POESIA.

Porto di Genova.

OZenaprocace, dall'Aquasola dominatrice del mare e dei colli di Albaro e degli orti del Bisagno!Zena, gemmata di ville da Portofino ad Arenzano, sullo sfondo degli argentei uliveti o delle montagne boscose, con tanto azzurro di cielo da darlo a scialacquare a mille poeti!Zena, aperta al libeccio che da Spagna ancora spira l'alito infocato dell'arabe fanciulle nel sangue de' tuoi figliSabazi,internali,ingauniegenuati.Zena, consolata dai ponentelli freschissimi puritani, bruna donna di Lerici, bionda etrusca di Sarzana,Januaantica, perfino le tue fortificazioni mi sembrano fascie e corone d'amore alle pendici caldissime!

Quante volte io volli sapere, più che la tua fastosa voluttà, la tua potenza! E seppi che Filippo Visconti, quando l'ebbe nelle spire della sua biscia, si credeva già signore d'Italia. Il duca d'Alba vedeva l'occupazione tua come la base ad una monarchia saldissima. Se il duca di Zenua ti avesse aunghiato per la Spagna! Il signor Le Noble scriveva a Luigi XIV: «Genova e Marsiglia unite sotto lo stendardo dei fiordiligi darebbero legge a Cadice e ai Dardanelli, terrebbero la Barberia in forzato rispetto e farebbero tremare il sultano nel suo stesso serraglio di Costantinopoli.»

Ma non so più leggere. Quando il luglio è implacabile coi suoi trenta gradi, io fuggo le morte biblioteche. Io voglio l'aria, il cielo, il mare! Io voglio amare!… Amo voi, o marinai diZena, che storicamente ancora intarsiate nel vostro dialetto tante parole arabe, spagnuole, greche e francesi; amo voi, o vele, o chiglie, o coste rivestite di bordature, impernate, calafatate, colle fodere di rame, o alberature sorelle! Ah! so che colle vostre bestemmiacce, colle tinte sudice e coi rappezzi grossolani come quelli sulle tonache dei frati, colle corde bisunte, colla cifra fatta in catrame e la solita [ancora] GENOA, coll'odore di mare salato, voi fugate la poesia a mille miglia lontano a rimbellettarsi su qualche paio dilabbra di corallo, a incipriarsi su qualchecollo d'alabastro…. Ho detto la poesia? Ho sbagliato: dovevo dire la Nonna poesia: quella in cuffia, colla tabacchiera e il mazzo dei tarocchi lì sul tavolo: è titolata, sfoggia genealogia e stemmi, e nulla fa di bene se non ha le rose dell'aurora, le polite pieghe del peplo, le note della lira, il profumo dell'olimpo: cinguetta coi poeti e i professoroni ufficiali, è pettegola e si liscia. Via! di codesta donna marchesaccia siamo stufi. C'è una bella scapigliata, con grand'occhi acuti, senza rimario sotto le ascelle, senza svolazletti, la penna d'oca e l'elmo di Minerva, c'è una giovinetta che s'asside anche all'ombra delle vele, viaggia coi marinai e mangia il pane duro, conta i soldi e canta Dio e il mare. È la vera poesia. E Natura, diffondendola in ogni atomo delle cose create, non le disse mai:—Sarai aristocratica: sarai democratica,—ma le impose:—Non mentirai!

Voglio conoscere la potenza di Genova? Vado a gustare la grandiosa poesia del suo Porto.

Il molo vecchio costrutto da Marino Boccanegra nei faustissimi giorni del Comune, il nuovo d'Ansaldo di Masi, la Lanterna su cui si accesero i primi lumi nel 1316, il robusto emporio del Portofranco, i porti di sbarco, gli argini, vorrebbero ancora dieci trombe dicintragoche li proclamasse ai regni dei voli lirici, o meglio dieci portavoci di capitani che rivelassero a questo bassissimo mondo quantedoblehanno fruttato, e quanti futuri dii frutteranno. Sull'immenso sfondo verdognolo azzurro nereggiano gli scafi snelli dei mille bastimenti: e sugli scafi s'inclinano i bompressi, si drizzano i bassi alberi, gli alberi di gabbia, quelli di pappafico e l'aste: le sartie s'appoggiano alle gabbie, i pennoni recano il velame arrotolato, e le corde, le puleggie dellemanovre dormentie dellecorrentiformano gli apparecchi altissimi dei lucrosi saltimbanchi del mare. Anch'io userò il vecchio paragone: il porto è tutto una selva nella quale i venti vogliono i loro giochetti, ed ecco le vele triangolari, le quadre, quelle che tornarono sbrandellate, il fumo dei tubi ritorti, e i tubi sbiecati. Come hanno giocato in alto mare! Lo sanno i marinai che hanno appeso quindici o venti voti al santuario di Savona, o i marinai che hanno appeso il loro sacco d'ossa ai corallumi del glauco cimitero. Nel porto si stringe la gran famiglia: le prore sono, per così dire, i volti, le poppe danno il nome di battesimo, l'alberatura di tre, di due tronconi, segna la casta e l'anima è giù nella pancia. Le barchette vanno e vengono, come i domestici, come le formiche intorno al granaio. Io vorrei dirvi il giuoco dei riflessi del cielo e del mare, le bolle delle aspergini tranquille, gli scherzi dei vermi marini sulla costa, le gradazioni. Ma non posso! Però voglio dirvi come appaiono tumide le vele tese dal vento, come imbizziscono le banderuole a fiamma e come sembri che i catenoni dell'ancore e le scalette giù giù tremolino col tremolare degli strati dell'acqua e si perdano in un serpeggiamento vano…. Ma che? Come mai si può osservare? Genova è Genova: la folla è turbinosa, l'affaccendarsi incrociantesi…. La locomotiva su un argine ripiglia fiato rapidamente ed urta i vagoni a specchiarsi in mare. Bestemmiano, inturgidendo i muscoli, i nudi facchini michelangioleschi: i carrioni con quattro, sei cavalli accodati sembrano dire:—facciamo tremare la terra, la terra è nostra:—si fischia; si urla; si inneggia.

La scena, o signori, è unica, e l'entratagratis; vedete:—il mare, il progresso, e su il guadagno, e su ancora la poesia, e su ancora il sole che ride di tutto.

—O marinaio poeta, che hai letto nel gran libro dell'utile e nelle grandi notti sull'estensione dell'Atlantico, dimmi le tue rime.

—Cuoio, acciaio, canape, corna, indaco, cocciniglia, grano, olio, pepe, pelo di camello, tonno, salsapariglia.

—Ma no, che non sono rime! Noi diciamoamorefa rima condolore. Non capisci? E seihomo, come me, seihomo sapiens.

—Che cosa dice?

—Homo sapienssignifica uomo sapiente. Ah? tu non intendi il latino, sicuro.

—Uomosapiente?

—Ebbene? Ci pensi?

—Nulla affatto. Fa rima conniente.

A questo punto il sole che rideva, mi parve sghignazzasse: io, furbo! apro l'ombrellino.

S'io fossi ilcintrago, il banditore medioevale di Genova, da ogni legno che venisse di Sardegna con sale, ne riscoterei mine tre: e mine tre o mine una di grano da ogni legno che tornasse di Corsica, oppurede Maritima et Romania. E poimarabottinid'oro dalle galee che andassero in corso al di là della Sardegna o in Ispagna. Adunerei il popolo a suono di tromba, citerei ai placiti, ordinerei le guardie della città, pranzerei coll'arcivescovo, e davanti a qualche palazzo de' Fieschi, de' Grimaldi, dei Doria, degli Spinola, per privilegio di magna prosapia fasciato di marmi bianchi e neri, canterei le glorie di Genova mia. Vorrei essere ilcintragoe campare vecchissimo vecchissimo, dal tempo dei consoli ai dogi biennali, e dire:—N'ho vedute di cose traverso i secoli!-

E canterei così:—Ho squillato la mia tromba pei consoli, pei podestà, pei capitani della libertà, i Fieschi, i Grimaldi, i Doria, gli Spinola, per il reggimento dei dodici, dei ventiquattro coll'abate del popolo, per la signoria d'Arrigo, quella di Roberto di Napoli e di Giovanni XXII, pei guelfi, pei ghibellini, pei dogi perpetui della stirpe Guarca, Montalda, Adorna e Fregosa, pei dogi biennali, i nobili privilegiati, tra l'imperversare delle fazioni di Portico nuovo e di Portico vecchio, pei commessari francesi della repubblica ligure.

E narrerei:—Venite al porto. Io ho veduto le venerande galee, i galioni, le galiazze, le galeotte, le cetee, i taridi, i panfili, le vacchette, le borbotte, i golabi, le gatte, le cocche, le saettìe, i portantini, gli uscieri, le flotte di quei genovesi che ghermirono la Corsica, la Capraia, la Gorgona, Tunisi e Minorca, Almeria, Tortosa; navigatori e guerrieri, i ghibellini contro Carlo, i guelfi che preferirono lo esiglio al pane dato dai vincitori, i sostegni del seggio bizantino, i mercatanti da Ceuta al mar Libico, all'Egizio, al Sinaco, al Panfilio, al Lido, all'Arcipelago.

E inviterei:—Moviamo al tempio di san Matteo, monumento de' Doria, al san Donato dalla torre costantinopolitana: a san Tomaso, al san Marco col Veneto lione, che rugge ancora coll'ultimo lamento di Andrea Dandolo, il suicida di Curzola memoranda; che freme ancora all'invisibile sogghigno trionfale di Pagano Doria trascinante dalla poppa della galea capitana lo stendardo de' Veneziani. Andiamo al Campo Pisano: ivi i tredicimila prigionieri fatti alla Meloria cainesca e le larve disperatissime dei tremila uccisi fecero ringhiare il proverbio tremendo:—Chi vuol veder Pisa vada a Genova—: i catenoni del porto della rivale furono tagliati a pezzi, perchè potessero essere appesi qua e là per le piazze e le vie della trionfatrice: inventore di questa vendetta luciferina Niceto Chiarli re delle incudi: e per lui i fabbri, devoti alle balestre, alle bombarde, alle pignatte di fuoco lavorato, ascoltavano in Santo Sisto un'annua messa di suffragio. A San Sepolcro sorgono le memorie de' crocesignati, dei cavalieri, degli spedalieri, e dei cinque cardinali affogati nei cinque sacelli da Urbano VI. Alla Casa di San Giorgio v'è il codice diGazaria, o i cartulari della compera di Caffa, Scio e Famagosta. Al Borgo diPrèsi spartivano le prede nel secolo duodecimo. Al Duomo, ricordato anche da Fazio degli Uberti perli porfidi et marmi orientali, non vi so dire gli archi acuti, coi fasci di colonnine, gli ornati a mosaico, le zone, la simbolica cristiana orfica, le tre navi, le sedici colonne di breccia africana coi piedestalli di basalto, il coro, il presbiterio, la cupola, la tribuna…. Avevo già novant'anni, o messeri, e madonne, ed io,cintrago, l'ho veduto l'architettore! Era l'Embriaco, guerriero di terra e di mare, consolo ed artista. E poi passarono gli anni! Un giorno sotto queste vôlte, che accolsero le reliquie conquistate a Mirrea e il sacro catino a Cesarea, sdegnosamente si ricusò il giuro di fedeltà a Federigo imperatore!… E un altro giorno si confermò Simone Boccanegra! Quante glorie di dogi! E in un tempo funesto cinquanta fanciulle vestite di bianco, recando l'ulivo, imploravano pace da Luigi XII!

E dirò ancora:—Andrea Doria fu insigne sul mare: Ambrogio Spinola conquistò le Fiandre: Megallo Lercaro rappresenta la forza dei traffici e delle colonie di san Giorgio benedetto. Volete leggere di scienze, lettere e d'arti? Andalo del Negro, il Caffaro, Battista Vernazza, Giustina Vageria, Bartolomeo Falamonica, Ansaldo Ceba, Matteo Senarega hanno scritto: Tadisio Doria, i due Vivaldi, Colombo, Antonio Noli, Usodimare hanno viaggiato: le pagine degli artisti le vedrete nei palazzi: Via Nuova, a detta del Vasari, è unica al mondo….

Imbocco la tromba d'oro, squillo tre volte tre, e proclamo a tutti i venti. Udite, udite, udite:

Ditis opes Asiæ et claros orientis honoresQuantaque ab Euxino traditur ora saloPisanas acies Thuscæ decora inclita pubis,Et traxi ad ligures gallica signa manus:Subjectis dominans tenui cervicibus AlpesEt tremuit nostras Aphrica terra trabes.Afflictus toties Venetus, qua fugerat olimIn patriis novit tela petitus aquis.Frustra, Galle, cupis, frustra es frustator, Ibere,Frustra sæva, Ferox Insuber, arena capis.Vinco ego dum vincor, par est victoria damni,Sumque eadem domina servaque facta mea.

* * *

In quel tempo in cui dal faro di Genova pendevano i lampioni fumigati e le galee a velatura e palamento, dall'alta poppa teatrale, sparando una straccia di bombarda, si piegavano su un fianco, in quei tempi in cui una barca metteva fuori tanti remi da sembrare un millepiedi, si poteva incominciare con quei versi la descrizione di Genova, prendere l'aire, e gonfiarsi su fino al settimo cielo della poesia. Benedetti tempi! Perchè non sono io nato allora? Allora non c'era questo vezzo ribaldo di schizzare degli acquerelli fuggi fatica: così, e così, quattro pennellate, senza fondo, senza un contorno deciso, magari spropositati di disegno, su un brandello di carta qualunque, per far ridere una marinara che non ci capisca un ette, per far sorridere una marchesa, la quale indovina la suasilhouetteelegantissima nei tratti del pennello tinto d'azzurro. Lasciamola lì. A quei tempi c'era l'incisione scrupolosa che vi dava l'idea dell'infinito mare con mille o mille dugento righe orizzontali e digradanti. La città si vedeva chiara e netta, come una mappa: sulle terrazze dei palagi c'era l'A, B, C, D: nel cartellino poi appiccato sul mare si leggeva la brava spiegazione dell'A, B, C, D….

—Adesso c'è la fotografia.

—Verissimo. Chi vuole le cose ammodo ricorra alla raccolta di vedute che il padre Abate Giolfi pittore dedicava a Sua Eccellenza il signor Giuseppe Boria Duca di Massanova e di Facina.

—-Ricorra alle fotografie del Degoix.

Io non posso tracciare giù la pianta della città, nè m'intendo di cose serie da imbandirvi, come s'usa, i primi cenni, la scorsa da un capo all'altro, la Genova considerata militarmente, le vecchie mura, il porto, il portofranco, l'acquidotto, le Belle Arti, i palazzi, ecc., ecc.

Poh! questa mancherebbe: che voi mi pigliaste sul serio. No! no! Sono chi sono: un poveraccio faticato dagli studi sui codici, un esule volontario dalle dotte e morte biblioteche, un antiquario, che, lavandosi la faccia nell'acqua limpidissima e scacciando la polveraglia dei morti, incomincia a vederci meglio. Oh poesia strapotente del cielo e del mare! Oh vita mia! Oh liberi sogni d'artista! Se poi…. Marchesa, mi presti il suo occhialino capriccioso: attraverso quelle lenti devo vederne di belle cose, se già ci è passato il suo raggio visuale! Marchesa, mi favorisca il suo albo…. Ella insidiosissimamente ha tutto profumato con quel suomuguet!… Viaggiamo insieme verso Genova: in prima classe, già s'intende.

Mi pare e non mi pare, ma il fischio della locomotiva, che entra appunto nella stazione, ha come insultato il mio esordio, l'epigramma dello Scaligero; perciò m'imbizzisco, e dimentico l'altro di Maurizio Cattaneo, l'eroe delle tre navi, il vincitore della flotta di Maometto, dimentico il distico di Antonio Asteggiano da Villanove, i versi di Bettinelli, di Chiabrera, le lodi di Bonamico, di Muratori, di Giovanni Villuani, del Brusoni, di Sua Maestà l'Imperatore Cantacuzeno….

* * *

O Genova! o Genova! Chi può mai descrivere i tuoi palazzi di via Balbi, della Nunziata, della Nuova o della Nuovissima, e le casette a otto piani nelle strettucce che sembrano scolatoi al mare? Chi ti dirà il nobile effluvio dei cedri e il plebeo fetore del baccalà; la splendida pace dei pensili orti e l'arrabattarsi lucroso nel porto: la vita opulentemente stanca nelle sale d'ozio e la insaziabile voluttà della marmaglia saettata dal sole: la bianca melanconia degli atri, degli scaloni, delle corti solitarie e l'immensa gazzarra delle mille navi? Chi dirà, in qual reggia, in qual sala dipinta da Guercino, Van Dik e Bubens, cento cavalieri e quaranta dame furono convitati magnificentissimamente, serviti con piatti d'argento e d'oro, e i piatti ammucchiati a formare tante colonne fino alla volta: e chi descriverà la cena del pollivendolo, il tozzo rosicchiato, sotto l'incarco d'una gabbiona pidocchiosa e insudiciata?

Ma da che parte si deve incominciare?

—Venturi non immemor ævi—Sibi et Urbi—è scritto sui potenti fastigi: Lodovico XII diceva ai patrizi di San Giorgio: «Voi siete meglio alloggiati di me:» e lo dicevano Carlo V e Filippo II. Genova è la città dei palazzi: vi architettarono l'Alessi, il Lurago, il Vannone, il Bianco: vi pinsero il Calvi, il Semini, il Cambias, il Tavarone, il Fiasella, i Carloni, l'Ansaldi.

Le facciate sono incrostate di marmi o coperte di freschi mitologici, storici; le colonne di bianco Carrara o i pilastri di cupe bozze sorreggono gli architravi stemmati delle porte maestre; le cornici, le statue, le balaustre, gli scudi, i timpani, le piramidette, i festoni, i bassorilievi, i loggiati, le inferriate sporgenti, con forte armonia s'intonano alle linee del quadro, dovuto alla scuola di Michelangiolo e del Bernino: una intera via, due, tre, quattro…. quattro prospettive sceniche di sedi olimpiche. Nei vestiboli lastricati di marmi o s'adagia un larghissimo scalone, coi lioni maestosi, veglianti sui piedestalli, oppure un velo d'acqua frescamente scende a bagnare le muscose spalle di due cariatidi reggenti la conchiglia, oppure tra le colonne appaiate scintilla, come sfondo, l'azzurro mare e il cielo secato dagli apparecchi aerei delle infinite alberature. Vi sono scalee che danno a cortili, e nuovamente cortili che danno a scalee, e su ancora…. Arriviamo ai terrazzi, alle logge, ai giardini sostenuti da baluardi, agli elisi, ove le rose e gli aranci, la flora ligure venustissima non suade che amori, coi profumi spossatori dei talami sempre fecondi. E vi sono scalee che accedono alle straricche anticamere e agli appartamenti: ori, pietre, stucchi, cristallo, basalto, alabastro, colonne doriche, ioniche, corinzie, tele, freschi, statue, tutto vedi…. Cioè, non vedi niente: perchè subisci là dentro un'arte sola strapotentissima, la seduzione. Là comprendi quella incasta mitologia del decadimento, là fremi all'incondito atteggiarsi delle Veneri, là capisci che la Medicea formosissima non è donna, perchè perfetta. Sui terrazzi, ove ghignano i mascaroni e nelle sale ove stringono l'occhietto le ninfe, una ebrietà di tripudi ti dà il capogiro…. La dama, di cui si sparge l'olezzo mondano, la dama che imagini con te, la vorresti coi nèi, colla cipria, colla sapiente raffinatezza del secolo pettegolo, colla insidia vampirica delle corti di Francia, nata espresso per esser civetta e dannatrice accorta d'uomini. Ghigni anche tu, e anche tu stringi l'occhietto…. E quando pensi che le acute scarpine, la vestebergèrea fiorami d'ortensia, il busto colmo e giù appuntato, gliaccroche-coeurs,i nèi…. i meno svelati…. tutto è finito! La dama giace sotto in qualche chiesa barocca, sotto la pietra barocca, già dimenticata dalla prece barocca, già…. Ah i lombrichi appartengono al realismo!… Quando ti trovi solo, tu piangi d'amarissima voluttà! Guardi, cerchi e fantastichi: vedi il bruno ritratto dicoleiche t'avrebbe avvinghiato, lo scrittoio a specchi ed oro su cui t'avrebbbe scritto il bigliettino galeotto, le bugie olandesi che t'avrebbe accese….(11) Ti vanno e ti vengono innanzi gli occhi le manine bianche, colle unghie rosee, coi braccialetti che segnano nella carnicina grassottina la depressione sotto l'oro massiccio. Non sono ancora accese le complici bugie per le?… Passi per le stanze del riposo, coi moschetti di drappo a pennacchi, colle coltri dense, coi cuscini gonfi, coi tavolini da notte inesplorabili: tutto sa l'odore della vipera. Passi nella biblioteca, lunga, lunga, lunga…. Un volumaccio è ancora aperto su un leggìo: ha il labbro rosso, le pagine gialle e su una gottaccia tabaccosa…. Vegliava il geloso marito nella biblioteca…. Passi nella galleria dei quadri, delle statue, delle incisioni, delle conchiglie, in altre sale, in altre…. La semiluce è triste: è triste la memoria dei morti: è tristissimo l'insaziabile desiderio per coloro che non sono più. Chi guardi? Chi cerchi? Chi domandi?—È morta da un un pezzo, eh!

Passando innanzi ai portoni,lavedi sotto il velo d'acqua freschissima. Adagio: prima di mettere il subbuglio in qualche cuoricino.Lavedi che ha già fatto la doccia e sale lo scalone mollissimamente. Adagio ancora: prima di compromettermi con qualche mammina.Lavedi che, col parasole stillante, ti ride in faccia… Per un capriccio la è passata sotto le spalle delle cariatidi a spruzzarsi un po' giocherellando. Del rimanente sappi che la vestiva un abito lunghissimo, alto, così e così. È la padrona del palazzo che tornava dalla messa e ascendeva al sommo terrazzone…

O logge aeree, o grotte verdiccie; ultimi fastigi su cui trionfa lo stemma, primi gradini colsalve! O fiori che vedete il mare, marmi che riflettete il cielo!… Donna, che mi appari, più formidabile del Doria, appoggiata alla colonna, a cui già concessero le spalle la mamma, la nonna, la bisnonna, fervidissima stirpe: o donna, sei padrona del cielo, del mare, dell'infinito, dell'invisibile! Andrea Doria nel classico suo palazzo fuor di Porta San Tomaso accoglieva Carlo e Filippo re e la loro corte, e li faceva servire a suono di fischietto, come se egli fosse sulla sua capitana. Tu accogli me, come se tu fossi nel tuo regno e comandami col tuo riso… Non sono imperatore, nè grande, nè poeta! E tu hai il riso del tuo regno, del cielo, del mare, dell'infinito, dell'invisibile!… Io servirò te… Andrea fischiava due coronati e ben faceva: tu fischi me colla gola del serpente. Il tuo regno è il deserto: lo so: la vanità della tua bellezza non ti concedette che il tormento della tua bellezza.

O donna, stringi il libro delle preghiere convulsamente.

* * *

Se babbo, invece di darmi tra mano un codice ne' bei giorni della mia giovinezza, m'avesse lasciato la carissima tavolozza, io avrei schizzate tante macchiette quante ne abbisognavano per la processione delCorpus Domini:e potrei sorridere nel mio studiolo ad una ad una di quelle che passano sotto gli arcucci dei tragetti, e s'affaccendano nella contrada del mercato: una contrada fonda come un pozzo, dove da una finestra all'altra delle case è in mostra sulle corde tutta l'opera fatta dal bucato nella settimana: panni bianchi, panni rossi, panni azzurri, l'allegra coccarda dei marinai a tre colori bagnati di sudore. Alle botteghe a destra e a sinistra, qua e là panche e corbe, e corbe e panche. La dico una contrada quella dove c'è di tutto, dal mazzolino di fiori per lei, marchesa, al mucchio appetitoso di lumache testacee chiuse nelle gabbie, come i passerotti: e pel pittore tocchi di verde smeraldo, di cinabro, di giallolini: oh che gazzarra! Fogliami spiccati, creste accese di galli, fette avvistate di zucche, e via! Dove non c'è una cosa sola, quella santa pulizia. Oh che sciupo di penne di pollastri e di spine di pesci! Che misto di magro e grasso! Che confusione di venditrici austere e di sguaiate esibitrici! E odore di baccalà, e grida senesi e filatere di muletti, e risse sempre pronte…

Ho detto una processione di macchiette: nè più, nè meno. I montanari sono già calati dalle viottole, quello colle frutta, quello col pollame, quello col fieno, quello colla farina. Ecco i due pescatori tozzotti che vengono reggendo l'uno di qua, l'altro di là, la cesta piena dimurun, il re dei pesci; ecco la donnaccia colla stadera e colla corba deifunzéti beli: ecco la fante del curato colla sporta e il libro della messa: e la massaia che cammina cogli occhi a terra, a guardare le sue scarpe nuove dal pattume e dagli scheggioni: ecco una ribaldella….

Che sei, ribaldella? Sei la bellissima dagli occhi neri. Se io fossi pittore manierista, ti pingerei col pezzotto bianco, colla crocetta d'oro in collo, colla camicia e le bretelle delle coriste pastorali, colla gonna azzurra…. Ma tu sei la bellissima dagli occhi neri. Hai la testa scoperta e i capegli scarmigliati, il guarnellino procacemente discinto, la veste a strappi: sei tutta polverosa e spensierata…. Anche tu somigli a quella sdegnosissima patrizia che appoggiava le spalle alla colonna del terrazzo marmoreo. Chi sei? Che cosa vendi?

* * *

Marchesa, le restituisco l'albo e ilpince-nez. Mi scusi, ma…. le sue lenti mi paiono maliziose, sì da farmi vedere sempre, troppo, anche quando non voglio.

Mi metterò gli occhialoni d'antiquario e leggerò il catalogo dell'Armeria genovese, che m'ha dato un reverendo scolopio. Dunque c'erano:—«un cannone di legno antichissimo: un rostro di nave probabilmente dei tempi delle zuffe con Magone cartaginese: alcune corazze con intagli, geroglifici e sigle; la fama le diceva usate dalle donne genovesi ch'erano andate a combattere in Terrasanta, la forma del petto le dichiara….»

Se le dichiara! Anche pel dì d'oggi! Date due massime corazze per la patrizia e per la ribaldella,

Monti di Pegli.

Chi vi coglie? Fiorite ed appassite, e non sapete che sul candidissimo seno di una dama, sulle braccia tarlate di una crocetta nera, altri fiori, meno belli di voi, più belli di voi, agitano i petali al susurro di una parola rovente, al prorotto singhiozzare d'una preghiera. Fiorite ed appassite, e chi passa vi guarda e dice che le speranze, i dolori, si sciupano in questa vita, come i vostri petali ad uno ad uno, quando posate nelle mani della elegante passeggiatrice. Ella vi sfoglia per sapere l'amore che dura un giorno….

Non sa l'amore e si trova senza speranze e senza dolori.

Sestri Ponente.

Quella notte al lido tacevamo….

Il vasto libro dell'astronomia è aperto sopra il nostro capo.Leggavi il sapiente e l'idiota, il felice e l'infelice.

Quella notte al lido tacevamo.

Sestri Ponente.

Le stelle più poetiche delle notti estive, le stelle inseguentisi con velocissime curve, le soavi luci cangianti che scorrono al bacio d'argento del mare! E il mare rispondendo al cielo sussulta, e dove le crespe sue accarezzano i fiori, fiori della spiaggia, fiori delle profondità, ogni ondeggiamento porta un gorgoglio—Amore!—ed ogni gorgoglio una spruzzata di perle….

Sestri Ponente.

Al tramonto rilucono le crocette dei campanili, le facciatelle delle chiese sembrano parate a solennità con drappi d'oro e rosati, le rupi hanno profili avvistati, le ombre azzurrigne invitano ai bisbigli d'amore, dalle corna dei monti si stendono le pezze di porpora e si allargano giù per le chine, scappando ai piani, dalle valli si leva un vapore paonazziccio, nei paesi ogni casetta ha una gronda lucente e un comignolo giocondamente fumante….

O anime gentili e mestissime, io contemplo i fiorellini strisciati dall'ultimo raggio di sole.

E perchè di quei fiorellini io colgo e bacio l'appassito?

Sestri Ponente.

Aspetteremo una notte senza luna e senza stelle, a mare cupo, a pace di cimitero.

Ti metteremo remi neri, vele nere, in prora corona di fiori funerari, o barca che t'apparecchi al viaggio per là, da dove non si torna. La notte sarà un immenso tempio parato a lutto, la spuma dell'onda sarà l'argento della coltre, la pace sarà la desolazione… O Signore! Nè alla spiaggia venga fanciulla che pianga, nè lungo il viaggio batta seguace ala d'alcione. Solitudine vastissima!

E coi remi accarezzeremo il mare, e volgeremo le vele al vento, sì da farle crepitare come se baciate insistentemente, e petalo per petalo, o poeta della notte, sciuperemo i fiori della corona.

—L'amavi?

—Era la mia vita.

—Come aveva nome?

—Illusione.

—Áncora,—gongolò il mio professore cogli occhiali d'oro—deriva da =angkyra= e =angkyra= da =agkylos= che significa uncinato. I greci non conobbero questo istrumento che dopo la guerra di Troia. Plinio ne fa inventori i Fenici, i Tirreni e Pausania menziona Mida re dei Frigi.

—L'ancora,—mi disse un fabbro nudo fino alla cintura, re d'una fucina in cui si profondava fino alle caviglie nel polverio nero, s'arroventava la gola e lagrimavano gli occhi—può pesare da 150 a 4000 chilogrammi,—e alzava un martello da venti, lasciandolo cadere su un'incudine suonante come un concerto di dieci campane.

—Ha l'anello, ocicala, ilfusto, i bracci, le marre opatte, e il ceppo—mi accontentò un ingegnere navale, aprendo il suo portafogli, come chi dicesse:—ho i miei affari, non il tempo per chiacchierare.

—All'ancora maestra si dava il nome di ancora di salute: e c'è l'ancora di misericordia—mi soggiunse un marinaio segnandosi di croce.—Ma si calano colle gomene pregando Dio.

—L'ancora—mi suonò nelle orecchie il curato—è l'emblema…

E non volli più ascoltarlo.

E tu, fanciulla, mi domandi?

Ti ho risposto.

Io ti parlerò; parlerò di desolazione.

Alla sera ho sognato che tu eri raggiante come un faro, avevi una stella in fronte e stringevi un'ancora per me.

A lume di luna, che ti rende macchietta mestissima, che fai? Colle gambe nell'acqua, che ti pone intorno alle ginocchia un anello oscillante d'argento, che guardi?

Colla camiciuola al basso già inzuppata, che alle mamme cittadine fa pensare al raffreddore (che non verrà), che cosa spii? Spii il mare: vuol mettersi al buono.

Dimmi, e perchè? Perchè tornerà. Chi? Il babbo marinaio che è partito con in collo la santa medaglietta di Savona, che è partito per l'America da due anni, il giorno della Concezione? Il babbo che più non scrive? Tornerà il bastimentino: il bastimentino fatto con uno scheggione di legno…

OBacciccin! Aspetta, aspetta, o caro bimbo: ancora non conosci il dolore. E se non tornasse il bastimentino? La tua Lena ne farà un altro.

E se non tornasse il babbo?

E passavano giù nella valle, pel letto asciutto del torrente. I mulattieri col cappello di paglia, la camicia azzurra, la fascia rossa, avevano la frusta a chiovetti d'ottone schioccante ad ogni minuto, e la bocca coi barbigi arsicci ad ogni secondo schioccante di bestemmie: le bestie poderose colla gran placca sulla fronte, a protettrice la Madonna, col campanaccio e i pendagli: le carra, a ruote di cannone, trabalzanti sotto un monte di barili, di sacca, di legname, di balle, o che altro. E un carro, e due, e tre, e sei, ed otto… La processione senza croce, ma coi moccoli! Bisogna dirlo, pel mulo, è regola genovese, un santo tirato giù di paradiso è un pungolo alla groppa.

Oh come io studiavo le facce! Faccie biscagline, faccie castigliane, faccie senza battesimo: e tutte alla golaccia avevano il capestro; no, cioè le cordicelle colla santa medaglietta di Savona.

Perdonate: chi mi bisbigliava è quel curato colla veste colore abete, e proprio resinosa, col tricorno a cordicelle allentatissime, colla faccia non da benedizione, il quale curato da questi mulattieri non si ha altro che qualche gomitata, e non ascolta che litanie non canoniche. So che costoro hanno la fermata all'osteria e non alla chiesa, so che anche a notte l'eco dei cimiteri in suono d'ossa sbatacchiate su per le croci di legno ripete lo scoppiettare dalle loro fruste, so… E che cosa so? Niente: che passavano e passavano e passavano, macchiette variopinte, sullo sfondo della vallata, che mi tiravo da banda al tempestar dell'unghie dei muli, che qualche volta in cuor mio dicevo:—Buon viaggio!

E se ancora passate, passate, passate, metteteci un po' di garbo ad avvisare le signorine: e del resto, buonissimo viaggio!

E l'osteria di solito è posta al canto della via principale e di un tragetto: quella fornisce i bevitori mulattieri che si assetano sulla strada da Savona a Genova; questo che fra due murelli d'orti va al mare, dà i pescatori e i lavoranti del cantiere. L'insegna è dipinta d'azzurro, e non c'è nome d'oste o di vedova che lì non s'abbia il suo battesimo popolare. Chi entra deve guardarsi dalla focaccia gialla-unticcia, che odora su un gran piatto di peltro, e dal barile sgocciolante, ritto in piedi, coperto di frasche di vite, e fatto tavolo a sette od otto mezzine di maiolica dipinta. Pareti a tutte tinte, dalle sudicie alle aerine, come le tavolozze dell'avvenire; pancone a gambe divaricate: sfondo di sale e sale a parate grigie di ragnatele. Chi amasse poi lo studio degli accessorii, vi trova la lampada di ottone coi quattro becchi, la statuina del Ballila, sul muro gli ultimi numeri estratti al lotto di Genova scarabocchiati a carbone, ai vetri le sfogliacce a tenda, alla soffitta negra e rognosa il finestruolo per spiare giù.

Nella strada cresce un remore di sonagli e di zampe e di ruote, cresce e poi s'arresta…. Ecco entra nell'osteria un mulattiere col camiciotto sudato, colla frusta in collo, colla destra mano che suffrega le labbra bruciate. L'oste non c'è. Il mulattiere leva la voce ed incomincia:—Per Dio Sacrrr….!

Il curato che passa davanti all'osteria guarda la bestiaccia (non dico il mulattiere), e fa il suo conto:—Un mulo come questo vale una parrocchia di montagna.

Venivano giù per le stradette colle corbe piene di frutta, colle ceste del pollame, col fascio di fieno, colla sacca infarinata. E quello aveva la berretta rossa e lasciava nei passi soleggiati una fragranza dolce di prugne e di pesche, come maturate nelle stufe: e quello un pezzotto di vela incatramata e ad ogni brusco sasso eccitava il canto mattiniero del gallo imprigionato: quello si nascondeva sotto sotto e scendeva con fruscio fra i murelli e fra le siepi: e quella berretta bigia veniva giù fra un polverio, come una Dea fra le nebbie. E c'erano i fanciulli cantacchianti e i cagnuoli a mozze orecchie e coda ritorta, i cagnuoli d'avanguardia.

Venivano giù dagli orti fecondi, rigati da cannuccie bianche a sostenere le viti: dalle case fatte di pietra accostate senza calce, angolose e bige: dai pratelli stesi sul declivio, come tanti rappezzi sulla vesta arsiccia della montagna, arsiccia e stracciata dalle rupi; dai molini stillanti, dove le paie delle ruote avevano i bei riflessi lucenti d'azzurro girando all'insù, dove fuggendo giù si tingono di verdemare, sommovendo l'acqua.

Amo i vostri orti, e le case, e i pratelli e i molini: non amo i vostri cimiteri. Invidiate il marinaio: l'ossa sue, rotolate nei fondi glauchi, hanno posa di quando in quando, cullate dalla voluttuosissima vegetazione del mare: le vostre si corrodono tra gli scheggioni quelle non pagano il nolo della requie; le vostre su un bisunto libriccino e sul cartone dell'offitiumhanno fatto notare:—soldi trenta.

Ma voi avete, montanari, la bianca chiesuola delle sante litanie e per me le litanie sono tutte un canto d'amore.

Sorridevano gli sposini, sorridevano le fanciulle, sorridevano le mamme…. Quel povero infelice che aveva deforme la persona, sospettosamente passava tra gli allegri bagnanti, e cercava la spiaggia deserta e sedeva di faccia al mare. Era un amore il cielo: era un amore il mare. E l'infelicissimo sentiva che le stelle scintillavano nell'anima della notte con palpito di soavità, sentiva che il fremito delle onde era un sussulto della vita universale della natura, si sentiva parte dell'infinito Amore…. Non gli sorrideva la donna.

Vidi al davanzale di una finestra una bottiglia in cui era piantato un tralcio di vite: questo, rigogliosissimo, aveva tanti e tanti grappolini verdi.

Il bimbo che mi era insieme:—Qual è il paese, mi disse, dove ci son gli ometti così piccoli da fare la vendemmia alle pergole come quelle lì?

O Madonna! che cosa avrei dato per essere come lui, per potergli rispondere da pari a pari:—Quello dove gli sposini s'addormentano dentro un bottone di rosa.

A mia sorella nel giorno dei morti, 2 novembre 1873.

Meditai, cercando la solitudine, e scrissi, appoggiandomi al muro di un cimitero. Guardando il cielo fra i neri boschi e sorridendo nell'azzurro alle larve della fantasia, io credetti d'aver pensato a qualcosa: contemplando le croci del tristissimo campo, m'accorsi che i miei pensieri furono deliri di mente malata. Tutto finisce! E che resterà di queste pagine?

* * *

Passa la bellezza, come profumo all'aria, e il suo ricordo sarà un rimpianto. Dura invece la bontà, come l'incenso nel chiuso tabernacolo, la carità fatta non invecchia mai, ed è sempre sorella alla carità da farsi.

Ama chi sorride e non chi ride. Ricordati che il sorriso è raggio d'alba nel crepuscolo della meditazione, che il riso è lume vulgare in una lucerna di terra; l'alba è foriera del giorno sempre: la vile lucerna un dì o l'altro si spezza.

La musica è l'arte gentile, la primigenia figlia del cuore umano, nata col primo amore, col primo dolore.

La speranza fu data al cuore dell'uomo, come ai giardini il fiore. Ma qual è il fiore che sempre mantenga la sua freschezza e il suo profumo?

Ama la solitudine. Siccome tra il silenzio dei boschi puoi nel crepuscolo intendere il suono soavissimo delle campanelle lontane, così nella pace del cuore potrai sorridere all'armonia dilungantesi de' tuoi ricordi.

Gli occhi stanchi di pianto sono i più degni di riposarsi nella contemplazione del cielo.

Se l'anima tua è un tranquillissimo ruscello che scorre dall'alto tra due rive di fiori, perchè sempre rifletta il colore del cielo, prega che i fiori non diventino alberi, e gli alberi non facciano bosco. Parlo di quei fiori che hanno profumi fugaci.

Se l'anima tua è un'onda tempestosa, non disperare che si franga nel buio per sempre. Prima di rotolare agli scogli drizza la cresta possente, e più è furiosa, più è illuminata dai lampi dell'uragano.

Se saprai amare, saprai pregare,

La mente cerca senza trovare nei labirinti della filosofia: il cuore trova senza cercare nel giardino della giovinezza.

Tutto finisce! Anche il dolore: e la pianticella che dedicasti alla requie di un caro un giorno schiuderà il fiore che offrirai a un carissimo vivente. Tutto finisce!

Sia costante la tua volontà nell'operare il bene: se ad esso non puoi spingerti col volo robusto dell'aquila, abbandonati collo slancio placidissimo della colomba.

Ricordati: medita la vita di fronte alla morte. Vedrai quanti pregiudizi, quante paure, quante viltà svaniranno in faccia alle croci: di quell'esosissimo giogo di delitti contro-coscienza complici sono i vivi, liberatori i morti. Prova l'anima tua, affacciandoti sull'orlo di una fossa scavata, non curvandoti dinanzi al disprezzo della società.

E se la vita è una comedia, perchè non a tutti gli attori fu data la maschera?

E se la vita è un pellegrinaggio di fratelli, perchè la meta a tutti non è mostrata collo stesso raggio d'intelligenza?

Il filosofo tracciò sul cranio dell'uomo le cifre che segnano nel cervello le facoltà della vita: il teologo notomizzò l'anima e credette trovare i peccati capitali e le virtù: il materialista rise di tutto. Quanto è più potente l'amore! La parola t'amo è la sintesi imperiosa di tutte le virtu, di tutti i peccati: l'amore di Beatrice fece immortale il genio, l'amore di Cleopatra fece immortale la vergogna.

Ama chi piange. Ricordati che le lagrime sono il battesimo della virtù.

L'arte è la grande arpa a innumeri corde, l'arpa del cuore, cui corrispondono i suoni del creato: è l'immenso prisma che svela i colori della luce. Fremano adunque le note al tocco il più santo: brillino le iridi al raggio di sole il più puro.

Piangere a un'armonia, è sorridere agli angioli.

Se la stella dell'amore brilla sopra un cranio, io credo che anche le mascelle, che paiono spolpate per ghignare all'uomo col cinismo del materialista, possono sorridere a Dio col sorriso della fede.

La monachella che a notte balzò esterrefatta dal letto, che si rannicchiò pudibonda sull'inginocchiatoio, storcendo le braccia, le quali nel sogno erano aperte ad abbracciare cupidamente, la monachella che supplico:—Vade retro!—al mattino, suonando l'organo ad onore della Madonna, trovò sì dolci armonie, che le suore dissero:—Pare santa Cecilia!

Non era santa: era innamorata.

Il piede della donna calpesta le rose, calpesta le vipere.

Venne nella casa la coltre del cataletto? Venne, come è destino, e si partì. Tutto si partì? Ecco il vuoto: ecco la religione soccorritrice. Io so che qualcosa s'affaccia agli usci, tiene in rispettoso timore i vivi, guarda le gocce di cera sul pavimento o i petali sparsi di qualche fiore o la segatura, fa più triste il silenzio, più desolato il disordine, occupa nessun posto e li occupa tutti, sorprende nell'aria nauseosa pel fumo delle torce l'ultima preghiera morente del corteo che sfilò, la prima parola di comando che disse l'erede, s'appiatta dappertutto, buca dalle pieghe del testamento, e domanda:—È finito?—È finito: il morto viaggia al cimitero. All'indomani tutto sarà come prima, come un mese fa, come un anno fa: ognuno ripiglierà il suo posto impossibile che possa essere altrimenti…. O Dio! il posto vuoto è divenuto un altare, e noi aspettiamoluioleiche aspetta noi!

Fede abbiamo ogni giorno: ma quando sommeremo gli anni agli anni, tristissima desolazione sarà quella di accorgerci che ricordiamo un nome ai figli, o ai figli dei figli, che la vicenda della vita fu varia, che il tempo, il quale raschia le iscrizioni sulle croci di cimitero, cala e cala le sue nebbie nell'anima nostra! E noi giurammo eterno il dolore!… Nevicò tanti inverni in camposanto!… I figli avranno figli ancora, e avranno nipoti!… Nevicherà tanti inverni in camposanto!… E noi? O giovani, noi saremo su un seggiolone, scongiurando la morte che ne stia lontana, o giù tra le quattr'assi nell'eterno buio. E voi, o fanciulle, che leggete sorridendo, avrete fatto portare l'inginocchiatoio di penitenza nella parrocchia e più vicino ogni dì al confessionale e all'altare delle sette indulgenze, o basso giacerete colle mani in croce. Se avremo figli, noi dagli occhi di quelli, quando ci si stringeranno attorno, domandando:—State bène?—noi attingeremo gli sbiaditi ricordi di pianti e di sorrisi, e ci interrogheremo sconfortati: E noi giurammo eterno il dolore?—Se avremo figli, essi verranno sulla nostra fossa e prometteranno di venire sempre: ohimè! pongano una croce di legno: è l'immagine più vera del dolore: essa perde il nome, si tarla, si sfianca, cade, e serve a cuocere la cena alla famiglia del becchino… Nevicherà tanti inverni in camposanto!

Molte cose vedrai, frequentando la società, moltissimo imparerai nella solitudine della tua meditazione. Ma tutte vedi e apprezza con una sola unità di misura, col ricordo insistente:—La mia missione è missione di carità.

Natura crea il nostro corpo: l'arte il nostro spirito.

Se la sera ti concede il bacio della soave melanconia, benedici le tue lagrime e sorridi alle tue speranze. È il bacio di un angiolo custode.

La vanità dei sistemi filosofici portò sugli scogli della vita null'altro che la spuma dell'orgoglio. Il Vangelo irradiò il mondo, santa luce d'aurora, e fu l'amore universale, come il sole che scalda il cedro e l'arbuscello.

Amare è sperare: sperare è vivere oltre tomba.

Se tu, ogni sera, annotassi le impressioni avute nella giornata, avresti un dì un libro di preghiere.

Perchè ti parlo così? Perchè amo la melanconica ora del sole morente.

Ricordati: i vecchi che già esaurirono cuore e mente scrivono colle spalle: i giovani hanno l'ingegno nel cuore. Ecco perchè le biblioteche possono dare ogni anno ai futuri topi buon pasto di dissertazioni erudite: ecco perchè una fanciulla ad una poesia può consacrare una lagrima o un sogno.

Io parlerò parole di desolazione, perchè la fede fu data prima a gioia per essere angoscia dappoi: perchè la speranza è un àncora che ha catena di dolori: perchè la carità è la livrea ufficiale dell'usura che da cinque in questa vita e spera cento nell'altra. E questo pei cosidettibuoni. E pei tristi? Tutto è uno sghignazzo che scroscia colle rughe schifose dell'anima decrepita,

Ho amato la solitudine, in essa solo ho sentito me stesso, e ti ho detto:—-Io ti parlerò parole di conforto, perocchè la fede è la stella che fulgidissima brilla sull'oscurità degli scogli e dell'onda, nella notte del terrore: la speranza ha catena di dolori, ma più questa è lunga, più l'ancora serve nei mari profondi: la carità è lume amorosissimo d'eguaglianza.

Oh ti supplico! getta quel libro da cui esce il ghigno di Mefistofele: chiudi quello da cui scoppia il riso tripudiante del mondo: ama quello tra le cui pagine potresti porre, a segno, il fiore che offristi a tua madre.

Cercare Dio colla luciferina superbia dei sistemi filosofici è vedere il sole attraverso le nubi: trovare Dio colla fede e colla speranza che danno il dolore e l'amore è abbagliare l'anima allo splendidissimo sole di mezzogiorno.

Ama la carità, e pensa che la minima è quella che si fa a denaro. Ama la carità, e pensa che più è quello che ricevi, che quello che dai.

Un pensiero d'amore è il fiore dell'anima. Forse che all'umile arbuscello in camposanto non fu concesso il fiore?

Sai tu che sia il dolore? Troppe volte è l'ultima parola vuota di un verso vuotissimo per far rima con amore.

Non invidiare ad alcuno il tristo dono dell'ingegno: tutte le cognizioni che ci danno i libri sono come i secchi delle Danaidi portati al cuore. Esulta se in te hai il potentissimo dono di amare.

Sai tu che cosa sia la melanconia? Molte volte il fondersi di due crepuscoli, quello dell'amore con quello del dolore.

Se un uomo ti stringesse la mano, sì che tu avessi ad arrossirne, domanda:—Non pensate che vi posso essere sorella?

Che cosa sono i ricordi? Troppe volte la tisi dell'anima.

Ama la croce. L'avesti a capo della tua culla, l'avrai sulla tua fossa.

Non consultare lo specchio per conoscerti. Consulta i volti di coloro cui dirigi una parola di carità.

Ama la musica. Credila il preludio di quel giorno eterno di cui il sole sia l'amore.

Vedesti il mare? Ricordati che se il turbine della passione si scatena nel tuo cuore può toglierti i placidissimi ricordi di tua madre, come l'onda che si rovescia sulla spiaggia cancella il nome che tracciasti nella sabbia.

Vedesti le Alpi? Ricordati che l'aquila pone il nido sulle rocce eccelse, e s'affisa nel sole, coll'ali proteggendo i suoi figli.

Breve è la vita, ma ferve qualche cosa in noi che coll'intensità vince la estensione.

Sai tu che voglia dire la parolaper sempre?Nella vita vuol dire promettere ciò che non è in noi: in morte, ciò che speriamo nell'ultima illusione.

Rivedere i luoghi ove hai gioito, e dove non gioirai mai più, è come porre una corona di semprevivi sopra una fossa.

Che è la vita senza speranza? Una gittata di dadi fra le tenebre, fra i deliri.

È silente intorno a me la campagna: solo le squille di una campana lontana mi giungono attraverso il bosco, come le voci venerande di chi non è più, versandomi nell'anima i ricordi del passato: s'agitano i penduti tralci delle viti, quasi facendomi cenno ch'io mi raccosci sotto i loro padiglioni e pianga: scrosciano sotto a' miei piedi le foglie secche dei roveri, ed ognuna parmi dica:—Così passano e sono calpestate le speranze! Il vento investe il bosco, e l'ondeggiare delle cime dei pini mi sembra saluto mestissimo dell'autunno che muore…. Addio!

Meditai, cercando la solitudine, e scrissi, appoggiandomi al muro di un cimitero. Guardando il cielo fra i neri boschi e sorridendo nell'azzurro alle larve della fantasia, io credetti d'avere pensato a qualcosa: contemplando le croci del tranquillissimo campo, m'accorsi che i miei pensieri furono deliri di mente malata. Tutto finisce!… A pochi passi da me, alla mia sinistra, vidi una nuova croce bianca, e su quella il nome:—Maria.

Povera Maria! sola avevi un cespo di viole! Ed io non conoscevo la tua fossa scavata da meno di un anno! Tu avesti la coltre, la corona, la croce, l'ultime memorie sulla terra, tutte bianche, com'io potevo averle! Povera morta! natura, tristissima inventrice di martiri, t'aveva solo concesso l'amore della tua mamma, e tu, pallida, vedesti svanire ad una ad una le frementi illusioni della giovinezza, e tu, pallidissima, stringendoti al seggiolone della mamma, ti sentisti più vecchia di lei…. Ohimè! spezzato lo specchio, sciupati i fiori sul davanzale della finestra, dispettosamente sturbati i nidi delle rondini, letta e riletta laFilotea, tu aspettavi…. i capegli grigi! Il dolore potè più che la religione, sterilissima d'affetti nell'anima inaridita: e vennero i dì in cui ancora ti specchiasti, in cui volesti i fiori e le rondini, in cui leggesti l'amore nel gran libro del cielo: ohimè! era l'illusione del passato illuso, non le speranze dell'avvenire! E da quei dì la passeggiata dai colli la riducesti al solo giardino, poi al solo corritoio, poi alla sola stanza della mamma! E quando la testa si chinò sotto al peso dei capegli, trovasti il raggio di sole venirti solo a visitare sul letto: forse, vedendo la luna strisciare sulle coltri colle meste luci della notte, ti presentisti già involta di bianco e già tranquilla…. Morta senza avere vissuto, stanca di pace, impotente a delirare, fredda, senza favilla di poesia, come una lampada accesa dinnanzi una croce obliata, e spenta dal soffio del becchino…. Eppure l'amavi la tua casetta e in essa, fanciulla, speravi tanto!… Dimmi: e tua madre? Poverina! la madre volle nel cimitero la tua croce rivolta verso la vostra collina: a' vespri scese a te, ti diede un cespo di viole, ma fu l'ultimo. Ella partì da questi luoghi e per sempre: la tua casetta, miserrimo patrimonio, non serberà più la tua memoria, perchè gli estrani non sanno che sia il dolore di un cuore deserto. Ma senti, Maria, avrai fiori da me, e da me sempre un ricordo. Io non ti conobbi, ma, te morta, amai il tuo giardinetto melanconico, ed ora amo la tua croce bianca…. S'io dovessi giacere nel camposanto istesso, fa sì ch'io vi dorma al più presto: la coltre bianca a vent'anni è la sublimazione dell'amore: a trent'anni è un lenzuolo di ghiaccio.

L'esule che cammina, che cammina, canta la canzone fanciullesca della sua terra. A quelle note gli rispondono gli echi della patria: susurrano i boschi, bisbigliano i laghi, suonano i monti: la campanella della chiesa ove ebbe il battesimo, il vento che geme tra le croci del cimitero dei padri, la canzone notturna di una donna che piange, oh tutto gli dice:—A rivederci!

L'esule che cammina, che cammina, canta la canzone fanciullesca della sua terra.

Vedesti il mare, o esule? Vedesti il lavoro eterno ed alterno dell'onda coll'onda? Così è dell'uomo: è perseguito dall'infinito, è sbattuto all'infinito. Oh fortunato se sopra il suo capo vede brillare una stella!

Carità somma è nella musica. È raggio di sole, è bacio di luna nell'anima del cieco.

Che cosa è un libro di filosofia? Troppe volte è l'abito di lusso che copre la povertà del cuore.

La mamma t'insegnò che sempre sei sotto l'ali di un angiolo custode: la vita t'insegnerà che sarai sempre sotto l'incubo di un ghigno, il ghigno del dubbio. Oh, se puoi, rammenta sempre la mamma!

Ama la poesia. Essa dà l'ali al cuore.

Ama i cimiteri. Se la fede che hai nel cuore è fioca come il lumicino a notte acceso sulla tomba, deh! prendine cura, alimentala, soccorrila coll'amore. Che direbbe l'angiolo bianco custode nel piissimo luogo, se, passando innanzi la croce, nemmeno potesse leggerne il nome? Il lume che hai nel cuore sia vivido, così vivido sarà agli occhi di Dio il nome di chi ami.

Nulla avvi che maggiormente possa agghiacciare l'anima quanto l'elegante disprezzo che la società collo spirito arguto dei giovani versa sulle cose più intime e più sacre per affetto.

Ama la solitudine. Se qualcuno sorge fra i tuoi timidi ed occulti pensieri, tu prima di domandarlo con altro nome, chiamalo con questo,—fratello!—E se tu arrossirai, la tua solitudine sarà popolata.

Per chi studia e studia l'uomo scettico? I vermi della terra non fanno distinzione tra il suo cervello fastoso di nullità filosofiche e quello del vulgare idiota.

L'arte è la promessa del Sommo Perfetto.

Per chi studia l'uomo fidente? La donna che ne conobbe l'amoroso ingegno è il lume delle sue veglie.

La mamma ti diede una religione col battesimo dell'acqua: rendila tutta tua col battesimo delle lagrime.

Che cosa è la vita dell'uomo scettico? È un sentiero deserto che conduce a un cimitero desertissimo.

Finchè avrai lagrime per la musica, avrai religione pel dolore.

Il poeta solitario è come la lampada che arde innanzi le tombe: si consuma, gettando i suoi raggi sulle morte memorie. Ma sacra è la requie,

Una lagrima ad una lagrima. Le due amarezze si fondono in una ineffabile dolcezza.

Il flusso dei giorni fuggenti ha il riflusso delle memorie.

Sai tu che cosa è lo spirito? Troppe volte è la gola arrabbiata del serpe in cui la maldicenza ficca la sua saetta per trarnela avvelenata e scoccarla a tradimento.

Io non so che vita tu avrai. Te l'auguro felicissima: e somma felicità è poter lasciare un figlio. Ricordati: ch'egli impari tutto da te: il primo altare è il grembo di una madre, le prime panche di scuole le sue ginocchia, il primo raggio di poesia il suo sorriso.

I fiori crescono dappertutto, nei voluttuosi giardini degli harem, nei deserti cimiteri delle Alpi.

Le gioie intime che ti dà la religione saranno tanto più sante per te, quanto più cercate nella solitudine. Di esse sii custode con somma gelosia, nutrendo in te una soave mestizia. Nell'anima tua la croce del passato, piantata fra i fiori e gli spini, sotto il sole d'Iddio, protenda sempre l'ombra verso l'avvenire: a quell'ombra crescerà la viola della cara melanconia e sarà santa e profumata.

Per un fiore appassito nel libro dei ricordi rugiada è una lagrima di dolore.

Non passasti mai a sera davanti alla chiesa delle monache? Non udisti il canto delle litanie? Oh! prega requie per le povere morte-vive: pensa che quella poesia d'amore è più accetta a Lei se esce dalle bocche che cantano la ninnananna accosto ad una culla.

Se a sera cercherai un luogo solitario e nelle tenebre una stella che t'irraggi, proverai che l'anima non ha confini, che il campo dei ricordi si sposa all'azzurro delle speranze.

Quando verrà il giorno in cui troverai insufficente agli sfoghi dell'anima tua la formula di preghiera che t'insegnò la madre, t'accorgerai d'avere nel cuore la poesia stupenda che ti avrà versato l'amore, come torrente di lava.

Una parola di carità sulla bocca di uno scettico è come un fiore tra le mascelle di un cranio.

Sedesti sulla riva di un melanconico fiume, a sera, solitaria co' tuoi pensieri? Che ti dissero l'acque che passavano e passavano, l'acque che passeranno e passeranno?… O Dio! l'infinito è la desolazione!

Se il sole dell'amore non ci scalda il cuore negli anni della giovinezza, l'anima s'agghiaccia nel dubbio e bestemmia, delirando.—Chi sono? e perchè sono?—Addio! addio, tranquille e sante illusioni di un dì! Nel dubbio voi, fanciulle, consultate e consultate lo specchio, noi, giovani, apriamo lo scrigno: nell'anima inaridita nascono i tossici della solitudine, le invidie: e le invidie per chi? O Dio! per l'amica che sciupò i fiori della giovinezza, gettandoli nella carrozza di un milionario paralitico pei vizi; per l'amico che s'inchinò innanzi la giumenta d'oro. Addio! È sepolta la giovinezza al suono di due campane.—Odio a noi stessi, odio al nostro destino—: è sepolta desolatamente, e se ad essa si dovesse porre un'iscrizione, questa sarebbe—Semper pro me.—La trista virilità viene innanzi con tutta la ipocrisia della posatezza. Addio!…. Chi siete? Siete, o madonne, le arpie in cuffia e la bibbia vostra è il libro dell'avere: siete, o messeri, i mestieranti e nel cuore avete la bottega la più sozza. Andate, andate per la via fatale che vi è prescritta. Nessuno avrà dolore per voi: e perchè? Ma quando mai comprendeste l'amore? E l'amore è fede.

Se le squille dell'avemmaria, nel crepuscolo vespertino, ti straziano il cuore colla santa voluttà delle lagrime, oh piangi, evocando ricordi e suscitando speranze! Piangi e pensa che il tuo volto commosso sorride agli angioli, e gli angioli sorridono alla terra. In quell'ora non vi sono cattivi.

Ama la musica. Essa, come la religione di Gesù, affratella i felici e gl'infelici, i grandi e i piccoli, i belli o i brutti.

Piangi il partire delle rondini, piangi il cadere delle foglie. Confida che a primavera le rondinelle e le nuove foglioline ti portino nuove speranze.

La nausea dei sensi fu data ai bruti: all'uomo l'inestinguibile brama dell'infinito.

Sul libro della tua vita non hai che pagine candide: sono pochi i foglietti che hai svolto, incerti quelli che svolgerai. Se l'angiolo bianco, restituendo un dì il libro all'angiolo nero, trovasse fra le pagine un fiore, lo recherebbe alle fosse de' tuoi morti, dicendo:—Dio lo diede, è fiore di carità.

Se saprai tacere, saprai parlare. Il silenzio del savio è un gran libro chiuso.

Educa bene la mente. Se avrai figli, un giorno non ti chiederanno solo il pane del corpo.

La tomba è un leggìo sul quale la eguaglianza depone il volume chiuso d'ogni mortale, co' suoi fogli bianchi e neri: la verità rompe i suggelli e spalanca ai vivi le pagine un dì più nascoste.

Ai nostri dì nei sacrari si è introdotta una mitologia bottegaia, De' successori degli apostoli i più, come gli auguri romani, non possono guardarsi in faccia senza ridere: i molti abbassano gli occhi: pochissimi sanno levare la fronte alla croce, e levarla sorridendo. Ricordati: a te ministro di religione sia il cuore.

Amare l'arte significa sublimare l'ideale. Le civiltà antiche sono come i quadranti solari della umanità su cui l'idea radiante del Sommo Perfetto, segnò gli anni del progresso.

Cerca la solitudine: in essa troverai te stessa, e alla natura leverai l'immenso inno dell'amore.

Ho letto i libri dei filosofi ed ho riso: ho baciato la madre ed ho sorriso.

Osserva che il giorno, cioè la vita quotidiana, è luce, è lavoro, cui succede il crepuscolo, la semiluce, la pace. Siccome natura provvida ha fatto il giorno lungo pei bisogni della vita, il crepuscolo breve alla poesia, così la operosità dell'uomo è duratura, la bellezza della donna è fuggente.

La modestia sia la Vestale attentissima pel fuoco sacro che hai nel cuore.

L'anima nostra è tale che a volte sia piccina a contenere una goccia di rugiada, a volte sia troppo vasta per contenere i mari.

Opera la carità col cuore, che è carità indefinita, non colla mano, che è misurata.

L'anima precorre tempo e spazio, e non è come l'occhio, che crede cominci il cielo dove comincia l'orizzonte.

Meditai, cercando la solitudine, e scrissi appoggiandomi al muro di un cimitero. Guardando il cielo fra i neri boschi e sorridendo nell'azzurro alle larve della fantasia, io credetti d'avere pensato a qualcosa: contemplando le croci del tristissimo campo, m'accorsi che i miei pensieri furono deliri di mente malata. Tutto finisce! E che resterà di queste pagine?


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