CAPITOLO CXXVII.

CAPITOLO CXXVII.Quali sono le cause che mutarono il carattere degl'Italiani dopo essere state ridotte in servitù le loro repubbliche.Nel leggere la storia degl'Italiani del quindicesimo e sedicesimo secolo, trovando ad ogni tratto nomi di famiglie, di città, di villaggi tuttavia esistenti, trovando che il linguaggio non è mutato, che la natura è ancora la medesima, rapportiamo sempre, involontariamente e per così dire senz'avvedercene, ciò che conosciamo de' moderni Italiani a quelli di cui studiamo le azioni; suppliamo per mezzo del confronto a ciò che manca nel quadro istorico, e ci persuadiamo di esserci formata un'idea tanto più esatta de' tempi passati, quanto meglio conosciamo i tempi attuali. Pure questo stesso confronto risveglia una certa quale incredulità che costantemente accompagna il lettore; la di lui diffidenza sta sempre in guardia contro tutte le narrazioni di cose grandi ed eroiche, ed il severo giudizio che diedero le altre nazioni intorno ai moderni Italiani, viene dal pregiudizio esteso fino a coloro,ai quali deve l'Europa il rinnovamento della civilizzazione.E per ispirare confidenza nelle antiche virtù, e per ottenere indulgenza a favore dei deboli moderni, è conveniente e giusto di mostrare per quali potenti cagioni si mutò il carattere degl'Italiani; in qual modo dalla prima infanzia fino all'estrema vecchiaja si fanno loro bevere corrompitori veleni; con quanta cura venne distrutta la loro energia, la loro vivacità condannata all'ozio, umiliata la loro fierezza, e corrotta la loro sincerità. Una profonda compassione per una nazione così riccamente dotata dalla natura, così crudelmente depravata dagli uomini, dev'essere il risultato di quest'esame. Rimontando all'esterna cagione che innestò in essa tutti questi difetti, si rimane facilmente convinto, che non sono inerenti alla di lei natura; e si è più disposto a saperle buon grado di tutte le qualità che tuttavia le rimangono, e di tutte le virtù che potè sottrarre alla perniciosa influenza sotto la quale viene educata. Fra quanti vizj noi osserveremo nelle istituzioni della moderna Italia, non avvene un solo che non faccia in certo modo l'apologia degl'Italiani.Il sole dell'Italia non è meno caldo, nè la terra meno fertile, che per lo innanzi; le svariate viste degli Appennini sono egualmente ridenti, i suoi fianchi egualmente sparsi di abbondanti acque, egualmente coperti da una rigogliosa e magnifica vegetazione. Tutti gli animali, indivisibili compagni dell'uomo, conservano la pristina loro bellezza, e le loro abitudini; l'uomo stesso, nascendo in questa terra tanto favorita dal cielo, riceve ancora la stessa vivace e pronta immaginazione, la stessa suscettibilità di passionate impressioni, la stessa attitudine di spirito per colpir tutto, per imparar tutto nello stesso tempo. Pure il solo uomo è mutato, perchè l'organizzazione sociale lo riceve dalle mani della natura e lo modifica, la sua potenza lo investe nello stesso tempo da ogni lato, e le quattro istituzioni che hanno un'influenza più universalmente estesa, la religione, l'educazione, la legislazione ed il punto d'onore, si combinano per agire contemporaneamente sopra tutti gli abitanti.Di tutte le forze morali cui l'uomo va soggetto, quella che può fargli maggior bene o maggior male, è la religione. Tutte le opinioni che si riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo mondo,tutte le credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere umano una prodigiosa influenza. Niuna per altro penetra più avanti nel cuore dell'uomo quanto la religione cattolica, perchè niun'altra è così gagliardamente costituita, niuna si è così compiutamente assoggettata la filosofia morale, niuna ridusse in più stretta servitù le coscienze, niuna instituì, com'essa fece, il tribunale della confessione, che riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza del suo clero, niuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò più intimamente uniti dall'interesse e dallo spirito di corporazione.L'unità della fede, che non può essere che il risultamento di un'assoluta servitù della ragione alla credenza, e che conseguentemente non trovasi presso verun'altra religione in così eminente grado come nella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i medesimi dommi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi a' medesimi insegnamenti. Non pertanto l'influenza della religione cattolica non è eguale in tutt'i tempi ed in tutti i luoghi; ella operò diversamente assai in Francia ed in Germania, da quello che fece in Italia e nellaSpagna; anche la di lei influenza non fu pure sempre uniforme in questi ultimi paesi; ella variò press'a poco all'epoca del regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all'Italia, alla distruzione delle repubbliche de' secoli di mezzo. Le osservazioni che saremo chiamati a fare intorno alla religione dell'Italia, o della Spagna, ne' tre ultimi secoli, non devonsi applicare a tutta la chiesa cattolica[367].Siamo qui ridotti ad accennare soltanto la rivoluzione che si operò nella chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè abbisognerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro soggetto, per farne tutta comprendere l'estensione. I papi Paolo IV, Pio IV, Pio V, e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lospirito della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e più imponenteorganizzazioneal legame spesso rilasciato che univa i principi della Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell'epoca, avevano i papi contratta una specie d'alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano fatte conquiste che a danno de' re; dovevano il loro innalzamento e tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla forza brutale, e più ancora per politica che per gratitudine si erano creduti obbligati di sviluppare questo potere dello spirito. Essi avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre permettevano, con una tal quale liberalità, a' filosofi ed a' poeti di deviare dall'angusta linea dell'ortodossia; per ultimo fomentavano lo spirito di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e ritorse contro di loro que' lumi della filosofia ch'essi avevano lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da questo spiritomedesimo di libertà che avevano incoraggiato, da questa pubblica opinione che fuggiva loro di mano e diventava possente di per sè sola, li determinò a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi alla testa dell'opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di fare causa comune con loro, onde contenere avversarj più formidabili de' sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d'allora in poi ad altro non pensarono che a comprimere le coscienze, ed a ridurre in ischiavitù lo spirito umano: infatti gli posero un cotal giogo, che gli uomini non avevano mai portato.Si disse più volte ne' paesi protestanti, che la riforma era riuscita utile anche alla Chiesa romana; nè quest'osservazione si scosta affatto dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due comunioni trovansi in faccia l'una all'altra, l'esempio e la rivalità del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori[368]. Cadauno evitò di dareall'altra occasione di redarguirla o di accusarla; e l'alto clero della corte di Roma partecipò in un'altra maniera a questa riforma. Una grandissima mutazione ne' suoi costumi, un grande accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che comincia col concilio di Trento. Dopo quest'epoca, la corte romana cessò di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d'allora in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne' paesi da' quali poterono tenere affatto lontana la riforma: ma la conseguenza di tale autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono per avventura apprezzate pel giusto loro valore.Esiste a non dubitarne un'intima unione tra la religione e la morale, ed ogni uomo dabbene dev'essere convinto che il più nobile tributo che la creatura possa dare al Creatore, si è quello di avvicinarsi a lui colle sue virtù. Però la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta dalla teologia[369]: ha le sueleggi nella ragione e nella coscienza; porta con sè il proprio convincimento, e dopo avere dato uno sviluppo allo spirito colla indagine de' suoi principj, soddisfa il cuore colla scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa si rese padrona della morale, siccome di cosa di sua pertinenza; sostituì l'autorità de' suoi decreti, e le decisioni de' padri a' lumi della ragione e della coscienza, lo studio de' casisti a quello della filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello spirito una servile abitudine.La morale, del tutto snaturata tra le mani de' casisti, diventò straniera non meno al cuore che alla ragione: perdette di vista i mali che ogni nostro fallo poteva arrecare a qualche creatura, per non avere altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le aveva data la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una affatto arbitraria. La distinzione de' peccati mortali da' veniali cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co' falli che la nostra debolezza è appena capace d'evitare.I casisti presentarono all'esecrazione degli uomini, nel primo ordine tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori. Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l'odio il più violento, e quest'odio era più criminoso che l'errore che lo aveva eccitato: altre volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo, il quale non iscorgeva in questi grandi colpevoli che uomini strascinati dall'ignoranza, dall'errore, o da irriflessa abitudine. Nell'un caso e nell'altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu considerabilmente diminuito; l'assassino, l'avvelenatore, il parricida, vennero associati ad uomini che si conciliavano un involontario rispetto. Le buone azioni degli eretici accostumarono a dubitare della virtù medesima; la loro dannazione fece risguardare la riprovazione come una sorta di fatalità; ed il numero de' colpevoli si andò talmente moltiplicando, che l'innocenza parve quasi impossibile[370].La dottrina della penitenza sovvertì vie maggiormente la morale di già confusa dall'arbitraria distinzione de' peccati. Era senza dubbio una consolante promessa quella del perdono del cielo pel ritorno alla virtù, e quest'opinione è tanto conforme a' bisogni ed alle debolezze dell'uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla confessione ed all'assoluzione[371]. Un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato bastante per cancellare una lunga lista di delitti. La virtù, invece di essere lo scopo costante di tutta la vita, più non fu che un conto da liquidarsi in punto di morte. Più non vi fu un peccatore così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dare, prima di morire, alcuni giorni alla cura della sua salvezza, e che sedotto da tale confidenza non rallentasse la briglia alle sue sregolate inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare tanta confidenza,ed invano predicarono poi contro ilritardo della conversione: erano essi soli i creatori di questo sregolamento dello spirito, sconosciuto agli antichi moralisti; si era presa l'abitudine di non considerare che la morte del peccatore, e non la sua vita, e quest'abitudine diventò universale.La funesta influenza di tale dottrina si rende in Italia oltremodo sensibile, qualunque volta viene condotto al patibolo qualche grande delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena colpiscono sempre il più ostinato di terrore, poscia di pentimento. Veruno incendiario, veruno assassino, veruno avvelenatore, viene tratto al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore dichiara la sua vera fede, dichiara che l'anima del penitente ha di già presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a' piè del patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i di cui delitti l'avevano forse per più anni compreso di spavento.Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso prezzo che si pagava da' penitenti per ottenere l'assoluzionedel prete. Il concilio di Trento si prese il pensiero di minorarne l'abuso; per altro anche presentemente il prete riconosce il suo sostentamento da' peccati e da' terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano prodiga in messe ed in rosarj il danaro spesse volte raccolto con iniqui mezzi; fa tacere a prezzo d'oro la sua coscienza, e si forma agli occhi degli ignoranti un concetto di pietà[372]. Ma si risguardarono le indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive; ad ogni modo non si saprebbe conciliarne l'esistenza con verun principio di moralità. Quando vedonsi, per modo d'esempio, promessi dugento giorni d'indulgenza per ogni bacio fatto alla croce posta in mezzo al Coliseo, quando si vedono in tutte le chiese d'Italia tante indulgenze plenarie che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a cosìdebole penitenza, o co' gastighi riservati a colui che non trovasi a portata di guadagnarle per così facile strada?Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle indulgenze, tutto si era riunito per persuadere al popolo, che l'eterna salute o l'eterna dannazione dipendevano dall'assoluzione del sacerdote; e fu forse questo il più funesto colpo dato alla morale. L'accidente e non la virtù fu così chiamato a decidere dell'eterna sorte dell'anima del moribondo. L'uomo della più specchiata virtù, quello la di cui vita era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte nell'istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano strappato di bocca uno di que' profani vocaboli, che l'abitudine ha renduti così comuni, ma che, giusta le decisioni della Chiesa, non possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato presente un sacerdote per accettare la di lui penitenza ed aprirgli le porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto d'ogni delitto, poteva per lo contrario provare uno di que' momentanei ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a' cuori più depravati; potevafare una buona confessione, una buona comunione, una buona morte, ed assicurarsi il paradiso.Così la morale fu interamente pervertita, ed i lumi naturali, quelli della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l'uomo dabbene dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni de' teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l'altro, che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento[373].Nè la cosa si ristrinse entro questi confini: la Chiesa collocò i suoi comandamenti a canto alla gran tavola delle virtù e de' vizj, il di cui conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non gli spalleggiò con una sanzione tanto formidabile quanto quelli della divinità, e non fece dipendere dalla loro esecuzione l'eterna salute; ma diede loro una forza che mai non ottennero le leggi della morale. L'omicida, ancora tutto lordo dei sangue pocoanzi versato, mangia di magro divotamente anche nell'atto che sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca presso al suo letto un'immagine della Vergine, innanzi alla quale recita divotamente il suo rosario; il sacerdote, convinto di avere giurato il falso, non caderà giammai nell'inavvertenza di bere un bicchiere d'acqua prima di dire la messa: perciocchè quanto più un uomo vizioso fu severo osservatore de' precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore dispensato dall'osservanza di quella celeste morale, cui sarebbe d'uopo sagrificare le sue depravate inclinazioni.Pure la vera morale non lasciò mai di essere l'argomento de' sermoni della Chiesa; ma l'interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia tutto quello che toccò. L'amore del prossimo è il fondamento delle virtù sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti il pronunciare quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio, e soffocò la voce della verità; così, accostumando a far sì che i vocaboli non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la segreta diffidenza diogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista insegnò a dare al povero pel vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo simile; rendette comune l'elemosine indistinte che incoraggiarono il vizio e l'infingardaggine; ed all'ultimo deviò a beneficio del monaco mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà degl'individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di virginità e di castità, ed a lato a queste monacali virtù potevano radicarsi nel cuore la gola e l'impudicizia. La modestia è la più amabile qualità dell'uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un certo qual giusto orgoglio, che lo sostiene contro le proprie debolezze, e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l'umiltà, la quale si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.Tale è l'inesplicabile confusione entro la quale i dottori dommatici gettarono la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così, assistiti dall'autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero ogn'indaginefilosofica tendente a stabilire le regole della probità sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo all'umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani de' confessori e de' direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell'uomo, quella di studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro additata, e l'orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta s'abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova delle avversità, così propria ad innalzare l'uomo, lo rende sempre più schiavo; e quegli ancora che fu veracemente e puramente virtuoso, non saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte[374].Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse perniciosa alla morale l'istruzione religiosa[375]. Non avvi in Europa verun altro popolo più costantemente addetto alle sue pratiche religiose, e che vi sia più universalmente fedele; pure non ve n'ha alcuno che osservi meno i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui mostrasi tanto attaccato. Gl'Italiani imparano non già ad ubbidire alla propria coscienza, ma a deluderla; tutti pongono in salvo le loro passioni, col beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e ben lungi che la probità vi sia guarentita dal più caldo fervore religioso, quanto più un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di divozione, tanto più si deve a ragione diffidare di lui.Tra le forze morali che agiscono sopra la società l'educazione è la secondain potenza. Coloro ch'essa ha posti in su la via della virtù possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che furono dall'educazione depravati, possono tuttavia essere ricondotti sul sentiere della virtù e del dovere. Ma la religione stende la sua influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova appoggio nell'immaginazione della gioventù, nell'esaltata tenerezza di un sesso più debole, e ne' terrori dell'età avanzata: segue l'uomo fino ne' suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand'egli si è sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca influenza dell'educazione sulla religione, e della religione sull'educazione, che appena possono separarsi queste due informatrici cagioni de' caratteri nazionali.Infatti l'educazione mutossi in Italia, quando si mutò la religione. Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a coloro che non avevano dato retta che all'ambizione, l'educazione fu affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de' Gesuiti, e de' Scolopj, s'impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt'ad un tratto e dovunque assolutamente cessare quell'ammaestramento indipendente dato a migliaja di scolarida' celebri filologi, i Guarini, gli Aurispa, i Filelfi, i Pomponio Leto ec. Questa così numerosa classe di precettori, che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel quindicesimo secolo e nel principio del sedicesimo, non aveva forse seguita una filosofia affatto scevra da errori, nè aveva avuti troppo liberali opinioni; ma ciascheduno di loro era indipendente; ognuno era spalleggiato dalla propria riputazione; la di lui scuola rivalizzava con tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli, di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la forza del suo spirito, e tutte risvegliava le facoltà de' suoi scolari, appellandosi sempre della sua parziale dottrina all'esame ed al giudizio del pensiere, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi, vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine, tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto assoggettavano all'autorità spirituale, innome della quale parlavano, denunciando il richiamo all'umana ragione come una ribellione contro le loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.Nelle scuole di cotali nuovi istitutori cessò bentosto ogni sforzo dello spirito. Permisero bensì a' loro discepoli di giugnere a quelle cognizioni di già acquistate, ch'essi non giudicarono pericolose; ma loro vietarono l'esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata alla regnante teologia; e rispetto a tutti gli altri sistemi, tutt'al più si presero da loro gli argomenti co' quali si potevano confutare. Ogni morale venne assoggettata alle decisioni della Chiesa e de' casisti, e più non si permise di ricercare nel cuore que' principj che dall'autorità erano di già stati giudicati. Ogni politica si modellò sull'interesse del governo dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che, invece di essere la più indipendente di tutte, diventò la più servile.Pure lo studio dell'antichità non fu sbandito dai collegj; ma come poteva mai avere un reale allettamento per la gioventù? Come mai giovare all'istruzione del cuore e della mente, dopo essere statospogliato d'ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all'antica eloquenza, allorchè l'amore di libertà veniva considerato come spirito di ribellione, e l'amore di patria si condannava come un culto quasi idolatro? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la religione degli antichi trovavasi costantemente opposta a quella de' moderni, siccome le tenebre alla luce, o quando le sensazioni di un cuore appassionato si spiegavano dai monaci ai fanciulli? Quale interesse risvegliare poteva lo studio delle leggi, delle costumanze, delle abitudini dell'antichità, quando non si confrontavano colle astratte nozioni di una veramente libera legislazione, di una pura morale, di abitudini che nascono dal perfezionamento dell'ordine sociale?Quindi lo studio dell'antichità, siccome ogni altra scienza monastica, diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui più non ebbero veruna parte nè la ragione, nè il sentimento. S'insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicchè sapessero fareversi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire quegli uomini medesimi che credono d'avere avuta una classica educazione; ma l'indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni sistema d'educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la poetica, che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi una nuova ortodossia; onde la stessa teorica della bella letteratura non produsse in Italia verun'opera singolare[376]. Possiamo domandarci quale nuovo pensiere abbia acquistato un giovane dopo un cotal corso di studj, come siansi sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di sentirle.Sotto un tale metodo d'ammaestramento alcuni uomini, felicemente organizzati,svilupparono la loro memoria; e se avevano inoltre ricevuto dalla Natura una feconda immaginazione ed il delicato senso dell'armonia, poterono emergere poeti nel nativo idioma, senza che i loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte infinitamente maggiore di loro giacque in un'assoluta inerzia di spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplicio per un uomo de' paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall'abitudine trasformato in bisogno, e quasi in piacere[377]. Si occupò tutta l'età della fanciullezza in modo di non lasciare luogo all'esercizio della facoltà di ragionare. I monaciche dirigono le occupazioni de' giovinetti, tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l'attenzione dagli studj, tutta l'intenzione da' loro piaceri, tutta l'espansione dalle loro relazioni.Gli esercizj di pietà occupano una non piccola parte delle ore dello scolaro; ma basta che col suono della sua voce si faccia macchinalmente conoscere presente. Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la sua attenzione; lo stesso formolario, le mille volte ripetuto, più non parla nè alla sua mente, nè al suo cuore. Mentre un breve esercizio di divozione avrebbe avvisata la sua coscienza, i rosarj, ripetuti per fino tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di distrazione, se non lo è d'ipocrisia[378].Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia, della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliatadalle altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per ubbidienza si carica d'un peso di cui non conosce l'uso, e che non ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incumbenza: colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambidue risguardano con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate nella loro memoria. Nell'istante in cui la sua educazione è terminata, ognuno discaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiere.Vero è che nelle scuole e nei seminarj d'Italia viene accordato qualche tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l'ubbidienza e la disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell'ora medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi camminano adue a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla coda. Nè mai accelerano il passo, nè mai lo rallentano; mai non raccolgono un fiore; mai non osservano l'industria di un insetto; mai non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza. L'autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare dell'uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla v'ha che al pedagogo non dia cagione di timore o pei costumi del suo allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a' suoi occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a ristringere la sua autorità, ed egli l'attacca come una ribellione; premia i delatori, e tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto imparare nelle sue scuole, fuorchè a diffidare delsuo simile, ad adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non se il disgusto di quanto imparò, e l'incapacità di abbandonarsi a nuova applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l'inerzia del pensiere; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette inspirarle l'ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente di sè medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana d'essere stata in circostanze di provare coll'esperienza, che i vizj che le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed in allora bentosto sviluppando essi quell'attività della mente tenuta così lungamente compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano prima mostrati alieni, e gettarono lontano da loro quella doppiezza, quella pieghevolezza, non da altro loro insinuate che dalla disciplina cui erano stati prima assoggettati. La stessa educazione dei militari campi, o quella dell'amministrazionecivile, basta talvolta a far cadere la crosta formata da un'instituzione monastica; e l'Italia vede oggi con orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond'erano stati segnati, conservarono tutto il genio nazionale.Sono allievi formati dall'educazione monastica che la legislazione italiana riceve all'uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s'innalzarono giammai verso veruna specie d'astrazione; giammai non si fecero a disaminare ciò che dev'essere, ma soltanto ciò che è; mai non rintracciarono l'origine di qualsiasi autorità, essendosi loro rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata sull'autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere. Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai loro preti, trovaronsi disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai loro principi[379]. Non ègià un eroico attaccamento, verso alcune famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d'Italia, come spesso si vide in altre monarchie, ma un'ubbidienza indolente, e che non è fondata che nell'avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo.Ubbidienza a chi comanda, è una massima proverbiale rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i precetti della prudenza.Quindi il dispotismo non ha bisogno di trasvestirsi; un sovrano potere, un illimitato potere viene attribuito al principe; e non avvi verun diritto, sia sacro quanto si voglia, che si creda intangibile dalla sovrana possanza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato dal nome che portano dimotu proprio. Le sentenze civili e criminali possono essere riformate dai suoi rescritti: egli sospende a favore di un individuo le processure de' creditori; accorda ad un altro la restituzionein integrumdei diritti perduti già dal medesimo in forza di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo succedere co' suoi fratelli, o in pregiudizio de' suoi cugini; scioglie a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa disporre, con pregiudizio de' suoi figli, dei beni che loro sono sostituiti. I privilegj delle corporazioni non lo trattengono più di quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello stato[380].Nello stesso modo che tutto dipende dalla sola volontà del principe, tutto si compie ancora dalla medesima, senza discussione, senza pubblica deliberazione, senza che la nazione venga in verun modo chiamata a parte di ciò che si vuole decidere intorno ai suoi destini. La critica dei varj sistemi economici o politici adottati dal governo, sarebbe un delitto; è pure vietato lo scrivere la storia de' moderni tempi, perchè potrebbe tentare i sudditi a giudicare di ciò chedevono risguardare come al di sopra del corto loro discernimento. Per ultimo le gazzette, che il generale uso d'Europa costringe a tollerare, mai non contengono, sotto la data d'Italia, che slanci del pubblico tripudio pel passaggio di un principe, pel suo matrimonio, o pei natali de' suoi figliuoli.La giurisprudenza criminale è quella parte della legislazione che ha più immediato contatto colla libertà de' cittadini; ed è perciò quella che può più d'ogni altra alterarne il carattere. Ne' paesi in cui la processura è tuttavia pubblica, ogni causa criminale è una grande scuola di morale per gli uditori. L'uomo volgare, che spesso ha bisogno di essere sostenuto contro le gagliarde tentazioni che lo circondano, impara all'udienza, che anche il delitto commesso nel segreto della notte, senza testimonj e con tutte le precauzioni che può suggerire la prudenza della malvagità, viene non per tanto al chiaro, condottovi da una serie d'imprevedute circostanze; che la confusa coscienza del colpevole è la prima a tradirlo, e ch'egli non ha ottenuto alcun vantaggio da que' delitti che credeva dovere tutti appagare i suoi desiderj. Conosce che l'autorità che tiene aperti gli occhi sopra di lui è beneficaed illuminata, e che non castiga il delitto che dopo averlo conosciuto. Accompagna con tutto il suo cuore la discussione, e mentre egli lotta a favore dell'innocenza, senza rincrescimento abbandona il colpevole a tutto il rigore delle leggi.Ma quando la processura si eseguisce segretamente, che non è accompagnata da veruna discussione, da verun dibattimento che chiami il pubblico a parte del giudizio, allora la sentenza capitale non offre verun compenso alla società per la perdita de' suoi membri. Tra coloro che assistono al supplicio, altri, compresi da terrore, accusano il giudice d'ingiustizia e di crudeltà, e prendono soltanto interesse per gli sventurati, dei quali non conoscono che i patimenti; altri si ostinano ne' malvagi loro sentimenti, persuadonsi che il condannato non soggiacque che per propria imprudenza, e che, trovandosi essi nel caso suo, sarebbero più fortunati, perchè più accorti. Tutti infine vanno d'accordo a non trovare nella giustizia criminale che un potere persecutore, un potere odioso; si uniscono per sottrarre egualmente tutti i prevenuti alla di lei azione, e caricano di una specie d'infamia tutti coloro chein qualsiasi modo contribuiscono al compimento della processura.Questa lega contro la giustizia criminale si è realmente formata in tutta l'Italia a cagione del profondo segreto onde si cuopre la processura; e tanto è radicata la prevenzione contro i suoi ministri, che la stessa legge fu forzata ad adottarla. Gli arcieri dei tribunali, i caporali ed i birri, sono dichiarati infami; ed è facile il comprendere che gli uomini che acconsentono ad abbracciare un mestiere infamato dal pubblico disprezzo e dal disprezzo della stessa legge, si dispongono a meritare l'infamia della loro condizione. Pure fra costoro si sceglie il bargello, che chiamasi egli stesso loro capo, e nello stesso tempo eseguisce le incumbenze di pubblico accusatore innanzi ai tribunali, e di primo magistrato di polizia. L'infamia del suo primo mestiere lo siegue in questa più ragguardevole carica. L'uomo probo si vergogna di avere relazione di qualsiasi sorta col bargello, d'avere da lui ricevuto qualche servigio: a fronte di ciò qualunque cittadino sente continuamente che la sua riputazione, la sua libertà, la sua vita, dipendono dalle segrete informazioni di quest'ufficiale. Non avvi persona che possa dirsi sicura dinon essere arrestata nel cuore della notte nella sua propria casa, legato, tradotto in lontano paese, in forza della sola autorità di quest'uomo, che dà conto del suo operato al solo ministro di polizia, o al presidente delbuon governo[381]. L'Italia è probabilmente il solo paese del mondo, in cui l'infamia legale, invece di essere incompatibile col potere, sia una condizione richiesta per esercitare una certa autorità.Sarebbe così turpe cosa e vergognosa l'esporsi ad essere paragonato ad un bargello, ad un birro, che un Italiano di qualunque condizione, quando non abbia perduto ogni buon nome, non concorrerà giammai a tradurre un delinquente nelle mani della giustizia. Un impudente furto, uno spaventoso omicidio, potrebbero eseguirsi in mezzo alla pubblica piazza, che la folla, anzi che moversi ad arrestare il colpevole, si aprirebbe per lasciargli adito alla fuga, e si richiuderebbe per trattenere i birri che lo inseguissero. Il testimonio interrogato intorno ad un delitto commesso sotto isuoi occhi si reputa offeso, perchè si tenti di farlo parlare come un delatore. Così viva è la compassione che eccita il prevenuto, così universale la diffidenza della giustizia del giudice, che ben di rado i tribunali ardiscono sprezzare questa generale opinione e pronunciare una sentenza capitale. Ma ciò non torna a vantaggio dei prevenuti; questi languiscono talvolta nelle prigioni molti anni, o sono rilegati in paesi di cattivo aere, dove la natura fa lentamente e dolorosamente ciò che il giudice non ebbe il coraggio di fare; ma l'esempio della pena che segue il delitto, è perduto affatto pel pubblico.In quasi tutta l'Italia il giudizio delle cause civili e criminali trovasi abbandonato ad un solo giudice. Forse saranno andati errati negli altri paesi, credendo di moltiplicare i lumi col moltiplicare i giudici; ed egli è il vero che quanto più ristretto è il numero de' giudici, tanto più ognuno di loro sente crescere la propria responsabilità, e si fa debito di attentamente studiare quella causa nella quale il solo suo suffragio può avere tanta influenza; ma si snatura un tribunale ristringendolo ad un solo uomo: più non gli si lascia il mezzo di separare i suoi privati affetti, le sue passioni, i suoi pregiudizj, dalleopinioni che va formando come uomo pubblico; si espongono le parti ad essere danneggiate dal suo cattivo umore e dalla sua impazienza, e gli si toglie il freno salutare che gl'impone la necessità d'esporre i suoi motivi ai proprj colleghi per guadagnarli alla propria opinione. Il cuore dell'uomo viene frequentemente agitato da movimenti contrarj alla giustizia o alla morale, i quali contribuiscono alle sue determinazioni senza ch'egli se ne accorga. Anche colui che li sente ne conoscerebbe tutta la turpitudine, ed arrossirebbe di assoggettarsi alla loro influenza, se fosse costretto a manifestarli. Come mai un giudice si ridurrebbe a dire ad alta voce: «Quest'uomo ha una fisonomia che mi spiace; questi è colui che mi rispose insolentemente, e che mi negò il saluto; è quegli di cui io aveva preveduta la cattiva riuscita; quegli di cui io aveva uditi elogj tanto ridicoli ed inquietanti, e mi è ben caro che sia caduto in errore?» Eppure questa gioja di vederlo colpevole è pur troppo reale, e dispone a trovare tutte le prove bastanti per condannarlo.Ad ogni modo il prevenuto deve ancora riputarsi felice, quando il solo giudiceinnanzi al quale deve presentarsi, siede regolarmente sul suo tribunale; ma qualunque volta l'accusatore gode buona opinione presso il presidente delbuon governo, o che questi non vuole affatto perdere il colpevole, o che l'accusa verte sopra falli non contemplati da veruna legge, o che trattasi di punire opinioni o sentimenti sepolti nel segreto del cuore, oppure che il ministero vuole spalleggiare la domestica autorità d'uno sposo sopra la consorte o di un padre sopra i figli, il ministro della polizia dà al vicario o al bargello l'ordine di formare il processoper via economica. In questi processi, chiamatieconomiciocamerali, l'accusato non viene ammesso a difendersi, non gli si partecipano nè l'imputazione, nè le prove addotte contro di lui, e tutt'al più ha occasione d'indovinare il titolo dell'accusa dal suo interrogatorio, se pure si dà il caso che venga interrogato. La stessa sentenza contro di lui pronunciata, non dal giudice istruttore, ma da quello della capitale, non è motivata: d'ordinario questa non eccede la prigione in propria casa, o in un convento, la rilegazione o l'esilio; per altro non pochi sciagurati vennero da una sentenzacameralechiusi nel fondo di una torre,o rilegati in paese malsano, per combattere colla febbre pestilenziale delle Maremme; e ne' tempi di politiche turbolenze, si videro ordinati informa economicamolti infamanti supplicj.E per tal modo il salutare effetto che la giustizia doveva operare sulla moralità del popolo fu interamente perduto in tutta l'Italia, e produsse anzi sulla maggior parte un effetto affatto contrario. Ogni suddito trema innanzi ad una autorità non risponsabile delle sue azioni, che non va soggetta a veruna legge, che, almeno per conto di alcuni suoi ministri, non lo è neppure a quelle dell'onore; ognuno si crede sempre circondato da delatori e da segrete spie, e non potendo mai trovare sicurezza nel testimonio della propria coscienza, si vede forzato a diventare abitualmente dissimulatore, cortigiano e vile. Il castigo non gli sembra giammai una necessaria conseguenza del delitto; i supplicj, non altrimenti che le malattie, diventano ai suoi occhi colpi di un fatalismo che opprime l'umana natura; onde il timore di subirli mai non lo distorna dal cammino del delitto; ed un assassinio non lo priverà nè del pubblico favore, nè degli asili per così lungaetà offerti dalle chiese[382], nè di quelli che offrono anche a' dì nostri i vicini numerosi confini dei piccoli stati, ne' quali è divisa l'Italia. Infatti, ad eccezione della Spagna, verun altro paese non fu giammai macchiato da maggior numero di assassinj quasi sempre impuniti.A tutte queste cagioni d'immoralità, d'uopo è aggiugnervi le abitudini di ferocia, date fino quasi ai presenti giorni dallo spettacolo della tortura. Questo supplicio dei prevenuti, assai più crudele che quello de' colpevoli, era sempre destinato all'esempio, sebbene verun esempio sia forse più funesto che quello dei tormenti di un uomo, contro il quale non si ha alcuna prova, e che deve sempre presumersi innocente. Il governo pontificio prendeva le convenienti misure a fine che, durante il carnevale, si desse ogni mattina un colpo di corda ad un certo numero di prevenuti, riservando tutte le pene capitali per lo spettacolo della settimana grassa, che chiude questi allegri giorni. Questo terribile cumulodi supplicj veniva appoggiato al desiderio di premunire il popolo contro il pericolo delle passioni nel principio di cadauno di que' giorni consacrati al tripudio; ed il popolo, sempre avido di commozioni, non vi cercava che dei dolori fisici, che in appresso andava a cercare nuovamente nei combattimenti dei tori sul molo del sepolcro d'Augusto. Allora Roma moderna non poteva invidiare le pugne de' gladiatori di Roma idolatra: che se l'arena non era bagnata da tanto sangue, più crudeli invece e più lunghi erano i patimenti che formavano lo spettacolo.La morale influenza della civile legislazione non ha la forza della criminale sopra coloro che sono colpiti dall'ultima; ma la prima è più universale, siccome quella che tocca tutti gl'individui. Tra i sudditi tutte le proprietà si distribuiscono secondo le disposizioni delle leggi civili, e questa distribuzione fu mutata nella circostanza della soppressione della libertà. I principi, creandosi una nuova nobiltà, vollero rendere indipendente da ogni vicenda il patrimonio di quelle famiglie; a tale oggetto incoraggiarono i padri a fondare per testamento perpetue sostituzioni, primogeniture, commende, dando loro in tal maniera, anche dopola morte, un diritto sulle loro proprietà, spogliandone le susseguenti generazioni, e riducendole a non godere che il fedecommesso di un diritto limitato dall'autorità de' loro antenati, e dall'aspettativa de' loro discendenti. Le più fatali conseguenze non tardarono ad emergere da quest'innovazione nella legislazione, che diseredava i vivi a favore degli estinti e de' figliuoli che non erano ancora nati; furono queste tanto evidenti, che nel diciottesimo secolo i più saggi principi cercarono di abolire i fedecommessi favoreggiati dai loro predecessori. I detentori de' terreni, più non considerandosi che come usufruttuarj, parevano farsi un dovere di danneggiare un fondo di cui non potevano disporre a voglia loro: la loro fortuna più non essendo proporzionata all'estensione de' loro beni, uno stato d'angustia e di miseria, piuttosto che uno stato di opulenza, diventò ereditario colle grandi proprietà; i creditori, ingannati dalle grosse rendite di cui godeva un grande proprietario, trovavansi spogliati, quando esso proprietario moriva, del danaro sovvenutogli. Tale ingiustizia incoraggiava i sovventori all'usura, i sovvenuti alla mala fede, e complicòed accrebbe all'infinito le procedure tra gli uni e gli altri.Frattanto l'intera nazione si era abituata ad avere prima d'ogni altra cosa riguardo alla conservazione delle famiglie, e più non v'ebbe alcun padre che nel suo testamento non sagrificasse tutte le sue figlie ai maschi, tutti i minori al primogenito, e la propria vedova alla sua prole. Tutte le domestiche relazioni si mutarono con questa cattiva distribuzione delle proprietà. Fu distrutto il filiale rispetto verso la madre, quando questa si trovò per la propria sussistenza dipendente dal suo figlio: fu esiliata l'amicizia tra i fratelli, perchè questa vuole l'eguaglianza, e non può mantenersi tra un assoluto padrone e prezzolati adulatori.Non solo i figli minori ebbero una parte minore d'assai di quella dei primogeniti, ma il padre di famiglia si fece un particolar dovere d'impedire ogni divisione della sua proprietà; assicurando soltanto a' suoi più giovani figli la mensa in casa, o come chiamasi dagl'Italianiil piatto, ed in conseguenza condannandoli all'ozio ed alla viltà. Non può attivarsi verun ramo d'industria senza un piccolo capitale; convien fare una qualche spesaper apprendere qualsivoglia professione; non si possono professare le lettere senz'avere impiegato un capitale in una sempre dispendiosa educazione: non si può essere agricoltore senza terreni, mercante senza fondi, fabbricatore senza avere gli strumenti necessarj e le materie prime. La maggior parte de' cadetti, esclusi in Italia a motivo della povertà loro da tutti gl'impieghi, sono forzati a vivere sempre dipendenti e sempre oziosi. E siccome le famiglie vi sono numerose, appunto perchè il padre non è chiamato a provvedere alla sorte de' suoi figli; che un solo fra sei fratelli prende moglie, e lascia tanti figliuoli quanti ebbe fratelli; i quattro quinti della nazione sono dannati a non avere veruna proprietà, verun interesse nella vita, veruna speranza, e a non contribuire con verun lavoro alla prosperità dei loro compatriotti. Una così numerosa classe di oziosi deve necessariamente moltiplicare i vizj.Le nazionali abitudini di giustizia furono ancora pervertite dalla costante pratica del ricorso alla grazia nelle cause civili. Sagrificando la legge una giustizia reale ad un'apparenza di diritto, aveva di già renduto difficilissimo l'acquisto della prescrizione; questa in molte cause nonpuò allegarsi che dopo un periodo centenario; e quand'ancora si è acquistato questo diritto, è spesso in Italia annullata dal principe con lettere di grazia. È pure necessario in Italia un numero di sentenze maggiore, che in ogni altro paese, per dare ad una decisione la forza dicosa giudicata. Ma, anche dopo l'acquisto di questa definitiva presunzione, il principe accorda nuove lettere di grazia, perchè sia assoggettata a nuovo giudizio quella cosa che più non dovrebbe essere argomento di lite.Per tutte queste cagioni la totalità de' diritti si andò rendendo incerta; interminabili processure passarono ereditarie nelle famiglie di generazione in generazione. A misura che trascorre il tempo tra l'occasione di una processura e la sua decisione, le prove si rendono sempre più difficili, le presunzioni si vanno maggiormente equilibrando, ed ognuno, sostenendo il proprio interesse, si crede meno esposto alla taccia di mala fede. Dall'altro canto la lunghezza delle processure le moltiplica maravigliosamente. In una città ove nascano dieci liti all'anno, se ognuna venisse terminata entro sei mesi, come a Ginevra, non ve ne sarebbero giammai più di cinque pendenti; ma se, una compensando l'altra,non sono ultimate che in dieci anni, come accade nella parte meglio governata d'Italia, ve ne saranno cento tutte agitate nello stesso tempo: se appena sono terminate in trent'anni, come nella maggior parte delle italiane province, ve ne saranno trecento, e forse in maggior numero che non sono gli abitanti che contiene la città. Infatti, in Italia, sono poche le famiglie che non abbiano una o più liti; ed il carattere di raggiratore o di uomo litigioso si è renduto troppo generale perchè venga imputato a difetto.Perciò può dirsi che nella moderna Italia la religione, invece di spalleggiare la morale, ne corruppe i principj; che l'educazione, lungi dallo sviluppare la facoltà della mente, le ha rendute più ottuse; che la legislazione, in cambio di attaccare i cittadini alla patria e di riunirli fra loro con fraterni nodi, li rese timidi e diffidenti, dando loro l'egoismo per prudenza, la viltà per difesa. Rimane inoltre una quarta causa, la quale stende la sua influenza su tutte le umane società, e che con una forza minore delle tre precedenti, talvolta tiene in bilico, talvolta seconda la loro azione, e fa, sebbene imperfettamente, riparo al male prodotto dalle viziose istituzioni: gli èquesto il punto d'onore, la di cui potenza, superiore alla volontà d'ogni individuo, ne altera le primitive istituzioni, ne appoggia o ne contrasta la morale, e gli segna una condotta uniforme, invece di abbandonarlo all'istantaneo impero delle sue passioni.La legislazione del punto d'onore racchiude in sè medesima un non so che di liberale; non è altrimenti stabilita da una superiore autorità, ma dal concorso d'opinioni e di volontà indipendenti: onde allorchè gagliardamente si mantiene in un governo monarchico, lo modifica, e non gli permette di declinare in un perfetto despotismo. Dall'altro canto questa legislazione non è mai fondata sopra i veri principj della morale, ed il numero delle naturali inclinazioni che vengono da lei corrotte, vince il numero di quelle che conserva o che rende più forti.L'impero del punto d'onore rendesi appena sensibile nelle repubbliche, perciocchè la pubblica opinione vi esercita una tale potenza che va sempre modificando i più accreditati pregiudizj, e vi giudica le persone non dietro astratte ed inflessibili regole, ma dietro il complesso delle loro azioni. In una repubblica non si distingue l'uomo virtuoso dall'uomo d'onore;nè questi due caratteri erano pure distinti negli stati dell'antichità. Le prime nozioni del punto d'onore furono portate negli stati meridionali dalle conquiste de' popoli teutonici, ma si mescolarono cogli altri elementi della pubblica opinione, e non formarono un eminente carattere nella storia delle repubbliche italiane. L'introduzione in Europa di alcune opinioni particolari degli Arabi, diede agli Spagnuoli, che furono i primi che da loro le ricevettero, un punto d'onore di diversa natura; il quale punto d'onore venne inseguito adottato in tutti i paesi sui quali la monarchia spagnuola venne stendendo la sua influenza.La legislazione dell'onore arabo e castigliano fu dunque importata in Italia, nel sedicesimo secolo, da quelle medesime armi spagnuole, che distrussero quelle repubbliche intorno alle quali ci siamo così lungamente intrattenuti. Ella vi si mantenne in pieno vigore, finchè Carlo V ed i tre Filippi, di lui successori, conservarono un assoluto dominio sopra le più belle province d'Italia; s'indebolì negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, e cessò affatto nel diciottesimo: può dirsi che riuscì egualmente contraria ai progressi dei lumi e della ragione colla sua durata e colla sua caduta.Il punto d'onore che gli Spagnuoli avevano ricevuto dagli Arabi, sembra riferirsi a tre primarj fondamenti. Il primo consiste in una esagerata delicatezza rispetto alla castità delle donne: allorchè questa virtù rendesi leggermente in taluna di loro sospetta, non soccumbe essa sola al disonore, ma la stessa infamia copre egualmente il padre, il fratello, il marito. Il secondo è una delicatezza non meno esagerata rispetto al valore degli uomini, che, posto egualmente in luogo di tutte le altre virtù, viene a compromettere tutta la famiglia in un solo individuo. Il terzo è una specie di religione di vendetta, che non ammette verun'altra riparazione per l'offeso che la morte dell'offensore.L'introduzione di queste opinioni in Italia variò la condizione delle donne, le quali perdettero l'onesta libertà di cui avevano goduto ne' tempi delle repubbliche; ed i padri loro ed i mariti, invece di confidare nella loro virtù e prudenza, più non credettero di trovare sicurezza che tra inaccessibili mura; essi più non dovevano temere per conto della loro sola debolezza; ma un accidente che le esponesse agli occhi della gente, una parola mal ponderata, un'imprudenteconghiettura, bastavano a compromettere l'onore della casa, e con ciò la vita e le sostanze di tutti gl'individui che la componevano. Più non teneva aperti gli occhi sopra di loro la gelosia dell'affetto, ma la gelosia assai più sospettosa della vecchiaja, che le guardava in quel modo che l'avaro tien cura del suo tesoro. Quanto più si andavano accrescendo l'esteriori precauzioni, che si moltiplicavano le vecchie custodi che mai non le perdevano di vista, le inferrate che chiudevano le loro case, i veli che le nascondevano a tutti gli sguardi, tanto più veniva trascurata l'educazione morale, che avrebbe loro dati migliori e più virtuosi mezzi di difesa. La sospettosa vigilanza de' loro custodi aveva liberate le loro coscienze da ogni responsabilità. Quanto più grandi erano gli sforzi che si andavano facendo per rendere loro impossibile ogni estranea relazione, tanto più esse volgevano tutti i loro pensieri, tutta l'accortezza del loro spirito verso la galanteria; e per tutto il tempo che furono soggette alla più severa vigilanza, la loro condotta non fu forse più pura che quando diventò di moda lo stesso sregolamento.Frattanto allorchè, in sul declinare del XVII secolo, si andò rilasciando il punto d'onore spagnuolo, non si sostituì alla virtù femminile verun'altra salvaguardia; non venendo le donne meglio ammaestrate ne' loro doveri, esse non trovarono un più solido appoggio ne' loro proprj sentimenti, e lo stesso buon gusto della società loro non prescrisse veruna legge intorno alla decenza de' loro discorsi e del loro contegno. Le giovanette, educate nei conventi, vi ricevevano tali ammaestramenti, che per la severità loro non erano praticabili. Loro si rappresentavano le sale della danza e dello spettacolo, come luoghi ne' quali il demonio esercita le più formidabili seduzioni; la curiosità di osservare un uomo dal balcone veniva loro rappresentata poco meno criminosa che l'attentato di aprirgli lo stesso balcone per riceverlo di notte nel proprio appartamento. Il desiderio di piacere e gli eccessi dell'amore furono loro posti innanzi sullo stesso livello. Lo sposo che riceve una fanciulla quand'esce di convento, è forzato a disfare l'opera della sua educazione; d'insegnarle che tutte quelle cose che le furono dette doversi fuggire non sono peccati; che tutto ciò che resta vietato alle religiose nonlo è alle secolari. Allora crollano tutti i principj di lei; la seduzione del mondo comincia; le corrotte maniere della società le inspirano nuove idee; l'esempio la seduce; lo sposo cui venne accompagnata non fu da lei scelto, ed il più delle volte non veduto prima di sposarlo. Se in appresso la pace domestica, la fedeltà conjugale, la dolce confidenza, sono sbandite dalle famiglie, non debbonsi condannare, ma compassionare le donne italiane; bisogna cercare più in alto la sorgente del disordine, e convenire che l'educazione, le leggi, i costumi, e non la natura le hanno fatte quello che sono.Abbiamo osservato che nella più fiorente epoca delle repubbliche italiane, il valore, lungi dall'essere apprezzato come meritava a petto alle altre virtù, non otteneva neppure dalla pubblica opinione la debita stima. I soldati altro in allora non erano che mercenarj adoperati nell'eseguire gli ordini di altri uomini, che in una più sublime carriera avevano conseguita una più alta riputazione. Il magistrato, che brillava ne' consiglj colla sua eloquenza, colla prudenza, colle risoluzioni, non si curava di pareggiare il valore militare del soldato che prendeva al suo soldo; dava all'opportunità provedi civile coraggio, spesso meno frequente e più difficile; ma protestava senz'arrossire, che non si credeva capace di combattere. La repubblica fiorentina ebbe a soffrire più d'ogni altra per avere fatto così poco conto del valore; conobbe per reiterate disgrazie, che niuna virtù non dev'essere rifiutata da verun governo, e fu spesso tradita dai generali e dai soldati da lei chiamati da altri paesi, perchè essa aveva trascurato di formarne tra i proprj cittadini.Ma le spaventose guerre del principio del sedicesimo secolo richiamarono gl'Italiani alle armi, e dopo tale epoca professarono questo nuovo mestiere con tanto maggiore impegno, in quanto che si trovarono esclusi da tutti gli altri. In tutto il sedicesimo secolo si assoldarono in folla sotto le bandiere spagnuole, mentre altri reggimenti italiani erano levati per servizio della Francia, e militavano gloriosamente nelle guerre civili di quel regno. In tutta la seconda metà del sedicesimo secolo la fanteria italiana si risguardò come perfettamente uguale alla spagnuola, e l'una e l'altra occupavano il primo luogo tra le truppe delle più guerriere nazioni d'Europa. Ambedue erano state formate dagli stessi ufficiali,e andavano soggette agli stessi pregiudizj. Il punto d'onore militare italiano non fu diverso da quello degli Spagnuoli. Le due nazioni sentirono nello stesso modo le stesse offese, le stesse provocazioni, i medesimi sospetti.Ma la milizia spagnuola conservò l'intera sua riputazione in tutto il diciassettesimo secolo, malgrado il decadimento della monarchia; la milizia italiana perdette assai più presto tutto il suo credito. I soldati non si arrolavano che di contro genio in eserciti sempre mal pagati, sempre malcondotti, e che malgrado il loro valore andavano esposti a continue sconfitte. Nelle province suddite d'Italia, che i vicerè spagnuoli governavano con diffidenza, tutto invitava la nobiltà al riposo ed alla mollezza, che soli non eccitano gelosi sospetti. Gl'Italiani avevano mostrato che potevano essere valorosi, ma non lo furono lungamente in così svantaggiose circostanze; e quando deposero le armi, la pubblica opinione più non li chiamò a difendere nuovamente la riputazione del loro valore. Allora si vide, e ciò si vede anche presentemente, uomini distintissimi per natali, pel grado che occupano, e per tutte le circostanze che fanno supporre una liberale educazione, confessareapertamente la loro pusillanimità. Parlano senza vergognarsi della paura avuta; confessano che le loro mogli sono più coraggiose di loro; nè il pronunciare queste parole costa qualche cosa al loro amor proprio; nè cotesta confessione non eccita le fischiate, nè procaccia loro l'universale disprezzo. Pure se il coraggio è una virtù naturale all'uomo, la paura è altresì una delle passioni della sua natura. Conviene che sia compressa, domata dalla volontà, dall'educazione, dalla vergogna. Quando gli si dà intera licenza, essa si rende signora dell'animo, lo guasta, ed invilisce tutta intera la nazione. Si sarebbe potuto temere che tale non fosse per essere la condizione della nazione italiana, e forse ogni altra perdendo il suo punto d'onore avrebbe ancora con lui perduta ogni energia, ma un'inaspettata esperienza ha recentemente dimostrato che quegl'Italiani che avevano così compiutamente dimenticato il coraggio, lo ricuperavano più facilmente che ogn'altra nazione, tosto che veniva in loro risvegliato il punto d'onore, e facevasi loro travedere una vera gloria.La sanzione di questa legislazione del punto d'onore, che gli Spagnuoli portarono in Italia, nel sedicesimo secolo, fu la necessità imposta ad ogni uomod'onore di vendicarsi dell'offesa. Senza alcun dubbio il bisogno della vendetta è fino ad un certo punto un sentimento connaturale all'uomo; è composto da un desiderio di giustizia, e da un movimento di collera; ed in questi limiti si trova egualmente presso tutti i popoli, tanto antichi che moderni. Ma il sistema di vendetta che gli Spagnuoli ricevettero dagli Arabi e dai Mori, e che in appresso comunicarono a tutta l'Europa, è tutt'altra cosa che questo naturale sentimento, ed è basato sopra un'idea di dovere. Il Moro non si vendica perchè la di lui collera sia ancora viva, ma perchè la sola vendetta può allontanare dal suo capo il peso dell'infamia che l'opprime. Si vendica perchè a creder suo non avvi che un'anima vile che possa perdonare gli affronti, e conserva il suo rancore, perchè, se lo sentisse spegnersi, crederebbe di avere col rancore perduta una virtù.Questo codice di vendetta fu presentato alle nazioni settentrionali in quel tempo in cui i duelli giudiziarj erano stati di fresco soppressi. Prese in certo qual modo il loro luogo, ed il duello lavò le offese dell'onore con una sufficiente apparenza di ragione; perciocchè la più mortale offesa essendo quella diporre in dubbio il coraggio di un uomo, il valore con cui presentavasi a singolare certame, era il mezzo più ovvio di dissipare questa dubbiezza. Così videsi presso i Francesi, gl'Inglesi, i Tedeschi, la primitiva idea della vendetta disgiungersi affatto dall'azione medesima che n'era rappresentata come una conseguenza. Un uomo d'onore si batte non già per vendicarsi, ma per tenersi in possesso di quell'onore ch'era sua proprietà, e che sentivasi in diritto di difendere.Non fu già in tale maniera, che nel sedicesimo secolo fu presentata dagli Spagnuoli agl'Italiani la processura degli affari d'onore; nè così la concepirono i medesimi Italiani, a motivo delle precedenti loro relazioni coi Mori. Gli uni e gli altri credettero di ravvisare un'anima grande nella costanza di questi risentimenti. Pareva loro che l'offeso avesse mostrata maggiore energia, quanto più lungamente aveva conservato il suo rancore, manifestatolo con un'esplosione meno preveduta, e cagionato più acerbo dolore al suo offensore. Non chiedevasi già a colui che si vendicava una prova di coraggio per ristabilire il suo onore, ma bensì una prova d'un implacabile odio. E perciò agli occhi loro l'assassinio lavaval'onore quanto il duello, il veleno quanto il ferro; e la perfidia sembrava loro essere il maggiore trionfo della vendetta, perchè l'offeso si era mostrato più compiutamente padrone di sè medesimo.Fino dai secoli di mezzo alcune province d'Italia eransi fatte distinguere per l'atrocità de' loro odj, e delle loro ereditarie vendette. Allegavansi principalmente Pistoja in Toscana, la Romagna, tutto lo stato della Chiesa, e più ancora le isole di Sicilia, di Sardegna e di Corsica, ove la mescolanza co' Mori, ed in appresso cogli Spagnuoli aveva data maggiore consistenza a questa barbara legislazione. Pure non fu che nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo che si rese dominante in tutta l'Italia la terribile dottrina che ingiugneva ad ogni uomo d'onore il dovere, non di difendersi, ma di vendicarsi. E allora solamente si videro moltiplicati que' sicarj che appigionavano i loro pugnali, e ridotta a perfezione la formidabile scienza de' veleni. Allora personaggi sommamente riputati nella diplomazia, nella Chiesa, nelle lettere, osarono darsi vanto pubblicamente d'avere compiuta la loro vendetta; allora finalmente più non risguardandosiil duello come una sufficiente soddisfazione, due nemici non acconsentirono a battersi che dopo avere l'offensore chiesto perdono all'offeso; senza la quale preliminare riparazione, il veleno o il pugnale potevano essi soli lavare l'onore oltraggiato.Grazie al cielo questa infernale dottrina è presentemente affatto dimenticata. Più non si troverebbe in tutta l'Italia un solo assassino salariato, e se vengono ancora commessi orribili delitti, la pubblica opinione almeno più non gli ordina come un dovere. Forse ancora la sanzione del duello è troppo trascurata, e si mostra meno severità che non conviene verso coloro che, non mostrando verun risentimento per le più gravi offese, danno luogo a supporre non già che abbiano perdonato, ma che non abbiano osato domandare soddisfazione[383].Frattanto il lungo regno di un pregiudizio così contrario ad ogni morale ed al vero onore ebbe la più funesta influenza sulle nazionali opinioni. L'assassinio,a dir vero, non è più un dovere, ma non è neppure un disonore; è un'idea colla quale ognuno trovasi continuamente famigliarizzato. L'Italiano lo risguarda come una funesta conseguenza d'un impetuoso movimento di collera, di gelosia, di vendetta; egli non sente nel suo cuore l'irremovibile certezza che non sarà giammai strascinato a dare un colpo di pugnale, perchè non fu mai avvezzato a risguardare quest'azione con quell'orrore inesprimibile che inspira il pensiere di un gravissimo delitto. Dessa è per lui ciò che il pensiero del duello è per gli uomini scrupolosi delle altre nazioni. Dessa è un gran peccato che la sua coscienza gli vieta di commettere; ma egli sente che per simili falli ogni uomo è peccatore; e quando vede de' sicarj esiliati dal loro paese, o condannati per commessi assassinj a' pubblici lavori, non prova a riguardo loro che la profonda compassione che suole eccitare una grande sventura, non il terrore che deve cagionare un grave delitto.Nello stato di società in cui trovasi l'Italiano ridotto, tale sentimento diventa giusto, e con analogo sentimento dobbiamo noi pure giudicarlo. Senza dubbio nell'Italiano del XVIII secolo non ritrovasinè il rappresentante de' Manlj e dei Gracchi, nè quello de' Doria e degli Albrizzi. L'antica virtù non può nascere, nè germogliare in una patria serva, lo spirito non si può sviluppare quando viene allentato da mille ostacoli, ed il sentimento non può innalzarsi all'eroismo, quand'è soffocato nel suo primo nascere. Ma dovremo incolpare lo stesso italiano dello stato deplorabile in cui è caduto? Quando vediamo concorrere tante e così potenti cagioni ad abbassarlo non deploreremo piuttosto in lui l'avvilimento dell'umana dignità, e non sentiremo che la sventura che lo colpì è la sventura che minaccia noi medesimi, che minaccia ogni società, ogni nazione che si lascerà caricare dalle stesse catene?Ammireremo invece tuttociò che ancora rimane a questa nazione, che pareva fatta per superare tutte le altre: quello spirito così aperto e pronto cui non riesce difficile veruno studio, quando venga intrapreso per uno scopo che lo possa infiammare; quella flessibilità a tutte le nuove forme, che rende l'Italiano proprio alla politica, alla guerra, a tuttociò che intraprende di più inusitato, per mezzo della più rapida educazione; quell'immaginazione creatrice, che gli conserva, dopol'impero del mondo che ha miseramente perduto, quello, forse più ricco, delle belle arti; quella sociabilità, quelle dolci maniere, che in altri paesi non sono conosciute che dalle persone di alta condizione, e che in Italia sono proprie di tutte le classi; quella sobrietà che allontana il basso popolo dalle orgie e dalle dissolutezze di Bacco in mezzo alle sue feste ed a' suoi piaceri; quella superiorità dell'uomo della natura, che si mostra tanto più degno di stima quanto fu meno cambiato dall'educazione, di modo che il contadino italiano è tanto superiore al cittadino, quanto lo è questi al gentiluomo; finalmente quel maraviglioso potere della coscienza, che trionfa delle più cattive instituzioni, della più fallace educazione, della più bassa superstizione, del più depravato ordine politico, e che, sostenendo l'uomo tra le più violenti tentazioni e le più deboli barriere, diminuisce la frequenza de' delitti assai più che non sarebbesi potuto anticipatamente calcolarlo. Senza dubbio questi Italiani, cui abbiamo consacrato un così lungo studio, sono oggi un popolo sventurato ed avvilito; ma che si ripongano in circostanze ordinarie, che loro si consenta di percorrere le vicende di tutte le altrenazioni, ed in allora si vedrà che non hanno perduto il seme delle grandi cose, e che sono ancora degni di misurarsi in quello stadio che hanno due volte percorso con tanta gloria.Fine del Volume XVI, ed ultimo.

Quali sono le cause che mutarono il carattere degl'Italiani dopo essere state ridotte in servitù le loro repubbliche.

Quali sono le cause che mutarono il carattere degl'Italiani dopo essere state ridotte in servitù le loro repubbliche.

Nel leggere la storia degl'Italiani del quindicesimo e sedicesimo secolo, trovando ad ogni tratto nomi di famiglie, di città, di villaggi tuttavia esistenti, trovando che il linguaggio non è mutato, che la natura è ancora la medesima, rapportiamo sempre, involontariamente e per così dire senz'avvedercene, ciò che conosciamo de' moderni Italiani a quelli di cui studiamo le azioni; suppliamo per mezzo del confronto a ciò che manca nel quadro istorico, e ci persuadiamo di esserci formata un'idea tanto più esatta de' tempi passati, quanto meglio conosciamo i tempi attuali. Pure questo stesso confronto risveglia una certa quale incredulità che costantemente accompagna il lettore; la di lui diffidenza sta sempre in guardia contro tutte le narrazioni di cose grandi ed eroiche, ed il severo giudizio che diedero le altre nazioni intorno ai moderni Italiani, viene dal pregiudizio esteso fino a coloro,ai quali deve l'Europa il rinnovamento della civilizzazione.

E per ispirare confidenza nelle antiche virtù, e per ottenere indulgenza a favore dei deboli moderni, è conveniente e giusto di mostrare per quali potenti cagioni si mutò il carattere degl'Italiani; in qual modo dalla prima infanzia fino all'estrema vecchiaja si fanno loro bevere corrompitori veleni; con quanta cura venne distrutta la loro energia, la loro vivacità condannata all'ozio, umiliata la loro fierezza, e corrotta la loro sincerità. Una profonda compassione per una nazione così riccamente dotata dalla natura, così crudelmente depravata dagli uomini, dev'essere il risultato di quest'esame. Rimontando all'esterna cagione che innestò in essa tutti questi difetti, si rimane facilmente convinto, che non sono inerenti alla di lei natura; e si è più disposto a saperle buon grado di tutte le qualità che tuttavia le rimangono, e di tutte le virtù che potè sottrarre alla perniciosa influenza sotto la quale viene educata. Fra quanti vizj noi osserveremo nelle istituzioni della moderna Italia, non avvene un solo che non faccia in certo modo l'apologia degl'Italiani.

Il sole dell'Italia non è meno caldo, nè la terra meno fertile, che per lo innanzi; le svariate viste degli Appennini sono egualmente ridenti, i suoi fianchi egualmente sparsi di abbondanti acque, egualmente coperti da una rigogliosa e magnifica vegetazione. Tutti gli animali, indivisibili compagni dell'uomo, conservano la pristina loro bellezza, e le loro abitudini; l'uomo stesso, nascendo in questa terra tanto favorita dal cielo, riceve ancora la stessa vivace e pronta immaginazione, la stessa suscettibilità di passionate impressioni, la stessa attitudine di spirito per colpir tutto, per imparar tutto nello stesso tempo. Pure il solo uomo è mutato, perchè l'organizzazione sociale lo riceve dalle mani della natura e lo modifica, la sua potenza lo investe nello stesso tempo da ogni lato, e le quattro istituzioni che hanno un'influenza più universalmente estesa, la religione, l'educazione, la legislazione ed il punto d'onore, si combinano per agire contemporaneamente sopra tutti gli abitanti.

Di tutte le forze morali cui l'uomo va soggetto, quella che può fargli maggior bene o maggior male, è la religione. Tutte le opinioni che si riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo mondo,tutte le credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere umano una prodigiosa influenza. Niuna per altro penetra più avanti nel cuore dell'uomo quanto la religione cattolica, perchè niun'altra è così gagliardamente costituita, niuna si è così compiutamente assoggettata la filosofia morale, niuna ridusse in più stretta servitù le coscienze, niuna instituì, com'essa fece, il tribunale della confessione, che riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza del suo clero, niuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò più intimamente uniti dall'interesse e dallo spirito di corporazione.

L'unità della fede, che non può essere che il risultamento di un'assoluta servitù della ragione alla credenza, e che conseguentemente non trovasi presso verun'altra religione in così eminente grado come nella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i medesimi dommi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi a' medesimi insegnamenti. Non pertanto l'influenza della religione cattolica non è eguale in tutt'i tempi ed in tutti i luoghi; ella operò diversamente assai in Francia ed in Germania, da quello che fece in Italia e nellaSpagna; anche la di lei influenza non fu pure sempre uniforme in questi ultimi paesi; ella variò press'a poco all'epoca del regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all'Italia, alla distruzione delle repubbliche de' secoli di mezzo. Le osservazioni che saremo chiamati a fare intorno alla religione dell'Italia, o della Spagna, ne' tre ultimi secoli, non devonsi applicare a tutta la chiesa cattolica[367].

Siamo qui ridotti ad accennare soltanto la rivoluzione che si operò nella chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè abbisognerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro soggetto, per farne tutta comprendere l'estensione. I papi Paolo IV, Pio IV, Pio V, e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lospirito della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e più imponenteorganizzazioneal legame spesso rilasciato che univa i principi della Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell'epoca, avevano i papi contratta una specie d'alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano fatte conquiste che a danno de' re; dovevano il loro innalzamento e tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla forza brutale, e più ancora per politica che per gratitudine si erano creduti obbligati di sviluppare questo potere dello spirito. Essi avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre permettevano, con una tal quale liberalità, a' filosofi ed a' poeti di deviare dall'angusta linea dell'ortodossia; per ultimo fomentavano lo spirito di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e ritorse contro di loro que' lumi della filosofia ch'essi avevano lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da questo spiritomedesimo di libertà che avevano incoraggiato, da questa pubblica opinione che fuggiva loro di mano e diventava possente di per sè sola, li determinò a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi alla testa dell'opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di fare causa comune con loro, onde contenere avversarj più formidabili de' sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d'allora in poi ad altro non pensarono che a comprimere le coscienze, ed a ridurre in ischiavitù lo spirito umano: infatti gli posero un cotal giogo, che gli uomini non avevano mai portato.

Si disse più volte ne' paesi protestanti, che la riforma era riuscita utile anche alla Chiesa romana; nè quest'osservazione si scosta affatto dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due comunioni trovansi in faccia l'una all'altra, l'esempio e la rivalità del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori[368]. Cadauno evitò di dareall'altra occasione di redarguirla o di accusarla; e l'alto clero della corte di Roma partecipò in un'altra maniera a questa riforma. Una grandissima mutazione ne' suoi costumi, un grande accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che comincia col concilio di Trento. Dopo quest'epoca, la corte romana cessò di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d'allora in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne' paesi da' quali poterono tenere affatto lontana la riforma: ma la conseguenza di tale autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono per avventura apprezzate pel giusto loro valore.

Esiste a non dubitarne un'intima unione tra la religione e la morale, ed ogni uomo dabbene dev'essere convinto che il più nobile tributo che la creatura possa dare al Creatore, si è quello di avvicinarsi a lui colle sue virtù. Però la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta dalla teologia[369]: ha le sueleggi nella ragione e nella coscienza; porta con sè il proprio convincimento, e dopo avere dato uno sviluppo allo spirito colla indagine de' suoi principj, soddisfa il cuore colla scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa si rese padrona della morale, siccome di cosa di sua pertinenza; sostituì l'autorità de' suoi decreti, e le decisioni de' padri a' lumi della ragione e della coscienza, lo studio de' casisti a quello della filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello spirito una servile abitudine.

La morale, del tutto snaturata tra le mani de' casisti, diventò straniera non meno al cuore che alla ragione: perdette di vista i mali che ogni nostro fallo poteva arrecare a qualche creatura, per non avere altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le aveva data la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una affatto arbitraria. La distinzione de' peccati mortali da' veniali cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co' falli che la nostra debolezza è appena capace d'evitare.

I casisti presentarono all'esecrazione degli uomini, nel primo ordine tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori. Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l'odio il più violento, e quest'odio era più criminoso che l'errore che lo aveva eccitato: altre volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo, il quale non iscorgeva in questi grandi colpevoli che uomini strascinati dall'ignoranza, dall'errore, o da irriflessa abitudine. Nell'un caso e nell'altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu considerabilmente diminuito; l'assassino, l'avvelenatore, il parricida, vennero associati ad uomini che si conciliavano un involontario rispetto. Le buone azioni degli eretici accostumarono a dubitare della virtù medesima; la loro dannazione fece risguardare la riprovazione come una sorta di fatalità; ed il numero de' colpevoli si andò talmente moltiplicando, che l'innocenza parve quasi impossibile[370].

La dottrina della penitenza sovvertì vie maggiormente la morale di già confusa dall'arbitraria distinzione de' peccati. Era senza dubbio una consolante promessa quella del perdono del cielo pel ritorno alla virtù, e quest'opinione è tanto conforme a' bisogni ed alle debolezze dell'uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla confessione ed all'assoluzione[371]. Un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato bastante per cancellare una lunga lista di delitti. La virtù, invece di essere lo scopo costante di tutta la vita, più non fu che un conto da liquidarsi in punto di morte. Più non vi fu un peccatore così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dare, prima di morire, alcuni giorni alla cura della sua salvezza, e che sedotto da tale confidenza non rallentasse la briglia alle sue sregolate inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare tanta confidenza,ed invano predicarono poi contro ilritardo della conversione: erano essi soli i creatori di questo sregolamento dello spirito, sconosciuto agli antichi moralisti; si era presa l'abitudine di non considerare che la morte del peccatore, e non la sua vita, e quest'abitudine diventò universale.

La funesta influenza di tale dottrina si rende in Italia oltremodo sensibile, qualunque volta viene condotto al patibolo qualche grande delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena colpiscono sempre il più ostinato di terrore, poscia di pentimento. Veruno incendiario, veruno assassino, veruno avvelenatore, viene tratto al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore dichiara la sua vera fede, dichiara che l'anima del penitente ha di già presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a' piè del patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i di cui delitti l'avevano forse per più anni compreso di spavento.

Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso prezzo che si pagava da' penitenti per ottenere l'assoluzionedel prete. Il concilio di Trento si prese il pensiero di minorarne l'abuso; per altro anche presentemente il prete riconosce il suo sostentamento da' peccati e da' terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano prodiga in messe ed in rosarj il danaro spesse volte raccolto con iniqui mezzi; fa tacere a prezzo d'oro la sua coscienza, e si forma agli occhi degli ignoranti un concetto di pietà[372]. Ma si risguardarono le indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive; ad ogni modo non si saprebbe conciliarne l'esistenza con verun principio di moralità. Quando vedonsi, per modo d'esempio, promessi dugento giorni d'indulgenza per ogni bacio fatto alla croce posta in mezzo al Coliseo, quando si vedono in tutte le chiese d'Italia tante indulgenze plenarie che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a cosìdebole penitenza, o co' gastighi riservati a colui che non trovasi a portata di guadagnarle per così facile strada?

Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle indulgenze, tutto si era riunito per persuadere al popolo, che l'eterna salute o l'eterna dannazione dipendevano dall'assoluzione del sacerdote; e fu forse questo il più funesto colpo dato alla morale. L'accidente e non la virtù fu così chiamato a decidere dell'eterna sorte dell'anima del moribondo. L'uomo della più specchiata virtù, quello la di cui vita era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte nell'istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano strappato di bocca uno di que' profani vocaboli, che l'abitudine ha renduti così comuni, ma che, giusta le decisioni della Chiesa, non possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato presente un sacerdote per accettare la di lui penitenza ed aprirgli le porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto d'ogni delitto, poteva per lo contrario provare uno di que' momentanei ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a' cuori più depravati; potevafare una buona confessione, una buona comunione, una buona morte, ed assicurarsi il paradiso.

Così la morale fu interamente pervertita, ed i lumi naturali, quelli della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l'uomo dabbene dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni de' teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l'altro, che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento[373].

Nè la cosa si ristrinse entro questi confini: la Chiesa collocò i suoi comandamenti a canto alla gran tavola delle virtù e de' vizj, il di cui conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non gli spalleggiò con una sanzione tanto formidabile quanto quelli della divinità, e non fece dipendere dalla loro esecuzione l'eterna salute; ma diede loro una forza che mai non ottennero le leggi della morale. L'omicida, ancora tutto lordo dei sangue pocoanzi versato, mangia di magro divotamente anche nell'atto che sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca presso al suo letto un'immagine della Vergine, innanzi alla quale recita divotamente il suo rosario; il sacerdote, convinto di avere giurato il falso, non caderà giammai nell'inavvertenza di bere un bicchiere d'acqua prima di dire la messa: perciocchè quanto più un uomo vizioso fu severo osservatore de' precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore dispensato dall'osservanza di quella celeste morale, cui sarebbe d'uopo sagrificare le sue depravate inclinazioni.

Pure la vera morale non lasciò mai di essere l'argomento de' sermoni della Chiesa; ma l'interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia tutto quello che toccò. L'amore del prossimo è il fondamento delle virtù sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti il pronunciare quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio, e soffocò la voce della verità; così, accostumando a far sì che i vocaboli non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la segreta diffidenza diogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista insegnò a dare al povero pel vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo simile; rendette comune l'elemosine indistinte che incoraggiarono il vizio e l'infingardaggine; ed all'ultimo deviò a beneficio del monaco mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà degl'individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di virginità e di castità, ed a lato a queste monacali virtù potevano radicarsi nel cuore la gola e l'impudicizia. La modestia è la più amabile qualità dell'uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un certo qual giusto orgoglio, che lo sostiene contro le proprie debolezze, e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l'umiltà, la quale si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.

Tale è l'inesplicabile confusione entro la quale i dottori dommatici gettarono la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così, assistiti dall'autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero ogn'indaginefilosofica tendente a stabilire le regole della probità sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo all'umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani de' confessori e de' direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell'uomo, quella di studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro additata, e l'orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta s'abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova delle avversità, così propria ad innalzare l'uomo, lo rende sempre più schiavo; e quegli ancora che fu veracemente e puramente virtuoso, non saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte[374].

Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse perniciosa alla morale l'istruzione religiosa[375]. Non avvi in Europa verun altro popolo più costantemente addetto alle sue pratiche religiose, e che vi sia più universalmente fedele; pure non ve n'ha alcuno che osservi meno i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui mostrasi tanto attaccato. Gl'Italiani imparano non già ad ubbidire alla propria coscienza, ma a deluderla; tutti pongono in salvo le loro passioni, col beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e ben lungi che la probità vi sia guarentita dal più caldo fervore religioso, quanto più un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di divozione, tanto più si deve a ragione diffidare di lui.

Tra le forze morali che agiscono sopra la società l'educazione è la secondain potenza. Coloro ch'essa ha posti in su la via della virtù possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che furono dall'educazione depravati, possono tuttavia essere ricondotti sul sentiere della virtù e del dovere. Ma la religione stende la sua influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova appoggio nell'immaginazione della gioventù, nell'esaltata tenerezza di un sesso più debole, e ne' terrori dell'età avanzata: segue l'uomo fino ne' suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand'egli si è sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca influenza dell'educazione sulla religione, e della religione sull'educazione, che appena possono separarsi queste due informatrici cagioni de' caratteri nazionali.

Infatti l'educazione mutossi in Italia, quando si mutò la religione. Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a coloro che non avevano dato retta che all'ambizione, l'educazione fu affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de' Gesuiti, e de' Scolopj, s'impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt'ad un tratto e dovunque assolutamente cessare quell'ammaestramento indipendente dato a migliaja di scolarida' celebri filologi, i Guarini, gli Aurispa, i Filelfi, i Pomponio Leto ec. Questa così numerosa classe di precettori, che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel quindicesimo secolo e nel principio del sedicesimo, non aveva forse seguita una filosofia affatto scevra da errori, nè aveva avuti troppo liberali opinioni; ma ciascheduno di loro era indipendente; ognuno era spalleggiato dalla propria riputazione; la di lui scuola rivalizzava con tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli, di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la forza del suo spirito, e tutte risvegliava le facoltà de' suoi scolari, appellandosi sempre della sua parziale dottrina all'esame ed al giudizio del pensiere, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi, vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine, tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto assoggettavano all'autorità spirituale, innome della quale parlavano, denunciando il richiamo all'umana ragione come una ribellione contro le loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.

Nelle scuole di cotali nuovi istitutori cessò bentosto ogni sforzo dello spirito. Permisero bensì a' loro discepoli di giugnere a quelle cognizioni di già acquistate, ch'essi non giudicarono pericolose; ma loro vietarono l'esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata alla regnante teologia; e rispetto a tutti gli altri sistemi, tutt'al più si presero da loro gli argomenti co' quali si potevano confutare. Ogni morale venne assoggettata alle decisioni della Chiesa e de' casisti, e più non si permise di ricercare nel cuore que' principj che dall'autorità erano di già stati giudicati. Ogni politica si modellò sull'interesse del governo dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che, invece di essere la più indipendente di tutte, diventò la più servile.

Pure lo studio dell'antichità non fu sbandito dai collegj; ma come poteva mai avere un reale allettamento per la gioventù? Come mai giovare all'istruzione del cuore e della mente, dopo essere statospogliato d'ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all'antica eloquenza, allorchè l'amore di libertà veniva considerato come spirito di ribellione, e l'amore di patria si condannava come un culto quasi idolatro? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la religione degli antichi trovavasi costantemente opposta a quella de' moderni, siccome le tenebre alla luce, o quando le sensazioni di un cuore appassionato si spiegavano dai monaci ai fanciulli? Quale interesse risvegliare poteva lo studio delle leggi, delle costumanze, delle abitudini dell'antichità, quando non si confrontavano colle astratte nozioni di una veramente libera legislazione, di una pura morale, di abitudini che nascono dal perfezionamento dell'ordine sociale?

Quindi lo studio dell'antichità, siccome ogni altra scienza monastica, diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui più non ebbero veruna parte nè la ragione, nè il sentimento. S'insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicchè sapessero fareversi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire quegli uomini medesimi che credono d'avere avuta una classica educazione; ma l'indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni sistema d'educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la poetica, che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi una nuova ortodossia; onde la stessa teorica della bella letteratura non produsse in Italia verun'opera singolare[376]. Possiamo domandarci quale nuovo pensiere abbia acquistato un giovane dopo un cotal corso di studj, come siansi sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di sentirle.

Sotto un tale metodo d'ammaestramento alcuni uomini, felicemente organizzati,svilupparono la loro memoria; e se avevano inoltre ricevuto dalla Natura una feconda immaginazione ed il delicato senso dell'armonia, poterono emergere poeti nel nativo idioma, senza che i loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte infinitamente maggiore di loro giacque in un'assoluta inerzia di spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplicio per un uomo de' paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall'abitudine trasformato in bisogno, e quasi in piacere[377]. Si occupò tutta l'età della fanciullezza in modo di non lasciare luogo all'esercizio della facoltà di ragionare. I monaciche dirigono le occupazioni de' giovinetti, tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l'attenzione dagli studj, tutta l'intenzione da' loro piaceri, tutta l'espansione dalle loro relazioni.

Gli esercizj di pietà occupano una non piccola parte delle ore dello scolaro; ma basta che col suono della sua voce si faccia macchinalmente conoscere presente. Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la sua attenzione; lo stesso formolario, le mille volte ripetuto, più non parla nè alla sua mente, nè al suo cuore. Mentre un breve esercizio di divozione avrebbe avvisata la sua coscienza, i rosarj, ripetuti per fino tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di distrazione, se non lo è d'ipocrisia[378].

Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia, della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliatadalle altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per ubbidienza si carica d'un peso di cui non conosce l'uso, e che non ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incumbenza: colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambidue risguardano con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate nella loro memoria. Nell'istante in cui la sua educazione è terminata, ognuno discaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiere.

Vero è che nelle scuole e nei seminarj d'Italia viene accordato qualche tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l'ubbidienza e la disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell'ora medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi camminano adue a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla coda. Nè mai accelerano il passo, nè mai lo rallentano; mai non raccolgono un fiore; mai non osservano l'industria di un insetto; mai non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza. L'autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare dell'uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla v'ha che al pedagogo non dia cagione di timore o pei costumi del suo allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a' suoi occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a ristringere la sua autorità, ed egli l'attacca come una ribellione; premia i delatori, e tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.

Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto imparare nelle sue scuole, fuorchè a diffidare delsuo simile, ad adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non se il disgusto di quanto imparò, e l'incapacità di abbandonarsi a nuova applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l'inerzia del pensiere; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette inspirarle l'ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente di sè medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana d'essere stata in circostanze di provare coll'esperienza, che i vizj che le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed in allora bentosto sviluppando essi quell'attività della mente tenuta così lungamente compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano prima mostrati alieni, e gettarono lontano da loro quella doppiezza, quella pieghevolezza, non da altro loro insinuate che dalla disciplina cui erano stati prima assoggettati. La stessa educazione dei militari campi, o quella dell'amministrazionecivile, basta talvolta a far cadere la crosta formata da un'instituzione monastica; e l'Italia vede oggi con orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond'erano stati segnati, conservarono tutto il genio nazionale.

Sono allievi formati dall'educazione monastica che la legislazione italiana riceve all'uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s'innalzarono giammai verso veruna specie d'astrazione; giammai non si fecero a disaminare ciò che dev'essere, ma soltanto ciò che è; mai non rintracciarono l'origine di qualsiasi autorità, essendosi loro rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata sull'autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere. Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai loro preti, trovaronsi disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai loro principi[379]. Non ègià un eroico attaccamento, verso alcune famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d'Italia, come spesso si vide in altre monarchie, ma un'ubbidienza indolente, e che non è fondata che nell'avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo.Ubbidienza a chi comanda, è una massima proverbiale rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i precetti della prudenza.

Quindi il dispotismo non ha bisogno di trasvestirsi; un sovrano potere, un illimitato potere viene attribuito al principe; e non avvi verun diritto, sia sacro quanto si voglia, che si creda intangibile dalla sovrana possanza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato dal nome che portano dimotu proprio. Le sentenze civili e criminali possono essere riformate dai suoi rescritti: egli sospende a favore di un individuo le processure de' creditori; accorda ad un altro la restituzionein integrumdei diritti perduti già dal medesimo in forza di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo succedere co' suoi fratelli, o in pregiudizio de' suoi cugini; scioglie a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa disporre, con pregiudizio de' suoi figli, dei beni che loro sono sostituiti. I privilegj delle corporazioni non lo trattengono più di quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello stato[380].

Nello stesso modo che tutto dipende dalla sola volontà del principe, tutto si compie ancora dalla medesima, senza discussione, senza pubblica deliberazione, senza che la nazione venga in verun modo chiamata a parte di ciò che si vuole decidere intorno ai suoi destini. La critica dei varj sistemi economici o politici adottati dal governo, sarebbe un delitto; è pure vietato lo scrivere la storia de' moderni tempi, perchè potrebbe tentare i sudditi a giudicare di ciò chedevono risguardare come al di sopra del corto loro discernimento. Per ultimo le gazzette, che il generale uso d'Europa costringe a tollerare, mai non contengono, sotto la data d'Italia, che slanci del pubblico tripudio pel passaggio di un principe, pel suo matrimonio, o pei natali de' suoi figliuoli.

La giurisprudenza criminale è quella parte della legislazione che ha più immediato contatto colla libertà de' cittadini; ed è perciò quella che può più d'ogni altra alterarne il carattere. Ne' paesi in cui la processura è tuttavia pubblica, ogni causa criminale è una grande scuola di morale per gli uditori. L'uomo volgare, che spesso ha bisogno di essere sostenuto contro le gagliarde tentazioni che lo circondano, impara all'udienza, che anche il delitto commesso nel segreto della notte, senza testimonj e con tutte le precauzioni che può suggerire la prudenza della malvagità, viene non per tanto al chiaro, condottovi da una serie d'imprevedute circostanze; che la confusa coscienza del colpevole è la prima a tradirlo, e ch'egli non ha ottenuto alcun vantaggio da que' delitti che credeva dovere tutti appagare i suoi desiderj. Conosce che l'autorità che tiene aperti gli occhi sopra di lui è beneficaed illuminata, e che non castiga il delitto che dopo averlo conosciuto. Accompagna con tutto il suo cuore la discussione, e mentre egli lotta a favore dell'innocenza, senza rincrescimento abbandona il colpevole a tutto il rigore delle leggi.

Ma quando la processura si eseguisce segretamente, che non è accompagnata da veruna discussione, da verun dibattimento che chiami il pubblico a parte del giudizio, allora la sentenza capitale non offre verun compenso alla società per la perdita de' suoi membri. Tra coloro che assistono al supplicio, altri, compresi da terrore, accusano il giudice d'ingiustizia e di crudeltà, e prendono soltanto interesse per gli sventurati, dei quali non conoscono che i patimenti; altri si ostinano ne' malvagi loro sentimenti, persuadonsi che il condannato non soggiacque che per propria imprudenza, e che, trovandosi essi nel caso suo, sarebbero più fortunati, perchè più accorti. Tutti infine vanno d'accordo a non trovare nella giustizia criminale che un potere persecutore, un potere odioso; si uniscono per sottrarre egualmente tutti i prevenuti alla di lei azione, e caricano di una specie d'infamia tutti coloro chein qualsiasi modo contribuiscono al compimento della processura.

Questa lega contro la giustizia criminale si è realmente formata in tutta l'Italia a cagione del profondo segreto onde si cuopre la processura; e tanto è radicata la prevenzione contro i suoi ministri, che la stessa legge fu forzata ad adottarla. Gli arcieri dei tribunali, i caporali ed i birri, sono dichiarati infami; ed è facile il comprendere che gli uomini che acconsentono ad abbracciare un mestiere infamato dal pubblico disprezzo e dal disprezzo della stessa legge, si dispongono a meritare l'infamia della loro condizione. Pure fra costoro si sceglie il bargello, che chiamasi egli stesso loro capo, e nello stesso tempo eseguisce le incumbenze di pubblico accusatore innanzi ai tribunali, e di primo magistrato di polizia. L'infamia del suo primo mestiere lo siegue in questa più ragguardevole carica. L'uomo probo si vergogna di avere relazione di qualsiasi sorta col bargello, d'avere da lui ricevuto qualche servigio: a fronte di ciò qualunque cittadino sente continuamente che la sua riputazione, la sua libertà, la sua vita, dipendono dalle segrete informazioni di quest'ufficiale. Non avvi persona che possa dirsi sicura dinon essere arrestata nel cuore della notte nella sua propria casa, legato, tradotto in lontano paese, in forza della sola autorità di quest'uomo, che dà conto del suo operato al solo ministro di polizia, o al presidente delbuon governo[381]. L'Italia è probabilmente il solo paese del mondo, in cui l'infamia legale, invece di essere incompatibile col potere, sia una condizione richiesta per esercitare una certa autorità.

Sarebbe così turpe cosa e vergognosa l'esporsi ad essere paragonato ad un bargello, ad un birro, che un Italiano di qualunque condizione, quando non abbia perduto ogni buon nome, non concorrerà giammai a tradurre un delinquente nelle mani della giustizia. Un impudente furto, uno spaventoso omicidio, potrebbero eseguirsi in mezzo alla pubblica piazza, che la folla, anzi che moversi ad arrestare il colpevole, si aprirebbe per lasciargli adito alla fuga, e si richiuderebbe per trattenere i birri che lo inseguissero. Il testimonio interrogato intorno ad un delitto commesso sotto isuoi occhi si reputa offeso, perchè si tenti di farlo parlare come un delatore. Così viva è la compassione che eccita il prevenuto, così universale la diffidenza della giustizia del giudice, che ben di rado i tribunali ardiscono sprezzare questa generale opinione e pronunciare una sentenza capitale. Ma ciò non torna a vantaggio dei prevenuti; questi languiscono talvolta nelle prigioni molti anni, o sono rilegati in paesi di cattivo aere, dove la natura fa lentamente e dolorosamente ciò che il giudice non ebbe il coraggio di fare; ma l'esempio della pena che segue il delitto, è perduto affatto pel pubblico.

In quasi tutta l'Italia il giudizio delle cause civili e criminali trovasi abbandonato ad un solo giudice. Forse saranno andati errati negli altri paesi, credendo di moltiplicare i lumi col moltiplicare i giudici; ed egli è il vero che quanto più ristretto è il numero de' giudici, tanto più ognuno di loro sente crescere la propria responsabilità, e si fa debito di attentamente studiare quella causa nella quale il solo suo suffragio può avere tanta influenza; ma si snatura un tribunale ristringendolo ad un solo uomo: più non gli si lascia il mezzo di separare i suoi privati affetti, le sue passioni, i suoi pregiudizj, dalleopinioni che va formando come uomo pubblico; si espongono le parti ad essere danneggiate dal suo cattivo umore e dalla sua impazienza, e gli si toglie il freno salutare che gl'impone la necessità d'esporre i suoi motivi ai proprj colleghi per guadagnarli alla propria opinione. Il cuore dell'uomo viene frequentemente agitato da movimenti contrarj alla giustizia o alla morale, i quali contribuiscono alle sue determinazioni senza ch'egli se ne accorga. Anche colui che li sente ne conoscerebbe tutta la turpitudine, ed arrossirebbe di assoggettarsi alla loro influenza, se fosse costretto a manifestarli. Come mai un giudice si ridurrebbe a dire ad alta voce: «Quest'uomo ha una fisonomia che mi spiace; questi è colui che mi rispose insolentemente, e che mi negò il saluto; è quegli di cui io aveva preveduta la cattiva riuscita; quegli di cui io aveva uditi elogj tanto ridicoli ed inquietanti, e mi è ben caro che sia caduto in errore?» Eppure questa gioja di vederlo colpevole è pur troppo reale, e dispone a trovare tutte le prove bastanti per condannarlo.

Ad ogni modo il prevenuto deve ancora riputarsi felice, quando il solo giudiceinnanzi al quale deve presentarsi, siede regolarmente sul suo tribunale; ma qualunque volta l'accusatore gode buona opinione presso il presidente delbuon governo, o che questi non vuole affatto perdere il colpevole, o che l'accusa verte sopra falli non contemplati da veruna legge, o che trattasi di punire opinioni o sentimenti sepolti nel segreto del cuore, oppure che il ministero vuole spalleggiare la domestica autorità d'uno sposo sopra la consorte o di un padre sopra i figli, il ministro della polizia dà al vicario o al bargello l'ordine di formare il processoper via economica. In questi processi, chiamatieconomiciocamerali, l'accusato non viene ammesso a difendersi, non gli si partecipano nè l'imputazione, nè le prove addotte contro di lui, e tutt'al più ha occasione d'indovinare il titolo dell'accusa dal suo interrogatorio, se pure si dà il caso che venga interrogato. La stessa sentenza contro di lui pronunciata, non dal giudice istruttore, ma da quello della capitale, non è motivata: d'ordinario questa non eccede la prigione in propria casa, o in un convento, la rilegazione o l'esilio; per altro non pochi sciagurati vennero da una sentenzacameralechiusi nel fondo di una torre,o rilegati in paese malsano, per combattere colla febbre pestilenziale delle Maremme; e ne' tempi di politiche turbolenze, si videro ordinati informa economicamolti infamanti supplicj.

E per tal modo il salutare effetto che la giustizia doveva operare sulla moralità del popolo fu interamente perduto in tutta l'Italia, e produsse anzi sulla maggior parte un effetto affatto contrario. Ogni suddito trema innanzi ad una autorità non risponsabile delle sue azioni, che non va soggetta a veruna legge, che, almeno per conto di alcuni suoi ministri, non lo è neppure a quelle dell'onore; ognuno si crede sempre circondato da delatori e da segrete spie, e non potendo mai trovare sicurezza nel testimonio della propria coscienza, si vede forzato a diventare abitualmente dissimulatore, cortigiano e vile. Il castigo non gli sembra giammai una necessaria conseguenza del delitto; i supplicj, non altrimenti che le malattie, diventano ai suoi occhi colpi di un fatalismo che opprime l'umana natura; onde il timore di subirli mai non lo distorna dal cammino del delitto; ed un assassinio non lo priverà nè del pubblico favore, nè degli asili per così lungaetà offerti dalle chiese[382], nè di quelli che offrono anche a' dì nostri i vicini numerosi confini dei piccoli stati, ne' quali è divisa l'Italia. Infatti, ad eccezione della Spagna, verun altro paese non fu giammai macchiato da maggior numero di assassinj quasi sempre impuniti.

A tutte queste cagioni d'immoralità, d'uopo è aggiugnervi le abitudini di ferocia, date fino quasi ai presenti giorni dallo spettacolo della tortura. Questo supplicio dei prevenuti, assai più crudele che quello de' colpevoli, era sempre destinato all'esempio, sebbene verun esempio sia forse più funesto che quello dei tormenti di un uomo, contro il quale non si ha alcuna prova, e che deve sempre presumersi innocente. Il governo pontificio prendeva le convenienti misure a fine che, durante il carnevale, si desse ogni mattina un colpo di corda ad un certo numero di prevenuti, riservando tutte le pene capitali per lo spettacolo della settimana grassa, che chiude questi allegri giorni. Questo terribile cumulodi supplicj veniva appoggiato al desiderio di premunire il popolo contro il pericolo delle passioni nel principio di cadauno di que' giorni consacrati al tripudio; ed il popolo, sempre avido di commozioni, non vi cercava che dei dolori fisici, che in appresso andava a cercare nuovamente nei combattimenti dei tori sul molo del sepolcro d'Augusto. Allora Roma moderna non poteva invidiare le pugne de' gladiatori di Roma idolatra: che se l'arena non era bagnata da tanto sangue, più crudeli invece e più lunghi erano i patimenti che formavano lo spettacolo.

La morale influenza della civile legislazione non ha la forza della criminale sopra coloro che sono colpiti dall'ultima; ma la prima è più universale, siccome quella che tocca tutti gl'individui. Tra i sudditi tutte le proprietà si distribuiscono secondo le disposizioni delle leggi civili, e questa distribuzione fu mutata nella circostanza della soppressione della libertà. I principi, creandosi una nuova nobiltà, vollero rendere indipendente da ogni vicenda il patrimonio di quelle famiglie; a tale oggetto incoraggiarono i padri a fondare per testamento perpetue sostituzioni, primogeniture, commende, dando loro in tal maniera, anche dopola morte, un diritto sulle loro proprietà, spogliandone le susseguenti generazioni, e riducendole a non godere che il fedecommesso di un diritto limitato dall'autorità de' loro antenati, e dall'aspettativa de' loro discendenti. Le più fatali conseguenze non tardarono ad emergere da quest'innovazione nella legislazione, che diseredava i vivi a favore degli estinti e de' figliuoli che non erano ancora nati; furono queste tanto evidenti, che nel diciottesimo secolo i più saggi principi cercarono di abolire i fedecommessi favoreggiati dai loro predecessori. I detentori de' terreni, più non considerandosi che come usufruttuarj, parevano farsi un dovere di danneggiare un fondo di cui non potevano disporre a voglia loro: la loro fortuna più non essendo proporzionata all'estensione de' loro beni, uno stato d'angustia e di miseria, piuttosto che uno stato di opulenza, diventò ereditario colle grandi proprietà; i creditori, ingannati dalle grosse rendite di cui godeva un grande proprietario, trovavansi spogliati, quando esso proprietario moriva, del danaro sovvenutogli. Tale ingiustizia incoraggiava i sovventori all'usura, i sovvenuti alla mala fede, e complicòed accrebbe all'infinito le procedure tra gli uni e gli altri.

Frattanto l'intera nazione si era abituata ad avere prima d'ogni altra cosa riguardo alla conservazione delle famiglie, e più non v'ebbe alcun padre che nel suo testamento non sagrificasse tutte le sue figlie ai maschi, tutti i minori al primogenito, e la propria vedova alla sua prole. Tutte le domestiche relazioni si mutarono con questa cattiva distribuzione delle proprietà. Fu distrutto il filiale rispetto verso la madre, quando questa si trovò per la propria sussistenza dipendente dal suo figlio: fu esiliata l'amicizia tra i fratelli, perchè questa vuole l'eguaglianza, e non può mantenersi tra un assoluto padrone e prezzolati adulatori.

Non solo i figli minori ebbero una parte minore d'assai di quella dei primogeniti, ma il padre di famiglia si fece un particolar dovere d'impedire ogni divisione della sua proprietà; assicurando soltanto a' suoi più giovani figli la mensa in casa, o come chiamasi dagl'Italianiil piatto, ed in conseguenza condannandoli all'ozio ed alla viltà. Non può attivarsi verun ramo d'industria senza un piccolo capitale; convien fare una qualche spesaper apprendere qualsivoglia professione; non si possono professare le lettere senz'avere impiegato un capitale in una sempre dispendiosa educazione: non si può essere agricoltore senza terreni, mercante senza fondi, fabbricatore senza avere gli strumenti necessarj e le materie prime. La maggior parte de' cadetti, esclusi in Italia a motivo della povertà loro da tutti gl'impieghi, sono forzati a vivere sempre dipendenti e sempre oziosi. E siccome le famiglie vi sono numerose, appunto perchè il padre non è chiamato a provvedere alla sorte de' suoi figli; che un solo fra sei fratelli prende moglie, e lascia tanti figliuoli quanti ebbe fratelli; i quattro quinti della nazione sono dannati a non avere veruna proprietà, verun interesse nella vita, veruna speranza, e a non contribuire con verun lavoro alla prosperità dei loro compatriotti. Una così numerosa classe di oziosi deve necessariamente moltiplicare i vizj.

Le nazionali abitudini di giustizia furono ancora pervertite dalla costante pratica del ricorso alla grazia nelle cause civili. Sagrificando la legge una giustizia reale ad un'apparenza di diritto, aveva di già renduto difficilissimo l'acquisto della prescrizione; questa in molte cause nonpuò allegarsi che dopo un periodo centenario; e quand'ancora si è acquistato questo diritto, è spesso in Italia annullata dal principe con lettere di grazia. È pure necessario in Italia un numero di sentenze maggiore, che in ogni altro paese, per dare ad una decisione la forza dicosa giudicata. Ma, anche dopo l'acquisto di questa definitiva presunzione, il principe accorda nuove lettere di grazia, perchè sia assoggettata a nuovo giudizio quella cosa che più non dovrebbe essere argomento di lite.

Per tutte queste cagioni la totalità de' diritti si andò rendendo incerta; interminabili processure passarono ereditarie nelle famiglie di generazione in generazione. A misura che trascorre il tempo tra l'occasione di una processura e la sua decisione, le prove si rendono sempre più difficili, le presunzioni si vanno maggiormente equilibrando, ed ognuno, sostenendo il proprio interesse, si crede meno esposto alla taccia di mala fede. Dall'altro canto la lunghezza delle processure le moltiplica maravigliosamente. In una città ove nascano dieci liti all'anno, se ognuna venisse terminata entro sei mesi, come a Ginevra, non ve ne sarebbero giammai più di cinque pendenti; ma se, una compensando l'altra,non sono ultimate che in dieci anni, come accade nella parte meglio governata d'Italia, ve ne saranno cento tutte agitate nello stesso tempo: se appena sono terminate in trent'anni, come nella maggior parte delle italiane province, ve ne saranno trecento, e forse in maggior numero che non sono gli abitanti che contiene la città. Infatti, in Italia, sono poche le famiglie che non abbiano una o più liti; ed il carattere di raggiratore o di uomo litigioso si è renduto troppo generale perchè venga imputato a difetto.

Perciò può dirsi che nella moderna Italia la religione, invece di spalleggiare la morale, ne corruppe i principj; che l'educazione, lungi dallo sviluppare la facoltà della mente, le ha rendute più ottuse; che la legislazione, in cambio di attaccare i cittadini alla patria e di riunirli fra loro con fraterni nodi, li rese timidi e diffidenti, dando loro l'egoismo per prudenza, la viltà per difesa. Rimane inoltre una quarta causa, la quale stende la sua influenza su tutte le umane società, e che con una forza minore delle tre precedenti, talvolta tiene in bilico, talvolta seconda la loro azione, e fa, sebbene imperfettamente, riparo al male prodotto dalle viziose istituzioni: gli èquesto il punto d'onore, la di cui potenza, superiore alla volontà d'ogni individuo, ne altera le primitive istituzioni, ne appoggia o ne contrasta la morale, e gli segna una condotta uniforme, invece di abbandonarlo all'istantaneo impero delle sue passioni.

La legislazione del punto d'onore racchiude in sè medesima un non so che di liberale; non è altrimenti stabilita da una superiore autorità, ma dal concorso d'opinioni e di volontà indipendenti: onde allorchè gagliardamente si mantiene in un governo monarchico, lo modifica, e non gli permette di declinare in un perfetto despotismo. Dall'altro canto questa legislazione non è mai fondata sopra i veri principj della morale, ed il numero delle naturali inclinazioni che vengono da lei corrotte, vince il numero di quelle che conserva o che rende più forti.

L'impero del punto d'onore rendesi appena sensibile nelle repubbliche, perciocchè la pubblica opinione vi esercita una tale potenza che va sempre modificando i più accreditati pregiudizj, e vi giudica le persone non dietro astratte ed inflessibili regole, ma dietro il complesso delle loro azioni. In una repubblica non si distingue l'uomo virtuoso dall'uomo d'onore;nè questi due caratteri erano pure distinti negli stati dell'antichità. Le prime nozioni del punto d'onore furono portate negli stati meridionali dalle conquiste de' popoli teutonici, ma si mescolarono cogli altri elementi della pubblica opinione, e non formarono un eminente carattere nella storia delle repubbliche italiane. L'introduzione in Europa di alcune opinioni particolari degli Arabi, diede agli Spagnuoli, che furono i primi che da loro le ricevettero, un punto d'onore di diversa natura; il quale punto d'onore venne inseguito adottato in tutti i paesi sui quali la monarchia spagnuola venne stendendo la sua influenza.

La legislazione dell'onore arabo e castigliano fu dunque importata in Italia, nel sedicesimo secolo, da quelle medesime armi spagnuole, che distrussero quelle repubbliche intorno alle quali ci siamo così lungamente intrattenuti. Ella vi si mantenne in pieno vigore, finchè Carlo V ed i tre Filippi, di lui successori, conservarono un assoluto dominio sopra le più belle province d'Italia; s'indebolì negli ultimi anni del diciassettesimo secolo, e cessò affatto nel diciottesimo: può dirsi che riuscì egualmente contraria ai progressi dei lumi e della ragione colla sua durata e colla sua caduta.

Il punto d'onore che gli Spagnuoli avevano ricevuto dagli Arabi, sembra riferirsi a tre primarj fondamenti. Il primo consiste in una esagerata delicatezza rispetto alla castità delle donne: allorchè questa virtù rendesi leggermente in taluna di loro sospetta, non soccumbe essa sola al disonore, ma la stessa infamia copre egualmente il padre, il fratello, il marito. Il secondo è una delicatezza non meno esagerata rispetto al valore degli uomini, che, posto egualmente in luogo di tutte le altre virtù, viene a compromettere tutta la famiglia in un solo individuo. Il terzo è una specie di religione di vendetta, che non ammette verun'altra riparazione per l'offeso che la morte dell'offensore.

L'introduzione di queste opinioni in Italia variò la condizione delle donne, le quali perdettero l'onesta libertà di cui avevano goduto ne' tempi delle repubbliche; ed i padri loro ed i mariti, invece di confidare nella loro virtù e prudenza, più non credettero di trovare sicurezza che tra inaccessibili mura; essi più non dovevano temere per conto della loro sola debolezza; ma un accidente che le esponesse agli occhi della gente, una parola mal ponderata, un'imprudenteconghiettura, bastavano a compromettere l'onore della casa, e con ciò la vita e le sostanze di tutti gl'individui che la componevano. Più non teneva aperti gli occhi sopra di loro la gelosia dell'affetto, ma la gelosia assai più sospettosa della vecchiaja, che le guardava in quel modo che l'avaro tien cura del suo tesoro. Quanto più si andavano accrescendo l'esteriori precauzioni, che si moltiplicavano le vecchie custodi che mai non le perdevano di vista, le inferrate che chiudevano le loro case, i veli che le nascondevano a tutti gli sguardi, tanto più veniva trascurata l'educazione morale, che avrebbe loro dati migliori e più virtuosi mezzi di difesa. La sospettosa vigilanza de' loro custodi aveva liberate le loro coscienze da ogni responsabilità. Quanto più grandi erano gli sforzi che si andavano facendo per rendere loro impossibile ogni estranea relazione, tanto più esse volgevano tutti i loro pensieri, tutta l'accortezza del loro spirito verso la galanteria; e per tutto il tempo che furono soggette alla più severa vigilanza, la loro condotta non fu forse più pura che quando diventò di moda lo stesso sregolamento.

Frattanto allorchè, in sul declinare del XVII secolo, si andò rilasciando il punto d'onore spagnuolo, non si sostituì alla virtù femminile verun'altra salvaguardia; non venendo le donne meglio ammaestrate ne' loro doveri, esse non trovarono un più solido appoggio ne' loro proprj sentimenti, e lo stesso buon gusto della società loro non prescrisse veruna legge intorno alla decenza de' loro discorsi e del loro contegno. Le giovanette, educate nei conventi, vi ricevevano tali ammaestramenti, che per la severità loro non erano praticabili. Loro si rappresentavano le sale della danza e dello spettacolo, come luoghi ne' quali il demonio esercita le più formidabili seduzioni; la curiosità di osservare un uomo dal balcone veniva loro rappresentata poco meno criminosa che l'attentato di aprirgli lo stesso balcone per riceverlo di notte nel proprio appartamento. Il desiderio di piacere e gli eccessi dell'amore furono loro posti innanzi sullo stesso livello. Lo sposo che riceve una fanciulla quand'esce di convento, è forzato a disfare l'opera della sua educazione; d'insegnarle che tutte quelle cose che le furono dette doversi fuggire non sono peccati; che tutto ciò che resta vietato alle religiose nonlo è alle secolari. Allora crollano tutti i principj di lei; la seduzione del mondo comincia; le corrotte maniere della società le inspirano nuove idee; l'esempio la seduce; lo sposo cui venne accompagnata non fu da lei scelto, ed il più delle volte non veduto prima di sposarlo. Se in appresso la pace domestica, la fedeltà conjugale, la dolce confidenza, sono sbandite dalle famiglie, non debbonsi condannare, ma compassionare le donne italiane; bisogna cercare più in alto la sorgente del disordine, e convenire che l'educazione, le leggi, i costumi, e non la natura le hanno fatte quello che sono.

Abbiamo osservato che nella più fiorente epoca delle repubbliche italiane, il valore, lungi dall'essere apprezzato come meritava a petto alle altre virtù, non otteneva neppure dalla pubblica opinione la debita stima. I soldati altro in allora non erano che mercenarj adoperati nell'eseguire gli ordini di altri uomini, che in una più sublime carriera avevano conseguita una più alta riputazione. Il magistrato, che brillava ne' consiglj colla sua eloquenza, colla prudenza, colle risoluzioni, non si curava di pareggiare il valore militare del soldato che prendeva al suo soldo; dava all'opportunità provedi civile coraggio, spesso meno frequente e più difficile; ma protestava senz'arrossire, che non si credeva capace di combattere. La repubblica fiorentina ebbe a soffrire più d'ogni altra per avere fatto così poco conto del valore; conobbe per reiterate disgrazie, che niuna virtù non dev'essere rifiutata da verun governo, e fu spesso tradita dai generali e dai soldati da lei chiamati da altri paesi, perchè essa aveva trascurato di formarne tra i proprj cittadini.

Ma le spaventose guerre del principio del sedicesimo secolo richiamarono gl'Italiani alle armi, e dopo tale epoca professarono questo nuovo mestiere con tanto maggiore impegno, in quanto che si trovarono esclusi da tutti gli altri. In tutto il sedicesimo secolo si assoldarono in folla sotto le bandiere spagnuole, mentre altri reggimenti italiani erano levati per servizio della Francia, e militavano gloriosamente nelle guerre civili di quel regno. In tutta la seconda metà del sedicesimo secolo la fanteria italiana si risguardò come perfettamente uguale alla spagnuola, e l'una e l'altra occupavano il primo luogo tra le truppe delle più guerriere nazioni d'Europa. Ambedue erano state formate dagli stessi ufficiali,e andavano soggette agli stessi pregiudizj. Il punto d'onore militare italiano non fu diverso da quello degli Spagnuoli. Le due nazioni sentirono nello stesso modo le stesse offese, le stesse provocazioni, i medesimi sospetti.

Ma la milizia spagnuola conservò l'intera sua riputazione in tutto il diciassettesimo secolo, malgrado il decadimento della monarchia; la milizia italiana perdette assai più presto tutto il suo credito. I soldati non si arrolavano che di contro genio in eserciti sempre mal pagati, sempre malcondotti, e che malgrado il loro valore andavano esposti a continue sconfitte. Nelle province suddite d'Italia, che i vicerè spagnuoli governavano con diffidenza, tutto invitava la nobiltà al riposo ed alla mollezza, che soli non eccitano gelosi sospetti. Gl'Italiani avevano mostrato che potevano essere valorosi, ma non lo furono lungamente in così svantaggiose circostanze; e quando deposero le armi, la pubblica opinione più non li chiamò a difendere nuovamente la riputazione del loro valore. Allora si vide, e ciò si vede anche presentemente, uomini distintissimi per natali, pel grado che occupano, e per tutte le circostanze che fanno supporre una liberale educazione, confessareapertamente la loro pusillanimità. Parlano senza vergognarsi della paura avuta; confessano che le loro mogli sono più coraggiose di loro; nè il pronunciare queste parole costa qualche cosa al loro amor proprio; nè cotesta confessione non eccita le fischiate, nè procaccia loro l'universale disprezzo. Pure se il coraggio è una virtù naturale all'uomo, la paura è altresì una delle passioni della sua natura. Conviene che sia compressa, domata dalla volontà, dall'educazione, dalla vergogna. Quando gli si dà intera licenza, essa si rende signora dell'animo, lo guasta, ed invilisce tutta intera la nazione. Si sarebbe potuto temere che tale non fosse per essere la condizione della nazione italiana, e forse ogni altra perdendo il suo punto d'onore avrebbe ancora con lui perduta ogni energia, ma un'inaspettata esperienza ha recentemente dimostrato che quegl'Italiani che avevano così compiutamente dimenticato il coraggio, lo ricuperavano più facilmente che ogn'altra nazione, tosto che veniva in loro risvegliato il punto d'onore, e facevasi loro travedere una vera gloria.

La sanzione di questa legislazione del punto d'onore, che gli Spagnuoli portarono in Italia, nel sedicesimo secolo, fu la necessità imposta ad ogni uomod'onore di vendicarsi dell'offesa. Senza alcun dubbio il bisogno della vendetta è fino ad un certo punto un sentimento connaturale all'uomo; è composto da un desiderio di giustizia, e da un movimento di collera; ed in questi limiti si trova egualmente presso tutti i popoli, tanto antichi che moderni. Ma il sistema di vendetta che gli Spagnuoli ricevettero dagli Arabi e dai Mori, e che in appresso comunicarono a tutta l'Europa, è tutt'altra cosa che questo naturale sentimento, ed è basato sopra un'idea di dovere. Il Moro non si vendica perchè la di lui collera sia ancora viva, ma perchè la sola vendetta può allontanare dal suo capo il peso dell'infamia che l'opprime. Si vendica perchè a creder suo non avvi che un'anima vile che possa perdonare gli affronti, e conserva il suo rancore, perchè, se lo sentisse spegnersi, crederebbe di avere col rancore perduta una virtù.

Questo codice di vendetta fu presentato alle nazioni settentrionali in quel tempo in cui i duelli giudiziarj erano stati di fresco soppressi. Prese in certo qual modo il loro luogo, ed il duello lavò le offese dell'onore con una sufficiente apparenza di ragione; perciocchè la più mortale offesa essendo quella diporre in dubbio il coraggio di un uomo, il valore con cui presentavasi a singolare certame, era il mezzo più ovvio di dissipare questa dubbiezza. Così videsi presso i Francesi, gl'Inglesi, i Tedeschi, la primitiva idea della vendetta disgiungersi affatto dall'azione medesima che n'era rappresentata come una conseguenza. Un uomo d'onore si batte non già per vendicarsi, ma per tenersi in possesso di quell'onore ch'era sua proprietà, e che sentivasi in diritto di difendere.

Non fu già in tale maniera, che nel sedicesimo secolo fu presentata dagli Spagnuoli agl'Italiani la processura degli affari d'onore; nè così la concepirono i medesimi Italiani, a motivo delle precedenti loro relazioni coi Mori. Gli uni e gli altri credettero di ravvisare un'anima grande nella costanza di questi risentimenti. Pareva loro che l'offeso avesse mostrata maggiore energia, quanto più lungamente aveva conservato il suo rancore, manifestatolo con un'esplosione meno preveduta, e cagionato più acerbo dolore al suo offensore. Non chiedevasi già a colui che si vendicava una prova di coraggio per ristabilire il suo onore, ma bensì una prova d'un implacabile odio. E perciò agli occhi loro l'assassinio lavaval'onore quanto il duello, il veleno quanto il ferro; e la perfidia sembrava loro essere il maggiore trionfo della vendetta, perchè l'offeso si era mostrato più compiutamente padrone di sè medesimo.

Fino dai secoli di mezzo alcune province d'Italia eransi fatte distinguere per l'atrocità de' loro odj, e delle loro ereditarie vendette. Allegavansi principalmente Pistoja in Toscana, la Romagna, tutto lo stato della Chiesa, e più ancora le isole di Sicilia, di Sardegna e di Corsica, ove la mescolanza co' Mori, ed in appresso cogli Spagnuoli aveva data maggiore consistenza a questa barbara legislazione. Pure non fu che nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo che si rese dominante in tutta l'Italia la terribile dottrina che ingiugneva ad ogni uomo d'onore il dovere, non di difendersi, ma di vendicarsi. E allora solamente si videro moltiplicati que' sicarj che appigionavano i loro pugnali, e ridotta a perfezione la formidabile scienza de' veleni. Allora personaggi sommamente riputati nella diplomazia, nella Chiesa, nelle lettere, osarono darsi vanto pubblicamente d'avere compiuta la loro vendetta; allora finalmente più non risguardandosiil duello come una sufficiente soddisfazione, due nemici non acconsentirono a battersi che dopo avere l'offensore chiesto perdono all'offeso; senza la quale preliminare riparazione, il veleno o il pugnale potevano essi soli lavare l'onore oltraggiato.

Grazie al cielo questa infernale dottrina è presentemente affatto dimenticata. Più non si troverebbe in tutta l'Italia un solo assassino salariato, e se vengono ancora commessi orribili delitti, la pubblica opinione almeno più non gli ordina come un dovere. Forse ancora la sanzione del duello è troppo trascurata, e si mostra meno severità che non conviene verso coloro che, non mostrando verun risentimento per le più gravi offese, danno luogo a supporre non già che abbiano perdonato, ma che non abbiano osato domandare soddisfazione[383].

Frattanto il lungo regno di un pregiudizio così contrario ad ogni morale ed al vero onore ebbe la più funesta influenza sulle nazionali opinioni. L'assassinio,a dir vero, non è più un dovere, ma non è neppure un disonore; è un'idea colla quale ognuno trovasi continuamente famigliarizzato. L'Italiano lo risguarda come una funesta conseguenza d'un impetuoso movimento di collera, di gelosia, di vendetta; egli non sente nel suo cuore l'irremovibile certezza che non sarà giammai strascinato a dare un colpo di pugnale, perchè non fu mai avvezzato a risguardare quest'azione con quell'orrore inesprimibile che inspira il pensiere di un gravissimo delitto. Dessa è per lui ciò che il pensiero del duello è per gli uomini scrupolosi delle altre nazioni. Dessa è un gran peccato che la sua coscienza gli vieta di commettere; ma egli sente che per simili falli ogni uomo è peccatore; e quando vede de' sicarj esiliati dal loro paese, o condannati per commessi assassinj a' pubblici lavori, non prova a riguardo loro che la profonda compassione che suole eccitare una grande sventura, non il terrore che deve cagionare un grave delitto.

Nello stato di società in cui trovasi l'Italiano ridotto, tale sentimento diventa giusto, e con analogo sentimento dobbiamo noi pure giudicarlo. Senza dubbio nell'Italiano del XVIII secolo non ritrovasinè il rappresentante de' Manlj e dei Gracchi, nè quello de' Doria e degli Albrizzi. L'antica virtù non può nascere, nè germogliare in una patria serva, lo spirito non si può sviluppare quando viene allentato da mille ostacoli, ed il sentimento non può innalzarsi all'eroismo, quand'è soffocato nel suo primo nascere. Ma dovremo incolpare lo stesso italiano dello stato deplorabile in cui è caduto? Quando vediamo concorrere tante e così potenti cagioni ad abbassarlo non deploreremo piuttosto in lui l'avvilimento dell'umana dignità, e non sentiremo che la sventura che lo colpì è la sventura che minaccia noi medesimi, che minaccia ogni società, ogni nazione che si lascerà caricare dalle stesse catene?

Ammireremo invece tuttociò che ancora rimane a questa nazione, che pareva fatta per superare tutte le altre: quello spirito così aperto e pronto cui non riesce difficile veruno studio, quando venga intrapreso per uno scopo che lo possa infiammare; quella flessibilità a tutte le nuove forme, che rende l'Italiano proprio alla politica, alla guerra, a tuttociò che intraprende di più inusitato, per mezzo della più rapida educazione; quell'immaginazione creatrice, che gli conserva, dopol'impero del mondo che ha miseramente perduto, quello, forse più ricco, delle belle arti; quella sociabilità, quelle dolci maniere, che in altri paesi non sono conosciute che dalle persone di alta condizione, e che in Italia sono proprie di tutte le classi; quella sobrietà che allontana il basso popolo dalle orgie e dalle dissolutezze di Bacco in mezzo alle sue feste ed a' suoi piaceri; quella superiorità dell'uomo della natura, che si mostra tanto più degno di stima quanto fu meno cambiato dall'educazione, di modo che il contadino italiano è tanto superiore al cittadino, quanto lo è questi al gentiluomo; finalmente quel maraviglioso potere della coscienza, che trionfa delle più cattive instituzioni, della più fallace educazione, della più bassa superstizione, del più depravato ordine politico, e che, sostenendo l'uomo tra le più violenti tentazioni e le più deboli barriere, diminuisce la frequenza de' delitti assai più che non sarebbesi potuto anticipatamente calcolarlo. Senza dubbio questi Italiani, cui abbiamo consacrato un così lungo studio, sono oggi un popolo sventurato ed avvilito; ma che si ripongano in circostanze ordinarie, che loro si consenta di percorrere le vicende di tutte le altrenazioni, ed in allora si vedrà che non hanno perduto il seme delle grandi cose, e che sono ancora degni di misurarsi in quello stadio che hanno due volte percorso con tanta gloria.

Fine del Volume XVI, ed ultimo.


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