CAPITOLO CXXV.

CAPITOLO CXXV.Ultime rivoluzioni degli antichi stati dell'Italia dopo l'apertura della guerra per la successione di Spagna fino all'epoca della rivoluzione francese.1701 = 1789.Da oltre un secolo e mezzo l'Italia aveva piegato il collo sotto il giogo straniero; la libertà era stata distrutta nelle repubbliche, l'indipendenza de' principi negli stati assoluti, ovunque la guaranzia sociale de' cittadini. Sotto il peso di questa calamità qualunque orgoglio nazionale dovette spegnersi nel petto degl'Italiani, cessare dovette qualunque virtù pubblica, e gl'Italiani vedendo di più non poter aspirare alla gloria, si abbandonarono alla mollezza ed al vizio. Più non sursero ingegni che si preservassero dai difetti della debolezza, cioè dalla dissimulazione e dalla doppiezza; le lettere si corruppero colla pubblica morale, e l'ingegno non tardò a soggiacere alla sorte delle virtù. Il gusto de' così detti seicentisti non fu meno depravato della politica de' loro coetanei. I Marini e gli Achillini nella poesia, il Bernino nellearti, ebbero una riputazione analoga a quella dei Concini, dei Mazarini, delle Catarina e Maria dei Medici nel governo e nell'intrigo; e la terra ridotta in servitù più non produsse che frutta viziate.L'Italia fu ruinata dalla guerra nella prima metà del diciottesimo secolo, presso a poco come nella prima metà del sedicesimo. Erano i medesimi popoli, Francesi, Spagnuoli e Tedeschi, che se ne contrastavano il possedimento; ma la loro maniera di combattere era di già diventata meno crudele, e lasciava ai popoli più lunghi intervalli di riposo. Essi volevano disporre delle province italiane, secondo che loro meglio conveniva, o a seconda de' pretesi diritti di famiglia, senza avere verun riguardo agl'interessi de' popoli, ai loro diritti, ai loro desiderj: ma il risultamento de' loro sforzi fu precisamente il contrario di quello che avevano avuto le guerre del sedicesimo secolo. Queste avevano ridotti i più nobili principati d'Italia in province di estere monarchie; le guerre del secolo diciottesimo loro restituirono sovrani nazionali. Desse crearono ai più esposti confini una nuova potenza capace di difendere l'Italia; e fissarono un giusto equilibrio tra i suoi vicini.La pace d'Aquisgrana del 18 ottobre 1748 avrebbe ristabilita l'indipendenza dell'Italia, se potesse sussistere indipendenza senza libertà e senza spirito nazionale. Sagge e giuste erano le basi di questa pace per quanto si poteva sperarlo da un congresso in cui i popoli non avevano rappresentanza; perciò l'Italia ci presenta in questo secolo una grande esperienza politica, i di cui risultati sono degni di osservazione. L'Europa, dopo di avere in certo qual modo distrutta una grande nazione, sente il male che ha fatto a sè medesima, privandola dell'esistenza. Le quattro guerre di un mezzo secolo terminarono con altrettanti trattati, che rialzarono sempre più l'indipendenza italiana. Non avvi cosa che gli stranieri non facciano per gl'Italiani, fuorchè quella di rendere loro la vita. Alle guerre succedono quarant'anni di pace, e sono questi quarant'anni di mollezza, di debolezza, di dipendenza; di modo che con questo esperimento i diplomatici dovrebbero convincersi, che non si ristabilisce l'equilibrio d'Europa, quando non si oppongono che forze morte a forze vive; e che non si guarentisce l'indipendenza di una nazione, quando non si chiama quella medesima nazione a difendere ilproprio interesse e che non le si dà nè onore, nè energia per mantenersi.Con quattro successive guerre si cambiò l'equilibrio d'Italia sul principio del diciottesimo secolo, ed i quattro trattati che le terminarono, stabilirono nuove dinastie, che poco più poco meno presero il luogo delle antiche.La guerra della successione di Spagna dal 1701 al 1718 si era cominciata da quasi tutte le potenze d'Europa contro la casa di Borbone per contrastare a questa l'eredità di Carlo II, ultimo monarca del ramo austriaco di Spagna. Lodovico XIV aveva preteso di raccoglierla tutt'intera pel secondo de' suoi nipoti, cui aveva di già posto in possesso dei quattro grandi stati che Carlo V aveva lasciati in Italia ai suoi discendenti, Milano, Napoli, la Sicilia e la Sardegna. Ma le forze dell'Europa unite contro di lui, dopo avere lungamente guastate le province, ch'egli pretendeva difendere, una dopo l'altra gliele ritolsero. La defezione del duca di Savoja, che nel 1703 passò al partito de' suoi nemici, contribuì più di tutto a fargli perdere l'Italia. Il 13 marzo del 1707 i Francesi furono forzati ad evacuare la Lombardia; il 7 di luglio dello stesso anno perdetteroil regno di Napoli; e la Sardegna fu tolta alla casa di Borbone alla metà d'agosto del 1708. Di tutta l'eredità della casa d'Austria in Italia Filippo V più non aveva che la sola Sicilia, la quale poi cedette col trattato di pace; di modo che i trattati d'Utrecht dell'11 aprile del 1713 e di Rastad del 6 marzo 1714, che terminarono la guerra della successione di Spagna, disposero di tutti i paesi che Carlo Quinto aveva riuniti alla monarchia Spagnuola, e coi quali aveva renduto dipendente da quella monarchia il resto dell'Italia[310].Il Milanese, il regno di Napoli e la Sardegna furono ceduti alla casa d'Austria tedesca, che inoltre acquistò in Italia il Mantovano, confiscato a pregiudizio dell'ultimo Gonzaga. Queste province passavano da monarca straniero a monarca straniero, e l'indipendenza italiana invece di guadagnare a questi cambiamenti, forse perdeva, perchè il nuovo monarca era più vicino. Ma da un altro canto il sovrano più militare dell'Italia acquistò provinceche davano maggiore consistenza a' suoi stati, e lo mettevano più a portata di farsi rispettare in avvenire. Il Monferrato venne aggiunto al Piemonte con alcuni piccoli distretti staccati dalla Francia, e nello stesso tempo il regno di Sicilia fu accordato a Vittorio Amedeo II, di modo che l'Italia contò nuovamente in quest'epoca un re tra i suoi principi[311].Il cardinale Alberoni, che dispoticamente governava la Spagna a nome di Filippo V, sempre schiavo di un favorito, non poteva darsi pace che pel trattato d'Utrecht la Spagna avesse perduto quel dominio d'Italia che aveva conservato quasi due secoli. Colle forze rendute alla Spagna da quattro anni di pace e da un'amministrazione alquanto meno oppressiva, volle tentare di ricuperare in Italia la perduta influenza. Facendo adottare al gabinetto borbonico di Madrid la politica del gabinetto austriaco, cui era succeduto, principiò con un tradimento. In mezzo alla pace, un'armata spagnuola sbarcata in Sardegna il 22 d'agosto del1717 occupò quell'isola cacciandone gli Austriaci. Lo stesso fece nella Sicilia a danno de' Piemontesi nel susseguente anno, dopo avere egualmente ingannata la corte di Torino. Questa guerra ricevette il suo nome dalla quadruplice alleanza formata per frenare la Spagna. La Francia in allora governata dal reggente duca d'Orleans, geloso del re di Spagna, e l'Inghilterra e l'Olanda si unirono all'imperatore per difendere l'Italia contro l'ambizione del cardinale Alberoni. Questa guerra fece spargere poco sangue, e cagionò pochi guasti. La vicina estinzione delle case Medici e Farnese, alle quali più non rimaneva speranza di successione, dava alle potenze mediatrici il modo di prendere compensi nel continente dell'Italia, essendo loro piaciuto di risguardare come vacanti, per l'estinzione delle sovrane famiglie, gli stati di Parma e di Toscana. La corte di Spagna fu soddisfatta nel suo desiderio d'aggrandimento, quando il 17 febbrajo del 1720 accedendo essa alla quadruplice alleanza, le fu promessa invece delle isole di Sicilia e di Sardegna, ch'essa aveva conquistate, la successione de' Medici e dei Farnesi per don Carlo, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, cui quest'ambiziosamadre cercava di formare uno stabilimento indipendente da suo fratello primogenito. Fu egualmente soddisfatta l'ambizione di casa d'Austria, perchè riprese a Vittorio Amedeo la Sicilia, popolata di 1,300,000 abitanti, e gli diede invece la Sardegna che non ne contava che 423,000. I piccoli principi ed i popoli furono i soli sagrificati. Pure travedevasi tuttavia un pensiere dell'indipendenza italiana nella formazione di una nuova sovranità pel principe di Spagna che veniva a stabilirsi in Italia, invece di aggiugnere gli stati che gli si davano all'una o all'altra delle grandi monarchie che s'arrogavono il diritto di disporre della sorte de' popoli indipendenti[312].La terza guerra che variò l'equilibrio d'Italia in questo secolo fu egualmente breve ed accompagnata da pochi guasti. Per rispetto alla sua origine non sarebbesi dovuto credere che potesse esserne il teatro l'Italia, essendosi questa eccitata nel 1733 per la contrastata elezione di un re di Polonia. Ad ogni modo perchè i re di Francia di Spagna e di Sardegna entrarononella stessa lega contro l'Austria, questa sperimentò i pericoli annessi ai lontani possedimenti presso un popolo di costumi e di lingua diverso, che invece di sagrificarsi per difendere il suo padrone, fa di già molto quando non si prevale dell'occasione per ribellarsi e scuotere il giogo. La casa d'Austria fu spogliata di tutti i suoi stati in Italia; i Francesi uniti ai Piemontesi conquistarono il Milanese; gli Spagnuoli i regni di Napoli e di Sicilia; di modo che l'Austria dovette accomodarsi alle svantaggiose condizioni che le vennero imposte dai preliminarj sottoscritti a Vienna il 3 ottobre del 1735, e riconfermati col trattato di Vienna del 18 novembre del 1738[313].Questa terza pace restituì alle due Sicilie l'indipendenza che avevano perduta da più secoli. Il regno di Napoli era passato sotto il dominio di un'estera potenza fino dal 1501, e quello della Sicilia fino dal 1409. Più di sei milioni di sudditi italiani furono di nuovo assoggettati ad un sovrano nato da un'italiana, educato alcun tempo in Italia, edestinato a fissarvi la sua residenza e quella de' suoi figliuoli. Questi due regni parevano riunire tuttociò che danno la forza e la ricchezza, grossa popolazione, delizioso clima, prodotti di ogni genere, facile navigazione e confini di facile difesa. La stessa pace dilatò i confini del re Sardo; furono staccati dal Milanese Novara e Tortona coi loro territorj per essere uniti al Piemonte. Dall'altro canto il rimanente dello stato milanese e del ducato di Mantova furono restituiti alla casa d'Austria; ed in compenso di quanto questa aveva perduto, il trattato di Vienna le accordò pure il ducato di Parma, che doveva essere di nuovo unito a quello di Milano, ed il gran ducato di Toscana che doveva formare un principato indipendente per Francesco duca di Lorena, sposo di Maria Teresa e futuro imperatore[314].Ma il trattato di Vienna non procurò all'Italia che un breve riposo. Il ramo tedesco della casa d'Austria si spense nell'imperatore Carlo VI il 20 ottobredel 1740, pochi anni dopo il ramo spagnuolo. Invano aveva questo monarca cercato di assicurare la successione dei suoi stati a sua figlia Maria Teresa; gli stessi sovrani che avevano guarentita la prammatica sanzione (così Carlo VI intitolò la legge pubblicata nel 1713, colla quale chiamava le figlie alla successione de' suoi stati), presero le armi dopo la sua morte, per contrastarne l'eredità a sua figlia. I tre rami della casa di Borbone di Francia, di Spagna e di Napoli si associarono al re di Sardegna per attaccare la casa d'Austria in Italia. La lotta fu lunga ed accanita; e di principal danno all'Italia fu lo essersi il re Sardo staccato in settembre del 1743 dalla lega della casa borbonica per unirsi a Maria Teresa, che gl'Inglesi avevano preso a difendere. Quasi tutta l'Italia trovossi esposta ai guasti delle armate, ed i paesi neutri, lo stato della chiesa in particolare, contrastati fra i combattenti, non soffrirono forse meno di quelli delle potenze belligeranti. Finalmente, dopo sette anni di guerra e di disgrazie, gli articoli preliminari sottoscritti ad Aquisgrana il 30 aprile del 1748 e seguiti da un definitivo trattato di pace del 18 ottobre dello stesso anno rendettero la paceall'Italia, e stabilirono le relazioni dei suoi diversi stati. I ducati di Milano e di Mantova furono i soli stati d'Italia conservati sotto il dominio di estera potenza, perchè restituiti alla casa d'Austria; ma ne vennero staccati alcuni distretti a favore del re di Sardegna. I ducati di Parma e di Piacenza, che i precedenti trattati avevano uniti al Milanese, furono staccati un'altra volta per farne una sovranità indipendente a favore di un quarto ramo della casa di Borbone, di don Filippo, fratello del re di Spagna e del re di Napoli. Il gran ducato di Toscana fu restituito all'imperatore, ma per essere ceduto al suo secondogenito, onde formare la sovranità di un secondo ramo della sua casa. Il duca di Modena e la repubblica di Genova, che si erano alleati ai Borboni, furono rimessi in tutti i loro possedimenti, e l'indipendenza dell'Italia fu intera, per quanto potevano darla i re che regolavano la di lei sorte[315].Ma l'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, non acquistò maggiore potenza politica di quella che avesse per lo innanzi, nè potè più che farsi per lo innanzi rispettare o temere dai suoi vicini; essa non trovò i suoi abitanti apparecchiati a difendere un nuovo ordine politico che loro non procacciava nè gloria nè felicità; e sebbene essa superasse quasi tutti i popoli del continente in popolazione ed in ricchezze, mai non ottenne di lunga mano il rispetto che aveva ottenuto al suo piccolo popolo il sovrano delle arenose marche del Brandeburgo. Il restante della storia generale d'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, più non offre avvenimenti; gli scrittori periodici, che si credevano obbligati a dare le notizie dell'Italia nei loro giornali, per lo spazio di quarant'anni non intrattennero il pubblico che intorno a dispute teologiche, ad alcuni nuovi regolamenti fatti da' principi di loromotu proprioe senza consultare i loro popoli, di feste, di matrimonj, di funerali e di viaggi de' sovrani. Quegli avvenimenti ch'ebbero qualche influenza sui susseguenti tempi, si presenteranno opportunamente nella rapida occhiata storica de' varj stati dell'Italia.Fino dal 12 giugno del 1675 la Savoja ed il Piemonte erano governati da Vittorio Amedeo II, che per altro non oltrepassava i trentaquattr'anni in principio del decimottavo secolo. Nel 1697 e 1701 aveva maritate le due sue figliuole ai due nipoti di Lodovico XIV, il duca di Borgogna ed il duca d'Angiò, poscia re di Spagna; ed aveva preso in principio della guerra della successione di Spagna il comando delle armate francesi e spagnuole in Italia, col titolo di generalissimo. Ma più che il paterno affetto era in lui potente l'ambizione; e nel 1696 egli aveva di già mostrato di non essere troppo scrupoloso osservatore delle sue promesse. Credeva di non avere più sicuro mezzo d'ingrandire i suoi stati, che quello di accordare la sua alleanza al migliore offerente; e se il Milanese veniva una volta in mano della casa di Borbone, poca speranza gli restava di fare nuove conquiste. L'imperatore e le potenze marittime gli fecero segretamente vantaggiose condizioni, ch'egli accettò in luglio del 1703. Il duca di Vandome, che aveva sotto i suoi ordini nel Mantovano un corpo di truppe piemontesi, avuto sentore dell'accaduto, le fece disarmare il 29 di settembre, ed il giorno 3 dicembredello stesso anno Lodovico XIV dichiarò la guerra a Vittorio Amedeo[316].Il duca di Savoja aveva preferiti alleati potenti, ma lontani, a quelli che lo circondavano da ogni banda, e ch'erano tuttavia abbastanza forti per punirlo crudelmente della sua diserzione. I suoi stati furono nello stesso tempo invasi su tutti i punti dalle armate francesi e spagnuole: tutta la Savoja fu conquistata; e Vercelli, Susa, la Brunetta, Ivrea, Aosta, Bardi, Verrua, Civasco, Crescentino e Nizza, furono successivamente occupate nel 1704 e 1705 dai duchi di Vandome e della Feuillade; la stessa capitale, Torino, fu assediata nel 1706; onde il duca quasi spogliato di tutti i suoi stati, fu forzato a cercare in Genova un asilo alla sua famiglia, mentre ch'egli si chiudeva in Cuneo. In tale circostanza andò debitore della sua salvezza ad un eroe della sua casa, il principe Eugenio di Savoja, in allora generale dell'imperatore, e nipote di quelTommaso Francesco di Savoja, principe di Carignano, che verso la metà del XVII secolo aveva così lungamente travagliata la reggenza di sua cognata, la duchessa Cristina. Il principe Eugenio ruppe sotto Torino, il 7 settembre 1706, le linee delle armate del duca d'Orleans, della Feuillade e di Marsin, e fece levare l'assedio. La Francia perdette in quell'incontro venti mila uomini, ed il duca di Savoja ricuperò, oltre tutto quello che aveva perduto, il Monferrato, Alessandria, Valenza e la Lumellina, che gli alleati gli avevano promesso in premio della sua adesione[317].L'unione del Monferrato al Piemonte variava l'esistenza di questa potenza; i confini de' due stati erano talmente intralciati, che la loro inimicizia faceva perdere ogni maniera di buona amministrazione all'uno ed all'altro in tempo di pace, e di difesa in tempo di guerra. La piccola provincia del Vigevanasco era pure stata promessa al duca di Savoja; ma dacchè gli Austriaci ebbero ricuperato il Milanese, piùnon vollero privarsi di veruna parte di questo stato. Cotale disparere fu cagione di qualche raffreddamento tra Vittorio Amedeo e l'imperatore Giuseppe, e ritrasse il primo dal prendere una parte attiva nella guerra fino alla conchiusione della pace d'Utrecht, nel 1713, che assicurò le precedenti conquiste della casa di Savoja, e vi aggiunse la Sicilia[318].Il viaggio che Vittorio Amedeo fece in Sicilia con tutta la sua corte per farvisi coronare, e la permanenza di un anno in Palermo, esaurirono le finanze del Piemonte quasi quanto la guerra che aveva di fresco terminata. Quando giunse in quest'isola entrò in ostilità d'altra natura con papa Clemente XI, onde mantenere le prerogative della corona contro l'autorità della santa sede: diversi ministri del re furono scomunicati e molte città poste sotto l'interdetto; mentre che Vittorio Amedeo bandì dalla Sicilia più di quattrocento ecclesiastici, che tenevano contro di lui le parti del papa: queste religiose turbolenze riempirono il breve regno di Vittorio Amedeo in Sicilia[319]. Mentre Vittorio Amedeo confidava interamente nell'alleanzadi Filippo V, re di Spagna, Palermo venne improvvisamente attaccato il 30 giugno del 1718 dall'armata spagnuola, e fu costretto a capitolare. Il vicerè di Vittorio Amedeo difese Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo; ma tutto faceva credere che i Piemontesi non potrebbero mantenervisi lungo tempo; il re era troppo lontano e troppo debole per mandare sufficienti soccorsi; e il 2 agosto dello stesso anno, il quadruplice trattato d'alleanza, negoziato a Londra dall'abate Dubois, offrì a Vittorio Amedeo, in vece di protezione, il cambio sommamente svantaggioso della Sardegna per la Sicilia, cui non pertanto Vittorio dovette soscriversi il 18 ottobre del 1718. Allora, rinunciando alle sue pretese sulla Sicilia, che gl'imperiali contrastavano agli Spagnuoli, e prendendo il titolo di re di Sardegna, sebbene non vi possedesse un palmo di terreno, Vittorio Amedeo II consacrò l'anno 1719 a sottomettere all'autorità reale, in Piemonte i suoi proprj feudatarj, abolendone i privilegj e confiscandone le regalie. Quando finalmente Filippo V ebbe acceduto alla quadruplice alleanza, rimise, in agosto del 1720, il possesso della Sardegna ad un inviato dell'imperatore, che la consegnòimmediatamente alle truppe di Vittorio Amedeo[320].La Sardegna non dava al suo re che un vano titolo: ma l'acquisto del Monferrato, dell'Alessandrino, della Lumellina aveva procurata al Piemonte una tale consistenza che mai non aveva avuto prima del regno di Vittorio Amedeo II. Questo principe, che può essere risguardato come il fondatore della sua monarchia, consacrò gli ultimi dieci anni del suo regno ad accrescere le fortificazioni delle sue città e le sue forze militari, a formare valenti ingegneri, finalmente a ravvicinare i suoi sudditi agli oltremontani per mezzo di un'educazione più proporzionata ai progressi dei lumi in tutta l'Europa: fino all'età sua il Piemonte non aveva quasi preso nessuna parte alla gloria letteraria dell'Italia: rialzando il sentimento dell'onore nazionale ne' Piemontesi, Vittorio Amedeo sviluppò tra di loro distinti ingegni; riparò nello stesso tempo i disastri dell'agricoltura, del commercio e delle manifatture; semplificò l'amministrazione della giustizia ne' tribunali; e si occupò con pari attività cheintelligenza a chiudere tutte le piaghe dello stato. Dopo avere lungamente richiamati gli sguardi dell'Europa sulla luminosa carriera ch'egli aveva percorsa, Vittorio Amedeo, giunto all'età di 64 anni, fece, il 3 settembre del 1730, maravigliare tutti coll'abdicazione della corona a favore di suo figlio Carlo Emmanuele III, allora in età di trent'anni. Per altro i suoi sudditi, che avevano più sofferto pella sua inquieta attività, e pel suo despotismo, che non approfittato delle sue riforme, di cui non raccoglievano ancora i frutti, non dissimularono la gioja che loro cagionava quest'avvenimento. Vittorio Amedeo aveva fatto fondamento nella riconoscenza e nel rispetto di suo figlio; ma le relazioni de' principi fra di loro non sono quelle del sangue; la diffidenza ed il sospetto gli assediano, l'affetto non ha veruna parte nella loro educazione, la riconoscenza viene soffocata nel cuor loro dall'adulazione, e la voce della coscienza pervertita dai consiglj de' cortigiani. Vittorio Amedeo II fu per ordine di suo figlio arrestato la notte del 28 al 29 di settembre del 1731, colle più ributtanti circostanze: nella sua prigionia ed in tempo dell'ultima sua malattia, non potè ottenere colle più caldepreghiere, che suo figlio andasse a trovarlo; e finalmente morì il 31 ottobre del 1732 nel castello di Moncalieri, ove era rinchiuso, distante tre miglia da Torino[321].Carlo Emmanuele III non tralignò dai principi suoi predecessori, nè per la sua abilità nelle cose della politica, della guerra e dell'amministrazione, nè per l'instabilità delle sue alleanze, che, come quelle dei suoi antenati, furono sempre vendute al migliore offerente. Nella guerra dell'elezione del re di Polonia, egli sorprese gli Austriaci, cui il suo primo ministro, il marchese d'Ormea, avea date in iscritto le più formali assicurazioni ch'egli non si era alleato alla casa di Borbone; in breve tempo conquistò tutto il Milanese, e ne fu ricompensato nel trattato di pace colla cessione di Novara e di Tortona coi loro territorj[322].Nella guerra della successione dell'Austria, il re di Sardegna offrì da prima la sua alleanza alla casa di Borbone; ma la corte di Spagna, che pretendeva di ricuperare il Milanese già da venticinque anni staccato da quella monarchia, non esibì a Carlo Emmanuele per comperare la sua alleanza che piccolissimi distretti di quel ducato, che probabilmente avrebbe ancora rivendicati quando la vittoria avesse coronate le sue armi. Allora il re di Sardegna fece un trattato provvisionale con Maria Teresa per la difesa del Milanese, cui riservavasi però di potere rinunciare, dandone avviso alla regina un mese prima. Questo trattato fu soscritto il primo febbrajo del 1742[323], ed obbligò Carlo Emmanuele ad entrare in guerra cogli Spagnuoli, i quali, sotto il comando dell'infante di Spagna, don Filippo, invasero tutta la Savoja, mentre che i Piemontesi uniti agli Austriaci sconfissero gli Spagnuoli nella Lombardia oltrepadana. Ma non perciò il re di Sardegna interrompeva le sue negoziazioni colla casa di Borbone, cui la sua alleanza avrebbe dato in mano il Milanese; ma egli ponevaa cotale alleanza un altissimo prezzo. Diede a questi negoziati abbastanza pubblicità affinchè la corte di Vienna, e più ancora il suo alleato Giorgio II, sentissero la necessità di guadagnarlo al loro partito. Infatti, il 13 settembre del 1743, conchiusero con lui un trattato sottoscritto a Worms, col quale gli si promettevano Piacenza, Vigevano e l'alto Novarese, e per confini a Levante la Nura, il Ticino ed il lago Maggiore[324].Dopo quest'alleanza Carlo Emmanuele agì vigorosamente contro i Francesi e contro gli Spagnuoli; ma mentre li combatteva, non lasciava di negoziare per tornare al loro partito: v'ebbero perfino de' preliminari sottoscritti a Torino, il 26 dicembre del 1745, tra la Francia e la Sardegna, le di cui condizioni avrebbero consolidata la potenza della casa di Savoja, ed assicurata l'indipendenza degli stati d'Italia. Si aboliva perfino il nome del santo romano impero, cagione di tante vessazioni pei pretesi stati feudali, e si escludevano i Francesi, gli Spagnuoli ed i Tedeschi da ogni possedimentonella penisola. Ma la diffidenza del re sardo, gl'indugj della corte di Spagna, e la rapida discesa in Italia di un'armata della regina d'Ungheria fecero rompere queste negoziazioni. Allora Carlo Emmanuele, unendosi di nuovo agli Austriaci, si mantenne costante nella loro alleanza fino alla pace d'Aquisgrana, che press'a poco gli accordò i vantaggi acquistati col trattato di Worms, tranne Piacenza, cui dovette rinunciare[325].L'ultima parte del regno di Carlo Emmanuele fino alla morte che lo sorprese il 20 gennajo del 1773, ed il regno di Vittorio Amedeo III, che gli successe, furono sempre pacifici; e perchè in un paese in cui non si permette al popolo d'immischiarsi nelle cose del governo e della politica, i tempi di pace non offrono allo storico verun avvenimento, può risguardarsi la storia del Piemonte come affatto nulla in tutto questo periodo. Il governo non avrebbe tollerato che se ne conservasse qualche memoria, e veruno scrittore volle infatti esporsi adispiacergli, narrando ciò che la suprema autorità seppelliva in un profondo segreto.Il ducato di Milano, che durante la guerra della successione di Spagna, passò sotto il dominio di casa d'Austria, ebbe la sventura di essere saccheggiato in ogni guerra da tutte le potenze belligeranti, e smembrato in tutti i trattati di pace. La capitale perdette assai in popolazione ed in ricchezze, quando molte delle sue migliori province vennero sottratte al suo dominio e date al re di Sardegna. Le campagne in tempo della guerra non soffrirono meno della capitale; ma la loro prosperità venne più rapidamente repristinata, sia a cagione della maravigliosa loro fertilità, sia perchè il governo austriaco fu assai più giusto e più ragionevole che non quello degli Spagnuoli. In particolare la casa di Lorena si fece conoscere superiore all'antica casa d'Austria, e l'amministrazione del conte di Firmian (1759-1782) lasciò una grata memoria. Era omai questa la sorte dell'Italia di ricevere dall'estero i lumi ch'ella aveva sì lungamente sparsi in addietro; e le province, governate da stranieri monarchi, approfittavano dei progressi nelle scienzepolitiche, che i nazionali non avevano per anco fatti. Giuseppe II intraprese con zelo e con buona fede, ma spesso con troppo precipizio, le riforme oramai diventate necessarie. La pubblica opinione era tuttavia così traviata dall'ignoranza dei diritti del principato, che condannava quasi tutto ciò che questo sovrano faceva pel vantaggio del paese. Non perciò i suoi sforzi riuscirono del tutto vani; le lettere, i lumi ed alcune virtù pubbliche cominciarono a rigermogliare in Lombardia, e fu questa la provincia che fece più d'ogni altra sperare il risorgimento di una nazione italiana.In principio del secolo i Gonzaga perdettero il ducato di Mantova, che da Giuseppe II venne assoggettato a quello di Milano, in compenso di ciò che aveva perduto dalla banda del Piemonte. L'imprudente Ferdinando Carlo Gonzaga si era lasciato vincere dal danaro sul principio della guerra della successione di Spagna, ed aveva acconsentito a ricevere in Mantova guarnigione francese, in conformità del trattato ch'egli soscrisse a Venezia il 24 febbrajo del 1701[326]. Con ciò, nonsolo richiamò la guerra ne' suoi stati, mentre egli nelle dissolutezze di Venezia cercava di scordare le sventure de' suoi sudditi, ma inoltre diede un pretesto all'imperatore di porlo al bando dell'impero. In fatti, avendo i Francesi, in virtù della convenzione di Milano del 13 maggio 1707, evacuata la Lombardia, Mantova e tutto il suo ducato vennero occupati dagl'imperiali; fu dichiarato il duca colpevole di fellonìa, ed i suoi feudi riuniti alla diretta dell'impero; poco dopo Ferdinando Carlo morì in Padova il 5 di luglio del 1708 senza prole. Rimaneva di questa famiglia un ramo cadetto, quello dei duchi di Guastalla e di Sabbionetta, principi di Bozzolo, formato da Federico di Gonzaga, illustre generale del sedicesimo secolo. Ma invano questi richiamarono la successione d'uno stato che loro apparteneva per le leggi dell'impero, e che rimase confiscato. Anche questa linea si spense in Giuseppe Maria Gonzaga che morì il 15 d'agosto del 1746, e la pace di Aquisgranaaggiunse i piccoli stati di lui a quelli di Parma e di Piacenza[327].Ne' primi anni del diciottesimo secolo i ducati di Parma e di Piacenza erano governati da Francesco Farnese, succeduto a Rannuccio II, suo padre, l'undici dicembre del 1694. Fino dalla sua più fresca giovinezza trovavasi oppresso da una straordinaria grassezza, diventata ereditaria nella sua famiglia; inoltre balbettava, ed a questi esteriori difetti rispondeva la debolezza del suo spirito, onde aveva contratto un estremo timore di mostrarsi in pubblico, e tenevasi a tutti celato. Durante la guerra della successione di Spagna, ricevette guarnigioni pontificie, onde far rispettare la sua neutralità e quella della Chiesa di cui riconoscevasi feudatario. A fronte di ciò i Tedeschi violarono più volte il suo territorio. Non avendo avuti figliuoli da Dorotea di Neuburgo, vedova di suo maggior fratello, ch'egli aveva sposata il 16 settembre del 1714, maritò Elisabetta Farnese, figlia di suo fratello, a Filippo V, re di Spagna. Sebbene le femmine non fossero chiamate all'eredità de' feudi della Chiesa, fu però Elisabetta che trasmise allacasa di Borbone quelle pretese sui ducati di Parma e di Piacenza, che fecero dare quei ducati al secondo de' di lei figli[328].Francesco Farnese mai non aveva voluto dare a suo fratello Antonio una sufficiente entrata per potersi ammogliare; altronde Antonio non aveva che un anno meno del duca, ed aveva la stessa mostruosa corpulenza, lo che faceva risguardare come di già spenta la casa Farnese, quando nel 1720 il trattato della quadruplice alleanza impose leggi alla Spagna, per terminare la guerra eccitata dal cardinale Alberoni. L'eredità di Parma e quella della Toscana furono assegnate ad un figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, che non fosse re di Spagna; i ducati di Parma e di Piacenza vennero dichiarati feudi imperiali, malgrado le rimostranze di Clemente XI, e fu convenuto che per la guarenzia di questa eventuale successione sarebbero, durante la vita degli ultimi principi Farnesi, occupati da guarnigioni svizzere. Questi accomodamenti furono inoltre raffermati dal trattato fatto il 30 aprile del 1725 tra l'Austria e la Spagna[329].L'infante don Carlo, cui erano destinati questi principati italiani, non recossi nella penisola che dopo la morte del duca di Parma, Francesco, accaduta il 26 di febbrajo del 1727. Suo fratello, don Antonio, allora in età di quarantotto anni, si affrettò di cercarsi una consorte per conservare ancora, se era possibile, la casa Farnese; ed in febbrajo del 1728 sposò Enrichetta d'Este, terza figlia del duca di Modena. Il papa Benedetto XIII e l'imperatore Carlo VI gli prescrissero nello stesso tempo di ricevere dalla Chiesa e dall'impero l'investitura dei suoi ducati; ma, temendo di compromettersi con sovrani tanto di lui più potenti, e per non dare la preferenza a veruno di loro, egli ricusò l'uno e l'altro. In tali circostanze la Francia, l'Inghilterra e la Spagna convennero, in forza di un trattato sottoscritto in Siviglia il 9 novembre del 1729, che sei mila Spagnuoli verrebbero destinati a formare le guarnigioni di Livorno, Porto Ferrajo, Parma e Piacenza, onde guarentire la successione a don Carlo. Tale sostituzione delle truppe spagnuole alle svizzere spiacque all'imperatore, il quale rifiutò di accettare il trattato di Siviglia, e fece passare trenta mila uominiin Lombardia, per opporsi all'introduzione delle guarnigioni spagnuole[330].I duchi di Parma e di Toscana, che vedevano, mentre ancora erano vivi, e malgrado loro, altri liberamente disporre della propria eredità, non temevano meno le truppe estere, che, occupando i loro stati, vorrebbero dar loro la legge, di quello che temessero la guerra che l'imperatore mostravasi apparecchiato ad intraprendere per tenerle lontane. Il loro regno si andò consumando in tristi negoziazioni, le quali tutte avevano per oggetto l'epoca della loro morte, creduta assai vicina, sebbene fossero ambidue pieni di vita e non ancora usciti dalla virilità. Però le truppe spagnuole non erano per anco sbarcate in Italia, quando Antonio, ultimo duca della casa Farnese, morì il giorno 20 gennajo del 1731. Ne' pochi anni del suo regno costui risguardò le finanze de' suoi stati come un'entrata vitalizia; sagrificò le generazioni che dovevano seguirlo a' suoi piaceri del momento, non limitando in verunmodo le sue prodigalità, sia che si trattasse di appagare i suoi gusti, o di guadagnare la riconoscenza degli adulatori e dei favoriti che lo circondavano[331].La duchessa Enrichetta, vedova dell'ultimo duca di Parma, credevasi incinta, e non riconobbe d'essersi ingannata che in settembre dello stesso anno, nella quale epoca lasciò Parma per tornare a Modena. Tale incertezza diede tempo alle altre potenze di convenire intorno alle rispettive pretese. Nel giorno 23 di gennajo del 1731, il generale imperiale aveva preso possesso di Parma e di Piacenza, veramente per conto dell'infante di Spagna, ma con truppe tedesche: un commissario pontificio, che in allora si trovava a Parma, protestò solennemente il giorno 24 contro un tale atto di possesso, contrario al supremo dominio della Chiesa. Una nuova convenzione, sottoscritta il 22 luglio del 1731, tra l'imperatore, il re di Sardegna e l'Inghilterra, riconfermò le convenzionidella quadruplice alleanza. L'infante don Carlo non arrivò a Livorno che il 27 di dicembre seguìto dalle truppe spagnuole, che dovevano per lui occupare i suoi nuovi stati. Dopo essersi trattenuto parecchj mesi in Toscana presso il gran duca Giovan Gastone de' Medici, che in certo qual modo veniva obbligato ad adottarlo ed a riconoscerlo quale suo presuntivo erede, don Carlo entrò trionfalmente in Parma il 9 di settembre del 1732[332].L'imperatore Carlo VI aveva dato per tutori a don Carlo la di lui ava materna, la duchessa Dorotea, vedova di Odoardo, poi di Francesco Farnese, ed il gran duca di Toscana; ma nel susseguente anno la casa di Borbone, avendo attaccata quella d'Austria, don Carlo, che il 20 di gennajo del 1733 era giunto a diciassette anni, dichiarossi egli stesso maggiore, ed in pari tempo prese il comando dell'esercito spagnuolo in Italia. Siccome dal canto suo il duca di Savoja, Carlo Emmanuele III, si era posto alla testa delle truppe francesi, ed avea fatta rapidamentela conquista del Milanese, così don Carlo, che più non era in Lombardia necessario, in principio di gennajo del 1734 prese colle truppe spagnuole la strada di Napoli, onde tentare la conquista di quel regno. Sperando allora di cambiare i due piccoli ducati di Parma e di Piacenza con una vasta monarchia, e più non supponendo di entrare nell'eredità a lui destinata da tanti anni, don Carlo spogliò i palazzi Farnesi de' loro più ricchi effetti, per portarli seco. Il duca di Montemar, che dirigeva le sue operazioni, il 27 di maggio sconfisse presso Bitonto la piccola armata imperiale, la sola che avesse osato di resistergli, perciocchè fin dal 9 aprile la capitale aveva aperte le sue porte agli Spagnuoli: e prima che terminasse la campagna, i due regni di Napoli e di Sicilia furono totalmente assoggettati a don Carlo[333].Sebbene questo principe, allorchè partiva da Parma, avesse mostrato di rinunciare a quella sovranità, la facile conquista del regno di Napoli risvegliaronola sua ambizione e quella di suo padre. Si lusingarono di ricuperare tutto ciò che la pace d'Utrecht aveva tolto in Italia alla corona di Spagna; e nel 1735 il duca di Montemar si rimise in cammino alla volta della Lombardia per intraprendervi nuove conquiste. Ma il cardinale di Fleurì era omai stanco di servire all'ambizione spagnuola; il 3 di ottobre fece sottoscrivere in Vienna i preliminarj della pace coll'imperatore; ed ordinò al duca di Noailles di non dare più ajuto al generale spagnuolo; onde il duca di Montemar, stretto improvvisamente dai Tedeschi, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente a traverso alla Toscana alla volta del regno di Napoli[334].In aprile del susseguente anno le guarnigioni spagnuole, che occupavano Parma e Piacenza, evacuarono quelle due città, seco trasportando le biblioteche e la galleria dei Farnesi, tutti i quadri, tutti i mobili e tutti gli effetti preziosi de' palazzi saccheggiati; di modo che al dolore di perdere la propria indipendenza i popoli aggiunsero quello di vedersi spogliatidi tutti gli ornamenti delle loro città. Allora i ministri spagnuoli, a nome di don Carlo, dichiararono i sudditi di Parma e di Piacenza sciolti dal loro giuramento di fedeltà, e subito partirono senza consegnare quegli stati agli Austriaci: ma non si furono appena ritirati che il principe di Lobkowitz ne prese il possesso, il giorno 3 di maggio del 1736, a nome dell'imperatore[335].Parma e Piacenza non rimasero lungamente unite al ducato di Milano, perciocchè cinque anni dopo tale cessione, si estinse la casa d'Austria; ed il re di Spagna vantando diritti sull'eredità di Carlo VI, il duca di Montemar sbarcò il giorno 9 dicembre del 1741 ad Orbitello con un esercito spagnuolo destinato a fare in Italia nuovi acquisti. La regina di Spagna, Elisabetta Farnese, aveva un altro figlio, chiamato don Filippo, nato il cinque di marzo del 1720. Quest'ambiziosa principessa, che continuamente lagnavasi di avere perduta l'eredità della propria famiglia, risolse di formare a suo figlio uno stato in Italia. Lo pose alla testa di un'armataspagnuola adunata nel 1742 ai confini della Provenza, la quale, sebbene occupasse subito la Savoja, non potè che dopo lungo tempo penetrare in Italia. Il re di Napoli era stato costretto dall'ammiraglio Matheus a dichiararsi neutrale il 19 agosto del 1742, onde non vedere bombardata la sua capitale. Il duca di Modena, che aveva abbracciato il partito francese, era stato cacciato dai suoi stati: ed i ducati di Parma e di Piacenza erano caduti in mano dei Tedeschi; onde soltanto in settembre del 1745 l'infante don Filippo potè entrare negli stati che pretendeva di sua ragione[336].Appena cominciava don Filippo ad avere in Lombardia la fortuna propizia, che la corte di Spagna pensò a formargli uno stato, non più delle sole città di Parma e di Piacenza, ma di tutto il Milanese. Era entrato in Milano il 16 di dicembre del 1745, quando la pace parziale fatta dal re di Prussia con Maria Teresa permise a questa sovrana di portare la maggior parte delle sue forze in Italia; allora don Filippo fu costretto ad abbandonare Milano il 19 di marzo, etutti i Francesi e gli Spagnuoli furono scacciati dalla Lombardia prima che terminasse la campagna del 1746[337].Nella stessa campagna aveva don Filippo perduto il suo principale appoggio in Filippo V, suo padre, morto il 9 di luglio del 1746. Ferdinando VI, figlio di Filippo V, del primo letto, succedutogli alla corona di Spagna, non prendeva un troppo vivo interesse allo stabilimento de' figliuoli di sua matrigna. Perciò la corte di Spagna fu contenta di ottenere, col trattato di Aquisgrana, i due ducati di Parma e di Piacenza, che tornarono a ricuperare l'indipendenza il 18 ottobre del 1748, ed ebbero qualche ingrandimento coll'unione fattavi del piccolo ducato di Guastalla[338].La guerra della successione d'Austria aveva in certo qual modo interessata tutta l'Europa alla trasmissione dell'ereditàdei Farnesi ad un ramo dei Borboni. Ma dopo quest'avvenimento gli stati di Parma e di Piacenza ricaddero nell'oscurità sotto il regno dell'infante don Filippo, che morì il 18 luglio del 1765, e sotto quello di suo figlio e successore don Ferdinando. Per altro il gusto di don Filippo per le lettere e per la filosofia, la protezione da lui accordata agli scrittori francesi, la scelta fatta per educare suo figlio dell'abate di Condillac, furono cagione che s'introducessero in Lombardia nuove idee, con un certo sentimento di libertà civile e religiosa, che dal governo spagnuolo era stato per lo innanzi severamente proscritto. Le città di Parma e di Piacenza, che nei precedenti secoli avevano avuta così piccola parte alla gloria letteraria dell'Italia, parvero animate da nuova vita, e vi fiorirono molti uomini illustri.Nella prima metà del diciottesimo secolo i ducati di Modena e di Reggio non furono meno sventurati di quelli di Parma e di Piacenza. Rinaldo d'Este, che regnava in Modena fino dal 1694, abbracciò il partito imperiale nella guerra della successione di Spagna. Perciò tutti i suoi stati furono invasi dai Francesi, ed egli medesimo fu costretto a ripararsi in Bologna fino al 1707, in cui la Lombardia venne evacuata dallearmate dei Borboni. La pace d'Utrecht gli ratificò il possedimento di tutto ciò che aveva prima della guerra, e vi aggiunse nel 1718 il piccolo ducato della Mirandola, comperato dall'imperatore, che lo aveva confiscato a pregiudizio di Francesco Pico, ultimo principe di questa famiglia. Rinaldo, conservandosi fedele allo stesso partito, fu per la seconda volta costretto a ripararsi in Bologna nella guerra del 1734, mentre che i suoi stati vennero occupati dai Francesi e dagli Spagnuoli. Finalmente rientrò nella sua capitale il 24 di maggio del 1736, ove morì diciassette mesi dopo, il 26 di ottobre del 1737, in età di ottantadue anni[339].Il duca Rinaldo, che era stato cardinale, che non aveva deposto l'abito ecclesiastico che in età di quarant'anni, e ch'era giunto ormai ad avanzata vecchiaja in tempo dell'ultima guerra in cui erasi trovato suo malgrado avviluppato, non prendeva veruna parte nelle operazioni militari. Suo figlio Francesco III, che gli successe, era stato militarmente educato, ed aveva gusto per le cose della guerra. Prima di salire sul paterno trono aveva fatta una campagna contro i Turchi; ricercò l'alleanzadella casa di Borbone nella guerra della successione dell'Austria, e fu nominato generalissimo delle armate francesi e spagnuole, che in Italia militavano contro Maria Teresa. Egli diede con ciò motivo agli Austriaci di invadere i suoi stati, di guastarli e d'opprimerli colle contribuzioni, mentre ch'egli conduceva il suo esercito nello stato pontificio, ove si mantenne lungamente; indi venne nella riviera di Genova, in Provenza ed in Savoja, dov'ebbe comune fortuna coll'infante don Filippo. Fu rimesso finalmente ne' suoi stati nel 1748 dal trattato di Aquisgrana; ma li trovò ruinati dalle truppe austriache e piemontesi, che gli avevano occupati più anni, ed egli aggiunse ancora alla loro miseria col peso di nuove imposte e col cattivo sistema delle sue finanze. Morì di ottantadue anni il 23 febbrajo del 1780. La fama dei due più eruditi italiani, Muratori e Tiraboschi, suoi sudditi e suoi pensionati, sparse qualche gloria sul suo regno.Era ne' destini dei ducati di Modena e di Reggio di essere governati da vecchi principi. Ercole III, figliuolo di Francesco III, era ammogliato da circa quarant'anni quando successe a suo padre. Aveva sposata in settembre del 1741 MariaTeresa Cibo, unica figlia ed erede di Alderano Cibo, ultimo duca di Massa e di Carrara, ed aveva per tal modo fatto entrare nella sua famiglia un quarto ducato, oltre quelli di Modena, di Reggio e della Mirandola[340]. Il ducato di Massa e Carrara era uno de' molti piccoli feudi imperiali posseduti dai marchesi Malaspina tra la Liguria, la Lombardia e la Toscana. Due secoli e mezzo prima era passato, per mezzo di una femmina, sotto il titolo di marchesato, a Franceschetto Cibo, figlio d'Innocenzo VIII; era stato eretto in ducato nel 1664; e di nuovo passò per una donna alla casa d'Este[341]. Diventato duca in età avanzata, Ercole III fu accusato, ancora più de' suoi due predecessori, di avarizia, vizio che spesso si rimprovera alla vecchiaja. Egli accumulò un tesoro, che invece di servire alla sua difesa nell'istante del bisogno, accrebbe il suo pericolo, eccitando la cupidigia deisuoi nemici. Il 14 ottobre del 1771 maritò l'unica sua figlia coll'arciduca Ferdinando d'Austria; e questa principessa è rimasta l'unica rappresentante de' principi d'Este, in addietro sovrani di Ferrara, Modena e Reggio; dei Malaspina e dei Cibo, signori di Massa e di Carrara; dei Pichi, sovrani della Mirandola, e dei Pii, sovrani di Carpi e di Correggio; perciocchè tutte le case sovrane d'Italia sembravano percosse dallo stesso destino, e la stessa casa d'Este era pure vicina a spegnersi, allorchè perdette i suoi stati nelle guerre della rivoluzione.Si erano vedute spegnersi in Napoli le case dei Durazzo, d'Angiò e d'Arragona; a Milano quelle de' Visconti e degli Sforza; quella de' Paleologhi nel Monferrato; dei Montefeltro e della Rovere in Urbino; dei Gonzaga a Mantova, Guastalla e Sabionetta; dei Farnesi in Parma e Piacenza; e l'Italia vide pure spegnersi nel diciottesimo secolo, prima delle case Cibo e d'Este, la casa dei Medici, che, erede di una gloria acquistata da rimotissimi antenati, era illustre a motivo dei grandi cittadini di Firenze da lei prodotti, non per i suoi gran duchi.Cosimo III regnava in Firenze fin dal 1670, ed anche salendo sul tronola sua vita era amareggiata dalle sue contese con Margarita d'Orleans, sua sposa, cui era diventato insoffribile a cagione de' suoi sospetti e della sua domestica tirannide: ma egli dall'altro canto non aveva avuto a soffrir meno pelle stravaganze di questa principessa francese, e pel disprezzo ch'essa gli mostrava. Egli stesso, disgraziato nel suo interno, pareva che non potesse interessarsi in un matrimonio senza renderlo altresì disgraziato ed infecondo. Il suo maggior figliuolo, Ferdinando, che morì prima di lui, il 30 di ottobre del 1713, sebbene di già in età di cinquant'anni non aveva avuto prole da Violante Beatrice di Baviera sposata nel 1688: e sua figlia, Anna Maria Luigia, che nel 1691 aveva sposato Giovanni Guglielmo, elettore palatino, fu pure infeconda. Il suo secondo figliuolo, Giovan Gastone non ebbe pure figli dalla principessa di Sassonia Lavemburg, sposata nel 1697[342]; onde per non vedere spenta la sua famiglia entro pochi anni, Cosimo III persuase, all'ultimo, nel 1709, suo fratello Francesco Maria, di già in età di cinquant'anni, a deporre la sacra porpora, ed a sposareEleonora di Gonzaga, figlia del duca di Guastalla; ma nè questo matrimonio fu più fecondo degli altri. Ferdinando e Francesco Maria morirono prima di Cosimo III; Giovan Gastone, separato dalla moglie, e pieno d'infermità, non poteva più nutrire speranze di prole; e Cosimo vedeva con amaro dolore le principali potenze dell'Europa disporre, mentre ancor viveva egli e suo figlio, della sua eredità. Riclamò invano a favore dei diritti della repubblica fiorentina, di cui i suoi antenati non erano stati che semplici rappresentanti, ed alla quale doveva perciò ritornare la sovranità dopo estinta la linea dei Medici[343]. Tentò pure di farne passare l'eredità alla figliuola, quella che più amava di tutti i suoi figli; volle almeno decidere egli stesso tra i pretendenti alla corona di Toscana; ma i diplomatici europei, non valutando più i suoi diritti che quelli del suo popolo, non degnaronsi pure di ascoltarlo nel disporre de' suoi stati. Finalmente egli morì il 31 d'ottobre del 1723 dopo avere sofferte le più amare mortificazioni, ed avere avuti tanti dispiaceriquanti erano stati i mali che aveva fatti soffrire al suo popolo[344].Giovan Gastone, che successe a Cosimo III, era stato lo scopo delle persecuzioni degl'ipocriti che infestavano la corte di suo padre; egli non aveva mai trovato nel suo palazzo, che noja, suggezione e tristezza. Tosto che si vide liberato dall'oppressione in cui aveva vissuto fino ai cinquantadue anni, cercò col circondarsi di buffoni e di persone non ad altro intese che a tenerlo allegro, di dimenticare come meglio poteva, e le sue infermità che lo ritenevano frequentemente a letto, e la divisione della sua eredità, di cui facevasi tanto rumore in Europa. Giovan Gastone era un buon uomo, ma non sapeva leggere nell'avvenire; non pensava alla miseria de' suoi sudditi, che mai non vedeva, e non poneva limiti alle sue prodigalità, affinchè tutti coloro che lo avvicinavano si ritirassero con volto soddisfatto. Le finanze furono dilapidate, l'amministrazione cadde tra le mani de' serventi, e di gente affatto spregievole. Finalmente egli morì di sessantasei anni, il 9 di luglio del 1737,lasciando a' suoi successori il troppo difficile incarico di rimediare ai mali della Toscana[345].Francesco, duca di Lorena, sposo di Maria Teresa, cui era stata data la Toscana, venne, in gennajo del 1738, a visitare i suoi nuovi stati; ma vi si trattenne poco tempo. Il principe di Craon, Marco di Beauvau, suo mentore, era stato destinato a ricevere il giuramento dai nuovi sudditi di Francesco, e governò la Toscana coll'autorità di un vicerè. Fu ajutato nella sua amministrazione dal conte di Richecourt, il più illustre ministro del nuovo gran duca, che nel 1745 ottenne il titolo d'imperatore. Occuparonsi l'uno e l'altro della riforma delle leggi della Toscana, del miglioramento delle finanze, e della più regolare ed imparziale amministrazione della giustizia.La vedova dell'elettore palatino, sorella di Giovan Gastone, ch'era tornata alla corte di suo padre nel 1717, e che aveva sopra di lui esercitata grandissima influenza, sopravvisse anche al fratello che non l'amava, e che non era da lei amato. Questa principessa, il 31 ottobre del 1737, si lasciò persuadere a rinunciare alla casadi Lorena tutta l'eredità mobile ed immobile della casa de' Medici, contro una pensione vitalizia di quaranta mila scudi fiorentini. Il gran duca Francesco le accordò il titolo di reggente, le diede delle guardie al palazzo e tutte le apparenze d'una corte. Ella morì finalmente in Firenze il 18 di febbrajo del 1743 in età di settantasei anni, ma in lei non si spense affatto la casa de' Medici; se ne conservò tuttavia un ramo, discendente da uno degli antenati di Cosimo, il padre della patria; ma perchè non era stato contemplato dal decreto di Carlo V, non si trattò giammai di chiamarlo alla successione della corona ducale[346].L'imperatore Francesco I, che in Toscana portava il nome di Francesco II, morì a Vienna il 18 di agosto del 1765. Mentre che il suo primo figliuolo, Giuseppe II, gli succedeva negli stati dell'Austria, il secondo, Pietro Leopoldo, allora in età di diciotto anni, fu dichiarato gran duca di Toscana, e venne a prendere possesso del suo principato l'undici di settembre del 1765. Veruno stato d'Italia non ebbe mai più grandi obblighial suo sovrano, quanto la Toscana a Pietro Leopoldo. Questi, continuamente occupato a riformare tutti gli abusi introdottisi nel lungo spazio di oltre dugent'anni di una difettosa amministrazione, semplificò le leggi civili, addolcì le criminali, diede la libertà al commercio, disseccò intere provincie, dividendone la proprietà fra industri coltivatori, che caricò di una leggiere contribuzione: ed in tal modo raddoppiò i prodotti dell'agricoltura, e rendette ai suoi sudditi quell'attività e quell'industria che avevano da tanto tempo perdute. Tentò altresì di correggere la corruzione de' costumi, e di comprimere gli eccessi della superstizione; ma non devesi dissimulare che talvolta stancheggiò i suoi sudditi con una troppo inquisitoriale vigilanza, e che scontrò una violenta opposizione alle sue riforme ecclesiastiche per parte del concilio provinciale che adunò il 23 aprile del 1787. I pregiudizj del clero ed i vizj del popolo si collegarono contro un principe forse troppo attivo nel suo desiderio di fare il bene; e quando la morte di Giuseppe II chiamò Leopoldo a cedere il gran ducato al secondo de' suoi figliuoli, per prendere la corona imperiale, il popolo toscano non mostrossi abbastanza riconoscente verso un principe così grande.I due regni di Napoli e di Sicilia, ai quali la guerra dell'elezione di Polonia aveva nel 1738 restituito un monarca indipendente, ebbero motivo di lodarsi delle opinioni e dell'energia che loro recava una straniera nazione. I popoli lungamente corrotti dal dispotismo cadono finalmente in un letargico sonno, dal quale più non si possono risvegliare colle sole loro forze, se non si arrecano loro nuove idee da straniere contrade, se non si pongono loro avanti agli occhi nuovi esempi, e se una mescolanza di diversi elementi non risveglia nel loro seno un vivificante fermento. Tre figliuoli di Filippo V, Ferdinando VI in Ispagna, Carlo VII a Napoli e Filippo a Parma, risvegliarono, introducendovi una corte francese, libri, instituzioni e pensare francesi, l'attività da gran tempo sopita dei popoli meridionali ch'essi governavano in Ispagna ed in Italia. Parve che i figli di Filippo V nulla ritenessero della timida superstizione del padre, nè degli artificiosi intrighi della madre. Mostrarono nella loro amministrazione il desiderio del bene, indipendenza di spirito, ed anche idee liberali.Don Carlo, che si fece chiamare Carlo VII di Napoli, Carlo V di Sicilia, eche all'ultimo fu Carlo III di Spagna, giovò molto ai due primi regni negli undici anni che li governò dopo la pace d'Aquisgrana. Pure il suo lavoro era appena cominciato, e sarebbe stato d'uopo che fosse stato lungo tempo continuato dietro i medesimi principj, per produrre una durevole riforma in un paese in cui doveva mutarsi ogni cosa. Carlo poteva appena lusingarsi che il suo successore fosse a portata di tener dietro alle sue viste: sommamente desolante era lo stato in cui egli vedeva la sua famiglia, la quale pareva tocca nelle facoltà intellettuali da un vizio ereditario. Filippo V, suo padre, aveva passata gran parte della sua vita in una sospettosa malinconia, che gli rendeva odiosa la compagnia degli uomini, e che in un privato avrebbe avuto il nome di follia[347]. Ferdinando, suo fratello, signoreggiato da sua moglie, principessa portoghese, dopo la di lei morte, accaduta il 27 agosto del 1758, erasi ridotto in uno stato ancora più deplorabile, alternando furiosi accessi di frenesia con alcuni istanti di cupa disperazione, cui davasiil nome di lucidi intervalli. Questo delirio durò quasi un anno, dopo il quale Ferdinando morì il 10 agosto del 1759; e perchè non lasciava figliuoli, Carlo passò dal trono di Napoli a quello di Spagna. Il suo maggiore figliuolo, Filippo Antonio, allora di dodici anni, era a tale stato d'imbecillità ridotto, che fu necessario privarlo della corona; ed in vece di lui Carlo fece riconoscere per principe delle Asturie il secondo, in età di undici anni, che fu poi Carlo IV di Spagna; e dichiarò il terzo, che aveva 9 anni, re delle due Sicilie, ed è Ferdinando IV, attualmente regnante. Durante la sua minorità, ed anche molto tempo dopo il suo termine legale, Carlo III mantenne una decisiva influenza sui consiglj delle due Sicilie[348].In verun secolo ebbe la Chiesa romana sulla cattedra di san Pietro uomini più distinti per moralità, per rettitudine di spirito, talvolta per talenti amministrativi ed anche per liberali opinioni. Con tutto ciò questi papi, degni di tanto rispetto e di tanta stima, non hanno potuto fare argine allo spaventoso e semprepiù rapido decadimento dello stato della Chiesa, nè porgere rimedio ai vizj di un governo fondato sul principio di affidare tutti i rami dell'amministrazione a coloro che ben conoscono la teologia e poco gli affari.Clemente XI (Gian Francesco Albani), che regnò dal 24 novembre 1700, fino al 9 di marzo del 1721, fu, quasi suo malgrado, l'autore delle persecuzioni dirette in Francia contro i Giansenisti. La famosa costituzioneUnigenitus, a lui estorta dall'intrigo, compromise la sua autorità, e fu il grand'affare politico del suo regno. La guerra della successione di Spagna trattavasi ai confini de' suoi stati; e mentre che dalla sua debolezza egli veniva forzato a riconoscere quello dei due emuli di cui aveva più ragione di temere, ambidue gli rimproveravano ciò che accordava all'altro, ed il castigo cadeva sopra i suoi sudditi[349].Il cardinale Michel Angelo Conti, che fu creato papa il 28 di maggio del 1721, sotto il nome d'Innocenzo XIII, non ebbe un regno abbastanza lungo per lasciare una circostanziata memoria della suaamministrazione, non essendo quasi altro di lui noto che l'obbligo impostogli di nominare cardinale l'abate Dubois, e la riabilitazione del cardinale Alberoni, contro al quale il suo predecessore aveva fatta cominciare una legale processura[350].Innocenzo XIII morì il 7 di marzo del 1724; ed il cardinale Vincenzo Maria Orsini, che gli fu dato per successore, il 29 di maggio del 1724, prese il nome di Benedetto XIII. Di già sommamente indebolito dalla sua troppo avanzata età, egli non fece nulla di conforme alle sue pie e pacifiche intenzioni; la privata sua condotta fu costantemente piena di dolcezza, di umiltà, di carità; volle sinceramente mettere un termine alle persecuzioni del giansenismo, ma le sue bolle produssero un affatto contrario effetto. La sua amministrazione fu in Roma macchiata dalle concussioni e dalla avarizia del cardinale Coscia di Benevento, cui aveva accordata una cieca confidenza; e ne risultò una mancanza di circa cento venti mila scudi romani nelle entrate della camera apostolica, la quale fu forza coprire con nuovi prestiti, accrescendo in tal modo la massa di già enormede' precedenti debiti. Benedetto XIII morì il 21 febbrajo del 1730, e nello stesso istante scoppiò in Roma una sollevazione. Il popolo voleva colle proprie mani vendicarsi del cardinale Coscia e di tutti i ministri subalterni da lui chiamati da Benevento, accusati d'avere venduta la giustizia, gl'impieghi e le grazie ecclesiastiche. Le grida del pubblico costrinsero il successore di Benedetto XIII a fare il processo del cardinale Coscia ed a chiuderlo in castel sant'Angelo[351].Successore di Benedetto XIII fu Lorenzo Corsini, fiorentino; che fu eletto il 12 luglio del 1730, e che prese il nome di Clemente XII. Aveva, quando fu eletto, settantott'anni, e visse altri dieci anni; perciocchè tale è la malvagia sorte degli stati romani, che il supremo potere si trovi sempre affidato ad un uomo che deve imparare l'arte difficilissima del sovrano, in quell'età in cui converrebbe piuttosto ritirarsi da tutti gli affari. Clemente XII trovavasi in difficilissime circostanze: verun monarca, nemmeno dei paesi che parevano tuttavia oppressi dal giogo della superstizione, più non conservava verso la santa sede quello spiritodi sommissione, di cui si erano fatti un dovere i loro predecessori. La corte di Portogallo era entrata colla corte di Roma in tali contese di etichetta, che prendevano un serio carattere; quella di Torino aveva aggiunti al dominio della corona molti feudi ecclesiastici; quella di Francia faceva bloccare la contea di Avignone per contestazioni di contrabbando; e le corti di Vienna e di Madrid disponevano dei ducati di Parma e di Piacenza, come se fossero stati feudi dell'impero, mentre che da circa dugent'anni erano riconosciuti per feudi della Chiesa. Sebbene Clemente XII di leggieri si potesse avvedere del cambiamento dello spirito del secolo, non sapeva risolversi a rinunciare ad alcuni dei diritti esercitati dai suoi predecessori, e tutto il suo regno si passò in penose dispute[352].Dopo i preliminari di pace, sottoscritti in sul finire del 1735, tra la Francia e l'Austria, senza che avesse voluto soscriverli anche la Spagna, il conte di Kevenhuller strinse l'armata spagnuola del duca di Montemar, che andava ritirandosi verso il regno di Napoli. Il generale austriaco entrò nelle tre legazioni con trenta milaaustriaci, lasciando che vivessero a discrezione presso gli sventurati abitanti del Bolognese, del Ferrarese e della Romagna; mentre che gli Spagnuoli ed i Napolitani non risparmiavano Velletri e la stessa Roma; di modo che lo stato della Chiesa, senz'avere violata la neutralità, sperimentò sotto Clemente XII quasi tutti i disastri della guerra[353].Nell'ultimo anno del papato di Clemente XII il cardinale Alberoni, nominato suo legato in Romagna, tentò di unire alla santa sede la piccola repubblica di san Marino, troppo debole e troppo povera per tentare prima di tale epoca l'ambizione di chicchefosse. Il governo di quella terra aveva degenerato in oligarchia, e l'Alberoni aveva preteso che i malcontenti, che formavano il grosso della popolazione, desiderassero di assoggettarsi al dominio della santa sede; bastarono al cardinale dugento soldati, ajutati dai birri della Romagna, per impadronirsi verso la metà di ottobre del 1739 di tutto lo stato di san Marino. Ma furono portate al papa le rimostranze degli abitanti; e il papa ebbe l'integrità di riconoscere, che aveva con soverchio precipizio dato l'assensoal suo legato: ordinò che gli abitanti di san Marino fossero invitati ad emettere liberamente il loro voto, e quando li vide unanimamente domandare la loro indipendenza, li fece riporre in libertà. Questo pontefice sopravvisse pochi giorni a così onorevole azione; da lungo tempo era forzato a starsi in letto, ed aveva perduta la vista quando morì il 6 febbrajo del 1740[354].Clemente XII ebbe per successore Benedetto XIV, già Prospero Lambertini, il più virtuoso, il più dotto, il più amabile dei Romani pontefici. Era nato il 13 marzo del 1675, e fu eletto il 17 agosto del 1740. Benedetto XIV seppe il primo rinunciare dignitosamente alle pretese della corte romana, uniformandosi allo spirito del secolo, senza scuotere violentemente la propria Chiesa; assopì le controversie giansenistiche; ottenne il rispetto e la considerazione de' principi e dei popoli protestanti, e dei filosofi di tutte le nazioni e di tutte le sette[355];ma i sovrani cattolici violarono crudelmente la neutralità da lui professata, e distrussero la tranquillità de' suoi stati: egli aveva ultimate nel primo anno del suo regno tutte le controversie eccitate da' suoi predecessori colle corti di Spagna, di Portogallo, delle due Sicilie e di Sardegna; quando nello stesso anno la guerra per la successione dell'Austria accrebbe le difficoltà ed i pericoli dello stato della Chiesa. Il duca di Montemar, generale spagnuolo, fu il primo a violare la neutralità del papa, entrando in febbrajo del 1742 nel territorio di san Pietro coll'armata sbarcata ad Orbitello, e che andava ad unirsi in Romagna a quella del duca di Castro-Pignano, generale dei Napolitani. La loro presenza attirò negli stati della Chiesa l'esercito austriaco e piemontese, che si avanzava per venire a battaglia; dopo tale epoca, e finchè durò questa guerra, lo stato della Chiesa fu continuamente attraversato, e spesso guastato dalle due armate. La battaglia di Velletri, dell'undici agosto del 1744, tra il principe di Lobkowitz, il re di Napoli ed il duca di Modena, fu assai più fatale a quest'infelice città che all'una od all'altra armata, che pure visparsero molto sangue[356]. Dopo la pace di Aquisgrana, Benedetto XIV ottenne qualche indennizzazione pei mali sofferti da' suoi sudditi; ma troppo mancava perchè fosse bastante compenso ai sofferti danni. La saviezza e l'economia del papa riuscirono loro assai più vantaggiose, perciocchè colmarono il vuoto delle finanze, minorarono il debito, e cominciarono a ristabilire il commercio e l'agricoltura. La morte che lo rapì il 3 maggio del 1758, non gli permise di fare tutto il bene che desiderava.Carlo Rezzonico, veneziano, successe il 6 di luglio del 1758 a Benedetto XIV, e prese il nome di Clemente XIII. Mostrò dal canto suo molto zelo per la riforma de' costumi, per la difesa della fede e per la correzione del clero; ma non aveva di lunga mano nè l'ingegno, nè l'accorgimento, nè la moderazione, nè la fermezza del suo predecessore. Fu strascinato in passi contraddittorj e talora imprudenti, per provvedere alla carestia che tribolò isuoi stati dal 1764 al 1766; volle sostenere le vecchie pretese della santa sede sul ducato di Parma, e per tale motivo si disgustò nel 1768 colla casa di Borbone; sicchè la Francia occupò Avignone, Napoli e Benevento, e la Spagna minacciò di trattenere le entrate della Chiesa. La soppressione dell'ordine dei Gesuiti, caldamente chiesta dalle medesime corti, gettò il Rezzonico in più gravi imbarazzi: colse l'istante in cui la loro società era stata proscritta in Portogallo ed in Francia, per raffermare tutti i loro privilegj colla bollaApostolicame per fare il più magnifico panegirico de' loro servigj e de' loro talenti. La malintelligenza tra il papa e quelle corti andava vestendo il più inquietante carattere, allorchè Clemente XIII morì quasi improvvisamente nella notte del 3 di febbrajo del 1769.Fu dato per successore al Rezzonico un degno emulo del Lambertini nella persona di Lorenzo Ganganelli, che prese il nome di Clemente XIV. Egli seppe calmare con una costante saggezza, con un profondo segreto, con un'estrema moderazione tutte le contese eccitate dal suo predecessore: ricuperò Avignone e Benevento; soppresse nel giovedì santola lettura della bollain Cœna Domini, che aveva risvegliate le lagnanze della Spagna; fece lentamente ed imparzialmente esaminare le accuse portate contro i Gesuiti; ed il 21 di luglio del 1773 pubblicò finalmente il breve che aboliva il loro ordine. Lasciò un nobile monumento del suo amore per le arti nella fondazione del museo del Campidoglio, che fu chiamato Pio-Clementino, perchè si aggiunse al suo nome quello del suo successore. Morì il 22 di settembre del 1774 in conseguenza di una assai lunga malattia, che l'odio, che in allora si portava ai Gesuiti, fece attribuire a lento veleno da loro apparecchiato.Pio VI, che gli successe il quindici di febbrajo del 1775, a sè non richiamò l'attenzione dell'Europa, prima dei tempi della rivoluzione, che pel suo viaggio fatto in Germania nel 1782, ad oggetto d'impedire le troppo precipitose riforme di Giuseppe II[357]. L'esterna influenza dei papi aveva infinitamente declinato, onde Pio VI volse le sue cure all'interna amministrazione de' suoi stati. Verun paese era tanto a dietro nelle cognizioni di economia politica. Le campagnedi Roma, in altre età così ricche e così popolate, erano trasmutate in un vasto deserto. I pastori della Maremma ed i contadini della Sabina e dell'Abbruzzo, più accostumati ai ladronecci che all'agricoltura, erravano sempre armati, conducendo le loro mandre a cavallo, e colla lancia alla mano, quali selvagge popolazioni in seno dell'Italia. Pio VI si adoperò con molto zelo a ristaurare l'agricoltura, ma senza conoscere i veri principj dell'amministrazione; onde con molto dispendio e molto lavoro, altro quasi non fece che accrescere il male. Egli fece eseguire magnifiche opere a traverso alle paludi pontine per diseccarle; ma in appresso accordò a suo nipote, il duca Braschi, il terreno ricuperato, di cui formò una sola proprietà indivisibile, sebbene fosse tanto vasto da potersi piuttosto risguardare come una provincia che come un podere. Così grave fallo fece mancare in quella terra i capitali, la popolazione e l'industria; e le paludi pontine, a malgrado de' tesori versati da Pio VI, si rimasero come prima insalubri e deserte. Lo stesso duca Braschi ottenne pure varj monopolj sul commercio de' grani, che ruinarono sempre più l'agricoltura, ed accrebbero la miseria deipoveri. Ogni nuovo pontificato giova a fare maggiormente conoscere l'imprudenza di accordare negli ultimi suoi giorni la sovranità ad un uomo, che ha sempre fatto professione di rinunciare al mondo.Le repubbliche d'Italia continuarono in questo secolo a tenersi in una profonda oscurità ed immobilità, quasi avessero temuto, che, richiamando sopra di loro gli sguardi delle altre potenze, il solo nome di libertà, loro caro per antiche memorie piuttosto che per presenti godimenti, non le rendesse sospette ai re, e che mentre si andavano sempre facendo nuove divisioni di stati, non si prendesse a risguardarle come beni vacanti di cui, per non avere esse padroni, si poteva liberamente disporre. Venezia ricusò d'immischiarsi nella guerra della successione di Spagna: armò le sue città e le sue fortezze, ed accrebbe le truppe di linea per farsi rispettare dai suoi vicini: non perciò ottenne di sottrarsi a tutte le vessazioni delle potenze belligeranti; ma nè violazioni del territorio, nè veruna ingiustizia, la spinse ad uscire dall'adottata neutralità.Nell'attenersi a questo sistema la repubblica di Venezia mostrava se nonaltro vigore ed antiveggenza, mentre non vedevasi che corruzione, negligenza e peculato ne' suoi possedimenti d'oltremare. I sudditi greci della repubblica erano in modo travagliati dalle ingiustizie de' governatori veneziani e dai monopolj dei mercanti, che preferivano il giogo dei Turchi. Il danaro erogato dal tesoro pubblico pel mantenimento delle fortezze, delle guarnigioni, e per gli approviggionamenti delle munizioni, era dai comandanti delle piazze e da quelli delle truppe estorto a privato loro profitto, sicchè il regno della Morea, che la repubblica possedeva nel cuore dell'impero ottomano, veniva lasciato senza verun mezzo di difesa. Achmet III ebbe avviso di questa inconcepibile negligenza, ignorata dal senato veneto; apparecchiò un formidabile armamento di terra e di mare, e rompendo, senz'esserne provocato, la tregua di Carlowitz, passò l'istmo di Corinto il 20 giugno del 1714, ed in un mese occupò tutta la Morea[358]. Le varie fortezze che nella precedente guerra erano state conquistate con dispendio di tanto tempo, di tanti tesori, di tanto sangue,fecero pochissima o niuna resistenza. Nel susseguente anno i Turchi attaccarono altresì Corfù; ed in Venezia omai disperavasi di potere contro di loro difendere quell'isola e quella città, quando essi medesimi si ritirarono spontaneamente dietro la notizia avuta della sconfitta della loro armata presso Petervaradino. Vero è che la flotta veneziana sostenne l'antica sua riputazione nelle battaglie che diede ai Turchi con indeciso vantaggio in maggio ed in luglio del 1717. La tregua per ventiquattro anni, conchiusa in Passarowitz il 27 giugno del 1718 colla mediazione dell'Inghilterra e dell'Olanda[359], consumò il sagrificio della Morea, e fissò definitivamente i confini dei Veneziani coi Turchi. Dopo quest'epoca la repubblica trovò la maniera di sottrarsi interamente alla storia, e di non lasciare veruna memoria della propria esistenza[360].La repubblica di Lucca ebbe ancora più piccola parte negli avvenimenti del secolo.Nella prima metà del mentovato secolo fu più volte ruinata dal passaggio delle truppe, e senz'essere in guerra ne sostenne i mali. Quando tutte le parti deposero le armi nel 1748, essa ricuperò l'integrità de' suoi confini; ma mentre andava crescendo la popolazione delle sue campagne e forse oltre misura, e che la divisione delle proprietà in troppo piccoli poderi, dopo avere portata l'industria rurale alla più alta perfezione, riduceva i contadini a valutare pochissimo il loro lavoro ed a vivere in una troppo costante ristrettezza, la città perdeva le sue manifatture, il suo commercio, la sua industria. I cittadini, troppo ravvicinati al piccolo corpo della nobiltà, trovavansi altresì troppo umiliati dalla loro esclusione da tutti gli impieghi, e più non conservando verun affetto per la loro patria, avevano perduto con questo sentimento quell'attività e quell'energia di cui avrebbero avuto bisogno per battere una privata carriera e sollevarsi alla fortuna.La repubblica di Genova, caduta parimenti sotto il giogo d'un'oligarchia, rendutasi odiosa al rimanente del popolo, non pareva fatta per figurare davvantaggio in questo secolo. Nel 1713 i Genovesi acquistarono dall'imperatore pel prezzodi un milione e dugento mila scudi il marchesato di Finale, feudo in addietro posseduto dalla casa di Carretto. Ma essi trattavano con tanta ingiustizia e durezza i loro sudditi, che questi nuovi vassalli passarono con estrema ripugnanza sotto il loro dominio. Con altrettanta ingiustizia che fallace politica avevano essi lungo tempo oppressa la Corsica; onde quest'isola, più estesa e più fertile che tutto il rimanente del loro territorio, erasi conservata quasi barbara tra le loro mani, mentre che sotto una buona amministrazione avrebbe potuto infinitamente accrescere le ricchezze e la potenza del loro stato. Le vessazioni de' Genovesi fecero, nel 1730, scoppiare in Corsica una ribellione, che la repubblica volle invano comprimere colle armi, coi supplicj e talvolta ancora con atti di perfidia. Fu questo un tarlo che consumò le sue finanze e le sue forze per più della metà del secolo. Fino dal 1737 i Genovesi avevano invocato l'ajuto della Francia per soggiogare i Corsi ribelli. Impegnaronsi per tal modo in una lunga serie di trattati di sussidj con quella corona, con che accrebbero sempre più i loro debiti, senza fare verun avanzamento verso la conquista di quest'isola, i di cui abitanti mostravano tutti lestesso orrore pel loro giogo. Finalmente il 15 di maggio del 1768 risolsero di sottoscrivere col signore di Choiseul un ultimo trattato, col quale cedevano al re di Francia l'isola di Corsica in pagamento di tutte le somme che questi loro aveva sovvenute per sottometterla[361].Ma in mezzo alla sua debolezza ed al suo decadimento, si vide la repubblica di Genova inaspettatamente risplendere, quando nel 1746 cacciò dal suo seno gli Austriaci di già padroni delle sue porte, e ricuperò la sua libertà con un atto di disperato eroismo. Nella guerra contro Maria Teresa per la successione dell'Austria, i Genovesi avevano unite le loro forze a quelle dei Borboni per impedire al re Sardo di occupare il marchesato di Finale, sul quale esso re pretendeva avere delle ragioni. Essi avevano divisi i vantaggi della campagna del 1745; ma i rovesci di quella del 1746 li lasciarono esposti soli alla vendetta de' loro nemici. Dopo la rotta avuta dagli alleati sotto Piacenza il 16 di giugno, l'infante don Filippo, il duca di Modena, il marchese de LasMinas, generale spagnuolo ed il generale francese, maresciallo di Maillebois, si ritirarono tutti dalle pianure della Lombardia sopra Genova, e di là per la riviera di Ponente continuarono a ritirarsi in Provenza. Gli Austriaci, inseguendoli, arrivarono per la valle della Polsevera sotto Genova, e si accamparono a san Pier d'Arena, mentre che una flotta inglese, che si fece vedere nello stesso tempo nel golfo, minacciava la città dalla banda del mare. Le mura di Genova erano provvedute di formidabile artiglieria e difese da una buona guarnigione; ma il senato, che conosceva il giusto malcontento del popolo, non ardiva invitarlo a prendere le armi; ed essendosi perduto di coraggio al primo pericolo, il giorno 4 di settembre offrì di trattare, ed il 6 fece una convenzione col marchese Botta Adorno, generale austriaco, in forza della quale gli furono date in mano le porte della Lanterna e di san Tomaso[362].Tosto che gli Austriaci si videro padroni della città, fecero conoscere le nuovecondizioni ch'essi arbitrariamente aggiugnevano alla pace. Tutte le truppe della repubblica dovevano essere prigioniere di guerra, tutte le armi e munizioni venire consegnate agli Austriaci, e tutti i disertori essere restituiti; per ultimo doveva essere pagata una contribuzione di 9 milioni di fiorini dell'impero in tre termini, l'ultimo de' quali non oltrepassava i 15 giorni. Il tesoro della banca di san Giorgio, l'argenteria delle Chiese, quella de' particolari, ogni cosa si requisì dal senato per soddisfare a così esorbitanti domande; ma l'assoluta impossibilità di trovare tutto il richiesto danaro, malgrado le continue minacce di esecuzione militare, di saccheggio e d'incendio, persuase finalmente il generale austriaco ad accordare qualche respiro. Non pertanto il senato non ardiva pur di pensare a far resistenza; ma dalla più infima classe del popolo partì la scintilla elettrica che riaccese la fiaccola della libertà[363].Il giorno 5 dicembre del 1746 gli Austriaci conducevano per le strade di Genovauno de' molti mortaj ch'essi avevano tratti dall'arsenale della repubblica, per servirsene nella spedizione che meditavano di fare in Provenza. La volta di un sotterraneo, che stava sotto la strada, ruppe sotto il peso; il mortajo rimase imbarazzato tra le ruine, e gli Austriaci col bastone in mano vollero forzare il popolo di Genova a trarnelo con corde. La pazienza di questo coraggioso popolo era stata spinta all'estremo: un giovane prese un sasso e lo scagliò contro i soldati; fu questo il segno d'una generale esplosione. Da ogni banda la plebe assalì a sassate gli Austriaci, che furono bentosto presi da panico terrore. Tutti i loro distaccamenti si trovavano isolati in auguste e tortuose strade, che formavano come un laberinto da cui non sapevano uscire. Smarrendosi ad ogni passo, più non sapevano nè dare, nè ricevere ajuto. Intanto i sassi grandinavano sopra di loro dai tetti e dalle finestre, e gli schiacciavano nelle strade, senza ch'essi sapessero contro chi vendicarsi; perciocchè le massiccie mura de' palazzi, ne' quali non entra pressochè niuna materia combustibile, presentavano loro altrettante fortezze, che avrebbero richiesti regolari assedj. I generali, partecipi del terrore de' soldati,lasciaronsi respingere fino fuori della città, ed offrirono poi di venire a patti[364].Il doge, il senato e tutto l'ordine della nobiltà, non avevano per anco presa veruna parte nell'insurrezione; per lo contrario cercavano di acquietare una sollevazione, di cui temevano di essere essi soli le vittime. Ma tosto che gli Austriaci furono fuori di città, gl'insorgenti s'impadronirono degli arsenali, e vi trovarono armi e munizioni; onde guarnirono le mura di artiglierie in modo da signoreggiare il campo austriaco, e si presentarono in così terribile aspetto, che il marchese Botta, che aveva perduti in città i suoi magazzini, il 10 di dicembre si avviò per la Bocchetta alla volta della Lombardia. Non fu che dopo passato questo primo pericolo che il senato e la nobiltà si unirono ai valorosi insorgenti; allora si affrettarono di chiedere ajuti alla Francia ed alla Spagna; ed infatti il duca di Boufflers loro condusse circa quattro mila uomini il 30 aprile del 1747, e ragguardevoli somme furono pure loro speditedalla Francia. Il duca di Richelieu successe in appresso al duca di Boufflers; e le due leghe, fralle quali era divisa l'Europa, cominciarono a battersi ad armi eguali nella riviera di Genova fino al susseguente anno, nel quale la repubblica venne compresa nel trattato di pace di Aquisgrana, e ricuperò i suoi antichi confini in tutta la loro integrità[365].La sollevazione di Genova è il solo avvenimento del diciottesimo secolo che appartenga realmente alla nazione italiana. È il solo che ci mostri il popolo penetrato del suo antico onore, sensibile ai ricevuti oltraggi, e determinato alla difesa de' suoi diritti; il solo in cui un'azione pericolosa sia la conseguenza di un generoso sentimento e non del calcolo. La salvezza di Genova non si dovette nè alla costanza de' suoi nobili, nè alla saviezza del suo governo, nè alla fedeltà degli alleati, ma all'intrepido coraggio ed al patriottismo disinteressato di una classe d'uomini pei quali nulla ha fatto la società, e ch'è tanto più sensibile alla gloria nazionale in quanto che non può aspirare a veruna gloria personale.Ma gli altri avvenimenti che abbiamo toccati in questo secolo non possono meritare il nome di storia italiana. L'intera nazione era esclusa da tutte le risoluzioni politiche e da tutte le azioni. Divisa fra stranieri sovrani che possedevano province nel di lei seno, e tra sovrani, figli di stranieri, che si erano stabiliti nei suoi paesi; indifferente alle contese dei Borboni di Parma, dei Borboni di Napoli e di Sicilia e dei Borboni padroni della Corsica; degli Austriaci di Milano e di Mantova, e dei Lorenesi di Toscana, ella non trovavasi presente alle loro battaglie che per soffrire; ubbidiva ai padroni senza riconoscerli per suoi capi naturali; non era legata all'autorità monarchica da veruna illusione, nè da ereditario affetto, nè da entusiasmo. Si assoggettava, perchè era più prudente cosa il cedere che non il resistere, e perchè in un ordine politico che abbia spenti tutti gli affetti, la sola prudenza conserva il diritto di farsi ascoltare; poco pensava ai suoi generali interessi, perchè non vi ravvisava che cose tristi ed umilianti; prendeva piccolissima parte agli avvenimenti di cui era il teatro; ed in tutta la storia italiana del secolo trovasi a stento un nome italiano. In quel modo che lerisoluzioni prendevansi ne' gabinetti degli stranieri, erano ancora dagli stranieri eseguite sul campo di battaglia. Gli storici che le riferiscono, in mezzo ai riguardi che loro inspirava il timore dei potenti, non lasciano travedere che il sentimento di una vaga curiosità. E veramente non si può sentire nè entusiasmo, nè parzialità, quando non si ha patria; e l'Italiano, nel mentre che le sue campagne andavano ad essere allagate di sangue, non sapeva cui dovesse desiderare la vittoria, se non cercava che il bene del suo paese.La potenza dell'uomo risiede nelle forze morali, e non nelle fisiche. Dallo spirito e non dal corpo vengono i mezzi di resistenza e di conquista; perciocchè trovansi nello spirito la volontà, il coraggio, l'ubbidienza, la pazienza, la rassegnazione al sagrificio. Lo stesso despotismo non può far a meno di certe forze morali; ma egli le teme e non le impiega che con economia; mentre per lo contrario la libertà le adopera tutte. Per mantenere il primo, conviene che l'uomo sia meno uomo che si possa: per consolidare la seconda, conviene trovare nell'uomo tutto quanto può dare l'umana natura. Il despota crederà lungo tempodi avere accresciute le forze della nazione concentrandole tutte in sè, perchè avendo così soppresse tutte le resistenze può impiegare tutto il rimanente vigore nell'esecuzione delle sole sue volontà; ma quando verrà chiamato a misurarsi con un popolo, le di cui forze morali tutte siansi sviluppate, conoscerà bentosto la propria impotenza. L'Italia, in sul declinare del diciottesimo secolo, aveva ancora soldati, ricchezze, una numerosa popolazione, una fiorente agricoltura, commercio e manifatture che presentavano tuttavia grandi mezzi, uomini versati nelle scienze, altri naturalmente atti ad acquistarle in breve tempo; ma le mancavano il sentimento e la vita, e quando scoppiò la rivoluzione francese, non fuvvi alcuno in Europa che non vedesse che l'Italia non aveva nè la volontà, nè la forza di difendere la sua indipendenza, e che una nazione che più non aveva patria, non poteva resistere nè per garantire sè stessa, nè per la sicurezza de' suoi vicini.

Ultime rivoluzioni degli antichi stati dell'Italia dopo l'apertura della guerra per la successione di Spagna fino all'epoca della rivoluzione francese.1701 = 1789.

Ultime rivoluzioni degli antichi stati dell'Italia dopo l'apertura della guerra per la successione di Spagna fino all'epoca della rivoluzione francese.

1701 = 1789.

Da oltre un secolo e mezzo l'Italia aveva piegato il collo sotto il giogo straniero; la libertà era stata distrutta nelle repubbliche, l'indipendenza de' principi negli stati assoluti, ovunque la guaranzia sociale de' cittadini. Sotto il peso di questa calamità qualunque orgoglio nazionale dovette spegnersi nel petto degl'Italiani, cessare dovette qualunque virtù pubblica, e gl'Italiani vedendo di più non poter aspirare alla gloria, si abbandonarono alla mollezza ed al vizio. Più non sursero ingegni che si preservassero dai difetti della debolezza, cioè dalla dissimulazione e dalla doppiezza; le lettere si corruppero colla pubblica morale, e l'ingegno non tardò a soggiacere alla sorte delle virtù. Il gusto de' così detti seicentisti non fu meno depravato della politica de' loro coetanei. I Marini e gli Achillini nella poesia, il Bernino nellearti, ebbero una riputazione analoga a quella dei Concini, dei Mazarini, delle Catarina e Maria dei Medici nel governo e nell'intrigo; e la terra ridotta in servitù più non produsse che frutta viziate.

L'Italia fu ruinata dalla guerra nella prima metà del diciottesimo secolo, presso a poco come nella prima metà del sedicesimo. Erano i medesimi popoli, Francesi, Spagnuoli e Tedeschi, che se ne contrastavano il possedimento; ma la loro maniera di combattere era di già diventata meno crudele, e lasciava ai popoli più lunghi intervalli di riposo. Essi volevano disporre delle province italiane, secondo che loro meglio conveniva, o a seconda de' pretesi diritti di famiglia, senza avere verun riguardo agl'interessi de' popoli, ai loro diritti, ai loro desiderj: ma il risultamento de' loro sforzi fu precisamente il contrario di quello che avevano avuto le guerre del sedicesimo secolo. Queste avevano ridotti i più nobili principati d'Italia in province di estere monarchie; le guerre del secolo diciottesimo loro restituirono sovrani nazionali. Desse crearono ai più esposti confini una nuova potenza capace di difendere l'Italia; e fissarono un giusto equilibrio tra i suoi vicini.

La pace d'Aquisgrana del 18 ottobre 1748 avrebbe ristabilita l'indipendenza dell'Italia, se potesse sussistere indipendenza senza libertà e senza spirito nazionale. Sagge e giuste erano le basi di questa pace per quanto si poteva sperarlo da un congresso in cui i popoli non avevano rappresentanza; perciò l'Italia ci presenta in questo secolo una grande esperienza politica, i di cui risultati sono degni di osservazione. L'Europa, dopo di avere in certo qual modo distrutta una grande nazione, sente il male che ha fatto a sè medesima, privandola dell'esistenza. Le quattro guerre di un mezzo secolo terminarono con altrettanti trattati, che rialzarono sempre più l'indipendenza italiana. Non avvi cosa che gli stranieri non facciano per gl'Italiani, fuorchè quella di rendere loro la vita. Alle guerre succedono quarant'anni di pace, e sono questi quarant'anni di mollezza, di debolezza, di dipendenza; di modo che con questo esperimento i diplomatici dovrebbero convincersi, che non si ristabilisce l'equilibrio d'Europa, quando non si oppongono che forze morte a forze vive; e che non si guarentisce l'indipendenza di una nazione, quando non si chiama quella medesima nazione a difendere ilproprio interesse e che non le si dà nè onore, nè energia per mantenersi.

Con quattro successive guerre si cambiò l'equilibrio d'Italia sul principio del diciottesimo secolo, ed i quattro trattati che le terminarono, stabilirono nuove dinastie, che poco più poco meno presero il luogo delle antiche.

La guerra della successione di Spagna dal 1701 al 1718 si era cominciata da quasi tutte le potenze d'Europa contro la casa di Borbone per contrastare a questa l'eredità di Carlo II, ultimo monarca del ramo austriaco di Spagna. Lodovico XIV aveva preteso di raccoglierla tutt'intera pel secondo de' suoi nipoti, cui aveva di già posto in possesso dei quattro grandi stati che Carlo V aveva lasciati in Italia ai suoi discendenti, Milano, Napoli, la Sicilia e la Sardegna. Ma le forze dell'Europa unite contro di lui, dopo avere lungamente guastate le province, ch'egli pretendeva difendere, una dopo l'altra gliele ritolsero. La defezione del duca di Savoja, che nel 1703 passò al partito de' suoi nemici, contribuì più di tutto a fargli perdere l'Italia. Il 13 marzo del 1707 i Francesi furono forzati ad evacuare la Lombardia; il 7 di luglio dello stesso anno perdetteroil regno di Napoli; e la Sardegna fu tolta alla casa di Borbone alla metà d'agosto del 1708. Di tutta l'eredità della casa d'Austria in Italia Filippo V più non aveva che la sola Sicilia, la quale poi cedette col trattato di pace; di modo che i trattati d'Utrecht dell'11 aprile del 1713 e di Rastad del 6 marzo 1714, che terminarono la guerra della successione di Spagna, disposero di tutti i paesi che Carlo Quinto aveva riuniti alla monarchia Spagnuola, e coi quali aveva renduto dipendente da quella monarchia il resto dell'Italia[310].

Il Milanese, il regno di Napoli e la Sardegna furono ceduti alla casa d'Austria tedesca, che inoltre acquistò in Italia il Mantovano, confiscato a pregiudizio dell'ultimo Gonzaga. Queste province passavano da monarca straniero a monarca straniero, e l'indipendenza italiana invece di guadagnare a questi cambiamenti, forse perdeva, perchè il nuovo monarca era più vicino. Ma da un altro canto il sovrano più militare dell'Italia acquistò provinceche davano maggiore consistenza a' suoi stati, e lo mettevano più a portata di farsi rispettare in avvenire. Il Monferrato venne aggiunto al Piemonte con alcuni piccoli distretti staccati dalla Francia, e nello stesso tempo il regno di Sicilia fu accordato a Vittorio Amedeo II, di modo che l'Italia contò nuovamente in quest'epoca un re tra i suoi principi[311].

Il cardinale Alberoni, che dispoticamente governava la Spagna a nome di Filippo V, sempre schiavo di un favorito, non poteva darsi pace che pel trattato d'Utrecht la Spagna avesse perduto quel dominio d'Italia che aveva conservato quasi due secoli. Colle forze rendute alla Spagna da quattro anni di pace e da un'amministrazione alquanto meno oppressiva, volle tentare di ricuperare in Italia la perduta influenza. Facendo adottare al gabinetto borbonico di Madrid la politica del gabinetto austriaco, cui era succeduto, principiò con un tradimento. In mezzo alla pace, un'armata spagnuola sbarcata in Sardegna il 22 d'agosto del1717 occupò quell'isola cacciandone gli Austriaci. Lo stesso fece nella Sicilia a danno de' Piemontesi nel susseguente anno, dopo avere egualmente ingannata la corte di Torino. Questa guerra ricevette il suo nome dalla quadruplice alleanza formata per frenare la Spagna. La Francia in allora governata dal reggente duca d'Orleans, geloso del re di Spagna, e l'Inghilterra e l'Olanda si unirono all'imperatore per difendere l'Italia contro l'ambizione del cardinale Alberoni. Questa guerra fece spargere poco sangue, e cagionò pochi guasti. La vicina estinzione delle case Medici e Farnese, alle quali più non rimaneva speranza di successione, dava alle potenze mediatrici il modo di prendere compensi nel continente dell'Italia, essendo loro piaciuto di risguardare come vacanti, per l'estinzione delle sovrane famiglie, gli stati di Parma e di Toscana. La corte di Spagna fu soddisfatta nel suo desiderio d'aggrandimento, quando il 17 febbrajo del 1720 accedendo essa alla quadruplice alleanza, le fu promessa invece delle isole di Sicilia e di Sardegna, ch'essa aveva conquistate, la successione de' Medici e dei Farnesi per don Carlo, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, cui quest'ambiziosamadre cercava di formare uno stabilimento indipendente da suo fratello primogenito. Fu egualmente soddisfatta l'ambizione di casa d'Austria, perchè riprese a Vittorio Amedeo la Sicilia, popolata di 1,300,000 abitanti, e gli diede invece la Sardegna che non ne contava che 423,000. I piccoli principi ed i popoli furono i soli sagrificati. Pure travedevasi tuttavia un pensiere dell'indipendenza italiana nella formazione di una nuova sovranità pel principe di Spagna che veniva a stabilirsi in Italia, invece di aggiugnere gli stati che gli si davano all'una o all'altra delle grandi monarchie che s'arrogavono il diritto di disporre della sorte de' popoli indipendenti[312].

La terza guerra che variò l'equilibrio d'Italia in questo secolo fu egualmente breve ed accompagnata da pochi guasti. Per rispetto alla sua origine non sarebbesi dovuto credere che potesse esserne il teatro l'Italia, essendosi questa eccitata nel 1733 per la contrastata elezione di un re di Polonia. Ad ogni modo perchè i re di Francia di Spagna e di Sardegna entrarononella stessa lega contro l'Austria, questa sperimentò i pericoli annessi ai lontani possedimenti presso un popolo di costumi e di lingua diverso, che invece di sagrificarsi per difendere il suo padrone, fa di già molto quando non si prevale dell'occasione per ribellarsi e scuotere il giogo. La casa d'Austria fu spogliata di tutti i suoi stati in Italia; i Francesi uniti ai Piemontesi conquistarono il Milanese; gli Spagnuoli i regni di Napoli e di Sicilia; di modo che l'Austria dovette accomodarsi alle svantaggiose condizioni che le vennero imposte dai preliminarj sottoscritti a Vienna il 3 ottobre del 1735, e riconfermati col trattato di Vienna del 18 novembre del 1738[313].

Questa terza pace restituì alle due Sicilie l'indipendenza che avevano perduta da più secoli. Il regno di Napoli era passato sotto il dominio di un'estera potenza fino dal 1501, e quello della Sicilia fino dal 1409. Più di sei milioni di sudditi italiani furono di nuovo assoggettati ad un sovrano nato da un'italiana, educato alcun tempo in Italia, edestinato a fissarvi la sua residenza e quella de' suoi figliuoli. Questi due regni parevano riunire tuttociò che danno la forza e la ricchezza, grossa popolazione, delizioso clima, prodotti di ogni genere, facile navigazione e confini di facile difesa. La stessa pace dilatò i confini del re Sardo; furono staccati dal Milanese Novara e Tortona coi loro territorj per essere uniti al Piemonte. Dall'altro canto il rimanente dello stato milanese e del ducato di Mantova furono restituiti alla casa d'Austria; ed in compenso di quanto questa aveva perduto, il trattato di Vienna le accordò pure il ducato di Parma, che doveva essere di nuovo unito a quello di Milano, ed il gran ducato di Toscana che doveva formare un principato indipendente per Francesco duca di Lorena, sposo di Maria Teresa e futuro imperatore[314].

Ma il trattato di Vienna non procurò all'Italia che un breve riposo. Il ramo tedesco della casa d'Austria si spense nell'imperatore Carlo VI il 20 ottobredel 1740, pochi anni dopo il ramo spagnuolo. Invano aveva questo monarca cercato di assicurare la successione dei suoi stati a sua figlia Maria Teresa; gli stessi sovrani che avevano guarentita la prammatica sanzione (così Carlo VI intitolò la legge pubblicata nel 1713, colla quale chiamava le figlie alla successione de' suoi stati), presero le armi dopo la sua morte, per contrastarne l'eredità a sua figlia. I tre rami della casa di Borbone di Francia, di Spagna e di Napoli si associarono al re di Sardegna per attaccare la casa d'Austria in Italia. La lotta fu lunga ed accanita; e di principal danno all'Italia fu lo essersi il re Sardo staccato in settembre del 1743 dalla lega della casa borbonica per unirsi a Maria Teresa, che gl'Inglesi avevano preso a difendere. Quasi tutta l'Italia trovossi esposta ai guasti delle armate, ed i paesi neutri, lo stato della chiesa in particolare, contrastati fra i combattenti, non soffrirono forse meno di quelli delle potenze belligeranti. Finalmente, dopo sette anni di guerra e di disgrazie, gli articoli preliminari sottoscritti ad Aquisgrana il 30 aprile del 1748 e seguiti da un definitivo trattato di pace del 18 ottobre dello stesso anno rendettero la paceall'Italia, e stabilirono le relazioni dei suoi diversi stati. I ducati di Milano e di Mantova furono i soli stati d'Italia conservati sotto il dominio di estera potenza, perchè restituiti alla casa d'Austria; ma ne vennero staccati alcuni distretti a favore del re di Sardegna. I ducati di Parma e di Piacenza, che i precedenti trattati avevano uniti al Milanese, furono staccati un'altra volta per farne una sovranità indipendente a favore di un quarto ramo della casa di Borbone, di don Filippo, fratello del re di Spagna e del re di Napoli. Il gran ducato di Toscana fu restituito all'imperatore, ma per essere ceduto al suo secondogenito, onde formare la sovranità di un secondo ramo della sua casa. Il duca di Modena e la repubblica di Genova, che si erano alleati ai Borboni, furono rimessi in tutti i loro possedimenti, e l'indipendenza dell'Italia fu intera, per quanto potevano darla i re che regolavano la di lei sorte[315].

Ma l'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, non acquistò maggiore potenza politica di quella che avesse per lo innanzi, nè potè più che farsi per lo innanzi rispettare o temere dai suoi vicini; essa non trovò i suoi abitanti apparecchiati a difendere un nuovo ordine politico che loro non procacciava nè gloria nè felicità; e sebbene essa superasse quasi tutti i popoli del continente in popolazione ed in ricchezze, mai non ottenne di lunga mano il rispetto che aveva ottenuto al suo piccolo popolo il sovrano delle arenose marche del Brandeburgo. Il restante della storia generale d'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, più non offre avvenimenti; gli scrittori periodici, che si credevano obbligati a dare le notizie dell'Italia nei loro giornali, per lo spazio di quarant'anni non intrattennero il pubblico che intorno a dispute teologiche, ad alcuni nuovi regolamenti fatti da' principi di loromotu proprioe senza consultare i loro popoli, di feste, di matrimonj, di funerali e di viaggi de' sovrani. Quegli avvenimenti ch'ebbero qualche influenza sui susseguenti tempi, si presenteranno opportunamente nella rapida occhiata storica de' varj stati dell'Italia.

Fino dal 12 giugno del 1675 la Savoja ed il Piemonte erano governati da Vittorio Amedeo II, che per altro non oltrepassava i trentaquattr'anni in principio del decimottavo secolo. Nel 1697 e 1701 aveva maritate le due sue figliuole ai due nipoti di Lodovico XIV, il duca di Borgogna ed il duca d'Angiò, poscia re di Spagna; ed aveva preso in principio della guerra della successione di Spagna il comando delle armate francesi e spagnuole in Italia, col titolo di generalissimo. Ma più che il paterno affetto era in lui potente l'ambizione; e nel 1696 egli aveva di già mostrato di non essere troppo scrupoloso osservatore delle sue promesse. Credeva di non avere più sicuro mezzo d'ingrandire i suoi stati, che quello di accordare la sua alleanza al migliore offerente; e se il Milanese veniva una volta in mano della casa di Borbone, poca speranza gli restava di fare nuove conquiste. L'imperatore e le potenze marittime gli fecero segretamente vantaggiose condizioni, ch'egli accettò in luglio del 1703. Il duca di Vandome, che aveva sotto i suoi ordini nel Mantovano un corpo di truppe piemontesi, avuto sentore dell'accaduto, le fece disarmare il 29 di settembre, ed il giorno 3 dicembredello stesso anno Lodovico XIV dichiarò la guerra a Vittorio Amedeo[316].

Il duca di Savoja aveva preferiti alleati potenti, ma lontani, a quelli che lo circondavano da ogni banda, e ch'erano tuttavia abbastanza forti per punirlo crudelmente della sua diserzione. I suoi stati furono nello stesso tempo invasi su tutti i punti dalle armate francesi e spagnuole: tutta la Savoja fu conquistata; e Vercelli, Susa, la Brunetta, Ivrea, Aosta, Bardi, Verrua, Civasco, Crescentino e Nizza, furono successivamente occupate nel 1704 e 1705 dai duchi di Vandome e della Feuillade; la stessa capitale, Torino, fu assediata nel 1706; onde il duca quasi spogliato di tutti i suoi stati, fu forzato a cercare in Genova un asilo alla sua famiglia, mentre ch'egli si chiudeva in Cuneo. In tale circostanza andò debitore della sua salvezza ad un eroe della sua casa, il principe Eugenio di Savoja, in allora generale dell'imperatore, e nipote di quelTommaso Francesco di Savoja, principe di Carignano, che verso la metà del XVII secolo aveva così lungamente travagliata la reggenza di sua cognata, la duchessa Cristina. Il principe Eugenio ruppe sotto Torino, il 7 settembre 1706, le linee delle armate del duca d'Orleans, della Feuillade e di Marsin, e fece levare l'assedio. La Francia perdette in quell'incontro venti mila uomini, ed il duca di Savoja ricuperò, oltre tutto quello che aveva perduto, il Monferrato, Alessandria, Valenza e la Lumellina, che gli alleati gli avevano promesso in premio della sua adesione[317].

L'unione del Monferrato al Piemonte variava l'esistenza di questa potenza; i confini de' due stati erano talmente intralciati, che la loro inimicizia faceva perdere ogni maniera di buona amministrazione all'uno ed all'altro in tempo di pace, e di difesa in tempo di guerra. La piccola provincia del Vigevanasco era pure stata promessa al duca di Savoja; ma dacchè gli Austriaci ebbero ricuperato il Milanese, piùnon vollero privarsi di veruna parte di questo stato. Cotale disparere fu cagione di qualche raffreddamento tra Vittorio Amedeo e l'imperatore Giuseppe, e ritrasse il primo dal prendere una parte attiva nella guerra fino alla conchiusione della pace d'Utrecht, nel 1713, che assicurò le precedenti conquiste della casa di Savoja, e vi aggiunse la Sicilia[318].

Il viaggio che Vittorio Amedeo fece in Sicilia con tutta la sua corte per farvisi coronare, e la permanenza di un anno in Palermo, esaurirono le finanze del Piemonte quasi quanto la guerra che aveva di fresco terminata. Quando giunse in quest'isola entrò in ostilità d'altra natura con papa Clemente XI, onde mantenere le prerogative della corona contro l'autorità della santa sede: diversi ministri del re furono scomunicati e molte città poste sotto l'interdetto; mentre che Vittorio Amedeo bandì dalla Sicilia più di quattrocento ecclesiastici, che tenevano contro di lui le parti del papa: queste religiose turbolenze riempirono il breve regno di Vittorio Amedeo in Sicilia[319]. Mentre Vittorio Amedeo confidava interamente nell'alleanzadi Filippo V, re di Spagna, Palermo venne improvvisamente attaccato il 30 giugno del 1718 dall'armata spagnuola, e fu costretto a capitolare. Il vicerè di Vittorio Amedeo difese Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo; ma tutto faceva credere che i Piemontesi non potrebbero mantenervisi lungo tempo; il re era troppo lontano e troppo debole per mandare sufficienti soccorsi; e il 2 agosto dello stesso anno, il quadruplice trattato d'alleanza, negoziato a Londra dall'abate Dubois, offrì a Vittorio Amedeo, in vece di protezione, il cambio sommamente svantaggioso della Sardegna per la Sicilia, cui non pertanto Vittorio dovette soscriversi il 18 ottobre del 1718. Allora, rinunciando alle sue pretese sulla Sicilia, che gl'imperiali contrastavano agli Spagnuoli, e prendendo il titolo di re di Sardegna, sebbene non vi possedesse un palmo di terreno, Vittorio Amedeo II consacrò l'anno 1719 a sottomettere all'autorità reale, in Piemonte i suoi proprj feudatarj, abolendone i privilegj e confiscandone le regalie. Quando finalmente Filippo V ebbe acceduto alla quadruplice alleanza, rimise, in agosto del 1720, il possesso della Sardegna ad un inviato dell'imperatore, che la consegnòimmediatamente alle truppe di Vittorio Amedeo[320].

La Sardegna non dava al suo re che un vano titolo: ma l'acquisto del Monferrato, dell'Alessandrino, della Lumellina aveva procurata al Piemonte una tale consistenza che mai non aveva avuto prima del regno di Vittorio Amedeo II. Questo principe, che può essere risguardato come il fondatore della sua monarchia, consacrò gli ultimi dieci anni del suo regno ad accrescere le fortificazioni delle sue città e le sue forze militari, a formare valenti ingegneri, finalmente a ravvicinare i suoi sudditi agli oltremontani per mezzo di un'educazione più proporzionata ai progressi dei lumi in tutta l'Europa: fino all'età sua il Piemonte non aveva quasi preso nessuna parte alla gloria letteraria dell'Italia: rialzando il sentimento dell'onore nazionale ne' Piemontesi, Vittorio Amedeo sviluppò tra di loro distinti ingegni; riparò nello stesso tempo i disastri dell'agricoltura, del commercio e delle manifatture; semplificò l'amministrazione della giustizia ne' tribunali; e si occupò con pari attività cheintelligenza a chiudere tutte le piaghe dello stato. Dopo avere lungamente richiamati gli sguardi dell'Europa sulla luminosa carriera ch'egli aveva percorsa, Vittorio Amedeo, giunto all'età di 64 anni, fece, il 3 settembre del 1730, maravigliare tutti coll'abdicazione della corona a favore di suo figlio Carlo Emmanuele III, allora in età di trent'anni. Per altro i suoi sudditi, che avevano più sofferto pella sua inquieta attività, e pel suo despotismo, che non approfittato delle sue riforme, di cui non raccoglievano ancora i frutti, non dissimularono la gioja che loro cagionava quest'avvenimento. Vittorio Amedeo aveva fatto fondamento nella riconoscenza e nel rispetto di suo figlio; ma le relazioni de' principi fra di loro non sono quelle del sangue; la diffidenza ed il sospetto gli assediano, l'affetto non ha veruna parte nella loro educazione, la riconoscenza viene soffocata nel cuor loro dall'adulazione, e la voce della coscienza pervertita dai consiglj de' cortigiani. Vittorio Amedeo II fu per ordine di suo figlio arrestato la notte del 28 al 29 di settembre del 1731, colle più ributtanti circostanze: nella sua prigionia ed in tempo dell'ultima sua malattia, non potè ottenere colle più caldepreghiere, che suo figlio andasse a trovarlo; e finalmente morì il 31 ottobre del 1732 nel castello di Moncalieri, ove era rinchiuso, distante tre miglia da Torino[321].

Carlo Emmanuele III non tralignò dai principi suoi predecessori, nè per la sua abilità nelle cose della politica, della guerra e dell'amministrazione, nè per l'instabilità delle sue alleanze, che, come quelle dei suoi antenati, furono sempre vendute al migliore offerente. Nella guerra dell'elezione del re di Polonia, egli sorprese gli Austriaci, cui il suo primo ministro, il marchese d'Ormea, avea date in iscritto le più formali assicurazioni ch'egli non si era alleato alla casa di Borbone; in breve tempo conquistò tutto il Milanese, e ne fu ricompensato nel trattato di pace colla cessione di Novara e di Tortona coi loro territorj[322].

Nella guerra della successione dell'Austria, il re di Sardegna offrì da prima la sua alleanza alla casa di Borbone; ma la corte di Spagna, che pretendeva di ricuperare il Milanese già da venticinque anni staccato da quella monarchia, non esibì a Carlo Emmanuele per comperare la sua alleanza che piccolissimi distretti di quel ducato, che probabilmente avrebbe ancora rivendicati quando la vittoria avesse coronate le sue armi. Allora il re di Sardegna fece un trattato provvisionale con Maria Teresa per la difesa del Milanese, cui riservavasi però di potere rinunciare, dandone avviso alla regina un mese prima. Questo trattato fu soscritto il primo febbrajo del 1742[323], ed obbligò Carlo Emmanuele ad entrare in guerra cogli Spagnuoli, i quali, sotto il comando dell'infante di Spagna, don Filippo, invasero tutta la Savoja, mentre che i Piemontesi uniti agli Austriaci sconfissero gli Spagnuoli nella Lombardia oltrepadana. Ma non perciò il re di Sardegna interrompeva le sue negoziazioni colla casa di Borbone, cui la sua alleanza avrebbe dato in mano il Milanese; ma egli ponevaa cotale alleanza un altissimo prezzo. Diede a questi negoziati abbastanza pubblicità affinchè la corte di Vienna, e più ancora il suo alleato Giorgio II, sentissero la necessità di guadagnarlo al loro partito. Infatti, il 13 settembre del 1743, conchiusero con lui un trattato sottoscritto a Worms, col quale gli si promettevano Piacenza, Vigevano e l'alto Novarese, e per confini a Levante la Nura, il Ticino ed il lago Maggiore[324].

Dopo quest'alleanza Carlo Emmanuele agì vigorosamente contro i Francesi e contro gli Spagnuoli; ma mentre li combatteva, non lasciava di negoziare per tornare al loro partito: v'ebbero perfino de' preliminari sottoscritti a Torino, il 26 dicembre del 1745, tra la Francia e la Sardegna, le di cui condizioni avrebbero consolidata la potenza della casa di Savoja, ed assicurata l'indipendenza degli stati d'Italia. Si aboliva perfino il nome del santo romano impero, cagione di tante vessazioni pei pretesi stati feudali, e si escludevano i Francesi, gli Spagnuoli ed i Tedeschi da ogni possedimentonella penisola. Ma la diffidenza del re sardo, gl'indugj della corte di Spagna, e la rapida discesa in Italia di un'armata della regina d'Ungheria fecero rompere queste negoziazioni. Allora Carlo Emmanuele, unendosi di nuovo agli Austriaci, si mantenne costante nella loro alleanza fino alla pace d'Aquisgrana, che press'a poco gli accordò i vantaggi acquistati col trattato di Worms, tranne Piacenza, cui dovette rinunciare[325].

L'ultima parte del regno di Carlo Emmanuele fino alla morte che lo sorprese il 20 gennajo del 1773, ed il regno di Vittorio Amedeo III, che gli successe, furono sempre pacifici; e perchè in un paese in cui non si permette al popolo d'immischiarsi nelle cose del governo e della politica, i tempi di pace non offrono allo storico verun avvenimento, può risguardarsi la storia del Piemonte come affatto nulla in tutto questo periodo. Il governo non avrebbe tollerato che se ne conservasse qualche memoria, e veruno scrittore volle infatti esporsi adispiacergli, narrando ciò che la suprema autorità seppelliva in un profondo segreto.

Il ducato di Milano, che durante la guerra della successione di Spagna, passò sotto il dominio di casa d'Austria, ebbe la sventura di essere saccheggiato in ogni guerra da tutte le potenze belligeranti, e smembrato in tutti i trattati di pace. La capitale perdette assai in popolazione ed in ricchezze, quando molte delle sue migliori province vennero sottratte al suo dominio e date al re di Sardegna. Le campagne in tempo della guerra non soffrirono meno della capitale; ma la loro prosperità venne più rapidamente repristinata, sia a cagione della maravigliosa loro fertilità, sia perchè il governo austriaco fu assai più giusto e più ragionevole che non quello degli Spagnuoli. In particolare la casa di Lorena si fece conoscere superiore all'antica casa d'Austria, e l'amministrazione del conte di Firmian (1759-1782) lasciò una grata memoria. Era omai questa la sorte dell'Italia di ricevere dall'estero i lumi ch'ella aveva sì lungamente sparsi in addietro; e le province, governate da stranieri monarchi, approfittavano dei progressi nelle scienzepolitiche, che i nazionali non avevano per anco fatti. Giuseppe II intraprese con zelo e con buona fede, ma spesso con troppo precipizio, le riforme oramai diventate necessarie. La pubblica opinione era tuttavia così traviata dall'ignoranza dei diritti del principato, che condannava quasi tutto ciò che questo sovrano faceva pel vantaggio del paese. Non perciò i suoi sforzi riuscirono del tutto vani; le lettere, i lumi ed alcune virtù pubbliche cominciarono a rigermogliare in Lombardia, e fu questa la provincia che fece più d'ogni altra sperare il risorgimento di una nazione italiana.

In principio del secolo i Gonzaga perdettero il ducato di Mantova, che da Giuseppe II venne assoggettato a quello di Milano, in compenso di ciò che aveva perduto dalla banda del Piemonte. L'imprudente Ferdinando Carlo Gonzaga si era lasciato vincere dal danaro sul principio della guerra della successione di Spagna, ed aveva acconsentito a ricevere in Mantova guarnigione francese, in conformità del trattato ch'egli soscrisse a Venezia il 24 febbrajo del 1701[326]. Con ciò, nonsolo richiamò la guerra ne' suoi stati, mentre egli nelle dissolutezze di Venezia cercava di scordare le sventure de' suoi sudditi, ma inoltre diede un pretesto all'imperatore di porlo al bando dell'impero. In fatti, avendo i Francesi, in virtù della convenzione di Milano del 13 maggio 1707, evacuata la Lombardia, Mantova e tutto il suo ducato vennero occupati dagl'imperiali; fu dichiarato il duca colpevole di fellonìa, ed i suoi feudi riuniti alla diretta dell'impero; poco dopo Ferdinando Carlo morì in Padova il 5 di luglio del 1708 senza prole. Rimaneva di questa famiglia un ramo cadetto, quello dei duchi di Guastalla e di Sabbionetta, principi di Bozzolo, formato da Federico di Gonzaga, illustre generale del sedicesimo secolo. Ma invano questi richiamarono la successione d'uno stato che loro apparteneva per le leggi dell'impero, e che rimase confiscato. Anche questa linea si spense in Giuseppe Maria Gonzaga che morì il 15 d'agosto del 1746, e la pace di Aquisgranaaggiunse i piccoli stati di lui a quelli di Parma e di Piacenza[327].

Ne' primi anni del diciottesimo secolo i ducati di Parma e di Piacenza erano governati da Francesco Farnese, succeduto a Rannuccio II, suo padre, l'undici dicembre del 1694. Fino dalla sua più fresca giovinezza trovavasi oppresso da una straordinaria grassezza, diventata ereditaria nella sua famiglia; inoltre balbettava, ed a questi esteriori difetti rispondeva la debolezza del suo spirito, onde aveva contratto un estremo timore di mostrarsi in pubblico, e tenevasi a tutti celato. Durante la guerra della successione di Spagna, ricevette guarnigioni pontificie, onde far rispettare la sua neutralità e quella della Chiesa di cui riconoscevasi feudatario. A fronte di ciò i Tedeschi violarono più volte il suo territorio. Non avendo avuti figliuoli da Dorotea di Neuburgo, vedova di suo maggior fratello, ch'egli aveva sposata il 16 settembre del 1714, maritò Elisabetta Farnese, figlia di suo fratello, a Filippo V, re di Spagna. Sebbene le femmine non fossero chiamate all'eredità de' feudi della Chiesa, fu però Elisabetta che trasmise allacasa di Borbone quelle pretese sui ducati di Parma e di Piacenza, che fecero dare quei ducati al secondo de' di lei figli[328].

Francesco Farnese mai non aveva voluto dare a suo fratello Antonio una sufficiente entrata per potersi ammogliare; altronde Antonio non aveva che un anno meno del duca, ed aveva la stessa mostruosa corpulenza, lo che faceva risguardare come di già spenta la casa Farnese, quando nel 1720 il trattato della quadruplice alleanza impose leggi alla Spagna, per terminare la guerra eccitata dal cardinale Alberoni. L'eredità di Parma e quella della Toscana furono assegnate ad un figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, che non fosse re di Spagna; i ducati di Parma e di Piacenza vennero dichiarati feudi imperiali, malgrado le rimostranze di Clemente XI, e fu convenuto che per la guarenzia di questa eventuale successione sarebbero, durante la vita degli ultimi principi Farnesi, occupati da guarnigioni svizzere. Questi accomodamenti furono inoltre raffermati dal trattato fatto il 30 aprile del 1725 tra l'Austria e la Spagna[329].

L'infante don Carlo, cui erano destinati questi principati italiani, non recossi nella penisola che dopo la morte del duca di Parma, Francesco, accaduta il 26 di febbrajo del 1727. Suo fratello, don Antonio, allora in età di quarantotto anni, si affrettò di cercarsi una consorte per conservare ancora, se era possibile, la casa Farnese; ed in febbrajo del 1728 sposò Enrichetta d'Este, terza figlia del duca di Modena. Il papa Benedetto XIII e l'imperatore Carlo VI gli prescrissero nello stesso tempo di ricevere dalla Chiesa e dall'impero l'investitura dei suoi ducati; ma, temendo di compromettersi con sovrani tanto di lui più potenti, e per non dare la preferenza a veruno di loro, egli ricusò l'uno e l'altro. In tali circostanze la Francia, l'Inghilterra e la Spagna convennero, in forza di un trattato sottoscritto in Siviglia il 9 novembre del 1729, che sei mila Spagnuoli verrebbero destinati a formare le guarnigioni di Livorno, Porto Ferrajo, Parma e Piacenza, onde guarentire la successione a don Carlo. Tale sostituzione delle truppe spagnuole alle svizzere spiacque all'imperatore, il quale rifiutò di accettare il trattato di Siviglia, e fece passare trenta mila uominiin Lombardia, per opporsi all'introduzione delle guarnigioni spagnuole[330].

I duchi di Parma e di Toscana, che vedevano, mentre ancora erano vivi, e malgrado loro, altri liberamente disporre della propria eredità, non temevano meno le truppe estere, che, occupando i loro stati, vorrebbero dar loro la legge, di quello che temessero la guerra che l'imperatore mostravasi apparecchiato ad intraprendere per tenerle lontane. Il loro regno si andò consumando in tristi negoziazioni, le quali tutte avevano per oggetto l'epoca della loro morte, creduta assai vicina, sebbene fossero ambidue pieni di vita e non ancora usciti dalla virilità. Però le truppe spagnuole non erano per anco sbarcate in Italia, quando Antonio, ultimo duca della casa Farnese, morì il giorno 20 gennajo del 1731. Ne' pochi anni del suo regno costui risguardò le finanze de' suoi stati come un'entrata vitalizia; sagrificò le generazioni che dovevano seguirlo a' suoi piaceri del momento, non limitando in verunmodo le sue prodigalità, sia che si trattasse di appagare i suoi gusti, o di guadagnare la riconoscenza degli adulatori e dei favoriti che lo circondavano[331].

La duchessa Enrichetta, vedova dell'ultimo duca di Parma, credevasi incinta, e non riconobbe d'essersi ingannata che in settembre dello stesso anno, nella quale epoca lasciò Parma per tornare a Modena. Tale incertezza diede tempo alle altre potenze di convenire intorno alle rispettive pretese. Nel giorno 23 di gennajo del 1731, il generale imperiale aveva preso possesso di Parma e di Piacenza, veramente per conto dell'infante di Spagna, ma con truppe tedesche: un commissario pontificio, che in allora si trovava a Parma, protestò solennemente il giorno 24 contro un tale atto di possesso, contrario al supremo dominio della Chiesa. Una nuova convenzione, sottoscritta il 22 luglio del 1731, tra l'imperatore, il re di Sardegna e l'Inghilterra, riconfermò le convenzionidella quadruplice alleanza. L'infante don Carlo non arrivò a Livorno che il 27 di dicembre seguìto dalle truppe spagnuole, che dovevano per lui occupare i suoi nuovi stati. Dopo essersi trattenuto parecchj mesi in Toscana presso il gran duca Giovan Gastone de' Medici, che in certo qual modo veniva obbligato ad adottarlo ed a riconoscerlo quale suo presuntivo erede, don Carlo entrò trionfalmente in Parma il 9 di settembre del 1732[332].

L'imperatore Carlo VI aveva dato per tutori a don Carlo la di lui ava materna, la duchessa Dorotea, vedova di Odoardo, poi di Francesco Farnese, ed il gran duca di Toscana; ma nel susseguente anno la casa di Borbone, avendo attaccata quella d'Austria, don Carlo, che il 20 di gennajo del 1733 era giunto a diciassette anni, dichiarossi egli stesso maggiore, ed in pari tempo prese il comando dell'esercito spagnuolo in Italia. Siccome dal canto suo il duca di Savoja, Carlo Emmanuele III, si era posto alla testa delle truppe francesi, ed avea fatta rapidamentela conquista del Milanese, così don Carlo, che più non era in Lombardia necessario, in principio di gennajo del 1734 prese colle truppe spagnuole la strada di Napoli, onde tentare la conquista di quel regno. Sperando allora di cambiare i due piccoli ducati di Parma e di Piacenza con una vasta monarchia, e più non supponendo di entrare nell'eredità a lui destinata da tanti anni, don Carlo spogliò i palazzi Farnesi de' loro più ricchi effetti, per portarli seco. Il duca di Montemar, che dirigeva le sue operazioni, il 27 di maggio sconfisse presso Bitonto la piccola armata imperiale, la sola che avesse osato di resistergli, perciocchè fin dal 9 aprile la capitale aveva aperte le sue porte agli Spagnuoli: e prima che terminasse la campagna, i due regni di Napoli e di Sicilia furono totalmente assoggettati a don Carlo[333].

Sebbene questo principe, allorchè partiva da Parma, avesse mostrato di rinunciare a quella sovranità, la facile conquista del regno di Napoli risvegliaronola sua ambizione e quella di suo padre. Si lusingarono di ricuperare tutto ciò che la pace d'Utrecht aveva tolto in Italia alla corona di Spagna; e nel 1735 il duca di Montemar si rimise in cammino alla volta della Lombardia per intraprendervi nuove conquiste. Ma il cardinale di Fleurì era omai stanco di servire all'ambizione spagnuola; il 3 di ottobre fece sottoscrivere in Vienna i preliminarj della pace coll'imperatore; ed ordinò al duca di Noailles di non dare più ajuto al generale spagnuolo; onde il duca di Montemar, stretto improvvisamente dai Tedeschi, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente a traverso alla Toscana alla volta del regno di Napoli[334].

In aprile del susseguente anno le guarnigioni spagnuole, che occupavano Parma e Piacenza, evacuarono quelle due città, seco trasportando le biblioteche e la galleria dei Farnesi, tutti i quadri, tutti i mobili e tutti gli effetti preziosi de' palazzi saccheggiati; di modo che al dolore di perdere la propria indipendenza i popoli aggiunsero quello di vedersi spogliatidi tutti gli ornamenti delle loro città. Allora i ministri spagnuoli, a nome di don Carlo, dichiararono i sudditi di Parma e di Piacenza sciolti dal loro giuramento di fedeltà, e subito partirono senza consegnare quegli stati agli Austriaci: ma non si furono appena ritirati che il principe di Lobkowitz ne prese il possesso, il giorno 3 di maggio del 1736, a nome dell'imperatore[335].

Parma e Piacenza non rimasero lungamente unite al ducato di Milano, perciocchè cinque anni dopo tale cessione, si estinse la casa d'Austria; ed il re di Spagna vantando diritti sull'eredità di Carlo VI, il duca di Montemar sbarcò il giorno 9 dicembre del 1741 ad Orbitello con un esercito spagnuolo destinato a fare in Italia nuovi acquisti. La regina di Spagna, Elisabetta Farnese, aveva un altro figlio, chiamato don Filippo, nato il cinque di marzo del 1720. Quest'ambiziosa principessa, che continuamente lagnavasi di avere perduta l'eredità della propria famiglia, risolse di formare a suo figlio uno stato in Italia. Lo pose alla testa di un'armataspagnuola adunata nel 1742 ai confini della Provenza, la quale, sebbene occupasse subito la Savoja, non potè che dopo lungo tempo penetrare in Italia. Il re di Napoli era stato costretto dall'ammiraglio Matheus a dichiararsi neutrale il 19 agosto del 1742, onde non vedere bombardata la sua capitale. Il duca di Modena, che aveva abbracciato il partito francese, era stato cacciato dai suoi stati: ed i ducati di Parma e di Piacenza erano caduti in mano dei Tedeschi; onde soltanto in settembre del 1745 l'infante don Filippo potè entrare negli stati che pretendeva di sua ragione[336].

Appena cominciava don Filippo ad avere in Lombardia la fortuna propizia, che la corte di Spagna pensò a formargli uno stato, non più delle sole città di Parma e di Piacenza, ma di tutto il Milanese. Era entrato in Milano il 16 di dicembre del 1745, quando la pace parziale fatta dal re di Prussia con Maria Teresa permise a questa sovrana di portare la maggior parte delle sue forze in Italia; allora don Filippo fu costretto ad abbandonare Milano il 19 di marzo, etutti i Francesi e gli Spagnuoli furono scacciati dalla Lombardia prima che terminasse la campagna del 1746[337].

Nella stessa campagna aveva don Filippo perduto il suo principale appoggio in Filippo V, suo padre, morto il 9 di luglio del 1746. Ferdinando VI, figlio di Filippo V, del primo letto, succedutogli alla corona di Spagna, non prendeva un troppo vivo interesse allo stabilimento de' figliuoli di sua matrigna. Perciò la corte di Spagna fu contenta di ottenere, col trattato di Aquisgrana, i due ducati di Parma e di Piacenza, che tornarono a ricuperare l'indipendenza il 18 ottobre del 1748, ed ebbero qualche ingrandimento coll'unione fattavi del piccolo ducato di Guastalla[338].

La guerra della successione d'Austria aveva in certo qual modo interessata tutta l'Europa alla trasmissione dell'ereditàdei Farnesi ad un ramo dei Borboni. Ma dopo quest'avvenimento gli stati di Parma e di Piacenza ricaddero nell'oscurità sotto il regno dell'infante don Filippo, che morì il 18 luglio del 1765, e sotto quello di suo figlio e successore don Ferdinando. Per altro il gusto di don Filippo per le lettere e per la filosofia, la protezione da lui accordata agli scrittori francesi, la scelta fatta per educare suo figlio dell'abate di Condillac, furono cagione che s'introducessero in Lombardia nuove idee, con un certo sentimento di libertà civile e religiosa, che dal governo spagnuolo era stato per lo innanzi severamente proscritto. Le città di Parma e di Piacenza, che nei precedenti secoli avevano avuta così piccola parte alla gloria letteraria dell'Italia, parvero animate da nuova vita, e vi fiorirono molti uomini illustri.

Nella prima metà del diciottesimo secolo i ducati di Modena e di Reggio non furono meno sventurati di quelli di Parma e di Piacenza. Rinaldo d'Este, che regnava in Modena fino dal 1694, abbracciò il partito imperiale nella guerra della successione di Spagna. Perciò tutti i suoi stati furono invasi dai Francesi, ed egli medesimo fu costretto a ripararsi in Bologna fino al 1707, in cui la Lombardia venne evacuata dallearmate dei Borboni. La pace d'Utrecht gli ratificò il possedimento di tutto ciò che aveva prima della guerra, e vi aggiunse nel 1718 il piccolo ducato della Mirandola, comperato dall'imperatore, che lo aveva confiscato a pregiudizio di Francesco Pico, ultimo principe di questa famiglia. Rinaldo, conservandosi fedele allo stesso partito, fu per la seconda volta costretto a ripararsi in Bologna nella guerra del 1734, mentre che i suoi stati vennero occupati dai Francesi e dagli Spagnuoli. Finalmente rientrò nella sua capitale il 24 di maggio del 1736, ove morì diciassette mesi dopo, il 26 di ottobre del 1737, in età di ottantadue anni[339].

Il duca Rinaldo, che era stato cardinale, che non aveva deposto l'abito ecclesiastico che in età di quarant'anni, e ch'era giunto ormai ad avanzata vecchiaja in tempo dell'ultima guerra in cui erasi trovato suo malgrado avviluppato, non prendeva veruna parte nelle operazioni militari. Suo figlio Francesco III, che gli successe, era stato militarmente educato, ed aveva gusto per le cose della guerra. Prima di salire sul paterno trono aveva fatta una campagna contro i Turchi; ricercò l'alleanzadella casa di Borbone nella guerra della successione dell'Austria, e fu nominato generalissimo delle armate francesi e spagnuole, che in Italia militavano contro Maria Teresa. Egli diede con ciò motivo agli Austriaci di invadere i suoi stati, di guastarli e d'opprimerli colle contribuzioni, mentre ch'egli conduceva il suo esercito nello stato pontificio, ove si mantenne lungamente; indi venne nella riviera di Genova, in Provenza ed in Savoja, dov'ebbe comune fortuna coll'infante don Filippo. Fu rimesso finalmente ne' suoi stati nel 1748 dal trattato di Aquisgrana; ma li trovò ruinati dalle truppe austriache e piemontesi, che gli avevano occupati più anni, ed egli aggiunse ancora alla loro miseria col peso di nuove imposte e col cattivo sistema delle sue finanze. Morì di ottantadue anni il 23 febbrajo del 1780. La fama dei due più eruditi italiani, Muratori e Tiraboschi, suoi sudditi e suoi pensionati, sparse qualche gloria sul suo regno.

Era ne' destini dei ducati di Modena e di Reggio di essere governati da vecchi principi. Ercole III, figliuolo di Francesco III, era ammogliato da circa quarant'anni quando successe a suo padre. Aveva sposata in settembre del 1741 MariaTeresa Cibo, unica figlia ed erede di Alderano Cibo, ultimo duca di Massa e di Carrara, ed aveva per tal modo fatto entrare nella sua famiglia un quarto ducato, oltre quelli di Modena, di Reggio e della Mirandola[340]. Il ducato di Massa e Carrara era uno de' molti piccoli feudi imperiali posseduti dai marchesi Malaspina tra la Liguria, la Lombardia e la Toscana. Due secoli e mezzo prima era passato, per mezzo di una femmina, sotto il titolo di marchesato, a Franceschetto Cibo, figlio d'Innocenzo VIII; era stato eretto in ducato nel 1664; e di nuovo passò per una donna alla casa d'Este[341]. Diventato duca in età avanzata, Ercole III fu accusato, ancora più de' suoi due predecessori, di avarizia, vizio che spesso si rimprovera alla vecchiaja. Egli accumulò un tesoro, che invece di servire alla sua difesa nell'istante del bisogno, accrebbe il suo pericolo, eccitando la cupidigia deisuoi nemici. Il 14 ottobre del 1771 maritò l'unica sua figlia coll'arciduca Ferdinando d'Austria; e questa principessa è rimasta l'unica rappresentante de' principi d'Este, in addietro sovrani di Ferrara, Modena e Reggio; dei Malaspina e dei Cibo, signori di Massa e di Carrara; dei Pichi, sovrani della Mirandola, e dei Pii, sovrani di Carpi e di Correggio; perciocchè tutte le case sovrane d'Italia sembravano percosse dallo stesso destino, e la stessa casa d'Este era pure vicina a spegnersi, allorchè perdette i suoi stati nelle guerre della rivoluzione.

Si erano vedute spegnersi in Napoli le case dei Durazzo, d'Angiò e d'Arragona; a Milano quelle de' Visconti e degli Sforza; quella de' Paleologhi nel Monferrato; dei Montefeltro e della Rovere in Urbino; dei Gonzaga a Mantova, Guastalla e Sabionetta; dei Farnesi in Parma e Piacenza; e l'Italia vide pure spegnersi nel diciottesimo secolo, prima delle case Cibo e d'Este, la casa dei Medici, che, erede di una gloria acquistata da rimotissimi antenati, era illustre a motivo dei grandi cittadini di Firenze da lei prodotti, non per i suoi gran duchi.

Cosimo III regnava in Firenze fin dal 1670, ed anche salendo sul tronola sua vita era amareggiata dalle sue contese con Margarita d'Orleans, sua sposa, cui era diventato insoffribile a cagione de' suoi sospetti e della sua domestica tirannide: ma egli dall'altro canto non aveva avuto a soffrir meno pelle stravaganze di questa principessa francese, e pel disprezzo ch'essa gli mostrava. Egli stesso, disgraziato nel suo interno, pareva che non potesse interessarsi in un matrimonio senza renderlo altresì disgraziato ed infecondo. Il suo maggior figliuolo, Ferdinando, che morì prima di lui, il 30 di ottobre del 1713, sebbene di già in età di cinquant'anni non aveva avuto prole da Violante Beatrice di Baviera sposata nel 1688: e sua figlia, Anna Maria Luigia, che nel 1691 aveva sposato Giovanni Guglielmo, elettore palatino, fu pure infeconda. Il suo secondo figliuolo, Giovan Gastone non ebbe pure figli dalla principessa di Sassonia Lavemburg, sposata nel 1697[342]; onde per non vedere spenta la sua famiglia entro pochi anni, Cosimo III persuase, all'ultimo, nel 1709, suo fratello Francesco Maria, di già in età di cinquant'anni, a deporre la sacra porpora, ed a sposareEleonora di Gonzaga, figlia del duca di Guastalla; ma nè questo matrimonio fu più fecondo degli altri. Ferdinando e Francesco Maria morirono prima di Cosimo III; Giovan Gastone, separato dalla moglie, e pieno d'infermità, non poteva più nutrire speranze di prole; e Cosimo vedeva con amaro dolore le principali potenze dell'Europa disporre, mentre ancor viveva egli e suo figlio, della sua eredità. Riclamò invano a favore dei diritti della repubblica fiorentina, di cui i suoi antenati non erano stati che semplici rappresentanti, ed alla quale doveva perciò ritornare la sovranità dopo estinta la linea dei Medici[343]. Tentò pure di farne passare l'eredità alla figliuola, quella che più amava di tutti i suoi figli; volle almeno decidere egli stesso tra i pretendenti alla corona di Toscana; ma i diplomatici europei, non valutando più i suoi diritti che quelli del suo popolo, non degnaronsi pure di ascoltarlo nel disporre de' suoi stati. Finalmente egli morì il 31 d'ottobre del 1723 dopo avere sofferte le più amare mortificazioni, ed avere avuti tanti dispiaceriquanti erano stati i mali che aveva fatti soffrire al suo popolo[344].

Giovan Gastone, che successe a Cosimo III, era stato lo scopo delle persecuzioni degl'ipocriti che infestavano la corte di suo padre; egli non aveva mai trovato nel suo palazzo, che noja, suggezione e tristezza. Tosto che si vide liberato dall'oppressione in cui aveva vissuto fino ai cinquantadue anni, cercò col circondarsi di buffoni e di persone non ad altro intese che a tenerlo allegro, di dimenticare come meglio poteva, e le sue infermità che lo ritenevano frequentemente a letto, e la divisione della sua eredità, di cui facevasi tanto rumore in Europa. Giovan Gastone era un buon uomo, ma non sapeva leggere nell'avvenire; non pensava alla miseria de' suoi sudditi, che mai non vedeva, e non poneva limiti alle sue prodigalità, affinchè tutti coloro che lo avvicinavano si ritirassero con volto soddisfatto. Le finanze furono dilapidate, l'amministrazione cadde tra le mani de' serventi, e di gente affatto spregievole. Finalmente egli morì di sessantasei anni, il 9 di luglio del 1737,lasciando a' suoi successori il troppo difficile incarico di rimediare ai mali della Toscana[345].

Francesco, duca di Lorena, sposo di Maria Teresa, cui era stata data la Toscana, venne, in gennajo del 1738, a visitare i suoi nuovi stati; ma vi si trattenne poco tempo. Il principe di Craon, Marco di Beauvau, suo mentore, era stato destinato a ricevere il giuramento dai nuovi sudditi di Francesco, e governò la Toscana coll'autorità di un vicerè. Fu ajutato nella sua amministrazione dal conte di Richecourt, il più illustre ministro del nuovo gran duca, che nel 1745 ottenne il titolo d'imperatore. Occuparonsi l'uno e l'altro della riforma delle leggi della Toscana, del miglioramento delle finanze, e della più regolare ed imparziale amministrazione della giustizia.

La vedova dell'elettore palatino, sorella di Giovan Gastone, ch'era tornata alla corte di suo padre nel 1717, e che aveva sopra di lui esercitata grandissima influenza, sopravvisse anche al fratello che non l'amava, e che non era da lei amato. Questa principessa, il 31 ottobre del 1737, si lasciò persuadere a rinunciare alla casadi Lorena tutta l'eredità mobile ed immobile della casa de' Medici, contro una pensione vitalizia di quaranta mila scudi fiorentini. Il gran duca Francesco le accordò il titolo di reggente, le diede delle guardie al palazzo e tutte le apparenze d'una corte. Ella morì finalmente in Firenze il 18 di febbrajo del 1743 in età di settantasei anni, ma in lei non si spense affatto la casa de' Medici; se ne conservò tuttavia un ramo, discendente da uno degli antenati di Cosimo, il padre della patria; ma perchè non era stato contemplato dal decreto di Carlo V, non si trattò giammai di chiamarlo alla successione della corona ducale[346].

L'imperatore Francesco I, che in Toscana portava il nome di Francesco II, morì a Vienna il 18 di agosto del 1765. Mentre che il suo primo figliuolo, Giuseppe II, gli succedeva negli stati dell'Austria, il secondo, Pietro Leopoldo, allora in età di diciotto anni, fu dichiarato gran duca di Toscana, e venne a prendere possesso del suo principato l'undici di settembre del 1765. Veruno stato d'Italia non ebbe mai più grandi obblighial suo sovrano, quanto la Toscana a Pietro Leopoldo. Questi, continuamente occupato a riformare tutti gli abusi introdottisi nel lungo spazio di oltre dugent'anni di una difettosa amministrazione, semplificò le leggi civili, addolcì le criminali, diede la libertà al commercio, disseccò intere provincie, dividendone la proprietà fra industri coltivatori, che caricò di una leggiere contribuzione: ed in tal modo raddoppiò i prodotti dell'agricoltura, e rendette ai suoi sudditi quell'attività e quell'industria che avevano da tanto tempo perdute. Tentò altresì di correggere la corruzione de' costumi, e di comprimere gli eccessi della superstizione; ma non devesi dissimulare che talvolta stancheggiò i suoi sudditi con una troppo inquisitoriale vigilanza, e che scontrò una violenta opposizione alle sue riforme ecclesiastiche per parte del concilio provinciale che adunò il 23 aprile del 1787. I pregiudizj del clero ed i vizj del popolo si collegarono contro un principe forse troppo attivo nel suo desiderio di fare il bene; e quando la morte di Giuseppe II chiamò Leopoldo a cedere il gran ducato al secondo de' suoi figliuoli, per prendere la corona imperiale, il popolo toscano non mostrossi abbastanza riconoscente verso un principe così grande.

I due regni di Napoli e di Sicilia, ai quali la guerra dell'elezione di Polonia aveva nel 1738 restituito un monarca indipendente, ebbero motivo di lodarsi delle opinioni e dell'energia che loro recava una straniera nazione. I popoli lungamente corrotti dal dispotismo cadono finalmente in un letargico sonno, dal quale più non si possono risvegliare colle sole loro forze, se non si arrecano loro nuove idee da straniere contrade, se non si pongono loro avanti agli occhi nuovi esempi, e se una mescolanza di diversi elementi non risveglia nel loro seno un vivificante fermento. Tre figliuoli di Filippo V, Ferdinando VI in Ispagna, Carlo VII a Napoli e Filippo a Parma, risvegliarono, introducendovi una corte francese, libri, instituzioni e pensare francesi, l'attività da gran tempo sopita dei popoli meridionali ch'essi governavano in Ispagna ed in Italia. Parve che i figli di Filippo V nulla ritenessero della timida superstizione del padre, nè degli artificiosi intrighi della madre. Mostrarono nella loro amministrazione il desiderio del bene, indipendenza di spirito, ed anche idee liberali.

Don Carlo, che si fece chiamare Carlo VII di Napoli, Carlo V di Sicilia, eche all'ultimo fu Carlo III di Spagna, giovò molto ai due primi regni negli undici anni che li governò dopo la pace d'Aquisgrana. Pure il suo lavoro era appena cominciato, e sarebbe stato d'uopo che fosse stato lungo tempo continuato dietro i medesimi principj, per produrre una durevole riforma in un paese in cui doveva mutarsi ogni cosa. Carlo poteva appena lusingarsi che il suo successore fosse a portata di tener dietro alle sue viste: sommamente desolante era lo stato in cui egli vedeva la sua famiglia, la quale pareva tocca nelle facoltà intellettuali da un vizio ereditario. Filippo V, suo padre, aveva passata gran parte della sua vita in una sospettosa malinconia, che gli rendeva odiosa la compagnia degli uomini, e che in un privato avrebbe avuto il nome di follia[347]. Ferdinando, suo fratello, signoreggiato da sua moglie, principessa portoghese, dopo la di lei morte, accaduta il 27 agosto del 1758, erasi ridotto in uno stato ancora più deplorabile, alternando furiosi accessi di frenesia con alcuni istanti di cupa disperazione, cui davasiil nome di lucidi intervalli. Questo delirio durò quasi un anno, dopo il quale Ferdinando morì il 10 agosto del 1759; e perchè non lasciava figliuoli, Carlo passò dal trono di Napoli a quello di Spagna. Il suo maggiore figliuolo, Filippo Antonio, allora di dodici anni, era a tale stato d'imbecillità ridotto, che fu necessario privarlo della corona; ed in vece di lui Carlo fece riconoscere per principe delle Asturie il secondo, in età di undici anni, che fu poi Carlo IV di Spagna; e dichiarò il terzo, che aveva 9 anni, re delle due Sicilie, ed è Ferdinando IV, attualmente regnante. Durante la sua minorità, ed anche molto tempo dopo il suo termine legale, Carlo III mantenne una decisiva influenza sui consiglj delle due Sicilie[348].

In verun secolo ebbe la Chiesa romana sulla cattedra di san Pietro uomini più distinti per moralità, per rettitudine di spirito, talvolta per talenti amministrativi ed anche per liberali opinioni. Con tutto ciò questi papi, degni di tanto rispetto e di tanta stima, non hanno potuto fare argine allo spaventoso e semprepiù rapido decadimento dello stato della Chiesa, nè porgere rimedio ai vizj di un governo fondato sul principio di affidare tutti i rami dell'amministrazione a coloro che ben conoscono la teologia e poco gli affari.

Clemente XI (Gian Francesco Albani), che regnò dal 24 novembre 1700, fino al 9 di marzo del 1721, fu, quasi suo malgrado, l'autore delle persecuzioni dirette in Francia contro i Giansenisti. La famosa costituzioneUnigenitus, a lui estorta dall'intrigo, compromise la sua autorità, e fu il grand'affare politico del suo regno. La guerra della successione di Spagna trattavasi ai confini de' suoi stati; e mentre che dalla sua debolezza egli veniva forzato a riconoscere quello dei due emuli di cui aveva più ragione di temere, ambidue gli rimproveravano ciò che accordava all'altro, ed il castigo cadeva sopra i suoi sudditi[349].

Il cardinale Michel Angelo Conti, che fu creato papa il 28 di maggio del 1721, sotto il nome d'Innocenzo XIII, non ebbe un regno abbastanza lungo per lasciare una circostanziata memoria della suaamministrazione, non essendo quasi altro di lui noto che l'obbligo impostogli di nominare cardinale l'abate Dubois, e la riabilitazione del cardinale Alberoni, contro al quale il suo predecessore aveva fatta cominciare una legale processura[350].

Innocenzo XIII morì il 7 di marzo del 1724; ed il cardinale Vincenzo Maria Orsini, che gli fu dato per successore, il 29 di maggio del 1724, prese il nome di Benedetto XIII. Di già sommamente indebolito dalla sua troppo avanzata età, egli non fece nulla di conforme alle sue pie e pacifiche intenzioni; la privata sua condotta fu costantemente piena di dolcezza, di umiltà, di carità; volle sinceramente mettere un termine alle persecuzioni del giansenismo, ma le sue bolle produssero un affatto contrario effetto. La sua amministrazione fu in Roma macchiata dalle concussioni e dalla avarizia del cardinale Coscia di Benevento, cui aveva accordata una cieca confidenza; e ne risultò una mancanza di circa cento venti mila scudi romani nelle entrate della camera apostolica, la quale fu forza coprire con nuovi prestiti, accrescendo in tal modo la massa di già enormede' precedenti debiti. Benedetto XIII morì il 21 febbrajo del 1730, e nello stesso istante scoppiò in Roma una sollevazione. Il popolo voleva colle proprie mani vendicarsi del cardinale Coscia e di tutti i ministri subalterni da lui chiamati da Benevento, accusati d'avere venduta la giustizia, gl'impieghi e le grazie ecclesiastiche. Le grida del pubblico costrinsero il successore di Benedetto XIII a fare il processo del cardinale Coscia ed a chiuderlo in castel sant'Angelo[351].

Successore di Benedetto XIII fu Lorenzo Corsini, fiorentino; che fu eletto il 12 luglio del 1730, e che prese il nome di Clemente XII. Aveva, quando fu eletto, settantott'anni, e visse altri dieci anni; perciocchè tale è la malvagia sorte degli stati romani, che il supremo potere si trovi sempre affidato ad un uomo che deve imparare l'arte difficilissima del sovrano, in quell'età in cui converrebbe piuttosto ritirarsi da tutti gli affari. Clemente XII trovavasi in difficilissime circostanze: verun monarca, nemmeno dei paesi che parevano tuttavia oppressi dal giogo della superstizione, più non conservava verso la santa sede quello spiritodi sommissione, di cui si erano fatti un dovere i loro predecessori. La corte di Portogallo era entrata colla corte di Roma in tali contese di etichetta, che prendevano un serio carattere; quella di Torino aveva aggiunti al dominio della corona molti feudi ecclesiastici; quella di Francia faceva bloccare la contea di Avignone per contestazioni di contrabbando; e le corti di Vienna e di Madrid disponevano dei ducati di Parma e di Piacenza, come se fossero stati feudi dell'impero, mentre che da circa dugent'anni erano riconosciuti per feudi della Chiesa. Sebbene Clemente XII di leggieri si potesse avvedere del cambiamento dello spirito del secolo, non sapeva risolversi a rinunciare ad alcuni dei diritti esercitati dai suoi predecessori, e tutto il suo regno si passò in penose dispute[352].

Dopo i preliminari di pace, sottoscritti in sul finire del 1735, tra la Francia e l'Austria, senza che avesse voluto soscriverli anche la Spagna, il conte di Kevenhuller strinse l'armata spagnuola del duca di Montemar, che andava ritirandosi verso il regno di Napoli. Il generale austriaco entrò nelle tre legazioni con trenta milaaustriaci, lasciando che vivessero a discrezione presso gli sventurati abitanti del Bolognese, del Ferrarese e della Romagna; mentre che gli Spagnuoli ed i Napolitani non risparmiavano Velletri e la stessa Roma; di modo che lo stato della Chiesa, senz'avere violata la neutralità, sperimentò sotto Clemente XII quasi tutti i disastri della guerra[353].

Nell'ultimo anno del papato di Clemente XII il cardinale Alberoni, nominato suo legato in Romagna, tentò di unire alla santa sede la piccola repubblica di san Marino, troppo debole e troppo povera per tentare prima di tale epoca l'ambizione di chicchefosse. Il governo di quella terra aveva degenerato in oligarchia, e l'Alberoni aveva preteso che i malcontenti, che formavano il grosso della popolazione, desiderassero di assoggettarsi al dominio della santa sede; bastarono al cardinale dugento soldati, ajutati dai birri della Romagna, per impadronirsi verso la metà di ottobre del 1739 di tutto lo stato di san Marino. Ma furono portate al papa le rimostranze degli abitanti; e il papa ebbe l'integrità di riconoscere, che aveva con soverchio precipizio dato l'assensoal suo legato: ordinò che gli abitanti di san Marino fossero invitati ad emettere liberamente il loro voto, e quando li vide unanimamente domandare la loro indipendenza, li fece riporre in libertà. Questo pontefice sopravvisse pochi giorni a così onorevole azione; da lungo tempo era forzato a starsi in letto, ed aveva perduta la vista quando morì il 6 febbrajo del 1740[354].

Clemente XII ebbe per successore Benedetto XIV, già Prospero Lambertini, il più virtuoso, il più dotto, il più amabile dei Romani pontefici. Era nato il 13 marzo del 1675, e fu eletto il 17 agosto del 1740. Benedetto XIV seppe il primo rinunciare dignitosamente alle pretese della corte romana, uniformandosi allo spirito del secolo, senza scuotere violentemente la propria Chiesa; assopì le controversie giansenistiche; ottenne il rispetto e la considerazione de' principi e dei popoli protestanti, e dei filosofi di tutte le nazioni e di tutte le sette[355];ma i sovrani cattolici violarono crudelmente la neutralità da lui professata, e distrussero la tranquillità de' suoi stati: egli aveva ultimate nel primo anno del suo regno tutte le controversie eccitate da' suoi predecessori colle corti di Spagna, di Portogallo, delle due Sicilie e di Sardegna; quando nello stesso anno la guerra per la successione dell'Austria accrebbe le difficoltà ed i pericoli dello stato della Chiesa. Il duca di Montemar, generale spagnuolo, fu il primo a violare la neutralità del papa, entrando in febbrajo del 1742 nel territorio di san Pietro coll'armata sbarcata ad Orbitello, e che andava ad unirsi in Romagna a quella del duca di Castro-Pignano, generale dei Napolitani. La loro presenza attirò negli stati della Chiesa l'esercito austriaco e piemontese, che si avanzava per venire a battaglia; dopo tale epoca, e finchè durò questa guerra, lo stato della Chiesa fu continuamente attraversato, e spesso guastato dalle due armate. La battaglia di Velletri, dell'undici agosto del 1744, tra il principe di Lobkowitz, il re di Napoli ed il duca di Modena, fu assai più fatale a quest'infelice città che all'una od all'altra armata, che pure visparsero molto sangue[356]. Dopo la pace di Aquisgrana, Benedetto XIV ottenne qualche indennizzazione pei mali sofferti da' suoi sudditi; ma troppo mancava perchè fosse bastante compenso ai sofferti danni. La saviezza e l'economia del papa riuscirono loro assai più vantaggiose, perciocchè colmarono il vuoto delle finanze, minorarono il debito, e cominciarono a ristabilire il commercio e l'agricoltura. La morte che lo rapì il 3 maggio del 1758, non gli permise di fare tutto il bene che desiderava.

Carlo Rezzonico, veneziano, successe il 6 di luglio del 1758 a Benedetto XIV, e prese il nome di Clemente XIII. Mostrò dal canto suo molto zelo per la riforma de' costumi, per la difesa della fede e per la correzione del clero; ma non aveva di lunga mano nè l'ingegno, nè l'accorgimento, nè la moderazione, nè la fermezza del suo predecessore. Fu strascinato in passi contraddittorj e talora imprudenti, per provvedere alla carestia che tribolò isuoi stati dal 1764 al 1766; volle sostenere le vecchie pretese della santa sede sul ducato di Parma, e per tale motivo si disgustò nel 1768 colla casa di Borbone; sicchè la Francia occupò Avignone, Napoli e Benevento, e la Spagna minacciò di trattenere le entrate della Chiesa. La soppressione dell'ordine dei Gesuiti, caldamente chiesta dalle medesime corti, gettò il Rezzonico in più gravi imbarazzi: colse l'istante in cui la loro società era stata proscritta in Portogallo ed in Francia, per raffermare tutti i loro privilegj colla bollaApostolicame per fare il più magnifico panegirico de' loro servigj e de' loro talenti. La malintelligenza tra il papa e quelle corti andava vestendo il più inquietante carattere, allorchè Clemente XIII morì quasi improvvisamente nella notte del 3 di febbrajo del 1769.

Fu dato per successore al Rezzonico un degno emulo del Lambertini nella persona di Lorenzo Ganganelli, che prese il nome di Clemente XIV. Egli seppe calmare con una costante saggezza, con un profondo segreto, con un'estrema moderazione tutte le contese eccitate dal suo predecessore: ricuperò Avignone e Benevento; soppresse nel giovedì santola lettura della bollain Cœna Domini, che aveva risvegliate le lagnanze della Spagna; fece lentamente ed imparzialmente esaminare le accuse portate contro i Gesuiti; ed il 21 di luglio del 1773 pubblicò finalmente il breve che aboliva il loro ordine. Lasciò un nobile monumento del suo amore per le arti nella fondazione del museo del Campidoglio, che fu chiamato Pio-Clementino, perchè si aggiunse al suo nome quello del suo successore. Morì il 22 di settembre del 1774 in conseguenza di una assai lunga malattia, che l'odio, che in allora si portava ai Gesuiti, fece attribuire a lento veleno da loro apparecchiato.

Pio VI, che gli successe il quindici di febbrajo del 1775, a sè non richiamò l'attenzione dell'Europa, prima dei tempi della rivoluzione, che pel suo viaggio fatto in Germania nel 1782, ad oggetto d'impedire le troppo precipitose riforme di Giuseppe II[357]. L'esterna influenza dei papi aveva infinitamente declinato, onde Pio VI volse le sue cure all'interna amministrazione de' suoi stati. Verun paese era tanto a dietro nelle cognizioni di economia politica. Le campagnedi Roma, in altre età così ricche e così popolate, erano trasmutate in un vasto deserto. I pastori della Maremma ed i contadini della Sabina e dell'Abbruzzo, più accostumati ai ladronecci che all'agricoltura, erravano sempre armati, conducendo le loro mandre a cavallo, e colla lancia alla mano, quali selvagge popolazioni in seno dell'Italia. Pio VI si adoperò con molto zelo a ristaurare l'agricoltura, ma senza conoscere i veri principj dell'amministrazione; onde con molto dispendio e molto lavoro, altro quasi non fece che accrescere il male. Egli fece eseguire magnifiche opere a traverso alle paludi pontine per diseccarle; ma in appresso accordò a suo nipote, il duca Braschi, il terreno ricuperato, di cui formò una sola proprietà indivisibile, sebbene fosse tanto vasto da potersi piuttosto risguardare come una provincia che come un podere. Così grave fallo fece mancare in quella terra i capitali, la popolazione e l'industria; e le paludi pontine, a malgrado de' tesori versati da Pio VI, si rimasero come prima insalubri e deserte. Lo stesso duca Braschi ottenne pure varj monopolj sul commercio de' grani, che ruinarono sempre più l'agricoltura, ed accrebbero la miseria deipoveri. Ogni nuovo pontificato giova a fare maggiormente conoscere l'imprudenza di accordare negli ultimi suoi giorni la sovranità ad un uomo, che ha sempre fatto professione di rinunciare al mondo.

Le repubbliche d'Italia continuarono in questo secolo a tenersi in una profonda oscurità ed immobilità, quasi avessero temuto, che, richiamando sopra di loro gli sguardi delle altre potenze, il solo nome di libertà, loro caro per antiche memorie piuttosto che per presenti godimenti, non le rendesse sospette ai re, e che mentre si andavano sempre facendo nuove divisioni di stati, non si prendesse a risguardarle come beni vacanti di cui, per non avere esse padroni, si poteva liberamente disporre. Venezia ricusò d'immischiarsi nella guerra della successione di Spagna: armò le sue città e le sue fortezze, ed accrebbe le truppe di linea per farsi rispettare dai suoi vicini: non perciò ottenne di sottrarsi a tutte le vessazioni delle potenze belligeranti; ma nè violazioni del territorio, nè veruna ingiustizia, la spinse ad uscire dall'adottata neutralità.

Nell'attenersi a questo sistema la repubblica di Venezia mostrava se nonaltro vigore ed antiveggenza, mentre non vedevasi che corruzione, negligenza e peculato ne' suoi possedimenti d'oltremare. I sudditi greci della repubblica erano in modo travagliati dalle ingiustizie de' governatori veneziani e dai monopolj dei mercanti, che preferivano il giogo dei Turchi. Il danaro erogato dal tesoro pubblico pel mantenimento delle fortezze, delle guarnigioni, e per gli approviggionamenti delle munizioni, era dai comandanti delle piazze e da quelli delle truppe estorto a privato loro profitto, sicchè il regno della Morea, che la repubblica possedeva nel cuore dell'impero ottomano, veniva lasciato senza verun mezzo di difesa. Achmet III ebbe avviso di questa inconcepibile negligenza, ignorata dal senato veneto; apparecchiò un formidabile armamento di terra e di mare, e rompendo, senz'esserne provocato, la tregua di Carlowitz, passò l'istmo di Corinto il 20 giugno del 1714, ed in un mese occupò tutta la Morea[358]. Le varie fortezze che nella precedente guerra erano state conquistate con dispendio di tanto tempo, di tanti tesori, di tanto sangue,fecero pochissima o niuna resistenza. Nel susseguente anno i Turchi attaccarono altresì Corfù; ed in Venezia omai disperavasi di potere contro di loro difendere quell'isola e quella città, quando essi medesimi si ritirarono spontaneamente dietro la notizia avuta della sconfitta della loro armata presso Petervaradino. Vero è che la flotta veneziana sostenne l'antica sua riputazione nelle battaglie che diede ai Turchi con indeciso vantaggio in maggio ed in luglio del 1717. La tregua per ventiquattro anni, conchiusa in Passarowitz il 27 giugno del 1718 colla mediazione dell'Inghilterra e dell'Olanda[359], consumò il sagrificio della Morea, e fissò definitivamente i confini dei Veneziani coi Turchi. Dopo quest'epoca la repubblica trovò la maniera di sottrarsi interamente alla storia, e di non lasciare veruna memoria della propria esistenza[360].

La repubblica di Lucca ebbe ancora più piccola parte negli avvenimenti del secolo.Nella prima metà del mentovato secolo fu più volte ruinata dal passaggio delle truppe, e senz'essere in guerra ne sostenne i mali. Quando tutte le parti deposero le armi nel 1748, essa ricuperò l'integrità de' suoi confini; ma mentre andava crescendo la popolazione delle sue campagne e forse oltre misura, e che la divisione delle proprietà in troppo piccoli poderi, dopo avere portata l'industria rurale alla più alta perfezione, riduceva i contadini a valutare pochissimo il loro lavoro ed a vivere in una troppo costante ristrettezza, la città perdeva le sue manifatture, il suo commercio, la sua industria. I cittadini, troppo ravvicinati al piccolo corpo della nobiltà, trovavansi altresì troppo umiliati dalla loro esclusione da tutti gli impieghi, e più non conservando verun affetto per la loro patria, avevano perduto con questo sentimento quell'attività e quell'energia di cui avrebbero avuto bisogno per battere una privata carriera e sollevarsi alla fortuna.

La repubblica di Genova, caduta parimenti sotto il giogo d'un'oligarchia, rendutasi odiosa al rimanente del popolo, non pareva fatta per figurare davvantaggio in questo secolo. Nel 1713 i Genovesi acquistarono dall'imperatore pel prezzodi un milione e dugento mila scudi il marchesato di Finale, feudo in addietro posseduto dalla casa di Carretto. Ma essi trattavano con tanta ingiustizia e durezza i loro sudditi, che questi nuovi vassalli passarono con estrema ripugnanza sotto il loro dominio. Con altrettanta ingiustizia che fallace politica avevano essi lungo tempo oppressa la Corsica; onde quest'isola, più estesa e più fertile che tutto il rimanente del loro territorio, erasi conservata quasi barbara tra le loro mani, mentre che sotto una buona amministrazione avrebbe potuto infinitamente accrescere le ricchezze e la potenza del loro stato. Le vessazioni de' Genovesi fecero, nel 1730, scoppiare in Corsica una ribellione, che la repubblica volle invano comprimere colle armi, coi supplicj e talvolta ancora con atti di perfidia. Fu questo un tarlo che consumò le sue finanze e le sue forze per più della metà del secolo. Fino dal 1737 i Genovesi avevano invocato l'ajuto della Francia per soggiogare i Corsi ribelli. Impegnaronsi per tal modo in una lunga serie di trattati di sussidj con quella corona, con che accrebbero sempre più i loro debiti, senza fare verun avanzamento verso la conquista di quest'isola, i di cui abitanti mostravano tutti lestesso orrore pel loro giogo. Finalmente il 15 di maggio del 1768 risolsero di sottoscrivere col signore di Choiseul un ultimo trattato, col quale cedevano al re di Francia l'isola di Corsica in pagamento di tutte le somme che questi loro aveva sovvenute per sottometterla[361].

Ma in mezzo alla sua debolezza ed al suo decadimento, si vide la repubblica di Genova inaspettatamente risplendere, quando nel 1746 cacciò dal suo seno gli Austriaci di già padroni delle sue porte, e ricuperò la sua libertà con un atto di disperato eroismo. Nella guerra contro Maria Teresa per la successione dell'Austria, i Genovesi avevano unite le loro forze a quelle dei Borboni per impedire al re Sardo di occupare il marchesato di Finale, sul quale esso re pretendeva avere delle ragioni. Essi avevano divisi i vantaggi della campagna del 1745; ma i rovesci di quella del 1746 li lasciarono esposti soli alla vendetta de' loro nemici. Dopo la rotta avuta dagli alleati sotto Piacenza il 16 di giugno, l'infante don Filippo, il duca di Modena, il marchese de LasMinas, generale spagnuolo ed il generale francese, maresciallo di Maillebois, si ritirarono tutti dalle pianure della Lombardia sopra Genova, e di là per la riviera di Ponente continuarono a ritirarsi in Provenza. Gli Austriaci, inseguendoli, arrivarono per la valle della Polsevera sotto Genova, e si accamparono a san Pier d'Arena, mentre che una flotta inglese, che si fece vedere nello stesso tempo nel golfo, minacciava la città dalla banda del mare. Le mura di Genova erano provvedute di formidabile artiglieria e difese da una buona guarnigione; ma il senato, che conosceva il giusto malcontento del popolo, non ardiva invitarlo a prendere le armi; ed essendosi perduto di coraggio al primo pericolo, il giorno 4 di settembre offrì di trattare, ed il 6 fece una convenzione col marchese Botta Adorno, generale austriaco, in forza della quale gli furono date in mano le porte della Lanterna e di san Tomaso[362].

Tosto che gli Austriaci si videro padroni della città, fecero conoscere le nuovecondizioni ch'essi arbitrariamente aggiugnevano alla pace. Tutte le truppe della repubblica dovevano essere prigioniere di guerra, tutte le armi e munizioni venire consegnate agli Austriaci, e tutti i disertori essere restituiti; per ultimo doveva essere pagata una contribuzione di 9 milioni di fiorini dell'impero in tre termini, l'ultimo de' quali non oltrepassava i 15 giorni. Il tesoro della banca di san Giorgio, l'argenteria delle Chiese, quella de' particolari, ogni cosa si requisì dal senato per soddisfare a così esorbitanti domande; ma l'assoluta impossibilità di trovare tutto il richiesto danaro, malgrado le continue minacce di esecuzione militare, di saccheggio e d'incendio, persuase finalmente il generale austriaco ad accordare qualche respiro. Non pertanto il senato non ardiva pur di pensare a far resistenza; ma dalla più infima classe del popolo partì la scintilla elettrica che riaccese la fiaccola della libertà[363].

Il giorno 5 dicembre del 1746 gli Austriaci conducevano per le strade di Genovauno de' molti mortaj ch'essi avevano tratti dall'arsenale della repubblica, per servirsene nella spedizione che meditavano di fare in Provenza. La volta di un sotterraneo, che stava sotto la strada, ruppe sotto il peso; il mortajo rimase imbarazzato tra le ruine, e gli Austriaci col bastone in mano vollero forzare il popolo di Genova a trarnelo con corde. La pazienza di questo coraggioso popolo era stata spinta all'estremo: un giovane prese un sasso e lo scagliò contro i soldati; fu questo il segno d'una generale esplosione. Da ogni banda la plebe assalì a sassate gli Austriaci, che furono bentosto presi da panico terrore. Tutti i loro distaccamenti si trovavano isolati in auguste e tortuose strade, che formavano come un laberinto da cui non sapevano uscire. Smarrendosi ad ogni passo, più non sapevano nè dare, nè ricevere ajuto. Intanto i sassi grandinavano sopra di loro dai tetti e dalle finestre, e gli schiacciavano nelle strade, senza ch'essi sapessero contro chi vendicarsi; perciocchè le massiccie mura de' palazzi, ne' quali non entra pressochè niuna materia combustibile, presentavano loro altrettante fortezze, che avrebbero richiesti regolari assedj. I generali, partecipi del terrore de' soldati,lasciaronsi respingere fino fuori della città, ed offrirono poi di venire a patti[364].

Il doge, il senato e tutto l'ordine della nobiltà, non avevano per anco presa veruna parte nell'insurrezione; per lo contrario cercavano di acquietare una sollevazione, di cui temevano di essere essi soli le vittime. Ma tosto che gli Austriaci furono fuori di città, gl'insorgenti s'impadronirono degli arsenali, e vi trovarono armi e munizioni; onde guarnirono le mura di artiglierie in modo da signoreggiare il campo austriaco, e si presentarono in così terribile aspetto, che il marchese Botta, che aveva perduti in città i suoi magazzini, il 10 di dicembre si avviò per la Bocchetta alla volta della Lombardia. Non fu che dopo passato questo primo pericolo che il senato e la nobiltà si unirono ai valorosi insorgenti; allora si affrettarono di chiedere ajuti alla Francia ed alla Spagna; ed infatti il duca di Boufflers loro condusse circa quattro mila uomini il 30 aprile del 1747, e ragguardevoli somme furono pure loro speditedalla Francia. Il duca di Richelieu successe in appresso al duca di Boufflers; e le due leghe, fralle quali era divisa l'Europa, cominciarono a battersi ad armi eguali nella riviera di Genova fino al susseguente anno, nel quale la repubblica venne compresa nel trattato di pace di Aquisgrana, e ricuperò i suoi antichi confini in tutta la loro integrità[365].

La sollevazione di Genova è il solo avvenimento del diciottesimo secolo che appartenga realmente alla nazione italiana. È il solo che ci mostri il popolo penetrato del suo antico onore, sensibile ai ricevuti oltraggi, e determinato alla difesa de' suoi diritti; il solo in cui un'azione pericolosa sia la conseguenza di un generoso sentimento e non del calcolo. La salvezza di Genova non si dovette nè alla costanza de' suoi nobili, nè alla saviezza del suo governo, nè alla fedeltà degli alleati, ma all'intrepido coraggio ed al patriottismo disinteressato di una classe d'uomini pei quali nulla ha fatto la società, e ch'è tanto più sensibile alla gloria nazionale in quanto che non può aspirare a veruna gloria personale.

Ma gli altri avvenimenti che abbiamo toccati in questo secolo non possono meritare il nome di storia italiana. L'intera nazione era esclusa da tutte le risoluzioni politiche e da tutte le azioni. Divisa fra stranieri sovrani che possedevano province nel di lei seno, e tra sovrani, figli di stranieri, che si erano stabiliti nei suoi paesi; indifferente alle contese dei Borboni di Parma, dei Borboni di Napoli e di Sicilia e dei Borboni padroni della Corsica; degli Austriaci di Milano e di Mantova, e dei Lorenesi di Toscana, ella non trovavasi presente alle loro battaglie che per soffrire; ubbidiva ai padroni senza riconoscerli per suoi capi naturali; non era legata all'autorità monarchica da veruna illusione, nè da ereditario affetto, nè da entusiasmo. Si assoggettava, perchè era più prudente cosa il cedere che non il resistere, e perchè in un ordine politico che abbia spenti tutti gli affetti, la sola prudenza conserva il diritto di farsi ascoltare; poco pensava ai suoi generali interessi, perchè non vi ravvisava che cose tristi ed umilianti; prendeva piccolissima parte agli avvenimenti di cui era il teatro; ed in tutta la storia italiana del secolo trovasi a stento un nome italiano. In quel modo che lerisoluzioni prendevansi ne' gabinetti degli stranieri, erano ancora dagli stranieri eseguite sul campo di battaglia. Gli storici che le riferiscono, in mezzo ai riguardi che loro inspirava il timore dei potenti, non lasciano travedere che il sentimento di una vaga curiosità. E veramente non si può sentire nè entusiasmo, nè parzialità, quando non si ha patria; e l'Italiano, nel mentre che le sue campagne andavano ad essere allagate di sangue, non sapeva cui dovesse desiderare la vittoria, se non cercava che il bene del suo paese.

La potenza dell'uomo risiede nelle forze morali, e non nelle fisiche. Dallo spirito e non dal corpo vengono i mezzi di resistenza e di conquista; perciocchè trovansi nello spirito la volontà, il coraggio, l'ubbidienza, la pazienza, la rassegnazione al sagrificio. Lo stesso despotismo non può far a meno di certe forze morali; ma egli le teme e non le impiega che con economia; mentre per lo contrario la libertà le adopera tutte. Per mantenere il primo, conviene che l'uomo sia meno uomo che si possa: per consolidare la seconda, conviene trovare nell'uomo tutto quanto può dare l'umana natura. Il despota crederà lungo tempodi avere accresciute le forze della nazione concentrandole tutte in sè, perchè avendo così soppresse tutte le resistenze può impiegare tutto il rimanente vigore nell'esecuzione delle sole sue volontà; ma quando verrà chiamato a misurarsi con un popolo, le di cui forze morali tutte siansi sviluppate, conoscerà bentosto la propria impotenza. L'Italia, in sul declinare del diciottesimo secolo, aveva ancora soldati, ricchezze, una numerosa popolazione, una fiorente agricoltura, commercio e manifatture che presentavano tuttavia grandi mezzi, uomini versati nelle scienze, altri naturalmente atti ad acquistarle in breve tempo; ma le mancavano il sentimento e la vita, e quando scoppiò la rivoluzione francese, non fuvvi alcuno in Europa che non vedesse che l'Italia non aveva nè la volontà, nè la forza di difendere la sua indipendenza, e che una nazione che più non aveva patria, non poteva resistere nè per garantire sè stessa, nè per la sicurezza de' suoi vicini.


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