Chapter 4

Non rimanea più omai nello Stato e nelle leggi vestigio alcuno dei princìpi rivoluzionari pocanzi trionfanti. Non solo era vinta la democrazia, ma niuno degli ordini del popolo era in verun modo partecipe del governo del paese. Nè solo era sbandito il principio della libertà illimitata di coscienza; ma niuno potea pubblicare un pensiero che non fosse in tutto conforme alle particolari dottrine dei censori. Lo spirito del decimottavo secolo erasi affatto dileguato; e il clero tornato non meno potente di quanto ei fosse stato, non dirò ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II, ma a quelli della dominazione ispanica. Il divorzio era abolito; restituite le antiche linee daziarie, riposta nel pristino suo splendore la nobiltà di nascita; persino i nomi venuti in uso a' tempi della rivoluzione e del regno italico per indicare i varii corpi dello Stato o le parti diverse del territorio aveano dato luogo ai nomi disusati del precedente secolo.

Ma non istavano già in questo i guai della Lombardia. Perdendo repentinamente tutti i beni acquistati duranti i moti rivoluzionari, e ridotta all'andazzo antico delle istituzioni meramente monarchiche e dei pregiudizi di cui siffatte istituzioni sono, al postutto, l'espressione, la Lombardia avea perduto altresì ogni reliquia d'independenza, ogni segno d'una propria esistenza. Portava essa, invero, il titolo di regno Lombardo-Veneto; ma le sue soldatesche, mandate in Austria, erano vestite di bianca assisa; il vessillo giallo-nero sventolava su tutti gli edifizi; l'aquila bicipite campeggiava nel suo stemma. E per toccare d'altri più rilevanti riguardi, ad onta dell'incontrastabile pro della novella spartizione del territorio e del novello ordinamento comunale, tutte le attribuzioni dei maestrati di comune, di distretto, di provincia ed anche di capoluogo si ristrignevano nel presentare a Vienna i divisi dei quali utile o necessaria stimavano l'effettuazione. Il dritto austriaco tornava ad essere il dritto lombardo-veneto; i tribunali di prima e di seconda instanza erano, per vero dire, indipendenti dai tribunali dell'istesso ordine sedenti in Vienna; ma il tribunale supremo di revisione, stanziato in Verona, non era altro che un brano del tribunale supremo di giustizia sedente in Vienna. Tutte le nomine da Vienna procedevano, e tutto, nel modo di amministrazione cui era stata assoggettata la Lombardia, attestava la condizione secondaria e dipendente cui essa trovavasi condotta. Dovrassi far avvertire che i princìpi in onore presso gli Austriaci erano in ogni modo ripugnanti col senno e con l'onestà della popolazione lombarda? Chi non comprenderà a bella prima il sentimento di avversione e di fastidio che travagliare dovea i cuori dei Lombardi alla lettura di quelle leggi che loro prescriveano formalmente la delazione e lo spieggiare? Il senno italiano poteva esso non trovarsi stomacato nel leggere l'esposizione dei motivi delle leggi più oppressive, e nel veder quivi vantate ora la predilezione di S. M. inverso a' suoi Stati italiani, ora la paterna sua sollecitudine a pro de' sudditi, il suo incomparabile amore e cose simili? I Lombardi, ch'eransi testè aperto il passo per a traverso l'Europa, e aveano così di fresco spiegata tanta energia, potevano essi vedersi senza stizza trattati come fanciulli da quella nazione che mispregiavano più d'ogni altra, costretti a rimettersi in tutto quanto riguardavali all'arbitraria determinazione del governo, e tacciati poi d'ingratitudine se tentavano di muoversi e di respirare a loro senno? Potevano essi rassegnarsi senza ripugnanza ad uno stato di cose che pienamente annullava la loro esistenza politica?

La repubblica Cisalpina avea avuto a dolersi gravissimamente e dell'imperatore Napoleone e della Francia. Aveangli essi promessa l'independenza e la libertà; e poi, giunta la congiuntura propizia di adempir la promessa, aveanla ridotta alla condizione di uno Stato dipendente. Ma le congiunture in cui l'imperatore e la Francia eransi costantemente trovate, erano certamente estraordinarie. La Francia potea dire all'Italia: «Lasciatemi fare sintanto ch'io abbia preso stabilmente il posto che mi compete in Europa; aiutatemi anzi in questo intento, ed io vi restituirò poi la libertà che ora confisco a mio pro»; e l'Italia potea credere a queste parole: perocchè il regno d'Italia era, in somma costituito per modo da sussistere di per sè, e il fatto della riunione delle due corone francese ed italica sul capo d'un sol uomo, era anzi un accidente che una conseguenza regolare degli statuti organici dello Stato. La cosa fu ben diversa, quanto all'Austria, dal 1815 in poi. Chiamata ad assicurare al regno d'Italia quella piena independenza ch'eragli già stata tante volte promessa, l'Austria non avea contratto coi Lombardi che segreti e perciò invalidi obblighi: seppure si può dire che ne avesse contratti di fatta veruna, non potendosi di ciò allegare pruova alcuna. I liberali lombardi del 1814 erano ciechi abbastanza per tendere a sè stessi una trappola, e gittarvisi poi dentro a capo chino senza che alcuno ve li spignesse. Leggansi i primi bandi del maresciallo Bellegarde, pubblicati da lui al primo suo ingresso in Milano, e vedrassi ch'ei non vi fa motto nè di libertà nè d'indipendenza. Annunzia in vece, averlo il suo signore incaricato a pigliar possesso, in suo nome e vece, delle antiche province della sua monarchia, ch'erangli state tolte a forza, e sopra le quali non avea perduto giammai i suoi dritti. Ond'è che tutti i Lombardi che aveano militato nell'esercito o negli uffizi civili sotto il principe Eugenio, venivano con ciò ritenuti quali sudditi infedeli dell'imperatore d'Austria e quali semiparricidi. S.M. l'imperatore Francesco perdonava agli uni, gastigava gli altri a suo senno; ma sopra ed anzi tutto ristabiliva tra la Lombardia e l'Austria le relazioni ch'eranvi prima del 1796, cioè da servitore a signore, da provincia a capitale, da minori a tutore perpetuo. E ciò definitivamente e per sempre. Affisando lo sguardo nei segreti dell'avvenire, doveano i Lombardi vedere nell'anno 2000 la loro contrada soggetta all'Austria non altrimenti che nel 1816; le stesse leggi in vigore, la censura in pieno fiore, la polizia regnante senza sindacato veruno e coll'attributo dell'onniscienza e della onnipotenza, lo spieggiare onorato, ecc., ecc. Se non che potrebbero imaginarsi che allora le cose procederebbero meglio ordinate, perchè i Lombardi avrebbero a poco a poco deposta la sconsigliata speranza di esistere di per sè, sdimenticate le assurde pretensioni covate dal 1796 fino al 1814, cessato in fine di sentirsi e di chiamarsi Italiani, per diventare Austriaci; il che farebbe veramente il regno di Dio sulla terra.

Non mi sia data taccia di esageratore nè di inventore. Tale, sì, tale era il senso, ed anche non bene dissimulato, di tutti i bandi austriaci, di tutti i discorsi fatti dagli Austriaci e dai loro fautori. E se pure oggidì taluno si pigliasse lo spasso di leggere con tuono serio e con cera d'uomo convinto quel tanto ch'io dico, ad un magistrato austriaco, io sono certo che questi, dolcemente commosso, gli stringerebbe la mano, esclamando che così egli pure la pensa. Or chi dovrà mai meravigliare che pensieri di rivolta covassero sempre nei cuori dei Lombardi?

L'Italia condividea altronde tutta quanta cosiffatti pensieri; perocchè tutti gli Stati della Penisola erano ricaduti sotto il reggimento della potestà assoluta, da cui divezzati gli aveano i princìpi democratici diffusisi in conseguenza della rivoluzione di Francia. Una società propagatasi l'anno 1779 dalla Svizzera e dalla Germania in Italia, promossa nell'anno 1811 dal re Murat ed arruolata sotto il vessillo francese contro la fazione deiSanfedisti, parlo della società deiCarbonari, adoperava nell'anno 1820 ad apparecchiare in tutta Italia una generale sollevazione. Avvalorati erano quei disegni dalla speranza che vi cooperassero i governi di Napoli e di Piemonte. Non possedendo in proprio nè truppe nè finanze, la Lombardia non poteva pensare a discacciar essa gli Austriaci, ma dovea star pronta ad aprire le sue città a quelli de' suoi compatrioti che venissero con un esercito a farle spalla contro l'Austria. Una società sì numerosa, com'era in quel tempo la società dei Carbonari, non poteva per un lungo tempo sfuggire al vigile sguardo di un governo fondato sopra lo spionaggio; e di fatti nell'anno stesso 1820 una notificazione del governo di Milano, sottoscritta dal presidente conte Strassoldo, e dal vice-presidente conte Guicciardi (quel desso che avea perorato nel senato italiano il 17 d'aprile 1814 contro il progetto del duca di Lodi), annunziava l'esistenza della società suddetta, ne dichiarava pericoloso per lo Stato e reo in sè stesso l'intento, vietava a tutti i sudditi di S.M. l'imperatore d'entrarvi, comminando loro, in caso di disobbedienza, le pene prescritte contro il reato di fellonia: pene le quali dichiaravansi, al solito, incorse da tutti coloro che avessero omesso di denunziare i fatti venuti a loro cognizione intorno alla società dei Carbonari o alcuno dei membri di essa.

Non valse questa notificazione ad impedire i progressi del carbonarismo. Una giunta straordinaria fu bentosto nominata ed instituita in Venezia per iscoprire le trame ordite dalla società e i nomi dei sudditi italiani di S. M. Francesco I, che vi si erano affigliati. Il Salvotti, resosi poi celebre pur troppo, faceva in quella giunta l'ufficio di giudice inquisitore, e diè fin d'allora bei saggi della sua perizia. Si può almeno attribuire a lui l'invenzione d'un mezzo singolare posto in opera da uno dei preposti al carcere di Venezia per istrappare di bocca ad un inquisito, per nome Confortinati, la confessione di fatti che, giusta ogni apparenza, non aveano alcuna realtà. Non aveva il Confortinati nè l'animo nè l'aspetto di un congiurato. Era un omicciattolo, gracilino, timido, semplice, di corto ingegno, che non si brigava per nulla delle cose della politica: per modo che non si può imaginare che cosa in lui fosse, che avesse provocati i sospetti del governo. Checchè di ciò ne sia, il giudice inquisitore ardea della brama di trargli di bocca alcuni schiarimenti che l'inquisito non era in grado di dargli. Tentò, ma invano, il Salvotti d'intimorirlo; perocchè havvi una certa semplicità di spirito e di cuore che vieta di prevedere e le grandi catastrofi e gli esiti tragici e straordinari. Secondo gli animi di questa tempra, ogni cosa dee avere l'esito il più semplice e il più naturale. «Sono stato incarcerato senza merito alcuno. Uscirò dal carcere tosto che sarà riconosciuta la mia innocenza, il che non può andare in lungo». Ecco il come ragionava il Confortinati, ed io non so veramente se sarebbe stata in lui maggiore l'angoscia o lo stupore ov'egli fosse stato condannato. Questa poco intelligente intrepidità sconcertava i giudici. Un ufficiale di polizia, per nome Lancetti, si propose di fiaccarla nel modo seguente. Introdusse il boia nella segreta in cui era chiuso il captivo, e pregò questi acciò lasciasse che il suo compagno gli pigliasse la misura precisa del collo, perocchè fra poco dovrebbe impiccarlo, ed in certa guisa per cui richiedeasi un laccio bene accomodato. Quell'ignobil sceda dell'uffiziale di polizia e del boia non ebbe l'esito sperato. Porgendo il collo alla disamina del carnefice, il Confortinati dicea probabilmente tra sè e sè (e questa volta con ragione), che la cosa non avrebbe seguito, e che non gli toccherebbe altro a subire che quella pruova. Non isbigottì di soverchio, e nulla aggiunse ai precedenti suoi costituti; e sì che la sua prigionia durò assai tempo. Erasi il carbonarismo larghissimamente diffuso in tutta Italia; ma i governi che contro questa società s'indracavano, non impugnavano altro con ciò che l'espressione di un fatto incontrastabile, quale si era la profonda malacontentezza eccitata in tutta quanta l'Italia dai portamenti de' suoi principi. In Lombardia, in particolare, era tempo che l'antica fazione dei sedicenti italici puri riconoscesse i falli che avea commessi nel 1814, e, maledicendo alla fede posta nell'Austria, sagrificasse ogni cosa per ammendare il suo torto. Quasi tutta l'aristocrazia milanese, e quella in ispezieltà che più efficacemente avea contribuito ad abbattere il regno d'Italia, congiurava contro l'Austria. Il conte Confalonieri col facile ed infiammato suo dire instigava contro quella potenza gli animi ancora tiepidi, e l'odio già mostrato da lui contro la Francia toglieva all'attuale sua indegnazione contro l'Austria ogni colore di parzialità o fazioso. Il conte Porro, il giovine marchese Pallavicini, e Bossi e Ciani e molt'altri, sia dei nobili che del medio ceto, mossi da un comune desiderio d'independenza, si riunivano per indettarsi intorno ai mezzi da porre in opera per sottrarre la patria alla dominazione austriaca. Ma, come ho già detto, niuno si proponeva di effettuare in Milano una rivoluzione. La mossa dovea accadere in Torino. Il principe di Carignano, presuntivo erede della corona, erasi assunto l'impegno di guidarla. E l'esercito piemontese, seguendo i suoi capi, l'avrebbe operata. Tostochè il principe di Carignano avesse afferrate le redini dello Stato, tostochè la costituzione fosse promulgata in Piemonte, le truppe piemontesi doveano valicare il Po e il Ticino, e venire a Milano. Pavia, città posta sui confini tra la Lombardia e il Piemonte, e abitata dalla scolaresca, sarebbesi unita co' liberatori. Milano pure terrebbesi pronta; i cittadini avrebbero impugnate le armi, altri avrebbero instituito immantinenti un governo provvisorio. Le province sarebbero concorse al grand'uopo; l'Italia sarebbe rimasta debitrice della propria liberazione a' suoi propri figli; e per la prima volta forse, dopo tanti secoli, lo straniero non sarebbe stato cacciato da un altro straniero sottentrante in sua vece. Bei sogni, quanto tempo avete voi durato?

La rivoluzione piemontese proruppe in marzo dell'anno 1821; ma non l'esercito intiero, bensì soltanto compagnie staccate di ciascun reggimento si sollevarono. Alessandria si trovò occupata dalle truppe sollevate, il rimanente delle quali era in Torino. Benchè incompleta, la mossa del Piemonte fu sentita in Lombardia. Il marchese Giorgio Pallavicini e Gaetano Castillia, giovanissimi entrambi, recaronsi dai capi del moto di Piemonte per indettarsi con loro del modo di procedere contro gli Austriaci. Parata sempre alle azioni generose, la scolaresca di Pavia formò un battaglione, intitolato di Minerva, ed entrò nel territorio piemontese. Intanto il conte Confalonieri non poteva farsi capace che alcuni reggimenti piemontesi valessero a far testa all'esercito austriaco e costrignerlo a rivalicare le Alpi. Nè infondati erano questi timori; ma gli uomini che apparecchiano una rivoluzione, non debbono concepire speranza che ogni cosa proceda appuntino nel modo previamente stabilito, a quella stregua, all'un di presso, che gli atti di un dramma si tengono dietro l'uno all'altro in sul teatro. La Lombardia sperava d'avere in aiuto una gran parte dell'esercito piemontese, e alcune compagnie soltanto si dichiarirono. Dovea ella per questo la Lombardia abbandonare i suoi disegni e la sua intrapresa? E chi sa mai se la sollevazione lombarda non si sarebbe tratta dietro quella del resto dell'esercito piemontese e degli altri Stati italiani? Chi è da tanto di prevedere tutto, nè si trova in caso di dovere per alcuni punti mettersi in balía del caso e della fortuna? Quale è di fatti l'esito di queste congiure rimaste prive di effetto? Gli è questo, che i governi ne vengono in cognizione ed aspramente le puniscono, mentre, per altra parte, affatto ingloriosi rimangono i nomi dei loro autori. I congiurati in pensiero sono puniti dai nemici delle rivoluzioni non altrimenti che sarebbero se queste avessero avuto effetto; ma non sono onorati del pari dagli amici della libertà. Volendo allora mostrarsi prudente, il Confalonieri scrisse al conte di San Marzano, altro dei capi della mossa piemontese, esortandolo a non affacciarsi, giusta il convenuto, al confine infino a tanto che tutto l'esercito piemontese, o poco meno di tutto, si fosse dichiarito per la costituzione. Questa lettera fu recata dalla contessa Frecavalli, che la nascose nella fitta sua chioma. Io non potrei descrivere l'effetto prodotto da quella lettera, e mi dorrebbe di dover attribuire al Confalonieri le ulteriori risoluzioni del principe di Carignano. Ognun sa che quel principe se ne stava a Torino, attorniato dai suoi ministri. Alla sera del 17 di marzo ei ragionò lungamente col conte di Santa Rosa, allora ministro della guerra, e con alcuni altri, e promise loro nel ritirarsi di pubblicare nel seguente giorno un bando che irreparabilmente lo astrignesse a far causa coi sollevati. Si sciolse dietro di ciò la conferenza, con ferma fiducia per parte dei seguaci della rivoluzione; giacchè l'ultime parole del principe, per quanto disse di poi il conte di Santa Rosa, erano sembrate concludentissime e lo avevano rassicurato sul futuro. Ma la mattina seguente si diffuse per tempo la notizia della partenza del principe, la quale immerse i rivoluzionari nella costernazione. Era egli di fatto partito alla vôlta della Lombardia. Giunse a Milano sotto nome supposto, e scese in un piccolo albergo all'insegna del Pozzo, poco stante dalla chiesa di Sant'Alessandro. Recossi dal maresciallo conte di Bubna, il quale all'annunzio della sua visita non fu poco meravigliato, e narrogli minutissimamente i progetti dei rivoluzionari, gli accordi fatti tra' Piemontesi e Lombardi, e tutto quanto importava al maresciallo di ben conoscere¹. E, ciò fatto, se ne ritornò.

¹ L'autore nel dar contezza di questo colloquio si è, giusta ogni apparenza, consigliato con l'imaginazione; chè non è a credersi abbia alcuno dei due interlocutori narrato a lui o ad altri, che nel potessero ragguagliare, le cose dette in quella congiuntura. Spaziando nel campo delle probabilità, si può supporre che il principe abbia detto abbastanza per porre l'Austria in grado di ripararsi dagli effetti della congiura; ma il sèguito dei fatti che narra l'istesso autore è una pruova patente che l'Austria non ebbe da lui indizio alcuno delle persone che erano implicate nella trama. Era giustizia il fare quest'avvertenza, com'è il dire che l'imaginazione dell'autore, per quanto apparisce, ha anche in altre congiunture supplito alla scarsa notizia avuta dei fatti, e che talvolta pure egli sembra avere esagerate le cose, generalizzato dei fatti particolari, e attribuito a malignità del gabinetto o dell'imperatore quel ch'era effetto della lentezza austriaca, degli ordini viziosi dello spaccio degli affari, o del maltalento o goffaggine degli uffiziali inferiori. (Nota del traduttore.)

Non mi tocca riferire gli avvenimenti, altronde ben noti, di cui fu teatro il Piemonte in quel tempo. Mi basta indicare l'aiuto dato dalle truppe austriache al re di Piemonte; e la parte che esse ebbero nel ristabilimento dell'antico ordine di cose. Il re di Piemonte spietatamente si ricattò sopra i suoi sudditi della debolezza de' suoi mezzi, per cui era astretto ad invocar forze dall'Austria. Questa poi, paga di occupare, benchè momentaneamente il Piemonte, paga del male esito delle macchinazioni dei rivoluzionari, e della cognizione acquistata degli accordi tra i sollevati piemontesi e i malcontenti lombardi, paga, infine, di vedere il re, suo protetto, arrischiarsi sulla sdrucciolevole china dei supplizi capitali e delle confische, astenevasi da ogni provvedimento di tal fatta, ostentando così clemenza e dolcezza. Alcuni mesi di tal guisa trascorsero, dopo i quali il re di Piemonte parve desiderar la partenza delle truppe austriache, e ne fece domanda, che fu incalzata da quelle degli altri sovrani d'Europa, sospettosi forse che la dimora delle truppe austriache in Piemonte si protraesse oltre il dovere. L'Austria però non intendeva a ritirare sì presto le sue soldatesche. E giova qui notare quanta importanza pone l'Austria nelle brevi sue occupazioni delle varie parti del territorio italiano. Non appena le si affaccia l'occasione d'inframmettersi negli Stati pontifici, nel reame di Napoli, nel Piemonte, nel ducato di Modena, in quello di Parma, essa premurosamente l'afferra. Allorchè le cagioni per cui fu chiamata non esistono più, allorchè il principe che ne ha invocato l'aiuto, e i sovrani emoli dell'Austria, e l'Europa intiera la richieggono di ritirarsi, essa studiasi di mandare in lungo le cose, allega un pretesto, accampa un qualche diritto, oppone un qualche ostacolo; in somma, benchè essa sappia che il suo definitivo stanziamento negli Stati che non le sono stati concessi dai trattati di Parigi e di Vienna, non potrebb'essere tollerato, pure si sforza di rimanervi quanto più lungamente sia possibile. È questa mera fanciullaggine; perocchè, sapendo l'Austria per certo di non potere definitivamente impadronirsi di questi Stati, qual maggior pro può essa mai trarre da un'occupazione durata tre mesi, che non da una durata un mese solo? Spera essa forse che, protraendo di giorno in giorno la partenza, si farà gradire qual signora permanente? Spera essa di avvincersi colla sua presenza e co' suoi modi i cuori delle popolazioni di cui si fa carceriera? Acciò questo divisamento non fosse privo di fondamento, sarebbe necessario che l'Austria si travisasse affatto, e ciò non solo agli occhi delle popolazioni italiane che non le sono soggette, ma anche a quelli dei suoi sudditi lombardi. Perocchè, insino a tanto che essa mostrerassi oppressiva in Lombardia, pochi cuori italiani le saranno propensi.

Dopo una dimora di sei mesi in Piemonte, protratta ad onta dei riclami del re Carlo Felice e dei gabinetti europei, le truppe austriache non erano in verun modo disposte a far ritorno entro i loro confini. Il governo imaginò allora di chiarire i sospetti che di già aggravavano un gran numero di Lombardi, e di atteggiarsi come se fosse particolarmente minacciato dai fatti del Piemonte e interessato ad impedirne il rinnovellamento. Da quel punto l'occupazione del Piemonte per parte delle truppe austriache vestiva un tutt'altro carattere di prima. La cosa non avea più luogo a chiesta del re di Piemonte, nè più bastava che questo monarca rendesse grazie all'Austria per accommiatarla; ma all'incontro il Piemonte era dall'Austria occupato per essere ciò necessario alla propria tranquillità, sicchè toccava ad essa il far giudizio del quando potesse lasciarlo libero senza suo scapito.

Nove mesi pertanto dopo il termine della rivoluzione piemontese, che viene a dire in novembre del 1821, venne istituita in Milano una giunta estraordinaria per inquisire intorno agli accordi ch'eransi fatti tra i rivoluzionari piemontesi e i malcontenti lombardi. Quieta era cionnonpertanto la Lombardia in quel tempo; le madri dei giovanetti scolari arruolatisi nel battaglione di Minerva avevano riportata promessa dal conte di Strassoldo, presidente del governo di Milano, che la partecipazione di quei giovinetti alla sollevazione sarebbe risguardata come una scappata da scuolari; e fidenti nella promessa, quei giovani erano venuti di nuovo a sedersi sui banchi dell'Università. Il marchese Pallavicini e Gaetano Castillia, reduci anch'essi, nè mai stati molestati, credevano che il passo fatto da loro fosse ignorato o scusato. Ognuno era dunque scevro di apprensioni quando l'istituzione di quella giunta estraordinaria e i nomi dei membri di quella, quasi tutti Tirolesi, vennero ad insospettire la contrada. Erano però i sospetti mitigati dal considerare che nove mesi eran trascorsi da che il principe di Carignano era stato a Milano, vale a dire da che l'Austria era stata ragguagliata delle trame dei liberali milanesi; dietro del che stentavasi a credere che ella avesse intenzione di processarli da senno, giacchè altrimenti non avrebbe lasciato ai sospetti un larghissimo tempo per togliere di mezzo tutti gli obbietti che potevano servire a redarguirli. Conghietturavasi altresì, e non a torto (o ch'io credo), volesse l'Austria con queste dimostrazioni avvalorare unicamente una qualche segreta negoziazione. Può darsi invero che tale e non altra fosse l'intenzione dell'Austria, e allora convien dire, da un funesto concorso di fortuite circostanze essere stati addotti i tristi casi del 1821 e degli anni seguenti. Il primo mandato di cattura spiccato dalla giunta estraordinaria trasse nelle carceri Gaetano Castillia, quel desso ch'era ito in Piemonte col marchese Pallavicini. Uno de' suoi fratelli, Giovanni Castillia, era testè giunto d'Inghilterra, ove avea fatto incidere sopra un suggello le sue iniziali G. C. e quest'impresa, tratta dall'Alfieri:Leggi e non re, l'Italia c'è. Conoscendo egli l'indole aombrosa della Polizia di Milano, e la condizione sospettosa del fratello, erasi guardato dal recare a casa sua quel suggello e avealo deposto presso la signora Camilla Fè, la quale, per ragione del sesso, era creduta al sicuro dalle persecuzioni austriache. Trovandosi un giorno in casa di quella signora, rammentossi Giovanni Castillia d'una lettera del console delle corti di Spagna a Genova, per nome Beremendi, pervenutagli alcuni giorni prima ed alla quale non avea fatto risposta. Prese tosto la penna e scrisse di fretta alcune linee, cui sottoscrisse colle sue iniziali G. C., e veduto poscia sul tavolino il suo suggello, se ne valse spensieratamente per suggellare la sua lettera, cui mandò incontanente alla posta. In Ispagna fervea allora la rivoluzione, e il Beremendi era console delle corti ispaniche; bastava perciò a destare i sospetti della Polizia il semplice indirizzo d'una lettera ad un tale personaggio: or quanto più quando lo spaventoso esergoLeggi e non re, l'Italia c'è, ne contrasegnava il suggello! Il direttore della posta aperse pel primo quella lettera, cui attribuì senza peritanza a Gaetano Castillia, quel desso che era andato in Piemonte. Bolza, Cardano ed un altro di cui non rammento il nome ebbero pertanto incontanente l'ordine di recarsi a frugar nelle carte e robe di Gaetano Castillia e di catturarlo nel caso che da quella inquisizione emergesse un qualche gravame contro di lui. Gaetano Castillia avea ricevuto alla sera una lunga lettera di Emmanuele Marliani, che allora trovavasi in Ispagna e venne in fama di poi per la luminosa sua comparsa in quella contrada. Vi si conteneano dei particolari intorno alle cose della Spagna, delle considerazioni sul probabile scioglimento di quelle faccende, come pure delle considerazioni sull'Italia, congiunte a voti per essa, e forse altresì intorno agli ultimi tentativi fattisi in Piemonte, e l'ammaestramento che si dovea trarre da quei fatti. Subito erasi posto il Castillia a rispondervi; e, spesavi una parte della notte, avea poi chiuso diligentemente la lettera e la risposta in un cassettino frammezzo a pannilini, proponendosi di ardere alla mattina per tempo la lettera e di mandar la risposta. Ma fu antivenuto dagli agenti della Polizia. Non aggiornava ancora quando questi agenti gli si presentarono, esortandolo a nulla occultare. Ei consegnò loro le sue chiavi, e se ne rimase tranquillo spettatore della loro disamina sintanto che li vide intenti a frugare nel suo scrittoio e nello scrigno delle sue scritture; ma ben dovette fare forza a sè stesso quando li vide volgersi all'armadio delle biancherie, aprirne i cassettini, porre le mani sui pannilini che coprivano quelle lettere, ed estrarnele. Il solo fatto di avere occultate quelle carte era motivo di sospetto contro il Castillia, e bastava ad autorizzarne la cattura; ond'è che il Bolza lo avvertì che una vettura da nolo aspettavalo alla porta, e gl'intimò di venirgli dietro in carcere. Uno dei fratelli del Castillia¹ avendo ottenuto il permesso di accompagnarlo alla prigione, giovossi di quella congiuntura per dargli alcuni consigli, e recossi poscia difilato dal marchese Pallavicini a narrargli la disgrazia accaduta al fratello, e ad esortarlo di sottrarsi con la fuga ad un simile destino.

¹ Non era già quello di cui ho fatto menzione qui sopra, e il quale fu causa prima, benchè innocente, di tante sciagure.

Ho detto che il Pallavicini era giovane assai. Egli avea certamente nudrita la sua mente con la lettura di Plutarco e di Tito Livio, e imparatovi come i grandi uomini dell'antichità si sagrificassero pei loro amici e sapessero morire con essi quando non potean salvarli. E in vero non ebbe appena udito della cattura dell'amico, che attribuendone subito la causa al viaggio fatto di conserva con esso in Piemonte, esclamò: «volere, ben lungi dal fuggire, voler condividere il destino del Castillia; il massimo torto essere stato il suo; aver lui proposto quel viaggio; non averlo seguìto l'amico se non per condescendenza, ec., ec.». Nè fu pago di dir queste cose fra le domestiche pareti; ma, fatto sordo ai consigli, e direi quasi alle suppliche instanti del fratello del Castillia, il quale sforzavasi di fargli intendere i tristi possibili effetti del passo ch'egli stava per fare, uscì precipitoso fuori di casa e corse senza prendere fiato all'ufficio della Polizia, ove richiese ad uno ad uno tutti gli ufficiali in cui si abbattè, di chiuderlo in carcere col suo amico. Quelle strane instanze non ebbero lo sperato esito. Il Pallavicini fu ributtato burberamente; gli dissero non bastare il voler essere incarcerato per venir chiuso in carcere, e lo esortarono ad andarsene. Io non so invero se questa mattia fosse necessaria per cagionare l'arresto del Pallavicini; perocchè la sua gita in Piemonte veramente ponealo fra' primi nella lista dei sospetti; e se l'Austria era allora determinata a porre in chiara luce gli accordi che eransi fatti nel 1821 fra i Lombardi e i Piemontesi, essa non potea cominciar meglio l'opera sua che con la cattura del Pallavicini. Fatto è che questi non dovette sospirare un lungo tempo pel carcere. Due giorni dopo la strana sua domanda all'ufficio della Polizia, il conte Bolza, appressatoglisi all'uscir dal teatro, invitollo a venirgli dietro, nè lasciollo se non dopo ch'esso fu chiuso in una segreta poco lontana da quella in cui era il Castillia.

Troppo avea presunto di sue forze e di sua fermezza il Pallavicini. Schietto, generoso e disposto a prodezza, ma semplice ed ingenuo, viziato da quella levità di carattere per cui l'animo va fluttuando fra le più contrarie disposizioni, si empie oggi di matte speranze per isprofondarsi domani nello sterminato abisso della disperazione, era il Pallavicini uno di que' tali che sono in grado del pari o di commetter le più grandi o le più nocive azioni, o di starsene inerti del tutto, secondochè portano le circostanze, e sempre senza premeditazione, tranne però il primo caso. Com'ei si vide in carcere, tosto s'accorse che la sua propria sciagura non punto alleggiava quella dell'amico, e concepì un ardente desiderio della libertà. Sua madre, da cui era amato teneramente, desiderava ch'ei fosse liberato, più ancora che nol desiderasse egli stesso; e la Polizia, o, per dir meglio, il governo, proposesi di avvantaggiarsi dei sentimenti della madre e del figliuolo. Non appena i membri del tribunale straordinario e il giudice istruttore, Menghini, vennero in cognizione della levità ed impetuosità del carattere del captivo, che prepararono le loro macchine. Obbliava di già l'Austria in quel tempo, che la faccenda non era stata ad altro fine indirizzata che a somministrarle un pretesto per prolungare l'occupazione del Piemonte e del reame di Napoli. Avendo essa posto in campo sospetti, volea giustificarli. Ben sapea esservi stata congiura, perocchè aveane avuto contezza dal principe di Carignano, e dacchè erasi posta scopertamente ad inquisire in proposito, temea di apparire melensa ove non la rinvenisse. Impegnato che fu il suo amor proprio, il governo si rassegnò a trovar dei colpevoli, e non fu malagevole il suo cómpito.

Cominciossi per parlare al Pallavicini della congiura come di un fatto notorio ed incontrastabile; poscia, trovando perseverante il prigioniero nel negare un fatto così constatato, e veggendolo domandare con tanta sollecitudine e commozione della propria madre, s'invocò l'opera di questa, la quale, dopo la cattura del figliuolo, non cessava dall'assediare l'anticamera del tribunale. Uno dei giudici chiamolla nel suo gabinetto, l'accolse affabilissimamente, e datele notizie confortanti del figliuolo, la cui fragile salute avea pur troppo a scapitare per una lunga prigionia, aggiunse che la caparbietà di esso nel negare una macchinazione della quale il governo conoscea i più minuti particolari, era cosa fatta per indisporre gli animi contro di lui; che la confessione richiesta al medesimo non era altro che una formalità, un atto di sottomissione indispensabile affatto, ma però tale, che non potea portare sinistre conseguenze per lui nè per altri. Proseguì egli a parlarle in questi sensi, finchè la contessa, interrompendo il discorso, accertollo ch'essa ben comprendeva le benefiche intenzioni di S. M., nè potea dubitare che il figlio non le comprendesse al pari di lei, e non vi si arrendesse con premura e riconoscenza. Interrogò il giudice la contessa Pallavicini se potess'ella sperare d'indurre il figliuolo alla confessione che a lui veniva richiesta, e dietro la risposta affermativa ch'ella diede, la fece introdurre nella prigione del figlio. La storia non dee toccare di quello che sia stato detto allora dalla madre e dal figliuolo, ed è suo debito di rispettare il segreto intorno a simili scene; debito tanto più facile a servare, quantochè il racconto delle medesime potrebbe solo indebolire quell'interesse che ne emerga. Fatto è che il Pallavicini, dopo la visita della madre, confessò quel tanto che gli si richiedea e ch'ei non credea ignorato ormai da veruno. Nelle prigioni dell'Austria è d'uopo eleggere tra un sistema assoluto di diniego, spinto sino all'assurdo, per cui si impugni risolutissimamente tutto quanto può, dappresso o da lungi, direttamente o indirettamente, toccare ad un fatto incriminato, e un sistema di piena confessione, per cui si rinunzi ad occultare una sola delle circostanze del fatto medesimo. Colui che spera di ristrignersi a confessare quel tanto che riguarda sè stesso, senza pregiudicare i suoi sozi, e vorrebbe usare schiettezza da un lato e dissimulazione dall'altro, è perduto; perciocchè il giudice procede a tal modo: ponendo per istabilito il fatto confessato dal reo, mette subito in campo, come conseguenza di esso, un altro fatto ch'ei fa le viste di tenere come confessato implicitamente col primo. E se l'inquisito ricusa di ammettere quest'altro fatto, gli oppone ch'ei distrugge la prima sua confessione, che pecca contro la logica, ec., insino a tanto che esso venga quasi ad arrossire del diniego. Ond'è che l'inquisito è condotto quasi per forza ad ammettere questa conseguenza della prima sua confessione, ed ecco subito messo a lui dinanzi un terzo annello, un'altra conseguenza di secondo grado, che gli è forza ammettere come la precedente; e così si va procedendo via via, insino a tanto che non vi sieno più segreti da propalare. Era il Pallavicini senza dubbio fermamente risoluto di non compromettere altri che sè medesimo, ma compromise di fatti molti altri. Quando se ne fu addato, tentò di ritrattarsi, cadde in disperazione, e rimase come fuori di senno per lungo tratto di tempo. Sicchè troppo acerbo sarebbe il rimproverargli un momento di debolezza che fu espiato così crudelmente.

Come il Pallavicini, così anche il Castillia si persuase di non avere a compromettere altri che sè medesimo, con isgravarsi dal peso d'una perpetua menzogna. E di fatti io non ho pruova alcuna che le sue confessioni abbian portato danno a veruno. Checchè ne sia, il nome del conte Confalonieri venne proferito dinanzi alla giunta, e la cattura di lui fu posta in discussione. Uno degli amici di lui era tuttora in relazione con un antico ufficiale della polizia al quale avea prestato servizio in altri tempi. Questo ufficiale, ora defunto, scrisse subito a quell'amico per avvertirlo del pericolo che il Confalonieri correa. Sospettato egli pure, e persuaso che la casa del Confalonieri doveva essere invigilata attentamente, quell'amico recossi anzitutto dal consigliere Marliani, la cui figliuola era stretta in amicizia e col Confalonieri e coi principali liberali. Parlò con questa signora del modo di ragguagliare il Confalonieri di quanto riguardavalo, e si stabilì fra loro ch'essa invierebbe da lui il servo fidato di suo padre, persona sicura e devotissima. Il Berchet, appressatosi a quella signora nel mentre ch'essa ragionava con l'amico del Confalonieri, udì le loro parole, e immantinenti si diliberò di scampare in estero Stato, nè pose tempo in mezzo ad eseguire quel proponimento. Ricevette pertanto il Confalonieri la notizia che gli amici erano impazienti di fargli giugnere, ma non ne fu punto commosso, e ricusò di fuggire. Alla sera del giorno medesimo, il menzionato ufficiale di polizia scrisse di bel nuovo all'amico suddetto, essere stata stanziata la cattura del Confalonieri. Gli amici si riposero in moto; ed anzi la stessa figliuola del consigliere Marliani recossi dal Confalonieri per fargli presente l'imminenza del pericolo e scongiurarlo ad andarsene.

Diè saggio il Confalonieri in quella occasione d'una levità di carattere, che può servire di spiegazione e di escusazione dei falli ch'egli avea precedentemente commessi. Gl'iterati avvisi mandatigli da' suoi amici erano avvalorati altresì dalle insinuazioni abbastanza chiare del maresciallo conte di Bubna, che teneva in quel tempo il comando militare in Milano, ed era uomo retto e capace di attaccamento. Nelle frequenti visite ch'egli faceva al conte ed alla contessa Confalonieri, non mancava egli di ostentare molta ansietà della mala salute del conte, e dal consigliare a lui ed alla contessa un viaggio di alcuni mesi. Ben comprendeano entrambi il fatto per cui mostravasi inquieto il maresciallo, e raffrontando questi replicati consigli con gli avvertimenti venuti altronde, non potevano dissimularsi il pericolo. Ora perchè mai trascurò egli il Confalonieri l'occasione propizia che gli si offeriva? Perchè mai non volle egli andarsene e starsene fuori per alcun tempo? Voleva egli punirsi della funesta fidanza da lui posta l'anno 1814 nell'Austria? Desiderava egli tergere col martirio la lieve macchia contratta dalla sua riputazione in quel tempo? Benchè questa ipotesi sia molto onorevole pel Confalonieri, difficil cosa è tuttavia il conciliarla coi provvedimenti ch'ei non mancava di fare onde aprirsi al caso una via di scampo. Diceva egli bensì agli amici: «Non partirò; non mi ritirerò a fronte della tempesta, voglio anzi affrontarla; sarà di me quello che Dio vorrà, ec., ec.»; ma intanto facea praticar nel solaio di sua casa un buco che dava nella casa vicina (la casa Bonacina), e per quel buco proponeasi di fuggire camminando sui tetti finchè trovasse od una finestra od un abbaíno aperto per entrare in una qualche casa. Io non so dire s'ei si proponesse di rimanervi celato sotto la salvaguardia dell'ospitalità, o se sperasse di scendere le scale di quella casa e d'uscirne pel portone senza essere veduto o notato. Ben era peccato che il Confalonieri, risoluto, come pare ch'ei fosse, di sguizzar via, non abbia meglio ideato il modo di farlo; ch'egli abbia voluto aspettare fino all'ultimo istante per effettuare il suo disegno, e siasi determinato a tentare una fuga pericolosa pei tetti, quando non solo la porta della sua casa, ma quelle pure della città e dello Stato erangli aperte. Che se alcuno dubitasse della verità della mia asserzione, e credesse in quella vece che il Confalonieri avrebbe forse incontrato maggiori ostacoli alla fuga di quelli ch'io suppongo, io gli risponderei col racconto di un fatterello singolare. Sei settimane prima della sua cattura, il Confalonieri abitava una villa sulle rive del lago di Como, nel sobborgo di questa città chiamato Borgo-Vico. Per festeggiare il giorno onomastico della consorte, egli convitò parecchie persone a pranzo il 15 di ottobre, giorno della festa di santa Teresa. Vennero i convitati all'ora prefissa; trovarono apparecchiata la mensa, raccolta la brigata, ma assenti i padroni. Più ore trascorsero, duranti le quali gli amici colà convenuti rimasero inquietissimi intorno al destino del padrone di casa. Giunse egli finalmente a piedi, preceduto da sua moglie e da' signori Francesco Arese e di Fellberg. Erasi egli spassato nell'approfittare della vicinanza della Svizzera e della libertà con cui passava e ripassava il confine per empire la carrozza di oggetti in frodo de' dazi. Dietro la denunzia di una spia, la sua carrozza era stata visitata e confiscata. Or non poteva egli fare un uso migliore della libertà con cui recavasi cotidianamente in Isvizzera?

Gli è forza pertanto supporre che il Confalonieri, mentre ricusava di fuggire quando gli amici vel consigliavano, proponessesi di andarsene quando a lui paresse opportuno. Nè sarebbevi perciò ragione di rimbrottarlo gravemente; se non che era almeno da desiderare che gli apparecchiamenti da lui fatti a tal uopo fossero stati così bene ideati come quelli suggeritigli dagli amici. Ora a questo proposito egli è da stupire che, dopo aver fatto aprire un varco nel muro divisorio tra la propria casa e la casa Bonacina, il Confalonieri non siasi poi data la briga d'invigilare a fine che quel varco non fosse chiuso. Il che appunto accadde.

Era il Confalonieri male in salute, come ho detto. Giaceva egli a letto quando vennero ansanti i suoi famigliari annunziandogli che agenti della polizia entravano in casa. Balzar fuori del letto, ghermire in fretta gli abiti, e scampar da una porta situata dietro le cortine del letto per andare sul solaio, donde sperava passar nella casa vicina, fu pel Confalonieri la faccenda d'un istante. Di già appressavasi egli al varco, e potea credersi salvo. Vi giunge ansante e trepidante. Tremenda delusione per lui! Il varco era stato chiuso dal padrone della casa vicina, a detta di alcuni, o da un servo dello stesso Confalonieri, a detta di altri. Ognuno però concorda nel dire che quello sgraziato accidente fu mero effetto del caso, e sarebbesi facilmente cansato se il Confalonieri fossesi data la briga di invigilare sopra i mezzi apparecchiati pel proprio scampo. Vedendosi côlto nel laccio, tentò il Confalonieri di scampare per una scala segreta, ma non appena ebb'egli sceso alcuni gradini, che udissi chiamare per nome da un uomo che l'aspettava appiè della scala medesima. Era questi il conte Bolza, l'esecutore di tutte le catture politiche, il quale, armato di due pistole, intimavagli d'arrendersi. Non tardò il Confalonieri a sottomettersi. Le sue carte furono esaminate, ed egli in compagnia degli agenti della polizia e della gendarme, fu condotto in carcere.

Si è questo per avventura il luogo opportuno per dire alcune parole intorno al carattere del conte Confalonieri, che mi è toccato di rappresentare or come fermo, or come leve, or come ambizioso, or come devoto, or come poco scrupoloso, or come di soverchio fidente, e, in una parola, proteiforme. Non è infatti cosa infrequente il trovare accoppiati in un istesso uomo le qualità e i sentimenti più contrari fra loro: e se i caratteri di simil tempra sono uno scoglio da cui debbono guardarsi pel meglio dell'opere loro i romanzieri ed i poeti; lo storico, che è schiavo de' fatti, dee fedelmente ritrarli, non senza aver cura d'avvertire il lettore dello strano spettacolo cui è costretto a porgli sott'occhio.

Ebbe il Confalonieri dalla natura poca sensitività ed un temperamento capacissimo di esaltazione. Non si è venuto in cognizione ch'egli abbia provato forti passioni; ma spesso egli fu veduto commuoversi ed infiammarsi contro certe cose o contro certe persone che dispiaceangli. Egli è inoltre capacissimo di ammirazione; ma io non avviso di fargli torto con dire, essere questo sentimento in lui per lo più raffreddato da un certo quale scetticismo, così comune però in Italia, che non si può farne un particolare rimprovero al Confalonieri. Cresciuto in una famiglia stata devota in ogni tempo all'Austria ed alle idee ch'essa rappresenta, sullo scorcio del secolo decimottavo e frammezzo ad una generazione tutta imbevuta delle dottrine rivoluzionarie, il Confalonieri subì ad un tratto l'influenza dell'orgoglio aristocratico, dello scetticismo volteresco, dell'entusiasmo liberale onde ridondavano i giornali francesi e i bandi dell'esercito francese, e di quell'entusiasmo altresì che era stato messo in voga dall'Alfieri per la libertà de' Greci e de' Romani. L'imaginazione, facoltà dell'animo sì esuberante in Italia, è altresì la facoltà predominante nel Confalonieri; ed una tale facoltà in lui, del pari che in chiunque non la faccia servire ad una forte passione o ad una profonda convinzione, e la lasci esaltarsi e reggersi da sè, non ha mai prodotto alcunchè di veramente bello o grande. L'uomo, il cui animo e il cui cuore non abbiano una base solida da appoggiarvisi, nè scorta illuminata e fida da seguire, vo' dire affetti profondi e massime invariabili, scagliato che sia nella vita pubblica, sarà capace ora di un'azione magnanima, ora di un fatto men che onorato; muterà parere secondo che vel trarrà la versatilità connaturale all'umano genere; benchè forte, cadrà in debolezze; benchè generoso, si abbasserà alla pari di coloro che sono men che generosi; benchè schietto ed aperto, offenderà la verità; benchè accorto e dissimulato, farà le più stolte confessioni; errerà insomma a casaccio, qual nave priva di piloto e di bussola, nell'immenso pelago delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri e degl'interessi, lasciandosi andare in balía di quelli e di questi, facendo il saggio di tutto, e sarà vinto alla fine e unicamente dalla stanchezza.

Io non ho fatto con ciò il ritratto del Confalonieri, bensì ho descritto un tipo di cui il Confalonieri è una varietà. L'animo del Confalonieri è naturalmente elevato; la sua mente naturalmente portata ai pensieri nobili o generosi; ma standosi anche rinchiuso nel cerchio del giusto e del bello, il Confalonieri si è dimenato assai, ed ha mutato frequentemente parere e proponimento. Spesse volte altresì egli si è mostrato incoerente, e parve mosso ad un tratto da varii e contrari impulsi, e chiudere in sè parecchi individui diversi.

Nella congiuntura di cui facciamo qui discorso, il Confalonieri seguiva il suo nobile e coraggioso istinto col dichiarare a' suoi amici di non voler partire; cedeva ai dettami della prudenza col far aprire il varco pel quale dovea fuggire, e pagava infine, col trascurare d'invigilare sopra quel varco, il suo tributo alla levità del carattere (chè così può essere chiamata una siffatta impreveggenza). Chi non direbbe che si tratta qui di tre uomini diversi?

Interrogato come il Pallavicini e il Castillia, non doveva il Confalonieri cedere com'essi. Ma la sua impreveggenza tornò agli amici suoi non meno funesta, di quello che a lui fosse stata la fiacchezza del Pallavicini. Desiderando egli far conoscere alla moglie quanto era accaduto fra lui e i suoi giudici, volle scriverle due righe, e s'appigliò a quest'uopo ad uno di quei mezzi che sono da gran tempo usati dai prigionieri, sicchè da niuno sono ormai ignorati. Spiccò dalla invetriata un pezzo di piombo, fecene un rotolino appuntato e se ne valse a guisa di toccalapis per iscrivere una lettera sur un pezzetto di carta. Ciò fatto, era d'uopo trovare un messaggero; ed io non so veramente il perchè siasi il Confalonieri indotto a scegliere per quest'ufficio uno degli uomini della gendarme da cui era custodito. Parve costui intenerito dalle preghiere del nobile captivo; acconsentì alla domanda, promise fede, e recò la lettera al giudice inquisitore. Erano in questa lettera nominati il Fellberg, il Comolli, il Borsieri e alcuni altri, che vennero tosto catturati.

Incalzato dalle interpellanze, e addatosi altronde che la congiura era ben nota al governo, il Confalonieri, nell'atto stesso che confessò d'aver saputo delle macchinazioni dei congiurati, tentò di giustificarsi, allegando di essersi opposto sempre alla loro effettuazione. E in prova di ciò addusse il fatto di avere scritta una lettera al marchese di San Marzano, con cui esortavalo a non affacciarsi al confine lombardo. Interrogato del mezzo con cui avea potuto far capitare questa lettera al San Marzano il Confalonieri nominò la contessa Frecavalli, la quale ebbe a sopportare pochi giorni di poi una visita degli ufficiali della polizia, ed una cattura di tre giorni nelle proprie stanze. Taluno sarà forse desideroso di conoscere il come si osservino dalla polizia austriaca i riguardi che si debbono usare alle donne. La contessa Frecavalli ebbe per custodi nella sua propria stanza due agenti di polizia ed un uomo della gendarme. Uno di questi agenti, per nome Fedeli, giovane ed avvenente, non era privo di una certa quale urbanità di tratto; ma i precisi ordini datigli non gli permisero di accondiscendere al desiderio della contessa Frecavalli, coll'uscir fuori un solo istante dalla camera di lei, nei tre giorni e nelle tre notti dell'arresto della medesima. Ond'essa non volle andare a letto, nè abbandonare la seggiola su cui si era gittata quando vide entrar nella camera gli agenti di polizia, sopportò con piena calma quella soggezione, non tralasciando di tribolare co' suoi sarcasmi quegli agenti, e in particolare il Fedeli, per l'uffizio rozzamente vile cui avevano accettato verso ad una donna. Non era essa più giovinetta in quel tempo, e lo sforzo che fece per non dar a conoscere di sentirsi affetta di soverchio da quella brutalità, le guastò la salute per sempre.

Non debbo omettere di far edotto il lettore del modo col quale venne osservata la promessa fatta dal conte Strassoldo, presidente del Consiglio di governo, alle famiglie dei giovanetti che si erano arruolati nel battaglione di Minerva. Non appena fu in piede la giunta straordinaria per istruire il processo contro i congiurati, che tutti quegli scuolari furono catturati. Invano se ne richiamarono le loro madri presso il presidente del governo; perocchè questi non avea promesso che quel tanto cui credea poter attenere, e il gabinetto di Vienna, poco sollecito dell'onore de' suoi ufficiali, avea testè nominato dei commissari, le cui attribuzioni erano affatto independenti dal presidente del Consiglio di governo. Parecchi di quei giovanetti vennero poi condannati come rei di ribellione; altri furono discacciati dall'Università e ributtati da ogni aringo, come rei di poco attaccamento alla Casa d'Austria.

La casa di correzione riboccava di catturati politici, e novelle catture accrescevano cotidianamente il numero di questi. Tutte le famiglie erano immerse nella costernazione. Niuno usciva di casa senza guardarsi dietro, e senza vedersi seguito da uno o due uomini, male in assetto, e di cera ignobile, come sono per lo più gli agenti segreti di qualunque potestà, e quelli in ispecie di una potestà arbitraria. Quante volte ho io veduto dalla mia finestra un uomo da' cinquanta a' sessant'anni, vestito d'un abito verde, con un cappellaccio calato sul viso, un fazzoletto a colori annodato attorno al collo, la schiena arcata, l'incesso tardo, passeggiar tristamente in istrada, e sostare tratto tratto sotto il portone dalla casa posta dirimpetto, guardando ora all'uno, ora all'altro dei capi di quella strada, o sforzandosi di spinger lo sguardo a traverso le cortine dietro le quali io mi stava. Era costui uno spione ben noto, simile a tutti quelli che erano egualmente appostati in ogni altra strada o davanti ad ogni casa sospetta. Non poteano due persone salutarsi cammin facendo per le vie della città, senza che il direttore della polizia ne fosse subito ragguagliato. Niuno si accostava ad un altr'uomo senza diffidenza; niuno si arrischiava di andare per due giorni di seguito nella istessa casa, per tema di destare sospetti.

Chiari vedeansi sopra tutte le lettere affidate alla posta i segni dell'infrazione del suggello. Quante persone furono chiamate dal direttore della polizia, o tratte a lui dinanzi in sembianza di malfattori, per essere da lui interrogate, per esempio, sur un discorso fatto in loro presenza in un dato giorno e in un dato luogo! Potevano ben esse negare il fatto, fosse o non fosse vero realmente; ma non poteano con ciò raddolcire l'umore aspro del direttore, il quale, contento di incutere loro un momentaneo terrore, le avvertiva con tuono d'oracolo, essergli noti i loro minimi pensieri, biasimarsi questi da lui fortemente, e poco voler tardare a dargliene pruova. Nella città non si parlava d'altro che dei tormenti inflitti ai prigionieri politici, e le segrete dell'Inquisizione pareano un nulla a udire quel che si diceva delle segrete della casa di correzione di Milano. Bucinavasi di cibi o bevande dati ai captivi per alterarne il senno e strappar loro il segreto: ma questa tortura non fu mai e poi mai posta in uso in Milano, nè dagli Austriaci; e si dee lasciarne l'ignominia al duca di Modena, che se ne valse. Se non che i mezzi posti in opera dalla giunta estraordinaria di Milano, dacchè in ispezieltà il Salvotti era stato chiamato da Venezia a Milano per farvi l'ufficio di giudice inquisitore in luogo del Menghini, questi mezzi, men grossolani certamente, erano tuttavia crudeli ed iniqui. Non posso tacere qui di un fatto che varrà di risposta a coloro i quali, per troppa ingenuità di animo, dicessero non potersi dare in Europa un governo capace di sancire, inscrivendole nel suo codice, disposizioni simili a quelle che io debbo menzionare. Ed è, non esservi negli Stati austriaci codice di processura determinato per le giunte estraordinarie, e condursi da queste i processi che sono loro demandati, a seconda delle momentanee occorrenze. Facciasi da ciò ragione dell'estensione veramente sconfinata delle facoltà concesse a queste giunte.

Il Salvotti entrava talvolta a mezza la notte nelle segrete de' prigionieri, e destandoli di repente, facea loro, prima che risensassero dallo stupore e dallo spavento, interrogazioni insidiose, per le quali vantavasi di possedere una rara perizia. La mancanza d'aere libero, e di esercizio, le angoscie d'animo ond'erano oppressi i captivi, tutto in somma conferiva a guastar loro la sanità. Parecchi caddero infermi; alcuni corsero rischio di perder la vita, mentre il Salvotti richiedeva la più piena confessione per concedere agli uni la visita del medico, agli altri il conforto di abbracciare un'ultima volta una persona carissima, o alla maggior parte l'ultimo colloquio con un confessore. Ebbevi un moribondo al quale fu negato un confessore di sua propria scelta, per imporgliene uno il quale, giusta ogni apparenza, era una spia. Avendo l'ammalato risposto che si confesserebbe a Dio, non si osò fare più lunga instanza in proposito e chiamossi il sacerdote desiderato del moribondo. Fecesi però una picciola vendetta sopra il sacerdote istesso, mandando in cerca di lui per modo da indurlo a credere ch'ei fosse chiamato in prigione per rimanervi.

Gli interrogatorii aveano luogo tra l'accusato e il giudice istruttore Salvotti, in presenza d'un cancelliere, il quale scrivea le domande e le risposte. Componea poscia il Salvotti un epilogo di tutti questi interrogatorii, di cui lasciava copia, dopo terminati i costituti, all'inquisito, esortandolo ad apparecchiare pel giorno seguente la risposta, cui davasi il nome di difesa; perocchè in siffatti processi l'accusato non può nè affidare la propria difesa ad un avvocato, nè tampoco giovarsi della dottrina e dei consigli altrui. Il captivo trovavasi adunque improvvisamente e pel breve spazio di ventiquattro ore, costretto a prendere in disamina la voluminosa raccolta delle interrogazioni ch'erangli state fatte, e delle risposte da lui datevi mesi e mesi prima, ed a difendersi. Uno di quegl'inquisiti, fra altri, stette diciotto mesi in carcere, nel quale tempo fu interrogato due sole volte, la prima, subito dopo la cattura, entrante la primavera del 1822, per non altro uopo, che per constatare l'identità della persona; la seconda alla fine dell'anno 1822; dopo del che non vide più i suoi giudici se non nel mese di ottobre dell'anno seguente, in cui fu riposto in libertà. Un captivo può egli assicurarsi dell'esattezza od inesattezza di costituti avvenuti da sì remoto tempo, quando inoltre essi sieno, come furono quelli per esempio del Confalonieri, in tanto numero da giugner quasi ai cento? Se l'inquisito tentava di ridursi le cose a memoria, se pigliava a rettificare i fatti stabiliti dai costituti, se ardivasi ad entrare in discussione col proprio giudice, egli era irreparabilmente perduto. Alcuni appigliaronsi ad un felice compenso. Pregarono l'istesso consigliere Salvotti di stendere le loro difese, in quel modo che avea steso le accuse, dichiarando di rimettersi in tutto e per tutto al suo senno e alla perfetta sua probità. Ed egli, pago di questo tratto di confidenza, si diede con una certa quale vanagloria a fare con eguale acume due parti, l'una opposta all'altra, a sostenere con l'impegno medesimo il pro e il contro. Ond'è che gl'inquisiti che posero le proprie sorti nelle mani di quello strano avvocato, furono meglio difesi che non quelli i quali vollero pigliarsi essi medesimi questa briga.

Ebbevi in questa occasione dei fratelli incarcerati e condannati per non avere voluto farsi accusatori l'uno dell'altro; furonvi persone condannate per non avere tradito il segreto ch'era stato confidato loro; e per meglio dire, quasi tutti coloro de' cui gemiti risuonarono poscia le segrete dello Spielberg non per altro vennero condannati che pel reato di non-rivelazione. Io non preterirò qui l'occasione di encomiare una volta almeno senza miscuglio di biasimo il procedere del conte Confalonieri. Non appena si fu egli addato delle vere intenzioni dell'Austria, e si persuase ch'era certa la sua perdita, e che la speranza con cui lo aveano in sulle prime lusingato, era meramente un'insidia tesa contro la fedeltà sua agli amici, che si appigliò e aderì fermamente al sistema di negar tutto. Allora spiegò quell'irremovibile forza di volere, che fino allora eragli stata sì male in aiuto. Facendo egli forse in allora giusto giudizio dei passati suoi portamenti, riguardò con occhio sereno i patimenti che gli erano destinati e cui poteva accettare a titolo di espiazione. Fatto è che niuno de' suoi compagni di sciagura ebbe a rimproverargli un momento di debolezza; e l'Italia tutta quanta, ponendogli a merito i tanti e sì angosciosi anni di captività, e la nobile rassegnazione con cui egli seppe fare il sagrificio della propria vita e della propria libertà, sdimenticossi gli sgraziati fatti del tempo addietro, e diedegli un posto fra' suoi figliuoli prediletti. In un tempo di crisi e di rivoluzioni come si è quello in cui viviamo da poco meno d'un secolo, gli uomini politici che non s'ingannino mai sono in poco numero; ma minore ancora è il numero di quelli che si purghino in tal guisa di un fallo con un eroico procedere serbato sì a lungo. Gli altri inquisiti si diportarono bene, e quanto a me, io sono accertato che non uno di loro mancò al proprio debito, e che i più fiacchi non peccarono se non contro sè stessi, vale a dire che si persuasero di non confessare se non a proprio danno. Io recherò qui di nuovo un esempio del modo adoperato dalla giunta per istrappare il segreto di bocca agl'inquisiti. Un notaio di Brescia, per nome Bontempi, avea fatto un istromento di donazione o di cessione dei beni dei fratelli Camillo e Filippo Ugoni a pro del loro zio Francesco Ugoni. Quell'istromento fu impugnato come nullo, perchè destinato a conservare ai fratelli Ugoni le loro sostanze, che secondo le leggi portate contro gli spatriati doveano soggiacere a sequestro. Il notaio fu incarcerato e assalito in mille varii modi per trarlo a confessare la simulazione di quella donazione. Ma sia che realmente egli avesse fatto quell'istromento in buona fede, sia che comprendesse essere d'uopo pel proprio scampo il dirlo, fatto è ch'ei negò risolutamente di saperne di simulazione, e sostenne inconcussamente di avere creduto di fare un istrumento valido, e che l'atto era stato fatto nella debita forma, ec., ec. Uno dei testimoni che aveano sottoscritto l'istromento, per nome Panigotti, ricoveratosi in estero Stato subito dopo la cattura del notaio Bontempi, e condottosi a Brusselle, ove stette alcun tempo, era un amico dello stesso notaio. Conoscea la giunta l'amicizia che passava tra 'l Bontempi e il Panigotti, nè ignorava, perchè esperta oramai in siffatte materie, il sentimento angoscioso e cocente da cui viene affetto un uomo posto a fronte di un altro per sostenergli in faccia ch'esso ha mentito; il qual sentimento, ove i due confrontati sieno stati amici fra loro, ne rende il confronto affatto insopportabile. Dietro la cognizione che avea di un tale fatto e, sto per dire, d'una tale legge, il giudice istruttore disse al Bontempi, che il Panigotti, anch'esso captivo, avea confessato quel tanto ch'ei s'ostinava a negare. E aggiunse che, ostinandosi egli tuttora nella impugnativa, gli avrebbero condotto dinanzi l'amico per vedere quello che saprebber dire entrambi in un tale frangente. Udendo e della cattura dell'amico e della confessione del medesimo, rimase il Bontempi costernato. Non reggendo al pensiero di dover dare una mentita all'amico e di passare presso di lui per mentitore, interruppe frettoloso le parole del giudice, che facea le viste di ordinare che colà conducessero il Panigotti, e confessò quanto si volle da lui confessato. Venne perciò condannato ad un anno di carcere. Era egli tratto con buona scorta dalla prigione degl'inquisiti a quella dei condannati per iscontarvi la pena, quando gli venne in mente la speranza di poter conoscere la sorte dell'amico. Trovandosi vicino ad uno dei custodi, lo interrogò se il Panigotti fosse condannato alla stessa pena, se avesse a subirla nell'istesso carcere, e se non fosse soverchiamente afflitto dalla sua sventura. Avrebbe detto anche di più se il custode, che non era edotto di tutti i lacciuoli tesi agl'inquisiti dalla giunta, non l'avesse interrotto ridendo, per assicurarlo che il Panigotti, anzichè essere in carcere, era scampato e stava ottimamente in Brusselle. Il povero notaio s'accorse allora soltanto dell'abisso che gli aveano scavato sotto i piedi, e il raccapriccio cagionatogli dalla scoperta di tanta iniquità fu sì fiero, ch'egli stramazzò tramortito a terra, e non appena risensato, fu côlto da una febbre nervosa, dalle conseguenze della quale non potè mai pienamente riaversi. Il suo gastigo non dovea però finire con la fine della sua prigionia. Ricuperando la libertà, egli non ricuperò già la carica, statagli tolta per effetto della sentenza contro di lui proferita. Avanzato in età, estenuato dal carcere, e sprovvisto di sostanze, il Bontempi visse ancora alcuni anni con le limosine che gli faceano or l'uno or l'altro de' suoi soci di sciagura. Alla fine parecchi mesi trascorsero senza ch'ei fosse veduto recarsi da veruno di loro, com'era il suo solito, per chiedere, quand'era angustiato dal bisogno, un qualche soccorso. Più sollecito degli altri, uno di costoro andò in cerca del vecchio notaio, e le sue indagini lo condussero allo spedale, ove trovò il nome del Bontempi inscritto fra quelli dei defunti nella settimana precedente.

Mesi e mesi erano scorsi dacchè era stata posta in seggio la giunta estraordinaria. Contradittorie voci andavano in giro per la città. I genitori, le mogli, i figliuoli, i congiunti degl'inquisiti assediavano del continuo le anticamere dei giudici, riportando parole di conforto degli uni, minacce terribili degli altri. Il popolo, sempre mal disposto inverso quelli che la pubblica potestà perseguita, obbliava che quegli accusati erano stati già oggetto per lui di reverenza e di affetto, e omai risguardavali come malfattori. La polizia si era data molta briga per ottenere questo effetto. Essa avea calunniato gli inquisiti, dipingendoli come empi, come riprovati dalla nostra santa madre Chiesa, come biastemmiatori, come fabbricatori di veleni, rapitori di fanciulli. Quei nobili cuori, sentendosi abbandonati dal popolare interessamento, erano prostrati. L'Austria poteva esser crudele o generosa a suo senno, ma non fu nè crudele nè generosa.

Il re di Piemonte, il re di Napoli, il duca di Modena e la duchessa di Parma aveano sparso il sangue dei loro sudditi. L'Austria non imitò in questo il loro esempio. Ed ecco il perchè si può dire ch'essa non fu crudele. Ma è egli d'uopo spiegare il perchè non si può encomiarla per clemenza?

Giunsero alla fine le determinazioni dell'imperatore Francesco intorno alle conclusioni della giunta. Alcuni degl'inquisiti furono riposti in libertà, ma assoggettati alla invigilanza della polizia, e astretti a rimanere in città. Quelli fra loro che testè occupavano una carica o esercitavano una professione dependente in qualsivoglia modo dal governo, ne erano privati. Inoltre, aggravando la disgrazia e il danno di questi uomini che avevano sfuggito la condanna, non tralasciò il governo di sparger voci sinistre contro i medesimi; voci che il pubblico accolse premurosamente. Laonde ne avvenne che, usciti dal carcere, privati della carica o della professione, rovinati per l'abbandono delle cose loro, posti in un'ingrata soggezione, pregiudicati gravemente nella salute, esclusi dal posto che aveano lasciato vacante nella società, epperciò doppiamente bisognosi, per poter sopportare la vita nei termini in cui gliel'aveano ridotta, di essere sorretti dalla stima e dalla simpatia generale, ei si trovarono all'incontro isolati frammezzo agli antichi loro amici, videro sul volto di questi non dubbi segni di diffidenza, e dovettero comprendere che nulla ormai rimaneva loro, nemmeno la stima di coloro a pro de' quali aveano posta a repentaglio ogni loro cosa. Tale si era il destino di tutti gli inquisiti riposti in libertà. Omisi di far avvertire che quasi tutti furono rimandati liberi per difetto di pruove legali, cosicchè il loro processo rimaneva aperto, ed essi potevano ad ogni istante essere tratti in carcere di bel nuovo.

I conti Confalonieri e Pallavicini, il barone Arese, Gaetano Castillia, il Borsieri e il Tonelli furono condannati a morte per crimine di alto tradimento. Se non che l'imperatore commutò poi la pena di morte, riguardo al Confalonieri, in quella del carcere duro in perpetuo; riguardo al Pallavicini, al Castillia e al Borsieri in quella del carcere duro per venti anni; riguardo al Tonelli in quella del carcere duro per dieci anni, e infine riguardo al barone Arese in quella del carcere per tre anni.

Or ecco l'accaduto in Vienna relativamente alla condanna del Confalonieri. Il padre e la moglie di lui, un vecchio cioè ed una donna già affetta dalla crudele infermità che la trasse a morte pochi anni di poi, recaronsi a Vienna per implorare a suo favore la grazia imperiale. Durante il processo contro il marito, la contessa Confalonieri erasi mostrata simile a quelle matrone dell'antica Roma, di cui i poeti, anzichè gli storici, ci hanno tramandata la dignitosa imagine. Giovane ancora e dotata di somma avvenenza, ella si chiuse nel proprio palazzo, ne sbandì i piaceri e la compagnia de' suoi coetanei, s'interdisse persino i meri e semplici sorrisi dell'urbanità, per non più attendere ad altro che alle cose del marito e ai mezzi di salvarlo. Un sì nobile dolore avea toccato persino i cuori dei primari ufficiali austriaci, o almen di quelli che non erano stati corrotti dall'abito dell'ipocrisia. Giunse a Vienna, preceduta da una gran riputazione e munita delle più instanti commendatizie pei membri più autorevoli del gabinetto. Uno dei quali, proponendosi veramente di giovarle, avvertilla come un corriere stesse pronto a partire alla vôlta di Milano onde recarvi l'ordine di giustiziare il conte; ed anzi (ma io non so bene se fosse l'istesso od un altro de' suoi colleghi) le fu in aiuto per trattenere con arte quel corriere, quell'istessa mattina in cui ella e lo suocero dovevano essere ammessi ad udienza dall'imperatore.

Francesco I imperatore era d'aspetto così pacato, che sembrava impassibile, e l'imperio che aveva di sè stesso facealo parere mite e dolce. Egli è severo, diceano di lui i cortigiani, ma non iroso; e s'ei punisce, sì il fa per giustizia, e non per passione. La presenza del vecchio padre del Confalonieri turbò tuttavia quella serenità. Gettatoglisi dinanzi ginocchione, il vecchio chiedeagli grazia: esponeva le seduzioni a cui era stato esposto il figliuolo, rammentava i servigi da lui in altri tempi prestati, la devozione da lui e dalla sua famiglia sempre nutrita pei discendenti di Maria Teresa. Parlò alcun tempo, con favella interrotta da' singhiozzi e dalle lagrime, cui asciugava per tornare a supplicare. L'imperatore taceva, ma l'ira che bollivagli in petto parea viepiù gonfiarlo. Proruppe alla fine. Alzatosi, e, deposto repentinamente il sussiego dignitoso e l'usata dissimulazione, si fece presso al vecchio infelice, il quale, sempre inginocchioni, chinava il capo e tenea giunte le mani; gli si chinò all'orecchio e alzando le braccia, come se, suo malgrado, avesse a percuoterlo, dissegli con amaro sorriso e con voce chioccia, ma forte: «Conte Confalonieri, conte Confalonieri, date retta a queste parole: a quest'ora voi non avete più figli».

Pronta fu la contessa a sorreggere il vecchio suocero, che era stato come colpito da fulmine all'udire quelle parole. E, compressi gli affetti ond'era agitata, ripigliò ella le preghiere, cui l'imperatore, pentito forse dell'impeto a cui erasi lasciato andare, diede ascolto finalmente. Parve egli commosso, esitò e finì per promettere di spedireall'indomanilettere di grazia. Perl'indomaniei promise! e il corriere latore del comando di morte stava aspettando, trattenuto unicamente dal protettore della contessa! Raccapricciò la povera donna, perocchè rammentava un episodio dell'antica dominazione austriaca in Lombardia, il fatto cioè di un condannato a morte (era un conte di cui non ricordo il nome), il quale era stato giustiziato un'ora prima che giugnesse l'ordine di grazia. Mostrossi tuttavia lietissima della promessa imperiale, e all'uscir dalla reggia corse dall'amico che avea trattenuto il corriere. Lo zelo di quell'amico non s'intiepidì, chè anzi ei fece ogni sua possa onde ottenere che le lettere di commutazione di pena fossero spedite pria del comando di morte; e la contessa Confalonieri, impaziente d'ogni ritardo al giugnere nella città ove la scure pendea sul collo del marito, si pose in viaggio incontanente con lo suocero alla vôlta di Milano, tremante dalla paura che la tremenda sentenza non venisse eseguita. Dio nol volle. Confalonieri e gli amici suoi viveano, ma destinati a tal vita che allora teneasi quasi peggio che morte.

Evvi legge che comanda l'esposizione pubblica di tutti i condannati a pena del carcere per cinque anni o per tempo più lungo. Io ben ricordo tuttora il giorno destinato all'iniquo spettacolo. I cittadini onesti ed illuminati eransi chiusi in casa, sfuggendo checchè potea loro rammemorare che valentuomini doveano essere in quel giorno trattati a guisa di malfattori, pel loro troppo amore alla propria patria. Il popolo però avea subito l'influenza della doppiezza austriaca. Aveva udito leggere nei templi l'editto contro icarbonari; e avea sentito ripetere tante volte che i liberali macchinavano contro la vita dei poveri, contro la quiete dello Stato e la pubblica felicità che ne deriva, che avea finito per crederlo. Gl'infelici condannati soffrirono certamente di più al veder lo spettacolo di quel popolo traviato, che non soffrissero poi nel subire le umiliazioni cui vollesi altrove assoggettarli. Confalonieri, Andryane, Pallavicini, Castillia, Borsieri e Tonelli, uscirono dal carcere col saio grigio dei prigionieri indosso, e incatenati a coppia. Giunti dinanzi al palazzo di giustizia, salirono sur un palco od armadio di legno, che serve solitamente per queste esposizioni; e di colà udirono leggere la loro sentenza, e subirono gli sguardi insultanti e il mormorare espressivo della plebaglia.

Dopo essere colà rimasti per più d'un'ora, vennero tratti di nuovo nella guisa stessa in carcere, ove passarono ancora alcuni giorni pria di partire alla vôlta dello Spielberg. Invano i loro congiunti arrecaron per essi quei materiali conforti che non sono interdetti nè ai ladri nè agli assassini, i quali sieno in grado di procacciarseli. Volle l'imperatore che i condannati politici avessero a soffrire di più che i galeotti. Ad un pittore amico della casa Castillia, il quale seppe che a Gaetano Castillia era concesso di recare con seco un libro di orazioni, venne in mente di delineare sur un foglio di quel libro i ritratti della sorella e del vecchio genitore del prigioniero; ma essendosi i custodi addati che quest'ultimo tenea per un lungo tempo il libro aperto all'istesso luogo senza voltare la pagina, vollero vedere che cosa ci fosse dentro, o il libro fu incontanente confiscato.

Alla fine il tristo convoglio si avviò; e i condannati, scorrendo quelle vie sì piene per loro di grate memorie, quelle campagne che avevano sì spesso percorse e alcune delle quali loro appartenevano, disperarono certamente di rivederle un'altra volta. Dissero un lungo ed eterno addio all'incomparabile verzura de' nostri prati, al placido azzurro del nostro cielo, alla splendida luce, e ai caldi raggi del nostro sole. Abbandonavano la patria e avevano perduta la libertà; si può egli dare maggiore sventura?

«La buona compagnia che l'uom francheggia»Sotto l'usbergo del sentirsi pura»

non veniva loro meno certamente. Io però non saprei dire se l'animo mio sia più fiacco di quello degli altri uomini, o se siamo tutti soggetti alle istesse debolezze; ma, in quanto a me, confesso che difficilmente potrei serbare ferma ed intatta la stima di me medesimo, a dispetto del biasimo universale. Trattisi un uomo virtuoso come si tratta un malfattore; gli si dimostri disprezzo, avversione, commiserazione all'uopo; sia egli esortato a pentirsi; non gli si lasci udire giammai la verità; sia un tale supplizio per un lungo tempo prolungato, e vedrassi che costui finirà per dubitare di sè stesso. Fra' condannati di quei tempi, ebbevene forse taluno per cui un tale tormento s'aggiunse agli altri, assai meno fieri di questo. Il contegno della popolazione milanese in tutto il tempo dell'esposizione pubblica dei condannati politici fu tale invero dal far entrare quel dubbio cocente negli animi timorati. Il difetto di simpatia o, per meglio dire, l'indifferenza che i condannati videro sui volti nel loro passaggio, ne esacerbò certamente l'angoscia. Un grand'amore di patria richiedesi per esporsi a siffatta ventura; e la storia di queste splendide annegazioni è il più valido argomento che si possa addurre per ismentir formalmente le parole di tutti coloro che ritraggono l'Italia come un mucchio di rovine abitate da una schiatta tralignata.

Poichè ho fatto cenno dell'indifferenza delle popolazioni lombarde inverso a quei condannati, mi tengo in debito di rettificare la esposizione di un fatto, il quale, narrato da un testimonio di buona fede, è stato cionnonpertanto falsamente e calunniosamente interpretato, per modo che una città se ne tenne offesa tutta intiera. L'Andryane lagnossi delle fischiate e delle vociferazioni con cui i condannati vennero accolti al loro passaggio in Verona: ed ei non è uomo che possa cadere in sospetto d'aver alterato scientemente i fatti; perocchè, chiuso com'era in una carrozza, all'udir le fischiate al di fuori, dovette credere che quegl'insulti erano scagliati contro di lui e de' soci. Ma pure altrimenti è spiegata la cosa dai Veronesi. Un ufficiale superiore d'un reggimento del presidio di Verona, temendo certamente di veder prorompere il popolo a qualche dimostrazione di affetto, era uscito dalla città alla testa de' suoi soldati per movere incontro al convoglio dei condannati e scortarlo fino alle carceri della città. Il comandante di Verona avvisò, per lo contrario, che quel provvedimento avesse a far prorompere più facilmente quei sentimenti che importava comprimere, e mandò frettolosamente al detto ufficiale superiore l'ordine di tornare in città e di non far che la cosa dêsse nell'occhio al pubblico. Non pervenne quest'ordine se non dopochè l'ufficiale suddetto avea già incontrato il convoglio, e nell'atto che disponeva i soldati a scortarlo. Ubbidì egli, ma per ricattarsi della contrarietà, e fare un atto di autorità nel mentre stesso che venivagli ingiunto un atto di sommessione, ordinò che venisser calate le gelosie delle carrozze in cui eran chiusi i prigionieri. Il popolo, affollato attorno a quelle carrozze e bramoso di conoscere le nobili vittime, proruppe allora in quelle vociferazioni e fischiate, che i prigionieri tennero per fatte a sè stessi, mentre in realtà andavano a ferire l'autorità militare per la sua premura d'impedire ogni comunicazione fra il popolo stesso e i prigionieri. Duolmi invero che una tale spiegazione non sia stata data più presto ai captivi dello Spielberg, chè sollevati gli avrebbe da un angoscioso pensiero.

Noti sono gli stenti e i patimenti che ebbero a soffrire quei prigionieri. Nè niuno ignora ch'ei non poterono mai comunicare coi loro congiunti, nemmeno sotto l'invigilanza dei custodi; che il Confalonieri non ebbe contezza della morte di sua consorte se non all'uscire dal carcere, che viene a dire più anni dopo il fatto; che l'imperatore Francesco aveva a sè avocata la direzione della polizia dello Spielberg, e che i suoi prigionieri erano a lui rappresentati con cifre. Ond'è che dalla fortezza gli si scrivea, verbigrazia: «Evvi un prigioniero di meno; porremo il N.° 12 al posto del N.° 11, il N.° 13 a quello del N.° 12, e così via via». Il che veniva a dire che il prigioniero indicato col N.° 11 era morto. E così pure niuno ignora l'affanno di quel carceriere che non volea lasciar mozzare al Maroncelli la gamba cancrenata, dicendo: «Io ho ricevuto un prigioniero con due gambe; ora che dirà mai il mio capo se glielo rendo con una gamba di meno?»

Intanto che queste cose avvenivano nelle carceri dello Spielberg, i congiunti dei prigionieri riceveano, due volte all'anno, un polizzino sottoscritto dal governatore della fortezza contenente queste parole: «Il signor (e qui il nome del prigioniero) gode buona salute»; oppure: «è ammalato». I passi fatti da questi congiunti a pro dei prigionieri avevano un esito diverso a seconda dei casi. Agli uni si rispondea che S. M. non avrebbe indugiato gran fatto a perdonare ogni cosa; agli altri, per lo contrario, che S. M. era stata pur troppo misericordiosa per l'addietro, ed era ormai risoluta di non più usare clemenza. L'imperatore non si tenne dal venire a Milano nel 1825, ove fu assediato dalle suppliche delle famiglie involte nel lutto. Il padre di Gaetano Castillia, vecchio venerabile, e pur costante nella sua devozione inverso all'Austria, presentossi all'imperatore, il quale dissegli con affabilità: «Tranquillatevi, mio caro Castillia; io ben vi conosco per un servitore fedele, e ben presto farò per voi ciò che tanto bramate». Andossene il vecchio, commosso, soddisfatto e quasi riconoscente; ma più anni trascorsero senza che si vedesse alcun frutto delle promesse dell'imperatore. Giunse alla fine uno dei soliti polizzini semestrali alla casa Castillia, con triste nuove dello stato di salute del prigioniero; e ciò bastò per far ammalare gravemente il vecchio genitore. Quello stesso fratello il cui sigillo era stata la causa, almeno occasionale, di tante sciagure, recossi incontanente a Vienna per rammentare all'imperatore la promessa. Fu ammesso ad udienza, e scongiurò l'imperatore a non permettere che un vecchio servitore, la cui fedeltà era stata da lui medesimo riconosciuta, chiudesse gli occhi senza poterli per l'ultima volta affisare sul caro volto del suo figliuolo minore. «Che volete?» risposegli l'imperatore con quel tuono di bonarietà che sempre pigliava parlando coi Viennesi, e talvolta altresì con chiunque: «Pensate a quel che mi chiedete; fareste voi grazia a costoro se foste in mia vece?»—«Io vengo, sire, ad impetrare una grazia, e non ad offrirvi un consiglio», rispose Giovanni Castillia. «Guardate un po' in qual modo cotesti liberali sentano la riconoscenza», riprese a dire l'imperatore: «Guardate quel Pellico! Chi non direbbe, al leggere le sue Prigioni, che tutti sono buoni, tranne me solo, che sono un tristo? Egli si guarda però dal dire che la sua pena era di venti anni di carcere duro, ch'io l'ho da prima ridotta a dieci anni, e che l'ho fatto riporre in libertà al principio del quarto anno. Egli non dice neppure che, preso da compassione della sua distretta, io gli ho fatto rimettere, deponendolo sul territorio piemontese, cento ducati d'oro. Andate, andate; siffatta gente è incorreggibile, nè si guadagna nulla a trattarli con dolcezza».


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