V.E. DE GONCOURT[7]e JEAN LA RUE.[8]
Il libro di Edmondo De Goncourt lascia nel cuore un profondo sentimento di tristezza. Leggendo la storia dei due fratelli acrobati non si può fare a meno di pensare a due altri fratelli, veri acrobati letterarî, la collaborazione dei quali sarà uno dei più curiosi fatti della moderna letteratura francese. La morte ha separato questi due esseri che pensarono, sentirono e scrissero com’una persona sola. I libri pubblicati dal fratello superstiteLa Fille Elisae questiFrères Zemganno, hanno talmente le stesse qualità di forma, di stile e di concezione, gli stessi difetti d’eccesso di colorito, di ricercatezza e d’affettazione di quelli precedentemente scritti insiemeal fratello morto, che riesce quasi impossibile il misurare la parte che spetta all’uno ed all’altro in lavori d’arte come laGerminie Lacerteux(predecessora dell’Assommoir), laManette Salomon, laRenée Mauperine laSoeur Philomène.
La storia dei fratelli Zemganno è di una semplicità straordinaria. «J’ai fai cette fois de l’imagination dans du rêve mêlé à du souvenir» dice l’autore; e aggiunge d’essersi trovato in una di quelle ore della vita nelle quali ci si sente invecchiati, ammalati, vigliacchi nella lotta terribile col lavoro della creazione artistica; in una condizione di spirito in cui la verità troppo vera era antipatica anche a lui che su tal conto non ha mai provato scrupoli di sorta. IFrères Zemgannosono il frutto di questa prostrazione d’animo che si comunica al lettore.
L’autore ha tentato di contornare il suorêvedi tutti i particolari della realtà. La vita nomade della compagnia diretta dal signor Tommaso Bescapè (un italiano che ha fatto mille mestieri in tutte le parti del mondo) è descritta con cura minuta, e ci fa proprio vivere entro quell’ambiente di miseria, di stoicismo, di corruzione e di allegria spensierata ove Gianni e Nello entrano nell’artecome nel loro vitale elemento. I ritratti sfilano uno appresso all’altro finamente dipinti: — la bella testa della zingara Steucha colla sua folta chioma di capelli neri o ricciuti, il viso d’un ovale delicato e soave, gli occhi scintillanti fiammelle elettriche; creatura rimasta orientale e quasi in dormiveglia in mezzo al gran chiasso della civiltà europea; — l’Ercoledella compagnia dai movimenti da poltrone, o dal viso di perpetuo affamato; essere in embrione, con degli occhi che parevanocolatifra palpebre mal disegnate, con un naso formato da un pezzo di carne schiacciato e appiccicato lì, con una bocca da scambiarsi per un veggione slabbrato e la carnagione d’un bigio sudicio; — il trombone, l’amico della cagnetta della compagnia, «dont la personalité était faite de l’absence de chemises, et de vetêments où il y avait encore plus de graisse que de laine feutrisé, et de souliers dont les semelles disjointes et traversée de gros clous lui donnaient l’air de marcher sou des mâchoirs de requins entrebâillés,» un uomo felice fra tanta miseria; — laTalochée, la vecchia cuciniera, il corpo grinzoso della quale raccontava «les misères, les souffrances, les fringales, les refroidissements, les coups de soleil, les courbatures de la femme avec un passé de jeune fille ou l’eau-de-vie avait bien souvent remplacé le pain manquant»; — e poi tante piccole macchiette, e poi il ritratto in piedi della cavallerizza del circolo, l’americana Tompkins che l’autore accarezza con tutte le seduzioni del suo pennello. La scena varia spesso, prima ad ogni stazione della compagnia ambulante, poi da un circo di Londra e di Manchester a un circo di Parigi; dal chiasso luminoso delle rappresentazioni equestri e ginnastiche, alla modesta abitazione ove i due fratelli covano amorosamente il sogno della loro ambizione di artisti, una trovata acrobatica.
Ma il lettore non si lascia illudere o meglio l’autore non ha intenzione d’illuderlo neppure un momento. Il suo libro è come un quadro trasparente. Dietro le smaglianti figure che si muovono sul davanti appariscon le figure velate, sfumate, la vera realtà del suo pensiero d’autore. Quei due fratelli acrobati materiali fanno pensare a quegli altri due cercatori di nuovitours de forcedi forma, di stile e di concetti artistici da presentare all’avida curiosità d’un pubblico appassionato, aristocratico, ghiotto delle leccornie raffinate della parola e del romanzo. Le ansie di Gianni nella ricerca del suotour, la gioia febbrile quando credeva d’aver raggiunto la realizzazione del suo sogno, i subiti scoraggiamenti quando trovavasi d’un colpo innanzi ad uno di quegl’imprevisti ostacoli che paiono chiuderci brutalmente sul viso la porta dell’avvenire, e quel silenzioso corrispondere dell’anima di Nello a tutti i passaggi più impercettibili dell’anima del fratello maggiore, sono rivelazioni d’ansie, di gioie, di scoraggiamenti, di corrispondenze di sentimenti e di pensieri accaduti in regioni più nobili e in lotte più spirituali che quelle provate nella ricerca di untour de forceda acrobata.
«I due fratelli non s’amavano soltanto, ma erano stretti l’uno all’altro da mistici legami, da giunture fisiche, dagli atomi uncinati della loro natura gemella, benchè fossero differentissimi d’età, e di caratteri diametralmente diversi. I loro primi movimenti istintivi erano proprio identici. Provavano delle simpatiee delle antipatie egualmente improvvise, e uscendo da un posto portavano via dalle persone che v’avevano viste la stessissima impressione. Nè soltanto gli individui, ma anche le cose coll’irragionevole perchè delle loro attrattive o delle loro ripugnanze parlavano per tutti e due il medesimo linguaggio. Finalmente, le idee, queste creazioni del cervello che nascono così bizzarramente e che ci sorprendono spesso colnon si sa comedel loro apparire, le idee ordinariamente così poco simultanee e così poco parallele nei legami di cuore tra uomo e donna, le idee nascevano in comune tra i due fratelli; talchè sovente dopo un po’ di silenzio, essi si voltavano l’uno verso l’altro per dirsi la stessa cosa, senza potere spiegarsi quel singolar caso di trovare sulle due bocche due frasi che ne formavano una... Il loro lavoro era tanto e così confuso, i loroesercizîtalmente mescolati l’uno coll’altro, e quel ch’essi facevano sembrava così poco appartenere a ciascun di loro in particolare, che le acclamazioni s’indirizzavano sempre a tutti e due (à l’association), e nessuno separava la coppia negli elogi o nel biasimo. Così quei due fratelli erano giunti ad avere insieme (fatto quasi unico nella storia delle amicizie umane) un amor proprio, una vanità, ed un orgoglio che venivano accarezzati o feriti nello stesso momento in tutt’e due.»
È la pagina più trasparente.
L’autore riprende subito la sua pretesa realtà, il suo pretesorêvee vi mescola i suoi ricordi in maniera che è proprio impossibile distrigare questi daquelli. Coloro che si attendevano delle rivelazioni sono rimasti delusi. Ma c’è intanto l’accento, c’è un che di vago, di sfumato che accresce la poesia di questo lavoro e gli dà un’impronta elevata. E quando il povero Nello si spezza le gambe nell’eseguire la prima volta il grantourtrovato dal fratello, e la loro esistenza artistica vien chiusa, un sentimento di tristezza c’invade il cuore. Quelle ultime pagine paiono bagnate di lagrime: i periodi brevi e nervosi hanno qualcosa del singhiozzo. Si direbbe che il fratello superstite senta venire dalla tomba una voce di rimprovero. Con che animo può egli tentar di nuovo le lotte dell’arte ora che l’altro non è più? Il morto è geloso, il morto è un egoista inesorabile. Nello, ridotto impotente agli esercizi ginnastici, non può soffrire lo scricchiolìo degli anelli del trapezio su cui Gianni dà sfogo alla sua inerzia forzata. In quest’amara invidia dello storpio c’è come un’eco di quella voce segreta (rimpianto, o delicato rimorso) che deve certamente rattristare le ore di studio d’una assistenza abituata a sentire, a imaginare e a pensare sempre in due. Quante volte il fratello superstite non si sarà visto affacciare nel consapevole studio la pallida figura del suo caro estinto allo stesso modo che accade nell’ultima scena del romanzo!
Una notte Nello si sveglia. Non sentendo la respirazione di suo fratello, pieno delle irragionevoli paure che ci assalgono nelle ore notturne, lo chiama più volte, ma invano. Allora salta giù dal letto, e senzaprender le grucce, aggrappandosi ai mobili, strascinandosi, va a trovare tastoni il letto di Gianni. Gianni non c’era.
Un lampo di sospetto gli traversa la mente. Strisciando, strascicando sulle mani e sui ginocchi, scende giù, nella bottega del falegname tolta in affitto prima della disgrazia; l’uscio era socchiuso: Gianni s’esercitava sul trapezio al lume d’un mozzicone di candela posato per terra. Nello, entrato non visto, stette un po’ ad osservare gli agili voli del fratello, e pensando che questi non avrebbe mai saputo rinunziare alla vita del Circo, scoppiò in singhiozzi strazianti. Gianni s’arrestò sorpreso, poi staccò il trapezio, lo lanciò in istrada rompendo i vetri della finestra, corse da suo fratello e lo sollevò stringendolo al petto.
«Et tous deux, dans les bras l’un de l’autre, se mirent à pleurer longtemps, sans dire une parole.
«Puis l’aîné, jetant un regard qui enveloppa toutes les choses de son métier et leur dit adieu dans un renoncement suprème, s’écria:... Enfant, embrasse moi..., les frères Zemganno sont mort... il n’y a plus ici que deux racleurs de violon... et qui maintenant en joureront... le derrière sur des chaises.»
E poichè quest’impasto d’imaginazione, di sogno e di ricordi autorizza a fare tutte le supposizioni, e tutte le interpretazioni possibili, io cerco a qualtourde forceletteraria era rivolto l’animo dei due De Goncourt quando la loro collaborazione ferveva nella più irrequieta attività. Quello che ci vien rivelato in questo volume è un accenno involontario? Mi piace supporlo.
Nella prefazione aiFrères Zemgannol’autore comincia dal dichiarare che l’Assommoire laGerminie Lacerteuxnon sono altro che dei brillanti combattimenti d’avanguardia del naturalismo, del realismo, per servirmidu mot bête, du mot drapeaucom’egli lo chiama. La gran battaglia della nuova scuola sarà data il giorno che un ingegno potente adopererà l’analisi positiva «per decifrare collascrittura artisticaciò che è elevato, ciò che è gentile, ciò che ha buon odore, e anche per dare gli aspetti e i profili degli esseri raffinati e delle cose ricche.»
Tentar questo studio da naturalista sull’alta società francese, decomporre colla chimica dell’arte tutte le gradazioni, tutte le mezze tinte, tutti quei piccoli nonnulla, quei nonnulla civettuoli e neutri che formano il carattere dello spirito e delle toelette di una parigina, ecco forse il grantour de forceletterario che i due fratelli sognavano, e pel quale avevano già ammassato tutti gli elementi delicati e fuggevoli. Ma la morte è venuta a sparpagliare i loro fogli, a dimezzare la loro attività. Il superstite non ha più fiducia nelle sue forze, come quando erano in due. Si sente vecchio, abbattuto e svela il suo segreto per chi vorrà riprendere con la forza e col coraggio necessarî questa battaglia finale contro ilclassicismo idealista. «Le succès du réalisme est là, soulement là et non plus dans lecanaille littéraireépuisé à l’heure qu’il est, par leurs devanciers.» (È una frecciata alleMadames Beccarted alleSoeurs Vastarddell’estrema sinistra del realismo francese.)
MaGerminie Lacerteux? Ah! ecco una legittimazione che vale per tutti, anche per noi piccoli e slombati fantaccini dell’arte moderna. L’uomo e la donna del popolo, l’uomo della bassa borghesia ha dell’animale, del selvaggio; è più dappresso alla natura. L’organismo del suo sentimento, l’embrione dell’organismo del suo spirito sono di un’estrema semplicità e possono afferrarsi facilmente. Di mano in mano che la scala sociale s’eleva, le complicazioni aumentano e le difficoltà dello studio diventano maggiori. Gli agenti esterni ed interni che servono alla formazione d’un carattere s’intrecciano, si avviluppano con inattese relazioni: l’individualità è più spiccata, le differenze più notevoli, e ogni persona diventa un originale che non si riproduce più. In cima alla scala sociale le differenze dall’uomo del popolo sono così enormi che può dirsi addirittura si tratti non di un’altra razza, ma di un’altra umanità. Questa cima è dove tutti gli elementi della coltura moderna hanno la loro sviluppata funzione normale.
La predilezione dei moderni per la parte più animalesca, per la passione sensuale del fondiglio umano proviene dunque un po’ dalla difficoltà che l’artistaincontra per via quando vuol inoltrarsi in un ambiente più elevato; un po’ (e questo è un mio parere) da una legge fatale che regola il processo dell’arte come il processo della Natura. Si va dal più materiale al più spirituale, allo stesso modo che da una forma più semplice e inferiore ad una forma più ricca e superiore. L’arte moderna tenta la sua via, procede riguardosa; è il suo metodo scientifico che le impone d’inoltrarsi con mille cautele. Ma le prime esperienze oramai sono un trionfo. Gli strilli delle oche del classico Campidoglio non salveranno nulla. L’arte è trasformata, è peggiorata, se così piace; è corrotta anzi; chi lo nega? I suoi primitivi elementi, imaginazione e sentimento, si sono già mescolati ai nuovi elementi della riflessione scientifica. Ma è l’arte quale può esistere al giorno d’oggi entro quest’atmosfera positiva, avvelenata (è la frase sacramentale) da miasmi d’analisi e di scettiche curiosità. — Non è l’arte antica! Non è la grand’arte! — Lo sappiamo benissimo. Perchè non rimpiangerò che noi italiani, anzi, che noi europei del 1879 non si sia più gli europei di tre, di quattro secoli fa, medio-evo, risorgimento, o anche semplicemente secolo XVIII? Non si capisce in che maniera quel che non s’osa desiderare per la storia dell’umanità possa invece volersi per la storia dell’arte. Come se l’arte fosse fuori dell’umanità! Come se l’arte non fosse l’umanità che riproduce in forma immortale i diversi momenti della sua divina esistenza!
L’arte si è trasformata, o per dire più esattamenteha trasformato il suo metodo. Anche quando è esteriore, come nellaGerminie Lacerteux, come nell’Assommoir, è intanto più intima della più intima arte antica. Il suo occhio è armato del microscopio, la sua mano del bisturino dell’anatomista e del disseccatore. Restar arte, cioè infondere la vita alle sue creature nello stesso tempo che le disarticola e le scompone con spietata e serena freddezza, ecco l’arduo problema che deve risolvere ad ogni momento la vera arte moderna.
La ricerca, che par capricciosa, dell’eccezione dei suoi soggetti è un’antica necessità che il metodo analitico odierno rende soltanto più appariscente, quasi fosse cosa nuova. Non è solo da oggi che l’arte va in busca di eccezioni. Tutta la storia delle sue più splendide creazioni è una storia non interrotta d’eccezioni, una più grande dell’altra. La differenza sta in questo: una volta la scelta veniva fatta quas’inconsapevolmente; oggi la eccezione è ricercata di proposito. Coloro che se ne meravigliano, ignorano certamente che significhi un’eccezione.
Carattere eccezionale (nel romanzo si tratta di caratteri) è quello dove tutte o quasi tutte le forze naturali chiuse in germe dentro d’esso si son potute sviluppare con una larghezza e con una ricchezza che le mille influenze sociali consentono di rado. Ordinariamente un germe prende il sopravvento e aduggisce gli altri colla sua rapida crescenza. Poi le circostanze propizie vengono meno: gli altri germi o non si svegliano o crescono su rachitici,intristiscono, muoiono assai prima del tempo; e il carattere comune, volgare si strascica a questo modo lungo la vita, ingombrando la famiglia, la città, la nazione, diventando la forza bruta e brutale che contrasta e combatte l’eccezione, quasi fosse venuta fuori per negarlo e per farsi beffa di lui. Ma quello che pel volgo è unicamente una stranezza o una mattezza, per l’artista, per lo scienziato (che oggi sono sul punto di confondersi in uno) diventa uncasoartistico o scientifico di grande importanza. C’è in esso del rigoglio, dell’esuberanza di forze e di vitalità; c’è un accidentale ma fortunato accumulo dicasisparpagliati, disposti in riscontro e quasi in lotta tra loro; raziocinî che la vita comune non architetta mai; conseguenze che il carattere volgare non saprebbe tirar fuori nemmeno a provarcisi mille anni; errori, colpe, illogicità di sentimenti e di passioni che per l’arte e per la scienza hanno un immenso valore. E siccome l’arte è creazione più elevata della creazione naturale, così l’eccezione artistica riesce più ricca, dirò anche più facilmente scientifica. Giacchè spesso l’artista per produrre l’effetto voluto, non deve far altro che esagerare certe proporzioni, e l’eccezione (uno dei caratteri naturali e primordiali dall’arte) vien tosto alla luce. Bisogna essere molto superficiali per non capirlo.
Ma se l’eccezione sarà sempre uno dei più grandi elementi dell’arte, non persisterà questa ricerca del basso, del brutto, del deforme fisico o moraleche ora ci attrae tutti, grandi e piccini. Quando il romanzo moderno avrà il polso più franco e l’occhio più esercitato, i fondiglioli umani saranno abbandonati alle indiscrete compiacenze dell’arte inferiore; e tutti, grandi e piccini, saremo presi dalla smania dell’aria pura, delle passioni elevate, dei vizî più spirituali ma non meno terribili di questi d’ora, delle virtù più generose e certamente più consolanti, delle passioni più raffinate e non meno umane e drammatiche. Intanto, durante l’attesa, durante le prove e gli studî, leviamoci il cappello e salutiamo riverenti l’arte moderna nelle sue più schiette manifestazioni. SaluteGerminie Lacerteux! SaluteAssommoir! SaluteJacques Vingtrasnuovo arrivato, che pei sacrosanti diritti dell’arte hai fin dimenticato d’esser figlio!
Jacques Vingtrasè uno studio inesorabile! L’autore lo dedicaà tous ceux que crevèrent d’ennui au collège, ou qu’on fit pleurer dans la famille, qui, pendant leur enfance furent tyrannisés par leurs maîtres ou rossés par leurs parents.
Siamo in una sfera più elevata dell’Assommoire dellaGerminie Lacerteux, ma tutto vi è ancora basso, triviale, volgare e quindi cattivo e malefico. Ecco le prime righe del libro:
«Sono stato allevato da mia madre? O fu unacontadina quella che mi diede il suo latte? Non ne so nulla. Ma qualunque sia stato il seno che io abbia succhiato, non mi ricordo una sola carezza di quand’ero piccino. Non sono mai stato accarezzato, lisciato, baciucchiato: sono stato picchiato.
«Mia madre diceva che non conviene viziare i ragazzi, e mi picchiava tutte le mattine. Quando le mancava il tempo la mattina, mi picchiava a mezzogiorno, raramente più in là delle quattro.
«La signora Balandreau mi ungeva di sugna.
«Era una buona zitellona di cinquant’anni. Abitava sopra di noi. Dapprincipio ella era contenta. Siccome non possedeva un orologio, così le mie busse le indicavano le ore. — Puff! Paff! Puff! Paff! — Ecco il cosino che le tocca! È tempo di farmi il caffè e latte!»
Come si vede di primo tratto, non è soltanto la figura della madre che rompe e calpesta tutti i classici ideali delle solite mamme candite; c’è anche l’accento ironico, quasi ringhioso del figlio che strapazza e vilipende, come qualcosa di vigliaccamente supino, la tradizionale carità filiale da cui pare non sia sorta nè una buona mamma di più, nè un cattivo figlio di meno.
I pretesi moralisti grideranno allo scandalo? Forse no.
Che non si tratti di un’eccezione? Anzi! Le gretterie della signora Vintgras sono proprio sconfinate. Ma benchè eccezionali per l’intensità, i caratteri di questo libro del comunardo francese sonointanto assai comuni per la loro qualità, e non ripugnano punto. Inconsciamente cattivi, inconsciamente malefici, la loro irresponsabilità da bestie non riesce a sdegnarci. Lo stesso Jacques, che pur prova la nausea della sguaiata trivialità da cui vedesi oppresso, lo stesso Jacques è quasi irresponsabile anche lui in questa postuma vendetta dei suoi patimenti di bimbo. L’ambiente arido e freddo dove è nato e cresciuto gli ha lasciato un’impronta nel carattere che sussiste suo malgrado.
Vedetelo all’ultimo. Egli è già grande, si è battuto per difendere il suo babbo ed è rimasto ferito alla gamba. Il babbo neppure in questa occasione sa perdere la sua aria dura, da professore; non gli riesce di intenerirsi rimpetto al figlio per paura diblesser la discipline. «J’ai été pion et il m’en reste dans le sang.» Perciò dice alla moglie di abbracciare il figlio per lui e di dirgli, maen cachette, ch’egli, il babbo, gli vuol bene. Il figlio, dal suo letto di ferito, sente per caso il dialogo tra il babbo e la mamma. Come è felice di questa rivelazione! Ma nello stesso tempo come lamenta che gli abbiano a restar sempredes trous de mélancolie et des plaies sensibles dans le coeur! Guarito, sul punto di partire per Parigi, sua madre lo abbraccia singhiozzando. Nel preparar la valigia, ella scorge in un calzone uno sdrucio e una macchia di sangue: era il calzone del duello. Quella macchia anderà via? La signora Vingtras vi passa e ripassa la spazzola e un pannolino bagnato. «Tu vois, ça ne s’en va pas...Une autre fois, Jacques mets, au moins, ton vieux pantalon!»
Sono le ultime righe del libro.
E arte? C’è il famososplendore del veromesso in bocca a Platone dagli estetici di strapazzo? Io vi trovo una forte sovraeccitazione del cuore, un sollevarsi di mille sentimenti confusi insieme, lagrime, sorrisi, ironie, sdegni repressi e, sopratutto, un rilievo, una vita e una ricchezza di particolari evidenti.
Volgarità, grettezza, trivialità comica e grottesca; ridicolo che scaturisce dal fare pesante e impacciato; vita affatto materiale che si dibatte com’impigliata nella stoppa delle più comuni esigenze; afa di animalità che da ogni pagina monta alle nari e soffoca lo spirito col suo sito di selvaggiume; ecco il libro. Nulla di consolante, nulla di nobile, nulla che faccia contrasto...
Sì? Ma quando esso vi ha dato la nausea di tutto questo, quando dalla miseria dello spettacolo che vi ha messo spietatamente sotto gli occhi, vi ha costretto a sollevarli in alto, e vi ha fatto sentire il bisogno d’una boccata d’aria pura?... Ma io già dimenticavo che non sono un...moralista!
12 Agosto 1879.