Il giorno dopo andai a prendere Fulvia per accompagnarla allo scalo. Sapevo che altri ammiratori sarebbero stati pronti all'ora della partenza per accompagnarla anch'essi. E, per evitare d'averli in carrozza in quegli ultimi momenti, uscii io stesso per ordinare ad un fiaccherajo di venirci a prendere. Gli diedi uno scudo di mancia, e gli ordinai di prendere il suobroughampiù stretto, e di levarne la panchetta dinanzi.
Quando vennero ad avvertirci che la carrozza ci aspettava, scendemmo tutti; ma, naturalmente, a nostro grande rincrescimento, soltanto Fulvia ed io potemmo capire nell'angusto veicolo. Dissi agli amici che ci raggiungessero alla stazione, e via!… Mancava un'ora alla partenza.
In quell'ora di corsa Fulvia non fece che piangere. Io le promisi di raggiungerla il giorno dopo a Reggio. Nulla mi sorrideva di più che quella scappata. Correrle dietro segretamente, rivederla con mistero dopo averla tanto veduta ed accompagnata ostensibilmente.
Tutto ciò aveva una tinta d'amore che mi agitava e mi faceva prevedere la fine di quell'assurda commedia di platonismo e d'amicizia, dietro la quale tenevamo malamente inceppati i nostri veri sentimenti, le nostre vere aspirazioni, la nostra doppia libertà.
Fulvia seppe riprendere il suo piglio franco ed un po' mefistofelico nel salutarmi allo scalo alla presenza di Giorgio; ma dietro le sue parole acremente scherzose, io sentivo sgocciolare le lagrime che le ricadevano sul cuore.
Ella doveva arrivare a Reggio la stessa sera; ed io dovevo raggiungerla la mattina seguente colla prima corsa.
Come lo feci? Come tenni la mia promessa?
Sento che non avrei bel gioco narrando io stesso le mie gesta da questo punto innanzi.
Più tardi, molto più tardi, il caso mi pose tra le mani il giornale diFulvia.
Se qualcuno può dare un giudizio vero, equo, delle azioni d'un uomo e de' suoi sentimenti, è la donna che lo ama.
Io lascerò dunque che d'ora innanzi il lettore mi giudichi traverso le opinioni di lei, dietro il suo esame psicologico. Essa mi scruta l'anima, mette spesso a nudo i miei pensieri un po' egoistici, il mio cuore arido; ma, sommato tutto, nel suo esame vi sarà sempre più indulgenza per me che non ne sento in me stesso.
«La mia partenza da Milano m'aveva addolorata meno ch'io non m'aspettassi. La speranza, la grande consolatrice, la grande menzognera, mi faceva prevedere giorni più belli. Massimo sarebbe venuto a Reggio; l'avrei veduto solo, misteriosamente; non l'avrei presentato a nessuno dei nuovi conoscenti che la mia vita artistica m'avrebbe imposti; e di codesti avrei procurato di accoglierne il meno possibile, e soltanto in teatro; e l'accesso alla mia casa l'avrei riservato a lui, a lui solo.
«Così, staccandomi da lui, e dalle care memorie di quel breve passato, io non volgevo lo sguardo indietro, ma innanzi a me; non correvo lontano da lui, ma incontro a lui, e mi pareva che il fischio della macchina irridesse alla società che mi compiangeva, o godeva forse di vedermi infelice pel termine d'una passione esaurita, mentre io, felice e pura, vedevo azzurreggiare all'orizzonte le dolcezze d'un sentimento caldo ed inebriante come l'amore, casto come l'amicizia.
«L'idea di scindere il mio impegno con Gualfardo, nè di fargli il menomo torto, non entrava nel mio cuore. E se la mia coscienza delicata mi rimproverava di sentire troppo vivamente la superiorità di Max, di pensare con troppa dolcezza con che impeto egli mi amava, e con che nobile slancio mi aveva offerto di farmi sua, tosto mi trovavo giustificata dal pensiero di aver respinto quella proposta che era per me tutto un avvenire di felicità. Avevo fatto il mio dovere; che si poteva pretendere di più?
«Giunsi a Reggio a tarda sera. La mattina seguente, appena alzata, mandai a prevenire l'impresario del mio arrivo. Alle undici egli arrivava da me. Dovevo andar in iscena fra sei giorni. Concertammo tutto per le prove al pianoforte e le prove d'orchestra, ed a misura ch'egli mi fissava le ore che dovevo consacrare al teatro, io compulsavo quante me ne rimarrebbero da dedicare a Max.
«Quando l'impresario mi lasciò, l'omnibus dell'albergo usciva dal cortile per andar a prendere i viaggiatori allo scalo. Mancavano cinque minuti all'arrivo del traino. Rimasi alla finestra da cui non vedevo che il cortile, ed alcuni staffieri che pulivano delle carrozze. Il cuore mi batteva così forte, che sentivo di comprimerlo stando appoggiata al davanzale; e pensavo come mai quegli staffieri potessero occuparsi di quelle carrozze, e quei forestieri, che vedevo per entro la finestra della sala terrena, potessero mangiare tranquillamente, col cuore sussultante a quel modo. Mi pareva che tutti i cuori dovessero sussultare.
«Finalmente udii ruotare una carrozza in lontananza.
«È l'omnibus, pensai. E corsi alla porta, e scesi una scala a precipizio. Al primo piano scontrai un cameriere che mi guardò meravigliato perchè non avevo cappello. Poi, come risovvenendosi d'una causa che avrebbe potuto farmi scendere così, mi chiese:
«—Scende a colazione? La sala è a pian terreno, a destra.
«Io arrossii di quella mia espansione come d'una volgarità; tanto le convenienze finiscono per imporsi anche agli animi più appassionati.
«Rimasi un momento immobile senza poter profferire una parola. Sentivo il veicolo passare dinanzi alla porta dell'albergo, e tirar via senza fermarsi; non era l'omnibus. Il cameriere tornò a dire:
«—Desidera scendere a colazione?
«Dovevo pur giustificare quella corsa precipitosa giù dalle scale. Mi rassegnai e scesi in sala da pranzo. Di là non vedevo in corte. Udii entrar l'omnibus, senza poter guardare chi ci fosse. Il servizio delle tavole fu rallentato un momento; segno che i camerieri erano occupati fuori a ricevere i forestieri. Dunque c'erano dei forestieri. Chi sa?
«Quando venne il cameriere domandai:
«—È giunta la posta? Non osavo prendere l'argomento di fronte.
«—Sissignora; è giunta, ma per lei non c'è nulla.
«Il cuore mi battè più forte. Non aveva scritto; doveva esser venuto.
«—Nessuno ha domandato di me? chiesi guardando nel mio piatto.
«—Nessuno, signora.
«Non mi restava altro da domandare. Eppure Max avrebbe dovuto cercare di me appena giunto: accertarsi se ero là, in quell'albergo. Ma no; lo sapeva. Eravamo d'accordo di trovarci là, all'Hôtel Royal, egli stesso me ne aveva dato l'indirizzo.
«Forse aveva voluto rassettarsi un poco.
«Farà toletta, poi verrà a vedermi in camera.
«E dietro questo pensiero sentii una smania febbrile di trovarmi nella mia stanza.
«Il cameriere, che mi portava un nuovo piatto, mi parve un cospiratore che macchinasse di trattenermi là con quell'esca volgare per farmi perdere quell'occasione di riveder Max. Tagliai un pezzo digigotcoll'aria d'un principe che sa di aver dinanzi una vivanda avvelenata, lo posi sul mio piatto, e porsi il piatto stesso ad un grosso gatto bigio, che mi rimproverava sordamente la mia ghiottoneria. Poi alzandomi come una regina offesa che ha sventato una congiura, mi avviai alla mia camera.
«La porta accanto alla mia era aperta. E nella notte precedente e nella mattina, quella camera non era abitata. Vi avevano dunque installato un forestiere giunto allora con quella corsa mattinale. E mi pareva che da quell'apertura spalancata uscisse una luce color di rosa; e sentivo che là dentro era la felicità. Dall'uscio della mia stanza potevo veder entro la stanza vicina; ma l'imposta della porta aperta me ne mascherava una parte. Non vedevo il letto.
«Fui lenta ad introdurre la chiave ed a girarla nell'aprire il mio uscio, per spingere l'occhio indiscreto in quella camera misteriosa. Non vi si vedeva alcuno; ma sopra una tavola accanto al balcone stava un pastrano di mezza stagione, di panno bigio. Io conoscevo quella tinta. Era il soprabito di Max. Dacchè lo conoscevo glielo avevo sempre veduto sul braccio, sebbene non lo calzasse mai. Max era dunque venuto. Era là accanto a me. Doveva essere nella parte della camera nascosta dalla porta. Mi pareva vederlo. Feci un po' di rumore colla chiave della mia camera, ed aspettai fingendo di non poter aprire. Ma nessun movimento si fece udire nella stanza di Max.
«—S'è alzato prestissimo per partire, ed appena giunto si sarà addormentato, dissi tra me. Conoscendo il suo carattere irrequieto, le sue abitudini turbolente, non potevo spiegare altrimenti quel silenzio nella sua camera. Lasciai il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima nella penombra misteriosa di quella porta, ed entrai finalmente nella mia stanza.
«Non potei occuparmi di nulla. Per me aspettare è sempre stata una così grande e laboriosa occupazione, che non mi fu mai possibile di far qualche altra cosa mentre aspetto una persona o un avvenimento importante. Sedetti sulla punta d'una sedia, nell'atto precario di chi sta per slanciarsi incontro a qualcheduno, ed aspettai. Non potevo nemmeno pensar nulla. Sul camino stava un orologiaccio di bronzo dorato, tutto giallo e lucido che pungeva gli occhi; ed io seguivo affannosamente il battito del suo pendolo col pensiero, ripetendo senza posa «verrà, non verrà; verrà, non verrà, ecc.» Il pendolo diceva quelle parole ed il mio pensiero era forzato a ripeterle meccanicamente come se fosse montato col pendolo. Mezz'ora dopo stavo ancora nella stessa posizione; ma mi sarebbe stato impossibile di udire qualsiasi rumore nella stanza vicina, tanto mi fischiavano gli orecchi, e mi assordava il sussultar violento del mio cuore, ripercosso alla laringe ed alle tempia. Non potevo più tollerare quell'incertezza. Pensai di mettermi a suonar il pianoforte ed a vocalizzare per isvegliare Max. Ma le mani mi tremavano convulse, e la voce poi! M'attaccai al cordone del campanello, e suonai come se avesse preso fuoco alla stanza. Non avevo che questo pensiero:svegliarlo!Così quando un servo ed una cameriera accorsero spaventati per vedere che cosa accadesse, fui sul punto di gridare: È svegliato? Per buona sorte l'abitudine della società ci muta la natura e ci governa. Non lo feci, sebbene non potessi rendermi conto razionalmente di quel doveroso riserbo. Feci più: quei volti spaventati mi avvertirono della violenza con cui avevo chiamato, e l'istinto di coprire il mio sentimento mi suggerì questa parola:
«—Un sorcio! ho veduto un sorcio!
«La cosa mi giustificava completamente. Nessun codice a questo mondo può esigere che una donna conservi il suo sangue freddo dinanzi a un sorcio. La cameriera, meno riguardosa di me, perdette ogni contegno al solo nome dell'inoffensivo animale e si pose a strillare come una pazza. Tutti i forestieri si affacciarono alle loro porte, tutti si diedero a cercare eroicamente quel sorcio di fantasia. Anche il nuovo arrivato dal pastrano bigio uscì nel corridoio. Non era Max.
«La mattina seguente aspettavo ancora. Ed ancora passò l'ora degli arrivi senza che alcuno bussasse alla mia porta. C'era lettera almeno per me? Non osavo domandare. Mi pareva che persino i camerieri dovessero leggermi in volto l'ansietà del cuore, e comprendere che soffrivo un'amara delusione; nel loro linguaggio brutale,una canzonatura.
«Ed intanto poteva essere che la lettera ci fosse laggiù nella tavola, e che nessuno pensasse a portarla. Mio Dio! come farli ricordare di me? Ah! uscirò.
«Detto fatto. Misi cappello e cappotto e scesi le scale lentamente, senza sapere dove andassi. Nel passare dinanzi all'ufficio sentii gridarmi:
«—Signora, scusi; una lettera per lei.
«Ebbi un sussulto che mi scosse dalla testa ai piedi. Mi sentii divenire fredda. Era una lettera grossa, ed era di Max.
«Non saprei dire come nè quando avessi veduta la sua scrittura, ma la riconobbi.
«Rimasi là due minuti paralizzata con quella lettera in mano. Assolutamente non potevo avventurarmi per la strada con quella curiosità nell'anima. C'era da cadere in apoplessia. E neppure potevo tornare indietro dopo essermi avviata con quella sicurezza come se un grande affare m'aspettasse fuori. È impossibile dire fino a che sottigliezze arriva in una donna il pudore del sentimento. Ma uno dei suoi istinti principali è di dissimulare agli estranei l'interesse che inspira una lettera.
«Mi venne un'idea, e la colsi al volo come una ispirazione di cielo.
«Mi avviai direttamente alla sala da pranzo, quasi che quella e non altra fosse stata la mia meta.
«—Fa colazione? mi chiese il cameriere.
«—Sì.
«—Cosa prende? Caffè e panna?
«—Sì.—Mi sarebbe stato impossibile dir altro. Poi pensai che non volevo esser interrotta dal servizio mentre leggerei la mia lettera, ed aggiunsi:
«—Subito.
«Appena seduta ero servita. Apersi quella busta, stesi il foglio dinanzi a me appoggiato alla bottiglia dell'acqua, presi da una mano la molletta, dall'altra la zuccheriera… e lessi:
—«Mia cara Fulvia,
—«Voi mi chiamavatefilosofo, forse collo stesso significato con cui i Greci chiamavano Eumenidi le bruttissime furie. Ebbene; io vi darò in iscritto un saggio di quella filosofia che non ho saputo mostrarvi conversando con voi, dovessi pure con questo provocare gli scongiuri della bella maga che ha evocato il mio non so se buono o cattivo spirito filosofico.
—«Nell'ora stessa in cui vi vidi partire giurai di non raggiungervi a Reggio; e manterrò il proponimento per quanto mi costi il mancare alla parola data, e rinunciare alla profonda soavità de' vostri sguardi.
—«E sapete perchè?
—«Perchè nell'ora amara della partenza, sentii che nel nostro amore neonato, era davvero per me il germe di una passione pazza, violenta, infelice come tutte le mie passioni. Questa scoperta tirò dietro a sè delle considerazioni in gran parte analoghe a quelle che voi facevate sulla nostra relazione, che venne troppo tardi; sulla sua natura, che è falsa perchè in realtà è amore, e noi gli facciamo violenza per camuffarlo nell'abito austero dell'amicizia; sopra i suoi ostacoli, che si riassumono tutti in uno solo: il vostro fidanzato. E le conclusioni che trassi furono per me d'uno sconfortante che non potrei esprimervi a parole.
—«Sapete, Fulvia, che io non posso nè amare, nè possedere a metà! Vi dissi che un altro amore mi aveva dominato in cuore avanti ch'io vi conoscessi. Ebbene, allora io rasentai il manicomio tormentandomi notte e giorno coll'idea fissa che un altro uomo aveva l'intimità della mia donna. Nè giovava farmi riflettere che quell'altro uomo era suo marito.
—«E nel caso vostro, Fulvia, credete che potrei più facilmente rassegnarmi?
—«Stando così le cose nostre, sento che mi è necessario evitare di convertire in passione ardente, l'affetto che m'avete inspirato. Ma la passione verrebbe senza dubbio, la sento montare come un fiotto dal fondo del mio cuore.
—«Mi conosco, Fulvia; anche qualche colloquio; anche l'amarezza d'una partenza e non sarei più padrone di me. Se io venissi a Reggio, sareste voi disposta a rompere ogni altro impegno, a vincolarvi con me, ad esser mia, ed a seguirmi a Milano, o a lasciare che io vi segua sempre e dovunque?
—«Mi avete già risposto di no… Ecco la mia filosofia.
—«Voi avete la sapiente moderazione che v'inspira il vostro decoro di donna; io no. Nel tempo stesso che v'onoro e vi venero, eccitate in me i trasporti più rivoluzionarii dell'amore intero e prepotente.
—«Dunque, non ci vedremo per ora. Le nostre esistenze, come voi mi diceste un giorno, debbono accontentarsi per ora di procedere parallele. Chi sa che l'avvenire non permetta la convergenza delle due linee? È un mio sogno ed una mia speranza.
—«Intanto, se questa lettera non è il Waterloo del mio povero amore, seguitiamo ad amarci da lontano. Scriviamoci della lirica epistolare. Ed, imitando quei grossi ragni da giardino di cui avevate tanta paura nelle nostre gite campestri, gettiamo delle fila che forse il vento romperà, forse diventeranno la tela istoriata d'un amore profittevole alla mia vita, e degno di voi.
—«Triste e solitario, penserò spesso con amara dolcezza i vostri dolci occhi fisi ne' miei. E voi?
«Sempre nella stessa posizione prosaica, nell'atto di inzuccherare il mio caffè, lessi tutta quella lettera. Passai dalla dolce trepidazione della speranza al più profondo abbattimento, senza che il menomo cangiamento si fosse fatto nella mia persona. Soltanto sentivo velarmisi gli occhi d'un liquido tremolante, e poi grosse lagrime rigarmi le guancie e cadere nella tazza che avevo dinanzi.
«Abbassai il velo ed uscii. Mi sentivo sola, perduta nel mondo; quella lettera aveva fatto il vuoto intorno a me e nel mio cuore.
«Io non so dove trovino gli scrittori quei caratteri chiari, coerenti, che, una volta descritti, agiscono sempre a seconda delle passioni e dei sentimenti predominanti che hanno rivelati. Nel mondo non è così. Si trovano nature fluttuanti in una perpetua alternativa di bene e di male, di coraggio e di debolezza, di passione generosa e prepotente, e d'egoismo calcolato e freddo.
«Massimo così appassionato, così impetuoso, così irriflessivo nelle sue giovanili imprudenze, ora era ad un tratto prudente e misurato come un'equazione algebrica. Qual'era il suo carattere? E dove? Nell'uomo o nella lettera?
«Egli che mi aveva dimostrato un amore delirante, ora parlava con paura del pericoloche l'affetto che io gli avevo inspirato si mutasse in passione.
«Non era adunque che un semplice affetto? La passione era ancora nelle nubi dell'avvenire? Ed il suo cuore era tuttavia calmo abbastanza per venire a congresso colla ragione, capire che non era il caso d'accelerare più oltre la misura de' suoi battiti, e fermarsi?
«Ma allora che cos'era il sentimento che mentremi onora e mi venera, eccita in lui per me i trasporti più rivoluzionarii dell'amore prepotente ed intero?Mentiva in quell'ultimo periodo? O mentiva nel primo? M'ingannava l'uomo, o m'ingannava la lettera?
«Ingannava la lettera. Così pensai dopo averne passata in attenta rassegna ogni frase, ogni parola.
«Egli mi amava; in un impeto di vera passione aveva deciso di seguirmi, ed aveva sperato d'indurmi a rompere ogni altro impegno, a mancare alla mia parola, ad esser sua.
«Poi, nell'intervallo tra il progetto e l'esecuzione, aveva pensato a me, onesta e leale, che cesserei di esserlo il giorno in cui cedessi al suo amore. E si era detto.
—«A che l'uomo sarebbe il più forte se non avesse il coraggio morale, dinanzi all'amore di una donna, di combatterlo per sè e per lei, quando è nell'interesse di lei di combatterlo?
«Ed attingendo nella lontananza quell'eroismo che vicino a me sarebbe stato affogato da un impeto giovanile, ad una parola, ad uno sguardo, aveva scritto una lettera ragionata; aveva compresso il suo cuore per farlo tacere dinanzi al mio. Ed a quando a quando il cuore s'era imposto alla ragione, ed aveva dettato una frase che smentiva le precedenti.
«Così mi spiegai la lettera sconclusionata ed incoerente di Max. Era realmente così?
«Ma ad ogni modo io ne era addolorata ed offesa. Avrei voluto quella passione che non ragiona. Forse era un'idea da romanzo; forse sarebbe stato una ruina per me; forse in realtà egli era generoso ed assennato, io imprudente ed egoista; forse avrei dovuto ringraziarlo e benedirlo del sacrificio che s'imponeva per me.
«Eppure non lo ringraziai nè lo benedissi. Il mio pensiero non andava al futuro per calcolarvi i mali preveduti da quel savio procedere. Stava nel presente, che aveva sognato divino e trovava arido e vuoto. Cercava il giovane innamorato e trovava l'uomo savio. Nell'amarezza della delusione gettai sulla carta questa risposta:
—«Massimo,
—«La vostra lettera è un plagio. Avete tradotte in pratica le mie teorie dell'episodio tempestoso; ma voi, campione degli amori eterni, l'avete abbreviato. Vedo che siete ridivenuto filosofo; ma vi preferivo poeta.
* * * * *
«Dopo queste ci scambiammo una serie di quelle lettere, in cui il platonismo dell'amicizia disillusa fa posto tra riga e riga alle insinuazioni fatali dell'amore, che, grande o piccolo, caldo o freddo, alato come un Dio o paffuto e rubicondo come la prosa dell'umanità, sta sempre rimpiattato in qualche angolo, dovunque stanno in rapporto un uomo giovane ed una giovane donna.
«E tra una lettera e l'altra cominciai a fare le prove dell'opera, poi ad andare in iscena, ad essere applaudita, ad inebriarmi nella gloria del successo, nella passione dell'arte; ed anche nell'interesse delle nuove scritture.
«Tutto codesto spuntò la prima amarezza; mi aiutò a vivere senza quella gioia di cui m'ero fatto un unico pensiero, mi ripose lo spirito in calma.
«E quelle lettere ridivennero per me una grande dolcezza, e le attesi e le accolsi e le studiai come a caso nuovo; e di volta in volta mi affannai a trovarvi ed anche a provocarvi espressioni d'amore; e mi dissi che la violenza con cui egli reprimeva il sentimento dinanzi alla ragione, veniva meno grado grado, e tornai a credermi amata, e tornai ad amare, e tornai a sperare. Erano illusioni? Era verità? Non lo seppi mai.
«Sempre con quell'andirivieni di lettere, che ormai era parte integrante della mia esistenza, ed era la parte più cara, terminai la stagione di Reggio; di là passai ai bagni di Livorno, dove mi raggiunsero il babbo e Gualfardo che avevano ottenuto entrambi un mese di libertà per passarlo meco.
«Questa volta Gualfardo ed io eravamo, per dirla con termine da teatro, perfettamenteaffiatati. Freddi entrambi, egli per natura, io per lo sgomento che avevo di mentire con lui un amore che sentivo invece per un altro, ci trattavamo come due bagnanti che si sieno conosciuti alla tavola rotonda il giorno innanzi. Così a me non accadeva di fargli rimprovero della sua freddezza; e, quanto a lui, sarebbe andato a rotoli il mondo prima che pensasse a rimproverarmi la mia.
«E tuttavia ogni volta che scrivevo a Massimo o ricevevo lettera da lui, mi sentivo umiliata della mia colpa, ne avevo rimorso, stavo a disagio tra il babbo e Gualfardo; e cento volte fui sul punto di aprire l'animo mio al mio bel maestro, e di dirgli lealmente: «o fa ch'io possa amarti, o rendimi la mia libertà.»
«Ma come erano passati i trasporti febbrili di Milano pel bello ed innamorato Massimo, come era passato il grande sconforto per la caduta delle mie illusioni a Reggio, passarono anche i miei rimorsi ed i propositi generosi. Nei romanzi, sul teatro, tutti i principii hanno un fine; tutti gli intrecci giungono ad uno scioglimento. Nella vita codesto accade di rado; tutto passa e si dilegua.Sic transit.
«E finì il mese dei bagni, e mi recai a Firenze dove ero scritturata per andar in iscena collaJoneal teatro della Pergola.
«Le lettere di Max s'erano fatte sempre più misteriose; mi citava dei versi d'amore, ne scriveva per me. Nella mia qualità d'artista ero circondata a Firenze come altrove. Ben pochi non mi corteggiavano; ed a me pareva che l'amore fosse il grande affare dell'umana vita.
«Il babbo era tornato con Gualfardo a Torino; non avevo ambiente di famiglia che m'inspirasse a maggiore serietà d'idee. Quanto a Gualfardo non mi parlava mai, nelle sue lettere, del nostro matrimonio, più che d'un eclissi lunare. E così mi restava sempre quel vuoto nel cuore, ch'egli non pensava a riempiere con una parola appassionata, e ch'io popolava colla calda memoria di Max.
«Ero alla vigilia di lasciar Firenze. Scrissi al babbo che sarei partita col primo treno dell'indomani, e sarei giunta a Torino la sera stessa. Non contavo fermarmi per via.
«La sera mi giunse una lettera di Max. Era una strana lettera, che riporto per intero.
* * * * *
—«Mia buona amica,
—«Avete voluto mortificarmi rimproverandomi i sottintesi delle mie lettere; accetto la lezione e ve ne ringrazio. Voi dite sempre le cose vere, e per giunta, come le dite benino! Insomma, siete una giovane ammodo, e vorrei esservi vicino per esprimervi tutto il trasporto d'amicizia e di simpatia… che ho per voi. Quanto al resto, acqua in bocca. Non volete più che ne parli; e sia.
—«Mi crederete molto malvagio se vi dico che provo un senso di acre voluttà figurandomi che il vostro Gualfardo pensa forse, nel gelo della sua anima, alla vostra freddezza durante il mese di Livorno, e ne soffre alla sua maniera?
—«Vi sono periodi nella vita in cui si sveglia nell'uomo tutta la parte che gli è toccata nella grande eredità del male. Io mi trovo in uno di cotesti periodi. Non mi sono mai sentito così parente (alla lontana) coi malfattori d'alta e bassa sfera, come ora, e pensando a voi ed al giovane tedesco.
—«Il fatto è che io sono molto infelice. Vi giuro pei bei giorni del nostro fuggevole passato, che non faccio delle frasi per commovervi. A che le farei? Anch'io come voi dispero dell'amore; anch'io, Fulvia, guardo con tristezza sconfortata a quel lampo di felicità che ci ha abbagliati. E poi? E poi c'è Gualfardo, e la vostra fede inviolabile a quella statua di ghiaccio, ed il suo anello nuziale, e la sua felicità.
—«Non son chi fui, perì di me gran parte:la parte migliore, la parte che nessuna potenza umana potrà ridonare alla vita. Mi resta la vostra amicizia, Fulvia; la vostra affettuosa amicizia, punto luminoso e dolcemente mesto in una landa oscura e fastidiosa.
—«(Ora poi voglio posare sulla tua bella fronte un lungo bacio, che sia il compendio delizioso di tutte le mie speranze svanite, di tutte le mie illusioni non raggiunte; che sia come la cadenza armoniosa di una bella canzone, che non dovremo mai più ricominciare).
—«Addio, Fulvia. Non mi rimproverate un ultimo sfogo dell'anima. Io non sono temibile per voi. Non credo di esserlo stato mai dinanzi alla vostra fiera virtù. Ma ora poi, mi sento disfatto in faccia a me stesso, e debbo esserlo anche in faccia a voi. A rivederci, se il destino lo vorrà. Quando vi stringerò la mano, la bella mano candida, mi troverete molto mutato.
«Quella lettera mi fece una profonda impressione. Lessi più e più volte quel periodo chiuso nella parentesi, e lo ripensai ancora ed ancora dopo aver piegata la lettera, e mi trovai di saperlo a mente.
«Mi nascondevo il volto tra le mani, e ad occhi chiusi vedevo Massimo dinanzi a me, e sentivo il suo bacio. O Dio! Non era vero ch'egli non fosse temibile per me. Ero d'una debolezza dinanzi a lui! Egli aveva l'energia che mancava a me; e quello sguardo d'aquila che penetra nell'anima. Con questo mi conosceva; con quella mi dominava.
«Se, quando io gli avevo detto in quella sera burrascosa: «Non vi amo più» egli fosse rimasto umiliato dalla mia parola, e l'avesse accettata, io mi sarei esaltata in quel capriccio, e vi avrei persistito, e quell'amore sarebbe finito come la simpatia per Giorgio. Max invece mi scrutò il cuore e vide che l'amore viveva, ma era sopraffatto soltanto da una fantasia bizzarra; ed, ardito ed energico, s'oppose alla mia fantasia, mi dimostrò il mio proprio inganno, e mi disse:
—«Sii sincera; non vedi che mi ami?» Ed io fui sincera, il capriccio svanì, l'amore rimase.
«Egli mi dominava coll'ascendente del suo grande ingegno e della sua anima leale; e non poteva non esser temibile. Dovevo fuggirlo. Dovevo fuggirlo.
«Codesto pensavo, poi ripensavo il suo bacio, poi guardavo la mia mano per vedere se fosse realmentela bella mano candida, o se gli preparasse una delusione. Dove poi? Quando? Io non ne sapevo nulla. Ma chi può dire da quanto tempo ha cominciato ad abbozzarsi nel nostro pensiero un errore prima che una circostanza futile, o una catastrofe,—uno zeffiro o una bufera,—lo spingano nella realtà dei fatti?
«Quella sera non ricevevo alcuno perchè dovevo fare i preparativi della partenza. Però quando si presentò la signora contralto colla quale avevo stretto amicizia, la mia cameriera credette dover fare un'eccezione in suo favore e la introdusse.
«Ebbi sempre il baco delle confidenze. Le mostrai la lettera. Era una donna franca e gioviale. Buona in realtà, onesta anche; ma senza raffinatezze. A lei, bacio più bacio meno, non era quello che disturbasse la digestione. In quella lettera non trovò che da ridere. E come ne rise!
«Quanto a me, l'ultimo pensiero che avrei potuto avere, sarebbe stato di ridere di quella lettera, e di un sentimento che mi dava l'impressione di tenermi sospesa per virtù d'incanto sul cratere di un vulcano. Però, appunto perchè a' miei occhi tutto codesto era tanto serio e grave, che mi tormentava in una continua alternativa di aspirazioni e di terrori, di audacia e di rimorso, mi sentii consolata al vedere che quella giovane non lo considerava che come un gioco.
«Dunque io mi esageravo i miei torti, e Massimo pure si esagerava la gravità dei nostri rapporti; non c'era alcun male. Infatti non ero io onesta come prima, e degna della mano d'un uomo d'onore? Questo mi rasserenò e diede alle mie idee ed al mio giudizio un carattere meno severo.
«La contralto era milanese; ella doveva partire con me da Firenze perTorino, dov'era scritturata. Ma voleva fermarsi due giorni a Milano.
—«Si fermi anche lei» mi disse. «Che paure ha? È forse la prima volta che vede il signor Massimo? Se ha saputo rispettarla prima lo saprà ancora. E poi la ci ha da essere anche lei.
«Tolga Iddio ch'io voglia scaricare, colla viltà di Eva, la responsabilità di un mio errore sull'amica tentatrice. Ero libera ed in età di ragione e d'esperienza, e quel che feci lo feci perchè volli.
«Ma è un fatto che, una volta ch'ella ebbe messa la questione sotto un punto di vista falso, io non la presi più che da quel lato. «Essere o non essere Massimo capace di rispettarmi;—essere o non essere io ben risoluta di rimanere onesta.»
«E, poichè di codeste due cose ero certa, non pensai che il male ha tante gradazioni; che un fidanzato è oltraggiato non solo dall'ultima conseguenza dell'infedeltà, ma da qualunque dimostrazione d'amore prodigata ad un altro, fosse pur solo una stretta di mano; Una lettera… una gita misteriosa poi… ed un bacio! Santa pazienza!
«Tutto codesto non pensai, e spedii questo telegramma al babbo:«Pietro Zorra, via Roma, 10.
—«Vengo colla contralto. Resto Milano due giorni. Arriverò sabato.
* * * * *
«Tre volte avevo scritto e riscritto «saluta Gualfardo» e tre volte il rimorso me lo avea fatto cancellare. Finii per contare le parole colla precisione d'un avaro, e persuadermi che era affatto impossibile raddoppiare il prezzo del telegramma per aggiungere quel saluto e quel nome. Dio m'è testimonio che l'avarizia non c'entrava, ed avrei dato fin l'ultimo soldo, per poter salutare Gualfardo colla coscienza tranquilla ed il cuore contento.
«Giungemmo a Milano sull'imbrunire. Bisogna aver provato a sentirsi un simile inganno sulla coscienza, per comprendere l'angoscia di quel momento. Non mi ero premunita, come le donne da commedia o da romanzo, di un denso velo per coprirmi il volto. Faceva un caldo soffocante; ero vestita di chiaro, con un cappello tondo. Chiunque m'avesse veduta una volta poteva riconoscermi. Allo scalo c'era un mondo di gente coll'occhio intento ai nuovi arrivati, per cercare fra essi le persone che aspettavano.
«Mio Dio! Mi pareva che tutti quegli occhi fossero là per me sola; che tutta quella gente non avesse altro affare a questo mondo che di domandarsi a vicenda perchè io giungessi a Milano, e che vi cercassi se non Max; e perchè lo cercassi dacchè avevo un fidanzato.
«Non potevo capire che i facchini gridassero forte i numeri dei colli, nel distribuire le merci, ed i conduttori d'omnibus e di carrozze facessero tanto chiasso, mentre io giungevo con tanto mistero. Mi pareva che tutti avessero a star zitti, ed a camminare in punta di piedi, ed a sgusciar via al più presto, come feci io.
«Entrammo in una carrozza da nolo; non osai entrare nell'omnibus dell'albergo, per non esser veduta. Mi pareva di non aver diritto di essere a Milano; e che ogni primo venuto potesse ricordarmelo. Si passò in via della Spiga per condurre la contralto da' suoi parenti, poi per la via Gesù, Monte Napoleone, via Pietro Verri, e piazza Belgiojoso, mi feci condurre all'Albergo della Bella Venezia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare gli sguardi dei camerieri dell'albergo di Milano. Non c'era mascalzone sulla terra, in cui non vedessi un giudice, e dinanzi a cui non chinassi la fronte.
«Massimo non seppe e non saprà mai che immenso sacrificio io gli abbia fatto, e quanto quella follia sia costata al mio cuore.
«Avevo preparato a Firenze un biglietto per avvertirlo del mio arrivo, e lo avevo impostato allo scalo. Non c'era caso che egli si alzasse avanti la prima distribuzione della posta. Così il mattino seguente alle otto avrebbe la mia lettera.
«Non mi fu mai possibile di tener conto, ne' miei calcoli, del tempo che impiegherebbe il fattorino a recarsi da Max, ed egli a vestirsi ed a venire da casa sua all'albergo—dalla via del Cappuccio alla piazza S. Fedele—circa un chilometro di strada. Alle otto si cominciava la distribuzione delle lettere; e mi pareva che alle otto Max busserebbe alla mia porta.
«Tutta notte vegliai, angosciata dalla paura di non destarmi abbastanza presto per essere in ordine a quell'ora mattutina. Alle sei mi alzai senz'aver chiuso un occhio. Alle sette ero vestita per ricevere. Con un'ora dinanzi a me, guardai trenta volte l'orologio e feci dei calcoli infinitesimali, per persuadermi che avevo il tempo di prendere il caffè prima che Max venisse. Ordinai quella bibita con tanta premura che dovettero credere che mi prendesse male. Poi m'inquietai che non fosse lì subito, e nel tempo che il cameriere impiegò a scendere le scale e risalire, mi pentii dieci volte di aver dato quell'ordine, e mi spaventai all'idea d'essere scoperta da Max prendendo il caffè, come non so di che umiliazione. Appena fu recato il vassoio, dissi al cameriere di aspettare, ed afferrata la tazza ingollai tutto il caffè bollente in un fiato, bruciandomi la bocca e lo stomaco, e rimandai tosto il servo col corpo del delitto.
«Non erano che le sette e mezzo. Ancora mezz'ora, mezzo secolo da aspettare!
«Andai allo specchio e rifeci toletta; mi ravviai i capelli, rilavai le mani, ecc. Finalmente sentii il primo tocco delle otto. Era come se Max avesse bussato. Gettai alla rinfusa tutti gli oggetti da toletta nella scatola senza prendere un minuto per ordinarli; e prima che l'ottava ora fosse suonata, corsi a sedermi sul sofà, come se me ne restasse appena il tempo.
«Oh Dio! Le ore avevano cessato di suonare, e Max non era ancora giunto; ed il mio uscio rimaneva chiuso. Ne ero sbalordita come se da quell'uscio avessi veduto entrare la guglia del duomo.
«Là, immobile su quel sofà, coll'occhio intento e l'orecchio teso, rimasi ore dopo ore, e ad ogni passo di cameriere che saliva le scale, il mio cuore si mettava a ballare una pazza tarantella. S'è molto scritto sul senso di divinazione dell'amore che ci fa riconoscere ilnoto passodella persona amata; ma in realtà codesto si riduce ad una questione di scarpe. Quelle di Massimo scricchiolavano quand'ero a Milano. Supposto che le avesse cambiate, addionoto passo; non l'avrei riconosciuto più. Intanto scricchiolavano tutte le scarpe dei servitori, e, se non ne presi un aneurisma, è un fenonemo da notare negli annali della medicina.
«Passò il mezzogiorno, ed un'ora, e le due, ed ero sempre sola. Non c'era pensiero desolante che non mi venisse in mente.
«Max era innamorato d'un'altra e non pensava più a me. O aveva rinnovata la sua relazione colla marchesa Vittoria, e stava a Monza nella villa di lei, e non aveva nemmanco idea della mia lettera e del mio arrivo. O la lettera l'aveva ricevuta, sì; ma giudicava la mia condotta severamente; come meritava. Gli sembravo un'avventuriera, una donna senza decoro ad andarmene così di città in città per dare appuntamento ad un giovinotto in una camera d'albergo. E non si degnava neppure dì venire a porgermi la mano. Era un rimprovero, una lezione.
«E quest'idea era la più insistente, la più terribile. Mi pareva di vedermi dinanzi la bella figura tanto dignitosa di Gualfardo, fissarmi con uno sguardo di sprezzo, che mi trafiggeva il cuore.
«Alle tre, non reggendo più a quell'immobilità angosciosa, uscii, traversai la galleria senza nemmanco pensare che mi si potrebbe riconoscere, andai in duomo, m'inginocchiai dietro il coro, ed in quella penembra solenne, piansi amaramente.
«Per la prima volta pensai a lungo senza raccapriccio alla morte. Quel primo novissimo di cui non è dato dubitare, mi pareva in quel momento la cosa più desiderabile che rimanesse per me in questo mondo. La mia agitazione era così grande, che nulla dovea sedurmi più di quella tranquillità assoluta e secura. Pensavo che i morti dovevano gustare una pace deliziosa adagiati nelle loro casse, dove non vi sono fidanzati da ingannare, nè amanti da attendere, nè alberghi per ospitare un errore.
«Avrei voluto partir subito; correre a Torino. Ma avevo scritto che giungerei sabato colla contralto. Che cosa penserebbero il babbo e Gualfardo a vedermi arrivare il giovedì, e sola? Eppure, in tanta noia ed in tanto cruccio, non andavo a cercar consiglio dalla contralto. L'idea di vederla trattar leggermente quell'agonia della mia coscienza mi faceva male. Comprendevo omai tutta la gravità del mio passo, e qualunque fosse il giudizio indulgente di lei, sentivo che non potrebbe modificare il mio. Nell'uscire scontrai un prete nella navata; e desiderai d'esser quel prete. Poi vidi un vecchio cieco che vendeva amuleti e coroncine; e desiderai d'esser quel cieco. E pensavo. Ecco due uomini che non hanno amori, e non sentono rimorsi, e sono felici. In quello stato d'animo non credevo ad altre passioni nè ad altri errori, nè ad altre miserie.
«Nel traversare la Piazza del Duomo per tornare a casa mi trovai in faccia a Giorgio.
«Se fossi stata più devota l'avrei creduta una grazia concessa dal cielo alla mia preghiera. Egli non riderebbe de' miei rimorsi, de' miei dolori. Era un'anima nobile, un amico.
«Gli strinsi la mano con effusione, e come cosa convenuta, egli venne con me; era contento di rivedermi, ed io ero felice d'averlo trovato. Gli dissi tutto, tutto il peso che avevo sul cuore. Ed egli mi narrò come mi avesse amata. Ed io pure gli narrai come allora l'avevo compreso. E fin che rimase nel mio cuore una piega da svolgere non cessai dalle confidenze.
«Mi disse che gli facevo male a parlare del mio amore per Max. Ma io avevo bisogno di parlarne; avevo bisogno di accusarmi.
«Giorgio era uomo di spirito. Checchè avesse nel cuore, non fece la menoma scena di gelosia. Parlò di Max come ne parlava sempre, con entusiasmo, colla più calda amicizia. Dissipò tutti i miei terrori.
«—Max non amava un'altra. Non vedeva più Vittoria. E non penserebbe mai a disprezzarmi per essermi trattenuta a Milano per lui. Max non era nè severo, nè formalista; guardava ai fatti, e nessuno conosceva meglio di lui, che io era un'onesta giovane. La sua mamma era in campagna sul lago di Como; egli c'era forse andato a passare una giornata, e per questo non aveva ricevuto il mio biglietto, e non era venuto.»
«Tutto codesto mi disse colla sua bella voce un po' commossa, ed io ne ebbi profondo conforto.
«Si trattenne a lungo. Passò tutta la sera con me. Si parlava sempre del passato. E v'erano momenti in cui la sua bella voce mesta mi commoveva. Ed allora riprendevo a parlare di Max, ed esageravo il mio amore per lui con espressioni da romanzo. Ero così indisposta contro di me, mi giudicavo così severamente, che quell'emozione involontaria alla voce di Giorgio mi sembrava una colpa. E sentivo orrore di me. Impaurita de' miei sentimenti, li prendevo tutti in mala parte. Se un accattone m'avesse commossa domandandomi un soldo, mi sarei accusata d'amare quell'accattone. Se un poeta ignoto m'avesse commossa colle sue rime, o un maestro colle sue melodie, mi sarei accusata d'amare quel poeta e quel maestro.
«Però m'accusavo a torto. Ora, ripensando a tutto quel passato, se v'ha cosa in cui possa riposare la mente senza scontento di me, se v'ha memoria di cui possa gloriarmi, è quella della sera passata con Giorgio, della sua lealtà, del suo nobile contegno, della sua vera amicizia.
«Ebbi un'altra notte d'insonnia angosciosa; ed ancora mi alzai all'alba, ed ancora passai una mattina in ansietà assurde e ridicole per chi m'avesse osservata a sangue freddo, ma che per me erano una vera agonia.
«Alle dieci s'udì una corsa rumorosa su per le scale, come d'un cameriere che accorra ad un appello impaziente, o d'un ragazzo che giochi; e la sbarra risuonava forte. Ed immediatamente il mio uscio fu aperto con impeto. E, senza farsi annunciare, senza bussare, senza chieder permesso, Max irruppe in camera tutto ansante, e mi prese nelle sue braccia.
«Era dunque ancora lui, impetuoso, passionato, che non faceva mai nulla come gli altri. Non era vero ch'egli fosse mutato. Alteramente bello ed alteramente imprudente come prima, dimenticava il mondo dinanzi al suo amore, non soffriva l'indugio d'un'ambasciata, correva lieto e spensierato dove lo portava il cuore.
«Com'era felice di vedermi! Anch'io fui felice, Furono belle ore; ore di gioia inebriante. E quel bacio sulla mia fronte, quel bacio che aveva descritto nella sua lettera, fu quanto di più intimo, di più colpevole avvenisse tra noi. Egli mi stringeva le mani, e mi diceva:
«—Voi mi siete sacra per la vostra ingenua fiducia, Fulvia. Sono contento d'amarvi così. Credetelo pure, io conosco il mondo, e vi giuro che la sola felicità vera, è quella che si può rammentare senza rimorso.
«Perchè, s'egli può rammentarmi senza rimorso, ne rimase tanto a me? I doveri d'una donna sono dunque così differenti e maggiori? E, da lei che è più debole, si dovrà pretendere di più? Cosi è. Egli mi rispettava, faceva il suo dovere di uomo d'onore; era onesto e grande. Io mi creavo un segreto, preparavo una menzogna per ingannare un nobile cuore, ed ero colpevole.
«Ma allora non pensavo più a fare esami di coscienza.
«Max possedeva tutte le superiorità. La bellezza, la forza, l'ingegno, il carattere; ed in esse io trovava una scusa alla mia debolezza, ed una protezione contro le accuse del mondo e della mia coscienza.
«Non vidi più Giorgio, non vidi più alcuno fuori di Max. Egli mi lasciò, appena per qualche ora, al tempo del pranzo. Poi tornò. Faceva un gran caldo. Aprimmo il balcone; ci sedemmo l'uno accanto all'altro tenendoci per mano, e guardando, giù nella via, le signore che andavano al teatro Manzoni a piedi ed a capo scoperto per pigliare il fresco. Eravamo sereni ed ilari come due fanciulli. Io gli dissi:
«—Ecco, io non potrò mai andare a teatro con voi. Eppure sarei tanto felice se lo potessi. Seduta in un palchetto in faccia ad uno sposo amato, come si devono risentire tutte nell'anima le situazioni passionate del dramma! Vi sono certe scene che non ho mai potuto udire senza provare un gran desiderio di ripeterle con una persona amata.
«Allora egli volle che ne citassi qualcuna; ma la mia memoria non me ne suggeriva; ero tutta assorta nella bella scena reale che rappresentavamo noi due per noi soli. E gli risposi:
«—Suggeritemi voi, così vedrò se i nostri pensieri si sono accordati prima di conoscerci.
«Ed egli a citarmi le cose più strambe, passando dagli amori di Arlecchino e Colombina, alla tomba di Giulietta; ricordando le situazioni più comiche, evitando a bello studio tutte le scene di passione. E ridevamo come due scolari in vacanza. Io gli chiesi:
«—Che cosa fanno stasera al Manzoni?
«—Non lo so, mi rispose; vado a vedere.
«—Sì, poi mi racconterete la commedia; e se non la sapete dovrete inventarla.
«—Accettato. Le scene di sentimento le reciteremo a braccio.
«E scese a leggere il manifesto. Io lo guardavo dalla finestra.
«La commedia annunciata era ilTerenzio. Egli risalì, felice che dovessimo parlare in versi martelliani. Io mi prestai di buon grado alla scena tra Terenzio e Creusa, e da parte di Max, i versi di Goldoni non furono peggiorati certo.
«Quando cominciò la gente ad uscir dal teatro, gli dissi che lo spettacolo era finito, e che doveva ritirarsi. E ci lasciammo stringendoci la mano. Giovani, liberi, innamorati, riuniti misteriosamente, ci lasciammo con una stretta di mano, e fummo felici, «sotto l'usbergo del sentirci puri.»
«L'indomani colla prima corsa dovevo partire. Egli sarebbe venuto a prendermi per accompagnarmi allo scalo, per salutarmi ancora. E poi? Poi nulla. Non c'era prospettiva d'un altro ritrovo, non c'era avvenire per noi. Scriverci… era tutto.
«Erano le undici. Mi restavano quattro ore per finire di mettere in sesto la mia valigia, spettinarmi, svestirmi, dormire, poi rivestirmi, ripettinarmi. Ed avevo il cuore così angosciato, ero in tale eccitamento nervoso che prevedevo di passare una terza notte di veglia. Rinunciai affatto a coricarmi. Mi abbandonai in una poltrona col capo tra le mani, decisa ad aspettare là il momento della partenza.
«Avrei voluto che quel momento fosse giunto. Avrei voluto essere già a Torino. Avrei voluto non essere stata a Milano. Appena Max non mi era più accanto, mi sentivo profondamente umiliata e pentita della mia posizione. Ripensavo ad una ad una tutte le mie conoscenze, per cercare se ve ne fosse qualcuna a cui potessi confidare quella mia gita misteriosa. No; tutte quante erano troppo oneste persone per accettare una simile confidenza. Forse sapendola avrebbero cessato di frequentarmi.
«Oh Dio! Avevo commesso un'azione da non poter confessare alle persone oneste! Dopo ciò, che importava che io stessa fossi onesta? Ed in vero, avevo perduta quella onestà morale, che risulta dalla lealtà del nostro procedere. E pensavo:
«—Una donna che abbia un amante, che conviva seco, ma gli sia fedele, è più onesta di me che mento a due innamorati, ed alla società. Ecco a che sono ridotta.
«Piangevo di vergogna, di rimorso, della disperante impossibilità di cancellare dalla mia vita quel passo fatale.
«E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perchè vi si vedono esseri che potrebbero essere felici, purchè si spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai meglio a revocare, nell'interesse stesso della persona a cui l'hanno impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci sacrificavamo; perchè? Per fare un romanzo?
«Avremmo potuto essere felici, sposarci, amarci tranquillamente. Gualfardo non ne sarebbe morto; lo sapevo bene. Eppure non mi sentivo il coraggio di dirgli:
«—Dopo quanto avete fatto per me, malgrado il vostro nobile carattere, la vostra generosità, il vostro animo leale, la vostra fedeltà, il vostro rispetto per la mia gioventù abbandonata, malgrado tutto ciò, io vi sono stata infedele moralmente, e vi ridomando la mia parola per esserlo in fatto. Voi foste tutto per me; in compenso io non voglio esser nulla per voi. Ho trovato un uomo il cui ingegno mi affascina; un uomo dal carattere impetuoso e giovanile; un uomo che ha le virtù ed anche i difetti che non avete voi. Io voglio quei difetti, voglio quelle virtù, voglio quell'uomo. Che importa se sono egoista ed ingrata? Rinunciate ai vostri progetti d'avvenire; rinunciate a me che sceglieste fra tante; io non voglio combattere i miei sentimenti, io voglio essere felice.»
«Guai alla donna che ha il coraggio di affrontare una simile spiegazione. Il suo cuore dev'essere arido per non spezzarsi; ed allora la felicità che cerca, potrà trovarla per sè, ma non potrà renderla a nessuno.
«S'udì ruotar la carrozza in corte, e Massimo salì a prendermi per la partenza. Mi trovò mesta; volle consolarmi e mi fece piangere. Il cameriere prese la valigia e ci precedette. Noi ci stringemmo ancora una volta la mano e scendemmo le scale, e salimmo in carrozza, e traversammo la città scura e dormente, e giungemmo allo scalo senz'avere scambiata una parola. C'era ancora un quarto d'ora da aspettare. Ci sedemmo in un angolo riposto, e ci ripetemmo le più sincere promesse disempree dimai.
«O propositi profondamente veri, amore profondo, profondo dolore da cui eravamo compresi! Calde inspirazioni di quelle proteste, di quei giuramenti! Che fu di voi? Ahi, tutto passa.Sic transit.
«Poco dopo di noi giunse la contralto. Ella salutò, ci precedette, ed andò a mettersi in carrozza. Max ed io traversammo insieme la sala d'aspetto, ed insieme ne uscimmo dall'altro lato. Io entrai nel carrozzone dov'era la contralto. Egli salì sul predellino e rimase là guardandomi muto e melanconico. Lentamente s'era fatto una luce scialba e triste, e Max mi disse:
«—Incomincia ad albeggiare.
«In quella il convoglio si mosse; egli mi strinse forte la mano e si allontanò. Fu l'ultima parola, l'ultimo ricordo senza amarezza che mi rimase di lui. D'allora non potei più veder l'alba senza sentirmi stringere dolorosamente il cuore, senza rivedere tutti quei fantasmi d'amore, di gioia, e sentirne la morte nel gelo di quell'ora, nella malinconia di quella luce, nella ricordanza di quella parola. E pensando ad una ad una le cose e le idee a me care, su cui cominciava ad albeggiare, mi ripetei poi sempre rabbrividendo: non vedranno il tramonto.
«—Torino! Porta Susa! Chi scende! Porta Susa!
«Queste grida ripetute a varie distanze e lo spalancarsi della portiera, mi strapparono alle mie fantasticaggini. Scesi dalla carrozza e mi avviai all'uscita, triste, confusa, umiliata all'idea di incontrarmi con Gualfardo.
«Avevo fatti pochi passi, quando sentii prendermi di mano la valigia, ed udii una voce ben nota dirmi:
«—Ben tornata, Fulvia.
«Era Gualfardo.—Pensai che, per un carattere freddo e chiuso come il suo, aveva fatto molto a domandare che lo lasciassero passare entro lo scalo per incontrarmi un minuto prima, e quel pensiero mi serrò il cuore come un rimorso.
«—Come va, Gualfardo? gli dissi.
«—Bene, bene, e voi? Passate di qui, a destra. Il vostro, biglietto?E mentre rimetteva il biglietto alla guardia, riprese:
«—Ecco il babbo.
«Io gli corsi incontro per abbracciarlo.
«—Ben tornati, disse il babbo.
«Quel plurale mi sorprese. La gioia del mio ritorno lo confondeva.
«—È un pezzo che state ad aspettarmi? domandai.
«—No, giungo or ora, rispose il babbo.
«—Ah, sei venuto solo? gli chiesi stupita che rispondesse in singolare alla domanda che gli avevo fatto in plurale.
«—Sicuro. E voialtri avete fatto buon viaggio?
«—Come, voialtri? Io.
«—Ma non siete venuti insieme?
«—Son venuta colla contralto; ma tu non la conosci punto. A proposito, nello scendere è sgusciata via. Non l'ho più vista.
«Intanto eravamo usciti sotto il portico, e Gualfardo fece avanzare una carrozza. Quando io ed il babbo vi fummo entrati, Gualfardo mi domandò la ricevuta del mio bagaglio, e voleva rimanere per farmelo condurre a casa subito. Io risposi che non occorreva; potevo far ritirare i bauli con comodo il domani.
«Egli ci mise dell'insistenza, come se gli desse noia d'entrare in carrozza con noi. Allora il babbo gli disse:
«—Almeno metti qui le valigie che t'imbarazzano.
«Un altro plurale! Io non avevo che una valigia.
«—Sì, dissi; posate la mia valigia. Ed intanto tiravo fuori il portafogli per dargli la ricevuta del bagaglio.
«Egli posò sul sedile dinanzi a noi la mia valigia, prese lo scontrino che gli porgevo, e via.
«—Gualfardo! gli gridò il babbo. Anche l'altra, che ne fai di quell'impiccio?
«Gualfardo tornò indietro. Era un po' arrossito, ed il suo occhio ebbe qualche cosa di triste in risposta al mio sguardo attonito.
«Egli aveva due valigie!
«—Ma io non ne ho che una, gli dissi. Quella non è mia…
«—È mia, disse Gualfardo.
«Sentii vagamente che in quella parola c'era qualche cosa di spaventoso, e tuttavia non compresi ancora.
«—Vostra! esclamai. Mi siete venuto incontro colla valigia?
«—Ma sì;—ed entrando in carrozza soggiunse: Tanto fa che venga con voi; il bagaglio lo prenderò domani; e diede l'indirizzo al cocchiere. Poi, fissandomi con quella sua aria impassibile da tedesco che metteva i brividi, mi disse:
«—Vi sono venuto incontro fino a Milano; ecco perchè ho la valigia.
«—Ah? che? come? Non vi siete scontrati? Ora capisco perchè volevi nascondere la valigia colla scusa di rimanere a ritirare il bagaglio. Non volevi ch'io ridessi!
«Così esclamava il babbo, e rideva, e trovava un umorismo infinito a pensare che Gualfardo mi era venuto incontro senza trovarmi; ed attribuiva la confusione di Gualfardo e la mia confusione unicamente alla paura del ridicolo.
«Oh Dio! il ridicolo! avrei voluto vedere tutta Torino a bocca squarciata, tenendosi le costole dal ridere per conto mio; avrei riso più forte di tutti, avrei danzato di gioia se avessi potuto non essere che ridicola.
«Ero rimasta fulminata dalle parole di Gualfardo. Avevo udito le osservazioni del babbo meccanicamente; ma nel mio interno avevo ben altra preoccupazione.
«Che cosa aveva fatto Gualfardo a Milano? Come e perchè non mi aveva trovata? Sapeva qualche cosa? Sapeva tutto? O non sapeva nulla?
«Il suo volto era perfettamente impassibile. A giudicare da quello si poteva credere che non sapesse nulla.
«Cento domande mi vennero alle labbra nell'ansietà di quel momento. Ma sentivo battermi il cuore con tale violenza, e provavo un'angoscia ed un'umiliazione tanto profonde, che non avrei potuto pronunciare una parola su quell'argomento, senza tradirmi col rossore e col tremito della voce.
«Così non dissi più altro, e mi diedi a guardare fuori dallo sportello, ed a fissare i passeggieri con tanta attenzione, come se tra essi cercassi una persona aspettata, dalla cui presenza dipendesse il massimo interesse della mia vita.
«E Gualfardo, seduto di contro a me, stava ritto come un palo per lasciarmi padrona dello sportello, e non fece più la menoma allusione al suo viaggio. Pareva che, ai nostri occhi, l'andare incontro a qualcheduno per sette ore di ferrovia e non trovarlo, e tornare indietro ciascuno per suo conto, e vedersi soltanto allo scalo d'arrivo, fosse la cosa più naturale del mondo.
«Il babbo pensava, forse, che fosse nato tra noi uno di quei malumori da innamorati, che hanno bisogno di esaurirsi in silenzio, per dar luogo all'ansia della riconciliazione; e, dopo quella prima espansione di meraviglia, non cercò più spiegazione. Del resto, taciturno per abitudine come tutte le persone avvezze ad una vita monotona, laboriosa, e solitaria, non soleva mai cercare il fondo delle cose quando per giungervi gli occorreva un soverchio dispendio di parole.
«Quando la carrozza si fermò in via Roma, alla porta della nostra casa, Gualfardo scese pel primo, mi aiutò a scendere alla mia volta, prese la mia valigia da una mano e la sua dall'altra, e s'avviò verso la scala. Il cuore mi si allargò. Se saliva così col suo piccolo bagaglio, era dunque disposto a rimanere a colazione con noi. Incoraggiata da quell'idea lo guardai in volto; era perfettamente calmo. Grazie ad Apollo, grazie a tutte le divinità protettrici degli amanti, il suo viaggio non l'aveva condotto a nessuna scoperta; egli non sapeva nulla.
«Tutto questo pensai nell'istante ch'egli impiegò a muovere due passi. Al terzo, la serva che era scesa per incontrarci, lo fermò per isbarazzarlo delle valigie.
«In quel momento credo che il sangue abbia sospesa la circolazione nelle mie povere vene, tanto era vitale per me la risposta ch'egli stava per dare a quella serva.
«—Ah, bene! Poichè sei qui, ti lascio la valigia della tua padrona, e profitto della carrozza per portare a casa la mia.—Disse questo col solito piglio tranquillo. E cedette la valigia. Se ne andava! Mi lasciava appena arrivata. Che voleva dire? Sapeva perchè ero stata a Milano? Si allontanava per sempre?
«Questo pensiero mi traversò la mente spaventoso, come l'idea della morte, che ci empie di terrore nell'istante di cadere in deliquio. Esso mi strappò una domanda angosciosa:
«—Gualfardo! mi lasciate?… e tosto, sentendo la stranezza di quell'impeto, soggiunsi: Non restate a colazione con noi?
«—Non posso, mi rispose, senza neppure notare la mia agitazione. Sono due giorni che manco alle lezioni. Verrò questa sera.
«Due giorni! Gli porsi macchinalmente la mano, e salii le scale di corsa senza aver mente a rispondere una parola.
«Due giorni! Mio Dio! Quanto può aver scoperto in due giorni!