Chapter 2

Ad onta dei bandi viceregali e delle promozioni testè menzionate, l'esercito italico rimase attonito e costernato in sulle prime dalla notizia dell'armistizio conchiuso fra il principe Eugenio e il maresciallo Bellegarde. Ma ben presto si dileguò quella costernazione. Il generale Teodoro Lecchi assicurò l'esercito che il vicerè non s'indurrebbe giammai ad abbandonarlo, e che ogni sforzo di lui tenderebbe, all'incontro, a stabilirsi fermamente in mezzo all'esercito stesso ed in Italia. Le quali assicurazioni mutarono repentinamente in trasporti di gioia e di riconoscenza le mormorazioni che prima si erano udite. Gli è certo, di fatti, che i generali Fontanelli e Bertoletti, partitisi pria del 20 d'aprile da Mantova per a Parigi, e latori di istruzioni ufficiali per non chiedere altro che la conservazione e l'independenza del reame d'Italia, erano stati inoltre incaricati, non solo dal vicerè, ma e dall'esercito, di far instanza acciò al principe Eugenio venisse data la corona italica. Intanto l'avviso ufficiale del conchiuso armistizio, e l'ordine di convocare il senato per la nomina dei due oratori del governo da spedirsi a Parigi, erano già pervenuti al gran-cancelliere guarda-sigilli e presidente del Consiglio dei ministri, il conte Melzi d'Eril, duca di Lodi.

I partiti che più sopra ho tentato di dipingere, scindevano anche i membri stessi del governo e del senato. Il duca di Lodi, i conti Paradisi, Vaccari e Prina, il conte Veneri, presidente del senato, e molti altri de' principali personaggi erano schiettamente additti all'ordine di cose allora esistente; ma il maggior numero dei senatori entravano a parte delle speranze e dei desidèri dei partiti che tenevano il di mezzo fra gli Austriaci-puri e gl'Italici. Credettero questi di giovare alla patria cospergendo di triboli e d'ostacoli la perigliosa via per la quale il governo franco-italico vacillante incedea. Essi pure preparavano, a propria insaputa, il trionfo dei fautori di Casa d'Austria; ma per quanto avversi fossero al governo esistente, si conduceano però, nel consesso di cui faceano parte, con un po' di quel pratico senno ond'erano dotati, e sopratutto con quello spirito di moderazione che dovea dispiacere a que' violenti ed irragionevoli che componeano per la massima parte le fazioni austriaca, liberale, muratista, ec., poste al di fuori del governo. Videsi di fatti, poco poi, quell'istesso senato che ricusava di chiedere alle potenze alleate per re d'Italia il vicerè, fatto segno alle invettive della plebaglia, e disciolto colla forza da essa, qual colpevole di abbietti sensi, e di servilità verso il principe Eugenio, e qual traditore dell'indipendenza italiana. Tale è pur sempre il destino di coloro che presumono di traccheggiarsi fra' partiti estremi, senz'abbracciarne o riprovarne alcuno.

La notte del 16 venendo al 17 aprile il duca di Lodi avea fatto convocare il senato pel dì susseguente. Riunitosi il senato, il conte Veneri, presidente, lessegli anzi tutto 1.° la lettera di convocazione del duca di Lodi; 2.° un messaggio di questi; 3.° un'idea di decreto. Nulla eravi di particolare nella lettera di convocazione. Il messaggio del duca di Lodi al senato non intendeva ad altro che a spiegare le cause che lo tenevano inchiodato in letto, e a far avvertire quant'attenzione richiedesse l'argomento per cui era stato convocato quel corpo. L'idea, infine, di decreto che il duca proponeva al senato, conteneva una breve esposizione di motivi, ed era concepita come segue:

Art. 1.° Una deputazione del senato si recherà senza dilazione presso l'imperatore d'Austria, e lo supplicherà di ordinare la cessazione delle ostilità fin dopo il definitivo stanziamento dei destini dell'Italia per parte delle Potenze Alleate.

Art. 2.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà inoltre supplicato a volere intercedere presso gli altri Sovrani alleati a fine di ottenere che l'Italia sia ammessa a godere dell'independenza e di tutti i benefizi promessi all'Europa intiera.

Art. 3.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà supplicato inoltre a voler ottenere dagli altri Sovrani che, conformemente al quarto articolo degli Statuti nazionali italici, l'Italia sia infine assoggettata ad un principe independente, ed in ispezieltà al principe Eugenio, il quale per le sue virtù, le sue cognizioni e la sua condotta si è meritato giustamente la reverenza e l'amore degl'Italiani, ec.

Non appena il presidente conte Veneri ebbe terminata questa lettura, il conte Guicciardi, austriaco mitigato, surse a parlare, e propose di investigare anzitutto se la convocazione straordinaria del senato fatta dal guarda-sigilli fosse regolare, o se, all'opposto, il duca di Lodi non paresse adoperare piuttosto da capo dello Stato, mentre in realtà non era altro che capo del governo. Aggiunse, non potersi procedere alla elezione d'un nuovo re senza prima avere ottenuta certezza che il trono era vacante di fatto e di dritto, cioè senz'avere ricevuto la notizia ufficiale della morte del re o della sua rinunzia, la quale ultima, inoltre, non si potea tenere per valida se non con certe date condizioni. Parve che il conte Guicciardi volesse trarre in lungo la cosa; e per chi pone mente che in questo momento le truppe francesi sgombravano la Lombardia, che l'armistizio non dovea durare se non fino all'adempimento della missione dei deputati lombardi a Parigi, e veniva naturalmente a cessare se questa non avea luogo, per chi pone mente a ciò non vi può essere dubbio intorno alle vere intenzioni di costui.

Rispose il conte Dandolo, doversi quistioni siffatte non altrimenti discussare che da una commissione; e fece instanza acciò in sull'atto si procedesse alla nomina di commissari, e si dessero a questi almeno due giorni di tempo per bene investigare la cosa. Indarno i conti Veneri, Paradisi e Vaccari cerziorarono il senato che il vicerè con sua lettera aveva fatto abilità al duca di Lodi di convocare il senato semprechè le congiunture lo richiedessero; che per isbaglio unicamente, e non a bella posta, egli si era espresso in modo che pareva adoperare piuttosto qual capo dello Stato, che qual capo del governo; invano invocarono un comitato segreto: «Non usò mai il senato», rispose il Guicciardi, «di ridursi in comitato segreto». Inutili furono eziandio le loro instanze acciò il senato venisse a diffinitiva risoluzione nel giorno stesso. Stanchi alla fine di tante contradizioni, pregarono i senatori: avvertissero che l'armistizio non avea altro scopo che quello di aspettare l'esito delle pratiche da affidarsi ai deputati lombardi; badassero che nulla farebbe sostare le truppe austriache al di là del Mincio e fuori di Milano, se il senato non mandava suoi deputati a Parigi. L'esercito raccolto in Mantova aver già (aggiugnevano i conti Veneri, Paradisi ed altri) acclamato re d'Italia il principe Eugenio.

Il ricusare, dopo questi assennati e forti avvertimenti, di nominar deputati e di dar loro le necessarie instruzioni era tuttuno che dichiarare apertamente che le truppe austriache sarebbero le benvenute; ed un certo quale nazional pudore non concedeva in quell'epoca una confessione siffatta. Coloro che in sulle prime si erano mostrati disposti a non fare alcun caso del messaggio del duca di Lodi, si tacquero; ed essendosi abbracciata la proposta del conte Dandolo, si stanziò che la commissione comporrebbesi di sette membri, dei quali ecco i nomi: i conti Dandolo, Guicciardi e Verri, il marchese Castiglioni, e i signori Costabili, Cavriani e Bologna. Non uno di quelli che avevano propugnata la proposta di un comitato segreto, o anche soltanto il messaggio del duca di Lodi, venne eletto membro di questa commissione, la quale fu tosto dal presidente Veneri invitata a riferire al senato sul datole incarico alle otto pomeridiane del giorno medesimo.

I conti Dandolo, Guicciardi e Verri andarono in nome della commissione suddetta dal duca di Lodi per essere ragguagliati delle facoltà ch'egli avea, e della gravità dei casi. Appagati intorno a questi due punti, riunironsi coi loro colleghi, e la sera medesima presentarono, giusta l'invito ricevuto, al senato il loro rapporto, nel quale faceano le seguenti proposte: 1.° Il senato invierà tre deputati alle grandi potenze per tributare loro il proprio omaggio, e supplicarle di far cessare le ostilità, e di concedere all'Italia l'independenza. 2.° Coglierà il senato con premura quest'occasione per offerire al principe Eugenio la protesta della perfetta sua stima e del sincero suo attaccamento.

Mal si potrebbero descrivere lo stupore e la costernazione degli uomini assennati e non traviati dalla passione, allorchè udirono cosiffatte proposte. Esclamarono che si doveva anzitutto o nominare il principe sotto il cui governo l'Italia volea rimanere, oppur nulla chiedere alle Potenze; perocchè il chieder loro la felicità, l'independenza e la pace in termini generali era lo stesso che darsi in balía, senza veruno schermo, al loro beneplacito. «Ecchè?» dicevano essi con ardore e quasi con disperazione; «non vedete voi che dal punto che il regno d'Italia rimane vacante, esso non esiste più? Non vedete voi che, abbandonando il principe Eugenio, voi stessi vi date in preda dei suoi nemici? Non istate già per recare proposte alle Potenze Alleate, ma state per deporre a' loro piedi le vostre libertà, la vostra independenza. E che cosa significano quelle proteste di stima e di attaccamento che fate al principe Eugenio, allora appunto che ricusate d'unirvi con lui? Possibile che non sentiate che queste vane formole diventano, in siffatte congiunture, un insulto anzichè un omaggio?»

Ragionarono a lungo, e bene, ma senza frutto veruno. Chi si oppose più ostinatamente, e diciamolo pure, con le più triste ragioni, all'instanze dei partigiani del vicerè, fu il conte Guicciardi. Chi non ha conosciuto costui, e si farà a leggere ciò ch'egli disse in quella occasione, potrà dirlo insensato. Quanto a me, che già tempo fui in grado di apprezzare la meravigliosa sagacità e la somma scaltrezza del conte Guicciardi, io debbo con mio rammarico fare di lui un tutt'altro giudizio. Rideva senza dubbio in sè stesso il Guicciardi dei meschini suoi raziocini; ma si avvedeva che, ad onta della meschinità di essi, bastavano quei raziocini agli animi prevenuti che lo ascoltavano; s'avvedeva che così impediva l'invio della deputazione, o almeno faceva in modo ch'essa non altro recasse alle potenze alleate che vane ciance; s'avvedeva che la potenza franco-italica stava per crollare, che l'imperatore d'Austria rientrerebbe trionfante nell'antiche sue province; e tutte queste cose vedendo, faceva a queste belle speranze il sagrifizio della sua riputazione di assennato parlatore.

Ecco adunque i motivi che il Guicciardi allegava, il 17 aprile del 1814, per opporsi alla proposta del duca di Lodi, del presidente Veneri, ec. Sia il lettore avvertito che ho sott'occhio il processo verbale della seduta del senato.

Diceva il Guicciardi: essersi i senatori astretti per giuramento ad osservare gli statuti organici del reame; il 1.° e il 4.° di quegli statuti porre nella linea di successione al trono un figliuolo legittimo del re, prima di un figliuolo adottivo; doversi pertanto offerire prima al re di Roma la corona d'Italia, tranne che fossegli già stata conferita la corona di Francia. Parve che il conte Prina non tenesse meritevole questa obbiezione d'una seria confutazione; ond'è che, ammettendo senz'altro che i dritti del re di Roma erano più sacri di quelli del principe Eugenio, propose di stendere un novello capitolo in questi termini:I deputati del senato recheranno a cognizione dei sovrani alleati il dritto eventuale alla corona italica, conferito dal 1.° e dal 4.° dei nostri statuti organici; dritto che l'ammirazione e la riconoscenza della nazione hanno viepiù consacrato. Ma il conte Guicciardi non si dovea dar vinto sì presto. Rispose che il dritto eventuale non poteva essere invocato insino a tanto che il dritto positivo non avea cessato di esistere. Procedette poscia a parlare della sconvenevolezza che i Lombardi proponessero ai Sovrani alleati, ed in ispezieltà all'ambasciatore d'Austria, di coronare il principe Eugenio, contro del quale aveano le tante volte combattuto.

La proposta del duca di Lodi e quella della commissione essendo state poste alle voci, vinse quest'ultima. I conti Moscati e Mengotti ottennero solo che le proteste di rispetto e di attaccamento al principe Eugenio sarebbero indirizzate dal senato ai Sovrani alleati, e non al principe stesso, in guisa che potessero queste proteste venire riguardate come un tacito e modesto voto. Invano il conte Vaccari tentò di fare stanziare il capitolo proposto dal conte Prina sul dritto eventuale del principe Eugenio, chè con poco stento il conte Guicciardi ne ottenne la reiezione. Infine, i deputati eletti dal senato furono appunto esso conte Guicciardi, il conte Castiglioni e il conte Testi, ministro.

Troppo per avventura mi sono diffuso a narrare i particolari di quella memorabile seduta del senato. I fatti di cui segue la descrizione varranno a mia giustificazione; perciocchè, in vedendo lo sdegno popolare prorompere bentosto contro la così detta bassa condescendenza del senato al minimo volere del principe Eugenio, mi si perdonerà d'avere per lo minuto descritto i sentimenti ostili da cui, all'incontro, era mosso il senato verso il vicerè.

Intanto che questi dibattiti avvenivano nell'aula del senato, i partiti del di fuori si agitavano, si credean prossimi al trionfo, e disponevansi ad afferrarlo. Pareva giunto per tutti l'istante di operare; chè l'imperatore Napoleone era caduto, e il vicerè non potea cansarsi dal cader esso pure, se non col sostegno degl'Italiani. Doveano dunque omai gl'Italiani accertar la caduta del vicerè, negandogli il loro appoggio. Gli Austriaci mitigati si deliziavano nel numerare anticipatamente i tanti benefizi di cui Casa d'Austria avrebbeli senza dubbio ricolmati. I Muratisti s'aspettavano di momento in momento l'arrivo della vanguardia del re di Napoli; i sedicenti Italiani-puri argomentavansi d'indovinare qual sarebbe il principe a cui le Potenze Alleate affiderebbero la cura della felicità della Penisola; infine gli Austriaci-puri faceano più retto giudizio delle cose, e si aspettavano il pieno conseguimento dei loro voti. Un solo timore angustiava ancora questi animi, altronde agitati, e turbava la loro letizia: ed era che l'esercito, come correane voce, fossesi dichiarito pel vicerè. Or quest'esercito, italiano di nascita, non meno che d'animo, non era privo d'alcun ascendente sul resto della nazione. Arrogesi che il governo, costituito e perciò stesso dotato d'una certa quale forza, era composto di ufficiali per la maggior parte fedeli e intendenti. La diminuzione d'alcune imposte, lo stanziamento di uno o due provvedimenti desiderati dal popolo, poteano trarsi dietro una subitanea resipiscenza della pubblica opinione, e far risorgere la devozione e l'affetto laddove testè non si udiva altro che il sordo mormorio della malacontentezza e dell'odio. Ad ogni patto era d'uopo impedire che avvenisse un tale cambiamento. Ed ecco il come si governarono, per conseguire il loro intento, i nemici de' Francesi.

Disciogliere violentemente il governo, far sì che la popolazione milanese trascorresse a tali eccessi da rendere impossibile ogni sua riconciliazione col principe Eugenio, tale esser doveva lo scopo degli Austriaci puri, degli Austriaci mitigati, dei Muratisti e degl'Italici sedicenti puri. Il senato era allora per la città di Milano, il corpo veramente investito della potestà amministrativa e politica. Importava adunque assai l'atterrarlo, e per quest'uopo si pose in opera due modi diversi. Fu sparsa anzi tutto la voce che il senato avea stanziata la perdita dello Stato, che i più formali impegni erano stati contratti nella seduta del 17 aprile col principe Eugenio, che questi era stato accertato nel modo più positivo come non si sarebbe accettato accordo di sorta co' suoi nemici, nè sottoscritto alcun trattato che non avesse per fondamento la ricognizione definitiva di lui qual re d'Italia. Dipendere, diceasi, i destini dello Stato dal buon volere delle Potenze Alleate; esser queste mosse verso gl'Italiani dai più propizi sensi, ma opporsi la dignità loro a che esse venissero mai sur un piede di eguaglianza a trattato con un soldato salito ad alto grado, ch'era stato sempre loro nemico. Eppure in siffatta congiuntura ostinarsi il senato ad esigere quell'unica cosa che le Potenze Alleate non consentirebbero giammai a concedere; cioè la ricognizione del principe Eugenio a re d'Italia; rigettar esso ogni altro compenso da questo all'infuori; ributtare ostinatamente le benevole ed amichevoli profferte delle Potenze, volere pertanto immerger di nuovo lo Stato nei guai della guerra e in tutti quegli orrori che ne conseguitano; esser pertanto il massimo flagello della patria e risoluto a spietatamente sagrificarla.

Mentre che queste accuse andavano attorno di bocca in bocca, e ridestavano nell'intimo de' cuori l'odio che vi si ammucchiava da lungo tempo, i capi delle fazioni austriaca-mitigata ed italica-pura, o italo-austriaca, preferendo apertamente le vie legali, apparecchiavano una protesta contro il senato ne seguenti termini concepita: «Dando retta alla pubblica voce, il senato nella sua seduta del 16 corrente, seduta intorno alla quale nulla è trapelato al di fuori, avrebbe discussato e deciso un affare della massima importanza per il reame. Ammettendo che nelle presenti congiunture sia necessario di appigliarsi a straordinari provvedimenti, i sottoscritti giudicano cosa indispensabile il convocare, conformemente ai princìpi della nostra costituzione, i collegi elettorali, nei quali soli è posta la legittima rappresentanza nazionale». E a quest'atto erano apposte meglio che cencinquanta firme, prime fra le quali eran quelle dei capi dei varii partiti. Allato dei nomi dei conti Confalonieri e Porro, dei Ciani, de' Verri, de' Bossi, de' Triulzi, ec., i più ragguardevoli degl'Italici sedicenti puri, vedeansi i nomi dei conti Alfonso Castiglioni, Giulio Ottolini e Antonio Greppi, austriaci puri; quello del conte Giovanni Serbelloni, austriaco mitigato, e quello perfino del barone Trecchi, partigiano, forse unico, dell'Inghilterra. Questa petizione o protesta, come che voglia appellarsi, era indirizzata al podestà di Milano, conte Durini, il quale, dopo averla sottoscritta egli pure, la trasmise al presidente del senato, conte Veneri.

Siffatti compensi erano certamente fatti per privare il senato d'ogni forza morale, e poteano anche aver per effetto lo scioglimento di quel consesso. Ma ciò non bastava; era duopo, come ho detto testè, di far trascorrere la popolazione talmente, che fosse poi impossibile il rappattumarla col governo esistente. Or quando mai una popolazione la rompe essa irremissibilmente con un governo? Ognun lo sa: egli è quando commette un gran misfatto. Era adunque duopo che il popolo milanese commettesse un misfatto contro alcuno de' primari ufficiali dello Stato. E a ciò s'intesero di comune accordo certi membri dei diversi partiti macchinanti contro il governo italo-francese.

Io sarò ora imperiosamente costretto a proferire nomi ben noti, irrogando a parecchi di essi un severo biasimo. Ogni giorno vengono meno alcuni degli uomini che furono oculari testimoni delle scene tremende di quel tempo, e la maggior parte di loro si portano seco nella tomba il segreto ch'ei possedevano, e cui la storia ha diritto di conoscere. Il perchè, lasciato in disparte ogni riguardo di persone, io mi affretto a raccogliere le mie ricordanze e quelle dei miei contemporanei, a fine di apparecchiar materiali agli storici futuri dell'Italia.

Il mese d'aprile dell'anno 1814 è certamente per molti de' Lombardi argomento di angosciosa e amarissima ricordanza; e più d'uno di essi tentò di poi di liberarsi da quell'angosciosa memoria, sagrificando alla patria le sostanze, la quiete, la sicurezza e la libertà. Altri, meno scrupolosi, furono cionnonpertanto puniti dal disdegnoso abbandono di quegli stessi in pro dei quali ei si fecero traditori ed assassini. I primi vogliono essere trattati con maggiore riguardo degli altri; ma la verità dee essere conta sia riguardo agli uni, che riguardo agli altri; e basterà avvertire, pria d'entrare in materia, che gli uni s'ingannavano nel far giudizio delle cose, gli altri nel far ragione degli effetti che queste cose doveano partorire per loro.

Il conte Gambarana, già promotore e indirizzatore della rivoluzione di Pavia, ed altro de' capi della fazione austriaca pura, era il più operoso e il più risoluto fra tutti i cospiratori. Trovò modo costui d'indettarsi col generale Pino, capo della fazione muratista, e di ficcarsi nella brigata liberale che tenea le sue congreghe in casa della damigella Bianca Milesi, e in casa di madama Traversa, moglie d'un avvocato nativo di San Nazzaro, terra della Lomellina. Confalonieri, Porro, Bossi, Ciani, ec., faceano parte di quella brigata, e se non si può facilmente supporre ch'ei rimanessero affatto stranieri di quanto faceavisi, la cosa non è tuttavia impossibile, poich'essi erano in quel mentre tutti intenti a far girare attorno la surriferita protesta contro il senato, e nell'infausto giorno 20 aprile furono veduti aggirarsi, anzi nei dintorni del palazzo del senato, che nel quartiere del Marino. Il conte Gambarana ben conoscea la mite e quieta tempra del popolo milanese, e sapea benissimo che la più fiera stizza ond'esso fosse capace, dovea sfogarsi in meri gridori, e non reggerebbe giammai contro le lagrime e le supplicazioni. È generale opinione ch'egli abbia conferito con Traversa intorno a siffatta difficoltà. Questo avvocato, nativo, siccome ho detto, della Lomellina, avea in sua gioventù accumulato immensi averi, coltivando, come fittaiuolo, un gran podere del Novarese, ed era pienamente edotto della tempra della popolazione di quella provincia, del carattere, bisogni di essa, ec. Giusta la voce pubblica, avrebbe il Traversa proposto al conte Gambarana di far scendere dal Novarese a Milano un numero assai ragguardevole d'uomini rozzi e risoluti, che, allettati in sulle prime dall'esca del lucro, sarebbero in seguito trattenuti dalla passione del trambusto, dei pericoli, e forse anco del sangue. Io non vo' già dire che il Traversa conoscesse appieno tutti i divisi del conte Gambarana; e crederei volontieri che li ignorasse, o pensasse almeno di non dar mano ad altro che ad una sedizione all'un di presso innocente, a minacce, a vociferazioni, e non già al più spaventevole assassinio. Nulla voglio tuttavia tacere di quanto può spargere alcuna luce sopra il tristo giorno 20 d'aprile, e perciò duolmi d'avere a soggiugnere che il Traversa credeva avere particolare ragione di lagnarsi del ministro delle finanze, il conte Prina, perocchè, essendo stato proposto per la dignità senatoria, non potè ottenerla; mortificazione o smacco ch'egli attribuì, fors'anco a torto, a male uffizio del ministro Prina. Contadini della provincia di Novara e d'altre circonvicine province giunsero successivamente, ma in gran numero, a Milano, nel giorno 19 e nel mattino del 20 di aprile. L'incarico loro dato era quello di uccidere un qualche gran personaggio, od anche parecchi, purchè ad ogni modo spargessesi sangue, A ognuno di essi erano promesse sei lire al giorno per tutto quel tempo che fossero assenti dalle case loro; ma quegli che finì di uccidere il ministro Prina ricevette grossa somma di danaro da parte, se non di propria mano, del conte Gambarana.

L'arrivo però di questa moltitudine di abitatori del contado, il sinistro loro aspetto, le armi che sforzavansi di nascondere, e le parole che loro uscivano di bocca, dovevano porre in trepidazione la pubblica autorità. Il signor De Capitani, segretario generale del ministro dell'interno, e fungente allora l'ufficio di ministro, recossi in persona, la mattina del 20 d'aprile, al ministero della guerra per chiedere quel numero d'uomini ond'eravi bisogno per mantenere il buon ordine. Or come dovette egli meravigliarsi all'udire che due corpi di soldatesche erano appunto partiti la notte precedente alla vôlta di Sesto Calende, che il nemico, per quanto diceasi, accennava volere sopraprendere! Ma crebbe bentosto il suo stupore dietro la negativa datagli poi subito dal generale Bianchi d'Adda, allora preposto provvisionalmente al ministero della guerra. «Le mie istruzioni», così risposegli, balbettando, quel generale, «non mi concedono di mettere le mie genti alla vostra disposizione; indirizzatevi a tal fine ad un ufficiale superiore, per esempio, al generale Pino». Replicava forte il De Capitani, che il generale Pino, benchè ufficiale superiore, non avea comando in Milano, ned era ministro della guerra, o faciente le veci del ministro, ma si trovava in Milano senza corpo d'esercito e senza ufficio determinato. Non potè ottenere altra risposta, e andossene convinto di non dover fare il menomo fondamento sopra il concorso della forza armata.

Le parole del generale Bianchi d'Adda chiudevano un senso della più alta gravità; poichè esprimevano il fatto che le truppe non erano più sottomesse ai loro capi legittimi e regolari, ma solamente ad uno dei capi della rivoluzione che stava per prorompere.

Che faceva egli allora il generale Pino, questo soldato salito in alto, questo congiurato, già riguardato da' suoi eguali e da' suoi superiori come loro capo, questo generale di secondo grado, che, testimone della caduta dell'imperatore, presumeva di potere assidersi nel seggio di lui? Egli era quel desso che avea fatto partire per a Sesto Calende i due corpi da me menzionati; ma non parendogli sufficiente questa precauzione, il mattino del giorno 20 facea chiudere tutte le truppe nei loro quartieri. Il che è sì vero, che essendo venuto fatto al signor Vercelloni di raccozzare quaranta o che granatieri de' veliti e quarantotto dragoni a cavallo sotto il comando del capitano Bosisio, cui condusse alla prefettura di polizia, che era pochi passi stante dal luogo in cui accadevano gli orrendi fatti che sto per descrivere, in quella appunto che questa poca soldatesca, giusta gli ordini del prefetto di polizia Giacomo Villa, stava per recarsi al luogo del tumulto, il colonnello Cima, aiutante di campo del generale Pino, frettoloso accorrendo, ingiunse al capitano Bosisio di ricondurre immantinenti i suoi soldati nel proprio quartiere, e di tenerveli chiusi fino a nuovo ordine. Io debbo qui riferire un'altra circostanza di fatto, toccante il generale Pino, che merita di essere ricordata: ed è che appunto nel mattino del 20 di aprile questo generale riscosse una somma di cinquantamila franchi, statagli da poco conceduta a titolo di gratificazione dal vicerè.

Due catastrofi, funeste entrambe del pari alla independenza italiana, segnalarono l'infausto giorno 20 d'aprile. Mi fo ora a descrivere la prima in ordine di tempo, la quale fu pure la meno deplorabile.

I senatori eransi indettati di raunarsi di bel nuovo il 20 d'aprile, sebbene i loro deputati, eletti nel dì 17, i conti Guicciardi e Castiglioni¹, fossero già pervenuti a Mantova per ricevere i passaporti e le credenziali dal vicerè, e insieme un salvocondotto del maresciallo Bellegarde, onde imprendere poi il viaggio per a Parigi. Benchè il tempo fosse piovoso, il che per lo consueto basta ad attutare la turbolenza della plebaglia, poterono agevolmente i senatori addarsi che l'accesso al palazzo era ingombro d'una moltitudine stranamente composta di cere mal note, nella quale uomini in assetto decente vedeansi frammisti ad altri che sembravano, all'incontro, appartenere agl'infimi ordini della società. Avvertirono certamente eziandio i senatori che il palazzo non era custodito giusta il consueto, giacchè vi era di guardia un drappelletto di forse otto o dieci reclute. Ma checchè volgessero in mente a tale proposito, le loro riflessioni furono tosto interrotte dal mormorio che sorgeva in quella moltitudine all'arrivo di quei senatori che la pubblica voce indicava come spalleggiatori della proposta del duca di Lodi, e dalle acclamazioni con le quali erano salutati i senatori noti per essersi dichiariti contrari a quella proposta.

¹ Il conte Testi era rimasto a Milano per cagione di mala salute.

Riuniti nella solita aula delle consulte, e non punto intimiditi dal romore che udivasi al di fuori, udirono i senatori la lettura del processo verbale della seduta precedente, e l'approvarono: dopo del che il presidente conte Veneri comunicò, non però ufficialmente, al senato la protesta di cui qui sopra ho riportato i termini, e la lettera d'invio del podestà Durini, che accompagnavala. Non appena fu terminata questa lettura, che il capitano Marini, additto al comando della piazza, chiese instantemente, in nome del corpo degli ufficiali della guardia civica, di essere ammesso al periglioso onore di custodire e difendere l'assemblea del senato. Ottenutane la venia, concedutagli con fidanza e riconoscenza, lo stesso capitano Marini accorse con una grossa mano di guardie nazionali, e discacciò brutalmente i soldati stanziali che erano appostati alle porte stesse dell'aula del senato.

Egli è omai costante che i capi del partito sedicente italico puro passeggiavano in quell'ora all'intorno del palazzo del senato, e ad alta voce ragionavano intorno alle domande contenute nella ridetta protesta, cioè intorno al richiamo dei deputati ed alla convocazione dei collegi elettorali. Il più ragguardevole di questi capi era senza contrasto il conte Confalonieri, e fu egli appunto il più gravemente accagionato degli eventi di quel tristo giorno. Credettesi egli stesso in debito di pubblicare un opuscolo, per propria difesa. Ma noi diremo che se è difficile l'indursi a dare retta a tutte le taccie appostegli, non lo è meno il rassegnarsi ad ammettere per intiero la sua propria apologia, aggiuntochè uomini degni di fede per ogni rispetto manifestamente gli contradicono in parecchi punti. Egli fu dipinto come l'istigatore di tutti i moti del 20 di aprile; ma sembra che egli voglia insinuare non solo d'esserne stato straniero, ma anzi d'averli intieramente ignorati, e d'essere stato spinto unicamente dal caso o dalla curiosità nel palazzo del senato il giorno 20 d'aprile. La prima ipotesi è troppo trista per non essere ammessa senza gravi ragioni, che al postutto non esistono; giacchè non v'è pruova alcuna che il conte Confalonieri abbia o provocato o diretto la sanguinosa catastrofe con cui si chiuse quella giornata. Quanto è al credere, com'egli dice, che la sola fatalità l'abbia condotto in quel giorno per le vie di Milano, la è cosa quasi impossibile. La protesta contro il senato era in gran parte opera sua, ed egli l'avea presentata qua e là a ciascuno de' suoi amici acciò la sottoscrivessero. Ei vi manifestava un invincibile mal fidanza verso il senato e i deputati da esso inviati; ed anzi vi proponeva di surrogare al senato i collegi elettorali, il che era lo stesso che atterrare il senato. Ben sapea egli che la sua protesta doveva esser discussa e dibattuta dai senatori; or crederemo noi ch'ei si trovasse a caso alla porta del senato, dov'ei poteva agevolmente conoscere l'esito della protesta medesima. Il popolo che attorniava il palazzo, e che poco poi lo invase, domandava per l'appunto le cose enunziate nella protesta; e il conte Confalonieri si fece poi ben tosto, come diremo, l'interprete del popolo stesso presso il senato. Dovremo noi credere che la protesta scritta e la protesta fatta con alte grida e col corredo di minacce e d'ingiurie siensi trovate concordi d'incanto, e sempre a caso? Chi potrà mettere in dubbio che queste popolari dimostrazioni non fossero state predisposte dagli autori medesimi della protesta?

Io, per me, desidero di non trovar colpevole alcuno de' miei fratelli di patria, e sono altronde pronto sempre ad ammettere che quelli altresì le cui azioni meritano il più acerbo biasimo, non sieno stati traviati se non dalla rettitudine medesima delle loro intenzioni. Ma non potrei lasciarmi trarre più oltre; e laddove i fatti non sono dubbi in verun modo, laddove le cagioni di questi fatti sono aperte, io non posso, nè per compiacenza, nè per privati riguardi, tacere la verità¹.

¹ Così, per quanto tocca la condotta del conte Confalonieri nel giorno 20 aprile, io credo giustizia non imputare a lui l'uccisione del ministro Prina. Ma solo coll'attribuirgli un'eccessiva condescendenza potrebbesi assolverlo del pari da ogni partecipazione alla sommossa ch'ebbe per iscopo ed obbietto l'abolizione del Senato. Ventura è per lo storico, il quale non senza grave rammarico condannerebbe il Confalonieri, che, mentre il primo di quegli atti fu un misfatto, il secondo non sia stato altro che un fallo ed un errore.

Il sostituire alla soldatesca stanziale la guardia civica nella difesa di un luogo attaccato dal popolo, egli è un favorire al trionfo di quest'ultimo. Non appena in fatti la guardia del palazzo senatorio fu essa affidata ai soldati cittadini, che la calca, tenuta pocanzi in rispetto da un drappello di truppa stanziale, passò arditamente dinanzi alla guardia civica, irruppe negl'interni cortili e fin nel vestibolo del palazzo. Il conte Confalonieri era in mezzo alla folla, e la sua voce, naturalmente sonora, faceasi talmente sentire, che il capitano Marini esortollo a recarsi a parlare al senato in nome del popolo; al che rispose il Confalonieri, non aver lui carattere ufficiale veruno che lo licenziasse a farsi organo del voto popolare.

Andava il tramestío crescendo al di fuori, e i senatori cominciavano a mettersi in apprensione. I conti Verri, Massari e Felici uscirono dall'aula, e recatisi in mezzo alla moltitudine, quella esortarono a dichiarare recisamente il suo desiderio. Non ottennero in risposta che grida confuse ed inarticolate, che davan suono di minaccia e d'invettiva anzichè di proposta e di domanda. Rientrati nel luogo delle consulte, ne uscirono un'altra, e poi di nuovo una terza volta, e sempre infruttuosamente, insino a tanto che il conte Verri, avendo ravvisato nella calca il conte Confalonieri, a lui difilato si volse, pregandolo di fargli conoscere che cosa si volesse quell'agitata moltitudine: al che il Confalonieri non si peritò di rispondere; volersi dal popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei collegi elettorali. Un ignoto pose in mano del conte Verri un polizzino scritto, dicendogli lo leggesse ai colleghi; e questo polizzino, che non fu letto pubblicamente, solo perchè non ebbevi il tempo da ciò, era di carattere evidentemente contrafatto, e suonava così: La Spagna e l'Alemagna hanno scosso il giogo francese; l'Italia dee fare altretanto.

Avea la calca oltrepassato il vestibolo, salita la scala, e affollavasi alla porta dell'aula delle consulte, e intanto la guardia civica, non che respingerla, parea lasciarle a bella posta aperto l'adito.

Erano di già entrati nell'aula delle consulte alcuni uomini d'alta statura, di cera terribile, male in assetto, che proferivano solo minacce e bestemmie, di quei tali insomma che vedonsi repentinamente apparire nei giorni delle rivoluzioni per isparire in appresso quando la quiete è ricondotta, e il cui concorso è riguardato come una sciagura, forse inevitabile, dagli amici della libertà; e di già s'appressavan costoro con curiosa premura ai vecchi senatori, fermi ed immoti, quando il conte Verri, accorrendo per l'ultima volta presso i colleghi, disse loro, non aver essi più di due minuti per deliberare, dopo del che tutto sarebbe perduto. Parecchi ufficiali della guardia civica, fra' quali trovavasi il capo di battaglione Pietro Ballabio, si precipitarono in quella nell'aula, pallidi e spaventati. Il conte Benigno Bossi, altro dei capi della fazione dei sedicenti Italici puri, esclamò doversi promettere al popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei collegi elettorali; altri a lui si unirono per indurre i senatori a questa sì grave concessione. Allora il presidente, ben s'avvedendo che a lui sarebbe data la colpa se avveniva una carnificina, scrisse di suo proprio moto e senza consultare alcuno de' suoi confratelli, queste parole sur un pezzo di carta: «Il senato richiama i deputati e convoca i collegi». Ma questa carta, recata subito al popolo, non fu accolta a quel modo che dovea aspettarsi il conte Veneri. Temevasi che, attutato il tumulto, il senato non venisse ad altra deliberazione che avesse per effetto di annullare la prima. Le grida continuarono, e il conte Bossi ricomparve nell'aula significando a' senatori come il popolo non acconsentisse a ritirarsi se non era anzi tutto disciolta la seduta. Fu forza sottomettersi di nuovo, e un altro scritto uscì dalle mani del presidente il quale diceva. «La deputazione è richiamata, i collegi convocati, e la seduta è sciolta».

Ma dopo che il senato ebbe in tal guisa sottoscritta la sua propria sentenza; dopo che quel corpo, autorevolissimo per le qualità de' suoi membri, e vero consesso nazionale, e conservatore naturale delle pubbliche libertà, fu per così dire scomparso dinanzi all'ira sciocca ed alle false prevenzioni d'una plebaglia demente, questa plebaglia, non che chiamarsi paga, ricusò di ritirarsi. Furono, all'incontro, i senatori violentemente detrusi dai loro seggi; e dovettero, inseguiti (alcuni almeno di loro) dagli schiamazzi e dalle invettive della moltitudine, traversarne lentamente le file, e ritirarsi mesti e confusi nelle loro case. Il popolo poi irruppe nell'aula ond'erano usciti i senatori, e in pochi istanti riempiè tutto quanto il palazzo. Ebbe allora principio il saccheggio, nel quale concorrendo l'odio degli uni con la cupidigia degli altri, tutti gl'imperiali emblemi, i mobili, le tende e perfino i vetri delle imposte furono o rotti o rubati. Corse voce allora, e fu replicata anche da poi, che il conte Confalonieri strappò di sua mano dal muro un ritratto dell'imperatore, e dopo averlo trapassato da parte a parte col suo ombrello, gettollo dalla finestra. Egli ha acremente impugnato quest'accusa, la quale non sembra tuttavia grave a trafatto. Il conte Confalonieri teneasi nelle file dei nemici dell'imperatore e del vicerè, e questa nimistà gli fu guida in quel tempo, influendo nelle sue opinioni. L'azione attribuitagli d'avere strappato e lacerato il ritratto dell'imperatore sarebbe stata senza dubbio screanzata; ma non era tale, al postutto, da far torto o danno ad alcuno; e ognuno sa che l'urbanità delle civili brigate non è la regola a cui i rivoluzionari sono tenuti d'attenersi sulla piazza pubblica.

I senatori eransi cionnonpertanto ritirati nelle proprie case senza impedimento; nè goccia di sangue era stata sparsa. Il popolo non era trascorso a sufficienza; e certi membri dei diversi partiti eransi indettati per provocare, come necessaria, una seria sommossa. Furono udite alcune voci, che proferivano un nome odiato dal popolo, perchè d'uomo riguardato generalmente come il rappresentante del vessatorio sistema delle finanze imperiali; ed era il ministro delle finanze, conte Prina. Nel concetto popolare questo ministro passava per ricco sfondato, e il sacco della sua casa credeasi dover fruttare almen quanto l'escavazione d'una miniera di diamanti. Non eravi forse uomo del popolo, il quale nel pagare le eccessive imposte che l'opprimevano, non ne desse al ministro istesso tutta la colpa. Ei passava per uomo che si studiasse di scoprire ogni giorno un qualche nuovo compenso per aggravar la miseria del popolo; e si supponea che, cessando egli di esistere, sarebbero tosto a terra le imposte. Così ragionava il popolo, e chi fece udire pel primo alla moltitudine accalcata nel palazzo del senato, il nome del Prina, ben sapea d'aprire con ciò un ampio aringo al furore ed all'avidità popolare.

Il palazzo senatorio, e i luoghi circonvicini furono ben presto deserti. La moltitudine avviossi rapida verso il palazzo del Marino, e s'ingrossò, via facendo, di tutti quelli ch'eransi riserbati per l'ultima scena. La moltitudine mal custodisce il segreto, e il grido della trama ordita contro il ministro era giunto e a lui e a' suoi congiunti ed amici. La mattina stessa del 20 d'aprile un congiunto del Prina l'avea scongiurato di cansarsi dai pericoli che lo minacciavano, e di lasciarsi condurre in una carrozza fino a Pavia, ove egli avrebbe potuto agevolmente rimanersi celato o passare in uno Stato straniero. Ributtò il Prina ostinatamente le instanze ed offerte del suo congiunto. «Perchè mai», diceva egli, l'ira del popolo dovrà volgersi contro di me piuttosto che contro gli altri membri del governo? E altronde che è mai l'ira del popolo milanese, che è il più bonaccio del mondo? Poche parole basteranno ad acchetarlo, e se non bastassero, la città è ella priva di forza armata? un drappello di granatieri passeggerà coll'arme al braccio dinanzi alla mia casa, e ognuno tornerassene a casa sua».

Pensava inoltre il conte Prina che in siffatte congiunture i membri del governo non doveano abbandonare il loro posto, e domandava agli astanti che mai sarebbe dello Stato se le minacce popolari e i privati timori potessero giustificare la fuga degli uomini cui esso era affidato. E avea certamente ragione; perocchè non sapea che la sua perdita era stata previamente giurata, non già dal popolo di Milano, ma da coloro che si celavano dietro di esso; e che l'istessa sua perdita doveva essere il segnale della caduta definitiva del governo, come pure della totale rovina dell'independenza italiana. Stavasi egli pertanto tranquillamente occupato nel suo gabinetto allorchè il sordo mormorío della moltitudine che ringhiosa appressavasi lo sorprese, senza turbarlo tuttavia; ma raddoppiatosi repentinamente il rumore, e mutato, per così dire, di carattere, alcuni domestici accorsero ansanti e gli gridarono, traversando in fretta le stanze per cercare un uscita, che le porte del palazzo erano state atterrate, e che la plebaglia saliva le scale. Colpito allora dall'inaspettato avviso, nè più potendo dissimularsi il pericolo che gli sovrastava, tentò egli di nascondersi sotto i tetti del palazzo, donde sperava poter passare in una casa vicina. Egli era altronde convinto pur sempre, che solo abbisognavagli guadagnar tempo, e che la forza armata non potea tardare gran fatto ad accorrere sul luogo del tumulto. Il suo nascondiglio fu bentosto scoperto. Vedendosi allora in balía d'un popolo furibondo, il Prina sforzossi di dire alcune parole, chiedendo che gli esponessero i loro gravami e si tenessero certi della sua premura nel farvi ragione; ma niuno diedegli retta. Lo gettarono a terra, lo trascinarono presso una finestra che dava sulla strada, e lo gettarono a capo in giù a quelli che lo aspettavan di fuori, ponendo cura tuttavia di non finirlo sul colpo.

La scena che tenne dietro è una di quelle che lasciano un'indelebile traccia nella storia della nazione che se n'è fatta colpevole. Il generale di divisione barone Pein fu il solo che, animosamente scagliatosi frammezzo a quella frenetica calca, scongiurolla di non bruttarsi d'un inutile delitto e di lasciare la vita al ministro. Non solo non gli si diè retta, ma rivoltosi per un istante contro di lui il furore popolare, gli furono lacerati o strappati gli abiti di dosso, e solo a grave stento ei potè scampar dal pericolo. Ho detto che le truppe erano chiuse ne' loro quartieri con ordine di non uscirne. Il generale Pino passeggiò per più ore col conte Luigi Porro poco stante dal luogo in cui commetteasi il più feroce degli assassinii. Ei disse alcune parole alla moltitudine, che, secondo gli uni, tendevano ad inanimirla, e, per quanto disse egli stesso, non erano, all'incontro, che rimostranze e consigli pacifici. Le vie per le quali il Prina fu strascinato erano gremite d'uomini in buon assetto, che si riparavano dalla pioggia con ombrelli di seta. Ma niuno di costoro fecesi innanzi nè a fine di ammansar con parole il furor popolare, nè a fine di strappargli di mano a forza la vittima.

Affranto dalla caduta e dai colpi che gli fioccavano addosso da ogni parte, il Prina giacea steso a terra nella via del Marino, dinanzi al suo proprio palazzo. Un vinaio, la cui casa sorgea lì presso, cogliendo un momento in cui la moltitudine parea titubante intorno a che avesse a farsi di quel corpo immobile, gli si avventò sopra, sel pigliò in braccio, corse a casa sua, entrovvi, chiuse la porta e la sbarrò; e lieto poscia di questo primo successo, portò il ministro nella sua cantina, ove sperava poterlo nascondere. Ma l'istessa azione di quell'onesto avea fatto ridesta dalla passaggera inerzia l'addensata moltitudine; credette essa avere perduta la sua preda, ed agognò subito un'altra vittima che ne tenesse il luogo; è anzi verosimile che non sarebbesi più appagata d'una sola. Scagliarono una grandine di sassi contro la casa del vinaio, ne ruppero le imposte; e taluno propose di appiccarvi il fuoco, acciò nessuno di quelli che vi si erano rinchiusi potesse scampare. Udiva il vinaio queste minacce, e non erane atterrito; ma il ministro, al quale pochi istanti di riposo aveano ridonato un po' di forza, comprese non esservi più scampo per sè, ed anzi aver egli a cagionare la perdita di chi avea tentato di salvarlo, se rimanea quivi. Alzossi pertanto, e trascinatosi a stento per la scala fino alla porta di strada, l'aperse e presentossi di nuovo alla moltitudine, dicendo: «Sfogate sopra di me l'ira vostra, e almeno ch'io ne sia la sola vittima». Volle pure pregare, ma l'inferocita impaziente moltitudine non gliene diede tempo; avventoglisi addosso con quell'impeto con cui il fanciullo afferra il trastullo da lungo tempo bramato, e sopra di esso intraprese le più orribili esperienze, come se avesse voluto conoscere qual somma di patimenti possa l'uomo durare senza morire, e libare a centellini il calice della vendetta. Il conte Prina fu strascinato vivo per le vie di Milano per ben quattr'ore, coperto di fango e d'oltraggi, battuto, spinto, punzecchiato dagli spuntoni degli ombrelli. Finchè ebbe voce, non cessò di proferire tratto tratto la sacra parola di misericordia, e finchè ebbe facoltà di muover le membra, sforzossi di tenere giunte le mani. Da taluno che in lui s'abbattè quand'esso avea già perduto e la voce e il moto, mi è stato detto ch'egli era allora sfigurato del tutto, nè dava più altro segno di vita che alcuni soffocati singulti. Cessò di vivere, non già che fosse mortalmente ferito, ma perchè evvi un termine alle corporali torture, e le forze dell'uomo sono limitate. Il suo cadavere fu recato nel palazzo del Broletto, e niuno dei tanti che dalla curiosità, dall'astio, o dall'affetto furono tratti a vederlo, potè ravvisarlo, tanto sfigurato era quel cadavere pei patiti strapazzi. A mala pena serbava aspetto di umana creatura, eppure i chirurghi chiamati a constatarne il decesso, dichiararono, niuna delle ferite ond'egli era coperto essere stata tale da determinarne la morte. Il soverchio dei patimenti e la disperazione l'aveano spento.

Tratto era il dado; tutte le fazioni opposte ai Francesi credeansi averla vinta, ma in realtà gli Austriaci puri erano i soli vincitori. Alla notizia della morte del ministro, le porte dei quartieri delle truppe furono aperte, e le soldatesche si sparsero per la città onde impedire novelli attentati. Urgentissimo era di fatti il bisogno del braccio della forza armata, perciocchè la folla, inebriata da quel primo sangue, proferiva di già altri nomi, e quello fra altri del duca di Lodi, e formava parecchi sinistri disegni. Non appena fu essa però edotta dell'appressarsi della truppa, che si disciolse, gettando grida meno spaventose, ma non meno significative delle prime, e quello fra altre: Viva il re Pino. Non si tralasciò di dire che, se la calca così subitaneamente si disciolse alla notizia dell'arrivo dei soldati, ciò avvenne perchè la sua sete di vendetta era saziata, e che più difficile cómpito sarebbe stato il ridurla al dovere quando il Prina tuttora vivea. Ma un fatterello atterra del tutto questa opinione. Intanto che la moltitudine era tuttora inferocita contro la sua preda, e che il palazzo delle finanze era saccheggiato e demolito, coloro che stavano nella strada scorsero un pezzo di grondaia, che, distaccato dal tetto, pendea sulla strada; parve loro che fosse un cannone, e gridarono esservi nel palazzo artiglieria e doversi far fuoco sopra di loro. Questo falso e ridicolo all'erta bastò pure a volgere in fuga un grandissimo numero di quegli assassini e di quei saccomanni; ma essendosi troppo presto riconosciuta la verità, gli uni e gli altri incontanente si riposero all'opera.

Una parola dobbiam dire ancora del conte Prina. La plebaglia, che spianò quasi affatto il palazzo di lui per la speranza di trovarvi tesori nascosti, non vi trovò altro che la mobiglia ond'è fornita ogni casa abitata. Quanto è al suo patrimonio, è cosa costante oramai che egli non ne avea, e che la sua famiglia alla morte di lui nulla eredò.

Ora qual esser dovea il destino di Milano? Qual partito abbraccierebbe il vicerè? Con qual occhio riguarderebbero le potenze alleate gli eventi del 20 d'aprile?

I conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni recaronsi alla sera del 20 nel quartier militare detto di Santa Marta, e gridarono entrandovi che le cose erano ite meglio di quel che potessesi ragionevolmente sperare. Con ciò intendevano a dire, certamente, che il furor della plebe erasi appagato d'una sola vittima. Pochi momenti dopo uscirono da quel quartiere e dalla città, e trasferironsi al quartiere generale austriaco per ragguagliare il maresciallo Bellegarde dei fatti operati, e dei cambiamenti sopragiunti nella condizione della contrada, e per invocare il possente patrocinio di lui.

Il partito sedicente italico puro brigavasi intanto della convocazione dei collegi elettorali, e lusingavasi colla credenza che lo Stato fosse omai posto in salvo; poichè la cosa stava per comporsi fra il paese stesso, rappresentato dai collegi, e i Sovrani alleati, solleciti e teneri della felicità di esso.

I Muratisti subivano in questo mentre una trasformazione. Già in occasione della conclusione dell'armistizio tra il vicerè e il maresciallo di Bellegarde, Murat avea tentato di appressarsi a Milano per la parte di Piacenza; ma erane stato impedito dagli Austriaci, i quali aveangli inoltre fatta minaccia, nel caso ch'egli proseguisse il cammino, di rompere ogni alleanza con lui e di entrare dal canto loro nel territorio milanese, come pure nel reame di Napoli. I progetti del re di Napoli essendo con ciò sventati, il generale Pino, capo del partito muratista, imaginava un piano novello, in cui la prima parte doveva essere la sua. Le gridaViva il re Pino! mandate da una parte della plebaglia il 20 aprile, non erano state proferite a caso, e il generale Pino, che aveale probabilissimamente suggerite, erasene tuttavia ringalluzzito e insuperbito; accadendo a lui ciò che accade non di rado all'autore d'una novella composizione dramatica, di sentirsi, cioè, commosso fino alle lagrime dai plausi pagati colla propria moneta. Gli è certo, almeno, che il generale Pino passò la notte del 20 venendo al 21 d'aprile nella speranza e nell'ansiosa espettazione del più glorioso degli avvenimenti. Un tale, degnissimo di fede, essendosi in quella notte recato da lui per essere edotto dei provvedimenti fatti onde assicurare la pubblica tranquillità, trovollo assiso dinanzi allo specchio, col capo tra le mani del parrucchiere, che gli pettinava, arricciava e impolverava la chioma. Ei s'aspettava probabilmente di essere chiamato dal popolo, nè volea presentarglisi in un disordine naturalmente poco imponente. La quale coniettura mi sembra avvalorata dalle parole che il generale Pino disse con lieto piglio, e fregandosi le mani, a colui che veniva così per tempo a visitarlo.Che avverrà mai ora? E chi sa?soggiunse dopo un breve silenzio.Chi era egli, al postutto, il primo re? Un soldato fortunato, e null'altro. Ecco a qual punto trovavasi, il 20 d'aprile, la fazione de' Muratisti.

Mi si conceda qui di ripetere, dopo tant'altre, una considerazione triviale. Egli è più difficile assunto l'attutare l'ira popolare, che non l'eccitarla. Tutti coloro che col massimo sforzo aveano preparati i fatti del 20 d'aprile, erano paghi ormai dell'accaduto, e volevano subitamente sostare sulla sdrucciolevole china delle rivoluzioni e degli attentati. Il senato non esisteva più, perocchè non ardiva congregarsi, ed era in sua vece convocata un'altra autorità. Il popolo milanese l'aveva rotta irremissibilmente per un misfatto col governo italo-francese. L'opera di distruzione era compiuta, e doveasi sollecitamente riedificare alcun che sopra quelle recenti rovine. Malagevole era l'impresa, anzi tutto, perchè le diverse fazioni ch'eransi indettate per atterrare il governo esistente discordavano essenzialmente fra di loro intorno al novello governo da instituirsi, e poi, perchè la plebaglia, assaggiato che ebbe il sangue e il sacco, non pareva disposta a sostare in sì bel cammino a piacimento di quei medesimi che l'aveano da principio sguinzagliata. Ho accennato testè la trasformazione subìta dalla fazione muratista, e l'ansiosa espettazione in cui il generale Pino, capo di essa, avea passato la notte del 20 venendo al 21. Le ore intanto erano scorse, e giunto il giorno, il generale Pino aveva scorse in grande assisa le vie della città, senza essere stato acclamato monarca. In queste congiunture, non rimaneva al Pino altro partito da abbracciare che quello di unirsi alla fazione degl'Italici sedicenti puri, a quella fazione che riguardava i sovrani alleati come tanti protettori disinteressati, e forse in segreto si lusingava colla speranza che alcuno de' membri dell'aristocrazia milanese fosse chiamato dall'imperatore d'Austria per salire sul trono d'Italia. Unendosi con questo partito, che reggeva per ora la somma delle cose, il generale Pino ponevasi fra' candidati alla corona d'Italia, fra' quali l'Austria dovea dare sentenza. Erasi perciò operata la unione dei Muratisti e degl'Italici sedicenti puri. Quanto è agli Austriaci puri ei se ne rimasero quieti; chè dal 20 aprile in poi poterono tenersi sicuri della vittoria.

La mattina del 21 l'aspetto della città era cupo e terribile. Uomini armati, collo sguardo torvo e il portamento altiero, scorrevano le strade, biastemmiavano nomi fino allora riveriti, segnando le case dei ricchi cittadini, proferendo minacce e facendosi animo a vicenda alle vie di fatto. Le guardie daziarie avevano abbandonato il loro posto alle porte della città, non valendo a difenderle contro la moltitudine armata che accorreva dal contado per partecipare il sacco generale, cui ognuno aspettavasi.

I due partiti momentaneamente riuniti, quello cioè dei Muratisti, ond'era capo il generale Pino, e quello degl'Italici liberali o Italici sedicenti puri, fra' quali era inscritto il podestà conte Durini, provvidero in quel modo che parve loro acconcio al ristabilimento dell'ordine e della quiete. Alla sera del 20 d'aprile il conte Durini fece promulgare un bando in cui diceva al popolo: il senato, propriamente parlando, non esistere più; essere convocati pel giorno 22 i collegi elettorali; doversi nel seguente giorno riunire il Consiglio comunale, e sedere permanentemente insino a tanto che le congiunture lo richiedessero; avere il generale Pino assunto il comando di tutte le forze allora esistenti nella città.

La mattina del 21, e mentre che la plebaglia furibonda stendeva tavole di proscrizione, il Consiglio comunale elesse una reggenza provvisoria, composta del generale Pino, dei conti Carlo Verri, Giacomo Mellerio, Giberto Borromeo, Alberto Litta, Giorgio Giulini, e del signor di Bazzetta: tutti i quali, tranne il generale Pino e il conte Carlo Verri, erano Austriaci più o men puri.

Il generale Pino pubblicò poscia un suo bando odordine del giornonel quale esortava il popolo a confidare in lui, e ad aspettare pazientemente l'esito degli accordi che il novello governo stava per fare con le Potenze alleate. Eccitavalo nel tempo stesso a dichiarirsi intorno alla forma di governo cui preferisse, poichè, diceva, i collegi elettorali sono convocati quali rappresentanti della nazione, la quale dee, significando loro il voler suo, porli in grado di uniformarvisi. Aggiugnea poscia alcune parole per giustificare il duca di Lodi, più d'altri esposto all'ira del popolo, rovesciando ad un tempo sopra altri senatori la colpa e il biasimo di cui tentava sgravare il duca di Lodi. Il vicario generale capitolare unì la sua voce a quelle del generale e del podestà, e ordinò pubbliche preci pel ristabilimento della pace e dell'ordine. Appostaronsi truppe attorno ai principali palazzi ed alle case in ispezieltà minacciate. Il generale Pino accorreva dall'uno all'altro di quei corpi così appostati, procurando d'inanimirli con le sue parole; ma la folla, che il giorno innanzi avea mandate quelle grida ed acclamazioni ond'egli erasi inebbriato, vedendoselo ora contro, l'oppresse di motti acerbi e contumeliosi, e lo inseguì con oltraggioso schiamazzo. Anche i soldati furono attaccati, e si videro più d'una volta costretti ad isgombrare la piazza posta davanti al palazzo del vicerè, ed a nascondere in quel palazzo i suoi cannoni.

Il corpo tutto dei mercanti stava intanto trepidante pel timore che la città tutta da un istante all'altro venisse funestata dalle stragi e dal sacco. Mentre che il Consiglio comunale e il generale Pino chiamavano all'armi tutti i cittadini; questi, antivenendo la chiamata, uscivano armati dalle case loro, si raccoglievano in drappelli e scorreano le strade, e quelle a preferenza che conduceano all'ampia dogana attinente all'Uffizio del Dazio-grande.

La plebaglia non parea contuttociò in verun modo intimorita da questi apparecchi di difesa. Le truppe stanziali erano in poco numero; i cittadini accorsi spontaneamente all'armi non erano assuefatti alle pugne; cosicchè la plebaglia potea, mercè della prevalenza del numero e dell'impeto, prevalere sugli uni e sugli altri. Una fortuita circostanza mutò lo stato delle cose.

Fra i moschetti di cui i cittadini aveano potuto armarsi aveavene di quelli rimasti fuor d'uso per un lungo tempo, e la cui baionetta era come inchiodata dalla ruggine alla cima della canna. Erasi dato ordine che le baionette fossero tolte via, ma uno dei drappelli di quei volontari non poteva ubbidire per la narrata cagione. Comparve esso pertanto frammezzo alla calca colle baionette in asta: la moltitudine mostrossene indegnata e gridò: abbasso le baionette. Ma quel drappello non poteva ubbidire al grido, come non avea potuto al comando; epperciò, quasi non facesse caso del popolar desiderio, proseguì a marciare; e vedendosi assalito a sassate, pose le baionette in resta, ed inoltrandosi a passo concitato contro la plebe, fecela indietreggiare disordinata. L'esempio dato da quel drappello fu tosto imitato dall'altre schiere armate: la resistenza militare diventò di repente più grave ed acre, e gli assembramenti popolari si disciolsero.

Ma non appena dileguaronsi i timori cagionati dalla perseveranza del tumultuar della plebe, che gli autori o promotori dei fatti del 17 e del 20 d'aprile, si riposero all'opera e mossero con passo sicuro verso lo stabilimento d'un novello ordine di cose. Il Consiglio comunale avea convocato i collegi elettorali, i quali, instituiti da prima unicamente per proporre al governo i candidati a certe cariche determinate, si trovarono trasformati subitamente in depositari della sovrana potestà. Assembratisi il giorno 22, benchè in numero insufficiente, confermarono la novella provvisionale Reggenza, riserbandovisi di aggiugnervi altri membri appartenenti ai dipartimenti non ancora invasi dalle truppe alleate. E non solo confermarono nel comando di tutte le forze dello Stato il generale Pino, ma disciolsero tutti i pubblici ufficiali lombardi, sia civili che militari, dal giuramento di fedeltà inverso al governo del vicerè, loro ingiungendo di prestare alla reggenza un altro giuramento giusta la formola da essa già compilata. La deputazione mandata a Parigi dal senato fu dichiarata, da questi effimeri despoti, richiamata da ogni ufficio, e, quel che più montava, l'istesso senato fu dichiarato abolito. I captivi per reati d'opinione, di coscrizione, di frodo delle tasse furono liberati, e si bandì l'amnistia pei disertori, pei contumaci o refrattari ed altri. Cosiffatti decreti sono, a parer mio, piucchè sufficienti per dimostrare irrefragabilmente come i collegi elettorali erano allora in uno stato di mente che ritraeva della pazzia; ma ove il lettore, proclive all'indulgenza, non volesse attribuire quella farraggine di decreti stanziati in sull'orlo, per così dire, del precipizio, ad altro che a soverchio d'impreveggenza, io aggiugnerò ancora ai già riferiti particolari, la risoluzione che nel giorno 22 precedette la chiusura della seduta dei collegi elettorali. Ordinavasi per essa che i Sovrani o i ministri delle grandi Potenze, i comandanti in capo delle truppe degli Alleati, e quelli dell'esercito italiano venissero immantinenti ragguagliati dei provvedimenti dati dai collegi elettorali, e fra altre cose, della nomina del generale Pino; aggiugnendovisi qual coronide, che si avesse a compilare un indirizzo per richiedere le Potenze Alleate di concorrere a stabilire la felicità dell'Italia. In tal modo un corpo illegalmente convocato, abusante le facoltà conferitegli dalla legge, un corpo assumentesi in proprio e senza veruna legale autorizzazione la parte di sovrano, un corpo, infine, a trafatto rivoluzionario e privo d'ogni appoggio, si dava, pieno di folle fidanza, in balía di coloro che ambivano il suo posto, e si lusingava pazzamente con la speranza di essere sorretto da loro! Inutil cosa è ormai il mostrare la sciocchezza di quei disegni; che furono dal fatto spietatamente atterrati.

I collegi elettorali e i loro partigiani avevano cionnonpertanto parecchi giorni ancora di rispitto, duranti i quali potevano impunemente e senza ostacoli far la parte di sovrani. La seduta del 23 aprile ebbe principio con la nomina del consigliere di Stato Lodovico Giovio a presidente d'essi collegi, dopo del che il presidente novello esortò i collegi a meglio esprimere le loro domande alle potenze alleate, chiedendo loro, esempigrazia,instituzioni liberali e un capo independente, il quale, ignoto a tutti ancora per alcuni istanti, potesse tuttavia fin d'ora accogliere nel suo cuore i nostri voti e ricevere le nostre benedizioni.

Piacque il consiglio ai collegi, i quali, senza pure demandare, come porta l'usanza delle assemblee deliberanti, la cosa alla disamina di una commissione, furono solleciti di compilare, nella seduta medesima, il futuro statuto italiano.

Mi saprà grado per avventura il lettore del divisamento di cansargli la fatica di leggere il minuto ragguaglio delle operazioni dei collegi, e crederassi istruito sufficientemente con la cognizione dei capitoli contenenti le domande formali dei collegi elettorali alle Potenze Alleate. Gli è ben inteso che i collegi parlavano in nome della nazione italiana, e domandavano per essa quanto seguita:

Art. 1.° L'independenza assoluta del novello Stato italiano destinato a tenere il luogo dell'antico regno d'Italia, sia ch'esso serbi la stessa denominazione, sia che assuma quella che sarà preferita dalle PP. AA.

Art. 2.° La maggiore possibile estensione del novello Stato, ma però tale che possa conciliarsi con gl'interessi e le vedute delle PP. e col novello equilibrio d'Europa.

Art. 3.° Una costituzione liberale, di cui sieno base la divisione delle potestà esecutiva, legislativa e giudiziaria, e l'assoluta independenza di quest'ultima; una rappresentanza nazionale esclusivamente incaricata a fare le leggi e a regolare le imposte; costituzione che assicuri la libertà individuale, la libertà del commercio e la libertà della stampa, e che astringa a strettissimo sindacato tutti i pubblici ufficiali.

Art. 4.° La facoltà di fare questa costituzione, attribuita ai collegi elettorali.

Art. 5.° Un governo monarchico, ereditario giusta il grado di primogenitura, e un principe la cui origine e le cui doti possano farci sdimenticare i mali che abbiamo sofferti durante il governo ora caduto.

La massima parte degli elettori avvisava che questi capitoli avevano ancora un senso troppo vago, ed avrebbeli desiderati più espliciti; ma essendo stato risposto da taluno chenon convenivasi legar le mani alle PP. AA., una tale considerazione prevalse. Aggiunsesi solamente nella susseguente seduta,doversi chiedere un principe nuovo, onde rimuovere il sospetto che il paese serbasse tuttora un po' di affezione al principe decaduto. Volsesi ai Sovrani una preghiera per ottenerela libertà di tutte le vittime sagrificate ad una causa ingiusta, che viene a dire di tutti quelli ch'erano imprigionati per avere cospirato contro il governo franco-italo. Stanziarono infine i collegi che un'ambasceria composta d'illustri cittadini avesse a recarsi al quartiere generale delle Potenze Alleate per manifestare ai sovrani i voti della rappresentanza nazionale italiana. E furono eletti a tale uopo Marcantonio Fè, di Brescia, il conte Federico Confalonieri, il conte Alberto Litta, il marchese Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani e Pietro Ballabio, milanesi, sei membri in tutto, non noverato Giacomo Beccaria, che facea l'ufficio di segretario della deputazione.

Ond'ecco tre deputazioni mandate dalla Lombardia alle PP. AA., ma con istruzioni ben diverse. La prima, composta dal vicerè coi generali Fontanelli e Bertoletti, era nunzia d'una potestà stabilita, e recava ai Sovrani alleati le proposte d'una potenza allora declinante, ma non ancora spenta. La seconda era quella del senato, e parlava in nome di un corpo costituito, benchè riluttante col capo dello Stato. Non già proposte recar doveva essa ai Potentati, ma sì preghiere, alquanto però avvalorate dalla dignità del corpo che le proferiva. La terza, infine, rappresentava un'autorità usurpata, una rivoluzione intrapresa ed operata contro il capo dal quale procedeva la prima deputazione, e il quale era il solo che potesse tuttora trattare da pari a pari coi Sovrani alleati, e contro il corpo costituito da cui procedeva la seconda deputazione, e che poteva solo in certo qual modo legalmente eredare la potestà strappata al principe.

La rivoluzione, come abbiam detto, era trionfante in Milano, e tutti i disegni dei rivoluzionari erano stati coronati da un pieno esito. Il senato era abolito, il paese dichiarito contro il governo italo-francese; l'armistizio stipulato dal principe Eugenio col maresciallo Bellegarde, annullato col fatto; un nuovo governo stabilito, voglioso di trattare direttamente in nome della contrada cui rappresentava, con le PP. AA. Giova ora sapere come fosse accolta al di fuori la notizia di questi avvenimenti.

L'arrivo a Mantova dei conti Guicciardi e Castiglioni, e le istruzioni del senato ch'e' vi arrecavano, aveano chiarito il vicerè delle disposizioni del popolo milanese verso di lui, senza però immutarne (almeno in apparenza) i disegni. I deputati dell'esercito, ch'eran pure i suoi, doveano già allora esser giunti vicino a Parigi. E quelli del senato, che non poteano giugnere se non molto dopo, se doveano in fatto ricusare di dichiarirsi in suo pro, non aveano però a chiedere la sua esclusione dal trono d'Italia. Nè le PP. AA. sarebbero per determinarsi a seconda dei desideri più o meno espressi del senato italiano, ma sì a seconda delle scambievoli convenienze, e di altri riguardi non meno rilevanti. Avrebbe il vicerè adoperato con troppo precipizio ove indietreggiato avesse alla vista delle istruzioni date dal senato ai conti Guicciardi e Castiglioni; ma la sua fidanza nell'avvenire e nella benivoglienza dei Milanesi fu scemata d'assai.

Non tardò però guari a ricevere l'ultimo colpo. Le notizie del 20 d'aprile pervennero a Mantova. Grande e generale fu la costernazione in quella città. I conti Guicciardi e Castiglioni si affrettarono a pigliare il commiato dal vicerè e tornarono a Milano, ove furono accolti come traditori per avere comunicato con lui. L'esercito raunossi al grido:Viva il principe Eugenio! e i capi suoi accorsero a recargli le più calde proteste di devozione dei loro soldati. Supplicarono anzi acciò fosse loro concesso di muovere a Milano, pigliandosi essi l'assunto di ridurre, senza spargimento di sangue, a migliori sentimenti e a miglior senno la popolazione milanese. Caldissime erano le loro istanze; procedeano da nobili cuori, devoti alla gloria della patria, da animi semplici, ma retti, che nella pratica dei pericoli avevano acquistato un senso squisito per iscorgere subito i veri mezzi di salvezza.

Se il principe Eugenio fosse stato italiano, egli avrebbe potuto aderire alle instanze dell'esercito; ma, straniero qual era, nessuno sarebbesi mosso a credere che s'egli facea violenza al voler nazionale, proponevasi tuttavia il miglior pro della nazione istessa; nè quel che più monta, la sua stessa coscienza l'avrebbe ricisamente assolto. No, il principe Eugenio non provava per l'Italia quel tale sentimento sì forte e sì puro ad un tempo, che nel seguirne le ispirazioni non debbasi mai temer di misfare; egli era privo di quella infallibile guida. Che aveva egli in quella vece? Il suo interesse particolare. Or chi potrà biasimarlo di non avere ascoltato suggerimenti che egli stesso poteva attribuire ad un così ignobile consigliero?

La condotta del vicerè in quel punto fu onorata per ogni verso. Fu semplice, schietta, ricisa; ma fu terribile per gl'Italiani. «Non voglio», diss'egli a tutti, a' suoi generali, ai suoi soldati, ai suoi congiunti, alla consorte, ai nemici, «non voglio pormi per forza a capo di una contrada che non mi desidera. L'Italia è già pur troppo da commiserarsi; essa lo è da gran tempo, e sta per esserlo vieppiù; io non debbo aggravare i suoi guai aggiugnendovi la guerra civile, e tutti i flagelli che l'accompagnano. Io mi pensava potermi reggere ancora dopo la caduta dell'imperatore, e ciò per la speranza di trarre a salvezza la contrada che mi è stata affidata. Questa contrada ributta il mio appoggio; e ciò basta. Me ne ritorno al mio benefattore, al mio capo, al padre mio, a colui del quale io aveva sempre desiderato di condividere il destino». Era il vicerè edotto, in allora, del trattato di Fontainebleau, che assicurava a Napoleone uno Stato fuori di Francia, vale a dire in Italia. Sordo ormai alle instantissime suppliche di tutti coloro che faceano retto giudizio della condizione dello Stato italiano, il principe Eugenio conchiuse il 23 di aprile col maresciallo Bellegarde un'altra convenzione, per la quale quest'ultimo entrava in possesso non solo della capitale, ma e dei dipartimenti da cui per lo innanzi era stato escluso. Questa convenzione, rimasta segreta fino al giorno 26, e sospettata soltanto dalle truppe italiane, sparse fra esse la più angosciosa inquietudine. Pensieri di ribellione covavano in tutti quegli animi, e parole di minaccia uscivano dalle labbra di tutti i soldati, insieme con le espressioni della più intiera devozione verso il principe Eugenio e con le più calde suppliche acciò non partisse. Ma tutto era omai indarno. La principessa Amalia, sgravatasi quindici giorni prima, era venuta a raggiungere il principe Eugenio, suo marito, in Mantova, seco portando la numerosa sua famiglia. La guardia regia recossi il 26 a Milano, ov'era stata chiamata dalla provvisionale Reggenza. Il principe Eugenio avea di già fatto rimettere, la mattina del giorno stesso, al prefetto Vismara del dipartimento dell'Olona; lo scettro e la corona d'Italia, che prima egli avea tolti seco, per tema che si preziosi oggetti non cadessero in mano dei nemici. Alla sera del 26 l'ultima convenzione del vicerè e del maresciallo Bellegarde fu pubblicata; e un reggimento austriaco entrò tosto nella città di Mantova per pigliarne possesso. Alle quattro antimeridiane del seguente giorno, 27 d'aprile, il principe Eugenio, la principessa Amalia, i loro figliuoli, scesero lo scalone del palazzo, seguiti soltanto da alcuni fidi servitori, ma aspettati alla porta dagli ufficiali e dai soldati dell'esercito italiano, che li salutarono piangendo, non senza rinnovellare ancora una volta le loro proposte, le loro offerte, le loro preghiere. Il principe mostrossi forte commosso, e disse poche parole; ma questa volta fu dalla commozione impedito di proferirne di più. Dolsegli forse allora di avere sì tardi cominciato a riguardare l'Italia come la sola contrada in cui potevano avverarsi per lui splendidi destini.

La è cosa da notarsi che nè il principe Eugenio, nè il maresciallo Bellegarde si diedero il minimo pensiero del novello governo instituito in Milano, e dei tanti atti col quale sforzavasi questo d'illustrare il suo avvenimento. Come era facile a prevedersi, nè l'uno nè l'altro non faceano caso se non delle potestà costituite e riconosciute per legali, se non per legittime. Due eranvene in Italia a fronte l'una dell'altra; la potestà franco-itala e la potestà austriaca. Dichiarandosi contro di quella, la contrada non faceva altro che dichiarirsi a pro di questa, e a tal modo fecero ragione delle cose la potestà trionfante non meno che quella decaduta. Quant'è al governo rivoluzionario, che, non essendo sostenuto dall'esercito, avea creduto di piantarsi di mezzo tra i due partiti nemici e farsi riverire da entrambi, non ne fu fatto pur cenno nella novella convenzione che dava l'Italia agli Austriaci. Solo questi fecero le viste di riguardarlo come una congrega di buoni cittadini, solleciti di scampare la patria loro dagli orrori dell'anarchia e di farla passare, senz'agitazioni e trambusti, nelle mani dei suoi signori legittimi. Si può inoltre supporre che, affrettandosi di consegnare tutta la Lombardia agli Austriaci, il principe Eugenio realmente avvisasse di preservarla in tal modo dalle sciagure d'una guerra civile che facilmente poteva accendersi fra l'esercito e i cittadini milanesi. Ma se questa fu sollecitudine del nostro meglio, fu certamente sollecitudine funesta; perocchè per noi, che abbiamo assaggiato i frutti ch'essa produsse, è ormai evidente che meglio sarebbe stato l'incorrere nei più sanguinosi ravvolgimenti, e immergerci in tutti gli orrori della guerra civile, anzichè aprir l'ádito nelle nostre città a un solo dei soldati austriaci.

Quanto stupore dovette allora occupare gli animi degl'Italiani sedicenti puri, che teneano in Milano la somma delle cose unitamente con gli Austriaci mitigati e gli Austriaci puri, quando furono edotti della convenzione conchiusa tra il vicerè e il maresciallo Bellegarde, nella quale niun cenno faceasi di loro e dei fatti loro, e in conseguenza della quale le truppe austriache marciavano alla vôlta della capitale! Checchè ne sia, niun d'essi parve sgomentato; e quanto a me, son disposto a credere che attribuirono la mossa delle truppe austriache, non già alla convenzione conchiusa col principe Eugenio, ma alla segreta missione dei conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni, partitisi da Milano alla sera del 20 alla vôlta del quartiere generale austriaco. A tal modo gli animi traviati trovano pur troppo frequentemente degl'ingegnosi compensi per prolungare la durata delle grate loro illusioni! Altronde, quando pure alcuni di coloro che reggevano allora in Milano, non avessero data alla gita dei conti Porro e Serbelloni maggior importanza di quella ch'essa avea, l'appressarsi dei reggimenti austriaci poteva essere da loro spiegato favorevolmente e conformemente ai sogni degl'Italiani. La deputazione dei collegi elettorali era partita per a Parigi, e non alla vôlta del quartiere generale austriaco. Qual meraviglia se il maresciallo Bellegarde conducea le sue truppe verso la città che, sollevatasi contro il nemico di lui, era rimasta senza forze militari in cui poter fidare, senza protezione? Qual dubbio che il maresciallo e le sue genti non si ritraessero sollecite e non isgombrassero senza indugio la città, il giorno dopo il ritorno degli statuti fondamentali del regno d'Italia e dell'atto di nomina del novello monarca? Chi ponga mente che tutti i nemici del governo franco-italo non altrimenti riguardavano la spedizione delle Potenze Alleate, che come una crociata contro il dispotismo militare e a pro dei popoli, potrà farsi per avventura capace di quell'acciecamento sì strano, ma del quale mi fo ad arrecare le pruove.

L'esercito non era ancora rassegnato a sottomettersi. Uno de' suoi capi, col quale mi sono abboccato in quel torno, diceami: «Siamo avvezzi da sì lungo tempo a vederli (gli Austriaci) fuggire dinanzi a noi, che non possiamo indurci ad accettarli per padroni». Aveva il vicerè esortato gli ufficiali del suo esercito a ben ponderare le cose prima di pigliare un partito; «perocchè», diceva egli loro, «se ricusate di sottomettervi, ad onta della convenzione da me sottoscritta, vi farete rei di ribellione militare, e vi esporrete ai più gravi pericoli».


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