La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se, appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione deiquali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de' Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare, come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potèper questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico, e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de' Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte al saccheggio dalla licenza militare.
Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, e Galeazzo di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno. Ma Galeazzo appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati gl'imperiali della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento, cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani. Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità, di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo. Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più frale mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; egli scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce più frizzante la storia, quanto più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false, anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che li produssero. Io mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera, aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto al Corduce, quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso squadrone di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e in servizio del re. I tedeschi erano comandati da un vescovo[614]. Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse nella città un corpo di austriaci acquartierati a San Simpliciano, che allora esisteva fuori della mura. Accadde in tale occasione che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non avesse spronato il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento di Leopoldo.
I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui vennero proscritti; e sempre dappoi riuscironovani gli sforzi che posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de' Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatre, cominciando da Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo, per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo) Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il periodo di trentatre anni. Non ho interrotto il racconto di questa interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga il tomo XII della RaccoltaRerum Italicarum; Bonincontro Morigia, Cronaca di Monza[615]; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca d'Asti[616]; Giovanni da Cermenate, Istoria[617]; il Corio, all'anno 1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al tomo VIII.
Fine del Tomo primo.
INDICE DI QUESTO TOMONotizie di Pietro VerriPag. 1Prefazione31CAPITOLO PRIMO.Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita nell'anno 45237CAPITOLO II.Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento64CAPITOLO III.Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo89CAPITOLO IV.Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la più importante città della Lombardia nel secolo undecimo115CAPITOLO V.Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI145CAPITOLO VI.Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I184CAPITOLO VII.Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I213CAPITOLO VIII.Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico253CAPITOLO IX.Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII283CAPITOLO X.Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV316