CAPITOLO CXXVI.Intorno alla libertà degl'Italiani nei tempi delle loro repubbliche.Basta paragonare l'Italia quale era nel quindicesimo secolo, all'Italia quale diventò del diciottesimo, per accertarsi che gl'Italiani avevano in quello spazio di tempo perduto il più prezioso dei beni sociali. Non era altrimenti una teoria vana e fatta soltanto per lusingare l'immaginazione quella libertà per la quale essi combatterono con tanta costanza, che non si videro tolta senza immenso rincrescimento e cordoglio, e che tentarono più volte di ricuperare a rischio anche di esporre la loro patria alle più violenti convulsioni. Palpabili erano gli effetti di questa libertà, ed hanno coperta la terra di tali monumenti che conservansi ancora nella presente età; aveva questa svolti nell'intera massa della nazione l'ingegno, il gusto, l'industria e tutti i godimenti di una somma prosperità; il popolo che la conservò lungamente, era composto d'individui ad un tempo più felici e più illuminati; desso erasi egualmente avvicinato ai due fini che si propongono i più saggi filosofie l'uomo volgare; cioè, aveva fatto molto cammino verso la perfezione e la felicità.Fra tutti gli oggetti che trattengono i nostri sguardi nell'Italia, non ve n'ha un solo il quale non contribuisca a provare ed i sorprendenti progressi fatti dagl'Italiani in tutte le arti della civilizzazione prima del quindicesimo secolo, ed il loro decadimento dopo quest'epoca. Veruna nazione eresse più magnifici templi nelle città, ne' villaggi e perfino ne' deserti. Si giugne dall'estremità dell'Europa per ammirarli; ma quando si confrontano col povero gregge che ora si aduna sotto la loro volta per esercitarvi un culto, ognuno è forzato di chiedersi dove si troverebbero adesso le necessarie ricchezze per fabbricarli?Di dieci in dieci miglia trovansi nelle pianure della Lombardia, o ne' colli della Toscana e della Romagna, e perfino nelle adesso deserte campagne del patrimonio di san Pietro, delle città pomposamente fabbricate, nelle quali molti palagi mezzo rovinati ci dicono che da secoli più non furono ristaurati: tutto ciò che è durevole conserva il carattere dell'opulenza e dell'antica eleganza, e tutto ciò che è passaggiero è perito senza venire più rifatto. Rimangono i portici, le colonne, gliarchitravi; ma i legni marciscono, rotti sono i cristalli, e levati i piombi dai tetti. Da Novara fino a Terracina, ci dimandiamo tristamente, in ogni città, dove sia la popolazione che poteva avere bisogno di tante case, dove il commercio che poteva riempire tanti magazzini, dove le ricche famiglie che potevano alloggiare in tanti palazzi, dove finalmente il lusso dei vivi che deve prendere il luogo di quello degli estinti, de' quali rimangono ovunque i monumenti.Molta parte delle terre viene anche adesso coltivata nella più industre come nella più dispendiosa maniera; senza mai esaurire il terreno, l'agricoltura vuole ogni anno nuovi frutti, e gli ottiene più abbondanti che in qualunque altra contrada. Un giudizioso avvicendamento di ricolte apparecchia e purga i campi prima di coglierne i succhi nutritivi per le piante cereali, e sempre li va migliorando senza mai lasciarli riposare. Ma questo avvicendamento di raccolti fu inventato e sostituito all'antico sistema dai contadini italiani che in allora erano una razza di uomini intelligente ed osservatrice, mentre che in tutto il rimanente dell'Europa i contadini di quell'epoca erano abbrutiti dalla schiavitù ed incapaci di scoprire i vizjdelle antiche consuetudini, e di correggerle.L'intera Lombardia è tagliata da canali che, suddividendosi all'infinito, tutta la ricuoprono a guisa di una rete; essi distribuiscono sui campi le acque apportatrici della fertilità, e sono disposti a riceverle di nuovo, dando loro un pronto scolo, quando quest'acque cessano di essere salutari. Una ragguardevole parte della Toscana è divisa in regolari terrapieni, che trattengono la terra sul fianco delle colline sempre battute da burrascose piogge, dando così il modo di coprire di castagneti, di viti, di ulivi, di ficaje, ripidi declivi che, lasciati quali naturalmente sono, non presenterebbero che nudi sassi. Ma in quel tempo in cui gl'Italiani destinavano a rendere fertili le loro campagne un capitale, che poteva bastare per l'acquisto di una superficie assai più vasta, le altre nazioni ad altro ancora non pensavano che a spogliare la terra di tutto ciò che poteva produrre; ed i Francesi cercavano perfino di rendere ignominioso l'impiego del capitale destinato alla coltura delle terre, coll'assoggettarlo all'umiliante imposta della taglia.Finalmente, sia che si osservi tutta intera l'Italia, o si esamini la natura delsuolo, o le opere dell'uomo, o l'uomo medesimo, sempre si crede essere nel paese degli estinti, vedendo nello stesso tempo la debolezza dell'attuale generazione, e la possanza di quelle che la precedettero. Non sono certo gli uomini che si vedono, che avrebbero potuto fare le cose che ci stanno sotto gli occhi; furono fatte nell'epoca di una vita che sentiamo essere terminata; perciocchè nell'istante in cui questa nazione perdette ciò ch'ella chiamava la sua libertà, perdette nel medesimo tempo tutta la sua creatrice potenza.Pure quando ci chiediamo in che mai consistesse una cotale libertà, che produsse così grandi cose e che lasciò di sè così amaro desiderio, non troviamo veruna soddisfaciente risposta nè tra le nozioni che ne avevano que' medesimi che la possedettero, nè nelle leggi che la sostenevano, nè nelle costumanze ch'ebbero da lei origine. Rimaniamo soprattutto convinti esservi un errore capitale nella lingua; che ciò che noi diciamo libertà, non è ciò che dagl'Italiani era così chiamato; e che l'intero scopo dell'ordine sociale si presentava loro sotto un punto di vista affatto diverso da quello che noi lo vediamo.Forse abbastanza non riflettiamo che le nuove teorie intorno alla libertà sono di moderna invenzione; che i nostri filosofi, cercando di sapere in che consista, sonosi proposto uno scopo affatto diverso da quello cui miravano gli antichi; che la libertà de' Greci o de' Romani, degli Svizzeri o de' Tedeschi, come pure quella degl'Italiani, non era altrimenti la libertà degl'Inglesi; che per ultimo fino al diciassettesimo secolo la libertà del cittadino fu sempre risguardata come una partecipazione alla sovranità del suo paese; e che non è che l'esempio della costituzione britannica, che c'insegnò a considerare la libertà come una protezione del riposo, della felicità e della domestica indipendenza. Ciò che noi desideriamo prima di tutto, non risguardavasi dai nostri antenati che come un vantaggio accessorio e di second'ordine; e ciò che vollero i nostri antenati, non viene da noi risguardato che quale mezzo più o meno imperfetto di ottenere o di conservare quanto desideriamo noi medesimi. Però l'uno e l'altro scopo dell'associazione politica viene egualmente indicato col nome di libertà. Quando si volle distinguerli, e che si chiamò libertà civile quella facoltà affatto passiva, quellaguarenzia contro l'abuso del potere, in qualunque mano si trovi, cui aspirano i moderni, e che si riservò il nome di libertà politica alla facoltà attiva, alla partecipazione di tutti al potere esercitato sopra di tutti, all'associazione dell'uomo libero alla sovranità, non si è bastantemente schivata la confusione; perchè i vocaboli che si adoprano non contrastano abbastanza l'uno coll'altro. Ambidue, tranne la sola diversità della loro origine greca e latina, significano egualmente,che è propria al cittadino; ma non dovrebbe dirsi cittadino se non quello che gode della libertà attiva, ed è partecipe della sovranità; mentre che, senza essere cittadino, ogni uomo ha diritto egualmente alla libertà passiva, ossia alla protezione contro ogni abuso del potere.Per una specie d'istinto gl'Italiani si erano attaccati alla libertà politica; ma non erano pervenuti a definirla con precisione. Questa era agli occhi loro una prerogativa esclusiva del governo repubblicano; e con tal nome indicavano soltanto il governo dei più, per distinguerlo da quello di un solo. Quest'ultimo,il principato assoluto, sembrava loro sempre incompatibile colla libertà; il primo,governo dei più, pareva loro che sempre meritasse il nomedi governo libero, sia che questa sovranità appartenesse a tutti i cittadini, come a Firenze, sia ad una sola classe, come a Venezia; e ciò senza avere riguardo all'esercizio di un'arbitraria autorità dei magistrati sopra i sudditi, che, dietro i presenti nostri principj, potrebbero farci considerare l'uno e l'altro come tirannico.Non conoscendo gl'Italiani che la libertà politica, e non essendosi eglino formata una precisa idea della libertà civile, non dobbiamo maravigliarci che accordassero il nome di governo libero a quello che non poneva verun confine all'estensione dei poteri esercitati a nome della nazione. I cittadini, esposti a qualsivoglia arbitraria misura, non perciò si riputavano meno liberi, poichè l'atto arbitrario che ad alcuno recava danno era l'opera di un magistrato, che ognuno poteva risguardare quale suo mandatario. Ma al primo aspetto sembra contrario ai medesimi principj da loro adottati, il chiamare libero quel governo in cui veniva esercitata un'illimitata autorità da una sola classe della nazione, senza che gli altri potessero aver parte in quella sovranità di cui si erano impadroniti pochi cittadini. Ben può concepirsi come Firenze loro sembrasse liberaanche quando il gonfaloniere, i priori, i podestà delegati dal popolo, facevano il più violento uso del momentaneo potere deposto nelle loro mani; ma non vediamo in che mai consistesse la libertà di Venezia, dove dal consiglio de' dieci, che rappresentava soltanto la nobiltà, esercitavasi un così arbitrario potere.Per altro questa confusione d'idee non è propria solamente degl'Italiani; dessa trovasi in tutte le antiche e moderne repubbliche. Le aristocrazie ed oligarchie greche, tedesche ed italiane, invocarono tutte egualmente il nome della libertà, e tutte pretesero di averla conservata qualunque volta non si assoggettarono al potere di un solo. Infatti, lasciando da un canto la libertà civile ossia libertà passiva, poteva dirsi con verità che sempre esisteva una libertà nello stato, quando un'intera classe era partecipe della sovranità; ma in allora non era la nazione che fosse libera, unicamente bensì quelle famiglie ch'erano proprietarie della libertà.Presso gli antichi, che avevano conservati gli schiavi anche nelle più libere repubbliche, non erasi cercata l'origine dei diritti dell'uomo nella stessa dignità della specie umana, nè si era convenuto che ogni pubblica instituzione dovesse mirarealla felicità di tutti. I diritti umani parvero loro fondati sopra leggi positive, e non sulla legge naturale. Vedevano in ogni paese uominiingenuie schiavi; e questo fatto, che ammisero senza disamina, non parve loro più ripugnante nelle loro città che nelle loro famiglie. La libertà diventò per loro un bene ereditario, come le altre sostanze; e quest'eredità potev'essere trasmessa soltanto ad un ristretto numero di famiglie in mezzo ad una grossa popolazione, siccome a Sparta ne' tempi della lega Achea, e a Lucca nel diciottesimo secolo: non pertanto si continuò a chiamare libero lo stato in cui le famiglie proprietarie della libertà non erano esse medesime diventate proprietà di un altro individuo, e dove conservavano fra di loro la sovranità sopra di sè medesime: se queste medesime famiglie avevano poi sudditi nello stato e schiavi nelle case, questa sudditanza di una parte della popolazione estranea alla città, nè variava, nè costituiva la natura del governo. Cotale stato era pur sempre una repubblica.Ma la schiavitù domestica più non esisteva nelle repubbliche italiane, e questa sola differenza le pone a molta distanza da quelle dell'antichità. Dall'abolizionedella schiavitù domestica ne risultarono un maggiore rispetto per la libertà dell'uomo, una più estesa felicità in tutte le classi, maggiore industria, maggiore attività, maggiori potenze produttrici ed in conseguenza maggiori ricchezze. Le repubbliche, quando appena cominciavano a prendere questo titolo, e non si consideravano ancora che come comunità libere, sotto la protezione dell'imperatore, cominciarono colla liberazione degli schiavi; il grosso della loro popolazione consisteva in uomini che avevano di fresco spezzate essi medesimi le loro catene, e che aprirono quasi sempre un asilo entro le loro mura ai servi che fuggivano dalle terre dei signori loro vicini. In tal modo ebbe principio l'abolizione della schiavitù, cui la religione e la filosofia si gloriarono poscia di avere operato; ma che dal solo personale interesse fu eseguito.Questa progressiva abolizione della schiavitù, che si estese dalle città alle campagne, è un avvenimento troppo importante nella storia della libertà italiana, per non richiamare per qualche tempo la nostra attenzione. Sotto il regno degl'imperatori romani, i liberi agricoltori erano assolutamente scomparsi dal suolo dell'Italia;i ricchi proprietarj, che in un solo possedimento riunivano talvolta intere province, di cui la repubblica romana, dopo parecchj anni di guerra, aveva trionfato ne' suoi più bei giorni, facevano coltivare le loro terre da numerose gregge di schiavi. I campi più non avevano case isolate, nè villaggi, nè capanne, e di già avevano l'aspetto che presenta adesso l'Agro romano, egualmente deserto, egualmente diviso in poderi di dieci in dodici miglia d'estensione: soltanto facevano le veci di quelle armate di lavoratori che scendono oggi dalle montagne della Sabina, infiniti sventurati che la sola forza obbligava al lavoro senza speranza di veruna ricompensa.I barbari, invadendo l'Italia, ne fecero in breve tempo scomparire tutta la popolazione, perchè gli schiavi erano la preda che loro meglio si conveniva, siccome quella che più vantaggiosamente potevano vendere, e trasportare altrove con minore imbarazzo. Gli schiavi, sempre solleciti di mutare condizione, seguivano volentieri i loro nuovi padroni, dai quali speravano di essere più dolcemente trattati; pure d'ordinario perivano ne' lunghi viaggi a traverso ai boschi della Germania e della Scizia, come mill'annidopo si videro perire i non meno numerosi schiavi che i Turchi predavano in tutte le province dell'Adriatico, e dei quali non si è conservata la razza. I proprietarj, come i nobili romani dell'età presente, cercarono, dopo tale epoca, non già a moltiplicare i prodotti delle loro terre, ma a diminuirne le spese; e calcolarono, come si fa pure presentemente, che per quanto fosse grande la diminuzione del prodotto lordo dell'agricoltura per mancanza di popolazione, non perciò veniva minore la rendita netta delle loro terre.Finalmente i barbari, invece di guastare le province dell'impero, vi si stanziarono stabilmente. È noto che in allora ogni capitano, ogni soldato del settentrione, venne ad alloggiarsi presso un proprietario romano, sforzandolo a dividere con lui le sue terre ed i raccolti. Tutti gli antichi schiavi che rimasero in Italia, non cambiarono la loro condizione; ma i liberi agricoltori, obbligati a risguardare come loro padrone il Tedesco o lo Scita che dicevasi loro ospite, furono costretti a darsi essi medesimi al lavoro. Oltre la parte incolta di terreno che questi nuovi abitanti si fecero cedere in tutta loro proprietà per tenervi le loro mandre, volleropure essere a parte del ricolto de' campi, degli uliveti, delle vigne: ed allora indubitatamente ebbe principio quel sistema di coltivazione a metà frutto, che mantiensi tutt'ora in quasi tutta l'Italia, e che tanto contribuì a perfezionare l'agricoltura ed a rendere migliore la condizione de' suoi contadini.Quando il lavoro degli uomini liberi si trovò in concorrenza con quello degli schiavi, la sua superiorità fu troppo chiara per non far sì che il barbaro padrone lo preferisse a quello degli schiavi. Il castaldo, quasi sempre disceso da qualche antico proprietario romano, viveva, egli e la sua famiglia, colla metà del prodotto di quella terra che era stata un giorno possedimento dei suoi antenati; mentre lo schiavo, che dovevasi assai bene alimentare, quantunque la sua inerzia e la negligenza scemassero le sue forze produttrici, consumava i due terzi dei frutti da lui raccolti. Allora il Barbaro cominciò ad accordare la libertà, ed una parte del deserto di cui si era renduto padrone, al suo schiavo, perchè ne formasse un nuovo podere. Il signore delle terre ebbe sempre più motivo di vie meglio convincersi che non manterrebbe giammai i suoi schiavi a così buon pattocome il suo gastaldo, e che non otterrebbe da loro giammai altrettanto lavoro, perchè l'interesse attivo ed industrioso è migliore economo d'assai che la forza: così ogni giorno, coll'incremento delle generazioni, un maggior numero di schiavi ebbe nelle campagne la libertà.Senza che la legge avesse veruna parte nell'abolizione della schiavitù, senza che il vergognoso commercio degli uomini fosse proibito, la schiavitù cessò in ogni luogo. Ne' secoli inciviliti, e fino alla fine del sedicesimo, si dividero tuttavia degli schiavi nelle più ricche case, ma più non se ne trovavano nelle campagne. I soldati, abusando della loro vittoria, vendettero talvolta al migliore offerente tutti gli abitanti di una città presa d'assalto; e tale fu la sorte che l'armata di Francesco Sforza fece subire del 1447 alla sventurata città di Piacenza. I papi, cedendo alla sterminata loro collera, condannarono ancora più frequentemente tutti i sudditi di uno stato nemico ad essere ridotti in ischiavitù, autorizzando a venderli chiunque se ne impadronisse. In tal modo vennero condannati tutti i vassalli dei Colonna da Bonifacio VIII; tutti i Fiorentini da Sisto IV, tutti i Bolognesi nel 1506, ed i Veneziani nel 1509, daGiulio II. Ma coloro che comperavano questi schiavi, trovavano subito più utile il dar loro la libertà per una qualche somma di danaro, che non il mantenerli pel poco lavoro che farebbero per conto loro. In veruna descrizione di città o di villaggi vedonsi in queste varie epoche indizj di schiavitù; soltanto il fanatismo potè conservarne gli ultimi avanzi in Italia a dispetto del personale interesse. I prigionieri di guerra mori e turchi incatenansi nelle galere, in odio della loro religione, e la schiavitù loro dura anche al presente, sebbene costino allo stato più che gli uomini liberi.Il fanatismo tentò pure più volte in altri paesi di far rinascere la schiavitù; e riconoscere dobbiamo dai missionarj portoghesi, che circa la metà del quindicesimo secolo, diressero le prime spedizioni sulla costa occidentale dell'Africa, quella schiavitù de' Negri alle Antille, che forma l'obbrobrio dell'età presente. Il fanatismo fece condannare in Ispagna ed in Portogallo, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, molte centinaje di Giudei e di Mori ad essere ridotti in ischiavitù. Pure l'interesse personale, assai più potente che lo zelo di un clero persecutore, ridonò costantemente la libertà a coloroche la Chiesa condannava alle catene. Nell'età presente la schiavitù non si mantiene in tutta l'Europa orientale dalla Russia fino all'Ungheria, che a motivo che i proprietarj delle terre non hanno saputo approfittare del lavoro degli uomini liberi; e perchè in cambio di dividere con loro i frutti della terra, gli sforzarono a dar loro la metà del tempo; onde nei giorni di ogni settimana che sono di diritto del padrone ungaro o boemo, l'uomo libero non lavora con maggiore zelo, attività o intelligenza, di quello che farebbe lo schiavo.Quando, in tempi a noi più vicini, i filosofi volsero di nuovo i loro sguardi alla costituzione della società, non ebbero sotto gli occhi oggetti eguali a quelli che colpivano i filosofi dell'antica Grecia. Da un canto il lavoro manuale più non era fatto dagli schiavi, dall'altro canto quasi tutti i paesi ridotti a civiltà erano governati da monarchi. Noi confondiamo quasi sempre la natura delle presenti instituzioni colla natura stessa delle cose: gli antichi non avevano potuto comprendere come si sarebbe potuto fare da meno degli schiavi; i moderni come si possa stare senza re. I politici del XVIII secolo si occuparono meno di ciò che in realtà era la società umana, che di ciò che avrebbe dovutoessere. Ebbero minore rispetto per diritti stabiliti, perchè in nessun luogo ne trovarono che fossero incontrastabili; ma rispettarono maggiormente il carattere dell'uomo; essi accomodarono le loro teorie all'interesse dell'autorità sotto la quale vivevano, e fissarono il principio che ogni governo era stabilito per la felicità dei popoli a lui soggetti, sebbene i principi avessero fin allora creduto di non avere altro interesse ed altro dovere, che quello della propria conservazione, o di ciò che chiamavano loro gloria.Essendo la libertà degli antichi una proprietà del cittadino, non era essenziale di esaminare fino a qual segno contribuiva alla felicità, come non si esamina, per conservare a ciascheduno la sua eredità, se le ricchezze formano, o no, la felicità dell'uomo saggio. Ma la libertà dei moderni venendo considerata come il mezzo pel quale i governi giungono allo scopo per cui furono instituiti, cioè la comune felicità, fu necessario di esaminare, onde stabilire il diritto dei popoli ad essere liberi, in qual modo la libertà formi la felicità, o fino a quale grado vi contribuisca.L'uno e l'altro raziocinio è egualmente logico, ma ciascuno parte da diversi principj. Quello degli antichi è forse il primo nell'ordinedelle idee; essi considerarono l'origine delle società, e si chiesero donde veniva il potere che vedevano stabilito; allora loro parve soltanto libero quell'uomo, che non fosse subordinato che a quel potere che aveva formato o contribuito a formare egli stesso. Così la linea che separava il cittadino dal suddito era patentemente segnata, e non poteva ammettere verun dubbio. La libertà de' moderni dev'essere valutata sopra molto più dilicate differenze. Per determinarne i confini, conviene esaminare fino a qual punto convenga agli uomini uniti in società di essere governati, o pure a qual prezzo loro convenga di acquistare la protezione della forza pubblica contro i loro interni ed esterni nemici; in appresso fino a qual punto ognuna delle umane facoltà abbia bisogno di essere contenuta pel comune vantaggio; finalmente in quale caso torni meglio diminuire in parte la forza di tutti, piuttosto che ristringere di soverchio la felicità o la sicurezza individuale.Quest'esame guidò a riconoscere che lo scopo dell'unione degli uomini essendo quello di assicurare la vicendevole protezione delle loro persone, del loro onore, delle loro proprietà, dei loro morali sentimenti, quel governo che si farebbegiuoco della vita, della fortuna e dell'onore degl'individui, offendendo i sentimenti di giustizia, di umanità e di pubblica decenza, mancherebbe assolutamente al suo scopo, e dovrebbe risguardarsi come una tirannide, sebbene fosse anche stato stabilito dall'universale volontà.In appresso si riconobbe, che l'uomo non aveva domandato al proprio governo di proteggerlo contro di sè medesimo, ma soltanto contro gli altri; dal che si è conchiuso che l'esercizio di qualunque facoltà, che non abbia azione sugli altri, non è dipendente dal governo. Su questa regola è fondata la libertà del pensiere e quella della coscienza; mentre che avvi tirannide, qualunque volta il governo procede a punire altra cosa che gli atti esteriori, o che in loro cerca le tracce del malcontento, e della malevolenza, per vendicarsi di queste opinioni.Finalmente si è conosciuto che il male che risulterebbe per tutti dalla repressione di certe azioni che possono diventare nocive, sarebbe ancora maggiore del male che potrebb'essere prodotto da queste azioni. Perciò si risguardò come tirannico quel governo che proibisce di parlare,di scrivere, di stampare[366]; che gastiga con troppo sospettosa vigilanza certi falli, certi vizj, che non si potrebbero comprimere senza un'inquisizione insopportabile per tutti. E si è conchiuso che un governo è tanto più libero, quanto è sentita meno la sua azione; che è libero, non solo perchè non gastiga che ciò che è vietato dalla legge, ma ancora perchè la legge non proibisce tuttociò che potrebbe proibire.Dopo avere in tal modo definita questa libertà puramente difensiva, questa libertà affatto negativa, cui deve tendere ogni buon governo, si cercò di darle per guarenzia i diritti politici de' cittadini. Allora cominciarono a considerarsi, non più come principio essi medesimi della libertà, ma soltanto come sue salvaguardie. I moderni collocarono nel primo grado tra questi diritti politici la libertà della stampa propriamente detta, ossia il diritto di provocare la pubblica attenzione intorno agli affari dello stato, con iscritture pubblicate senza precedente licenza delgoverno; la libertà della disputa nelle adunanze politiche; per ultimo il diritto di petizione, o sia il ricorso aperto ad ogni oppresso fino alla sovrana autorità, interpellata da cittadini associati a tale oggetto sotto gli occhi di tutto il pubblico. Queste varie prerogative non formano parte della libertà civile, ma piuttosto sono le armi poste in mano al popolo per difenderla.Dopo avere conosciuto quanto l'idea che fino all'ultimo secolo formavansi della libertà i nostri antenati è diversa da quella che noi ci formiamo adesso, avremo minor cagione di fare le maraviglie, vedendo che in tutte le repubbliche dell'antichità, in tutte quelle della Svizzera e della Germania, in tutte quelle finalmente dell'Italia, intorno alle quali versammo così lungo tempo, non fossero guarentiti i diritti di cui abbiamo fin ora sviluppata l'origine.Le repubbliche italiane non avevano pensato a proteggere la vita, l'onore, o la proprietà de' cittadini con una legislazione, o con una forma di processura migliori di quelle ch'erano in vigore negli stati più dispotici. I magistrati, i tribunali e le leggi avrebbero avuto bisogno d'una totale riforma, per guarentire lalibertà civile, e la felicità delle persone loro commesse. Oggi è dimostrato che compromettesi la libertà, quando gli amministratori si trasformano in giudici, armandoli dell'autorità di castigare que' medesimi ch'essi incontrarono come antagonisti nelle politiche contese. Perciocchè il magistrato, chiamato frequentemente dalla sua carica a sostenere le parti di un capo di partito, ed a sposarne le passioni, viene investito del diritto di giudicare la parte avversaria, cioè quegli uomini che nella causa del popolo vollero mettere argine alle sue usurpazioni, ed opporsi alle sue ingiuste misure. Le repubbliche italiane non erano cadute affatto in quest'errore comune a tutte le altre. Il potere giudiziario vi si trovava abitualmente separato dall'amministrativo: la signoria, che si rifaceva ogni due mesi a sorte, scegliendosi tra i cittadini attivi, era incaricata della generale direzione degli affari, mentre alcuni giudici forestieri, assistiti da legisti pure forestieri, amministravano la giustizia civile e criminale. Ma perchè questa divisione del potere civile e giudiziario non lasciasse verun titolo di timore, avrebbe dovuto essere perfetta; sarebbe stato d'uopo che i magistrati fossero sempre obbligati di rimettere ai tribunalicoloro che gli avevano offesi, e che in qualunque caso non fossero seduti essi medesimi in giudizio. Per lo contrario nelle repubbliche italiane, non escluse le meglio ordinate, si vide più volte la signoria momentaneamente riprendere il potere giudiziario, e mandare alla tortura o al patibolo coloro che avevano di fresco attentato alla sua autorità.Non solamente i giudici non disponevano soli della vita, dell'onore, e delle sostanze de' cittadini; ma non erano pure costituiti in maniera di dare una bastante guarenzia delle loro parzialità o della loro umanità. Richiedeva la legge che fossero forestieri, perchè non isposassero nella repubblica verun partito; che non rimanessero molti anni in carica, onde non adottassero le passioni de' cittadini; finalmente che uscendo d'impiego andassero soggetti ad un sindacato intorno alla loro amministrazione, onde si guardassero dal lasciarsi corrompere coi regali. Ma la legge non aveva separato il giudizio del diritto da quello del fatto; non aveva chiamati i semplici cittadini, come presso i Romani e presso gl'Inglesi, a sentenziare sulla vita de' loro concittadini: non aveva posto ogni uomo sotto la guarenzia dell'interesse de' suoi eguali, nè avantil'esecuzione di una sentenza capitale aveva richiesto il concorso di un tribunale popolare, che essenzialmente unisse la misericordia al rigore. Non esisteva veruna legge penale che moderasse le sentenze de' giudici, o che preventivamente illuminasse gl'imputati intorno alla loro sorte. Non era nè meno vietato ai podestà di ascoltare le voci della passione o della collera; e perchè giudicavano quasi sempre soli, non erano obbligati di esporre ai loro collega le circostanze della causa, a trattarla ad alta voce, a dare i motivi delle loro sentenze. I motivi e le ragioni che le avevano dettate chiudevansi nel più profondo di tutti i segreti, quello di un uomo colla sua propria coscienza.La processura dava ancora minore guarenzia che la costituzione del tribunale, segreta era l'istruzione, ed il prevenuto, privo di consiglio nella sua prigione e di avvocato per difendersi, veniva abbandonato a tutte le conseguenze della sua debolezza, de' suoi terrori, della sua ignoranza, o della sua incapacità. La spaventosa processura cominciava colla tortura; e la legge non poneva verun limite ai tormenti co' quali potevasi stringere un accusato, come non aveva determinatoquale indizj si richiedessero per esporlo a così barbara prova. Non pertanto le confessioni strappategli di bocca dall'atrocità de' dolori, venivano ritenute quali sufficienti prove contro di lui, e contro i supposti suoi complici. Finalmente la legge permetteva supplicj non meno spaventosi che quelli delle monarchie, e l'umanità veniva offesa non meno dalle esecuzioni che dalle processure.In tal modo adunque, anche in tempo ordinario, la società non guarentiva l'onore, la vita, o le sostanze degli individui, co' suoi magistrati, co' suoi giudici, colle sue leggi. Ma nelle rivoluzioni, pur troppo frequenti, l'abuso di una pretesa giustizia diventava ancora più molesto. Allora i capi di un partito, facendosi investire di una illimitata autorità, sotto il nome dibalìa, gastigavano in massa, senza informazione, senza processura, senza giudizio, tutti i membri del contrario partito, coll'esilio, colla confisca de' beni, spesso con capitale supplicio.Non avevano gl'Italiani pensato giammai che lo stesso scopo della formazione della società prescrivesse confini alla sovrana autorità; essi non avevano veduto, che gli uomini non hanno potuto assoggettargli che le loro relazioni degli universo gli altri; ed essi avevano permesso ai governi di penetrare nell'interno dei loro pensieri, per dirigerne le opinioni e punirne i sentimenti. Tutte le repubbliche italiane eransi formate in seno alla cattolica religione, e questa religione, assoggettando, col mezzo della confessione, il pensiero al tribunale de' preti, gli spiriti si erano abituati a risguardare il segreto delle coscienze come dipendente dall'autorità. La persecuzione ed il castigo dell'eresia era una necessaria conseguenza della sommissione delle repubbliche alla Chiesa. Quella della magia era pure riservata ai preti; ed ammessa una volta la funesta opinione dell'azione degli uomini sulle potenze infernali, la magia dovette entrare nelle attribuzioni de' tribunali, poichè risguardavasi con un mezzo con cui un uomo poteva nuocere ai suoi simili. Ma non potevasi perseguitare questo delitto, che si commette senza testimonj nell'oscurità della notte, senza dar luogo alle più sospettose, più arbitrarie e più tiranniche processure.Del resto non era soltanto allorchè trattavasi di perseguitare l'eresia o la magia, che i tribunali italiani credevano di avere diritto di scendere nel cuore dell'uomo e di punirne i moti segreti,ma si arrogavano il diritto di assoggettare alla pubblica vendetta ogni sentimento di scontentezza o di odio contro il governo; ne cercavano spesso gl'indizj in una parola, in un gesto, in un sospetto; e nelle circostanze di rivoluzione furono vedute le repubbliche adottare le usanze ed i principj de' principi assoluti, e punire coi supplicj, non già gli atti esteriori, ma il nascosto pensiero di cui erano l'indizio.Se i governi italiani non si erano astenuti dal giudicare i sentimenti ed i pensieri, che non dipendono in verun modo dalla pubblica autorità, con più ragione non eransi fatto scrupolo di armare una metà de' cittadini contro l'altra, d'incoraggiarne molti ad esercitare l'infame mestiere di delatore, quando hanno con ciò potuto sperare di reprimere abitudini viziose o nocive, che si vorrebbero certamente sbandire da ogni ben regolata repubblica, ma che non si potrebbero castigare senza assoggettare tutti i cittadini ad una insopportabile inquisizione.La bestemmia diventò uno de' principali oggetti della vigilanza de' magistrati, e venne sottomessa a tutta la severità dei tribunali stabiliti al solo oggetto di comprimerla. Soltanto in Ispagna ed in Italias'incontra questa viziosa abitudine, affatto sconosciuta presso i popoli protestanti, e che non dobbiamo confondere con quei rozzi giuramenti che il popolo in tutti i paesi frammischia ai suoi discorsi. In tutti gli accessi di collera, i popoli meridionali se la prendono cogli oggetti del loro culto, li minacciano, e li caricano di parole ingiuriose alla stessa divinità, al Redentore o ai Santi. Trovansi tracce di tale scandalosa abitudine nel linguaggio e in alcuni modi proverbiali degli altri popoli, ma la volontà d'insultare la divinità con questa specie d'attacco non si poteva conservare che in un paese in cui la superstizione, sempre in guerra coll'incredulità, ha rimpiccioliti tutti gli oggetti del culto, e fattili scendere fino al livello degli uomini. La processura contro i bestemmiatori occupò in ogni tempo i tribunali d'Italia. Pure cotale delitto non lascia veruna traccia, e quegli stesso che lo ha commesso, il più delle volte se ne dimentica, i testimonj sono quasi sempre implicati nella contesa che vi diede motivo, ognuno tosto o tardi cade nello stesso errore, e la inquisizione del bestemmiatore, senza diminuirne l'abitudine, ha dato luogo alle più inique ed arbitrarie processure.Molti altri delitti di pure parole vennero considerati come egualmente punibili; si videro più volte condannati a gravi pene, coloro che avevano con qualche motto cercato di coprire di ridicolo o di biasimo il governo, e coloro che nelle loro scritture avevano manifestate opinioni riprovate, non solo in fatto di religione e di politica, ma ancora in argomenti puramente filosofici. Si vide ancora, ma soltanto in alcune circostanze, altre viziose abitudini punite con severissime pene, le quali non potevano colpire i delinquenti che in conseguenza di un'inquisizione totalmente contraria ad ogni attuale idea di libertà. Ne' tempi in cui era in Firenze dominante la fazione de' piagnoni, si perseguitò il mal costume perfino nell'interno delle famiglie con segrete denuncie, sebbene la pubblica decenza ordinariamente soffra assai più da tali rivelazioni, che dall'abuso che si lascia sussistere. Il giuoco nell'interno delle case private, il lusso della mensa, degli abiti, degli equipaggi, furono risguardati come oggetti di pertinenza delle leggi, e tutte le abitudini dell'uomo privato vennero regolate con atti del sovrano potere.Le varie prerogative che i popoli moderni considerarono quali guarenzie dellasicurezza e della libertà de' cittadini, mai non si conobbero nelle repubbliche d'Italia. La nozione della libertà della stampa non erasi nemmeno presentata ai loro legislatori. Appena si trovano in tutta l'istoria dell'Italia due o tre esempi di scritture pubblicate intorno alle cose del governo, ed i loro autori avevano sempre avuta la precauzione di farle stampare in estero stato; ma non pertanto qualunque volta si poterono arrestare o l'autore o i distributori, questi furono sempre puniti con eccessiva severità. Nè il partito dell'opposizione, nè il partito governante non cercarono mai d'illuminare la pubblica opinione, e non si supponeva che le deliberazioni intorno agli affari della patria potessero uscire dalla sala de' suoi consigli. In contraccambio, dobbiamo pur dirlo, gli storici delle repubbliche, che prima dell'invenzione della stampa si appellavano non ai presenti tempi, ma alla posterità, diedero prova nelle loro scritture di grande coraggio e di rara imparzialità; e dal modo con cui in ogni occasione giudicano i loro compatriotti e magistrati, sempre si conosce la mano dell'uomo libero.Il diritto di petizione non fu dagl'Italiani meglio conosciuto che quello dellastampa: essi non altro avevano fatto che rimuovere dal proprio luogo l'assoluto potere, togliendolo dalle mani di un solo per affidarlo a molti. Essi non pensavano punto a limitarlo, e soprattutto a contenerlo per via della pubblica opinione. Ogni cittadino poteva, per vero dire, portare riclami all'autorità da cui immediatamente dipendeva; ma non poteva giammai, con una petizione, tradurre quest'autorità avanti ad un'altra incaricata di sindacarla; meno poi trasmutare il suo privato affare in un affare di stato, unendosi ai suoi concittadini per dare maggior peso alle proprie lagnanze. Nel primo caso sarebbe stato ammonito, come se avesse voluto confondere tutte le podestà e l'ordine stabilito; nel secondo sarebbe stato severamente punito, come tendente alla ribellione.Ma ciò che può sembrare strano, si è che la libertà stessa della disputa ne' consigli non era altrimenti assicurata. Pure questa è la sola cosa che possa garantire l'esercizio de' diritti della sovranità, dei quali gli antichi repubblicani erano altrettanto gelosi, quanto lo erano poco della sicurezza individuale.I consiglj di una repubblica sono chiamati intorno ad ogni affare a due distinteoperazioni, cioè deliberare ed emettere il voto; lo che risponde a quelle della disputa, poi del giudizio ne' tribunali. Gl'Italiani avevano quasi totalmente trascurata la prima; essi non davano nè guarenzia, nè solennità alla disputa; pareva che non si prendessero cura che i consiglieri s'illuminassero gli uni gli altri colle loro opinioni, e riducevano tutto lo studio loro a rendere con un profondo segreto liberi i suffragi. Ne' consigli parlavasi assai poco. Il primo magistrato ne faceva talvolta l'apertura con un discorso di etichetta, che imparava a memoria, o che leggeva; talvolta ancora qualche giovane oratore figuravasi d'imitare gli antichi, pronunciando un ampolloso sermone, che veniva piuttosto risguardato come un pezzo accademico, che come un mezzo di persuadere; talvolta alla proposizione fatta dal magistrato teneva dietro una tumultuaria conversazione in ogni panca; ma d'ordinario si passava subito ai suffragi con un profondo silenzio. A Firenze, ogni consigliere per dare il suo voto, riceveva fave bianche e nere; a Venezia pallette di legno; e le urne eran distribuite in modo che il votante poteva porvi la mano, senza far conoscere in quale senso avesse votato. In appresso si contavano isuffragj, la di cui semplice maggiorità non bastava giammai per dare forza di legge ad una proposizione. Il più delle volte, perchè si potesse, giusta l'espressione legale,vincere il partito, rendevasi necessario di riunire i tre quarti de' suffragj di cadauno de' diversi corpi che trovavansi adunati nella stessa sala per emettere i voti separatamente; a Firenze, per modo d'esempio, dei priori di buoni uomini, e dei gonfalonieri di compagnia. Se in taluno di questi tre corpi il quarto soltanto dei membri aveva poste nell'urna delle fave bianche, la legge veniva rigettata.Affinchè i consiglj siano veramente liberi, è necessario che la minorità abbia tutta la libertà di far udire le sue ragioni, di discutere ampiamente la sua causa, e di rappresentarla sotto tutti gli aspetti; ma non è meno essenziale di far prendere tutte le decisioni colla sola maggiorità de' suffragj, onde il piccolo numero, tra consiglieri tutti eguali, e che hanno tutti la medesima missione, non imponga al maggior numero. Gl'Italiani astanti non avevano conosciuti questi due principj; avevano circondato da tanti pericoli l'uso della parola, avevano giudicate con tanta severità le aringhe che pronunciavansiinnanzi ai consiglj, avevano assoggettati gli oratori a così pesante risponsabilità, tanto per mezzo di un pubblico biasimo, che per clamorosi gastighi, per qualunque poco misurata frase fosse sfuggita di bocca all'oratore nel calore della disputa, che niuno osava entrare in disamina: e non si era coltivata la sola eloquenza popolare, quella di parlare improvvisamente, perchè la minorità non aveva giammai occasione di motivare la sua opposizione, di cercare di persuadere i suoi avversarj, e di trattare apertamente la propria causa. Ma mentre tutti opinavano con timore, una taciturna minorità contrariava co' suoi segreti suffragj le operazioni del governo, e faceva rigettare una proposizione, contro la quale niuno aveva ardito di muovere obbiezioni.Questa taciturna opposizione, eccitando un profondo risentimento, fu spesso cagione della più scandalosa violazione della libertà dei suffragj. A Firenze si vide più volte la signoria far ricominciare replicatamente l'operazione dello scrutinio,perchè non si era potuto vincere il partito. Fu veduta minacciare coloro che darebbero la fava bianca, e fu pure veduta in qualche circostanza far cadere sopra di loro le più acerbe pene. Oradi qual uso potevano essere i consiglj, se i consiglieri non avevano libertà? E quando una costituzione vuole che i suffragj riuniti de' magistrati possano esprimere soli una volontà sovrana, qual è la superiore autorità che possa prescrivere in quale senso debba manifestarsi questa volontà? Così addiviene che un primo errore nella legislazione ne produca degli altri; così dopo di avere imprudentemente dato ne' consiglj alla minorità il potere di legare la maggiorità, si fu poi costretto più volte a dovere permettere, che l'assenso di questa minorità si ottenesse colla violenza.Dopo di avere brevemente esaminati tutti i diritti che nell'età presente ci sembrano i più preziosi, e dopo avere osservato che sul conto loro le leggi protettrici non erano migliori nelle repubbliche italiane che nelle monarchie, o che anzi erano assolutamente le medesime, e permettevano che tutti questi diritti fossero in certe occasioni compressi o annullati, si accresce la nostra maraviglia nel contemplare i miracolosi effetti dello spirito repubblicano; e ci andiamo ancora interpellando in qual cosa consistesse adunque quella libertà, che poteva stare insieme alla più crudeletirannia; quella libertà, che veniva difesa con così eroici sforzi, la di cui privazione eccitava così amare lagrime, e che i popoli non perdevano senza perdere ad un tempo la loro prosperità, la loro gloria, i loro talenti e le loro virtù.Ma d'uopo è ricordarsi che nelle repubbliche i medesimi uomini si presentano sotto un doppio aspetto e con un doppio carattere; prima come governati, poi come governanti. Oggi per valutare la libertà, cerchiamo in che consista pei governati; fino al nostro secolo per lo contrario si cercava in che consistesse pei governanti; e questa attiva libertà, questa libertà tutta composta di prerogative sovrane, che al primo colpo d'occhio sembra dover contribuire molto meno che non la sicurezza individuale alla prosperità dei cittadini, trovasi per lo contrario avere per essi un incanto che nulla pareggia. Dessa è una bevanda inebriante, è il nettare degli Dei: quando un mortale ha potuto gustarla un sola volta, sdegna ogni umano nutrimento: ma inoltre trova in sè medesimo nuove forze, ed una nuova virtù; la sua natura è del tutto cambiata; e sedendo a quella mensa, egli sente che si pareggia agl'immortali.Alcuni fondamentali assiomi possono rappresentare tutto il sistema della libertà degli antichi tempi; sono questi l'espressione de' diritti politici della nazione considerata in corpo, e non di quelli dei singoli individui nelle loro relazioni colla nazione. Verun'altra repubblica non professò forse così apertamente, nè più religiosamente osservò questi assiomi, quanto quelle d'Italia ne' secoli di mezzo.Ogni autorità esercitata sopra il popolo è emanata dal popolo. Questo primo assioma de' popoli liberi era risguardato come fondamentale in tutte le repubbliche italiane. La sovranità vi era sempre rappresentata come appartenente al popolo o al comune; i suoi capi temporarj non prendevano che il titolo dianziani, signori, priori del popoloodel comune. Il governo non veniva mai rinnovato senza invocare la sovranità del popolo: così a Firenze era sempre in di lui nome che trasmettevasi, per mezzo de' suffragj del parlamento, ad una nuova balìa un'autorità eguale a quella di tutto il popolo fiorentino. Si dirà forse che questa non era che una frase vuota di senso, e che i vocaboli non sono privilegj; ma questi vocaboli non erano nè senza effetto, nè senza conseguenze; inspiravano ad ogni cittadinoun'alta opinione della sua dignità; lo trattenevano, qualunque volta potev'essere tentato di commettere una bassa o indecente azione; conciliavano al cittadino nella privata sua condizione i riguardi ed anche il rispetto di coloro che trovavansi momentaneamente constituiti in dignità; perciocchè sapevano i capi del popolo, che tutta la loro autorità procedeva da coloro che temporariamente ubbidivano, e che ella ritornerebbe ai medesimi; per ultimo, questi stessi vocaboli di sovranità del popolo, rendevano la patria cara a tutti i suoi figli; ognuno sapeva che lo stato gli apparteneva in quel modo ch'egli medesimo apparteneva allo stato; ognuno era pronto a tutto arrischiare, per salvare la cosa più onorata e più preziosa da lui posseduta, cioè la sua parte nella sovranità; ognuno conosceva i doveri che gli erano imposti da così luminosa prerogativa, da così sacro carattere; ognuno era disposto a rendersene degno, anche, se bisognava, col sagrificio della vita.L'autorità dei mandatarj del popolo ritorna al popolo dopo un determinato tempo; niuno de' mandati del popolo è irrevocabile. Questo secondo assioma dei repubblicani italiani loro sembrava, piùche ogni altra cosa, essere il fondamento della loro libertà, e l'essenza delle loro repubbliche; perciò non ammisero giammai nè autorità, nè magistrature ereditarie, tranne la prerogativa di cittadino. Ed ancora quando queste repubbliche degenerarono più tardi in aristocrazie o in istrettissime oligarchie, non fu per questo abbandonato il principio fondamentale dell'amovibilità di tutte le magistrature. Non furono già i diritti delegati dal popolo, che vennero dati a vita, o renduti ereditarj, ma i diritti del popolo medesimo che si trovarono concentrati in un ristrettissimo numero di famiglie, dopo che si erano spente tutte le altre. La nuova nobiltà non era che la rappresentazione degli antichi popolani; e perciò che risguarda l'antica nobiltà, gl'Italiani, lungi dal tenere questo titolo come un diritto esclusivo a governare, non le perdonavano neppure l'impero ch'essa esercitava sull'opinione in onta alle leggi; così spesso esclusero da ogni pubblico impiego i grandi, renduti troppo formidabili dalle loro ricchezze e da' loro clienti nelle campagne.La repubblica di Venezia era la sola in cui si vedesse un magistrato, anzi lo stesso capo dello stato, eletto a vita: eper molti rispetti Venezia poteva considerarsi come una monarchia elettiva; la sua costituzione, assai più antica che tutte le altre, ne aveva fatto da principio un ducato; ma col lungo volgere de' secoli si erano sempre andate diminuendo le prerogative del doge per darle alla repubblica. Una sola volta si volle anche in Firenze creare un gonfaloniere perpetuo; ma si era preventivamente indicata l'autorità che potrebbe deporlo, ed effettivamente venne deposto dopo dieci anni. In queste due repubbliche, siccome in tutte le altre, la durata delle funzioni di tutti i magistrati era temporaria.Per altro coll'andare del tempo quasi tutte le repubbliche italiane ebbero un capo discendente da una famiglia favorita da' voti del popolo; ma la costituzione non riconosceva in questo capo verun potere ereditario. La confidenza del popolo trasmetteva al figlio di un Medici, di un Bentivoglio o di un Baglioni, l'autorità esercitata da suo padre; ma tale autorità era rivocabile tosto che cessava la confidenza del popolo; e verun cittadino, per potente che si fosse, non era supposto avere diritti indipendenti da quelli della repubblica.Rispetto alle magistrature, non solo il mandato del popolo in virtù del quale si esercivano, era rivocabile, ma era limitato da brevissimo termine. La suprema autorità nello stato era poche volte confidata per più di due mesi; in ragione della minore importanza dell'impiego, se ne protraeva alquanto più la durata; non pertanto, ad eccezione di Venezia, non eravi pubblica carica che continuasse più di un anno.L'esistenza di facoltà irrevocabili in una repubblica implica una specie di contraddizione. Come può mai supporsi che il popolo, dal quale emana l'autorità, dichiari a' suoi mandatarj che gli autorizza a conservarla, sia che ne facciano abuso o no, sia che giustifichino le speranze dei loro committenti, o sia che si mostrino indegni della loro confidenza; sia che l'avanzamento dell'età li renda più atti alle funzioni che esercitano, o sia che li renda incapaci di adempirle? Quindi l'amovibilità di tutte le cariche è in qualche modo la guarenzia della costante attività di coloro che le occupano, e de' continui loro sforzi per rendersene degni. Ma questo principio era probabilmente stato spintotroppo in là nelle repubbliche italiane, ed i loro legislatori avevano dimenticato, che, se importa assai che i magistrati non rimangano troppo a lungo in carica, affinchè non diventino meno attivi, importa egualmente che il loro regno non sia circoscritto a troppo pochi giorni, affinchè lo stato non abbia a soffrire dal tirocinio incessantemente ripetuto dei nuovi eletti.Finalmente,chiunque esercita un'autorità emanata dal popolo è risponsabile verso il popolo dell'uso che ne fa. Era precisamente per dare a quest'ultima massima una più illimitata applicazione, che si era circoscritta a così breve tempo la durata di tutte le magistrature. In alcune affatto moderne costituzioni, si è trovato il modo di far pesare la risponsabilità sui ministri, anche in mezzo alle loro funzioni, senza attaccare l'autorità da cui emana il loro potere. Nelle repubbliche, tranne il caso di rivoluzione, la risponsabilità non viene esercitata sui magistrati, che dopo la cessazione delle loro funzioni. Nell'uno e nell'altro sistema, l'effetto è sempre il medesimo: lo stato non ha giammai bisogno di affrettare il supplicio di alcuni grandi colpevoli; non corre nessun rischio, aspettandoch'escano di carica; ma bensì ha bisogno d'inspirare a tutti i depositarj del potere un timore salutare; di far loro sentire che, per quanto grandi si figurino di essere, per quanto sembrino indipendenti le loro funzioni, giugnerà sempre l'istante in cui si troveranno deboli in faccia ad altri più potenti di loro; in cui dovranno rendere conto della loro gestione a chi avrà diritto di chiederlo, ed in cui non rimarrà impunito verun abuso del potere, veruna violazione delle leggi o della libertà del popolo, veruna malversazione.La distinzione tra la responsabilità del ministero inglese, che si esercita quando il ministro è ancora in funzione, e la responsabilità repubblicana che non comincia che quando il magistrato è tornato semplice cittadino, è più apparente che reale. Non avvi alcun ministero inglese che non possa, col mezzo di arti ben note, o almeno collo scioglimento del parlamento, ritardare per un anno intero la prova della sua responsabilità. Ma nel corso di un anno i primi magistrati della repubblica fiorentina avevano sei volte deposto il bastone del comando, sei volte altri nuovi signori, rientrati nel grado di semplici cittadini, si erano trovatisoggetti al giudizio di coloro che potevano chieder conto della loro amministrazione.Per vie meglio accertare la responsabilità di tutti gli uomini rivestiti di qualche potere, tutte le costituzioni repubblicane d'Italia avevano leggi analoghe aldivietoed alsindicatode' Fiorentini. Ildivietoera un forzato riposo cui erano ridotti i magistrati quando uscivano di carica. Dovevano essi astenersi dalle magistrature per lo meno tanto tempo, quanto era stato quello delle loro funzioni, e spesso ancora per un tempo molto più lungo: rientravano allora nell'eguaglianza repubblicana; trovavansi allora soggetti, come tutti gli altri particolari, all'impero delle leggi, all'autorità di coloro cui avevano precedentemente comandato, all'azione dei tribunali, che loro potevano chiedere conto della condotta che avevano tenuta. Ilsindicatoera una disamina politica, che teneva dietro alla cessazione dell'impiego di tutti coloro che avevano avuto parte in un'amministrazione di danaro, o nell'autorità giudiziaria; per costoro la responsabilità non era soltanto eventuale, ma necessaria; dovevano purgarsi da ogni sospetto intorno alla passata loro amministrazione, entro quel determinatonumero di giorni che seguiva immediatamente la cessazione delle loro funzioni.Tutto il sistema della libertà italiana può risguardarsi come rappresentato da questi tre assiomi; e secondo lo spirito de' secoli passati, se si applica ai vocaboli il loro primitivo significato, non quello che si è loro dato ne' moderni tempi, le costituzioni che sono fondate su questi tre principj erano realmente le più libere di tutte. Infatti le repubbliche italiane erano più libere che tutte quelle della Germania, che le città imperiali ed anseatiche, che i Cantoni svizzeri, che le corporazioni delle Province unite, e forse ancora più che le repubbliche dell'antichità. Sì le une che le altre non si erano proposte lo scopo di proteggere i cittadini contro il governo, ma di creare un governo, che compiutamente rappresentasse il popolo, e che fosse in qualche maniera identico con lui; sì le une come le altre dopo di averlo costituito, eransi astenute con una cieca ed illimitata confidenza dal porre limiti all'esercizio del suo potere.Ma le costituzioni italiane facevano derivare tutti i poteri dal popolo, e li facevano tutti risolvere nella sovranità del popolo, ben più che quelle di originetedesca. Conoscevano esse più esplicitamente questa sovranità; esse stabilivano un'amovibilità di tutti gl'impieghi più universale, ed una rotazione più rapida; ed assicuravano assai meglio la responsabilità de' pubblici funzionarj. La costituzione di Ginevra era forse la più perfetta, e la più libera delle costituzioni svizzere: a Ginevra, i sindaci, primi magistrati dello stato, duravano un anno, ma non erano che i presidenti di un consiglio esecutivo eletto a vita; gli ordini da loro dati si confondevano con quelli di questo consiglio, e il sindaco non era chiamato a veruna responsabilità. Gliavvieria Berna, iborgomastria Zurigo, ilandamanninegli altri cantoni, trovavansi nella medesima relazione tra un consiglio inamovibile ed il popolo. Uscendo di carica dopo un anno, essi restavano sempre membri di questo consiglio, che non solo aveva concorso a tutte le loro misure, e perciò risguardavasi obbligato a difenderli, ma che era inoltre depositario di tutta l'autorità giudiziaria dello stato, che solo aveva il diritto di condannare il magistrato colpevole, e che in favor suo e contro al popolo si trovava nello stesso tempo e giudice e parte. Tutti i magistrati romani,lasciando le loro funzioni, rientravano egualmente nel senato, e se dovevano riconoscere un altro giudice fuori del senato, erano almeno sempre protetti da questo corpo potente.Per lo contrario un gonfaloniere ed un priore di Firenze, di Lucca, di Siena, di Bologna, o di Perugia, non solo più non era in carica dopo due mesi, ma dopo un anno più non trovava nella repubblica un corpo che fosse ancora composto dei medesimi individui che formavano il detto corpo al tempo della sua amministrazione. Il collegio de' gonfalonieri, quello de' buoni uomini, il consiglio comune, quello del popolo, tutto era stato rinnovato; niuno di loro prendeva interesse pel magistrato tratto in giudizio, niuno aveva avuto parte ne' di lui atti arbitrarj, e non si adoperava per sottrarlo dalle mani della giustizia. Dopo spirate le sue funzioni, il primo magistrato della repubblica più non era in faccia alla legge che un semplice cittadino.La responsabilità de' magistrati, la dignità de' cittadini, l'emulazione di tutte le classi della nazione, devono essere considerate come i veri principj della libertà italiana, e le vere cagioni della prosperità degli stati repubblicani. Questo è ciòche veramente li distingue dagli assoluti principati che esistevano contemporaneamente in Italia; ed infatti se si esaminano i necessarj risultamenti di questi principj, si vedrà che devono produrre nelle repubbliche una gran massa di felicità e più ancora una gran massa di virtù.E prima, sebbene l'insieme delle garanzie, che noi risguardiamo oggi come costituenti l'essenza della libertà, non fosse stata ricercata dal legislatore, nè riclamata dal cittadino, pure questa civile libertà, questa sicurezza di ogni individuo, non può essere violata senza cagionare un male comune. Quindi ogni magistrato, che sentivasi risponsabile di qualunque atto d'oppressione, di severità, o d'ingiustizia, sentivasi trattenuto, quando le sue passioni avrebbero potuto strascinarlo, da un sentimento di timore che non era ragionato.Il giudice forastiero non riceveva altra istruzione che quella che gli era data negli assoluti principati; egli poteva a voglia sua impiegare a Firenze, come a Milano o a Napoli, le più crudeli torture per iscuoprire i delitti, i più spaventosi supplicj per punirli. Ma a Firenze la sua autorità spirava dopo un anno, ed in allorala sua condotta veniva esaminata da persone da lui indipendenti, che non erano a lui legate da alcun partito, e che per lo contrario, siccome quelle che battevano la carriera de' pubblici impieghi, avevano bisogno del pubblico favore. Se esso giudice aveva esercitate non necessarie crudeltà, se aveva contro di sè stesso provocato l'odio del pubblico, non poteva in verun modo sottrarsi al giudizio delsindicato.I primi magistrati, senza essere i giudici abituali della repubblica, potevano qualche volta occupare il potere giudiziario; potevano esercitare un giudizio statario contro i loro nemici o contro i loro emuli; potevano violentare gli stessi consiglj; potevano punire non le sole azioni, ma le scritture, le parole, e perfino i pensieri; ma dopo due mesi altri priori, scelti dal popolo tra una grande moltitudine di eleggibili, dovevano essere rivestiti di tutta quell'autorità che i primi avevano deposta. Questi nuovi priori potevano essere gli amici, i parenti, i fratelli di coloro ch'erano stati vessati, e potevano vendicarsi colle medesime armi. La costituzione della repubblica ripeteva sempre ad ogni uomoin carica questa massima del Vangelo:Non giudicate, e non sarete giudicati.Finalmente non era stabilito verun limite alla manìa de' regolamenti: la legge poteva colpire il cittadino in una quantità di particolari, che non dovrebbero essere di sua competenza; ma tutti coloro che concorrevano a fare questa legge, non ignoravano che altri e non essi avrebbero l'incarico di farla eseguire, e che entro poche settimane, o tutt'al più entro pochi mesi, vi sarebbero ancor essi subordinati come gli ultimi de' loro concittadini. Quindi sebbene la civile libertà, quale l'intendiamo nella presente età, non fosse nè conosciuta, nè definita, sebbene non avesse alcuna delle guarenzie credute più necessarie, dessa era assai meglio rispettata nelle repubbliche italiane che in verun altro stato dell'Europa; ogni cittadino si credeva sicuro in vita del godimento della sua sostanza e del suo onore; non temeva che arbitrarie restrizioni fossero imposte alla sua industria; ogni sua facoltà aveva un libero sfogo; tutte le vie che conducono alla fortuna erano aperte alla sua attività, ai suoi talenti: e la fiducia nella propria sicurezza si faceva maggiore, quando confrontava la protezione che gli dava la repubblicacol continuo stato di timore e di dipendenza in cui vivevano i sudditi dei vicini principi.Pure la forma repubblicana e quasi democratica del governo contribuiva meno alla sicurezza del cittadino, che ai progressi della sua virtù ed all'intero perfezionamento della sua anima. Considerando la libertà come noi facciamo, pare che si faccia consistere la felicità nel riposo; gli antichi la riponevano invece in una costante attività; il desiderio del cittadino non era in allora quello di dormire in pace in casa sua, ma di distinguersi con singolari talenti sulla pubblica piazza, ne' consiglj, e nelle magistrature, cui chiamavalo la sorte a vicenda; voleva conseguire da sè medesimo tuttociò che la natura gli aveva permesso di ottenere, compiere con un pubblico corso la sua educazione come uomo fatto, e trasmettere a' suoi figli, come eredità, la gloria che avrebbe acquistata.Quest'emulazione, che non esiste nei governi dispotici, che ne' moderni governi rappresentativi è l'appannaggio soltanto di un piccolo numero di persone, nelle repubbliche italiane era comune all'intera massa del popolo. La rapidità con cui si rinnovavano tutte le magistrature,tutti i consiglj, chiamava a vicenda in brevissimo spazio di tempo tutti i cittadini ad esercitare la propria influenza sulla repubblica. Non eravi un solo individuo, il quale per soddisfare ai doveri cui sarebbe bentosto chiamato, non dovesse fissare la sua opinione sull'esterna politica di tutta l'Europa, su quella che si confaceva alla sua patria, sulle finanze, sull'amministrazione, sulla legislazione e la giustizia; non eravi un solo individuo che non dovesse agire dietro questa propria opinione, che non potesse essere chiamato a renderne ragione, e che in appresso non si trovasse risponsabile di ciò che dessa gli avrebbe fatto fare.Se dobbiamo risguardare come il migliore de' governi quello che procura a tutti i cittadini maggiori godimenti e felicità, sarà giusto di tener conto del continuo divertimento di una nazione; poichè, a non dubitarne, il governo che le procura quest'aggradevole occupazione dello spirito, contribuisce assai più alla sua felicità, che quello che le procurerebbe tutti i piaceri fisici. Sotto questo punto di vista non si può dubitare che una nazione, i di cui cittadini tutti hanno lo spirito sempre svegliato, sempre occupato, erinnovato da idee variate, profonde, ed ingegnose, non trovi in questo solo esercizio un continuo piacere; piacere che non potrebbero farle gustare nè le meccaniche occupazioni cui sarebbero soltanto addette tutte le classi inferiori se non fossero libere, nè i grossolani sollievi che le offrirebbero i diletti de' sensi dopo il lavoro. Non eravi minore diversità tra i piaceri cui poteva aspirare un cittadino fiorentino, e quelli cui doveva limitarsi un gentiluomo napolitano, di quella che può esservi tra i piaceri del filosofo o del letterato, e quelli dell'operajo. La felicità e la sventura sono proprie di tutte le umane condizioni, e forse la loro somma è abbastanza egualmente compensata; ma la felicità dell'uomo che ha coltivato il suo spirito ed il suo cuore e sviluppate tutte le sue facoltà, è più conforme alla dignità della nostra natura, ed in pari tempo più nobile e più dolce: e quando si è gustata una sola volta, più non si vorrebbe farne cambio con quella che è frutto soltanto del riposo e dei materiali piaceri.Pure non è il divertimento, parte così essenziale della felicità, non è la felicità medesima, che debbano essere lo scopo della nostra vita, o quello del governo;ma sibbene il perfezionamento dell'uomo. Spetta al governo il dare compimento alla destinazione che l'umana natura ha ricevuta dalla provvidenza; e può credersi che abbia conseguito il suo scopo, quel governo che quando ha proporzionalmente sollevato un maggior numero di cittadini alla più alta dignità morale di cui sia suscettibile l'umana natura. Ora, nella storia del mondo intero, forse nulla ci dà l'idea di una maggiore propagazione di lumi, di ragionevolezza, di cognizioni politiche morali ed amministrative, di coraggio civile, di prontezza e giustezza di spirito, quanto lo spettacolo che presenta Firenze, quando, fra ottantamila abitanti che conteneva questa città, due in tre mila cittadini occupavano con un rapido giro tutte le principali cariche dello stato, e dirigevano il loro governo con tanta saviezza, con tanta dignità, con tanta fermezza, che gli davano, tra gli stati dell'Europa, un posto infinitamente superiore alla misura della sua popolazione e delle sue ricchezze. La signoria, rinnovata dalla sorte ogni due mesi, sopra una lista composta di mercanti e di artigiani chiamati ad entrare sei volte all'anno ne' segreti della politica, dava ai consiglj de' re ed ai senatidelle aristocrazie lezioni di prudenza e di giustizia, che questi sarebbero stati felici di poter seguire.Il più potente mezzo d'incoraggiare i progressi dello spirito, è senza dubbio quello di far gustare i piaceri ch'essi procurano. Niuno di coloro che potevano associare alle domestiche loro occupazioni, ai loro meccanici lavori, le alte meditazioni che richiede l'esercizio della sovranità, si privava di questo piacere: perciò quanto la posterità di questi medesimi uomini è notabile per la sua non curanza intorno a tutto ciò che trovasi fuori della ristrettissima periferia de' suoi interessi del giorno, altrettanto i repubblicani fiorentini erano animati da una insaziabile avidità d'imparare. Non eravi veruna cognizione, per quanto lontana fosse dal domestico loro stato, che non potesse trovare la sua applicazione nella pratica del governo. Giammai l'oscurità della loro condizione rendeva impossibile che la loro patria facesse uso delle loro cognizioni; e se in allora facevasi manifesta la loro ignoranza, essi venivano messi in ridicolo, o svergognati dai loro concittadini.Mentre che il punto d'onore ed il timore del biasimo gli spingevano costantemente verso la scienza, verso la virtù,e verso il morale sviluppo di tutte le loro facoltà; l'insieme della loro esistenza era pubblico: e soltanto coll'acquistare la stima de' loro concittadini, potevano altresì sperare di ottenerne i suffragj. Qualunque volta si procedeva ad uno scrutinio generale e si rinnovavano tutte le borse della signoria, non era un solo cittadino nello stato la di cui pubblica o privata condotta, le di cui virtù ed i politici talenti, le di cui maniere, la di cui capacità non diventassero oggetto dell'osservazione di tutti. Una certa quale censura era in allora esercitata dalla pubblica opinione sul complesso della vita d'ogni membro dello stato; e non eravi alcun uomo, nel quale il timore del biasimo o la speranza degli onori, non risvegliassero que' virtuosi sentimenti, che senza questo stimolo sarebbero facilmente rimasti assopiti nel fondo del suo cuore.Tale era il sistema dell'antica libertà, ed in particolare della libertà italiana; sistema tanto diverso da quello adottato ai nostri giorni, che appena coloro che tengono dietro al primo possono intendere l'altro. Noi siamo oggi arrivati ad una dottrina più filosofica intorno all'essenza del governo, a principj più applicabili ad ogni specie di costituzione. Masebbene il sistema degli antichi fosse affatto diverso dal nostro, sebbene non desse le molte guarenzie che noi a tutta ragione risguardiamo come essenziali alla sicurezza de' cittadini, conteneva però il germe di più grandi cose, e doveva produrre degli uomini che i nostri governi meglio costituiti forse non produrranno giammai. La libertà degli antichi, siccome la loro filosofia, aveva per iscopo la virtù; la libertà de' moderni, siccome la loro filosofia, non si propone che la felicità.La migliore lezione che possa ricavarsi dal confronto di questi sistemi, sarebbe d'imparare a combinarli assieme. Invece di escludersi a vicenda, essi sono fatti per darsi vicendevolmente la mano. Una delle specie di libertà pare sempre essere la più breve via e la più sicura per giugnere all'altra. Oramai il legislatore più non deve perdere di vista la sicurezza de' cittadini, e le guarenzie che i moderni hanno ridotte in sistema; ma deve altresì ricordarsi che d'uopo è cercare il maggiore sviluppo morale. La sua opera non è compiuta, quando è giunto a rendere il popolo solamente tranquillo: e quando ancora questo popolo è contento, e felice, può rimanere ciò nulla meno qualche cosa dafarsi al legislatore, perchè il suo assunto lo obbliga a terminare la morale educazione dei cittadini. Moltiplicando i loro diritti, chiamandoli a parte della sovranità, accrescendo il loro interessamento per la cosa pubblica, loro insegnerà a conoscere i proprj doveri, ed instillerà loro in pari tempo il desiderio e la facoltà di adempierli.
Intorno alla libertà degl'Italiani nei tempi delle loro repubbliche.
Intorno alla libertà degl'Italiani nei tempi delle loro repubbliche.
Basta paragonare l'Italia quale era nel quindicesimo secolo, all'Italia quale diventò del diciottesimo, per accertarsi che gl'Italiani avevano in quello spazio di tempo perduto il più prezioso dei beni sociali. Non era altrimenti una teoria vana e fatta soltanto per lusingare l'immaginazione quella libertà per la quale essi combatterono con tanta costanza, che non si videro tolta senza immenso rincrescimento e cordoglio, e che tentarono più volte di ricuperare a rischio anche di esporre la loro patria alle più violenti convulsioni. Palpabili erano gli effetti di questa libertà, ed hanno coperta la terra di tali monumenti che conservansi ancora nella presente età; aveva questa svolti nell'intera massa della nazione l'ingegno, il gusto, l'industria e tutti i godimenti di una somma prosperità; il popolo che la conservò lungamente, era composto d'individui ad un tempo più felici e più illuminati; desso erasi egualmente avvicinato ai due fini che si propongono i più saggi filosofie l'uomo volgare; cioè, aveva fatto molto cammino verso la perfezione e la felicità.
Fra tutti gli oggetti che trattengono i nostri sguardi nell'Italia, non ve n'ha un solo il quale non contribuisca a provare ed i sorprendenti progressi fatti dagl'Italiani in tutte le arti della civilizzazione prima del quindicesimo secolo, ed il loro decadimento dopo quest'epoca. Veruna nazione eresse più magnifici templi nelle città, ne' villaggi e perfino ne' deserti. Si giugne dall'estremità dell'Europa per ammirarli; ma quando si confrontano col povero gregge che ora si aduna sotto la loro volta per esercitarvi un culto, ognuno è forzato di chiedersi dove si troverebbero adesso le necessarie ricchezze per fabbricarli?
Di dieci in dieci miglia trovansi nelle pianure della Lombardia, o ne' colli della Toscana e della Romagna, e perfino nelle adesso deserte campagne del patrimonio di san Pietro, delle città pomposamente fabbricate, nelle quali molti palagi mezzo rovinati ci dicono che da secoli più non furono ristaurati: tutto ciò che è durevole conserva il carattere dell'opulenza e dell'antica eleganza, e tutto ciò che è passaggiero è perito senza venire più rifatto. Rimangono i portici, le colonne, gliarchitravi; ma i legni marciscono, rotti sono i cristalli, e levati i piombi dai tetti. Da Novara fino a Terracina, ci dimandiamo tristamente, in ogni città, dove sia la popolazione che poteva avere bisogno di tante case, dove il commercio che poteva riempire tanti magazzini, dove le ricche famiglie che potevano alloggiare in tanti palazzi, dove finalmente il lusso dei vivi che deve prendere il luogo di quello degli estinti, de' quali rimangono ovunque i monumenti.
Molta parte delle terre viene anche adesso coltivata nella più industre come nella più dispendiosa maniera; senza mai esaurire il terreno, l'agricoltura vuole ogni anno nuovi frutti, e gli ottiene più abbondanti che in qualunque altra contrada. Un giudizioso avvicendamento di ricolte apparecchia e purga i campi prima di coglierne i succhi nutritivi per le piante cereali, e sempre li va migliorando senza mai lasciarli riposare. Ma questo avvicendamento di raccolti fu inventato e sostituito all'antico sistema dai contadini italiani che in allora erano una razza di uomini intelligente ed osservatrice, mentre che in tutto il rimanente dell'Europa i contadini di quell'epoca erano abbrutiti dalla schiavitù ed incapaci di scoprire i vizjdelle antiche consuetudini, e di correggerle.
L'intera Lombardia è tagliata da canali che, suddividendosi all'infinito, tutta la ricuoprono a guisa di una rete; essi distribuiscono sui campi le acque apportatrici della fertilità, e sono disposti a riceverle di nuovo, dando loro un pronto scolo, quando quest'acque cessano di essere salutari. Una ragguardevole parte della Toscana è divisa in regolari terrapieni, che trattengono la terra sul fianco delle colline sempre battute da burrascose piogge, dando così il modo di coprire di castagneti, di viti, di ulivi, di ficaje, ripidi declivi che, lasciati quali naturalmente sono, non presenterebbero che nudi sassi. Ma in quel tempo in cui gl'Italiani destinavano a rendere fertili le loro campagne un capitale, che poteva bastare per l'acquisto di una superficie assai più vasta, le altre nazioni ad altro ancora non pensavano che a spogliare la terra di tutto ciò che poteva produrre; ed i Francesi cercavano perfino di rendere ignominioso l'impiego del capitale destinato alla coltura delle terre, coll'assoggettarlo all'umiliante imposta della taglia.
Finalmente, sia che si osservi tutta intera l'Italia, o si esamini la natura delsuolo, o le opere dell'uomo, o l'uomo medesimo, sempre si crede essere nel paese degli estinti, vedendo nello stesso tempo la debolezza dell'attuale generazione, e la possanza di quelle che la precedettero. Non sono certo gli uomini che si vedono, che avrebbero potuto fare le cose che ci stanno sotto gli occhi; furono fatte nell'epoca di una vita che sentiamo essere terminata; perciocchè nell'istante in cui questa nazione perdette ciò ch'ella chiamava la sua libertà, perdette nel medesimo tempo tutta la sua creatrice potenza.
Pure quando ci chiediamo in che mai consistesse una cotale libertà, che produsse così grandi cose e che lasciò di sè così amaro desiderio, non troviamo veruna soddisfaciente risposta nè tra le nozioni che ne avevano que' medesimi che la possedettero, nè nelle leggi che la sostenevano, nè nelle costumanze ch'ebbero da lei origine. Rimaniamo soprattutto convinti esservi un errore capitale nella lingua; che ciò che noi diciamo libertà, non è ciò che dagl'Italiani era così chiamato; e che l'intero scopo dell'ordine sociale si presentava loro sotto un punto di vista affatto diverso da quello che noi lo vediamo.
Forse abbastanza non riflettiamo che le nuove teorie intorno alla libertà sono di moderna invenzione; che i nostri filosofi, cercando di sapere in che consista, sonosi proposto uno scopo affatto diverso da quello cui miravano gli antichi; che la libertà de' Greci o de' Romani, degli Svizzeri o de' Tedeschi, come pure quella degl'Italiani, non era altrimenti la libertà degl'Inglesi; che per ultimo fino al diciassettesimo secolo la libertà del cittadino fu sempre risguardata come una partecipazione alla sovranità del suo paese; e che non è che l'esempio della costituzione britannica, che c'insegnò a considerare la libertà come una protezione del riposo, della felicità e della domestica indipendenza. Ciò che noi desideriamo prima di tutto, non risguardavasi dai nostri antenati che come un vantaggio accessorio e di second'ordine; e ciò che vollero i nostri antenati, non viene da noi risguardato che quale mezzo più o meno imperfetto di ottenere o di conservare quanto desideriamo noi medesimi. Però l'uno e l'altro scopo dell'associazione politica viene egualmente indicato col nome di libertà. Quando si volle distinguerli, e che si chiamò libertà civile quella facoltà affatto passiva, quellaguarenzia contro l'abuso del potere, in qualunque mano si trovi, cui aspirano i moderni, e che si riservò il nome di libertà politica alla facoltà attiva, alla partecipazione di tutti al potere esercitato sopra di tutti, all'associazione dell'uomo libero alla sovranità, non si è bastantemente schivata la confusione; perchè i vocaboli che si adoprano non contrastano abbastanza l'uno coll'altro. Ambidue, tranne la sola diversità della loro origine greca e latina, significano egualmente,che è propria al cittadino; ma non dovrebbe dirsi cittadino se non quello che gode della libertà attiva, ed è partecipe della sovranità; mentre che, senza essere cittadino, ogni uomo ha diritto egualmente alla libertà passiva, ossia alla protezione contro ogni abuso del potere.
Per una specie d'istinto gl'Italiani si erano attaccati alla libertà politica; ma non erano pervenuti a definirla con precisione. Questa era agli occhi loro una prerogativa esclusiva del governo repubblicano; e con tal nome indicavano soltanto il governo dei più, per distinguerlo da quello di un solo. Quest'ultimo,il principato assoluto, sembrava loro sempre incompatibile colla libertà; il primo,governo dei più, pareva loro che sempre meritasse il nomedi governo libero, sia che questa sovranità appartenesse a tutti i cittadini, come a Firenze, sia ad una sola classe, come a Venezia; e ciò senza avere riguardo all'esercizio di un'arbitraria autorità dei magistrati sopra i sudditi, che, dietro i presenti nostri principj, potrebbero farci considerare l'uno e l'altro come tirannico.
Non conoscendo gl'Italiani che la libertà politica, e non essendosi eglino formata una precisa idea della libertà civile, non dobbiamo maravigliarci che accordassero il nome di governo libero a quello che non poneva verun confine all'estensione dei poteri esercitati a nome della nazione. I cittadini, esposti a qualsivoglia arbitraria misura, non perciò si riputavano meno liberi, poichè l'atto arbitrario che ad alcuno recava danno era l'opera di un magistrato, che ognuno poteva risguardare quale suo mandatario. Ma al primo aspetto sembra contrario ai medesimi principj da loro adottati, il chiamare libero quel governo in cui veniva esercitata un'illimitata autorità da una sola classe della nazione, senza che gli altri potessero aver parte in quella sovranità di cui si erano impadroniti pochi cittadini. Ben può concepirsi come Firenze loro sembrasse liberaanche quando il gonfaloniere, i priori, i podestà delegati dal popolo, facevano il più violento uso del momentaneo potere deposto nelle loro mani; ma non vediamo in che mai consistesse la libertà di Venezia, dove dal consiglio de' dieci, che rappresentava soltanto la nobiltà, esercitavasi un così arbitrario potere.
Per altro questa confusione d'idee non è propria solamente degl'Italiani; dessa trovasi in tutte le antiche e moderne repubbliche. Le aristocrazie ed oligarchie greche, tedesche ed italiane, invocarono tutte egualmente il nome della libertà, e tutte pretesero di averla conservata qualunque volta non si assoggettarono al potere di un solo. Infatti, lasciando da un canto la libertà civile ossia libertà passiva, poteva dirsi con verità che sempre esisteva una libertà nello stato, quando un'intera classe era partecipe della sovranità; ma in allora non era la nazione che fosse libera, unicamente bensì quelle famiglie ch'erano proprietarie della libertà.
Presso gli antichi, che avevano conservati gli schiavi anche nelle più libere repubbliche, non erasi cercata l'origine dei diritti dell'uomo nella stessa dignità della specie umana, nè si era convenuto che ogni pubblica instituzione dovesse mirarealla felicità di tutti. I diritti umani parvero loro fondati sopra leggi positive, e non sulla legge naturale. Vedevano in ogni paese uominiingenuie schiavi; e questo fatto, che ammisero senza disamina, non parve loro più ripugnante nelle loro città che nelle loro famiglie. La libertà diventò per loro un bene ereditario, come le altre sostanze; e quest'eredità potev'essere trasmessa soltanto ad un ristretto numero di famiglie in mezzo ad una grossa popolazione, siccome a Sparta ne' tempi della lega Achea, e a Lucca nel diciottesimo secolo: non pertanto si continuò a chiamare libero lo stato in cui le famiglie proprietarie della libertà non erano esse medesime diventate proprietà di un altro individuo, e dove conservavano fra di loro la sovranità sopra di sè medesime: se queste medesime famiglie avevano poi sudditi nello stato e schiavi nelle case, questa sudditanza di una parte della popolazione estranea alla città, nè variava, nè costituiva la natura del governo. Cotale stato era pur sempre una repubblica.
Ma la schiavitù domestica più non esisteva nelle repubbliche italiane, e questa sola differenza le pone a molta distanza da quelle dell'antichità. Dall'abolizionedella schiavitù domestica ne risultarono un maggiore rispetto per la libertà dell'uomo, una più estesa felicità in tutte le classi, maggiore industria, maggiore attività, maggiori potenze produttrici ed in conseguenza maggiori ricchezze. Le repubbliche, quando appena cominciavano a prendere questo titolo, e non si consideravano ancora che come comunità libere, sotto la protezione dell'imperatore, cominciarono colla liberazione degli schiavi; il grosso della loro popolazione consisteva in uomini che avevano di fresco spezzate essi medesimi le loro catene, e che aprirono quasi sempre un asilo entro le loro mura ai servi che fuggivano dalle terre dei signori loro vicini. In tal modo ebbe principio l'abolizione della schiavitù, cui la religione e la filosofia si gloriarono poscia di avere operato; ma che dal solo personale interesse fu eseguito.
Questa progressiva abolizione della schiavitù, che si estese dalle città alle campagne, è un avvenimento troppo importante nella storia della libertà italiana, per non richiamare per qualche tempo la nostra attenzione. Sotto il regno degl'imperatori romani, i liberi agricoltori erano assolutamente scomparsi dal suolo dell'Italia;i ricchi proprietarj, che in un solo possedimento riunivano talvolta intere province, di cui la repubblica romana, dopo parecchj anni di guerra, aveva trionfato ne' suoi più bei giorni, facevano coltivare le loro terre da numerose gregge di schiavi. I campi più non avevano case isolate, nè villaggi, nè capanne, e di già avevano l'aspetto che presenta adesso l'Agro romano, egualmente deserto, egualmente diviso in poderi di dieci in dodici miglia d'estensione: soltanto facevano le veci di quelle armate di lavoratori che scendono oggi dalle montagne della Sabina, infiniti sventurati che la sola forza obbligava al lavoro senza speranza di veruna ricompensa.
I barbari, invadendo l'Italia, ne fecero in breve tempo scomparire tutta la popolazione, perchè gli schiavi erano la preda che loro meglio si conveniva, siccome quella che più vantaggiosamente potevano vendere, e trasportare altrove con minore imbarazzo. Gli schiavi, sempre solleciti di mutare condizione, seguivano volentieri i loro nuovi padroni, dai quali speravano di essere più dolcemente trattati; pure d'ordinario perivano ne' lunghi viaggi a traverso ai boschi della Germania e della Scizia, come mill'annidopo si videro perire i non meno numerosi schiavi che i Turchi predavano in tutte le province dell'Adriatico, e dei quali non si è conservata la razza. I proprietarj, come i nobili romani dell'età presente, cercarono, dopo tale epoca, non già a moltiplicare i prodotti delle loro terre, ma a diminuirne le spese; e calcolarono, come si fa pure presentemente, che per quanto fosse grande la diminuzione del prodotto lordo dell'agricoltura per mancanza di popolazione, non perciò veniva minore la rendita netta delle loro terre.
Finalmente i barbari, invece di guastare le province dell'impero, vi si stanziarono stabilmente. È noto che in allora ogni capitano, ogni soldato del settentrione, venne ad alloggiarsi presso un proprietario romano, sforzandolo a dividere con lui le sue terre ed i raccolti. Tutti gli antichi schiavi che rimasero in Italia, non cambiarono la loro condizione; ma i liberi agricoltori, obbligati a risguardare come loro padrone il Tedesco o lo Scita che dicevasi loro ospite, furono costretti a darsi essi medesimi al lavoro. Oltre la parte incolta di terreno che questi nuovi abitanti si fecero cedere in tutta loro proprietà per tenervi le loro mandre, volleropure essere a parte del ricolto de' campi, degli uliveti, delle vigne: ed allora indubitatamente ebbe principio quel sistema di coltivazione a metà frutto, che mantiensi tutt'ora in quasi tutta l'Italia, e che tanto contribuì a perfezionare l'agricoltura ed a rendere migliore la condizione de' suoi contadini.
Quando il lavoro degli uomini liberi si trovò in concorrenza con quello degli schiavi, la sua superiorità fu troppo chiara per non far sì che il barbaro padrone lo preferisse a quello degli schiavi. Il castaldo, quasi sempre disceso da qualche antico proprietario romano, viveva, egli e la sua famiglia, colla metà del prodotto di quella terra che era stata un giorno possedimento dei suoi antenati; mentre lo schiavo, che dovevasi assai bene alimentare, quantunque la sua inerzia e la negligenza scemassero le sue forze produttrici, consumava i due terzi dei frutti da lui raccolti. Allora il Barbaro cominciò ad accordare la libertà, ed una parte del deserto di cui si era renduto padrone, al suo schiavo, perchè ne formasse un nuovo podere. Il signore delle terre ebbe sempre più motivo di vie meglio convincersi che non manterrebbe giammai i suoi schiavi a così buon pattocome il suo gastaldo, e che non otterrebbe da loro giammai altrettanto lavoro, perchè l'interesse attivo ed industrioso è migliore economo d'assai che la forza: così ogni giorno, coll'incremento delle generazioni, un maggior numero di schiavi ebbe nelle campagne la libertà.
Senza che la legge avesse veruna parte nell'abolizione della schiavitù, senza che il vergognoso commercio degli uomini fosse proibito, la schiavitù cessò in ogni luogo. Ne' secoli inciviliti, e fino alla fine del sedicesimo, si dividero tuttavia degli schiavi nelle più ricche case, ma più non se ne trovavano nelle campagne. I soldati, abusando della loro vittoria, vendettero talvolta al migliore offerente tutti gli abitanti di una città presa d'assalto; e tale fu la sorte che l'armata di Francesco Sforza fece subire del 1447 alla sventurata città di Piacenza. I papi, cedendo alla sterminata loro collera, condannarono ancora più frequentemente tutti i sudditi di uno stato nemico ad essere ridotti in ischiavitù, autorizzando a venderli chiunque se ne impadronisse. In tal modo vennero condannati tutti i vassalli dei Colonna da Bonifacio VIII; tutti i Fiorentini da Sisto IV, tutti i Bolognesi nel 1506, ed i Veneziani nel 1509, daGiulio II. Ma coloro che comperavano questi schiavi, trovavano subito più utile il dar loro la libertà per una qualche somma di danaro, che non il mantenerli pel poco lavoro che farebbero per conto loro. In veruna descrizione di città o di villaggi vedonsi in queste varie epoche indizj di schiavitù; soltanto il fanatismo potè conservarne gli ultimi avanzi in Italia a dispetto del personale interesse. I prigionieri di guerra mori e turchi incatenansi nelle galere, in odio della loro religione, e la schiavitù loro dura anche al presente, sebbene costino allo stato più che gli uomini liberi.
Il fanatismo tentò pure più volte in altri paesi di far rinascere la schiavitù; e riconoscere dobbiamo dai missionarj portoghesi, che circa la metà del quindicesimo secolo, diressero le prime spedizioni sulla costa occidentale dell'Africa, quella schiavitù de' Negri alle Antille, che forma l'obbrobrio dell'età presente. Il fanatismo fece condannare in Ispagna ed in Portogallo, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, molte centinaje di Giudei e di Mori ad essere ridotti in ischiavitù. Pure l'interesse personale, assai più potente che lo zelo di un clero persecutore, ridonò costantemente la libertà a coloroche la Chiesa condannava alle catene. Nell'età presente la schiavitù non si mantiene in tutta l'Europa orientale dalla Russia fino all'Ungheria, che a motivo che i proprietarj delle terre non hanno saputo approfittare del lavoro degli uomini liberi; e perchè in cambio di dividere con loro i frutti della terra, gli sforzarono a dar loro la metà del tempo; onde nei giorni di ogni settimana che sono di diritto del padrone ungaro o boemo, l'uomo libero non lavora con maggiore zelo, attività o intelligenza, di quello che farebbe lo schiavo.
Quando, in tempi a noi più vicini, i filosofi volsero di nuovo i loro sguardi alla costituzione della società, non ebbero sotto gli occhi oggetti eguali a quelli che colpivano i filosofi dell'antica Grecia. Da un canto il lavoro manuale più non era fatto dagli schiavi, dall'altro canto quasi tutti i paesi ridotti a civiltà erano governati da monarchi. Noi confondiamo quasi sempre la natura delle presenti instituzioni colla natura stessa delle cose: gli antichi non avevano potuto comprendere come si sarebbe potuto fare da meno degli schiavi; i moderni come si possa stare senza re. I politici del XVIII secolo si occuparono meno di ciò che in realtà era la società umana, che di ciò che avrebbe dovutoessere. Ebbero minore rispetto per diritti stabiliti, perchè in nessun luogo ne trovarono che fossero incontrastabili; ma rispettarono maggiormente il carattere dell'uomo; essi accomodarono le loro teorie all'interesse dell'autorità sotto la quale vivevano, e fissarono il principio che ogni governo era stabilito per la felicità dei popoli a lui soggetti, sebbene i principi avessero fin allora creduto di non avere altro interesse ed altro dovere, che quello della propria conservazione, o di ciò che chiamavano loro gloria.
Essendo la libertà degli antichi una proprietà del cittadino, non era essenziale di esaminare fino a qual segno contribuiva alla felicità, come non si esamina, per conservare a ciascheduno la sua eredità, se le ricchezze formano, o no, la felicità dell'uomo saggio. Ma la libertà dei moderni venendo considerata come il mezzo pel quale i governi giungono allo scopo per cui furono instituiti, cioè la comune felicità, fu necessario di esaminare, onde stabilire il diritto dei popoli ad essere liberi, in qual modo la libertà formi la felicità, o fino a quale grado vi contribuisca.
L'uno e l'altro raziocinio è egualmente logico, ma ciascuno parte da diversi principj. Quello degli antichi è forse il primo nell'ordinedelle idee; essi considerarono l'origine delle società, e si chiesero donde veniva il potere che vedevano stabilito; allora loro parve soltanto libero quell'uomo, che non fosse subordinato che a quel potere che aveva formato o contribuito a formare egli stesso. Così la linea che separava il cittadino dal suddito era patentemente segnata, e non poteva ammettere verun dubbio. La libertà de' moderni dev'essere valutata sopra molto più dilicate differenze. Per determinarne i confini, conviene esaminare fino a qual punto convenga agli uomini uniti in società di essere governati, o pure a qual prezzo loro convenga di acquistare la protezione della forza pubblica contro i loro interni ed esterni nemici; in appresso fino a qual punto ognuna delle umane facoltà abbia bisogno di essere contenuta pel comune vantaggio; finalmente in quale caso torni meglio diminuire in parte la forza di tutti, piuttosto che ristringere di soverchio la felicità o la sicurezza individuale.
Quest'esame guidò a riconoscere che lo scopo dell'unione degli uomini essendo quello di assicurare la vicendevole protezione delle loro persone, del loro onore, delle loro proprietà, dei loro morali sentimenti, quel governo che si farebbegiuoco della vita, della fortuna e dell'onore degl'individui, offendendo i sentimenti di giustizia, di umanità e di pubblica decenza, mancherebbe assolutamente al suo scopo, e dovrebbe risguardarsi come una tirannide, sebbene fosse anche stato stabilito dall'universale volontà.
In appresso si riconobbe, che l'uomo non aveva domandato al proprio governo di proteggerlo contro di sè medesimo, ma soltanto contro gli altri; dal che si è conchiuso che l'esercizio di qualunque facoltà, che non abbia azione sugli altri, non è dipendente dal governo. Su questa regola è fondata la libertà del pensiere e quella della coscienza; mentre che avvi tirannide, qualunque volta il governo procede a punire altra cosa che gli atti esteriori, o che in loro cerca le tracce del malcontento, e della malevolenza, per vendicarsi di queste opinioni.
Finalmente si è conosciuto che il male che risulterebbe per tutti dalla repressione di certe azioni che possono diventare nocive, sarebbe ancora maggiore del male che potrebb'essere prodotto da queste azioni. Perciò si risguardò come tirannico quel governo che proibisce di parlare,di scrivere, di stampare[366]; che gastiga con troppo sospettosa vigilanza certi falli, certi vizj, che non si potrebbero comprimere senza un'inquisizione insopportabile per tutti. E si è conchiuso che un governo è tanto più libero, quanto è sentita meno la sua azione; che è libero, non solo perchè non gastiga che ciò che è vietato dalla legge, ma ancora perchè la legge non proibisce tuttociò che potrebbe proibire.
Dopo avere in tal modo definita questa libertà puramente difensiva, questa libertà affatto negativa, cui deve tendere ogni buon governo, si cercò di darle per guarenzia i diritti politici de' cittadini. Allora cominciarono a considerarsi, non più come principio essi medesimi della libertà, ma soltanto come sue salvaguardie. I moderni collocarono nel primo grado tra questi diritti politici la libertà della stampa propriamente detta, ossia il diritto di provocare la pubblica attenzione intorno agli affari dello stato, con iscritture pubblicate senza precedente licenza delgoverno; la libertà della disputa nelle adunanze politiche; per ultimo il diritto di petizione, o sia il ricorso aperto ad ogni oppresso fino alla sovrana autorità, interpellata da cittadini associati a tale oggetto sotto gli occhi di tutto il pubblico. Queste varie prerogative non formano parte della libertà civile, ma piuttosto sono le armi poste in mano al popolo per difenderla.
Dopo avere conosciuto quanto l'idea che fino all'ultimo secolo formavansi della libertà i nostri antenati è diversa da quella che noi ci formiamo adesso, avremo minor cagione di fare le maraviglie, vedendo che in tutte le repubbliche dell'antichità, in tutte quelle della Svizzera e della Germania, in tutte quelle finalmente dell'Italia, intorno alle quali versammo così lungo tempo, non fossero guarentiti i diritti di cui abbiamo fin ora sviluppata l'origine.
Le repubbliche italiane non avevano pensato a proteggere la vita, l'onore, o la proprietà de' cittadini con una legislazione, o con una forma di processura migliori di quelle ch'erano in vigore negli stati più dispotici. I magistrati, i tribunali e le leggi avrebbero avuto bisogno d'una totale riforma, per guarentire lalibertà civile, e la felicità delle persone loro commesse. Oggi è dimostrato che compromettesi la libertà, quando gli amministratori si trasformano in giudici, armandoli dell'autorità di castigare que' medesimi ch'essi incontrarono come antagonisti nelle politiche contese. Perciocchè il magistrato, chiamato frequentemente dalla sua carica a sostenere le parti di un capo di partito, ed a sposarne le passioni, viene investito del diritto di giudicare la parte avversaria, cioè quegli uomini che nella causa del popolo vollero mettere argine alle sue usurpazioni, ed opporsi alle sue ingiuste misure. Le repubbliche italiane non erano cadute affatto in quest'errore comune a tutte le altre. Il potere giudiziario vi si trovava abitualmente separato dall'amministrativo: la signoria, che si rifaceva ogni due mesi a sorte, scegliendosi tra i cittadini attivi, era incaricata della generale direzione degli affari, mentre alcuni giudici forestieri, assistiti da legisti pure forestieri, amministravano la giustizia civile e criminale. Ma perchè questa divisione del potere civile e giudiziario non lasciasse verun titolo di timore, avrebbe dovuto essere perfetta; sarebbe stato d'uopo che i magistrati fossero sempre obbligati di rimettere ai tribunalicoloro che gli avevano offesi, e che in qualunque caso non fossero seduti essi medesimi in giudizio. Per lo contrario nelle repubbliche italiane, non escluse le meglio ordinate, si vide più volte la signoria momentaneamente riprendere il potere giudiziario, e mandare alla tortura o al patibolo coloro che avevano di fresco attentato alla sua autorità.
Non solamente i giudici non disponevano soli della vita, dell'onore, e delle sostanze de' cittadini; ma non erano pure costituiti in maniera di dare una bastante guarenzia delle loro parzialità o della loro umanità. Richiedeva la legge che fossero forestieri, perchè non isposassero nella repubblica verun partito; che non rimanessero molti anni in carica, onde non adottassero le passioni de' cittadini; finalmente che uscendo d'impiego andassero soggetti ad un sindacato intorno alla loro amministrazione, onde si guardassero dal lasciarsi corrompere coi regali. Ma la legge non aveva separato il giudizio del diritto da quello del fatto; non aveva chiamati i semplici cittadini, come presso i Romani e presso gl'Inglesi, a sentenziare sulla vita de' loro concittadini: non aveva posto ogni uomo sotto la guarenzia dell'interesse de' suoi eguali, nè avantil'esecuzione di una sentenza capitale aveva richiesto il concorso di un tribunale popolare, che essenzialmente unisse la misericordia al rigore. Non esisteva veruna legge penale che moderasse le sentenze de' giudici, o che preventivamente illuminasse gl'imputati intorno alla loro sorte. Non era nè meno vietato ai podestà di ascoltare le voci della passione o della collera; e perchè giudicavano quasi sempre soli, non erano obbligati di esporre ai loro collega le circostanze della causa, a trattarla ad alta voce, a dare i motivi delle loro sentenze. I motivi e le ragioni che le avevano dettate chiudevansi nel più profondo di tutti i segreti, quello di un uomo colla sua propria coscienza.
La processura dava ancora minore guarenzia che la costituzione del tribunale, segreta era l'istruzione, ed il prevenuto, privo di consiglio nella sua prigione e di avvocato per difendersi, veniva abbandonato a tutte le conseguenze della sua debolezza, de' suoi terrori, della sua ignoranza, o della sua incapacità. La spaventosa processura cominciava colla tortura; e la legge non poneva verun limite ai tormenti co' quali potevasi stringere un accusato, come non aveva determinatoquale indizj si richiedessero per esporlo a così barbara prova. Non pertanto le confessioni strappategli di bocca dall'atrocità de' dolori, venivano ritenute quali sufficienti prove contro di lui, e contro i supposti suoi complici. Finalmente la legge permetteva supplicj non meno spaventosi che quelli delle monarchie, e l'umanità veniva offesa non meno dalle esecuzioni che dalle processure.
In tal modo adunque, anche in tempo ordinario, la società non guarentiva l'onore, la vita, o le sostanze degli individui, co' suoi magistrati, co' suoi giudici, colle sue leggi. Ma nelle rivoluzioni, pur troppo frequenti, l'abuso di una pretesa giustizia diventava ancora più molesto. Allora i capi di un partito, facendosi investire di una illimitata autorità, sotto il nome dibalìa, gastigavano in massa, senza informazione, senza processura, senza giudizio, tutti i membri del contrario partito, coll'esilio, colla confisca de' beni, spesso con capitale supplicio.
Non avevano gl'Italiani pensato giammai che lo stesso scopo della formazione della società prescrivesse confini alla sovrana autorità; essi non avevano veduto, che gli uomini non hanno potuto assoggettargli che le loro relazioni degli universo gli altri; ed essi avevano permesso ai governi di penetrare nell'interno dei loro pensieri, per dirigerne le opinioni e punirne i sentimenti. Tutte le repubbliche italiane eransi formate in seno alla cattolica religione, e questa religione, assoggettando, col mezzo della confessione, il pensiero al tribunale de' preti, gli spiriti si erano abituati a risguardare il segreto delle coscienze come dipendente dall'autorità. La persecuzione ed il castigo dell'eresia era una necessaria conseguenza della sommissione delle repubbliche alla Chiesa. Quella della magia era pure riservata ai preti; ed ammessa una volta la funesta opinione dell'azione degli uomini sulle potenze infernali, la magia dovette entrare nelle attribuzioni de' tribunali, poichè risguardavasi con un mezzo con cui un uomo poteva nuocere ai suoi simili. Ma non potevasi perseguitare questo delitto, che si commette senza testimonj nell'oscurità della notte, senza dar luogo alle più sospettose, più arbitrarie e più tiranniche processure.
Del resto non era soltanto allorchè trattavasi di perseguitare l'eresia o la magia, che i tribunali italiani credevano di avere diritto di scendere nel cuore dell'uomo e di punirne i moti segreti,ma si arrogavano il diritto di assoggettare alla pubblica vendetta ogni sentimento di scontentezza o di odio contro il governo; ne cercavano spesso gl'indizj in una parola, in un gesto, in un sospetto; e nelle circostanze di rivoluzione furono vedute le repubbliche adottare le usanze ed i principj de' principi assoluti, e punire coi supplicj, non già gli atti esteriori, ma il nascosto pensiero di cui erano l'indizio.
Se i governi italiani non si erano astenuti dal giudicare i sentimenti ed i pensieri, che non dipendono in verun modo dalla pubblica autorità, con più ragione non eransi fatto scrupolo di armare una metà de' cittadini contro l'altra, d'incoraggiarne molti ad esercitare l'infame mestiere di delatore, quando hanno con ciò potuto sperare di reprimere abitudini viziose o nocive, che si vorrebbero certamente sbandire da ogni ben regolata repubblica, ma che non si potrebbero castigare senza assoggettare tutti i cittadini ad una insopportabile inquisizione.
La bestemmia diventò uno de' principali oggetti della vigilanza de' magistrati, e venne sottomessa a tutta la severità dei tribunali stabiliti al solo oggetto di comprimerla. Soltanto in Ispagna ed in Italias'incontra questa viziosa abitudine, affatto sconosciuta presso i popoli protestanti, e che non dobbiamo confondere con quei rozzi giuramenti che il popolo in tutti i paesi frammischia ai suoi discorsi. In tutti gli accessi di collera, i popoli meridionali se la prendono cogli oggetti del loro culto, li minacciano, e li caricano di parole ingiuriose alla stessa divinità, al Redentore o ai Santi. Trovansi tracce di tale scandalosa abitudine nel linguaggio e in alcuni modi proverbiali degli altri popoli, ma la volontà d'insultare la divinità con questa specie d'attacco non si poteva conservare che in un paese in cui la superstizione, sempre in guerra coll'incredulità, ha rimpiccioliti tutti gli oggetti del culto, e fattili scendere fino al livello degli uomini. La processura contro i bestemmiatori occupò in ogni tempo i tribunali d'Italia. Pure cotale delitto non lascia veruna traccia, e quegli stesso che lo ha commesso, il più delle volte se ne dimentica, i testimonj sono quasi sempre implicati nella contesa che vi diede motivo, ognuno tosto o tardi cade nello stesso errore, e la inquisizione del bestemmiatore, senza diminuirne l'abitudine, ha dato luogo alle più inique ed arbitrarie processure.
Molti altri delitti di pure parole vennero considerati come egualmente punibili; si videro più volte condannati a gravi pene, coloro che avevano con qualche motto cercato di coprire di ridicolo o di biasimo il governo, e coloro che nelle loro scritture avevano manifestate opinioni riprovate, non solo in fatto di religione e di politica, ma ancora in argomenti puramente filosofici. Si vide ancora, ma soltanto in alcune circostanze, altre viziose abitudini punite con severissime pene, le quali non potevano colpire i delinquenti che in conseguenza di un'inquisizione totalmente contraria ad ogni attuale idea di libertà. Ne' tempi in cui era in Firenze dominante la fazione de' piagnoni, si perseguitò il mal costume perfino nell'interno delle famiglie con segrete denuncie, sebbene la pubblica decenza ordinariamente soffra assai più da tali rivelazioni, che dall'abuso che si lascia sussistere. Il giuoco nell'interno delle case private, il lusso della mensa, degli abiti, degli equipaggi, furono risguardati come oggetti di pertinenza delle leggi, e tutte le abitudini dell'uomo privato vennero regolate con atti del sovrano potere.
Le varie prerogative che i popoli moderni considerarono quali guarenzie dellasicurezza e della libertà de' cittadini, mai non si conobbero nelle repubbliche d'Italia. La nozione della libertà della stampa non erasi nemmeno presentata ai loro legislatori. Appena si trovano in tutta l'istoria dell'Italia due o tre esempi di scritture pubblicate intorno alle cose del governo, ed i loro autori avevano sempre avuta la precauzione di farle stampare in estero stato; ma non pertanto qualunque volta si poterono arrestare o l'autore o i distributori, questi furono sempre puniti con eccessiva severità. Nè il partito dell'opposizione, nè il partito governante non cercarono mai d'illuminare la pubblica opinione, e non si supponeva che le deliberazioni intorno agli affari della patria potessero uscire dalla sala de' suoi consigli. In contraccambio, dobbiamo pur dirlo, gli storici delle repubbliche, che prima dell'invenzione della stampa si appellavano non ai presenti tempi, ma alla posterità, diedero prova nelle loro scritture di grande coraggio e di rara imparzialità; e dal modo con cui in ogni occasione giudicano i loro compatriotti e magistrati, sempre si conosce la mano dell'uomo libero.
Il diritto di petizione non fu dagl'Italiani meglio conosciuto che quello dellastampa: essi non altro avevano fatto che rimuovere dal proprio luogo l'assoluto potere, togliendolo dalle mani di un solo per affidarlo a molti. Essi non pensavano punto a limitarlo, e soprattutto a contenerlo per via della pubblica opinione. Ogni cittadino poteva, per vero dire, portare riclami all'autorità da cui immediatamente dipendeva; ma non poteva giammai, con una petizione, tradurre quest'autorità avanti ad un'altra incaricata di sindacarla; meno poi trasmutare il suo privato affare in un affare di stato, unendosi ai suoi concittadini per dare maggior peso alle proprie lagnanze. Nel primo caso sarebbe stato ammonito, come se avesse voluto confondere tutte le podestà e l'ordine stabilito; nel secondo sarebbe stato severamente punito, come tendente alla ribellione.
Ma ciò che può sembrare strano, si è che la libertà stessa della disputa ne' consigli non era altrimenti assicurata. Pure questa è la sola cosa che possa garantire l'esercizio de' diritti della sovranità, dei quali gli antichi repubblicani erano altrettanto gelosi, quanto lo erano poco della sicurezza individuale.
I consiglj di una repubblica sono chiamati intorno ad ogni affare a due distinteoperazioni, cioè deliberare ed emettere il voto; lo che risponde a quelle della disputa, poi del giudizio ne' tribunali. Gl'Italiani avevano quasi totalmente trascurata la prima; essi non davano nè guarenzia, nè solennità alla disputa; pareva che non si prendessero cura che i consiglieri s'illuminassero gli uni gli altri colle loro opinioni, e riducevano tutto lo studio loro a rendere con un profondo segreto liberi i suffragi. Ne' consigli parlavasi assai poco. Il primo magistrato ne faceva talvolta l'apertura con un discorso di etichetta, che imparava a memoria, o che leggeva; talvolta ancora qualche giovane oratore figuravasi d'imitare gli antichi, pronunciando un ampolloso sermone, che veniva piuttosto risguardato come un pezzo accademico, che come un mezzo di persuadere; talvolta alla proposizione fatta dal magistrato teneva dietro una tumultuaria conversazione in ogni panca; ma d'ordinario si passava subito ai suffragi con un profondo silenzio. A Firenze, ogni consigliere per dare il suo voto, riceveva fave bianche e nere; a Venezia pallette di legno; e le urne eran distribuite in modo che il votante poteva porvi la mano, senza far conoscere in quale senso avesse votato. In appresso si contavano isuffragj, la di cui semplice maggiorità non bastava giammai per dare forza di legge ad una proposizione. Il più delle volte, perchè si potesse, giusta l'espressione legale,vincere il partito, rendevasi necessario di riunire i tre quarti de' suffragj di cadauno de' diversi corpi che trovavansi adunati nella stessa sala per emettere i voti separatamente; a Firenze, per modo d'esempio, dei priori di buoni uomini, e dei gonfalonieri di compagnia. Se in taluno di questi tre corpi il quarto soltanto dei membri aveva poste nell'urna delle fave bianche, la legge veniva rigettata.
Affinchè i consiglj siano veramente liberi, è necessario che la minorità abbia tutta la libertà di far udire le sue ragioni, di discutere ampiamente la sua causa, e di rappresentarla sotto tutti gli aspetti; ma non è meno essenziale di far prendere tutte le decisioni colla sola maggiorità de' suffragj, onde il piccolo numero, tra consiglieri tutti eguali, e che hanno tutti la medesima missione, non imponga al maggior numero. Gl'Italiani astanti non avevano conosciuti questi due principj; avevano circondato da tanti pericoli l'uso della parola, avevano giudicate con tanta severità le aringhe che pronunciavansiinnanzi ai consiglj, avevano assoggettati gli oratori a così pesante risponsabilità, tanto per mezzo di un pubblico biasimo, che per clamorosi gastighi, per qualunque poco misurata frase fosse sfuggita di bocca all'oratore nel calore della disputa, che niuno osava entrare in disamina: e non si era coltivata la sola eloquenza popolare, quella di parlare improvvisamente, perchè la minorità non aveva giammai occasione di motivare la sua opposizione, di cercare di persuadere i suoi avversarj, e di trattare apertamente la propria causa. Ma mentre tutti opinavano con timore, una taciturna minorità contrariava co' suoi segreti suffragj le operazioni del governo, e faceva rigettare una proposizione, contro la quale niuno aveva ardito di muovere obbiezioni.
Questa taciturna opposizione, eccitando un profondo risentimento, fu spesso cagione della più scandalosa violazione della libertà dei suffragj. A Firenze si vide più volte la signoria far ricominciare replicatamente l'operazione dello scrutinio,perchè non si era potuto vincere il partito. Fu veduta minacciare coloro che darebbero la fava bianca, e fu pure veduta in qualche circostanza far cadere sopra di loro le più acerbe pene. Oradi qual uso potevano essere i consiglj, se i consiglieri non avevano libertà? E quando una costituzione vuole che i suffragj riuniti de' magistrati possano esprimere soli una volontà sovrana, qual è la superiore autorità che possa prescrivere in quale senso debba manifestarsi questa volontà? Così addiviene che un primo errore nella legislazione ne produca degli altri; così dopo di avere imprudentemente dato ne' consiglj alla minorità il potere di legare la maggiorità, si fu poi costretto più volte a dovere permettere, che l'assenso di questa minorità si ottenesse colla violenza.
Dopo di avere brevemente esaminati tutti i diritti che nell'età presente ci sembrano i più preziosi, e dopo avere osservato che sul conto loro le leggi protettrici non erano migliori nelle repubbliche italiane che nelle monarchie, o che anzi erano assolutamente le medesime, e permettevano che tutti questi diritti fossero in certe occasioni compressi o annullati, si accresce la nostra maraviglia nel contemplare i miracolosi effetti dello spirito repubblicano; e ci andiamo ancora interpellando in qual cosa consistesse adunque quella libertà, che poteva stare insieme alla più crudeletirannia; quella libertà, che veniva difesa con così eroici sforzi, la di cui privazione eccitava così amare lagrime, e che i popoli non perdevano senza perdere ad un tempo la loro prosperità, la loro gloria, i loro talenti e le loro virtù.
Ma d'uopo è ricordarsi che nelle repubbliche i medesimi uomini si presentano sotto un doppio aspetto e con un doppio carattere; prima come governati, poi come governanti. Oggi per valutare la libertà, cerchiamo in che consista pei governati; fino al nostro secolo per lo contrario si cercava in che consistesse pei governanti; e questa attiva libertà, questa libertà tutta composta di prerogative sovrane, che al primo colpo d'occhio sembra dover contribuire molto meno che non la sicurezza individuale alla prosperità dei cittadini, trovasi per lo contrario avere per essi un incanto che nulla pareggia. Dessa è una bevanda inebriante, è il nettare degli Dei: quando un mortale ha potuto gustarla un sola volta, sdegna ogni umano nutrimento: ma inoltre trova in sè medesimo nuove forze, ed una nuova virtù; la sua natura è del tutto cambiata; e sedendo a quella mensa, egli sente che si pareggia agl'immortali.
Alcuni fondamentali assiomi possono rappresentare tutto il sistema della libertà degli antichi tempi; sono questi l'espressione de' diritti politici della nazione considerata in corpo, e non di quelli dei singoli individui nelle loro relazioni colla nazione. Verun'altra repubblica non professò forse così apertamente, nè più religiosamente osservò questi assiomi, quanto quelle d'Italia ne' secoli di mezzo.
Ogni autorità esercitata sopra il popolo è emanata dal popolo. Questo primo assioma de' popoli liberi era risguardato come fondamentale in tutte le repubbliche italiane. La sovranità vi era sempre rappresentata come appartenente al popolo o al comune; i suoi capi temporarj non prendevano che il titolo dianziani, signori, priori del popoloodel comune. Il governo non veniva mai rinnovato senza invocare la sovranità del popolo: così a Firenze era sempre in di lui nome che trasmettevasi, per mezzo de' suffragj del parlamento, ad una nuova balìa un'autorità eguale a quella di tutto il popolo fiorentino. Si dirà forse che questa non era che una frase vuota di senso, e che i vocaboli non sono privilegj; ma questi vocaboli non erano nè senza effetto, nè senza conseguenze; inspiravano ad ogni cittadinoun'alta opinione della sua dignità; lo trattenevano, qualunque volta potev'essere tentato di commettere una bassa o indecente azione; conciliavano al cittadino nella privata sua condizione i riguardi ed anche il rispetto di coloro che trovavansi momentaneamente constituiti in dignità; perciocchè sapevano i capi del popolo, che tutta la loro autorità procedeva da coloro che temporariamente ubbidivano, e che ella ritornerebbe ai medesimi; per ultimo, questi stessi vocaboli di sovranità del popolo, rendevano la patria cara a tutti i suoi figli; ognuno sapeva che lo stato gli apparteneva in quel modo ch'egli medesimo apparteneva allo stato; ognuno era pronto a tutto arrischiare, per salvare la cosa più onorata e più preziosa da lui posseduta, cioè la sua parte nella sovranità; ognuno conosceva i doveri che gli erano imposti da così luminosa prerogativa, da così sacro carattere; ognuno era disposto a rendersene degno, anche, se bisognava, col sagrificio della vita.
L'autorità dei mandatarj del popolo ritorna al popolo dopo un determinato tempo; niuno de' mandati del popolo è irrevocabile. Questo secondo assioma dei repubblicani italiani loro sembrava, piùche ogni altra cosa, essere il fondamento della loro libertà, e l'essenza delle loro repubbliche; perciò non ammisero giammai nè autorità, nè magistrature ereditarie, tranne la prerogativa di cittadino. Ed ancora quando queste repubbliche degenerarono più tardi in aristocrazie o in istrettissime oligarchie, non fu per questo abbandonato il principio fondamentale dell'amovibilità di tutte le magistrature. Non furono già i diritti delegati dal popolo, che vennero dati a vita, o renduti ereditarj, ma i diritti del popolo medesimo che si trovarono concentrati in un ristrettissimo numero di famiglie, dopo che si erano spente tutte le altre. La nuova nobiltà non era che la rappresentazione degli antichi popolani; e perciò che risguarda l'antica nobiltà, gl'Italiani, lungi dal tenere questo titolo come un diritto esclusivo a governare, non le perdonavano neppure l'impero ch'essa esercitava sull'opinione in onta alle leggi; così spesso esclusero da ogni pubblico impiego i grandi, renduti troppo formidabili dalle loro ricchezze e da' loro clienti nelle campagne.
La repubblica di Venezia era la sola in cui si vedesse un magistrato, anzi lo stesso capo dello stato, eletto a vita: eper molti rispetti Venezia poteva considerarsi come una monarchia elettiva; la sua costituzione, assai più antica che tutte le altre, ne aveva fatto da principio un ducato; ma col lungo volgere de' secoli si erano sempre andate diminuendo le prerogative del doge per darle alla repubblica. Una sola volta si volle anche in Firenze creare un gonfaloniere perpetuo; ma si era preventivamente indicata l'autorità che potrebbe deporlo, ed effettivamente venne deposto dopo dieci anni. In queste due repubbliche, siccome in tutte le altre, la durata delle funzioni di tutti i magistrati era temporaria.
Per altro coll'andare del tempo quasi tutte le repubbliche italiane ebbero un capo discendente da una famiglia favorita da' voti del popolo; ma la costituzione non riconosceva in questo capo verun potere ereditario. La confidenza del popolo trasmetteva al figlio di un Medici, di un Bentivoglio o di un Baglioni, l'autorità esercitata da suo padre; ma tale autorità era rivocabile tosto che cessava la confidenza del popolo; e verun cittadino, per potente che si fosse, non era supposto avere diritti indipendenti da quelli della repubblica.
Rispetto alle magistrature, non solo il mandato del popolo in virtù del quale si esercivano, era rivocabile, ma era limitato da brevissimo termine. La suprema autorità nello stato era poche volte confidata per più di due mesi; in ragione della minore importanza dell'impiego, se ne protraeva alquanto più la durata; non pertanto, ad eccezione di Venezia, non eravi pubblica carica che continuasse più di un anno.
L'esistenza di facoltà irrevocabili in una repubblica implica una specie di contraddizione. Come può mai supporsi che il popolo, dal quale emana l'autorità, dichiari a' suoi mandatarj che gli autorizza a conservarla, sia che ne facciano abuso o no, sia che giustifichino le speranze dei loro committenti, o sia che si mostrino indegni della loro confidenza; sia che l'avanzamento dell'età li renda più atti alle funzioni che esercitano, o sia che li renda incapaci di adempirle? Quindi l'amovibilità di tutte le cariche è in qualche modo la guarenzia della costante attività di coloro che le occupano, e de' continui loro sforzi per rendersene degni. Ma questo principio era probabilmente stato spintotroppo in là nelle repubbliche italiane, ed i loro legislatori avevano dimenticato, che, se importa assai che i magistrati non rimangano troppo a lungo in carica, affinchè non diventino meno attivi, importa egualmente che il loro regno non sia circoscritto a troppo pochi giorni, affinchè lo stato non abbia a soffrire dal tirocinio incessantemente ripetuto dei nuovi eletti.
Finalmente,chiunque esercita un'autorità emanata dal popolo è risponsabile verso il popolo dell'uso che ne fa. Era precisamente per dare a quest'ultima massima una più illimitata applicazione, che si era circoscritta a così breve tempo la durata di tutte le magistrature. In alcune affatto moderne costituzioni, si è trovato il modo di far pesare la risponsabilità sui ministri, anche in mezzo alle loro funzioni, senza attaccare l'autorità da cui emana il loro potere. Nelle repubbliche, tranne il caso di rivoluzione, la risponsabilità non viene esercitata sui magistrati, che dopo la cessazione delle loro funzioni. Nell'uno e nell'altro sistema, l'effetto è sempre il medesimo: lo stato non ha giammai bisogno di affrettare il supplicio di alcuni grandi colpevoli; non corre nessun rischio, aspettandoch'escano di carica; ma bensì ha bisogno d'inspirare a tutti i depositarj del potere un timore salutare; di far loro sentire che, per quanto grandi si figurino di essere, per quanto sembrino indipendenti le loro funzioni, giugnerà sempre l'istante in cui si troveranno deboli in faccia ad altri più potenti di loro; in cui dovranno rendere conto della loro gestione a chi avrà diritto di chiederlo, ed in cui non rimarrà impunito verun abuso del potere, veruna violazione delle leggi o della libertà del popolo, veruna malversazione.
La distinzione tra la responsabilità del ministero inglese, che si esercita quando il ministro è ancora in funzione, e la responsabilità repubblicana che non comincia che quando il magistrato è tornato semplice cittadino, è più apparente che reale. Non avvi alcun ministero inglese che non possa, col mezzo di arti ben note, o almeno collo scioglimento del parlamento, ritardare per un anno intero la prova della sua responsabilità. Ma nel corso di un anno i primi magistrati della repubblica fiorentina avevano sei volte deposto il bastone del comando, sei volte altri nuovi signori, rientrati nel grado di semplici cittadini, si erano trovatisoggetti al giudizio di coloro che potevano chieder conto della loro amministrazione.
Per vie meglio accertare la responsabilità di tutti gli uomini rivestiti di qualche potere, tutte le costituzioni repubblicane d'Italia avevano leggi analoghe aldivietoed alsindicatode' Fiorentini. Ildivietoera un forzato riposo cui erano ridotti i magistrati quando uscivano di carica. Dovevano essi astenersi dalle magistrature per lo meno tanto tempo, quanto era stato quello delle loro funzioni, e spesso ancora per un tempo molto più lungo: rientravano allora nell'eguaglianza repubblicana; trovavansi allora soggetti, come tutti gli altri particolari, all'impero delle leggi, all'autorità di coloro cui avevano precedentemente comandato, all'azione dei tribunali, che loro potevano chiedere conto della condotta che avevano tenuta. Ilsindicatoera una disamina politica, che teneva dietro alla cessazione dell'impiego di tutti coloro che avevano avuto parte in un'amministrazione di danaro, o nell'autorità giudiziaria; per costoro la responsabilità non era soltanto eventuale, ma necessaria; dovevano purgarsi da ogni sospetto intorno alla passata loro amministrazione, entro quel determinatonumero di giorni che seguiva immediatamente la cessazione delle loro funzioni.
Tutto il sistema della libertà italiana può risguardarsi come rappresentato da questi tre assiomi; e secondo lo spirito de' secoli passati, se si applica ai vocaboli il loro primitivo significato, non quello che si è loro dato ne' moderni tempi, le costituzioni che sono fondate su questi tre principj erano realmente le più libere di tutte. Infatti le repubbliche italiane erano più libere che tutte quelle della Germania, che le città imperiali ed anseatiche, che i Cantoni svizzeri, che le corporazioni delle Province unite, e forse ancora più che le repubbliche dell'antichità. Sì le une che le altre non si erano proposte lo scopo di proteggere i cittadini contro il governo, ma di creare un governo, che compiutamente rappresentasse il popolo, e che fosse in qualche maniera identico con lui; sì le une come le altre dopo di averlo costituito, eransi astenute con una cieca ed illimitata confidenza dal porre limiti all'esercizio del suo potere.
Ma le costituzioni italiane facevano derivare tutti i poteri dal popolo, e li facevano tutti risolvere nella sovranità del popolo, ben più che quelle di originetedesca. Conoscevano esse più esplicitamente questa sovranità; esse stabilivano un'amovibilità di tutti gl'impieghi più universale, ed una rotazione più rapida; ed assicuravano assai meglio la responsabilità de' pubblici funzionarj. La costituzione di Ginevra era forse la più perfetta, e la più libera delle costituzioni svizzere: a Ginevra, i sindaci, primi magistrati dello stato, duravano un anno, ma non erano che i presidenti di un consiglio esecutivo eletto a vita; gli ordini da loro dati si confondevano con quelli di questo consiglio, e il sindaco non era chiamato a veruna responsabilità. Gliavvieria Berna, iborgomastria Zurigo, ilandamanninegli altri cantoni, trovavansi nella medesima relazione tra un consiglio inamovibile ed il popolo. Uscendo di carica dopo un anno, essi restavano sempre membri di questo consiglio, che non solo aveva concorso a tutte le loro misure, e perciò risguardavasi obbligato a difenderli, ma che era inoltre depositario di tutta l'autorità giudiziaria dello stato, che solo aveva il diritto di condannare il magistrato colpevole, e che in favor suo e contro al popolo si trovava nello stesso tempo e giudice e parte. Tutti i magistrati romani,lasciando le loro funzioni, rientravano egualmente nel senato, e se dovevano riconoscere un altro giudice fuori del senato, erano almeno sempre protetti da questo corpo potente.
Per lo contrario un gonfaloniere ed un priore di Firenze, di Lucca, di Siena, di Bologna, o di Perugia, non solo più non era in carica dopo due mesi, ma dopo un anno più non trovava nella repubblica un corpo che fosse ancora composto dei medesimi individui che formavano il detto corpo al tempo della sua amministrazione. Il collegio de' gonfalonieri, quello de' buoni uomini, il consiglio comune, quello del popolo, tutto era stato rinnovato; niuno di loro prendeva interesse pel magistrato tratto in giudizio, niuno aveva avuto parte ne' di lui atti arbitrarj, e non si adoperava per sottrarlo dalle mani della giustizia. Dopo spirate le sue funzioni, il primo magistrato della repubblica più non era in faccia alla legge che un semplice cittadino.
La responsabilità de' magistrati, la dignità de' cittadini, l'emulazione di tutte le classi della nazione, devono essere considerate come i veri principj della libertà italiana, e le vere cagioni della prosperità degli stati repubblicani. Questo è ciòche veramente li distingue dagli assoluti principati che esistevano contemporaneamente in Italia; ed infatti se si esaminano i necessarj risultamenti di questi principj, si vedrà che devono produrre nelle repubbliche una gran massa di felicità e più ancora una gran massa di virtù.
E prima, sebbene l'insieme delle garanzie, che noi risguardiamo oggi come costituenti l'essenza della libertà, non fosse stata ricercata dal legislatore, nè riclamata dal cittadino, pure questa civile libertà, questa sicurezza di ogni individuo, non può essere violata senza cagionare un male comune. Quindi ogni magistrato, che sentivasi risponsabile di qualunque atto d'oppressione, di severità, o d'ingiustizia, sentivasi trattenuto, quando le sue passioni avrebbero potuto strascinarlo, da un sentimento di timore che non era ragionato.
Il giudice forastiero non riceveva altra istruzione che quella che gli era data negli assoluti principati; egli poteva a voglia sua impiegare a Firenze, come a Milano o a Napoli, le più crudeli torture per iscuoprire i delitti, i più spaventosi supplicj per punirli. Ma a Firenze la sua autorità spirava dopo un anno, ed in allorala sua condotta veniva esaminata da persone da lui indipendenti, che non erano a lui legate da alcun partito, e che per lo contrario, siccome quelle che battevano la carriera de' pubblici impieghi, avevano bisogno del pubblico favore. Se esso giudice aveva esercitate non necessarie crudeltà, se aveva contro di sè stesso provocato l'odio del pubblico, non poteva in verun modo sottrarsi al giudizio delsindicato.
I primi magistrati, senza essere i giudici abituali della repubblica, potevano qualche volta occupare il potere giudiziario; potevano esercitare un giudizio statario contro i loro nemici o contro i loro emuli; potevano violentare gli stessi consiglj; potevano punire non le sole azioni, ma le scritture, le parole, e perfino i pensieri; ma dopo due mesi altri priori, scelti dal popolo tra una grande moltitudine di eleggibili, dovevano essere rivestiti di tutta quell'autorità che i primi avevano deposta. Questi nuovi priori potevano essere gli amici, i parenti, i fratelli di coloro ch'erano stati vessati, e potevano vendicarsi colle medesime armi. La costituzione della repubblica ripeteva sempre ad ogni uomoin carica questa massima del Vangelo:Non giudicate, e non sarete giudicati.
Finalmente non era stabilito verun limite alla manìa de' regolamenti: la legge poteva colpire il cittadino in una quantità di particolari, che non dovrebbero essere di sua competenza; ma tutti coloro che concorrevano a fare questa legge, non ignoravano che altri e non essi avrebbero l'incarico di farla eseguire, e che entro poche settimane, o tutt'al più entro pochi mesi, vi sarebbero ancor essi subordinati come gli ultimi de' loro concittadini. Quindi sebbene la civile libertà, quale l'intendiamo nella presente età, non fosse nè conosciuta, nè definita, sebbene non avesse alcuna delle guarenzie credute più necessarie, dessa era assai meglio rispettata nelle repubbliche italiane che in verun altro stato dell'Europa; ogni cittadino si credeva sicuro in vita del godimento della sua sostanza e del suo onore; non temeva che arbitrarie restrizioni fossero imposte alla sua industria; ogni sua facoltà aveva un libero sfogo; tutte le vie che conducono alla fortuna erano aperte alla sua attività, ai suoi talenti: e la fiducia nella propria sicurezza si faceva maggiore, quando confrontava la protezione che gli dava la repubblicacol continuo stato di timore e di dipendenza in cui vivevano i sudditi dei vicini principi.
Pure la forma repubblicana e quasi democratica del governo contribuiva meno alla sicurezza del cittadino, che ai progressi della sua virtù ed all'intero perfezionamento della sua anima. Considerando la libertà come noi facciamo, pare che si faccia consistere la felicità nel riposo; gli antichi la riponevano invece in una costante attività; il desiderio del cittadino non era in allora quello di dormire in pace in casa sua, ma di distinguersi con singolari talenti sulla pubblica piazza, ne' consiglj, e nelle magistrature, cui chiamavalo la sorte a vicenda; voleva conseguire da sè medesimo tuttociò che la natura gli aveva permesso di ottenere, compiere con un pubblico corso la sua educazione come uomo fatto, e trasmettere a' suoi figli, come eredità, la gloria che avrebbe acquistata.
Quest'emulazione, che non esiste nei governi dispotici, che ne' moderni governi rappresentativi è l'appannaggio soltanto di un piccolo numero di persone, nelle repubbliche italiane era comune all'intera massa del popolo. La rapidità con cui si rinnovavano tutte le magistrature,tutti i consiglj, chiamava a vicenda in brevissimo spazio di tempo tutti i cittadini ad esercitare la propria influenza sulla repubblica. Non eravi un solo individuo, il quale per soddisfare ai doveri cui sarebbe bentosto chiamato, non dovesse fissare la sua opinione sull'esterna politica di tutta l'Europa, su quella che si confaceva alla sua patria, sulle finanze, sull'amministrazione, sulla legislazione e la giustizia; non eravi un solo individuo che non dovesse agire dietro questa propria opinione, che non potesse essere chiamato a renderne ragione, e che in appresso non si trovasse risponsabile di ciò che dessa gli avrebbe fatto fare.
Se dobbiamo risguardare come il migliore de' governi quello che procura a tutti i cittadini maggiori godimenti e felicità, sarà giusto di tener conto del continuo divertimento di una nazione; poichè, a non dubitarne, il governo che le procura quest'aggradevole occupazione dello spirito, contribuisce assai più alla sua felicità, che quello che le procurerebbe tutti i piaceri fisici. Sotto questo punto di vista non si può dubitare che una nazione, i di cui cittadini tutti hanno lo spirito sempre svegliato, sempre occupato, erinnovato da idee variate, profonde, ed ingegnose, non trovi in questo solo esercizio un continuo piacere; piacere che non potrebbero farle gustare nè le meccaniche occupazioni cui sarebbero soltanto addette tutte le classi inferiori se non fossero libere, nè i grossolani sollievi che le offrirebbero i diletti de' sensi dopo il lavoro. Non eravi minore diversità tra i piaceri cui poteva aspirare un cittadino fiorentino, e quelli cui doveva limitarsi un gentiluomo napolitano, di quella che può esservi tra i piaceri del filosofo o del letterato, e quelli dell'operajo. La felicità e la sventura sono proprie di tutte le umane condizioni, e forse la loro somma è abbastanza egualmente compensata; ma la felicità dell'uomo che ha coltivato il suo spirito ed il suo cuore e sviluppate tutte le sue facoltà, è più conforme alla dignità della nostra natura, ed in pari tempo più nobile e più dolce: e quando si è gustata una sola volta, più non si vorrebbe farne cambio con quella che è frutto soltanto del riposo e dei materiali piaceri.
Pure non è il divertimento, parte così essenziale della felicità, non è la felicità medesima, che debbano essere lo scopo della nostra vita, o quello del governo;ma sibbene il perfezionamento dell'uomo. Spetta al governo il dare compimento alla destinazione che l'umana natura ha ricevuta dalla provvidenza; e può credersi che abbia conseguito il suo scopo, quel governo che quando ha proporzionalmente sollevato un maggior numero di cittadini alla più alta dignità morale di cui sia suscettibile l'umana natura. Ora, nella storia del mondo intero, forse nulla ci dà l'idea di una maggiore propagazione di lumi, di ragionevolezza, di cognizioni politiche morali ed amministrative, di coraggio civile, di prontezza e giustezza di spirito, quanto lo spettacolo che presenta Firenze, quando, fra ottantamila abitanti che conteneva questa città, due in tre mila cittadini occupavano con un rapido giro tutte le principali cariche dello stato, e dirigevano il loro governo con tanta saviezza, con tanta dignità, con tanta fermezza, che gli davano, tra gli stati dell'Europa, un posto infinitamente superiore alla misura della sua popolazione e delle sue ricchezze. La signoria, rinnovata dalla sorte ogni due mesi, sopra una lista composta di mercanti e di artigiani chiamati ad entrare sei volte all'anno ne' segreti della politica, dava ai consiglj de' re ed ai senatidelle aristocrazie lezioni di prudenza e di giustizia, che questi sarebbero stati felici di poter seguire.
Il più potente mezzo d'incoraggiare i progressi dello spirito, è senza dubbio quello di far gustare i piaceri ch'essi procurano. Niuno di coloro che potevano associare alle domestiche loro occupazioni, ai loro meccanici lavori, le alte meditazioni che richiede l'esercizio della sovranità, si privava di questo piacere: perciò quanto la posterità di questi medesimi uomini è notabile per la sua non curanza intorno a tutto ciò che trovasi fuori della ristrettissima periferia de' suoi interessi del giorno, altrettanto i repubblicani fiorentini erano animati da una insaziabile avidità d'imparare. Non eravi veruna cognizione, per quanto lontana fosse dal domestico loro stato, che non potesse trovare la sua applicazione nella pratica del governo. Giammai l'oscurità della loro condizione rendeva impossibile che la loro patria facesse uso delle loro cognizioni; e se in allora facevasi manifesta la loro ignoranza, essi venivano messi in ridicolo, o svergognati dai loro concittadini.
Mentre che il punto d'onore ed il timore del biasimo gli spingevano costantemente verso la scienza, verso la virtù,e verso il morale sviluppo di tutte le loro facoltà; l'insieme della loro esistenza era pubblico: e soltanto coll'acquistare la stima de' loro concittadini, potevano altresì sperare di ottenerne i suffragj. Qualunque volta si procedeva ad uno scrutinio generale e si rinnovavano tutte le borse della signoria, non era un solo cittadino nello stato la di cui pubblica o privata condotta, le di cui virtù ed i politici talenti, le di cui maniere, la di cui capacità non diventassero oggetto dell'osservazione di tutti. Una certa quale censura era in allora esercitata dalla pubblica opinione sul complesso della vita d'ogni membro dello stato; e non eravi alcun uomo, nel quale il timore del biasimo o la speranza degli onori, non risvegliassero que' virtuosi sentimenti, che senza questo stimolo sarebbero facilmente rimasti assopiti nel fondo del suo cuore.
Tale era il sistema dell'antica libertà, ed in particolare della libertà italiana; sistema tanto diverso da quello adottato ai nostri giorni, che appena coloro che tengono dietro al primo possono intendere l'altro. Noi siamo oggi arrivati ad una dottrina più filosofica intorno all'essenza del governo, a principj più applicabili ad ogni specie di costituzione. Masebbene il sistema degli antichi fosse affatto diverso dal nostro, sebbene non desse le molte guarenzie che noi a tutta ragione risguardiamo come essenziali alla sicurezza de' cittadini, conteneva però il germe di più grandi cose, e doveva produrre degli uomini che i nostri governi meglio costituiti forse non produrranno giammai. La libertà degli antichi, siccome la loro filosofia, aveva per iscopo la virtù; la libertà de' moderni, siccome la loro filosofia, non si propone che la felicità.
La migliore lezione che possa ricavarsi dal confronto di questi sistemi, sarebbe d'imparare a combinarli assieme. Invece di escludersi a vicenda, essi sono fatti per darsi vicendevolmente la mano. Una delle specie di libertà pare sempre essere la più breve via e la più sicura per giugnere all'altra. Oramai il legislatore più non deve perdere di vista la sicurezza de' cittadini, e le guarenzie che i moderni hanno ridotte in sistema; ma deve altresì ricordarsi che d'uopo è cercare il maggiore sviluppo morale. La sua opera non è compiuta, quando è giunto a rendere il popolo solamente tranquillo: e quando ancora questo popolo è contento, e felice, può rimanere ciò nulla meno qualche cosa dafarsi al legislatore, perchè il suo assunto lo obbliga a terminare la morale educazione dei cittadini. Moltiplicando i loro diritti, chiamandoli a parte della sovranità, accrescendo il loro interessamento per la cosa pubblica, loro insegnerà a conoscere i proprj doveri, ed instillerà loro in pari tempo il desiderio e la facoltà di adempierli.