RICAPITOLAZIONE.PERIODO DELL'ORDINAMENTO.
768 — 814.
Cosa malagevole, in tanta confusione dei tempi, si è lo sceverare distintamente ciò che appartiene all'ordinamento d'un grande impero, da ciò che si concerne alle conquiste militari che l'hanno creato o raffermato. Se non che in Carlomagno ci sono manifestamente due supreme doti personali, genio di guerra e mente alta di Stato. Laonde ogni cosa procede sotto di lui progressivamente e con un certo ordine; la conquista è compiuta quando appunto appare al mondo l'impero d'Occidente; e la legislazione principia quando l'imperatore è incoronato a Roma da papa Leone. Fino a quel giorno l'opera militare fu sì faticosa per Carlomagno, ch'egli applicar non potè ad altre cure: ei pensava a reggere, più che non a crear una stabile legislazione; ma da ch'egli è imperatore, i concetti in lui di legislatore ingrandiscono e si riempiono de' suoi vasti destini.
In quest'andamento dell'impero d'Occidente ci sono instituzioni tolte a prestito, e ci sono concetti d'istinto; le instituzioni tolte a prestito vengon da Costantinopoli e da Roma, dalla Chiesa e dal codice teodosiano; i concetti d'istinto derivano dalla forza e dalla rigogliosa potenza propria degli uomini boreali. Centrificare l'autoritàè pensier che viene naturalmente ad ogni valent'uomo, ampliare la podestà è cosa sì naturale, che non è d'uopo raccoglierne il pensiero per trasmissione. Carlomagno non si fa già a mutar lo stato sociale, ma se lo reca in mano per governarlo; in molte cose egli altro non è che il continuator del passato, e nel fare i suoi capitolari egli è costretto di sottoporsi alle leggi barbariche, ed anche di sancirle cogli atti suoi. Quanto alla legge salica, esempigrazia, si può dir ch'egli si contenta di darne una seconda edizione corretta; a quella dei Ripensi poche sono e insensibili le modificazioni ch'egli v'aggiunge: il codice longobardico si rimane intatto, e ben è vero ch'ei distrugge la nazion sassone, ma non istà per questo di conservar lo spirito delle sue istituzioni. «Concesso ad ognuno di vivere secondo la sua legge;» tale si era la gran massima dei codici primitivi dall'imperatore promulgata.
Così, quest'uom supremo non sa intieramente spiccarsi dal passato; indarno egli si prova d'indirizzar la società per nuove vie, chè le consuetudini, i costumi, le leggi se gli attraversano, e la legislazion sua appena ne tocca la superficie. S'egli avesse voluto distrugger la personalità del codice franco, del longobardo o del bavaro: «Olà, imperatore, gli avrebbero detto i leudi, cotesto è patrimonio nostro, come tuo patrimonio è lo scettro: lascialo stare.» No mai, quegli altieri conti, quegli uomini liberi, quegli Austrasi comati, non avrebbero, nelle adunanze del campo di maggio, aderito ad accettar un capitolare che avesse intaccato il sistema delle composizioni, la sola penalità che i Franchi riconoscevano, la legge che regolava i gradi loro e la gerarchia. Necessità fu quindi all'imperatore arrestarsi dinanzi a questi impedimenti; chè anche gli uomini sovrani non sono mai al tutto padroni di dar libero corso ai loro concetti, e mille ignote voci attutiscono la loro: «Oh perchè, chiederà taluno fra sè, si sono eglino fermati a mezzo dell'opera?» nè sa, costui, quanto strazio, quanti travagli, quante debolezze, quante picciole cose si attraversano fra un uomo e il suo destino, fra la volontà sua e l'esecuzione.
Le instituzioni di Carlomagno si riferiscono a diversi ordini d'idee che compongono il governo e l'amministrazione d'un popolo; ma prima, siccome pare, egli è tutto in un pensiero, nella fondazione, cioè, dell'impero; egli cinger vuole la fronte dell'alloro dei Cesari: già patrizio è, e perchè non augusto ancora? Pensiero questo che non gli vien tanto per istinto, quanto per imitazione. In fatti, i Franchi conoscevano forse in mezzo alle loro foreste il titolo d'imperatore? No, che essi aveano i loroheretogze i lorokonnugcome gli Anglosassoni, nè ad essi eran giunte le tradizioni augustali di Roma e di Costantinopoli. Mal compresa era tra i Franchi l'idea d'un impero,essendo che la legge salica e i codici barbarici, in generale, non altro posavano che sovra una continua divisione dell'autorità, sullo spartimento dell'autorità regia e delle terre. Qualunque concetto di unione e di coesione era quindi alieno dai Barbari, laddove l'impero posava sopra una gran mistione di nazioni, e di popoli tutti confusi sotto una medesima spada e uno scettro medesimo.
Ed ecco da quell'istante principiare il contrasto tra la creazione romana e la consuetudine barbara. L'impero provasi a tutto unificare: la legge salica inclina a tutto dividere. Carlomagno volle a forza spingere, ed a colpi, a così dir, di manopola, i popoli ad accostarsi e confondersi tra loro, ed i popoli assoggettar non si vogliono a questo giogo. D'onde tutta rivelasi la forza delle consuetudini; l'impero mai non s'intrinseca nei costumi delle domate popolazioni; egli è per esse un'idea che si riman pelle pelle, e che svanirà, perch'ella non è nei loro costumi e nel sangue loro. Volere unir ciò che è diviso, è opera sopra la forza umana, e tanta è questa potenza della salica e franca consuetudine nella division del retaggio, che Carlomagno medesimo l'accetta, quand'ha a lasciare l'eredità sua. Nell'anno 800 l'impero poggia sul fondamento di una vastissima centrificazione, e sei anni presso eccoti il capitolare di Thionville, che divide l'impero in tre grandi porzioni: l'una per Carlo, l'altra per Pipino, la terza per Lodovico.
Nessuna delle creazioni, comprese le amministrative, di Carlomagno serbar può una perfetta centralità: in fatti, fa egli per corroborare la podestà ed ampliare l'autorità de' suoimissi dominici, o messi regii?[153]Fatica gittata, chè questo suo concetto di centrale ordinamento a nulla riesce: i messi regii son sempre in guerra coi conti,coi magistrati d'ogni distretto, e indarno l'imperatore tanto gli spalleggia ne' suoi capitolari, indarno ei cambia metodo all'uopo di meglio sublimarli, chè ad altro anzi non riesce che ad indebolire l'autorità dei conti e dei governatori delle marche e delle frontiere. Finchè attiva e forte è la volontà che mette innanzi e protegge i messi regii, eglino sono ubbiditi, e imagine come son dell'imperatore, alcun che conservano della potenza sua; ma poi ch'egli è morto, anch'essi languono, e dopo Lodovico Pio non se ne trova più fatta menzione. Questo avviene, perchè stranieri alle consuetudini del governo ed agli usi amministrativi della nazion franca, della longobarda e della gotica, sono, a così dire, un'instituzione straordinaria, la quale finir dee con le circostanze che la produssero.
Le due monarchie da Carlomagno instituite in Aquitania e in Italia, si conformano certamente, più che non l'instituzione di cui abbiamo dianzi parlato, ai costumi di quel tempo; le nazioni barbare han già famigliare il titolo direx, e il trovano buono; solo che Carlomagno di troppo ancora allarga i confini della sua ripartigione. Infatti, potevasi egli fondare un regno italico in mezzo a venti popoli di origini diverse, che se ne contendevano il suolo? E questo re d'Italia poteva egli esser forte tanto da farsi rispettar dai Napolitani, da Roma, dai Longobardi, dai Greci, per non comprendervi eziandio gli Unni della Pannonia? L'Italia era, per lo meno, tanto sminuzzata in popoli e governi, quanto le Gallie, e soggiacer doveva alla medesima sorte, e il regno suo appicciolirsi come quel d'Ugo Capeto e di Roberto, sì se tutto perir non dovea sotto il cozzo di tante diverse popolazioni. Il regno d'Aquitania era meglio congegnato; dalla Loira all'Ebro ci avea una popolazione naturale del paese, che tutta parlava una medesima lingua, e di cui Cantabri e Goti formavano, a così dire, il primo strato. Ond'è che vediam Lodovico Pio fare ottima prova come re d'Aquitania, diventarvi un della nazione, esservi ubbidito ed amato, in ogni luogo moltiplicarsi e dominare gli editti suoi; ma poi giunge il tempo dello sminuzzamento: Lodovico, chiamato all'impero, più non risiede nelle sue città e ville meridionali, e allora sì grande ed intera è la confusione, che nulla più resta d'intatto e d'ordinato; l'opera va in pezzi, l'edifizio crolla, e tutto ne trema intorno e si scommuove il terreno.
I capitolari, che contrassegnano il periodo legislativo di Carlomagno, furon essi un codice regolare e finito, siccome furon le ampie compilazioni di Teodosio e di Giustiniano? V'ebb'egli qualche Ulpiano, o Triboniano germanico o franco, chiamato a stringere il fascio delle leggi carlinghe? Mainò; i capitolari vennero l'un dopo l'altro, e non già spontaneamente e ad un solo tratto; alcuni di essialtro non sono che la confermazione di leggi anteriori, intantochè altri svolgono una teorica amministrativa in miglior consonanza coll'impero. Ma l'uniformità si è principalmente l'intento cui mirano i capitolari; pensiero del resto che non è punto nuovo, e che sorge naturalmente in tutte le menti supreme, e soprattutto in quelle che pendono al potere assoluto; il ridurre a codice le leggi, è un concetto semplice, che viene e piace a quanti amano un forte potere. I grandi monumenti della legislazione tutti procedono da un pensier dittatorio: così il codice civile come i capitolari, così gli editti di Luigi XI come quelli di Luigi XIV, così le provvisioni del Richelieu come gli atti del Comitato di Salute pubblica. L'unità e la semplificazione altro non sono che l'imagine della podestà orientale, cui solo il genio può ampliare e volgere in vantaggio dell'umanità. Lo statuto locale è paterno, e il governo del municipio corrisponde a quello della famiglia, e pur non dimeno, quand'è a fare un codice, sempre si fa a danno delle private consuetudini. Tutto di necessità ceder dee ad una potente centrificazione, però che mandato è dell'uom supremo cacciare, anche a forza, un paese verso le vie sconosciute e grandi della civiltà, foss'anco a scapito degli usi privati e della domestica felicità; così, e non altrimenti, l'unità nazionale vien sempre a surrogar sè stessa alla frazion locale. Ma una differenza ci ha tra i tempi di Carlomagno ed i nostri, ed è che al secolo ottavo l'idea della podestà era debole, e grandissima la potenza d'ogni individuo: onde avvenne che la centralità disparve in cospetto allo sminuzzamento d'ogni terra e d'ogni gruppo d'uomini: laddove oggidì, all'incontro, ci sono state tante spezzature, tanti attriti di opinioni e d'interessi, e sì pochi aggregamenti, che si desidera, quasi per istinto, una podestà forte, e che l'universalità dei codici ha potuto occupare il luogo degli statuti municipali morti già da gran tempo.
Nell'ottavo e nel nono secolo la dittatura non altro esser potea mai che un'imagine di forza materiale, tutto essendo ancor sì confuso nella Chiesa e nella società, chè sorgerne non poteva una podestà da tutti accettata, se quella non era della conquista. Il papato, che salì al sommo della potenza sua verso la fine del secolo undecimo, per l'impulso che ad esso diedero le crociate e Gregorio VII, era ancor vigorosamente combattuto; Adriano e Leone erano uomini valenti sì, ma pur sempre esposti alle sollevazioni dei Romani, alle invasioni dei Greci e dei Napolitani, tanto che furon costretti abbandonare l'Italia per andar a cercare un asilo al di là delle Alpi, e ad implorar soccorso da Pipino e da Carlomagno. Ora, un potere che implora il braccio altrui, non è forte mai, e presto è a crollare alla prima scossa. L'autorità dei papi ebbe aiuto e incremento dal persister ch'essifecero nel proposito di voler governare la società; questa tenacità fece la forza loro, e smisurata in questo fu l'opera loro intellettuale. Adriano e Leone compreser forse meglio d'ogn'altro ciò che facea di bisogno alla generazione per tenerla nei termini, e però dieder la dittatura di Carlomagno agli uomini da guerra, e la coronarono con la creazione dell'impero d'Occidente; quanto poi a ciò che concerne la Chiesa, intento di Adriano e di Leone fu di assicurarsi il potere assoluto in man propria. Grandi erano gli effetti ch'eglino ottener potevano dalla creazione d'un impero; lo scisma d'Occidente poteva aver fine pel matrimonio di Carlomagno con una imperatrice di Costantinopoli: Irene proteggeva le imagini, egli il papato; nè questo gran disegno d'un parentado che avrebbe avuto per conseguenza la cessazion dello scisma, fu mai dal pontificato messo al tutto in disparte, e quando non più di Carlomagno stesso, trattavasi dei figli suoi. I papi volean togliere la separazione delle due Chiese, e questo maritaggio sarebbe divenuto il simbolo della loro unione.
Roma, poi che ha creata la suprema dittatura per Carlomagno, cingendogli in fronte la corona, se ne serve non solo per corroborare la podestà sua, ma sì ancora per ispegnere le eresie. In ogni luogo sono indizi di una sollevazione filosofica contro le opinioni cattoliche: a Costantinopoli ferve la quistion delle imagini: gente barbara ivi atterrar vuole il culto delle arti, da cui vengono sì dolci sensazioni alla mente ed al cuore: i papi prendono a difender le imagini, a proteggerle, e fattisi di questo modo padroni degli affetti del popolo, più forti ne divengono a combatter contro le eresie, fredde disputatrici, che travaglian la Chiesa, e invocano il braccio secolare di Carlomagno, pronto sempre a colpire dove sia da secondare la volontà di Roma. Quindi noi lo vediamo, e come re e come imperatore, presiedere i concilii, condannare Elipando e Felice, essere lo strumento in somma di cui si servono i papi per mansuefare il mondo cristiano.
Nelle pratiche sue col papato, il figliuol di Pipino si mostrò più destro e forte che non un imperatore dei tempi moderni, il quale, nato al par di Carlomagno in mezzo agli accampamenti, e capo esso pure d'uomini d'armi, procacciar volendosi la forza morale e religiosa, non ebbe a gran pezzo l'accortezza che il Barbaro seco recò dalle sue foreste, e in vece di sublimare il papa, come fe' Carlomagno, si studiò di atterrarlo, e gli ritolse Roma, laddove i Carolingi l'aveano donata ad Adriano ed a Leone: onde ne conseguì che l'impero moderno, non sostenuto dalla forza morale, crollò, colpa questo capitale difetto. Ma forsechè attribuir deesi questa differenza di procedere alla differenza dei tempi; questa società non era sì intimamente religiosacome quella, ed i cuori erano manco temprati alle credenze cattoliche; e tuttavia Roma riuscì trionfante contro del forte, appunto perchè in fatto di politica non si vuol tanto ridurre in pezzi gli strumenti, quanto saperne usare con sagacità: Adriano e Leone aveano protetto l'impero morale di Carlomagno, e questi ne li ricompensò; Pio VII avea consacrato Napoleone, avealo presentato al mondo cristiano pel vero imperatore, pel signore legittimo; ed a che pro conculcare un povero vecchio, spogliandolo della diletta sua Roma?
Il sistema politico e amministrativo di Carlomagno, fondato com'era su elementi positivi, molto pure accostasi a quello che s'è veduto nei tempi moderni: al sommo della gerarchia, l'imperatore potente, onorato, riverito, in corrispondenza co' papi, e per mezzo della guerra o de' suoi legati in comunicazione con le circostanti civiltà, e sotto a lui re e duchi militari, che gli rendono omaggio e vengono a' suoi placiti; due assemblee o corti plenarie ogni anno, l'una per discutere intorno alle spedizioni lontane, l'altra per approvare i capitolari e gli atti legislativi; poi de' conti incaricati, come governatori permanenti e rettori delle provincie, dell'amministrazione della giustizia e di tutta la podestà imperiale, e intorno a questi conti, altre assemblee locali, sotto buonomini, maggiorenti eletti dai medesimi abitanti, i quali tengono le Assise, giudican le liti, fanno il ripartimento dei redditi. E quando un capitolare è passato nell'assemblea generale, viene comunicato a' conti, che anch'essi lo comunicano alle assemblee locali, le quali ne eseguiscono i comandamenti, e, affinchè nessuno di questi ordigni si rompa o si fermi, ci sono anche qui imissi dominici, commissari straordinari che vanno dappertutto a invigilare. Nel quale sistema ci ha, come ognun vede, un misto del governo romano, forte e potente com'egli era, e della libertà germanica, che posa sulle assemblee e sulla pubblica rappresentanza.
Il sistema de' Capeti, che succedette a quel dei Carolingi, niente ha con ciò di comune, la feudalità rannoda ivi le istituzioni a idee territoriali, e forma, come a dire, una gran marmorea catena, che dalla torre del Louvre si stende fino al castello del valvassore; ordine nuovo di doveri, che distrusse le instituzioni dei capitolari. Dappoi che la rivoluzione del 1789 ha distrutta la gerarchia feudale, ritornasi al concetto carlingo, che pur aveva alcun che di romano. Qual diversità ci fu egli tra i prefetti ed i conti di Carlomagno? tra i messi regii, i rappresentanti in deputazione e i commissari straordinari dell'imperatore Napoleone? E per più d'un nodo anche si concatenarono i due sistemi municipali, le Assise, i giurati, le assemblee, e di nuovo apparve l'uniformità dei codici. Tutte le podestà hanno il medesimo istinto, e se hanno società a governare, adoperano i medesimi modi.
E quanto alla scienza, fu ella in Carlomagno inclinazione o arte di governo? Fatto sta ch'egli la protesse, che il suo secolo si scosta da quanto lo precede e da quanto lo segue, chè egli fece ogni poter suo per diffondere i lumi e promuovere gli studi; ma pur troppo ogni suo sforzo fu vano con una società da cui non era compreso. E tuttavia Carlomagno persevera; egli aggruppa e stringe fra loro gl'ingegni, e si compiace di trovarsi in mezzo a loro; ella è cosa che si vede spesso tra gli uomini nati a reggere e ad imperare questo sollevarsi ch'ei fanno nelle lettere, dalle fatiche della guerra e del governo! Cesare scrive i suoicommentarii, espressione d'una mente supremamente politica; Carlomagno fa versi nella sua lingua nativa, chè i conquistatori barbarici godevano d'udir narrare l'eroiche imprese della patria, e l'imperatore gl'imita[154]. Egli negli ozii suoi inclinava alla scienza, e ben te ne avvedi alle sue sollecitudini per lei; nè la sua è solo protezione, ma ben piuttosto vocazione; carteggia coi dotti, li convoca, li stringe intorno a sè, li ricolma de' suoi favori, delle amorevolezze sue; però che alle sue personali inclinazioni s'accoppia in questo l'intendimento suo politico; essendo la scienza sostanzialmente romana ed ecclesiastica, egli non ha già a temere dei cherici, chè per mezzo del papa ei si tiene soggetti; ma il pericolo dell'opera sua sta nell'impetuosità de' suoi leudi e nelle commozioni degli uomini da guerra, che abbatter possono la sua dinastia; ora i cherici mansuefanno questi animi troppo fieri, e li rendono più inchinevoli ad ubbidire: la scienza, gli studi penetrar possono fra quella razza soldatesca, e allora tutto fia terminato; e l'impero durerà imperturbato in lui e nella famiglia sua.
Al qual uopo il veggiamo non protegger tanto la gerarchia episcopale, quanto i monasteri; i vescovi anzi sono da lui compressi e tenuti a segno, chè troppo potenti erano, troppo mescolati nelle cose civili, la gerarchia loro era troppo gallica e attinente per ogni punto ai municipii; ond'è che Carlomagno ama meglio protegger le badie e spalleggiare l'autorità delle immense comunità di San Benedetto. Le badie sono esenti da qualunque giurisdizione episcopale, e dipendon solo da Roma, che è tutta di Carlomagno; e in mezzo a queste badie si compiono i grandi atti della vita; le servon di prigione di Stato pei re balzati dal trono, pe' conti, pe' leudi, de' qualiCarlomagno abbatter vuole il potere; esse proteggono il sepolcro dei vivi e dei morti, quindi la grandezza che loro ne viene; sono asili sempre aperti, e gli abbati intervengono, col loro pastorale in mano, ai consigli e alle solenni assemblee, per ivi fare spalla all'autorità dell'imperatore. Quindi è che, mentre Carlomagno, e più ancora il figlio suo, si trovano spesso in contrasto con l'episcopato, non hanno all'incontro mai di che dolersi d'alcun abbate dell'ordine di San Benedetto.
Tutta questa amministrazione era ordinata ad apparecchiar la leva delle gravezze e delle milizie, le due parti essenziali del governo. Il fisco è l'oggetto delle più vive sollecitudini di Carlomagno; quindi ei ne regola l'entrate, quindi ei fa che ad ogni sei mesi versati sieno i redditi de' suoi poderi o in derrate, o in danaro, o in servigi; ed essendochè la composizione e l'ammenda formano il forte delle sue rendite, ei se ne piglia assidua cura ne' suoi capitolari: «Chiunque commetta un'azione colpevole dee pagare un'ammenda;» non più pene afflittive, assai raro la morte, ma sempre la confiscazione e la composizione, sempre soldi e denarii d'oro. Più spesso ancora il fisco viene arricchito dalle spoglie dei popoli vinti, Carlomagno è simile a quei re barbari, che dopo la vittoria se ne stanno assisi nella tenda loro col bottino ai piedi, in atto di partirlo fra' loro fedeli. E il bottino in fatti, in quarantatrè anni ch'egli ebbe di guerra, è bellissimo, chè, s'egli ebbe a chè far coi Sassoni, popolo povero e senz'agi, egli conquistò pure l'Italia e i Longobardi, soggettò gli Unni e svaligiò i loro palazzi, e gli Unni aveano svaligiato il mondo! Poi, varcati i Pirenei, trovossi avere in sua balía le ricchezze accumulate dei Goti e dei Saraceni. Ond'è che a saziare i suoi guerrieri egli non ebbe, come già Carlo Martello, bisogno di spogliare i cherici, ma sì modo a tutto arricchire e fecondare. Non poche fra le chiese vanno debitrici a lui della lor fondazione; al tocco della sua mano sorsero i monumenti delle arti; per cura sua venner da Costantinopoli i manoscritti, i messali, i reliquarii, e sua egli fece l'arte greca col chiamare intorno a sè gli artefici di Roma e di Bisanzio.
Tale si è l'opera in cui travagliossi per tutta la vita un sol uomo, opera di smisurati effetti. Chè, a dir tutto, se la Roma dei patrizi e degli imperatori raccoglie più ampi territorii, essa tuttavia non viene che mano mano ampliandosi, ed essa dee la potenza sua alla sua paziente politica; l'ordinamento che viene svolgendosi da Romolo fino ai Cesari, è infinito sì, ma pur ci voglion de' secoli, e tutte queste cose si succedono, e l'una vien dopo l'altra; laddove Carlomagno procede a passo di gigante, immagina ad un tratto l'ordinamento dell'impero a quel modo che ad un tratto ne fa la conquista, pochesono le modificazioni a cui va soggetto il suo governo: il sistema dei conti, esempigrazia, e dei messi regii si riferisce all'originario concetto della podestà sua, e tutto ciò che è nella gerarchia loro, altro non è che un accessorio, del quale ei può sicuramente maneggiare gli ordigni.
Nella storia dei tempi noi vediamo che quel che presto si fa, presto anche cade. Vano è il fischiar del turbine contro la quercia che si sprofonda con le radici nelle viscere della terra, e solo ne agita le frondi; ma l'albero carlingo appena tocca la superficie del suolo; il gigante del Reno e della Mosa abusò, se così può dirsi, dell'ardor di sua giovinezza, e presto verrà per lui la decrepità. Che altro sopravviver poteva a quest'opera? Il titolo d'imperatore; ma questo titolo non era di origine franca; romano era desso, nè veniva da lui! Questa dignità della porpora ricomparirà nei tempi siccome simbolo d'una podestà forte, risplenderà in fronte ad altri principi, nè questi ne andran debitori a Carlomagno. Ma e la dignità regia? Essa pure stava per passare in un nuovo lignaggio, per lasciare l'impronta romana, per farsi tutta feudale: altre idee stavano per sorgere sotto il regno dei Capeti e altre leggi; i municipii si cambieranno in comuni; i coloni in contadini e borghesi; i conti e leudi in alti feudatari, proprietari effettivi, sovrani deldominioe del territorio; gli arcivescovi ed i vescovi diventeranno pari e baroni, e le assemblee del campo di maggio, semplici corti feudali. I capitolari, in mezzo a questa notte dei secoli, spariranno, e succederanno ad essi le instituzioni di San Luigi, il codice feudale di Gerusalemme e i libri di giurisprudenza di Beaumaucir.
Ma e d'onde avviene che, in mezzo alla ruina d'ogni opera sua, Carlomagno duri ancor sì splendido di fama tra i posteri? D'onde avviene che citato venisse nelle corti plenarie come fonte ed origine d'ogni grandezza? d'onde avviene che tanti monumenti si attribuiscono alla sua gran mente? Che ci sono rupi e grotte d'Orlando, e torri Magne e fari Carolini? come avviene che questa memoria siasi di secolo in secolo ingigantita? Ottone imperatore visita, primo di tutti, il monumento di Carlomagno, e vi contempla riverente il gran principe con l'occhio pallido e fiso, coricato nell'arca, coperto dell'auree sue vesti, con lo scettro in mano e col volume degli Evangeli ai piedi; fin dal secolo duodecimo Carlomagno è il subbietto di tutte le canzoni eroiche, di tutte le gloriose memorie delle popolazioni; egli è l'eroe di mille maravigliose avventure. Al secolo decimoquinto il Pulci, il Bojardo, l'Ariosto lo cantano in poemi nazionali: «O voi. Orlando, Angelica, Rinaldo, Marfisa, Astolfo dalla lancia d'oro, Merlino, venite ad attorniar di splendido corteo il vostro sire!» A quel tempo i giuochi e passatempi delle corti medesime rammentano tuttaviaCarlomagno ed i suoi paladini; le carte stesse da giuoco rappresentano insiem con l'imperatore in lunga barba l'imagine d'Ildegarda e d'Uggero il Danese, e quando Carlo VI, nei lucidi intervalli della sua pazzia, giocava con que' suoi grandi tarocchi, ogni volta che tra il cavaliere della coppa, la mala morte e il re di denari imbattevasi in Carlomagno, non dimenticava di farsi per venerazione il segno della croce!
E Carlo Quinto, che pure agogna l'impero del mondo, non vien anch'esso a visitare in Aquisgrana il sepolcro del grande suo antecessore? Egli discende in quello, il misura, si prostra e legger vorrebbe il proprio destino nel misterioso libro che giace presso l'imperatore ivi corcato. Intanto i secoli proseguono il loro corso, e un altro conquistatore, un altissimo sovrano, domatore di popoli al pari di Carlomagno, e al par di lui legislatore e reggitore di varie nazioni, viene anch'esso ad inchinarsi dinanzi a quella gran tomba, e vuol essere consacrato con la spada di Carlomagno, e portare la sua corona, e toccar con le proprie mani il suo tesoro; poi s'adagia nella sua marmorea sedia, quasi a indurne la grandezza dell'edifizio da lui innalzato, e ordina che il sepolcro sia ristaurato, e il misura a vedere s'egli è fatto a suo dosso, e vuol farvi rinfrescar quell'antica iscrizione che vi si leggeva ai dì passati: «Sotto questo monumento giace il corpo di Carlo, magno e ortodosso imperatore, che ampliò nobilmente e felicemente resse il regno de' Franchi per anni quarantasette. Morì settuagenario l'anno dell'incarnazione del Signore 814, indizione VII, a dì 28 gennaio[155][156].»
E in mezzo a questi grandi nomi e a queste splendide celebrità, io povero pellegrino farmi a scriver questa cronica di Carlomagno! Nè io ebbi già l'arroganza di misurar quella tomba, nè la vanità di toccare le sue reliquie, solo mi posi a pregare inginocchiato su quella pietra sepolcrale, non altro vedendo attraverso tutte le grandezze di quel monumento che la morte, e dicendo come Alcuino: «Quando l'uomo è morto, altro romor più non resta se non il sordo brulichio del verme che rode il suo cadavere; altro suono non riman più dopo noi, se non quello della tromba finale, che a tutti, grandi e piccoli, griderà: — Che hai tu fatto per Dio, per la giustizia e per l'umanità!»
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.