RICAPITOLAZIONE.PERIODO DELLA CONQUISTA.

RICAPITOLAZIONE.PERIODO DELLA CONQUISTA.

768 — 814.

L'opera militare di Carlomagno, chi la segua dall'origine sua, abbraccia il più lungo periodo di guerre che mai la storia offerisca negli annali suoi più lontani; però che la durata sua, a principiar dalla spedizione d'Aquitania fino ai rintuzzamenti delle popolazioni slave, e alla guerra contra gli Unni e i Boemi, è di quarantasei anni. Le spedizioni d'Alessandro il Macedone, rapide al par d'impetuosa fiumana, finiscono con questa verde e superba vita che si abbevera nella tazza d'Alcide; la vita militare di Cesare, comprendendovi anche l'ordinamento delle Gallie, non si stese più in là di diciott'anni; Annibale e Scipione prima di lui, e tutti quegli altri nomi famosi, fecero guerre più o men lunghe e difficili, ma niuna si produsse così continua da settentrione a mezzogiorno. I Romani soli, presi come corpo di nazione, ebbero, nella successione delle loro conquiste, quella sì costante perseveranza e sì grande tenacità ch'ebbe Carlomagno.

Or questa vita sì faticosa di gloria procedeva ella dall'indole personale di Carlomagno, dalla vigorosa natura sua, o era ella unanecessità della sua politica, una ineluttabile fatalità dell'opera da lui concetta? Quest'opera, sì attiva sempre, non era tanto individuale quanto un legato di famiglia, e una conseguenza necessaria della sua condizione, però che non si vuole sceverar mai la vita da conquistatore di Carlomagno, dalla storia di Carlo Martello e di Pipino. E qual era infatti l'intento che questa nuova stirpe de' prefetti austrasii proponevasi? La corona. Ora un'usurpazione non compiesi altrimenti senza grande travaglio, nè senza gran fatica distruggesi un culto antico, foss'anche una superstizione; e il fatto dell'esaltazione de' Carolingi è, a proprio dire, una specie d'invasione della stirpe austrasia sul territorio della Neustria; i Merovingi, effemminati, son cacciati di trono da uomini vigorosi che vengon dalla sponda del Reno e della Mosa. La stirpe austrasia, d'alta statura, che passò la vita nelle provincie germaniche, viene a corsa condotta da' suoi prefetti, e in breve comanda nelle piagge di Neustria, domando i re imbastarditi, corrotti dal troppo vivere alla romana, nelle loro ville di Compiegne, di Palayeau, di Querzì all'Oisa e nelle badie di San Dionigi, dell'uno e dell'altro San Germano, o di San Martino di Tours; ed insieme coi re imbastarditi, doma pure i Franchi tralignati.

Se non che questa dominazione si compie solo a patto di condur senza posa i popoli alla conquista e alla guerra; quivi comincia l'opera gloriosa di Carlo Martello, il quale si rende famoso per la maravigliosa sua vittoria di Tours o di Poitiers. Egli libera l'Aquitania, ributta gl'Infedeli fino al di là de' Pirenei, e questo è il primo dei grandi benefizi dei prefetti della stirpe austrasia. Carlo Martello, capo del lignaggio carolino, serba pur sempre il tipo natío, imperioso, selvatico, delle sponde del Reno e della Mosa; non pensa che a' suoi guerrieri, e sdegna qualunque mescolanza co' Neustrii. Prodi compagni il seguirono nella guerra sua contro i Saraceni, con esso lui liberarono quelle ricche provincie, or che dar loro? ricompense in terre e benefizi[242]ch'essi faranno appresso coltivar dai coloni. Carlo Martello s'impadronisce quindi senza scrupolo delle terre ecclesiastiche, e le riparte fra' suoi, in che si vede la fera potenza germanica che trionfa, senza mescolanza d'altro in quest'indole silvestre, in questo tipo agreste e barbaro, che si riman, soprattutto, guerriero.

Vien Pipino, e già tempera la natura della podestà sua e del suomandato; vero è ch'ei pur si rimane austrasio e serba la preminenza dell'armi sue sulle popolazioni che abitan le rive della Senna e della Loira, ma pur noi lo vediamo andare a poco a poco accostandosi alle consuetudini, alle idee romane ed alle usanze de' Neustri. Egli non è altrimenti inesorabile in guerra come Carlo Martello, le sue sollecitudini non son già solo per gli armigeri suoi; ma poichè gli sta a cuore di fondar una dinastia, vede ch'ei non sarà riconosciuto re se non per l'autorità del papa e della Chiesa, vede che imprimer non potrà sulla fronte sua il sacro carattere che sublimava innanzi agli occhi di tutti la schiatta de' Merovei, se non porgendo la mano ai vescovi, ai vescovi che imperano nelle sacre basiliche; ei sa tutto questo per mirabile istinto, ed opera mirando a questo fine. In che egli non punto abbandona la sua guerriera missione, chè egli dee, prima di tutto, farsi appoggio della razza d'Austrasia, cui suo padre condusse dai boschi della Turingia. Per essa la conquista comincia; Pipino dee far le sue prove; tutte le guerre che poi compier dee Carlomagno, son principiate da suo padre; al Mezzogiorno reprime gli Aquitani; varca le Alpi due volte per combattere i Longobardi, e gran frutto ivi ottiene da un cambiamento di lignaggio, passando la corona di ferro da Astolfo in Desiderio. A Pipino parimenti è dovuta la prima suggezione della razza sassonica; egli tragitta il Reno e il Vesero, per imporre tributi; egli prepara le ampie vie della conquista carolina, onde alla morte sua un carico smisurato da sostener lascia a Carlomagno, suo degno erede, perchè a questo pur corre obbligo di guidar la razza austrasia alla vittoria ed alla conquista.

I principii di questo regno sono incerti comparativamente alle grandi cose che lo precedono, e non è già che Carlomagno non sia nel rigoglio della vita, però che quando suo padre scende nel sepolcro, egli ha già ventisei anni; la complession sua, quale ce la ridicon leCronache di San Dionigi, è fortissima; poderoso il suo braccio; egli accompagnò suo padre in quasi tutte le guerre; giocava fanciullo col giavellotto e con la chiaverina, e lo portavano sovra un lungo scudo; egli è insomma degno figliuol di prefetto e di re. Ma quel che gli toglie di dar alle prime sue imprese tutto l'ardor suo di conquista e tutta la potenza del genio suo predace, si è la division del trono con Carlomanno; nell'esercizio d'un poter comune e assegnato egli non trovasi ad agio suo, chè gli spiriti, anche mezzanamente sublimi, non si attentano alle grandi imprese, se non quando e' son padroni assoluti del campo e dispor ne possono a grado loro; se non sien arbitri appieno della podestà, non sanno esercitarla e la sdegnano. Così avvenne a Carlomagno, finch'ei regnò di conserva con Carlomanno; quindi quelle sue inquiete concitazionie quelle sue gelosie verso il fratello; Carlomanno si muore, e tu lo vedi allora correr con le sue selve di lancie raccolte nei regi dominii; vedi que' fieri Austrasii non riconoscere i figliuoli di Carlomanno, ed ei cacciarli in un chiostro, farli radere a quel modo che il padre suo rader già fece i Merovingi, e difilandosi diritto al suo fine, insignorirsi delle due corone d'Austrasia e di Neustria, congiunzion questa di forze che gli è indispensabile. Nè il potere è gran cosa per lui, se non quando l'ha tutto intero in sua mano.

Non è per questo ch'ei non cominciasse l'opera sua militare nel tempo che Carlomanno ancor regnava in comune con lui. Gli Aquitani, mirando a separarsi dal dominio franco, s'erano raccolti d'intorno ai duchi loro, nè ciò procedea solo da antipatia di razza, e da quegli astii di nazione verso nazione, o tribù verso tribù che tuttavia ardevano in que' tempi di barbarie, ma in questa rivolta dei meridionali d'Aquitania ci avea pure una ragione politica, chè fedeli, come sempre furono, a' Merovingi, questi aveano ancora fra loro di molti partigiani, ed i duchi d'Aquitania medesimi, stando alle tradizioni, formavano un ramo collaterale del lignaggio de' Merovei. In tale stato di cose Carlomagno non si tien punto dal muover tosto verso le città del Mezzogiorno, preceduto dalla memoria dell'avolo suo Carlo Martello, il vincitore di Poitiers o di Tours, e in men di sei mesi mette quella gente a dovere. Sottomette di più i Pirenei, ordina militarmente le terre della Loira e della Garonna, ben sapendo non poter egli acquistar valida autorità sopra i guerrieri suoi, se non gratificandoli con la vittoria e con donativi di terre. Da ora in poi i popoli d'Aquitania non gli son più d'ostacolo, ma anzi d'aiuto nella nuova guerra ch'egli sta per intraprendere, e noi li vediamo schierati sempre sotto le sue bandiere.

La prima guerra di Lombardia è impetuosa e rapida. Vero è che Pipino fu due volte a Milano ed a Ravenna, ma egli però non disfece la nazion longobarda, e quei re rimaser tuttavia potenti sotto la loro corona di ferro. Or donde avvien mai che a Carlomagno sì facil cosa riesce, e quasi in una sola stagion campale, l'atterrar questa medesima nazione? Forsechè in questa natura d'uomo era qualcosa di più fermo, di più imperativo, di più superbo, che in quella del padre e dell'avolo suo? Dicasi tutto: i tempi erano meglio apparecchiati; ci son pe' popoli certe età di decadimento, da cui preservar non si possono; la monarchia lombarda cadea già in ruina, e Carlomagno altro non fece che affrettar un tracollo che sarebbe avvenuto anche senza di lui[243]. Quand'ei varcò le Alpi, i Longobardipiù non erano quella conquistatrice nazione, di cui Paolo Diacono ci lasciò quella fierissima pittura; non eran più quegli uomini gagliardi, con le negre chiome, che ondeggiando sulle gote, si confondevano con la lunga e folta barba loro; col viver nelle città d'Italia s'erano infiacchiti ed effeminati; portavano vesti di seta con trascico alla maniera de' Greci, a stento sostenevan lo scudo, e il commercio con l'impero bisantino avea tolto ad essi l'antico marziale aspetto loro. Senzachè, eran fra loro divisi da gare e gelosie; l'ubbidienza non era più intera come innanzi; i feudatari supremi s'erano separati dalla corona di ferro; la Puglia, Benevento, il Friuli non riconoscevano tutti per titoli conformi Desiderio in re de' Longobardi; la nazione era perduta, sparpagliata! Il travasamento della signoria da Astolfo in Desiderio, compiuto da Pipino, giovava del pari gl'interessi di Carlomagno, essendone venuto raffreddamento nel servigio feudale e guerre civili di città contro città. Aggiungasi ora a tutto questo un esercito agguerrito, che dall'alto delle Alpi si scaglia in mezzo a questa razza effemminata, con uomini vigorosi, condotti da capitani di sì universal grido, come sono Carlomagno e Bernardo, i quali cominciano la guerra alla gran foggia d'Annibale e dei Romani, e prendono i Longobardi da fianco e da fronte.

Giunti poi che sono in Italia, i Franchi non usano solo i modi della guerra, ma tengon pur certi semi in mano di discordia, cui vanno spargendo con frutto; Carlomagno piantasi innanzi tratto con un piede su Roma, l'altro su Milano, e trova l'antica nazione italica in contrasto sempre co' Longobardi; i rappresentanti della quale sono i papi, ed ei di questi si fa spalla nel suo conflitto contro Desiderio. E' non si pose troppo mente che i pontefici erano a que' dì come il simbolo dell'antico Lazio, della patria romana[244], appresso i quali i Longobardi altro non erano che usurpatori e conquistatori; eglino volean liberarne l'Italia, e Carlomagno fu lo strumento da essi tolto a quest'uopo. Or questa monarchia longobardica si scioglie in una sola campagna, e bastano a ciò due soli assedii, quel di Pavia e l'altro di Verona, e questo perchè essa era effettivamente in ruina al momento in cui i Franchi giungevano al di là dell'Alpi, e sarebbe caduta per altre cagioni, anche senza Carlomagno. Ci sono tempi così predisposti, che gli uomini altro non sono che il braccio di quella misteriosa provvidenza, la quale altro nonè infine se non la grande preconoscenza dei tempi. Ogni nazione ha i suoi periodi di grandezza e di fatalità; un popolo sparisce, e un altro apparisce tutto rigoglioso di forza e di gioventù; il nuovo edificio s'innalza sull'edificio caduto: sì vero è questo, che i mosaici di Ravenna servirono ad ornare la basilica d'Aquisgrana. E poi mirate con che facilità Carlomagno dispone di Desiderio; ei lo converte in un monaco, e insieme con esso disperde nei monasteri i capi longobardi, nè alcuno resiste al voler suo. A suo tempo l'antica capitale di Carlomagno, città morta e silenziosa, cedè pure essa la sua magnificenza e il suo splendore ad altre città oggidì floride e potenti

Le guerre contro i Sassoni paiono anch'esse contrassegnate d'una indole speciale; esse non durano soltanto i trentatrè anni, che comprendono le spedizioni di Carlomagno in Sassonia; ma al pari della guerra di Lombardia, principiata già sotto Pipino, esse pure vengon solo a terminarsi sotto il figlio suo; e qual figlio! sì che tu diresti Carlomagno avere il carico di por l'ultima mano al disegno carlingo. Due volte il re dalla breve statura, varcò le Alpi, e Carlomagno viene a cinger la corona di ferro a Milano; Pipino spiegò le insegne sue militari sul Vesero ad impor tributi ai Sassoni, ed a Carlomagno tocca pur di disperdere questo popolo e farlo, per così dire, disparir dalla Germania. La guerra contro i Sassoni non ha nulla di ordinato, ella si ristringe in sulle prime a subitane irruzioni di quei popoli che vengono a molestar la dominazione dei Franchi sul Reno: quanti sudori, quante fatiche per domarli! Una delle grandi vie per giungere a quei fini di depressione, a cui Carlomagno costantemente mirava, si fu la predicazione cristiana. A Roma i Franchi ebbero il papa per aiutatore a conquistare la Lombardia; sul Reno e sul Veser i vescovi e i santi missionari apparecchian le vie alla franca dominazione. San Bonifacio e Levino furono strumenti di civiltà e di conquista. Quando Carlomagno domar vuol questo o quel popolo, instituisce vescovadi, fonda monasteri, spedisce operosi missionari a convertirli, e mentre appoggia la podestà sua sul pastorale dei vescovi, orna della croce la sua corona, ben sapendo egli come tutto che sarà cristiano diverrà suo, intantochè tutto ciò che tale non sia, rimarrà estraneo al suo impero.

E' si vuol parimenti tener conto della militare attività di Carlomagno, che nulla v'ha di comparabile a quell'alacrità, a quelle guerre sempre continue che portavano i suoi paladini su tutti i punti della Sassonia. Bello è vedere tutta la forza dell'unità così nella guerra come nell'amministrazione di rincontro a quella repubblica divisa, a quelle sparse tribù. I Sassoni così sminuzzati, si romponoa somiglianza dell'ettarchia che divide l'Inghilterra, sono senza vincoli fra loro, i capi loro sono sparpagliati, trattano ad uno ad uno con Carlomagno. Due sono le cagioni che spengono i popoli, o una soverchia sovrabbondanza di forza che li fa lacerarsi in guerre civili (e tale era la condizion sociale dei Sassoni), o il morale infiacchimento di quella prima vigoria che assicura la vittoria, e quest'è il segno a cui giunti erano i Longobardi. La forza di Carlomagno al contrario è costituita dal congiunger ch'egli fa in sua mano l'unità e l'ognor crescente vigoria del potere; senza eguali, come egli è, intorno a sè, altro non ha che seguaci alla guerra. La resistenza di Vittichindo, avversario suo, veste altra forma; quest'ultimo è per avventura grande al pari di lui, ma non regna altrimenti su tutta la nazione dei Sassoni; gli altri capi che a costui stanno intorno, son pari suoi, ei congrega sì le tribù, ma solo per forza morale, ed esse lo acclamano come un grand'uomo di guerra, ma non è nè re, nè imperatore come Carlomagno, e questa è la ragione ond'egli alla fine è domato.

Nondimeno far non possiamo di non affezionarci a questa nazion sassone, e in leggendo la storia, non sappiam perchè, lo sguardo nostro si volge malinconico verso tutti questi popoli che resistono e cadono poi dopo lungo conflitto. Gli annali dei vinti esercitano una misteriosa forza su noi; quell'avvicendamento di grandezza e di sventura ne induce a rifletter su noi medesimi e sui disegni della provvidenza divina; nel curvarsi di tutti dinanzi a un uomo, ne piace spesso contemplar la lunga e vigorosa resistenza di chi cade; strazio che stringe il cuore, come se tu vedessi palpitar le viscere d'una vittima. Questo senso ci mosser le guerre contro i Sassoni: e chi non applaudì alla grande indole di Vittichindo? tu l'ami come Arminio nella guerra dei Romani, e come quei capi dei Galli che resistono di città in città, armata mano, contro Cesare e gli antichi suoi pretoriani. Ogni secolo seco ne porta qualche popolo o qualche monarchia, e niuno ardisca eguagliarsi agli immortali, dice Omero; sentenza vera in parte, applicata così alle nazioni come agli uomini; tutto è soggetto alla legge inesorabile della morte.

Le spedizioni oltre i Pirenei, così come svolgonsi per le guerre continue di Lodovico re d'Aquitania, sono per ciò stesso contrassegnate d'un'impronta men carolingica che le altre. Nella conquista della Lombardia, già dissi, doversi tener conto dell'antica nazione italica; infatti Carlomagno è ivi aiutato dall'antica popolazione soggetta ai Longobardi, e rappresentata o caldeggiata dai papi. Nella guerra contro i Saraceni di Spagna, il medesimo aiuto; i Saraceni accampavansu quelle terre, in quella forma che i Turchi son oggi accampati in Costantinopoli e in Siria, e come per gran tempo furono sul territorio d'Algeri. Le nazioni tartare, sempre a cavallo, non formano altro mai che un popolo sovrapposto ad un altro, le razze antiche vivon sotto le nuove; e però, siccome pare indubitato, le spedizioni di Carlomagno fino all'Ebro, furono assecondate dalle antiche popolazioni cristiane, dai Goti che occupavan le città e le campagne dalla Loira quasi fino alle colonne d'Ercole. Vinta che fu in qualche battaglia, come dire a Poitiers, la parte attiva e militare dei Saraceni, da per tutto svegliossi l'antica nazion de' Goti, e la spedizione di Carlomagno in Ispagna, fu la cagion prima della compiuta emancipazione che seguì pochi secoli appresso. I Franchi poterono bensì, per giro delle vicissitudini, esser cacciati di Spagna, chè la guerra ha sue sorti, e suoi sinistri il combattere; ma pur sempre si mantenne in quegli antichi cristiani la credenza che con poco sforzo essi avrebber potuto liberarsi dal dominio degl'infedeli, donde quegli assalti dei Conti di Castiglia, quelle improvvise irruzioni dei Goti, che calavan dai monti delle Asturie, per affrontarsi con la dominazione moresca.

Per questo rispetto specialmente, dir per l'appunto si può che le spedizioni di Carlomagno favorirono l'impulso della civiltà, comechè in sè stesse non recassero questo nobil germe. I capi che seguivan l'imperatore alla guerra, nullo di culto avean che sceverar li potesse dalla barbarie; quei conti ch'egli ponea nelle marche militari, tutti germanici infino a' capegli, non erano per nulla più innanzi dei Sassoni, degli Alemanni e dei Saraceni, e anzichè recare la civiltà in certe contrade, vi gittavano, a così dire, un nuovo strato di barbarie, e gli Austrasii tutt'altro facean che favorire i lumi e il moto della civiltà nell'Aquitania e nella Lombardia. E non pertanto avevano in sè stessi due cause che cacciano innanzi mirabilmente il progresso e la grandezza dei popoli, dir vogliamo l'unità e la autorità. Anche dell'elemento cristiano, gran macchina di civiltà, Carlomagno erasi impadronito con le sue pratiche co' papi, e lo ristringeva nell'unità, che è la grandezza del comandare, e nell'autorità che abbatte ogni sorta di resistenza e di forte impulso così al bene, come al male.

A ridur le molte parole in una, le conquiste di Carlomagno non possono altrimenti considerarsi sotto l'aspetto dell'incivilimento, che quella mente sua conservò pur sempre alcun che di selvatico a simiglianza delle foreste germaniche; l'opera sua è appunto sterminata perchè serba l'impronta sua barbarica; non reca civiltà, ma sì la riceve; però che l'impero da lui fondato, altro non è che l'effettuazionedel concetto romano. Infatti che cosa è mai l'impero d'Occidente, se non pur sempre una reminiscenza della città eterna? Tutto concorre a quest'opera, e nelle grandi nazioni che l'accerchiano, non v'è azion veruna di resistenza; l'impero di Costantinopoli è una civiltà logora, che ancor dà lume sì, ma che niente ha più del suo primo vigore; i Saraceni non sono più nel periodo loro della conquista; dopo il flusso viene il reflusso; onde vediamo aprirsi un'ampia via dinanzi a Carlomagno, il quale arriva in buon punto, in un tempo, dir potrebbesi, fatto a disegno suo; ei raccoglie sotto il suo freno le nazioni, per così dire, attendate nell'Austrasia e nella Neustria; raccozza e rappicca i minuzzoli, e fattane unità, ei quindi la santifica con la sua confederazione con Roma. Benchè forte sì da potersen restare Germano, ei si fa Romano, ben sapendo egli che con la spada un può farsi bensì materialmente padrone dell'autorità, ma ch'egli conservarla non può, se non coll'uso e incremento della forza morale; pe' costumi suoi, egli appartiene pur sempre alle sue antiche foreste, e pel suo pensare ei vuole accostarsi a quella civiltà ch'egli scopre da lontano come un orizzonte di splendore e di luce; nè invano ei visitò Roma e corse l'Italia, chè al vestire il manto imperiale, ben sa quanta forza sta per dargli la croce ch'ei porta sulla sua corona.

Nondimeno la guerra è pur sempre la prima delle sue affezioni, tale si è l'originaria natura sua, nè la dimentica; i Carlinghi non vivono altro che per la vittoria; si vuole raffermar le conquiste, si vuol ripartir le terre. Riandando la sua legislazione noi vedremo in breve che i capitolari di Carlomagno si riferiscono anch'essi alle sue guerre, che assorbiscono, a così dir, la sua vita. Curioso è vedere queste tre generazioni d'uomini forti da Carlo Martello fino a Carlomagno, tutti aver un medesimo intento e compierlo con quella loro stupenda fermezza! Coperto ch'egli è del manto de' Cesari, questo ultimo attende (tale si è il faticoso suo carico) a ritenere sotto lo scettro suo i popoli da lui conquistati; ma il serbarli in soggezione lo aggrava di maggiori fatiche e sudori che non la conquista medesima. A esaminare da presso le grandi spedizioni di Lombardia, di Sassonia e di Spagna, noi vediamo ch'elle si compiono, a dire così, nel termine di una stagione. Carlomagno varca le Alpi, ed eccolo pochi mesi dopo a Pavia; supera i Pirenei, ed eccolo a Pamplona; passa il Reno, si precipita in Sassonia, e spiega le sue schiere sul Veser; laddove il tener in freno, il reprimere i vinti, è un'opera continua, uno stento, una cura di tutti i giorni; egli dee portar incessantemente le armi su tutti i punti dell'impero, ed a terminarla trovasi costretto a fieri partiti, quai sono gli accampamenti dei contisugli estremi confini, il dispergimento dei vinti, ed un modo di coazione sì inesorabile, ch'ei fa mozzare il capo a intiere masse di popolo.

Nelle quali smisurate spedizioni Carlomagno non tocca se non due sole sconfitte: l'una in Germania, quando i suoi conti son sorpresi dai Sassoni e rotti in un assalto generale; l'altra a Roncisvalle, ne' monti dove perirono Orlando e Olivieri. È da notarsi che in queste due funeste rotte Carlomagno non comandava; esse accadono ai luogotenenti suoi e non a lui; chè nessun de' nemici osa assalirlo di fronte, nè tampoco resistergli; sono sventure accadute fuor della sua presenza, e ch'ei non potè preveder nè impedire. L'imperatore d'Occidente tal è per vigoria di corpo e di mente da a tutto ovviare, tutto prevedere, da riparar le sconfitte de' suoi luogotenenti. Perfetti sono gli elementi onde si compongono gli eserciti suoi, il cui ordito è germanico; egli ha cavalli fortissimi, armi in mano della miglior tempra, inclinato per istinto a vasti concetti strategici, quando pur non usi il metodo romano che fa servire i popoli conquistati al soggiogamento d'un altro popolo; ond'è che si veggono i Lombardi marciar nella guerra contro i Sassoni, i Bavari passar i Pirenei e militare negli eserciti franchi agli assedii di Pamplona e di Barcellona; al mezzogiorno egli rizza accampamenti di gente alemanna; al settentrione conduce Italiani, Goti, Cantabri: metodo questo pur sempre imitato da tutti i conquistatori. In fatti non vedemmo noi dieci secoli dopo, nobili petti polacchi respirar l'aere dell'Andalusia, e lesierre[245]varcate a passo di carriera dai cavalli pasciuti sulle rive dell'Odera e della Vistola? Riferiscon le cronache essersi Carlomagno servito anche d'un altro elemento ad assicurare le sue conquiste. Il quarto secolo, come tempo che fu d'irruzioni, aveva gittato come a dire uno strato di Tartari e Vandali sugli antichi popoli che abitavano il suolo; ora Carlomagno appunto compier potè sì grandi cose in sì circoscritto periodo, chiamando a sè ed all'emancipazione quelle antiche nazioni.

Or, come avvenne che quest'opera cadesse, e in qual modo il fascio si sciolse quasi con la stessa rapidità con cui fu stretto? Tre regni si affaticarono a fondar la monarchia carlinga da Carlo Martello fino a Carlomagno, e questa è l'epoca sagliente: dir potrebbesi di rincontro che tre vite, di Lodovico il Pio, di Carlo il Calvo, e di Luigi il Balbo, si sono pure adoperate ad abbatterlo. Il che non tanto procede dall'indole personale dei principi quanto dalle circostanze, e principalmente dalla naturale riazione che succede dopo un periodo di conquiste. Nulla fare si può contro la natura delle cose; bene èvero che sorgono a quando a quando alcuni spiriti straordinari, i quali facendo forza ai costumi e alla storia dei popoli, gli accostano e congiungono a loro dispetto; questi siffatti uomini, eccezione della natura, uomini dalla man di ferro, si ridon delle nazioni, e daran le medesime leggi e le medesime forme di governo al settentrione e al mezzogiorno, e imporran gli stessi codici alla gente arsa dal sole, ed a quella gelata e intirizzita dai ghiacci. Finchè questa mano poderosa regge gli elementi sparsi, ella può comprimerli; ma fa che la vittoria l'abbandoni, e vedrai allora tutte queste nazioni correre alla loro independenza, alla loro propria natura, al loro istinto, alla storia loro; questo è quanto avvenne dopo la morte di Carlomagno. Il ripartimento fatto da Lodovico Pio, che tanto fu censurato, eragli imposto dalla forza degli avvenimenti; quella battaglia di Fontenoi, in cui si videro tre fratelli in guerra tra loro, altro non era che la significazione delle tre nazioni, che, arrabbiate dalla troppo lunga e forzata union loro, venivano a lacerarsi fra esse; sciolto era il fascio della conquista, ed ogni popolo tornava alla sua prima natura.

La Germania sola restò dell'ordinamento carolino. La Neustria ed una porzione dell'Austrasia, pigliarono il nome di Francia, serbando appena qualche reminiscenza di Carlomagno; la qual Francia si sbrigò alla più presta della schiatta alemanna, per eleggersi a re i suoi conti di Parigi, essendochè il potere sempre più crescente di Carlo Martello, di Pipino e di Carlomagno, altro non fu che una nuova invasion delle Gallie, per parte della nazione tedesca. La stirpe alemanna fu poi anch'essa rimossa dalle nostre frontiere per l'esaltazione dei Capeti, i conti franchi di Parigi, donde avviene che ancor sopravvivono in Germania le instituzioni di Carlomagno, intanto che più orma non ne rimane sotto il terzo lignaggio nella Francia propriamente detta: quel che era germanico tornò germanico, quel che franco era, franco rimase. Poi le popolazioni barbare ributtate da Carlomagno, si precipitarono alla volta loro, per mettere in brani quest'impero che le avea inesorabilmente fatte piegar sotto la sua spada. In questo universal trambusto per fin la Neustria diventa un ducato dipendente dai Normanni, discendenti ed ausiliarii di quei Sassoni che l'imperatore combattè pel corso di trentatrè anni. Gran lezione di politica a tutti i conquistatori che fanno forza ai termini segnati da Dio medesimo: i limiti dei popoli sono i monti, i fiumi, i climi, i costumi; chi gli sprezza per innalzar un ciclopico edifizio, sel vede quasi sempre rovinare in capo. In tutte l'età c'è qualche torre di Babele, e i figliuoli degli uomini son sempre castigati dell'aver troppo ardito e voluto.

Le inclinazioni di Carlomagno, comechè universali talvolta, rimangono quasi sempre germaniche; egli esercita l'autorità sua specialmente sull'Alemagna e sull'Italia, però che queste due estremità dell'impero si tengon per mano; donde avviene che le sue guerre contro gli Unni, gli Schiavoni, i Bavari, pigliano anch'esse un colore mezzo alemanno e mezzo italiano; gli eserciti suoi sono metà germanici metà lombardi; egli procede su due ali, come un'aquila che spieghi l'ampiezza de' suoi vanni; la Germania senza le Alpi e l'Italia senza il Tirolo sono punti mal sicuri, onde Carlomagno inflessibilmente gli unisce. Eguale non è la sollecitudine dell'imperatore nelle guerre meridionali. La spedizione oltre i Pirenei è evidentemente una riazione contro la mossa dei Saracini, rattenuti a Poitiers; e questa rapida corsa in Ispagna, è alcun po' divergente dal militar sistema di Carlomagno: egli ci va una volta sola, fermasi all'Ebro, e torna tosto ad Aquisgrana, e vi mette tanta trascuranza, ch'ei lascia la sua retroguardia disfatta a Roncisvalle; al di là della Loira ei non è più nel suo cerchio. Ma ben egli vigila sull'Italia, perchè la crede indispensabile alla sicurtà della Germania, e intanto ch'egli abbandona l'Aquitania e la Spagna a suo figlio Lodovico, segue passo per passo ogni fatto di Pipino in Italia, e lo seconda e spalleggia con l'armi sue.

Dopo tante fatiche e tante cure Carlomagno ha il dolor di vedere come l'impero ch'egli credea sì forte, può mortalmente trafiggersi; esso non è già assalito in terra ferma, nè in sulle cime de' monti, e nè tampoco nelle pianure, chè nessun l'osa; ma le flotte coprono i mari, e che opporranno a queste i discendenti dell'imperatore? Quella gran mente è colta, così, alla sprovveduta; giunge una nuova forza nimica, ed egli non è parato alla difesa; ben s'affatica egli continuamente a munirsi, e ordina di accozzar navi e barche, ma egli non è nato per questo, che austrasio qual è, e capo di stirpe austrasia, non saprà contrastare coi Normanni e coi Saraceni, così arditi navigatori come sono. Ecco le cagioni della sua grande mestizia, dello sconforto ch'ei dà a divedere, e di cui si fanno interpreti Eginardo e il monaco di San Gallo: già fatto vecchio egli s'attrista sulla fragilità dell'opera sua, ei ben sa com'essa dee cadere, nè vi ha disperazione uguale a quella del moribondo che vede perire l'opera della sua vita. I Normanni ed i Sassoni moveranno ben presto verso quelle coste le agili ed intrepide loro flottiglie, e Parigi stessa si vedrà assediata dai Normanni.

Così otto secoli da poi, un altro impero crollò per quasi le medesime cagioni; Napoleone aveva ideata un'opera nelle proporzioni carlinghe; ei pure avea le sue guardie avanzate, i suoi prefetti sull'Elba,i suoi duchi di Dalmazia e d'Istria, i re di Baviera, di Sassonia per vassalli; il suo giovine vicerè d'Italia, fido luogotenente che varcava i monti del Tirolo, mentre egli movea verso il Danubio. Or bene, questa mente poderosa, riconobbe la sua caduta dalle cagioni medesime che perir fecero l'opera di Carlomagno; i figli dei Sassoni e dei Normanni, ributtati nell'isola dei Bretoni, cacciati dal continente, opposero anche a lui le loro flotte, le squadre loro; signor del centro dell'Europa, Napoleone conservar non seppe le sue conquiste, perchè un altro popolo era in possesso del mare. La caduta dei Carlinghi fu contrassegnata dello stesso carattere; la conquista oppresse il mondo per guisa che ben era da aspettarsi una riazione dei vinti contro i tralignati vincitori.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICEDEL PRESENTE VOLUME.Lettera intorno al governo e all'amministrazione di CarlomagnoPag.IPERIODO DELLA CONQUISTA1CAPITOLO I. —LE RAZZE E I TERRITORII ALL'ESALTAZIONE DEI CAROLINGI. — I Franchi dell'Austrasia, della Neustria ed i Borgognoni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Nazioni scandinave. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Provenzali — I Guasconi. — I Bulgari. — Gli Ungari. — Gli Schiavoni. — Il grande impero greco. — Roma e l'Italia. — I Saracini. — (752-768)3CAPITOLO II —ORDINAMENTO DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ. — Chiesa dei Galli e Chiesa dei Franchi. — I cherici e gli uomini di guerra. — Metropolitani e vescovi. — Fondazione dei monasteri. — Neustria. — Austrasia. — Aquitania. — Germania. — Le leggende. — Apostolato alle terre barbare. — I reliquiarii. — Le chiese. — Concilii provinciali. — Instituzioni municipali. — Le città, i borghi. — Ricordanze di Roma e delle Gallie. — (VIIedVIIIsecolo)14CAPITOLO III. —SUNTO DELLE CONDIZIONI DELLE LETTERE, SCIENZE, ARTI E DEL COMMERCIO PRIMA DEI CAROLINGI— Letteratura. — Canti recitati. — Poemi. — Leggende. — Grammatica. — Lingua romanza, germanica. — Scrittura. — Diplomi. — Scienze naturali, astronomiche. — Calendario. — Arti romane, bisantine, franche, longobardiche. — Immagini. — Miniatura. — Arche de' Santi. — Gemme. — Commercio. — Fiere. — Mercati. — Usure. — Gli Ebrei nel medio evo. — (VIIedVIIIsecolo)28CAPITOLO IV. —LA GERARCHIA E LA PODESTÀ NEL DECADER DE' MEROVINGI. — I papi. — I patriarchi di Costantinopoli. — Gl'imperatori d'Oriente. — I re dei Longobardi. — I duchi del Friuli, di Spoleti, di Benevento. — I re dei Bulgari. — I califfi. — IREoCONDOTTIERI D'UOMINIappo i Sassoni. — Gli Scandinavi. — La ettarchia. — I re merovingi dopo Dagoberto. — La dignità dei prefetti di palazzo della Neustria e dell'Austrasia. — I Grimoaldi. — I Martini. — Pipino il Vecchio. — Pipino d'Eristal. — I duchi d'Austrasia, I prefetti di Neustria. — (628-714)39CAPITOLO V. —CARLO MARTELLO. — Origine e nascita di Carlo Martello. — Suo nome. — Sua puerizia. —Prefetture di Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue prime guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì delle Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza per opera di Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. — Nuova Invasione. — Abderamo. — La schiatta germanica in Aquitania. — Battaglia di Tours o di Poitiers — Relazioni degli Arabi. — Degli autori occidentali. — Terre clericali. — Terre dei soldati. — Leggende intorno a Carlo Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e documenti. — Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo canto dell'Epopea diGarino il Loreno. — (715-741)50CAPITOLO VI. —PIPINO IL BREVE, DUCA, PREFETTO DEL PALAZZO E RE. — Conseguenze dello spartimento de' beni paterni tra i figli di Carlo Martello. — Guerra di famiglia. — Elezione d'un re merovingico. — Abdicazione di Carlomanno. — Pipino duca dei Franchi. — Sue pratiche coi cherici. — Sue nozze con Berta. — Leggende e canzoni eroiche. —Berta dal gran piè. — La Berta tedesca. — Guerre d'Alemagna, di Baviera, di Sassonia e d'Aquitania. — Pratiche con Roma. — Papa Zaccaria. — Esaltazione di Pipino alla corona. — Ultime reliquie dei Merovingi. — Pipino il Breve incoronato da san Bonifazio. — Sue guerre. — Carteggio co' papi. — Viaggio in Francia di Stefano III. — Abboccamento con Pipino. — Nuova incoronazione. — Calata di Pipino in Italia. — Spedizione contra i Longobardi. — Natura della donazione apostolica quanto all'esarcato. — I Longobardi si sottomettono. — Civiltà greca e latina. — Dignità regia di Pipino incontrastabile. — Concilii e assemblee pubbliche. — Guerre di Sassonia e d'Aquitania. — Morte di Pipino. — (741-768)63CAPITOLO VII. —CARLOMAGNO E CARLOMANNO. — Quistione intorno alla divisione del regno dei Franchi dopo Pipino. — Carlomanno. — Indole tutta germanica di Carlomagno. — Suoi natali. — Sua puerizia. — Portamento e statura sua all'età di ventisei anni. — Sue residenze. — Incoronazione. — Prima guerra d'Aquitania. — Duchi di questa provincia. — Cagioni dell'avversione de' Carolingi contra i duchi d'Aquitania. — Leggende intorno alle gesta di Carlomagno. — Romanzo di Filomena. — Le canzoni eroiche de'Quattro figli d'Amone, e d'Ivone di Bordò. — Ragion vera delle guerre australi. — Trattati co' Longobardi. — Lettere di Stefano III a Carlomagno. — Berta in Italia. — Matrimonii. — Morte di Carlomanno. — Carlomagno re solo dei Franchi. — (768-771)81CAPITOLO VIII —CAGIONI CHE AGEVOLANO A CARLOMAGNO LE SUE CONQUISTE. — I Franchi tutti sotto il medesimo scettro. — I compagni di Carlomagno secondo le cronache. — Bernardo. — Orlando. — Rinaldo. — Uggero il Danese ed altri. — La baronia secondo le canzoni eroiche. — Gli eroi de' poemi epici. — Franchi. — Borgognoni. — Aquitani. — Bretoni. — Austrasii e Neustri. — Ordinamento militare. — Prese d'armi. — Tattica. — Armi tolte dai Romani. — Il bottino. — Composizione dell'esercito. — Fortificazioni. — Cavalli. — Armature. — Cognizioni di Carlomagno. — (771-780)92CAPITOLO IX. —L'ITALIA. — CADUTA DEL REGNO DEI LONGOBARDI. — Condizioni del re Desiderio. — Papa Adriano. — Nuova occupazione del territorio di San Pietro fatta dai Longobardi. — Resistenza di Roma. — Ambasceria d'Adriano in Francia. — Partenza dei Franchi. — Passaggio dell'Alpi — Assedii di Pavia e di Verona. — Carlomagnoin Roma. — Sua esaltazione al patriziato. — La donazione di Pipino confermata ed ampliata. — Sommessione di Desiderio. — Caduta del regno dei Longobardi. — Rispetto di Carlomagno alle leggi longobardiche. — Incoronazione di lui a Monza. — Ridotti a soggezione l'un dopo l'altro i grandi feudi di Benevento, di Spoleti e del Friuli. — (772-774)101CAPITOLO X. —GUERRA CONTRO I SASSONI — RUINA DELLA LORO REPUBBLICA MILITARE. — Indole dei Franchi e dei Sassoni. — Cagioni delle grandi vittorie di Carlomagno. — Le armature. — La tattica. — La discordia. — I capi. — Tentasi la predicazione cristiana. — Irruzione dei Sassoni. — Mossa di Carlomagno oltre il Reno. — Seconda guerra sassonica. — Conquista. — Ostaggi. — Terza sollevazione. — Trattato pe' tributi e per la libertà della predicazione cristiana. — Quarta sollevazione. — Le grandi schiatte messe a morte. — Dispergimento delle famiglie. — I Sassoni nei monasteri di Francia. — Capitolari sulla conquista. — Ordinamento per contadi e vescovadi. — Vittichindo si sottomette, e fine della repubblica militare. — Il popolo della Frisia e della Sassonia. — I Danesi ultimi vendicatori della libertà sassone. — La canzone di Guiteclino di Sassonia. — (772-786)114CAPITOLO XI. —CONQUISTE DI CARLOMAGNO IN ISPAGNA. — ROTTA DI RONCISVALLE. — La Spagna e i Saracini dopo la battaglia di Poitiers. — Corrispondenza di Pipino coi califfi. — Gli emiri di Catalogna, di Navarra e d'Arragona. — Gli antichi cristiani — Discordie civili. — Gli emiri alla corte plenaria di Paderborna. — Carlomagno delibera di conquistare la Spagna. — Convocazione delle milizie. — Le due irruzioni per mezzo ai Pirenei. — Assedii di Barcellona e di Saragozza. — Ritorno dell'esercito. — Rotta di Roncisvalle. — I Guasconi e il duca Lupo. — Lugubre suono di questa rotta. — La canzone di Roncisvalle. — Tracce del passaggio de' Franchi ne' Pirenei. — I corpi de' martiri. — La cappella. — La rupe e la spada d'Orlando. — Romanza spagnuola diAida la bella, sposadi don Orlando. — (732-778)132CAPITOLO XII. —GUERRE DI CARLOMAGNO CONTRO I VASSALLI E I POPOLI LONTANI. — I duchi di razza lombarda. — Sollevazione del Friuli. — Ribellione dei Bavari. — Spedizione fra i Bretoni. — Lega dei duchi di Benevento, dei Greci e dei Bavari. — Dieta contro Tassillone duca di Baviera. — Guerra contro i Longobardi ed i Greci. — Spedizione contro gli Avari e le nazioni slave. — Guerra pannonica. — Conquista delle Isole Baleari, della Calabria e del paese degli Avari. — La Venezia e la Dalmazia soggiogate. — L'isola di Corsica. — Spedizioni favolose di Carlomagno. — Mistero intorno alle sue grandi correrie militari. — (780-806)142CAPITOLO XIII. —GEOGRAFIA E CONFINI DELL'IMPERO DI CARLOMAGNO. — Unione della Neustria e nell'Austrasia. — Le terre dell'Impero. — I ducati tributarii. — Le marche. — La monarchia lombarda. — L'Aquitania. — La Settimania. — La Provenza. — Limiti veri alle frontiere di Spagna. — Appartenenze del regno dei Longobardi. — Spoleti. — Benevento. — Friuli. — Venezia. — Istria. — Croazia. — Dalmazia. — Pannonia. — Le marche di Bretagna. — Le frontiere del Nord. — I Frisoni. — I Boemi. — I Bavari. — Frontiere dell'Impero all'Oriente. — I tre grandi vicinati. — La Grecia. — I Saracini. — Gli Scandinavi. — (800)152CAPITOLO XIV. —L'EPOPEA DELLA CONQUISTA CAROLINGICA. — Indole delle canzoni eroiche. — Origine loro. — Epoca loro. — Le discendenze o lignaggi. — Primissime canzoni eroiche. — Addizioni — Incrementodei romanzi di cavalleria. — Le canzoni dei pari o baroni di Francia. — Originalità nazionale delle canzoni eroiche. — Tradizione intorno aGuglielmo Corto naso. —La fanciullezza di Viviano. — ILoreni. — I pari di Carlomagno. — L'ultima delle canzoni eroiche. — Effetto dell'epopea carolingica sulla storia. — (dall'VIIIalXIIIsecolo)160CAPITOLO XV. —RESTAURAZIONE DELLA DIGNITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE. — Finita la prefettura del palazzo. — Il titolo regio nella persona di Carlomagno. — Patriziato. — Consolato. — Instituzione dei regni d'Italia e d'Aquitania. — Pipino e Lodovico. — Andamento e progresso delle idee romane. — La porpora. — Lo scettro. — Il manto. — Viaggio di Carlomagno a Roma. — Cambio del patriziato nella dignità imperiale. — L'impero d'Occidente. — Diete militari. — Diete per la guerra e giudizio. — Triplice ordinamento del governo. — I duchi e difensori delle marche. — I conti uffiziali civili. — IMissi Dominici. — Natura dell'opera di Carlomagno, quanto alle sue conquiste. — (780-800)174CAPITOLO XVI. —ULTIMO PERIODO E CONSOLIDAZIONE DELLA CONQUISTA CAROLINGICA. — Cambiamento nello spirito delle guerre. — Termine della conquista. — Raffrenamenti. — Solerzia inaudita di Carlomagno. — Suoi viaggi al settentrione e al mezzogiorno. — Vigilanza dei campi. — I Sassoni. — Moti loro e sedizioni. — Entrano in campo i Danesi. — Cambiamenti nei mezzi militari. — Forza marittima. — Punto debole di Carlomagno. — I Saracini. — Le frontiere dell'Ebro — Lodovico d'Aquitania in Ispagna. — Apparizion dei Mori d'Africa. — Flotte saracine al mezzogiorno, e flotte danesi al settentrione. — Raffrenamento in Italia. — I popoli delle montagne e della Puglia. — Ricapitolazione generale e ordine cronologico delle guerre e delle conquiste. — Per qual cagione le non potevan durare. — Azione e riazione. — Accoramento di Carlomagno sul destino avvenire dell'opera sua. — (790-814)187CAPITOLO XVII. —SVOLGIMENTO DELLE CONQUISTE FAVOLOSE DELL'IMPERATORE CARLOMAGNO. — Le due maggiori propaggini delle conquiste favolose. — Gerusalemme. — Sant'Jacopo di Compostella. — Spirito dei pellegrinaggi. — Relazione di Turpino. — Persecuzione de' cristiani d'Oriente. — Il patriarca di Costantinopoli. — Sue lettere a Carlomagno. — Consiglio co' baroni pel santo viaggio. — Partenza per Costantinopoli. — Liberazione di Terra Santa. — Traslazione delle reliquie più famose. — La santa corona e il santo chiodo. — Miracolo. — Il tesoro di San Dionigi. — La visione di Carlomagno intorno a sant'Jacopo di Compostella. — Enumerazione delle città prese da Carlomagno in Ispagna. — I prodigi. — Le battaglie contro i Saraceni ed Agolante lor capitano. — Rassegna dei baroni che seguono l'imperatore al pellegrinaggio. — Agolante ed i Saraceni sconfitti. — I Mori d'Affrica e Ferracuto o Ferraù. — Senso e fine di tutte le leggende favolose delle conquiste. — (800-814)204RICAPITOLAZIONE. —PERIODO DELLA CONQUISTA. — (768-814)215


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