BALZAC[7]
Il giorno che il Balzac concepì l’idea di riunire sotto il titoloLa Comédie humainetutti i suoi romanzi fino allora pubblicati (questo avvenne, se non mi inganno, nel 1833) corse subito in casa di sua sorella la signora Surville per annunziarle quel grand’avvenimento. La signora Surville lo vide entrare nel salotto col cappello un po’ inclinato sull’orecchio, la pancia in avanti, la mazza levata in alto come un capo tamburo, suonando colle labbra una marcia,brà bràa-brà brà! muovendo i passi cadenzatamente, solennemente, quasi fosse davvero alla testa d’un reggimento. Giunto innanzi il canapè ove sua sorella era seduta, si fermò ad un tratto; poi con un accento grave e comico nello stesso punto:
— Signora, le disse, salutate un Genio!
E si mise a ridere, di quel suo riso grasso, rablesiano, che scoteva tutto il suo corpo.
Il Balzac avea la coscienza del proprio valore e soleva manifestarla con un’ingenuità fanciullesca. Un amico lo rimproverava d’esser troppo facile a raccontare a tutti il soggetto dei suoi romanzi.
— Voi siete lento nel lavoro, gli faceva osservare; vi si può facilmente rubare un’idea e metterla in circolazione assai prima di voi.
— Eh via! Nessuno potrà fare del Balzac, fu la sua semplice risposta.
Vittorio Ratier, direttore dellaSilhouette, una sera, conversando, gli suggerì l’idea fondamentale del raccontoUne passion dans le désert.
— L’idea è vostra, gli disse il Balzac tutto contento; è giusto quindi che partecipate agli utili che il mio lavoro produrrà.
Quando il lavoro fu stampato nellaRevuede Paris, il Balzac, sopraffatto dalle sue urgenze pecuniarie, non si ricordò più del Ratier al quale tante e tante volte aveva promesso di arricchirlo.
Alcuni anni dopo il Ratier lo trova occupato a rovistare dei vecchi portafogli.
— Questa volta, caro amico, gli disse, vi arricchirò per davvero. Eccovi un manoscritto, un racconto composto per iscommessa, in dodici ore. Conservatelo. Quando sarò morto, lo venderete a peso d’oro. Un manoscritto d’un uomo celebre è una vera fortuna: io lascerò un gran nome.
E lo diceva, aggiunge il Rader, colla maggior serietà di questo mondo, col tono della convinzione più assoluta.
Questi aneddoti mi venivano in mente sfogliando il lavoro bibliografico del signor Lovenjoul. Sono trascorsi trent’anni dalla morte del Balzac, ed eccolo più vivo, più venerato, più amato di quando il suo nome toccava le cime della celebrità europea. Da quel monumento letterario in ventiquattro volumi che è l’edizione completa delle sue opere, pubblicata dal Lévy, egli sembra ripetere al pubblico le profetiche parole dette scherzando alla sorella: salutate un Genio!
La fama del Balzac s’è formata lentamente. Per la maggior parte dei suoi contemporanei il romanzo di lui somigliava in molti punti a quella che oggi sogliamo chiamare lamusica dell’avvenire; era una formaanticipata. Oggi noi vediamo benissimo come tutto il romanzo moderno sia già nel Balzac, anch’ilnaturalista, anche losperimentalepoichè lo si vuol chiamare così. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola, procedono tutti direttamente da lui; non hanno fatto altro che sviluppare, perfezionare, ingrandire certe forme secondarie le quali nelleComédie humaineerano o accennate, o imperfettamente svolte come accade in tutte le produzioni della natura e dello spirito umano, che sono infine la medesima cosa. Per noi che moviamo nella via del romanzo i primi passi, coll’incertezza dei bimbi appena appena staccatisi, sarebbe un lavoro di grand’importanza un libro intitolatoPredecessori, contemporaneiesuccessori del Balzac.
Il Balzac, per quanto uomo di genio, non è nato neppur egli da una specie di generazione spontanea letteraria. Al paro dei suoi successori, ha sviluppato, ingrandito, perfezionato le forme iniziali del romanzo modernogià apparse, per citare due soli titoli, collaPrincesse de Clèvese collaNouvelle Héloise. I suoi lavori giovanili lasciano vedere chiaramente l’andar tastoni, il tentare e il ritentare, e il divinare e lo spingersi innanzi che dall’Héritiere de Biraguee dallaIane la pâlelo han condotto alle sublimi altezze deiParents pauvrese deiPaysans.
Studiare in che modo le forme incipienti del romanzo di carattere si sian trasformate e perfezionate nelle sue mani, come si perfezionarono contemporaneamente in quelle di altri scrittori le forme del romanzo di avventure: in che modo dal romanzo di carattere sia poi nato nel gran lavoro del Balzac il romanzo di costumi, e come questo sia oggi diventato per opera del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola il romanzo contemporaneo, non sarebbe certamente inutile per tutti coloro che si sforzano di trapiantare in Italia questo fiore letterario rimasto fin ad oggi un fiore esotico per noi. I nostri costumi, i nostri sentimenti, i nostri vizii, le nostre virtù son lì che aspettano ancora il loro storico, il loro pittore, il loro Balzac. Possibile che dal vasto caos di grandi sentimenti, di grandi idee, di grandi fatti, di grandi miserie,di grandi abbiezioni, che ha prodotto in vent’anni il nostro risorgimento nazionale, non debba venir fuori uno scrittore potente, un pensatore artista, tal da ritrarre nel romanzo la generazione presente, come il Balzac e i suoi successori han fatto in Francia e continuano a fare colla loro?
Il libro del Lovenjoul è una semplice bibliografia: ma quali insegnamenti non escono dalle aride righe di questo catalogo di 400 pagine!
«Balzac, ha detto il Gautier, non possedeva ildono letterario; nella sua mente c’era sempre un abisso fra il concetto e la forma. Egli o non trovava il suo modo di esprimersi, o lo trovava dopo stenti infiniti.» Si può dire che di tre terzi della sua vita uno l’abbia impiegato a concepire e a scrivere laprima vestedei suoi lavori, e gli altri due a correggerla e a rimaneggiarla. Per alcuni romanzi la lezione definitiva non ha nulla che vedere colla lezione ordinaria.La femme de trente ansè uno di quelli che più si risentono dell’ostinato lavoro della lima e della saldatura. Giacchè il Balzac non si contentava di mutar delle pagine, d’aggiungere degl’intieri capitoli. Per lui spesso il correggere siriduceva a fondere in un romanzo dei racconti diversi, scritti in epoche differenti e con nessun intento di un legame possibile.La Femme de trente ans, per esempio, oggi è composta di sei capitoli intitolati: I.Premières fautes. II.Souffrances inconnues. III.A trente ans. IV.Le Doigt de Dieu. V.Les deux rencontres. VI.Le vieillesse d’une mère coupable. Il primo era stato pubblicato nel 1831, col titoloLe rendez-vous: il secondo nel 1834: il terzo nel 1832, col titoloLa Femme de trente ansche poi divenne quello dell’intiero romanzo: il quarto, diviso in due parti, con titoli particolari, nel 1831; il quinto nello stesso anno, diviso anch’esso in due parti, con titoli particolari, poi rimaneggiato in tre parti nel 1832; il sesto sotto il titolo l’Expiationnel 1832. L’intero romanzo non prese la forma attuale che nel 1842. I personaggi d’esso, naturalmente, non avevano nelle precedenti redazioni gli stessi nomi. C’era anche un impiccio di data che lo avrebbe impedito. L’azione cominciava nel 1813, e all’epoca delle pubblicazioni dei diversi episodii, se si fosse trattato d’una sola persona, l’eroina non avrebbe potuto avere i trent’anni del titolo.
Un altro dei lavori più tormentosamenterimaneggiati èl’Autre étude de femme, La grande Bretéche, ove nascono, ribollono, spariscono dal 1839 al 1845 una quantità di pagine che vanno di qua e di là a trovar posto in molt’altre novelle, specialmente nel raccontoLa Muse du département.
Nel libro del signor Lovenjoul tutti questi rimaneggiamenti passano sotto gli occhi come una fantasmagoria, con particolari curiosi con pagine che ora si cercherebbero invano nell’edizione definitiva, e lasciano stupiti della prodigiosa attività creativa di quel vero genio del romanzo. La sua incontentabilità non aveva limiti. Nel 1845, mentre ancora non era terminata la prima edizione dellaComédie humaine, egli già aveva steso il piano d’una seconda, nella quale leggonsi i titoli di cinquanta lavori che dovean completare in ogni sua parte quella grande storia dei costumi del secolo XIX e rimasero nella mente dello scrittore rapito immaturatamente dalla morte.Le scene della vita militare, che ora hanno due soli episodii,Les ChouanseUne passion dans le désert, dovevano arricchirsi di altri venticinque.
Le correzioni tipografiche del Balzac sono leggendarie.Far del Balzacera una speciedi tortura nella tipografia, e gli operai v’erano sottomessi soltanto per un’ora alla volta. Si soleva dire che per comporre le prime prove d’un romanzo del Balzac bastava prendere a caso i caratteri dalla cassetta, metter insieme delle righe di lettere e formare delle pagine senza nè capo, nè coda. Il carattere tipografico inebbriava il gran romanziere; ogni parola, ogni sillaba diventava un periodo, una pagina, delle dozzine di pagine, che moltiplicavansi indefinitamente, prodigiosamente, sbucciando l’una dell’altra, come una generazione di gemmipari, finchè il volume e il romanzo non eran belli e compiti.
«L’aspetto di quelle prove di stampa era mostruoso, dice l’Ourliac che fu un ingegno brillantissimo prima d’andar a finire come un Veuillot sbagliato. Da ciascun segno, da ciascuna parola stampata parte un tratto di penna che splende e serpeggia come un razzo allacongrèvee scoppia all’estremità in una pioggia luminosa di frasi, di aggettivi e di sostantivi sottolineati, incrociati, confusi insieme, scancellati, sovrapposti; una cosa da abbagliare!» Grande disperazione nella tipografia. «I più intelligenti operai tentano di decifrar quelle prove; e chi vi riconosce delpersiano, chi la scrittura del Madagascar, chi i caratteri simbolici di Wisnou; lavorano a caso, raccomandandosi a Dio!» Così per una dozzina di volte. «Alla tredicesima prova, aggiunge l’Ourliac, si comincia a riconoscere qualche sintomo d’eccellente francese, e si nota con sorpresa qualche legame nelle frasi.»
Il Balzac era sempre inquieto sulle qualità del suo stile. Vittorio Ratier racconta d’avergli visto stracciare, cogli occhi pieni di lagrime disperate, molte pagine che il giorno innanzi avea proclamato ammirabili. Il Gautier era da lui consultato ed ascoltato con una specie di riverente sottomissione; gl’invidiava la facilità, la nettezza scultoria della forma, e si sforzava d’imitarlo. Uno di quei cercatori di cose letterarie che rovistano dappertutto ha fatto, a questo proposito, delle rivelazioni curiosissime. Nel 1837 il Gautier pubblicava nelFigaroi ritratti di Jenny Colon, della Damoreau e della signorina Georges. Balzac in quell’anno scrivevaBeatrix. Tutto questo romanzo è pieno di imitazioni del Gautier spesse volte spinte all’eccesso. Eccone qualche saggio. Il Gautier scriveva: Les cheveuxscintillentet se contournent aux faux jours en manière defiligrane d’or bruni.E il Balzac: cette chevelure, au lieu d’avoir une couleur indécise, scintillait au jour comme desfiligranes d’or bruni. Il Gautier scriveva: Le col de mademoiselle Georges, au lieu de s’arrondir intérieurement du côté de la nuque, ilforme un contour renfléet soutenu, quilie les épaules au fond de sa tête sans aucune sinuosité. E il Balzac: Au lieu de se creuser à la nuque, le col de Camilleforme un contour renflé qui lie les épaules à la tête sans sinuosité.
La preoccupazione del Balzac è evidentissima: lo stile del Gautier formava la sua ammirazione e la sua disperazione al punto stesso. Riguardo allo stile il Balzac arrivava anche a perdere il suo grande orgoglio d’artista: ascoltava benignamente le osservazioni che gli si facevano, ringraziava. Una volta il Planche gli notava delle espressioni che, secondo lui, erano troppe tormentate.
— Ebbene, aveva risposto il Balzac, segnatemi col lapis tutti gli errori che offendono il vostro gusto.
E il Planche, ch’era incapace di comprendere quell’atto d’umiltà, raccontando il fatto allo Champfleury, sdegnosamente aggiungeva:
— Ma per correggere quei romanzi ci sarebbevoluto altrettanto tempo che per iscriverli!
Eppure, povero Planche, chi si ricorda oggi del critico terribile e temuto, mentre la fama dello scrittore così superbamente disprezzato ingrandisce ogni giorno?
«Si può rimproverar tutto al Balzac: la mancanza di spirito e di delicatezza, l’assenza d’anima e di passione, l’abuso delle descrizioni, la predilezione per le corruzioni sociali, uno stile laborioso e scolorito; gli si possono contestare tutte le qualità del gusto e della finezza: ma non possiamo rifiutarci a salutare in lui una potenza d’evocazione senz’uguali. I suoi personaggi restano nella memoria come degli esseri che sian vissuti davvero. Ognuno di noi li conosce come se li avesse incontrati per le vie. Gli abbiam visti, abbiamo parlato con loro, li citiamo coi loro nomi. E questi esseri imaginari sono in numero incredibile: l’opera del romanziere è vasta come un mondo: Balzac aveva non solamente la forza, ma la fecondità del genio. Cosa strana! Balzac non è un artista, ed è creatore: non è scrittore ed ha fondato un genere; non ha fatto un lavoro perfetto, e una intiera letteratura procede da lui.»
Sono le più severe parole che io abbia lette sul Balzac, e in molti punti, con tutto il rispetto dovuto ad un critico come lo Scherer, mi paiono ingiuste. Il Balzac non è artista? Che significa dunque essere artista? Ecco una domanda che mi menerebbe lontano.
Torno al libro del Lovenjoul. Tra i documenti nuovi messi alla luce in questo volume ce n’è uno che riguarda la venuta del Balzac in Italia.
Il Balzac venne tra noi nel febbraio del 1837, munito d’una procura del conte Emilio Guidoboni-Visconti per regolare gli interessi di questo col signor Lorenzo Costantin, suo fratello uterino, a proposito dell’eredità materna della contessa Giovanna Patellani. Fu a Milano, poi a Venezia, nel marzo; e, tornato a Milano, vi stette sino alla metà di maggio.
A Genova un negoziante gli parlò delle miniere d’argento della Sardegna, delle scorie ammonticchiate nelle vicinanze di esse, scorie ricche di piombo dal quale era statoricavato anche dell’argento. La fantasia del Balzac prese subito fuoco. I Romani, i metallurgisti del medio-evo non dovevan essere molto pratici nella mineralogia; potea darsi benissimo fosse nascosta in quelle scorie una immensa ricchezza. Un gran chimico, suo amico, aveva trovato il segreto d’estrarne, con poca spesa, l’oro e l’argento in qualunque modo e in qualunque proporzione stessero mescolati cogli altri metalli. Bisognava avere i campioni per fare un saggio. Il Genovese promise di spedirglieli a Parigi. Il Balzac, nel caso d’ottimo esito, s’impegnava di ottenere pel Genovese e per sè la privativa dell’affare dal governo sardo.
Dopo un anno, visto che il Genovese non si faceva vivo, il Balzac tornò in Italia, andò in Sardegna e trovò che quegli, fatti dei saggi per conto proprio, contrastava la privativa, presso la Corte di Torino, a una società marsigliese la quale avea scoperto potersi ricavare dalle scorie il dieci per cento di piombo, e dal piombo il dieci per cento d’argento.
Fu una delle tante sue delusioni!
Era partito da Parigi, facendo un grande sforzo per raggranellare i quattrini pel viaggio. Aveva impegnato il po’ d’oro che possedeva:la sua mamma e una sua cugina si eransalassateper lui. Avea viaggiato quattro giorni e cinque notti sopra una imperiale, bevendo soltanto dieci soldi di latte al giorno.
A Marsiglia aveva abitato una stanza di albergo da quindici soldi al giorno e aveva pranzato con trenta. Aveva scritto alla madre:Pense qu’il y a beaucoup plus d’envie de faire cesser des souffrances chez des personnes chères, que de désir de fortune personnelle dans ce que j’entreprends; quand on n’a pas de mise de fonds, on ne peut faire fortune que par des idèes semblables à celle que je vais mettre à fin. (Correspondancepag. 283). E trovava il posto preso! E i suoi castelli in aria rovesciavano a un tratto! Bisognava rimettersi al gran supplizio del lavoro. Si faceva coraggio.Je vais faire trois ouvrages tout de suite, sans débrider!Però.... però...! Era stato a visitare la miniera abbandonata dell’Argentara nella parte più selvaggia dell’isola, e avea portato via dei saggi di minerale.Peut-être le hasard me servira-t-il mieux que les combinaisons de l’esprit.Già pensava di ritornare in Italia col suo cognato, l’ingegnere Surville, e con un ingegnere delle miniere. «Tu verrai con tuo marito,» scriveva alla sorellaLaura, «Grazie all’esperienza che ho acquistata, spenderemo poco più di quel che si spende a Parigi. E siccome non c’è di mezzo nessun Genovese, così potremo aspettare finchè saremo più tranquilli. Io sono dunque pressochè consolato.» Aveva bisogno di una chimera: non sapeva staccarsi da questa.
Andò a Milano per isbrogliare ancora alcuni interessi del conte Guidoboni-Visconti. Pare che il governo austriaco intendesse sequestrare quel po’ di beni che il conte possedeva tuttavia in Lombardia. Il Balzac s’adoperò in maniera che il sequestro fu evitato. Credeva tornar subito a Parigi, ma si mise a lavorare.Les mémoires de deux jeunes mariéesfurono cominciate a scrivere in casa del principe Porcia, in una stanza a pian terreno che dava sul giardino, messa dall’amicizia del principe a disposizione di lui. Nella sua prima dimora in Milano il Balzac v’avea conosciuto molte persone dell’aristocrazia; ma ora faceva una vita da certosino. La contessa Bossi, che non aveva dimenticato le belle serate passate con lui alleChênespresso i Sismondi, dovette fermarlo coraggiosamente in mezzo alla via per rimproverarlo di non essersi fatto vedere in casa sua. Il suo lavorolo assorbiva tutto. Era una idea che gli frullava in mente da due anni e non era riuscita a concretarsi. Dipingere l’amore felice, l’amore soddisfatto senza la rettorica del Rousseau e senza le prediche del Richardson: ecco il suo ideale di quel momento. Voleva pubblicare il suo libro senza nome d’autore, come l’Imitazione, e voleva poterlo scrivere a Milano!
Ma era tristo per diverse ragioni. Aveva duecentomila franchi di debiti e i suoi affari andavano male: e il suo cuore era in Russia, presso la persona che fu poi la consolatrice degli ultimi suoi giorni e sua moglie. Invidiava il principe Porcia ch’era così felice colla sua amante, la contessa Bolognini. «Ah! se sapeste, scriveva alla Hanska, che malinconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là dalla contessa!» Aveva la nostalgia. «La Francia, col suo cielo sempre grigio, mi serra il cuore sotto questo bel cielo di Milano; il Duomo, parato delle sue trine, m’intorpidisce l’anima d’indifferenza!» Il 20 maggio aveva scritto: «Domani, dopo avere fatto scrivere due lettere alle mie amanti, sarò più allegro e sarò da voi calmoe savio da far invidia a un santo.» Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato; ho lasciato lì le mie amanti per riprenderle un giorno o l’altro.» Infatti passarono quattro anni prima che quel romanzo vedesse la luce nelle appendici dellaPresse, dopo essere stato lungo tempo annunziato dallaRevue de Paris.
Se si dovesse dar retta alla dedica che si legge ora in testa al romanzoSplendeurs et misères des courtisanes, questo lavoro sarebbe nato anch’esso sotto il tetto ospitale di casa Porcia, sul Corso di Porta Renza, ora Corso Venezia. Ma la dedica da principio si riferiva alla sola prima metà della prima parte del romanzo che allora s’intitolavaLa Torpille. Può darsi che quest’episodio, trasformato nell’edizione definitiva inComment aiment les filles, sia nato in Milano.
Certamente il Balzac portò via dei ricordi durevoli del suo soggiorno in questa città: lo dimostrano le dediche di altri suoi lavori a persone milanesi:La Vendettaallo scultore Puttinati,La fausse maîtressealla contessa Clara Maffei,Une fille d’Evealla contessa Bolognini-Vimercati,Les émployesalla contessa Sanseverino, sorella del principe Porcia.
Il Balzac non ricevè una bella impressionedalle nostre donne. Gli parvero tutte prive di attrattive, di spirito, d’istruzione, meno una Cortanse di Torino. Le Milanesi, invece, dicono ch’egli non era bello, ch’era goffo, taciturno e che di stupendo aveva soltanto gli occhi, due occhi di fuoco. Il Balzac in quei giorni era d’umor nero. Forse passava per uno di quei periodi di astinenze d’anacoreta ai quali si condannava per resistere alla violenza del suo lavoro. Un motto di lui sulle donne, detto in una cena di soli uomini presso il Porcia, conferma questo mio sospetto; ma non è possibile riferirlo qui. Alla Hanska scriveva: «Comincio a credere che la fama ha ragione, attribuendo alle Italiane qualcosa di troppo materiale in amore.» Tutto questo può diminuire in qualche maniera il severo giudizio del gran romanziere.
Il Balzac lasciò Milano il 6 giugno del 1838 e non tornò più fra noi.
M’è parso giusto premettere queste poche notizie alla descrizione dell’unico autografo del Balzac — di qualche importanza — che si trovi in Italia.
È preziosissimo. Ci mostra il grande romanziere intento al lavoro, in quella terribile lotta colla forma che rende proprio miracolosala sua vasta produzione in mezzo a tali preoccupazioni d’interessi materiali d’ammazzare qualunque altr’uomo non nato, come lui, un colosso di mente e di corpo.
Lo Champfleury ha scritto un opuscolo intitolato:Balzac. Sa méthode de travail, études d’àprès ses manuscrits(Paris. Patay, 1879,) ove sta sempre sulle generali e non dice nulla che non si sapesse. Perfino ilfac-similedi una prova di stampa delDébut dans la vie, premessa al suo opuscolo, ha ispirato dei dubbii sulla sua autenticità. Secondo il Lovenjoul, che deve intendersene, le correzioni, piuttosto che del Balzac, paiono della signora Surville, sua sorella. Perciò ho creduto che, anche dopo lo scritto dello Champfleury, queste notizie possano avere un po’ d’interesse. E ringrazio la gentile persona che m’ha cortesemente confidato il prezioso manoscritto e m’ha permesso di descriverlo.
È un volume in 8º grande, rilegato in rosso col dorso di cuoio filettato in nero; il titolo in oro:Études philosophiques (Les Martires ignorés).
Nella prima pagina si legge:Offert par l’auteur — comme un souvenir — du gracieux accueil qu’il — a reçu. — H. de Balzac. — Paris,ce 15 juin, 1837. — C’est comme je vous l’hai dit le — premier ouvrage que j’ai fait — á mon retour.
Questo non è precisamente vero di tutto il lavoro. Al suo solito, il Balzac aveva fatto un innesto sul frammentoEcce Homo, pubblicato nellaChronique de Parisnel giugno 1836. Al suo ritorno egli aveva potuto scrivere soltanto le undici pagine di manoscritto che formano la introduzione. Infatti nell’ultima pagina, dopo tredici righe di scrittura, si trovano incollati due pezzettini ineguali di stampato, e di fianco si legge:Continuer avec la copie de la chronique.
Nella seconda pagina, prima aveva scritto:Les Martires ignorés — de la légende. — (Fragment du Phédon d’aujourd’hui), ma poi cancellò le parole:de la légende.
Vengono poi undici fogli di manoscritto su carta di paglia comune, scritti, meno il primo, tutti da una sola facciata, con pochissime correzioni.
Seguono, rilegate col manoscritto, cinque prove di stampa che sono certamente quelle della quarta edizione degliÉtudes philosophiques(volume XII), pubblicata col nome del Werdet presso Dalloye e Lecou.
Qui comincia il fermento del lavoro del Balzac. Le prove si riempiono di cassature, di richiami, s’ingrossano di aggiunte su pezzettini di carta incollati ai margini con delle ostie. Le correzioni s’accavallano; le correzioni sottentrano alle correzioni. Nel manoscritto l’introduzione era di sei pagine e sei righe; nella prima prova sono già incollate altre due paginette, e in fine c’è l’avvertenza:Charles, laissez-moi deux pages blanches. Nella prima pagina, alla prima prova di stampa, ove è il solo titolo, scrive:Charles, tâchez d’avoir fini cela pour une heure en vous y mettant avec quelque lapins, que les corrections soient bien faites, cela ira jusque à 4 feuilles pas plus, Mettez-moi la 21-22 en page et composez-la, vous avez 4 garnitures. On pourrait si ce peut-il mardi. On a fait une boulette au commencement, voyez ce qui est à mettre en petit texte comme un titre d’une comèdie, et interl: sans fin.
Nella seconda prova ha già fatto scomporre l’introduzione per ricomporla in carattere più piccolo. Dove diceva:Personnagesha messo:Silhouettes des interlocuteurs; ma già vuoleen italiquele prime sette righe. Anche questa prova ritorna alla stamperia orribilmentemaltrattata, sovraccarica di aggiunte incollate ai margini, con aggiunte incollate alle aggiunte, un vero fuoco d’artifizio. Si vede il viso che doveva fare quel povero proto di Carlo, leggendo dietro alle bozze:Charles, encore une épreuve et composez la ½ feuille de la fin en y mettant la table des matières. E più sotto:Puis-je cette fois compter avoir une èpreuve à trois heures? R. s. v. p.
E la quarta bozza differisce poco dalle altre. Ghirigori, razzi si partono da tutte le pagine, intrecciandosi, confondendosi in maniera da far perdere la testa ai correttori. E l’incontentabile autore scrive:Charles, encore une èpreuve, vous devriez corriger vous-même pour que je puisse la rendre enBON À TIRER.
Il povero proto non ne può più: ha rivisto, ha corretto anche lui. Manda la quinta prova perfettamente ripulita. Credete che il Balzac sia contento?Donnez une rèvision!Sarebbe capace di cominciare da capo.
Scelgo un piccolo squarcio, uno dei meno complicati, per porre sotto gli occhi dei lettori il processo letterario con cui sono state fatte tutte le opere del Balzac. Metto fra parentesi, in corsivo, le parole cancellate e segnocon puntini ove la cancellatura è illeggibile.
Il manoscritto diceva:
«Le docteur Phantasma(Chose): Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système(de Monsieur)du docteur Physidor. Voici l’histoire à laquelle je ne voudrais(rien)ajouter aucun ornement superflu qui lui donnât(l’air d’)une tournure romanesque. Je ne sais(pas)si vous avez connu(M.)l’abbé Bouju(de Tonduse)Vicaire général de...(je ne)je ne(connais pas)me rappelle jamais les diocèses(d’aujourd’hui)conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a vingt ans Monsieur Bouju c’était(ce que l’on nomme)vulgairement parlant(un bon vivant), ce qui devrait s’appeler en bonne philosophie un égoïste.(Il)Soit qu’il(eu pensé de la....)regardât comme profondément risibles les idées de ceux qui s’occupent d’avenir, qui (.....) font des théories délicieuses, quand il est prouvé que l’espace entre la terre et le soleil est de trente-trois millions de lieues; et(qu’il est)que l’espace entre nous, et certains planètes est si considérable que leur lumièrene nous est pas encore arrivée quoique la lumière fasse de millions de lieues à la minutes; soit (qu’il ne) que tout lui fût indifférent, excepté ces propres jouissances, il ne faisait que ce que lui plaisait.»
Tutto questo è troppo pieno, troppo pesante; si legge a fatica. Ma già nella prima correzione comincia a sveltirsi. Ecco qua:
«Le docteur Phantasma. Il m’est impossible de passer sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que par le système de Physidor. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bouju, un vicaire général de..... de..... de..... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y a de cela quelque quarante ans, M. Bouju était, vulgairement parlant,un bon vivant, ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous n’étions pas tous égoïstes. L’oubli de soi-même est une dépravation. Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses, soit que tout lui fût indifférent etc.»
Nella seconda prova l’epurazione continua. Il periodo si muove con più agio. La manoinesorabile dello scrittore sfronda, sfronda senza pietà. Osservate:
«Le docteur Phantasma.J’ai rencontré hier quelqu’un qui m’a rappelé un fait qui est à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système (de) que Physidor nous développait avant hier. Avez-vous entendu parler de l’abbé Bouju (un) qui est vicaire général de.... de.... de.... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est lui dont il s’agit. Il y a quelques quarante ans, M. Bouju était etc.»
Ma già alla terza prova il brano è quasi irriconoscibile; non più racconto, è dialogo.
«Le docteur Phantasma, l’ai rencontré hier une douillette pouce....
«Le Libraire.Mâle ou femelle?
«Phantasma.Elle m’a rappellé un fait à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait au système que vous nous développiez avant-hier. Avez vous entendu parler de l’abbé Bouju qui est vicaire général de.... de.... de.... Ma foi, je ne me souviens jamais des diocèses conservées parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est de lui qu’ il s’agit.»
E il resto continua come nella seconda prova;solamente dopo le parole:tous égoïstesaggiunge:de naissance ou par expérience.
Nella quarta prova questo passo subisce un’insignificante modificazione. Dove diceva:M. Bouju ètait, si legge:mon Bouju. È tutto. La lezione si conserva tale nell’edizione definitiva.
Allo stesso modo che coi periodi della sua prosa, soleva adoperare il Balzac colla struttura dei suoi romanzi. Fondeva insieme più racconti, saldava parti diverse e non sempre in maniera che la saldatura non si scorgesse. Ma in molti punti della suaComèdie humaineil lavoro lento, paziente della creazione ha ottenuto il gran risultato a cui tendeva: vi si sente l’immortalità della vita dell’arte e la onnipotenza del genio.