Capitolo VI.

Capitolo VI.Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.Rendiamo quest'altra giustizia a Damiano. Se le giovani donne di Bohio erano Veneri, quella che egli aveva scelta in un impeto subitaneo d'affetto, era l'Anadiomene. E non vi paia che si sprechi il nome di Venere, con donne che avevano la pelle color di rame. Ogni professore di fisica vi dirà che i colori per sè stessi non esistono. Ogni fisiologo vi soggiungerà che i gusti sono diversi, e i capricci egualmente. Io vi ricorderò che se noi associamo il color bianco alla immagine di Venere, la colpa è tutta del marmo Pario e del Pentelico, in cui l'abbiamo sempre vista scolpita. Nel fatto, per piacere a Marte, a Vulcano, ad Anchise e ad altri personaggi dell'antichità, Venere sarà stata di buon colore come ogni altra femmina o dea, e magari più d'ogni altra. Il colore del rame è un incarnato un po' carico; questione di più o di meno.Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche tanto bruna, o era bruna con riflessi luminosi, come di rosa pavonazza. Era poi fatta a pennello; aveva le labbra tinte nel succo della melagrana; aveva gli occhi umidi e languidi sotto l'arco delle [pg!100] ciglia lunghe, e quegli occhi nereggiavano come due more salvatiche entro due coppe d'indaco stemperato. Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio di cose; tutte quelle, almeno, che ameremmo farci dir noi, vedendo due occhi di quella fatta.Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e strofinar le mani da lei. E poi, afferrato a sua volta il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva voluto strofinar la sua parte anche lui. Con la eloquenza del gesto, le aveva dimostrato che il bisogno c'era. In fatti, la bella Anadiomene, versando dall'orciuolo si era rovesciata l'acqua sulle mani, e le aveva inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle. Ed egli si mise a strofinare con molta coscienza, ma perdendo altrettanta erba per via. Non ne aveva più un filo tra le dita, che strofinava ancora.La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo coi suoi grandi occhi d'indaco stemperato. Ma infine, vedendo che il suo servente non accennava a finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due file di denti che erano tante perline.—Come vi chiamate, signora?—le disse con languido accento Damiano.Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.—Che bestia!—proseguì egli allora, ma rivolgendo la parola a sè stesso.—Ella non capisce lo spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no, questo bisogna serbarlo per i casi estremi.—Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l'interpetre di Guanahani.—Caonec! domanda a questa bella bambina come si chiama, e trova anche il modo di farle sapere che il mio nome è Damiano.—L'interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire nel discorso il suo nome, capì che la commissione era fatta.[pg!101]—Si chiama Samana;—disse l'interpetre, come ebbe finito il suo breve dialogo con la bella selvaggia.—Samana! oh dolce nome, Samana! Già, capisco, è sempre dolce, il nome che piace.... fosse pur Cunegonda. E che cosa vuol dire Samana?—Sama....—disse Caonec.E dopo aver proferita quella prima parte del nome, accostò l'indice alla bocca aperta, e subito lo allontanò, in atto di cavarne fuori qualche cosa.—Soffio?—disse Damiano, facendo l'atto di respirare.Caonec rispose con un atto di diniego.—Voce?—riprese Damiano.E per dare un esempio di ciò che diceva, mandò fuori le cinque vocali, coi loro dittonghi rispettivi. Caonec sorrise, e fece un atto affermativo.—Ah, sia lodato il cielo. E poi?—Ana....—riprese Caonec.—Sicuro, Ana; sentiamo che cosa vuol dire Ana;—rispose Damiano.Caonec prese una piastrella d'oro che Damiano portava al collo, e accennandola rispose:—Ana.... Oro!—Ah, bene,—gridò Damiano.—Samana, contrazione di Samaana; voce d'oro! È un bel nome. Su per giù, è come il nostro Boccadoro, che noi, per altro, non abbiamo mai usato per le donne. E questo non ci fa onore, sia detto di passata. Tu sei bella, o Voce d'oro, o Grisostoma. A proposito.... Caonec! Dille a mio nome che è bella. Come si dice bella, in questi paesi?—Taorib;—rispose l'interpetre.—Diciamo dunque Samana Taorib;—gridò Damiano, volgendosi alla giovane selvaggia, che rideva a più non posso;—Samana Taorib, ah! se [pg!102] tu volessi trovaretaoribanche me, come sarebbetaorib! Vedete, amici? Io sono l'uomo più felice di tutte le isole del mar Oceano. Mi fermo qui, col permesso del signor almirante; non mi muovo più dal fianco di Samana Taorib, e la domando in isposa.—Con che rito?—disse Rodrigo di Xeres.—Con quello dei suoi paesi; e non ci vedo modo di fare altrimenti;—rispose Damiano.—Se per altro vuol esser sposata là col nostro rito, venga con noi, la sposerò davanti al Prete Janni.—Cosma si era avvicinato all'amico, e gli bisbigliava all'orecchio:—Non dir sciocchezze, ti prego. E non ne fare, mi raccomando.—Sciocchezze!—esclamò Damiano, ribellandosi alle voci dell'amicizia.—E perchè, di grazia? Sciocchezza per te, se mai, non per me. Tu odii le donne. Io sono più giusto. Perchè una.... Ma già, non mi fare gli occhiacci! Volevo dire che se fossi nel vecchio mondo, potrei forse pensare come te. Ma qui siamo nel nuovo, mi capisci? nel nuovo. Avessi anche giurato di non amar più, siamo agli antipodi; agli antipodi il giuramento non regge, casca nel vuoto. Non è vero, Samana Taorib, che voi siete la più bella creatura dell'universo mondo?—Samana rideva, rideva sempre, come ridono, sotto ogni latitudine, le donne che sanno di non perder grazia a quel giuoco.Quel fiume di parole aveva tirata su Damiano l'attenzione di tutta la brigata. Le donne di Bohio, sentendo quel visibilio ditaorib, prodigati a Samana, avevano fatto cerchio, come ad uno spettacolo di piazza. Sentivano invidia e gelosia, le donne di Bohio? A vederle così allegre, ci sarebbe stato da scommettere che le sullodate furie non fossero penetrate ancora nelle isole del nuovo mondo. Ma [pg!103] forse, chi sa? le donne sanno padroneggiarsi così bene! Comunque sia, non cerchiamo di approfondire certi misteri. Molti fatti sono rimasti oscuri, molti particolari inesplorati, nei primi viaggi di scoperta di là dall'Atlantico. Ai giorni nostri, se si dovesse scoprire una sesta parte del globo, andrebbero botanici, zoologi, fisiologi, psicologi, medici, speziali, perfino giornalisti, e si saprebbe ogni cosa appuntino. Ma allora, niente di ciò; e troppe cose son rimaste nell'ombra.Samana aveva dette, sulla spalla di Damiano, alcune parole al naturale di Guanahani. Se ne avvide Damiano, e, sospettoso come un europeo, chiese tosto a Caonec:—Che cosa ti domanda il mio sole?—Domanda,—rispose Caonec,—se quel giovane che ti ha parlato poc'anzi è tuo fratello.—No, non è mio fratello.—E gliel ho detto.—Ma dille ancora che Cosma mi è più che fratello, amico del cuore. Capisci? del cuore.—Caonec aggiunse qualche parola alla sua risposta, per contentare Damiano.Frattanto, per invito delle donne di Bohio, si usciva dalla sala del convito in giardino, a prendere una boccata d'aria. Damiano offerse galantemente il braccio a Samana Taorib. La fanciulla non capiva che cosa significasse quell'atto, per cui l'uomo si accosta così gentilmente alla forma di un'anfora col manico. Ma ella vide che Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres facevano lo stesso, pigliando a braccetto due altre donne di Bohio, e si adattò subito ad imitar le compagne. Si voltò, per altro, a guardare che cosa facesse il quarto figlio del cielo, e vide che il quarto non faceva manico d'anfora a nessuna tra le figlie degli uomini.[pg!104]—Cosma....—mormorò ella.E proseguì la frase, ma nella sua lingua; donde avvenne che il suo cavaliere non capisse altro che il nome dell'amico, un nome da lei imparato poc'anzi.Damiano si volse per notizie all'interpetre.—Che cosa dice la mia sultana?—gli chiese.—Vuol sapere,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non fa come gli altri.—Ah sì, è vero;—disse Damiano.—Cosma fa sempre tutto alla rovescia degli altri. Dille che Cosma non ama le donne.—Cosma udì le parole dell'amico, e alzò sdegnosamente le spalle.—Mi raccomando,—diss'egli poscia, in vernacolo genovese,—non far sciocchezze; non ne dire, almeno. Credo in verità che quel liquore maledetto ti abbia dato al cervello.—Damiano voleva rispondergli. Ma quell'altro si era già allontanato.Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano, sull'erba del prato, all'ombra dei palmizi e dei cocchi. Le donne di Bohio si erano sedute accanto ai figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore: i pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli alberi giganteschi; l'idillio e l'egloga intenerivano i cuori della comitiva satolla.Poco stante, capitarono anche gli uomini della tribù. E chiesero, con l'aiuto degli interpetri, se i figli del cielo fossero rimasti contenti; pregarono che volessero rimanere molti giorni con loro, nella pace pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi nell'aria e sul mare. Ma no, era impossibile, facevano rispondere i capi dell'ambasciata. Erano venuti per conoscere il paese, per chiedere come fosse grande quell'isola, quanti fossero i villaggi, e quanti [pg!105] i re; da chi dipendessero; se su quell'isola, o in altra terra vicina, imperasse il gran Cane, o il Prete Janni, od altro monarca; dopo di che, era necessario che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio di tutto al loro grande almirante, signore dei mari, ma soggetto egli stesso al più grande monarca del mondo. Era necessario che partissero: sarebbero rimasti a Bohio solamente quella notte. Ma perchè il re di Bohio non sarebbe andato ad accompagnarli fino alla costa, per conoscere l'almirante, signore dei mari, che lo avrebbe accolto come un fratello, e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti, per lui e per i principali uomini di Bohio?Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio, probabilmente un servo del re, portando una cesta intessuta di vimini colorati. In quella cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di color lionato carico, in forma di fusi. Ma non erano fusi di legno; parevano di carta, o piuttosto di foglie disseccate.—Che roba è?—disse Luigi di Torres.—Come?—esclamò Rodrigo di Xeres.—Non lo sapete? Nell'estremo Oriente, nell'India pastinaca, non c'è nulla di simile? E non vi dà lume di niente il vostro Beniamino di Tudela?—Voi scherzate, don Rodrigo!—Eh, Dio buono, a quest'ora, dovrebb'essere permesso. Non avete voi pranzato di buon appetito?—Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li palpavano, li guardavano, li fiutavano. L'aspetto non era brutto; la sostanza cedeva al tatto, come un composto di foglie secche; l'odore era buono, ma di un aroma sconosciuto.Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi ospiti, prese uno di quei fusi, ne introdusse una [pg!106] estremità fra le labbra, e accostò l'altra ad un tizzone acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato il fuoco a un capo del fuso, il re si mise a tirare il fiato dall'altro, e incominciò a render fumo dalla bocca.—Oh,taorib!—esclamò Damiano, che aveva seguita con occhio curioso l'operazione regale.L'interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e alla compagnia che quello non erataorib, ma si dicevakohiba.—Siamo lì!—disse Damiano.—E a che serve quel succhiar foglie accese e dar fumo dalla bocca?L'interpetre stentava a capire. La frase di Damiano accoglieva troppi vocaboli nuovi per lui.—Ti domando,—riprese Damiano,—che cosa è questakohiba.—Un'erba,—rispose allora l'interpetre,—un'erba che scaccia gli spiriti della sera.—Spiriti?... che sono in corpo?—domandò Damiano, aiutando le parole col gesto.Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva di spiriti che possono entrare in corpo. Nondimeno, si trattava sempre di spiriti, e della utilità grande di mandarli a quel paese.—Ah!—disse Damiano.—Credo di averne bisogno ancor io. Vuoi tu accendermi questakohiba, dolce Samana Taorib?—La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era eloquente; ed ella appagò il desiderio del suo cavaliere. Prese il fuso, lo accostò alle labbra, lo accese al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.Questi incominciò a guardare devotamente la traccia umida che le labbra di Samana avevano lasciata sulla estremità del fuso. E più divotamente accostò le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura agli inni, rubando frasi ed immagini al Cantico dei Cantici.[pg!107]—Taorib! Taorib!Sono dolci i tuoi amori, e il succo delle tue labbra è migliore del miele. Non parlo del vino, come termine di confronto, perchè il vino dellaSanta Marianon è altro oramai che un cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa, neanche buono a condire il cappone in galera.Taorib! Taorib!i tuoi occhi sono due pezzi di lapislazzuli, in mezzo a cui l'orafo divino ha incastonati due diamanti purissimi. Il tuo collo è come la torre di Sion, a cui Davide appendeva le targhe dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente non sono i tuoi orecchi; ma, sono capriuoli egualmente, sebbene non si levino tra i gigli. Ed io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato come una vela maestra, dal soffio di una legione di amori.—Non era più un discorso, quello di Damiano; era un mormorio; un bisbiglio all'orecchio di Samana, mentre intorno a loro erano parecchie conversazioni avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca, come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli, sentendosi più leggero che mai, andava con la fantasia più alto che non dicesse a parole.—Taorib! Taorib!—seguitava egli, balbettando.—Vuoi tu seguirmi lassù? Ti porto in cielo. Strappo un par di raggi alla prima stella che passa, e te ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada alle nubi, e te ne faccio una collana di perle.Taorib!SamanaTaorib!...—Samana Taorib, più confusa che mai da quella monotonia di suoni deprecativi, volgeva intorno i suoi grandi occhi d'indaco.—Caonec!—diss'ella, vedendo l'interpetre seduto sulle calcagna, a pochi passi da lei.—Cosmakohiba nericama?—[pg!108]Damiano incominciava a sentirsi impacciata la lingua; ma aveva ancor sano l'orecchio.—Caonec!—diss'egli a sua volta.—Che dice, la mia bella sovrana?—Domanda,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non ha voluto fumarekohiba.—Dille che Cosma odia lakohibacome odia le donne;—rispose Damiano.—Cosma è uno sciocco.—Cosmataorib!—mormorò Samana.Un'opinione così recisamente espressa, non poteva piacere a Damiano, che si voltò scorrucciato alla sua bella vicina.—Ecco, signora;—diss'egli.—Bisogna distinguere. Cosma saràtaoribfinchè vorrai, ed anche di più. Ma ti prego di credere che nel mio paese, agli occhi di una donna, non ètaoribche un uomo solo. Non mi capisci, Samana? Ora te lo faccio spiegare da Caonec. O piuttosto, no!...—soggiunse egli, ravvedendosi.—Non leviamo il velo dell'innocenza a questa divina creatura. Ella vede che Cosma è mio amico, e crede farmi un piacer matto, decorandolo dell'epiteto ditaorib. Certo, il mio compagno non è... non è... come si dice il contrario di taorib? A te, Caonec! Come si dice brutto nella tua lingua?—Uruab;—rispose prontamente l'interpetre.—Ah sì?Uruab?Dovevo immaginarmelo. Dicevo dunque a questa cara fanciulla che Cosma non èuruab. Tutt'altro! Anzi, la signora Nina lo trovavataorib.... moltotaorib.... la qual cosa non tolse che un bel giorno.... Ma già, c'è sempre nel mondo untaoribche è piùtaoribdi noi, o sembra tale, e viene a vogarci sul remo. Ebbene, che cosa dicevo? Samana Taorib... tu mi guardi?... Cioè, non mi guardi affatto. Ma il tuo fumo dikohibami dà maledettamente alla testa. Caonec! Caonec! dell'acqua... un sorso d'acqua, ti prego....—[pg!109]Caonec corse nella capanna a prendere l'orciuolo, e ritornò prontamente, per accostarne l'orlo alla bocca del fumatore giacente.—Oh bene, grazie, Caonec. È buona, l'acqua; e noi siamo qualche volta ingiusti con essa. Ancora un sorso... e un altro.... È tanto buona, che la tracannerei tutta d'un fiato. Ma dov'è Samana Taorib, che non la vedo più al mio fianco? Partita! perchè?... Dell'acqua ancora! E ti prego, raccogline un poco nel cavo della mano, e spruzzami il viso.... Mi arde la testa, e mi vengono i sudori freddi alle tempie. Che diavol è? Pigliami tra le braccia, Caonec; tirami su, a sedere... così! Ma no, tirami su, del tutto, in piedi... e sorreggimi. Sento che mi si rovescia lo stomaco. Vorrei passeggiare, Caonec. Là, dietro a quegli alberi, ci dev'essere più aria.—Caonec, intelligente selvaggio, obbediva a tutti i cenni di quel figlio del cielo. Presolo sotto le ascelle, lo condusse barcollante verso la macchia.—Che c'è!—domandò Rodrigo di Xeres, vedendo la scena.—Niente, don Rodrigo;—balbettò Damiano, tenendosi lo stomaco, e stralunando gli occhi.—Vado a prendere un po' d'aria.—Infatti, siete assai pallido.—Sfido io... con quellakohiba!Ma l'aria fresca mi farà bene. So un poco di medicina, don Rodrigo, e penso che potrò liberarmi... da questa oppressura. Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà dei consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e Celso non contraddice.—Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi al braccio di Caonec. Le gambe lo reggevano male, ma il braccio del suo compagno era saldo. Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella vece, o Dio liberatore!... Ma è giusto che certe cose [pg!110] avvengano, per salutare esempio, se non per edificazione dei popoli.Mezz'ora dopo, respirata l'aria fresca della macchia, risciacquata la bocca e la fronte allo zampillo di una sorgente vicina, con lo stomaco debole e il cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva. Il sole era tramontato, e la notte si avvicinava a gran passi. Nell'ombra della sera, e attraverso le nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma che stava presso l'uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi d'indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo con molta attenzione.—Samana!—disse Damiano.—Che fai tu qui, in così stretto colloquio con l'amico mio?—Cosma...—rispose l'ingenua selvaggia, non arrossendo neanche, sotto la sua pelle di rame,—Cosmataorib!—Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco tanto debole, e il cervello ancora tanto annebbiato, che non si provò neanche a gridare.—Ho capito;—mormorò.—Buona fortuna, Cosma taorib! Io vado a letto. Come si dice letto, nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi ricordo, amac. Io dunque vado nell'amac... e senzataorib.—Samana, tutta intenta a guardar Cosma, non diede neanche retta a Damiano; lo lasciò andare senza dirgli crepa.—Ingratitudine delletaorib!—borbottò Damiano, entrando nella capanna.—Ma non diciamo male delletaorib, dopo tutto. Sono così anche le lepri. Un cacciatore le scopre; un altro le prende.—Damiano cullava ancora la sua filosofia nel pensile tessuto di un'amaca, quando venne Cosma a raggiungerlo.—Ah sei qua, tu?—gli disse Damiano—Troppo buono, in verità![pg!111]—Te lo avevo pur detto!—rispose Cosma.—Non ne ber tanto, di quel liquore. È non ti sei contentato di bere; hai voluto anche aspirare il fumo di quell'erba.—Caro mio, per discacciare gli spiriti della sera. Avevo un diavolo in corpo. E come sai, un diavolo scaccia l'altro.—Quando non restano in corpo tutt'e due.—No, sai? uno... è andato fuori di certo. Del resto, cose nuove; e bisogna farci lo stomaco. Ma tu, caro amico, hai fatto un'opera di carità, venendo a vedermi. Ed anche un sacrifizio, mi pare.—Perchè?—Perchè hai piantata sull'uscio la mia... no, la tua... infine la nostra Samana Taorib.—Ma che mia? che nostra? che Taorib?—Come? e non era poc'anzi con te?—Eh, sfido! volevi che la scacciassi?—Non pretendevo questo. Ho detto di averla veduta con te. E ti chiamava CosmaTaorib, la perfida! Sentiamo, che cos'altro ti ha detto?—Caro mio, lo vorrei, ma non lo posso. Non l'ho capita.—E non hai preso interpetre?—No.—Uomo raro! uomo singolare! giuralo.—Te lo giuro;—disse Cosma, ridendo a suo malgrado della necessità di un giuramento solenne.—Ma che, per caso, mi avresti tu preso in iscambio, credendomi un altro te?—Caro mio, che cosa vuoi che ti dica? L'uomo è un animale così irragionevole!—Parla per te, Damiano.—È giusto, parlerò per me. Anzi, non parlerò più affatto. Con tua licenza proverò a dormire.—È il meglio che tu possa fare;—concluse [pg!112] Cosma,—E poichè vedo lì un'altra amaca, ne prendo possesso, e ti fo compagnia.—Così dicendo, Cosma pose le mani sull'orlo di una amaca, librò la persona sulle braccia tese, e con una abilissima giravolta si gittò di lancio in quel letto pensile, dove pochi minuti dopo dormiva saporitamente, con molta invidia del compagno Damiano, a cui i dolori del capo, l'arsura delle fauci e i vapori dello stomaco non lasciavano prender sonno.Ma tutto ha fine quaggiù, anche il mal di capo e il mal di stomaco. Dormendo interrottamente, sudando freddo, voltandosi un po' sul fianco destro, un po' sul mancino, Damiano trovò finalmente il modo di riposare, aspettando una domani che era così lenta a venire. A giorno chiaro si svegliò del tutto, e balzò dall'amaca, al rumore che gli altri facevano dintorno a lui, essendo alzati già tutti.Damiano aveva la bocca amara e le ossa peste, come dopo una febbre quartana. Ma infine, se paragonava il suo stato d'allora con quello della sera innanzi, poteva stimarsi abbastanza contento. Lo stomaco era sempre dubbioso, ma non gli doleva più. Uscì all'aperto, per prendere davvero una boccata d'aria; passeggiò un poco sotto i palmizi, e andò a salutare la fontana, in fondo a quel prato nascosto, dove aveva corso il risico di rendere l'anima a Dio, come tant'altre cose alla terra di Bohio. Al vivo zampillo della fontana si lavò le mani e la faccia; questa, poi, lungamente, una mezza dozzina di volte. Avrebbe fatto anche un bagno, se non avesse pensato che ci voleva troppo tempo a spogliarsi, mentre Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres parlavano già di rimettersi in cammino, per ritornare alla costa.Quando ricomparve nella brigata, era già l'ora della refezione.[pg!113]—Mangiate qualche cosa;—gli disse Rodrigo di Xeres.—Niente, è più utile d'un cibo moderato, a rianimare lo stomaco indebolito da un stravizio.... e dalle sue conseguenze.—A chi lo dite?—esclamò Damiano.—Sono anche un po' medico. E assaggerò di questa farinata gialla, che mi pare di ceci.—Maiz;—disse Caonec—Qui mangiare, là nascere.—Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate di quello che si chiamò poi grano turco; le quali pannocchie pendevano dalle pareti della capanna. Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori avevano raccolte, per portarle alla costa.Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non innaffiò la sua farinata di maiz che con sorsate di acqua pura. Finalmente, gli ambasciatori si alzarono, per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio. In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le solite perline di vetro colorato e sonagliuzzi di rame, avevano fatti riporre i saggi della agricoltura di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero una discreta quantità di bambagia, che traevano da un fiore, non coltivato nei campi, ma facile a trovarsi dovunque nello stato salvatico. Era, come immaginate, il cotone. E i naturali dell'isola conoscevano l'arte di filarlo, per tesserne le loro amache non solo, ma ancora i manti di cui le donne più ragguardevoli si adornavano le spalle, e lepernague, o pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate alle cure dei due interpetri, gli ambasciatori dell'almirante portavano un carico meno pesante, ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte a fatica, e forse non tutte dirittamente intese, sulle condizioni dei luoghi. Sapevano, per esempio, [pg!114] che in quell'isola, detta di Cuba, erano molti i villaggi, ognuno col suo re, dettocacìco;potevano riferire con certezza all'almirante che quei villaggi erano tutti, dal più al meno, come quello di Bohio, e che non era a sperare di trovarci il gran Cane, nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale, nè perle, nè oro, nè spezierie. Queste ricchezze, per altro, dovevano ritrovarsi a staia, molto più lungi di là, verso ponente, in un'isola, o terra, che i naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.O Babeque, o isola fantastica come quella di San Brandano, cercata inutilmente come quella di Cipango, voi avete fatto perdere un tempo prezioso al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata nel gran limbo delle cose vane, senza che i posteri siano mai venuti a capo di sapere che diavolo intendessero di accennare, pronunziando il vostro riverito nome, i naturali di Cuba.—Ed ora, amici, in cammino!—aveva detto Rodrigo di Xeres.—Bisognerebbe esser domani alla costa, per non tenere in ansietà il nostro signor almirante.—Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono l'ambasciata per un buon tratto di strada. Le donne, affollate all'ingresso del villaggio, piangevano sulla partenza dei figli del cielo.Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila, quella perfida Samana, che lo aveva lasciato solo a combattere coi fumi dellakohiba, andando a chiamaretaoribil suo amico e fratello Cosma. Stette saldo, vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo di non averla veduta.Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori, baciando loro le mani. Samana approfittò di quella confusione per accostarsi a Damiano.[pg!115]—Damiana!—gli disse, guardandolo con aria compunta.—Damiana!—ripetè egli, sardonico.—Cambiami ancora il sesso, satirica donna, che me lo son meritato.—Damiana....taorib!—ripigliò Samana con voce carezzevole.—Troppo tardi, fanciulla!—rispose egli inflessibile.—Ma setaoribvuol dire imbecille, tu hai sicuramente ragione.—Così dicendo, Damiano levò il braccio, come se volesse darle la sua benedizione, o mandarla a farsi benedire altrove; e proseguì la sua strada.[pg!116]

Capitolo VI.Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.Rendiamo quest'altra giustizia a Damiano. Se le giovani donne di Bohio erano Veneri, quella che egli aveva scelta in un impeto subitaneo d'affetto, era l'Anadiomene. E non vi paia che si sprechi il nome di Venere, con donne che avevano la pelle color di rame. Ogni professore di fisica vi dirà che i colori per sè stessi non esistono. Ogni fisiologo vi soggiungerà che i gusti sono diversi, e i capricci egualmente. Io vi ricorderò che se noi associamo il color bianco alla immagine di Venere, la colpa è tutta del marmo Pario e del Pentelico, in cui l'abbiamo sempre vista scolpita. Nel fatto, per piacere a Marte, a Vulcano, ad Anchise e ad altri personaggi dell'antichità, Venere sarà stata di buon colore come ogni altra femmina o dea, e magari più d'ogni altra. Il colore del rame è un incarnato un po' carico; questione di più o di meno.Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche tanto bruna, o era bruna con riflessi luminosi, come di rosa pavonazza. Era poi fatta a pennello; aveva le labbra tinte nel succo della melagrana; aveva gli occhi umidi e languidi sotto l'arco delle [pg!100] ciglia lunghe, e quegli occhi nereggiavano come due more salvatiche entro due coppe d'indaco stemperato. Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio di cose; tutte quelle, almeno, che ameremmo farci dir noi, vedendo due occhi di quella fatta.Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e strofinar le mani da lei. E poi, afferrato a sua volta il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva voluto strofinar la sua parte anche lui. Con la eloquenza del gesto, le aveva dimostrato che il bisogno c'era. In fatti, la bella Anadiomene, versando dall'orciuolo si era rovesciata l'acqua sulle mani, e le aveva inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle. Ed egli si mise a strofinare con molta coscienza, ma perdendo altrettanta erba per via. Non ne aveva più un filo tra le dita, che strofinava ancora.La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo coi suoi grandi occhi d'indaco stemperato. Ma infine, vedendo che il suo servente non accennava a finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due file di denti che erano tante perline.—Come vi chiamate, signora?—le disse con languido accento Damiano.Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.—Che bestia!—proseguì egli allora, ma rivolgendo la parola a sè stesso.—Ella non capisce lo spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no, questo bisogna serbarlo per i casi estremi.—Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l'interpetre di Guanahani.—Caonec! domanda a questa bella bambina come si chiama, e trova anche il modo di farle sapere che il mio nome è Damiano.—L'interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire nel discorso il suo nome, capì che la commissione era fatta.[pg!101]—Si chiama Samana;—disse l'interpetre, come ebbe finito il suo breve dialogo con la bella selvaggia.—Samana! oh dolce nome, Samana! Già, capisco, è sempre dolce, il nome che piace.... fosse pur Cunegonda. E che cosa vuol dire Samana?—Sama....—disse Caonec.E dopo aver proferita quella prima parte del nome, accostò l'indice alla bocca aperta, e subito lo allontanò, in atto di cavarne fuori qualche cosa.—Soffio?—disse Damiano, facendo l'atto di respirare.Caonec rispose con un atto di diniego.—Voce?—riprese Damiano.E per dare un esempio di ciò che diceva, mandò fuori le cinque vocali, coi loro dittonghi rispettivi. Caonec sorrise, e fece un atto affermativo.—Ah, sia lodato il cielo. E poi?—Ana....—riprese Caonec.—Sicuro, Ana; sentiamo che cosa vuol dire Ana;—rispose Damiano.Caonec prese una piastrella d'oro che Damiano portava al collo, e accennandola rispose:—Ana.... Oro!—Ah, bene,—gridò Damiano.—Samana, contrazione di Samaana; voce d'oro! È un bel nome. Su per giù, è come il nostro Boccadoro, che noi, per altro, non abbiamo mai usato per le donne. E questo non ci fa onore, sia detto di passata. Tu sei bella, o Voce d'oro, o Grisostoma. A proposito.... Caonec! Dille a mio nome che è bella. Come si dice bella, in questi paesi?—Taorib;—rispose l'interpetre.—Diciamo dunque Samana Taorib;—gridò Damiano, volgendosi alla giovane selvaggia, che rideva a più non posso;—Samana Taorib, ah! se [pg!102] tu volessi trovaretaoribanche me, come sarebbetaorib! Vedete, amici? Io sono l'uomo più felice di tutte le isole del mar Oceano. Mi fermo qui, col permesso del signor almirante; non mi muovo più dal fianco di Samana Taorib, e la domando in isposa.—Con che rito?—disse Rodrigo di Xeres.—Con quello dei suoi paesi; e non ci vedo modo di fare altrimenti;—rispose Damiano.—Se per altro vuol esser sposata là col nostro rito, venga con noi, la sposerò davanti al Prete Janni.—Cosma si era avvicinato all'amico, e gli bisbigliava all'orecchio:—Non dir sciocchezze, ti prego. E non ne fare, mi raccomando.—Sciocchezze!—esclamò Damiano, ribellandosi alle voci dell'amicizia.—E perchè, di grazia? Sciocchezza per te, se mai, non per me. Tu odii le donne. Io sono più giusto. Perchè una.... Ma già, non mi fare gli occhiacci! Volevo dire che se fossi nel vecchio mondo, potrei forse pensare come te. Ma qui siamo nel nuovo, mi capisci? nel nuovo. Avessi anche giurato di non amar più, siamo agli antipodi; agli antipodi il giuramento non regge, casca nel vuoto. Non è vero, Samana Taorib, che voi siete la più bella creatura dell'universo mondo?—Samana rideva, rideva sempre, come ridono, sotto ogni latitudine, le donne che sanno di non perder grazia a quel giuoco.Quel fiume di parole aveva tirata su Damiano l'attenzione di tutta la brigata. Le donne di Bohio, sentendo quel visibilio ditaorib, prodigati a Samana, avevano fatto cerchio, come ad uno spettacolo di piazza. Sentivano invidia e gelosia, le donne di Bohio? A vederle così allegre, ci sarebbe stato da scommettere che le sullodate furie non fossero penetrate ancora nelle isole del nuovo mondo. Ma [pg!103] forse, chi sa? le donne sanno padroneggiarsi così bene! Comunque sia, non cerchiamo di approfondire certi misteri. Molti fatti sono rimasti oscuri, molti particolari inesplorati, nei primi viaggi di scoperta di là dall'Atlantico. Ai giorni nostri, se si dovesse scoprire una sesta parte del globo, andrebbero botanici, zoologi, fisiologi, psicologi, medici, speziali, perfino giornalisti, e si saprebbe ogni cosa appuntino. Ma allora, niente di ciò; e troppe cose son rimaste nell'ombra.Samana aveva dette, sulla spalla di Damiano, alcune parole al naturale di Guanahani. Se ne avvide Damiano, e, sospettoso come un europeo, chiese tosto a Caonec:—Che cosa ti domanda il mio sole?—Domanda,—rispose Caonec,—se quel giovane che ti ha parlato poc'anzi è tuo fratello.—No, non è mio fratello.—E gliel ho detto.—Ma dille ancora che Cosma mi è più che fratello, amico del cuore. Capisci? del cuore.—Caonec aggiunse qualche parola alla sua risposta, per contentare Damiano.Frattanto, per invito delle donne di Bohio, si usciva dalla sala del convito in giardino, a prendere una boccata d'aria. Damiano offerse galantemente il braccio a Samana Taorib. La fanciulla non capiva che cosa significasse quell'atto, per cui l'uomo si accosta così gentilmente alla forma di un'anfora col manico. Ma ella vide che Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres facevano lo stesso, pigliando a braccetto due altre donne di Bohio, e si adattò subito ad imitar le compagne. Si voltò, per altro, a guardare che cosa facesse il quarto figlio del cielo, e vide che il quarto non faceva manico d'anfora a nessuna tra le figlie degli uomini.[pg!104]—Cosma....—mormorò ella.E proseguì la frase, ma nella sua lingua; donde avvenne che il suo cavaliere non capisse altro che il nome dell'amico, un nome da lei imparato poc'anzi.Damiano si volse per notizie all'interpetre.—Che cosa dice la mia sultana?—gli chiese.—Vuol sapere,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non fa come gli altri.—Ah sì, è vero;—disse Damiano.—Cosma fa sempre tutto alla rovescia degli altri. Dille che Cosma non ama le donne.—Cosma udì le parole dell'amico, e alzò sdegnosamente le spalle.—Mi raccomando,—diss'egli poscia, in vernacolo genovese,—non far sciocchezze; non ne dire, almeno. Credo in verità che quel liquore maledetto ti abbia dato al cervello.—Damiano voleva rispondergli. Ma quell'altro si era già allontanato.Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano, sull'erba del prato, all'ombra dei palmizi e dei cocchi. Le donne di Bohio si erano sedute accanto ai figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore: i pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli alberi giganteschi; l'idillio e l'egloga intenerivano i cuori della comitiva satolla.Poco stante, capitarono anche gli uomini della tribù. E chiesero, con l'aiuto degli interpetri, se i figli del cielo fossero rimasti contenti; pregarono che volessero rimanere molti giorni con loro, nella pace pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi nell'aria e sul mare. Ma no, era impossibile, facevano rispondere i capi dell'ambasciata. Erano venuti per conoscere il paese, per chiedere come fosse grande quell'isola, quanti fossero i villaggi, e quanti [pg!105] i re; da chi dipendessero; se su quell'isola, o in altra terra vicina, imperasse il gran Cane, o il Prete Janni, od altro monarca; dopo di che, era necessario che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio di tutto al loro grande almirante, signore dei mari, ma soggetto egli stesso al più grande monarca del mondo. Era necessario che partissero: sarebbero rimasti a Bohio solamente quella notte. Ma perchè il re di Bohio non sarebbe andato ad accompagnarli fino alla costa, per conoscere l'almirante, signore dei mari, che lo avrebbe accolto come un fratello, e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti, per lui e per i principali uomini di Bohio?Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio, probabilmente un servo del re, portando una cesta intessuta di vimini colorati. In quella cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di color lionato carico, in forma di fusi. Ma non erano fusi di legno; parevano di carta, o piuttosto di foglie disseccate.—Che roba è?—disse Luigi di Torres.—Come?—esclamò Rodrigo di Xeres.—Non lo sapete? Nell'estremo Oriente, nell'India pastinaca, non c'è nulla di simile? E non vi dà lume di niente il vostro Beniamino di Tudela?—Voi scherzate, don Rodrigo!—Eh, Dio buono, a quest'ora, dovrebb'essere permesso. Non avete voi pranzato di buon appetito?—Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li palpavano, li guardavano, li fiutavano. L'aspetto non era brutto; la sostanza cedeva al tatto, come un composto di foglie secche; l'odore era buono, ma di un aroma sconosciuto.Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi ospiti, prese uno di quei fusi, ne introdusse una [pg!106] estremità fra le labbra, e accostò l'altra ad un tizzone acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato il fuoco a un capo del fuso, il re si mise a tirare il fiato dall'altro, e incominciò a render fumo dalla bocca.—Oh,taorib!—esclamò Damiano, che aveva seguita con occhio curioso l'operazione regale.L'interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e alla compagnia che quello non erataorib, ma si dicevakohiba.—Siamo lì!—disse Damiano.—E a che serve quel succhiar foglie accese e dar fumo dalla bocca?L'interpetre stentava a capire. La frase di Damiano accoglieva troppi vocaboli nuovi per lui.—Ti domando,—riprese Damiano,—che cosa è questakohiba.—Un'erba,—rispose allora l'interpetre,—un'erba che scaccia gli spiriti della sera.—Spiriti?... che sono in corpo?—domandò Damiano, aiutando le parole col gesto.Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva di spiriti che possono entrare in corpo. Nondimeno, si trattava sempre di spiriti, e della utilità grande di mandarli a quel paese.—Ah!—disse Damiano.—Credo di averne bisogno ancor io. Vuoi tu accendermi questakohiba, dolce Samana Taorib?—La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era eloquente; ed ella appagò il desiderio del suo cavaliere. Prese il fuso, lo accostò alle labbra, lo accese al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.Questi incominciò a guardare devotamente la traccia umida che le labbra di Samana avevano lasciata sulla estremità del fuso. E più divotamente accostò le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura agli inni, rubando frasi ed immagini al Cantico dei Cantici.[pg!107]—Taorib! Taorib!Sono dolci i tuoi amori, e il succo delle tue labbra è migliore del miele. Non parlo del vino, come termine di confronto, perchè il vino dellaSanta Marianon è altro oramai che un cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa, neanche buono a condire il cappone in galera.Taorib! Taorib!i tuoi occhi sono due pezzi di lapislazzuli, in mezzo a cui l'orafo divino ha incastonati due diamanti purissimi. Il tuo collo è come la torre di Sion, a cui Davide appendeva le targhe dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente non sono i tuoi orecchi; ma, sono capriuoli egualmente, sebbene non si levino tra i gigli. Ed io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato come una vela maestra, dal soffio di una legione di amori.—Non era più un discorso, quello di Damiano; era un mormorio; un bisbiglio all'orecchio di Samana, mentre intorno a loro erano parecchie conversazioni avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca, come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli, sentendosi più leggero che mai, andava con la fantasia più alto che non dicesse a parole.—Taorib! Taorib!—seguitava egli, balbettando.—Vuoi tu seguirmi lassù? Ti porto in cielo. Strappo un par di raggi alla prima stella che passa, e te ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada alle nubi, e te ne faccio una collana di perle.Taorib!SamanaTaorib!...—Samana Taorib, più confusa che mai da quella monotonia di suoni deprecativi, volgeva intorno i suoi grandi occhi d'indaco.—Caonec!—diss'ella, vedendo l'interpetre seduto sulle calcagna, a pochi passi da lei.—Cosmakohiba nericama?—[pg!108]Damiano incominciava a sentirsi impacciata la lingua; ma aveva ancor sano l'orecchio.—Caonec!—diss'egli a sua volta.—Che dice, la mia bella sovrana?—Domanda,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non ha voluto fumarekohiba.—Dille che Cosma odia lakohibacome odia le donne;—rispose Damiano.—Cosma è uno sciocco.—Cosmataorib!—mormorò Samana.Un'opinione così recisamente espressa, non poteva piacere a Damiano, che si voltò scorrucciato alla sua bella vicina.—Ecco, signora;—diss'egli.—Bisogna distinguere. Cosma saràtaoribfinchè vorrai, ed anche di più. Ma ti prego di credere che nel mio paese, agli occhi di una donna, non ètaoribche un uomo solo. Non mi capisci, Samana? Ora te lo faccio spiegare da Caonec. O piuttosto, no!...—soggiunse egli, ravvedendosi.—Non leviamo il velo dell'innocenza a questa divina creatura. Ella vede che Cosma è mio amico, e crede farmi un piacer matto, decorandolo dell'epiteto ditaorib. Certo, il mio compagno non è... non è... come si dice il contrario di taorib? A te, Caonec! Come si dice brutto nella tua lingua?—Uruab;—rispose prontamente l'interpetre.—Ah sì?Uruab?Dovevo immaginarmelo. Dicevo dunque a questa cara fanciulla che Cosma non èuruab. Tutt'altro! Anzi, la signora Nina lo trovavataorib.... moltotaorib.... la qual cosa non tolse che un bel giorno.... Ma già, c'è sempre nel mondo untaoribche è piùtaoribdi noi, o sembra tale, e viene a vogarci sul remo. Ebbene, che cosa dicevo? Samana Taorib... tu mi guardi?... Cioè, non mi guardi affatto. Ma il tuo fumo dikohibami dà maledettamente alla testa. Caonec! Caonec! dell'acqua... un sorso d'acqua, ti prego....—[pg!109]Caonec corse nella capanna a prendere l'orciuolo, e ritornò prontamente, per accostarne l'orlo alla bocca del fumatore giacente.—Oh bene, grazie, Caonec. È buona, l'acqua; e noi siamo qualche volta ingiusti con essa. Ancora un sorso... e un altro.... È tanto buona, che la tracannerei tutta d'un fiato. Ma dov'è Samana Taorib, che non la vedo più al mio fianco? Partita! perchè?... Dell'acqua ancora! E ti prego, raccogline un poco nel cavo della mano, e spruzzami il viso.... Mi arde la testa, e mi vengono i sudori freddi alle tempie. Che diavol è? Pigliami tra le braccia, Caonec; tirami su, a sedere... così! Ma no, tirami su, del tutto, in piedi... e sorreggimi. Sento che mi si rovescia lo stomaco. Vorrei passeggiare, Caonec. Là, dietro a quegli alberi, ci dev'essere più aria.—Caonec, intelligente selvaggio, obbediva a tutti i cenni di quel figlio del cielo. Presolo sotto le ascelle, lo condusse barcollante verso la macchia.—Che c'è!—domandò Rodrigo di Xeres, vedendo la scena.—Niente, don Rodrigo;—balbettò Damiano, tenendosi lo stomaco, e stralunando gli occhi.—Vado a prendere un po' d'aria.—Infatti, siete assai pallido.—Sfido io... con quellakohiba!Ma l'aria fresca mi farà bene. So un poco di medicina, don Rodrigo, e penso che potrò liberarmi... da questa oppressura. Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà dei consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e Celso non contraddice.—Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi al braccio di Caonec. Le gambe lo reggevano male, ma il braccio del suo compagno era saldo. Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella vece, o Dio liberatore!... Ma è giusto che certe cose [pg!110] avvengano, per salutare esempio, se non per edificazione dei popoli.Mezz'ora dopo, respirata l'aria fresca della macchia, risciacquata la bocca e la fronte allo zampillo di una sorgente vicina, con lo stomaco debole e il cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva. Il sole era tramontato, e la notte si avvicinava a gran passi. Nell'ombra della sera, e attraverso le nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma che stava presso l'uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi d'indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo con molta attenzione.—Samana!—disse Damiano.—Che fai tu qui, in così stretto colloquio con l'amico mio?—Cosma...—rispose l'ingenua selvaggia, non arrossendo neanche, sotto la sua pelle di rame,—Cosmataorib!—Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco tanto debole, e il cervello ancora tanto annebbiato, che non si provò neanche a gridare.—Ho capito;—mormorò.—Buona fortuna, Cosma taorib! Io vado a letto. Come si dice letto, nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi ricordo, amac. Io dunque vado nell'amac... e senzataorib.—Samana, tutta intenta a guardar Cosma, non diede neanche retta a Damiano; lo lasciò andare senza dirgli crepa.—Ingratitudine delletaorib!—borbottò Damiano, entrando nella capanna.—Ma non diciamo male delletaorib, dopo tutto. Sono così anche le lepri. Un cacciatore le scopre; un altro le prende.—Damiano cullava ancora la sua filosofia nel pensile tessuto di un'amaca, quando venne Cosma a raggiungerlo.—Ah sei qua, tu?—gli disse Damiano—Troppo buono, in verità![pg!111]—Te lo avevo pur detto!—rispose Cosma.—Non ne ber tanto, di quel liquore. È non ti sei contentato di bere; hai voluto anche aspirare il fumo di quell'erba.—Caro mio, per discacciare gli spiriti della sera. Avevo un diavolo in corpo. E come sai, un diavolo scaccia l'altro.—Quando non restano in corpo tutt'e due.—No, sai? uno... è andato fuori di certo. Del resto, cose nuove; e bisogna farci lo stomaco. Ma tu, caro amico, hai fatto un'opera di carità, venendo a vedermi. Ed anche un sacrifizio, mi pare.—Perchè?—Perchè hai piantata sull'uscio la mia... no, la tua... infine la nostra Samana Taorib.—Ma che mia? che nostra? che Taorib?—Come? e non era poc'anzi con te?—Eh, sfido! volevi che la scacciassi?—Non pretendevo questo. Ho detto di averla veduta con te. E ti chiamava CosmaTaorib, la perfida! Sentiamo, che cos'altro ti ha detto?—Caro mio, lo vorrei, ma non lo posso. Non l'ho capita.—E non hai preso interpetre?—No.—Uomo raro! uomo singolare! giuralo.—Te lo giuro;—disse Cosma, ridendo a suo malgrado della necessità di un giuramento solenne.—Ma che, per caso, mi avresti tu preso in iscambio, credendomi un altro te?—Caro mio, che cosa vuoi che ti dica? L'uomo è un animale così irragionevole!—Parla per te, Damiano.—È giusto, parlerò per me. Anzi, non parlerò più affatto. Con tua licenza proverò a dormire.—È il meglio che tu possa fare;—concluse [pg!112] Cosma,—E poichè vedo lì un'altra amaca, ne prendo possesso, e ti fo compagnia.—Così dicendo, Cosma pose le mani sull'orlo di una amaca, librò la persona sulle braccia tese, e con una abilissima giravolta si gittò di lancio in quel letto pensile, dove pochi minuti dopo dormiva saporitamente, con molta invidia del compagno Damiano, a cui i dolori del capo, l'arsura delle fauci e i vapori dello stomaco non lasciavano prender sonno.Ma tutto ha fine quaggiù, anche il mal di capo e il mal di stomaco. Dormendo interrottamente, sudando freddo, voltandosi un po' sul fianco destro, un po' sul mancino, Damiano trovò finalmente il modo di riposare, aspettando una domani che era così lenta a venire. A giorno chiaro si svegliò del tutto, e balzò dall'amaca, al rumore che gli altri facevano dintorno a lui, essendo alzati già tutti.Damiano aveva la bocca amara e le ossa peste, come dopo una febbre quartana. Ma infine, se paragonava il suo stato d'allora con quello della sera innanzi, poteva stimarsi abbastanza contento. Lo stomaco era sempre dubbioso, ma non gli doleva più. Uscì all'aperto, per prendere davvero una boccata d'aria; passeggiò un poco sotto i palmizi, e andò a salutare la fontana, in fondo a quel prato nascosto, dove aveva corso il risico di rendere l'anima a Dio, come tant'altre cose alla terra di Bohio. Al vivo zampillo della fontana si lavò le mani e la faccia; questa, poi, lungamente, una mezza dozzina di volte. Avrebbe fatto anche un bagno, se non avesse pensato che ci voleva troppo tempo a spogliarsi, mentre Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres parlavano già di rimettersi in cammino, per ritornare alla costa.Quando ricomparve nella brigata, era già l'ora della refezione.[pg!113]—Mangiate qualche cosa;—gli disse Rodrigo di Xeres.—Niente, è più utile d'un cibo moderato, a rianimare lo stomaco indebolito da un stravizio.... e dalle sue conseguenze.—A chi lo dite?—esclamò Damiano.—Sono anche un po' medico. E assaggerò di questa farinata gialla, che mi pare di ceci.—Maiz;—disse Caonec—Qui mangiare, là nascere.—Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate di quello che si chiamò poi grano turco; le quali pannocchie pendevano dalle pareti della capanna. Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori avevano raccolte, per portarle alla costa.Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non innaffiò la sua farinata di maiz che con sorsate di acqua pura. Finalmente, gli ambasciatori si alzarono, per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio. In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le solite perline di vetro colorato e sonagliuzzi di rame, avevano fatti riporre i saggi della agricoltura di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero una discreta quantità di bambagia, che traevano da un fiore, non coltivato nei campi, ma facile a trovarsi dovunque nello stato salvatico. Era, come immaginate, il cotone. E i naturali dell'isola conoscevano l'arte di filarlo, per tesserne le loro amache non solo, ma ancora i manti di cui le donne più ragguardevoli si adornavano le spalle, e lepernague, o pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate alle cure dei due interpetri, gli ambasciatori dell'almirante portavano un carico meno pesante, ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte a fatica, e forse non tutte dirittamente intese, sulle condizioni dei luoghi. Sapevano, per esempio, [pg!114] che in quell'isola, detta di Cuba, erano molti i villaggi, ognuno col suo re, dettocacìco;potevano riferire con certezza all'almirante che quei villaggi erano tutti, dal più al meno, come quello di Bohio, e che non era a sperare di trovarci il gran Cane, nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale, nè perle, nè oro, nè spezierie. Queste ricchezze, per altro, dovevano ritrovarsi a staia, molto più lungi di là, verso ponente, in un'isola, o terra, che i naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.O Babeque, o isola fantastica come quella di San Brandano, cercata inutilmente come quella di Cipango, voi avete fatto perdere un tempo prezioso al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata nel gran limbo delle cose vane, senza che i posteri siano mai venuti a capo di sapere che diavolo intendessero di accennare, pronunziando il vostro riverito nome, i naturali di Cuba.—Ed ora, amici, in cammino!—aveva detto Rodrigo di Xeres.—Bisognerebbe esser domani alla costa, per non tenere in ansietà il nostro signor almirante.—Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono l'ambasciata per un buon tratto di strada. Le donne, affollate all'ingresso del villaggio, piangevano sulla partenza dei figli del cielo.Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila, quella perfida Samana, che lo aveva lasciato solo a combattere coi fumi dellakohiba, andando a chiamaretaoribil suo amico e fratello Cosma. Stette saldo, vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo di non averla veduta.Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori, baciando loro le mani. Samana approfittò di quella confusione per accostarsi a Damiano.[pg!115]—Damiana!—gli disse, guardandolo con aria compunta.—Damiana!—ripetè egli, sardonico.—Cambiami ancora il sesso, satirica donna, che me lo son meritato.—Damiana....taorib!—ripigliò Samana con voce carezzevole.—Troppo tardi, fanciulla!—rispose egli inflessibile.—Ma setaoribvuol dire imbecille, tu hai sicuramente ragione.—Così dicendo, Damiano levò il braccio, come se volesse darle la sua benedizione, o mandarla a farsi benedire altrove; e proseguì la sua strada.[pg!116]

Il primo sigaro fumato nel nuovo mondo da un abitante del vecchio.

Rendiamo quest'altra giustizia a Damiano. Se le giovani donne di Bohio erano Veneri, quella che egli aveva scelta in un impeto subitaneo d'affetto, era l'Anadiomene. E non vi paia che si sprechi il nome di Venere, con donne che avevano la pelle color di rame. Ogni professore di fisica vi dirà che i colori per sè stessi non esistono. Ogni fisiologo vi soggiungerà che i gusti sono diversi, e i capricci egualmente. Io vi ricorderò che se noi associamo il color bianco alla immagine di Venere, la colpa è tutta del marmo Pario e del Pentelico, in cui l'abbiamo sempre vista scolpita. Nel fatto, per piacere a Marte, a Vulcano, ad Anchise e ad altri personaggi dell'antichità, Venere sarà stata di buon colore come ogni altra femmina o dea, e magari più d'ogni altra. Il colore del rame è un incarnato un po' carico; questione di più o di meno.

Aggiungete che la bella selvaggia non era neanche tanto bruna, o era bruna con riflessi luminosi, come di rosa pavonazza. Era poi fatta a pennello; aveva le labbra tinte nel succo della melagrana; aveva gli occhi umidi e languidi sotto l'arco delle [pg!100] ciglia lunghe, e quegli occhi nereggiavano come due more salvatiche entro due coppe d'indaco stemperato. Che occhi, Dio creatore! E dicevano un visibilio di cose; tutte quelle, almeno, che ameremmo farci dir noi, vedendo due occhi di quella fatta.

Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e strofinar le mani da lei. E poi, afferrato a sua volta il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva voluto strofinar la sua parte anche lui. Con la eloquenza del gesto, le aveva dimostrato che il bisogno c'era. In fatti, la bella Anadiomene, versando dall'orciuolo si era rovesciata l'acqua sulle mani, e le aveva inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle. Ed egli si mise a strofinare con molta coscienza, ma perdendo altrettanta erba per via. Non ne aveva più un filo tra le dita, che strofinava ancora.

La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo coi suoi grandi occhi d'indaco stemperato. Ma infine, vedendo che il suo servente non accennava a finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due file di denti che erano tante perline.

—Come vi chiamate, signora?—le disse con languido accento Damiano.

Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.

—Che bestia!—proseguì egli allora, ma rivolgendo la parola a sè stesso.—Ella non capisce lo spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no, questo bisogna serbarlo per i casi estremi.—

Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l'interpetre di Guanahani.

—Caonec! domanda a questa bella bambina come si chiama, e trova anche il modo di farle sapere che il mio nome è Damiano.—

L'interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire nel discorso il suo nome, capì che la commissione era fatta.

[pg!101]

—Si chiama Samana;—disse l'interpetre, come ebbe finito il suo breve dialogo con la bella selvaggia.

—Samana! oh dolce nome, Samana! Già, capisco, è sempre dolce, il nome che piace.... fosse pur Cunegonda. E che cosa vuol dire Samana?

—Sama....—disse Caonec.

E dopo aver proferita quella prima parte del nome, accostò l'indice alla bocca aperta, e subito lo allontanò, in atto di cavarne fuori qualche cosa.

—Soffio?—disse Damiano, facendo l'atto di respirare.

Caonec rispose con un atto di diniego.

—Voce?—riprese Damiano.

E per dare un esempio di ciò che diceva, mandò fuori le cinque vocali, coi loro dittonghi rispettivi. Caonec sorrise, e fece un atto affermativo.

—Ah, sia lodato il cielo. E poi?

—Ana....—riprese Caonec.

—Sicuro, Ana; sentiamo che cosa vuol dire Ana;—rispose Damiano.

Caonec prese una piastrella d'oro che Damiano portava al collo, e accennandola rispose:

—Ana.... Oro!

—Ah, bene,—gridò Damiano.—Samana, contrazione di Samaana; voce d'oro! È un bel nome. Su per giù, è come il nostro Boccadoro, che noi, per altro, non abbiamo mai usato per le donne. E questo non ci fa onore, sia detto di passata. Tu sei bella, o Voce d'oro, o Grisostoma. A proposito.... Caonec! Dille a mio nome che è bella. Come si dice bella, in questi paesi?

—Taorib;—rispose l'interpetre.

—Diciamo dunque Samana Taorib;—gridò Damiano, volgendosi alla giovane selvaggia, che rideva a più non posso;—Samana Taorib, ah! se [pg!102] tu volessi trovaretaoribanche me, come sarebbetaorib! Vedete, amici? Io sono l'uomo più felice di tutte le isole del mar Oceano. Mi fermo qui, col permesso del signor almirante; non mi muovo più dal fianco di Samana Taorib, e la domando in isposa.

—Con che rito?—disse Rodrigo di Xeres.

—Con quello dei suoi paesi; e non ci vedo modo di fare altrimenti;—rispose Damiano.—Se per altro vuol esser sposata là col nostro rito, venga con noi, la sposerò davanti al Prete Janni.—

Cosma si era avvicinato all'amico, e gli bisbigliava all'orecchio:

—Non dir sciocchezze, ti prego. E non ne fare, mi raccomando.

—Sciocchezze!—esclamò Damiano, ribellandosi alle voci dell'amicizia.—E perchè, di grazia? Sciocchezza per te, se mai, non per me. Tu odii le donne. Io sono più giusto. Perchè una.... Ma già, non mi fare gli occhiacci! Volevo dire che se fossi nel vecchio mondo, potrei forse pensare come te. Ma qui siamo nel nuovo, mi capisci? nel nuovo. Avessi anche giurato di non amar più, siamo agli antipodi; agli antipodi il giuramento non regge, casca nel vuoto. Non è vero, Samana Taorib, che voi siete la più bella creatura dell'universo mondo?—

Samana rideva, rideva sempre, come ridono, sotto ogni latitudine, le donne che sanno di non perder grazia a quel giuoco.

Quel fiume di parole aveva tirata su Damiano l'attenzione di tutta la brigata. Le donne di Bohio, sentendo quel visibilio ditaorib, prodigati a Samana, avevano fatto cerchio, come ad uno spettacolo di piazza. Sentivano invidia e gelosia, le donne di Bohio? A vederle così allegre, ci sarebbe stato da scommettere che le sullodate furie non fossero penetrate ancora nelle isole del nuovo mondo. Ma [pg!103] forse, chi sa? le donne sanno padroneggiarsi così bene! Comunque sia, non cerchiamo di approfondire certi misteri. Molti fatti sono rimasti oscuri, molti particolari inesplorati, nei primi viaggi di scoperta di là dall'Atlantico. Ai giorni nostri, se si dovesse scoprire una sesta parte del globo, andrebbero botanici, zoologi, fisiologi, psicologi, medici, speziali, perfino giornalisti, e si saprebbe ogni cosa appuntino. Ma allora, niente di ciò; e troppe cose son rimaste nell'ombra.

Samana aveva dette, sulla spalla di Damiano, alcune parole al naturale di Guanahani. Se ne avvide Damiano, e, sospettoso come un europeo, chiese tosto a Caonec:

—Che cosa ti domanda il mio sole?

—Domanda,—rispose Caonec,—se quel giovane che ti ha parlato poc'anzi è tuo fratello.

—No, non è mio fratello.

—E gliel ho detto.

—Ma dille ancora che Cosma mi è più che fratello, amico del cuore. Capisci? del cuore.—

Caonec aggiunse qualche parola alla sua risposta, per contentare Damiano.

Frattanto, per invito delle donne di Bohio, si usciva dalla sala del convito in giardino, a prendere una boccata d'aria. Damiano offerse galantemente il braccio a Samana Taorib. La fanciulla non capiva che cosa significasse quell'atto, per cui l'uomo si accosta così gentilmente alla forma di un'anfora col manico. Ma ella vide che Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres facevano lo stesso, pigliando a braccetto due altre donne di Bohio, e si adattò subito ad imitar le compagne. Si voltò, per altro, a guardare che cosa facesse il quarto figlio del cielo, e vide che il quarto non faceva manico d'anfora a nessuna tra le figlie degli uomini.

[pg!104]

—Cosma....—mormorò ella.

E proseguì la frase, ma nella sua lingua; donde avvenne che il suo cavaliere non capisse altro che il nome dell'amico, un nome da lei imparato poc'anzi.

Damiano si volse per notizie all'interpetre.

—Che cosa dice la mia sultana?—gli chiese.

—Vuol sapere,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non fa come gli altri.

—Ah sì, è vero;—disse Damiano.—Cosma fa sempre tutto alla rovescia degli altri. Dille che Cosma non ama le donne.—

Cosma udì le parole dell'amico, e alzò sdegnosamente le spalle.

—Mi raccomando,—diss'egli poscia, in vernacolo genovese,—non far sciocchezze; non ne dire, almeno. Credo in verità che quel liquore maledetto ti abbia dato al cervello.—

Damiano voleva rispondergli. Ma quell'altro si era già allontanato.

Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano, sull'erba del prato, all'ombra dei palmizi e dei cocchi. Le donne di Bohio si erano sedute accanto ai figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore: i pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli alberi giganteschi; l'idillio e l'egloga intenerivano i cuori della comitiva satolla.

Poco stante, capitarono anche gli uomini della tribù. E chiesero, con l'aiuto degli interpetri, se i figli del cielo fossero rimasti contenti; pregarono che volessero rimanere molti giorni con loro, nella pace pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi nell'aria e sul mare. Ma no, era impossibile, facevano rispondere i capi dell'ambasciata. Erano venuti per conoscere il paese, per chiedere come fosse grande quell'isola, quanti fossero i villaggi, e quanti [pg!105] i re; da chi dipendessero; se su quell'isola, o in altra terra vicina, imperasse il gran Cane, o il Prete Janni, od altro monarca; dopo di che, era necessario che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio di tutto al loro grande almirante, signore dei mari, ma soggetto egli stesso al più grande monarca del mondo. Era necessario che partissero: sarebbero rimasti a Bohio solamente quella notte. Ma perchè il re di Bohio non sarebbe andato ad accompagnarli fino alla costa, per conoscere l'almirante, signore dei mari, che lo avrebbe accolto come un fratello, e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti, per lui e per i principali uomini di Bohio?

Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio, probabilmente un servo del re, portando una cesta intessuta di vimini colorati. In quella cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di color lionato carico, in forma di fusi. Ma non erano fusi di legno; parevano di carta, o piuttosto di foglie disseccate.

—Che roba è?—disse Luigi di Torres.

—Come?—esclamò Rodrigo di Xeres.—Non lo sapete? Nell'estremo Oriente, nell'India pastinaca, non c'è nulla di simile? E non vi dà lume di niente il vostro Beniamino di Tudela?

—Voi scherzate, don Rodrigo!

—Eh, Dio buono, a quest'ora, dovrebb'essere permesso. Non avete voi pranzato di buon appetito?—

Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li palpavano, li guardavano, li fiutavano. L'aspetto non era brutto; la sostanza cedeva al tatto, come un composto di foglie secche; l'odore era buono, ma di un aroma sconosciuto.

Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi ospiti, prese uno di quei fusi, ne introdusse una [pg!106] estremità fra le labbra, e accostò l'altra ad un tizzone acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato il fuoco a un capo del fuso, il re si mise a tirare il fiato dall'altro, e incominciò a render fumo dalla bocca.

—Oh,taorib!—esclamò Damiano, che aveva seguita con occhio curioso l'operazione regale.

L'interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e alla compagnia che quello non erataorib, ma si dicevakohiba.

—Siamo lì!—disse Damiano.—E a che serve quel succhiar foglie accese e dar fumo dalla bocca?

L'interpetre stentava a capire. La frase di Damiano accoglieva troppi vocaboli nuovi per lui.

—Ti domando,—riprese Damiano,—che cosa è questakohiba.

—Un'erba,—rispose allora l'interpetre,—un'erba che scaccia gli spiriti della sera.

—Spiriti?... che sono in corpo?—domandò Damiano, aiutando le parole col gesto.

Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva di spiriti che possono entrare in corpo. Nondimeno, si trattava sempre di spiriti, e della utilità grande di mandarli a quel paese.

—Ah!—disse Damiano.—Credo di averne bisogno ancor io. Vuoi tu accendermi questakohiba, dolce Samana Taorib?—

La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era eloquente; ed ella appagò il desiderio del suo cavaliere. Prese il fuso, lo accostò alle labbra, lo accese al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.

Questi incominciò a guardare devotamente la traccia umida che le labbra di Samana avevano lasciata sulla estremità del fuso. E più divotamente accostò le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura agli inni, rubando frasi ed immagini al Cantico dei Cantici.

[pg!107]

—Taorib! Taorib!Sono dolci i tuoi amori, e il succo delle tue labbra è migliore del miele. Non parlo del vino, come termine di confronto, perchè il vino dellaSanta Marianon è altro oramai che un cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa, neanche buono a condire il cappone in galera.Taorib! Taorib!i tuoi occhi sono due pezzi di lapislazzuli, in mezzo a cui l'orafo divino ha incastonati due diamanti purissimi. Il tuo collo è come la torre di Sion, a cui Davide appendeva le targhe dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente non sono i tuoi orecchi; ma, sono capriuoli egualmente, sebbene non si levino tra i gigli. Ed io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato come una vela maestra, dal soffio di una legione di amori.—

Non era più un discorso, quello di Damiano; era un mormorio; un bisbiglio all'orecchio di Samana, mentre intorno a loro erano parecchie conversazioni avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca, come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli, sentendosi più leggero che mai, andava con la fantasia più alto che non dicesse a parole.

—Taorib! Taorib!—seguitava egli, balbettando.—Vuoi tu seguirmi lassù? Ti porto in cielo. Strappo un par di raggi alla prima stella che passa, e te ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada alle nubi, e te ne faccio una collana di perle.Taorib!SamanaTaorib!...—

Samana Taorib, più confusa che mai da quella monotonia di suoni deprecativi, volgeva intorno i suoi grandi occhi d'indaco.

—Caonec!—diss'ella, vedendo l'interpetre seduto sulle calcagna, a pochi passi da lei.—Cosmakohiba nericama?—

[pg!108]

Damiano incominciava a sentirsi impacciata la lingua; ma aveva ancor sano l'orecchio.

—Caonec!—diss'egli a sua volta.—Che dice, la mia bella sovrana?

—Domanda,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non ha voluto fumarekohiba.

—Dille che Cosma odia lakohibacome odia le donne;—rispose Damiano.—Cosma è uno sciocco.

—Cosmataorib!—mormorò Samana.

Un'opinione così recisamente espressa, non poteva piacere a Damiano, che si voltò scorrucciato alla sua bella vicina.

—Ecco, signora;—diss'egli.—Bisogna distinguere. Cosma saràtaoribfinchè vorrai, ed anche di più. Ma ti prego di credere che nel mio paese, agli occhi di una donna, non ètaoribche un uomo solo. Non mi capisci, Samana? Ora te lo faccio spiegare da Caonec. O piuttosto, no!...—soggiunse egli, ravvedendosi.—Non leviamo il velo dell'innocenza a questa divina creatura. Ella vede che Cosma è mio amico, e crede farmi un piacer matto, decorandolo dell'epiteto ditaorib. Certo, il mio compagno non è... non è... come si dice il contrario di taorib? A te, Caonec! Come si dice brutto nella tua lingua?

—Uruab;—rispose prontamente l'interpetre.

—Ah sì?Uruab?Dovevo immaginarmelo. Dicevo dunque a questa cara fanciulla che Cosma non èuruab. Tutt'altro! Anzi, la signora Nina lo trovavataorib.... moltotaorib.... la qual cosa non tolse che un bel giorno.... Ma già, c'è sempre nel mondo untaoribche è piùtaoribdi noi, o sembra tale, e viene a vogarci sul remo. Ebbene, che cosa dicevo? Samana Taorib... tu mi guardi?... Cioè, non mi guardi affatto. Ma il tuo fumo dikohibami dà maledettamente alla testa. Caonec! Caonec! dell'acqua... un sorso d'acqua, ti prego....—

[pg!109]

Caonec corse nella capanna a prendere l'orciuolo, e ritornò prontamente, per accostarne l'orlo alla bocca del fumatore giacente.

—Oh bene, grazie, Caonec. È buona, l'acqua; e noi siamo qualche volta ingiusti con essa. Ancora un sorso... e un altro.... È tanto buona, che la tracannerei tutta d'un fiato. Ma dov'è Samana Taorib, che non la vedo più al mio fianco? Partita! perchè?... Dell'acqua ancora! E ti prego, raccogline un poco nel cavo della mano, e spruzzami il viso.... Mi arde la testa, e mi vengono i sudori freddi alle tempie. Che diavol è? Pigliami tra le braccia, Caonec; tirami su, a sedere... così! Ma no, tirami su, del tutto, in piedi... e sorreggimi. Sento che mi si rovescia lo stomaco. Vorrei passeggiare, Caonec. Là, dietro a quegli alberi, ci dev'essere più aria.—

Caonec, intelligente selvaggio, obbediva a tutti i cenni di quel figlio del cielo. Presolo sotto le ascelle, lo condusse barcollante verso la macchia.

—Che c'è!—domandò Rodrigo di Xeres, vedendo la scena.

—Niente, don Rodrigo;—balbettò Damiano, tenendosi lo stomaco, e stralunando gli occhi.—Vado a prendere un po' d'aria.

—Infatti, siete assai pallido.

—Sfido io... con quellakohiba!Ma l'aria fresca mi farà bene. So un poco di medicina, don Rodrigo, e penso che potrò liberarmi... da questa oppressura. Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà dei consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e Celso non contraddice.—

Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi al braccio di Caonec. Le gambe lo reggevano male, ma il braccio del suo compagno era saldo. Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella vece, o Dio liberatore!... Ma è giusto che certe cose [pg!110] avvengano, per salutare esempio, se non per edificazione dei popoli.

Mezz'ora dopo, respirata l'aria fresca della macchia, risciacquata la bocca e la fronte allo zampillo di una sorgente vicina, con lo stomaco debole e il cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva. Il sole era tramontato, e la notte si avvicinava a gran passi. Nell'ombra della sera, e attraverso le nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma che stava presso l'uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi d'indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo con molta attenzione.

—Samana!—disse Damiano.—Che fai tu qui, in così stretto colloquio con l'amico mio?

—Cosma...—rispose l'ingenua selvaggia, non arrossendo neanche, sotto la sua pelle di rame,—Cosmataorib!—

Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco tanto debole, e il cervello ancora tanto annebbiato, che non si provò neanche a gridare.

—Ho capito;—mormorò.—Buona fortuna, Cosma taorib! Io vado a letto. Come si dice letto, nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi ricordo, amac. Io dunque vado nell'amac... e senzataorib.—

Samana, tutta intenta a guardar Cosma, non diede neanche retta a Damiano; lo lasciò andare senza dirgli crepa.

—Ingratitudine delletaorib!—borbottò Damiano, entrando nella capanna.—Ma non diciamo male delletaorib, dopo tutto. Sono così anche le lepri. Un cacciatore le scopre; un altro le prende.—

Damiano cullava ancora la sua filosofia nel pensile tessuto di un'amaca, quando venne Cosma a raggiungerlo.

—Ah sei qua, tu?—gli disse Damiano—Troppo buono, in verità!

[pg!111]

—Te lo avevo pur detto!—rispose Cosma.—Non ne ber tanto, di quel liquore. È non ti sei contentato di bere; hai voluto anche aspirare il fumo di quell'erba.

—Caro mio, per discacciare gli spiriti della sera. Avevo un diavolo in corpo. E come sai, un diavolo scaccia l'altro.

—Quando non restano in corpo tutt'e due.

—No, sai? uno... è andato fuori di certo. Del resto, cose nuove; e bisogna farci lo stomaco. Ma tu, caro amico, hai fatto un'opera di carità, venendo a vedermi. Ed anche un sacrifizio, mi pare.

—Perchè?

—Perchè hai piantata sull'uscio la mia... no, la tua... infine la nostra Samana Taorib.

—Ma che mia? che nostra? che Taorib?

—Come? e non era poc'anzi con te?

—Eh, sfido! volevi che la scacciassi?

—Non pretendevo questo. Ho detto di averla veduta con te. E ti chiamava CosmaTaorib, la perfida! Sentiamo, che cos'altro ti ha detto?

—Caro mio, lo vorrei, ma non lo posso. Non l'ho capita.

—E non hai preso interpetre?

—No.

—Uomo raro! uomo singolare! giuralo.

—Te lo giuro;—disse Cosma, ridendo a suo malgrado della necessità di un giuramento solenne.—Ma che, per caso, mi avresti tu preso in iscambio, credendomi un altro te?

—Caro mio, che cosa vuoi che ti dica? L'uomo è un animale così irragionevole!

—Parla per te, Damiano.

—È giusto, parlerò per me. Anzi, non parlerò più affatto. Con tua licenza proverò a dormire.

—È il meglio che tu possa fare;—concluse [pg!112] Cosma,—E poichè vedo lì un'altra amaca, ne prendo possesso, e ti fo compagnia.—

Così dicendo, Cosma pose le mani sull'orlo di una amaca, librò la persona sulle braccia tese, e con una abilissima giravolta si gittò di lancio in quel letto pensile, dove pochi minuti dopo dormiva saporitamente, con molta invidia del compagno Damiano, a cui i dolori del capo, l'arsura delle fauci e i vapori dello stomaco non lasciavano prender sonno.

Ma tutto ha fine quaggiù, anche il mal di capo e il mal di stomaco. Dormendo interrottamente, sudando freddo, voltandosi un po' sul fianco destro, un po' sul mancino, Damiano trovò finalmente il modo di riposare, aspettando una domani che era così lenta a venire. A giorno chiaro si svegliò del tutto, e balzò dall'amaca, al rumore che gli altri facevano dintorno a lui, essendo alzati già tutti.

Damiano aveva la bocca amara e le ossa peste, come dopo una febbre quartana. Ma infine, se paragonava il suo stato d'allora con quello della sera innanzi, poteva stimarsi abbastanza contento. Lo stomaco era sempre dubbioso, ma non gli doleva più. Uscì all'aperto, per prendere davvero una boccata d'aria; passeggiò un poco sotto i palmizi, e andò a salutare la fontana, in fondo a quel prato nascosto, dove aveva corso il risico di rendere l'anima a Dio, come tant'altre cose alla terra di Bohio. Al vivo zampillo della fontana si lavò le mani e la faccia; questa, poi, lungamente, una mezza dozzina di volte. Avrebbe fatto anche un bagno, se non avesse pensato che ci voleva troppo tempo a spogliarsi, mentre Luigi di Torres e Rodrigo di Xeres parlavano già di rimettersi in cammino, per ritornare alla costa.

Quando ricomparve nella brigata, era già l'ora della refezione.

[pg!113]

—Mangiate qualche cosa;—gli disse Rodrigo di Xeres.—Niente, è più utile d'un cibo moderato, a rianimare lo stomaco indebolito da un stravizio.... e dalle sue conseguenze.

—A chi lo dite?—esclamò Damiano.—Sono anche un po' medico. E assaggerò di questa farinata gialla, che mi pare di ceci.

—Maiz;—disse Caonec—Qui mangiare, là nascere.—

Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate di quello che si chiamò poi grano turco; le quali pannocchie pendevano dalle pareti della capanna. Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori avevano raccolte, per portarle alla costa.

Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non innaffiò la sua farinata di maiz che con sorsate di acqua pura. Finalmente, gli ambasciatori si alzarono, per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio. In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le solite perline di vetro colorato e sonagliuzzi di rame, avevano fatti riporre i saggi della agricoltura di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero una discreta quantità di bambagia, che traevano da un fiore, non coltivato nei campi, ma facile a trovarsi dovunque nello stato salvatico. Era, come immaginate, il cotone. E i naturali dell'isola conoscevano l'arte di filarlo, per tesserne le loro amache non solo, ma ancora i manti di cui le donne più ragguardevoli si adornavano le spalle, e lepernague, o pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.

Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate alle cure dei due interpetri, gli ambasciatori dell'almirante portavano un carico meno pesante, ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte a fatica, e forse non tutte dirittamente intese, sulle condizioni dei luoghi. Sapevano, per esempio, [pg!114] che in quell'isola, detta di Cuba, erano molti i villaggi, ognuno col suo re, dettocacìco;potevano riferire con certezza all'almirante che quei villaggi erano tutti, dal più al meno, come quello di Bohio, e che non era a sperare di trovarci il gran Cane, nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale, nè perle, nè oro, nè spezierie. Queste ricchezze, per altro, dovevano ritrovarsi a staia, molto più lungi di là, verso ponente, in un'isola, o terra, che i naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.

O Babeque, o isola fantastica come quella di San Brandano, cercata inutilmente come quella di Cipango, voi avete fatto perdere un tempo prezioso al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata nel gran limbo delle cose vane, senza che i posteri siano mai venuti a capo di sapere che diavolo intendessero di accennare, pronunziando il vostro riverito nome, i naturali di Cuba.

—Ed ora, amici, in cammino!—aveva detto Rodrigo di Xeres.—Bisognerebbe esser domani alla costa, per non tenere in ansietà il nostro signor almirante.—

Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono l'ambasciata per un buon tratto di strada. Le donne, affollate all'ingresso del villaggio, piangevano sulla partenza dei figli del cielo.

Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila, quella perfida Samana, che lo aveva lasciato solo a combattere coi fumi dellakohiba, andando a chiamaretaoribil suo amico e fratello Cosma. Stette saldo, vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo di non averla veduta.

Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori, baciando loro le mani. Samana approfittò di quella confusione per accostarsi a Damiano.

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—Damiana!—gli disse, guardandolo con aria compunta.

—Damiana!—ripetè egli, sardonico.—Cambiami ancora il sesso, satirica donna, che me lo son meritato.

—Damiana....taorib!—ripigliò Samana con voce carezzevole.

—Troppo tardi, fanciulla!—rispose egli inflessibile.—Ma setaoribvuol dire imbecille, tu hai sicuramente ragione.—

Così dicendo, Damiano levò il braccio, come se volesse darle la sua benedizione, o mandarla a farsi benedire altrove; e proseguì la sua strada.

[pg!116]


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