DUE COMMEDIE NUOVE[20]

DUE COMMEDIE NUOVE[20]

Ascoltiamo la parola d’un maestro:

«Una situazione non è un’idea. Un’idea ha un principio, un mezzo e una fine, uno sviluppo e una conclusione. Tutti possono trovare una situazione drammatica, ma convien prepararla, farla accettare, renderla possibile, sopratutto, scioglierla. Un giovane domanda in matrimonio una ragazza. Gliel’accordano. Va al Municipio, alla parrocchia colla fidanzata e ritorna in casa sua insieme a lei. A un tratto apprende,con assoluta certezza, ch’egli ha sposato sua sorella. Ecco una situazione, non è vero? Interessantissima. Cavatevene!» (Dumasfils,Histoire du Supplice d’une femme).

Cavatevene! L’importante sta qui.

Avere in mano una situazione è come avere in mano uno di quegli ossi di animali preistorici che servivano al Cuvier per ricostruire l’animale intero già sparito da migliaia di secoli dalla faccia della terra.

Una situazione è un resultato, un punto culminante. Com’è stata prodotta? Quali sentimenti, quali caratteri l’han determinata? E non basta. Quali effetti produrrà? Giacchè una situazione non può rimanere in sospeso nè nella vita reale, nè nella vita dell’arte.

È quello che non ricercano quasi mai i nostri autori drammatici.

Una giovane donna, abbandonata dal marito dopo pochi mesi di matrimonio, commette una colpa. Ha in suo favore tutte le circostanze attenuanti: aveva sposato quell’uomo senza amarlo; era rimasta sola, lei in Italia, lui in America travolto nel gran vortice degli affari e con poche speranze di un ritorno: s’era incontrata in un uomo già amato prima del suo matrimonio e non dimenticatonè allora nè dopo...; vi ha tante donne che cascano anche con meno di questo. È nato un figlio: la cosa diventa grave. La madre vede alleviato il suo rimorso dal sacrifizio d’un’amica. D’accordo col proprio marito, questa farà passare per suo il figlio della colpa; Giulio non sarà un trovatello. Marito e moglie Rivalta vi trovano un tornaconto: hanno desiderato lungo tempo un frutto della loro unione ma sempre invano. Giulio, col mistero che lo circonda, varrà per essi qualcosa di più che un semplice figlio di adozione.

Per alcuni anni tutto procede bene. Un bel giorno il caso o la natura ne fa una delle sue: la signora Rivalta diventa madre quando meno se l’aspetta, e partorisce una bimba.

Il marito della donna colpevole ne fa un’altra non meno inattesa e ritorna in Italia dopo diciassette anni d’assenza, ricco e disposto a godersi in pace i resultati del suo penoso lavoro, continuando sempre a tener un piede negli affari per non morire di noia. Virginia e Damiano Cadimonte potrebbero vivere felici. Lei ha scontato con tante lagrime la sua debolezza d’un momento; lui ignora tutto, come la maggior parte dei mariti. Chi non sadarsi pace è il signor Rivalta. Per lui, ora che ha la sua Clara, Giulio è un intruso e ruba a quella figliuola una bella metà del patrimonio. Come uscire da quest’imbroglio? Gli è impossibile dissimulare a Giulio la sua avversione: gli è impossibile dargli uno schiarimento quando questi, buono, affettuoso, gli domanda, col cuore gonfio d’amarezza, la vera ragione di quel modo di trattarlo... Ecco una situazione: vecchia o nuova non importa, è una situazione altamente drammatica. È l’osso preistorico capitato fra le mani del Marenco. Peccato che l’autore deiGuai dell’assenzanon abbia saputo essere un Cuvier!

La Maria Cipriani delleCatene legaliha sposato un poco di buono. Il vizio del giuoco trascina il suo Enrico nella galera. La povera donna, vedova di fatto ma non di diritto, trova un conforto a questa sventura nell’amore puro e fervidissimo d’un artista, del giovine pittore Paolo Redi. Paolo e Maria sono due anime elette. Non osano nemmen palesarsi una speranza che sta in fondo alle loro anime innamorate, quella di vedersi liberi un giorno dalla dura catena con che i coniugi restano legati dinnanzi la legge anchequando uno di loro sia già morto civilmente. Nel nuovo stato di quelle due creature umane la legge è diventata qualcosa di puramente materiale. Che avverrà quando il forzato reso libero dalla sentimentalità antiscientifica d’un ministro di grazia e giustizia (son casi che si danno) vorrà riprendere i suoi diritti legali su quella donna rimasta sempre sua moglie?

Anche questa è un’altra situazione altamente drammatica; vecchia o nuova, non importa; un altr’osso preistorico capitato fra le mani dell’Interdonato, che ahimè, nemmen lui ha saputo esserne il Cuvier!

Il maestro ha detto (è bene ripeterlo):tutti possono trovare una situazione drammatica. — Infatti ecco due che l’han trovata —Ma convien prepararla, farla accettare, renderla possibile.Fermiamoci qui. Una vera situazione drammatica ordinariamente è un’alternativa. Che farà il personaggio? A seconda della sua scelta, tutti gli avvenimenti cambiano aspetto, prendono un corso in rapporto a quella spinta e s’avviano alla catastrofe. Qualche situazione non è nemmeno un’alternativa; non ha che un’uscita. Tutto l’interesse si concentra nei mezzi, nei modi coi quali i personaggiarriveranno a quell’uscita fatale, immutabile, che non interessa meno benchè anticipatamente saputa.

Vediamo un pochino quando si tratta di un’alternativa. Figuratevi un desco apparecchiato, colle pietanze fumanti: un uomo s’avanza e siede a quel desco. Mangerà? Non mangerà? Tutto dipende dallo stato dello stomaco del mio personaggio. Mettiamo per ipotesi che quelle pietanze nascondano un tranello, che siano avvelenate. Un affamato non metterà tempo in mezzo, divorerà tutto in quattro bocconi, non farà lo schifiltoso sulla qualità e sul sapore delle vivande. Uno uscito allora allora da pranzo potrà lasciarsi tentare dalla gola, assaporare una cucchiaiata di minestra, un pezzettino di carne; ma disgustato dal cattivo sapore, lascerà tutto lì. Nelle situazioni di questo genere si capisce facilmente che ogni cosa dipenda dal carattere. L’ingegno dell’autore drammatico si scorge subito dal modo con cui pianta la sua alternativa. Bisogna chiudere ogni possibilità d’un’uscita diversa dalle due che presenta. La commedia del Marenco aveva molti punti interrogativi. Il signor Rivalta, messo alle strette da Giulio, gli rivelerà il mistero della sua nascita?Come si conterrà Giulio nella sua nuova posizione? Che farà la vera madre, la signora Virginia, quando saprà che quegli è già a parte del mistero? Che farà il marito di lei quando scoprirà d’essere stato tradito? Come s’accomoderanno le cose se il marito non arriverà a trapelar nulla di quello ch’è accaduto durante la sua assenza? La risposta a tutte queste domande non può essere capricciosa. Vediamone qualcuna di quelle date dal Marenco.

Il signor Rivalta deiGuai dell’assenzaapparisce sin dalle prime scene un carattere burbero, anzi atrabiliare ed eccessivamente nervoso. Non c’è che sua figlia, la sua Clara, che possa rabbonirlo. In quanto a Giulio, il signor Rivalta non tralascia alcuna occasione per fargli scorgere il suo odio.

Siamo un po’ di manica larga: accettiamo pure senza tanti discorsi, l’antecedente d’un uomo il quale non avendo perduto assolutamente la probabilità d’aver dei figli, accetti di rivelare come proprio allo stato civile il figlio d’una donna che non è sua moglie. Quel signor Rivalta doveva essere un gran buon cuore.

Capisco che il giorno in cui gli piove dalcielo una figliuola non può sentirsi molto contento della sua buona azione: capisco che, uomo d’un’educazione poco elevata, possa sentire l’affetto paterno in una maniera quasi animale... Ma bisogna anche tener conto che Giulio è cresciuto in casa di lui sin dal primo giorno della sua nascita; che per parecchi anni ha dato ai suoi genitori d’adozione le ineffabili gioie della paternità: ch’è stato educato come un figliuolo per davvero, e che è venuto su pieno di rispetto e d’affezione, laborioso, anche ricco d’ingegno, con tutte le buone qualità da far dimenticare il suo stato. Infine il caso s’era mostrato benigno: non aveva fatto nascere un figliuolo al signor Rivalta, e Giulio rimaneva innanzi alla società il legittimo continuatore della famiglia, il legittimo rappresentante d’una casa che a furia di lavoro e d’onestà aveva ammassato dei milioni. Il signor Rivalta del Marenco perde addirittura la testa; l’odio del buon uomo per Giulio è un odio senza confine. Ma quando s’arriva a questo punto, non si sta più sulle mezze misure. La condotta del padre verso il supposto figliuolo rimane forse un mistero di famiglia? Tutti se n’avvedono, tutti la disapprovano, tutti la trovano inesplicabile.Giulio arriva a sospettare dell’onestà della propria madre, cioè di quella che lui crede la sua vera madre: figuriamoci se avrebber dovuto sospettarne anche gli altri! Ammesso nel signor Rivalta quell’affetto per la figliuola spinto allo stato puramente animale, non c’è più ragione che lui taccia, e che si lasci morir d’accidente piuttosto che trovare uno scioglimento più pratico alla sua situazione anormale. La situazione, anche col carattere d’un tal uomo, ha più che un’alternativa, ha molte uscite; e, a farlo apposta, il Marenco è andato a scegliere la peggiore, quell’inutile colpo d’accidente.

Il Marenco ha rasentato quasi tutte le varie gradazioni della situazione principale, del suo osso preistorico; ma non ha avuto la potenza di ricostruire l’organismo dell’intero animale. Perchè? Perchè ha voluto adoperare la sua logica, una logica particolare, creata per usarla nella fabbricazione dei proprii lavori teatrali, e non la logica delle cose, dei caratteri, delle passioni umane, la sola e vera logica che dia all’opera d’arte il suo valore d’opera d’arte. Infatti, ecco un altro interrogativo. Che farà il marito quando avrà scoperto l’infedeltà della moglie? Per interessarcia questoche farà?bisognava innanzi tutto mettere in gran rilievo il carattere del personaggio. Damiano Cadimante non ha dimostrato una grande delicatezza d’animo, nè una grande tenerezza per la moglie nei suoi diciassette anni d’assenza: appena s’era fatto vivo, di tanto in tanto, con qualche lettera. Ritorna pieno di fiducia, vive per molti anni insieme alla sua Virginia senza che l’ombra d’un sospetto si presenti a turbare la sua coscienza di marito. La terribile rivelazione gli piomba addossa quasi all’improvviso, appena preparata dall’idea che sua moglie fosse l’amante di Giulio; un’idea naturale, perchè Giulio è il primo commesso della sua casa commerciale, ed è in così intime relazioni con lui che avrebbe voluto farsene un socio.

Si capisce; l’unica soluzione, la soluzione logica è quella di subire il fatto compiuto, di fare, come suol dirsi, di necessità virtù. Ma una situazione, ripete il maestro,convien prepararla, farla accettare, renderla possibile. Il Damiano del Marenco carpisce, ascoltando dietro un uscio, il segreto della colpa di sua moglie, vien fuori alzando i pugni al cielo, mugghiando come un toro ferito... Non che abbia molto torto... Poi, lì per lì, si sente rammollireil cuore; trova che, se la povera donna è caduta, ci ha la sua parte di colpa anche lui. Non l’ha lasciata per tanti anni lontana, abbandonata a sè stessa, dopo pochi mesi di matrimonio? Finalmente, via! avrebbe potuto far peggio; non si tratta che di un figliuolo! Povera donna! S’è mostrata così buona con lui! Non ha neppur sospettato che la ragazza recata seco dall’America possa essere il frutto d’un’altra colpa molto simile a quella di lei, e non già l’orfana d’un amico, com’è difatti... E poi, ha lui il diritto di mostrarsi inesorabile? Ha lui il diritto di farla arrossire al suo cospetto? No. Troverà il mezzo di stendere un velo su tutto; s’accuserà alla moglie per farsi credere pari e patti. Se lei gli ha regalato un figliuolo, lui, dal canto suo, non le ha regalato una figliuola?... E quei due ragazzi non si amano?... Perchè farli infelici?... Ecco la soluzione del Marenco: la più illogica, la meno ideale, prendendo questa parola nel suo puro significato filosofico, che vuol dire conforme alla idea, cioè alla intima realtà delle cose.

L’Interdonato ha seguito la stessamaniera; non oso dire lo stesso processo, per non far nascere equivoci. Giacchè quel che mancanelle due commedie sia appunto il processo, cioè il razionale svolgimento dei fatti, dei caratteri, e dell’azione; la necessità, la fatalità drammatica per cui un personaggio non può sentire, appassionirsi ed agire altrimenti che in quella data misura e in quel dato modo: modo e misura che il pubblico ha mostrato d’aver ben capito manifestando la sua scontentezza delle soluzioni dei due autori.

Fissati i primi punti d’una situazione, l’autore non dovrebbe affatto intervenire nello svolgimento dell’azione: dovrebbe restar spettatore, lasciare che i personaggi operino da per loro, e che là commedia si faccia quasi da sè. Non dovrebbe far altro che seguirla, come il chimico segue il processo d’una cristallizzazione, come il fisiologo l’esercizio di una funzione animale messa in esperimento. Quando l’autore interviene col suo capriccio, colle sue idee, coi suoi sentimenti non può che guastare. È un elemento estraneo, un elemento accidentale, una cosa assolutamente contraria all’arte che s’infiltra, s’insinua, ed altera le proporzioni, mette lo squilibrio nelle varie forze, sovverte la logica della natura umana in quegli individui così diversi da lui, toglie loro la libera personalità, li fa diventardei burattini. E dove appunto? Nel dramma, nella commedia, cioè nelle opere letterarie dove la completa sparizione dell’autore è la prima condizione di vita,sine qua non, come dicevano gli scolastici. — Dio mio! cose vecchie, stravecchie; chi le ignora? È proprio inutile il ripeterle! — Non dico di no. Ma non è meno vero che queste cose vecchie e stravecchie le vediamo continuamente dimenticate con una facilità straordinaria; non è meno vero che i nostri autori drammatici si preoccupino poco della logica, del processo, dell’organismo delle loro opere; non è meno vero che andando di questo passo anche il gusto del pubblico finirà col pervertirsi. Ne abbiamo dei bruttissimi sintomi.

E la cosa è tanto più triste quanto più si scorge spesso che non è forse affare d’impotenza d’ingegno. Nelle commedie delle quali sto parlando,I Guai dell’assenzaeCatene legali, da due o tre scene si capisce che gli autori rasentino la via giusta, ma la rasentino soltanto; si capisce che non ci volesse poi molto per dare un passo più in là ad entrare in carreggiata, e fa dispetto il vedere che si siano incaponiti a non entrarci. Dico: incaponiti, perchè l’intromissione del loro capriccionello svolgimento delle situazioni è visibilissimo. Son essi che sentono, pensano, agiscono pei loro personaggi. Vogliono un dato effetto, vogliono una data soluzione, e vi trascinano i personaggi loro malgrado. Che viso fanno quei poveri diavoli! E come parlano da gente niente persuasa di quello che caccia fuor di bocca! —

Venerdì seraLucrezia Borgiafece la sua riapparizione sul palcoscenico del Dal Verme. Era irriconoscibile. Avrei voluto in un cantuccio tutti i fautori del dramma storico. Quel creduto oro vittorughiano appariva una doratura Rouloz guastata dal tempo, il terribile corrosivo.

Ahimè, il tempo avea guastato anche qualcosa di assai più vivo della Borgia! La grande attrice che rappresentava la duchessa di Ferrara, la sorella del Valentino, la figlia di Alessandro Sesto, era egualmente irriconoscibile, come l’opera d’arte. Il pubblico applaudiva un ricordo lontano, una tradizione, l’ombra di quell’Adelaide Ristori che ha fatto trionfare l’arte rappresentativa italiana su tutte le grandi scene del mondo.

E dopoLucreziariapparì la sonnambula lady Macbeth, coi suoi occhi vitrei, immobili,col suo passo incerto, coi suoi rimorsi sempre vivi anche nella stanca tregua del sonno. Ed era impossibile non confonderla con un’altra tormentata non già dai rimorsi, ma dalla grande febbre dell’arte. Sublime creatura! —Via! Via di qua!— No, tu tenti invano di cancellare quella macchia —Via! Via di qua!— No, tu tenti invano scacciar dal cuore la tua immensa sete d’arte e di gloria! Sublime creatura, che Dio ti dia pace! Oramai, d’arte e di gloria dovresti essere sazia!


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