Capitolo V.Il sogno di Damiano.È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo Colombo, partecipate ed accresciute da Martino Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di riderne. Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche volta la condiscendenza; qualche altra è un giudizio pietoso che facciamo di noi medesimi, stimandoci pienamente capaci, nelle stesse condizioni, di cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è da orgogliosi che si credono infallibili ed impeccabili; significa l'ironia, il sarcasmo, lo scherno; abbonda di solito nella bocca degli sciocchi, e in quella degli ignoranti, loro amici e compari. Vogliate, di grazia, considerare una cosa, anzi due. Prima di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo argomentare l'esistenza di un continente di là dall'Atlantico, avendo egli presupposta la sfericità della terra. Ma posta la fede sua, come quella di tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica delle Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi la superficie del globo; e ammessa la veracità delle relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni Maundeville intorno alle regioni estreme dell'Asia; di che [pg!80] avrebbe colmato il poco spazio che gli rimaneva ignoto a ponente, se non delle zone ultimissime dell'Asia, che il Veneziano e l'Inglese non avevano intieramente visitate? La vera trovata del navigatore Genovese, quello che si chiamerebbe oggi il lampo del genio, consisteva nel cercare quei confini orientali dell'Asia per la via di ponente. In tutto il resto, lo stringevano d'ogni parte le autorità, lo incatenavano i pregiudizi del volgo.E poi, e poi, contemporanei dell'anima mia, che avete a buon mercato i manuali e gli atlanti, le carte murali sotto gli occhi e il maestrino in cattedra, pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto che costanza c'è voluta, per imbandire a noi un così lauto pasto di dottrina. Possiamo sorridere, non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è riso tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben possiamo astenercene noi altri.Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i racconti di Marco Polo comandassero allo spirito del grande navigatore Genovese. Lo vediamo ora, alla foce delRio de los mares, risoluto di trovare quel benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo, il comandante dellaPinta, vedeva una semplice corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi dicevanonacancome noi diciamo il «mezzo»; donde la conseguenza che Cubanacan significasse il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva una corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con ugual fondamento vederci un Cipang, che era il nome riferito da Marco Polo per il regno insulare del Giappone. Del resto, il desiderio di associare le nuove scoperte ai vecchi nomi, era proprio nel sangue. Cuba, quando si perdette ogni speranza di farne tutt'uno con l'isola di Cipango, fu ascritta [pg!81] all'arcipelago delle Antille; un nome opportunamente svecchiato dalla famosa Antilla di Aristotele, cavata ad orecchio dalla non meno famosa Atlantide di Solone, e del suo pronipote Platone.Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti dalla riva i selvaggi al primo entrare dei palischermi nella foce delRio de los mares, l'almirante lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo anche persuadere a quei sospettosi naturali che egli non aveva alcuna intenzione ostile. Nel pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi interpetri di Guanahani.Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro capanne; ma stavano sempre all'erta, pronti a fuggire da capo. Videro accostarsi il bargio, ravvisarono nel vogatore un selvaggio della loro specie, e stettero ad aspettarlo. L'interpetre, come fu giunto in vicinanza del lido, tanto da poter essere udito da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli stranieri come esseri sovrumani, venuti dal cielo, bianchi nel volto, amici degli uomini rossi, ai quali facevano molti bei donativi, simili a quello che egli agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare piacevolmente agli orecchi. Finito il suo discorsetto, l'indiano si buttò in acqua risoluto e volse nuotando alla spiaggia.Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata, veramente, era un pochino diversa da quella di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono alquanto a capirlo, ma lo capirono finalmente, e si persuasero che gli stranieri erano venuti da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero faceva tintinnire al loro orecchio, che musica!Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte [pg!82] piroghe; ci posero dentro cotone, frutti e cassava; con quei presenti mossero incontro alle navi degli uomini bianchi.L'almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo; gradì i presenti, e li ricambiò, al solito, con piccoli campanelli di bronzo e perline di vetro. Quei naturali non portavano pezzi d'oro nativo sospesi alle nari; ma pezzi d'argento. Metallo anche questo, e di maggior valore che non dovesse averne venti o trent'anni più tardi, quando da Cuba, per l'appunto, e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò tanta abbondanza in Europa.Anche l'argento aveva dunque il suo pregio, e la sua apparizione fu salutata con gioia. Ma più lieta suonò all'orecchio degli uomini bianchi la notizia (così almeno parve loro d'intendere) che nell'interno dell'isola, a quattro giornate di cammino, era il soggiorno di un re potente e ricchissimo. I naturali della costa gli avevano già mandati messaggeri, per avvertirlo dell'arrivo di quelle tre smisurate piroghe con le ali. Se gli uomini bianchi restavano ancora sei giorni, li avrebbero visti ritornare, e molto probabilmente con messaggeri del re.Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni, ed anche di più; ma voleva esser sicuro di entrare in relazione con quel re, in cui era lecito di immaginare il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell'interno dell'isola, chiamando per tale Ufficio Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres.Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto sfoderare la sua dottrina poliglotta? Egli conosceva e parlava l'ebraico, il caldaico, il siriaco, e cincischiava anche l'arabo. O l'una o l'altra di quelle lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne avesse intesa nessuna fra tante?[pg!83]Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni all'interpetre poliglotta due naturali, uno di Guanahani, il quale già conosceva quel po' di spagnuolo che si è detto, e un altro della medesima spiaggia di Cuba, il quale, trattandosi di non uscire dall'isola materna, volentieri accettò.Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non lo voleva quello spirito bizzarro di Damiano. Indettatosi brevemente col suo compagno Cosma, si presentò all'almirante per dirgli:—E due genovesi, per caso, non potrebbero andare a Cubanacan?—Per che fare? domandò l'almirante.—Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres e Luigi di Torres. Questo bravo Giudeo venuto alla fede, sa la sua lingua madre, la caldaica, la siriaca, e un pochettino anche l'araba; ma poi....—Orbene? che cosa vorreste voi dire?—Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua madre, assai più dell'ebraico.—Sorrise l'almirante, e notò con accento di arguta bontà:—Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini da conoscere ben altro che la sola lingua madre dei Liguri.—Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo il latino;—replicò arditamente Damiano.—Se si dovesse incontrare sulla strada il Prete Janni, ci vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino, io m'immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo breviario ogni giorno.—A quella trovata del bizzarro Genovese non si poteva che ridere. E ridendo, Cristoforo Colombo diede licenzia ai due concittadini di seguire la spedizione entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e subito corse ad avvisare il compagno.[pg!84]—Si parte, sai? L'almirante manda anche noi a riverire il gran Cane. Mi sa mill'anni di vederlo.—Chi?—disse Cosma.—Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se è muto anche lui, come tutti i cani che abbiamo trovati finora.—La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno, si pose l'ambasceria in cammino. Apriva la marcia il naturale di Cuba, che aveva pratica dei luoghi; seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di Torres. Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il naturale di Guanahani andava un po' avanti, un po' indietro, per servire, nella sua qualità d'interpetre, al bisogno di tutti, quando volevano intendere i discorsi del condottiero, o farsi intendere da lui. Ma molto più spesso era al fianco di Damiano, che diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel fatto cercava d'imparare quanto più poteva della lingua selvaggia.Si erano avviati per un'erta verdeggiante, dove non appariva traccia di sentiero. Felicità dei selvaggi e dei cacciatori, di non conoscere le strade battute. E giunti al colmo dell'erta, penetrarono in una macchia che pareva di lentischi; donde, per vallette e colline alternate, entrarono in una valle più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono accanto a certi laghetti d'acqua dolce, i cui margini erano vestiti di borraccina, e su cui gittavano ombre amiche certi grandi alberi di specie ignote, dal largo fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi di frutti, quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera ed autunno associati in una sola verzura. Tutto rideva, in quel paradiso, e tutto anche cinguettava, poichè c'erano gli uccelli a migliaia, svolazzanti di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri, rampicanti di ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti [pg!85] da un albero all'altro come le gazze, variopinte e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e la stranezza delle loro forme, destavano la curiosità e l'ammirazione degli ambasciatori. E di molti assaggiarono, senza verun timore di avvelenarsi, poichè ne mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi primi conoscitori della gastronomia vegetale. Del resto, anche i due naturali intendevano il fatto loro, e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti più squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità, che gli Europei non avrebbero potuto a tutta prima conoscere.Era la festa del verde e dell'azzurro; del verde che splendeva con cento gradazioni diverse intorno ai viandanti ammirati, dell'azzurro che si stendeva, profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi. Tra il verde e l'azzurro correva un'aria fresca e purissima, aggraziata dall'effluvio di mille fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze resinose, che giungevano gradite alle nari, dando un senso di salute alle fibre del cervello, e di vigore alle facoltà dello spirito. Per far l'illusione compiuta, per lasciar credere che fosse quello un altro paradiso terrestre, la creatura umana era assente da quei luoghi. C'erano bensì i viaggiatori; ma è dell'animo nostro, davanti ai grandi spettacoli della natura, il fare astrazione da noi medesimi, non vedendo e non considerando che quelli. Nella gran solitudine erano voce unica i contrasti della luce e dell'ombra; unica varietà i colori del quadro; mancava la nota umana, così spesso stridente, che reca qualche volta l'immagine e il senso della vita, ma guasta sempre la calma e riconduce alla terra il vagabondo pensiero. Ad un certo momento, davanti [pg!86] ad una radura della foresta, dove ad un lago seguiva una lunga e vasta prateria, i nostri messaggeri avevano veduto bensì in lontananza un drappello allineato di uomini, sicuramente guerrieri, immobili al posto loro, e custoditi sul fianco dalle loro sentinelle, pronte a dare il sognale di ogni imminente pericolo. Strana cosa, in terra di uomini ignudi: quei guerrieri apparivano tutti vestiti di rosso. Ma la visione non era durata che il tempo di avvicinarla ad un tiro di balestra. Le sentinelle avevano dato un grido; e guerrieri e sentinelle avevano allargati i rossi mantelli, spiccando il volo verso più lontane regioni. Erano i rossi fenicotteri, allora così numerosi nell'isola di Cuba.Un altro spettacolo incantevole era la notte; la notte, sempre così bella sotto i tropici, rischiarata dal lume delle stelle scintillanti dalla volta del cielo, mentre al mite chiaror della luna le cose tutte sembrano avvicinarsi a voi nella trasparenza dell'aria, e le stesse ombre della foresta, rotte dal balenio continuo di maravigliosi insetti, simulanti la luce del rubino, dello zaffiro, del diamante, si lasciano penetrare dallo sguardo, recandovi la immagine, quasi la sensazione, di un letto morbido e dolce, su cui, più del dormire, è certo e promettente il sognare.Non pensò tutte queste cose il nostro Damiano, la prima notte del viaggio a Cubanacan. Gli davano noia, forse, o turbavano la sua dottrina in materia di storia naturale, gli uccelli dell'isola, che seguitavano a cinguettare, a trillare, a gorgheggiare, come se fosse di giorno.—Ma che hanno questi diavoli?—esclamò.—Non dormono, dunque?—Sognano;—rispose Cosma, che qualche volta si adattava a parlare.[pg!87]—Ah sì; e non hanno mica il torto!—riprese Damiano.—In quest'isola benedetta, potrebb'essere un sogno continuo. Io, per me, ti voglio dire quel che ne penso: ci vivrei volentieri per tutto il resto dei miei giorni.—Tu?—disse Cosma.—Certamente, io. E nota che il più l'ho da vivere ancora, se la Parca mi fila giustamente la mia parte di lino.—Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?—Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar molto, al fianco d'una bella castellana....—Che non hai pensato a condurre con te.—Nella speranza di trovarla sulla faccia del luogo;—rispose Damiano.—Che pensi? che ci siano donne solamente nel vecchio mondo?—Io non pretendo questo.—Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare, e con più ragione, che non c'è da sperar castellane, in questi luoghi, perchè non ci sono castelli. Ma un castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare, e una volta sempre meglio dell'altra. Del resto, dove andiamo noi, di questo passo? Cioè, mi spiego, dove ripiglieremo ad andare, quando spunterà l'alba dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell'Oceano? Alla corte del gran Cane, io m'immagino. Il gran Cane, per far che faccia, non sarà così cane da ricusarmi la mano di sua figlia. Mi dirai che potremmo dar del capo alla corte del Prete Janni: la qual cosa mi piacerebbe meno, perchè i preti non fanno famiglia. Ma egli, per bacco, vorrà avere un ministro, dei gran signori, dei principi assistenti al soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di principe, la prima bellezza che mi capita tra i piedi paga il tributo del Nuovo Mondo al tuo amico Damiano.[pg!88]—Uomo volubile!—esclamò Cosma.—Caro mio,—rispose Damiano,—sai che non voglio morir di crepacuore, io? Se la bella Ca....—Zitto, Bar....—interruppe Cosma.—E zitto tu, ora!—interruppe a sua volta Damiano.—Vedo che commettiamo un'imprudenza per uno. Fortuna che qui nessuno capisce la lingua madre; altrimenti, il segreto sarebbe custodito per benino!—La chiacchiera allegra di Damiano durò ancora un bel pezzo. Ma Cosma, che la inframmezzava di poche parole, diradò anche quelle poche, lasciando tutto il carico della conversazione all'amico.—Ho capito;—disse ad un certo punto Damiano.—La notte è alta,suadentque cadentia sidera sonnos. Vediamo dunque di dormire.—E sdraiatosi sul fianco, si tirò sugli occhi il cappuccio della sua veste catalana. Pochi minuti dopo, era profondamente addormentato.—Felice amico!—mormorò Cosma, che stava ancora appoggiato al gomito, contemplando le stelle.—Egli ha lasciato i tristi pensieri di là dall'Oceano; e i miei frattanto....—E i suoi frattanto li lasceremo lavorare a lor posta, nel silenzio della notte serena. La gente malinconica, si sa, è amante del proprio dolore, e non vuol essere molestata.Del resto, anche Cosma si addormentò, un'ora dopo i suoi compagni di viaggio. Per compenso (diciamo così) fu anche il primo a svegliarsi, e balzò in piedi senza farsi pregare, al primo cenno delle guide, che annunziavano il sorger dell'alba.La comitiva si rimise in cammino; attraversò nuove valli e nuove colline, salutò nuovi orizzonti, ammirò nuove scene pittoresche, e ricevette il saluto di nuovi sciami d'insetti, di nuovi stormi di [pg!89] pappagalli. Finalmente, poco dopo il meriggio, appena fornite dodici leghe di cammino da che aveva lasciata la costa, vide aprirsi davanti a' suoi occhi una gran valle, e nel centro di quella valle apparire una lunga lista di terreni coltivati.—Cubanacan?—domandò Damiano al selvaggio della costa.—Cubanacan;—rispose quell'altro.—Ma le case? dove sono le case?—A questa domanda, fatta in lingua spagnuola, non poteva rispondere il selvaggio della costa. Per rispondere, gli sarebbe bisognato capir la domanda.Rispose invece, o parve rispondere per lui, il selvaggio di Guanahani.—Bohio;—diss'egli, accennando verso il fondo della valle;—Bohio!—EBohiosia;—rispose Damiano.—Io speravo che fossimo giunti alla capitale del gran Cane; invece, a quanto pare, non c'è neanche il sobborgo.—Per altro, seguitando a guardare, incominciò a distinguere qualche cosa. Si vedevano dei tetti di paglia, d'una forma conica, come quelli che già avevano veduti nelle isole dianzi scoperte. E dopo una mezz'ora di cammino, alla svolta di un poggio, si vide un intiero villaggio; non più di cinquanta capanne, ma tutte assai grandi, fatte di legno, esagone, ottagone, tondeggianti, a forma di padiglioni. Non era la capitale del gran Cane, no certo; non risplendeva di metalli preziosi; ma era sempre un villaggio abbastanza pittoresco, ed era dopo tutto il primo centro popoloso un po' fitto, che fosse dato di scoprire, in quelle isole, dal 12 ottobre al 2 novembre dell'anno di grazia 1492.—Bohio?—domandò Damiano al selvaggio della costa.[pg!90]—Bohio;—rispose gravemente quell'altro.—Ed ora, caro mio,—ripigliò Damiano,—ne so come prima. Amo per altro illudermi colla opinione che sia il nome di quella città minuscola, che apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non esce un cane per venirci a ricevere.—Anche qui Damiano s'ingannava, per soverchio di fretta. Aveva appena finito di lagnarsi, che dalla strada principale di Bohio (diciamo Bohio anche noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire una schiera, una processione di naturali. Cosma, che aveva un occhio di lince e l'altro di falco, avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei pescatori di Guanahani. E tutta quella gente muoveva incontro agli ambasciatori. Sicuramente, li avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio, ed era facile scoprirli su quell'altura solitaria, dove il terreno era sgombro di piante, e il verde del prato dava riflessi giallicci, sotto la gran luce meridiana del sole.Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci degli abitanti di Bohio. Erano voci festose, grida di giubilo, a cui facevano eloquentissimo commento le braccia levate, i salti e le capriole della turba accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità con cui gli abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli di quella terra, accoglievano i loro visitatori. Queste dimostrazioni allegre sono sempre state di tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero nemmeno ai re, se David potè ballare in mezzo ad una strada provinciale, davanti ai buoi che tiravano l'arca del Dio degli eserciti.—Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna render giustizia;—osservò Damiano.—Non è quello di Quinsay, ma ci si accosta.—[pg!91]E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.Come furono vicini agli stranieri, i naturali di Bohio, si fermarono; ed uno di loro, che doveva essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re in persona, accompagnato da due giovani selvaggi, che in segno di grande rispetto mostravano di sostenerlo sotto le ascelle, rivolse il discorso ai nuovi venuti.Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno una stupenda occasione, che è sempre stata da fini diplomatici: quella di tacere in più lingue. Volle in quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e sventuratamente senza riescire a farsi intendere, nè dal suo interlocutore, che lo guardava trasognato, nè dagli interpetri della spedizione, che si guardavano tra loro, e avevano l'aria di dirsi a vicenda: «come parla bene! non si capisce una saetta.»—Sentite, collega;—disse finalmente Rodrigo di Xeres;—sarà meglio che lasciamo parlare questi selvaggi.—Sì, sarà meglio;—ripetè Luigi de Torres.—Per altro, non è stato male, fare una prova con tutte le lingue d'Oriente. Siamo sicuri, per conseguenza, di non essere sul territorio del gran Cane.—Non dico che abbiate fatto male;—replicò Rodrigo di Xeres.—Vi approvo, anzi, e vi lodo del vostro accorgimento. Sappiamo oramai che cosa pensare di questa gente. A te, Caonec,—diss'egli, rivolgendosi al naturale di Guanahani,—parla!—Quien?—domandò Caonec.—Quel che ti pare, purchè tu parli.—Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?—Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,—replicò [pg!92] don Rodrigo spazientito.—Non vedi che i tuoi connaturali stanno aspettando a bocca aperta le tue parole, come gli antenati del mio collega aspettavano la manna nel deserto?—Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento; ma aveva capito di dover parlare, magnificando la potenza e la bontà degli stranieri. Non gli era difficile di dirne assai bene; anch'egli, come tutti i suoi connaturali, credeva che fossero figli del cielo.E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo, in quel suo strano idioma, così ricco di dittonghi e di suoni gutturali; parlò lungamente, facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di tanto in tanto si volgeva a guardare gli stranieri, chinando la fronte e levando le palme, in atto di adorazione.Come l'interpetre ebbe finito il suo discorso, il re di Bohio rispose brevemente, s'inchinò da capo, poi disse qualche parola ai suoi sudditi; otto dei quali si avanzarono tosto, s'inginocchiarono a coppie, ogni coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli per sedile un intreccio di mani e di braccia.—Seggiolina d'oro!—esclamò Damiano ridendo.—Seggiolina d'oro! Come da noi! Ma sai, Cosma, che son molto civili, questi signori selvaggi?—Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane presero tosto il portante. Anche il re, o capo degli anziani che fosse, non credeva disdicevole alla sua dignità di correre come gli altri. Correva anzi un pochino di più, perchè andava sempre a capo della sua gente, facendo di tanto in tanto qualche allegro scambietto. In verità, il re David, buon'anima sua, poteva andarsi a riporre.—Guarda, guarda!—continuava Damiano, sentendosi dondolare così piacevolmente a mezz'aria.—È [pg!93] cento volte meglio che in lettiga. E si gode la vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti giuro, Cosma, che sono contento come una pasqua. Incomincio a credere che questi naturali di Bohio siano uomini civili, i quali si sono fatti selvaggi unicamente per non pagare il conto al sartore. A momenti vedremo la loro capitale. Spero bene che ci saranno donne. Altrimenti, come farebbero questi selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?—Metti,—rispose Cosma,—che ci abbiano le Amazzoni in un'isola vicina. Noi siamo cascati in un'isola tutta abitata da uomini.—Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu guastarmi la gioia di questo ingresso trionfale in città?—Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;—ripigliò Cosma, sorridendo.—Guarda il popolo che si affolla sugli usci delle capanne. Vedi tu una donna?—No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!—esclamò Damiano.—Non la vedo. E incomincio a credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne, abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io non ti perdonerò mai questa azionaccia. Che tu non le ami, sta bene; ma io.... io, passando l'acqua, ho cambiato di complessione.—Erano giunti finalmente, come si è potuto anche capire dalla conversazione dei due amici; erano giunti, in mezzo alle grida, alle canzoni, ai salti, alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra uomini e ragazzi, quei naturali potevano essere un migliaio. Le case, in verità, non erano più di una cinquantina; ma tutte per capanne, assai vaste, ed ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero di poi, per una numerosa famiglia, e magari per due.[pg!94]Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e da quei salti, gli ambasciatori furono calati di seggiolina, davanti ad una casa più vasta delle altre. Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente ad entrare in una sala nobilmente arredata di scudi, d'archi e d'altre armi selvagge. Sicuramente era la sala del consiglio, perchè tutto intorno si vedevano dei sedili di legno, tutti d'un pezzo, evidentemente tagliati in un tronco d'albero, e in quel punto del tronco dove questo incomincia a spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima, che indicava un principio d'arte imitativa, raffigurando essi un animale di corte gambe, con la coda rialzata in guisa da formare una spalliera. La testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse la bestia. Forse l'artista aveva voluto creare un animale fantastico; ma certamente era riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati due pezzi d'oro nelle occhiaie, e d'oro gli aveva fatte le orecchie.—Noi siamo,—conchiuse Damiano, dopo avere osservate quelle orecchie d'oro,—noi siamo alla corte di Mida.—Un gesto del re invitò gli ambasciatori a sedere su quegli scanni. Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres presero posto nel mezzo, Cosma e Damiano sui lati. Il re stette in piedi, gli altri naturali si accoccolarono sul pavimento. E così fecero fuori dell'uscio tutti coloro che non avevano potuto penetrare nella sala.—Ed ora, che pesci si pigliano?—disse Damiano tra sè.—Sta a vedere che ci contemplano come rarità, e non si ricordano che abbiamo uno stomaco.—Damiano, nella sua impazienza, era sempre ingiusto. A buon conto, i naturali di Bohio non li contemplavano [pg!95] soltanto come rarità; li veneravano come figli del cielo. E per tali dimostrarono di averli, poichè il re si avanzò, si gittò bocconi a terra, e baciò a tutti quattro i piedi e le mani. L'atto del re fu imitato con molta compunzione e regolarità da tutti gli astanti: i quali uscirono ad uno ad uno per lasciare il posto a quelli di fuori.—Non c'è male, non c'è male;—borbottava Damiano;—ma qualche cosa per lo stomaco sarebbe a quest'ora anche meglio.—Era scritto lassù che tutti i desiderii di Damiano fossero prontamente appagati. Finito il bacio dei piedi, entrarono parecchi naturali, portando su certi piatti larghi, in cui era facile riconoscere dei fondi di zucche, radici arrostite, grani dorati arrostiti del pari, focacce di cassava, frutta di specie diverse, orciuoli di terra con acqua dentro, e piccole zucche dal collo allungato, in cui erano bevande fermentate.I figli del cielo assaggiarono un po' di tutto, e a certi piatti ritornarono, senza far cerimonie. Il viaggio aveva aguzzato l'appetito, e quelle radici arrostite in ispecie erano molto gustose. Damiano, per altro, rendendo giustizia ad ogni cosa, diede la palma al dolce liquore spiritoso che era contenuto nelle piccole zucche, e che gli era versato in certi mezzi gusci di durissimo legno, che egli vedeva per la prima volta, e non sapeva per ciò a qual frutto appartenessero. Lo seppe più tardi, quando ebbe veduti i gusci intieri, e ne assaggiò la polpa bianca di latte, che aveva sapore di mandorle.—Cocco;—gli disse Caonec, vedendolo contemplare con grande attenzione il frutto maraviglioso.—Cocco? sta bene;—rispose Damiano.—È delizioso. Ma bisogna maritarci ancora un sorso di quella bevanda, anche più deliziosa del cocco.—Il pasto non era finito ancora, quando, ad un [pg!96] cenno del re, i naturali si allontanarono tutti dalla sala del convito. Una strana musica, come di nacchere e di tamburi, si sentiva di fuori.—Che è ciò? dell'altre novità?—disse Damiano.—Io incomincerei a sentire il desiderio di sdraiarmi sull'erba, all'ombra amica di un palmizio. E poichè siamo destinati a non vedere il gentil sesso di Bohio....—Ma ve l'ho detto poc'anzi; ogni voto di Damiano doveva essere esaudito, come nelle favole orientali, per opera di un genio benefico.I naturali del sesso forte erano tutti partiti. E al suono di quella musica strana, apparve sull'uscio uno stuolo di donne.Era una cortese attenzione del re, ed anche una bella improvvisata. I figli del cielo poterono ammirare a lor posta le grazie delle figlie degli uomini, coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da mantelli girati graziosamente a tracolla. Ma dei figli del cielo, due erano Castigliani di nascita; gli altri due lo erano di elezione. E tutti quattro si levarono prontamente in piedi, offrendo i loro sedili alle dame.Non accettarono esse l'offerta. Volevano buttarsi a' piedi dei figli del cielo, per imitare l'atto di adorazione dei loro uomini. E qui, naturalmente, fu una gara scambievole: delle donne, per baciare i piedi degli ospiti; degli ospiti, per ricusare quell'atto di umiliazione.—Caonec!—disse Damiano al naturale di Guanahani.—Dirai a queste Veneri di Bohio che da noi non è costume che le dame bacino i piedi agli uomini; ma piuttosto, quando le dame li han belli, si usa di baciarli noi alle dame.—Se Caonec intendesse a puntino il discorso, non saprei dirvi io. Certo è che l'interpetre parlò lungamente [pg!97] alle Veneri di Bohio; dopo di che esse si contentarono di baciare le mani ai figli del Cielo.E dopo averle baciate, vollero anche lavarle. Andarono infatti a prendere gli orciuoli dell'acqua, e ne versarono sulle mani degli ospiti. Dopo averle bagnate, era mestieri asciugarle, e le strofinarono diligentemente con batuffoli d'erbe aromatiche.—Ma questa è civiltà sopraffina;—disse Rodrigo di Xeres.—Che ve ne sembra, signori?—Si capisce, per altro;—rispose Luigi di Torres, con la sua asseveranza dottorale.—Il lavar le mani è qui una conseguenza naturalissima del mangiar con le dita.—Popolo senza forchetta, volete dire?—ripigliò Rodrigo di Xeres.—E l'uso dell'erba per rasciugar le mani si spiegherebbe ugualmente, in un popolo senza salvietta. Ma osservate, don Luigi, che sono erbe aromatiche.—Dare essenze odorose alle mani degli ospiti è costume dell'estremo Oriente;—replicò Luigi di Torres, imperturbato.—Nell'India pastinaca, se crediamo a Beniamino di Tudela....—Ah sì! nell'India pastinaca;—interruppe Rodrigo di Xeres, che non voleva conoscere le opinioni di Beniamino di Tudela.—Ma qui dobbiamo esserne molto lontani, perchè il vostro siriaco non lo capisce nessuno, don Luigi mio caro.—Don Luigi si degnò di sorridere, e si strinse nelle spalle, quasi in atto di rispondere:—«Se questi ignoranti non mi capiscono, che cosa ci posso far io?»Damiano, frattanto, in mezzo a quello stuolo di donne, aveva adocchiata la sua. Dico la sua, perchè ogni uomo crede di doverla trovare, nel numero. E qualche volta, per tema d'ingannarsi, ne prende più d'una. Affrettiamoci a dire, per onor di [pg!98] Damiano, ch'egli ne prese una sola; anzi meglio, non la prese per mano, la scelse a occhio, rivolgendo a lei tutta la sua attenzione.—Son collocato;—diss'egli a Cosma.—Quella brunettina là si è impadronita del mio cuore. Non mi dir nulla. So già quel che vorresti dirmi. Tutti discorsi al popolo! Quella donna è il mio sogno; lasciami sognare.—[pg!99]
Capitolo V.Il sogno di Damiano.È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo Colombo, partecipate ed accresciute da Martino Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di riderne. Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche volta la condiscendenza; qualche altra è un giudizio pietoso che facciamo di noi medesimi, stimandoci pienamente capaci, nelle stesse condizioni, di cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è da orgogliosi che si credono infallibili ed impeccabili; significa l'ironia, il sarcasmo, lo scherno; abbonda di solito nella bocca degli sciocchi, e in quella degli ignoranti, loro amici e compari. Vogliate, di grazia, considerare una cosa, anzi due. Prima di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo argomentare l'esistenza di un continente di là dall'Atlantico, avendo egli presupposta la sfericità della terra. Ma posta la fede sua, come quella di tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica delle Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi la superficie del globo; e ammessa la veracità delle relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni Maundeville intorno alle regioni estreme dell'Asia; di che [pg!80] avrebbe colmato il poco spazio che gli rimaneva ignoto a ponente, se non delle zone ultimissime dell'Asia, che il Veneziano e l'Inglese non avevano intieramente visitate? La vera trovata del navigatore Genovese, quello che si chiamerebbe oggi il lampo del genio, consisteva nel cercare quei confini orientali dell'Asia per la via di ponente. In tutto il resto, lo stringevano d'ogni parte le autorità, lo incatenavano i pregiudizi del volgo.E poi, e poi, contemporanei dell'anima mia, che avete a buon mercato i manuali e gli atlanti, le carte murali sotto gli occhi e il maestrino in cattedra, pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto che costanza c'è voluta, per imbandire a noi un così lauto pasto di dottrina. Possiamo sorridere, non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è riso tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben possiamo astenercene noi altri.Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i racconti di Marco Polo comandassero allo spirito del grande navigatore Genovese. Lo vediamo ora, alla foce delRio de los mares, risoluto di trovare quel benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo, il comandante dellaPinta, vedeva una semplice corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi dicevanonacancome noi diciamo il «mezzo»; donde la conseguenza che Cubanacan significasse il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva una corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con ugual fondamento vederci un Cipang, che era il nome riferito da Marco Polo per il regno insulare del Giappone. Del resto, il desiderio di associare le nuove scoperte ai vecchi nomi, era proprio nel sangue. Cuba, quando si perdette ogni speranza di farne tutt'uno con l'isola di Cipango, fu ascritta [pg!81] all'arcipelago delle Antille; un nome opportunamente svecchiato dalla famosa Antilla di Aristotele, cavata ad orecchio dalla non meno famosa Atlantide di Solone, e del suo pronipote Platone.Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti dalla riva i selvaggi al primo entrare dei palischermi nella foce delRio de los mares, l'almirante lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo anche persuadere a quei sospettosi naturali che egli non aveva alcuna intenzione ostile. Nel pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi interpetri di Guanahani.Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro capanne; ma stavano sempre all'erta, pronti a fuggire da capo. Videro accostarsi il bargio, ravvisarono nel vogatore un selvaggio della loro specie, e stettero ad aspettarlo. L'interpetre, come fu giunto in vicinanza del lido, tanto da poter essere udito da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli stranieri come esseri sovrumani, venuti dal cielo, bianchi nel volto, amici degli uomini rossi, ai quali facevano molti bei donativi, simili a quello che egli agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare piacevolmente agli orecchi. Finito il suo discorsetto, l'indiano si buttò in acqua risoluto e volse nuotando alla spiaggia.Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata, veramente, era un pochino diversa da quella di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono alquanto a capirlo, ma lo capirono finalmente, e si persuasero che gli stranieri erano venuti da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero faceva tintinnire al loro orecchio, che musica!Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte [pg!82] piroghe; ci posero dentro cotone, frutti e cassava; con quei presenti mossero incontro alle navi degli uomini bianchi.L'almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo; gradì i presenti, e li ricambiò, al solito, con piccoli campanelli di bronzo e perline di vetro. Quei naturali non portavano pezzi d'oro nativo sospesi alle nari; ma pezzi d'argento. Metallo anche questo, e di maggior valore che non dovesse averne venti o trent'anni più tardi, quando da Cuba, per l'appunto, e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò tanta abbondanza in Europa.Anche l'argento aveva dunque il suo pregio, e la sua apparizione fu salutata con gioia. Ma più lieta suonò all'orecchio degli uomini bianchi la notizia (così almeno parve loro d'intendere) che nell'interno dell'isola, a quattro giornate di cammino, era il soggiorno di un re potente e ricchissimo. I naturali della costa gli avevano già mandati messaggeri, per avvertirlo dell'arrivo di quelle tre smisurate piroghe con le ali. Se gli uomini bianchi restavano ancora sei giorni, li avrebbero visti ritornare, e molto probabilmente con messaggeri del re.Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni, ed anche di più; ma voleva esser sicuro di entrare in relazione con quel re, in cui era lecito di immaginare il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell'interno dell'isola, chiamando per tale Ufficio Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres.Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto sfoderare la sua dottrina poliglotta? Egli conosceva e parlava l'ebraico, il caldaico, il siriaco, e cincischiava anche l'arabo. O l'una o l'altra di quelle lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne avesse intesa nessuna fra tante?[pg!83]Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni all'interpetre poliglotta due naturali, uno di Guanahani, il quale già conosceva quel po' di spagnuolo che si è detto, e un altro della medesima spiaggia di Cuba, il quale, trattandosi di non uscire dall'isola materna, volentieri accettò.Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non lo voleva quello spirito bizzarro di Damiano. Indettatosi brevemente col suo compagno Cosma, si presentò all'almirante per dirgli:—E due genovesi, per caso, non potrebbero andare a Cubanacan?—Per che fare? domandò l'almirante.—Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres e Luigi di Torres. Questo bravo Giudeo venuto alla fede, sa la sua lingua madre, la caldaica, la siriaca, e un pochettino anche l'araba; ma poi....—Orbene? che cosa vorreste voi dire?—Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua madre, assai più dell'ebraico.—Sorrise l'almirante, e notò con accento di arguta bontà:—Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini da conoscere ben altro che la sola lingua madre dei Liguri.—Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo il latino;—replicò arditamente Damiano.—Se si dovesse incontrare sulla strada il Prete Janni, ci vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino, io m'immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo breviario ogni giorno.—A quella trovata del bizzarro Genovese non si poteva che ridere. E ridendo, Cristoforo Colombo diede licenzia ai due concittadini di seguire la spedizione entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e subito corse ad avvisare il compagno.[pg!84]—Si parte, sai? L'almirante manda anche noi a riverire il gran Cane. Mi sa mill'anni di vederlo.—Chi?—disse Cosma.—Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se è muto anche lui, come tutti i cani che abbiamo trovati finora.—La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno, si pose l'ambasceria in cammino. Apriva la marcia il naturale di Cuba, che aveva pratica dei luoghi; seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di Torres. Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il naturale di Guanahani andava un po' avanti, un po' indietro, per servire, nella sua qualità d'interpetre, al bisogno di tutti, quando volevano intendere i discorsi del condottiero, o farsi intendere da lui. Ma molto più spesso era al fianco di Damiano, che diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel fatto cercava d'imparare quanto più poteva della lingua selvaggia.Si erano avviati per un'erta verdeggiante, dove non appariva traccia di sentiero. Felicità dei selvaggi e dei cacciatori, di non conoscere le strade battute. E giunti al colmo dell'erta, penetrarono in una macchia che pareva di lentischi; donde, per vallette e colline alternate, entrarono in una valle più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono accanto a certi laghetti d'acqua dolce, i cui margini erano vestiti di borraccina, e su cui gittavano ombre amiche certi grandi alberi di specie ignote, dal largo fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi di frutti, quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera ed autunno associati in una sola verzura. Tutto rideva, in quel paradiso, e tutto anche cinguettava, poichè c'erano gli uccelli a migliaia, svolazzanti di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri, rampicanti di ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti [pg!85] da un albero all'altro come le gazze, variopinte e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e la stranezza delle loro forme, destavano la curiosità e l'ammirazione degli ambasciatori. E di molti assaggiarono, senza verun timore di avvelenarsi, poichè ne mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi primi conoscitori della gastronomia vegetale. Del resto, anche i due naturali intendevano il fatto loro, e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti più squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità, che gli Europei non avrebbero potuto a tutta prima conoscere.Era la festa del verde e dell'azzurro; del verde che splendeva con cento gradazioni diverse intorno ai viandanti ammirati, dell'azzurro che si stendeva, profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi. Tra il verde e l'azzurro correva un'aria fresca e purissima, aggraziata dall'effluvio di mille fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze resinose, che giungevano gradite alle nari, dando un senso di salute alle fibre del cervello, e di vigore alle facoltà dello spirito. Per far l'illusione compiuta, per lasciar credere che fosse quello un altro paradiso terrestre, la creatura umana era assente da quei luoghi. C'erano bensì i viaggiatori; ma è dell'animo nostro, davanti ai grandi spettacoli della natura, il fare astrazione da noi medesimi, non vedendo e non considerando che quelli. Nella gran solitudine erano voce unica i contrasti della luce e dell'ombra; unica varietà i colori del quadro; mancava la nota umana, così spesso stridente, che reca qualche volta l'immagine e il senso della vita, ma guasta sempre la calma e riconduce alla terra il vagabondo pensiero. Ad un certo momento, davanti [pg!86] ad una radura della foresta, dove ad un lago seguiva una lunga e vasta prateria, i nostri messaggeri avevano veduto bensì in lontananza un drappello allineato di uomini, sicuramente guerrieri, immobili al posto loro, e custoditi sul fianco dalle loro sentinelle, pronte a dare il sognale di ogni imminente pericolo. Strana cosa, in terra di uomini ignudi: quei guerrieri apparivano tutti vestiti di rosso. Ma la visione non era durata che il tempo di avvicinarla ad un tiro di balestra. Le sentinelle avevano dato un grido; e guerrieri e sentinelle avevano allargati i rossi mantelli, spiccando il volo verso più lontane regioni. Erano i rossi fenicotteri, allora così numerosi nell'isola di Cuba.Un altro spettacolo incantevole era la notte; la notte, sempre così bella sotto i tropici, rischiarata dal lume delle stelle scintillanti dalla volta del cielo, mentre al mite chiaror della luna le cose tutte sembrano avvicinarsi a voi nella trasparenza dell'aria, e le stesse ombre della foresta, rotte dal balenio continuo di maravigliosi insetti, simulanti la luce del rubino, dello zaffiro, del diamante, si lasciano penetrare dallo sguardo, recandovi la immagine, quasi la sensazione, di un letto morbido e dolce, su cui, più del dormire, è certo e promettente il sognare.Non pensò tutte queste cose il nostro Damiano, la prima notte del viaggio a Cubanacan. Gli davano noia, forse, o turbavano la sua dottrina in materia di storia naturale, gli uccelli dell'isola, che seguitavano a cinguettare, a trillare, a gorgheggiare, come se fosse di giorno.—Ma che hanno questi diavoli?—esclamò.—Non dormono, dunque?—Sognano;—rispose Cosma, che qualche volta si adattava a parlare.[pg!87]—Ah sì; e non hanno mica il torto!—riprese Damiano.—In quest'isola benedetta, potrebb'essere un sogno continuo. Io, per me, ti voglio dire quel che ne penso: ci vivrei volentieri per tutto il resto dei miei giorni.—Tu?—disse Cosma.—Certamente, io. E nota che il più l'ho da vivere ancora, se la Parca mi fila giustamente la mia parte di lino.—Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?—Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar molto, al fianco d'una bella castellana....—Che non hai pensato a condurre con te.—Nella speranza di trovarla sulla faccia del luogo;—rispose Damiano.—Che pensi? che ci siano donne solamente nel vecchio mondo?—Io non pretendo questo.—Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare, e con più ragione, che non c'è da sperar castellane, in questi luoghi, perchè non ci sono castelli. Ma un castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare, e una volta sempre meglio dell'altra. Del resto, dove andiamo noi, di questo passo? Cioè, mi spiego, dove ripiglieremo ad andare, quando spunterà l'alba dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell'Oceano? Alla corte del gran Cane, io m'immagino. Il gran Cane, per far che faccia, non sarà così cane da ricusarmi la mano di sua figlia. Mi dirai che potremmo dar del capo alla corte del Prete Janni: la qual cosa mi piacerebbe meno, perchè i preti non fanno famiglia. Ma egli, per bacco, vorrà avere un ministro, dei gran signori, dei principi assistenti al soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di principe, la prima bellezza che mi capita tra i piedi paga il tributo del Nuovo Mondo al tuo amico Damiano.[pg!88]—Uomo volubile!—esclamò Cosma.—Caro mio,—rispose Damiano,—sai che non voglio morir di crepacuore, io? Se la bella Ca....—Zitto, Bar....—interruppe Cosma.—E zitto tu, ora!—interruppe a sua volta Damiano.—Vedo che commettiamo un'imprudenza per uno. Fortuna che qui nessuno capisce la lingua madre; altrimenti, il segreto sarebbe custodito per benino!—La chiacchiera allegra di Damiano durò ancora un bel pezzo. Ma Cosma, che la inframmezzava di poche parole, diradò anche quelle poche, lasciando tutto il carico della conversazione all'amico.—Ho capito;—disse ad un certo punto Damiano.—La notte è alta,suadentque cadentia sidera sonnos. Vediamo dunque di dormire.—E sdraiatosi sul fianco, si tirò sugli occhi il cappuccio della sua veste catalana. Pochi minuti dopo, era profondamente addormentato.—Felice amico!—mormorò Cosma, che stava ancora appoggiato al gomito, contemplando le stelle.—Egli ha lasciato i tristi pensieri di là dall'Oceano; e i miei frattanto....—E i suoi frattanto li lasceremo lavorare a lor posta, nel silenzio della notte serena. La gente malinconica, si sa, è amante del proprio dolore, e non vuol essere molestata.Del resto, anche Cosma si addormentò, un'ora dopo i suoi compagni di viaggio. Per compenso (diciamo così) fu anche il primo a svegliarsi, e balzò in piedi senza farsi pregare, al primo cenno delle guide, che annunziavano il sorger dell'alba.La comitiva si rimise in cammino; attraversò nuove valli e nuove colline, salutò nuovi orizzonti, ammirò nuove scene pittoresche, e ricevette il saluto di nuovi sciami d'insetti, di nuovi stormi di [pg!89] pappagalli. Finalmente, poco dopo il meriggio, appena fornite dodici leghe di cammino da che aveva lasciata la costa, vide aprirsi davanti a' suoi occhi una gran valle, e nel centro di quella valle apparire una lunga lista di terreni coltivati.—Cubanacan?—domandò Damiano al selvaggio della costa.—Cubanacan;—rispose quell'altro.—Ma le case? dove sono le case?—A questa domanda, fatta in lingua spagnuola, non poteva rispondere il selvaggio della costa. Per rispondere, gli sarebbe bisognato capir la domanda.Rispose invece, o parve rispondere per lui, il selvaggio di Guanahani.—Bohio;—diss'egli, accennando verso il fondo della valle;—Bohio!—EBohiosia;—rispose Damiano.—Io speravo che fossimo giunti alla capitale del gran Cane; invece, a quanto pare, non c'è neanche il sobborgo.—Per altro, seguitando a guardare, incominciò a distinguere qualche cosa. Si vedevano dei tetti di paglia, d'una forma conica, come quelli che già avevano veduti nelle isole dianzi scoperte. E dopo una mezz'ora di cammino, alla svolta di un poggio, si vide un intiero villaggio; non più di cinquanta capanne, ma tutte assai grandi, fatte di legno, esagone, ottagone, tondeggianti, a forma di padiglioni. Non era la capitale del gran Cane, no certo; non risplendeva di metalli preziosi; ma era sempre un villaggio abbastanza pittoresco, ed era dopo tutto il primo centro popoloso un po' fitto, che fosse dato di scoprire, in quelle isole, dal 12 ottobre al 2 novembre dell'anno di grazia 1492.—Bohio?—domandò Damiano al selvaggio della costa.[pg!90]—Bohio;—rispose gravemente quell'altro.—Ed ora, caro mio,—ripigliò Damiano,—ne so come prima. Amo per altro illudermi colla opinione che sia il nome di quella città minuscola, che apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non esce un cane per venirci a ricevere.—Anche qui Damiano s'ingannava, per soverchio di fretta. Aveva appena finito di lagnarsi, che dalla strada principale di Bohio (diciamo Bohio anche noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire una schiera, una processione di naturali. Cosma, che aveva un occhio di lince e l'altro di falco, avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei pescatori di Guanahani. E tutta quella gente muoveva incontro agli ambasciatori. Sicuramente, li avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio, ed era facile scoprirli su quell'altura solitaria, dove il terreno era sgombro di piante, e il verde del prato dava riflessi giallicci, sotto la gran luce meridiana del sole.Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci degli abitanti di Bohio. Erano voci festose, grida di giubilo, a cui facevano eloquentissimo commento le braccia levate, i salti e le capriole della turba accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità con cui gli abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli di quella terra, accoglievano i loro visitatori. Queste dimostrazioni allegre sono sempre state di tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero nemmeno ai re, se David potè ballare in mezzo ad una strada provinciale, davanti ai buoi che tiravano l'arca del Dio degli eserciti.—Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna render giustizia;—osservò Damiano.—Non è quello di Quinsay, ma ci si accosta.—[pg!91]E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.Come furono vicini agli stranieri, i naturali di Bohio, si fermarono; ed uno di loro, che doveva essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re in persona, accompagnato da due giovani selvaggi, che in segno di grande rispetto mostravano di sostenerlo sotto le ascelle, rivolse il discorso ai nuovi venuti.Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno una stupenda occasione, che è sempre stata da fini diplomatici: quella di tacere in più lingue. Volle in quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e sventuratamente senza riescire a farsi intendere, nè dal suo interlocutore, che lo guardava trasognato, nè dagli interpetri della spedizione, che si guardavano tra loro, e avevano l'aria di dirsi a vicenda: «come parla bene! non si capisce una saetta.»—Sentite, collega;—disse finalmente Rodrigo di Xeres;—sarà meglio che lasciamo parlare questi selvaggi.—Sì, sarà meglio;—ripetè Luigi de Torres.—Per altro, non è stato male, fare una prova con tutte le lingue d'Oriente. Siamo sicuri, per conseguenza, di non essere sul territorio del gran Cane.—Non dico che abbiate fatto male;—replicò Rodrigo di Xeres.—Vi approvo, anzi, e vi lodo del vostro accorgimento. Sappiamo oramai che cosa pensare di questa gente. A te, Caonec,—diss'egli, rivolgendosi al naturale di Guanahani,—parla!—Quien?—domandò Caonec.—Quel che ti pare, purchè tu parli.—Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?—Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,—replicò [pg!92] don Rodrigo spazientito.—Non vedi che i tuoi connaturali stanno aspettando a bocca aperta le tue parole, come gli antenati del mio collega aspettavano la manna nel deserto?—Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento; ma aveva capito di dover parlare, magnificando la potenza e la bontà degli stranieri. Non gli era difficile di dirne assai bene; anch'egli, come tutti i suoi connaturali, credeva che fossero figli del cielo.E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo, in quel suo strano idioma, così ricco di dittonghi e di suoni gutturali; parlò lungamente, facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di tanto in tanto si volgeva a guardare gli stranieri, chinando la fronte e levando le palme, in atto di adorazione.Come l'interpetre ebbe finito il suo discorso, il re di Bohio rispose brevemente, s'inchinò da capo, poi disse qualche parola ai suoi sudditi; otto dei quali si avanzarono tosto, s'inginocchiarono a coppie, ogni coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli per sedile un intreccio di mani e di braccia.—Seggiolina d'oro!—esclamò Damiano ridendo.—Seggiolina d'oro! Come da noi! Ma sai, Cosma, che son molto civili, questi signori selvaggi?—Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane presero tosto il portante. Anche il re, o capo degli anziani che fosse, non credeva disdicevole alla sua dignità di correre come gli altri. Correva anzi un pochino di più, perchè andava sempre a capo della sua gente, facendo di tanto in tanto qualche allegro scambietto. In verità, il re David, buon'anima sua, poteva andarsi a riporre.—Guarda, guarda!—continuava Damiano, sentendosi dondolare così piacevolmente a mezz'aria.—È [pg!93] cento volte meglio che in lettiga. E si gode la vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti giuro, Cosma, che sono contento come una pasqua. Incomincio a credere che questi naturali di Bohio siano uomini civili, i quali si sono fatti selvaggi unicamente per non pagare il conto al sartore. A momenti vedremo la loro capitale. Spero bene che ci saranno donne. Altrimenti, come farebbero questi selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?—Metti,—rispose Cosma,—che ci abbiano le Amazzoni in un'isola vicina. Noi siamo cascati in un'isola tutta abitata da uomini.—Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu guastarmi la gioia di questo ingresso trionfale in città?—Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;—ripigliò Cosma, sorridendo.—Guarda il popolo che si affolla sugli usci delle capanne. Vedi tu una donna?—No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!—esclamò Damiano.—Non la vedo. E incomincio a credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne, abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io non ti perdonerò mai questa azionaccia. Che tu non le ami, sta bene; ma io.... io, passando l'acqua, ho cambiato di complessione.—Erano giunti finalmente, come si è potuto anche capire dalla conversazione dei due amici; erano giunti, in mezzo alle grida, alle canzoni, ai salti, alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra uomini e ragazzi, quei naturali potevano essere un migliaio. Le case, in verità, non erano più di una cinquantina; ma tutte per capanne, assai vaste, ed ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero di poi, per una numerosa famiglia, e magari per due.[pg!94]Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e da quei salti, gli ambasciatori furono calati di seggiolina, davanti ad una casa più vasta delle altre. Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente ad entrare in una sala nobilmente arredata di scudi, d'archi e d'altre armi selvagge. Sicuramente era la sala del consiglio, perchè tutto intorno si vedevano dei sedili di legno, tutti d'un pezzo, evidentemente tagliati in un tronco d'albero, e in quel punto del tronco dove questo incomincia a spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima, che indicava un principio d'arte imitativa, raffigurando essi un animale di corte gambe, con la coda rialzata in guisa da formare una spalliera. La testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse la bestia. Forse l'artista aveva voluto creare un animale fantastico; ma certamente era riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati due pezzi d'oro nelle occhiaie, e d'oro gli aveva fatte le orecchie.—Noi siamo,—conchiuse Damiano, dopo avere osservate quelle orecchie d'oro,—noi siamo alla corte di Mida.—Un gesto del re invitò gli ambasciatori a sedere su quegli scanni. Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres presero posto nel mezzo, Cosma e Damiano sui lati. Il re stette in piedi, gli altri naturali si accoccolarono sul pavimento. E così fecero fuori dell'uscio tutti coloro che non avevano potuto penetrare nella sala.—Ed ora, che pesci si pigliano?—disse Damiano tra sè.—Sta a vedere che ci contemplano come rarità, e non si ricordano che abbiamo uno stomaco.—Damiano, nella sua impazienza, era sempre ingiusto. A buon conto, i naturali di Bohio non li contemplavano [pg!95] soltanto come rarità; li veneravano come figli del cielo. E per tali dimostrarono di averli, poichè il re si avanzò, si gittò bocconi a terra, e baciò a tutti quattro i piedi e le mani. L'atto del re fu imitato con molta compunzione e regolarità da tutti gli astanti: i quali uscirono ad uno ad uno per lasciare il posto a quelli di fuori.—Non c'è male, non c'è male;—borbottava Damiano;—ma qualche cosa per lo stomaco sarebbe a quest'ora anche meglio.—Era scritto lassù che tutti i desiderii di Damiano fossero prontamente appagati. Finito il bacio dei piedi, entrarono parecchi naturali, portando su certi piatti larghi, in cui era facile riconoscere dei fondi di zucche, radici arrostite, grani dorati arrostiti del pari, focacce di cassava, frutta di specie diverse, orciuoli di terra con acqua dentro, e piccole zucche dal collo allungato, in cui erano bevande fermentate.I figli del cielo assaggiarono un po' di tutto, e a certi piatti ritornarono, senza far cerimonie. Il viaggio aveva aguzzato l'appetito, e quelle radici arrostite in ispecie erano molto gustose. Damiano, per altro, rendendo giustizia ad ogni cosa, diede la palma al dolce liquore spiritoso che era contenuto nelle piccole zucche, e che gli era versato in certi mezzi gusci di durissimo legno, che egli vedeva per la prima volta, e non sapeva per ciò a qual frutto appartenessero. Lo seppe più tardi, quando ebbe veduti i gusci intieri, e ne assaggiò la polpa bianca di latte, che aveva sapore di mandorle.—Cocco;—gli disse Caonec, vedendolo contemplare con grande attenzione il frutto maraviglioso.—Cocco? sta bene;—rispose Damiano.—È delizioso. Ma bisogna maritarci ancora un sorso di quella bevanda, anche più deliziosa del cocco.—Il pasto non era finito ancora, quando, ad un [pg!96] cenno del re, i naturali si allontanarono tutti dalla sala del convito. Una strana musica, come di nacchere e di tamburi, si sentiva di fuori.—Che è ciò? dell'altre novità?—disse Damiano.—Io incomincerei a sentire il desiderio di sdraiarmi sull'erba, all'ombra amica di un palmizio. E poichè siamo destinati a non vedere il gentil sesso di Bohio....—Ma ve l'ho detto poc'anzi; ogni voto di Damiano doveva essere esaudito, come nelle favole orientali, per opera di un genio benefico.I naturali del sesso forte erano tutti partiti. E al suono di quella musica strana, apparve sull'uscio uno stuolo di donne.Era una cortese attenzione del re, ed anche una bella improvvisata. I figli del cielo poterono ammirare a lor posta le grazie delle figlie degli uomini, coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da mantelli girati graziosamente a tracolla. Ma dei figli del cielo, due erano Castigliani di nascita; gli altri due lo erano di elezione. E tutti quattro si levarono prontamente in piedi, offrendo i loro sedili alle dame.Non accettarono esse l'offerta. Volevano buttarsi a' piedi dei figli del cielo, per imitare l'atto di adorazione dei loro uomini. E qui, naturalmente, fu una gara scambievole: delle donne, per baciare i piedi degli ospiti; degli ospiti, per ricusare quell'atto di umiliazione.—Caonec!—disse Damiano al naturale di Guanahani.—Dirai a queste Veneri di Bohio che da noi non è costume che le dame bacino i piedi agli uomini; ma piuttosto, quando le dame li han belli, si usa di baciarli noi alle dame.—Se Caonec intendesse a puntino il discorso, non saprei dirvi io. Certo è che l'interpetre parlò lungamente [pg!97] alle Veneri di Bohio; dopo di che esse si contentarono di baciare le mani ai figli del Cielo.E dopo averle baciate, vollero anche lavarle. Andarono infatti a prendere gli orciuoli dell'acqua, e ne versarono sulle mani degli ospiti. Dopo averle bagnate, era mestieri asciugarle, e le strofinarono diligentemente con batuffoli d'erbe aromatiche.—Ma questa è civiltà sopraffina;—disse Rodrigo di Xeres.—Che ve ne sembra, signori?—Si capisce, per altro;—rispose Luigi di Torres, con la sua asseveranza dottorale.—Il lavar le mani è qui una conseguenza naturalissima del mangiar con le dita.—Popolo senza forchetta, volete dire?—ripigliò Rodrigo di Xeres.—E l'uso dell'erba per rasciugar le mani si spiegherebbe ugualmente, in un popolo senza salvietta. Ma osservate, don Luigi, che sono erbe aromatiche.—Dare essenze odorose alle mani degli ospiti è costume dell'estremo Oriente;—replicò Luigi di Torres, imperturbato.—Nell'India pastinaca, se crediamo a Beniamino di Tudela....—Ah sì! nell'India pastinaca;—interruppe Rodrigo di Xeres, che non voleva conoscere le opinioni di Beniamino di Tudela.—Ma qui dobbiamo esserne molto lontani, perchè il vostro siriaco non lo capisce nessuno, don Luigi mio caro.—Don Luigi si degnò di sorridere, e si strinse nelle spalle, quasi in atto di rispondere:—«Se questi ignoranti non mi capiscono, che cosa ci posso far io?»Damiano, frattanto, in mezzo a quello stuolo di donne, aveva adocchiata la sua. Dico la sua, perchè ogni uomo crede di doverla trovare, nel numero. E qualche volta, per tema d'ingannarsi, ne prende più d'una. Affrettiamoci a dire, per onor di [pg!98] Damiano, ch'egli ne prese una sola; anzi meglio, non la prese per mano, la scelse a occhio, rivolgendo a lei tutta la sua attenzione.—Son collocato;—diss'egli a Cosma.—Quella brunettina là si è impadronita del mio cuore. Non mi dir nulla. So già quel che vorresti dirmi. Tutti discorsi al popolo! Quella donna è il mio sogno; lasciami sognare.—[pg!99]
Il sogno di Damiano.
È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo Colombo, partecipate ed accresciute da Martino Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di riderne. Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche volta la condiscendenza; qualche altra è un giudizio pietoso che facciamo di noi medesimi, stimandoci pienamente capaci, nelle stesse condizioni, di cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è da orgogliosi che si credono infallibili ed impeccabili; significa l'ironia, il sarcasmo, lo scherno; abbonda di solito nella bocca degli sciocchi, e in quella degli ignoranti, loro amici e compari. Vogliate, di grazia, considerare una cosa, anzi due. Prima di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo argomentare l'esistenza di un continente di là dall'Atlantico, avendo egli presupposta la sfericità della terra. Ma posta la fede sua, come quella di tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica delle Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi la superficie del globo; e ammessa la veracità delle relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni Maundeville intorno alle regioni estreme dell'Asia; di che [pg!80] avrebbe colmato il poco spazio che gli rimaneva ignoto a ponente, se non delle zone ultimissime dell'Asia, che il Veneziano e l'Inglese non avevano intieramente visitate? La vera trovata del navigatore Genovese, quello che si chiamerebbe oggi il lampo del genio, consisteva nel cercare quei confini orientali dell'Asia per la via di ponente. In tutto il resto, lo stringevano d'ogni parte le autorità, lo incatenavano i pregiudizi del volgo.
E poi, e poi, contemporanei dell'anima mia, che avete a buon mercato i manuali e gli atlanti, le carte murali sotto gli occhi e il maestrino in cattedra, pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto che costanza c'è voluta, per imbandire a noi un così lauto pasto di dottrina. Possiamo sorridere, non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è riso tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben possiamo astenercene noi altri.
Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i racconti di Marco Polo comandassero allo spirito del grande navigatore Genovese. Lo vediamo ora, alla foce delRio de los mares, risoluto di trovare quel benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo, il comandante dellaPinta, vedeva una semplice corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi dicevanonacancome noi diciamo il «mezzo»; donde la conseguenza che Cubanacan significasse il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva una corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con ugual fondamento vederci un Cipang, che era il nome riferito da Marco Polo per il regno insulare del Giappone. Del resto, il desiderio di associare le nuove scoperte ai vecchi nomi, era proprio nel sangue. Cuba, quando si perdette ogni speranza di farne tutt'uno con l'isola di Cipango, fu ascritta [pg!81] all'arcipelago delle Antille; un nome opportunamente svecchiato dalla famosa Antilla di Aristotele, cavata ad orecchio dalla non meno famosa Atlantide di Solone, e del suo pronipote Platone.
Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti dalla riva i selvaggi al primo entrare dei palischermi nella foce delRio de los mares, l'almirante lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo anche persuadere a quei sospettosi naturali che egli non aveva alcuna intenzione ostile. Nel pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi interpetri di Guanahani.
Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro capanne; ma stavano sempre all'erta, pronti a fuggire da capo. Videro accostarsi il bargio, ravvisarono nel vogatore un selvaggio della loro specie, e stettero ad aspettarlo. L'interpetre, come fu giunto in vicinanza del lido, tanto da poter essere udito da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli stranieri come esseri sovrumani, venuti dal cielo, bianchi nel volto, amici degli uomini rossi, ai quali facevano molti bei donativi, simili a quello che egli agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare piacevolmente agli orecchi. Finito il suo discorsetto, l'indiano si buttò in acqua risoluto e volse nuotando alla spiaggia.
Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata, veramente, era un pochino diversa da quella di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono alquanto a capirlo, ma lo capirono finalmente, e si persuasero che gli stranieri erano venuti da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero faceva tintinnire al loro orecchio, che musica!
Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte [pg!82] piroghe; ci posero dentro cotone, frutti e cassava; con quei presenti mossero incontro alle navi degli uomini bianchi.
L'almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo; gradì i presenti, e li ricambiò, al solito, con piccoli campanelli di bronzo e perline di vetro. Quei naturali non portavano pezzi d'oro nativo sospesi alle nari; ma pezzi d'argento. Metallo anche questo, e di maggior valore che non dovesse averne venti o trent'anni più tardi, quando da Cuba, per l'appunto, e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò tanta abbondanza in Europa.
Anche l'argento aveva dunque il suo pregio, e la sua apparizione fu salutata con gioia. Ma più lieta suonò all'orecchio degli uomini bianchi la notizia (così almeno parve loro d'intendere) che nell'interno dell'isola, a quattro giornate di cammino, era il soggiorno di un re potente e ricchissimo. I naturali della costa gli avevano già mandati messaggeri, per avvertirlo dell'arrivo di quelle tre smisurate piroghe con le ali. Se gli uomini bianchi restavano ancora sei giorni, li avrebbero visti ritornare, e molto probabilmente con messaggeri del re.
Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni, ed anche di più; ma voleva esser sicuro di entrare in relazione con quel re, in cui era lecito di immaginare il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell'interno dell'isola, chiamando per tale Ufficio Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres.
Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto sfoderare la sua dottrina poliglotta? Egli conosceva e parlava l'ebraico, il caldaico, il siriaco, e cincischiava anche l'arabo. O l'una o l'altra di quelle lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne avesse intesa nessuna fra tante?
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Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni all'interpetre poliglotta due naturali, uno di Guanahani, il quale già conosceva quel po' di spagnuolo che si è detto, e un altro della medesima spiaggia di Cuba, il quale, trattandosi di non uscire dall'isola materna, volentieri accettò.
Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non lo voleva quello spirito bizzarro di Damiano. Indettatosi brevemente col suo compagno Cosma, si presentò all'almirante per dirgli:
—E due genovesi, per caso, non potrebbero andare a Cubanacan?
—Per che fare? domandò l'almirante.
—Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres e Luigi di Torres. Questo bravo Giudeo venuto alla fede, sa la sua lingua madre, la caldaica, la siriaca, e un pochettino anche l'araba; ma poi....
—Orbene? che cosa vorreste voi dire?
—Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua madre, assai più dell'ebraico.—
Sorrise l'almirante, e notò con accento di arguta bontà:
—Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini da conoscere ben altro che la sola lingua madre dei Liguri.
—Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo il latino;—replicò arditamente Damiano.—Se si dovesse incontrare sulla strada il Prete Janni, ci vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino, io m'immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo breviario ogni giorno.—
A quella trovata del bizzarro Genovese non si poteva che ridere. E ridendo, Cristoforo Colombo diede licenzia ai due concittadini di seguire la spedizione entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e subito corse ad avvisare il compagno.
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—Si parte, sai? L'almirante manda anche noi a riverire il gran Cane. Mi sa mill'anni di vederlo.
—Chi?—disse Cosma.
—Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se è muto anche lui, come tutti i cani che abbiamo trovati finora.—
La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno, si pose l'ambasceria in cammino. Apriva la marcia il naturale di Cuba, che aveva pratica dei luoghi; seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di Torres. Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il naturale di Guanahani andava un po' avanti, un po' indietro, per servire, nella sua qualità d'interpetre, al bisogno di tutti, quando volevano intendere i discorsi del condottiero, o farsi intendere da lui. Ma molto più spesso era al fianco di Damiano, che diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel fatto cercava d'imparare quanto più poteva della lingua selvaggia.
Si erano avviati per un'erta verdeggiante, dove non appariva traccia di sentiero. Felicità dei selvaggi e dei cacciatori, di non conoscere le strade battute. E giunti al colmo dell'erta, penetrarono in una macchia che pareva di lentischi; donde, per vallette e colline alternate, entrarono in una valle più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono accanto a certi laghetti d'acqua dolce, i cui margini erano vestiti di borraccina, e su cui gittavano ombre amiche certi grandi alberi di specie ignote, dal largo fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi di frutti, quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera ed autunno associati in una sola verzura. Tutto rideva, in quel paradiso, e tutto anche cinguettava, poichè c'erano gli uccelli a migliaia, svolazzanti di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri, rampicanti di ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti [pg!85] da un albero all'altro come le gazze, variopinte e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.
La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e la stranezza delle loro forme, destavano la curiosità e l'ammirazione degli ambasciatori. E di molti assaggiarono, senza verun timore di avvelenarsi, poichè ne mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi primi conoscitori della gastronomia vegetale. Del resto, anche i due naturali intendevano il fatto loro, e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti più squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità, che gli Europei non avrebbero potuto a tutta prima conoscere.
Era la festa del verde e dell'azzurro; del verde che splendeva con cento gradazioni diverse intorno ai viandanti ammirati, dell'azzurro che si stendeva, profondamente sereno, sulle vette degli alberi giganteschi. Tra il verde e l'azzurro correva un'aria fresca e purissima, aggraziata dall'effluvio di mille fiori, ravvivata dal predominio delle fragranze resinose, che giungevano gradite alle nari, dando un senso di salute alle fibre del cervello, e di vigore alle facoltà dello spirito. Per far l'illusione compiuta, per lasciar credere che fosse quello un altro paradiso terrestre, la creatura umana era assente da quei luoghi. C'erano bensì i viaggiatori; ma è dell'animo nostro, davanti ai grandi spettacoli della natura, il fare astrazione da noi medesimi, non vedendo e non considerando che quelli. Nella gran solitudine erano voce unica i contrasti della luce e dell'ombra; unica varietà i colori del quadro; mancava la nota umana, così spesso stridente, che reca qualche volta l'immagine e il senso della vita, ma guasta sempre la calma e riconduce alla terra il vagabondo pensiero. Ad un certo momento, davanti [pg!86] ad una radura della foresta, dove ad un lago seguiva una lunga e vasta prateria, i nostri messaggeri avevano veduto bensì in lontananza un drappello allineato di uomini, sicuramente guerrieri, immobili al posto loro, e custoditi sul fianco dalle loro sentinelle, pronte a dare il sognale di ogni imminente pericolo. Strana cosa, in terra di uomini ignudi: quei guerrieri apparivano tutti vestiti di rosso. Ma la visione non era durata che il tempo di avvicinarla ad un tiro di balestra. Le sentinelle avevano dato un grido; e guerrieri e sentinelle avevano allargati i rossi mantelli, spiccando il volo verso più lontane regioni. Erano i rossi fenicotteri, allora così numerosi nell'isola di Cuba.
Un altro spettacolo incantevole era la notte; la notte, sempre così bella sotto i tropici, rischiarata dal lume delle stelle scintillanti dalla volta del cielo, mentre al mite chiaror della luna le cose tutte sembrano avvicinarsi a voi nella trasparenza dell'aria, e le stesse ombre della foresta, rotte dal balenio continuo di maravigliosi insetti, simulanti la luce del rubino, dello zaffiro, del diamante, si lasciano penetrare dallo sguardo, recandovi la immagine, quasi la sensazione, di un letto morbido e dolce, su cui, più del dormire, è certo e promettente il sognare.
Non pensò tutte queste cose il nostro Damiano, la prima notte del viaggio a Cubanacan. Gli davano noia, forse, o turbavano la sua dottrina in materia di storia naturale, gli uccelli dell'isola, che seguitavano a cinguettare, a trillare, a gorgheggiare, come se fosse di giorno.
—Ma che hanno questi diavoli?—esclamò.—Non dormono, dunque?
—Sognano;—rispose Cosma, che qualche volta si adattava a parlare.
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—Ah sì; e non hanno mica il torto!—riprese Damiano.—In quest'isola benedetta, potrebb'essere un sogno continuo. Io, per me, ti voglio dire quel che ne penso: ci vivrei volentieri per tutto il resto dei miei giorni.
—Tu?—disse Cosma.
—Certamente, io. E nota che il più l'ho da vivere ancora, se la Parca mi fila giustamente la mia parte di lino.
—Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?
—Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar molto, al fianco d'una bella castellana....
—Che non hai pensato a condurre con te.
—Nella speranza di trovarla sulla faccia del luogo;—rispose Damiano.—Che pensi? che ci siano donne solamente nel vecchio mondo?
—Io non pretendo questo.
—Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare, e con più ragione, che non c'è da sperar castellane, in questi luoghi, perchè non ci sono castelli. Ma un castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare, e una volta sempre meglio dell'altra. Del resto, dove andiamo noi, di questo passo? Cioè, mi spiego, dove ripiglieremo ad andare, quando spunterà l'alba dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell'Oceano? Alla corte del gran Cane, io m'immagino. Il gran Cane, per far che faccia, non sarà così cane da ricusarmi la mano di sua figlia. Mi dirai che potremmo dar del capo alla corte del Prete Janni: la qual cosa mi piacerebbe meno, perchè i preti non fanno famiglia. Ma egli, per bacco, vorrà avere un ministro, dei gran signori, dei principi assistenti al soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di principe, la prima bellezza che mi capita tra i piedi paga il tributo del Nuovo Mondo al tuo amico Damiano.
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—Uomo volubile!—esclamò Cosma.
—Caro mio,—rispose Damiano,—sai che non voglio morir di crepacuore, io? Se la bella Ca....
—Zitto, Bar....—interruppe Cosma.
—E zitto tu, ora!—interruppe a sua volta Damiano.—Vedo che commettiamo un'imprudenza per uno. Fortuna che qui nessuno capisce la lingua madre; altrimenti, il segreto sarebbe custodito per benino!—
La chiacchiera allegra di Damiano durò ancora un bel pezzo. Ma Cosma, che la inframmezzava di poche parole, diradò anche quelle poche, lasciando tutto il carico della conversazione all'amico.
—Ho capito;—disse ad un certo punto Damiano.—La notte è alta,suadentque cadentia sidera sonnos. Vediamo dunque di dormire.—
E sdraiatosi sul fianco, si tirò sugli occhi il cappuccio della sua veste catalana. Pochi minuti dopo, era profondamente addormentato.
—Felice amico!—mormorò Cosma, che stava ancora appoggiato al gomito, contemplando le stelle.—Egli ha lasciato i tristi pensieri di là dall'Oceano; e i miei frattanto....—
E i suoi frattanto li lasceremo lavorare a lor posta, nel silenzio della notte serena. La gente malinconica, si sa, è amante del proprio dolore, e non vuol essere molestata.
Del resto, anche Cosma si addormentò, un'ora dopo i suoi compagni di viaggio. Per compenso (diciamo così) fu anche il primo a svegliarsi, e balzò in piedi senza farsi pregare, al primo cenno delle guide, che annunziavano il sorger dell'alba.
La comitiva si rimise in cammino; attraversò nuove valli e nuove colline, salutò nuovi orizzonti, ammirò nuove scene pittoresche, e ricevette il saluto di nuovi sciami d'insetti, di nuovi stormi di [pg!89] pappagalli. Finalmente, poco dopo il meriggio, appena fornite dodici leghe di cammino da che aveva lasciata la costa, vide aprirsi davanti a' suoi occhi una gran valle, e nel centro di quella valle apparire una lunga lista di terreni coltivati.
—Cubanacan?—domandò Damiano al selvaggio della costa.
—Cubanacan;—rispose quell'altro.
—Ma le case? dove sono le case?—
A questa domanda, fatta in lingua spagnuola, non poteva rispondere il selvaggio della costa. Per rispondere, gli sarebbe bisognato capir la domanda.
Rispose invece, o parve rispondere per lui, il selvaggio di Guanahani.
—Bohio;—diss'egli, accennando verso il fondo della valle;—Bohio!
—EBohiosia;—rispose Damiano.—Io speravo che fossimo giunti alla capitale del gran Cane; invece, a quanto pare, non c'è neanche il sobborgo.—
Per altro, seguitando a guardare, incominciò a distinguere qualche cosa. Si vedevano dei tetti di paglia, d'una forma conica, come quelli che già avevano veduti nelle isole dianzi scoperte. E dopo una mezz'ora di cammino, alla svolta di un poggio, si vide un intiero villaggio; non più di cinquanta capanne, ma tutte assai grandi, fatte di legno, esagone, ottagone, tondeggianti, a forma di padiglioni. Non era la capitale del gran Cane, no certo; non risplendeva di metalli preziosi; ma era sempre un villaggio abbastanza pittoresco, ed era dopo tutto il primo centro popoloso un po' fitto, che fosse dato di scoprire, in quelle isole, dal 12 ottobre al 2 novembre dell'anno di grazia 1492.
—Bohio?—domandò Damiano al selvaggio della costa.
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—Bohio;—rispose gravemente quell'altro.
—Ed ora, caro mio,—ripigliò Damiano,—ne so come prima. Amo per altro illudermi colla opinione che sia il nome di quella città minuscola, che apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non esce un cane per venirci a ricevere.—
Anche qui Damiano s'ingannava, per soverchio di fretta. Aveva appena finito di lagnarsi, che dalla strada principale di Bohio (diciamo Bohio anche noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire una schiera, una processione di naturali. Cosma, che aveva un occhio di lince e l'altro di falco, avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei pescatori di Guanahani. E tutta quella gente muoveva incontro agli ambasciatori. Sicuramente, li avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio, ed era facile scoprirli su quell'altura solitaria, dove il terreno era sgombro di piante, e il verde del prato dava riflessi giallicci, sotto la gran luce meridiana del sole.
Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci degli abitanti di Bohio. Erano voci festose, grida di giubilo, a cui facevano eloquentissimo commento le braccia levate, i salti e le capriole della turba accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità con cui gli abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli di quella terra, accoglievano i loro visitatori. Queste dimostrazioni allegre sono sempre state di tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero nemmeno ai re, se David potè ballare in mezzo ad una strada provinciale, davanti ai buoi che tiravano l'arca del Dio degli eserciti.
—Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna render giustizia;—osservò Damiano.—Non è quello di Quinsay, ma ci si accosta.—
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E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.
Come furono vicini agli stranieri, i naturali di Bohio, si fermarono; ed uno di loro, che doveva essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re in persona, accompagnato da due giovani selvaggi, che in segno di grande rispetto mostravano di sostenerlo sotto le ascelle, rivolse il discorso ai nuovi venuti.
Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno una stupenda occasione, che è sempre stata da fini diplomatici: quella di tacere in più lingue. Volle in quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e sventuratamente senza riescire a farsi intendere, nè dal suo interlocutore, che lo guardava trasognato, nè dagli interpetri della spedizione, che si guardavano tra loro, e avevano l'aria di dirsi a vicenda: «come parla bene! non si capisce una saetta.»
—Sentite, collega;—disse finalmente Rodrigo di Xeres;—sarà meglio che lasciamo parlare questi selvaggi.
—Sì, sarà meglio;—ripetè Luigi de Torres.—Per altro, non è stato male, fare una prova con tutte le lingue d'Oriente. Siamo sicuri, per conseguenza, di non essere sul territorio del gran Cane.
—Non dico che abbiate fatto male;—replicò Rodrigo di Xeres.—Vi approvo, anzi, e vi lodo del vostro accorgimento. Sappiamo oramai che cosa pensare di questa gente. A te, Caonec,—diss'egli, rivolgendosi al naturale di Guanahani,—parla!
—Quien?—domandò Caonec.
—Quel che ti pare, purchè tu parli.
—Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?
—Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,—replicò [pg!92] don Rodrigo spazientito.—Non vedi che i tuoi connaturali stanno aspettando a bocca aperta le tue parole, come gli antenati del mio collega aspettavano la manna nel deserto?—
Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento; ma aveva capito di dover parlare, magnificando la potenza e la bontà degli stranieri. Non gli era difficile di dirne assai bene; anch'egli, come tutti i suoi connaturali, credeva che fossero figli del cielo.
E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo, in quel suo strano idioma, così ricco di dittonghi e di suoni gutturali; parlò lungamente, facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di tanto in tanto si volgeva a guardare gli stranieri, chinando la fronte e levando le palme, in atto di adorazione.
Come l'interpetre ebbe finito il suo discorso, il re di Bohio rispose brevemente, s'inchinò da capo, poi disse qualche parola ai suoi sudditi; otto dei quali si avanzarono tosto, s'inginocchiarono a coppie, ogni coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli per sedile un intreccio di mani e di braccia.
—Seggiolina d'oro!—esclamò Damiano ridendo.—Seggiolina d'oro! Come da noi! Ma sai, Cosma, che son molto civili, questi signori selvaggi?—
Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane presero tosto il portante. Anche il re, o capo degli anziani che fosse, non credeva disdicevole alla sua dignità di correre come gli altri. Correva anzi un pochino di più, perchè andava sempre a capo della sua gente, facendo di tanto in tanto qualche allegro scambietto. In verità, il re David, buon'anima sua, poteva andarsi a riporre.
—Guarda, guarda!—continuava Damiano, sentendosi dondolare così piacevolmente a mezz'aria.—È [pg!93] cento volte meglio che in lettiga. E si gode la vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti giuro, Cosma, che sono contento come una pasqua. Incomincio a credere che questi naturali di Bohio siano uomini civili, i quali si sono fatti selvaggi unicamente per non pagare il conto al sartore. A momenti vedremo la loro capitale. Spero bene che ci saranno donne. Altrimenti, come farebbero questi selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?
—Metti,—rispose Cosma,—che ci abbiano le Amazzoni in un'isola vicina. Noi siamo cascati in un'isola tutta abitata da uomini.
—Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu guastarmi la gioia di questo ingresso trionfale in città?
—Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;—ripigliò Cosma, sorridendo.—Guarda il popolo che si affolla sugli usci delle capanne. Vedi tu una donna?
—No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!—esclamò Damiano.—Non la vedo. E incomincio a credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne, abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io non ti perdonerò mai questa azionaccia. Che tu non le ami, sta bene; ma io.... io, passando l'acqua, ho cambiato di complessione.—
Erano giunti finalmente, come si è potuto anche capire dalla conversazione dei due amici; erano giunti, in mezzo alle grida, alle canzoni, ai salti, alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra uomini e ragazzi, quei naturali potevano essere un migliaio. Le case, in verità, non erano più di una cinquantina; ma tutte per capanne, assai vaste, ed ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero di poi, per una numerosa famiglia, e magari per due.
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Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e da quei salti, gli ambasciatori furono calati di seggiolina, davanti ad una casa più vasta delle altre. Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente ad entrare in una sala nobilmente arredata di scudi, d'archi e d'altre armi selvagge. Sicuramente era la sala del consiglio, perchè tutto intorno si vedevano dei sedili di legno, tutti d'un pezzo, evidentemente tagliati in un tronco d'albero, e in quel punto del tronco dove questo incomincia a spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima, che indicava un principio d'arte imitativa, raffigurando essi un animale di corte gambe, con la coda rialzata in guisa da formare una spalliera. La testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse la bestia. Forse l'artista aveva voluto creare un animale fantastico; ma certamente era riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati due pezzi d'oro nelle occhiaie, e d'oro gli aveva fatte le orecchie.
—Noi siamo,—conchiuse Damiano, dopo avere osservate quelle orecchie d'oro,—noi siamo alla corte di Mida.—
Un gesto del re invitò gli ambasciatori a sedere su quegli scanni. Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres presero posto nel mezzo, Cosma e Damiano sui lati. Il re stette in piedi, gli altri naturali si accoccolarono sul pavimento. E così fecero fuori dell'uscio tutti coloro che non avevano potuto penetrare nella sala.
—Ed ora, che pesci si pigliano?—disse Damiano tra sè.—Sta a vedere che ci contemplano come rarità, e non si ricordano che abbiamo uno stomaco.—
Damiano, nella sua impazienza, era sempre ingiusto. A buon conto, i naturali di Bohio non li contemplavano [pg!95] soltanto come rarità; li veneravano come figli del cielo. E per tali dimostrarono di averli, poichè il re si avanzò, si gittò bocconi a terra, e baciò a tutti quattro i piedi e le mani. L'atto del re fu imitato con molta compunzione e regolarità da tutti gli astanti: i quali uscirono ad uno ad uno per lasciare il posto a quelli di fuori.
—Non c'è male, non c'è male;—borbottava Damiano;—ma qualche cosa per lo stomaco sarebbe a quest'ora anche meglio.—
Era scritto lassù che tutti i desiderii di Damiano fossero prontamente appagati. Finito il bacio dei piedi, entrarono parecchi naturali, portando su certi piatti larghi, in cui era facile riconoscere dei fondi di zucche, radici arrostite, grani dorati arrostiti del pari, focacce di cassava, frutta di specie diverse, orciuoli di terra con acqua dentro, e piccole zucche dal collo allungato, in cui erano bevande fermentate.
I figli del cielo assaggiarono un po' di tutto, e a certi piatti ritornarono, senza far cerimonie. Il viaggio aveva aguzzato l'appetito, e quelle radici arrostite in ispecie erano molto gustose. Damiano, per altro, rendendo giustizia ad ogni cosa, diede la palma al dolce liquore spiritoso che era contenuto nelle piccole zucche, e che gli era versato in certi mezzi gusci di durissimo legno, che egli vedeva per la prima volta, e non sapeva per ciò a qual frutto appartenessero. Lo seppe più tardi, quando ebbe veduti i gusci intieri, e ne assaggiò la polpa bianca di latte, che aveva sapore di mandorle.
—Cocco;—gli disse Caonec, vedendolo contemplare con grande attenzione il frutto maraviglioso.
—Cocco? sta bene;—rispose Damiano.—È delizioso. Ma bisogna maritarci ancora un sorso di quella bevanda, anche più deliziosa del cocco.—
Il pasto non era finito ancora, quando, ad un [pg!96] cenno del re, i naturali si allontanarono tutti dalla sala del convito. Una strana musica, come di nacchere e di tamburi, si sentiva di fuori.
—Che è ciò? dell'altre novità?—disse Damiano.—Io incomincerei a sentire il desiderio di sdraiarmi sull'erba, all'ombra amica di un palmizio. E poichè siamo destinati a non vedere il gentil sesso di Bohio....—
Ma ve l'ho detto poc'anzi; ogni voto di Damiano doveva essere esaudito, come nelle favole orientali, per opera di un genio benefico.
I naturali del sesso forte erano tutti partiti. E al suono di quella musica strana, apparve sull'uscio uno stuolo di donne.
Era una cortese attenzione del re, ed anche una bella improvvisata. I figli del cielo poterono ammirare a lor posta le grazie delle figlie degli uomini, coperte a mezzo da grembialini di cotone, e da mantelli girati graziosamente a tracolla. Ma dei figli del cielo, due erano Castigliani di nascita; gli altri due lo erano di elezione. E tutti quattro si levarono prontamente in piedi, offrendo i loro sedili alle dame.
Non accettarono esse l'offerta. Volevano buttarsi a' piedi dei figli del cielo, per imitare l'atto di adorazione dei loro uomini. E qui, naturalmente, fu una gara scambievole: delle donne, per baciare i piedi degli ospiti; degli ospiti, per ricusare quell'atto di umiliazione.
—Caonec!—disse Damiano al naturale di Guanahani.—Dirai a queste Veneri di Bohio che da noi non è costume che le dame bacino i piedi agli uomini; ma piuttosto, quando le dame li han belli, si usa di baciarli noi alle dame.—
Se Caonec intendesse a puntino il discorso, non saprei dirvi io. Certo è che l'interpetre parlò lungamente [pg!97] alle Veneri di Bohio; dopo di che esse si contentarono di baciare le mani ai figli del Cielo.
E dopo averle baciate, vollero anche lavarle. Andarono infatti a prendere gli orciuoli dell'acqua, e ne versarono sulle mani degli ospiti. Dopo averle bagnate, era mestieri asciugarle, e le strofinarono diligentemente con batuffoli d'erbe aromatiche.
—Ma questa è civiltà sopraffina;—disse Rodrigo di Xeres.—Che ve ne sembra, signori?
—Si capisce, per altro;—rispose Luigi di Torres, con la sua asseveranza dottorale.—Il lavar le mani è qui una conseguenza naturalissima del mangiar con le dita.
—Popolo senza forchetta, volete dire?—ripigliò Rodrigo di Xeres.—E l'uso dell'erba per rasciugar le mani si spiegherebbe ugualmente, in un popolo senza salvietta. Ma osservate, don Luigi, che sono erbe aromatiche.
—Dare essenze odorose alle mani degli ospiti è costume dell'estremo Oriente;—replicò Luigi di Torres, imperturbato.—Nell'India pastinaca, se crediamo a Beniamino di Tudela....
—Ah sì! nell'India pastinaca;—interruppe Rodrigo di Xeres, che non voleva conoscere le opinioni di Beniamino di Tudela.—Ma qui dobbiamo esserne molto lontani, perchè il vostro siriaco non lo capisce nessuno, don Luigi mio caro.—
Don Luigi si degnò di sorridere, e si strinse nelle spalle, quasi in atto di rispondere:—«Se questi ignoranti non mi capiscono, che cosa ci posso far io?»
Damiano, frattanto, in mezzo a quello stuolo di donne, aveva adocchiata la sua. Dico la sua, perchè ogni uomo crede di doverla trovare, nel numero. E qualche volta, per tema d'ingannarsi, ne prende più d'una. Affrettiamoci a dire, per onor di [pg!98] Damiano, ch'egli ne prese una sola; anzi meglio, non la prese per mano, la scelse a occhio, rivolgendo a lei tutta la sua attenzione.
—Son collocato;—diss'egli a Cosma.—Quella brunettina là si è impadronita del mio cuore. Non mi dir nulla. So già quel che vorresti dirmi. Tutti discorsi al popolo! Quella donna è il mio sogno; lasciami sognare.—
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