XV.

—Ma io non posso, non debbo farvi felice;—non debbo amarvi—esclamò al colmo dell'angoscia, singhiozzando come un bambino.

—Perchè non dovete amarmi? Non siete libera?

—No, Massimo; sono promessa ad un altro che deve essere mio sposo.—E si nascose il volto nelle mani, e si sciolse in pianto.

Quella parola mi fece un male crudele. Mi parve che in quel momento mi si sottraesse il sangue dal cuore. Mi alzai lentamente ed andai a stendermi lontano da lei in una sedia a bracciuoli. Ivi rimasi qualche tempo senza pensar nulla, in uno stato d'abbattimento, con questa sola idea tuttavia non bene distinta:—Che tutto era finito; che stavo per partire, e non la vedrei più.

Ma intanto la vedevo, e la vedevo piangere, e quel pianto era d'amore per me. A poco a poco il mio stato di passività si andò animando d'una sensazione dolce. Provavo, dirò così, l'ebrezza di soffrire insieme. Il desiderio conteso, le aspirazioni ferventi verso una meta impossibile, sono lo stato più confacente al mio carattere.

Sentii un'acre dolcezza sostituirsi al senso di scontento che mi aveva invaso. Mi diedi a riflettere al nostro breve passato; ad esaminare quasi tranquillamente tutto il procedere di Fulvia ed il mio. Ad un tratto pensai:

—Ecco la ragione dell'episodio tempestoso!Promessa ad un altro, non poteva sperare di unirsi per sempre ad un uomo amato, e sognava di esaltarsi almeno per un tempo per un grande amore, prima di sacrificarsi per tutta la vita!

E tutte le promesse che avevo creduto di scorgere nell'espressione di quella sua strana idea, mi balenarono al pensiero in quell'ora di dolore, come un miraggio.

Quante lusinghe, quante speranze, quale completo abbandono in quelle parole ch'io interpretavo con una larghezza d'idee che Fulvia non ci aveva posta nel dirle!—Guardai la testa bruna di Fulvia, la sua persona casta e graziosa, e tutto un paradiso d'amore mi si aperse alla fantasia esaltata.

—È giovane e pura, e sarà mia—pensai.—E sorsi, e me le accostai, per ripeterle quelle sue parole, per implorare in nome dell'amore l'esaudimento delle mie ardenti speranze.

—Fulvia…—mormorai prendendole la mano.

Ella alzò il capo e mi guardò addolorata. Ma innanzi alla lealtà del suo sguardo il mio ardire venne meno. Era quello sguardo con cui m'aveva fissato dicendomi: «Se mi amate, saprete rispettarmi sempre.»

I miei amici che aspirano alla riputazione di Don Giovanni sentenzierebbero senza dubbio, leggendo queste parole, chetutte le donne dicono così. Io ammiro che sappiano quel che diconotutte le donne. Quanto a me non lo so. Ma so di certo che Fulvia doveva dirlo in modo differente dalle altre, perchè quelle parole, in bocca a lei, erano sincere, ed inspiravano rispetto.

Le mie idee si confusero. Non osai rammentarle quel suo discorso avventato d'altre volte e, quasi inconscio dell'atto imprudente, le porsi tremando l'ultimo biglietto di Vittoria.

Ella lo lesse, poi me lo rese in silenzio. Più discreta di me, non pronunciò il nome della povera donna che aveva traditi i suoi doveri per me.—L'indovinò forse? O lo conosceva?

Seppi più tardi che lo conosceva. E che nel suo animo, in cui m'aveva posto tanto alto, non entrò neppure il sospetto che quell'atto mi fosse inspirato dalla stupida vanità di far pompa d'una mia conquista.—Comprese il muto linguaggio ch'io le parlavo dandole quella carta:—Io ho rotto dei legami che duravano da anni per amor di voi; non farete voi altrettanto per me?—Così mi comprese e fu nel vero. Una donna sinceramente innamorata, legge chiaramente nel cuore dell'uomo che ama, e non s'inganna mai.

Ci rimettemmo a discorrere, mesti entrambi, parlando di lei, di me, dei nostri vincoli che ci trascinavano per vie disparate.—Non so a qual proposito venni a dire ch'io non avrei potuto legarmi in matrimonio, che codesta idea mi faceva spavento. È una fanfaronata che tutti i giovani si credono in obbligo di fare. Ed io dicevo come gli altri, senza che ci fosse grande verità nelle mie parole. E poco dopo le domandai:

—Ma perchè non potreste sciogliervi dalla promessa con quel fidanzato, dacchè non l'amate?

—È un bravo giovane, un nobile cuore, mi ama… E poi, a lui non fa spavento l'idea di legarsi a me per tutta la vita.

Mi parve che in quelle parole vi fosse una provocazione. L'uomo della società si ridestò un'altra volta in me, e mi suggerì questo pensiero:

—Non è vero che Fulvia sia promessa ad un altro. È uno stratagemma per farmi svelare le mie intenzioni, ed indurmi possibilmente a sposarla; non è che una commedia, ed anche, d'una volgarità… Non avrei che ad offrirmi di soppiantare il mio rivale, e tosto ella lo lascierebbe dileguarsi come un vile.—Tuttavia quest'idea,—che trattandosi d'un altra donna, in pari circostanze, sarebbe già stata una certezza per me,—era ancora un po' dubbia dinanzi alla schiettezza di Fulvia. Volli accertarmene, e le dissi col mio accento più passionato:

—E se vi sposassi io, Fulvia?

Un lampo di gioia brillò nel suo sguardo.—Pur troppo è così, pensai.—E già rimpiangevo che la nobile fanciulla da me ideata non fosse che una piccola intrigante in cerca d'un marito. E colla morale un po' opportunista d'un giovane innamorato, dissi tra me:

—L'avrei preferita meno onesta, ma più schietta.

M'ero ingannato ancora. Fulvia si fece anche più mesta di prima; e prendendomi la mano in atto riconoscente mi disse:

—Sarebbe impossibile, Max. Ve l'ho detto, sono promessa ad un altro.

Questa risposta, anzichè addolorarmi, mi colmò di gioia. Ella non aveva mentito. Era sempre quella donna nobile e leale, incapace di finzione e di calcolo. Ancora una volta mi pentii di averla calunniata nel mio pensiero.

—Ebbene, le dissi, amatemi come un fratello; e non pensiamo ad altro, e speriamo nell'avvenire.—E suggellai quelle parole fraterne con uno di quegli sguardi in cui l'amore ha stillato tutto il suo nettare e tutto il suo fiele.

Ma ella piangeva ed io era triste.

Pensavo che quella donna non sarebbe mai mia, e sarebbe un giorno d'un altro. Pensavo che questo altro era stato amato da lei, non fosse che un'ora, quando gli aveva fatto quella promessa. Ma tali promesse chi pensa a mantenerle quando è cessato il sentimento che le ispirava? Ed a che servirebbe?—Perchè dunque Fulvia sposerebbe un uomo che non ama più, ella così sincera, invece di dirgli francamente: «Io non vi amo più; non potrei farvi felice; per la felicità che vi tolgo, vi ridono in compenso la vostra libertà.»—Perchè? Questo vincolo aveva qualche cosa di misterioso ai miei occhi. Fulvia era libera e sola; era stata innamorata—viveva sul teatro… Il dubbio mi entrò ancora una volta in cuore.

—Questo matrimonio dev'essere per lei una riparazione, dissi tra me.—È chiaro. Per quell'uomo ha commesso un errore; ora non lo ama più; ma è onesta; non vuole appartenere ad un altro. Forse una terza esistenza dipende da questo suo sacrificio… Povera giovane!

E nella bontà del mio cuore mi sentii compreso da infinita pietà.

—Fulvia, le dissi, perchè mi nascondete il motivo che vi obbliga a sposare un uomo che non amate? Abbiate fiducia in me; forse pensandoci insieme troveremo il mezzo di svincolarvi da codesto impegno.

—Non vi nasconderò nulla, mi rispose.—Ma non posso dirvi tutto ora, i vostri amici potrebbero venire; e poi certe cose sono più facili a scrivere che a dirsi. Vi scriverò. Vi scriverò questa notte, e domani saprete tutto. Ma non sarà perchè mi aiutiate a sciogliermi dal mio impegno. Sarà per giustificare, se è possibile, il mio strano contegno con voi.

Accettai questa promessa, e poco dopo lasciai Fulvia colla profonda convinzione che i miei sospetti non mi avevano ingannato;—ed infatti, cosa mai potevano essere le confidenzepiù facili a scrivere che a dirsi, se non un amore colpevole, il solo di cui una donna che conosce il mondo possa arrossire?—Se v'ha sotto il sole un uomo nato nell'anno di grazia mille ottocento quarantacinque, il quale possa dire in coscienza che in pari circostanze avrebbe pensato altrimenti, lo autorizzo a gettarmi la pietra; pronto a riceverla nella testa.

La certezza che Fulvia aveva una macchia nel suo passato, l'ombra d'un rivale, e forse il fatto stesso d'aver finalmente confessato il mio amore, lo avevano sensibilmente diminuito.—È fuor di dubbio che la poesia dell'amore è prima della rivelazione;—la parola immiserisce il sentimento, lo circoscrive ne' suoi limiti.—La pace del sentirsi amati, ci toglie dal cuore l'esaltazione dell'incertezza, l'entusiasmo dell'aspirazione; e non c'è amante felice il quale non debba confessare che lo era di più, quando non era completamente certo di esserlo.

La tempesta era sedata nel mio cuore.—Quel giorno badai tranquillamente ai miei affari, poi andai a far qualche visita, poi al caffè, al teatro, e non tornai più da Fulvia. Pensavo a lei con quel sentimento di commiserazione che era nato in me gemello al sospetto sul suo passato. Provavo per lei la tenerezza e la pietà che avrei provato per una vedova indiana condannata al rogo.—Non mi pareva di conoscerla nè di esserle legato di più.

Al teatro vidi Giorgio.—Egli era stato all'Albergo Milano. Ma Fulvia non lo aveva ricevuto.—Pure la sua scrittura era scaduta, ella non cantava più, e doveva essere in casa.—Egli era inquieto.

Quanto a me avevo un senso vago d'essere un eroe dell'amicizia. Sì; io, che fino a poche ore innanzi avevo adoperato tutto il mio ascendente per involargli quella donna ch'egli amava, ora pensavo che Giorgio dovesse essermi riconoscente perchè non me ne sentivo più innamorato, perchè non pensavo a contendergliela, perchè ero fermamente risoluto a non aver nulla di comune con lei.

Ed intanto vedevo col pensiero la giovane artista intenta a scrivere per me una storia, per cui non provavo già più che una lieve curiosità.

Povera Fulvia! non giudicarmi troppo severamente. È il mio carattere così;—io non so amare che a sbalzi.—Era certo studiando me, che la tua anima passionata inventava l'episodio tempestoso. Sì, il mio amore è splendido ed ardente come il lampo, ma rapido com'esso.—Salgo troppo alto nella sfera della passione, per rimanervi; bisogna ch'io ridiscenda;—ed allora la prosa della realtà mi gela il cuore,—poi mi innalzo di nuovo, ritrovo la luce, ritrovo l'ardore,—ma per perderli e ridiscendere ancora.—Perdonami, Fulvia; io non ne ho colpa; come tu non hai merito del tuo amore più durevole e profondo. È la natura che ci ha fatti così.—Tutto quanto hai diritto a pretendere è ch'io ti riconosca superiore.—E lo riconosco ampiamente.

La mattina seguente quando mi fu recato il caffè che soglio prendere a letto, vidi sul vassoio un grosso piego che compresi subito essere le confidenze di Fulvia. Confesso che fui sinceramente meravigliato di trovarmi ancora in sì stretto rapporto con lei; tanto nel mio cuore me ne sentivo già moralmente disgiunto.

Io sono pigro e mi alzo abitualmente assai tardi. Dopo aver preso tranquillamente il caffè, feci aprire le finestre, ravviai i guanciali e le coltri, mi posi a sedere sul letto, ed alla luce d'un bel sole mattutino impresi a leggere quelle pagine colla tranquilla e benevola curiosità con cui si comincia un romanzo d'un autore noto e simpatico;—nè più nè meno.

Con questa sola differenza che, dissuggellando quel piego andavo chiedendo tra me: «Scrive bene?» Ed era il solo pensiero che mi occupasse in quel momento.

«Caro Max,

«La mia nascita, la mia infanzia, la mia adolescenza non hanno nulla di romantico.—Me ne duole, per l'effetto di queste mie pagine, ma è così.

«Il mio babbo era impiegato governativo, ed era povero. La mia mamma morì pochi anni dopo la mia nascita. Non avevo fratelli. In casa mia si viveva meschinamente, con una sola serva che aveva cura di me.

«Quando ebbi dodici anni, il babbo mi pose in collegio, dove rimasi sette anni. La pensione era dispendiosa. Egli licenziò la serva, vendette il mobiglio, e si pose a vivere a dozzina per fare economia.

«Ed infatti riescì a mantenermi tutto quel tempo in collegio, senza farmi sentire la menoma privazione, senza farmi sfigurare presso le compagne; e, dal canto suo, non fece mai l'ombra d'un debito. Forse le privazioni, povero babbo, le imponeva a sè stesso; ed il mio benessere era il frutto de' suoi sacrifici.

«Ma fin allora non m'ero mai imbattuta a pensare quale potesse essere la condizione economica di mio padre. Accettavo la mia, e la godevo colla spensieratezza della mia età.

«Parecchie delle mie compagne imparavano il canto. Io vi aspiravo vivamente. Amavo la musica con trasporto, ed ero ambiziosa. Pregai la direttrice che mi facesse provare la voce. Il maestro trovò che era buona. Allora, senza pensare all'aumento di spesa che gl'imponevo, scrissi al babbo quel mio desiderio. Non mi cadeva in mente che lo studio d'un'arte potesse essere questione di denaro.

«Il babbo che mi aveva data un'istruzione nell'idea di fare di me un'istitutrice, s'adattò senza difficoltà a farmi invece una cantante.

«Io, che avevo desiderato cantare come dilettante, mi adattai, parimente senza difficoltà, ad essere artista. E tre anni dopo cantavo per la prima volta in un concerto, dopo il quale firmai la mia prima scrittura per la stagione di primavera a questo teatro Carcano di Milano.

«Come vedete, la mia carriera s'iniziò tranquillamente, senza contrasti. Non avevo una famiglia aristocratica che s'indignasse di vedermi sulle scene, e contro cui avessi a difendere l'arte incompresa. La mia famiglia è modestissima; non vanto passate grandezze; la mia vita d'artista non ha nulla di drammatico; tutto è prosa intorno a me.

«E la mia storia più intima, quella che mi dispongo a confidarvi? Ahimè, Max, è prosa anch'essa. Ora soltanto che è divenuta un ostacolo fra noi, attinge un po' di poesia da questa circostanza; la triste poesia del dolore.

«Uomini e donne hanno la crudele abitudine di rinnegare dinanzi ad un nuovo amore i loro amori precedenti. Tutt'al più ne ammettono uno, se la sua notorietà impedisce di negarlo; ma s'affrettano a dire che non fu vero amore; che fu un sogno giovanile, una calda amicizia cui il cuore illuso scambiò per una passione. Il solo vero amore deve sempre essere l'attuale.

«È forse atto di cortesia per lusingare l'amor proprio della persona amata; per dirle: «Nessuno ebbe a' miei occhi le tue attrattive, nessuno m'inspirò il sentimento che tu m'inspiri.»

«Io sarò meno gentile, ma più vera. Ho amato prima di conoscer voi,Max.

«L'uomo, a cui sono fidanzata, non è un vecchio ricco ed acciaccoso che mi venga imposto tirannicamente da mio padre, e contro di cui io possa fare appello ai vostri sentimenti cavallereschi. No; è un bel giovane povero come me; buono, nobile, intelligente. Che io stessa scelsi, che amai; che amai con trasporto; per cui ho palpitato, ho pianto, ho gioito; la cui parola d'amore mi scese soave all'anima; a cui mi fidanzai con delizia sognando un avvenire di felicità.

«Ed ora, perchè non l'amo più? È almeno stato infedele, sleale? Ha demeritato il mio amore? No; è stato fedele, e mi ama, e merita d'essere adorato. Sono io che non l'amo più, perchè non l'amo più; perchè l'amore non è eterno che in casi eccezionali; l'amore può cessare; il suo carattere era troppo freddo per rispondere alle mie aspirazioni; e la sua freddezza ha spento l'ardore che le sue prime parole d'affetto m'avevano acceso nel cuore, ecco la prosa.

«Era un tedesco che m'insegnava il canto. Quando lo conobbi, era giovanissimo; e dirigeva già l'orchestra del teatro Regio di Torino, dove io sono nata e cresciuta. Era bello e d'un'eleganza di buon gusto.

«Non è punto vero che si ami un uomo per le sue qualità esterne o per le sue abitudini; si amano le qualità e le abitudini per l'uomo. I primi amori che io sognava nel segreto del cuore, erano per eroi, per uomini fieri, dall'aspetto maschio, da' modi franchi, come i vostri, Max. Uomini dalla voce dolce come una melodia, profonda come un pensiero, passionata come un bacio—la voce di Giorgio. I giovani daipalmerstonsprofumati, dai capelli unti e lucenti, dalla scriminatura dritta come una rotaia di ferrovia, gli eleganti che discorrono di toletta, e ne mutano tre ogni giorno, erano a' miei occhi ridicoli. Non me ne occupavo che per farne la caricatura.

«Il mio maestro di canto era appunto uno di codesti. Sembrava una figurina tagliata fuori da un giornale di mode. S'inchinava in due tempi; parlava sotto voce con un garbo inalterabile; era sempre del parere delle signore, e nelle sue stesse lezioni sapeva non contraddirmi, apertamente, e non riscaldarsi mai. I suoi lineamenti erano belli, d'una bellezza regolare e fredda. Viso ovale, occhi nè grandi, nè piccoli, colorito fresco, profilo greco, labbra rosse che nel parlare lasciavano vedere i denti d'una bianchezza abbagliante. La sua barba d'un biondo fulvo, ed i suoi baffetti erano evidentemente l'oggetto delle sue cure amorose. Parlava poco, ed era sempre dello stesso umore; nè troppo serio, nè troppo gaio. Aveva l'aria d'un cortigiano aspirante che facesse la sua pratica nell'etichetta di corte. Quando lo conobbi mi fu antipatico. Quando l'udii parlare, il suo accento straniero e la sua voce—sopra tutto la sua voce—finì di rendermelo repulsivo. Era una vocina di testa, con una nota cavernosa nel naso, che ad ogni tratto risuonava come una corda spezzata. Avevo sul pianoforte il metronomo per misurare il tempo. Il mio maestro non mi parve più animato di quello strumento. Avrei giurato che aveva una complicazione di ruote e d'ingranaggi al posto del cuore, e la sua bellezza mi lasciava fredda come la bellezza d'un fantoccio.

«In fatto di musica egli apparteneva a quella scuola che i profani chiamano dell'avvenire. Quanto a me, non avevo ancora opinioni; le cadenze lente e melodiche mi eccitavano il sentimento e mi riescivano facili; ed io le cantavo di preferenza.

«Un giorno il maestro entrò ch'io stavo intuonando, forse per la decima volta, un'aria dellaStraniera:

Trovarti, rivedertiUn solo istante ancora…

«Contro tutte le sue abitudini, il calmo tedesco fece un atto di dispetto, tolse quella musica dal leggìo e la respinse dicendomi:

«—Non s'innamori di questa roba!

«Io mi sentii offesa nel mio sentimento più caro. Avevo messa tanta espressione in quel canto, che mi figuravo di far pensare lui come tutti, ad un assente rimpianto, cui aspirassi ditrovareerivedere. Le mie compagne me l'avevano fatta ripetere a sazietà, e mi avevano detto:

«—Si sente che ci metti tutta l'anima.

«—Si direbbe che hai delle lagrime nella voce, ecc.

«Ed ecco invece che quel glaciale tedesco non comprendeva nulla di tutto ciò; e là dove si esprimeva un dramma di sentimento, egli non vedeva che la povertà d'una combinazione di crome e semicrome; nel grido dell'anima che deplorava l'assenza d'un essere amato, egli non deplorava che l'assenza di complicazioni armoniche e d'istrumentazione. Ne fui irritata, e, senza nasconderlo, gli risposi:

«—Perchè non ho a cantare un'aria che mi piace?

«—Perchè non le giova a nulla, mi disse riprendendo la sua calma abituale. È una melodia bella a sentirsi, ma che non fa fare nessuna ginnastica alla voce, e la sua ha bisogno di esercitarsi nelle difficoltà, per svilupparsi ed acquistare agilità ed estensione.

«—Gli esercizi sono freddi e mi annoiano, borbottai; non c'è sentimento.

«—L'espressione del sentimento,—riprese il giovane verista,—è infatti una delle attrattive per cui la musica ottiene il favore del pubblico. Ma per noi la musica dev'essere uno studio serio, e non un idillio sentimentale.

«Io fui sempre troppo sincera, come mi conoscete, Max. La parola mi fugge dal cuore al labbro, senza dar tempo alla ragione di controllarla. Indignata di quelle parole che reprimevano il mio entusiasmo, lo rimbeccai con vivacità:

«—Ella non ha cuore se intende la musica così. Il maestro d'aritmetica non parlerebbe altrimenti.

«Egli non mi rispose. Aperse sul leggìo un fascicolo di studi sugli arpeggi, ed incominciò gli accordi dell'accompagnamento, accennandomi di ripetere la mia lezione.

«Ma io ero irritata; cantavo male. Feci due o tre note false; egli mi corresse; la vergogna mi paralizzò la voce; gettai la musica sul pianoforte, fuggii all'altro capo della stanza, sedetti ad uno scrittoio colle braccia sovr'esso ed il capo sulle braccia, e scoppiai in pianto.

«Il maestro stette un momento in silenzio, durante il quale sentii che mi guardava. Vi sono sguardi che si sentono come un raggio carico di elettricità rivolto su di noi.

«Poi lo sentii voltarsi verso il piano, tentare qualche accordo incerto; rimanere pensoso come in cerca d'un pezzo di cui il lungo abbandono gli avesse fatte dimenticare le note; e finalmente cominciare con esitazione, e quindi procedere con sicurezza la grande aria del soprano nellaSonnambula, poi il duetto tra soprano e tenore nellaLucia, e chiudere quel piccolo concerto coll'aria del tenore ed il duetto d'amore dellaJone. Tutta musica affatto contraria ai suoi gusti.

«Quella concessione fatta a' miei gusti sentimentali era una muta scusa ch'egli mi rivolgeva. Io lo compresi e ne apprezzai la delicatezza.

«In quel momento il congegno ad ingranaggi e ruote che mi ero figurato nel petto del mio maestro, scomparve, e vidi un cuore caldo e sensibile palpitare sotto l'eleganza della sua toletta.

«Non piangevo più, non pensavo più alla mia umiliazione. Un altro ordine d'idee mi preoccupava lo spirito.

«—Quel giovane cuore era egli rimasto freddo fin allora accanto a me? Quello sfoggio di melodia, un minuto dopo averla condannata, era un semplice atto di delicata condiscendenza? O era una dimostrazione di simpatia?

«Intanto, sebbene non piangessi più, continuavo a starmene nello stesso atteggiamento, col volto nascosto. Quando si è piantato qualcuno in asso per andare a piangere dispettosamente in un canto, non è così facile asciugarsi gli occhi e tornare a dirgli tranquillamente: «Eccomi, ho finito» a rischio di sentirsi ridere in volto.

«Il maestro comprese che bisognava ajutarmi ad uscire dall'imbarazzo in cui mi ero posta. Lasciò il piano; venne a fermarsi in piedi dinanzi a me, e mi domandò:

«—È in collera?

«Non sapevo che dire, e presi il partito di non rispondere, di non alzare il capo. Ma la sua voce mi parve meno brutta. In quella, da lontano, nel silenzio delle classi deserte,—perchè a quell'ora, tutte le compagne erano in giardino alla ricreazione,—si udì battere un uscio. La direttrice veniva abitualmente ad assistere alle lezioni di musica, e certo doveva esser lei. Io sentii con terrore la sconvenienza della mia posizione, il maestro pure la sentì perchè riprese curvandosi verso di me:

«—A momenti è qui la direttrice. Via, mi perdoni, e venga a riprendere la lezione.

«Io mi rizzai in fretta, e senza rispondergli, senza guardarlo, tornai al pianoforte.

«Egli mi seguì, sedette, pose le mani sui tasti, poi, invece di riprendere l'accompagnamento interrotto, alzò gli occhi in volto a me, e, con un sorriso che parve trasfigurarlo, mi interrogò:

«—Ed ora cosa facciamo?

«Io presi senza rispondere il fascicolo d'arpeggi che avevo respinto.Era una risposta.

«Colla galanteria che gli era naturale egli accolse quell'atto di condiscendenza come un grande favore, e mi disse:

«—Grazie, signorina; ella è troppo buona;sebbene io non abbia cuore, le sono molto riconoscente del sacrificio che mi fa.

«In quella entrò la direttrice, e la sua presenza m'impedì di rispondere qualche imprudenza.

«Alla lezione seguente la direttrice era in classe quando il maestro entrò. Egli aveva un fiore di vaniglia all'occhiello dell'abito. Io guardavo quel fiore e pensavo: «L'ha portato per me….»

«Poco dopo la direttrice fu chiamata fuori. Io precipitai istintivamente l'esercizio che stavo facendo. Il maestro non mi corresse quell'errore di tempo. Erano così rari i momenti in cui il caso ci accordava di esser soli; entrambi avevamo premura di profittarne. Egli mi disse, mentre voltava il foglio:

«—È ancora in collera con me?

«—Sì, gli risposi; perchè non vuole lasciarmi cantare nulla di bello.

«—Ebbene, riprese egli, domani le porteròGran Dio morir sì giovane, lo canteremo insieme.

«Non potei a meno di ridere. La grande facilità di quella melodia l'ha resa siffattamente popolare che omai ci sembra volgare, e la proposta era realmente umoristica.

«La mia ilarità gli diede coraggio ed egli soggiunse:

«—Sono stato infelice per causa sua tutti questi giorni.

«Io feci un atto ed un sorriso d'incredulità.

«—Non mi crede? riprese. Se sapesse che rimorso provava per averla fatta piangere! Ero tentato di andare da Blanchi a provvederle tutti quanti gli spartiti di Bellini e di Donizzetti….

«Cominciavo a sentirmi umiliata di quell'incapacità che mi attribuiva di apprezzare le più alte e complesse combinazioni dell'armonia tedesca.

«—Ma no, protestai. Ella mi deride. Io non sono mica esclusivamente amante della melodia. Ieri ho suonato tutta laSinfonia pastorale.

«Era vero; l'avevo suonata dapprima in omaggio a lui, e dopo una prima lettura l'avevo ricominciata con vero interesse, e l'avevo scorsa fino in fondo con passione.

«—Ah! lo sapevo bene che ella non poteva non comprendere quella musica vera e sublime, esclamò con un sorriso di soddisfazione. E continuò:

«—Guardi, ne ero tanto sicuro, che le ho portato un fiore per fare la pace.

«Così dicendo, mi porgeva la vaniglia che s'era tolta dall'occhiello dell'abito.

«Io accettai quel fiore; poi fui mortificata della mia facile condiscendenza, e, tanto per darmi un contegno, osservai che era bello.

«Egli mi rispose che l'aveva coltivato sul suo balcone; che amava molto i fiori, che gli rammentavano le persone care che non poteva aver vicine; e riprese:

«—Ella non crederà che io abbia delle persone care, poichè dice che non ho cuore.

«—Vedo bene che non ne ha,—gli risposi—se non sa perdonare un'offesa.

«—Ma è perchè la sua offesa è troppo grande. È la più grande che si possa fare ad un povero giovane.

«Io non diceva nulla. Egli soggiunse:

«—Dica, lo crede davvero ch'io non abbia cuore?

«Ed accompagnava quella domanda con uno sguardo che smentiva altamente l'accusa.

«Ebbi appena il tempo di dirgli «No» e tosto s'udì la direttrice che s'avvicinava alla classe.

«Io aveva in mano il fiore di vaniglia che un momento prima era all'occhiello dell'abito del maestro. Se la direttrice l'avesse veduto, non avrebbe mancato di farne rimprovero non a me sola, ma a lui; anzi a lui solo, perchè quanto a me non potevo che accettare la cortesia d'un superiore.

«Tutto questo mi passò in mente nell'atto ch'ella apriva la porta, e con un movimento rapidissimo nascosi il fiore. Ma nel fare codesto arrossii vivamente. Era riconoscere che nel dono di quel fiore c'era implicato qualche cosa che la direttrice non doveva sapere; che quelqualche cosaio l'avevo indovinato; e però accettando il fiore, avevo accettato ilqualche cosasott'inteso; ed ora nascondendolo, convenivo d'avere un segreto comune con lui.

«Egli mi ringraziò con uno sguardo, poi cercando fra i fascicoli di musica l'aria dellaStranierache era stata causa del suo malumore, e mettendola sul leggìo, mi disse:

«—Canti un poco per riposarsi dallo studio.

«Compresi che voleva così ringraziarmi secondando una mia predilezione, e cantai. Ma quell'aria mi era divenuta antipatica, e da quel giorno non vi fu astruseria di logaritmi musicali che non mi esaltasse fino al delirio.

«All'altra lezione il maestro portò un nuovo fiore. Le compagne trovarono modo di far uscire la direttrice, ed appena fummo soli il fiore mi venne offerto, come cosa convenuta. Accettando quell'altro avevo stabilito un precedente che autorizzava il giovane maestro a procurarmene una collezione.

«Gli domandai s'era anche del suo balcone.

«—Sì, era una pianta giovinetta e tutta in fiore. Aveva qualche cosa che mi somigliava. Egli la chiamava la vaniglia di Fulvia. Credeva di vedermi guardandola; nel togliere quel fiore gli era sembrato di farmi male e di sentirmi piangere….

«—Che tenerezza! esclamai volendo mostrare del sarcasmo.

«—Ebbene, riprese, si meraviglia della mia tenerezza? Ora non crede più ch'io non abbia cuore; si ricordi che mi ha detto di no, che non lo crede più.

«Io sorridevo senza rispondere e mi sentivo tutta accesa in volto.Egli mi prese lentamente una mano e soggiunse:

«—Ora lo sa, nevvero, che ho un cuore?

«—Ero tutta commossa da quella prima stretta di mano. Lo guardai. Egli era bello in quel momento; ed il suo volto animato non aveva più nulla della freddezza abituale. Abbassai il capo, e non dissi nulla; ma avevo accennato di sì.

«—Ed un cuore capace d'amare…, continuò egli alzandosi dal piano e baciandomi lievemente la fronte senza abbandonar la mia mano.

«Io feci un altro cenno come il primo.

«—E lei non mi vuol anche un po' di bene? Non pensa un poco a me?

«Terzo cenno come sopra.

«Ero timidissima e quella scena che non mi dispiaceva punto, mi confondeva. Tuttavia era ben vero ch'io lo credeva innamorato, e lo amavo. Non mi sarebbe stato possibile di negarlo.

«D'allora appena poteva esser solo un momento con me, mi prendeva la mano e mi dava un bacio. A poco a poco codesto finì per diventare un'abitudine. Ma una dolce, dolce abitudine di cui mi sentivo lieta e tranquilla.

«Così passarono gli ultimi tre anni ch'io rimasi in collegio. Ci eravamo promessi di sposarci, quando la sua posizione sarebbe più assicurata. Era una promessa vaga, che si perdeva in un avvenire indefinito; ma io ne ero felice. Non avrei desiderato anticiparla. Dovevo fare la carriera del teatro. Ed allora sarei libera di vederlo sempre, di parlargli, di fare insieme delle passeggiate solitarie. Io viaggerei sola; egli mi verrebbe a vedere sovente. Mi pareva d'essere in una città ben lontana da Torino, applaudita dal pubblico, circondata da ammiratori; e ad un tratto di veder lui, il mio bel maestro tutto trafelato che avea percorsa una strada infinita per vedermi un'ora, un'ora d'espansione.

«Tutto questo mi preoccupava la fantasia. Io sognava tutte le follìe giovanili dell'amore, che allora la vigilanza continua della direttrice rendeva impossibili.

«Quei tre anni passarono. Uscii di collegio. Dovevo studiare un anno ancora prima di poter cantare in pubblico. Il babbo riprendendomi con sè, dovette rimettere casa. Egli non aveva la menoma risorsa. Convenne prendere un mobiglio a credenza, impegnandosi a pagarlo in un anno a rate mensili.

«Codesto riduceva il suo stipendio ai minimi termini. Poi bisognò pensare ad un corredo per me, che appunto per la carriera a cui miravo, avevo d'uopo di farmi conoscere e di figurar bene.

«Dedotto tutto, ci rimaneva appena di che vivere economicamente. Per sottrarre ancora da quella modesta entrata, già tanto assottigliata, la spesa delle mie lezioni di musica, avrei dovuto condannare il mio povero babbo e me ad infinite privazioni.

«Non so se avrei durato costantemente in quel proposito; però in quel momento per parte mia mi vi sarei sobbarcata volentieri. Ma non potei accogliere l'idea di imporre simili sacrifici al babbo. Decisi di studiare da sola.

«Alle due, l'ora in cui soleva darmi lezione in collegio, il maestro venne. Il babbo era all'ufficio. Eravamo soli. Egli mi salutò col solito bacio, poi aperse il pianoforte, cattivo strumento da nolo, che ai primi accordi lo fece rabbrividire.

«Io gli dissi, cercando dissimulare la difficoltà della dichiarazione sotto una frase scherzosa:

«—Non vi atteggiate a maestro, Welfard; ora non siete più il mio maestro.

«—Perchè no? Cosa sono ora?

«—Siete…. un amico….

«—Più che un amico, Fulvia; lo sapete. Ma codesto non toglie ch'io sia anche il vostro maestro. Avete bisogno di studiare ancora, e molto.

«—Studierò da sola.

«—Non basta. Ma perchè non volete più studiare con me? Il vostro babbo non permette ch'io venga qui?

«Rimasi alquanto imbarazzata. Ma fu un momento. Io non ho mai compreso la vergogna della povertà nè la gloria della ricchezza.

«Gli presi la mano, e conducendolo alla soglia di quel salotto che era anche la camera da letto del babbo e dava accesso a due altre povere camerette, gli dissi:

«—Guardate. Questo è tutto il nostro appartamento. Siamo poveri. Non sapevate, quando mi diceste d'amarmi, che il babbo ed io eravamo poveri? Ecco perchè non posso prender lezioni!

«Egli mi abbracciò teneramente. Era commosso. Mi condusse al pianoforte e volle incominciare la lezione senz'altro. Io chiusi il piano. Allora mi prese le mani nelle sue, e con atto supplichevole mi disse:

«—Che pensate ora, Fulvia? Non sono il vostro fidanzato? Non ha da essere un giorno tutto comune tra noi? Voi che siete una ragazza tanto superiore, vi vergognereste d'accettare qualche lezione da me, perchè non potete pagarle? Ma sapete che mi fate torto, che mi affliggete?

«Ero mortificata. Sentivo che nel suo caso avrei detto come lui. Mi pareva davvero d'avergli fatto torto e dispiacere.

«Il denaro non ha mai avuto importanza per me. E quando egli riaperse il piano, e traendomi accanto a sè, mi disse:—Via, cominciamo subito subito la lezione, se volete che vi perdoni—io mi affrettai ad obbedirlo, perchè sentivo di dovere una riparazione alla sua delicatezza offesa.

«D'allora venne sempre a darmi lezione e non si parlò più di compenso.Non era il mio fidanzato?

«Tutti gli spartiti che mi occorrevano, egli trovava per caso di averli fra le sue carte. E molto spesso li aveva nuovi. Io mi accorgevo di tutte queste gentilezze, e le accettavo con riconoscenza. Ricusare quelle delicate premure mi sarebbe sembrato una sgarbatezza. Veniva ogni giorno, si occupava di me parecchie ore di seguito; attento, severo, instancabile, mi fece fare progressi insperati. Mi procurò molte conoscenze nel mondo musicale, e quando mi credette capace di figurar bene, combinò un concerto, sa Iddio con che fatiche, con quante brighe, unicamente per farmivi avere una parte!

«Quella sera condusse seco l'impresario del Carcano che era a Torino, me lo presentò, e risparmiandomi viaggi inutili, incertezze d'ogni maniera, e sopratutto le presentazioni umilianti alle agenzie teatrali, mi procurò una scrittura assai conveniente per una esordiente.

«Tutto codesto, lo vedete, Massimo, è prova d'un nobile cuore; ed io me gli sento legata per la vita.

«Ma tutti i sogni d'amore tempestoso che avevo vagheggiati quando ero in collegio, non si realizzarono mai. Non mi accadde mai di vedere Welfard irrompere in casa mia improvvisamente. Mai non mi propose di uscire una sera con me, quando il babbo mi accompagnava a passeggio. Mai non interruppe una lezione in un impeto d'affetto per stringermi al suo cuore. Veniva ogni giorno alla stessa ora; mai un minuto prima. Partiva ogni giorno alla stess'ora; mai un minuto dopo. Mai una parola appassionata; mai un impeto di gelosia.

«Quante volte ne ho pianto in segreto, invocando con tutta l'anima un amore caldo, passionato come quello ch'io mi sentivo nel cuore! Quante volte, dopo aver divorato lungamente le mie lagrime, esse mi sfuggirono dinanzi a lui! Allora, nell'angoscia che mi premeva, gli rimproveravo la sua freddezza, l'indifferenza con cui mi vedeva imprendere una carriera tanto piena di seduzioni.

«Avrei voluto che vi si opponesse, che mi facesse delle scene violente, che mi tormentasse con sospetti ingiuriosi. Tutto ciò mi avrebbe provato che era geloso, e però, che mi amava.

«Ed egli mi rispondeva con parole d'affetto, diceva che mi amava immensamente, ma mi apprezzava altrettanto, ed aveva fiducia in me. Per questo non era geloso. Che la sua passione non era meno grande per esser meno espansiva; era il suo carattere così.

«Ed è vero, Max. Era il suo carattere così. Ed era quel carattere freddo, che non rispondeva al mio, appassionato ed ardente, e mi rendeva infelice.

«In termini legali, la causa della mia infelicità si chiamerebbe appuntoincompatibilità di carattere.

«E realmente credo che sia tale, perchè, se la freddezza di Welfard è un tormento per me, lo scontento che io ne provo, la melanconia che me ne risulta, le mie frequenti lagnanze, sono un tormento per lui. È così che, amandoci sinceramente, ci rendiamo a vicenda infelici. Io sono italiana come il nostro cielo; egli è tedesco come un soldatino di piombo.

«Ero in questo stato d'animo quando partii da Torino per recarmi qui.

«Avevo sperato che Welfard mi accompagnerebbe per assistere al miodebutto. Mi pareva impossibile che non avesse a prendere un interesse vivissimo a quel passo tanto importante per me.

«Egli non ne parlò nemmanco. Quando gli proposi di venire, mi disse che lo avrebbe desiderato, ma non ne aveva il tempo. Venne ad accompagnarmi allo scalo, e quando entrai nella sala d'aspetto, mi strinse la mano, mi fece un inchino e partì. Mi fermai alla porta e lo seguii collo sguardo, sperando che si volgesse qualche volta per vedermi e salutarmi ancora. Ma egli non pensava che al suo sigaro. Non si voltò mai. Correva e fumava come una locomotiva!

«Il babbo, non meno occupato di lui, potè bene trovar due giorni per accompagnarmi qui, installarmi, vedermi andare in iscena. Perchè non avrebbe potuto ottener anche Welfard un permesso come il babbo? Quella indifferenza mi fece male, salii in convoglio piangendo. Mi parve d'essere amata a tempo perso, di non essere il primo, ma l'ultimo de' suoi pensieri. Le considerazioni di tempo, di occupazioni, erano messe innanzi a me. Tutti i doveri gli erano più sacri che il dovere contratto con me di amarmi e di farmi felice.

«E pensavo: Se ora, che gli appartengo soltanto idealmente, è freddo così, che sarà quando diverrò sua moglie, quando la certezza del possesso m'avrà spogliata del prestigio d'un'aspirazione?

«Nondimeno, allorchè il successo mi riempì l'anima d'una gioia nuova ed immensa, sentii che le nobili soddisfazioni dell'arte, e l'avvenire che mi prometteva la mia carriera, erano tutto opera di Welfard, e si ravvivò più che mai in me il senso di gratitudine infinita che mi legava a lui.

«Gli scrissi a lungo quella notte istessa sotto l'impressione delle nuove emozioni che mi agitavano; cercai di trasfondere la mia anima nella sua, di riscaldarlo al fuoco del mio entusiasmo, della mia passionata riconoscenza.

«Passarono otto lunghi giorni; ed in ciascuno di essi speravo una lettera, e ciascuno mi recò una delusione.

«Ed intanto mi vedevo circondata da giovani vivaci, espansivi, che si disputavano come una gloria il piacere di accompagnarmi; che trascuravano i loro affari, le loro famiglie per me; che si rendevano indiscreti, importuni a forza d'assiduità.

«Mi erano tutti indifferenti. Se tutti avevano le qualità che mancavano a Welfard, nessuno aveva poi le virtù ch'egli possedeva. E tuttavia ogni giorno, dopo aver sperato invano una lettera, ero costretta a dire a me stessa: Oh perchè tutti questi esseri tanto inferiori a lui sanno amar meglio? Perchè in lui solo Dio non ha infuso il soffio della passione, che è la poesia della vita?

«Una sera, nove giorni dopo che avevo scritto a Welfard, ero pronta per andare al teatro, quando mi venne recata la sua risposta.

«Tremavo di speranza nell'aprirla. Tutte le espansioni della mia lettera mi si affacciarono al pensiero, reclamando in ricambio una parola appassionata.

«Ahi! fu ancora una delusione. La passione è muta in quell'anima; in essa la virtù, la generosità non sono uno slancio di sentimento, ma unicamente un portato della riflessione, la fredda idea del dovere.

«Vi trascrivo qui la sua lettera: giudicatene.

«Cara Fulvia,

«Mi fa molto piacere il vostro successo—del resto io non ne aveva mai dubitato;—voi farete una bella carriera; me ne congratulo sinceramente.

«Ho veduto i giudizî dei critici sul vostrodebutto. Sono tutti lusinghieri per voi, ed anche per me, credetelo, sebbene voi vi esageriate fuor di misura la poca parte ch'io ebbi nella vostra educazione musicale.

«Tenete conto dell'appunto che vi fece il critico dellaPerseveranza. È vero; voi abusate delle note basse, e le forzate. È una risorsa delle artiste a cui il tempo e le fatiche hanno guastato le note di mezzo. Ma voi non avete lacune nella vostra scala, e dovete assolutamente correggere codesto difetto. Appena vi fermerete un poco a Torino, ci lavoreremo insieme.

«La scrittura che vi fu proposta è buona. Il teatro di Reggio d'Emilia, nella stagione di primavera, è un teatro importante. Transigete sugli interessi pur di combinare codesto affare che può esservi molto utile. La tessitura dell'Africanava benissimo per la vostra voce, ed in pochi giorni potrete imparare la parte.

«Mi dispiace all'anima di non poter esservi accanto per risparmiarvi codeste noie di contratti. Ma, voi lo sapete, sono schiavo del lavoro. Questo però non mi toglie dal pensare a voi.

«Scrivetemi spesso, ed amatemi come vi ama,

«Il vostroWELFARD HERBERT.»

«La freddezza nordica di quella lettera mi strinse il cuore. Dacchè amavo Welfard, era la prima volta che mi allontanavo da lui; la prima volta che ci scambiavamo una lettera. Per me era un grande avvenimento; e gliel'avevo detto, come aspettassi con ansia la sua prima parola scritta, come la sua stessa calligrafia che m'era ignota m'inspirasse la palpitante curiosità d'una rivelazione.

«Egli non accennava a nessuna di codeste emozioni; forse non le aveva trovate degne d'una risposta. L'unica parola d'affetto in tutta la sua lettera era una formola di saluto, un luogo comune. Forse una tedesca l'avrebbe trovata abbastanza espansiva. Ma io, nel mio caldo cuore italiano, me ne sentii delusa e quasi offesa.

A questo punto delle confidenze di Fulvia, posai il manoscritto, e mi guardai intorno trasognato.

Era l'anima sincera di Fulvia che traspariva in quelle confessioni, scevre egualmente di vanità e di falsa verecondia. Era la sua ingenua abitudine di dire la verità ad ogni costo, senza ostentare virtù trascendentali, riconoscendo i proprï torti; considerando le cose nella loro realtà.

Sentivo che mi aveva aperto tutto quanto il suo cuore, che non aveva più segreti per me.

Un sentimento nobile e puro, ed un debito di riconoscenza. Ecco tutto il suo passato.

Ed il punto nero ch'io credevo trovarvi?

Povera Fulvia! L'avevo commiserata come una colpevole, ed era pura come un lembo di cielo. Povera, povera Fulvia!

Il sole irradiava la camera avvolgendo gaiamente il mio letto in un'onda di calore e di luce. Il mio cuore era lieto. Mi vestii canticchiando, e sorrisi al sole che rinasceva più bello e più ardente dopo la oscurità della notte, come il mio amore dopo il gelo del sospetto. Lo dissi:—io non so amare che a sbalzi.

Ma non potevo comprendere che quella freddezza fosse stata solamente in me. Mi pareva che fossimo stati moralmente disgiunti, ed ora ci riunissimo; sentivo il bisogno di essere assicurato ch'ella mi amava ancora. Ella, che me l'aveva detto la sera innanzi, ella che aveva scritto tutta la notte per me!

Balzai in piedi, mi vestii in furia, uscii correndo, e non mi fermai che sulle scale dell'Albergo Milano, dove tre camerieri m'inseguirono e m'arrestarono come un ladro, per dirmi:

—Il numero 17 è uscito!

Il numero 17 era Fulvia! Briganti! Li respinsi come tre creditori, e ripresi a salire dicendo:

—Aspetterò la signora Zorra.

Ma anzichè comprendere la mia lezione uno di essi staccò la chiave dal quadro, e mi precedette gridando a' suoi compagni, a' suoi complici:

—Quando torna il numero 17 direte che c'è gente in camera ad aspettarla.

Entrai ardito e solo in quella camera, in quel santuario, dove il mio amore aveva bamboleggiato come un fanciullo, sognato come un poeta, sperato come un credente, sofferto come un martire.

Mi stesi nella poltrona di Fulvia, e volli adattare la mia persona in quella specie di nicchia che serbava l'impronta della sua. Ma la mia testa troneggiava fuor dalla sponda, e se volevo abbassarla al posto della sua testa, le ginocchia protendevano un metro lontano dal sedile. Pensavo al profeta Elia che per risuscitare i fanciulli morti si stendeva sui loro corpicini, le mani sulle mani, i piedi sui piedi, la bocca sulla bocca, ed invocai la fede che fa muovere i monti, per rinnovare quel miracolo, e rannicchiarmi nell'impronta di Fulvia sulla sua poltrona. Ma la fede non venne, nè il miracolo. Allora mi alzai, girai per la stanza esaminando ogni cosa. Pensai a Saint-Preux nella stanza di Giulia. Sopra una sedia nell'alcova erano alcuni oggetti di vestiario; alzai la cortina, stesi la mano per rinnovare le follìe dell'amante dellaNouvelle Héloïse. Ma in mezzo alle tempeste della mia vita, in cui non mancano avventure, serbai sempre in me qualche cosa di ingenuo, una specie di culto sentimentale dinanzi al pudore d'una donna. E questo sentimento delicato mi fece ritirar la mano.

Indagare le forme d'una giovane amata nelle pieghe del suo busto! QuelSaint-Preux era indiscreto e brutale.

E lasciai ricadere la cortina dell'alcova, e tornai a sedermi nella poltrona di Fulvia, rassegnato ad occuparvi maggior spazio di lei.

Poco dopo l'uscio si aperse ed entrò Fulvia, che al vedermi, emise unOh!de' più felici che sia mai suonato tra labbra umane. Non aveva scontrato nessun cameriere, e la mia presenza in casa sua le riesciva inaspettata.

Corse a me, e mi disse:

—Come sono felice di trovarvi qui. Com'è bello! Peccato che non possiamo essere che amici. Eravamo fatti per comprenderci. Queste spensieratezze mi piacciono tanto. Se Welfard avesse saputo farmi una sola di queste sorprese… Ma egli avrebbe temuto di compromettermi, avrebbe pensato a quel che direbbe la gente, ai commenti dei servitori, poi avrebbe consultato il galateo, e non ne avrebbe fatto nulla. Egli pensa a tutte le cose del mondo invece di pensare ad amarmi.

—Ed io non penso che a questo, le risposi. E sono imprudente.

—O siatelo, esclamò, siatelo sempre, Max. La prudenza è lo spegnitoio d'ogni slancio giovanile. Non mi parlate di prudenza. Io l'abborrisco.

E non finiva d'ammirarmi per quella grande impresa d'essere stato ad aspettarla in casa sua. Sotto l'impressione del tedio e del disinganno che le avevano procurato le fredde circospezioni del suo fidanzato, non vedeva nulla di più bello che un po' di audacia. A' suoi occhi era un eroismo quella sfida lanciata alla società; ed ella pure si faceva una gloria di esporsi francamente alle calunnie con apparenze accusatrici.

L'amore aveva tanto osservato, compulsato, ragionato intorno a lei, che si era fatto uggioso come un vecchio pedante; ed ella sentiva il bisogno di rimettergli la benda tradizionale, di restituirgli le sue ali svolazzanti, la sua giovanile cecità. Era un errore, povera donna; ma e l'altro? Tutti gli eccessi conducono all'errore.

Le domandai dov'era stata.

—Oh mio Dio; non mi ci fate pensare Max. Sono stata all'agenzia a firmare la scrittura per Reggio di Emilia. Parto domani.

Il mio amore, che si stava addormentando dinanzi alla sua facile ammirazione, alla sicurezza del suo affetto, si ridestò d'un tratto a quell'annuncio. Separarci, perderla, vedere lo spazio frapporsi come ostacolo tra noi; tuttociò riponeva Fulvia nel novero della aspirazioni, ne rifaceva un frutto proibito; e come tale sentii d'adorarla, mi afflissi della sua partenza, cercai di oppormivi, di protrarla. Ed il suo povero cuore di donna, già addolorato da quella separazione, si abbandonò al suo dolore, e pianse. Io cercai di consolarla; ma le mie parole quanto più erano affettuose, tanto più aumentavano la sua commozione, le sue lagrime. Ed il suo pianto diveniva angoscioso e convulso.

Allora mi allontanai per lasciarla calmarsi, ed andai a sedermi al pianoforte. C'erano due sgabelli rimasti dal mattino quando forse si era suonato a quattro mani. Io mi sedetti dalla parte dei bassi, e curvandomi con molto disagio suonai la sinfonia delFreyschütz;poi l'aria del tenore nel primo atto:L'onda, il colle, il prato, il bosco.

I singulti di Fulvia s'erano allentati man mano. Mi voltai. Ella stava guardandomi col mento appoggiato alle mani incrociate; era accesa in volto ed aveva gli occhi gonfi. Mi baciai una mano poi vi soffiai sopra per mandarle il bacio. Ella volle sorridermi, ma le lagrime tornarono ad empirle gli occhi. Allora le dissi:

—Cantate, Fulvia; venite a cantare.

Ella si alzò asciugandosi gli occhi, e, con voce ancora piangente, mi disse, allontanando l'altro sgabello:

—Tiratevi in mezzo.Siete seduto a quattro mani.

Io risi e mi divertii di quello scherzo come del più felice motto di cui possa gloriarsi ilPompiere, e riescii a far ridere anche Fulvia, che, come tutte le persone nervose, non era mai tanto facile a ridere come quando aveva pianto.

Allora intuonai la grande aria di Agata:Perchè non giunge il sonno. E Fulvia la cantò divinamente, passando dal lagno increscioso alla dolcezza della preghiera, poi al terrore passionato, alla supplichevole invocazione di pace, ed alla calma serena di un'anima che ha pregato e spera. Ma quando fu alla stretta:O dolce mia speranza, o dì beato, non volle assolutamente cantarla, disse che era un'ironia, che quel giorno era troppo doloroso per lei, e dovetti rinunciarvi.

Stavo ancora seduto al pianoforte quando venne recato a Fulvia un biglietto d'una signora a cui io stesso l'avevo presentata, che la invitava a pranzare seco, ed aggiungeva che vi sarei anch'io, perchè mi aveva scritto in proposito.

Riservandomi a ricevere quel biglietto al mio ritorno a casa, insistetti presso Fulvia perchè accettasse, promettendole di accompagnarla e poi ricondurla a casa e passare tutta la sera con lei, e tutte le ore del domani.

Ella dunque accettò.

Poco dopo giunse Giorgio, e rimase con noi sino all'ora del pranzo. Allora uscimmo insieme, e Giorgio ci accompagnò sino in via Torino alla casa dove eravamo invitati.

Fulvia ci aveva domandato un momento di libertà, di cui io avevo profittato per correre a casa a cangiar abito, ed al mio ritorno l'avevo trovata in una elegante toletta verde cupo, con un gran collare alla Medici ed un ramo d'edera nei capelli. Quella tinta cupa s'adattava benissimo al suo colore olivastro e pallido; ed il collare altissimo correggeva la linea un po' aspra del suo collo eccessivamente lungo.

Fulvia non era bella. Non so che cos'avesse di attraente. Era forse il suo occhio innamorato o l'infinita dolcezza che spirava da tutto il suo volto, e specialmente dalla sua bocca? O era la sua voce bellissima, la seduzione possente del canto?

No; questo posso affermarlo; l'ammiravo come artista, ma l'amavo come donna. Se nonavesse cantato, l'avrei amata egualmente, e chi sa? Forse l'avrei amata meglio.

Era il suo carattere leale fino all'ingenuità, appassionato fino all'esaltazione; erano i suoi modi; era l'originalità del suo spirito; e, più che tutto, era «amor, che a nullo amato amar perdona» il quale mi faceva sentire l'influenza della simpatia che inspiravo.

Tuttavia vestita così, Fulvia era una bella signora; ed io ne fui glorioso ed innamorato; e mi sentivo tanto felice d'amarla, e tanto afflitto di poterla amare soltanto idealmente sotto il titolo di amica, che in quella casa di freddi conoscenti non trovavo parole per sostenere la conversazione. Fulvia pure era preoccupata e non parlava che a sbalzi, per dir qualche cosa di strano alla sua maniera, poi tornava ad ammutolire per lungo intervallo.

Si discorreva di un padre di famiglia ch'era morto improvvisamente in principio di carriera, lasciando la moglie e due figli in gravi imbarazzi.

—Pover'uomo, esclamò Fulvia; «non potrà sentire la Messa funebre diVerdi.»

I nostri ospiti erano una famiglia di formalisti, dalle virtù e dai sentimenti di parata. Si guardarono l'un l'altro inorriditi. Fulvia non se ne avvide. E ricadde nelle sue preoccupazioni. Allora io volli parlare, scherzare, far dello spirito, per divergere i pensieri di quei pedanti dalla parola avventata di Fulvia. E, per eccitarmi ad un brio fittizio, mi diedi a bere un bicchiere sull'altro; e tosto mi sentii animato fino all'esaltazione, ed accaparrai io solo tutta l'attenzione della compagnia.

Io, del resto, conoscevo perfettamente il cuore di Fulvia; e sapevo che lo scetticismo, che un abuso di spirito le poneva sulle labbra, non era nel suo interno. Sul finire della serata proposi una colletta a beneficio della famiglia del disgraziato che era morto prima di sentire la Messa di Verdi, che stava per essere compiuta ed eseguita a giorni.

La proposta fu accolta freddissimamente dalla compagnia; ma io non mostrai d'accorgermene e raccolsi le magre offerte in un portasigari giapponese. Quando se ne fece lo spoglio vi si trovarono 520 lire. Un biglietto giallo, e venti lire in ispiccioli. Il biglietto giallo attirò tutti gli sguardi. I convitati si conoscevano troppo bene tra loro, per sospettarsi a vicenda capaci d'una simile prodigalità. Ma nessuno neppure ne avrebbe creduta capace la spensierata giovane, che non aveva trovato una parola sentimentale per quella sventura. Tutti gli occhi si volgevano verso di me con una specie di commiserevole ammirazione quasi a dire:

—È generoso, ma è un capo scarico; finirà male.

Io avevo veduto quella mattina stessa in mano a Fulvia tre biglietti da L. 500 che aveva ricevuti dall'impresario;—il primo quartale anticipato della sua modesta scrittura da esordiente;—e sapevo bene da che parte venisse l'offerta sardanapalesca.

Lasciai che la convinzione della mia generosità mettesse radice per bene in tutti gli spiriti, e poi traendo lentamente il mio portafogli dissi:

—Manca ancora il mio obolo. E ne tolsi 20 lire che posai magnificamente sul vassoio.

Allora vidi tutti i visi volgersi più allungati che mai verso Fulvia, e sentii entrare in me la persuasione che quella gente, non potendo più dirla senza cuore, la diceva senza testa.

Erano già le nove. Per toglierla a quell'inquisizione malintenzionata proposi a Fulvia di ritirarsi; ed uscimmo.

Lungo la strada parlammo poco. Io ero spossato dallo sforzo fatto per sostenere la conversazione. Ella pensava alla sua partenza ed era triste.

Quando fummo a casa ci sedemmo come al solito ai due lati della tavola. Ma il vino bevuto mi era salito al capo; e senza esserne ancora precisamente esaltato, ne avevo le idee intorpidite e l'occhio stanco. Non sapevo più parlare. Ogni volta che aprivo la bocca dicevo:

—Mi amate, Fulvia?

La prima volta mi rispose con espansione: «Sì, mi amava, e malgrado che non potessi essere che un amico per lei, sentiva che nessuno le era più caro di me, neppure Welfard.» E mi stringeva la mano, e mi guardava quasi aspettando ch'io le dicessi parole altrettanto affettuose.

Io volli farlo, apersi la bocca e dissi:

—Mi amate, Fulvia?

Questa volta ella mi rispose soltanto:

—Perchè lo domandate? Non lo sapete abbastanza?

Ed io pensai che infatti lo sapevo, che ne ero certo; e che ero soltanto molto infelice del suo impegno con quelsoldatino di piombo, e della sua partenza. E volli esprimerle tutto ciò; e la fissai languidamente e le dissi:

—Mi amate, Fulvia?

Ella mi guardò meravigliata, e mi strinse la mano senza rispondermi. Aveva ragione di non rispondermi. Ero sciocco; non sapevo dir altro; cominciavo ad accorgermi d'essere monotono. Pensai tante buone cose da dirle; sognai di seguirla a Reggio, di vederla andare in iscena, e poi di proporle di fuggire con me in un piccolo casino svizzero lontano lontano, che mi pareva di vedere, e che era fatto come una pagoda chinese. E poi eravamo già fuggiti. Eravamo già là insieme nella pagoda, seduti in terra colle gambe incrociate bevendo il thè, ed io le domandavo con trasporto:

—Mi amate, Fulvia?

Ma anzichè udirmi rispondere qualche dolce parola, sentii una mano irritata strapparmi la tazza di thè, gettarmi fuori dalla pagoda, ed una voce ironica, senza note di petto, dirmi all'orecchio:

—Destatevi. Come siete brutto quando dormite!

Apersi gli occhi trasognato. Avevo dormito come uno sciocco nella famosa poltrona di Fulvia. E quel ch'è peggio avevodormito brutto. Mi parve di vedere Giorgio danzare un valzer vertiginoso nella camera; balzai in piedi spaventato, e questa volta non più per divagazione d'ebbrezza, ma con profondo terrore domandai:

—Mi amate, Fulvia?

—No; mi rispose. Non vi amo più.Quest'orrenda notizia vi dò.E voltandomi le spalle andò a sedersi al pianoforte e suonò tutto quello che potè pescare di più tedesco nel suo repertorio musicale. La tempesta di Rubinstein, il rondò dell'Oberon, il duetto del secondo atto del Lohengrïn.

Per protezione speciale di santa Cecilia non mi addormentai di nuovo. Stetti sopportando pazientemente quel supplizio acustico, e poi andandole dietro la sedia e togliendole le mani dalla tastiera le susurrai:

—Ora basta di germanizzare, Fulvia. Siamo un poco italiani.

—No, mi rispose senza voltarsi. Non vi amo più.

Io me le inginocchiai accanto per poterla guardare negli occhi, e le dissi:

—Davvero? Ripetetelo.

—Sì, lo ripeto,non vi amo più. Macbeth ha ucciso il sonno, ed ilvostrosonno ha ucciso ilmio amore.

—Che bisticcio! esclamai figgendo sempre più i miei occhi ne' suoi e tenendole strette le mani. Siate sincera, Fulvia. Non fate dello spirito, non fate eccentricità. Siate un poco voi stessa. È vero che non mi amate più? Che una posa inelegante nel sonno ha potuto distruggere tutto il vostro amore? Dite, Fulvia, non mi amate più?

Ella arrossì, abbassò gli occhi e rispose:

—È vile, ma lo confesso. Vi amo ancora, malgrado tutto.


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