184.Bellati,Serie de' governatori di Milano, pag. 2, nota 3.185.Somaglia,Alleggiamento dello Stato di Milano, articoloMensuale, pag. 160.186.Somaglia,Alleggiamento, ec;Relazione del Censimento del 1750, cap. II. e IV.187.Veggasi la di lui vita, scritta dal suo segretario Goselini.188.Ripamonti, pag. 118. — Casati,Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei, tom. II, pag. 25.189.Lunig.Codex Italiae diplomat., tom. I, sect. II, class. I, cap. 1, num. 51 e 52. — Gaillard,Vie de François I, tom. V, pag. 399.190.Stor. Univ., lib. VII, pag. 960.191.Vedi il tom. I, cap. I, pag. 52.192.Bugati,Storia Universale, lib. VII, pag. 970 e 971. — Lattuada, tom. IV, pag. 452.193.Bugati,Stor. Univ., lib. VII, pag. 994.194.Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michelangelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguita il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. — (Nota dell'abate Frisi).195.Dumont,Corps diplomatique.196.Camillo Sitoni inChronic. Coll. Judic., citato dal Lattuada, tom. IV, pag. 10.197.Saxius,De studiis mediolanensibus, cap. XI, col. 48.198.Lattuada, tom. V, pag. 441.199.Bugati,Storia Universale, lib. VII, pag. 965.200.De mutatione nominis, oratio etc. coram senatu habita; Mediolani, 1541 e 1547, in 4.º — Argellati,Bibl. Script. Mediol., tom. II, col. 839 e seg.201.Lattuada,Descrizione di Milano, tom. V, pag. 170.202.Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati più ancora insigne egli fu.203.De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praexdis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler, Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii, 1592, lib. I, pag. 25 e 26.204.Lattuada, tom. III, pag. 197.205.Bescapè, Vita citata, p. 27.206.Idem, luogo citato.207.Oltrocchi, nelle note alla versione latina dellaVita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota b, e col. 52, nota d. Ecco letteralmente il testo:Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: «... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit; quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor»(Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Così scrive Carlo al cardinale di Como.... E più copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «... Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo».). Indi conchiude l'annotatore:Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistolas «tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a reguli pompa differret»(Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa.).208.Storia di varii conclavi, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgiojoso d'Este.209.Lattuada, tom. IV, pag. 7, e tom. V. pag. 261 e 433. — Giussani,Vita di S. Carlo, lib. III, cap. I.210.Bescapè, opera citata, pag. 56, e gli altri storici contemporanei.211.Oltrocchi, nelle Note allaVita latina di S. Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 144, notad.212.Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere(Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.): Bescapè, pag. 55.213.Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facoltatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis altis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, casque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur(Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente gravosa che da quella condizione la quale si era proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocchè a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignità (benchè avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, avevano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi). Bescapè, pag. 56. — Vedansi anche il Bossi,Vita latina di San Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 145-146, e Bugati,Storia Universale, lib. VIII, pag. 1079.214.Bescapè, pag. 40.215.Idem, pag. 42 e 49.216.Idem, pag. 65, 66 e 68.217.Tiraboschi,Vetera Humiliatorum Monumenta, tom. I, dissert. VIII.De Humiliatorum extinctione, pag. 416.218.MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo:Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati, ec.219.Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo della archibugiata, fu Antonio Scarampi, e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nellaConfutazione de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi. Pavia, 1755, alla pag. 245.220.Manoscritto citato.221.At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes videri perverse vellent, in maximum inciderent temeritatem Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis.(Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.) Bescapè, pag. 77.222.La bolla d'abolizione è nelBollar. Roman., tom. II, foglio 328. Vedansi Bescapè, pag. 87. Lattuada, tom. V, pag. 260 — Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, pag. 427.223.Bescapè, luogo citato.224.Oltrocchi, notaballaVita latina di S. Carlo, lib. II. pag. 210 — Lattuada, tom. I, pag. 190 e seguenti.225.Art de vérifier les Dates, art.Philippe II.226.Bescapè, pag. 202 e 203. — Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nellaConfutazione de' Ragionamenti apologetici pubblicati dal dottor Baldassare Oltrocchi, pag. 436.227.Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.228.Bescapè, pag. 224.229.Vedi Gaspare Bugati,Fatti di Milano al contrasto della Peste. — Giacomo Filippo Resta,Vera narrazione del successo della Peste. — Cicerei,Epist., tom. II, pag. 248.230.Bugati,Aggiunta alla sua Storia Universale, Milano, 1571, pag. 167.231.Pag. 145, 146, 147 e 173.232.Bescapè, pag. 145. — Lattuada, tom. III. pag. 122.233.Vedi gli storici della sua vita, e specialmente il Bescapè, pag. 193, 194, 195, 290 e 363; e inoltre il Lattuada, tom. IV, pag. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pag. 111, 262, 407; e il Bugati,Aggiunta, ec., pag. 143.234.Lettera 4 luglio 1579, tra leLettere del glorioso arcivescovo di Milano S. Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede. Lugano, per l'Agnelli, 1762.235.Cronaca citata, all'anno 1580.236.Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro:Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan.237.Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.238.Bianconi,Guida di Milano, pag. 122 e 157.239.Lattuada e Bianconi, pag. 79.240.Lattuada, tom. V, pag. 284.241.Fr. Cicereji, Opera, tom. II, pag. 183.242.Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrato della regina: «Volendo questa città di Milano ricevere con tutti questi segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perchè fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali è tenuto ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra si è detto di qua alli 25 di novembre presente, al più tardi, acciocchè quando giungerà sua altezza, la quale si ha nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili,e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Nè si admetterà alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda.Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrano in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.Et inoltre sarà S. V. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo particolare.In Milano, alli 2 di novembre 1598.Sott.Il vicario e dodici di Provvisioneeletti dai signori Sessanta, ec.Gio. Jacomo Chiesa».243.Le grazie d'Amore, di Cesare de' Negri, milanese, detto ilTrombone: Milano, presso Ponzo e Piccaglia, 1604 in fol., pag. 12 e seg.244.Libro citato, pag. 35.245.Opera citata, pag. 13.246.Pag. 25.247.Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese:Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4.º248.Negri, opera citata, pag. 14.249.Pag. 287.250.Siècle de Louis XIV, cap. XXV.251.Stato della repubblica milanese l'anno 1610, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. deiGovernatori, fog. 331,tergo. — Di quest'opera dà conto l'Argellati nellaBiblioteca degli scrittori milanesi.252.....Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad praetorium aperuit.253.Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextra amabilis, sinistra formidabilis.... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est jusitae custodia.254.Lattuada, tom. V, pag. 26 e seg.255.MS. del senator Visconti, fol. 279.256.Visconti, MS. citato, fol. 337.257.Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclare Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando.258.Visconti, MS. citato, fol. 284,tergo.259.Detto MS.260.Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur.(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di ricchezze e d'onori).261.Visconti, nel citato MS. fol. 349.262.MS. suddetto, fol. 350.263.Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli dei demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi, e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai lori corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udirne il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poichè nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega detestabil donna fu condannata, previo la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia». Così nella sentenza, di cui ecco il tenore:Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque leterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione cognita es, jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus st veneficiis in sui amorem traxisse, vel certe trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum et ad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis suplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac mature perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata.... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti.... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur.... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Officii pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat.— Signat.Io. Baptista Saccus. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e, avendo essa la data del 4 di febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente.Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo stomaco: non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Caterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poichè aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali, portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiale Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigionò in una stanza di casa Caterina Medici, e le disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e cheo lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio negò essa Caterina..... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sè medesima, ma si vede che si accusò prima che fosse posta in prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura, l'obbligò a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perchè, avendo in sua casa questa Caterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati,e mi levarono di casa la Caterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti vuolsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridava che pareva mi fosse strepato il core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai guanto passava, et lui, dopo havermi letto ed esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Caterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Caterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et colà mi venne tentazione di gettarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire.Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse:che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo avrebbe levato dal letto facendoli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto:— Chi leva Senic et chi la sanità: —et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito.Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti; che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione; per la qual cosa domandò aiuto e a me e a al signor medico Clerici, perchè s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poichè, sendo così stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa sopranaturale delle malìe, tanto più avendone visto molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati invano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate dal demonio, e però non mi maraviglio che il male del dotto signor senatore non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse: «Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore, la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fattiad amorem, come spesse volte si fanno, maad mortem, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perchè, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficiiad amoremportano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali maleficii più tosto esser statiad mortem, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso dire, colto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia trattano».Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de' Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu:1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis;(1617, il dì 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di giustizia, comandò doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulterior verità, ed altresì sopra altre cose.) e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata,negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negatche il demonio fosse assistente,ec. Redarguta, perseverat in negativa.... Tunc fuit ei comminata tortura ad formam, ec. ubi non dicat veritatem.... Responditnon ho fatto altro....et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et jam stringeretur, dicit: Dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta, ec......(Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente dettoBurilotto; nega pure di sapere il modo di liberare il signor senatore dal predetto malefizio. Nega cheil demonio fosse assistente, ec. Redarguita, persiste nella negativa.... Allora le fu minacciata la tortura nella forma, ec., quando non dica la verità.... Rispose,non ho fatto altro....ed essendole perciò applicata la fune al braccio destro, e già strignendosele, disse:Dirò la verità, fatemi desligare;e così sciolta, ec.) e allora recitò una lunghissima fila diBarilottie maleficii i più pazzi e strani.264.Bianconi,Nuova Guida di Milano, pag. 258.265.Bosca,De origine et statu Bibl. Ambr., lib. II, pag. 566. — Saxius,De studiis literariis Mediol., cap. XII, col. 54. — Lattuada,Descrizione di Milano, tom. IV, pag. 94.266.Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federico:Questo libro costa centomila scudi; con che è venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. —(Nota del canonico Antonio Francesco Frisi).267.La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio:Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando e promulgando censuras contra deputatos, consules et syndicos Communitatum... et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis... et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, neque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri, ec...(Essendochè gli ecclesiastici a poco a poco, un dopo l'altro, contro l'imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci della comunità... ed essendochè i parochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione delle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro di quella sarebbono astenuti; il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata per quello che appartiene alla giustizia, benchè non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e così essere l'osservanza in altre provincie, che anzi così essere stata già da lunga pezza la pratica in molte partì di questo dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che nè si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, nè a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiam difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, nè difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo, ec.) e termina quindi concludendo:Reliquam est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quit nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur.(Rimane che la Maestà Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.)268.Ripamonti,De Peste, ec., pag. 20.
184.Bellati,Serie de' governatori di Milano, pag. 2, nota 3.
184.Bellati,Serie de' governatori di Milano, pag. 2, nota 3.
185.Somaglia,Alleggiamento dello Stato di Milano, articoloMensuale, pag. 160.
185.Somaglia,Alleggiamento dello Stato di Milano, articoloMensuale, pag. 160.
186.Somaglia,Alleggiamento, ec;Relazione del Censimento del 1750, cap. II. e IV.
186.Somaglia,Alleggiamento, ec;Relazione del Censimento del 1750, cap. II. e IV.
187.Veggasi la di lui vita, scritta dal suo segretario Goselini.
187.Veggasi la di lui vita, scritta dal suo segretario Goselini.
188.Ripamonti, pag. 118. — Casati,Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei, tom. II, pag. 25.
188.Ripamonti, pag. 118. — Casati,Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei, tom. II, pag. 25.
189.Lunig.Codex Italiae diplomat., tom. I, sect. II, class. I, cap. 1, num. 51 e 52. — Gaillard,Vie de François I, tom. V, pag. 399.
189.Lunig.Codex Italiae diplomat., tom. I, sect. II, class. I, cap. 1, num. 51 e 52. — Gaillard,Vie de François I, tom. V, pag. 399.
190.Stor. Univ., lib. VII, pag. 960.
190.Stor. Univ., lib. VII, pag. 960.
191.Vedi il tom. I, cap. I, pag. 52.
191.Vedi il tom. I, cap. I, pag. 52.
192.Bugati,Storia Universale, lib. VII, pag. 970 e 971. — Lattuada, tom. IV, pag. 452.
192.Bugati,Storia Universale, lib. VII, pag. 970 e 971. — Lattuada, tom. IV, pag. 452.
193.Bugati,Stor. Univ., lib. VII, pag. 994.
193.Bugati,Stor. Univ., lib. VII, pag. 994.
194.Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michelangelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguita il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. — (Nota dell'abate Frisi).
194.Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michelangelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguita il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. — (Nota dell'abate Frisi).
195.Dumont,Corps diplomatique.
195.Dumont,Corps diplomatique.
196.Camillo Sitoni inChronic. Coll. Judic., citato dal Lattuada, tom. IV, pag. 10.
196.Camillo Sitoni inChronic. Coll. Judic., citato dal Lattuada, tom. IV, pag. 10.
197.Saxius,De studiis mediolanensibus, cap. XI, col. 48.
197.Saxius,De studiis mediolanensibus, cap. XI, col. 48.
198.Lattuada, tom. V, pag. 441.
198.Lattuada, tom. V, pag. 441.
199.Bugati,Storia Universale, lib. VII, pag. 965.
199.Bugati,Storia Universale, lib. VII, pag. 965.
200.De mutatione nominis, oratio etc. coram senatu habita; Mediolani, 1541 e 1547, in 4.º — Argellati,Bibl. Script. Mediol., tom. II, col. 839 e seg.
200.De mutatione nominis, oratio etc. coram senatu habita; Mediolani, 1541 e 1547, in 4.º — Argellati,Bibl. Script. Mediol., tom. II, col. 839 e seg.
201.Lattuada,Descrizione di Milano, tom. V, pag. 170.
201.Lattuada,Descrizione di Milano, tom. V, pag. 170.
202.Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati più ancora insigne egli fu.
202.Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati più ancora insigne egli fu.
203.De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praexdis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler, Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii, 1592, lib. I, pag. 25 e 26.
203.De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praexdis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler, Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii, 1592, lib. I, pag. 25 e 26.
204.Lattuada, tom. III, pag. 197.
204.Lattuada, tom. III, pag. 197.
205.Bescapè, Vita citata, p. 27.
205.Bescapè, Vita citata, p. 27.
206.Idem, luogo citato.
206.Idem, luogo citato.
207.Oltrocchi, nelle note alla versione latina dellaVita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota b, e col. 52, nota d. Ecco letteralmente il testo:Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: «... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit; quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor»(Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Così scrive Carlo al cardinale di Como.... E più copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «... Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo».). Indi conchiude l'annotatore:Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistolas «tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a reguli pompa differret»(Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa.).
207.Oltrocchi, nelle note alla versione latina dellaVita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota b, e col. 52, nota d. Ecco letteralmente il testo:Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: «... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit; quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor»(Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Così scrive Carlo al cardinale di Como.... E più copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «... Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo».). Indi conchiude l'annotatore:Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistolas «tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a reguli pompa differret»(Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa.).
208.Storia di varii conclavi, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgiojoso d'Este.
208.Storia di varii conclavi, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgiojoso d'Este.
209.Lattuada, tom. IV, pag. 7, e tom. V. pag. 261 e 433. — Giussani,Vita di S. Carlo, lib. III, cap. I.
209.Lattuada, tom. IV, pag. 7, e tom. V. pag. 261 e 433. — Giussani,Vita di S. Carlo, lib. III, cap. I.
210.Bescapè, opera citata, pag. 56, e gli altri storici contemporanei.
210.Bescapè, opera citata, pag. 56, e gli altri storici contemporanei.
211.Oltrocchi, nelle Note allaVita latina di S. Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 144, notad.
211.Oltrocchi, nelle Note allaVita latina di S. Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 144, notad.
212.Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere(Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.): Bescapè, pag. 55.
212.Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere(Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.): Bescapè, pag. 55.
213.Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facoltatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis altis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, casque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur(Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente gravosa che da quella condizione la quale si era proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocchè a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignità (benchè avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, avevano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi). Bescapè, pag. 56. — Vedansi anche il Bossi,Vita latina di San Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 145-146, e Bugati,Storia Universale, lib. VIII, pag. 1079.
213.Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facoltatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis altis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, casque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur(Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente gravosa che da quella condizione la quale si era proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocchè a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignità (benchè avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, avevano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi). Bescapè, pag. 56. — Vedansi anche il Bossi,Vita latina di San Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 145-146, e Bugati,Storia Universale, lib. VIII, pag. 1079.
214.Bescapè, pag. 40.
214.Bescapè, pag. 40.
215.Idem, pag. 42 e 49.
215.Idem, pag. 42 e 49.
216.Idem, pag. 65, 66 e 68.
216.Idem, pag. 65, 66 e 68.
217.Tiraboschi,Vetera Humiliatorum Monumenta, tom. I, dissert. VIII.De Humiliatorum extinctione, pag. 416.
217.Tiraboschi,Vetera Humiliatorum Monumenta, tom. I, dissert. VIII.De Humiliatorum extinctione, pag. 416.
218.MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo:Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati, ec.
218.MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo:Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati, ec.
219.Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo della archibugiata, fu Antonio Scarampi, e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nellaConfutazione de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi. Pavia, 1755, alla pag. 245.
219.Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo della archibugiata, fu Antonio Scarampi, e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nellaConfutazione de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi. Pavia, 1755, alla pag. 245.
220.Manoscritto citato.
220.Manoscritto citato.
221.At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes videri perverse vellent, in maximum inciderent temeritatem Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis.(Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.) Bescapè, pag. 77.
221.At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes videri perverse vellent, in maximum inciderent temeritatem Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis.(Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.) Bescapè, pag. 77.
222.La bolla d'abolizione è nelBollar. Roman., tom. II, foglio 328. Vedansi Bescapè, pag. 87. Lattuada, tom. V, pag. 260 — Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, pag. 427.
222.La bolla d'abolizione è nelBollar. Roman., tom. II, foglio 328. Vedansi Bescapè, pag. 87. Lattuada, tom. V, pag. 260 — Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, pag. 427.
223.Bescapè, luogo citato.
223.Bescapè, luogo citato.
224.Oltrocchi, notaballaVita latina di S. Carlo, lib. II. pag. 210 — Lattuada, tom. I, pag. 190 e seguenti.
224.Oltrocchi, notaballaVita latina di S. Carlo, lib. II. pag. 210 — Lattuada, tom. I, pag. 190 e seguenti.
225.Art de vérifier les Dates, art.Philippe II.
225.Art de vérifier les Dates, art.Philippe II.
226.Bescapè, pag. 202 e 203. — Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nellaConfutazione de' Ragionamenti apologetici pubblicati dal dottor Baldassare Oltrocchi, pag. 436.
226.Bescapè, pag. 202 e 203. — Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nellaConfutazione de' Ragionamenti apologetici pubblicati dal dottor Baldassare Oltrocchi, pag. 436.
227.Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.
227.Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.
228.Bescapè, pag. 224.
228.Bescapè, pag. 224.
229.Vedi Gaspare Bugati,Fatti di Milano al contrasto della Peste. — Giacomo Filippo Resta,Vera narrazione del successo della Peste. — Cicerei,Epist., tom. II, pag. 248.
229.Vedi Gaspare Bugati,Fatti di Milano al contrasto della Peste. — Giacomo Filippo Resta,Vera narrazione del successo della Peste. — Cicerei,Epist., tom. II, pag. 248.
230.Bugati,Aggiunta alla sua Storia Universale, Milano, 1571, pag. 167.
230.Bugati,Aggiunta alla sua Storia Universale, Milano, 1571, pag. 167.
231.Pag. 145, 146, 147 e 173.
231.Pag. 145, 146, 147 e 173.
232.Bescapè, pag. 145. — Lattuada, tom. III. pag. 122.
232.Bescapè, pag. 145. — Lattuada, tom. III. pag. 122.
233.Vedi gli storici della sua vita, e specialmente il Bescapè, pag. 193, 194, 195, 290 e 363; e inoltre il Lattuada, tom. IV, pag. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pag. 111, 262, 407; e il Bugati,Aggiunta, ec., pag. 143.
233.Vedi gli storici della sua vita, e specialmente il Bescapè, pag. 193, 194, 195, 290 e 363; e inoltre il Lattuada, tom. IV, pag. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pag. 111, 262, 407; e il Bugati,Aggiunta, ec., pag. 143.
234.Lettera 4 luglio 1579, tra leLettere del glorioso arcivescovo di Milano S. Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede. Lugano, per l'Agnelli, 1762.
234.Lettera 4 luglio 1579, tra leLettere del glorioso arcivescovo di Milano S. Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede. Lugano, per l'Agnelli, 1762.
235.Cronaca citata, all'anno 1580.
235.Cronaca citata, all'anno 1580.
236.Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro:Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan.
236.Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro:Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan.
237.Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.
237.Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.
238.Bianconi,Guida di Milano, pag. 122 e 157.
238.Bianconi,Guida di Milano, pag. 122 e 157.
239.Lattuada e Bianconi, pag. 79.
239.Lattuada e Bianconi, pag. 79.
240.Lattuada, tom. V, pag. 284.
240.Lattuada, tom. V, pag. 284.
241.Fr. Cicereji, Opera, tom. II, pag. 183.
241.Fr. Cicereji, Opera, tom. II, pag. 183.
242.Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrato della regina: «Volendo questa città di Milano ricevere con tutti questi segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perchè fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali è tenuto ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra si è detto di qua alli 25 di novembre presente, al più tardi, acciocchè quando giungerà sua altezza, la quale si ha nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili,e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Nè si admetterà alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda.Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrano in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.Et inoltre sarà S. V. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo particolare.In Milano, alli 2 di novembre 1598.Sott.Il vicario e dodici di Provvisioneeletti dai signori Sessanta, ec.Gio. Jacomo Chiesa».
242.Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrato della regina: «Volendo questa città di Milano ricevere con tutti questi segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perchè fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali è tenuto ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra si è detto di qua alli 25 di novembre presente, al più tardi, acciocchè quando giungerà sua altezza, la quale si ha nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili,e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Nè si admetterà alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda.Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrano in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.
Et inoltre sarà S. V. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo particolare.
In Milano, alli 2 di novembre 1598.
Sott.Il vicario e dodici di Provvisioneeletti dai signori Sessanta, ec.
Gio. Jacomo Chiesa».
243.Le grazie d'Amore, di Cesare de' Negri, milanese, detto ilTrombone: Milano, presso Ponzo e Piccaglia, 1604 in fol., pag. 12 e seg.
243.Le grazie d'Amore, di Cesare de' Negri, milanese, detto ilTrombone: Milano, presso Ponzo e Piccaglia, 1604 in fol., pag. 12 e seg.
244.Libro citato, pag. 35.
244.Libro citato, pag. 35.
245.Opera citata, pag. 13.
245.Opera citata, pag. 13.
246.Pag. 25.
246.Pag. 25.
247.Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese:Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4.º
247.Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese:Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4.º
248.Negri, opera citata, pag. 14.
248.Negri, opera citata, pag. 14.
249.Pag. 287.
249.Pag. 287.
250.Siècle de Louis XIV, cap. XXV.
250.Siècle de Louis XIV, cap. XXV.
251.Stato della repubblica milanese l'anno 1610, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. deiGovernatori, fog. 331,tergo. — Di quest'opera dà conto l'Argellati nellaBiblioteca degli scrittori milanesi.
251.Stato della repubblica milanese l'anno 1610, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. deiGovernatori, fog. 331,tergo. — Di quest'opera dà conto l'Argellati nellaBiblioteca degli scrittori milanesi.
252.....Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad praetorium aperuit.
252.....Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad praetorium aperuit.
253.Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextra amabilis, sinistra formidabilis.... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est jusitae custodia.
253.Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextra amabilis, sinistra formidabilis.... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est jusitae custodia.
254.Lattuada, tom. V, pag. 26 e seg.
254.Lattuada, tom. V, pag. 26 e seg.
255.MS. del senator Visconti, fol. 279.
255.MS. del senator Visconti, fol. 279.
256.Visconti, MS. citato, fol. 337.
256.Visconti, MS. citato, fol. 337.
257.Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclare Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando.
257.Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclare Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando.
258.Visconti, MS. citato, fol. 284,tergo.
258.Visconti, MS. citato, fol. 284,tergo.
259.Detto MS.
259.Detto MS.
260.Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur.(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di ricchezze e d'onori).
260.Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur.
(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di ricchezze e d'onori).
261.Visconti, nel citato MS. fol. 349.
261.Visconti, nel citato MS. fol. 349.
262.MS. suddetto, fol. 350.
262.MS. suddetto, fol. 350.
263.Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli dei demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi, e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai lori corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udirne il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poichè nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega detestabil donna fu condannata, previo la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia». Così nella sentenza, di cui ecco il tenore:Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque leterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione cognita es, jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus st veneficiis in sui amorem traxisse, vel certe trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum et ad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis suplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac mature perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata.... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti.... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur.... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Officii pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat.— Signat.Io. Baptista Saccus. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e, avendo essa la data del 4 di febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente.Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo stomaco: non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Caterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poichè aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali, portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiale Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigionò in una stanza di casa Caterina Medici, e le disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e cheo lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio negò essa Caterina..... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sè medesima, ma si vede che si accusò prima che fosse posta in prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura, l'obbligò a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perchè, avendo in sua casa questa Caterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati,e mi levarono di casa la Caterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti vuolsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridava che pareva mi fosse strepato il core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai guanto passava, et lui, dopo havermi letto ed esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Caterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Caterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et colà mi venne tentazione di gettarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire.Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse:che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo avrebbe levato dal letto facendoli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto:— Chi leva Senic et chi la sanità: —et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito.Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti; che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione; per la qual cosa domandò aiuto e a me e a al signor medico Clerici, perchè s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poichè, sendo così stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa sopranaturale delle malìe, tanto più avendone visto molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati invano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate dal demonio, e però non mi maraviglio che il male del dotto signor senatore non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse: «Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore, la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fattiad amorem, come spesse volte si fanno, maad mortem, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perchè, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficiiad amoremportano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali maleficii più tosto esser statiad mortem, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso dire, colto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia trattano».Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de' Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu:1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis;(1617, il dì 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di giustizia, comandò doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulterior verità, ed altresì sopra altre cose.) e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata,negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negatche il demonio fosse assistente,ec. Redarguta, perseverat in negativa.... Tunc fuit ei comminata tortura ad formam, ec. ubi non dicat veritatem.... Responditnon ho fatto altro....et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et jam stringeretur, dicit: Dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta, ec......(Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente dettoBurilotto; nega pure di sapere il modo di liberare il signor senatore dal predetto malefizio. Nega cheil demonio fosse assistente, ec. Redarguita, persiste nella negativa.... Allora le fu minacciata la tortura nella forma, ec., quando non dica la verità.... Rispose,non ho fatto altro....ed essendole perciò applicata la fune al braccio destro, e già strignendosele, disse:Dirò la verità, fatemi desligare;e così sciolta, ec.) e allora recitò una lunghissima fila diBarilottie maleficii i più pazzi e strani.
263.Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli dei demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi, e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai lori corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udirne il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poichè nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega detestabil donna fu condannata, previo la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia». Così nella sentenza, di cui ecco il tenore:Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque leterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione cognita es, jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus st veneficiis in sui amorem traxisse, vel certe trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum et ad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis suplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac mature perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata.... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti.... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur.... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Officii pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat.— Signat.Io. Baptista Saccus. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e, avendo essa la data del 4 di febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente.
Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo stomaco: non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Caterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poichè aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali, portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiale Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigionò in una stanza di casa Caterina Medici, e le disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e cheo lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio negò essa Caterina..... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sè medesima, ma si vede che si accusò prima che fosse posta in prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura, l'obbligò a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.
Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perchè, avendo in sua casa questa Caterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati,e mi levarono di casa la Caterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti vuolsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridava che pareva mi fosse strepato il core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai guanto passava, et lui, dopo havermi letto ed esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Caterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Caterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et colà mi venne tentazione di gettarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire.
Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse:che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo avrebbe levato dal letto facendoli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto:— Chi leva Senic et chi la sanità: —et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito.
Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti; che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione; per la qual cosa domandò aiuto e a me e a al signor medico Clerici, perchè s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poichè, sendo così stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa sopranaturale delle malìe, tanto più avendone visto molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati invano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate dal demonio, e però non mi maraviglio che il male del dotto signor senatore non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse: «Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore, la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fattiad amorem, come spesse volte si fanno, maad mortem, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perchè, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficiiad amoremportano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali maleficii più tosto esser statiad mortem, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso dire, colto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia trattano».
Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de' Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu:1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis;(1617, il dì 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di giustizia, comandò doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulterior verità, ed altresì sopra altre cose.) e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata,negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negatche il demonio fosse assistente,ec. Redarguta, perseverat in negativa.... Tunc fuit ei comminata tortura ad formam, ec. ubi non dicat veritatem.... Responditnon ho fatto altro....et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et jam stringeretur, dicit: Dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta, ec......(Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente dettoBurilotto; nega pure di sapere il modo di liberare il signor senatore dal predetto malefizio. Nega cheil demonio fosse assistente, ec. Redarguita, persiste nella negativa.... Allora le fu minacciata la tortura nella forma, ec., quando non dica la verità.... Rispose,non ho fatto altro....ed essendole perciò applicata la fune al braccio destro, e già strignendosele, disse:Dirò la verità, fatemi desligare;e così sciolta, ec.) e allora recitò una lunghissima fila diBarilottie maleficii i più pazzi e strani.
264.Bianconi,Nuova Guida di Milano, pag. 258.
264.Bianconi,Nuova Guida di Milano, pag. 258.
265.Bosca,De origine et statu Bibl. Ambr., lib. II, pag. 566. — Saxius,De studiis literariis Mediol., cap. XII, col. 54. — Lattuada,Descrizione di Milano, tom. IV, pag. 94.
265.Bosca,De origine et statu Bibl. Ambr., lib. II, pag. 566. — Saxius,De studiis literariis Mediol., cap. XII, col. 54. — Lattuada,Descrizione di Milano, tom. IV, pag. 94.
266.Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federico:Questo libro costa centomila scudi; con che è venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. —(Nota del canonico Antonio Francesco Frisi).
266.Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federico:Questo libro costa centomila scudi; con che è venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. —(Nota del canonico Antonio Francesco Frisi).
267.La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio:Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando e promulgando censuras contra deputatos, consules et syndicos Communitatum... et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis... et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, neque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri, ec...(Essendochè gli ecclesiastici a poco a poco, un dopo l'altro, contro l'imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci della comunità... ed essendochè i parochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione delle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro di quella sarebbono astenuti; il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata per quello che appartiene alla giustizia, benchè non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e così essere l'osservanza in altre provincie, che anzi così essere stata già da lunga pezza la pratica in molte partì di questo dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che nè si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, nè a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiam difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, nè difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo, ec.) e termina quindi concludendo:Reliquam est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quit nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur.(Rimane che la Maestà Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.)
267.La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio:Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando e promulgando censuras contra deputatos, consules et syndicos Communitatum... et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis... et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, neque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri, ec...(Essendochè gli ecclesiastici a poco a poco, un dopo l'altro, contro l'imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci della comunità... ed essendochè i parochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione delle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro di quella sarebbono astenuti; il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata per quello che appartiene alla giustizia, benchè non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e così essere l'osservanza in altre provincie, che anzi così essere stata già da lunga pezza la pratica in molte partì di questo dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che nè si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, nè a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiam difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, nè difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo, ec.) e termina quindi concludendo:Reliquam est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quit nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur.(Rimane che la Maestà Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.)
268.Ripamonti,De Peste, ec., pag. 20.
268.Ripamonti,De Peste, ec., pag. 20.