CAPITOLO CXXIV.

CAPITOLO CXXIV.Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del diciassettesimo secolo.1601 = 1700.Mentre che presso gli altri popoli inciviliti gli ultimi secoli svilupparono tanti nuovi interessi, e nuovi sentimenti e nuove passioni, che più non potrebbesi ristringere la loro storia nell'angusto circolo che bastava ai precedenti secoli, la storia d'Italia diventa più sterile di mano in mano che ci avviciniamo all'età nostra. Ma tutte le altre nazioni giugnevano lentamente all'esistenza, mentre che la nazione italiana perdeva la sua. Anche dopo terminata l'ultima contesa per l'indipendenza, fu ancora necessario qualche tempo per disingannare gli uomini dai sogni della loro ambizione, per convincerli che più non restava loro a sperare nè libertà, nè grandezza, nè gloria; molti genitori avevano instillati ne' loro figli i sentimenti di cui si erano essi medesimi nudriti in più felici tempi; molti caratteri erano stati di nuovo rinvigoriti dall'esilio, dalle persecuzioni, dai patimentidella guerra e da tutte le calamità dei primi anni del sedicesimo secolo; molti uomini energici, avendo presa una falsa direzione, e servito il comune nemico, erano stati accarezzati da que' medesimi che opprimevano tutti gli altri, ma che sentivano il bisogno di riservarsi alcuni strumenti abbastanza forti per signoreggiare il paese. Molti altri, senz'avere alcuno determinato scopo o speranza di miglior sorte, si andavano tuttavia agitando per l'abitudine delle rivoluzioni, in quello stesso modo che la materia conserva il movimento, per la forza d'inerzia, allorchè l'ha ricevuto una volta. Così tutto il sedicesimo secolo ebbe ancora un'apparenza di vita, ed è per questo, a non dubitarne, ch'egli partecipò tutt'intero alla gloria che gli procacciarono eterna i poeti, i letterati, gli artisti, che fiorirono principalmente ne' primi anni. Per lo contrario il diciassettesimo secolo è un'epoca di compiuta morte; e quanto la storia letteraria lo rappresenta come in preda al più cattivo gusto, alla insipidezza, al languore ed alla sterilità, altrettanto la storia politica lo mostra privo d'ogni azione come d'ogni virtù, d'ogni elevato carattere, d'ogni importante rivoluzione. Di mano in mano che andiamo avanzandoci è forza di rimanere convinti, che la storia, non solo delle repubbliche, ma dell'intera nazione italiana, finì coll'anno 1530.Ma si verserebbe in un grand'errore, se, osservando che la storia quasi d'altro non si occupa che delle disgrazie degli uomini, si supponesse che i tempi di cui essa non parla siano stati meno infelici. Non tutte le calamità sono istoriche, loro abbisognando un certo qual grado di grandezza e di nobiltà perchè possano richiamare la nostra attenzione, ed imprimersi nella nostra memoria. Acciocchè gli stessi contemporanei ci trasmettano i fatti circostanziati dell'età loro, d'uopo è che le calamità siano comuni a molti individui, e che si possa a prima vista comprendere il rapporto che corre fra la cagione e l'effetto. Le disgrazie del diciassettesimo secolo erano di diversa natura; erano tacite, e non sembravano dipendenti dalla politica: ognuno soffriva, ma ognuno soffriva nella propria famiglia, come uomo e non come cittadino. Avvelenate erano le private relazioni, distrutte le speranze, diminuita la fortuna, mentre che i bisogni di ognuno andavano ogni giorno crescendo: la coscienza invece di essere di sostentamento nella sventura,rinfacciava continuamente le passate colpe; ed aggiugnendosi la vergogna al dolore, ognuno sforzavasi ancora di nascondere agli occhi del mondo le sue pene e d'involarne la memoria alla posterità.Perciò non si pensò ad enumerare tra le pubbliche calamità dell'Italia la cagione forse più generale de' privati patimenti di tutte le famiglie italiane; il torto, dico, fatto al sacro nodo del matrimonio con un altro nodo, risguardato come onorevole, e che gli stranieri vedono sempre in Italia con eguale stupore, senza poterlo comprendere; ed è quello de'cicisbei, o de'cavalieri serventi. Questa sciagurata moda essendo stata una volta introdotta nel diciassettesimo secolo dall'esempio delle corti, ed essendo posta sotto la protezione di tutte le vanità, la pace delle famiglie fu bandita da tutta l'Italia; verun marito più non risguardò la sua consorte come una fedele compagna, associata a tutta la sua esistenza; più non trovò in essa un consiglio nel dubbio, un sostegno nell'avversità, un salvatore nel pericolo, una consolatrice nella disperazione; niun padre osò assicurarsi che i figliuoli a lui dati dal matrimonio fossero suoi; niuno si sentì legato a loro dalla natura; e l'orgoglio di conservare ilproprio casato, sostituito al più dolce ed al più nobile affetto, avvelenò tutte le domestiche relazioni. Quanto non demeritarono dell'umanità que' principi, che riuscirono ad impedire che i loro sudditi conoscessero qualcuno de' dolci affetti di sposi, di padri, di fratelli e di figli!Sebbene l'instituzione di tutti i ridicoli doveri de' cicisbei fosse per avventura il più efficace mezzo di calmare gli spiriti irrequieti di fresco ridotti in servitù, di snervare i coraggi troppo maschi, d'effeminare i nobili ed i cittadini intolleranti del giogo, facendo loro scordare che avevano perduto ciò che più non dovevano cercare, forse si viene a far troppo onore alla penetrazione di coloro che mutarono le costumanze d'Italia, supponendo che prevedessero tutte le conseguenze delle nuove mode ch'essi introducevano; pure l'istinto del delitto conduce più volte tanto direttamente allo scopo, quanto il calcolo.Fino alla metà del sedicesimo secolo l'abitudine del lavoro era stata la qualità distintiva degl'Italiani: a Firenze, a Venezia, a Genova il primo ordine era dei mercanti; e le famiglie decorate di tutte le dignità dello stato, della Chiesa o dell'armata, non perciò rinunciavano alcommercio. Filippo Strozzi, cognato di Leon X, padre del maresciallo Strozzi e del gran priore di Capoa, amico di molti sovrani, il primo cittadino dell'Italia, erasi fino alla fine della sua vita mantenuto capo di una casa di banco. Ebbe sette figli; ma, malgrado la sua immensa ricchezza, non ne aveva destinato veruno all'ozio. I principi vollero sostituire a questa formidabile attività ciò che essi intitolarono un nobil ozio; le armi castigliane inondavano l'Italia, ed essi chiamarono in loro ajuto i pregiudizj castigliani, che coprivano con un profondo disprezzo ogni specie di lavoro. Trassero tutti i loro cortigiani a convertire le loro sostanze in terre, a destinarle a perpetuità al primogenito della loro famiglia, sagrificando in tal modo all'orgoglio i più giovani fratelli e le femmine, e condannando ad una costante inerzia tutti i figli primogeniti per alterigia, tutti i figli cadetti per impotenza.Per occupare l'ozio di tutto ciò che era cortigianesco, di tutto ciò che venne onorato col titolo di nobiltà, per offrire nello stesso tempo un compenso a quella folla di cadetti privati di ogni speranza, e per sempre esclusi dal matrimonio, furono inventati i diritti ed i bizzarridoveri dei cicisbei, o cavalieri serventi; questi furono interamente fondati sopra due leggi che s'impose il bel mondo: niuna femmina più non potè con decenza mostrarsi sola in pubblico; verun marito non potè, senza esporsi al ridicolo, accompagnare sua moglie.L'esempio de' traviamenti de' grandi contribuì senza dubbio assai a corrompere il popolo: quello della impudica Bianca Capello, e di tutti i principi e principesse della casa Gonzaga, nel diciassettesimo secolo, non poteva essere senza influenza: ma sebbene i costumi delle corti fossero più corrotti, si era conosciuto l'intrigo e la galanteria fino ne' tempi delle repubbliche, e questo disordine non bastava solo a distruggere il carattere nazionale. Ciò che distingue il secolo diciassettesimo è l'origine d'un pregiudizio antisociale, più del libertinaggio funesto, dietro il quale facevasi pomposa mostra di ciò che in addietro si nascondeva. Non fu già perchè alcune donne ebbero degli amanti, ma perchè una donna non potè più mostrarsi in pubblico senza un amante, che gl'Italiani cessarono d'essere uomini.Mentre che tutti i legami di famiglia furono rotti nel diciassettesimo secolo con queste nuove costumanze, che, risguardatein seguito come sole, consentanee all'eleganza, vennero bentosto imitate dalla intera massa del popolo, il commercio fu oppresso da un mortal colpo per la subita ritirata degli uomini industri e dei capitali; ne consumarono la ruina i monopolj e le assurde gabelle sopra ogni vendita di tutti gli oggetti commerciabili, stabilite dagli Spagnuoli in tutte le province loro soggette. Frattanto il fasto andava crescendo a misura che diminuivano i mezzi; quanto, secondo gli antichi costumi, erano apprezzati l'ordine e l'economia, altrettanto furono tenuti in pregio nelle corti lo splendore e il lusso, e a norma di questi furono fissati i gradi. Gl'Italiani impararono in questo secolo (e furono loro maestri gli Spagnuoli) l'arte di economizzare sui più pressanti bisogni per accordare di più all'apparenza, di sopprimere tutti i comodi non veduti per accrescere il fasto che abbacina gli occhi del pubblico. La spesa diventò la misura della considerazione, e si diede lode al capo di famiglia di tutto ciò che accordava al suo fasto ed a' suoi piaceri.Ne' tempi delle repubbliche, i cittadini, non cercando altra decorazione che i suffragj de' loro concittadini, temevano dieccitare la loro gelosia con ambiziose distinzioni. Nè ricevevano, nè davano titoli, e non mettevano alla tortura il loro linguaggio per trovare formole più ossequiose. In ogni cosa le nuove corti sostituirono la vanità all'orgoglio nazionale; e le questioni di precedenza occuparono tutta la loro politica. La rivalità tra la casa d'Este e la casa dei Medici, fra questa e la casa di Savoja, non aveva altra vera cagione che la rispettiva pretesa di ciascuna di andare innanzi all'altra nelle cerimonie in cui si scontravano i loro ambasciatori. Successivamente i sovrani si andavano arrogando nuovi titoli, mentre ne attribuivano altresì dei nuovi a tutta la loro corte. Mentre passavano essi medesimi per tutti i gradi d'illustrissimi, di eccellenze, di altezze, di altezze serenissime, di altezze reali, creavano pei loro sudditi patenti senza fine di marchesi, di conti, di cavalieri, loro cedendo in appresso la qualificazione che essi avevano portata, e che cominciavano a disprezzare. Tali decorazioni scendevano sempre più a basso nella folla; più non iscrivevasi trent'anni sono al proprio calzolajo senza chiamarlomolto illustre: ma col moltiplicare i titoli, non si erano moltiplicati che i malcontenti e lemortificazioni; ognuno in cambio di ciò che gli era accordato, non vedeva che quanto gli era ricusato; e non eravi così magro gentiluomo, così piccolo ufficiale di milizia, che non si tenesse mortalmente ferito quand'era per errore chiamatochiarissimoedeccellentissimo, quand'egli aspirava all'illustrissimo.Le leggi, le costumanze, l'esempio, la stessa religione, tal quale era praticata, miravano a sostituire in ogni cosa l'egoismo ad ogni mobile più nobile. Ma mentre che si sforzavano gli uomini di riportare ogni cosa a sè medesimi, nello stesso tempo si privavano di tutte le soddisfazioni che avrebbero potuto trovare in sè medesimi. Il padre di famiglia, ammogliato con una donna non di sua scelta, da lui non amata, e dalla quale non era amato, circondato da figliuoli di cui non sapeva di essere padre, che non pensava ad educare, e de' quali non si curava di acquistare l'amore, continuamente disturbato nella propria famiglia dalla presenza dell'amico di sua moglie, separato da alcuni de' suoi fratelli e sorelle, e ch'erano stati fino dalla fanciullezza chiusi ne' conventi, e stancheggiato dall'inutilità degli altri, i quali, per loro parte d'eredità, avevano sempre diritto alla sua mensa, nonera da tutti risguardato che come l'amministratore del patrimonio della famiglia. Egli era soltanto risponsabile della sua economia, mentre che tutti gli altri, fratelli, sorelle, moglie e figli, erano entrati in una segreta lega per deviare a loro profitto il più che potevano della comune entrata, per godere, per mettersi essi medesimi al largo, senza curarsi delle difficoltà in cui poteva trovarsi il loro capo.Questo capo di famiglia più non era il vero proprietario del fondo patrimoniale; più non aveva verun mezzo di accrescerlo, mentre che le imposte, le pubbliche calamità e l'accrescimento del lusso lo andavano sempre diminuendo. La sostanza che ricevuto aveva da' suoi maggiori era tutt'intera sostituita a perpetuità. Dessa non apparteneva alla vivente generazione, ma a quella che non era ancora nata. Il padre di famiglia non poteva nè ipotecare, nè mutare, nè vendere; se qualche stravaganza giovanile gli aveva fatto contrarre un debito, le sole sue entrate potevano essere prese per pagarlo, ed intanto egli doveva per vivere contrarne un altro. Il legame impostogli dal suo antenato per conservare la sua sostanza, gl'impediva di usarne. Per ogni impreveduto bisogno dovevavalersi dei capitali destinati all'agricoltura, i soli di cui potesse disporre, ed i soli che avrebbero dovuto essere intangibili. Con ciò ruinava quelle terre che non aveva diritto di vendere, e le numerose famiglie de' coloni erano con lui vittime della sua inconsiderazione, di quella de' suoi parenti, o dell'accidentale disgrazia che aveva danneggiata la sua sostanza.S'egli cercava onori per sottrarsi ai dispiaceri che trovava nella propria casa, si vedeva ad ogni istante mortificato da tutte le vanità gelose della sua; se voleva mettersi in sulla strada de' pubblici impieghi, non poteva avanzarsi che colle arti dell'intrigo, coll'adulazione e colla bassezza; e se aveva delle processure, le sue ragioni venivano compromesse dalle interminabili lentezze del foro, o sagrificate dalla venalità de' giudici; se aveva nemici, i suoi beni, la libertà, la vita, erano in balìa di segreti delatori, di arbitrarj tribunali. Non amando che sè medesimo, non trovava in sè medesimo che pene e cure. Per sottrarsi ai suoi dispiaceri era in certo qual modo costretto a seguire l'universale tendenza della sua nazione verso i piaceri sensuali, ed abbandonandovisi, apparecchiavasi ancora in mezzo a questi nuove pene e nuovi tormenti.Tale era nel diciassettesimo secolo la situazione di quasi tutti i sudditi italiani; ed in tal guisa tra le feste ed i divagamenti della vita, la sventura li raggiugneva in ogni luogo senza lasciare veruna traccia nella storia. Rispetto agli avvenimenti del secolo di cui lo storico vuole farsi carico, ove si confronti col precedente, vi si troveranno per avventura minori calamità generali e più umiliazioni, un minor numero di quei patimenti violenti e rapidi che sembrano esaurire le forze della natura umana, ma altrettanta miseria e maggiore avvilimento.Carlo V aveva unita l'Italia alla monarchia spagnuola. Filippo II nel lungo suo regno l'aveva mantenuta in una stretta dipendenza; e sebbene tutti gli stati che gli erano subordinati avessero cominciato a deperire nell'istante in cui erano passati in suo potere, pareva che sotto di lui la monarchia spagnuola andasse riparando con esterne conquiste la perdita delle interne sue forze. Invano l'oppressione aveva spinti alla ribellione i Mori di Granata e gli Olandesi ne' Paesi bassi; invano l'Oceano aveva inghiottite le formidabili flotte di Filippo; invano la Francia e l'Olanda erano lorde del sangue de' suoi soldati; invano il semprecrescente disordine delle sue finanze l'aveva ridotto a fare un ignominioso fallimento; ad onta di tutto ciò quando venne a morte il 13 di settembre del 1598 era tuttavia il più formidabile monarca d'Europa. Non eravi sovrano che ardisse tentare con lui la sorte delle armi, e niuno stato poteva conservare a lui vicino la propria indipendenza. Il diciassettesimo secolo vide regnare tre principi della linea austriaca di Spagna, successori di Filippo. Suo figlio Filippo III morì il 31 marzo del 1621; Filippo IV, suo nipote, mancò il 7 settembre del 1665; e suo pronipote Carlo II morì il primo di novembre del 1700. La crescente incapacità di questi tre sovrani, la debole loro pusillanimità, e l'imprudenza de' loro favoriti e de' loro primi ministri, affrettarono il decadimento della monarchia spagnuola, e fecero che il disprezzo sottentrasse allo spavento che aveva inspirato.Pure questo decadimento della monarchia spagnuola non somministrò all'Italia i mezzi di spezzare le sue catene. I tentativi fatti dalle province suddite del re di Spagna furono mal combinati e mal diretti, e non ottennero che una più crudele oppressione: rispetto ai piccoli sovrani che si erano posti sotto la protezionedella Spagna, più non avevano bastante energia per desiderare maggiore libertà. Talvolta pendevano incerti tra questo giogo e quello della Francia; si avvicinavano momentaneamente a Lodovico XIV, di cui conoscevano l'ascendente; ma bentosto non sentendosi appoggiati da bastante buona fede, ricadevano nelle antiche loro abitudini, e non volevano, per la speranza di lontano ajuto, esporsi all'inimicizia de' loro prossimi vicini.L'autorità di Filippo III sopra l'Italia non fu turbata dalla rivalità del re di Francia. Vero è che durante parte del suo regno ebbe per antagonista il grande Enrico; ma questo principe, che voleva rialzare i suoi stati dallo spossamento cui gli avevano ridotti le guerre civili, evitò le battaglie, e si chiuse in certo qual modo l'ingresso dell'Italia. La reggenza tutt'affatto austriaca di Maria de' Medici più non diede alla Spagna motivo d'inquietudine. Filippo IV, più debole che suo padre, ebbe più formidabili antagonisti. I due ministri Richelieu e Mazarino, durante tutta la loro amministrazione, altro scopo non si proposero che l'abbassamento della casa d'Austria. Cominciando dal 1621, in cui Richelieuprese a proteggere contro gli Spagnuoli i diritti de' Grigioni protestanti sopra la Valtellina, fino alla pace de' Pirenei del 7 di novembre del 1659, la Spagna e la Francia furono quasi sempre in guerra: ma la Francia non aveva in allora nè un re che sapesse mettersi alla testa delle armate, nè ministri guerrieri; onde non si lasciò allettare da lontane spedizioni. Non perciò fu meno prodiga di sangue e di tesori che in tempo dei più gloriosi regni di Lodovico XII e di Francesco I: ma le sue armi in Italia quasi non oltrepassarono i confini della Valtellina e del Piemonte. Per vero dire i principali suoi sforzi venivano diretti contro la Fiandra e la Germania, ma non devesi perciò meno notare quale proprio carattere di tutte le guerre dirette dai due cardinali, che lo scopo loro fu piuttosto la devastazione che la conquista, e che ruinavano la Spagna senza riuscire utili alla Francia.Il terzo periodo stendesi dalla pace de' Pirenei fino alla guerra della successione di Spagna, e corrisponde al regno di Carlo II, siccome agli anni più gloriosi di quello di Lodovico XIV. In questo tempo gli ultimi monarchi austriaci di Madrid, tutta sentendo la propria debolezza,cercavano ad ogni prezzo di schivare la guerra, mentre che il Francese, credendo di non potere acquistare gloria che colle armi, avidamente coglieva tutte le occasioni di attaccare i suoi vicini, senza perdere tempo a pesare la giustizia o l'apparente validità dei pretesti che egli impiegava. Nè Lodovico XIV, nè veruno de' suoi consiglieri, hanno potuto credere ben fondati i titoli della regina madre reggente di Francia a dividere la successione di Filippo IV. Altro vero motivo non aveva la guerra che il sentimento della forza opposta alla debolezza, ed i manifesti altro non erano che una grossolana ipocrisia, che sarebbe stato meglio di risparmiare. Non pertanto in questo periodo, che costò tanto sangue all'umanità, l'Italia fu meno che il rimanente dell'Europa il teatro della guerra generale. Le armi francesi quasi non la visitarono che allorquando la vanità di Lodovico XIV compiacquesi nel 1662 di umiliare papa Alessandro VII, in occasione del preteso insulto fatto dai Corsi al suo ambasciatore, e quando nel 1684 desolò la repubblica di Genova con un barbaro bombardamento. Altronde i piccoli principi, imbarazzati dalla libertà che loro rendeva l'indebolimento dellaSpagna, si volsero verso l'imperatore per deferirgli il loro vassallaggio, ed essere spalleggiati dalla sua protezione; quantunque Leopoldo I, che salì sul trono imperiale nel 1658, e che vi si tenne fino al 1705, non si facesse in Italia conoscere che colle vessazioni e colla rapacità dei suoi generali.Il ducato di Milano ed i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, rimasero tutto il diciassettesimo secolo sotto il dominio degli Spagnuoli. Non avendo il ducato di Milano in questo spazio di tempo manifestate nè una volontà nazionale, nè una risoluzione che gli appartenesse, desso, non altrimenti che le altre province della vasta monarchia austriaca, non può essere argomento di separata istoria; desso soffrì come le altre il fasto e l'impero del duca di Lerma, del conte duca d'Olivarès, di don Luigi di Haro, i quali, essendo primi ministri e favoriti, dispoticamente governavano il re ed il regno; soffrì ancora più delle altre province, perchè la guerra tra la Francia e la casa d'Austria, avendo in tutto il secolo avuto per oggetto, in Italia il possedimento del Piemonte, del Monferrato, della Valtellina e del ducato di Mantova, mai non si allontanò dai confini del Milanese. Purequesta guerra si trattò, se non con minore crudeltà, almeno con minore attività che non si trattarono quelle del precedente secolo; ed i suoi guasti, come i giornalieri errori del governo, non bastarono a controbilanciare la maravigliosa fertilità di quel bel paese, o a distruggere le dispendiose opere colle quali gli antichi suoi proprietarj avevano signoreggiate le acque, facendole servire ad accrescere le ricchezze delle campagne.In questo secolo la storia conserva un perfetto silenzio intorno al vice-regno di Sardegna; ma i regni di Napoli e di Sicilia fecero almeno parlare di loro cogl'infruttuosi loro sforzi per iscuotere la tirannide spagnuola.Le entrate del regno di Napoli, alla metà del XVII secolo, ammontavano a sei milioni di ducati; e le spese dell'amministrazione della flotta e dell'armata, comprese ancora le ambascerie d'Italia, non assorbivano più di un milione e trecento mila ducati. Riputavasi, a dir vero, che settecento mila ducati erano impiegati nel regno in segrete spese, o dilapidati dagli ufficiali del re; ma quattro milioni di ducati, o i due terzi delle ordinarie entrate uscivano ogni anno del regno per pagare i debitio le armate della Spagna[255]. Un tale impiego dei tributi del popolo a pro di una politica per la quale egli non prendeva verun interesse, lo rendeva estremamente scontento; ma il di lui cattivo umore veniva in oltre accresciuto dal progressivo accrescimento di tutti i carichi. In forza dei privilegj dello stato, riconosciuti da Ferdinando e da Carlo V, veruna nuova imposta poteva essere ordinata senza l'assenso del parlamento, che rappresentava la nobiltà ed il popolo; ma da gran tempo il parlamento più non si adunava, ed ogni giorno i vicerè, stimolati dalla loro corte, inventavano qualche nuova gabella, e sempre più angustiavano con insopportabili pesi un popolo di già estremamente oppresso. Gli Spagnuoli, in conseguenza della consueta loro ignoranza dell'economia politica, gravavano con queste gabelle quasi tutte le derrate di prima necessità, tassando successivamente le carni, il pesce, la farina, ed all'ultimo le frutta. I poveri, costretti di rinunciare ad una consumazione che le imposte rendevano sempre più cara, si andavanosuccessivamente privando degli oggetti tassati. La gabella sulle frutta, che si valutava per la sola città di Napoli quattrocento mila ducati, parve loro fatta per rapir loro l'ultimo rifugio, togliendo loro il solo cibo non ancora sproporzionato ai loro mezzi. Si sollevarono il 7 di luglio del 1647 contro il duca d'Arcos, allora vicerè: un giovane pescatore d'Amalfi, detto Maso o Tommaso Aniello, si fece loro capo; bruciarono le baracche ove precisavasi l'imposta; minacciarono il vicerè, e lo costrinsero a fuggire in castel sant'Elmo; incendiarono le case di coloro che si erano arricchiti colle malversazioni delle finanze; richiamarono i privilegj loro guarentiti da Carlo V; ed all'ultimo sforzarono il governo, vinto in varj incontri, a trattare con loro[256].Di quest'epoca uno spirito di libertà pareva che tutta animasse l'Europa. Gli Olandesi avevano fatto riconoscere e rispettare la loro repubblica; gl'Inglesi tenevano Carlo I prigioniero ad Hampton-Court; i Francesi facevano la guerra aMazarino ed alla reggente; i Portoghesi avevano scosso il giogo della Spagna; i Catalani erano sollevati; ed in Sicilia era scoppiata un'insurrezione, prima ancora di quella che poi si manifestò in Napoli. Ma quasi in ogni luogo l'inquietudine ed i lunghi patimenti avevano sollevati i popoli contro intollerabili abusi, prima che i popoli stessi avessero bastanti lumi per correggere i loro governi, o per fondarne di nuovi sopra migliori principj. Il popolaccio si pose alla testa de' movimenti degl'insorgenti e loro diede uno spaventoso carattere. Gli uomini di più elevato ordine, che più ancora della plebe avevano bisogno di libertà, abbandonarono non pertanto una causa pur troppo frequentemente macchiata dai delitti; vedevano da un canto lo stendardo del dispotismo, dall'altro quello dell'anarchia, e non sapevano quale seguir dovessero. I patimenti del popolo e la stessa sua ignoranza, ch'erano l'opera del governo, giustificavano, a dir vero, il suo odio; ma la più dannosa di tutte le passioni cui gli oppressi possano darsi in preda, è quella della vendetta, la quale fa andare a male quasi tutte le rivoluzioni.Il duca d'Arcos diffidava non meno de' gentiluomini napolitani che del popolo;sapeva di avere violati tutti i privilegj, di avere amaramente mortificati quei gentiluomini che potevano per altro sollevare tutte le province, col credito loro presso i contadini loro vassalli, ed aggiugnerle alla capitale. Giudicò adunque essere prima di tutto conveniente cosa di spargere tra loro la disunione. Perciò incaricò i gentiluomini di dare al popolo simulate proposizioni di conciliazione; li persuase a leggere un falso privilegio di Carlo V, a rendersi garanti di false scritture, e li trasse così avanti nelle proprie perfidie, che il popolaccio, credendoli essere stati strumenti degl'indegni artificj del vicerè, rivolse contro di loro quel furore che a bella prima concepito aveva contro gli Spagnuoli, ne uccise molti, ed incendiò le loro case. Gli altri gentiluomini, sebbene convinti che il solo vicerè era colpevole del sangue de' loro fratelli, furono costretti di assecondarlo, perchè più non ottenevano confidenza, nè trovavano sicurezza nell'opposto partito[257].Non la data fede, non i giuramenti per quanto fossero solenni, potevano incatenarele vendette del governo spagnuolo. Fu in mezzo alla chiesa del Carmine, nell'istante in cui faceva leggere al popolo gli articoli della pace che aveva in allora giurata, che il duca d'Arcos fece fare una scarica di archibugiate sopra Masaniello ed i compagni di lui[258]. Questo capo di fazione, per una straordinaria felicità, non rimase ferito, ed il vicerè, dichiarando di non conoscere i banditi da lui adoperati, li sagrificò al furore del popolo per ricuperare il proprio credito; poi, continuando a trattare della pace, invitò Masaniello ad un convito di riconciliazione, nel quale gli fece servire una bevanda che lo trasse di senno. Il favorito del popolo perdette allora la confidenza del suo partito a motivo delle sue stravaganze e delle sue crudeltà; ed il duca d'Arcos ne approfittò per farlo assassinare il 16 di luglio[259].Ne' pochi giorni in cui si mantenne il suo potere, Masaniello aveva esercitata sul popolo la più illimitata autorità. I naturali talenti del giovane pescivendolo, ela pronta ubbidienza della plebaglia ai voleri di lui, avevano atterrito il duca d'Arcos, e strappategli tutte le concessioni colle quali aveva cercato di calmare la sedizione; ma le ritirò tutte tostochè si fu disfatto del suo nemico. Credette allora di potere annullare senza pericolo le obbligazioni recentemente contratte; ma il 21 di agosto ricominciò la sedizione con maggior furore che mai, e gli Spagnuoli, conoscendosi troppo deboli, si ridussero a fare una nuova capitolazione[260]. Ad ogni modo quando colle più solenni promesse ebbero persuaso il popolo a deporre le armi, i tre forti che signoreggiano Napoli, e la flotta di don Giovanni d'Austria, ch'era entrata in porto, cominciarono tutt'ad un tratto, il 5 ottobre a mezzodì, a cannonare ed a bombardare la città; e mentre il popolo disarmato, atterrito, sorpreso, chiedeva tuttavia la cagione di così impreveduto attacco, sbarcarono dalla flotta sei mila uomini delle bande spagnuole, con ordine di uccidere tutto quanto incontrerebbero[261].Ma la popolazione di Napoli ammontava a più di quattrocento mila uomini. Gl'insorgenti, quasi tutti senza casa e senza beni, non avevano che temere dal bombardamento: combattendo essi senza ordine, non si accorgevano di tutte le perdite che andavano facendo, e l'uccisione che accadeva in una strada non era conosciuta nella vicina, ove cominciava la zuffa. Il popolaccio camminava dall'uno all'altro tetto gettando pietre e tegole sopra i soldati, poscia fuggiva prima che dalla truppa di linea potesse essere raggiunto. Dopo due giorni di battaglia, gl'insorgenti attaccarono i soldati oppressi dalla fatica, e, cacciandoli da tutti i posti, li costrinsero a ripararsi nelle tre fortezze, o sopra la flotta, restando essi padroni della città[262].Solamente dopo questo fatto i Napolitani cominciarono a trattare coi Francesi, chiamando in loro ajuto Enrico di Lorena, duca di Guisa, che in allora trovavasi a Roma. Costui, per parte di donne discendendo dalla seconda casa d'Angiò, credeva di avere alla corona di Napoli legittimi diritti, che speravadi mettere in campo in così favorevole occasione, e faceva capitale sui soccorsi della Francia. Si recò subito a Napoli, ove fu dichiarato generalissimo e difensore della libertà. Di già cominciava ad essere proferito il nome di repubblica di Napoli, e ad essere accolto con entusiasmo dal popolo, ed in tutte le province, che si erano sollevate in sull'esempio della capitale[263].Ma il popolo napolitano, sotto il dominio degli Spagnuoli, non aveva acquistati nè i costumi, nè le abitudini, nè le opinioni colle quali si fonda una repubblica. Egli non pensava che a far passare in altre mani l'autorità arbitraria, invece di distruggerla; ubbidì ciecamente a Masaniello poi a Gennaro Annese ed al duca di Guisa, nello stesso modo che aveva ubbidito al vicerè; loro permise di regnare coi supplicj, e non vi fu mai giustizia sommaria più pronta nè più ingiusta che quella di questi favoriti della plebaglia. Nella sua cieca superstizione quel popolo contò assai più sui miracoli della Madonna del Carmine, su quelli dello stesso Masaniello, che risguardava quale santo,che sopra i proprj sforzi. Passando da una cieca confidenza ad una insensata diffidenza, fu tradito da tutti coloro cui affidò il suo potere, e trasmutò in accaniti nemici tutti coloro che perseguitò con ingiuriosi sospetti; soprattutto continuò troppo lungamente a proclamare colle sue grida il re di Spagna, a pretendere di mantenersegli fedele, ed a rigettare sugli Spagnuoli il nome di ribelli. Gli è questo un grand'errore, di credere che le parole adoperate contro il loro senso naturale possano fare illusione sul fondo delle cose. È meno pericoloso per coloro che si ribellano il confessarsi apertamente ribelli; ed i Napolitani avevano bastantemente sperimentato il carattere di Filippo IV e del suo ministero, per essere certi che Filippo non verrebbe con loro a patti che per ingannarli.Il duca di Guisa, invece di costituire la repubblica che lo sceglieva per suo capo, non pensò che ad attribuirsi un assoluto potere; si mostrò geloso di tutti i diritti della nazione, di tutti quelli dei suoi magistrati, ed in particolare dell'opinione che aveva presso il popolo Tomaso Annese, il più destro partigiano della libertà ed il vero capo della rivoluzione. Siccome il Guisa nulla avevafatto pel popolo, così non ottenne dal medesimo que' generosi sforzi che inspira il solo amore della libertà. Gennaro Annese, irritato di non avere altro fatto che mutare padrone, e temendo per sè medesimo la gelosia del Guisa, cominciò celatamente a trattare cogli Spagnuoli. All'ultimo vendette loro la propria patria, aprendone loro le porte il 4 aprile del 1648, mentre che il Guisa aveva fatta una sortita con un piccolo corpo d'armata per agevolare l'arrivo delle vittovaglie. Ad un giogo più assai pesante del primo venne assoggettata la città di Napoli, ed altro conforto non ebbe il popolo che quello di vedere coloro che lo avevano tradito cadere vittima della propria perfidia. Il duca d'Arcos aveva perduta la carica di vicerè, ed era stato richiamato in Ispagna; il duca di Matalona ed il principe don Francesco Toralto, da lui persuasi con altri gentiluomini napolitani a tradire i loro compatriotti, vennero uccisi dal popolo furibondo; il duca di Guisa, fatto prigioniero dagli Spagnuoli, non ottenne la sua libertà che nel 1652; e Gennaro Annese, che aveva restituita la corona a Filippo IV, e data la sua patria in mano agli Spagnuoli, perì sopra un patibolo, per ordine di quelre ch'egli aveva ristabilito, insieme a quasi tutti coloro che avevano avuta qualche parte nelle turbolenze; provando in tal maniera che verun servigio, per quanto possa essere grande, cancella agli occhi di un despota le passate ingiurie, e che verun giuramento lo lega verso coloro che una volta tentarono di scemare la sua potenza[264].La sollevazione di Palermo, scoppiata il 20 maggio del 1647, fu meno lunga e meno importante che quella di Napoli; ma press'a poco andò soggetta alle stesse crisi. Il vicerè di Sicilia, don Pedro Faxardo de Zuniga, marchese de los Velez, non fu nè meno perfido, nè meno crudele del duca d'Arcos. Giuseppe d'Alessi, filatore d'oro, nativo di Polizzi in Sicilia, ebbe in quest'insurrezione le stesse parti che Masaniello a Napoli; come lui fu ucciso il 22 di agosto da' suoi partigiani, comperati dal vicerè, e come lui fu pianto da quel popolo che avrebbedovuto difenderlo. Per ultimo a Palermo come a Napoli, dopo un'amnistia solennemente accordata, fu tirato nelle strade a mitraglia sopra il popolo, vennero appiccati tutti i capi, e le gabelle, che avevano cagionata la ribellione, e che il vicerè aveva abolite, furono ristabilite in tutta la loro estensione[265].Ma nello stesso secolo venne scossa in Sicilia l'autorità spagnuola da un'altra sollevazione, dalla quale potevano aspettarsi più serie conseguenze, perchè gl'insorgenti trovavansi spalleggiati da Lodovico XIV, in allora giunto al più elevato grado della sua possanza. Tale insurrezione scoppiò in Messina in agosto del 1674. Sola di tutte le città della Sicilia Messina era di que' tempi governata, piuttosto come repubblica che come municipio, da un senato scelto in città, di cui il governatore spagnuolo altro non era che il presidente con limitatissima autorità. La libertà aveva conservata a Messina una prosperità sconosciuta in tutti gli altri regni di casa d'Austria.La città contava sessanta mila abitanti; il commercio vi aveva adunate grandissime ricchezze; le arti, le manifatture, l'agricoltura venivano egualmente incoraggiate; ma gli Spagnuoli risguardavano tanta prosperità come un pericoloso esempio per le vicine città, alle quali la vista di cotale prosperità poteva far desiderare i privilegj che avevano da gran tempo perduti. Altronde i governatori hanno tutti la stessa avversione per quei diritti che autorizzano i loro amministrati a resistere loro, e sono sempre solleciti di sopprimerli. Don Diego Soria, governatore di Messina, oppressava la città con nuove gabelle, sprezzava apertamente i diritti del senato, e cadde pure in sospetto d'aver voluto far perire tutti i senatori un giorno che li fece arrestare nel proprio palazzo. Questo forse malfondato timore fece scoppiare l'insurrezione. Gli Spagnuoli, scacciati dalla città, si ripararono nelle quattro fortezze che la circondano. Alcuni deputati spediti al duca d'Etrèe, ambasciatore in Roma di Lodovico XIV, gli offrirono pel suo re il possedimento di Messina, e con essa la sovranità della Sicilia. Tale offerta fu dall'ambasciatore avidamente accettata ed in appresso dalla sua corte.Lodovico XIV venne in Messina proclamato re di Sicilia; ed il commendatore Alfonso di Valbella si recò con sei navi da guerra a prendere possesso di quella città[266].Nel susseguente anno il duca di Vivonne, ed in appresso il signore di Quesne intrapresero la conquista delle altre città della Sicilia, e la difesa di quelle che di già erano dai Francesi possedute. Accanite zuffe ebbero luogo tra i Messinesi e gli Spagnuoli, tra i Francesi e gli Olandesi alleati della corte di Spagna. Fu appunto nella più sanguinosa di tali battaglie che il valoroso ammiraglio Olandese Ruyter fu mortalmente ferito il 22 aprile del 1676[267].Però Lodovico XIV aveva perduta la speranza di occupare tutta intera la Sicilia; e quando si aprirono in Nimegale conferenze per la pace, conobbe bentosto che una delle condizioni, cui sarebbe forzato di accettare, sarebbe l'evacuazione di Messina. Facendo di cotale cessione un articolo del trattato, avrebbe potuto facilmente ottenere un'amnistia per coloro che l'avevano servito, e fors'anco la ratifica degli antichi loro privilegj; ma parvegli che il proprio orgoglio avrebbe meno sofferto evacuando spontaneamente la città, senza condizione, senza esservi forzato, e come una semplice operazione militare. Prima del 17 di settembre del 1678, giorno in cui fu sottoscritta la pace di Nimega colla Spagna, Lodovico XIV mandò ordine al maresciallo de la Feuillade, che aveva il comando di Messina, di rassegnare la guardia della città agli abitanti, e di partire immediatamente con tutti i Francesi. Il senato ricevette questo crudele avviso, allorchè quasi tutti i Francesi erano di già imbarcati; desso supplicò la Feuillade di sospendere la sua partenza almeno pochi giorni, poichè non gli sovrastava verun pericolo, e di accordare in tale maniera agli sventurati Messinesi il tempo d'imbarcarsi con lui, onde sottrarsi ai carnefici della Spagna; per somma grazia non potè ottenere dal marescialloche quattr'ore di ritardo. In così breve spazio di tempo si rifugiarono sulla flotta francese sette mila persone, ma con tanto precipizio che tutte le famiglie si trovarono separate, e che in questa scena di spavento non vi fu una sola madre di famiglia che non perdesse lo sposo, il fratello, o taluno de' suoi figliuoli, non un fuggiasco che potesse seco trasportare soltanto tutto il suo effettivo danaro, o i suoi più preziosi effetti. Bentosto, il maresciallo, temendo che la sua flotta non fosse troppo carica, fece spiegare le vele, mentre due mila persone gli tendevano ancora dalla riva le braccia, e chiedevano ad alte grida di essere ricevuti a bordo.Pur troppo giusto era lo spavento di quegli sciagurati. Il vicerè don Vincenzo Gonzaga pubblicò, gli è il vero, un'amnistia quando entrò in Messina, ma la corte di Madrid non tardò ad annullarla. Vennero confiscati tutti i beni de' fuorusciti; la città fu privata di tutti i suoi privilegj, e vi s'innalzarono monumenti ond'eternare la memoria del suo gastigo; furono banditi tutti coloro che avevano avuto qualche impiego sotto i Francesi, e condannati a morte quelli che avevano presa una parte più attiva nella ribellione. Di sessanta mila abitanti che popolavanoquella città, appena ne rimasero undici mila; e questa misera città non potè mai più rifarsi da tanto infortunio[268].Dall'altro canto coloro, che dopo essersi sagrificati per la Francia, confidavano nella riconoscenza di Lodovico, e che il maresciallo de la Feuillade aveva condotti sulla sua flotta, vennero ripartiti in varie città della Francia e mantenuti a spese del re per un anno e mezzo; ma questi improvvisamente ordinò loro sotto pena della vita di uscire dal suo regno, e li privò d'ogni sussidio. Si videro allora uomini d'illustri natali, che fin allora avevano vissuto nell'opulenza, ridotti alla mendicità, ed altri riuniti in bande farsi assassini di strada. Mille cinquecento de' più disperati passarono in Turchia, ove abjurarono la fede, non volendo altri compagni che coloro, i quali abborrivano com'essi tutti i principi cristiani. Per ultimo soli cinquecento ottennero passaporti dagli ambasciatori spagnuoli per rientrare in patria; ma il nuovo vicerè di Sicilia, il marchese de las Navas, gli fece imprigionare di manoin mano che arrivavano; e tutti, ad eccezione di quattro, furono condannati o alla forca o alle galere[269].Gli altri stati d'Italia furono ben lontani dal provare in questo secolo rivoluzioni di tanta importanza. Di tredici papi, che successivamente occuparono la cattedra di san Pietro, da Clemente VIII a Clemente XI, tre soltanto richiamano l'attenzione dello storico sul loro regno per avvenimenti di qualche importanza. Paolo V, dal 1605 al 1621, per le sue contese colla repubblica di Venezia; Urbano VIII, dal 1623 al 1644, per la guerra de' Barberini; ed Alessandro VII, dal 1655 al 1677, per gli oltraggi ricevuti da Lodovico XIV.Paolo V, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Camillo Borghese, godeva somma riputazione per l'integrità de' suoi costumi, pel suo zelo per la religione, ed in particolare pel suo grande attaccamento alle immunità ecclesiastiche, le quali fino nel primo anno del suo regno si credette chiamato a difendere, perchè il consigliodel dieci aveva, in Venezia, fatti imprigionare un canonico di Vicenza, ed un abbate di Nervesa, accusati di enormi delitti, e perchè in tale occasione la repubblica aveva pure richiamata in vigore un'antica legge che vietava agli ecclesiastici l'acquisto di nuovi stabili. Paolo V intimò al doge di Venezia, sotto pena di scomunica, di dare in mano al nunzio Mattei i due prigionieri ecclesiastici e di rivocare una legge che sembravagli contraria ai diritti della Chiesa. Paolo V era persuaso che niun sovrano oserebbe resistere all'autorità pontificia; lo zelo religioso era stato riscaldato dai papi allevati nei tribunali dell'inquisizione che si erano succeduti in sul declinare del precedente secolo, dal fanatismo di Filippo II, dalla riforma del concilio di Trento, e dalla violenza delle guerre di religione di fresco terminate in Francia, e non ancora spente in Fiandra. La fermezza della repubblica di Venezia gli recò non poco stupore, e forse fu cagione che non procedesse a nuove usurpazioni. Piuttosto che cedere, i Veneziani incorsero la scomunica e l'interdetto contro di loro fulminati il 17 aprile del 1606. Ordinarono, sotto pena della vita, a tutti i preti e monaci dello statodi risguardare come non avvenuto quest'interdetto, e di continuare la celebrazione de' divini ufficj. I Gesuiti, i Teatini ed i Cappuccini, avendo ricusato di ubbidire, furono costretti ad uscire dal territorio della repubblica, ed i primi non vi furono nuovamente ricevuti che nel 1657. Paolo V, non volendo cedere, cominciò a fare leva di truppe per ispalleggiare colle armi i suoi decreti. I Veneziani fecero lo stesso, e chiesero l'assistenza del re di Francia, loro alleato. Questi (Enrico IV) s'interpose con zelo per terminare una lite che poteva risvegliare una guerra generale. Spedì il cardinale di Giojosa a Venezia, indi a Roma per trattare; ed appoggiò così bene la fermezza del senato di Venezia, che la repubblica, nell'accomodamento conchiuso in Venezia, il 21 aprile del 1607, nè rinunciò al diritto di tradurre gli ecclesiastici innanzi ai tribunali secolari, nè alla legge che proibiva loro l'acquisto di beni stabili, e soltanto consegnò al cardinale di Giojosa i due ecclesiastici ch'erano stati imprigionati, dichiarando di farlo solo per deferenza verso il re di Francia[270].Durante il suo lungo papato Paolo V arricchì a dismisura i suoi nipoti; una ragguardevole parte dell'Agro Romanofu data ai Borghesi: e que' vastissimi poderi, di mano in mano ch'erano posseduti da più ricchi proprietarj, vedevano scemare il numero de' loro abitanti. I Borghesi troppo ricchi per non dissipare con principesco lusso l'entrate loro procurate dallo zio, non lo erano bastantemente per far coltivare la provincia che possedevano, e che rimaneva perciò destinata al pascolo.Il cardinale Maffeo Barberini, innalzato alla santa sede il 6 d'agosto del 1623, sotto il nome di Urbano VIII, fu ancora più prodigo dei beni della chiesa verso i suoi nipoti. Nel periodo di ventun anni di regno, loro abbandonò tutta la direzione degli affari della chiesa, e fece loro avere più di cinquecento mila scudi d'entrata. Ma i Barberini non si appagavano delle ricchezze; volevano approfittare del loro predominio sullo spirito dello zio pressocchè rimbambitoper acquistare i ducati di Castro e di Ronciglione, feudi di casa Farnese, posti tra Roma e la Toscana[271].Di quest'epoca que' due ducati, siccome ancora quelli di Parma e di Piacenza, erano governati da Odoardo Farnese nipote di Alessandro, l'illustre rivale di Enrico IV. Credeva Odoardo di essere per ereditario diritto un eroe ed un valente generale. Avendo contratti in Roma gravissimi debiti, di cui non pagava le usure, aveva dato al governo pontificio un plausibile pretesto per ordinare l'apprensione de' suoi feudi e per proporgli in seguito un trattato di vendita o di permuta; ma alle pretese dei Barberini egli oppose un'alterigia eguale alla loro, e non volle sapere di convenzioni. In tale occasione scoppiò una guerra tra la chiesa ed il duca di Parma nel 1641: e fu questa la sola in tutto questo secolo che avesse origine italiana. Tutte le altre guerre, che durante questo periodo insanguinarono il suolo della penisola, erano state provocate da oltremontani interessi. Il duca diModena, il gran duca di Toscana, e la repubblica di Venezia presero parte in questa guerra come alleati di Odoardo Farnese; fu guastato molto paese, e ruinate le finanze della chiesa e del ducato di Parma; ma non pertanto questa guerra fu ancora più ridicola che pregiudicevole ai combattenti. Taddeo Barberini, prefetto di Roma e generale della chiesa, che aveva adunati nel Bolognese diciotto in ventimila uomini, fuggì colla sua armata, che interamente si disperse alla sola notizia dell'avvicinamento del Farnese, sebbene si sapesse che questa non aveva più di tre mila cavalli. Ma lo stesso Odoardo per la sua instabilità, per una presontuosa ignoranza, e per una inconsiderata prodigalità, perdette tutto il vantaggio che gli avevano dato la viltà de' suoi nemici e la cooperazione de' suoi alleati. Perciò dovette riputarsi felice che, colla pace sottoscritta in Venezia il 31 maggio del 1644, si rimettessero le parti belligeranti nello stato in cui si trovavano prima della guerra[272].Nel diciassettesimo secolo i papi più non avevano sullo stato politico dell'Europa quell'influenza che i loro predecessori avevano esercitata nel sedicesimo. I Borboni non avevano loro mostrata giammai la medesima deferenza che i monarchi spagnuoli. Pure dovevano i papi risguardarsi per lo meno come sovrani ne' loro stati, ed in potere in tale qualità di amministrare liberamente la giustizia nella propria capitale. Lodovico XIV parve disposto a contrastare ad Alessandro VII tale prerogativa, mantenendo, sotto nome di franchigia, la protezione che il suo ambasciatore accordava agli abitanti di tutto un quartiere di Roma, contro la giustizia papale. La disputa intorno alle franchigie, cominciata nel 1660 e rinnovata nel 1662, spinse agli estremi i Corsici della guardia del papa, i quali, dopo essere stati malmenati dai servitori dell'ambasciata francese, vennero in corpo ad insultare ed attaccare il duca di Crequì, ambasciatore di Francia. Per vendicarlo, Lodovico XIV rinviò il nunzio pontificio, occupò Avignone ed il contado Venosino, ed apparecchiòun'armata per attaccare Alessandro VII nella sua stessa capitale. In pari tempo chiese con alterigia una pubblica soddisfazione; e l'ottenne col trattato di Pisa del 12 febbrajo del 1664, avendo il papa ed i suoi nipoti accondisceso alle più umilianti condizioni[273].La disputa delle franchigie si rinnovò con maggiore acerbità sotto Innocenzo XI. Avendo egli ottenuto dagli altri ambasciatori d'Europa l'abolizione delle loro franchigie, volle approfittare della morte del duca d'Etrès, accaduta in Roma il 30 gennajo del 1687, per abolire, prima che il re gli desse un successore, quelle di cui aveva goduto come ambasciatore di Francia: Lodovico XIV non volle acconsentirvi, e destinò ambasciatore presso la corte di Roma il marchese di Lavardino, colà mandandolo con una guardia di ottocento spadaccini per minacciare il papa perfino nella sua capitale. Costoro si afforzarono nel palazzo di Francia; e difesero le franchigie dell'ambasciatore francesecolle armi, non solo villanamente mancando al rispetto dovuto dal re al capo della sua chiesa, ma perfino ai riguardi che il più potente monarca avrebbe dovuto mostrare verso il più piccolo sovrano. L'affare delle franchigie non ebbe fine che nel 1693 sotto il papato d'Innocenzo XII, nella quale epoca Lodovico fu contento di desistere da un preteso diritto che manteneva l'anarchia, e favoreggiava il delitto negli stati del capo della cattolica religione[274].Gli stati della Savoja e del Piemonte furono successivamente governati, in questo secolo, da cinque duchi, tre de' quali si resero illustri pel loro singolare ingegno. Pure questa casa, che nel susseguente secolo doveva acquistare tanta preponderanza in Italia, a stento potè in questo conservare quello stato di potenza cui era giunta ne' primi anni del medesimo. Se i suoi confini si mantennero press'a poco gli stessi, se le sue fortezze crebbero di numero e d'importanza,i suoi sudditi vennero crudelmente ruinati dalle guerre che si trattarono continuamente nel loro paese.Carlo Emmanuele I, che in sul cominciare del secolo, regnava già da venti anni in Torino, e che morì soltanto il 26 di luglio del 1630, alle qualità che formano il grande capitano univa i talenti del sommo politico, ond'era risguardato come il più illustre principe d'Italia; ma la sua insaziabile ambizione, gl'intrighi, la mala fede dovevano finalmente inimicarlo con tutti i suoi vicini. Aveva a vicenda cercato di occupare Ginevra, l'isola di Cipro, Genova ed il Monferrato; ma non si era ristretto a muovere guerra soltanto a piccoli stati, aveva pure alternativamente attaccate la Francia e la Spagna, ed attirate nei suoi stati le armate di quelle grandi potenze; onde quando egli venne a morte, le sue migliori città si trovavano in potere de' suoi vicini[275].Vittorio Amedeo, figliuolo di Carlo Emmanuele I, che aveva sposata Cristina di Francia, figlia d'Enrico IV, non fu meno valoroso, nè meno accorto di suo padre; ma più leale nella sua politica, e più costante nelle sue amicizie, non si attaccò che alla Francia. Ne' sette anni di continua guerra ch'egli sostenne, durante il breve suo regno, contro gli Spagnuoli, padroni del Milanese, non potè ricuperare che una parte di ciò che aveva perduto suo padre. La sua morte accaduta il 7 ottobre del 1637, riuscì fatale alla casa di Savoja; la sua vedova Cristina fu dichiarata tutrice de' figli, il maggiore de' quali, Francesco Giacinto, morì il 4 d'ottobre del 1638, ed il secondo, Carlo Emmanuele II, non aveva che quattro anni quando successe alla corona. Ma due fratelli di Vittorio Amedeo, il cardinale Maurizio ed il principe Tommaso, fondatore del ramo di Savoja Carignano, vedevano con estremo rincrescimento la reggenza in mano di una donna forestiera, che a parer loro non conosceva i veri interessi, nè la politica della loro casa. Contrastarono a Cristina l'autorità, e gli stati di Savoja trovaronsi avviluppati in lunghe guerre civili, per le quali Cristina implorò isoccorsi della Francia, ed i cognati di lei quelli della Spagna. Questi alleati posero a carissimo prezzo i loro sussidj: Cristina provò tutto l'orgoglio ed il despotismo del cardinale di Richelieu, i principi non soffrirono meno per la mala fede degli Spagnuoli, ed i popoli per lo spazio di oltre vent'anni furono tormentati dai Francesi e dagli Spagnuoli[276].Carlo Emmanuele II, anche dopo uscito di tutela, non illustrò in verun modo il suo regno; e dopo la sua morte, accaduta il 12 giugno del 1675, i suoi stati sperimentarono nuovamente le disgrazie di un'altra minorità. Suo figlio Vittorio Amedeo aveva allora soltanto nove anni: ad ogni modo la reggenza della madre di lui, Giovanna Maria di Nemours, non fu così torbida come quella di Cristina. Vittorio Amedeo II, quando entrò negli affari, diede prove di somma abilità. Il 4 giugno del 1690 si associò alla lega della Spagna, dell'Inghilterrae dell'Olanda per contenere l'ambizione di Lodovico XIV. Abbandonò questo partito il 29 d'agosto del 1696 per entrare nell'alleanza del re di Francia; ed in tale circostanza si mostrò più pieghevole ed accorto che leale: cogli stessi artificj destramente adoperandosi tra rivali di lui più potenti assai, innalzò nel susseguente secolo la sua casa ad un più elevato grado, che prima non teneva, tra quelle de' principi d'Europa[277].La Toscana, che ne' precedenti secoli ebbe così gran parte nella storia d'Italia, si fece appena osservare nel diciassettesimo. Il gran duca Ferdinando I regnava tuttavia in Firenze nel principio del secolo, che morì il 7 febbrajo del 1609. Dagli antichi Medici egli aveva ereditato quella considerazione pel commercio che gli altri principi italiani non sapevano apprezzare; cercò d'inspirare ai Toscani il gusto delle spedizioni marittime, cui non sono naturalmente inclinati; cambiò la fortezza di Livorno in città, abbellì il suo porto con magnifici lavori, e gli accordò quelle esenzioni che vi richiamaronoquasi tutto il commercio di cabotaggio del Mediterraneo[278]. Nello stesso tempo incoraggiò i cavalieri dell'ordine di santo Stefano ad armare in corso contro i Barbareschi. Nel 1607 sei galere tentarono di sorprendere Famagosta, e saccheggiarono Ippona nel susseguente anno[279]. Cosimo II, figlio e successore di Ferdinando I, si mostrò ancora più zelante del padre per la gloria della marina toscana; e sebbene la sua mal ferma salute e la povertà dell'ingegno non gli consentissero di parteciparvi personalmente, niuno fu di lui più appassionato per la gloria militare. Nel breve suo regno di dodici anni l'ordine di santo Stefano, in sull'esempio di quello di Malta, intraprese ogni anno qualche spedizione contro i Barbareschi[280]; ma Cosimo IImorì il 28 febbrajo del 1621; e Ferdinando II, suo figliuolo, essendo ancora fanciullo, tennero la reggenza la madre e l'ava[281].Il lungo regno di Ferdinando II, che morì soltanto il 23 maggio del 1670, portò tutto intero il carattere delle donne che lo avevano educato; fu dolce, pacifico debole. Questo principe fu buono e non privo di talenti; ma un languore mortale si stendeva su tutte le parti dell'amministrazione; e sotto il suo regno ebbe cominciamento quell'universale apatia, che successe all'antica attività de' Toscani. Per altro la corte di Ferdinando II venne illustrata da uno zelo glorioso per le scienze naturali: le proteggeva caldamente suo fratello il cardinale Leopoldo de' Medici; e sotto i di lui auspicj nel 1657 fu fondata l'accademia delCimento, la quale fece le sue più belle sperienze a spese de' Medici[282].Cosimo III, che del 1670 successe a suo padre Ferdinando II, aveva ricevuto da sua madre Vittoria della Rovere unospirito minuzioso e diffidente, un ridicolo fasto, un eccessivo bigottismo. Aveva egli sposata Margarita Luigia d'Orleans, cui il suo carattere lo rendette in breve odioso oltre ogni credere. Le loro contese, la ritirata della gran duchessa alla corte di Lodovico XIV, le di lei imprudenze, e la costanza del marito di lei a perseguitarla, sono le sole cose di cui parlano gli annali della Toscana fino alla fine del secolo. Intanto Cosimo III prodigava i suoi tesori nel comperare a caro prezzo nuovi convertiti, e nell'abbellire le Chiese; e la corte e la nazione, strascinate dall'esempio del principe, si abituavano all'ipocrisia ed alla dissimulazione[283].I ducati di Parma e di Piacenza furono nel XVII secolo governati da quattro principi della casa Farnese, de' quali niuno seppe meritarsi l'amore de' suoi popoli, o il rispetto della posterità. Rannuccio I, che nel 1592 era succeduto a suo padre Alessandro, non aveva ereditata alcuna delle grandi qualità di questo eroe. Gli è vero che aveva sotto i di lui ordini dato prove di valore nelle guerredi Fiandra; ma il suo carattere era cupo, severo, avaro, diffidente: non voleva regnare che per mezzo del terrore, e questo terrore declinò bentosto in un accanito odio. Egli accusò la nobiltà d'avere contro di lui tramata una congiura, ed il 19 maggio del 1612, dopo un segreto processo, fece decapitare molti nobili, appiccare un maggior numero di plebei, e confiscare tutti i loro beni. Niuno in Italia si persuase della delinquenza de' giustiziati. Il duca di Toscana, cui Rannuccio aveva mandata copia del processo, manifestò apertamente la sua incredulità, rimandandogli un processo egualmente in così buona forma contro l'ambasciatore di Parma, come colpevole d'un omicidio in Livorno, mentre era a tutti noto che l'ambasciatore mai non era stato in quella città. Il duca di Mantova, che risguardava suo padre come accusato di avere avuto parte nella congiura, fu in procinto di dichiarare la guerra a quello di Parma per lavare quest'ingiusto sospetto[284]. Rannuccio I aveva da principio chiamato a succedergli suo figlionaturale Ottavio; ma in seguito avendo avuto figliuoli legittimi, si aombrò del bastardo, e lo chiuse in un'orrida prigione, ove lo lasciò miseramente perire. Rannuccio morì in sul cominciare di marzo del 1622; e perchè il suo figliuolo primogenito era sordo e muto, gli successe Odoardo Farnese II[285].Odoardo Farnese era, più che eloquente, satirico, mordace, e presontuoso oltre misura. Voleva tutto fare da sè, e voleva dai suoi ministri ubbidienza e non consiglj. Sopra tutto credevasi nato per la guerra, e destinato a far rivivere i maravigliosi talenti di suo avo Alessandro. Pure l'eccessiva sua corpulenza, che in appresso trasmise ai suoi figliuoli, e che riuscì fatale a casa Farnese, doveva dargli poca attitudine ad ogni faticoso esercizio. Nel 1635 fece alleanza coi Francesi contro gli Spagnuoli, e questa prima guerra di Odoardo, terminata nel 1637, diede poco risalto ai talenti ch'egli supponeva di avere, ed espose i suoi stati a gravissimi danni. La sua seconda guerra coi Barberini, dal 1641 al 1644, che si era tirata in su le braccia a cagione della sua irregolaritànel pagare le usure de' grandiosi suoi debiti, fece ancora più apertamente conoscere la sua imprudenza e la sua poca abilità. Morì il 12 di settembre del 1646, liberando i suoi sudditi dalla fatica che cagiona l'attività quando non è sostenuta dai talenti, e dal pericolo in cui gli strascinava continuamente un principe mediocre che voleva parere uomo grande[286].Il di lui erede, Rannuccio II, non aveva la ferocia di Rannuccio I, nè la presunzione di Odoardo; ma non perciò i Parmigiani furono più felici; perchè dall'indolenza e dalla debolezza del loro padrone si trovarono abbandonati alla prepotenza d'indegni favoriti. Uno di costoro, il marchese Godefroi, primo ministro di Rannuccio II, e ch'era stato suo precettore di lingua francese, nel 1649 lo trasse in una guerra colla corte di Roma, che fece perdere alla casa Farnese gli stati di Castro e di Ronciglione. Godefroi aveva fatto assassinare il vescovo di Castro; ed Innocenzo X,facendo cadere la vendetta di tale attentato sopra gl'innocenti, fece atterrare Castro, non lasciando sussistere tra le ruine di quella città che una colonna con un'iscrizione[287]. In appresso Rannuccio II fece decapitare il suo ministro e confiscarne le sostanze; ma senz'essere perciò in istato di governare da sè medesimo, e senza che i suoi sudditi raccogliessero verun beneficio da questo cambiamento, perchè nuove sanguisughe avevano preso il posto delle antiche. Rannuccio II morì soltanto l'undici dicembre del 1694, quando poteva di già prevedere la vicina estinzione della sua casa. Suo figlio primogenito Odoardo era morto prima di lui, il 5 settembre del 1693, soffocato da soverchia pinguedine, lasciando una figlia, Elisabetta, che fu poi regina di Spagna. Gli altri due figliuoli di Rannuccio II, Francesco ed Antonio, regnarono uno dopo l'altro, ma l'eccessiva loro corpulenza dava motivo di credere che non avrebbero prole[288].Fra le famiglie sovrane dell'Italia la casa d'Este fu quella che nel diciassettesimo secolo produsse maggior numero di principi amati dai loro popoli; ma i suoi dominj, ridotti ai piccoli stati di Modena e di Reggio, più non le davano quell'importanza che aveva avuto nel precedente secolo. Cesare, che per la sua debolezza aveva perduto il ducato di Ferrara, morì soltanto l'11 dicembre del 1628. Suo figlio primogenito, Alfonso III, non regnò che circa sei mesi. Quest'uomo, temuto pel suo violento e sanguinario carattere, fu così scosso dalla morte di sua moglie, che abbandonò la sovranità il 24 di luglio del 1629, e ritirossi in un convento del Tirolo, ove si fece cappuccino[289].Francesco I, che successe a suo padre Alfonso, si acquistò la riputazione di essere uno de' migliori capitani d'Italia, e de' migliori amministratori. In principio del suo regno aveva sposati gl'interessi della monarchia spagnuola, e per essa nel 1635 fece la guerra al duca di Parma, Odoardo Farnese, suo cognato. Per compensarlo di tali servigj nel 1636 l'imperatore gli concesse il piccolo principatodi Correggio, che venne incorporato a' suoi stati[290].Del 1647 Francesco I passò al partito della Francia, e fece sposare a suo figlio Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, che gli recò in dote grandissime ricchezze; ed egli fu nominato allora generalissimo delle armi francesi in Italia. Fu più volte vittorioso degli Spagnuoli; ma senza che ciò compensasse a' suoi sudditi i guasti cui trovaronsi esposti. Questo principe morì il 14 di ottobre del 1658 in conseguenza d'una malattia contratta nell'assedio di Mortara[291].Alfonso IV, che successe a Francesco suo padre, e che morì il 16 luglio del 1662, non fece verun atto degno di ricordanza, tranne il particolare trattato di pace fatto cogli Spagnuoli l'11 marzo del 1659. Il figlio di lui, Francesco II, che fu per una metà del suo regno sotto la reggenza di sua madre, e per l'altra volontariamente subordinato all'autorità di don Cesare, suo fratello naturale, morì il dì 6 settembre del 1694, senzalasciare memoria alcuna del suo debole governo; e Rinaldo, in allora cardinale e secondo figlio di Francesco I, successe a suo nipote. Le disgrazie che gli si apparecchiavano nella guerra della successione della Spagna non ebbero cominciamento che col susseguente secolo[292].La casa di Gonzaga, sovrana nel diciassettesimo secolo dei due ducati di Mantova e del Monferrato, accese pel proprio interesse molte guerre che guastarono l'Italia, senza che un solo dei suoi capi siasi meritato nelle sue calamità la stima o la compassione. Vincenzo I, Francesco IV, Ferdinando e Vincenzo II, che occuparono successivamente il trono fino alla morte dell'ultimo, accaduta il 26 dicembre del 1627, furono uomini affatto perduti ne' piaceri e nella dissolutezza, che diedero ai loro sudditi l'esempio d'ogni genere di scandali, e gli oppressero colle più onerose imposte, ora per soddisfare al loro gusto di prodigalità ed al loro fasto, ora per collocare con ruinose doti sul trono imperiale principesse della casa Gonzaga. Vincenzo II morì senza figliuoli, ed il ramo de' Gonzaga, duchi di Nevers, stabilito in Francia,ed in allora rappresentato da Carlo, nipote del duca Federico II, ch'era morto nel 1540, venne chiamato alla successione di Mantova. Quella del Monferrato era un feudo femminino, e doveva passare a Maria, figlia di Francesco IV e di una principessa di Savoja. Ma la stessa notte in cui morì Vincenzo II, Carlo duca di Rethel, figlio di Carlo duca di Nevers, ch'era venuto a Mantova per raccogliere l'eredità di suo cugino, di cui prevedeva il vicino fine, sposò Maria, erede del Monferrato; di modo che l'intera eredità dell'ultimo duca passò nel ramo di Nevers[293].Questa successione di un principe francese nel centro dell'Italia offese in pari tempo il duca di Savoja Carlo Emmanuele, che non era stato interpellato intorno al matrimonio di sua nipote, e l'imperatore Ferdinando II, da cui non aveva il nuovo duca aspettata l'investitura. Il ducato di Mantova fu invaso da quellestesse armate imperiali accostumate al saccheggio ed alla ferocia nella lunga guerra contro i protestanti che allora desolava la Germania, e che in appresso fu poi intitolata la guerra de' trent'anni. Mantova fu sorpresa il 18 di luglio del 1630 dal conte di Collalto, Altringer e Gallas, e saccheggiata con orribile crudeltà[294]. Le calamità del Monferrato, sebbene meno appariscenti, furono più lunghe e più dolorose. Fino alla pace dei Pirenei nel 1659, il Monferrato fu costantemente il teatro delle battaglie delle grandi potenze, ed a vicenda saccheggiato dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Savojardi e dai Tedeschi, diviso da ogni trattato fra i diversi principi, e quasi abbandonato dai suoi duchi che sentivano l'impossibilità di difenderlo[295].Il 25 settembre del 1637, Carlo II era succeduto a suo padre Carlo I, e Ferdinando Carlo successe il 15 di settembre del 1665 a suo padre Carlo II, senza che la sorte degli abitanti del Monferrato si rendesse migliore. L'ultimo di questi principi, più dissoluto, più insensibile al disonore, più non curante delle disgrazie de' suoi sudditi che non lo erano stati i suoi predecessori, vendette nel 1681 Casale, la capitale del Monferrato, a Lodovico XIV, per andare a dissipar nei piaceri del carnevale di Venezia il danaro, che mai non bastava alle sue stravaganze. I suoi sudditi di Mantova gemevano sotto il peso di enormi tasse, e quelli del Monferrato si trovavano esposti alle estorsioni de' militari, mentre egli s'aggirava mascherato nelle sale da ballo e ne' postriboli, e non arrossiva di far conoscere i suoi vergognosi piaceri ad un popolo straniero che non aveva bisogno di dissimulare il suo disprezzo, e ad un senato che vietava ai nobili di Venezia perfino d'intrattenersi con lui[296].La casa sovrana dei duchi d'Urbino si spense in principio del XVII secolo. Il vecchio duca Francesco Maria della Rovere, che regnava fin dal 1574, avendo veduto nel 1623 morire vittima delle sue dissolutezze l'unico suo figlio il principe Federico, acconsentì ad abdicare nel 1626 la sua sovranità a favore della Chiesa. Sua nipote, Vittoria della Rovere, maritata con Ferdinando II dei Medici, non portò a Ferdinando in eredità che i beni patrimoniali di sua famiglia. Il ducato d'Urbino, riunito alla diretta della santa sede, perdette la sua opulenza, la sua popolazione e tutti i vantaggi che gli aveva saputo procurare la più gentile corte d'Italia; ed il vecchio duca, che morì soltanto nel 1636, ebbe tempo di vedere il decadimento dei paesi che tanto tempo avevano prosperato sotto il dominio della sua famiglia[297].Il governo di Lucca, vedendo di non potersi mantenere che nel silenzio, e col farsi dimenticare dalle potenze che avevano in mano i destini dell'Europa, aveva vietato di pubblicare veruna storia nazionale; perciò la repubblica di Luccanon lasciò di sè in questo secolo verun'altra memoria che quella di due piccole guerre contro il duca di Modena nella Garfagnana, cominciate senza motivi nel 1602 e nel 1613, e terminate senza gloria coll'intervento della Spagna[298].Nel corso di questo secolo la repubblica di Genova si lasciò strascinare dall'influenza della corte spagnuola in due guerre col duca di Savoja, nel 1624 e 1672. Non era appena terminata la prima, che l'ambasciatore di Savoja risvegliò le sopite fazioni della nobiltà e dell'ordine popolare, e nel 1628 trasse Giulio Cesare Vachero, ricco mercante dell'ordine popolare, in una congiura ordita per rovesciare la costituzione[299].Dopo l'atto di mediazione del 1576, la repubblica di Genova erasi conservata divisa in due fazioni. Comprendeva la prima circa cento settanta famiglie registrate nel libro d'oro, e che avevano il diritto di sedere in consiglio. Parte di queste appartenevano all'antica nobiltà; altre erano state di fresco aggregate all'aristocrazia; e tra queste erano scoppiatele ultime dissensioni calmate dall'atto di mediazione. Ma un secondo ordine nella repubblica era composto delle famiglie non inscritte, tra le quali contavansene allora più di quattrocento cinquanta che possedevano non meno di cinquanta mila fino ai settecento mila scudi, ed erano decorate di prelature, di feudi, di commende e di titoli di contee e di marchesati. Le prime, rese orgogliose dal privilegio di possedere esclusivamente la sovranità, affettavano sommo disprezzo verso le altre, che pure si credevano non da meno di loro. L'atto di mediazione aveva bensì ordinato che ogni anno s'inscrivessero dieci famiglie nuove nel libro d'oro, cioè sette della capitale e tre delle città delle due riviere; ma questa legge veniva quasi sempre delusa, oppure il senato, quand'era forzato a procedere alla scelta, o non ammetteva che celibatarj e persone fuori di speranza d'avere successione, onde non accrescere il numero delle famiglie dominanti, o finalmente soltanto famiglie affatto povere, affinchè queste rimanessero più dipendenti dall'oligarchia[300].Era appunto l'insolenza de' più poveri cittadini inscritti nel libro d'oro, che più vivamente offendeva i ricchi mercanti ed i signori feudatarj esclusi dal governo. Giulio Cesare Vachero, sebbene mercante, aveva adottate le costumanze che di que' tempi risguardavansi come proprie de' gentiluomini: camminava sempre armato ed in abito militare, ed era circondato da sicarj, che spesso adoperava per vendicarsi con assassinj. Parecchi saluti più volte a lui ricusati da persone del governo, parecchi moti, sogghigni derisorj, ed insulti sofferti da sua moglie erano di già stati puniti collo spargimento di molto sangue; ma nuove offese accrescendo sempre il suo risentimento, egli associò alle sue vendette moltissimi ricchi cittadini esclusi dal libro d'oro; moltiplicò il numero de' suoi sicarj; diffuse grandi somme di danaro tra il popolo onde averlo ubbidiente, senza avere bisogno di partecipargli il suo progetto, e risolse di attaccare il palazzo il giorno primo di aprile del 1628, di forzare la guardia tedesca, di gettare giù dai balconi i senatori, di uccidere tutti i cittadini registrati nel libro d'oro, e di riformare la repubblica, della quale egli sarebbe dichiarato doge,sotto la protezione del duca di Savoja. La trama fu scoperta il 30 di marzo da un capitano piemontese cui il Vachero aveva palesato il segreto. La maggior parte de' congiurati ebbe tempo di fuggire; ma vennero arrestati il Vachero ed altri cinque o sei, i quali tutti, dopo una processura che rendeva aperto il loro delitto, furono giustiziati malgrado le rimostranze del duca di Savoja, che si levò affatto la maschera, si dichiarò capo della congiura, e minacciò la repubblica di rappresaglie[301].Un'altra volta la repubblica di Genova richiamò sopra di sè gli sguardi dell'Europa pel barbaro trattamento fattole da Lodovico XIV, il 18 di maggio del 1684, quando questo monarca, senza poter rinfacciare ai Genovesi verun atto d'ostilità, veruna prova di cattiva volontà, niun altro torto finalmente, fuorchè quello d'avere impedito il contrabbando del sale nel proprio territorio, ed armate quattro galere per la propria difesa, mandò in faccia alla città una squadra comandata dal marchese di Seignelay. In tre giorni vi fece piovere quattordicimila bombe; distrusse la metà de' suoi magnifici edificj, ed all'ultimo chiese che lo stesso doge si portasse a Versailles per iscusarsi degl'immaginarj torti della repubblica[302].La repubblica di Venezia rialzossi in questo secolo con nuovo vigore dallo spossamento cui pareva dovesse soggiacere nel precedente secolo; e sola osò mostrarsi premurosa della difesa dell'italiana indipendenza. Abbiamo di già osservato con quanta costanza rispinse gli attacchi di Paolo V, e conservò i diritti della sua sovranità malgrado gl'interdetti e le scomuniche di Roma. In principio del secolo, nel 1601 e 1615, difese collo stesso vigore la sua sovranità sull'Adriatico contro le piraterie degli Uscocchi di Signa, sebbene questi popoli schiavoni, protetti dall'arciduca Ferdinando di Stiria, potessero strascinarla in una guerra con tutta la potente casa d'Austria[303].I Veneziani, tratti dalle ostilità loro col papa e colla casa d'Austria, si avvicinarono al partito protestante, poichè di quest'epoca l'Europa era piuttosto divisa dalla religione che dalla politica. Infatti nel 1617 contrassero alleanza cogli Olandesi, mentre che il duca di Savoja loro alleato si assicurò de' soccorsi del maresciallo di Lesdiguieres, capo de' protestanti del mezzodì della Francia. Queste due potenze furono le prime in Italia che osarono cercare appoggio tra gli eretici. Perciò, quando scoppiò la guerra dei trent'anni, i protestanti di Germania si affidarono ai soccorsi di queste due potenze. Il conte di Thurn, Bethlem Gabor, il conte di Mansfeld e Ragotzi ricevettero più volte dal senato danaro e munizioni, senza che questi venisse giammai ad aperte ostilità colla casa d'Austria[304].I duchi d'Ossuna e di Toledo, orgogliosi vicerè spagnuoli che allora governavano il regno di Napoli ed il ducato di Milano con una quasi assoluta indipendenza, risguardarono la repubblicadi Venezia come una nemica che si doveva distruggere. Impiegarono alternativamente contro di lei la forza aperta ed i tradimenti, e d'accordo col marchese di Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, ordirono nel 1618 una congiura, che pareva piuttosto diretta all'intera ruina della città, che alla sovversione del suo governo: i principali colpevoli furono puniti, ma il senato, temendo il risentimento della corte di Spagna, non osò rendere pubbliche queste processure, o apertamente accusare i veri instigatori de' congiurati[305].Conoscendo tuttociò che temere dovevano dall'ambizione e dalla nimicizia della casa d'Austria, i Veneziani si aombrarono vedendo nel 1619 gli Spagnuoli tentare di assicurarsi una comunicazione colla Germania per via delle fortezze che fabbricavano nella Valtellina, sotto colore di proteggere i cattolici di quella provincia contro i Grigioni protestanti, lorosovrani. I Veneziani si collegarono coi Grigioni; sollecitarono l'intervento della Francia, e persuasero il cardinale di Richelieu a secondarli. La pace che fissò la sorte della Valtellina si conchiuse il 6 marzo del 1626; ma per la lentezza e per gli artificj degli Spagnuoli, i Grigioni non riebbero il possedimento della sovranità di quella provincia che nel 1637, guarentendo il mantenimento della cattolica religione[306].Nella seconda metà del XVII secolo i Veneziani dovettero portare le loro forze in altro luogo; e l'improvviso attentato de' Turchi contro l'isola di Candia, ch'ebbe luogo il 23 giugno del 1645, li ravvicinò di nuovo alla casa d'Austria, colla quale ebbero allora comuni interessi[307]. La guerra che di quei tempi ebbe cominciamento tra i Veneziani ed il sultano Ibrahim fu la più lunga e la piùruinosa che la repubblica avesse mai sostenuta contro l'impero Ottomano: durò venticinque anni, e fu illustrata da gloriose vittorie navali. Due fra l'altre ne furono riportate ai Dardanelli, una il 21 giugno del 1655 da Francesco Morosini, l'altra il 26 di giugno del 1656 da Lorenzo Marcelli. Ma a dispetto de' miracolosi sforzi di valore, e malgrado i loro vantaggi, che sarebbero stati decisivi con un nemico meno potente, i Veneziani non poterono fare in modo che il gran Visir non assediasse la stessa città di Candia il 22 di maggio del 1667. Quest'assedio fu sostenuto con indicibile valore dai Cristiani, che furono soccorsi da quasi tutti i principi dell'Occidente. Prodigiosa fu la mortalità da ambedue le parti; la peste saccheggiò il campo musulmano; ogni opera avanzata, ogni rivellino, ogni bastione fu difeso finchè trovossi ridotto in un mucchio di ruine. Il duca di Beaufort vi perdette la vita; il duca di Navailles abbandonò la difesa della città, e s'imbarcò con tutti i Francesi malgrado le caldissime istanze di Francesco Morosini, che credeva di potersi ancora difendere. All'ultimo Candia fu costretta a capitolare il 6 di settembre del 1669. La repubblica rinunciò aldominio dell'isola di Creta, e conservò gli altri suoi possedimenti in Levante[308].Ma i Veneziani mal sapevano accomodarsi alla perdita di Candia; tenevano aperti gli occhi, onde approfittare della prima opportunità per rifarsi sull'impero Ottomano; e credettero di averla trovata in tempo della guerra che la Porta dichiarò all'Austria nel 1682. Il 5 marzo del 1684, colla mediazione di papa Innocenzo XI, i Veneziani si allearono coll'imperatore Leopoldo e con Giovanni Sobieschi, re di Polonia. Diedero il comando delle loro truppe a Francesco Morosini, che si era acquistata tanta gloria nella guerra di Candia, e con un singolare tratto di confidenza, di cui la loro repubblica aveva dati rarissimi esempj, gli lasciarono il comando degli eserciti anche dopo averlo nominato doge. I loro sforzi furono coronati da luminosi successi; e questa seconda guerra, che durò quindici anni,riparò ai disastri della precedente. Nel 1684 i Veneziani conquistarono Santa Maura, nel 1686 e 1687 occuparono tutta la Morea, ed a queste conquiste aggiunsero nel 1694 quella dell'isola di Scio, che perdettero nel susseguente anno. Al generale Svezzese conte di Konigsmark, che aveva preso servigio sotto le bandiere della repubblica, si dovette il principale merito di queste vittorie. Ma perchè Venezia si esauriva colla lunghezza di questa guerra, dessa accettò con piacere la tregua di Carlowitz del 26 di gennajo del 1699, che le lasciava il possedimento della Morea, dell'isola d'Egina, di Santa Maura, e di molte altre fortezze conquistate in Dalmazia[309].

Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del diciassettesimo secolo.1601 = 1700.

Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del diciassettesimo secolo.

1601 = 1700.

Mentre che presso gli altri popoli inciviliti gli ultimi secoli svilupparono tanti nuovi interessi, e nuovi sentimenti e nuove passioni, che più non potrebbesi ristringere la loro storia nell'angusto circolo che bastava ai precedenti secoli, la storia d'Italia diventa più sterile di mano in mano che ci avviciniamo all'età nostra. Ma tutte le altre nazioni giugnevano lentamente all'esistenza, mentre che la nazione italiana perdeva la sua. Anche dopo terminata l'ultima contesa per l'indipendenza, fu ancora necessario qualche tempo per disingannare gli uomini dai sogni della loro ambizione, per convincerli che più non restava loro a sperare nè libertà, nè grandezza, nè gloria; molti genitori avevano instillati ne' loro figli i sentimenti di cui si erano essi medesimi nudriti in più felici tempi; molti caratteri erano stati di nuovo rinvigoriti dall'esilio, dalle persecuzioni, dai patimentidella guerra e da tutte le calamità dei primi anni del sedicesimo secolo; molti uomini energici, avendo presa una falsa direzione, e servito il comune nemico, erano stati accarezzati da que' medesimi che opprimevano tutti gli altri, ma che sentivano il bisogno di riservarsi alcuni strumenti abbastanza forti per signoreggiare il paese. Molti altri, senz'avere alcuno determinato scopo o speranza di miglior sorte, si andavano tuttavia agitando per l'abitudine delle rivoluzioni, in quello stesso modo che la materia conserva il movimento, per la forza d'inerzia, allorchè l'ha ricevuto una volta. Così tutto il sedicesimo secolo ebbe ancora un'apparenza di vita, ed è per questo, a non dubitarne, ch'egli partecipò tutt'intero alla gloria che gli procacciarono eterna i poeti, i letterati, gli artisti, che fiorirono principalmente ne' primi anni. Per lo contrario il diciassettesimo secolo è un'epoca di compiuta morte; e quanto la storia letteraria lo rappresenta come in preda al più cattivo gusto, alla insipidezza, al languore ed alla sterilità, altrettanto la storia politica lo mostra privo d'ogni azione come d'ogni virtù, d'ogni elevato carattere, d'ogni importante rivoluzione. Di mano in mano che andiamo avanzandoci è forza di rimanere convinti, che la storia, non solo delle repubbliche, ma dell'intera nazione italiana, finì coll'anno 1530.

Ma si verserebbe in un grand'errore, se, osservando che la storia quasi d'altro non si occupa che delle disgrazie degli uomini, si supponesse che i tempi di cui essa non parla siano stati meno infelici. Non tutte le calamità sono istoriche, loro abbisognando un certo qual grado di grandezza e di nobiltà perchè possano richiamare la nostra attenzione, ed imprimersi nella nostra memoria. Acciocchè gli stessi contemporanei ci trasmettano i fatti circostanziati dell'età loro, d'uopo è che le calamità siano comuni a molti individui, e che si possa a prima vista comprendere il rapporto che corre fra la cagione e l'effetto. Le disgrazie del diciassettesimo secolo erano di diversa natura; erano tacite, e non sembravano dipendenti dalla politica: ognuno soffriva, ma ognuno soffriva nella propria famiglia, come uomo e non come cittadino. Avvelenate erano le private relazioni, distrutte le speranze, diminuita la fortuna, mentre che i bisogni di ognuno andavano ogni giorno crescendo: la coscienza invece di essere di sostentamento nella sventura,rinfacciava continuamente le passate colpe; ed aggiugnendosi la vergogna al dolore, ognuno sforzavasi ancora di nascondere agli occhi del mondo le sue pene e d'involarne la memoria alla posterità.

Perciò non si pensò ad enumerare tra le pubbliche calamità dell'Italia la cagione forse più generale de' privati patimenti di tutte le famiglie italiane; il torto, dico, fatto al sacro nodo del matrimonio con un altro nodo, risguardato come onorevole, e che gli stranieri vedono sempre in Italia con eguale stupore, senza poterlo comprendere; ed è quello de'cicisbei, o de'cavalieri serventi. Questa sciagurata moda essendo stata una volta introdotta nel diciassettesimo secolo dall'esempio delle corti, ed essendo posta sotto la protezione di tutte le vanità, la pace delle famiglie fu bandita da tutta l'Italia; verun marito più non risguardò la sua consorte come una fedele compagna, associata a tutta la sua esistenza; più non trovò in essa un consiglio nel dubbio, un sostegno nell'avversità, un salvatore nel pericolo, una consolatrice nella disperazione; niun padre osò assicurarsi che i figliuoli a lui dati dal matrimonio fossero suoi; niuno si sentì legato a loro dalla natura; e l'orgoglio di conservare ilproprio casato, sostituito al più dolce ed al più nobile affetto, avvelenò tutte le domestiche relazioni. Quanto non demeritarono dell'umanità que' principi, che riuscirono ad impedire che i loro sudditi conoscessero qualcuno de' dolci affetti di sposi, di padri, di fratelli e di figli!

Sebbene l'instituzione di tutti i ridicoli doveri de' cicisbei fosse per avventura il più efficace mezzo di calmare gli spiriti irrequieti di fresco ridotti in servitù, di snervare i coraggi troppo maschi, d'effeminare i nobili ed i cittadini intolleranti del giogo, facendo loro scordare che avevano perduto ciò che più non dovevano cercare, forse si viene a far troppo onore alla penetrazione di coloro che mutarono le costumanze d'Italia, supponendo che prevedessero tutte le conseguenze delle nuove mode ch'essi introducevano; pure l'istinto del delitto conduce più volte tanto direttamente allo scopo, quanto il calcolo.

Fino alla metà del sedicesimo secolo l'abitudine del lavoro era stata la qualità distintiva degl'Italiani: a Firenze, a Venezia, a Genova il primo ordine era dei mercanti; e le famiglie decorate di tutte le dignità dello stato, della Chiesa o dell'armata, non perciò rinunciavano alcommercio. Filippo Strozzi, cognato di Leon X, padre del maresciallo Strozzi e del gran priore di Capoa, amico di molti sovrani, il primo cittadino dell'Italia, erasi fino alla fine della sua vita mantenuto capo di una casa di banco. Ebbe sette figli; ma, malgrado la sua immensa ricchezza, non ne aveva destinato veruno all'ozio. I principi vollero sostituire a questa formidabile attività ciò che essi intitolarono un nobil ozio; le armi castigliane inondavano l'Italia, ed essi chiamarono in loro ajuto i pregiudizj castigliani, che coprivano con un profondo disprezzo ogni specie di lavoro. Trassero tutti i loro cortigiani a convertire le loro sostanze in terre, a destinarle a perpetuità al primogenito della loro famiglia, sagrificando in tal modo all'orgoglio i più giovani fratelli e le femmine, e condannando ad una costante inerzia tutti i figli primogeniti per alterigia, tutti i figli cadetti per impotenza.

Per occupare l'ozio di tutto ciò che era cortigianesco, di tutto ciò che venne onorato col titolo di nobiltà, per offrire nello stesso tempo un compenso a quella folla di cadetti privati di ogni speranza, e per sempre esclusi dal matrimonio, furono inventati i diritti ed i bizzarridoveri dei cicisbei, o cavalieri serventi; questi furono interamente fondati sopra due leggi che s'impose il bel mondo: niuna femmina più non potè con decenza mostrarsi sola in pubblico; verun marito non potè, senza esporsi al ridicolo, accompagnare sua moglie.

L'esempio de' traviamenti de' grandi contribuì senza dubbio assai a corrompere il popolo: quello della impudica Bianca Capello, e di tutti i principi e principesse della casa Gonzaga, nel diciassettesimo secolo, non poteva essere senza influenza: ma sebbene i costumi delle corti fossero più corrotti, si era conosciuto l'intrigo e la galanteria fino ne' tempi delle repubbliche, e questo disordine non bastava solo a distruggere il carattere nazionale. Ciò che distingue il secolo diciassettesimo è l'origine d'un pregiudizio antisociale, più del libertinaggio funesto, dietro il quale facevasi pomposa mostra di ciò che in addietro si nascondeva. Non fu già perchè alcune donne ebbero degli amanti, ma perchè una donna non potè più mostrarsi in pubblico senza un amante, che gl'Italiani cessarono d'essere uomini.

Mentre che tutti i legami di famiglia furono rotti nel diciassettesimo secolo con queste nuove costumanze, che, risguardatein seguito come sole, consentanee all'eleganza, vennero bentosto imitate dalla intera massa del popolo, il commercio fu oppresso da un mortal colpo per la subita ritirata degli uomini industri e dei capitali; ne consumarono la ruina i monopolj e le assurde gabelle sopra ogni vendita di tutti gli oggetti commerciabili, stabilite dagli Spagnuoli in tutte le province loro soggette. Frattanto il fasto andava crescendo a misura che diminuivano i mezzi; quanto, secondo gli antichi costumi, erano apprezzati l'ordine e l'economia, altrettanto furono tenuti in pregio nelle corti lo splendore e il lusso, e a norma di questi furono fissati i gradi. Gl'Italiani impararono in questo secolo (e furono loro maestri gli Spagnuoli) l'arte di economizzare sui più pressanti bisogni per accordare di più all'apparenza, di sopprimere tutti i comodi non veduti per accrescere il fasto che abbacina gli occhi del pubblico. La spesa diventò la misura della considerazione, e si diede lode al capo di famiglia di tutto ciò che accordava al suo fasto ed a' suoi piaceri.

Ne' tempi delle repubbliche, i cittadini, non cercando altra decorazione che i suffragj de' loro concittadini, temevano dieccitare la loro gelosia con ambiziose distinzioni. Nè ricevevano, nè davano titoli, e non mettevano alla tortura il loro linguaggio per trovare formole più ossequiose. In ogni cosa le nuove corti sostituirono la vanità all'orgoglio nazionale; e le questioni di precedenza occuparono tutta la loro politica. La rivalità tra la casa d'Este e la casa dei Medici, fra questa e la casa di Savoja, non aveva altra vera cagione che la rispettiva pretesa di ciascuna di andare innanzi all'altra nelle cerimonie in cui si scontravano i loro ambasciatori. Successivamente i sovrani si andavano arrogando nuovi titoli, mentre ne attribuivano altresì dei nuovi a tutta la loro corte. Mentre passavano essi medesimi per tutti i gradi d'illustrissimi, di eccellenze, di altezze, di altezze serenissime, di altezze reali, creavano pei loro sudditi patenti senza fine di marchesi, di conti, di cavalieri, loro cedendo in appresso la qualificazione che essi avevano portata, e che cominciavano a disprezzare. Tali decorazioni scendevano sempre più a basso nella folla; più non iscrivevasi trent'anni sono al proprio calzolajo senza chiamarlomolto illustre: ma col moltiplicare i titoli, non si erano moltiplicati che i malcontenti e lemortificazioni; ognuno in cambio di ciò che gli era accordato, non vedeva che quanto gli era ricusato; e non eravi così magro gentiluomo, così piccolo ufficiale di milizia, che non si tenesse mortalmente ferito quand'era per errore chiamatochiarissimoedeccellentissimo, quand'egli aspirava all'illustrissimo.

Le leggi, le costumanze, l'esempio, la stessa religione, tal quale era praticata, miravano a sostituire in ogni cosa l'egoismo ad ogni mobile più nobile. Ma mentre che si sforzavano gli uomini di riportare ogni cosa a sè medesimi, nello stesso tempo si privavano di tutte le soddisfazioni che avrebbero potuto trovare in sè medesimi. Il padre di famiglia, ammogliato con una donna non di sua scelta, da lui non amata, e dalla quale non era amato, circondato da figliuoli di cui non sapeva di essere padre, che non pensava ad educare, e de' quali non si curava di acquistare l'amore, continuamente disturbato nella propria famiglia dalla presenza dell'amico di sua moglie, separato da alcuni de' suoi fratelli e sorelle, e ch'erano stati fino dalla fanciullezza chiusi ne' conventi, e stancheggiato dall'inutilità degli altri, i quali, per loro parte d'eredità, avevano sempre diritto alla sua mensa, nonera da tutti risguardato che come l'amministratore del patrimonio della famiglia. Egli era soltanto risponsabile della sua economia, mentre che tutti gli altri, fratelli, sorelle, moglie e figli, erano entrati in una segreta lega per deviare a loro profitto il più che potevano della comune entrata, per godere, per mettersi essi medesimi al largo, senza curarsi delle difficoltà in cui poteva trovarsi il loro capo.

Questo capo di famiglia più non era il vero proprietario del fondo patrimoniale; più non aveva verun mezzo di accrescerlo, mentre che le imposte, le pubbliche calamità e l'accrescimento del lusso lo andavano sempre diminuendo. La sostanza che ricevuto aveva da' suoi maggiori era tutt'intera sostituita a perpetuità. Dessa non apparteneva alla vivente generazione, ma a quella che non era ancora nata. Il padre di famiglia non poteva nè ipotecare, nè mutare, nè vendere; se qualche stravaganza giovanile gli aveva fatto contrarre un debito, le sole sue entrate potevano essere prese per pagarlo, ed intanto egli doveva per vivere contrarne un altro. Il legame impostogli dal suo antenato per conservare la sua sostanza, gl'impediva di usarne. Per ogni impreveduto bisogno dovevavalersi dei capitali destinati all'agricoltura, i soli di cui potesse disporre, ed i soli che avrebbero dovuto essere intangibili. Con ciò ruinava quelle terre che non aveva diritto di vendere, e le numerose famiglie de' coloni erano con lui vittime della sua inconsiderazione, di quella de' suoi parenti, o dell'accidentale disgrazia che aveva danneggiata la sua sostanza.

S'egli cercava onori per sottrarsi ai dispiaceri che trovava nella propria casa, si vedeva ad ogni istante mortificato da tutte le vanità gelose della sua; se voleva mettersi in sulla strada de' pubblici impieghi, non poteva avanzarsi che colle arti dell'intrigo, coll'adulazione e colla bassezza; e se aveva delle processure, le sue ragioni venivano compromesse dalle interminabili lentezze del foro, o sagrificate dalla venalità de' giudici; se aveva nemici, i suoi beni, la libertà, la vita, erano in balìa di segreti delatori, di arbitrarj tribunali. Non amando che sè medesimo, non trovava in sè medesimo che pene e cure. Per sottrarsi ai suoi dispiaceri era in certo qual modo costretto a seguire l'universale tendenza della sua nazione verso i piaceri sensuali, ed abbandonandovisi, apparecchiavasi ancora in mezzo a questi nuove pene e nuovi tormenti.

Tale era nel diciassettesimo secolo la situazione di quasi tutti i sudditi italiani; ed in tal guisa tra le feste ed i divagamenti della vita, la sventura li raggiugneva in ogni luogo senza lasciare veruna traccia nella storia. Rispetto agli avvenimenti del secolo di cui lo storico vuole farsi carico, ove si confronti col precedente, vi si troveranno per avventura minori calamità generali e più umiliazioni, un minor numero di quei patimenti violenti e rapidi che sembrano esaurire le forze della natura umana, ma altrettanta miseria e maggiore avvilimento.

Carlo V aveva unita l'Italia alla monarchia spagnuola. Filippo II nel lungo suo regno l'aveva mantenuta in una stretta dipendenza; e sebbene tutti gli stati che gli erano subordinati avessero cominciato a deperire nell'istante in cui erano passati in suo potere, pareva che sotto di lui la monarchia spagnuola andasse riparando con esterne conquiste la perdita delle interne sue forze. Invano l'oppressione aveva spinti alla ribellione i Mori di Granata e gli Olandesi ne' Paesi bassi; invano l'Oceano aveva inghiottite le formidabili flotte di Filippo; invano la Francia e l'Olanda erano lorde del sangue de' suoi soldati; invano il semprecrescente disordine delle sue finanze l'aveva ridotto a fare un ignominioso fallimento; ad onta di tutto ciò quando venne a morte il 13 di settembre del 1598 era tuttavia il più formidabile monarca d'Europa. Non eravi sovrano che ardisse tentare con lui la sorte delle armi, e niuno stato poteva conservare a lui vicino la propria indipendenza. Il diciassettesimo secolo vide regnare tre principi della linea austriaca di Spagna, successori di Filippo. Suo figlio Filippo III morì il 31 marzo del 1621; Filippo IV, suo nipote, mancò il 7 settembre del 1665; e suo pronipote Carlo II morì il primo di novembre del 1700. La crescente incapacità di questi tre sovrani, la debole loro pusillanimità, e l'imprudenza de' loro favoriti e de' loro primi ministri, affrettarono il decadimento della monarchia spagnuola, e fecero che il disprezzo sottentrasse allo spavento che aveva inspirato.

Pure questo decadimento della monarchia spagnuola non somministrò all'Italia i mezzi di spezzare le sue catene. I tentativi fatti dalle province suddite del re di Spagna furono mal combinati e mal diretti, e non ottennero che una più crudele oppressione: rispetto ai piccoli sovrani che si erano posti sotto la protezionedella Spagna, più non avevano bastante energia per desiderare maggiore libertà. Talvolta pendevano incerti tra questo giogo e quello della Francia; si avvicinavano momentaneamente a Lodovico XIV, di cui conoscevano l'ascendente; ma bentosto non sentendosi appoggiati da bastante buona fede, ricadevano nelle antiche loro abitudini, e non volevano, per la speranza di lontano ajuto, esporsi all'inimicizia de' loro prossimi vicini.

L'autorità di Filippo III sopra l'Italia non fu turbata dalla rivalità del re di Francia. Vero è che durante parte del suo regno ebbe per antagonista il grande Enrico; ma questo principe, che voleva rialzare i suoi stati dallo spossamento cui gli avevano ridotti le guerre civili, evitò le battaglie, e si chiuse in certo qual modo l'ingresso dell'Italia. La reggenza tutt'affatto austriaca di Maria de' Medici più non diede alla Spagna motivo d'inquietudine. Filippo IV, più debole che suo padre, ebbe più formidabili antagonisti. I due ministri Richelieu e Mazarino, durante tutta la loro amministrazione, altro scopo non si proposero che l'abbassamento della casa d'Austria. Cominciando dal 1621, in cui Richelieuprese a proteggere contro gli Spagnuoli i diritti de' Grigioni protestanti sopra la Valtellina, fino alla pace de' Pirenei del 7 di novembre del 1659, la Spagna e la Francia furono quasi sempre in guerra: ma la Francia non aveva in allora nè un re che sapesse mettersi alla testa delle armate, nè ministri guerrieri; onde non si lasciò allettare da lontane spedizioni. Non perciò fu meno prodiga di sangue e di tesori che in tempo dei più gloriosi regni di Lodovico XII e di Francesco I: ma le sue armi in Italia quasi non oltrepassarono i confini della Valtellina e del Piemonte. Per vero dire i principali suoi sforzi venivano diretti contro la Fiandra e la Germania, ma non devesi perciò meno notare quale proprio carattere di tutte le guerre dirette dai due cardinali, che lo scopo loro fu piuttosto la devastazione che la conquista, e che ruinavano la Spagna senza riuscire utili alla Francia.

Il terzo periodo stendesi dalla pace de' Pirenei fino alla guerra della successione di Spagna, e corrisponde al regno di Carlo II, siccome agli anni più gloriosi di quello di Lodovico XIV. In questo tempo gli ultimi monarchi austriaci di Madrid, tutta sentendo la propria debolezza,cercavano ad ogni prezzo di schivare la guerra, mentre che il Francese, credendo di non potere acquistare gloria che colle armi, avidamente coglieva tutte le occasioni di attaccare i suoi vicini, senza perdere tempo a pesare la giustizia o l'apparente validità dei pretesti che egli impiegava. Nè Lodovico XIV, nè veruno de' suoi consiglieri, hanno potuto credere ben fondati i titoli della regina madre reggente di Francia a dividere la successione di Filippo IV. Altro vero motivo non aveva la guerra che il sentimento della forza opposta alla debolezza, ed i manifesti altro non erano che una grossolana ipocrisia, che sarebbe stato meglio di risparmiare. Non pertanto in questo periodo, che costò tanto sangue all'umanità, l'Italia fu meno che il rimanente dell'Europa il teatro della guerra generale. Le armi francesi quasi non la visitarono che allorquando la vanità di Lodovico XIV compiacquesi nel 1662 di umiliare papa Alessandro VII, in occasione del preteso insulto fatto dai Corsi al suo ambasciatore, e quando nel 1684 desolò la repubblica di Genova con un barbaro bombardamento. Altronde i piccoli principi, imbarazzati dalla libertà che loro rendeva l'indebolimento dellaSpagna, si volsero verso l'imperatore per deferirgli il loro vassallaggio, ed essere spalleggiati dalla sua protezione; quantunque Leopoldo I, che salì sul trono imperiale nel 1658, e che vi si tenne fino al 1705, non si facesse in Italia conoscere che colle vessazioni e colla rapacità dei suoi generali.

Il ducato di Milano ed i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, rimasero tutto il diciassettesimo secolo sotto il dominio degli Spagnuoli. Non avendo il ducato di Milano in questo spazio di tempo manifestate nè una volontà nazionale, nè una risoluzione che gli appartenesse, desso, non altrimenti che le altre province della vasta monarchia austriaca, non può essere argomento di separata istoria; desso soffrì come le altre il fasto e l'impero del duca di Lerma, del conte duca d'Olivarès, di don Luigi di Haro, i quali, essendo primi ministri e favoriti, dispoticamente governavano il re ed il regno; soffrì ancora più delle altre province, perchè la guerra tra la Francia e la casa d'Austria, avendo in tutto il secolo avuto per oggetto, in Italia il possedimento del Piemonte, del Monferrato, della Valtellina e del ducato di Mantova, mai non si allontanò dai confini del Milanese. Purequesta guerra si trattò, se non con minore crudeltà, almeno con minore attività che non si trattarono quelle del precedente secolo; ed i suoi guasti, come i giornalieri errori del governo, non bastarono a controbilanciare la maravigliosa fertilità di quel bel paese, o a distruggere le dispendiose opere colle quali gli antichi suoi proprietarj avevano signoreggiate le acque, facendole servire ad accrescere le ricchezze delle campagne.

In questo secolo la storia conserva un perfetto silenzio intorno al vice-regno di Sardegna; ma i regni di Napoli e di Sicilia fecero almeno parlare di loro cogl'infruttuosi loro sforzi per iscuotere la tirannide spagnuola.

Le entrate del regno di Napoli, alla metà del XVII secolo, ammontavano a sei milioni di ducati; e le spese dell'amministrazione della flotta e dell'armata, comprese ancora le ambascerie d'Italia, non assorbivano più di un milione e trecento mila ducati. Riputavasi, a dir vero, che settecento mila ducati erano impiegati nel regno in segrete spese, o dilapidati dagli ufficiali del re; ma quattro milioni di ducati, o i due terzi delle ordinarie entrate uscivano ogni anno del regno per pagare i debitio le armate della Spagna[255]. Un tale impiego dei tributi del popolo a pro di una politica per la quale egli non prendeva verun interesse, lo rendeva estremamente scontento; ma il di lui cattivo umore veniva in oltre accresciuto dal progressivo accrescimento di tutti i carichi. In forza dei privilegj dello stato, riconosciuti da Ferdinando e da Carlo V, veruna nuova imposta poteva essere ordinata senza l'assenso del parlamento, che rappresentava la nobiltà ed il popolo; ma da gran tempo il parlamento più non si adunava, ed ogni giorno i vicerè, stimolati dalla loro corte, inventavano qualche nuova gabella, e sempre più angustiavano con insopportabili pesi un popolo di già estremamente oppresso. Gli Spagnuoli, in conseguenza della consueta loro ignoranza dell'economia politica, gravavano con queste gabelle quasi tutte le derrate di prima necessità, tassando successivamente le carni, il pesce, la farina, ed all'ultimo le frutta. I poveri, costretti di rinunciare ad una consumazione che le imposte rendevano sempre più cara, si andavanosuccessivamente privando degli oggetti tassati. La gabella sulle frutta, che si valutava per la sola città di Napoli quattrocento mila ducati, parve loro fatta per rapir loro l'ultimo rifugio, togliendo loro il solo cibo non ancora sproporzionato ai loro mezzi. Si sollevarono il 7 di luglio del 1647 contro il duca d'Arcos, allora vicerè: un giovane pescatore d'Amalfi, detto Maso o Tommaso Aniello, si fece loro capo; bruciarono le baracche ove precisavasi l'imposta; minacciarono il vicerè, e lo costrinsero a fuggire in castel sant'Elmo; incendiarono le case di coloro che si erano arricchiti colle malversazioni delle finanze; richiamarono i privilegj loro guarentiti da Carlo V; ed all'ultimo sforzarono il governo, vinto in varj incontri, a trattare con loro[256].

Di quest'epoca uno spirito di libertà pareva che tutta animasse l'Europa. Gli Olandesi avevano fatto riconoscere e rispettare la loro repubblica; gl'Inglesi tenevano Carlo I prigioniero ad Hampton-Court; i Francesi facevano la guerra aMazarino ed alla reggente; i Portoghesi avevano scosso il giogo della Spagna; i Catalani erano sollevati; ed in Sicilia era scoppiata un'insurrezione, prima ancora di quella che poi si manifestò in Napoli. Ma quasi in ogni luogo l'inquietudine ed i lunghi patimenti avevano sollevati i popoli contro intollerabili abusi, prima che i popoli stessi avessero bastanti lumi per correggere i loro governi, o per fondarne di nuovi sopra migliori principj. Il popolaccio si pose alla testa de' movimenti degl'insorgenti e loro diede uno spaventoso carattere. Gli uomini di più elevato ordine, che più ancora della plebe avevano bisogno di libertà, abbandonarono non pertanto una causa pur troppo frequentemente macchiata dai delitti; vedevano da un canto lo stendardo del dispotismo, dall'altro quello dell'anarchia, e non sapevano quale seguir dovessero. I patimenti del popolo e la stessa sua ignoranza, ch'erano l'opera del governo, giustificavano, a dir vero, il suo odio; ma la più dannosa di tutte le passioni cui gli oppressi possano darsi in preda, è quella della vendetta, la quale fa andare a male quasi tutte le rivoluzioni.

Il duca d'Arcos diffidava non meno de' gentiluomini napolitani che del popolo;sapeva di avere violati tutti i privilegj, di avere amaramente mortificati quei gentiluomini che potevano per altro sollevare tutte le province, col credito loro presso i contadini loro vassalli, ed aggiugnerle alla capitale. Giudicò adunque essere prima di tutto conveniente cosa di spargere tra loro la disunione. Perciò incaricò i gentiluomini di dare al popolo simulate proposizioni di conciliazione; li persuase a leggere un falso privilegio di Carlo V, a rendersi garanti di false scritture, e li trasse così avanti nelle proprie perfidie, che il popolaccio, credendoli essere stati strumenti degl'indegni artificj del vicerè, rivolse contro di loro quel furore che a bella prima concepito aveva contro gli Spagnuoli, ne uccise molti, ed incendiò le loro case. Gli altri gentiluomini, sebbene convinti che il solo vicerè era colpevole del sangue de' loro fratelli, furono costretti di assecondarlo, perchè più non ottenevano confidenza, nè trovavano sicurezza nell'opposto partito[257].

Non la data fede, non i giuramenti per quanto fossero solenni, potevano incatenarele vendette del governo spagnuolo. Fu in mezzo alla chiesa del Carmine, nell'istante in cui faceva leggere al popolo gli articoli della pace che aveva in allora giurata, che il duca d'Arcos fece fare una scarica di archibugiate sopra Masaniello ed i compagni di lui[258]. Questo capo di fazione, per una straordinaria felicità, non rimase ferito, ed il vicerè, dichiarando di non conoscere i banditi da lui adoperati, li sagrificò al furore del popolo per ricuperare il proprio credito; poi, continuando a trattare della pace, invitò Masaniello ad un convito di riconciliazione, nel quale gli fece servire una bevanda che lo trasse di senno. Il favorito del popolo perdette allora la confidenza del suo partito a motivo delle sue stravaganze e delle sue crudeltà; ed il duca d'Arcos ne approfittò per farlo assassinare il 16 di luglio[259].

Ne' pochi giorni in cui si mantenne il suo potere, Masaniello aveva esercitata sul popolo la più illimitata autorità. I naturali talenti del giovane pescivendolo, ela pronta ubbidienza della plebaglia ai voleri di lui, avevano atterrito il duca d'Arcos, e strappategli tutte le concessioni colle quali aveva cercato di calmare la sedizione; ma le ritirò tutte tostochè si fu disfatto del suo nemico. Credette allora di potere annullare senza pericolo le obbligazioni recentemente contratte; ma il 21 di agosto ricominciò la sedizione con maggior furore che mai, e gli Spagnuoli, conoscendosi troppo deboli, si ridussero a fare una nuova capitolazione[260]. Ad ogni modo quando colle più solenni promesse ebbero persuaso il popolo a deporre le armi, i tre forti che signoreggiano Napoli, e la flotta di don Giovanni d'Austria, ch'era entrata in porto, cominciarono tutt'ad un tratto, il 5 ottobre a mezzodì, a cannonare ed a bombardare la città; e mentre il popolo disarmato, atterrito, sorpreso, chiedeva tuttavia la cagione di così impreveduto attacco, sbarcarono dalla flotta sei mila uomini delle bande spagnuole, con ordine di uccidere tutto quanto incontrerebbero[261].

Ma la popolazione di Napoli ammontava a più di quattrocento mila uomini. Gl'insorgenti, quasi tutti senza casa e senza beni, non avevano che temere dal bombardamento: combattendo essi senza ordine, non si accorgevano di tutte le perdite che andavano facendo, e l'uccisione che accadeva in una strada non era conosciuta nella vicina, ove cominciava la zuffa. Il popolaccio camminava dall'uno all'altro tetto gettando pietre e tegole sopra i soldati, poscia fuggiva prima che dalla truppa di linea potesse essere raggiunto. Dopo due giorni di battaglia, gl'insorgenti attaccarono i soldati oppressi dalla fatica, e, cacciandoli da tutti i posti, li costrinsero a ripararsi nelle tre fortezze, o sopra la flotta, restando essi padroni della città[262].

Solamente dopo questo fatto i Napolitani cominciarono a trattare coi Francesi, chiamando in loro ajuto Enrico di Lorena, duca di Guisa, che in allora trovavasi a Roma. Costui, per parte di donne discendendo dalla seconda casa d'Angiò, credeva di avere alla corona di Napoli legittimi diritti, che speravadi mettere in campo in così favorevole occasione, e faceva capitale sui soccorsi della Francia. Si recò subito a Napoli, ove fu dichiarato generalissimo e difensore della libertà. Di già cominciava ad essere proferito il nome di repubblica di Napoli, e ad essere accolto con entusiasmo dal popolo, ed in tutte le province, che si erano sollevate in sull'esempio della capitale[263].

Ma il popolo napolitano, sotto il dominio degli Spagnuoli, non aveva acquistati nè i costumi, nè le abitudini, nè le opinioni colle quali si fonda una repubblica. Egli non pensava che a far passare in altre mani l'autorità arbitraria, invece di distruggerla; ubbidì ciecamente a Masaniello poi a Gennaro Annese ed al duca di Guisa, nello stesso modo che aveva ubbidito al vicerè; loro permise di regnare coi supplicj, e non vi fu mai giustizia sommaria più pronta nè più ingiusta che quella di questi favoriti della plebaglia. Nella sua cieca superstizione quel popolo contò assai più sui miracoli della Madonna del Carmine, su quelli dello stesso Masaniello, che risguardava quale santo,che sopra i proprj sforzi. Passando da una cieca confidenza ad una insensata diffidenza, fu tradito da tutti coloro cui affidò il suo potere, e trasmutò in accaniti nemici tutti coloro che perseguitò con ingiuriosi sospetti; soprattutto continuò troppo lungamente a proclamare colle sue grida il re di Spagna, a pretendere di mantenersegli fedele, ed a rigettare sugli Spagnuoli il nome di ribelli. Gli è questo un grand'errore, di credere che le parole adoperate contro il loro senso naturale possano fare illusione sul fondo delle cose. È meno pericoloso per coloro che si ribellano il confessarsi apertamente ribelli; ed i Napolitani avevano bastantemente sperimentato il carattere di Filippo IV e del suo ministero, per essere certi che Filippo non verrebbe con loro a patti che per ingannarli.

Il duca di Guisa, invece di costituire la repubblica che lo sceglieva per suo capo, non pensò che ad attribuirsi un assoluto potere; si mostrò geloso di tutti i diritti della nazione, di tutti quelli dei suoi magistrati, ed in particolare dell'opinione che aveva presso il popolo Tomaso Annese, il più destro partigiano della libertà ed il vero capo della rivoluzione. Siccome il Guisa nulla avevafatto pel popolo, così non ottenne dal medesimo que' generosi sforzi che inspira il solo amore della libertà. Gennaro Annese, irritato di non avere altro fatto che mutare padrone, e temendo per sè medesimo la gelosia del Guisa, cominciò celatamente a trattare cogli Spagnuoli. All'ultimo vendette loro la propria patria, aprendone loro le porte il 4 aprile del 1648, mentre che il Guisa aveva fatta una sortita con un piccolo corpo d'armata per agevolare l'arrivo delle vittovaglie. Ad un giogo più assai pesante del primo venne assoggettata la città di Napoli, ed altro conforto non ebbe il popolo che quello di vedere coloro che lo avevano tradito cadere vittima della propria perfidia. Il duca d'Arcos aveva perduta la carica di vicerè, ed era stato richiamato in Ispagna; il duca di Matalona ed il principe don Francesco Toralto, da lui persuasi con altri gentiluomini napolitani a tradire i loro compatriotti, vennero uccisi dal popolo furibondo; il duca di Guisa, fatto prigioniero dagli Spagnuoli, non ottenne la sua libertà che nel 1652; e Gennaro Annese, che aveva restituita la corona a Filippo IV, e data la sua patria in mano agli Spagnuoli, perì sopra un patibolo, per ordine di quelre ch'egli aveva ristabilito, insieme a quasi tutti coloro che avevano avuta qualche parte nelle turbolenze; provando in tal maniera che verun servigio, per quanto possa essere grande, cancella agli occhi di un despota le passate ingiurie, e che verun giuramento lo lega verso coloro che una volta tentarono di scemare la sua potenza[264].

La sollevazione di Palermo, scoppiata il 20 maggio del 1647, fu meno lunga e meno importante che quella di Napoli; ma press'a poco andò soggetta alle stesse crisi. Il vicerè di Sicilia, don Pedro Faxardo de Zuniga, marchese de los Velez, non fu nè meno perfido, nè meno crudele del duca d'Arcos. Giuseppe d'Alessi, filatore d'oro, nativo di Polizzi in Sicilia, ebbe in quest'insurrezione le stesse parti che Masaniello a Napoli; come lui fu ucciso il 22 di agosto da' suoi partigiani, comperati dal vicerè, e come lui fu pianto da quel popolo che avrebbedovuto difenderlo. Per ultimo a Palermo come a Napoli, dopo un'amnistia solennemente accordata, fu tirato nelle strade a mitraglia sopra il popolo, vennero appiccati tutti i capi, e le gabelle, che avevano cagionata la ribellione, e che il vicerè aveva abolite, furono ristabilite in tutta la loro estensione[265].

Ma nello stesso secolo venne scossa in Sicilia l'autorità spagnuola da un'altra sollevazione, dalla quale potevano aspettarsi più serie conseguenze, perchè gl'insorgenti trovavansi spalleggiati da Lodovico XIV, in allora giunto al più elevato grado della sua possanza. Tale insurrezione scoppiò in Messina in agosto del 1674. Sola di tutte le città della Sicilia Messina era di que' tempi governata, piuttosto come repubblica che come municipio, da un senato scelto in città, di cui il governatore spagnuolo altro non era che il presidente con limitatissima autorità. La libertà aveva conservata a Messina una prosperità sconosciuta in tutti gli altri regni di casa d'Austria.La città contava sessanta mila abitanti; il commercio vi aveva adunate grandissime ricchezze; le arti, le manifatture, l'agricoltura venivano egualmente incoraggiate; ma gli Spagnuoli risguardavano tanta prosperità come un pericoloso esempio per le vicine città, alle quali la vista di cotale prosperità poteva far desiderare i privilegj che avevano da gran tempo perduti. Altronde i governatori hanno tutti la stessa avversione per quei diritti che autorizzano i loro amministrati a resistere loro, e sono sempre solleciti di sopprimerli. Don Diego Soria, governatore di Messina, oppressava la città con nuove gabelle, sprezzava apertamente i diritti del senato, e cadde pure in sospetto d'aver voluto far perire tutti i senatori un giorno che li fece arrestare nel proprio palazzo. Questo forse malfondato timore fece scoppiare l'insurrezione. Gli Spagnuoli, scacciati dalla città, si ripararono nelle quattro fortezze che la circondano. Alcuni deputati spediti al duca d'Etrèe, ambasciatore in Roma di Lodovico XIV, gli offrirono pel suo re il possedimento di Messina, e con essa la sovranità della Sicilia. Tale offerta fu dall'ambasciatore avidamente accettata ed in appresso dalla sua corte.Lodovico XIV venne in Messina proclamato re di Sicilia; ed il commendatore Alfonso di Valbella si recò con sei navi da guerra a prendere possesso di quella città[266].

Nel susseguente anno il duca di Vivonne, ed in appresso il signore di Quesne intrapresero la conquista delle altre città della Sicilia, e la difesa di quelle che di già erano dai Francesi possedute. Accanite zuffe ebbero luogo tra i Messinesi e gli Spagnuoli, tra i Francesi e gli Olandesi alleati della corte di Spagna. Fu appunto nella più sanguinosa di tali battaglie che il valoroso ammiraglio Olandese Ruyter fu mortalmente ferito il 22 aprile del 1676[267].

Però Lodovico XIV aveva perduta la speranza di occupare tutta intera la Sicilia; e quando si aprirono in Nimegale conferenze per la pace, conobbe bentosto che una delle condizioni, cui sarebbe forzato di accettare, sarebbe l'evacuazione di Messina. Facendo di cotale cessione un articolo del trattato, avrebbe potuto facilmente ottenere un'amnistia per coloro che l'avevano servito, e fors'anco la ratifica degli antichi loro privilegj; ma parvegli che il proprio orgoglio avrebbe meno sofferto evacuando spontaneamente la città, senza condizione, senza esservi forzato, e come una semplice operazione militare. Prima del 17 di settembre del 1678, giorno in cui fu sottoscritta la pace di Nimega colla Spagna, Lodovico XIV mandò ordine al maresciallo de la Feuillade, che aveva il comando di Messina, di rassegnare la guardia della città agli abitanti, e di partire immediatamente con tutti i Francesi. Il senato ricevette questo crudele avviso, allorchè quasi tutti i Francesi erano di già imbarcati; desso supplicò la Feuillade di sospendere la sua partenza almeno pochi giorni, poichè non gli sovrastava verun pericolo, e di accordare in tale maniera agli sventurati Messinesi il tempo d'imbarcarsi con lui, onde sottrarsi ai carnefici della Spagna; per somma grazia non potè ottenere dal marescialloche quattr'ore di ritardo. In così breve spazio di tempo si rifugiarono sulla flotta francese sette mila persone, ma con tanto precipizio che tutte le famiglie si trovarono separate, e che in questa scena di spavento non vi fu una sola madre di famiglia che non perdesse lo sposo, il fratello, o taluno de' suoi figliuoli, non un fuggiasco che potesse seco trasportare soltanto tutto il suo effettivo danaro, o i suoi più preziosi effetti. Bentosto, il maresciallo, temendo che la sua flotta non fosse troppo carica, fece spiegare le vele, mentre due mila persone gli tendevano ancora dalla riva le braccia, e chiedevano ad alte grida di essere ricevuti a bordo.

Pur troppo giusto era lo spavento di quegli sciagurati. Il vicerè don Vincenzo Gonzaga pubblicò, gli è il vero, un'amnistia quando entrò in Messina, ma la corte di Madrid non tardò ad annullarla. Vennero confiscati tutti i beni de' fuorusciti; la città fu privata di tutti i suoi privilegj, e vi s'innalzarono monumenti ond'eternare la memoria del suo gastigo; furono banditi tutti coloro che avevano avuto qualche impiego sotto i Francesi, e condannati a morte quelli che avevano presa una parte più attiva nella ribellione. Di sessanta mila abitanti che popolavanoquella città, appena ne rimasero undici mila; e questa misera città non potè mai più rifarsi da tanto infortunio[268].

Dall'altro canto coloro, che dopo essersi sagrificati per la Francia, confidavano nella riconoscenza di Lodovico, e che il maresciallo de la Feuillade aveva condotti sulla sua flotta, vennero ripartiti in varie città della Francia e mantenuti a spese del re per un anno e mezzo; ma questi improvvisamente ordinò loro sotto pena della vita di uscire dal suo regno, e li privò d'ogni sussidio. Si videro allora uomini d'illustri natali, che fin allora avevano vissuto nell'opulenza, ridotti alla mendicità, ed altri riuniti in bande farsi assassini di strada. Mille cinquecento de' più disperati passarono in Turchia, ove abjurarono la fede, non volendo altri compagni che coloro, i quali abborrivano com'essi tutti i principi cristiani. Per ultimo soli cinquecento ottennero passaporti dagli ambasciatori spagnuoli per rientrare in patria; ma il nuovo vicerè di Sicilia, il marchese de las Navas, gli fece imprigionare di manoin mano che arrivavano; e tutti, ad eccezione di quattro, furono condannati o alla forca o alle galere[269].

Gli altri stati d'Italia furono ben lontani dal provare in questo secolo rivoluzioni di tanta importanza. Di tredici papi, che successivamente occuparono la cattedra di san Pietro, da Clemente VIII a Clemente XI, tre soltanto richiamano l'attenzione dello storico sul loro regno per avvenimenti di qualche importanza. Paolo V, dal 1605 al 1621, per le sue contese colla repubblica di Venezia; Urbano VIII, dal 1623 al 1644, per la guerra de' Barberini; ed Alessandro VII, dal 1655 al 1677, per gli oltraggi ricevuti da Lodovico XIV.

Paolo V, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Camillo Borghese, godeva somma riputazione per l'integrità de' suoi costumi, pel suo zelo per la religione, ed in particolare pel suo grande attaccamento alle immunità ecclesiastiche, le quali fino nel primo anno del suo regno si credette chiamato a difendere, perchè il consigliodel dieci aveva, in Venezia, fatti imprigionare un canonico di Vicenza, ed un abbate di Nervesa, accusati di enormi delitti, e perchè in tale occasione la repubblica aveva pure richiamata in vigore un'antica legge che vietava agli ecclesiastici l'acquisto di nuovi stabili. Paolo V intimò al doge di Venezia, sotto pena di scomunica, di dare in mano al nunzio Mattei i due prigionieri ecclesiastici e di rivocare una legge che sembravagli contraria ai diritti della Chiesa. Paolo V era persuaso che niun sovrano oserebbe resistere all'autorità pontificia; lo zelo religioso era stato riscaldato dai papi allevati nei tribunali dell'inquisizione che si erano succeduti in sul declinare del precedente secolo, dal fanatismo di Filippo II, dalla riforma del concilio di Trento, e dalla violenza delle guerre di religione di fresco terminate in Francia, e non ancora spente in Fiandra. La fermezza della repubblica di Venezia gli recò non poco stupore, e forse fu cagione che non procedesse a nuove usurpazioni. Piuttosto che cedere, i Veneziani incorsero la scomunica e l'interdetto contro di loro fulminati il 17 aprile del 1606. Ordinarono, sotto pena della vita, a tutti i preti e monaci dello statodi risguardare come non avvenuto quest'interdetto, e di continuare la celebrazione de' divini ufficj. I Gesuiti, i Teatini ed i Cappuccini, avendo ricusato di ubbidire, furono costretti ad uscire dal territorio della repubblica, ed i primi non vi furono nuovamente ricevuti che nel 1657. Paolo V, non volendo cedere, cominciò a fare leva di truppe per ispalleggiare colle armi i suoi decreti. I Veneziani fecero lo stesso, e chiesero l'assistenza del re di Francia, loro alleato. Questi (Enrico IV) s'interpose con zelo per terminare una lite che poteva risvegliare una guerra generale. Spedì il cardinale di Giojosa a Venezia, indi a Roma per trattare; ed appoggiò così bene la fermezza del senato di Venezia, che la repubblica, nell'accomodamento conchiuso in Venezia, il 21 aprile del 1607, nè rinunciò al diritto di tradurre gli ecclesiastici innanzi ai tribunali secolari, nè alla legge che proibiva loro l'acquisto di beni stabili, e soltanto consegnò al cardinale di Giojosa i due ecclesiastici ch'erano stati imprigionati, dichiarando di farlo solo per deferenza verso il re di Francia[270].

Durante il suo lungo papato Paolo V arricchì a dismisura i suoi nipoti; una ragguardevole parte dell'Agro Romanofu data ai Borghesi: e que' vastissimi poderi, di mano in mano ch'erano posseduti da più ricchi proprietarj, vedevano scemare il numero de' loro abitanti. I Borghesi troppo ricchi per non dissipare con principesco lusso l'entrate loro procurate dallo zio, non lo erano bastantemente per far coltivare la provincia che possedevano, e che rimaneva perciò destinata al pascolo.

Il cardinale Maffeo Barberini, innalzato alla santa sede il 6 d'agosto del 1623, sotto il nome di Urbano VIII, fu ancora più prodigo dei beni della chiesa verso i suoi nipoti. Nel periodo di ventun anni di regno, loro abbandonò tutta la direzione degli affari della chiesa, e fece loro avere più di cinquecento mila scudi d'entrata. Ma i Barberini non si appagavano delle ricchezze; volevano approfittare del loro predominio sullo spirito dello zio pressocchè rimbambitoper acquistare i ducati di Castro e di Ronciglione, feudi di casa Farnese, posti tra Roma e la Toscana[271].

Di quest'epoca que' due ducati, siccome ancora quelli di Parma e di Piacenza, erano governati da Odoardo Farnese nipote di Alessandro, l'illustre rivale di Enrico IV. Credeva Odoardo di essere per ereditario diritto un eroe ed un valente generale. Avendo contratti in Roma gravissimi debiti, di cui non pagava le usure, aveva dato al governo pontificio un plausibile pretesto per ordinare l'apprensione de' suoi feudi e per proporgli in seguito un trattato di vendita o di permuta; ma alle pretese dei Barberini egli oppose un'alterigia eguale alla loro, e non volle sapere di convenzioni. In tale occasione scoppiò una guerra tra la chiesa ed il duca di Parma nel 1641: e fu questa la sola in tutto questo secolo che avesse origine italiana. Tutte le altre guerre, che durante questo periodo insanguinarono il suolo della penisola, erano state provocate da oltremontani interessi. Il duca diModena, il gran duca di Toscana, e la repubblica di Venezia presero parte in questa guerra come alleati di Odoardo Farnese; fu guastato molto paese, e ruinate le finanze della chiesa e del ducato di Parma; ma non pertanto questa guerra fu ancora più ridicola che pregiudicevole ai combattenti. Taddeo Barberini, prefetto di Roma e generale della chiesa, che aveva adunati nel Bolognese diciotto in ventimila uomini, fuggì colla sua armata, che interamente si disperse alla sola notizia dell'avvicinamento del Farnese, sebbene si sapesse che questa non aveva più di tre mila cavalli. Ma lo stesso Odoardo per la sua instabilità, per una presontuosa ignoranza, e per una inconsiderata prodigalità, perdette tutto il vantaggio che gli avevano dato la viltà de' suoi nemici e la cooperazione de' suoi alleati. Perciò dovette riputarsi felice che, colla pace sottoscritta in Venezia il 31 maggio del 1644, si rimettessero le parti belligeranti nello stato in cui si trovavano prima della guerra[272].

Nel diciassettesimo secolo i papi più non avevano sullo stato politico dell'Europa quell'influenza che i loro predecessori avevano esercitata nel sedicesimo. I Borboni non avevano loro mostrata giammai la medesima deferenza che i monarchi spagnuoli. Pure dovevano i papi risguardarsi per lo meno come sovrani ne' loro stati, ed in potere in tale qualità di amministrare liberamente la giustizia nella propria capitale. Lodovico XIV parve disposto a contrastare ad Alessandro VII tale prerogativa, mantenendo, sotto nome di franchigia, la protezione che il suo ambasciatore accordava agli abitanti di tutto un quartiere di Roma, contro la giustizia papale. La disputa intorno alle franchigie, cominciata nel 1660 e rinnovata nel 1662, spinse agli estremi i Corsici della guardia del papa, i quali, dopo essere stati malmenati dai servitori dell'ambasciata francese, vennero in corpo ad insultare ed attaccare il duca di Crequì, ambasciatore di Francia. Per vendicarlo, Lodovico XIV rinviò il nunzio pontificio, occupò Avignone ed il contado Venosino, ed apparecchiòun'armata per attaccare Alessandro VII nella sua stessa capitale. In pari tempo chiese con alterigia una pubblica soddisfazione; e l'ottenne col trattato di Pisa del 12 febbrajo del 1664, avendo il papa ed i suoi nipoti accondisceso alle più umilianti condizioni[273].

La disputa delle franchigie si rinnovò con maggiore acerbità sotto Innocenzo XI. Avendo egli ottenuto dagli altri ambasciatori d'Europa l'abolizione delle loro franchigie, volle approfittare della morte del duca d'Etrès, accaduta in Roma il 30 gennajo del 1687, per abolire, prima che il re gli desse un successore, quelle di cui aveva goduto come ambasciatore di Francia: Lodovico XIV non volle acconsentirvi, e destinò ambasciatore presso la corte di Roma il marchese di Lavardino, colà mandandolo con una guardia di ottocento spadaccini per minacciare il papa perfino nella sua capitale. Costoro si afforzarono nel palazzo di Francia; e difesero le franchigie dell'ambasciatore francesecolle armi, non solo villanamente mancando al rispetto dovuto dal re al capo della sua chiesa, ma perfino ai riguardi che il più potente monarca avrebbe dovuto mostrare verso il più piccolo sovrano. L'affare delle franchigie non ebbe fine che nel 1693 sotto il papato d'Innocenzo XII, nella quale epoca Lodovico fu contento di desistere da un preteso diritto che manteneva l'anarchia, e favoreggiava il delitto negli stati del capo della cattolica religione[274].

Gli stati della Savoja e del Piemonte furono successivamente governati, in questo secolo, da cinque duchi, tre de' quali si resero illustri pel loro singolare ingegno. Pure questa casa, che nel susseguente secolo doveva acquistare tanta preponderanza in Italia, a stento potè in questo conservare quello stato di potenza cui era giunta ne' primi anni del medesimo. Se i suoi confini si mantennero press'a poco gli stessi, se le sue fortezze crebbero di numero e d'importanza,i suoi sudditi vennero crudelmente ruinati dalle guerre che si trattarono continuamente nel loro paese.

Carlo Emmanuele I, che in sul cominciare del secolo, regnava già da venti anni in Torino, e che morì soltanto il 26 di luglio del 1630, alle qualità che formano il grande capitano univa i talenti del sommo politico, ond'era risguardato come il più illustre principe d'Italia; ma la sua insaziabile ambizione, gl'intrighi, la mala fede dovevano finalmente inimicarlo con tutti i suoi vicini. Aveva a vicenda cercato di occupare Ginevra, l'isola di Cipro, Genova ed il Monferrato; ma non si era ristretto a muovere guerra soltanto a piccoli stati, aveva pure alternativamente attaccate la Francia e la Spagna, ed attirate nei suoi stati le armate di quelle grandi potenze; onde quando egli venne a morte, le sue migliori città si trovavano in potere de' suoi vicini[275].

Vittorio Amedeo, figliuolo di Carlo Emmanuele I, che aveva sposata Cristina di Francia, figlia d'Enrico IV, non fu meno valoroso, nè meno accorto di suo padre; ma più leale nella sua politica, e più costante nelle sue amicizie, non si attaccò che alla Francia. Ne' sette anni di continua guerra ch'egli sostenne, durante il breve suo regno, contro gli Spagnuoli, padroni del Milanese, non potè ricuperare che una parte di ciò che aveva perduto suo padre. La sua morte accaduta il 7 ottobre del 1637, riuscì fatale alla casa di Savoja; la sua vedova Cristina fu dichiarata tutrice de' figli, il maggiore de' quali, Francesco Giacinto, morì il 4 d'ottobre del 1638, ed il secondo, Carlo Emmanuele II, non aveva che quattro anni quando successe alla corona. Ma due fratelli di Vittorio Amedeo, il cardinale Maurizio ed il principe Tommaso, fondatore del ramo di Savoja Carignano, vedevano con estremo rincrescimento la reggenza in mano di una donna forestiera, che a parer loro non conosceva i veri interessi, nè la politica della loro casa. Contrastarono a Cristina l'autorità, e gli stati di Savoja trovaronsi avviluppati in lunghe guerre civili, per le quali Cristina implorò isoccorsi della Francia, ed i cognati di lei quelli della Spagna. Questi alleati posero a carissimo prezzo i loro sussidj: Cristina provò tutto l'orgoglio ed il despotismo del cardinale di Richelieu, i principi non soffrirono meno per la mala fede degli Spagnuoli, ed i popoli per lo spazio di oltre vent'anni furono tormentati dai Francesi e dagli Spagnuoli[276].

Carlo Emmanuele II, anche dopo uscito di tutela, non illustrò in verun modo il suo regno; e dopo la sua morte, accaduta il 12 giugno del 1675, i suoi stati sperimentarono nuovamente le disgrazie di un'altra minorità. Suo figlio Vittorio Amedeo aveva allora soltanto nove anni: ad ogni modo la reggenza della madre di lui, Giovanna Maria di Nemours, non fu così torbida come quella di Cristina. Vittorio Amedeo II, quando entrò negli affari, diede prove di somma abilità. Il 4 giugno del 1690 si associò alla lega della Spagna, dell'Inghilterrae dell'Olanda per contenere l'ambizione di Lodovico XIV. Abbandonò questo partito il 29 d'agosto del 1696 per entrare nell'alleanza del re di Francia; ed in tale circostanza si mostrò più pieghevole ed accorto che leale: cogli stessi artificj destramente adoperandosi tra rivali di lui più potenti assai, innalzò nel susseguente secolo la sua casa ad un più elevato grado, che prima non teneva, tra quelle de' principi d'Europa[277].

La Toscana, che ne' precedenti secoli ebbe così gran parte nella storia d'Italia, si fece appena osservare nel diciassettesimo. Il gran duca Ferdinando I regnava tuttavia in Firenze nel principio del secolo, che morì il 7 febbrajo del 1609. Dagli antichi Medici egli aveva ereditato quella considerazione pel commercio che gli altri principi italiani non sapevano apprezzare; cercò d'inspirare ai Toscani il gusto delle spedizioni marittime, cui non sono naturalmente inclinati; cambiò la fortezza di Livorno in città, abbellì il suo porto con magnifici lavori, e gli accordò quelle esenzioni che vi richiamaronoquasi tutto il commercio di cabotaggio del Mediterraneo[278]. Nello stesso tempo incoraggiò i cavalieri dell'ordine di santo Stefano ad armare in corso contro i Barbareschi. Nel 1607 sei galere tentarono di sorprendere Famagosta, e saccheggiarono Ippona nel susseguente anno[279]. Cosimo II, figlio e successore di Ferdinando I, si mostrò ancora più zelante del padre per la gloria della marina toscana; e sebbene la sua mal ferma salute e la povertà dell'ingegno non gli consentissero di parteciparvi personalmente, niuno fu di lui più appassionato per la gloria militare. Nel breve suo regno di dodici anni l'ordine di santo Stefano, in sull'esempio di quello di Malta, intraprese ogni anno qualche spedizione contro i Barbareschi[280]; ma Cosimo IImorì il 28 febbrajo del 1621; e Ferdinando II, suo figliuolo, essendo ancora fanciullo, tennero la reggenza la madre e l'ava[281].

Il lungo regno di Ferdinando II, che morì soltanto il 23 maggio del 1670, portò tutto intero il carattere delle donne che lo avevano educato; fu dolce, pacifico debole. Questo principe fu buono e non privo di talenti; ma un languore mortale si stendeva su tutte le parti dell'amministrazione; e sotto il suo regno ebbe cominciamento quell'universale apatia, che successe all'antica attività de' Toscani. Per altro la corte di Ferdinando II venne illustrata da uno zelo glorioso per le scienze naturali: le proteggeva caldamente suo fratello il cardinale Leopoldo de' Medici; e sotto i di lui auspicj nel 1657 fu fondata l'accademia delCimento, la quale fece le sue più belle sperienze a spese de' Medici[282].

Cosimo III, che del 1670 successe a suo padre Ferdinando II, aveva ricevuto da sua madre Vittoria della Rovere unospirito minuzioso e diffidente, un ridicolo fasto, un eccessivo bigottismo. Aveva egli sposata Margarita Luigia d'Orleans, cui il suo carattere lo rendette in breve odioso oltre ogni credere. Le loro contese, la ritirata della gran duchessa alla corte di Lodovico XIV, le di lei imprudenze, e la costanza del marito di lei a perseguitarla, sono le sole cose di cui parlano gli annali della Toscana fino alla fine del secolo. Intanto Cosimo III prodigava i suoi tesori nel comperare a caro prezzo nuovi convertiti, e nell'abbellire le Chiese; e la corte e la nazione, strascinate dall'esempio del principe, si abituavano all'ipocrisia ed alla dissimulazione[283].

I ducati di Parma e di Piacenza furono nel XVII secolo governati da quattro principi della casa Farnese, de' quali niuno seppe meritarsi l'amore de' suoi popoli, o il rispetto della posterità. Rannuccio I, che nel 1592 era succeduto a suo padre Alessandro, non aveva ereditata alcuna delle grandi qualità di questo eroe. Gli è vero che aveva sotto i di lui ordini dato prove di valore nelle guerredi Fiandra; ma il suo carattere era cupo, severo, avaro, diffidente: non voleva regnare che per mezzo del terrore, e questo terrore declinò bentosto in un accanito odio. Egli accusò la nobiltà d'avere contro di lui tramata una congiura, ed il 19 maggio del 1612, dopo un segreto processo, fece decapitare molti nobili, appiccare un maggior numero di plebei, e confiscare tutti i loro beni. Niuno in Italia si persuase della delinquenza de' giustiziati. Il duca di Toscana, cui Rannuccio aveva mandata copia del processo, manifestò apertamente la sua incredulità, rimandandogli un processo egualmente in così buona forma contro l'ambasciatore di Parma, come colpevole d'un omicidio in Livorno, mentre era a tutti noto che l'ambasciatore mai non era stato in quella città. Il duca di Mantova, che risguardava suo padre come accusato di avere avuto parte nella congiura, fu in procinto di dichiarare la guerra a quello di Parma per lavare quest'ingiusto sospetto[284]. Rannuccio I aveva da principio chiamato a succedergli suo figlionaturale Ottavio; ma in seguito avendo avuto figliuoli legittimi, si aombrò del bastardo, e lo chiuse in un'orrida prigione, ove lo lasciò miseramente perire. Rannuccio morì in sul cominciare di marzo del 1622; e perchè il suo figliuolo primogenito era sordo e muto, gli successe Odoardo Farnese II[285].

Odoardo Farnese era, più che eloquente, satirico, mordace, e presontuoso oltre misura. Voleva tutto fare da sè, e voleva dai suoi ministri ubbidienza e non consiglj. Sopra tutto credevasi nato per la guerra, e destinato a far rivivere i maravigliosi talenti di suo avo Alessandro. Pure l'eccessiva sua corpulenza, che in appresso trasmise ai suoi figliuoli, e che riuscì fatale a casa Farnese, doveva dargli poca attitudine ad ogni faticoso esercizio. Nel 1635 fece alleanza coi Francesi contro gli Spagnuoli, e questa prima guerra di Odoardo, terminata nel 1637, diede poco risalto ai talenti ch'egli supponeva di avere, ed espose i suoi stati a gravissimi danni. La sua seconda guerra coi Barberini, dal 1641 al 1644, che si era tirata in su le braccia a cagione della sua irregolaritànel pagare le usure de' grandiosi suoi debiti, fece ancora più apertamente conoscere la sua imprudenza e la sua poca abilità. Morì il 12 di settembre del 1646, liberando i suoi sudditi dalla fatica che cagiona l'attività quando non è sostenuta dai talenti, e dal pericolo in cui gli strascinava continuamente un principe mediocre che voleva parere uomo grande[286].

Il di lui erede, Rannuccio II, non aveva la ferocia di Rannuccio I, nè la presunzione di Odoardo; ma non perciò i Parmigiani furono più felici; perchè dall'indolenza e dalla debolezza del loro padrone si trovarono abbandonati alla prepotenza d'indegni favoriti. Uno di costoro, il marchese Godefroi, primo ministro di Rannuccio II, e ch'era stato suo precettore di lingua francese, nel 1649 lo trasse in una guerra colla corte di Roma, che fece perdere alla casa Farnese gli stati di Castro e di Ronciglione. Godefroi aveva fatto assassinare il vescovo di Castro; ed Innocenzo X,facendo cadere la vendetta di tale attentato sopra gl'innocenti, fece atterrare Castro, non lasciando sussistere tra le ruine di quella città che una colonna con un'iscrizione[287]. In appresso Rannuccio II fece decapitare il suo ministro e confiscarne le sostanze; ma senz'essere perciò in istato di governare da sè medesimo, e senza che i suoi sudditi raccogliessero verun beneficio da questo cambiamento, perchè nuove sanguisughe avevano preso il posto delle antiche. Rannuccio II morì soltanto l'undici dicembre del 1694, quando poteva di già prevedere la vicina estinzione della sua casa. Suo figlio primogenito Odoardo era morto prima di lui, il 5 settembre del 1693, soffocato da soverchia pinguedine, lasciando una figlia, Elisabetta, che fu poi regina di Spagna. Gli altri due figliuoli di Rannuccio II, Francesco ed Antonio, regnarono uno dopo l'altro, ma l'eccessiva loro corpulenza dava motivo di credere che non avrebbero prole[288].

Fra le famiglie sovrane dell'Italia la casa d'Este fu quella che nel diciassettesimo secolo produsse maggior numero di principi amati dai loro popoli; ma i suoi dominj, ridotti ai piccoli stati di Modena e di Reggio, più non le davano quell'importanza che aveva avuto nel precedente secolo. Cesare, che per la sua debolezza aveva perduto il ducato di Ferrara, morì soltanto l'11 dicembre del 1628. Suo figlio primogenito, Alfonso III, non regnò che circa sei mesi. Quest'uomo, temuto pel suo violento e sanguinario carattere, fu così scosso dalla morte di sua moglie, che abbandonò la sovranità il 24 di luglio del 1629, e ritirossi in un convento del Tirolo, ove si fece cappuccino[289].

Francesco I, che successe a suo padre Alfonso, si acquistò la riputazione di essere uno de' migliori capitani d'Italia, e de' migliori amministratori. In principio del suo regno aveva sposati gl'interessi della monarchia spagnuola, e per essa nel 1635 fece la guerra al duca di Parma, Odoardo Farnese, suo cognato. Per compensarlo di tali servigj nel 1636 l'imperatore gli concesse il piccolo principatodi Correggio, che venne incorporato a' suoi stati[290].

Del 1647 Francesco I passò al partito della Francia, e fece sposare a suo figlio Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, che gli recò in dote grandissime ricchezze; ed egli fu nominato allora generalissimo delle armi francesi in Italia. Fu più volte vittorioso degli Spagnuoli; ma senza che ciò compensasse a' suoi sudditi i guasti cui trovaronsi esposti. Questo principe morì il 14 di ottobre del 1658 in conseguenza d'una malattia contratta nell'assedio di Mortara[291].

Alfonso IV, che successe a Francesco suo padre, e che morì il 16 luglio del 1662, non fece verun atto degno di ricordanza, tranne il particolare trattato di pace fatto cogli Spagnuoli l'11 marzo del 1659. Il figlio di lui, Francesco II, che fu per una metà del suo regno sotto la reggenza di sua madre, e per l'altra volontariamente subordinato all'autorità di don Cesare, suo fratello naturale, morì il dì 6 settembre del 1694, senzalasciare memoria alcuna del suo debole governo; e Rinaldo, in allora cardinale e secondo figlio di Francesco I, successe a suo nipote. Le disgrazie che gli si apparecchiavano nella guerra della successione della Spagna non ebbero cominciamento che col susseguente secolo[292].

La casa di Gonzaga, sovrana nel diciassettesimo secolo dei due ducati di Mantova e del Monferrato, accese pel proprio interesse molte guerre che guastarono l'Italia, senza che un solo dei suoi capi siasi meritato nelle sue calamità la stima o la compassione. Vincenzo I, Francesco IV, Ferdinando e Vincenzo II, che occuparono successivamente il trono fino alla morte dell'ultimo, accaduta il 26 dicembre del 1627, furono uomini affatto perduti ne' piaceri e nella dissolutezza, che diedero ai loro sudditi l'esempio d'ogni genere di scandali, e gli oppressero colle più onerose imposte, ora per soddisfare al loro gusto di prodigalità ed al loro fasto, ora per collocare con ruinose doti sul trono imperiale principesse della casa Gonzaga. Vincenzo II morì senza figliuoli, ed il ramo de' Gonzaga, duchi di Nevers, stabilito in Francia,ed in allora rappresentato da Carlo, nipote del duca Federico II, ch'era morto nel 1540, venne chiamato alla successione di Mantova. Quella del Monferrato era un feudo femminino, e doveva passare a Maria, figlia di Francesco IV e di una principessa di Savoja. Ma la stessa notte in cui morì Vincenzo II, Carlo duca di Rethel, figlio di Carlo duca di Nevers, ch'era venuto a Mantova per raccogliere l'eredità di suo cugino, di cui prevedeva il vicino fine, sposò Maria, erede del Monferrato; di modo che l'intera eredità dell'ultimo duca passò nel ramo di Nevers[293].

Questa successione di un principe francese nel centro dell'Italia offese in pari tempo il duca di Savoja Carlo Emmanuele, che non era stato interpellato intorno al matrimonio di sua nipote, e l'imperatore Ferdinando II, da cui non aveva il nuovo duca aspettata l'investitura. Il ducato di Mantova fu invaso da quellestesse armate imperiali accostumate al saccheggio ed alla ferocia nella lunga guerra contro i protestanti che allora desolava la Germania, e che in appresso fu poi intitolata la guerra de' trent'anni. Mantova fu sorpresa il 18 di luglio del 1630 dal conte di Collalto, Altringer e Gallas, e saccheggiata con orribile crudeltà[294]. Le calamità del Monferrato, sebbene meno appariscenti, furono più lunghe e più dolorose. Fino alla pace dei Pirenei nel 1659, il Monferrato fu costantemente il teatro delle battaglie delle grandi potenze, ed a vicenda saccheggiato dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Savojardi e dai Tedeschi, diviso da ogni trattato fra i diversi principi, e quasi abbandonato dai suoi duchi che sentivano l'impossibilità di difenderlo[295].

Il 25 settembre del 1637, Carlo II era succeduto a suo padre Carlo I, e Ferdinando Carlo successe il 15 di settembre del 1665 a suo padre Carlo II, senza che la sorte degli abitanti del Monferrato si rendesse migliore. L'ultimo di questi principi, più dissoluto, più insensibile al disonore, più non curante delle disgrazie de' suoi sudditi che non lo erano stati i suoi predecessori, vendette nel 1681 Casale, la capitale del Monferrato, a Lodovico XIV, per andare a dissipar nei piaceri del carnevale di Venezia il danaro, che mai non bastava alle sue stravaganze. I suoi sudditi di Mantova gemevano sotto il peso di enormi tasse, e quelli del Monferrato si trovavano esposti alle estorsioni de' militari, mentre egli s'aggirava mascherato nelle sale da ballo e ne' postriboli, e non arrossiva di far conoscere i suoi vergognosi piaceri ad un popolo straniero che non aveva bisogno di dissimulare il suo disprezzo, e ad un senato che vietava ai nobili di Venezia perfino d'intrattenersi con lui[296].

La casa sovrana dei duchi d'Urbino si spense in principio del XVII secolo. Il vecchio duca Francesco Maria della Rovere, che regnava fin dal 1574, avendo veduto nel 1623 morire vittima delle sue dissolutezze l'unico suo figlio il principe Federico, acconsentì ad abdicare nel 1626 la sua sovranità a favore della Chiesa. Sua nipote, Vittoria della Rovere, maritata con Ferdinando II dei Medici, non portò a Ferdinando in eredità che i beni patrimoniali di sua famiglia. Il ducato d'Urbino, riunito alla diretta della santa sede, perdette la sua opulenza, la sua popolazione e tutti i vantaggi che gli aveva saputo procurare la più gentile corte d'Italia; ed il vecchio duca, che morì soltanto nel 1636, ebbe tempo di vedere il decadimento dei paesi che tanto tempo avevano prosperato sotto il dominio della sua famiglia[297].

Il governo di Lucca, vedendo di non potersi mantenere che nel silenzio, e col farsi dimenticare dalle potenze che avevano in mano i destini dell'Europa, aveva vietato di pubblicare veruna storia nazionale; perciò la repubblica di Luccanon lasciò di sè in questo secolo verun'altra memoria che quella di due piccole guerre contro il duca di Modena nella Garfagnana, cominciate senza motivi nel 1602 e nel 1613, e terminate senza gloria coll'intervento della Spagna[298].

Nel corso di questo secolo la repubblica di Genova si lasciò strascinare dall'influenza della corte spagnuola in due guerre col duca di Savoja, nel 1624 e 1672. Non era appena terminata la prima, che l'ambasciatore di Savoja risvegliò le sopite fazioni della nobiltà e dell'ordine popolare, e nel 1628 trasse Giulio Cesare Vachero, ricco mercante dell'ordine popolare, in una congiura ordita per rovesciare la costituzione[299].

Dopo l'atto di mediazione del 1576, la repubblica di Genova erasi conservata divisa in due fazioni. Comprendeva la prima circa cento settanta famiglie registrate nel libro d'oro, e che avevano il diritto di sedere in consiglio. Parte di queste appartenevano all'antica nobiltà; altre erano state di fresco aggregate all'aristocrazia; e tra queste erano scoppiatele ultime dissensioni calmate dall'atto di mediazione. Ma un secondo ordine nella repubblica era composto delle famiglie non inscritte, tra le quali contavansene allora più di quattrocento cinquanta che possedevano non meno di cinquanta mila fino ai settecento mila scudi, ed erano decorate di prelature, di feudi, di commende e di titoli di contee e di marchesati. Le prime, rese orgogliose dal privilegio di possedere esclusivamente la sovranità, affettavano sommo disprezzo verso le altre, che pure si credevano non da meno di loro. L'atto di mediazione aveva bensì ordinato che ogni anno s'inscrivessero dieci famiglie nuove nel libro d'oro, cioè sette della capitale e tre delle città delle due riviere; ma questa legge veniva quasi sempre delusa, oppure il senato, quand'era forzato a procedere alla scelta, o non ammetteva che celibatarj e persone fuori di speranza d'avere successione, onde non accrescere il numero delle famiglie dominanti, o finalmente soltanto famiglie affatto povere, affinchè queste rimanessero più dipendenti dall'oligarchia[300].

Era appunto l'insolenza de' più poveri cittadini inscritti nel libro d'oro, che più vivamente offendeva i ricchi mercanti ed i signori feudatarj esclusi dal governo. Giulio Cesare Vachero, sebbene mercante, aveva adottate le costumanze che di que' tempi risguardavansi come proprie de' gentiluomini: camminava sempre armato ed in abito militare, ed era circondato da sicarj, che spesso adoperava per vendicarsi con assassinj. Parecchi saluti più volte a lui ricusati da persone del governo, parecchi moti, sogghigni derisorj, ed insulti sofferti da sua moglie erano di già stati puniti collo spargimento di molto sangue; ma nuove offese accrescendo sempre il suo risentimento, egli associò alle sue vendette moltissimi ricchi cittadini esclusi dal libro d'oro; moltiplicò il numero de' suoi sicarj; diffuse grandi somme di danaro tra il popolo onde averlo ubbidiente, senza avere bisogno di partecipargli il suo progetto, e risolse di attaccare il palazzo il giorno primo di aprile del 1628, di forzare la guardia tedesca, di gettare giù dai balconi i senatori, di uccidere tutti i cittadini registrati nel libro d'oro, e di riformare la repubblica, della quale egli sarebbe dichiarato doge,sotto la protezione del duca di Savoja. La trama fu scoperta il 30 di marzo da un capitano piemontese cui il Vachero aveva palesato il segreto. La maggior parte de' congiurati ebbe tempo di fuggire; ma vennero arrestati il Vachero ed altri cinque o sei, i quali tutti, dopo una processura che rendeva aperto il loro delitto, furono giustiziati malgrado le rimostranze del duca di Savoja, che si levò affatto la maschera, si dichiarò capo della congiura, e minacciò la repubblica di rappresaglie[301].

Un'altra volta la repubblica di Genova richiamò sopra di sè gli sguardi dell'Europa pel barbaro trattamento fattole da Lodovico XIV, il 18 di maggio del 1684, quando questo monarca, senza poter rinfacciare ai Genovesi verun atto d'ostilità, veruna prova di cattiva volontà, niun altro torto finalmente, fuorchè quello d'avere impedito il contrabbando del sale nel proprio territorio, ed armate quattro galere per la propria difesa, mandò in faccia alla città una squadra comandata dal marchese di Seignelay. In tre giorni vi fece piovere quattordicimila bombe; distrusse la metà de' suoi magnifici edificj, ed all'ultimo chiese che lo stesso doge si portasse a Versailles per iscusarsi degl'immaginarj torti della repubblica[302].

La repubblica di Venezia rialzossi in questo secolo con nuovo vigore dallo spossamento cui pareva dovesse soggiacere nel precedente secolo; e sola osò mostrarsi premurosa della difesa dell'italiana indipendenza. Abbiamo di già osservato con quanta costanza rispinse gli attacchi di Paolo V, e conservò i diritti della sua sovranità malgrado gl'interdetti e le scomuniche di Roma. In principio del secolo, nel 1601 e 1615, difese collo stesso vigore la sua sovranità sull'Adriatico contro le piraterie degli Uscocchi di Signa, sebbene questi popoli schiavoni, protetti dall'arciduca Ferdinando di Stiria, potessero strascinarla in una guerra con tutta la potente casa d'Austria[303].

I Veneziani, tratti dalle ostilità loro col papa e colla casa d'Austria, si avvicinarono al partito protestante, poichè di quest'epoca l'Europa era piuttosto divisa dalla religione che dalla politica. Infatti nel 1617 contrassero alleanza cogli Olandesi, mentre che il duca di Savoja loro alleato si assicurò de' soccorsi del maresciallo di Lesdiguieres, capo de' protestanti del mezzodì della Francia. Queste due potenze furono le prime in Italia che osarono cercare appoggio tra gli eretici. Perciò, quando scoppiò la guerra dei trent'anni, i protestanti di Germania si affidarono ai soccorsi di queste due potenze. Il conte di Thurn, Bethlem Gabor, il conte di Mansfeld e Ragotzi ricevettero più volte dal senato danaro e munizioni, senza che questi venisse giammai ad aperte ostilità colla casa d'Austria[304].

I duchi d'Ossuna e di Toledo, orgogliosi vicerè spagnuoli che allora governavano il regno di Napoli ed il ducato di Milano con una quasi assoluta indipendenza, risguardarono la repubblicadi Venezia come una nemica che si doveva distruggere. Impiegarono alternativamente contro di lei la forza aperta ed i tradimenti, e d'accordo col marchese di Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, ordirono nel 1618 una congiura, che pareva piuttosto diretta all'intera ruina della città, che alla sovversione del suo governo: i principali colpevoli furono puniti, ma il senato, temendo il risentimento della corte di Spagna, non osò rendere pubbliche queste processure, o apertamente accusare i veri instigatori de' congiurati[305].

Conoscendo tuttociò che temere dovevano dall'ambizione e dalla nimicizia della casa d'Austria, i Veneziani si aombrarono vedendo nel 1619 gli Spagnuoli tentare di assicurarsi una comunicazione colla Germania per via delle fortezze che fabbricavano nella Valtellina, sotto colore di proteggere i cattolici di quella provincia contro i Grigioni protestanti, lorosovrani. I Veneziani si collegarono coi Grigioni; sollecitarono l'intervento della Francia, e persuasero il cardinale di Richelieu a secondarli. La pace che fissò la sorte della Valtellina si conchiuse il 6 marzo del 1626; ma per la lentezza e per gli artificj degli Spagnuoli, i Grigioni non riebbero il possedimento della sovranità di quella provincia che nel 1637, guarentendo il mantenimento della cattolica religione[306].

Nella seconda metà del XVII secolo i Veneziani dovettero portare le loro forze in altro luogo; e l'improvviso attentato de' Turchi contro l'isola di Candia, ch'ebbe luogo il 23 giugno del 1645, li ravvicinò di nuovo alla casa d'Austria, colla quale ebbero allora comuni interessi[307]. La guerra che di quei tempi ebbe cominciamento tra i Veneziani ed il sultano Ibrahim fu la più lunga e la piùruinosa che la repubblica avesse mai sostenuta contro l'impero Ottomano: durò venticinque anni, e fu illustrata da gloriose vittorie navali. Due fra l'altre ne furono riportate ai Dardanelli, una il 21 giugno del 1655 da Francesco Morosini, l'altra il 26 di giugno del 1656 da Lorenzo Marcelli. Ma a dispetto de' miracolosi sforzi di valore, e malgrado i loro vantaggi, che sarebbero stati decisivi con un nemico meno potente, i Veneziani non poterono fare in modo che il gran Visir non assediasse la stessa città di Candia il 22 di maggio del 1667. Quest'assedio fu sostenuto con indicibile valore dai Cristiani, che furono soccorsi da quasi tutti i principi dell'Occidente. Prodigiosa fu la mortalità da ambedue le parti; la peste saccheggiò il campo musulmano; ogni opera avanzata, ogni rivellino, ogni bastione fu difeso finchè trovossi ridotto in un mucchio di ruine. Il duca di Beaufort vi perdette la vita; il duca di Navailles abbandonò la difesa della città, e s'imbarcò con tutti i Francesi malgrado le caldissime istanze di Francesco Morosini, che credeva di potersi ancora difendere. All'ultimo Candia fu costretta a capitolare il 6 di settembre del 1669. La repubblica rinunciò aldominio dell'isola di Creta, e conservò gli altri suoi possedimenti in Levante[308].

Ma i Veneziani mal sapevano accomodarsi alla perdita di Candia; tenevano aperti gli occhi, onde approfittare della prima opportunità per rifarsi sull'impero Ottomano; e credettero di averla trovata in tempo della guerra che la Porta dichiarò all'Austria nel 1682. Il 5 marzo del 1684, colla mediazione di papa Innocenzo XI, i Veneziani si allearono coll'imperatore Leopoldo e con Giovanni Sobieschi, re di Polonia. Diedero il comando delle loro truppe a Francesco Morosini, che si era acquistata tanta gloria nella guerra di Candia, e con un singolare tratto di confidenza, di cui la loro repubblica aveva dati rarissimi esempj, gli lasciarono il comando degli eserciti anche dopo averlo nominato doge. I loro sforzi furono coronati da luminosi successi; e questa seconda guerra, che durò quindici anni,riparò ai disastri della precedente. Nel 1684 i Veneziani conquistarono Santa Maura, nel 1686 e 1687 occuparono tutta la Morea, ed a queste conquiste aggiunsero nel 1694 quella dell'isola di Scio, che perdettero nel susseguente anno. Al generale Svezzese conte di Konigsmark, che aveva preso servigio sotto le bandiere della repubblica, si dovette il principale merito di queste vittorie. Ma perchè Venezia si esauriva colla lunghezza di questa guerra, dessa accettò con piacere la tregua di Carlowitz del 26 di gennajo del 1699, che le lasciava il possedimento della Morea, dell'isola d'Egina, di Santa Maura, e di molte altre fortezze conquistate in Dalmazia[309].


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