III.LIONARDO VIGO.
Lionardo Vigo, morto in Acireale sua patria il giorno 14 dello scorso aprile, era una delle più vigorose e più attraenti figure isolane della generazione letteraria del 1848.
Notissimo in Europa a tutti gli studiosi di canti popolari per la sua ricca raccolta deiCanti popolari siciliani, il Vigo è poco conosciuto nel continente italiano. Nel 1802 fu fatta in Torino dall’Unione tipografico-editrice un’edizione della suaLirica... «Abbiamo voluto dare un amplesso alla Sicilia, dicevano gli editori, nella persona di uno dei suoi più gentili ed immaginosi poeti viventi.» Ma, benchè il volume faccia parte dellaNuova biblioteca popolare, il Vigo non ha mai ottenuto nel continente la notorietà d’alcuni suoi contemporanei siciliani, dell’Amari, per esempio, e dell’Emiliani-Giudici, che furono legati con esso da un affetto quasi fraterno.
Non è un’ingiustizia del pubblico. Le liriche del Vigo e il suo poema epico ilRuggierohanno molti pregi poetici ed un grandissimo valore come documenti di storia, ma difettano del pregio essenzialissimo d’un’opera d’arte, della squisita fattura della forma. Inoltre, il principale, anzi l’unico sentimento che li domina è un sentimento di così profondasicilianità(mi si perdoni la parola) che oggi non trova più eco nemmeno nella stessa Sicilia.
La forma del Vigo non è trascurata. Ho riletto in questi giorni il suo volume delle liriche. Esse hanno un sapore aspro, una muscolosità che fa impressione in mezzo al flaccidume poetico diventato di moda. Nel Carme a Bellini c’è tutto lui, colla sua anima, col suo cuore. Egli dice al Maestro dellaNormae dellaStraniera, non ancora autore deiPuritani:
Vision de’ tuoi sogni e di tue vegliePrimo pensiero sia la patria. Oh pèraNel seno infausto della madre il vileCondannato a tradirla; un fulmin colga,E il cenere ne sperda il vento e il mare,Chi vita ebbe in Sicilia, e non l’adoraE non piange al suo pianto!.... . . . . . . . . . . . . . . . .Mentre a me questo cittadino carmeSpira la musa, tutte il ciel spalancaLe cateratte e neve e grando e piova«Per l’aer tenebroso si riversa,»Che le speranze del cultor diserta.. . . . . . . . . . . . . . . . .Aperti l’Etna i fianchi, in ciel colonnaDi fiamme estolle e di putido fumoChe cener piove, il firmamento oscura.Trema la terra, che ondeggia dagl’imiCardini scossa, e van tra le cruenteMacerie pesti, semivivi e spentiD’ogni età e sesso. Fiumi di cadenteLiquida brace rotola mugghiandoDalle dirotte viscere il vulcano.Eternalmente di fuse montagneI còlti accieca; e boschi e vigne e caseVorando, spinge le pietrose tergaVêr la città cui Bronte il nome impose,D’onde di preci e lai si alza infinitoUlulato di morte. E quindi vediFuggir ondante il popolo perplesso.Con lo sgomento de’ perduti in viso;Lasciar le sacre vergini i giuratiAsili, e misti alle squallide tormeVolger da lunge a quelle mura un guardo,E novo il pianto universal levarsi;Quinci fiumi, burroni, argini, valliTravalicando impetuosamenteLa fiumana precipite appressarsiAll’atterrite mura... Oh quanti un numeFabbricò mali a la gentil mia terra!
Vision de’ tuoi sogni e di tue vegliePrimo pensiero sia la patria. Oh pèraNel seno infausto della madre il vileCondannato a tradirla; un fulmin colga,E il cenere ne sperda il vento e il mare,Chi vita ebbe in Sicilia, e non l’adoraE non piange al suo pianto!.... . . . . . . . . . . . . . . . .Mentre a me questo cittadino carmeSpira la musa, tutte il ciel spalancaLe cateratte e neve e grando e piova«Per l’aer tenebroso si riversa,»Che le speranze del cultor diserta.. . . . . . . . . . . . . . . . .Aperti l’Etna i fianchi, in ciel colonnaDi fiamme estolle e di putido fumoChe cener piove, il firmamento oscura.Trema la terra, che ondeggia dagl’imiCardini scossa, e van tra le cruenteMacerie pesti, semivivi e spentiD’ogni età e sesso. Fiumi di cadenteLiquida brace rotola mugghiandoDalle dirotte viscere il vulcano.Eternalmente di fuse montagneI còlti accieca; e boschi e vigne e caseVorando, spinge le pietrose tergaVêr la città cui Bronte il nome impose,D’onde di preci e lai si alza infinitoUlulato di morte. E quindi vediFuggir ondante il popolo perplesso.Con lo sgomento de’ perduti in viso;Lasciar le sacre vergini i giuratiAsili, e misti alle squallide tormeVolger da lunge a quelle mura un guardo,E novo il pianto universal levarsi;Quinci fiumi, burroni, argini, valliTravalicando impetuosamenteLa fiumana precipite appressarsiAll’atterrite mura... Oh quanti un numeFabbricò mali a la gentil mia terra!
Vision de’ tuoi sogni e di tue veglie
Primo pensiero sia la patria. Oh pèra
Nel seno infausto della madre il vile
Condannato a tradirla; un fulmin colga,
E il cenere ne sperda il vento e il mare,
Chi vita ebbe in Sicilia, e non l’adora
E non piange al suo pianto!...
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Mentre a me questo cittadino carme
Spira la musa, tutte il ciel spalanca
Le cateratte e neve e grando e piova
«Per l’aer tenebroso si riversa,»
Che le speranze del cultor diserta.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Aperti l’Etna i fianchi, in ciel colonna
Di fiamme estolle e di putido fumo
Che cener piove, il firmamento oscura.
Trema la terra, che ondeggia dagl’imi
Cardini scossa, e van tra le cruente
Macerie pesti, semivivi e spenti
D’ogni età e sesso. Fiumi di cadente
Liquida brace rotola mugghiando
Dalle dirotte viscere il vulcano.
Eternalmente di fuse montagne
I còlti accieca; e boschi e vigne e case
Vorando, spinge le pietrose terga
Vêr la città cui Bronte il nome impose,
D’onde di preci e lai si alza infinito
Ululato di morte. E quindi vedi
Fuggir ondante il popolo perplesso.
Con lo sgomento de’ perduti in viso;
Lasciar le sacre vergini i giurati
Asili, e misti alle squallide torme
Volger da lunge a quelle mura un guardo,
E novo il pianto universal levarsi;
Quinci fiumi, burroni, argini, valli
Travalicando impetuosamente
La fiumana precipite appressarsi
All’atterrite mura... Oh quanti un nume
Fabbricò mali a la gentil mia terra!
Non sono dei più belli del Vigo, ma ho voluto trascrivere questi versi, perchè la recente eruzione dell’Etna e i tremuoti e i disastri di Santavenerina Guardia danno ad essi in questi giorni il tristo colorito dell’attualità.
Belli davvero mi paiono i seguenti che descrivono una notte ed ilsimoundel deserto egiziano:
Pei superni azzurriLucidissima, bianca e senza veliIn tutta sua rotondità la lunaSi fea specchio al vital disco del sole;E dall’alto parea volger pietosaLa mestizia dei rai su l’inarataNudità de’ deserti, a cui sta pressoDamiata e la barbara Mansura.Senz’orma o aspetto per le desolateSabbie errava il Silenzio: immenso, tetro,Come l’ombra che allunga al dì che moreIl gigante Imalaia. E rado e tristeUn palmizio, un gibboso arbore a gommaSorgea, qual funeral cippo pel nudoOrror di un cimitero; e il guair biecoDi jene e tigri e sciaccàli pel mortoAere, senz’echi, si perdea. Da lungeLe inghirlanda la zona, ove un’eternaPrimavera verdeggia, infra i zampilliDi scorrevoli argenti, e decrollatePiramidi, delubri e sfingi e tombeInsculte in sacre note al vulgo arcane.. . . . . . . . . .Appena il soleDalle niliache conche erse la fronte,E indorò i cieli e i monti, ad ora ad oraDalla torrida zona il tifon destasiCol moto dell’elettrico, la vampaD’arsa fornace ed il scrosciar del tuono.Alba d’inferno! La natura pavidaTrema a’ rugghi del mostro: a lui dinanziSterminio e morte; e senza nubi, il cieloDi turbinata polve s’intenebra.Siccome mare fremita e commuovesiL’arenoso deserto; alzansi all’eteraLe sabbie, ed in ricciute onde s’insieguonoFra i vortici, le raffiche e le igniteReflue correnti, e il reboar del vento,Che i colli schianta, i piani apre in voragini,Accieca, intomba i viandanti a mille,E diserta il deserto.
Pei superni azzurriLucidissima, bianca e senza veliIn tutta sua rotondità la lunaSi fea specchio al vital disco del sole;E dall’alto parea volger pietosaLa mestizia dei rai su l’inarataNudità de’ deserti, a cui sta pressoDamiata e la barbara Mansura.Senz’orma o aspetto per le desolateSabbie errava il Silenzio: immenso, tetro,Come l’ombra che allunga al dì che moreIl gigante Imalaia. E rado e tristeUn palmizio, un gibboso arbore a gommaSorgea, qual funeral cippo pel nudoOrror di un cimitero; e il guair biecoDi jene e tigri e sciaccàli pel mortoAere, senz’echi, si perdea. Da lungeLe inghirlanda la zona, ove un’eternaPrimavera verdeggia, infra i zampilliDi scorrevoli argenti, e decrollatePiramidi, delubri e sfingi e tombeInsculte in sacre note al vulgo arcane.. . . . . . . . . .Appena il soleDalle niliache conche erse la fronte,E indorò i cieli e i monti, ad ora ad oraDalla torrida zona il tifon destasiCol moto dell’elettrico, la vampaD’arsa fornace ed il scrosciar del tuono.Alba d’inferno! La natura pavidaTrema a’ rugghi del mostro: a lui dinanziSterminio e morte; e senza nubi, il cieloDi turbinata polve s’intenebra.Siccome mare fremita e commuovesiL’arenoso deserto; alzansi all’eteraLe sabbie, ed in ricciute onde s’insieguonoFra i vortici, le raffiche e le igniteReflue correnti, e il reboar del vento,Che i colli schianta, i piani apre in voragini,Accieca, intomba i viandanti a mille,E diserta il deserto.
Pei superni azzurri
Lucidissima, bianca e senza veli
In tutta sua rotondità la luna
Si fea specchio al vital disco del sole;
E dall’alto parea volger pietosa
La mestizia dei rai su l’inarata
Nudità de’ deserti, a cui sta presso
Damiata e la barbara Mansura.
Senz’orma o aspetto per le desolate
Sabbie errava il Silenzio: immenso, tetro,
Come l’ombra che allunga al dì che more
Il gigante Imalaia. E rado e triste
Un palmizio, un gibboso arbore a gomma
Sorgea, qual funeral cippo pel nudo
Orror di un cimitero; e il guair bieco
Di jene e tigri e sciaccàli pel morto
Aere, senz’echi, si perdea. Da lunge
Le inghirlanda la zona, ove un’eterna
Primavera verdeggia, infra i zampilli
Di scorrevoli argenti, e decrollate
Piramidi, delubri e sfingi e tombe
Insculte in sacre note al vulgo arcane.
. . . . . . . . . .Appena il sole
Dalle niliache conche erse la fronte,
E indorò i cieli e i monti, ad ora ad ora
Dalla torrida zona il tifon destasi
Col moto dell’elettrico, la vampa
D’arsa fornace ed il scrosciar del tuono.
Alba d’inferno! La natura pavida
Trema a’ rugghi del mostro: a lui dinanzi
Sterminio e morte; e senza nubi, il cielo
Di turbinata polve s’intenebra.
Siccome mare fremita e commuovesi
L’arenoso deserto; alzansi all’etera
Le sabbie, ed in ricciute onde s’insieguono
Fra i vortici, le raffiche e le ignite
Reflue correnti, e il reboar del vento,
Che i colli schianta, i piani apre in voragini,
Accieca, intomba i viandanti a mille,
E diserta il deserto.
Questi tratti non sono rari nel Vigo, e se la ristrettezza dello spazio non me lo impedisse citerei quel brano smagliante di luce che descrive il viaggio della regina Costanza in Sicilia (A Giovanni Procida, carme). Ma egli sdegnava troppo i lenocini della forma; li chiamavameschine concessioni all’effeminatezza del secolo. Voleva la poesia tutta piena di fatti, di pensieri; e quanto più nudi, secondo lui, tanto meglio. Non amava l’Arte per sè stessa: ma comeun mezzo politico. Non è quindi da meravigliarsi se l’arte gli tenne un po’ il broncio.
Il suo volume delle liriche, intanto, benchè non abbia un valore artistico, rimarrà senza dubbio un vero documento di storia. Le aspirazioni, i fremiti, i dolori della Sicilia prima del 48 gridano lì da ogni pagina, da ogni strofa, da ogni verso. Il suoRuggiero, un lavoro di lunga lena, si può dire la glorificazione dell’indipendenza del regno di Sicilia e delle libertà parlamentari dellanazionesiciliana. «È il ruggito di una gente ferita al petto da un despota, la quale si sforza risorgere per immergergli nel cuore il pugnale con cui la percosse» com’egli dice nella prefazione; un atto politico, insomma, non un’opera d’arte.[3]Un altro atto politico è laRaccolta dei canti popolari siciliani, pubblicata nel 1857.
Io conobbi il Vigo quand’egli curava la stampa della prima edizione di essa. M’ero presentato a lui con un centinaio di canti popolari da me raccolti fra i contadini di Mineo e questo bastò per farmi avere la più festosa accoglienza. Era pieno di entusiasmo. L’idea che quella raccolta avrebbeaffermato in Europa la personalità della nazione siciliana con un tesoro di cantidava un’animazione giovanile alla sua severa fisonomia.
Ogni due giorni egli veniva colla sua carrozza da Acireale in Catania. Il tipografo Galatola aveva dovuto metter su, in un locale a parte, una sezione dellasua tipografia dedicata unicamente alla composizione ed alla stampa della raccolta, e le correzioni diventavano un affare seriissimo. Una virgola di più, un dittongo sbagliato della mal sicura ortografia del dialetto addoloravano il Vigo come un delitto di leso amor patrio. Alla tiratura d’ogni foglio, egli ne aspettava impaziente la prima copia, la piegava da sè, la metteva in serbo entro la sua tuba per evitare di maltrattarla e ritornava in Acireale, ove gli si spedivano colla posta le prime bozze dei nuovi fogli di stampa.
Il giorno della pubblicazione doveva essere una vera festa; ma l’edizione fu sequestrata dalla polizia prima che se ne fosse potuto dar fuori una sola copia. L’intendente Panebianco, il braccio diritto di Ferdinando II nella provincia di Catania, vi aveva subito scoperto un canto rivoluzionario, sfuggito alla meticolosa oculatezza del regio revisore. Il corpo del delitto erano due ottave che ora non mi è riuscito di pescare nella nuova edizione dei Canti popolari. Uno schiavo rivolgevasi al crocifisso onde esser liberato delle sue catene. — «Sei tu forse inchiodato in croce al pari di me? rispondeva il Cristo; non puoi tu sbattere coteste catene sulla testa dei tuoi padroni?» — Col Panebianco non si canzonava. Il revisore, un canonico, era mezzo morto dalla paura di perdere il posto. Non sapeva spiegarsi in che modo quellediabolicheottave si fossero ficcate nel manoscritto: avrebbe giurato, mettendo una mano sul fuoco, che quando egli l’ebbe esse non c’eranoaffatto. Ma il manoscritto lo smentiva; portava in ogni pagina la firma di lui e tanto di bollo dell’ufficio.
Il povero canonico aveva ragione. Il Vigo presentando il manoscritto alla censura aveva lasciato in bianco lo spazio e, ottenuta l’approvazione, v’aveva aggiunto quell’ottava, ritenuta maggiormente rivoluzionaria perchè messa in bocca del Cristo. Per placare le furie del Panebiarico bisognò ristampar la pagina e rifare l’ottava. Nella nuova lezione, il Cristo rispondeva allo schiavo: «Rassegnati e prega.»
La polizia, così ombrosa per pochi versi perduti fra più migliaia di ottave, lasciò intanto passare inosservate alcune righe dell’introduzione che avrebbero dovuto darle assai più da riflettere. Sostenendo gagliardamente l’opinione che tutti i dialetti della penisola siano derivati dall’antica lingua italiana esistente in Italia sin dai tempi preistorici, il Vigo paragonava questa lingua ad una sorgente da cui prendono origine tanti rigagnoli che poi si raccolgono in un fiume. Il fiume significava naturalmente la lingua italiana odierna che «disseta 30 milioni di uomini i quali, se Dio raccoglierà altra volta sotto un’unica bandiera, non daranno, egli è vero, leggi, religione e lingua alla terra dalla sommità del Campidoglio, ma non saranno secondi a nessuna delle nazioni che popolano la superficie della terra.» Si vede bene che nel 1857 nè i regi revisori nè le autorità borboniche sospettavano nulla della futura unità italiana. Però, con tutta la riverenza che sento pel Vigo, io credo cheneanch’egli no sospettasse nulla e prima del 1848, quando quello parole furono scritte, e nel 1857 quando esso vennero pubblicate. No, non si tratta d’una predizione, com’egli assicura in una nota della nuova edizione della suaRaccolta(pag. 32). ma semplicemente d’uno di quei platonici voti da erudito, che allora sfuggivano dalle penne degli scrittori come sprazzi rettorici. E ciò sia detto non per offendere la memoria dell’illustre patriota siciliano, ma per iscrupolo di storica esattezza. Ai meriti del Vigo non aggiunge nulla il farlo bello del senno di poi: gli toglie anzi qualche cosa della sua schietta e fiera personalità che io qui m’ingegnerò di porre nella sua vera luce.
Discepolo del Nascè, amico dello Scinà, del Palmieri e della numerosa schiera di valorosi ingegni siciliani che parte perirono nel colera del 1837, parte prepararono ed attuarono la rivoluzione del 1848, il Vigo fu educato a quel culto quasi idolatra della sua isola che dà gli ultimi guizzi nel piccolo strascico diregionistituttora esistente in Palermo. Egli fu dei più attivi nell’opera d’unificazione morale delle diverse provincie siciliane per cui fu possibile la rivoluzione del 48. Viaggiò a questo scopo da un capo all’altro della Sicilia, tentò rianimare l’Accademia Palermitana sotto il pretesto della compilazione di un vocabolario dellalingua siciliana, ma col vero scopo di far convergere e di annodare in Palermo tutte le forze intellettuali dell’isola; e le sue poesie aPalermo, aMessina, aTrapani, aCatania, ilsuo carme sulleRovine di Agrigento, l’ode aRuggiero primo re di Sicilia, le canzoniAl mare di Sicilia, aiSapienti, adArchimede, il poema epicoRuggieroideato nel 1828, terminato nel 1839 e rimasto inedito sino al 1885, non sono altro che gridi di riscossa, dove l’archeologia serviva a sviare i sospetti della terribile polizia borbonica. Convien però confessare ch’egli mostrò di avere vedute politiche assai più larghe di tutt’i suoi contemporanei del 48. Infatti nel Parlamento siciliano, nelle memorabili tornate dell’aprile, fu il solo che osasse dissuadere i deputati dal votare la decadenza dei borboni. E quando la prevista invasione napoletana gli diede ragione, il Vigo si chiuse nella solitudine delle sue campagne ai piedi dell’Etna e tornò scoraggiato ai suoi studi linguistici e storici e alle sue piantagioni dei vigneti di Baddu.
Nel novembre del 1858 io visitai il Vigo in Acireale insieme al povero Beppino Macherione (un vero ingegno poetico, morto di tisi a Torino nel 1871, che il Vigo amava come un figlio), al Beritelli, un altro giovane che allora prometteva molto coi suoi studî serî e dopo si è contentato di fare unicamente il professore di storia, al Tenerelli ora deputato al Parlamento che non ha ancora data la misura di quel che possa il suo ingegno. La casa del Vigo è una casa severa, dello stile del secolo passato. In una sala c’è il suo busto in marmo e quello della sua prima moglie Carlotta Sweeny, che visse con lui soltanto due anni. Ricordo una bella testa dipinta afresco su tavola da quell’Emmanuele Grassi che aveva trovato il metodo di dipingere a fresco su tavola e su tela. Oggetti d’arte antichi e moderni ingombravano le pareti ed i mobili, disposti in armonia collo stile architettonico della stanza. La biblioteca era ricca. In uno scaffale a parte, disposta in cartoni segnati colla data d’ogni anno, stava la voluminosa corrispondenza del Vigo cogli uomini più illustri di questo secolo, italiani o stranieri, che è d’una grandissima importanza. Il Vigo ebbe anche, per più anni, una relazione epistolare esclusivamente letteraria colla regina Vittoria e col principe Alberto. Egli ignorava l’inglese, ma non faceva tradurre le sue lettere. La regina Vittoria e il principe Alberto scrivevano in inglese. La loro corrispondenza non è autografa: l’etichetta di corte lo vietava. Tutto quell’immenso tesoro di lettere era accuratamente ordinato per settimane, per mesi, per anni; e ogni cartone aveva il suo indice. Il Vigo metteva in questo la stessa meticolosa esattezza che nell’amministrazione del suo patrimonio. Il vigneto di Baddu aveva un catalogo, preciso come la biblioteca. Egli poteva dirvi lì per lì qual genere di vitigno si trovasse in un dato filare, e il giorno della piantagione e dell’innesto di esso.
Il Vigo, che amava i giovani con cordialità proprio rara, quasi con tenerezza, quel giorno ci accolse con più affabilità del solito. Cominciava allora a manifestarsi in Sicilia l’irrequietezza foriera della rivoluzione del sessanta. Ma i tempi erano mutati.Balbi, Gioberti, Azeglio, Guerrazzi, Niccolini avevano esercitato anche là la loro efficace influenza. Ferdinando II era riuscito a fabbricare tra l’isola e il continente una specie di muraglia della China, ma le idee e i sentimenti passavano di sopra d’essa. E poi il quarantotto non c’era stato per nulla: i tempi erano mutati. Noi giovani amavamo la Sicilia ma, assai più d’essa, l’Italia. Palermo aveva cessato d’essere la nostra stella polare. L’idea d’un regno di Sicilia, d’un Parlamento siciliano ci faceva sorridere come una cosa stravecchia e inconcludente. Si parlò dunque di politica, a fior di pelle, per accenni: il terrore della polizia ci rendeva cauti anche fra le quattro mura della piccola stanza ove ci trovavamo. A un tratto il Vigo ci disse che voleva leggerci l’introduzione alla sua storia della rivoluzione siciliana del 48, alla suatestimonianzacome l’ha intitolata, perchè vi parla sopratutto dei fatti ch’egli vide e nei quali prese parte. La proposta fu molto gradita, ed egli cominciò a leggere con una certa solennità. La sua voce era commossa. Ilregnosiciliano, lanazionesiciliana sopratutto, vi facevano capolino ad ogni periodo. Noi ascoltavamo riverenti ma ci guardavamo di tanto in tanto negli occhi: ci pareva di sentire un linguaggio dell’altro mondo. Ilregnodi Sicilia, lanazionesiciliana, il conte Ruggiero, la costituzione e da capo lanazionesiciliana risuonavano più insistenti in quei periodi scabrosi, marcati d’un sigillo personale che la voce e l’accento del Vigo rendevano più evidenti. Ma dopodieci minuti la nostra sincerità giovanile ci fece scoppiare in una risata che cercammo di reprimere invano. Il Vigo capì subito, i suoi occhi s’aggrottarono severamente, il suo volto divenne pallido.
— Matricidi! — ci urlò in viso, lanciando il manoscritto sulla sedia accanto.
E non volle andare avanti, quantunque noi gli si chiedesse scusa, mortificatissimi, e lo si pregasse insistentemente di continuar la lettura.
Il Vigo non aveva torto. Quel riso ammazzava la Sicilia comenazione, ed egli non poteva perdonarcelo. Gli avevano ferito il cuore nella sua cosa più cara.
Dopo la guerra del 59, l’opera deicomitati segretiferveva. Quei che parlano delle ostilità del Cavour all’impresa del Garibaldi non sanno quel che si dicano. Il movimento siciliano era diretto dal La Farina e dal Cavour: posso affermarlo con piena sicurezza perchè vi presi un po’ di parte: la parola di ordine di tutto quel lavoro d’insurrezione ci veniva da Torino. Avevo scritto in quei mesi una poesia unitaria che, come arte, valeva pochino ma che fece il giro dell’isola da comitato a comitato. Un giorno che il Vigo era venuto da Acireale in Catania, mentre andavamo in carrozza a visitare lo stabilimento agricolo impiantato allora dal Sacchero, presi a recitargli quei versi senza dirgli che erano miei. Egli stette ad ascoltarmi scrollando sempre la testa con profonda tristezza.
— Siete tutti matti! — mi disse, quando ebbi terminato — siete matti da legare!
Però, dopo i fatti del sessanta, il Vigo fu preso da un entusiasmo giovanile. In Palermo gli vidi stringere la mano del re Vittorio Emanuele con uno slancio in cui la sua Sicilia, comenazione, fu completamente dimenticata. Ma egli non rientrò nella vita politica. Rifiutò la candidatura di diversi collegi. — Chi ha primeggiato in una rivoluzione e declina cogli anni — mi disse un giorno — non deve spingersi nuovamente nella palestra; è bello cedere il posto ai più giovani. —
Bastarono intanto quattro anni perchè le condizioni della Sicilia lo rendessero triste. Le sue speranze in un risorgimento economico dell’isola erano state completamente deluse, e la sua fede nella saldezza dell’unità italiana diminuita di molto. Andando io nel 1864 per la prima volta in Toscana, egli mi diede una lettera pel Guerrazzi. Rammento ancora il viso che faceva, leggendola, l’autore dell’Assedio di Firenzenello studio a pian terreno della sua villa alla Torretta. Era una lettera di quattro grandi pagine, piena di scoramenti e di paure. — Oh, perchè suonar a morto mentre tutti suonano a vivo? esclamò alla fine il Guerrazzi, ripiegando il foglio con un po’ di stizza.
Esor Domenico, come lo chiamavano a Livorno, non era dei più contenti delle cose di allora!
Il Vigo fu un lavoratore prodigioso:Nulla dies sine lineaera la sua insegna, e credo non vi abbia mancato un sol giorno.
Il largo censo gli permetteva facilmente di stampare a proprie spese e di regalare a molti i suoi libri. Socio d’una infinità d’accademie, credeva suo dovere far omaggio a ognuna d’esse d’una copia dei propri lavori, sicchè gran parte delle edizioni veniva assorbita da questa generosità principesca. Io credo che le solo edizioni dallo quali abbia ricavato un po’ di frutto siano le due dellaRaccolta dei canti popolari Siciliani.
Voleva chiudere i suoi studî e la sua vita elevando un monumento di bronzo alla sua diletta Sicilia; e spese gli ultimi anni lavorando allaProtostasi siculo-italiana, ove intendeva dimostrare che il mottola luce vien dall’Orienteè applicabile alla Sicilia nella storia della civiltà italiana. Le idee, i sentimenti della sua giovinezza erano già rifioriti con maggior rigoglio dentro di lui. LaProtostasiforma due grossi volumi che la morte non gli ha permesso di pubblicare. È il suo testamento politico.
Il Vigo insieme ad altri scritti lascia inedite le sueMemorie. «Ivi i miei amori, le mie persecuzioni — mi scriveva anni fa, — le calunnie che mi hanno attristato, le ingiurie e le ingratitudini del mio sangue. Le iniquità che vi saranno smascherate faranno un giorno rabbrividire i lettori.»
Nella sua giovinezza egli conobbe in Palermo Marianna Segato, una delle amanti di lord Byron, e strinse relazioni molto intime con essa. Dalla Segato ebbe in dono un anello coi capelli del Byron, regalo del gran poeta inglese alla sua amante, e lo portavasempre al dito. La Segato era un po’ invecchiata quando il Vigo la conobbe.
— Ma, capisci, — mi disse una volta — Byron era passato per là! Anche vecchia decrepita l’avrei amata lo stesso!
Il Vigo è morto a 80 anni. Era sempre vegeto e vigoroso.
16 Giugno 1879.