«Per tutti i vizi che la morale condanna, per tutte le colpe che la legge punisce, dovrebbe essere espiazione sufficiente la tortura morale che io soffersi quel giorno. Mi sentivo avvilita in faccia a Gualfardo; sentivo ch'egli aveva diritto di sprezzarmi, e ne piangevo con tutta l'amarezza del mio cuore. Pensavo:
«—Questa sera, o mi darà un bacio, come soleva prima che partissi, ed io dovrò renderlo,—io che l'ho tradito,—fare la parte di Giuda, piegarmi all'onta della finzione. O non mi darà il solito bacio, ed allora vorrà dire che sa tutto, che non si considera più mio fidanzato, ma ha bastante fede nella mia lealtà per aspettare che gli faccia io stessa la confessione che gli debbo.
«Ed allora pensavo seriamente a quella confessione. La dovevo io realmente? Non avevo ricusato di sposare Max per evitarla? Ed ora perchè la farei? Max non era che un amico per me.
«Sì, ma un amico che ero andata a vedere segretamente; un amico da cui aspettavo una lettera con tutta l'ansietà del mio cuore.
«Ed un istante sentivo di dovere aprir l'animo mio a Gualfardo ad ogni costo.
«Poi andavo alla finestra, guardavo un poco la gente, pensavo che, forse, neppur la metà di quelle signore che avevano marito, nutrivano per esso un sentimento più caldo dell'affettuosa stima ch'io aveva per Gualfardo. Che, forse, una gran parte di esse avevano amato un altro prima di sposar quello, che se ne ricordavano ancora; eppure non erano meno buone mogli, ed i loro mariti non erano infelici per questo; e nessuno faceva a quelle donne una colpa dei loro sentimenti combattuti; nessuno le disprezzava. Ricordai parecchie signore ch'io conosceva in quelle identiche circostanze; erano signore ammodo, cui il mondo non faceva la menoma eccezione, il menomo rimprovero.
«Allora le mie idee presero un altro indirizzo.
«Certo io ero troppo scrupolosa. Infine mi ero contenuta decorosamente con Max; egli sapeva il mio impegno; tra noi non s'era parlato che d'un sentimento fraterno. Io non avevo tradito i miei doveri verso Gualfardo. Ero ancora degna di lui. D'altra parte, quanti giovani avevo io conosciuti mentre cantavo? Quanti m'avevano corteggiata? Quanti m'avevano parlato con meno riserbo di Max? Io non li avevo lusingati, avevo respinto il loro amore. Precisamente come avevo fatto con Max. Forse che pensavo di fare a Gualfardo la cronaca di quelle galanterie? Nemmeno per ombra. E perchè dovrei farmi un dovere di narrargli la mia relazione con Max? Perchè gli altri li avevo respinti senza soffrirne, e Massimo lo avevo ricusato con dolore? Ma questo non era che un merito di più.
«Poi vennero le penombre della sera. Non vidi più la gente in istrada. Non vidi più nulla intorno a me; ed allora guardai nella mia coscienza.
«E vidi che tutto ciò era sofisma per ischermirmi da un dovere penoso. Vidi che la mia colpa non stava nel sentimento involontario ch'io provavo per Max, ma nelle piccole ipocrisie d'amicizia con cui lo alimentavo; in quella specie di compromesso col mio dovere, con cui cercavo di ricusare il suo amore, e di serbarlo vivo al tempo stesso; di mantenermi in dolci rapporti con lui, senza spezzare il mio vincolo con Gualfardo, che per una cara abitudine si era immedesimato colla mia esistenza; e da cui non avevo il coraggio di sciogliermi.
«In realtà io non desideravo di sposar Max. Egli aveva un grande ingegno, una posizione agiata, un avvenire largo di promesse, una salute fiorente, una maschia bellezza, e tutte quelle attrattive di parola, di voce, di modi, di eleganti cognizioni, che guadagnano tutte le simpatie, che aprono tutte le porte.
«Un uomo così, nel matrimonio ha tutto a dare, nulla a ricevere. Per farmi sua moglie avrebbe dovuto sacrificarmi la sua libertà. Farmi vivere colle sue rendite ed i suoi guadagni, perchè la sua carriera legale sarebbe stata inconciliabile colla vita girovaga di un'artista. E poi egli non avrebbe avuto alcun bisogno di farmi continuare a cantare. Per adattarsi alla vita di famiglia avrebbe dovuto far violenza al suo carattere gioviale, brillante; alle sue abitudini chiassose e disappensate; imporsi una gravità, una monotonia, un ordine d'esistenza a cui non era punto inclinato, e che gli avrebbero costato un vero sacrificio.
«Ed io, cosa avrei potuto dargli in compenso di tutto codesto? Il mio amore. Ma quante donne potevano dargli altrettanto, e per di più censo, bellezza, ingegno…
«Decisamente nel matrimonio a lui sarebbe toccata la parte bella della generosità; a me quella umiliante dell'egoismo. Ecco perchè non desideravo di sposare Max.
«Invece Gualfardo era avviato alla stessa mia carriera del teatro. Non guadagnava più di me; e non poneva nessun ostacolo a che io continuassi a cantare, e contribuissi quanto lui e più di lui alla vita comune.
«Egli pure aveva molto ingegno; a lui pure sorrideva la gloria, ma la stessa gloria, lo stesso ingegno che sorridevano a me. Eravamo pari. E poi egli era taciturno, serio, compassato; non attirava le simpatie. Ed era quindi più in grado di apprezzare il mio affetto. Era delicato di salute e misantropo, due cose che creavano a lui il bisogno della famiglia, a me la gioia e l'orgoglio di fargliene sentire i vantaggi.
«Per tutte queste ragioni io mi spaventavo all'idea di perdere l'amore di Gualfardo, malgrado la libertà che mi risulterebbe da quella perdita.
«Gualfardo fu buono quella sera come sempre. Mi baciò in fronte come soleva fare ogni sera, e mi parve che mi stringesse al suo cuore con un'espansione insolita.
«Ne risentii più acuta la fitta del rimorso. Mi sentivo così vile, d'ingannarlo come facevo, così vile…
«Avrei voluto scrivere a Max di troncare ogni corrispondenza con me; di dimenticarmi, di lasciarmi tutta ai miei doveri. Ma non ne avevo il coraggio. Ed aspettavo la sua lettera con tutta l'ansietà.—Sempre la miserabile attrattiva del frutto proibito!
«Il posdomani la lettera venne.
«Max era malato. Soffriva, era triste. Non poteva scrivermi altro perchè stava a letto. Appena guarito mi scriverebbe a lungo, aveva tante cose a dirmi.
«Era malato; ed io non poteva correre a lui, sedermi accanto al suo letto, curarlo, vegliarlo. Ed era malato per me, per la mia partenza; ne ero sicura. Stava così bene prima! Era dunque il dispiacere che lo faceva star male. No. Decisamente la nostra posizione non poteva durare così. Non si comanda ai proprii sentimenti. Poichè ci amavamo—non solo per noi, ma per lo stesso Gualfardo—era necessaria una confessione, una risoluzione.
«Quella sera aspettai Gualfardo in uno stato di eccitazione straordinaria. Volevo esser sola con lui. Ed invece il babbo s'era incastonato nel suo seggiolone come una perla in un anello. Aveva l'aria di doverci rimanere il resto de' suoi giorni; dacchè ero tornata, da tre giorni, non era più uscito.
«—Non esci a passeggiare, babbo? gli domandai.
«—No, mi rispose; fa un caldo orribile.
«Che fare? Pure era necessario ch'io parlassi con Gualfardo da sola.
«—Babbo, ripresi. Io invece sento il bisogno di passeggiare questa sera. Vuoi ch'io vada al Valentino a far un giro con Gualfardo? vuoi?
«—Eh! va. Omai sei artista; se gli ho permesso di andare ad incontrarti a Milano, non vedo alcun male a lasciarti fare una passeggiata con lui. Del resto è il tuo fidanzato.
«Io mi avviai alla mia camera per prepararmi col cappellino, tanto ero impaziente di uscir subito appena Gualfardo fosse giunto. Ma prima che fossi uscita il babbo riprese:
«—Ed è un bravo giovane, sai; un bravo, bravo giovane.
«—Sei ben fortunata, Fulvia, d'esserti imbattuta in lui; ed anch'io ne son fortunato. Muoio tranquillo, vedi, sapendoti nelle sue mani, perchè è un nobile cuore.
«Io fuggii senza rispondergli. Povero babbo! Io stavo per distruggere la mia fortuna, e la sua tranquillità. E perchè? O Dio!
«—Gualfardo, volete condurmi al Valentino a far una passeggiata?—gli dissi appena giunse.—Il babbo lo permette.
«Egli accettò colla solita cortesia.
«Era la prima volta che uscivamo soli. Eravamo un po' imbarazzati. Ed io pensavo quante volte ero uscita a Milano con Max, e che non eravamo imbarazzati; ed ammiravo quel carattere impetuoso, espansivo; e deploravo il riserbo di Gualfardo, e dicevo tra me:
«—Ecco com'è. È impossibile amarlo com'io l'intendo. È la sua freddezza che è causa di tutto.
«Quando fummo in Borgo Nuovo, c'era grande andirivieni di popolino e di omnibus; e si faceva buio; e gli accendi-fanali correvano colle loro pertiche illuminate come piccoli fari; e più d'una volta fui urtata.
«Allora Gualfardo mi disse:
«—Vorreste prendere il mio braccio, Fulvia? Camminereste meno a disagio. Se non ci avete difficoltà…
«Io presi il suo braccio, pensando quanto aveva tardato ad offrirmelo, e quante cerimonie ci metteva; e che invece Max prendeva addirittura il mio braccio e lo passava sotto il suo in barba a tutti, e s'arrabbiava se un altro c'era arrivato prima. Ah! quello era amore!
«C'era molta gente al Valentino. Io proposi di andare fino allaBarriera di Nizza costeggiando il Po.
«Quella strada era quasi solitaria. Parlavamo poco. Io ero preoccupata di quanto stavo per dire. Gualfardo pareva si studiasse di portare il discorso su argomenti estranei a noi. Trovava belle o brutte le case dei canottieri; più o meno svelte le forme dei canotti. E fresca la strada, e pittoresca, ecc.
«Dopo aver risposto una quantità disì, e disicuro, e digià, io dissi ad un tratto:
«—Gualfardo, ho deciso di accettare la scrittura che mi hanno offerta per Nuova-York.
«—Sì? diss'egli senza il menomo cenno di sorpresa o di approvazione o di disapprovazione.
«Quella risposta succinta mi sconcertò. Avevo contato su qualche obbiezione, su qualche interrogazione per aprirmi la via a spiegare i miei motivi. Che fare davanti a quel freddo monosillabo? Pensai di ripetere per eccitare altre risposte.
«—Già, ripresi. Vado a Nuova-York.
«Questa volta egli non rispose affatto. Solo dopo un momento, tanto per dir qualche cosa, mi domandò:
«—Avete già firmato la scrittura?
«—No, dissi; firmerò domattina.
«Vi fu ancora una pausa. Poi io soggiunsi.
«—Desideravo di parlarvene prima di concludere.
«—Grazie, Fulvia. Ma dovete far sempre il vostro interesse. Questo è quanto preme.
«—Ebbene, no, esclamai con tutto il mio coraggio. Non si tratta del mio interesse. Non è quella la ragione che ho consultato per decidermi…
«Egli taceva, e si vedeva che lo faceva di proposito. Io ripresi:
«—È necessario ch'io vada ben lontana da voi, Gualfardo; ecco perchè ho accettato.
«A queste parole Gualfardo mi prese la mano che appoggiavo al suo braccio, e me la strinse in silenzio come per dirmi: coraggio!
«Codesto doveva sembrarmi strano, perchè mi avvertiva che le mie parole non gli davano la menoma sorpresa. Ma io ero eccitata dalla parte drammatica che m'ero imposta; e poi avevo realmente bisogno d'essere incoraggiata, ed accettai quell'atto amichevole senza esaminarlo punto.
«—Debbo andar lontano, Gualfardo, continuai cogli occhi a terra, perchè non posso più essere vostra fidanzata. Non lo sono più…
«Un'altra stretta di mano, più energica della prima. Ed io continuai:
«—Ho un grave torto verso di voi. Ho molte cose da farmi perdonare. Vi debbo una confessione. Gualfardo, quando mi sono fermata quei due giorni a Milano…
«—Basta, Fulvia, interruppe Gualfardo con una terza stretta di mano.So tutto. Ero a Milano prima di voi, vi ho veduta arrivare e partire.So tutto.
«—E non mi diceste nulla?…
«—So che siete leale. Sapevo che parlereste voi. Era difficile; ci voleva del coraggio. Ma voi l'avete trovato. Siete una brava giovane…
«M'ero aspettata dei rimproveri o dei lamenti; un amante sdegnato o afflitto. E non trovavo che un giudice giusto e clemente.
«Forse era un senso d'amor proprio ferito; allora non studiai le mie impressioni; ma mi dolse all'anima di non sentirmi rimpianta neppure con una parola. Pensai quanto era freddo per aver sopportato così filosoficamente la scoperta ch'io amavo un altro: e dissi nel mio cuore che non aveva nessun amore per me, dacchè si rassegnava così. Non potei a meno di dirglielo:
«—Voi non mi amate, Gualfardo.
«—Perchè me lo domandate, dacchè amate un altro?
«È vero. Non avevo diritto di lagnarmi. Ma provavo, più forte della mia ragione, una specie di civetteria sentimentale, che ambiva di eccitare un rimpianto in quel cuore che era stato mio per tanto tempo.
«—Ve lo domando pel passato, risposi. Ah! per rassegnarvi così freddamente bisogna che non mi abbiate amata mai.
«—Fulvia, volete dire che ho mentito con voi? Avete ragione di dirmelo?
«Mio Dio! Ero io che avevo mentito. Rimasi umiliata. La lealtà della sua condotta era un rimprovero alla mia.
«Avrei dovuto consolarmi di veder passare così liscia quella scena che m'avea preoccupata e spaventata tanto. Ed invece soffrivo.
«—Mi sarete amico egualmente? gli domandai.
«—No, Fulvia, mi rispose. Dovete vincere quelle irresolutezze del vostro carattere, che vi fa sempre appigliare ai mezzi termini. Abbiate il coraggio dei vostri sentimenti. Non si può aver un amico ed un amante. Sono due affetti che si somigliano troppo. Non mi amate più? Amate un altro? Lasciatemi. Siate di quell'altro. Non ci rivedremo più. Almeno non cercheremo più di vederci. Coraggio.
«Mi strinse ancora la mano, poi voltò strada per condurmi verso casa.
«Non vederlo più! Non avevo mai pensato ad una separazione così assoluta. L'idea di spezzare la nostra intimità che mi era stata fin allora una dolce abitudine, faceva un vuoto ne' miei sogni d'avvenire. Non potevo pensarci senza raccapriccio.
«Provai un senso di freddo al cuore, e vidi tremolare tutti gli oggetti traverso le lagrime che mi velarono gli occhi.
«Camminammo un lungo tratto in silenzio; ed in quei momenti rividi col pensiero tutto il passato ch'io conosceva di quel giovane. Ritrovai la sua generosità, la lealtà del suo cuore, ed il suo agire sempre nobile e dignitoso. Ed allora la sua freddezza mi parve un torto ben lieve in confronto al mio torto; e mi sentii sempre più avvilita. Ed il rimorso nel mio cuore era più forte che il sentimento della libertà ricuperata.
«Quelli che ci scontravano ci credevano marito e moglie, o, se ci conoscevano, sapevano delle nostre promesse, e pensavano che fossimo felici di quella passeggiata sentimentale a lume di gaz. E noi invece eravamo divisi moralmente, e stavamo per diventare estranei.
«Volli pensare a Max. Ma mi faceva l'impressione di uscire da una casa tepida, agiata, elegante, per correre lungo campi e boschi nel furore d'un uragano, ad inebriarmi delle tremende bellezze della natura in burrasca. Era la tempesta con le sue grandi emozioni, le sue fiere bellezze, ma con tutti i suoi danni ed i terrori e le repulsioni che inspira.
«Ed intanto provavo un'interna curiosità di sapere cosa accadesse nel cuore chiuso di Welfard in quell'ora di separazione. Soffrivo di non vederlo afflitto, e mendicavo un rimpianto.
«—Gualfardo…, cominciai.
«—Non parlate, Fulvia, mi rispose, io potrei accorgermi che siete commossa, e rimproverarvi un'altra volta le irresolutezze del vostro carattere.
«—O Gualfardo, i vostri rimproveri sono crudeli.
«—Lo so, Fulvia, e ve ne domando perdono. Ma è necessario parlarci francamente per evitare degli equivoci, le cui conseguenze sarebbero dolorose per entrambi. Voi avete troppa immaginazione. Vi siete figurata una felicità che non esiste. Vi siete fatto uno di quegli ideali inebrianti, che hanno d'uopo per realizzarsi di tutta la somma di pregi che la natura ha ripartito in scarse dosi fra gli uomini, senza la larga parte di difetti che ciascuno di essi possiede. Voi volete la bellezza elegante, e la maschia espressione della forza; volete gli impeti inconsiderati della passione, e la pace dignitosa del sentimento legittimo; volete l'imprudenza giovanile, ed il decoro; volete un insieme di cose che non si possono associare. Un giorno trovaste in me alcune delle qualità del vostro ideale, e mi amaste per esse; poi ne scontraste in un altro qualcuna più saliente, ed amaste lui; in realtà non amate nè me, nè lui, nè un altro; è sempre la vostra visione che amate, dispersa qua e là, ed associata a difetti non contemplati nel vostro programma, che si rivelano poi, e raffreddano il vostro entusiasmo. È per questo che, legata a me aspiraste a Guiscardi, e sul punto di legarvi a lui, rimpiangete me. Se fosse possibile a me di darvi la mia figura elegante e quella che voi chiamate la nobiltà del mio carattere; se fosse possibile a lui di cedervi la sua impetuosità giovanile e la sua bella voce ed il suo fiero disprezzo delle convenienze, ed il suo ingegno; e, finalmente, se fosse possibile a voi di animare quelle qualità astratte, non rimpiangereste più nè lui, nè me, e sareste contenta con quel fantasma di vostro gusto. Ma ciò non è possibile. Ed a qualunque di noi vi appigliaste, siatene certa, Fulvia, voi fluttuereste sempre fra l'uno e l'altro, in una alternativa incessante d'aspirazioni e di rimpianti.
«Io tenevo il capo abbassato; sentivo la verità di quel giudizio, e piangevo amaramente in silenzio.
«Eravamo giunti alla porta della mia casa; egli mi stese la mano dopo avere staccato il mio braccio dal suo, e mi disse:
«—Addio, Fulvia.
«Io avevo pieno il cuore, piena la mente di un mondo di cose da rispondergli. Era una riconoscenza infinita, ed un profondo pentimento.
«Alzai gli occhi, ma il suo sguardo limpido e leale mi paralizzò. Mi sentii avvilita dinanzi a lui, non potei che rispondergli piangendo:
«—Addio, Gualfardo.
«E lo vidi allontanarsi per sempre.
«Fu una notte orribile per me, nella quale il mio cuore non cessò un momento di battere lento e forte come una campana sepolcrale.
«Sentivo il vuoto intorno a me; eppure ben altri dolori m'aspettavano.
«Mi ero alzata presto dopo quella notte di veglia e di pianto, e dalla mia finestra guardavo sbadatamente nella via.
«Mentre stavo assorta così, sentii prendermi per la vita e baciarmi sui capelli.
«Era il babbo; ed era tanto pallido che, appena l'ebbi veduto, tutte le mie preoccupazioni svanirono; non provai che lo spavento di vederlo cadere in deliquio.
«—Mio Dio, babbo, come sei pallido! Che hai? Stai male?—gli chiesi tremando di spavento; e lo feci sedere sul mio sofà, gli proposi di fargli il caffè, di andare pel medico, e che so io altro.
«—No; mi rispose trattenendomi, non mi occorre nulla. Son venuto per parlarti di cose gravi. Resta qui. Fammiti vicina; ho bisogno d'abbracciarti per prender coraggio, povera Fulvia!
«Pensai che Gualfardo gli avesse scritto che rinunciava alla mia mano.
«—Vuoi dirmi di Gualfardo?… domandai.
«—No, cara. Ti parlerò anche di lui, ma quello è il più caro, il più consolante de' miei pensieri. Debbo dirti una triste, triste notizia; si tratta di me, Fulvia, del tuo povero babbo…
«Era profondamente commosso; la sua voce tremava.
«Credetti di comprendere, e chiudendogli la bocca con un bacio, gli dissi:
«—Non dir più altro, babbo. Sono una sbadata; avrei dovuto pensarci prima, che puoi trovarti in istrettezze. Io ho tutto il denaro dell'ultimo teatro. Da questa mattina non avrai più nessun pensiero molesto; scusami, povero babbo, non penso mai a nulla.
«—Tu sei un angelo, mi rispose singhiozzando; ed io debbo perderti, lasciarti per sempre…
«A quella parola una luce fatale si fece nella mia mente. Misi un grido e scoppiai in pianto.
«Povero, caro babbo! Egli, tanto ammalato, mi consolava in quel supremo dolore.
«—Il tuo cuore ti ha detto la verità. Coraggio, mia buona Fulvia.Pensa che sono vecchio. Dobbiamo pur morir tutti…
«—Ma no, tu non morrai; tu non devi morire. Faremo tutte le cure possibili; chiameremo dei medici.—E piangevo, e mi agitavo nella convulsione del mio dolore, tenendo stretto al cuore quel mio unico parente, quasi per contenderlo alla morte che lo minacciava.
«La serva accorse alle mie grida, e mi disse con piglio severo:
«—Non faccia scene, signorina. Non vede che fa del male al suo babbo?Il medico gli raccomanda di evitare ogni commozione.
«Quelle parole mi richiamarono in me. Ma il mio cuore era spezzato da quell'annuncio crudele. Mi posi in ginocchio accanto al babbo, e cercai di persuaderlo che il suo male non era grave.
«—Dimmi tutto, babbo; narrami come ti ammalasti, che medico ti vede, e come ti venne quella idea triste che mi ha fatto tanta pena.
«—Come mi ammalai non lo so. Ma viveva ancora la tua povera mamma che io soffrivo già di un acuto dolore al cuore, ogni volta che mi esponevo a qualche fatica. Quand'ella morì, l'affanno di quella perdita mi sviluppò una malattia di cuore, che mi tenne a letto più d'un mese. Tu eri bimba allora, ma devi ricordarti di questa circostanza.
«—Guarii, ma continuavo a sentire a quando a quando quella puntura al cuore; qualche volta avevo violente palpitazioni. Poi tutto passava, ed io non ci badavo punto.
«—Ma quest'inverno il dolore cominciò a farsi insistente; al solo salire una scala la palpitazione mi soffocava. Lasciai che tu fossi partita per Milano, poi chiamai il medico. Egli mi prescrisse le solite pillole che prendevo sempre quando si ridestava il mio male; più tardi mi consigliò i bagni di mare. Fu allora che ti raggiunsi a Livorno. Ti ricordi che mi trovasti dimagrato e pallido, ed io ti dissi che soffrivo il caldo? Era la malattia che aveva già fatto terribili progressi.
«—Il pensiero di lasciarti sola al mondo mi spaventava. Non volevo crederci; non mi ci potevo adattare. Speravo sempre; volevo sperare ad ogni costo.
«—Feci la cura dei bagni di mare con assiduità; avevo riposto in essa tutta la mia fiducia; ma ne tornai più malato di prima. Quando mi salutasti allo scalo di Livorno per andare a Firenze, mi parve che non mi restasse tanta vita da vederti tornare, e dissi a Gualfardo:
«—Pensa a renderla felice, perchè non ha più che te sulla terra. Io non la vedrò più.
«A quelle parole del babbo, io, che avevo sempre pianto in silenzio nelle sue braccia ascoltandolo, non potei più frenare i miei singhiozzi, e mi abbandonai ad un pianto convulso, disperato. Il babbo piangeva anch'esso; mi baciò più volte con trasporto, e ripigliò:
«—Via, non tormentarti, Fulvia. Vedi che ho potuto riabbracciarti. Chi sa; potrò forse ancora durare a lungo: sono malattie lente. Ma, per la mia tranquillità, perchè io possa pensare senza spavento alla morte, vorrei che tu mi dessi la consolazione di vederti unita a Gualfardo.
«Quella domanda in quel momento mi suonò terribile, spaventosa come un rimorso. Il mio fatale amore per Max, aveva distrutta l'ultima speranza del mio povero babbo. L'idea di dirgli in quel momento la triste verità, che Gualfardo non era più nulla per noi, che io l'avevo respinto colle mie follie, che non lo vedremmo mai più, mi fece spavento. Sentii che quella notizia poteva essergli fatale, che l'avrebbe forse ucciso; compresi che dovevo ingannarlo. Rimasi muta, assorta nel mio dolore.
«Egli pensò che esitassi a decidermi, e mi disse ancora:
«—Tu ti lasci sedurre da un'arte che lusinga il tuo amor proprio, e le sacrifichi un amore che ti farà felice. Credilo al tuo babbo, che ti ama tanto. Io ho studiato l'animo di Gualfardo; pensa con che interesse l'ho studiato, dacchè so di doverti lasciare a lui, senza nessun altri al mondo per proteggerti ed amarti. Credimi, Fulvia, che se avessi la scelta fra i più splendidi partiti per collocarti, non vorrei scegliere altri che lui; non ho conosciuto mai un più nobile cuore, un animo più leale. Quando tu eri lontana, era lui che teneva il tuo posto presso di me; che mi amava come un figlio; che mi vegliava la notte quando stavo male; che sacrificava tutte le sue ore di riposo per supplirmi all'ufficio, e compiere per me un lavoro che mi diveniva sempre più faticoso. Fu lui che si assunse mille brighe per domandare ed ottenere la mia giubilazione. Se in questi ultimi tempi potrò godere un po' di riposo senza cadere nella miseria, lo debbo a lui. Non potrai amarlo mai abbastanza per tutto il bene che ha fatto al tuo babbo, mentre tu, povera figliuola, eri costretta a starmi lontana…
«E sentendo che io piangeva amaramente, con tutta l'amarezza del rimorso, riprese:
«—E tu pure lavoravi per me, ed ora mi porti il frutto delle tue fatiche, che servirà a curarmi. Ho tanto bisogno di cure e d'affetto. Tu mi farai guarire, mia Fulvia.
«Io sentivo che diceva tutto questo per consolarmi; perchè, nel riandare la sua povera storia di dolori, s'era accorto del contrasto penoso tra la mia posizione e quella di Gualfardo: tra me festeggiata, inebriata d'applausi, felice e spensierata, lontana da lui,—e quel generoso giovane che lo curava, lo consolava, lo sosteneva nelle difficoltà della vita. S'era accorto che le cure di Gualfardo erano altrettanti rimproveri al mio abbandono, e voleva consolarmi mostrando apprezzare i miei guadagni che gli arrivavano tanto tardi.
«Come mi sentivo avvilita da tanta generosa bontà! Come ero nulla al confronto di quei due nobili cuori! Ed appena tornata presso il mio povero babbo, avevo allontanato da lui quell'unico amico, quel figlio che lo consolava, che gli rendeva meno penosa la morte.
«Il babbo non diceva più nulla. Era là pallido, ansante per l'emozione sofferta, e mi guardava coi suoi occhi lagrimosi e supplichevoli. Volli consolarlo ad ogni costo, e gli dissi:
«—Sì, babbo; io sposerò Gualfardo appena sarai guarito; ed intanto sta certo che io l'amo, che lo amo tanto, più della mia arte, più della gloria, più di tutto. Tu solo mi sei più caro di lui. Ti cureremo insieme, faremo dei bei progetti accanto a te, e quando starai bene ci sposeremo; e se io dovrò cantare tu mi accompagnerai; e quando non canterò staremo tutti e tre insieme.
«Povero babbo! Bastarono quelle parole a consolarlo. Si mise anch'egli a far dei progetti, ma pur troppo non ci credeva, e li faceva per illuder me.
«Da qualche tempo il suo male s'era aggravato. Non usciva che pochissimo, e non mai solo. Gualfardo lo accompagnava. Egli s'era offerto di venirmi ad incontrare a Milano, per prepararmi alla disgrazia che m'aspettava. Temevano che la vista del babbo così magro e pallido mi colpisse troppo dolorosamente.
«Ed invece egli m'aveva trovata a Milano folleggiante dietro un amore colpevole, dimentica della famiglia, di lui, di tutto. Come doveva disprezzarmi! E come dovette disprezzarmi ancora più, quando al mio giungere, tutta assorta nelle passioni che mi tempestavano nell'anima, io non m'ero neppure avveduta del deperimento del mio povero babbo; non avevo domandato perchè, giubilato da circa un mese, e senza impegni, non fosse venuto egli stesso ad incontrarmi. Non avevo chiesto nulla, non avevo veduto nulla; egoista, crudele, non pensavo che alla mia passione ed a' miei rimorsi.
«Per tutto quel giorno il babbo fu così spossato dall'emozione, che non ebbe la forza di vestirsi per fare una passeggiata. Rimase in abito da camera, steso nella sua poltrona. Non mangiò quasi nulla, e ripetutamente si lagnò di non vedere Gualfardo. Io gli dissi una quantità di scuse: aveva trascurato a lungo le sue lezioni durante la mia assenza, ed ora, che io era presso il nostro caro malato, desiderava di riparare il tempo perduto. Andava in iscena un'opera nuova, ed egli doveva dirigere le prove d'orchestra. Era occupato egli stesso a scrivere un'opera, ed aveva frequenti abboccamenti col poeta che gli scriveva il libretto.
«Ma il babbo non s'appagava di quelle ragioni che egli sapeva al pari di me.
«—I giorni scorsi lavorava qui—mi diceva;—e tra una lezione e l'altra passava a vedermi. Dovrebbe oggi venire più che mai, dacchè ci sei tu. Voi non v'amate come prima. Ieri me ne sono accorto. Perchè non vi parlavate punto tornando dallo scalo? Tu non lo guardavi nemmeno; ed egli se ne andò appena fosti giunta. Ebbi una grande fatica a salire la scala da solo. Egli mi reggeva sempre. Come è andata a non scontrarvi a Milano?
«Tutte queste domande mi straziavano il cuore. Rispondevo vagamente, cercando di rassicurarlo, ma vedevo che non potrei ingannarlo a lungo. L'assenza di Gualfardo lo tormentava, ed a me non riesciva di spiegarla.
«Dopo due giorni il babbo era tanto inquieto, che mi obbligò a mandare la serva da Gualfardo per vedere se non fosse malato. Profittai di questa sua idea, e senza mandare, rientrai dopo un tempo conveniente per lasciargli credere che fosse eseguita la sua commissione, e gli dissi, che Gualfardo era a letto con una infreddatura al capo, che sperava di alzarsi presto, ed appena uscirebbe di casa verrebbe da noi. Che del resto il suo male non era grave.
«Il mio povero malato si crucciò tutta notte, vegliò angosciato pensando al suo giovane amico. Io dormivo nella sua camera stesa sopra un sofà senza spogliarmi, per esser pronta ad assisterlo sempre. Lo sentii sospirare, rivoltarsi nel letto, e mi domandò da bere con una frequenza straordinaria. Aveva una febbre violenta.
«Al mattino mi disse:
«—Fulvia, Gualfardo dev'essere malato più seriamente che non dice. Siamo appena in settembre e fa un caldo soffocante. Con un caldo così non si sta letto per un'infreddatura. Manda ancora stamane a vedere come sta. E poi appena sarò alzato prenderemo una carrozza; tu mi accompagnerai, ed andremo a vederlo.
«Non era possibile esporre il povero babbo in quello stato ad una scoperta dolorosa. Andando da Gualfardo lo avremmo trovato fuori, avrebbe compreso d'essere ingannato, avrebbe scoperto la verità, ne sarebbe morto di dolore.
«Corsi nella mia camera e scrissi in fretta questo biglietto, che mandai a Gualfardo:
—«Il babbo sta male e vi domanda ad ogni momento. Nello stato in cui è ridotto, non posso dirgli perchè non venite più; lo ucciderei. La nostra unione è la sola speranza che lo conforti nei suoi dolori.
—«Siate generoso, Welfard. Venite per lui. Lasciategli la sua dolce illusione; e quando il vostro ufficio pietoso sarà compito, mi lascierete sola col mio dolore; non mi vedrete mai più, ed io vi benedirò pel bene che avrete fatto al mio povero babbo.
«Mandai la serva con quel biglietto; la mandai in carrozza per avere più presto la risposta. L'aspettai in un'angoscia inesprimibile. Omai non mi facevo illusione sullo stato del babbo. La sua vita, la breve vita che gli rimaneva ancora, dipendeva da quella risposta.
«Dopo mezz'ora la serva tornò con un altro biglietto. Lo apersi tremando, ed in quel momento pregai dal fondo del cuore come da gran tempo non avevo pregato. La mia fede era così grande, così vera in quell'ora di dolore, da credere che la mia preghiera potrebbe modificare la risposta di Gualfardo già scritta, già nelle mie mani.
«Non erano che quattro parole:—«Fra un'ora verrò.»
«Misi un grido di gioia, corsi in camera del babbo, e gli dissi:
«—Gualfardo è guarito, sta bene, fra un'ora verrà.
«E lo dissi con tanta gioia, pensando da che pericolo lo salvava quella notizia, che il povero babbo, tratto in inganno, scambiò quel trasporto figliale per un trasporto d'amore, e, sempre preoccupato di me e del mio avvenire, mi abbracciò tutto consolato, e mi disse:
«—Dunque sei ben contenta di vederlo; dunque lo ami; sarai felice con lui? Quanto bene mi fa questo pensiero. Temevo che tu non l'amassi.
«Quella parola fu un altro rimprovero. Sì. Amavo Gualfardo con tutta la mia riconoscenza di figlia. Ma non era quello l'amore cui pensava il mio povero babbo.
«Esatto come sempre, Gualfardo giunse all'ora indicata. Egli fu generoso fino all'eroismo. Debbo pur dirlo, per quanto la sua generosità fosse per me una tortura. Mi salutò colla solita dolcezza tranquilla, mi strinse la mano e mi baciò sulla fronte. Ma intanto mi susurrò all'orecchio col suo sguardo più cerimonioso:
«—Perdonate, Fulvia; è necessario fingere per la pace del babbo.
«E tutto il conforto, tutta la dolcezza che m'avea posta nell'anima la soave intimità di quel saluto, dileguarono a quelle parole.
«D'allora egli fu sempre assiduo presso il babbo come lo era stato durante la mia lontananza. Quando li vedevo uscire insieme, e Gualfardo si metteva un braccio del povero babbo intorno al collo, e lo cingeva alla vita per sorreggerlo nello scendere la scala, poi entro la carrozza gli accomodava i cuscini, e mi salutavano tutti e due dalla finestra dove correvo per vederli ancora, pensavo con dolore che io era estranea a quel cuore che mio padre credeva mio, che non m'era più data la suprema delle gioie di rendergli una vita d'amore in compenso della sua generosa devozione.
«A misura che lo vedevo così nobile, così buono, la memoria di Max diveniva più scolorita nella mia mente. Ed in quell'atmosfera di affezioni calme, legittime, sante, il mio amore per Max mi sembrava un romanzo, una follia. E ne arrossivo ogni giorno più. Mentre prima lo avrei gridato sui tetti, ora mi vergognavo di ripensarci io stessa. Era perchè il mio cuore si apriva per la prima volta ad un sentimento basato su qualche cosa di serio, di grande. Ad un amore inspirato dalla riconoscenza figliale, dalla virtù. Dinanzi a questi due nobili moventi, cos'erano più la bella voce ed il carattere bizzarro di Max?
«Quante lagrime ho sparse in quelle ore tristi in cui rimanevo sola a rassettare la stanza del mio povero babbo, a rifare quel letto, ad accomodar quei guanciali, dove pur troppo tra poco non riposerebbe più!
«Poi tornavano; rivedevo quelle cure amorose dell'elegante giovane pel povero vecchio infermo, e quelle attenzioni delicate, figliali, che mi inondavano l'anima di riconoscenza e d'amore, e ricevevo ancora il suo bacio, il saluto soave e fatale, come l'oppio che inebria ed uccide.
«Ne venni al punto d'attendere, d'invocare ansiosamente quelle ore di disperante commedia; di accogliere con passione quel bacio convenzionale, di valermi del vantaggio della nostra strana situazione per stringere al mio cuore quell'uomo che non mi amava più, per serrare la sua mano tra le mie, per parlargli come ad un fidanzato, per pascere il mio cuore innamorato con una cara e funesta illusione.
«Nessuno, al vederci così uniti nell'affetto, nella cura comune d'un caro infermo, che entrambi chiamavamo babbo, nessuno avrebbe sospettato mai che tempesta mi fervesse nell'animo e che abisso ci separasse.
«Intanto la malattia del babbo procedeva rapida, inesorabile. Gli si eran gonfiate le gambe, le mani, il volto; omai non usciva più, ed a stento ci riesciva di collocarlo in una poltrona per rifargli il letto. Era una poltrona lunga dove il malato stava disteso; e mentre io accomodavo il letto, Gualfardo apriva le finestre, poi spingeva lentamente la poltrona per far movere il babbo e fargli respirare un po' d'aria.
«Oh! in quel momento mi sarei gettata in ginocchio, avrei baciato i suoi piedi, per implorare che mi lasciasse dedicargli la mia vita. Tutta la mia riconoscenza di figlia si volgeva in amore per lui, tanto generoso, buono, servizievole nella sua apparenza fredda ed elegante. Ed io stupida e leggiera non avevo saputo indovinare quel nobile cuore.
«Intanto il babbo insisteva sempre a pregarci perchè ci sposassimo prima ch'egli morisse.
«Noi ripetevamo che volevamo aspettare che fosse guarito, che per allora non pensavamo che a lui; non volevamo fare un matrimonio nella tristezza; avremmo celebrate insieme le nostre nozze e la sua guarigione.
«Ma egli non s'illudeva sul suo stato, ed un giorno ci disse, quasi piangendo:
«—Perchè non volete darmi questa consolazione? Siete tanto buoni tutti e due, e potete respingere la preghiera d'un moribondo? Fulvia, te lo domando pel bene che ti voglio, pei tormenti che soffro, pel dolore della nostra separazione; Gualfardo, te lo domando in nome di tua madre, nella solennità della morte; datemi questo conforto, questo pensiero di pace. Che vi veda uniti, che possa dire: lascio a mia figlia l'amore e l'appoggio del più nobile degli uomini, ed allora morrò contento.
«A quell'appello straziante per una grazia impossibile, io scoppiai in pianto. Credetti giunta l'ora terribile di svelare la verità, di troncare quel misero filo di vita con un ultimo, grande dolore.
«Ma Gualfardo, generoso, grande, clemente come un Dio, si alzò, venne a me stendendomi le mani, e mi disse:
«—Volete essere mia sposa domani, Fulvia?
«Poi, col piglio sommesso con cui soleva dirmi dopo un bacio quel crudele «Perdonate» che mi gelava il cuore, tornò a ripetere stringendomi le mani:
«—Volete?
«Egli perdonava; faceva sacrificio di sè, del suo sdegno, dinanzi al desiderio d'un moribondo; e per risparmiargli un dolore diceva realmente a me, che non amava più, a me, che disprezzava: «Volete essere mia sposa?»
«Era troppo grande sacrificio per lui; troppa grande gioia per me che la meritavo così poco.
«Ebbi il coraggio di respingerla, e, con uno sguardo che voleva dire:«Secondatemi» risposi:
«—Domani è impossibile, Welfard. Dovete prima far venire le vostre carte. Scrivete; procuratevele, e poi ci sposeremo subito.
«Gualfardo mi strinse ancora le mani, poi me le lasciò cadere susurrandomi:
«—Brava!
«Era una parola crudele. Mi diceva che liberandolo da me lo aveva salvato. Eppure mi fece del bene. Il suo amore era perduto per me. Mi era ancora un conforto la sua stima.
«Ma il babbo disse con tristezza:
«—Ci vorranno almeno otto o dieci giorni. Il vostro paese è tanto lontano! Non avrò tempo a vedervi uniti!
«Allora fui io che presi la mano di Gualfardo, e traendolo accanto al letto dissi:
«—Tu avrai tempo a vederci sposi, ed a vivere con noi molti anni, babbo. Ma per farti piacere noi ci uniamo ora qui; davanti a Dio e davanti a te; tu ci benedirai, e sarà come se fossimo già sposati.
«Ed alla mia volta susurrai a Gualfardo: «Perdonate.»
«Egli comprese ch'io non davo valore a quella cerimonia; che volevo soltanto ingannare pietosamente il povero malato; ancora una volta mi disse: «Brava!» e s'inginocchiò accanto a me, ed il babbo congiunse le nostre mani e ci benedisse.
«Da quel momento la pace entrò nel suo cuore, ed il suo volto fu sempre animato da una serena rassegnazione. Vedeva avanzarsi la morte a gran passi, e ne parlava senza terrore. Il mio povero babbo era profondamente credente; aveva quella fede consolante che toglie ogni squallidezza alla morte; che anima di spiriti aleggianti, di memorie, d'affetti e di speranze, la tristezza glaciale della tomba.
«Ci parlava con dolcezza di quando saremmo uniti, in un piccolo nido d'amore, e la sua anima invisibile vivrebbe tra noi:
«—Allora non mi spaventeranno le distanze ed i biglietti di strada ferrata, diceva sorridendo. Se viscritturerannoper la China, io sarò là prima dì voi; entrerò in tutte quelle case da bambole, e vi cercherò la meno inospitale, la più europea; poi verrò a prendervi, v'accompagnerò nel viaggio, ed allo sbarco vi susurrerò all'orecchio: «Contrada tale, numero tale,» e voi ci andrete credendovi guidati dal caso, e troverete il nido scelto da me: e ci starete comodi e felici… Non mi direte, come facevate prima: «Grazie, babbo; come sei buono, babbo; tu pensi sempre a noi.» No; non lo direte; sarà il caso, sarà la fortuna che ringrazierete; ma non importa, io vi vedrò contenti, ed il mio spirito esulterà. Allora non sarete più imbarazzati come ora dinanzi a me. Vi crederete soli, e non assumerete quell'aria freddamente cerimoniosa; io potrò udire le vostre parole d'amore; pormi tra i vostri sguardi per leggerne l'espressione passionata; contare i vostri baci, misurare e risentire la vostra felicità.
«Tutto codesto diceva colla sicurezza della sua fede robusta; e lo diceva sorridendo per consolarci nel nostro dolore. Quando Gualfardo si mostrava un po' espansivo con me, il povero malato dimenticava ogni sofferenza, ed era contento; non avea vissuto che per me, e credendomi felice non sentiva di morire.
«Era una strana situazione. Sapevo che Gualfardo non mi amava più, nè mi amerebbe più mai. «So tutto» m'aveva detto, quando avevo voluto confessargli il mio amore per Max, «so tutto.» Ma non era vero. Egli poteva avermi veduta all'albergo, stare alla finestra con Max. E quando dopo tali apparenze accusatrici, mi diceva: «So tutto» doveva credermi più colpevole che non fossi.
«No, non sapeva tutto. Non sapeva che Max aveva avuta tanta generosità, tanta poesia giovanile nel cuore, da rispettare, nella donna che amava, la fidanzata d'un altro. Non sapeva che, leggiera, incostante, compromessa, in quell'ora stessa che mi credevo obbligata a rendergli la sua parola, a scindere il nostro impegno, ero ancora onesta e degna di lui.
«No; non sapeva tutto questo, ed io dovevo nascondere il mio amore per lui, possentemente ravvivato da quel ravvicinamento, da quella comunanza d'affetti e di dolori, dalle nobili manifestazioni dei suoi sentimenti; dovevo nasconderlo perchè sapevo che non troverebbe mai più la via del suo cuore. Ch'egli non dimenticherebbe mai la colpa di cui mi accusavano le apparenze; che, anche quando in un impeto generoso mi aveva detto sinceramente: «Volete essere mia sposa domani?» anche allora poteva perdonarmi, poteva darmi il suo nome, la sua vita, ma non obbliare il passato, non rendermi la sua fiducia, il suo amore.
«Ed allora appunto che io dovevo dissimulare a Gualfardo i miei sentimenti, egli si forzava di mostrarsi espansivo con me per consolare il babbo, ed io cercavo di fargli credere simulate in favore del malato quelle dimostrazioni, che gli corrispondevo con tutta l'espansione del mio cuore.
«Quella situazione strana sarebbe stata insopportabile, se la preoccupazione continua e più saliente di vedere spegnersi lentamente una cara vita, non ne avesse distratto il nostro spirito. Subivamo nei nostri rapporti sensazioni ed impressioni, volta a volta attraenti, repulsive, angosciose; ma non erano che sensazioni, ed il pensiero non ci si arrestava mai. Il pensiero di entrambi noi, era fisso alla malattia del babbo, ad alleviare i suoi dolori. Mai una volta mi domandai, che sarebbe di me quando quell'ultimo parente avesse cessato di soffrire. Tuttavia sentivo che nel tempo stesso che perderei il babbo, perderei anche Gualfardo. Ma lo sentivo senza pensarci. Il mio cuore viveva con tutte le sue potenze d'affetto, d'amor proprio, di tendenza istintiva alla felicità, di rimpianti, e d'aspirazioni; ma nella mia mente io ero completamente dimenticata, e con me tutto il mondo; non esisteva che quel filo di vita del mio povero babbo.
«E quel filo di vita si spense, senza angoscie, senza convulsioni d'agonia.
«Era trascorso poco più d'un mese dal mio arrivo a Torino. II babbo era deperito di giorno in giorno. Non lasciava più il letto. Le gambe gli si erano gonfiate enormemente; non si nutriva quasi più. E quella gonfiezza saliva, ed aumentava sempre.
«Da molte notti Gualfardo rimaneva a vegliare il malato con me. Non ci coricavamo più, non uscivamo più di camera. Quando uno era spossato si addormentava per poco nella poltrona da una parte del letto, mentre l'altro vegliava dall'altro lato. Era la vigilia degli Ognissanti. Da due giorni e due notti non avevo più riposato un minuto. Le cure che la malattia richiedeva erano faticose, ed io consentivo a dividerle con Welfard, ma non a cederle a nessuno. Ero in uno stato di abbattimento; indebolita, convulsa. Il babbo, che aveva appena un filo di voce, mi accennò di accostarmi, e tenendomi abbracciata colle poche forze che gli restavano, mi disse:
«—Riposati un poco nella poltrona, mia cara. Mi farà bene a vederti dormire; e Gualfardo mi veglierà. Poi soggiunse:
«—Tuo marito mi veglierà;—e ci guardò entrambi con un sorriso di gioia celeste.
«—Ma tu come stai, babbo? gli chiesi con un senso di paura che non potevo spiegarmi. E se avesti bisogno di me?
«—Tuo marito ti sveglierebbe; dille che si riposi, Gualfardo; diglielo tu. E lo fissava coll'occhio pieno d'ansietà, come se desiderasse ardentemente di vedermi dormire.
«Gualfardo, che lo comprese meglio di me, ed indovinò che voleva togliermi al supremo dolore di vederlo morire, strinse il mio capo sul suo cuore, e baciandomi in fronte, mi disse:
«—Sì, Fulvia; dormi. Io ti sveglierò:—e mi condusse alla poltrona, mi accomodò i cuscini, mi coperse con uno scialle, poi tornò presso il babbo.
«All'istante il sonno mi vinse. Un sonno profondo, senza sogni. Non so quanto tempo durasse. Quando mi svegliai ero nella mia camera, sulla stessa poltrona. Accanto a me era seduta la vecchia serva del babbo. E sulle mie ginocchia un pezzo di carta su cui era scritto a matita:
—«Coraggio, Fulvia. Non ha voluto che lo vedeste morire; non vuole che lo vediate più. Ha desiderato di rimanere per sempre nella vostra memoria come lo vedeste ieri sera quando vi baciò e vi sorrise. Obbedite e siate forte. Lo spirito del povero babbo vi vede e vi benedice.—Io l'accompagnerò fino all'ultimo. Farò come se fosse mio padre. Non uscite dalla vostra camera.
* * * * *
«Dopo tante veglie e fatiche la natura aveva vinto, ed avevo dormito l'intera notte ed una parte del mattino. Povero, caro babbo! Aveva avuto l'eroismo di pensare ad addormentarmi, perchè non lo vedessi morire. Santi eroi dell'affetto, della famiglia! A codesti non si fanno monumenti, e statue. Ma hanno un monumento nel cuore dei superstiti che hanno amato; e se i loro spiriti possono vederlo, devono esserne più consolati.
«Come avevo presentito, perdendo il babbo perdetti anche Gualfardo.
«Egli vegliò il cadavere, ordinò i funerali e mandò una carrozza a prendermi per la messa di requie; tutto ciò senza che io lo vedessi. Poi terminato quel doloroso compito se ne andò, e non lo rividi più.
«Ero in una specie d'apatia. L'isolamento pesava su me, mi gelava il cuore. Non pensavo nulla. Mi sentivo sola e profondamente infelice.
«Mi erano rimaste nella mente quelle ultime parole scritte daGualfardo, che interpretavano pure l'ultima volontà del povero babbo:«Non uscite dalla vostra camera.»
«Mi pareva che non dovessi uscirne più; che dovessi passare il resto de' miei giorni solitaria ed inerte in quei dodici metri quadrati di spazio, per obbedire a due ordini egualmente sacri.
«Non ricevevo nessuno. La serva mi recava continuamente delle lettere. Ne avevo aperte alcune sbadatamente e ci avevo trovato una carta da visita colle iniziali P. C. scritte a mano.
«Quella formolaper condoglianza, che ricorreva persino ad un'abbreviazione per sbrigarsi più presto da un dovere di società che non aveva nessun lato piacevole, mi parve uno scherno al mio dolore, mi irritò; e d'allora a misura che la serva mi recava quelle buste le gettavo sulla tavola senza aprirle.
«Non so quanto tempo rimanessi così, muta, triste, isolata nella mia camera. Forse qualche settimana appena, forse pochi giorni. Ma nella mia memoria quel tempo occupa uno spazio grande, mi pare di esserci rimasta un anno.
«Un giorno la serva entrò con una lettera. Io la presi e la gettai sulla tavola.
«Ma no. Ella tornò a darmela. Bisognava che io la leggessi; l'aveva recata un signore, che stava aspettando la risposta.
«—Chi è? domandai.
«La serva non lo sapeva. Era già venuto due volte, ed essa non l'aveva introdotto, dicendogli che io non ricevevo ancora. Ora era tornato con quella lettera, ed attendeva ch'io gli facessi dire una parola.
«Lessi la lettera. Era dell'agente teatrale che mi aveva proposto la scrittura per Nuova-York. Aveva aspettato a lungo la mia decisione in proposito. Non ricevendola era venuto per vedermi; alla porta gli avevano detto che il mio babbo stava male; che io non abbandonavo più la sua camera.
«Aveva compreso che in quel momento non potevo pensare ad altro, e, nella necessità di fare la compagnia, aveva scritturata un'altra donna.
«Ma ora, al momento di partire, quella signora s'era ammalata alle tonsille, ed il medico le aveva consigliato un lungo riposo, se non voleva perdere affatto la voce.
«Per questo egli, informato della mia disgrazia che mi lasciava nell'isolamento, veniva a proporre ancora a me quella scrittura ridivenuta disponibile. L'arte potrebbe distogliermi da' miei tristi pensieri, ecc., ecc.
«In realtà mi sentivo sola ed infelice. Il babbo e Gualfardo, le due grandi affezioni, e le sole che mi legassero a Torino, erano entrambe perdute per me.
«L'amore dell'arte non mi parlava punto al cuore in quelle ore di sconforto.
«—Ma se potessi ancora trovarvi un interessamento,—pensai.—Se potessi ancora appassionarmi di qualche cosa, dare uno scopo alla mia vita!
«Non istetti a riflettere un istante di più. Feci entrare l'impresario. Firmai la scrittura, e gli promisi d'essere pronta a partire fra dieci giorni.
«—Se potessi ancora appassionarmi di qualche cosa! Dare uno scopo alla mia vita!
«Non fu un'idea fuggevole, un pretesto a cui mi fossi aggrappata per allontanarmi da quella casa piena di dolorosi, di strazianti ricordi. Era un bisogno istintivo della mia anima, che si rivelava istintivamente, dinanzi alla squallida prospettiva d'una vita senz'affetti.
«Perchè realmente avevo ancora una vita dinanzi a me. Ero giovane, ero forte; e le lunghe sofferenze morali non avevano punto alterata la mia salute, non avevano forse neppure accorciata d'un giorno la mia esistenza.
«Ero dimagrata, perchè, tutta assorta ne' miei dolori, avevo respinto il cibo ed il sonno, avevo faticato giorno e notte. Avevo il sistema nervoso eccitato, perchè mi ero lasciata indebolire.
«Ma senza queste cause materiali e dirette, c'era in me tanta robustezza da sopportare il dolore morale sotto tutte le sue forme, da provarlo in tutta la sua intensità senza soccombere.
«Questo io lo sentivo con un senso di vero sgomento. Sentivo in me tanta potenza di vita, e mi domandavo: «Che farne?»
«La sera stessa mi misi al pianoforte; passai una quantità di musica. Dalle più vaporose fantasie nordiche, alle più soavi melodie italiane, andai cercando con ansia un'emozione.
«E ne trovai; e piansi. Ma non erano emozioni d'artista. Era l'aria prediletta dal povero babbo che mi strappava le lagrime. Era uno spartito che mi aveva insegnato Gualfardo, che mi rapiva in una serie di cari e dolorosi pensieri. Erano ancora quei due affetti, ancora quelle due memorie del mio passato. Ma là dove quegli affetti non si legavano pel vincolo misterioso d'una rimembranza, la musica mi lasciava fredda.
«Prendevo un pezzo irto di difficoltà musicali, cominciavo a cantarlo con tutte le finezze, con tutte le sfumature d'una interpretazione intelligente, ma tosto pensavo che Gualfardo non era più là per dirmi col suo volto impassibile: «Brava Fulvia!» e respingevo la musica dicendo: «Oh! che m'importa?»
«Domandavo a Rossini, a Bellini, a Verdi le loro melodie più appassionate. Cominciavo a cantarle con tutto lo slancio, con tutta l'anima; ma pensavo che i cari occhi del babbo non erano più là per empirsi di lagrime, e respingevo la musica dicendo: «Oh! che m'importa?»
«No. L'arte non bastava a riempiere il vuoto del mio cuore. Sentivo il bisogno non solo d'amare, ma anche d'essere amata.
«—Lo fui tanto! pensavo. Tre grandi affetti erano concentrati su di me. Quello del babbo, di Gualfardo, di Max…
«Max! Era la prima volta che il mio pensiero si rivolgeva a lui dopo la mia grande sciagura. Oh come era lontano omai dal mio cuore! Come la conoscenza di Welfard, in tutta la gloria del suo nobile carattere, aveva cancellata l'impressione romanzesca di quell'amore avventuroso.
«Rimasi assorta nel pensiero di Max. Lo rivedevo in tutta la sua maschia bellezza, nell'espansiva impetuosità del suo carattere, ne' suoi entusiasmi, nelle sue giovanili imprudenze. Era una bella, splendida immagine, una cara memoria; ma non era più un'aspirazione. Potevo ancora pensare:
«—Oh! se Gualfardo avesse quelle qualità!—Ma non potevo amarle in un altro. Vedevo che Max era più affascinante, più splendido all'apparenza; ma sentivo che Gualfardo valeva di più; e lo collocavo più in alto, più in alto.
«Ma Gualfardo non mi amava più; mi aveva abbandonata per sempre. Che potevo sperare da lui? Non ero stata io stessa a respingerlo? E per amore di Max?
«Oh mio Dio! Che era mai avvenuto di quella passione entusiasta che mi aveva indotta a sacrificare il nobile fidanzato che da tanto tempo mi amava, per acquistare il diritto di amare Max?
«Ricordavo il mio trasporto di quella sera fatale in cui avevo preso la risoluzione d'accettare la scrittura per l'America, e di sciogliere il mio impegno con Welfard, per essere libera di scriver follie in un epistolario sentimentale con Max.
«Stupido sogno da romanzo! Era svanito prima che avessi finito la mia confessione a Gualfardo. Ed omai, ripensando a quei due amori che s'erano disputato a lungo il mio cuore, ripetevo con amarezza un verso altre volte citatomi da Massimo:Il ben ch'è mio davvero, è il ben che sparve!
«Presi le lettere di Max, belle, poetiche, eleganti, appassionate, strane, e mi posi a leggerle pensando:
«Se potessi amarlo ancora! Chi può dire quanto possa sopra un cuore entusiasta l'ascendente dell'ingegno?
«Mentre ero assorta così, la mia serva entrò in camera per portarmi il pranzo.
«Al vedermi allo scrittoio con tante lettere intorno, si fermò alzando il capo ed aprendo la bocca nell'atto di chi si ricorda improvvisamente d'una cosa; poi disse:
«—A proposito di lettere; ce ne sono molte, che sono venute quando lei non aveva mente ad occuparsene. Vuole che gliele porti?
«Pensai da quanto tempo non avevo più scritto a Max; e che certo fra quelle lettere ce ne dovevano essere di sue; ed accettai di vedere quella corrispondenza arretrata.
«Passai tutte quelle buste chiuse, cercai sugli indirizzi la brutta scrittura di Max. C'era infatti una lettera sua. Nell'aprirla tornavo a dire tra me: «Se potessi amarlo ancora!» e la mia mano tremava. E le forme vaghe di vaghe speranze alate sembravano delinearsi più e più nel vuoto infinito.
«Quell'epistola era abbastanza breve perchè io possa riportarla qui per intero:
«Fulvia!
«Dicono che un uomo affetto da spinite, quando è seduto, crede di poter camminare come chicchessia.
«Lo stesso è accaduto a me. Credevo di poter ancora amare e mi sono ingannato. L'amore per me può essere tutt'al più, come voi dicevate, un episodio tempestoso.
«Ho lungamente lottato fra la ripugnanza ad ingannarvi, e la paura di darvi un dolore.
«Perdonatemi e compiangetemi! Darei dieci anni della mia vita per sapervi felice.
«Spero per voi nel tempo, nella lontananza, e più più ancora nell'effetto morale che la mia condotta deve fare sul vostro animo.
«Perdonatemi!
«Ed io ammiravo la sua anima appassionata! Bruciai ad una ad una quelle lettere belle, poetiche, eleganti, passionate, strane; poi bruciai quell'ultima che era soltanto strana.
«E nel vuoto, le forme vaghe delle vaghe speranze alate svanirono per sempre.