INTRODUZIONE
Ognuno porta in sè la vita e la morte; memorie e speranze.
La consumata bellezza chiede talvolta tristamente al cristallo amico qualche orma almeno del suo primo sembiante; il mesto superstite evoca di quando in quando la figura de’ suoi perduti; l’esule quella dei luoghi abbandonati; l’infelice si tormenta richiamando pur suo malgrado il tempo più lieto; ogni uomo involontariamente veglia a qualche estinto: buon per lui se il suo fantasma serba la dimora nelle regioni della mente e non s’insediò nell’animo; tanto più si cruccierà ad aggirarvisi attorno, ed a scuotere i veli eterni che lo ricoprono, quanto più gli è intimo e confidente.
Ogni tempio ha il suo altare, ogni petto il suo mistero, ogni cuore un sepolcro; altare di memorie, oracolo d’ispirazione, sepolcro di resurrezione.
Senonchè, dei fantasmi non dileguati appieno e rifuggiati a vivere nell’uman petto, alcuni sono destinati a finire una volta col cessare dei sensi che prestano loro, per così dire, l’estremo alimento; altri, di naturainfinita, seguiranno lo spirito nell’eterne peregrinazioni, e di libera vita indissolubilmente congiunti rivivranno eterni.
Verrà il momento infatti che si perderanno come in notte perpetua le voci de’ compagni d’avventura, le impressioni d’uno straniero abbraccio; ma riappariranno più consolanti le redivive sembianze materne; risorgeranno tutte le sacre memorie di lei tanto pianta, e che per brevi giorni parea avesse abbandonato in terra il frutto d’un amore onnipotente, l’alimentato del suo seno, il figlio!
Così le memorie e le voci de’ nostri interni sepolcri, altre si spegneranno come fiamme dall’altrui forza alimentate, altre di propria vita rinnoveranno, a interminabile gaudio o ad eterno supplizio. I riflessi del divino foco della carità riscalderanno sempre lo spirto che in essi s’imparadisa; le gelide ombre del rimorso non si staccheranno mai dall’anima in preda alla disperazione.
Ogni uomo dunque in sè stesso memorie eterne conserva; ed altre finite, che consumano colla terrena esistenza, e ch’egli deporrà nella tomba con quanto di corruttibile è costretto a lasciarvi.
Quivi si perderanno tanti de’ suoi ricordi pur geniali ed amati; tante di quelle ingenue visioni che pure dolcissime e costanti deliziarono i suoi sogni; tante semplici ma care memorie che forse dalla infanzia lo accompagnarono pel cammin della vita con vaga distrazione, con soave ricreamento.
Imperciocchè, v’hanno de’ sepolcri, are di fede, in cui arde la fiamma sempiterna; intorno ai quali alieggiano vivi gli spiriti, a ispirazione e conforto; di questi è la tomba materna.
Ma v’hanno ancora de’ sepolcri vuoti e scialbati, attorno ai quali non guizzano che fatue fiammelle, leggere come la brina, effimere come il crepuscolo: e questi sono i ricordi d’una bellezza, d’un plauso — un cane — una stanza — io ricordo il mio canto.
IlCanto! — linguaggio degl’angeli: profumo dell’anime; rivelazione de’ loro tesori.
Senonchè, qualora una passione viva entro ti muova, eloquentemente potrai analizzarla; — la tua descrizione porterà i colori della vita, la natura nella sua bellezza. — Ma affannandoti attorno ad una morta, oh Dio! qual prostrazione, quale stento; e non ritrarrai che un cadavere.
Eppure, anche le squallide traccie dell’estinto tornano care e preziose a chi vede null’altro rimanergli di quelle care e perdute sembianze.
Le funebri nenie ridestarono il coraggio, spinsero all’eroismo, e dovevano far rivivere i morti nella patria delle melodie.
Pingasi dunque, anche cessata che sia la ispirazione, anche alla pallida luce della rimembranza.