Chapter 18

142.L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone negli anni 1372 e 1373.143.Petri Azarii Chronicon, pag. 301.144.Corio, all'anno 1369.145.Dato nel castello nostro Zoloso.146.Giulini, tom. XI, pag. 294.147.La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.148.Pag. 283.149.Pag. 269.150.Siton. Monum. Vicecomit., pag. 21.151.R. I., tom. XVII.152.Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, che possedo nella mia collezione.153.Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi però, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere come tale.154.Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.155.Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che il detto signor conte aveva eletti.156.Ad annum 1381.157.Annal. Mediol. ad ann. 1398.158.Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga, cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato in modo che muoia.159.Ad an.1395 in fine.160.Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune l'onore sublime del ducato? — Alla quale io rispondo: — la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignità del Re Eterno; la conformità cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente fedeltà della casa Viperea; la congruente utilità di tutta la plebe.161.Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido decoro; ilare clemenza del placido donatore.162.La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.163.L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice MS segnato B. N., pag. 116.164.Corio, all'anno 1395.165.Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia 260, ed erra di braccia 101⁄2. Il Bugati s'accosta più degli altri alla verità ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura è prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore delDistinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano, malgrado l'ampollosità del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di braccia 243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sarà, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte delThe Foreigner's guide, or a necessary and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes of London and Westminster — London — the fourth edition 1763, pag. 73. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor Simonetti.San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce di altri 10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350.San Pietro è lungo 8291⁄2palmi romani; alla croce è largo palmi 615; e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra il lanternino, è la somma altezza palmi 593.Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e4⁄5d'atomo del braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti33⁄100d'un atomo del nostro braccio.Ridotto il paragone a braccio milaneseAltezzaLunghezzaLarghezzaDuomo180—2491⁄21481⁄8San Paolo174—236—1271⁄2San Pietro2221⁄23111⁄32303⁄4Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 615⁄6braccia meno lungo, e 825⁄8braccia meno largo di San Pietro.166.Corio, all'anno 1391.167.A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la loro confessione.168.Giulini, tom. XI, pag. 651.169.Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.170.Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione.171.Raynald., ad ann. 1390, num. I.172.Robertodi Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e conte Palatino del Reno. A te,Giovanni Galeazzo, milite milanese, comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio, tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.173.A te,Robertodi Baviera, noiGiovanni Galeazzo Visconte, per la grazia di Dio, e del serenissimo signorVenceslaore dei Romani e di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del prefato serenissimo signorVenceslaore dei Romani, e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signorVenceslaoe di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio e del signor reVenceslaoe nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio.174.Corio, all'anno 1401.175.Tom. XII, pag. 54.176.Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. — Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392.177.Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli,De Alberico VII, in Milano presso Marelli, 1782.178.Rer. Ital., tom. XVI,colum. 1021 et sequ.179.Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati.180.Annal. Mediol., ad ann. 1401.181.De Monet. Ital., tom. III, pag. 59.182.Giulini, tom. XI, pag. 521.183.All'anno 1387.184.Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.185.Tom. VII, pag. 612.186.Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.187.R. I., tom. XIX, col. 32 E.188.All'anno 1409.189.E non molto dopoFacinoviene chiamato a Milano, cosicchè nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento della vita.190.Rer. Ital., tom. XIX, col. 34 E., 33 A.191.Giulini, tom. XII, pag. 611.192.Corio, all'anno 1397.193.Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.194.Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso separata.195.Rer. Ital., tom. XIX, col. 44 e sequ.196.All'anno 1418.197.Decembrio, cap. 68; e Stella.198.Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello,pro aliquali rependio, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.199.Donato Bosso, all'anno 1444.200.De studiis Mediol., cap. VIII, pag. 34.201.Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.202.Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.203.Decembrio, cap. 42 et seg.204.Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di quel papaMartino, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole, resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme èGiuseppe Brivio, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra teologia, ec.205.Ma l'autore di questa insigne immagine fuGiacobinodi Tradate, profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore diPrassitele.206.Tom. XII, pag. 438.207.Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua discordia che tra di essi regnava.208.Decembrio, cap. 34.209.Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, avvertendolo segretamente i suoi camerieri.210.Cap. 36.211.Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... — Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la destra del celeste aiuto alle tue ancelleBianca MariaedAgnese, affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelleBianca MariaedAgnesesempre con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota, e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. — Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste obblazioni delle tue ancelleBianca MariaedAgnese, che a te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelleBianca MariaedAgnese. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda, o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tueBianca MariaedAgnesela costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè, confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.)212.Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano.213.Kloch, de Ærario, lib. 2, cap. 36, pag. 598.Norimbergae, 1671.214.Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi più di trentamila uomini.215.R. I., tom. XIX, pag. 105.216.Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle straniere regioni.217.Rer. Ital., tom. XXII, col. 939.218.Rer. Ital., tom. XXII, col. 956.219.Archivio di città, registro A, foglio 40.220.Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto 1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia aiMaestri delle entrate, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città. Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato registro al foglio 402.221.Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie del duca.222.Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.223.I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita dell'illustrisssimo principe e signor nostroFilippo Maria, di buona memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del gloriosissimosant'Ambrogio, patrono e protettore nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi e difenda.Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. —Giovanni dei Mantegazii—Stefano dei Gambaloiti—Cabriolo del Conte—Federico del Conte—Giovanni di Fossato—Francio di Figino—Giovanni Giussano—Giacomo di Cambiago Rafaele. — Su la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.224.Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.225.Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i carichi per focolare.226.I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signorBartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. — Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.227.I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano, lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due delle nuovissime (il testo dicenuperiorum, ma forse dee leggersiimperialum), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei dettibarbieri, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII. Sottoscritto —Ambrogio.228.Tomo I, pag. 234.229.1448 die martis nono Januarii.— Notitia sia a ciascuna persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due, come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto de la prima.E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo donato a se medesimo.Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume B, foglio 65 tergo.

142.L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone negli anni 1372 e 1373.

142.L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone negli anni 1372 e 1373.

143.Petri Azarii Chronicon, pag. 301.

143.Petri Azarii Chronicon, pag. 301.

144.Corio, all'anno 1369.

144.Corio, all'anno 1369.

145.Dato nel castello nostro Zoloso.

145.Dato nel castello nostro Zoloso.

146.Giulini, tom. XI, pag. 294.

146.Giulini, tom. XI, pag. 294.

147.La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.

147.La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.

148.Pag. 283.

148.Pag. 283.

149.Pag. 269.

149.Pag. 269.

150.Siton. Monum. Vicecomit., pag. 21.

150.Siton. Monum. Vicecomit., pag. 21.

151.R. I., tom. XVII.

151.R. I., tom. XVII.

152.Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, che possedo nella mia collezione.

152.Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, che possedo nella mia collezione.

153.Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi però, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere come tale.

153.Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi però, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere come tale.

154.Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.

154.Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.

155.Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che il detto signor conte aveva eletti.

155.Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che il detto signor conte aveva eletti.

156.Ad annum 1381.

156.Ad annum 1381.

157.Annal. Mediol. ad ann. 1398.

157.Annal. Mediol. ad ann. 1398.

158.Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga, cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato in modo che muoia.

158.Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga, cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato in modo che muoia.

159.Ad an.1395 in fine.

159.Ad an.1395 in fine.

160.Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune l'onore sublime del ducato? — Alla quale io rispondo: — la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignità del Re Eterno; la conformità cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente fedeltà della casa Viperea; la congruente utilità di tutta la plebe.

160.Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune l'onore sublime del ducato? — Alla quale io rispondo: — la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignità del Re Eterno; la conformità cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente fedeltà della casa Viperea; la congruente utilità di tutta la plebe.

161.Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido decoro; ilare clemenza del placido donatore.

161.Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido decoro; ilare clemenza del placido donatore.

162.La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.

162.La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.

163.L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice MS segnato B. N., pag. 116.

163.L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice MS segnato B. N., pag. 116.

164.Corio, all'anno 1395.

164.Corio, all'anno 1395.

165.Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia 260, ed erra di braccia 101⁄2. Il Bugati s'accosta più degli altri alla verità ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura è prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore delDistinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano, malgrado l'ampollosità del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di braccia 243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sarà, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte delThe Foreigner's guide, or a necessary and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes of London and Westminster — London — the fourth edition 1763, pag. 73. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor Simonetti.San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce di altri 10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350.San Pietro è lungo 8291⁄2palmi romani; alla croce è largo palmi 615; e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra il lanternino, è la somma altezza palmi 593.Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e4⁄5d'atomo del braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti33⁄100d'un atomo del nostro braccio.Ridotto il paragone a braccio milaneseAltezzaLunghezzaLarghezzaDuomo180—2491⁄21481⁄8San Paolo174—236—1271⁄2San Pietro2221⁄23111⁄32303⁄4Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 615⁄6braccia meno lungo, e 825⁄8braccia meno largo di San Pietro.

165.Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia 260, ed erra di braccia 101⁄2. Il Bugati s'accosta più degli altri alla verità ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura è prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore delDistinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano, malgrado l'ampollosità del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di braccia 243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sarà, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte delThe Foreigner's guide, or a necessary and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes of London and Westminster — London — the fourth edition 1763, pag. 73. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor Simonetti.

San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce di altri 10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350.

San Pietro è lungo 8291⁄2palmi romani; alla croce è largo palmi 615; e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra il lanternino, è la somma altezza palmi 593.

Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e4⁄5d'atomo del braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti33⁄100d'un atomo del nostro braccio.

Ridotto il paragone a braccio milanese

Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 615⁄6braccia meno lungo, e 825⁄8braccia meno largo di San Pietro.

166.Corio, all'anno 1391.

166.Corio, all'anno 1391.

167.A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la loro confessione.

167.A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la loro confessione.

168.Giulini, tom. XI, pag. 651.

168.Giulini, tom. XI, pag. 651.

169.Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.

169.Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.

170.Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione.

170.Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione.

171.Raynald., ad ann. 1390, num. I.

171.Raynald., ad ann. 1390, num. I.

172.Robertodi Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e conte Palatino del Reno. A te,Giovanni Galeazzo, milite milanese, comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio, tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.

172.Robertodi Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e conte Palatino del Reno. A te,Giovanni Galeazzo, milite milanese, comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio, tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.

173.A te,Robertodi Baviera, noiGiovanni Galeazzo Visconte, per la grazia di Dio, e del serenissimo signorVenceslaore dei Romani e di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del prefato serenissimo signorVenceslaore dei Romani, e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signorVenceslaoe di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio e del signor reVenceslaoe nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio.

173.A te,Robertodi Baviera, noiGiovanni Galeazzo Visconte, per la grazia di Dio, e del serenissimo signorVenceslaore dei Romani e di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del prefato serenissimo signorVenceslaore dei Romani, e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signorVenceslaoe di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio e del signor reVenceslaoe nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio.

174.Corio, all'anno 1401.

174.Corio, all'anno 1401.

175.Tom. XII, pag. 54.

175.Tom. XII, pag. 54.

176.Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. — Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392.

176.Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. — Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392.

177.Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli,De Alberico VII, in Milano presso Marelli, 1782.

177.Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli,De Alberico VII, in Milano presso Marelli, 1782.

178.Rer. Ital., tom. XVI,colum. 1021 et sequ.

178.Rer. Ital., tom. XVI,colum. 1021 et sequ.

179.Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati.

179.Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati.

180.Annal. Mediol., ad ann. 1401.

180.Annal. Mediol., ad ann. 1401.

181.De Monet. Ital., tom. III, pag. 59.

181.De Monet. Ital., tom. III, pag. 59.

182.Giulini, tom. XI, pag. 521.

182.Giulini, tom. XI, pag. 521.

183.All'anno 1387.

183.All'anno 1387.

184.Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.

184.Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.

185.Tom. VII, pag. 612.

185.Tom. VII, pag. 612.

186.Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.

186.Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.

187.R. I., tom. XIX, col. 32 E.

187.R. I., tom. XIX, col. 32 E.

188.All'anno 1409.

188.All'anno 1409.

189.E non molto dopoFacinoviene chiamato a Milano, cosicchè nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento della vita.

189.E non molto dopoFacinoviene chiamato a Milano, cosicchè nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento della vita.

190.Rer. Ital., tom. XIX, col. 34 E., 33 A.

190.Rer. Ital., tom. XIX, col. 34 E., 33 A.

191.Giulini, tom. XII, pag. 611.

191.Giulini, tom. XII, pag. 611.

192.Corio, all'anno 1397.

192.Corio, all'anno 1397.

193.Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.

193.Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.

194.Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso separata.

194.Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso separata.

195.Rer. Ital., tom. XIX, col. 44 e sequ.

195.Rer. Ital., tom. XIX, col. 44 e sequ.

196.All'anno 1418.

196.All'anno 1418.

197.Decembrio, cap. 68; e Stella.

197.Decembrio, cap. 68; e Stella.

198.Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello,pro aliquali rependio, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.

198.Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello,pro aliquali rependio, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.

199.Donato Bosso, all'anno 1444.

199.Donato Bosso, all'anno 1444.

200.De studiis Mediol., cap. VIII, pag. 34.

200.De studiis Mediol., cap. VIII, pag. 34.

201.Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.

201.Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.

202.Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.

202.Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.

203.Decembrio, cap. 42 et seg.

203.Decembrio, cap. 42 et seg.

204.Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di quel papaMartino, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole, resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme èGiuseppe Brivio, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra teologia, ec.

204.Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di quel papaMartino, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole, resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme èGiuseppe Brivio, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra teologia, ec.

205.Ma l'autore di questa insigne immagine fuGiacobinodi Tradate, profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore diPrassitele.

205.Ma l'autore di questa insigne immagine fuGiacobinodi Tradate, profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore diPrassitele.

206.Tom. XII, pag. 438.

206.Tom. XII, pag. 438.

207.Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua discordia che tra di essi regnava.

207.Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua discordia che tra di essi regnava.

208.Decembrio, cap. 34.

208.Decembrio, cap. 34.

209.Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, avvertendolo segretamente i suoi camerieri.

209.Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, avvertendolo segretamente i suoi camerieri.

210.Cap. 36.

210.Cap. 36.

211.Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... — Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la destra del celeste aiuto alle tue ancelleBianca MariaedAgnese, affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelleBianca MariaedAgnesesempre con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota, e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. — Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste obblazioni delle tue ancelleBianca MariaedAgnese, che a te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelleBianca MariaedAgnese. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda, o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tueBianca MariaedAgnesela costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè, confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.)

211.Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... — Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...

(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la destra del celeste aiuto alle tue ancelleBianca MariaedAgnese, affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelleBianca MariaedAgnesesempre con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota, e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. — Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste obblazioni delle tue ancelleBianca MariaedAgnese, che a te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelleBianca MariaedAgnese. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda, o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tueBianca MariaedAgnesela costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè, confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.)

212.Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano.

212.Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano.

213.Kloch, de Ærario, lib. 2, cap. 36, pag. 598.Norimbergae, 1671.

213.Kloch, de Ærario, lib. 2, cap. 36, pag. 598.Norimbergae, 1671.

214.Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi più di trentamila uomini.

214.Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi più di trentamila uomini.

215.R. I., tom. XIX, pag. 105.

215.R. I., tom. XIX, pag. 105.

216.Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle straniere regioni.

216.Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle straniere regioni.

217.Rer. Ital., tom. XXII, col. 939.

217.Rer. Ital., tom. XXII, col. 939.

218.Rer. Ital., tom. XXII, col. 956.

218.Rer. Ital., tom. XXII, col. 956.

219.Archivio di città, registro A, foglio 40.

219.Archivio di città, registro A, foglio 40.

220.Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto 1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia aiMaestri delle entrate, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città. Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato registro al foglio 402.

220.Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto 1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia aiMaestri delle entrate, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città. Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato registro al foglio 402.

221.Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie del duca.

221.Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie del duca.

222.Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.

222.Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.

223.I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita dell'illustrisssimo principe e signor nostroFilippo Maria, di buona memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del gloriosissimosant'Ambrogio, patrono e protettore nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi e difenda.Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. —Giovanni dei Mantegazii—Stefano dei Gambaloiti—Cabriolo del Conte—Federico del Conte—Giovanni di Fossato—Francio di Figino—Giovanni Giussano—Giacomo di Cambiago Rafaele. — Su la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.

223.I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita dell'illustrisssimo principe e signor nostroFilippo Maria, di buona memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del gloriosissimosant'Ambrogio, patrono e protettore nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi e difenda.

Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. —Giovanni dei Mantegazii—Stefano dei Gambaloiti—Cabriolo del Conte—Federico del Conte—Giovanni di Fossato—Francio di Figino—Giovanni Giussano—Giacomo di Cambiago Rafaele. — Su la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.

224.Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.

224.Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.

225.Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i carichi per focolare.

225.Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i carichi per focolare.

226.I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signorBartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. — Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.

226.I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signorBartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. — Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.

227.I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano, lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due delle nuovissime (il testo dicenuperiorum, ma forse dee leggersiimperialum), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei dettibarbieri, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII. Sottoscritto —Ambrogio.

227.I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano, lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due delle nuovissime (il testo dicenuperiorum, ma forse dee leggersiimperialum), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei dettibarbieri, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII. Sottoscritto —Ambrogio.

228.Tomo I, pag. 234.

228.Tomo I, pag. 234.

229.1448 die martis nono Januarii.— Notitia sia a ciascuna persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due, come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto de la prima.E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo donato a se medesimo.Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume B, foglio 65 tergo.

229.1448 die martis nono Januarii.— Notitia sia a ciascuna persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due, come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto de la prima.

E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo donato a se medesimo.

Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume B, foglio 65 tergo.


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