Oropa, 11 luglio 1874.
Amica,
Credimi, amica mia, accompagnare questa data di tempo, 11 luglio, con quest'altra cara di luogo è una vera fortuna: io lo so! Ieri notte a Milano agitavo il ventaglio sì rabbiosamente da lacerarlo, oggi a sera, guardando sui monti i lumi accesi, indovinavo i focolari, e senza affatto paura tra la queta famiglia dei boscaioli fingevo un posticino anche per me ad ascoltare le vecchie istorie delle valli. Toltami finalmente all'afa di Milano e rinfrescatemi le labbra con un'acqua purissima, sento bisogno di fare qualcosa o per lo meno di chiacchierare un pochino. Se mi ascolti, quando ti rivedrò prometto farti tanti baci di più, e di dirti ancora la mia compiacentissima amica.
Da Milano a Biella voler descrivere il viaggio sarebbe come dire:—Leggi l'orario e ti divertirai!—Sì, una monotonia, un piano, una noia da far piangere, quando si rammentino le vetture dei nostri nonni. Almeno noi ebbimo l'aiuto del vapore; e la locomotiva, sbuffando una negra tempesta mischiata alle faville ed alla polvere, ci tolse in fretta alle immense praterie, alle adacquatrici maestre, ai campi di granoturco, alle filarate di gelsi, e via via.
A Biella ti s'allarga il cuore: la collina è gaia, la macchia generale del paese viva e svariata, le montagne a sfondo, se sono belle pei pittori, sono bellissime certo e buonissime per due poveri occhi stanchi di tutto, persino deipince-nezaffumicati, per due meschini polmoni, nati proprio per l'aria dell'Alpi. Ma ahimè! bisogna prepararci ad uno strazio! scesi appena dal vagone, una turba di monellacci-vetturini così assedia i viaggiatori, che andarne illesi con tutto l'abito a posto o senza una trafittura nel cervello, è cosa da schizzare un quadretto e recarlo votivamente al Santuario.—Oropa! Oropa! Oropa!—scoppia il grido d'ogni parte, e schioccano le fruste e imbizzarriscono le bestie. Lah! tiriamo innanzi colla carrozza. Biella non saprei giudicarla, così di sfuggita: ha portici, chiese a colonnati classici, vie discrete, ma insomma le muraglie danno sempre l'idea del caldo; riposiamo dunque lo sguardo sulla verzura, l'immensa verzura che, assumendo cento toni, si stende nelle valli, pare si rannicchi nelle gole, s'inazzurra nei lontani sfondi, trionfa sui monti, e finisce alle cime con qualche ciuffetto che stacca sul cielo come una pennellata bizzarra. Le strade abbenchè erte sono bellissime e senza scheggloni, e per lo più ombreggiate, ma con tante e tante svolte sì che le quattro miglia da Biella a Oropa fanno un viaggetto di un paio d'ore. A sinistra s'incontra lo stabilimento idroterapico di Cossilla, un bianco fabbricato tutto ad archi acuti soprapposti, elegante, tale che l'immaginazione dentro ci gioca, cercando l'insidia degli sprazzi d'acqua, e, forse più, degli sprazzi di luce de' begli occhi. Una signora in veste da camera stancamente si sorreggeva ad una colonnina di un loggiato, e pareva una figura veneta, nell'attesa della gondola tizianesca. Poi la strada s'inerpica e lascia giù vedere, oltre l'insieme grandioso, i dettagli pittorici di certi ponticelli di legno, certe chiuse fresche, e siepi e casette e cascate e rompimenti, e certe nicchie erbose da destare la vocazione d'eremita. Oh! cara mia, non voglio dimenticare le belle macchiette: le donne e gli uomini attendono ai lavori, non ci alzano il capo incontro, ond'io solamente ti so dire che recano falcioni da fieno e corbe, o tranquillamente girano il fuso della conocchia o impagliano scranne: ma i bimbi e le ragazzine sono creature con una faccia bellamente audace, con un corpo tondo, sodo, sicurissimo, macchiette da acquerellare sul tuo album. Non so i nomi dei paeselli: so bensì che in ognuno c'è una fontana ristoratrice. Lo stabilimento idroterapico che di quando in quando ci addita il vetturale colla sua frusta, si viene avvicinando all'occhio, con grande inganno, perchè la strada raddoppia i giri ed i rigiri. Un po' di pazienza ancora. Infanto ci sono sempre da ammirare i bei massi quarzosi, i pendii sparsi di fieno falciato, e i castagni che curvano i loro rami con protezione sui passeggiatori.
Eccoci alio stabilmento Mazzucchetti. È una casa grande, bianca, con tante finestrine da collegio, un terrazzo, una scalea, i portichetti, un tutt'insieme che mi rammenta i muraglioni scabri della riviera genovese e le cellette di Monte San Bernardo. I lenzuoli tesi ad asciugare, l'aria frizzante, e qualche signora accoccolata su un panchetto collo scialle, fanno subito pensare, con un moto di pigrizia:—Io non sono ammalata! Dio sa che bagni freddi!—Poi ci consoliamo entrando e chiedendo dopo il viaggio il tranquillo lettuccio. Ancora ci stringiamo nelle spalle, passando per un corritojo appoggiato ad una roccia stillante e per gli altri ancora soprapposti, come nella costruzione dei conventi. È inutile che io ti descriva la mia cameretta; quello che ti voglio dire è che la sento freschissima, e corro a spalancarne le finestre. Una guarda giù verso Biella, ove digradano le montagne, e là si stende un piano azzurro sterminato, una diffusione di vapori che solo ti rammenta il mare. E come lo rammentai! Pensai a Lucy che in questi giorni sarà a Pegli, candida nuotatrice delle ore cocenti, mesta, poeticissima indovina dei dolori altrui, quando la sera sederà alla spiaggia, interrogando il gran libro del cielo! L'altra mia finestra guarda su verso il Santuario le montagne paonazzicce e verdi, separate alle falde dalla striscia sassosa del torrente: vedo certe casette, che mi rammentano i miei giocattoli di un dì, le bell'ombre invitanti alla lettura, le bianche cappelle che segnano la via alla chiesa.—Cara mia, la penna vale niente: colla matita mi sforzerò di mostrarti qualcosa al mio ritorno.
Per oggi non posso dirti nient'altro, perchè non istetti insieme ai bagnanti, nè mi ghiacciai coll'acqua salutare. Ma domani comincerò a far annotazioni.
Da una finestra vedo dei parasoli chiari spargersi sul terrazzo, e sott'essi degli abiti di foulard crudo; qualche fanciullo cattivello correre all'impazzata; e quattro uomini sedersi coi giornali in mano. Dall'altra vedo niente; solo ascolto le gentilissime voci di una conversazione francese nella quale a vece di punti e virgole ci sono delle risa: e giù il fragore delle acque cadenti e il sonare dei campanacci delle mandre su per i pendii.
Ti dirò solo come io so che nello stabilimento c'è ogni sorta di cure, sala di lettura, sala da ballo, sala da bigliardo, posta, ufficio telegrafico,coiffeurecc. Spero di trovarmi bene: un vantaggio grande che si ha dal bevere a questi zampilli montani si è quello del'obblio: sì, io ho dimenticato che ieri a Milano soffocavo!… Ma sopraggiunge la sera colle nebbioline nelle valli e col suono delle avemmarie: ti vorrei avere vicina, e vorrei che Lucy colle sue manine ci aprisse il volumetto dell'Aleardi. Che begli istanti sarebbero! Che amorosissima pace!
Scusami se chiudo l'Aleardi, ma gli è perchè passeggiando sul terrazzo mi viene incontro una signora. Porta essa una casacca assettata con baschine ripiegate, in casimiro, riccamente guarnita di ricamo, imperlata di lustrino. Tu la conosci: è la contessa V. di Napoli: ed io pure la conobbi ai bagni dell'Ardenza. Dà la colpa a lei, m'interrompe la lettura e mi conduce a passeggiare.
A rivederci adunque.
Oropa, 23 luglio 1874,
Amica,
Scrivere questa lettera è per me un peccatuccio che mi punge la coscienza. Difatti, lodare i monti, l'aria freschissima, l'acqua salutare, la vita montana, a chi proprio non vede che i muraglioni soffocanti di una città, e spalanca le labbra, invano supplicando al giardino del caffè Cova un alito di vento ossigenato e una tazza sudata di acqua ristoratrice, lodare, dico, ciò che io gusto e altri invidia con troppo ardore, non mi pare una bella cosa. Ma dunque dovrei tacere? No, certo: e tu non vuoi perchè mi stuzzichi con lettere nelle quali paiono messi giù da te apposta i termini di paragone fra le mie giornate e le tue. La colpa è a metà: bada che dico alla mia coscienza di mettersi tranquilla, e intingo la penna.
Da due settimane sono a Oropa, e per quanto abbia pensato a riscriverti, davvero non mi ci sono mai decisa, non sapendo come incominciare le mie descrizioni. Se ti dicessi le giornate tali quali sono, farei un guazzabuglio da spaventarti: capisco che bisogna mettere ordine.
Penso e ripenso…. Pure non so raccogliere le idee principali, e a queste subordinare le secondarie: sai, gli schizzi che ho fatto colla matita mi guastarono anche la penna.
Come mi sbrigo? Fa conto ch'io abbia tra le mani il tuo albo e sbizzarrisca di foglietto in foglietto.
* * *
Sappi dunque, amica cara, che al mattino non mi sveglierebbero punto i canti delle falciatrici di fieno, nè il rumore delle scarpacce dei pastori, nè il muggito delle acque cadenti. No! ma mi sveglia, picchiando sull'uscio colla nocca delle dita, labagnina, che ha tanto coraggio d'augurarmi ilbuon giorno!Cattivissima e ruvida, a cinque ore! Sonnolenta, brontolona, freddolosa, raccolgo le poche robe, mi involgo in uno sciallo, e scendo al bagno. L'acqua è così fredda che manda il sonno a mille miglia, e, stringendo le gambe e le braccia come con tante anella d'acciaio tagliente, fa sentire strapotente il bisogno di un moto il più accelerato. Gli è in quest'ora che pei corritoi vedi correre gli uomini imbacuccati nelle copertone di lana, e le signore scendere in giardino al primo raggio di sole.
* * *
Dopo la colazione, ad ore otto, lo Stabilimento a poco a poco si acquieta: i signori escono a passeggio, e di solito verso il santuario dì Oropa, le signore si chiudono nelle camere: solo si vede qualche crocchio di politici, in cui biancheggia laGazzetta del Popolo, l'Opinione, laNazionee altre carte imbrattate: qualche romantica e qualche romantico, coll'albo o con un libro, si dilungano giù pei viali ombreggiati del monte. Buon disegno e buona lettura. Per me li ammiro e vorrei…. Ma oh! vedi prosaccia, batto i denti, solo pensando che m'aspettano, a undici ore, ladocciae l'orizzontale. Sai, amica mia, e l'una e l'altra danno tante migliaia di trafitture di ghiacciuoli spietatissimi, sì che ci sarebbe da gridare, credendo di essere conci come pelli da crivello!
* * *
Alle dodici e mezza squilla la campanella del pranzo. A tavola ti presento conti e contesse, marchesi e marchese, e cavalieri e ufficiali e commendatori: ti mostro abiti elegantissimi, pizzi, gioie e pettinature; ti faccio ascoltare discorsi in fiorentino aspirato, in ruvido piemontese, in italiano guasto da labbra milanesi, in rapido veneziano, in pretto genovese. Mescola tutto assieme: tra la vanità, la pompa, le chiacchiere, esce una sola risultante, data da madre natura: una fame impaziente. Ond'è che i medaglioni stemmati oscillano prosaicamente da un collo bianco su un piatto di zuppa, un panetto o una dozzina digrissinivalgono un pizzo, da cento labbra fuggono le eleganti vacuità per dare adito alla forchetta. Signor medico cavaliere, evviva dunque la cara idropatica, che dà buon sapore alla cucina!
* * *
Dopo pranzo c'è la sfilata all'ufficio della posta. Di loro, signori uomini, non mi occupo: parlo delle mie consorelle peccatrici di vanità. Vedo sottane in seta adorne di pieghettati in granadina, guarniture di ricami bianchi, corsetti a punta davanti e a baschina di dietro, fisciù in granadina, arricciature in tulle di Bruxelles, gonne con sbiechi di velluto, tuniche polacche, cappelli a veli svolazzanti, e via e via. In particolare poi ti cito la contessa B. di Torino, le due contesse R. e S. di Firenze, la marchesa S. di Piacenza, la contessa C. di Milano.
* * *
Il terzo bagno non merita di essere nominato: e la cena si assomiglia al pranzo. Dunque sto zitta: e attendo la sera.
A sera c'è radunata nel salone, si fanno crocchi, si ballano dei lancieri e delle quadriglie, si chiacchiera….
Vuoi ascoltare? Mi fai un verissimo piacere: perchè così rompo l'ordine cronologico, e salto con te di palo in frasca.
—Dunque che mi dice, contessa?
—Che vuole, commendatore?
—Innanzi tutto, notizie della sua salute.
—Oh la va per benino. L'aria è fresca, l'acqua frizzante, ma la cucina…. la cucina!
Sdruccioliamo nella prosa. ti consiglio a cambiar posto.
* * *
—C'è nessuna sociabilità: io non so perchè, Perchè coi nuovi venuti si è così discortesi? Non dovrebbero gli ospiti vecchi fare gli onori di casa ai nuovi? Si sa, la noia stizzosa dei primi giorni fa andar a male la cura.
—Perchè, dice? Perchè l'Italia è fatta, ma non sono fatti gli italiani.
Qui si dicono belle verità: cambia crocchio o saresti segnata a dito.
* * *
—Sì, sì, l'ho veduto il corsetto.
—Com'era?
—Era aperto a cuore: aveva un fisciù in granadina nera e malva: lo stesso ricamo forma attorno delle conchiglie spiegate: una arricciatura….
Ti diverti? Credo che ilModetu l'abbia già letto.
* * *
—Questo stabilimento manca di molte cose,
—Ha mille ragioni.
—Manca di sala da lettura, di gabinetti di fiori, di libri, di musiche.
—E poi, sa, le signore devono inerpicarsi su al santuario per la messa della domenica! L'erta è difficile.
—A questo si provvederà. Avremo una mezza festicciuola: s'inaugurerà dal vescovo di Biella un altare nel corridoio, con lusso di fiori e di festoni.
—Quando?
—Ma non ha letto il programma? No? Oh guardi mo! Domenica avremo la cerimonia religiosa: poi i giuochi profani, cioè iltempio di Baccocon zampilli di vino, la corsa nel sacco, il ballo popolare, e a dopo pranzo, ancora il ballo, la lotteria artistica, i fuochi di artifizio, il falò. Un complesso da far strabiliare i bagnanti d'Andorno e di Cossilla.
—Ma bene! ma bene!
—Vedremo. Così ci sarà un po' d'allegria: qui la vita è troppo monotona, e sì che c'è tanta gente!
—Tutti i giorni il direttore deve rifiutare domande.
—Persino gli abbaini sono occupati,
In questo crocchio non c'è male. Peccato che scenda la notte.
* * *
Prima di recarmi nel salone voglio bisbigliare con te:
—Perchè sei così triste?
—Io? no.
—Ma sì!
—Ti sbagli.
—Che cosa aspetti?
—Una tua stretta di mano.
Oropa, 27 agosto 1874.
Amica,
Devi sapere ch'io sono venuta ad Oropa coll'Albo da disegno e qualche libro, di quelli che, scritti in faccia alla natura, vogliono essere letti sotto l'immenso cielo, con una zolla d'erba a leggìo, con un fiore a segno, coll'auretta che ne volge le pagine, quasi profumando i pensieri ad esse consegnati. Cara amica, tra pochi giorni io partirò da questi monti! Sono certissima che l'albo mi farà spargere qualche lagrimuccia, quando co' suoi fogli disegnati mi rammenterà i luoghi cari alla meditazione, quando colle traccie dei fogli staccati mi ricorderà le manine gentili, che strinsero la mia in rendimento di grazie. Quei libri, colle righe sottolineate appassionatamente, letti e riletti nei brani descrittivi, declamati in quelli affettuosi, poseranno sul mio tavolo da lavoro, in città, non più aperti nella triste semiluce, a carissimo ricordo, a dubbiosa promessa:—A tante persone ho detto:a rivedercil'anno venturo…. Ci rivedremo?
Ho incominciato così la mia lettera per farti capire ch'ella non è punto una lettera. No, voglio che noi passeggiamo insieme discorrendo.
* * *
Quando io penso ai mesi di luglio che ho passato per l'addietro, e li confronto col luglio e l'agosto di quest'anno di grazia, dico la verità che ho tale stizza con chi mi mandò ad arroventarmi ai bagni di mare e con me stessa così pigra, come se io avessi le radici nella mia città, tale stizza ho, che mi mordo la lingua, piuttostochè fare di peggio. E dico alle eleganti che strascicano la seta sulle ghiaie di Pegli:—O poverine!—A me poi leggo glispettacoli diversilacronaca cittadinae ilbollettino meteorologicodi qualche foglio! Ma mi era possibile sopportare l'afa di un teatro, la noia di un concerto, la perpetua atmosfera di piombo colato? Oh, in riparazione, ho fatto anch'io un mezzo voto al santuario d'Oropa: quello, cioè, di accettare nella vita tutto e con pazienza, tranne…. l'estate in città!
* * *
A mille e ventidue metri sul livello del mare, da un monte su cui l'arnica coi fiori gialli dieci volte in un dì è circonfusa di nebbie, per poi brillare come un oro al sole più raggiante, io figgo giù gli occhi a voi poverini: laggiù, laggiù, indovino le aguglie della mia città. Tanto io sto bene, che dimentico di essere stata male, nell'aria bevo a sorsate l'oblìo a me sì necessario, guardo su le cime del brullo Mucrone, con invidia, poi giù ancora contemplo il vastissimo piano. Vedi: in quel semicerchio di monti, a sinistra, il paese d'Andorno, che spicca illuminato su una frana rossiccia, nel mezzo ecco certi dossi boscosi di un verde metallico, a sinistra i tetti del Favaro. Al di là, il piano si stende, con macchiette bianche, con lucidi serpeggiamenti, con ombre pavonazze di colline, poi si fonde tranquillamente in un tono azzurriccio, su cui a liste si vedono le ombre proiettate dalle nubi: il piano si perde, sfuma in un vapore. L'occhio dice—finisce:—ma il desiderio va oltre, si spande, e trova ancora i piani, i monti, il mare!
Credi: queste vedute così estese mi fanno meditare…. Che cosa è il desiderio? Che cosa è la vita? Sugli orizzonti del pensiero perchè, come su questo, tramonta un altro sole, quello della speranza?—Non so rispondere io, non sai tu: risponde il canto di una fanciulla, Ella è contenta, torna alla casetta sua, e della vita non conosce i misteri nella fortunata ignoranza.
* * *
La fanciulla è una falciatrice di fieno. Vogliamo, o cara, copiarla sull'albo? Ella porta una gonna di cotone bleu, col busto compagno, colla camicia bianca stretta al collo con pieghe gelose: un fazzoletto rosso è allacciato sul capo con una foggia bellissima, sì da lasciare due lembi svolazzanti sulle orecchie. Non guardo punto a' suoi lineamenti: tutto è nell'espressione, e questa dice:—Ho la contentezza del cuore.—E fa tanto piacere discorrere con essa! Perchè la fanciulla non è ritrosa, perchè dice che ha tante mucche e tanto fieno falciato, e i fratelli e il babbo lavorano giù negli opifici del Biellese. La vita le va per benone, e lo sposo, grazie alla Madonna d'Oropa, sarà un garzonotto, bersagliere dell'Alpi.
* * *
Le casette che vedi sui monti sono le stalle per le mucche nella stagione dei pascoli: all'inverno i pastori scendono al piano, e le lasciano ai venti e alle nevi. Le sono casine murate a sassi irregolari, coi tetti di pietra lucente, col portichetto a pilastri azzurrigni, coll'orticello verdeggiante, cinto da un muricciolo di scheggioni ammucchiati: vicino c'è sempre uno zampillo, e lì distesi sul declivo i rotoli casalinghi di tela montanara, c'è un frascato che invita ai discorsi…. Oh che discorsi! Fra il ciondolare dei campanacci e il mugghiare delle vacche, non si sa che dire:—Vogliamo assaggiare una ciotola di latte? un po' di burro fresco?
Detto, fatto: l'assicuro io, che ho visto personcine morbide, che non si sdraiano se non sul velluto, persone gravi che siedono su seggioloni d'autorità, magari nel Parlamento e nel Senato, signore e signori su un pratello o su un panchino di legno s'assettano alla meglio, e, chiacchierando colla massaia che fila e coi bimbi venditori di mazzoni d'arnica, si sentono figli anch'essi d'Adamo, e costole di Adamo, il primo fannullone o il primo contemplatore della natura. Fra le ciarle si ascoltano i nomi del santuario di Graglia e di quello d'Oropa.
Discorriamo d'Oropa.
* * *
O meglio ancora, avviamoci. È una delle più belle passeggiate, per la strada pittoresca, e perchè la meta, celata nel seno del monte, invoglia a continuare sempre il cammino per iscoprirla. Prima del 1620 non era il caso di dire—avviamoci. Oh no! bisognava baciare i cari e la soglia della casa, poi mettersi al pellegrinaggio, per selve, per frane, per stagni, per ciglioni di precipizi. Che parolacce le sono queste? Oggidì, grazie all'abate Bertodani, si passeggia su una strada larga, liscia, ombreggiata, ad ogni tanto facendo sosta al parapetto per contemplare o una cappella, o giù la vallea col mugghiante Oropa, o la vetta su del Mucrone, oppure per cogliere una margheritina e per interrogarla. Purchè si eviti il sabbato, giorno in cui i valligiani salgono a vere processioni, e l'ora in cui passano gli omnibus fragorosi. E va, e va: il santuario si scopre solo all'ultima voltata della strada: apparisce un aggregato immenso e basso di fabbriche diverse, tutto bigio, con una cancellata a lance d'oro, sullo sfondo di un monte arsiccio. Tutti quelli che lo descrissero usarono le cifre, dicendo le misure, la fondazione, gli ampliamenti, e via: io vorrei adoperare la matita, ma non so proprio da dove incominciare, nè so metter giù le linee da ingegnere o da prospettico. Pazienza! chiudo l'albo e m'abbandono alle impressioni. Il primo cortile ha l'aria animata di un luogo di fiera: la piazza, da cui vedesi il piano del Vercellese e del Novarese, la scalea barocca piena di gente oziosa e sdraiata, la fronte dell'edificio reale colle statue dipinte e gli stemmi d'oro, i porticati dorici, tutto mi piace e mi ricorda qualche cosa di Genova: il secondo cortile colla fontana, la chiesa e i pratelli mi dà una mestizia indefinita. Oh quanta gente! E concorre da tutte le valli! Ti dirò che ascoltai un canto di litanie, triste, confidente, soavissimo, che usciva da una finestra della chiesa: e vidi ad allietar la gronda di quel luogo d'ospitalità un nuvolo di rondini, aleggianti, coll'ali azzurre. E contemplando gli archi, la fontana, la chiesa, i pratelli, ebbi un momento di dolcissima mestizia.
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Fuori dell'ospizio abbiamo due bellissime passeggiate: l'una sulla strada che deve condurre a San Giovanni d'Andorno, l'altra al cimitero nuovo. La prima fu incominciata nel 1870: taglia la cresta della montagna, all'alto resa pittoresca da una frana di sassi, immensa, arida, scheggiosa; al basso allegrata da una selva di faggi, dalle cascate dell'Oropa, da un ponticello di legno, e mille accidenti che invero la fanno somigliare al viale di un parco. Peccato che proceda così a rilento! E fortuna che è così bella! L'altra strada va su alle chiese, e devia ad uno spiano, ove si è eretto un muro elittico ad una cappellina gotica così cara da far pensare alle bianche nozze, non alla pace della buia notte. Continua poi di faccia alla precedente, e dovrebbe arrivare fino allo Stabilimento idropatico del cavalier Mazzucchetti: questa è ancor più lieta, più ariosa, popolata da cascinali, fresca d'acqua, propizia d'ombre e di riposi.
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Una terza passeggiata è al lago del Mucrone: non te l'ho citata ora, perchè te l'avrei detta altre volte parlando dei sentieri da capra, perchè so di una signora che volle su arrampicarsi, ma a metà discese nella corba e sulle spalle di un montanaro!
Ma ancora quante altre passeggiate! Ami la natura? Sì: orbene puoi scorrazzare ad un masso gigante, ad un rompimento, ad uno zampillo, ad una mandra di mucche, ad un cespo di rododendron, ad un sorbo carico di grappolini rossi. Va e va! Dimentica, se qualche cosa hai che ti fece soffrire.
Quando sentirai una voce che ti domandi, ascoltala, ridiventa mesta, e chiama anche tu, chiama l'amica.
Oropa, 8 settembre 1874.
Amica,
Gettando uno sguardo sui bauli già empiuti e chiusi, sola nella mia camera spogliata, tanto melanconica davvero, sento uno di quegli stringicori che cento volte fanno dire addio. E in fondo in fondo un dispettuccio mi punzecchia la coscienza, come un morso di zanzara. Devo dirtelo? Mi pento di essere stata teco un po' imbronciata; e il dolore non è per te proprio, giacchè penso che, fra un giorno, dandoti una stretta di mano, avrò subito ottenuto il tuo sorriso; il dolore è per me, che mi lamento e mi lamenterò sempre di non aver saputo tracciare una dozzina di righe nei dì più lieti di questo soggiorno. Mi sarebbe stata cosa gradita, in città, nei momenti di noia, aprire un foglietto, nel quale trovare delineati quei particolari, che, a volerli dappoi richiamare col ricordo, sfumano dietro un velo della nostra mente, per eccitare il desiderio. Rispondi, cara: non è così? Alcune volte una sola data scritta sul tuo portafogli non ti fa dire:—Ah ci sei?—e non t'illudi di poter arrestare per poco il tempo, farlo retrocedere a tuo agio, legarlo fisso a quel punto, che è tuo?
È vero che peccato confessato è mezzo perdonato: ma a me non so punto perdonare, ed ho tanta severità da impormi una riparazione. Se non avrò un ricordo colla data di tempo, almeno lo voglio con quella di luogo.
* * *
Scrivo adunque Oropa sull'unico foglietto di carta che mi rimane, e ancora desidero….
Desidero che cosa? Forse il bagno all'alba, la doccia a spilli, la sem-immersione ghiacciata?.. E perchè no? Brontolando di pigrissìma stizza, sia pure, dal letto passavo sul balcone per avviarmi alla vasca, ma, senti, sul cielo mattutino vedevo i monti tanto belli e tanto in pace: uscendo dalla buia stanzuccia della doccia a mezzodì, trovavo vigore in dosso, sì che speravo che la mia mano non avrebbe per l'avanti solo svolte le pagine di qualche libro, ma si sarebbe stretta a unalpenstok; a vespro, per la reazione del bagno, sceglievo la più erta passeggiata, e su per gli scheggioni cantarellando, a tratto facendomi silenziosa, pensavo ai nomi insigni delle Alpi, con cui fregiare il mio bastone dal corno di camoscio, e pensavo ai libri che si accorderebbero alla poeticissima contemplazione della natura. No, signora mia, non fui una pigraccia: col desiderio ho fatto poi di quei voli da conoscere tutta la rosa dei venti. Se tu ti fossi seduta sull'estremo masso di quel dosso, dettodei tre cantoni! Come non illudere te stessa! Come non credere d'aver l'ali, dinnanzi un panorama sterminato, che ha solo per raffronto il mare?
* * *
I più bei dì del mio soggiorno li trovo qui ricordati da sette ad otto giornali politici, di quelli che non servirono a involgere niente, tanto grami sono i disutilacci! Essi me li ricordano col loro bollettino meteorologico: questo segnava per noi un'atmosfera da caldaia bollente. Grazie tante: da noi non ho veduto mai termometro, e lo star bene aveva due sole gradazioni superlative.—Sto benissimo. Sto arcibenissimo.—Vuoi di più, mia cara?
Voi che facevate? I vostri spettacoli cittadini vi persuadevano a quel sonno che non concedeva madre natura, spietata infuocatrice, e la vostra languidezza e i vostri sudori non commuovevano il cielo inesorabilmente azzurro.—Noi che facevamo? Non credere che fossimo qui per essere solo i martiri dell'acqua ghiacciata: stammi ad ascoltare, e tu pure applaudirai.
* * *
Entro in argomento, parlandoti addirittura della nostra festa del 24 luglio. Devi sapere che i preparativi servirono a divertire una settimana prima eccitando desideri e impiegando facoltà pensatrici, perchè tutto andasse per bene. Fu aperta una sottoscrizione, fu tenuta un'adunanza, fu eletta una commissione, col nome di una gentile patronessa in capo: abbiti le iniziali dei due signori direttori,—conte colonnello F, commendatore colonnello G.—Un programma venne affisso, e la fama gonfiò le gote, sonando la tromba su a Oropa, per la valle, e giù ai bagnanti d'Andorno e di Cossilla: così per l'entrata principale dello stabilimento sfilarono molte gentili spettatrici, e pel cancello che dà al sentiero dei monti vennero ritrose le guardatrici di mucche, e pieni di voglia i robusti garzonotti.—Sullo spiano innanzi lo stabilimento, ponendo delle panche e dei sedili si determinò uno spazio rettangolare: in giro la gente si affollò, ai posti d'onore sedendo le dame e i cavalieri, dietro, le ancelle e i valletti, dietro ancora, il popolo minuto; fu dato il segno: e nella onorata lizza comparvero i campioni…. Sei o sette giovanotti, i quali entrarono colle gambe in un sacco, se ne strinsero le funicelle intorno alla vita; e poi al suono di una musica olimpicamente eccitatrice di muscoli gagliardi, presero a saltare verso la meta, balzando innanzi come spiritati, e cadendo arrovesciati, impigliandosi, e sorgendo da animosi.—T'assicuro che proprio bisognava ridere di buon cuore, e bisognava applaudire, perchè nella gara non c'era punto pericolo, ma c'era tutta la gioia e tutto lo spettacolo grottesco: si rise e si battè le mani a tutti, e se pel vincitore non s'intrecciò una corona classica, poco male, che per lui splendette nelle mani della patronessa un dieci lire d'oro, caro come un sole. Dopo di che, la lizza non fu contrastata colla forza, sibbene colle dolci paroline, e le coppie, dapprima vergognose, poi audaci per gli applausi e pel vicino tempio di Bacco, largo dispensiero di vini, le coppie del ballo popolare slanciaronsi, rispondendo all'invito del programma: bagnini, montanari, bagnine, cameriere, stancarono le gambe, non le voglie, fino all'ora di cena. Evvivano gli spassi!
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Dopo cena trovammo sullo spiano e sul terrazzo, dondolanti sui fili all'aria del vespro, tanti palloncini di carta, lisci o crespi, e d'un colore o di due o di tre: e vedemmo un aereostato salire maestosamente, su, su e mostrare alle nostre bocche attonite la sua boccaccia infuocata, e su, e su…. Non scorgemmo più niente: invidiammo gli immensi campi della poesia azzurra, ci fecimo augurio d'essere palloncini: ma oh! a rammentare la nostra natura impotente un altro aerostato compagno non volle spingersi, dondolò, si fe' ribelle a tutti i voti, e cadde a terra, con una fiamma fugace, ricordandoci quel detto di Salomone sulla vanità delle vanità….. S'accesero i palloncini variopinti, e da tutte le finestre dello stabilimento brillarono due candellieri: illuminazione fastosa ad onore della Dea Salute, e della sua invidiata sorella Contentezza. Pel contrasto dei lumi, fatti bui il monte e la vallea, lo spazio allegro parve più ristretto e più affollato: molti rossori si confusero ai riflessi dei palloncini vermigli, molte ritrosie furono vinte dall'onda armoniosa, e la danza regnò, esultò, non diede più stanchezza. Intanto da una rupe di faccia al teatro della gazzarra, salivano al cielo, squarciando l'aria e crepitando e scoppiando, cento razzi a pennacchi di fuoco, a gruppi di stelle, a luci vividissime; le girandole disegnavano vortici di scintille: il bengala tricolore pingeva, come nei sogni delle fate, il paesaggio sì da farlo credere trasparente: e un immenso falò finale annunziava a quei di Cossilla e Andorno il tripudio dei bagnanti confratelli.
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Dopo il falò lo spiano fu animato da fervidissime danze: e incominciò la festa, la vera festa distinta, nelle sale. Udimmo un pezzo a quattro mani, eseguito con sì gentile intendimento d'arte elettissima da farcene per lungo tempo aver caro il ricordo: udimmo un motivo dellaLinda, che fu un regalo grazioso. Poi fra le danze e i complimenti, c'intrattenemmo discorrendo della giornata, e ognuno facendone la chiusura colle più grate lodi. Non era finita, no! Con grande sorpresa, a dieci ore, squilla la campanetta degli arrivi, e s'odono la voce del maggiordomo e i passi di nuovi venuti. Chi saranno? a quest'ora? che?… Entra nella sala un'elegantedottore Dulcamara, con uno spigliatomoretto: quello pieno di gentilezza per le signore, e questo di regali: lospecifico elisireci venne offerto con canto briosissimo e con lazzi sollazzevoli da eccitare le risa le più belle. La sera si passò piacevolmente, e a mezzanotte la sala era ancora lieta e affollata.
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Il dì dopo a mattina, molte camerine di bagno furono deserte, ma a capo di molti letti posava il mazzetto di fiori offerto, gentile testimone alla schietta gioia della sera e del placidissimo riposo della notte.
E s'io ebbi il mazzetto ti confesserò a voce, e in un orecchio ti dirò….
(LETTERE ALLAVita Nuova.)
Dallo Stabilimento Idropatico Mazzucchetti.
All'altezza di mille metri press'a poco sul livello del mare, tra il flagellare rabbioso della doccia orizzontale, della pioggia, del soffione, della circolare, e le bastonature della colonna mobile e il rombare cupo dell'acque che s'avventano nelle vasche dei bagniscozzesi, colla massima convinzione affermo e provo che, fra i sorrisi delle bocche contente, a questo mondo si deve porre non ultimo quello dell'uomo, che, uscendo di sotto ai freddi portici di uno stabilimento idropatico, va alla sala di lettura, e, per aspettare la tarda campanella del pranzo, piglia un giornale qualunque, e due, e tre…. Un giornale? Che cos'è? Come si fa? Che affaracci ci sono laggiù nel basso mondo?… Mah? È gran che se l'uomo capisce qualche cosa dellesessantamila lire, dell'articolo di fondo, dei dispacci turchi e dei serbi. Ma ecco il bollettino meteorologico:—32, 34, 35 gradi! A Milano si bolle come la minestra, a Bologna si va in brodo, a Firenze si prepara l'arrosto. Oh implacabile cielo! Cielo, che ti compiaci dei nostrifoulardsagitati, degli incessanti ventagli, dei nobili sudori e dei plebei, delle tolette svelatrici e de' costumi senza foglia o camicia!—Mi pare di vederla questa Milano!—dice l'uomo:—Vampeggiano i tetti coi mille fumaiuoli abbrunati, vampeggiano i selciati lucidissimi, vampeggia il Duomo, come un gigante calcinato dal sole, e sulla maggiore aguglia la povera Madonnina dorata saetta dei baleni scottanti. La città è mezzo deserta. Chi ha fretta s'impaccia sotto le tende sporgenti dalle botteghe e magari sogna una cabina da bagno in riva al mare: corrono gliomnibuse ibroughamssopraccarichi di bauli, colle bianche faccine di dentro, che vanno a farsi brune, e i cocchieri sul serpe, colla facciona cioccolatte, che, rubando la corsa al padrone, andranno all'osteria a farsibiondi: gli scolaretti, che all'esame hanno trovato lo scoglio del greco o dell'algebra, fanno trottare le sartine, e le sartine, nell'odoroso percale, sudate, rubiconde, rompono l'aria insidiosamente: gli uomini d'affari hanno comperato il parasole: le sentinelle personificano la rassegnazione umana: i preti guardano insù; ma solo le portinaie discinte escono giù cogli annaffiatoi in mano e i numeri del lotto in cuore: il cielo è un piombo che non lascia sperare una stilla. Chiuse le persiane dei primi piani, secchi i fiori degli abbaini, colme le tazzone di birra per gli uomini, e dallo sciame minuto della poveraglia invocati i sorbetti della carriuola tintinnante…. Oh che arsura! oh che sollione! oh che vita! Solo godono un po' di fresco le beghine sdentate, che all'alba lumacano alle chiese chiamate dalla campana pettegola, e i gatti unghiati, che in ogni ora del giorno scappano alle cantine muffe senza buscarsi il raffreddore…. Oh, per carità del buon Dio, venga presto la sera per lasciarci dire: anche oggi è andato! La sera, dopo una passeggiatina calma e silenziosa, si va al caffè, su una piazzuola, dove ci sia un filo di verde e ancora qualche abitino assestato alla persona e qualche scarpetta bassa. Ah! come ci sediamo volentieri! Bell'invenzione, sapete, quella delle seggiole di legno piegato a vapore, leggiere come una galla, col sedere che lascia passar l'aria! Facendoci vento col panama e col fazzoletto, aggiustandoci più in su dei ginocchi le pieghe sudate dei pantaloni, torcendo la faccia a una buffata di fumo caldo che c'invia il vicino, ed occhieggiando:—Il tale?—si domanda.—È andato in campagna, alle acque, ai monti, al mare.—Sì?—Sì.—Eh! ci andrei anch'io, se….—Che cosa?—(Non si vuole confessare la verità e si dice:)—Se non avessi affari!—Si è pigri, sissignori: si temono i bauli, il viaggio, le novità, l'eleganza, le donnine…. Passano i giorni e i giorni: si rimane soli. Il tale? Partito. Il tal'altro? Partito. Al caffè non si trova più una persona, che c'inviti a quattro asciuttissime chiacchiere: la frutta è cara: il caldo addoppia, lo dice il termometro della Galleria. E come si dorme? Come si ha appetito? Come si passeggia e si accudisce agli affari? Eh lo sapete, il lenzuolo è di troppo: il ghiaccio rovina i denti: i boschetti incominciano a perdere il loro verde intenso, se non piove! Si dorme allo scrittoio, si appisola negli uffizi, si russa nelle chiese e nelle caserme…. Mi ricordo che in una di quelle giornatacce da forno m'era saltato un ghiribizzo strano, caldo caldo: eh! quistione di nervi, sicuro, e vi dirò che….—così ciarla l'uomo, e lascia il giornale, si guarda l'unghie, che forse sono ancora livide per la doccia, dà una stropicciata alle mani, vede dalla finestra passare di fuori, galoppando, una signora imbacuccata nello scialle: si sente un brivido all'osso sacro e capisce che non ha fatto bene la suareazione. Allora sorride…. Uomo contento! esce dalla sala, è innondato di sole, è avvolto nell'aria frizzante, vede monti e valli e cielo e cielo: giù il piano sterminato: muoiono le tinte verdi nelle azzurre: spiccano paesetti, città, serpeggiamenti d'acque: poi si stende come un mare trasparente e celeste, una vastità fantastica, un regno di vapori….
Quell'uomo è contento. Lo volete contentissimo? Supponete ch'egli sia un giovanotto, il quale non pensi di correre dietro alla signora infuriata, nella veste da camera, colle ciabatte senza tacco, col naso rosso e i capegli impastati sulla fronte (marchesa, mi perdoni!): supponete che salga gli ottanta gradini della scala, fra la parata dei lenzuoli, e giunga alla sua cameretta. Questa è piccolina, col bel letto di ferro, gaia, colle persiane rinfrescate da riflessi verdi chiarissimi, col calamaio secco e la penna rugginosa…. Bene! Scriviamo agli amici, poco, pochissimo, quello che si potrà: già ci sono le circostanze attenuanti…. Che cosa scrivere?… Giuro che la doccia smorza la fiaccola della fantasia, l'orizzontale cambia il cuore in un pezzo di ghiaccio, e il semicupio ad acqua corrente ci condanna a bassa prosaccia. Che cosa scrivere?… Nella camerina, ad un piuolo pende un cappello biellese che ha un mazzetto dirododendronnella ghiera, un fiocco dimigninmorbidissimo, una vaniglia, unaconcordiae una violetta del pensiero: poveri fiori appassiti in quattro giorni! Sul tavolo c'è una Guida, con un itinerario attorno al Monte Rosa, segnato da grandi chiazze bianche che vogliono dire ghiacciai, da nomi francesi e tedeschi, da vene lattee di torrenti: lì in un canto c'è un lungo bastone, che, come quello di santo Antonio, porta legato all'estremità il conforto dei pellegrini: eccovi la fiaschetta impagliata del rhum…. Il giovanotto lascia la penna, e colla matita schizza lo stemma del Club Alpino, lo scudo colla stella, sormontato dall'aquila coll'ali tese, accompagnato dal cannocchiale, dalle corde, dal piccone, dalla scure. Il giovinetto lascia la matita e rimane appensato. Non sono i monotoni ricordi della città! Non l'acre ridestarsi di quei ghiribizzi strani, che si guariscono coll'idropatia! No, no, no!… È la sana, la liberissima, la grande aria dell'Alpi, che, per così dire, irrompe nella cameretta a dare sfondi, a ricolorire monti e valli e cielo nella fantasia dell'uomo innamorato!
Ecco come pensa il giovinetto:—Quanti bei luoghi ho veduto! Come voglio rammentarli ancora! Oh mio carorododendron!… È mattina. Tutto il mondo a quest'ora, ai nostri occhi ancora sonnolenti, pare debba essere una valle bassa bassa, e la valle, in fondo a cui c'incamminiamo noi, la ci sembra la più seppellita; violastra, fredda, tutta un'ombra senza un'ombra. Non c'è luna: l'ultima stella della notte sgorga tanta luce che pare avanzi dritta e velocissima verso la nostra pupilla; è immota, non splende per chi muore, è solo un gioiello per la misteriosa immobilità dei cieli. Mugge un invisibile torrente; perdendosi nei faggi opachi, corre alla notte che noi abbiamo lasciato alle spalle, nel paesetto. A quest'ora ineffabile l'aria e la luce pare si confondano: il crepuscolo lo diciamo freddo, il vento oscuro: la risultante una sola—Pace grandiosa. Taciono i monti. Noi scambiarne le prime parole colla ragazza che ci serve di guida, pel bisogno di sentire una voce umana in tanto deserto: lei, col guarnellino, la gerla sulle spalle, dice che ha accompagnato ieri e l'altr'ieri tanti signori, e hanno fatto colazione, con tanta allegria…. Davvero a quest'ora ci rincrescerebbe morire, ai piedi di questi altissimi monti…. Il cielo s'è schiarito un po': i mille accidenti delle spaccature, delle gobbe, delle creste, delle valli, prendono rilievo: ma ancora regna l'intonazione violastra, più netta, più larga, più fredda. Col piede si schivano i rigagnoletti, danno stringicore i fiori che dondolano all'ondina piangente, ci fanno abbrividire i pratelli irrugiadati. Il cielo s'è schiarito ancor più: come? quando? Su un estremo picco la luce del sole ha dipinto una pezza di rosso-carminio. È il mattino: con questa parola si dice tutto! Già canta un fringuello. Camminiamo, su, su! Sotto ai faggi dalle cortecce lucenti e dalle foglie ovate, sugli scheggioni, di qua, di là, per le breccie dei macigni e sulle schiene, poi sui pendii sparsi di massi rotolati e d'altri conficcati, poi sui sentieruzzi teneri, spolverizzati di squamucce d'argento, tra le selvette fresche di felci, si cammina e si cammina…. Il sole scappa giù ampio e gaio: fra poco ci coloriremo a' suoi raggi…. Siamo all'alp. È una cascina di pietre ammucchiate, col tetto di lastre micacee, col fienile, la stalla, la fontana che trabocca dal tubo di legno: il sentiero fangoso, puzzolente, trito da cento unghie, accompagna ai pascoli, alle grotte sotto cui hanno dormito le capre, fra gli enormi massi vellutati d'efflorescenze verdicce. All'alpsi beve il latte nellabiella, nella cucina affumicata, sui trespoli, tra le fascine, i secchi gialli e le macchiette dei vecchi pastori in calze groppose, e quelle dei bimbi seminudi: le ragazze corrono alla fontana. Una sola finestra scaccia il fumo e fa entrare la luce: chi non vede un pezzo di montagna festante al sole, da quella balestriera livida, angolosa, abbruciata e slavata! Chi non sente sotto, dalle fessure del pavimento di legno, le vacche agitare i collaracci e magari il latte schizzare con suono acuto nel vaso di rame della massaia! Chi non ha comperato un cucchiaio di legno!… Quando ci siamo nuovamente incamminati, la guida ci si fa un po' più vicina, non ci precede più di venti passi, ma solo di cinque (la colazione ha messo tra noi un po' di confidenza), e non risponde più quell'asciutto—Sissgnor—ma, cogli occhi bassi, muove la manina ad accennare qualche fiore, qualche erba: ecco la genziana aromatica e lamattutinaprofumata (sassifraga) e i garofanetti coi petali a ritagli minutissimi. La guida è una bella ragazza, dritta come un bersagliere, tondina, piccola, bionda: ha dato i fastidia rangé, canterella sottovoce, e si arrischia anche a risponderci che si chiamaMain….Sul monte non crescono più arbusti di carpini, nè frassini, nè faggi: solo scheggioni fessi e macigni e zolle inaridite. Sui pendii s'affollano le felci: qua calpestate pesantemente da poco mostrano come un sentiero nuovo, svelando tra il verde gaio dell'insieme il verde freddo delle loro pagine inferiori: altrove schiantate da un pezzo e disseccate appaiono come cuprei ricami: su su digradano ondulando. Incomincia una frana sconvolta, un torrente secco: i cespi delrododendron ferrugineumsbucano da ogni crepaccio ove ci sia una manciata di terra, ricchissimamente adorni di fiori vermigli: alcuni corimbi staccano sulle tinte cineree-lucenti delle pietre, altri sul cielo azzurro di sette azzurri, altri sui guancialetti dell'erica che odora di miele…. Oh meraviglia! suona un campanaccio grave: dòn dòn, dodòn, dodòn: una vacca appare, col muso gemmato d'acqua, le corna sporche di terra, con una bava che fila giù dalle mascelle spostate dal ruminare: sbarra gli occhioni, colla coda sferza una mosca, poi sprofonda la gamba nana nei cespi dirododendron,sviluppando l'adipe del tardo corpaccio, strascinando le densissime mammelle sui fiori gentili. Suona un altro campanaccio, e un altro, e un altro: è un concerto da festa. Vediamo l'intera mandra: il pastore su un'eminenza s'appoggia al bastone, come un cavaliere al lanciotto: le caprette colle gambe lanose e divaricate, sporgendo il collo, s'arrampicano sui tetti delle stalle o sui grandi basamenti dei macigni…. E canta il pastore:—L'America l'è granda—: muggono le vacche: e le caprette col tremulo belato fingono le cornamuse nasali…
È mezzogiorno. Dal colle si domina il portentoso anfiteatro dei monti: monti rocciosi a destra, a sinistra, giù lacombaaperta che dà origine a una voragine profondissima, il principio di un'altra valle laterale che si perde Dio sa dove: in fondo, alta, vi è una cima dentata, dalle abbaglianti pezze di serico bianco che si spiegano e si stratagliano sui ghiacciai. È impossibile dire le tinte violastre dell'ombre lontane trasparentissime, su cui si fondono i larici, e impiccioliscono, e fanno selve bluastre e s'inerpicano sulle torri di fantastiche ruine. Il sole è grande colorista. Eccoci ai larici dal fusto eretto, dai rami cadenti, dalle foglie lucide di mille ispidi aghetti e flessuose ad ogni vento: eccoci ai coni crocchianti, all'erbe dei camosci, ai radiconi che disegnano informi spine dorsali di mostri, alle scalee ammucchiate dai giganti, ai ginepri tenacissimi. Il sole scalda l'acro odore delle cortecce. Qua, da un'insenatura umida e lucida come acciaio, un torrente sembra con cento braccia cadere aggrappandosi di picco in picco: là invece tranquillo, spiegato, maestoso, si abbandona giù come un velo di limatura d'argento: il rombo è il misteriosocrescendodegli abissi: ogni dove con prorotto singhiozzo nelle tane scavate gorgogliano acque sotterranee. Certe locuste, saltabeccando da stordite in ogni direzione, vibrano seccamente colle ali: dall'alto gridano le marmotte…. Dove siamo? A quale altezza? In una conca strozzata fra i macigni c'è una bella isoletta di neve. La neve? La neve ai tanti di agosto! Facciamo subito unpunch frappé. La neve! Si tocca, si mangia, si vede scintillare, si getta nella gerla diMain… Il terreno è fracido: s'è fusa la neve il giorno prima, ed oggi è nato un fiorello azzurro melanconico: più su, come pennacchietti orientali, tremolano i fiocchi argentei delmignin,odora il gratissimo fiore dellaconcordia,l'amaranto che dà il responso dalle radici a chi lo vuole interrogare. Più in su ancora all'alpdi nitido larice, la fanciulla nitidissima, che veste di panno rosso, parla il tedesco dai denti stretti e legge il libricciuolo della messa stampato a Kemden e col legno imprime sul burro le cifre col rosone del babbo, nellacoulissepiccina della sua finestrella specchiante, la fanciulla che sorride ha posto un mazzolino di viole del pensiero, esili, rigide di contorni, pallide, odorose, insieme alla cara vaniglia dell'Alpi. Più in su ancora si cammina sulla neve, il piede freddo, l'occhio infastidito dalla vasta bianchezza, la mano stretta al bastone, il collo saettato dal sole: e su e su: si sdrucciola e si ride. Ma che! in fondo c'è un precipizio: finisce o non finisce questo tappeto, che addoppia le tinte abbrustolate delle cime? Qui vicino ai massi sporgenti e neri il piede rompe una fragile crosta insudiciata: là la monotona eguaglianza è tolta da strisce che vi lasciarono le trosce d'acqua: là si avvalla ed è ondeggiata. La nostra ragazza procede dritta, senza fallare, equilibrata, colla gerla sulle spalle, e ride alla nostra domanda:—Finisce o non finisce?—Chi s'arresta, sdrucciola: chi s'imbizzisce, falla: chi sdrucciola e chi falla arrischia di rifare il cammino in meno di dieci minuti fino al fondo. E su e su, ci arrampichiamo poggiando i piedi nell'orme profonde lasciate dalla guida: crepita la neve e s'ode il nostro anelito frequente.—Ohe, che gioco lungo!—dico io, e mi sento floscio ed annoiato…. Oh santa fiaschetta del rhum, ti benedico, ti voglio, ti bacio! A te devo il passo sicuro, l'occhio indagatore, il petto ristorato: più la sorsata m'arde la gola, più mi pare di divenire un piccolo re della natura. Bevi, bevi anche tu, bionda fanciulla: alla cima urleremo a squarciagola il grido selvaggio dei pastori…. Chi ha detto ch'io sono stanco? Ch'io casco sulla neve?… Vedremo i laghetti freddi e le vacche immote sulle rive a specchiarsi e le pecore lanose sdraiate sui pendii e i corti vitelli dalle gambe lunghe, che labbreggiano cercando le mamme, e le mandriane brune che addormono in grembo la testa del mandriano…. Udiste il nostro grido d'allegria?
È sera. Il cielo al suo cobalto mischia il nero: addensa la tinta: taciono i monti e si aggravano sulle valli: non stride un grillo, non geme un uccello, ma solo rombano i torrenti. Io guardo le cime e mi domando:—Se dovessi ancora salire lassù nel tenebrore? Una notte tra i faggi e le balze? Senza provvisioni?—e cammino tacitamente e spio il volto della ragazza, che di rubicondo e sanissimo, s'è fatto freddiccio e violaceo: fiori ed erbe e sassi e ruscelli sereneranno tranquilli: alle stelle mi sento quasi tentato di dire:—A che vi affollate in questa zona di cielo? Non vi è pupilla che vi contempli, non v'è dolore, non v'è amore!—…. Sfilano le vacche, ciondolando i campanacci e smottando il terreno: le conto, una, due, quattro, sei…. Non le conto più: ascolto dei sospiri gravissimi, dei fruscii, delle note sorde: non è il dodòn, dodòn, no, ma un tardo addio. Si sbandano ancora le caprette, ma trottando, quasi paurose di slontanarsi dalla torma: ballonzano pesantemente i montoni, come cose balorde: segue il mandriano con un fascio di radiconi sul capo…. Si vorrebbe udire un suono di campana benedetta, vedere un cimiterio, passare innanzi a un'osteria dal focolare vampeggiente: insomma accorgerci del massimo beneficio degli uomini stretti in società, l'aiuto, il ricordo, la speranza, l'oste, il prete…. Si pensa saltando di sasso in sasso:—È questo il sentiero che deve battere il medico condotto, se è chiamato di notte da chi non istà bene? Oh che luoghi! E lo speziale? Vorrei vederla quella bottega, io che mi prendo le medicine inglesi! Oh che gente! Eppure qui si vive tutto l'anno da migliaia d'anni, qui si nasce e si muore e si ignora che c'è la città, la nostra città, che ci sono io che a st'ora mi sento ed ho grandi bisogni!—Cala sempre più la notte…. Di lontano, dei lumi! Ci guardiamo di dietro per gustare di più la tetra oscurità senza compassione, e poi affisarci nei punti rossigni, provvisti, carissimi, umani…. Aaah! I nomi di Ludwigs Höhe, di Parrospitze, di Signalkuppe, di Schwarzhorn, e cent'altri, che ci si ficcarono tutto il giorno nel desiderio ambizioso, diventano strani, crudeli, ghiacciati: vengono insidiosissimi e saporiti, per così dire, nella gola quei battesimi ambrosiani delle nostre buone donne di servizio: se la Peppa ci desse qui unrisottinofumante! Se Perpetua allagasse diconzaun piattone di stufato!… Aaah!…
* * *
Arriviamo al paese, all'albergo, ai grandi lumi, caldi e vivissimi: la guida ci precede: ci viene incontro una cameriera tutta in chiaro…. Che effetto strano in quell'eleganza! Giacchè l'abbiamo abbandonata, ci volgiamo indietro all'oscurità, a gettare uno sguardo alle prime luci che incomincia a nevicare giù la luna: a quest'ora, al termine del pellegrinaggio, siamo quasi dolenti di non soffrire più privazioni, d'esser giunti, d'esser sicuri: con stringicore ci sovveniamo di qualcosa, di qualcuno, di qualcuna: è un lampo di poesia, la chiusa, la consacrazione della giornata. Il mio amico pensa di sicuro:—Se mia cugina vedesse dove sono!—ed io sospiro:—La mia povera Tea è in collegio!—Squilla una campanella per noi. La gente che c'è, donnine avvolte nelle ciarpe e uomini ingilébianco, s'affaccia ai nuovi venuti, lì dallo spiano del terrazzo, qua dallalobiadelchâlet. Oh seccature! oh figurini profumati! oh statuette di porcellana! Suona un pianoforte: e s'odono delle risa inviziatelle, aristocratiche, maliziose…. Noi, un po' orsi, pesanti, impolverati, goffi, rizziamo il capo facendo dondolare sul cappello il mazzetto di fiori.—Mi rincresce,—dice la cameriera:—ma latable d'hôteè finita.—(Meglio! meglio!)—Mi spiace, ma….—Non importa: arriviamo da….—giù un nomaccio:—Ceneremo da alpinisti.—A cena, sulla candida tovaglia, fra le posate e le bottiglie lustranti, fra le boccette della senape e di cent'altre leccornie obliate da noi, in mezzo a tante meraviglie, apriamo e riapriamo la Guida: il seguire sulla carta il viaggio e il pronunciare delle sillabe,spitzeedhöhe, sul musino bianco e pastosello delle cameriere è la gioia che fa passare ogni stanchezza: i bei nomoni sono come il pepe delle vivande che si mangiano. Stamattina, questi nomi erano muti,colle, passo, comba, alp, cima, horn, erano bianco su nero, parole: a quest'ora sono quel che sono!—Si guarda l'itinerario pel domani: e quei nuovi nomi, quelle nuovexdiventano desideri ardentissimi. E si ciarla, si ciarla, poi si prendono dalla caminiera del salon i biglietti litografati dell'Hôtel et Pension, si leggono lepromenades et environs—ascensions principales—voyages—le elevazioni sul livello del mare delle principali vette dei monti nei dintorni: si sa cheon parle allemand, français, italien—on tient des mulets et des guides pour la commodité des Voyageurs:fanno pietà in un angolo i parasoli delle signore e glialpenstockbianchissimi col cornetto di camoscio e i cappellini alla moschettiera colla piuma spavalda: si scarabocchia il nome sull'albo dei forestieri. Guarda, guarda: c'è il dottor tale, milanese, peuh! C'è la famiglia tale! Schiva! Tutte scarpette basse e piedini di butirro!… Vicino s'ode nuovamente il suono del pianoforte e un calpestìo di danze… La fiamma della candela sembra ingrossarsi al nostro occhio, vestirsi di nubi vaporose, razzare, tremolare: la mano stropiccia gli occhi come per cacciarne fuori delle briciole di pane pungenti, la testa si china sulla Guida, il ghiacciaio dell'itinerario si allarga come un lenzuolo… un lenzuolo di un ottimo letto… Chi dà un letto?… Intanto che già si sogna vagamente e penosamente di camminare per scheggioni, per grotte, per frane, attraverso ghiacci, la cameriera ci tocca su un braccio. Eravamo addormentati.
Anche voi, o lettori, dormite a questa mia cicalata? Vi domando mille perdoni. L'esordio è finito.
E sulle mie labbra c'è il sorriso dell'uomo contento. Voi, amici miei, avete 32 gradi, voi passeggiate dalla Galleria al forno del vostro studiolo. Io tolgo adesso gli occhi da' miei fiori, dalla mia Guida, dalla mia fiaschetta, e fremo agli ultimi brividi freddissimi che m'ha lasciato la doccia delle 11 ore.
La mia escursione è incominciata da Biella, s'è spinta su alCorno del Camosciovicino al Monte Rosa, è calata ad Orla, ha voluto il riposo allo Stabilimento Idropatico d'Oropa.
Io mi dico:—Come si fa a scriverle, certe cose?—e mi arrovello. Voi direte:—Come si fa a leggerle?—e….
E chiudete pure il giornale: io apro la Guida.
«Il Circondario di Biella è limitato al nord, all'ovest e al sud-ovest dalle linee di separazione delle acque della Sesia e del Leiss e poscia della Dora, ed è chiuso all'est ed al sud da confini meno naturali, che tagliano le vallate dei torrenti che hanno origine dalla costiera settentrionale ed occidentale. Esso ha una superficie di 960,48 chilometri quadrati, e una popolazione di 126,360 abitanti (censimento del 1861). Vi sono quindi 131,56 abitanti per chilometro quadrato, mentre in media nel regno d'Italia non si hanno che 83,54 abitanti per chilometro quadrato. E questo non è poco, ove si consideri che il 57% del suolo biellese è montuoso. Principali torrenti sono al nord la Sessera che volge verso l'est ed al sud il Cervo, cui fanno capo la Viona, l'Elvo, l'Oremo, l'Oropa, la Strona, la Roasenda, tutti gli altri torrenti insomma che non mettono nella Sessera.» E basta. Mille grazie al signor Quintino Sella che pronunciò queste parole nel discorso inaugurale della prima riunione straordinaria della Società italiana di Scienze naturali in Biella. Io non lo saccheggierò più: perchè, rubando male, ilterreno diluviale, lealluvioni, ildiluvium, ilpliocene, ilcalcare, leroccie feldispatiche e micacee, l'anfiloboe ladiorite, laformazione sieniticae ilmelafiro, e l'altre parolone mi potrebbero procurare qualche tirata d'orecchi da chi ha sulle corna la poesia e gli acquerellisti.
Biella (Bullarella, Buraiella, Buiella, Bucella, Bugella) è al confluente dell'Oropa cel Cervo. Che sia città antica (153 ab U. C.) lo comprovano la iscrizione di Caio Publicio Crescenzio e l'altre che si conservano nella casa parrocchiale, il sepolcro de' romani Melii, ora divenuto battisterio, la medaglia fatta per commemorare la ruina di Gerusalemme. Da Lodovico il Pio e da Lotario fu donata al conte Bosone nell'826: poi da Carlo, da Ottone, da Corrado, da Federigo I alla chiesa vercellese: nel secolo XIII si levò ad animosa controversia per sottrarsi al dominio di Vercelli: nel XIV provò il furore della peste, segnò di croci rosse i militi contro Fra Dolcino, si scosse di dosso il vescovo tirannello Giovanni Fieschi: nel 1379 diede giuramento di fedeltà al conte di Savoia: nel 1525 gli imperiali vi aguzzarono l'unghie. Trascrivo un particolare che soddisferà la curiosa domanda di alcuni miei amici:—«Il maresciallo francese Brissac estese la sua occupazione su parte del Biellese ed obbligò il comune ad inviare a Parigi dei legati per il giuramento di fedellà ad Enrico II e per ottenere la conferma di tutti i privilegi. Si fu in quell'epoca che si incominciò il commercio delle lane colla Francia e principalmente con Lione, e ne venne il mottofrancese di Biella, perchè il comune di Lione accordò con diploma 23 gennaio 1558, il privilegio di cittadinanza ai Biellesi.» (Guida per gite ed escursioni nel Biellese, edita e compilata per cura della Direzione del Club Alpino, sezione di Biella, 1873). Poi Biella ebbe ancora la peste, gli Spagnuoli e i Francesi, peggiori della peste, e di nuovo i Francesi.
Biella è una cittadina simpatica, che si presenta pulita, sanissima, affaccendata, percorsa da cento omnibus dalla stazione verso il santuario e verso Andorno. Nella via maestra vi sono dei portici sotto cui s'impaccia la gente ai giorni di mercati popolosi: tutto vi si trova, dalle usuali terraglie impastate colle argille di Ronco e Ternengo agli immensi tesori delle fabbriche grandiose. Nuove piazze, nuove vie, nuovi edifizi accennano ad intendimenti edilizi di buon gusto. De' monumenti conosco il Duomo, incominciato nel 1402 e finito nel 1825: vorrebbe esser gotico nell'insieme, ma stentato nell'ornamentazione, senza gusto, senza carattere, goffo e pretenzioso, coll'alto peristilio che mischia persino dei capitelli semi-egiziani agli archi acuti, alle colonne allampanate, al terrazzo sopracarico di tabernacoletti, di sfere, di piramidi, in tutto ha qualcosa del cartone dipinto a gesso e colla: nell'interno si può perdonare qualcosa, in vista d'una pittura del Lanino e d'un pulpito in legno scolpito.
Il Battistero è un tempietto ottagono, di mattoni grossi, incoronato da tanti arcucci venerandi, con una scoltura che porta effigiati due putti carnosi, bene atteggiati sullo sfondo di un colonnato a rigidi profili. Una porticina conduce a un sotterraneo, un'altra al piano terreno. Il pretino che ci accompagnò ci disse che giù c'erano due tombe di vescovi: dal mazzo di chiavi una sola scelse e ci aprì il battistero, nudo, gretto, squallido. De' Melii, delle lapidi romane e delle notizie che gli domandai intorno al Galliari, al Cogrosso, al Vacca, al Fea, al Gonin, il povero schiccheratore di fedi di nascite e di morti ne sapeva come le ragazze che, colla gabassa sulle spalle, comperano gli zoccoli. San Cassiano si presenta coll'alto peristilio sbiancato: è chiesa di fondazione antica, di cui le memorie rimontano al 1200. Ma, povera Arte! Ero insoddisfatto. Per conto mio, ho guardato e riguardato la porta e la porticina antica dell'albergo d'Europa, con alcuni dettagli di fascie robuste, tracce di finestroni, la scoltura dei due angioletti che si baciano, reggendo lo scudo col mottoUbi Pax ibi Deus, e i due stemmi che spiccano sul campo nero d'un riquadro. Il mio pretino, eruditissima guida, mi perdonerà se taccio del Seminario, del Palazzo vescovile, della Trinità, dell'Amministrazione dell'Ospizio d'Oropa, dell'Ospedale, del S. Paolo, del S. Filippo, ecc., mi saranno invece grati i lettori se dico loro che nella città vi sono 9 fabbriche di drapperia e filati, 12 depositi di lane e rappresentanze di case estere, 2 fabbriche di maglie, 8 di bordati, 5 di cappelli, 5 concerie, la grandiosa fonderia di ghisa degli Squindo e l'altra dei Girelli, la nota cartiera Amosso e la birreria di Menabrea. Sella, Rosazza, Poma, Bozzalla, Garbaccio, Boussu, Trombetta, nell'industria hanno tanto nome, quanto splendore avevano nei tempi andati i Ternengo, la casa Lamarmora, i principi di Masserano, i principi della Cisterna. Benedetto il Cervo e l'Oropa! Sì, il lavoro ferve animatissimo dappertutto, sia nei vasti fabbricati che hanno 400 finestroni, da dove rombano le macchine più meravigliose del progresso, sia sotto ai portichetti smattonatì dove le ragazze, cantando, impagliano scranne o filano colla conocchia della nonna. Esempio siano: il lanificio Piacenza a Pollone, la fabbrica dei Poma a Occhieppo superiore, a Miagliano il cotonificio pure Poma, colle case degli operai costrutte sul modello di quelle di Mulhouse in Alsazia: esempio presenti lafia della Nastasiaal Favaro. Lo dico con orgoglio: gli stabilimenti industriali di Biella sommateli voi, io v'ho date le cifre: 190 sono quelli del Circondario (Guida del Club Alpino, ecc.). Si lavora, si lavora, si lavora, ognuno secondo le proprie forze: i figli dellafia di Nastasiaun di mangeranno il pane che sa di sudore onoratissimo e di lucido acciaio strofinato e di grasso abbruciato, se pure non lo faranno mangiare agli altri: il lavoro ha sempre avuto un premio.
Per controbilanciare il poco bene che ho detto di Biella, come accoglitrice di cose d'Arte, devo parlare e col massimo piacere di Biella-Piazza, o sia di Biella alta, un gruppo della città, su un poggio, dove difficilmente capita il viaggiatore per Oropa. Al sommo dell'erta salita si presenta un edificio del rinascimento, di gusto squisitissimo, con finestre rettangolari, fascie dipinte di azzurro, linee egregie, i campi illustrati da storie belligere, gli occhi di bue, e sotto la gronda le tracce elegantissime degli archetti che sporgevano a sostenere il tetto. Di sotto al sudiciume, alle moderne manomissioni, all'opera del tempo, esce un profumo d'Arte gentile, corretta, spigliata. Di chi fu quella casa? Ho domandato invano. Nell'interno c'è la fabbrica di maglierie dei Guglielminotti: domina la sbiancatura e l'adattamento. Nell'istessa viuzza, su cui dà il fianco, s'incontrano delle fascie di terra cotta, due o tre a frange trilobate, una a targhette, grifoni e flessuoso svolgersi di foglie. Il palazzo del principe della Cisterna mostra l'architettura salda e già capricciosa del cinquecento: portone col poggiuolo marmoreo, finestre col timpano spezzato e i busti, colonne bozzate, e all'alto un loggiato d'arconcelli coperto. Lo dicono ancheil Castello. Nell'interno ho visitato una torricella colla scala a chiocciola, i solai spaziosi, adorni di una porta acuta a fascia di terra cotta, lo scalone nudo, a cui è unita la tradizione dellamorte segreta, un muraglione cioè pieno di coltelli e trabocchetti, e finalmente i saloni. Il palazzo è ridotto a filatoio. Ma bisogna ancora vederle quelle travature, quei freschi a chiaroscuro che ricingono le somme pareti, quel camino eretto sugli orecchioni, colla cappa scolpita, ornata, dorata, colle statue sedenti e gli stemmi e gli stucchi e i finestroni! Bisogna immaginare il decoro sontuoso degli arazzi, dove ora sporgono le cornici di legno spezzate e i chiodi ritorti: i mobiloni di noce, le seggiole di broccato, i ritratti degli avi, dove ora s'ammucchiano i telai spezzati! L'ambienteè austero. Citerò anche la chiesa di Sant'Anna che doveva esser bella, se non intervenivano a vituperarla pennello e cazzuola, sì che pare che i santi del Gaudenzio Ferrari e le sante stecchite fra le colonnine d'oro spirali, pare rimpiangano i buoni tempi. Attiguo c'è il palazzo Ternengo, con un cospicuo archivio patrio, si dice. Poi c'è il Palazzo del Comune, la casa Lamarmora, quella dei principi di Masserano, ora stabilimento idropatico. Dal Piazzo volevo scendere in Vernato per gustarvi un bel quadro antico, e poi a San Sebastiano attratto dalCristodel Ferrari, dall'Assunzionedel Luino, dallaTrinitàdel Moncalvo, e da altri dipinti di scuola lombarda e vercellese, che avevo già veduto l'anno scorso: ma l'amico che mi accompagnava si diceva stanco all'aria della città. È vero, è calda, è noiosa. Vogliamo respirare.
Giacchè ho incominciato la tiritera parlando di monti, finirò rendendo il mio omaggio alla simpatica Biella e facendo voti pel suo Club Alpino. Fu istituito dal signor Giuseppe Corona, è presieduto da Q. Sella, diretto da Corona Giuseppe e Lodovico Garzena, Amosso, Pozzo, Prario, Vallino, Vercellone. L'illustrano Sella, l'astronomo padre Denza, il vescovo Losana, l'erborista Zumaglini. Per un pezzo io ho avuto tra le mani la Guida edita dalla Direzione: da Piedicavallo, dall'Alp Pianell, dal Colle della Mologna grande, dal Colle di Loozonèi, dall'Alp Ober-Loo, da Lomatta, da Gressoney, dal Colle d'Ollen, da Alagna, da tutti i luoghi in cui verificavo l'ore del mio orologio con quelle notate dalla Direzione su quel libricciuolo carissimo, mandavo un saluto a quegli egregi che, istituendo la società del Club Alpino, preparano all'Italia uomini sani, entusiasti alle bellezze grandiosissime, desiosi di scuole tanto larghe, quanto l'anfiteatro dei monti. E di nuovo un saluto!