Ma ad onta di queste ammonizioni, la tentazione fu troppo forte pei generali italiani ch'erano allora in Mantova. La fortezza era ben munita di vettovaglie e di munizioni da guerra, in guisa da poter reggere anche per un anno. Le truppe francesi, non ancora uscite d'Italia e malcontente del destino loro apparecchiato in Francia, offerivansi pronte a combattere di conserva coi generali italiani ed a militare sotto i loro ordini. I generali Grenier e Serras ne aveano fatta formale promessa. Parecchie piazze forti reggeansi tuttora a fronte degli Austriaci; Murat non era lontano. Se l'esercito italiano non conseguiva l'intento d'impedire agli Austriaci l'occupazione definitiva della Lombardia, esso poteva almeno ottener patti migliori. I generali Teodoro Lecchi, Palombini e Paolucci, e il segretario Ignazio Prina partirono la notte del 23 da Mantova, e giunsero a Milano il 24. Recaronsi tosto in casa del generale Pino, il quale si alzava appunto da tavola quando gli venne annunziata la loro visita. Parecchie persone erano allora in casa del generale, il quale, chiamati i deputati di Mantova nella sala stessa ov'era raccolta la brigata, abboccossi con loro alla presenza di tutti. Erano venuti quei generali ad offrire al generale Pino, allora comandante di tutte le truppe del regno, il comando, più rilevante certamente e più onorifico, dell'esercito italiano raccolto in Mantova, che si proponeva di far testa alla invasione austriaca. Dopo avergli descritte le forze che avevano a disposizione e manifestate tutte le loro speranze, i generali Lecchi, Paolucci e Palombini caldamente esortarono il Pino di farsi egli pure a riparare lo Stato dalla occupazione austriaca, e andavano infiammandosi nel dire, all'avvenante che i pericoli della patria e la contentezza di preservarnela si venivano rappresentando più fortemente alla commossa fantasia. Ignorando il Pino l'obbietto della visita dei suoi colleghi, ei gli aveva accolti col sorriso sulle labbra, e per prevenire in certo qual modo le congratulazioni che si aspettava, erasi mosso incontro ai tre generali con cera d'uomo contento, dicendo: «Ebbene! che avete voi detto laggiù di quanto è qui accaduto? La cosa è stata condotta assai bene; giacchè al postutto, voleavi una vittima: bastò una sola, e l'elezione non fu cattiva». Ma il piglio aggraziato del Pino mutossi bentosto quando il Lecchi ebbegli risposto che il conte Prina era un valent'uomo, onestissimo e ragguardevolissimo, e che non avea meritato per verun modo il funesto destino che lo aveva percosso. Le proposte dei generali di Mantova finirono d'indispettire il Pino. Non dava già egli più retta che con mente distratta alle loro istanze, quando gli venne in mente doversi antivenire l'effetto che siffatti ragionamenti potevano produrre sull'animo degli astanti. Perciò interruppe le parole de' suoi colleghi, esclamando con isdegnosa impazienza:Non parliamo, non parliamo, cari amici, di queste cose; eseguite la convenzione; abbiate piena ed intiera fiducia nelle intenzioni degli Alleati, perocchè essi vogliono, siatene ben certi, l'independenza italiana quanto e più di quello che sia da noi medesimi desiderata. Furono queste le parole dette dal Pino. All'udirle, il generale Palombini s'istizzì; predisse al Pino il disprezzo che concepirebbero di lui gli Austriaci, l'abbandono in cui ognuno lo lascerebbe, lo scapito che ne soffrirebbe la sua riputazione: ma tutto fu indarno. Non se n'offese nemmeno, il Pino: strinsesi nelle spalle e continuò a replicare ch'era d'uopo scuotere il giogo de' vecchi pregiudizi, porre dall'uno dei canti gl'ingiusti sospetti, riconoscere i buoni intendimenti delle PP. AA., ec. Andaronsene i generali di Mantova colla disperazione in cuore; ma, come dirò più sotto, non abbandonarono sì presto i loro divisi.
Il giorno 26 di aprile entrava in Milano, seguìto da un polso di truppe, il commissario imperiale Annibale Sommariva, e vi promulgava il bando che seguita.
«Il commissario imperiale Annibale di Sommariva, ciambellano, capo dell'ordine di Maria Teresa, generale, tenente maresciallo, e colonnello proprietario d'un reggimento di corazzieri di S. M. l'imperatore d'Austria, prende possesso in nome delle Alte Potenze Alleate dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti appartenenti al regno d'Italia e che le truppe alleate non hanno ancora conquistato;
»Esorta il popolo italiano a stare aspettando con calma e fiducia quella più felice sorte che bentosto daranno all'Europa (mercè i gloriosi fatti d'arme degli Augusti Sovrani Alleati) i preziosi benefizî della pace.
»Conferma la Reggenza provvisionale di Milano, del pari che i pubblici ufficiali che sono in carica presentemente e nella città suddetta e negli altri luoghi summenzionati.
»Milano, il 26 aprile 1814.
Tutto era adunque perduto. Il reame d'Italia non esisteva più, pel fatto dello scioglimento del suo governo e dell'abdicazione del suo principe. Dei due eserciti che contendevansi il possesso dell'Alta Italia, l'uno, cioè l'esercito nazionale, non avea più capo che volesse condurlo, nè parola sacra per rannodarlo. Gli Austriaci, quegli eterni nemici di ogni libertà, quei giurati nemici della italica independenza, occupavano tutta quanta la contrada, confermavano od abolivano i magistrati stabiliti, e cominciavano a far le viste di non addarsi dell'esistenza dei collegi elettorali, testè tanto potenti, predisponendosi in tal guisa a dichiarirli aboliti; il che avvenne di lì ad un mese.
Le illusioni non erano tuttavia distrutte peranco pienamente. Eravi presso ai Sovrani alleati, raccolti allora in Parigi una deputazione dei collegi elettorali, e da questa aspettavasi la salvezza dell'Italia. Toccare ad essa, dicevasi, l'esporre i bisogni della contrada, e il pattuire le condizioni della sottomissione ad un novello governo. Non si poneva mente che sgraziatamente il paese erasi di già sottomesso, e che non v'era più cosa da offrire in iscambio delle instituzioni e della indipendenza richiesta.
I deputati dei collegi a Parigi non tralasciarono di affaccendarsi. Fecero visite agli ambasciatori, ai ministri; le loro proposte non erano dissennate; i princìpi che invocavano erano sacri certamente. Fuvvi uno di quei ministri (quello di Prussia, se non erro) il quale mostrossi premuroso per loro, ed abboccossi più volte con uno di essi, il conte Alberto Litta, uomo di grande ingegno e di squisitissimo garbo. «Io vorrei pure aiutarvi», diceva un giorno quel ministro al Litta, «e parecchi de' miei colleghi vorrebbero essi pure assicurare alla bella vostra contrada una certa quale indipendenza. Ma eccovi tutto il nodo della faccenda: potete voi tenere in arme, per poche settimane ancora, trenta o che mila uomini? Con questo puntello è facile che ottenghiate l'intento; ma senza di esso, non pensateci nemmeno».
Mentre che siffatti discorsi faceansi in Parigi, i soldati Francesi valicavano a rilento, coll'arme al braccio, le Alpi, col cuore contristato e sgomentato, e nell'istesso mentre i generali italiani ch'erano venuti ad offrire il comando dell'esercito al generale Pino, a patto ch'ei si chiuderebbe con loro nella fortezza di Mantova e ne serrasse le porte in faccia agli Austriaci, ritornavansene ributtati disdegnosamente da quel generale, che gli aveva esortati a confidare in tutto e per tutto nella generosità degli Alleati. Ahi! ch'io non so se la dolorosa istoria dei nostri errori gioverà a farci far senno in avvenire!
La Reggenza provvisionale proseguì per alcun tempo ancora ad esercitare gli uffici suoi, adempiendoli nel modo che ci facciamo a narrare. Nel 27 di aprile del 1814 promulgò essa un bando al popolo del regno d'Italia, nei termini che seguitano. Trattasi di un documento autentico, poichè venne inserito nelBullettino delle leggi, ond'io credo prezzo dell'opera il riferirlo.
«Gli eserciti delle Alte Potenze alleate entrano ora in questa parte del territorio italiano ch'essi non avevano ancora occupata. Queste Alte Potenze vogliono il buono stato e la felicità della nazione. Italiani! voi avete dato saggio di nobiltà di carattere, e il sentimento di patria è in voi sì potente, che non lascia campo allo spirito di parte. Gl'interessi privati sono al tutto postergati da ciascuno di voi; la brama della quiete e della tranquillità, il desiderio d'avere un governo savio ed indipendente sono scolpiti nel cuor di tutti; nè havvi un solo italiano che non pruovi il bisogno di un novello ordine di cose. Le Alte Potenze Alleate non hanno impugnate le armi se non pel massimo pro dei popoli, nè alcuno combattè mai per l'impulso di princìpi più generosi. Saranno questi princìpi tramandati alla tarda posterità dalla storia, la quale registrerà fra' nomi immortali quelli dei Sovrani oggidì regnanti. Sovvengavi, o Italiani, di queste benefiche sovrane intenzioni; accogliete come vostri veri liberatori i soldati che hanno esposto le vite per la vostra salvezza; accoglieteli con l'affettuosa ospitalità loro dovuta. Aprite loro le vostre domestiche mura, confidando in tutto e per tutto nelle sagge disposizioni che saranno date dalla Municipalità. Fate che i trasporti dell'universale letizia sieno e vivi e dignitosi e tranquilli ad un tempo, e non permettete che cosa alcuna venga ad intorbidare questa calma generale che le autorità civili, militari e religiose a sì grave stento hanno ristabilita.
»La Reggenza provvisionale di governo, fidente nella cognizione che possiede del carattere italiano, e assicurata delle intenzioni dei vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani nella capitale, e che il debito e le circostanze portano che alloggi privati sieno posti a disposizione degli ufficiali. Ella è inoltre persuasa che la riconoscente accoglienza della capitale sarà ottimo esempio per tutto il regno.
»Milano, 27 aprile 1814.
»VERRI, presidente,—Giorgio GIULINI,—Giberto BORROMEO,—Giacomo MELLERIO,—PINO, generale di divisione,—Giovanni BAZZETTA.
Il tempo che trascorse da questo giorno veramente nefasto e il 12 del seguente mese di giugno fu speso dalla Reggenza ad ampliare il dritto di caccia, a sminuire alcune imposte, e a rimuovere il ministro della guerra generale Fontanelli, per surrogargli il generale Bianchi d'Adda, quel desso che avea ricusato il 20 di aprile al De Capitani le truppe da questi richieste per frenare i tumulti.
In questa giugneva in Milano il maresciallo conte di Bellegarde; il quale promulgò il 25 di maggio l'editto imperiale che lo costituiva commissario plenipotenziario per le province del regno d'Italia, «ora distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca», compresovi lo Stato di Mantova, e i dipartimenti situati sulla riva sinistra del Po. Confermava il Bellegarde la Reggenza provvisionale nell'ufficio, arrogandosene la presidenza; e dichiarava disciolti il Senato, il Consiglio di Stato e i collegi elettorali.
Finalmente, il giorno 12 di giugno del 1814, la popolazione milanese, ridestata dai pubblici preconi, che vendevano gli esemplari di un bando novello, vi lesse quanto seguita:
«Noi, Enrico conte di Bellegarde, ciambellano, consigliere, ec., ec., ec., ec.
»La pace conchiusa in Parigi il 30 del prossimo passato maggio ha stabilito sopra sicure e salde fondamenta la tranquillità e i destini dell'Europa.
»Fu anche per essa determinata la sorte di questa contrada.
»Popoli della Lombardia, degli Stati di Mantova, di Brescia, di Bergamo e di Crema, una sorte felice vi è destinata; le vostre province sono diffinitivamente aggregate all'impero d'Austria.
»Voi rimarrete tutti riuniti ed egualmente protetti sotto lo scettro dell'augustissimo imperatore e re Francesco I, padre adorato de' suoi sudditi, sovrano desideratissimo degli Stati che godono della felicità di appartenergli.
»Dopo avere compiuta con la gloria dell'armi la massima delle imprese, egli si reca in mezzo a' suoi sudditi, a' suoi popoli, alla sua capitale, ove la prima sua cura sarà il dare alle vostre province una forma di governo soddisfacente e durevole, ed un ordinamento acconcio ad assicurare la futura vostra felicità.
»Noi ci affrettiamo a far conoscere ai popoli delle suddette province le graziose intenzioni di S. M., e siamo convinti che gli animi vostri saranno pieni di gioia nel contemplare un'epoca felice del pari che memorabile, e che la vostra riconoscenza trasmetterà alle rimote generazioni una pruova indelebile della vostra devozione e della vostra fedeltà.
»Milano, 12 giugno 1814.
Io torno qui a dire, perocchè il mio racconto è, a mio avviso, moltoinverosimile, io torno qui a dire che trascrivo i documenti ufficiali.Ma non ho ancora finito di riportare i monumenti del nostro scorno.Debbo altresì riferire il decreto pubblicato il 13 di giugno dallaReggenza provvisionale, che era concepito nei seguenti termini:
«Veduto il bando d'ieri, che dichiara questa contrada definitivamente assoggettata al felice e paterno reggimento di S. M. l'augustissimo imperatore Francesco I, tutti gli emblemi, ec., ec. del governo cessato, sono soppressi, e gli emblemi, ec., ec., dell'impero d'Austria sono loro surrogati.
»La coccarda introdotta dal Consiglio Comunale di Milano e appruovata dalla Reggenza provvisionale in un tempo che poteva giovare, è interdetta.
»Negli atti, ec., in capo ai quali le parole:Durante la Reggenza provvisionaleerano inscritte dal 22 d'aprile in poi, s'iscriverà quind'innanzi l'anno del regno di S. M. l'imperatore e re Francesco I».
Seguitano poi altre determinazioni della medesima fatta.
Che era egli dunque diventato quel regno italiano, ricco di begli ordini, independente di fatto e di diritto, sottoposto ad un principe che non avrebbe a render conto del suo operato ad altri che alla nazione, e in cui le tre potestà, legislativa, esecutiva e giudiziaria sarebbero l'una dall'altra ben separate, e l'independenza dei pubblici ufficiali posta fuor d'ogni dubbio? Che era dunque diventato quel sogno di animi sconsigliati? Qual esito avevano adunque avuto quelle benevole disposizioni delle PP. AA., di cui sarebbe stato delitto diffidare, quella tenera sollecitudine con la quale tutti quei potentati, ed in ispezieltà l'Austria, si erano esposti a mille pericoli coll'unico intento di assicurare la prosperità, la pace, la libertà e l'independenza di tutta Europa, e in particolare dell'Italia? E che fecero essi quei traviati che aveano tratta a perdizione la loro patria quando si vide chiara la fraude ond'erano stati ludibrio? Si scagliarono essi bell'e vivi nell'abisso dalle mani loro scavato, per ricolmarlo? Protestarono essi coll'armi in pugno? Protestarono essi almeno con nobili parole? Umiliaronsi essi, riconoscendo il funesto loro errore e chiedendone perdono a Dio e agli uomini? Vestirono essi abiti di corrotto? Coprironsi il capo e il volto di cenere? Mainò. Accettarono rassegnati il flagello che aveano tirato addosso alla patria loro, e studiaronsi di farlo volgere a proprio pro. Si dichiararono paghi e contenti, resero grazie all'imperatore d'Austria, lo servirono, accorsero alla corte, e taluni anzi in assisa di ciambellano.
Non è ella, per Dio, troppa bonarietà il supporre che siffatta gente si trovasse delusa?
Io parlo qui della maggior parte. Ebbevene alcuni che, delusi davvero questa volta, tentarono in processo di tempo di sottrarre la contrada natia al giogo cui erano concorsi a ribadirle sul collo; ebbevene di quelli che posero a repentaglio per questo fine, l'avere, la libertà, e perfino la vita. Pagarono questi il ricatto delle colpe dell'età prima, e l'Italia, spettatrice dei loro patimenti e della loro espiazione, gli ha generosamente assolti.
Io farò più sotto novella menzione di essi.
La prima parte del cómpito ch'io mi sono imposto è terminata; e per quanto essa siami stata penosa, ancor più lo sarà quella che mi rimane a tessere. Io ho dato a conoscere quanto irrequieto e turbolento fosse lo spirito dell'aristocrazia milanese, e a quanti diversi e sconsigliati progetti esso la traesse; ho mostrato come risoluti ed anzichenò feroci fossero gli abitatori del contado lombardo, e come, chiamati ad incarnare i disegni dell'aristocrazia, vi adoperassero con brutale energia. Sono alieno a trafatto dal far plauso allo spirito e ai fatti di quel tempo; e di fatti ho deplorato abbastanza nel corso della mia narrazione il funesto acciecamento di cui sembravano tutte colpite le diverse fazioni che brulicavano allora in Milano. Ma pure, se la Lombardia procedeva allora da cieca, non era essa tuttavia immobile; se tristi affetti bollivano nei cuori, non vi si annidava almeno la stupida indifferenza; se i membri dell'aristocrazia si lusingavano con la speranza vana di troppo splendidi destini, sentivano almeno la voce dell'ambizione; se lo spirito nazionale pareva affetto da demenza, il male derivava tuttavia da soverchio, anzichè da difetto di vitalità. Ora, per quale politico processo avvenne egli mai che quel soverchio di vitalità, quei sensi ambiziosi, quelle triste e terribili passioni, quello spirito di vertigine e di turbolenza si sieno spenti così pienamente, che il popolo lombardo è oramai non meno straniero ed indifferente ad ogni pensiero di progresso, ad ogni diviso di mutazione, di quello ch'ei sarebbe se fosse vissuto rinchiuso, dal principio dei secoli, in un'isola ignota al rimanente del mondo?
Questa trasformazione sì rapida, poichè operossi nello spazio di trent'anni, questo trapasso dalla vita alla morte è opera della polizia austriaca, è effetto de' suoi provvedimenti, intesi a convincere i Lombardi: 1.° che il più segreto pensiero di ognuno di essi le è conto bentosto; 2.° che il menomo pensiero liberale, il menomo desiderio di libertà, e qualsivoglia giudizio emesso intorno agli atti del governo o dei membri di quello, costituisce un reato, alla pena del quale dee soggiacere tosto o tardi il colpevole; 3.° che ogni sentimento che non vada a versi del direttore della polizia, è parimenti un reato; 4.° che non v'è cosa al mondo che possa smuovere il governo austriaco, nè indurlo a concedere ai suoi sudditi riforme, ordini novelli, ecc.
Uom si rappresenti un popolo convinto appieno della verità di siffatti aforismi, e poi faccia ragione del grado di energia onde possa essere capace un tale popolo; ed egli avrà un adequato concetto dell'oppressione dei Lombardi. Domandasi ora il come sia venuto fatto all'Austria di inculcare siffatte massime negli animi del popolo italiano? Eccoci a chiarire alquanto un tale subbietto colla breve sposizione dei tentativi di affrancamento fatti dai Lombardi nei trent'anni ultimi scorsi, e dei provvedimenti repressivi mercè dei quali tutti quei tentativi furono sventati.
Ho di già raccontato il come l'Austria prendesse possesso della Lombardia; ho riferito il bando col quale i Milanesi furono edotti che il già regno d'Italia non era più altro che una provincia dell'impero d'Austria. Ho detto che nissuno fece protesta in contrario, che i collegi elettorali cessarono le loro assemblee, e che la Reggenza provvisionale, in cui presiedea il maresciallo Bellegarde, continuò a porre la sua firma in calce ai decreti fatti da quel commissario plenipotenziario.
Recavano quei decreti, per la massima parte, un'impronta che allora poteasi non avvertire, ma ebbe in appresso una precisa spiegazione.
Il regno d'Italia possedeva in realtà un governo completo, il cui capo, residente in Parigi, ma imperante in Italia nella qualità di re d'Italia, e non già d'imperatore dei Francesi, deferiva l'esercizio della sua potestà ad un vicerè. Eranvi in Milano, cioè nella capitale di quel reame, un senato, un Corpo legislativo e consultivo, un Consiglio di Stato ordinato a foggia del Consiglio di Stato di Francia, una corte dei conti, un ministro della guerra, un ministro delle finanze, un ministro dell'erario, un ministro delle cose interne, un altro degli affari stranieri, ecc., ecc. Eravi una direzione generale della polizia e una prefettura di polizia; e niuno di questi collegi od uffiziali dipendeva dai collegi od ufficiali di simil fatta stabiliti in Parigi. Il regno d'Italia stava in somma da sè; e se i suoi interessi politici erano sempre ed ingiustamente fatti dipendere da quelli della politica francese, non v'era tuttavia capitolo costitutivo e fondamentale degli statuti nazionali che legittimasse quella dependenza. E in fatti il legame che, sotto l'Impero, avvinceva l'Italia alla Francia, o per me' dire, la catena per cui quella era strascinata dietro questa, potea venire infranta senza che la costituzione dei due Stati avesse perciò da subire alcuna trasformazione.
Non intendeva già l'Austria a fare che le sue relazioni con l'Italia fossero di tal maniera. Tutt'altro proponevasi essa che di creare in Italia un reame più o meno independente, e di dargli solo quel tanto d'independenza che non potesse nuocere all'Austria istessa. Voleva dall'un canto annichilire ogni esistenza propria all'Italia, e dall'altro curvarla sotto il giogo senza farsi mormorare. Un decreto della Reggenza provvisionale, in cui presedeva sempre il maresciallo Bellegarde, dato il 27 luglio 1814, abolì la carica di ministro della giustizia, lasciando sussistere la commissione legale, ed avocando alla Reggenza stessa una gran parte degli uffizi di quel ministro. Un altro decreto dello stesso giorno abolì la carica di ministro dell'interno, surrogando pure al medesimo in molti casi l'istessa Reggenza. Così pur fecesi per le cariche del ministro delle finanze e di quello del culto. Due giorni di poi venne la volta della corte dei conti e del ministro dell'erario. Alla fine il giorno 16 d'agosto fu soppressa la carica di ministro della guerra e della marineria, e creata in quella vece una commissione straordinaria per terminare le rilevanti operazioni che rimaneano pendenti in quel ministerio. Ma essendo poi stata disciolta il 20 d'ottobre successivo anche questa commissione, gli uffici di essa devolsersi al comandante militare della piazza, il quale era un ufficiale austriaco ed anzi viennese. Quanto è alla commissione legale, essa non rimase lungamente in ufficio, ed abdicò il 14 dicembre dell'anno stesso nelle mani di un Ufficio fiscale, composto d'un procuratore regio, di cinque avvocati del fisco, d'un assistente, d'un protocollista, d'un registratore, d'uno speditore e di un commesso. Il quale Ufficio, di pochissimo rilievo, come apparisce per la qualità de' suoi membri, era esso pure meramente provvisionale.
È fatto degno di essere avvertito, che la Reggenza provvisionale veniva ad eredare essa stessa quasi tutte le facoltà ed uffizi ch'erano assegnati in addietro ai ministri e agli altri corpi dello Stato aboliti dal commissario plenipotenziario; e può ben darsi che i membri della Reggenza e il partito austriaco mitigato non risguardassero altrimenti una tale arrota d'autorità, spontaneamente conferita ad un corpo che in origine era stato eletto popolarmente, che come un segno di ossequio a quel principio dell'elezione, e come un atto di condescendenza inverso alla Lombardia ed a' suoi rappresentanti. Ma tale non era certamente il divisamento del commissario plenipotenziario e del suo governo. La Reggenza essendo essa pure provvisionale, non potevano essere intese a pro di essa le accennate spogliazioni, ma bensì a pro di quella autorità che doveva poi eredare definitivamente le attribuzioni tutte della Reggenza medesima. La quale autorità era poi, come vedremo a suo tempo, l'autorità centrale, il gabinetto di S. M. l'imperatore d'Austria, il governo stabilito in Vienna, il quale regola le cose delle sue province lombarde.
La tendenza minuziosamente oppressiva, che è uno de' principali tratti del carattere della politica austriaca, chiarivasi fin d'allora. La società segreta dei Liberi-Muratori, ed altre società segrete furono espressamente proibite con un decreto del 26 agosto 1814, e comminata a' rei del delitto di associazione la pena della prigionia, per uno spazio di tempo non maggiore di tre anni. Un altro decreto del 25 d'ottobre prescrivea severe pene contro i disertori, e rammentava a tuttii cittadini dabbenel'obbligo che loro correva non solo di negare ogni soccorso ai disertori, ai coscritti contumaci o refrattari, ecc., ma anche di denunciarli ai magistrati, del pari che i loro ricettatori o fautori. Ben presto dovea venire in pieno fiore il sistema dello spionaggio e delle delazioni.
Intenti a ristabilire in tutta l'Europa l'antico ordine di cose, aveano gli Austriaci pochissime truppe da porre all'opera in Lombardia. Poche migliaia di soldati erano distribuiti in tutta l'Alta Italia, e chiusi nelle fortezze ond'è coperta la contrada. Milano era perciò privo quasi di presidio austriaco; e intanto l'esercito italiano, all'un di presso numeroso egualmente, era tuttora in armi. Riunito nel paese compreso tra Mantova e Milano, esso ubbidiva ancora a quegli stessi capitani che tante volte lo aveano guidato alla vittoria contro gli Austriaci. Non richiedeasi di più per indurre i generali italiani a rinfrescare il divisamento concepito alcuni mesi prima, e abbandonato in allora per l'opposizione del generale Pino. Il generale Teodoro Lecchi scrisse al fratello Giuseppe, che stava allora al soldo del re di Napoli, esortandolo a chiedere l'aiuto di quei re pel caso che l'esercito italico insorgesse contro gli Austriaci. Soddisfacentissimo fu il riscontro, perocchè dava formale promessa che il re di Napoli accorrerebbe prontamente in soccorso dell'esercito insorto.
Fu allora ordita una congiura militare, a cui accederono: i generali Fontanelli (già ministro della guerra), Lecchi Teodoro, Bellotti Gaspare e Demeester, i colonnelli Moretti, Olini, Varese, Pavoni e Gasparinetti, il comandante Cavedoni, l'aiutante maggiore della guardia civica Lattuada, il caposquadrone Ragani, l'ispettore alle rassegne Brunetti, il celebre Rasori, Marchal, oriundo francese, e molti altri ancora, cui troppo lungo sarebbe l'enumerare partitamente. Divisavasi di suonare in una data notte le campane a stormo; al qual segnale i soldati italiani ch'erano in Milano doveano riunirsi tutti in arme, e prima che gli Austriaci fossero risensati dallo stupore in cui quel suono a stormo gli avrebbe immersi, impadronirsi di loro, come pure dei principali personaggi in carica, o vivi o morti. Il generale Fontanelli doveva indirizzare questa mossa, e proclamar poscia un governo italiano. I varii corpi italiani, acquartierati lungo la via da Milano a Mantova, dovevano accorrere in aiuto del Fontanelli. La città, o almeno la fortezza di Mantova non potea reggere col debole presidio che vi stava, contro l'esercito italiano. Murat promettea d'accorrere sollecito. Napoleone era nell'isola d'Elba. Le congiunture erano assai propizie; e nel caso pure che la fortuna non fosse del tutto favorevole all'armi italiane, rimaneva aperta a queste la via per ritirarsi in Toscana, e il modo di venire a patti e per l'esercito e per la patria con gli Austriaci. Ogni cosa era apparecchiata; solo rimaneva da prefiggersi il giorno. L'ispettore Brunetti recossi alla villa del generale Fontanelli, e, avvertendolo esser pronta ogni cosa per l'esecuzione, lo richiese a dare gli ordini opportuni. Era il Fontanelli un militare valoroso ed onoratissimo; ma non si dovea già allora dar dentro ad un battaglione nemico o superare all'assalto un ridotto. Sintantochè i progetti dei congiurati gli erano apparsi come destinati ad essere recati in atto in un lontano avvenire, aveali egli riguardati come una pugna da ingaggiarsi, od una incamiciata da tentarsi. Ma giunto l'istante di operare, la cosa mutò per lui d'aspetto. Quella segretezza con cui si doveano condurre le cose, gliele vestiva di misteriosa e tremenda apparenza. Pensava egli che gli Austriaci non avrebbero certamente tutti fatto contrasto coll'armi, e con raccapriccio investigava il come si avrebbe a trattare i feriti, o quelli che di buon grado si arrendessero. Era pure preoccupato dal pensiero di quanto si dovea fare dopo occupata la contrada. Egli era stato un lungo tempo ministro, ma ricevea allora dall'alto gli ordini che tramandava al di sotto. Ormai doveva assumersi il carico delle più gravi risoluzioni, e, caso che la fortuna gli fosse contraria, non sapea qual destino avesse ad incogliere e lui e gli amici. Non era già minacciato, come sul campo di battaglia, da una palla di cannone, ma da un processo, dal carcere da una condanna ignominiosa, lo scorno della quale ricadrebbe sopra i suoi figli. Affacciandosegli affollate alla mente tutte queste considerazioni, egli era talmente agitato che, appressatosi al Brunetti per pigliare nella tabacchiera di questi una presa di tabacco, fu dal Brunetti notato il tremito convulsivo della sua mano. Un uomo in tale stato non si pone a capo di un insorgimento, e ben gli sta, chè, volendo farsi indirizzatore, trarrebbe gli altri a perdizione. Fontanelli pertanto si schermì, e vane furono tutte le instanze del Brunetti.
Ritornatosene questi dai congiurati, e ragguagliatili del rifiuto del Fontanelli, la costernazione si sparse fra loro. Proposero alcuni di sostituire al Fontanelli il generale Teodoro Lecchi, ma questi, mosso per avventura da soverchia modestia, opponeva, non essere il suo nome splendido abbastanza per dare splendore ad una intrapresa di tal fatta; la mitezza ben nota dell'indole sua farlo altronde male acconcio a indirizzare una mossa della fatta di quella che si dovea tentare in Milano, e in cui non si doveva indietreggiare in faccia alla necessità di sbrigarsi ad ogni costo del presidio austriaco; non essere in Milano i reggimenti dei quali potea disporre; doversi lui recare a pigliarli per condurli a quella vôlta quando la mossa fosse stata operata. Le ragioni allegate dal Lecchi per ischermirsi dall'onore di dare il primo e più tremendo colpo agli Austriaci, furono poi anche poste innanzi alla vôlta loro dagli altri congiurati. Non potendo invero tentarsi una mossa militare di tanto rilievo senza un capo ben noto, si riconobbe con dolore doversi per allora deporre il pensiero e le speranze. Separaronsi i generali con gli occhi lagrimosi e il cuore angosciato, non osando nemmeno proporsi di differire la cosa ad altra occasione, che non erano sicuri di saper afferrare.
Progetti sì presto abbandonati, macchinazioni rimaste affatto ineseguite impacciavano il maresciallo Bellegarde. Il pericolo era passato, e per impedirne il ritorno, il 18 novembre fu dato ai capi dei reggimenti italiani l'ordine di recarsi in Alemagna, ed eseguito il 21. Ma la brama austriaca di vendetta non era appagata, e sì dovea venir fatta paga; ed ecco il come il maresciallo Bellegarde avvisossi di conseguire l'intento:
Savoiardo di nascita, il Bellegarde aveva ancora in patria dei congiunti poveri e oscuri, i quali, chiusi nelle cupe valli dell'Alpi, s'affidavano nel cugino per trovar mezzo di uscirne. Uno di questi congiunti era noto al maresciallo per la sua valenzia nell'arte degl'intrighi e della menzogna, e a lui si volse egli per tendere ai liberali italiani un agguato. Partì costui dietro la chiamata del cugino da Ciamberì nella diligenza per a Milano; ma non appena fu lungi dai luoghi in cui era troppo conosciuto, spacciossi per vegnente da Parigi, e assunse il nome di visconte di Saint-Aignan, dicendo di appartenere alla nobile famiglia di tal nome, la quale nel servire all'imperatore avea tenuto di servire alla Francia, e di buon grado erasi allora rappattumata coi discendenti degli antichi suoi re. Per mala ventura, uno de' compagni di viaggio di questo impostore fu il Marchal, altro de' complici della congiura militare testè abbandonata; presso il quale l'impostore, ufficioso ed entrante, come sogliono essere gli uomini di tal fatta, s'insinuò ben presto, e venne con lui in tanta intrinsechezza, che non durò stento a conoscerne le opinioni politiche, e i sensi ch'esso nodriva verso il governo austriaco. Giunto a Milano e venuto in casa del Marchal, il visconte parve di repente risoluto ad aprirsi a lui. Gli confessò che il re di Francia Luigi XVIII, il reggente d'Inghilterra, e specialissimamente poi il duca di Angulêmme l'aveano spedito a Milano per iscandagliare le disposizioni della popolazione. Il re Luigi, il reggente d'Inghilterra e il duca suddetto non poteano sopportare in pace che questa bella contrada, stata unita per tanto tempo alla Francia, ne fosse ora staccata, non già per godere della propria independenza, ma per subire un giogo straniero. Angosciati erano i loro cuori da un tale spettacolo, ond'è che avevano concepito il pensiero di infrangere le catene di cui era l'Italia gravata. Ora, l'Italia era essa disposta ad accogliere le generose proposte? Era essa impaziente dell'oppressione austriaca? Era essa parata a far qualche sforzo per conseguire l'intento? ad esporsi a qualche pericolo? a tentare alcuna mossa? Ciò desideravasi conoscere.
Io ho già riferito più tristi esempi della credulità italiana, e se invece di ristrignermi a raccontare i fatti avvenuti dopo il 1814 avessi rivangate le cose accadute fin dal primo ingresso in Lombardia degli eserciti repubblicani, ne avrei riportato un numero assai maggiore. Ed ecco una novella congiuntura in cui ebbe quella credulità i più funesti effetti. Al Marchal parve quella una occasione favorevolissima per ravviare le già dismesse fila della congiura. Il medico Rasori andava cotidianamente in casa del Marchal, la cui consorte era ammalata, e il Marchal propose subito al visconte di parlare al Rasori. La proposta essendo stata alacremente accolta, ecco che il falso Saint-Aignan e il Rasori si trovarono insieme. Ricominciò il Savoiardo la patetica sua sposizione del rammarico ond'erano crucciati Luigi XVIII, il reggente e il duca d'Angulemme. Trasse fuori lettere e mandati, da cui egli appariva un inviato plenipotenziario dei re di Francia e d'Inghilterra presso i liberali italiani. Raccomandando a quei due la massima segretezza, disse loro essere necessaria dal canto loro e dei loro amici un'intiera fiducia per condurre a buon fine i loro disegni. Lieti di vedersi inopinatamente aperta una via novella nello stesso mentre che erasi chiusa quella per la quale speravano uscir di servaggio, il Marchal e il Rasori approvarono checchè loro disse il visconte, assicurandolo che non si attraverserebbero con indegni sospetti ad una sì nobile e sì grande intrapresa. Il Rasori nell'accommiatarsi pregò il visconte di recarsi da lui il 23 di novembre per imparare a conoscervi alcuni dei principali congiurati, ed indettarsi con loro.
Il visconte e il Marchal recaronsi di fatti il dì prefisso in casa del Rasori, che stava aspettandoli con l'avvocato Lattuada e il colonnello Gasparinetti. Entrato il visconte, presentollo il Rasori a' suoi amici, dicendo: «Eccovi, signori, il signor visconte di Saint-Aignan, di cui mi fo io mallevadore»; e poi rivoltosi al visconte, gli disse: «Eccovi, o signore, i signori Lattuada e Gasparinetti, di cui mi fo parimenti mallevadore». Si pigliò tosto a ragionare, gl'interrotti progetti furono riposti in campo, i nomi dei congiurati passati a rassegna, novelli disegni discussati. Non ne farò minuto racconto, perocchè niuno di questi novelli disegni fu seriamente stabilito. Troppo acceso era il desiderio dell'insorgimento nei liberali italiani; laonde non era possibile che ne investigassero profondamente i mezzi, le speranze e i pericoli. Quello che si fermò, egli era di ristaurare ad ogni costo il passato, di cancellare dalla storia italiana i due mesi ultimi scorsi, di tentarlo almeno, di non trascurare perciò veruna occasione, e di non badare ai pericoli. Avea il Lattuada portato le varie minute di costituzione fra le quali tra' congiurati militari non era ancora stata fatta l'elezione; ed a speciale richiesta del visconte si assunse l'incarico di compilare colla scorta di quei diversi progetti una costituzione. Il colonnello Gasparinetti promise di stendere un bando per l'esercito, e il Rasori un manifesto al popolo. Il Marchal dovea incontanente recarsi dal re di Napoli per assicurarsi della cooperazione di lui; e il Rasori partire alla vôlta di Douvres per porre sotto la protezione del Reggente il novello Stato italiano; dopo del che, reduce in Francia, otterrebbe, volendo colà accasarsi, giusta le promesse del Saint-Aignan, un'onorata e lucrosa carica. Il visconte poi dovea far pagare al Lattuada per mezzo d'un banchiere di Lugano un milione di franchi, destinato a pagare la diserzione che facea di mestieri nei reggimenti italiani partiti alla vôlta dell'Austria. Indettatisi in questi termini, i quattro congiurati si separarono promettendo di riunirsi di nuovo il 26 di novembre, e di recare al convegno un progetto definitivo di costituzione, un bando all'esercito e un manifesto al popolo. Furono tutti fedeli alla promessa nel giorno prefisso; ma l'impostore, che giunse per l'ultimo, entrò trepidante e smanioso nella sala della conferenza, dicendo ch'era stato seguito da emissari di polizia, che aveane veduti parecchi cammin facendo, ed eragli forse venuto fatto di sottrarsi alla vista loro coll'allungare il passo; ma che in tale condizione di cose era necessario deliberar prontamente e subito separarsi. Facea l'impostore egregiamente la sua parte. Sembrava sbigottito e sdegnato ad un tempo, volgeasi bruscamente di quando in quando per vedere se non aveva alcuno dietro, e coll'occhio ardente, col volto acceso, parlava ad alta voce, gestiva, si dimenava. Trasse anzi di tasca una pistola da due colpi, cui disse carica, e depostala sul tavolino, presso il quale i congiurati, rimasi a tale atto interdetti, erano raccolti, esclamò: «Vengano, vengano questi bricconi, questi sciaurati, e se alcuno fa mostra di pormi le mani addosso, avrà a che fare, per Dio! con la mia pistola». Acchetatosi poscia alquanto, pregò gli amici di entrar presto in materia. Avevano i signori Lattuada, Rasori e Gasparinetti deposto sul tavolino le carte che arrecavano e ch'erano state dall'impostore bene adocchiate. Non appena le ebbe egli prese in mano e cominciatane la lettura, che l'aia della figliuola del Rasori entrò a furia nella sala e avvertì il padrone che la strada era piena di gente, e la casa accerchiata da agenti della polizia e soldati. A questa notizia, il visconte è côlto da un nuovo accesso di furore; biastemmia, si frega il fronte colle mani, si dimena proferendo parole interrotte; e approfittando dello stupore che a bella posta destava nelle sue vittime, s'avventa anzi tutto sopra la sua pistola, poi sopra la minuta di costituzione, il bando e il manifesto, e gridando voler andare a rompere il cranio a quegli sfacciati bricconi, non li temer punto, ec., balza fuori rapidamente dalla sala e dalla casa, lasciando i signori Rasori, Lattuada, Gasparinetti e Marchal più inquieti di quella gran furia e delle conseguenze che aver potea per chi vi si era dato in preda, che non pensosi di sè stessi.
Ov'erasene egli andato l'impostore? Chi lo avesse seguito, avrebbelo visto sguizzare in mezzo agli agenti della polizia, parlare a bassa voce coi principali di loro, ricevere graziosamente le loro congratulazioni, e poi trottare sollecito alla casa del suo congiunto il maresciallo Bellegarde, per annunziargli l'esito felice della sua frode. Volendo finir presto di parlar di costui, licenzierommi a romper l'ordine cronologico per riferire quanto gli accadde molt'anni di poi. Reduce in Francia, passeggiava un giorno il Marchal sotto i portici del Palazzo Reale, quando l'aspetto d'un uomo che camminava pochi passi stante, ridestò in lui repentinamente angosciose memorie. In pochi momenti potè il Marchal convincersi che punto non s'ingannava e che aveva realmente dinanzi agli occhi il falso visconte di Saint-Aignan. Corsegli contro difilato, e tenendolo afferrato con una mano gagliarda, gli sferrò con l'altra quante bastonate potè.
Torniamo ai congiurati. La precipitosa partenza del visconte, e la scomparsa delle rilevanti carte ch'erano sul tavolino non tardarono a destare in loro forti sospetti. Pensarono certamente a salvarsi fuggendo in istraniere contrade; ma non vi si seppero indurre presto abbastanza. A rilento sempre si suole fare una risoluzione penosa, e solo all'ultima estremità si cede ad una convinzione angosciosa. Rasori, Gasparinetti, Lattuada e Marchal pensavano sì sgomentati alla scomparsa del segreto emissario della Francia e dell'Inghilterra, ma non erano però lungi dal credere che si tenesse nascosto in alcun luogo; non doversi, dicevano anche fra loro, fare giudizio d'alcuno con tanta precipitazione; avere il tempo chiariti ben altri misteri. Niun d'essi, altronde, avea fatto sperimento della politica austriaca. Nei tempi che corrono si fugge, si emigra, si abbandona la patria senz'avere di gran lunga motivi così gravi di inquietudine.
Due o tre giorni dopo la narrata scena, il medico Rasori e i suoi tre amici vennero arrestati. Il maresciallo Bellegarde aveva in mano prove esuberanti per trarre a perdizione quei quattro infelici; ma ciò non bastavagli. Ei volea porre addosso le mani sopra i complici della congiura militare, e a questo fine soltanto aveva fatta ordire la picciola congiura secondaria in cui si erano immischiati quei quattro soltanto. Aveva già egli per via dei rapporti del falso visconte, piena cognizione dei particolari della congiura militare; ma non sapea come recare dinanzi ai giudici cosiffatti rapporti, e arrovellavasi dal desiderio di strappar di bocca ai captivi delle confessioni simili a quelle ch'erano state fatte all'impostore, suo cugino. Un uomo, divenuto poi celebre nei fasti dell'austriaca polizia, uno di quelli che più adoperarono nel fabbricare quella ampia ed inestricabile rete che avviluppa tutti i Lombardi, e che talmente costringe le facoltà naturalmente libere del loro intelletto, da annichilirle, vo' dire il signor Pagano, si prese l'assunto di captare la confidenza dei captivi. Ed ecco il come vi si accinse.
Il colonnello Gasparinetti era interrogato da un maggiore austriaco, cui assisteva il signor Pagano. Negava egli tutto, e così le promesse, come le minacce erano state indarno adoperate per espugnare la sua costanza. Una mattina, il maggiore austriaco interruppe l'interrogatorio per uscire un istante, lasciando il prigioniero solo col signor Pagano. Il quale, appressatosi tosto guardingo al colonnello Gasparinetti, non senza guardarsi attorno, quasi per tema di essere sorpreso: «Colonnello», dissegli a bassa voce e con tuono commosso, «colonnello, guardate che cosa vi facciate. Non vi avvedete voi che vi perdete, nell'impugnare ostinatamente quello che tutti i vostri complici hanno confessato? Nissuno di loro vi ha risparmiato, e voi, per timore forse di metterli in pericolo vi attenete a questo fatale sistema d'impugnativa! Ahi! perchè non avete un po' più di confidenza in me? Non sono io pure italiano? Poss'io vedere un Italiano, un compatriota correre ciecamente alla perdita senza gemere, senza tentare d'oppormici?» Fattisi udire in quella i passi del maggiore austriaco, il Pagano tornossene tacito al suo posto. Rientrato il maggiore, fu ripigliato l'interrogatorio, ma il colonnello Gasparinetti rimase alcun tempo senza rispondere, assorto nelle sue meditazioni, tetro, costernato. Alzossi alla fine, e movendo il passo verso la tavola sulla quale il maggiore scrivea, dissegli lentamente e col tuono di un uomo che si è indotto ad una difficile risoluzione: «Scrivete, signore. Io, colonnello Antonio Gasparinetti, eromi fermamente proposto di lasciarmi mozzare il capo anzichè proferire una sola parola che potesse nuocere ai miei amici; ma poichè essi stessi hanno parlato, poichè hanno preferito il compenso della confessione a quello della impugnativa, farò com'essi in quest'occasione, come ho fatto in molt'altre. Dichiaro pertanto ec…..» E qui sì lo scopo della congiura, che i nomi dei congiurati, i mezzi di cui poteano valersi, i loro disegni, i sussidi nei quali speravano, ogni cosa, in somma, fu esposta coi più minuti suoi particolari dal colonnello Gasparinetti.
Convien dire che la confessione sia un atto che corrisponde a un qualche segreto istinto del cuore umano, perocchè non solo vediamo gli uomini determinarvisi agevolmente, ma anche compierla con trasporto allorchè vi si sono determinati. E invero il Gasparinetti non si ristrinse in questa circostanza a narrare i fatti noti agli altri captivi, e cui potea supporre essere stati svelati da loro; ma espose perfino i propri pensieri, le speranze ch'egli avea concepite, le parole dettegli in privato da questo o quello dei congiurati non ancora arrestati. Riferì fra altre cose che, avendo un giorno incontrato il generale Teodoro Lecchi, questi aveagli detto, stringendogli la mano: «Animo, mio caro Gasparinetti; se Fontanelli ricusa di condurci, ho buona speranza che Zucchi sottentri in sua vece». Il che era vero; ma perchè riferirlo dacchè non era stato udito da testimoni e dacchè il generale Lecchi era tuttora libero? Questo bisogno di dir tutto spiattellatamente, anche a giudici, fu ancor più forte pel comandante Cavedoni, il quale, sostenuto pochi giorni poi ed esortato a confessare progetti già ben noti altronde, non si fece molto pregare. Dopo avere risposto alle interrogazioni fattegli, trascorse più oltre, esponendo le idee sue proprie, e come ei si proponesse d'unirsi ai rivoluzionari di Modena dopo avere aiutato il trionfo della rivoluzione di Milano. Il quale soverchio di confidenza fu poi cagione che il Cavedoni, poich'ebbe terminato di espiare in Mantova il reato di congiura contro l'imperatore d'Austria, fu consegnato nelle fiere mani del duca di Modena. Nè con ciò finirono le sue sciagure. Arrestato un'altra volta a Modena, nè meglio schermitosi dalle instanze de' suoi interrogatori, fu nuovamente condannato. Arrestato poi finalmente la terza volta, e di nuovo in Modena, e prevedendo un trattamento eguale a quello che aveva di già subito due volte, si uccise colle proprie mani con una pistolettata, e giunse in tal modo a preservarsi dal fatale sdrucciolo delle confessioni; sdrucciolo da cui i ministri della polizia austriaca sanno ottimamente trarre partito.
L'Austriaco non si affretta mai, eppure avviene di rado che le sue vittime gli sfuggano di mano; perocchè valentissimo è nell'attutare la loro vigilanza mentre si accinge a colpirle mortalmente. Nulla aveva il Gasparinetti taciuto o travisato; e il Lattuada, edotto di ciò, si era appigliato al partito di dire d'aver porto orecchio ai disegni di congiura unicamente per conoscer bene le cose e renderne edotto il governo. La cattura degli altri congiurati potea seguitare davvicino queste deposizioni, eppure parecchi giorni trascorsero nei quali il governo lentamente arrotava l'armi sue, apparecchiava le insidie in cui volea far cadere i suoi nemici, facea chiamare gli uomini nei quali maggiormente confidava, ec. ec.; nè di questi giorni giovaronsi i congiurati per ripararsi in luogo di salvezza. Ma conviene sapere che il governo austriaco vi provvide come mi fo a narrare.
Il conte Alfonso Litta, colonnello al soldo d'Austria e fratello del duca Litta, erasi ognora segnalato per la sua devozione all'imperatore Francesco. Il suo figliuolo aveva all'incontro militato nell'esercito franco-italico in qualità di scudiere del principe Eugenio, ed erasi ognora portato da leal guerriero. Aveva il cuore assai freddo e corto il senno; ma era tutt'altro uomo da quello che avrebbe dovuto essere per abbandonare gli antichi amici o rinnegare i sentimenti cui professati aveva una volta. Ad onta del suo affetto inverso alla Casa d'Austria, il conte Alfonso Litta era non meno onesto del figlio, nè più avveduto di lui. Ben conosceva costoro il governo; ond'è che uno de' principali personaggi in carica di quei tempi studiò il modo di far assapere destramente al conte Litta che l'imperatore conosceva appieno tutta la congiura militare, ed era risoluto di non punire per questa volta uomini traviati da antichi affetti, ma che questa generosa determinazione non si estenderebbe fino a coloro che si facessero rei d'un secondo attentato, ec. ec. Queste consolanti assicurazioni furono tosto dal conte Alfonso Litta partecipate al figliuolo, il quale corse subito in cerca del generale Teodoro Lecchi. Trovatolo, al teatro della Scala, lo trasse in disparte e dissegli, sapersi dal governo ogni cosa: «Parto incontanente», rispose il generale. «No», replicò il contino, «ciò non è necessario, io so per buon canale che il governo vuole lasciar cadere questa cosa: nulla avete a temere per ora, ma guardatevi bene a quello che farete per l'avvenire. La clemenza usata ora dell'imperatore, lo indurrebbe ad essere doppiamente severo in un'altra occasione».
I due amici, ciò detto, si separarono, lieto il Litta di avere sconsigliato al generale un passo falso qual era l'abbandono della patria, e rassicurato il Lecchi, il quale conosceva il come la famiglia Litta fosse in grazia del governo. Ma non passarono tre giorni ch'ei venne catturato, e con esso il generale Bellotti, e i signori Cavedoni, Brunetti, Pagani, Gerosa e Caprotti.
Tutti i particolari della congiura erano stati così esattamente esposti dal colonnello Gasparinetti e dal Lattuada, che ai novelli arrestati era impossibile l'attenersi alla impugnativa. La sola quistione che potesse tuttora venir dibattuta fra' giudici e gli accusati era quella dell'esistenza d'un comitato direttore; esistenza di cui i giudici diceansi di già accertati, e la quale era dagli altri impugnata risolutissimamente. La giunta a cui venne affidata l'istruzione del processo e il giudizio componeasi del conte Cardani, presidente, dei giudici Freganeschi, Bonacina, Borghi e Gianni, e del regio procuratore Draghi; tutti di già celebri per l'astio feroce che aveano mostrato contro i liberali nei fatti del 1799.
Furono gl'inquisiti tratti a Mantova, e chiusi in una torre le cui fondamenta sono piantate nel lago fangoso che circonda la città: dati in balía ad uomini della fatta di quelli che componevano la commissione, aveano fortissima cagione di temere, e difficilmente perciò poteva essere serbato il segreto intorno alla esistenza del comitato direttore. Ma pure dovendo essi venire tuttora processati e giudicati secondo il codice di processura criminale del regno d'Italia, avevano difensori, doveano comparire in pubblico, e potevano protestare contro quei violenti o crudeli trattamenti che loro fossero stati fatti: era perciò duopo valersi di nuovo della astuzia.
Essendo il generale Teodoro Lecchi il più ragguardevole tra' congiurati, non era possibile che l'esistenza del comitato direttore fossegli rimasta occulta; epperciò sopra di lui pose in opera la giunta i suoi artifizi. Il signor Ghisilieri, nuova maniera che era di giudice-dilettante, avea per costume d'entrare ogni mattina per tempo nella camera del generale, sorprendendolo così appena desto. Egli conosceva l'indole mite ed affettuosa di lui, l'affetto quasi appassionato ch'esso nodriva per la propria famiglia, la divozione di lui inverso la madre, la quale dal canto suo, pia e tenera com'era, lo prediligea fra tutti i suoi figliuoli, e non potea rassegnarsi a quella sciagura, tanto più che, sentendosi presso a morte, temeva di non più rivederlo. Non ignorava il Ghisilieri alcuno di questi particolari, e studiavasi di trarne profitto. Dopo chieste affettuosamente notizie della salute e della disposizione d'animo del generale, diceagli: «Vengo in questo punto di casa vostra. Ah quanto siete amato! Quante lagrime fa spargere la vostra sventura!» Nominava allora le persone più strettamente congiunte col generale, attribuendo ad ognuna di esse commoventi parole. Poi veniva a parlare della madre del generale. Moribonda allora nel letto per un insulto apopletico, essa era priva di cognizione; ma il figlio non erane edotto, e il Ghisilieri gliela dipingeva, all'incontro, come unicamente preoccupata del destino del figliuolo, e solo intenta a trovare il modo di procacciarsi l'immensa felicità di vederselo presso. «Vostra madre», soggiugneva il Ghisilieri, «è una santa donna, ma non può stare senza di voi, e se non ritornate nelle sue braccia, essa morrà disperata». Continuava il Ghisilieri in su quest'andare finchè avesse tratto a forza le lagrime agli occhi e sulle guance al generale; poi quando lo vedea tutto commosso e tremante, quando leggevagli in volto o ne' sussulti del petto agitato, il veementissimo desiderio di tornare fra' suoi, allora, facendo le viste di seguire il naturale corso del suo pensiero che da questo subbietto del discorso lo conduceva ad un altro, veniva a parlare del processo. «E questo comitato direttore», diceagli, «perchè mai vi ostinate a negarlo? Il vostro processo sarebbe finito bentosto, se mutaste favella, e così disporreste tutti i giudici in vostro pro. Io vi parlo in nome di vostra madre, datemi fede», nè cessava dal ragionare in tal modo se non in quanto il generale cessava di rispondergli. Egli è inutile l'avvertire che il generale, uscito di prigione, seppe non senza stupore che il signor Ghisilieri non era mai stato una volta in casa di lui, nè mai avea veduto alcuno dei membri della famiglia Lecchi! Il comitato direttore non fu confessato da veruno, e forse non esisteva nemmeno.
Compiutasi l'istruzione del processo, venne l'ora della sentenza. Riuniti nella grand'aula del palazzo, accerchiati da numerosi soldati, avevano di già gli accusati udito la lettura dell'atto di accusa e le dispute dei loro difensori, quando giunse colà un messo latore di una lettera indirizzata al presidente del tribunale. La prese questi, e lettala, la consegnò al giudice che sedeva a destra di lui, il quale la diede all'altro, e così via via, sicchè fu letta da tutti i membri del tribunale. Tutti, leggendola, davano segno non dubbio di soddisfazione, di rispetto e di commozione, alcuni perfino sorrisero nel guardare i prigionieri, e il presidente, facendo le viste di non potersi tenere, proferì a mezza voce le parolebuona notizia. Per quanto significative fossero quelle testimonianze, non poterono rassicurare i prigionieri contro l'effetto probabile delle conclusioni fiscali, lette subito dopo dal regio procuratore, e nelle quali richiedeasi dal magistrato contro di loro la capitale condanna. Ond'è che quando, usciti dalla sala, furono ricondotti nel carcere, la curiosità loro intorno alla lettera la cui lettura avea tanto visibilmente commosso il tribunale, era indebolita d'assai. Non tralasciarono però essi d'interrogare intorno al contenuto di quella lettera le guardie che gli accompagnavano, e seppero che vi si leggeva la formale assicurazione delle misericordiose disposizioni di S. M. inverso a loro.
S'imagini ora quale fosse lo stato di questi uomini accusati di congiura militare, indeboliti da una prigionia di già assai lunga, e da morali torture, e i quali dopo avere udito il regio procuratore far contro di loro instanza per la capitale condanna, venivano ricondotti nel carcere per aspettarvi la lettura della loro sentenza. Gl'istanti che passano tra la chiusura dei dibattiti e la lettura della sentenza non sono essi più angosciosi di quelli che precedono la morte? Non si concentra essa su quei brevi istanti la compassione che sentesi pei condannati a pena capitale?
Ora in questa sì terribile condizione, in questa crudele espettazione, di cui si tenta di sminuir la durata per gli stessi malfattori, il governo austriaco lasciò gli accusati per ben tre anni! Non mancò tuttavia un pretesto per colorire questo inconcepibile obblio delle leggi dell'umanità; e questo pretesto, al par di tutti quelli cui l'Austria s'appiglia, fu da goffo e da ipocrita. A udire i membri e gli amici del governo, per mera pietà furono gli inquisiti lasciati in dubbio del loro destino. E perchè la condanna non poteva essere altrimenti che asprissima, e perchè, d'altra parte, S. M. avea fatto promettere una rilevante mitigazione degli effetti di quella inevitabile severità; perciò in sulle prime il pretesto potea parere plausibile; ma apparve poi chiaramente l'impostura quando, scorsi i tre anni, tornò la sentenza da Vienna. Si vide allora che il giudizio della commissione, tutt'altro era che spaventevolissimo per gl'inquisiti, perocchè non eravi riconosciuta l'esistenza d'una congiura. Or dunque, perchè mai i pretesi autori d'una congiura che non era esistita, erano essi lasciati da tre anni a gemere nel fondo d'una prigione? perchè mai lasciar loro ignorare il proprio destino? E in ciò appunto si ravvisa in tutta la sua bruttura l'austriaca doppiezza. Si sarà già avveduto il lettore che ciò non poteva avere altro fine che quello di prolungare l'orribile incertezza da cui trovavansi angosciati i captivi. Ma perchè mai, con quale pretesto erano essi tenuti in carcere, mentre del fatto di cui erano accusati non constava punto? Si rammenti quella lettera consolante che nel giorno del giudizio era andata in giro per le mani dei giudici, e avea sui pallidi loro volti ricondotto i segni della contentezza e della tenerezza. Quella lettera, scritta dall'istesso maresciallo Bellegarde al presidente della giunta, contenea, siccome ho detto, l'assicurazione delle intenzioni di S. M. di usar clemenza; ma aggiugneva che acciò l'imperiale clemenza potesse brillare in tutto il suo splendore, era d'uopo apparecchiarle un bel campo, una degna occasione. Ond'è che i membri della giunta venivano eccitati a procedere col massimo rigore contro gli accusati, a condannarli ad ogni modo ed alla massima pena applicabile, a fine di lasciare alla sovrana generosità un libero corso.
Quella lettera, che non sarebbe stata scritta ove il maresciallo Bellegarde non avesse avuto notizia che la giunta non riconoscea l'esistenza della congiura, trasse di angustia i giudici, che mal sapevano porre d'accordo i dettami, alquanto sommessi, della loro coscienza e le ben note brame del governo. Dacchè l'imperatore obbligavasi a non ratificare la condanna che venisse da loro proferita contro gl'inquisiti; ogni scrupolo si dileguava. Se la forza della verità costringevali a dichiarare la non-esistenza della congiura, rimanea però tuttora il reato di non-rivelazione, del quale constava in realtà, e sopra del quale poteasi senza troppa vergogna fondare una condanna anche severa. Per le quali cose, dichiarò la giunta: 1.º non esservi stata congiura; 2.º essersi proferite parole contro il governo, e formati vaghi disegni, e non averne gli accusati ragguagliata la pubblica autorità. Condannò essa perciò gli accusati alla massima pena comminata pel reato di non-rivelazione, cioèa cinque anni di carcere duro. Ma non si dovea essa frapporre l'imperiale clemenza? Sì; e di fatti, tre anni dopo che gli accusati erano stati, all'uscire dall'ultima udienza della giunta, ricondotti nel carcere, la sentenza che li condannava a cinque anni di carcere duro, ritornò da Vienna a Mantova, colla commutazione della pena in diciotto mesi della detenzione medesima. Dietro le massime del vigente diritto, i tre anni trascorsi avrebbero dovuto essere riguardati come una più che sufficiente espiazione della pena commutata, ma S. M. volle altrimenti. La detenzione degli accusati fino a quel punto, era stata, in sua sentenza, non una pena, ma un mero provvedimento per la pubblica sicurezza, nè potea diventare una pena se non dal momento in cui veniva pubblicata la sentenza. Poco montava che quegl'infelici gemessero in carcere da tre anni, mentre la pena da infliggersi loro doveva essere una detenzione di soli diciotto mesi; fu forza dopo i tre anni di carcere già sofferti subire ancora altri diciotto mesi di detenzione, cosicchè la grazia imperiale valse ai captivi la liberazione dalla pena per soli sei mesi. E sì che la promessa fatta fare dall'imperatore di perdonare ogni cosa era quella sola che aveva indotta la giunta, tutta composta dei più caldi zelatori di Casa d'Austria, a proferire una condanna che ad essi stessi pareva non a bastanza fondata.
Ho voluto descrivere insino all'ultimo la sorte toccata ai congiurati del 1814, ed ho taciuto perciò gli avvenimenti accaduti nei quattro anni ch'essi passarono in carcere. Ritorno ora indietro per adempire il mio debito, cioè per far conoscere la storia della Lombardia dall'anno 1814 sino ai dì nostri: storia invero assai incompleta, siccome quella che non registra altro che congiure sventate o editti promulgati, e nella quale non vedesi la nazione operare cosa veruna, esercitare nè influenza nè autorità, spiegare nè facoltà nè tendenze, fare in somma alcunchè nè per sè nè per mezzo de' suoi rappresentanti.
La nuova dell'incorporazione definitiva della Lombardia nei domini austriaci, la cattura dei più ragguardevoli uffiziali dell'esercito del cessato regno d'Italia, e il fatto della riscossione delle imposte come per lo passato e senza il menomo alleviamento, avevano ingenerato il malumore nel popolo. Gli avvenimenti accaduti nel mese di marzo dell'anno 1815, o pur solo l'espettazione di essi ridestarono nei cuori degl'Italiani la speranza di giorni migliori, e con la speranza l'energia. Due personaggi fra' principali di Milano, uno de' quali portava un nome illustre nell'aristocrazia; due personaggi che già si erano mescolati nei fatti del 17 e del 20 aprile del 1814, e dei quali ho taciuto i nomi, onde assegnar loro un posto appartato e non porgere al lettore l'occasione di confonderli con altri autori dei fatti medesimi, recaronsi dai primari ufficiali del governo e loro proposero di far venire in città un grosso polso di contadini in occasione della festa della Madonna di marzo, e di volgere poi la piena di que' subillati contadini contro le case dei Milanesi di cui era noto l'attaccamento al cessato governo. Per proporre scopertamente l'assassinio, anche politico, vi vuole un capitale d'impudenza che dalla educazione viene riprovato e distrutto. Ond'è ch'io credo che quei due non osassero dire che volevano toglier la vita ai partigiani del governo franco-italico; ma dicessero all'incontro di non volere far altro che incuter loro timore, onde far loro passare la voglia di ribellarsi e strignerli fors'anche ad abbandonare la patria. Suppongo anzi che le vere loro intenzioni non fossero diverse da quanto io credo che dicessero. Checchè di ciò ne sia, il governo, più timoroso che pago d'un siffatto appoggio, memore altresì di quanto era accaduto il 20 marzo 1814 e di quanto erasi forte temuto di veder accadere nel giorno appresso, e schivo al postutto dall'ammettere qualunque cooperazione popolare, ributtò le pericolose proposte. Io dubito anzi, che la forsennata devozione di quei due abbiagli mai inspirata una piena fiducia. Ad ogni modo Milano fu quella volta preservato, mercè la prudenza austriaca, dalle sciagure che apparecchiavanle i Milanesi devoti di Casa d'Austria.
La guerra che poco stette a prorompere pose il governo austriaco nella trista necessità d'imporre un accatto forzoso sopra i trafficanti della Lombardia. E sebbene fosse di poco rilievo la somma accattata, e favorevoli pei creditori i patti a cui astrignevasi il governo, quell'accatto forte dispiacque all'intiera popolazione, la quale però non fecevi contrasto veruno. Intendendosi nella seconda parte di questo scritto a mostrare il come abbia il governo austriaco potuto annichilire lo spirito pubblico e traviare il giudizio dei Lombardi, non sarà inopportuno il riportare qui il bando promulgato intorno alle cose di Napoli il giorno 5 aprile del 1815 dal maresciallo Bellegarde. Così strana si è la favella del maresciallo in quel bando, e così contraria ai più ovvii dati della storia e ai più chiari dettami del buon senso, che quasi quasi gli si potrebbe attribuire un'intenzione d'ironia. Il che facendo si andrebbe tuttavia di gran lunga errato. Gli ufficiali del governo austriaco e l'istesso imperatore usano sempre tali modi di parlare che per l'esagerazione loro sembrano ironici; ma col mostrare insieme volto serio e cera d'uomini convinti, ne danno ad intendere al popolo ed ai ragazzi. I quali, coll'ascoltare abitualmente i ragionamenti di quei magistrati, nè trovar mai chi faccia loro conoscere la verità, finiscono per tenere quei ragionamenti come una precisa espressione dell'opinione generale.
Il menzionato bando è nei sensi che seguitano: «L'Europa cominciava appena a rammarginar le sue piaghe. Riuniti in congresso a Vienna, i potenti suoi padroni adoperavano con rara concordia a fermare le basi d'una lunga pace, quando un impreveduto avvenimento astrinse di nuovo tutte le nazioni (di già ammaestrate dall'esperienza, degli effetti dell'ambizione d'un solo uomo) ad impugnare le armi. Potea tuttavia l'Italia lusingarsi colla speranza di rimanere tranquilla frammezzo a questi passeggeri sovvertimenti, e di già numerose truppe erano scese dall'Alemagna a sua difesa; ma ecco che il re di Napoli, gittando la maschera che dianzi l'avea sottratto al pericolo, senza premettere alla guerra dichiarazione veruna, di cui altronde non potrebbe allegare alcun motivo, contro la fede dei trattati coll'Austria, di quei trattati cioè, ai quali egli deve la sua esistenza politica; ecco che il re di Napoli minaccia col suo esercito di turbare la tranquillità della bella Italia, e non contento di addurre il flagello della guerra, tenta altresì di allumare dappertutto, mediante il vano simulacro dell'independenza italiana, l'incendio devastatore della rivoluzione che già gli spianava le vie della possanza per salire dalla condizione di privato a quella di sovrano.
»Non meno straniero dell'Italia che nuovo nell'ordine dei sovrani, egli volge con ostentazione agl'Italiani parole che appena si addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un Trivulzio il Magno; e si dà per capo della nazione italiana, la quale pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli ed ha veduto nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia che regge col paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. Or questo re d'una dell'estremità dell'Italia vorrebbe traviare gl'Italiani con la speciosa idea dei naturali confini, e farli correre dietro alla fantasima di un unico regno, a cui sarebbe appena possibile assegnare una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l'Italia sia pârtita in più Stati, ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma bensì piuttosto dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo stabilimento di una parca amministrazione. Ond'è che la Lombardia ricorda tuttora con sensi d'ammirazione e di gratitudine i nomi immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo.
»Non pago d'ingannare le moltitudini eccitandole a correre dietro alla fantasima dell'independenza italiana, il re di Napoli vuol pure trarre in errore gl'Italiani poco prudenti, e indurli a credere che una segreta disposizione ad assecondare i suoi disegni nutriscano quei potentati medesimi che con meravigliosa prestezza rinnovellano ora appunto i loro formidabili armamenti terrestri e marittimi, e che bentosto con un atto pubblico daranno al mondo una pruova novella della loro unione indispensabile sotto il vessillo delle stesse massime. Non pare egli invero che, assoggettata al re di Napoli, l'Italia potrebbe chiamarsi indipendente? Chi può dubitare che i potentati non siensi fatti ormai capaci, non potersi dare nè pace nè tregua con un uomo che non ha il menomo riguardo alle proprie promesse, nè agli atti di generosità ond'è stato ricolmo dai suoi vincitori?
»I benefizi sparsi dal nostro augustissimo imperatore e re, 1.^o su tutto l'esercito italiano, niun membro del quale (purchè suddito) è stato lasciato privo di mezzi di sostentamento; 2.^o su tutto il numeroso ordine degli uffiziali civili; la cura paterna adoperata dal governo austriaco, non appena restituito in Italia, a riunire tutti i partiti in un solo ed a trattarli tutti come figliuoli, senz'aver riguardo nè all'opinioni politiche, nè agli anteriori portamenti di ognuno, seguendo anzi per quegl'istessi che l'hanno astretto ad usar rigore, l'ispirazione di un sentimento affatto paterno; sono tutte cose talmente notorie, che senz'altro distruggono le calunnie con tanta enfasi spacciate dal re di Napoli!
»Lombardi! Naturalmente sincero e in niun modo vantatore per sistema, il governo austriaco vi ha promesso la tranquillità, il buon ordine pubblico ed una amministrazione paterna. Egli atterrà quanto vi ha promesso. Sovvengavi dei tempi felici anteriori al 1796, delle instituzioni di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo; paragonate quel sistema di governo con quello che vi toccò sopportare di poi, e che, fondato sopra i medesimi princìpi, vi fu annunziato con le stesse mendaci espressioni che ora vengonvi indirizzate. La vostra soverchia credulità alle promesse della democrazia francese, vi ha tratti di già in rovina; siate omai più prudenti e non dimenticate che dopo l'esperienza la vostra colpa sarebbe più grave che non sia stata dianzi. La docilità del vostro carattere, la riflessione, frutto delle vostre cognizioni, e l'attaccamento che il vostro augusto principe si merita per tanti titoli, vi scorgano, v'inducano a protegger sempre il buon ordine pubblico, e a difendere il trono e la patria.
»Milano, il 5 d'aprile 1815.
»Il Governatore generale»Maresciallo BELLEGARDE.»
Ora che era egli Murat? Re d'una parte dell'Italia. Quali erano le sue truppe? Truppe italiane. Quali i suoi divisamenti? Discacciar gli stranieri dall'Italia, e riunire la Penisola sotto uno stesso governo. E questi fatti emergono essi dalla lettura del bando di Bellegarde?
L'Austria non istava però senza inquietudine, e il possesso delle novelle sue province non pareale assicurato a bastanza. Troppo pieno era stato il trionfo, sicchè non poteano non tenergli dietro alcuni rovesci; e la prudente Austria è più tranquilla allorchè ha fatto ai suoi avversari alcune concessioni di poco rilievo, di quello che sia quando gli ha spietatamente maltrattati. I fatti del 1815, la rinnovellazione della guerra, il malumore che essa non potea non ravvisare nel popolo milanese, furono per essa come i segni forieri del rovescio che tien dietro al troppo splendido trionfo, e le fecer provare un certo quale pentimento di essersi allora lasciata trascinare dalla foga del trionfo, talmente da porre in disparte il sistema delle transazioni. L'Austria si mostrò giudiziosa, perocchè fece, senz'esservi in verun modo costretta, una concessione. Quanto essa concedette era ben poco certamente; ma ciò non monta. In politica non vi è concessione facile quando è spontanea, ed il governo che ne fa una in grazia delle congiunture è meglio che accorto, perchè si può dir saggio.
Il giorno dopo l'incorporazione della Valtellina e delle contee di Bormio e di Chiavenna nella Lombardia austriaca, che fu il 16 d'agosto del 1815, un bando novello del maresciallo Bellegarde annunziava ai Lombardi che, mossa dal sentimento di predilezione sempre mai dimostrato a' suoi Stati d'Italia, S. M. Imperiale e Reale erasi degnata di porre l'ultima mano all'adempimento delle benefiche sue intenzioni, formando coi detti suoi Stati un regno Lombardo-Veneto. L'atto della creazione di questo regno andava unito al bando. La nomina di un vicerè, che facesse dimora per sei mesi dell'anno in Milano e per altretanto tempo in Venezia, l'istituzione di una corte e dei grandi ufficiali di essa, la conservazione dell'ordine della Corona ferrea, l'obbligo imposto ad ogni re del regno Lombardo-Veneto di cignersi il capo con la famosa corona dei re longobardi, la divisione del reame in due governi, di cui Venezia e Milano dovevano essere i capiluoghi, la suddivisione dei governi in più province, delle province in distretti e di questi in comuni, e la promessa di un pronto ordinamento del novello reame; tali erano le disposizioni contenute nell'atto promulgato in Vienna il 7 agosto 1815 per la creazione del Regno Lombardo-Veneto.
Alcunchè era in fatti pei Lombardi, che avevano perduto tutto, il trovarsi di nuovo in possesso del loro nome e della loro qualità d'Italiani. Fin qui, dal 12 di giugno dell'anno precedente in poi, eransi chiamati austriaci, e la bella loro contrada veniva designata in tutti gli atti solenni come una provincia dell'imperio austriaco, senz'avere nemmeno un nome suo proprio. L'annunzio della creazione d'un vicerè che avesse a risiedere in Italia poteva intendersi come una promessa d'independenza di questa contrada, o almeno come un obbligo implicito di appartare in certo qual modo il governo lombardo-veneto dal gabinetto di Vienna, lasciando che quello dêsse sesto alle sue proprie cose nel modo che piacessegli o poco meno.
In questo senso i partigiani dell'Austria faceano le viste d'intender quell'atto, e in questo senso parimenti l'intendeano in Vienna alcuni della stessa casa imperiale. Ond'è che l'arciduca Antonio, stato dall'imperatore il 7 di marzo del 1816 innalzato alla dignità di vicerè del Regno Lombardo-Veneto, umilmente espose a S. M. ch'ei s'intendeva di esercitare in questo reame le facoltà istesse ch'erano già state attribuite all'arciduca Ferdinando. Ma a questo modo non la intendeva l'imperatore; il quale anzi proponevasi d'invigilar l'amministrazione del suo novello reame più strettamente di quanto erasi fatto da' suoi antenati quando la contrada era in grado di semplice provincia del loro imperio. Dovè l'arciduca persuadersi come non altro gli toccherebbe avere che il mero titolo di vicerè, e come, nello Stato Lombardo-Veneto, quale voleasi dal fratello ch'esso fosse, non vi era posto di mezzo tra il governatore e l'imperatore, che viene a dire non dovervi esser posto per un vicerè. L'imperatore si avvide dal canto suo di essersi ingannato nel proporsi di conferire al fratello un simulacro soltanto di potestà; e con poco stento si arrese alle instanze dell'arciduca, che lo supplicò di dare ad altri la dignità ch'eragli stata esibita. Fu a lui pertanto surrogato l'arciduca Ranieri, la scelta del quale corrispose pienamente alle intenzioni dell'imperatore.
Dei primi anni dell'austriaca dominazione poco altro mi rimane a dire, se non che, essere stata la Reggenza provvisionale disciolta il 1.º di gennaio del 1816 per dare luogo ad un consiglio di governo, di cui fu presidente il governatore conte Saurau, e che era composto di dieci consiglieri, fra i quali il vicepresidente fu il conte Jacopo Mellerio; non essere stato in alcuna guisa alleviate le imposte, nè anche quando venne raffermata la pace; essere stato abolito l'antico ufficio di polizia del dipartimento dell'Olona, e date le attribuzioni di quello alla direzione generale di polizia di Milano; essere stati i sudditi italiani di S. M. l'imperatore d'Austria dimoranti fuor dello Stato, richiamati nello Stato medesimo, sotto pena, in caso di contumacia, di essere puniti a' termini dei decreti dell'anno 1812; agl'Italiani sudditi dell'Austria che militavano pel re di Napoli essere stata comminata la morte civile e la confisca dei beni se non si toglievano immantinenti da quegli stipendi; essere stata (per legge del 26 agosto 1815, sottoscritta in nome della Reggenza dal suo segretario Strigelli, e la quale tuttora è in vigore) promessa una mercede di sei fiorini a qualunque persona non militare che arrestasse un prigioniero di guerra fuggitivo, e il quale si tenesse nascosto o errasse senza scorta. I termini con cui conchiudevasi quella legge sono i seguenti: «La presente determinazione èspecialmenteapplicabile ai militari ed agli ufficiali civili delle nazioni francese ed italiana, i quali, appartenendo in origine al reame di Napoli, sono stati mandati sotto buona scorta militare nell'interno della monarchia austriaca». Farò quivi notare che tutte le leggi repressive di un qualche misfatto o delitto contengono la formale ingiunzione ad ogni buon cittadino di denunziare il colpevole. I medici e i chirurgi non sono già eccettuati da un tale avvilitivo obbligo; chè anzi una legge del 9 di maggio de 1816 minaccia loro un'aspra pena ove tardino più di ventiquattr'ore a ragguagliare i maestrati delle ferite cui sono chiamati a medicare, oppur anche delle malattie, accidenti, ec., che possono essere effetto di un qualche delitto e in cognizione delle quali sono venuti per l'adempimento del loro ufficio. Aggiugnerò inoltre che i dazi tra la Lombardia e l'altre parti dell'impero austriaco non furono aboliti; il che privò la contrada dell'unico e tenue vantaggio che avrebbe potuto curarle la sua riunione a un grande Stato; che le prefetture, le sotto prefetture, i tribunali e tutti i corpi amministrativi o giudiziari componenti l'amministrazione franco-italica mano mano si cessarono; e le circoscrizioni del territorio vennero ristabilite come a' tempi di Maria Teresa. Ma a questo riguardo conviene dire che una tale spartizione, del pari che l'ordinamento comunale antico e riposto in vigore, erano certamente da preferirsi a quelli che l'imperatore Napoleone aveva importati di Francia. Un novello codice civile fu promulgato o per meglio dire, con regia patente del 28 settembre 1815, fu esteso alla Lombardia il codice vigente nel resto della monarchia, con questo però che non cominciasse ad aver vigore che dal 1.^o di gennaio del 1816. I dritti matrimoniali vennero ordinati dal 1.^o di luglio 1815 in poi con una patente del 20 aprile dell'anno medesimo. Il codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche, promulgato il 9 di luglio del 1815, fu posto in vigore pel 1.^o di novembre successivo. Venne regolarmente instituito l'ufficio di censura della stampa, e i due giornali ch'erano allora pubblicati in Milano furono bentosto soppressi per cessare ogni competenza con laGazzetta di Milano, giornale a cui dava aiuto il governo. I monachi e frati d'ambi i sessi riebbero i loro monisteri e' loro antichi privilegi; e i benefizi ecclesiastici tornarono ad essere una sorgente inesauribile di agi ed anche di ricchezze pel clero.