richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose:D'essere ammesso nella Guardia Civica. Chiedeva una grazia per l'età giacchè l'arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60.—Paolo Vicenzini, di Corte inCorsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll'ottavo tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò di rimeritarla di nuovo.A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore) immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l'attacco, i Tedeschi cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle spalle gl'insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando, i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere in quei giorni, nel 22marzo era salito sul tetto di una casa prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.Dopo difficili e pericolosi lavori, gl'insorti s'avvicinaron per dietro alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di micidiale fucileria, l'obbligarono a resa.Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano: il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra. Giovandosi dell'oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi, fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie, quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano, mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la ritirata.E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori, inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione regnava in Castello.A un'ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle infermerie o senza parenti:«Milano, dall'I. R. Comando dell'Armata Austriaca in ItaliaOre 1 (dopo mezzanotte).«Il Comandante superiore dell'armata d'Italia ha affidato, partendo, al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e feriti, e dei rispetivi medici e chirurghi, come pure di tante donne e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi esposti all'arbitrio del subentrante governo di questa città. Il Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile ufficio, altrettanto varrà la medesima adottenergli il suffragio della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.«Per il generale in capo conte Radetzky,—Schonhals T. M.»Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei bastioni: avevano seco l'artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie d'ufficiali o d'impiegati, che si eran mantenute devote al governo austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl'insorti erano riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo dell'artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio che veniva soltanto rotto dal grido diAll'erta, che partiva dalle barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria rapidità per tuttala città:—tutti accorsero al Castello:—grida acute si alzarono dovunque di:Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono andati! Vittoria! Vittoria!—Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi reciprocamente domande sopra domande:È proprio vero che son partiti? Di dove sono andati? Per dove si son diretti?Il Castello venne invaso dal popolo:—la bandiera tricolore fu issata sul forte:—i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo! Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti, arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi; quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo che gioiva nel rivederli.Così Milano fu libera!Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.Come si era provveduto in que' giorni pelle somministrazioni di viveri ne' luoghi in cui la vicinanza del nemico o l'infuriar della lotta rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co' negozii di commestibili? E come si era provveduto pe' squallidi rioni della città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di famiglie povere?In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficcio annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti. Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui sentivasi maggiore il bisogno.A dirigente di quell'ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi, coadjuvato da' diversi commessi. In que' momenti di lotta egli riceveva ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio, ed impartiva egli pure verbalmente i suoi ordini. L'Ottolini doveva recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due commessi,così s'approffittò dell'opera di un cittadino che trovò nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l'ufficio annonario.Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne: era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo quest'istoria ebbimo dall'Ottolini personalmente le seguenti informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della patria chiamavano i cittadini. L'Ottolini lo incontrò nella stessa casa Pasta, allorchè vi trasferì l'ufficio annonario, e d'allora in poi il Pagnoni coadjuvò in ogni modo l'opera dell'Ottolini, recandosi con lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno; nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso, infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere, Ma non nuova a que' giorni, ne' quali di un chiodo facevasi un'arma, di una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad un lungo bastone aveva attaccato un'accuminata accetta all'estremità superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l'arma da taglio di cui si munì a difesa dell'ufficialedelle sussistenze allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè:Fortes fortunam adjuvare aiebant[23]:. . . .Amica sempreFortuna è degli audaci[24]E l'agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni, per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno d'uomini inermi, disusi all'armi, tentati spesso nel bollor della pugna dall'immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco lasciò Milano davanti un pugno d'uomini ch'erano però eroi!... Lasciò Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto affidar l'artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de' Milanesi: fu l'assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto nell'Archivio triennale dellecose d'Italia, serie I, Vol. II, pag. 431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:«Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra essi v'era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga, aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro ore per un taglio profondo di strada riempito d'acqua; i zappatori riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d'entrare, salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo, che pareva un solo evasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là, e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo la nostra narrazione.«Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro, antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente della congregazione centrale[25]. Ancorchè il padre fosse stretto agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio (Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore della patria; svegliato d'ingegno s'era dato alle scienze naturali con tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l'animo alle cose d'Italia. Prima dell'insurrezione molte cose operò,che è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza vanti, alto e bello della persona, era amato così da' suoi, come dai cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo trascegliessero fra gli ostaggi che trassero seco.«Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte cadeva in mezzo ai compagni, ferito da occulta mano nel petto, e, dopo trentaquattro ore d'agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co' prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,—nella direzione del Commissario verso il Porro:—quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra, e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio all'omicida di ferir senza essere ravvisato:—per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un fucilespianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare inosservato:—impossibile che, alla presenza d'un commissario, altri tirasse dentro ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non conoscere il modo onde avveniva:—l'interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d' altra parte confermati.«Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi, tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare. E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti della loro coscienza, bastò loro l'animo di rifiutarsi a quella sottoscrizione.«Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: «Ah! signor commissario, in questi momenti l'ho proprio riconosciuto»; e con accento tra l'ironico ed il rassegnato, proseguiva: «era giusto»; alludendo forse a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava contro di lui.«È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede tuttavia che i casi futurid'Italia chiariranno un giorno questo fatto e ne additeranno meno oscuramente l'autore».Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:«Cittadini!Milano 23 marzo 1848«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.«Facciamola finita una volta con qualunquedominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.VIVA L'ITALIA.«Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano.Giulini Cesare.Guerrieri Anselmo.Gaetano Strigelli.Durini Giuseppe.Porro Alessandro.Greppi Marco.Beretta Antonio.Litta Pompeo.CorrentiSegr.Il Comitato di pubblica sicurezza pubblicò esso pure un manifesto alla popolazione, ch'era così concepito:«Cittadini!«L'opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronataolla costanza, ma dev'essere perfezionata coll'ordine.«Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que' cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de' suoi Comitati.«S'invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.«Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole quant'altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.«Cittadini! Non è lontana l'ora in cui torni l'Italia a ripigliare l'antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.VIVA L'ITALIA!—VIVA PIO IX!IL COMITATO«Fava.—Sopransi.—Restelli.—Lissoni.Carcano.—Curti.«I SegretarjAncona.—Cominazzi.Il Comitato di Guerra ebbe prima cura di diffondere ai Comuni lombardi una circolare in cui si avvertivano della fuga della truppa austriaca e si eccitavano a provvedersi di difesa contro di essa ed a porsi in condizione di offendere l'inimico. Tale circolare era la seguente:«AI PARROCIE A TUTTE LE AUTORITÀ COMUNALI.«Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.«Il Presidente del Comitato di Guerra«Pompeo Litta.Quindi lo stesso Comitato pubblicava esso pure un manifesto alla cittadinanza, il quale noi qui riportiamo integralmente:«Italia libera«W.PioIX«Esercito Italiano«I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico in seno. D'ogni parteaccorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D'ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l'una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d'armi la città,—l'altra provveduta completamente d'armi da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.«Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l'Italia, noi la chiameremoLegione Prima, l'Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.«I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.«Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all'Esercito e alla Guardia, secondochè l'imperfetto armamentov'impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.«Suvvia dunque, viva l'Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.«Il Comitato di Guerra«Pompeo Litta—Giorgio Clerici«Giulio Terzaghi—Cattaneo—Carnevali«Cernuschi—Lissoni—Torelli.Carlo Alberto, officiato da un nostro concittadino a intervenire colle sue truppe a rassodare la vittoria popolare sull'esercito austriaco in Milano, aderì alla domanda, dichiarò che si sarebbe posto egli stesso alla testa del suo esercito, e disse al signor Martini queste parole:«Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo avere ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso.» Il proclama reale che si pubblicava in seguito alla accennata conferenza col Martini, fu il seguente:«Popoli della Lombardia e della Venezia.«I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.«Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da far da sè.«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.«Torino, 23 marzo 1848.«CARLO ALBERTO.»Il Governo Provvisorio da sua parte pubblicava il seguente proclama alla popolazione:«Proclama!«Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e dellasua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l'armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L'abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso principe che volle all'impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta l'Italia, e sarà!«Orsù dunque, all'armi all'armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l'ultima battaglia dell'Indipendenza e dell'Unione Italiana.«Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.«Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d'alto nome dell'antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell'epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all'armi italiane nella gran lotta della libertà.«Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l'avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.«Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch'esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d'essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.«Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l'angoscioso servigio, sotto le verghe dell'Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà dall'Alpi ai due mari.«Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de' vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell'umanità.«Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.«Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.«Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.«Dio è con noi: già ne 'l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta l'Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest'eroica settimana: Dio è con noi!—All'armi, all'armi! vinciamo un'altra volta, e per sempre.«Casati,Presidente«Borromeo Vitaliano—Giulini CesareGuerrieri Anselmo—Strigelli GaetanoDurini Giuseppe—Porro AlessandroGreppi Marco—Beretta AntonioLitta Pompeo«CorrentiSegretario.Milano era frenetica di gioja nella riavuta libertà: tutti accorrevano ad inscriversi nella Guardia Civica e moltissimi nei corpi volontarii. Per tutti i balconi sventolavano bandiere tricolori: dappertutto si cantavano canzoni patriottiche: fra questi era popolarissima il seguente inno nazionale scritto da Goffredo Mamelli e musicata:Fratelli d'Italia,L'Italia s'è desta,Dell'elmo di Scipio,S'è cinta la testa.Dov'è la vittoria?...Le porga la chioma,Chè schiava di RomaIddio la creò:Stringiamci a coorteSiam pronti alla morteItalia chiamò.Noi siamo da secoliCalpesti, derisi,Perchè non siam popolo,Perchè siam divisi:Raccolgaci un'unicaBandiera, una speme;Di fonderci insiemeGià l'ora sonò.Stringiamci, ecc.Uniamoci, uniamoci;L'unione e l'amoreRivelano ai popoliLe vie del Signore:Giuriamo far liberoIl suolo natio;Uniti, per Dio,Chi vincer ci può?Stringiamci, ecc.Dall'Alpi a SiciliaOvunque è Legnano,Ogni uom di FerruccioHa il core, ha la mano;I bimbi d'ItaliaSi chiaman Balilla,Il suon d'ogni squillaI vespri sonò.Stringiamci, ecc.Son giunchi che pieganoLe spade vendute:Già l'aquila d'AustriaLe penne ha perdute.Il sangue d'Italia,Il sangue PolaccoBevè col Cosacco,Ma il sen le bruciò.Stringiamci, ecc.Evviva l'Italia,Dal sonno s'è desta,Dell'elmo di ScipioS'è cinta la testa.Dov'è la vittoria?Le porga la chioma,Chè schiava di RomaIddio la creò.Stringiamci, ecc.De' morti nella rivoluzione non scordossi Milano, ma nel 4 di aprile seguente celebrò solenni esequie nella Metropolitana. Affinchè questa pietosa funzione procedesse con quell'ordine severo che la solenne circostanza richiedeva, alle diverse Magistrature e Rappresentanze era stato fissato di raccogliersi alle ore 10 precise del mattino in tre diversi punti della città onde portarsi in ordinata schiera al Duomo, e rendere così più solenne e maestosa la funzione. I punti di ritrovo erano il palazzo Marino, il palazzo Municipale al Broletto, e la piazza dei Mercanti in cui aveva posta sede la Società di incoraggiamento delle arti e mestieri. Per quella solenne circostanza vennero musicati da Stefano Ronchetti i seguenti versi di Giulio Carcano:I.Per la Patria il sangue han datoEsclamando: ITALIA e PIO!L'alme pure han reso a Dio,Benedetti nel morir:Hanno vinto, e consumatoIl santissimo martir.Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà.II.Noi per essi alfin redentiSalutiamo i dì novelli:Sovra il sangue de' fratelliNoi giuriamo libertà!E sul capo de' potentiL'alto giuro tuonerà.Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà.III.Uno cadde, e sorser centoAlla voce degli eroi:Or si pugna alfin per noi,Fugge insano l'oppressor;E lo agghiaccia di spaventoLa bandiera tricolor.Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà;IV.O Signor! sul patrio altareNoi t'offrimmo i nostri figli:Scrivi in Ciel, ne' tuoi consigliDopo secoli, il gran dì!Or dall'Alpi insino al mareTutta Italia un giuro unì!
Nella notte del 21 al 22 marzo il popolo stette vegliando, geloso di quanto aveva sino a quel giorno guadagnato, diffidente e pauroso di qualche insidia da parte de' nemici. Da una barricata all'altra facevasi di ora in ora, spesso di mezz'ora in mezz'ora, circolare il grido di:All'erta!—grido che da una barricata all'altra faceva il giro delle barricate tutte di Milano, e terminava al punto centrale da cui era partito primamente.
E quel grido monotono, acuto, che faceva il giro di tutta una vasta città, scendeva come freddo marmo nei cuor de' Tedeschi ad aggellare gli spiriti!...
A quel grido rispondeva il rombo frequente di cannone che facevasi sentire a porta Tosa,a porta Comasina, a S. Celso e in altri punti importanti dei bastioni, perchè volevasi in quella notte serrare il Tedesco fra due fuochi e dar l'assalto ad una delle porte: disegno accortissimo, ma che cadde per mancanza di accordi nelle mosse; imperocchè in quell'organizzazione improvvisata della milizia insorgente, la quale non aveva avuto tempo di intendersi con precisione sui modi di azione, divisa com'era dalle barricate che facevano ritardare di molto le trasmissioni degli ordini del Consiglio di guerra per la difficoltà delle comunicazioni, e infine la mancanza di una disciplina che non si può improvvisare, provocava sui diversi punti diversità di ordini, di provvedimenti, di mosse. Chi gridava da un punto:Colle armi a porta Tosa!e dirigeva colà i combattenti: chi gridava:Si apre la porta Romana!e faceva colà convergere una parte di popolo armato.
Intanto in mezzo a quelle voci di gioja,—in cui sembrava ai cittadini d'assistere e far parte a un festino,—scorse rapida la notte, e l'alba tanto ansiosamente aspettata spuntò irraggiata dal sole:—sembrava che l'astro maggiore splendesse maggiormente, e che vibrasse raggi di libertà sopra un popolo che aveva per cinque giorni e cinque notti eroicamente pugnato, da forte vincendo e da forte morendo ... A quell'alba che lusingava i cuori di uomini cheavevano compiuti i maggiori sacrifizii ch'uom possa compiere, a quell'alba i cittadini ritenendo fortemente presidiato il locale del General Comando, con slancio gli diedero l'assalto,—ma niuno vi rispose da quel palazzo, chè gli Austriaci l'aveano quetamente abbandonato nella notte precedente, talchè il popolo l'occupò senza colpo ferire. Avendovi trovate le carrozze de' generali, esse furono ben tosto adoperate per costrurre nuove barricate. Sopra un balcone in contrada di Brera vennero trovati in quella mattina due obizzi e due razzi de' Tedeschi.
A S. Celso fu preso il collegio militare di S. Lucca. Questo collegio de' cadetti aveva per direttore un tal Severus, il quale aveva ordinato al maestro Corsich di disporre 140 alunni in modo che al sicuro potessero offendere coi fucili e col cannone i cittadini inermi che nel secondo dì della rivoluzione uscivan di casa per provvedersi di alimenti. A questi alunni vennero aggiunti 300 cacciatori tirolesi, onde sostenere di poi l'assalto che per tre giorni continui seguitò a darsi dal popolo. Onde assicurarsi della fermezza degli alunni italiani, il Severus aveva minacciato venticinque colpi di bastone per chiunque non ottemperasse scrupolosamente agli ordini superiori. Assediato però il collegio da tutti i lati, per ogni parte bersagliato, impedita ogni comunicazione esterna, finalmentese non fu preso d'armi, dovette arrendersi per fame.
Le mansioni del Consiglio di guerra però, limitate dalle attribuzioni della municipalità, dietro rimostranze di Cattaneo che dimandava i poteri di un vero ministero di guerra, e suggeriva che si destinasse a presiedere il nuovo dicastero un uomo del governo provvisorio, proponendovi Pompeo Litta ch'era già stato nella milizia del regno d'Italia, da Casati vennero approvate scrivendo in un foglio:
«Comitato di Guerra
«Presidente, Litta—Membri, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.
Casati cercò quindi di spiegarsi in faccia al popolo, facendo conoscere d'aver assunte le attribuzioni di Governo Provvisorio; questa dichiarazione però non fu fatta esplicitamente con apposito proclama, ma venne accennata, incidentalmente quasi e per ultima notizia, in un proclama che trattava di altri negozii. Ecco tale documento:
«Cittadini!
«Milano, 22 marzo 1848.
«L'armistizio offertoci dal nemico fu da noirifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere[19].«Combattiamo adunque coll'istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.«Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.«Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.«La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.«Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo Provvisorio[20], che, reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:
«L'armistizio offertoci dal nemico fu da noirifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere[19].
«Combattiamo adunque coll'istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.
«Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.
«Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.
«La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.
«Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo Provvisorio[20], che, reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:
«Casati,PresidenteVitaliano BorromeoGiuseppe DuriniPompeo LittaGaetano StrigelliCesare GiuliniAntonio BerettaAnselmo GuerrieriMarco GreppiAlessandro Porro.»
Con altra ordinanza il Governo Provvisorio si nominava il segretario nella persona di Cesare Correnti.
Il Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza era stato costituito sin dal 20 marzo; ma non lo si era completato. In questo dì venne definitamente organizzato, introducendovi tra i nuovi membri un distinto avvocato, caldo patriota, uomo di carattere non tanto spinto all'entusiasmo momentaneo, quanto a' fermi e giudiziosi propositi, nemico de' precipitati giudizii e desideroso di giustizia e di legalità; questo uomo fu Francesco Restelli. Il suo aspetto destava simpatia e rispetto: la sua alta e spaziosa fronte rivelava molta intelligenza, il suo modo famigliare nel conversare inspirava fiducia. Egli si era già acquistata fama di democratico e di buon avvocato in una causa sostenuta contro il governo austriaco per una quistione di lotto; nel 1848 fu quindi nominato nel Comitato di Vigilanza,venendo più tardi adoperato in più gravi mansioni, quale quella, per accennarne una, di membro del Comitato di difesa con Fanti e Maestri allorchè gli eventi della guerra volsero a male: ciò però sfugge all'epoca storica che trattiamo. Quel comitato di Vigilanza così completato, si annunziò al pubblico col seguente manifesto:
«Cittadini
«Si reca a vostra notizia la provvisoria organizzazione del Comitato di Vigilanza alla sicurezza personale (Casa Taverna, contrada dei Bigli).
«Dott. Angelo Fava,PresidenteDott. Andrea Lissoni,MembroDott. Agostino De Sopransi,idem.Avv. Pier Ambrogio Curti,idem.Francesco Carcano,idem.Avv. Francesco Restelli,idem.Luigi Ancona e Pietro Cominazzi,Segretarii.Cesare Viviani,Aggiunto.Prospero Marchetti,idem.Ballestrini Pietro,idem.Luigi Manzoni,idem.Santo Polli,Capitano della guardia del Comitato.Rusca Antonio,idem.Avv. Toccagni,idem.Lottarlo Rusca,idem.Giulio Comolli,idem.Dott. Raffaelle Rusca,idem.Luigi Brivio, assistente,idem.
«Dal Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza 22 marzo.
«Il PresidenteA.Fava
«P.Cominazzi,Segretario»
Gli altri Comitati erano così costituiti:
Comitato di difesa
(Casa Vidiserti, Contr. del Monte, 1263 C.)
Riccardo Ceroni,Direttore in capo
Antonio Lissoni,Comandante organizzatore della Guardia Civica
A. Anfossi[21],Comandante di tutte le forze attive.
A. Carnevali,Direttore di tutti i punti di difesa.
Luigi Torelli,Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia.
G. Alessando Biaggi—Luigi Narducci,Segretarii.
Comitato della sussistenza
(Casa Pezzoli, Corsia del Giardino)
Negri Luigi—Ferranti Eugenio—Ugo Ferdinando—Lampato Francesco—Besevi Emilio—Besozzi Antonio—Molossi Pietro.
Comitato di finanza
(Casa Taverna)
Membri, Alessandro Litta Modignani—Gaetano Taccioli—Cesare Clerici.
Correndo poi voci che l'Austria avesse spediti emissarii nell'interno della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch'essa, fabbra d'astuzia e nell'ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan quasi a parola d'ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra pubblicò il seguente manifesto
«Cittadini
«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigiodi dare pronti schiarimenti quando ne vengano richiesti.«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni, che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani; nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli[22].«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come vuole l'onore italiano.
«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigiodi dare pronti schiarimenti quando ne vengano richiesti.
«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni, che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani; nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli[22].
«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come vuole l'onore italiano.
«Viva l'Italia—Viva Pio IX
«Dal Comitato Centrale di Guerra in casaTaverna, 22 marzo 1848.»
Durante il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata la casa N. 4556, l'avea invasa e saccheggiata.
Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel momento la sola macchina a vapore da Treviglio;—che una compagnia di linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo fuoco dalle scarpe di quel baluardo;—annunciavasi l'accanimento della lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi;—che da porta Vercellina (ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai Tedeschi.
In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l'assolutismo:—fra un popolo ed un imperatore:—fra il diritto e la prepotenza. In quel punto l'accanimento della zuffa era estremo: l'impeto con cui dal popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove potettero penetraregl'imperiali, là non mancavano nè il saccheggio, nè l'assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l'incendio: era lotta di belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l'agonia del dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo!
Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l'ultima casa vicino al dazio di porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente rapporto era fatto a quell'ora:
«Al Comitato di Guerra
«Siamo all'ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta già sventolata.—Siamo molti e determinatissimi. Una linea de' nostri occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile. Mandatene. Vinceremo o moriremo.
«Luciano Manara.»
Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo, perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte in momenti di confusione, di concitazione morale e d'impossibilità di appuramento de' fatti e della colleganza fra loro.
«Al Comitato di Guerra
«Ore 8, sera.
«La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.
«Cattaneo Angelo.
«Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri; dall'orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.
«Cattaneo Angelo.
«P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è distinto in varii scontri».
Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo nell'Archivio triennale, fu il capitano Manara.—Il primo a portar fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d'anni 17, abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname: richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose:D'essere ammesso nella Guardia Civica. Chiedeva una grazia per l'età giacchè l'arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60.—Paolo Vicenzini, di Corte inCorsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll'ottavo tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò di rimeritarla di nuovo.
A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore) immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l'attacco, i Tedeschi cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle spalle gl'insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando, i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere in quei giorni, nel 22marzo era salito sul tetto di una casa prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.
Dopo difficili e pericolosi lavori, gl'insorti s'avvicinaron per dietro alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di micidiale fucileria, l'obbligarono a resa.
Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano: il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra. Giovandosi dell'oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi, fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie, quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano, mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la ritirata.
E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori, inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione regnava in Castello.
A un'ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle infermerie o senza parenti:
«Milano, dall'I. R. Comando dell'Armata Austriaca in Italia
Ore 1 (dopo mezzanotte).
«Il Comandante superiore dell'armata d'Italia ha affidato, partendo, al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e feriti, e dei rispetivi medici e chirurghi, come pure di tante donne e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi esposti all'arbitrio del subentrante governo di questa città. Il Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile ufficio, altrettanto varrà la medesima adottenergli il suffragio della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.
«Per il generale in capo conte Radetzky,
—Schonhals T. M.»
Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei bastioni: avevano seco l'artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie d'ufficiali o d'impiegati, che si eran mantenute devote al governo austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl'insorti erano riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.
Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo dell'artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio che veniva soltanto rotto dal grido diAll'erta, che partiva dalle barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria rapidità per tuttala città:—tutti accorsero al Castello:—grida acute si alzarono dovunque di:Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono andati! Vittoria! Vittoria!—Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi reciprocamente domande sopra domande:È proprio vero che son partiti? Di dove sono andati? Per dove si son diretti?
Il Castello venne invaso dal popolo:—la bandiera tricolore fu issata sul forte:—i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.
Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo! Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti, arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi; quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo che gioiva nel rivederli.
Così Milano fu libera!
Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.
Come si era provveduto in que' giorni pelle somministrazioni di viveri ne' luoghi in cui la vicinanza del nemico o l'infuriar della lotta rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co' negozii di commestibili? E come si era provveduto pe' squallidi rioni della città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di famiglie povere?
In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficcio annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti. Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui sentivasi maggiore il bisogno.
A dirigente di quell'ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi, coadjuvato da' diversi commessi. In que' momenti di lotta egli riceveva ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio, ed impartiva egli pure verbalmente i suoi ordini. L'Ottolini doveva recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due commessi,così s'approffittò dell'opera di un cittadino che trovò nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l'ufficio annonario.
Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne: era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo quest'istoria ebbimo dall'Ottolini personalmente le seguenti informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della patria chiamavano i cittadini. L'Ottolini lo incontrò nella stessa casa Pasta, allorchè vi trasferì l'ufficio annonario, e d'allora in poi il Pagnoni coadjuvò in ogni modo l'opera dell'Ottolini, recandosi con lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno; nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso, infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere, Ma non nuova a que' giorni, ne' quali di un chiodo facevasi un'arma, di una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad un lungo bastone aveva attaccato un'accuminata accetta all'estremità superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l'arma da taglio di cui si munì a difesa dell'ufficialedelle sussistenze allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.
Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè:Fortes fortunam adjuvare aiebant[23]:
. . . .Amica sempreFortuna è degli audaci[24]
E l'agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni, per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno d'uomini inermi, disusi all'armi, tentati spesso nel bollor della pugna dall'immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco lasciò Milano davanti un pugno d'uomini ch'erano però eroi!... Lasciò Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto affidar l'artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!
Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de' Milanesi: fu l'assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!
Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto nell'Archivio triennale dellecose d'Italia, serie I, Vol. II, pag. 431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:
«Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra essi v'era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga, aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro ore per un taglio profondo di strada riempito d'acqua; i zappatori riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d'entrare, salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo, che pareva un solo evasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là, e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo la nostra narrazione.
«Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro, antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente della congregazione centrale[25]. Ancorchè il padre fosse stretto agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio (Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore della patria; svegliato d'ingegno s'era dato alle scienze naturali con tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l'animo alle cose d'Italia. Prima dell'insurrezione molte cose operò,che è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza vanti, alto e bello della persona, era amato così da' suoi, come dai cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo trascegliessero fra gli ostaggi che trassero seco.
«Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte cadeva in mezzo ai compagni, ferito da occulta mano nel petto, e, dopo trentaquattro ore d'agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co' prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,
—nella direzione del Commissario verso il Porro:
—quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra, e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio all'omicida di ferir senza essere ravvisato:
—per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un fucilespianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare inosservato:
—impossibile che, alla presenza d'un commissario, altri tirasse dentro ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non conoscere il modo onde avveniva:
—l'interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d' altra parte confermati.
«Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi, tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare. E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti della loro coscienza, bastò loro l'animo di rifiutarsi a quella sottoscrizione.
«Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: «Ah! signor commissario, in questi momenti l'ho proprio riconosciuto»; e con accento tra l'ironico ed il rassegnato, proseguiva: «era giusto»; alludendo forse a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava contro di lui.
«È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede tuttavia che i casi futurid'Italia chiariranno un giorno questo fatto e ne additeranno meno oscuramente l'autore».
Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:
«Cittadini!
Milano 23 marzo 1848
«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.«Facciamola finita una volta con qualunquedominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.
«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.
«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.
«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.
«Facciamola finita una volta con qualunquedominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.
VIVA L'ITALIA.
«Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.
Casati, Presidente.Borromeo Vitaliano.Giulini Cesare.Guerrieri Anselmo.Gaetano Strigelli.Durini Giuseppe.Porro Alessandro.Greppi Marco.Beretta Antonio.Litta Pompeo.
CorrentiSegr.
Il Comitato di pubblica sicurezza pubblicò esso pure un manifesto alla popolazione, ch'era così concepito:
«Cittadini!
«L'opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronataolla costanza, ma dev'essere perfezionata coll'ordine.«Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que' cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de' suoi Comitati.«S'invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.«Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole quant'altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.«Cittadini! Non è lontana l'ora in cui torni l'Italia a ripigliare l'antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.
«L'opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronataolla costanza, ma dev'essere perfezionata coll'ordine.
«Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que' cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de' suoi Comitati.
«S'invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.
«Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole quant'altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.
«Cittadini! Non è lontana l'ora in cui torni l'Italia a ripigliare l'antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.
VIVA L'ITALIA!—VIVA PIO IX!
IL COMITATO
«Fava.—Sopransi.—Restelli.—Lissoni.Carcano.—Curti.
«I SegretarjAncona.—Cominazzi.
Il Comitato di Guerra ebbe prima cura di diffondere ai Comuni lombardi una circolare in cui si avvertivano della fuga della truppa austriaca e si eccitavano a provvedersi di difesa contro di essa ed a porsi in condizione di offendere l'inimico. Tale circolare era la seguente:
«AI PARROCIE A TUTTE LE AUTORITÀ COMUNALI.
«Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.
«Il Presidente del Comitato di Guerra«Pompeo Litta.
Quindi lo stesso Comitato pubblicava esso pure un manifesto alla cittadinanza, il quale noi qui riportiamo integralmente:
«Italia libera
«W.PioIX
«Esercito Italiano
«I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico in seno. D'ogni parteaccorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D'ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l'una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d'armi la città,—l'altra provveduta completamente d'armi da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.«Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l'Italia, noi la chiameremoLegione Prima, l'Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.«I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.«Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all'Esercito e alla Guardia, secondochè l'imperfetto armamentov'impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.«Suvvia dunque, viva l'Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.
«I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico in seno. D'ogni parteaccorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D'ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l'una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d'armi la città,—l'altra provveduta completamente d'armi da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.
«Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l'Italia, noi la chiameremoLegione Prima, l'Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.
«I difensori della città si chiamerannoLegione Seconda, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:Guardia Civica.
«Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all'Esercito e alla Guardia, secondochè l'imperfetto armamentov'impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.
«Suvvia dunque, viva l'Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.
«Il Comitato di Guerra
«Pompeo Litta—Giorgio Clerici«Giulio Terzaghi—Cattaneo—Carnevali«Cernuschi—Lissoni—Torelli.
Carlo Alberto, officiato da un nostro concittadino a intervenire colle sue truppe a rassodare la vittoria popolare sull'esercito austriaco in Milano, aderì alla domanda, dichiarò che si sarebbe posto egli stesso alla testa del suo esercito, e disse al signor Martini queste parole:
«Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo avere ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso.» Il proclama reale che si pubblicava in seguito alla accennata conferenza col Martini, fu il seguente:
«Popoli della Lombardia e della Venezia.
«I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.«Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da far da sè.«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.
«I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.
«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.
«Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.
«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da far da sè.
«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.
«Torino, 23 marzo 1848.
«CARLO ALBERTO.»
Il Governo Provvisorio da sua parte pubblicava il seguente proclama alla popolazione:
«Proclama!
«Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e dellasua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l'armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L'abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso principe che volle all'impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta l'Italia, e sarà!«Orsù dunque, all'armi all'armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l'ultima battaglia dell'Indipendenza e dell'Unione Italiana.«Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.«Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d'alto nome dell'antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell'epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all'armi italiane nella gran lotta della libertà.«Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l'avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.«Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch'esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d'essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.«Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l'angoscioso servigio, sotto le verghe dell'Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà dall'Alpi ai due mari.«Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de' vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell'umanità.«Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.«Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.«Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.«Dio è con noi: già ne 'l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta l'Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest'eroica settimana: Dio è con noi!—All'armi, all'armi! vinciamo un'altra volta, e per sempre.
«Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e dellasua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l'armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L'abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso principe che volle all'impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta l'Italia, e sarà!
«Orsù dunque, all'armi all'armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l'ultima battaglia dell'Indipendenza e dell'Unione Italiana.
«Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.
«Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d'alto nome dell'antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell'epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all'armi italiane nella gran lotta della libertà.
«Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l'avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.
«Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch'esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d'essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.
«Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l'angoscioso servigio, sotto le verghe dell'Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà dall'Alpi ai due mari.
«Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de' vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell'umanità.
«Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.
«Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.
«Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.
«Dio è con noi: già ne 'l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta l'Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest'eroica settimana: Dio è con noi!—All'armi, all'armi! vinciamo un'altra volta, e per sempre.
«Casati,Presidente«Borromeo Vitaliano—Giulini CesareGuerrieri Anselmo—Strigelli GaetanoDurini Giuseppe—Porro AlessandroGreppi Marco—Beretta AntonioLitta Pompeo
«CorrentiSegretario.
Milano era frenetica di gioja nella riavuta libertà: tutti accorrevano ad inscriversi nella Guardia Civica e moltissimi nei corpi volontarii. Per tutti i balconi sventolavano bandiere tricolori: dappertutto si cantavano canzoni patriottiche: fra questi era popolarissima il seguente inno nazionale scritto da Goffredo Mamelli e musicata:
Fratelli d'Italia,L'Italia s'è desta,Dell'elmo di Scipio,S'è cinta la testa.Dov'è la vittoria?...Le porga la chioma,Chè schiava di RomaIddio la creò:
Stringiamci a coorteSiam pronti alla morteItalia chiamò.
Noi siamo da secoliCalpesti, derisi,Perchè non siam popolo,Perchè siam divisi:Raccolgaci un'unicaBandiera, una speme;Di fonderci insiemeGià l'ora sonò.
Stringiamci, ecc.
Uniamoci, uniamoci;L'unione e l'amoreRivelano ai popoliLe vie del Signore:Giuriamo far liberoIl suolo natio;Uniti, per Dio,Chi vincer ci può?
Stringiamci, ecc.
Dall'Alpi a SiciliaOvunque è Legnano,Ogni uom di FerruccioHa il core, ha la mano;I bimbi d'ItaliaSi chiaman Balilla,Il suon d'ogni squillaI vespri sonò.
Stringiamci, ecc.
Son giunchi che pieganoLe spade vendute:Già l'aquila d'AustriaLe penne ha perdute.Il sangue d'Italia,Il sangue PolaccoBevè col Cosacco,Ma il sen le bruciò.
Stringiamci, ecc.
Evviva l'Italia,Dal sonno s'è desta,Dell'elmo di ScipioS'è cinta la testa.Dov'è la vittoria?Le porga la chioma,Chè schiava di RomaIddio la creò.
Stringiamci, ecc.
De' morti nella rivoluzione non scordossi Milano, ma nel 4 di aprile seguente celebrò solenni esequie nella Metropolitana. Affinchè questa pietosa funzione procedesse con quell'ordine severo che la solenne circostanza richiedeva, alle diverse Magistrature e Rappresentanze era stato fissato di raccogliersi alle ore 10 precise del mattino in tre diversi punti della città onde portarsi in ordinata schiera al Duomo, e rendere così più solenne e maestosa la funzione. I punti di ritrovo erano il palazzo Marino, il palazzo Municipale al Broletto, e la piazza dei Mercanti in cui aveva posta sede la Società di incoraggiamento delle arti e mestieri. Per quella solenne circostanza vennero musicati da Stefano Ronchetti i seguenti versi di Giulio Carcano:
I.
Per la Patria il sangue han datoEsclamando: ITALIA e PIO!L'alme pure han reso a Dio,Benedetti nel morir:Hanno vinto, e consumatoIl santissimo martir.
Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà.
II.
Noi per essi alfin redentiSalutiamo i dì novelli:Sovra il sangue de' fratelliNoi giuriamo libertà!E sul capo de' potentiL'alto giuro tuonerà.
Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà.
III.
Uno cadde, e sorser centoAlla voce degli eroi:Or si pugna alfin per noi,Fugge insano l'oppressor;E lo agghiaccia di spaventoLa bandiera tricolor.
Di que' forti—per noi mortiSacro è il grido, e non morrà;
IV.
O Signor! sul patrio altareNoi t'offrimmo i nostri figli:Scrivi in Ciel, ne' tuoi consigliDopo secoli, il gran dì!Or dall'Alpi insino al mareTutta Italia un giuro unì!