Capitolo XI.Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in visita solenne alla caravella dell'almirante. L'ottimo re selvaggio mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo dellaSanta Mariamezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini bianchi tutto ciò ch'egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul cassero dellaNina, si accostò alla caravella una piroga di naturali di un'isola vicina, i quali portavano piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe loro canzoni, che accompagnavano col suono d'una specie di tamburo, fatto d'un tronco d'albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all'orecchio dei danzatori, [pg!187] come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo dellaNina, riferirono all'almirante di altri naturali dell'interno di Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo pezzetti d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato, anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi di rame e con le perline di vetro colorato.Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza gli occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva promesso di trovare per la via di ponente l'isola di Cipango e le regioni estreme dell'Asia, famose per infinite ricchezze. In quella vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante del mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull'animo de' suoi signori, meglio della vista dell'oro. Che importava più del gran Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir? Isole ricche d'oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a [pg!188] trafficare, ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella regione più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del sole era tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna. Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante, a bordo dellaNina; e quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.La refezione, imbandita quel giorno nella casa di Guacanagari, era copiosa e scelta, per quanto permetteva ad Haiti la semplicità del costume. I piatti forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii generi e in varii modi preparate; delle frutte non si parla nemmeno, che abbondavano nell'isola, e con la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini bianchi.Sempre maravigliosa la bontà d'animo dei cacìco, e delicatissime le premure amichevoli, con cui cercava di consolare il suo ospite della disgrazia sofferta. Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli il vedere com'egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo tra gli Europei non avrebbe recato con maggior dignità e pulitezza il cibo alla bocca. Ad ogni portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava con erbe odorose. Era servito con molto rispetto [pg!189] dai suoi sudditi, e li ricambiava con atti di graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe ripetere il già detto, di questo selvaggio portentoso, che oggi ancora si potrebbe proporre ad esempio presso tutti i popoli civili del mondo.Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo giudizio in queste poche parole: Guacanagari, non ce n'è guari. E contemplava il suo futuro zio con una tenerezza ineffabile.Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti? Pare di sì. Damiano era uno spirito bizzarro, pronto ad infiammarsi, e sincero nei suoi innamoramenti, qualunque ne fosse l'oggetto. Abarima gli era piaciuta a quel dio; egli era piaciuto a lei; non c'era nessuna ragione perchè ella non fosse sua moglie, o con un rito o con l'altro, dei tanti che servono a fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un giorno, in quella guisa che una spilla nera, un cartellino scritto con due parole latine, e una lastra di cristallo in cornice, vi fissano un belPriamus, una bellaVanessa, dalle ali fatte di polvere d'oro, nella vetrina d'un museo di storia naturale.E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano, che egli si era perfino rallegrato della perdita d'un naviglio. Egoismo d'amore, che dalla sua stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio dellaSanta Mariariduceva Cristoforo Colombo e la sua gente a vivere sulla più piccola delle tre caravelle, e sulla meno adatta a sostenere la forza del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare in patria. Si sarebbero perduti laggiù, come Ugolino Vivaldi sulla costa di Africa, senza che più si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non rivedere l'Europa.—Vecchia Europa!—diceva egli, in una di quelle [pg!190] apostrofi che gli erano familiari.—Infine, che cosa sei tu, per un uomo del tempo presente? Un giorno, sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi in toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una vittima. Per altro, da quel giorno, ne sono passati, degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver la sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che ti abbiamo scoperto una sorella di parecchie migliaia d'anni più giovane, spero che un giorno molti dei tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo vilissimo stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a dimenticare in questa vergine bellezza i tuoi vezzi cascanti, il tuo belletto, i tuoi capelli tinti, i tuoi denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia incartapecorita, non ci sarebbe che un espediente, ma eroico, anzi più che eroico, divino. Sarebbe infatti mestieri che la mano di Domineddio si aggravasse gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro sulle Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso, un altro sui Carpazi, un altro.... Ma no, ne ho contato già cinque, e cinque basterebbero, purchè premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti un venti braccia, sott'acqua, per venti minuti! E allora, crepi l'avarizia, ti si potrebbe far ritornare a galla, per lasciarti respirare. Che bella faccia pulita, mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!—Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano! Vi pare di dovergli dare il torto, per aver egli detto ad alta voce ciò che tanti avranno pensato, ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo voglio dar io.Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se non volesse restare ad Haiti. Ci pensava tanto, che si risolse d'imparare alla svelta la lingua del paese. Maestri ce n'erano parecchi: gl'interpetri di Guanahani [pg!191] e di Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli; ne imparò in due o tre giorni parecchie centinaia, che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio di glossario si poteva fare molto cammino, e non desiderarsi la vicinanza di un terzo incomodo, quando aveva da far conversazione con la leggiadra Abarima.Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva di buon occhio quel semplice marinaio. Ma questo s'intenderà facilmente: il semplice marinaio era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto, il capo degli uomini bianchi era molto amico di quel semplice marinaio, gli rivolgeva spesso la parola, intrattenendosi con lui in una lingua che essi soli parevano intendere. E questa familiarità di Damiano con l'almirante rialzava molto il marinaio agli occhi del vecchio Tolteomec.Quel giorno, per l'appunto, Damiano aveva accompagnato l'almirante alla residenza di Guacanagari. Sedeva anch'egli alla mensa del re; ultimo nell'ordine gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione, volendo esser vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose comitive e nelle grandi riunioni, il miglior posto è sempre quello degli ultimi, che hanno sempre la libertà della scelta. Il personaggio maggiore s'annoia a capo di tavola, e manda occhiate di desiderio ai felici che se la spassano nel fondo, facendo il comodo loro e ridendo come matti.Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il suo ospite negli ameni boschetti che circondavano la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano la nobile comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si fu seduto con Guacanagari al rezzo d'un palmizio, quella turba poco vestita si mise a cantare e a saltare, accompagnando la voce ed il passo col suono [pg!192] dei suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande novità il tintinnìo dei sonagli di bronzo.La danza era il passatempo prediletto dei naturali di Haiti. Se a quel tempo fosse stato comune sulla faccia del globo l'uso delle carte da giuoco, sicuramente quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte false, pur di ballare dalla mattina alla sera. Damiano, contemplando le loro giravolte e i loro salti, aveva facilmente imparata la coreografla, del resto assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo, tra gli altri, gli era sembrato molto somigliante al trescone, che si ballava in Europa. Preso da un capriccio subitaneo, chiese ad Abarima se ella avrebbe consentito a ballare con lui. Abarima non aveva detto di no. Animo dunque, e nel mezzo del prato, facendo fermare stupefatti tutti i ballerini della tribù. Damiano provava un gusto matto a ballare con quel fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa fanciulla a ballare con lui. E non erano meno contenti i naturali di Haiti, vedendo un figlio del cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza con una figlia degli uomini. I tamburi battevano via via più affrettata la misura; e più rapido girava Damiano, più forte stringendo nelle braccia nervose la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto; durarono un pezzo alla prova. Ma egli non vedeva già più il prato, nè gli alberi, nè gli spettatori circostanti, quando la sua dama gli fece la grazia di arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal piacere, sul braccio, e abbandonandogli la bruna testa inghirlandata di fiori sul petto.Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che di avergli portato ballerini, dalle regioni del cielo. L'almirante aveva mandato a prendere a bordo dellaNinaun arco moresco, col suo turcasso di frecce. Era nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta [pg!193] la guerra contro i Mori ed era stato all'assedio di Granata. A lui, destro arcadore, toccava di far vedere la sua prodezza, con l'arco alla mano. Una foglia di palmizio fu collocata in fondo alla prateria, sulla vetta di una canna. E il Castigliano la prese di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo l'altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida di ammirazione e gli applausi della intiera tribù.Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto l'interpetre Cusqueia, e gli dettò le parole che questi doveva riferire all'almirante:—Potente signore, colpiscono diritto nel segno i tuoi guerrieri. Questo è certamente un dono del cielo, donde siete venuti. Con l'arco e la freccia non colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici. Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine, verso mezzogiorno, e fanno prigioni i miei uomini, che conducono nelle loro terre a servirli, quando non ne bevono il sangue e non si cibano di essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli di Haiti nulla possono contro quegli amici della strage, e non sempre i nostri buoni spiriti li tengono lontani da noi.—Udì l'almirante la querela di Guacanagari, e prontamente rispose:—Ben altre armi abbiamo contro i nemici del nostro ospite e fratello. Or ora tu le vedrai, e ti sarà facile intendere che niente vale contro gli uomini bianchi, che ti hanno giurato amicizia.—E lasciato di parlare all'interpetre, si volse a Damiano:—Prendete gli uomini che vi bisognano,—gli disse,—e andate nelle case che Guacanagari ha assegnate per la custodia delle cose nostre. Prenderete un archibugio, con un po' di munizione, e [pg!194] farete anche rotolare fin qua un cannone lombardo dellaSanta Maria.—Damiano prese con sè i marinai che erano venuti ad accompagnare l'almirante, e con essi e con qualche selvaggio di buona voglia andò ad eseguire i comandi dell'almirante.Archibugio e cannone lombardo furono poco stante sul prato, davanti al cacìco Guacanagari.—Or ora,—disse Cristoforo Colombo al suo ospite,—tu vedrai un colpo ben più veloce e più micidiale che non possa farne una freccia.—E fatto caricare l'archibugio, ordinò a Damiano di prender la mira contro un albero che sorgeva nel fondo del prato. Damiano si piantò saldamente sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna contro il bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino, diede fuoco alla polvere. Partì il colpo, e il lampo che uscì dardeggiando dalla canna, comprese di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare lo strappo che videro in pari tempo esser fatto nella corteccia d'albero, e il buco in cui si era conficcata la palla: quella palla che essi avevano veduta poc'anzi cacciar dentro la canna, ma che non avevano veduta altrimenti uscir fuori.Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei marinai lo avevano caricato con molta ostentazione, affinchè i naturali vedessero bene come fosse quella fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro cui era stato scaricato il colpo dell'archibugio. La miccia fu accostata; il forellino diede una piccola vampata, e tosto dalla gran canna di ferro escì un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una grossa lingua di fuoco. Non fu un rumore secco, accompagnato da un sibilo, come era stato quello dell'archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò gli orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di [pg!195] avere udito il fragore del fulmine. E in pari tempo l'albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e si abbatteva la parte superiore del tronco, non restando che per poche fibre appiccicata alla parte inferiore. La palla intanto proseguiva la sua via nel bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti per terra. Lo stesso Guacanagari, che sempre cercava di padroneggiare i moti dell'animo, non potè trattenersi dallo afferrare il braccio dell'almirante, come per cercare istintivamente un appoggio.—Sono queste le nostre armi;—disse Cristoforo Colombo.—I sovrani di Spagna, nostri potenti signori, hanno di queste armi a migliaia; con queste combattono i loro nemici; per esse sono rispettati da tutto il mondo.—Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della nostra terra, oppressori dei nostri figli, rubatori delle nostre figliuole;—disse Guacanagari all'interpetre.Non aveva mestieri di parlar per interpetre la leggiadra Abarima. Fattasi accanto a Damiano, che essa aveva ammirato nei due saggi della sua maravigliosa prodezza, così gli parlò dolcemente nella sua lingua, ridotta per la circostanza alle forme più brevi:—Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco Abarima; difendere Tolteomec contro nemici Caribi.—Fianco Abarima dolce cosa;—rispose Damiano, con quel po' di glossario che aveva messo da parte.—Damiano restare Haiti, amar sempre Abarima, baciare suoi occhi.—Difendere contro Caribi;—ripetè ella, a cui pareva che il suo innamorato saltasse troppo volentieri di palo in frasca.—Una cosa non esclude l'altra, che diamine!—esclamò [pg!196] Damiano, nel suo vernacolo nativo.—Ma questo, come fartelo capire, in lingua Haitiana?—Questo, per altro, glielo disse col gesto affermativo, ripetuto parecchie volte, e con un lampo degli occhi, che non brillava meno di quello del cannone lombardo.Quella sera, tornando la comitiva alla spiaggia, Damiano faceva all'almirante un discorso che aveva a lungo meditato.—Messere,—incominciò timidamente;—vorrei dirvi una cosa.... intrattenervi di un pensiero che mi è venuto quest'oggi alla mente.—Sentiamo il vostro pensiero, Damiano,—rispose l'almirante.—Vi parrà poi una sciocchezza, messere. Ma infine, potrebbe anche non esserlo.—E non lo sarà. Dite ad ogni modo; tanto si fa cammino, e le ciarle aiutano.—Voi siete buono, messere, e date animo a chi non l'ha. Pensavo adunque che noi eravamo imbarcati in sessantasei sullaSanta Maria.—Sessantasei, difatti, tra ufficiali e marinai;—rispose l'almirante.—E ventiquattro erano imbarcati sullaNina;—ripigliò Damiano.—Ora, sessantasei e ventiquattro....—Fanno novanta;—conchiuse l'almirante.—Un bel numero!—Esorbitante per la più piccola delle tre caravelle con cui siamo partiti da Palos;—replicò Damiano.—Non pare a voi, messere, che ci si stia pigiati, sullaNina?—Molto pigiati, troppo pigiati;—rispose l'almirante;—lo vediamo e lo sentiamo fin d'ora, che per una ragione o per l'altra qualcheduno dei nostri uomini passa la notte alla spiaggia.[pg!197]—Ah, lo dicevo bene, io!—esclamò Damiano.—E peggio sarà quando dovremo ritornare su quel guscio di noce in Europa.—Certamente, mio caro, certamente. Quello che voi dite ora, l'ho già pensato più volte ancor io.—E non avete pensato, messere, al rimedio?—Ci ho pensato;—rispose l'almirante, sospirando;—ma forse sarebbe un rimedio peggiore del male. Chi vorrebbe adattarcisi?—Ognuno che vi ami, messere. Perchè io l'ho già indovinato, il rimedio; e sarebbe.... di lasciar qui gli uomini di buona volontà.—Che sarebbero naturalmente assai pochi, mio caro Damiano!—Non lo credete, messere. Io ne conosco parecchi, che sarebbero contenti di restare. Non già per sempre, si capisce; ma cinque, sei mesi, magari un anno, quanto vi bisognasse per andare e ritornare. Soldati in sentinella, resterebbero fino a che il comandante non venisse a mutare la guardia.——Dite voi da senno, Damiano?—Tanto, che io stesso mi proporrei di restare.—Voi?—esclamò l'almirante.—E il vostro compagno, naturalmente con voi? perchè l'uno non può stare senza l'altro, siccome ho veduto. Ed anzi, quella d'oggi mi pare una novità, e così strana, da doverla segnare col carbon bianco.—Cosma aveva l'umor nero, quest'oggi;—rispose Damiano, impacciato.—Del resto, io credo che egli non rimarrebbe, per sua elezione, in questa parte del mondo, salvo il caso di obbedire ad un vostro comando.—Nè io sarò mai per dare di questi comandi a nessuno;—ripigliò l'almirante.—Ma voi, piuttosto.... come vi adattereste voi a restare, senza l'amico?—Messere, la vita è varia, e varii sono i capricci [pg!198] degli uomini. A me quest'isola piace moltissimo. Ed anche ad altri, che hanno perduta la casa, e non si raccapezzano nella casa altrui. I marinai dellaSanta Mariasi sentono ospiti, a bordo dellaNinaLa conoscono poco, non ci hanno fatta la mano, nè l'occhio.—È giusto, ciò che voi dite. Il marinaio si fa casa volentieri della sua nave. Ma dunque, voi esponete, oltre il desiderio vostro, quello di molti compagni?—Si, messere; è un desiderio nato molto spontaneamente, come il mio. Il paese è bello, si è detto; gli abitanti son pasta di zucchero. A fabbricarceli con le nostre mani, come ha fatto Domineddio per il capo della specie umana, non si potrebbe inventar niente di meglio. La vita è facile, qui, poichè la terra produce tutto il necessario, senza che l'uomo abbia da innaffiarla col sudore della sua fronte. E poi c'è l'oro, che si raccoglie con facilità negli scambi, senza bisogno di andare a cercarlo nelle miniere, almeno per ora.—Ma voi non pensate al pericolo di dover combattere coi Caribi, gente feroce delle isole di mezzogiorno.—Gente feroce che fa paura a Guacanagari, e al suo popolo pacifico;—rispose Damiano.—Contro i Caribi, se sono quei terribili pirati che ci ha descritti il cacìco, avremmo sempre gli archibugi e i cannoni dellaSanta Maria, che voi potreste lasciarci per nostra difesa.—Sicuramente, e con munizioni sufficienti. Ma tutto ciò richiede un luogo adatto per la difesa.—L'isola è vasta; il luogo si può trovare; le eminenze non mancano.—Ci vorranno dei ripari.—Si faranno. Abbiamo qui la caravella naufragata; [pg!199] si può fabbricarne una fortezza. Della chiglia, degli staminali e del bagli si può fare l'ossatura di una torre. Col fasciame si possono fare le pareti. E poi, dentro o fuori, si può aggiungere un impasto di argilla e di paglia, come fanno i nostri contadini, nelle gole dell'Apennino. Con uno scavo di pochi giorni si fa un argine ed un fosso, che giri tutto intorno alla fortezza. Quando il lavoro sia fatto, ci si starà dentro a meraviglia, e sicuri come in chiesa. Non lo credete, messere?—Voi rispondete a tutte le obiezioni, Damiano. L'idea non mi dispiace; voglio pensarci. E quanti sareste, desiderosi di restare?—Non saprei dirlo, ora. Ma così a occhio e croce, argomentando dai discorsi che ho sentiti, potete far conto sui due terzi dellaSanta Maria. Poi ci sarà da domandare a quelli dellaNina, che non vorranno perder tutti la buona occasione di passare qualche mese a terra.—Vedete un po'!—disse Cristoforo Colombo, ridendo.—Ed io che non osavo neanche vagheggiarlo nella mente, un disegno come questo!—Vagheggiatelo, messere. Anzi, fate meglio, mandatelo tosto ad effetto. Non già per darvi consigli, che a voi non occorrono, ma per dirvi sinceramente quello che io penso, se fossi nei panni, vostri, metterei mano all'opera fin da domani mattina.—L'almirante non si potè trattenere dal ridere, a tanta furia del suo concittadino. E pensò in quel momento ad un proverbio di casa: la furia dei genovesi dura tre giorni. La qual cosa poteva anche esser vera, ma certamente non era intieramente creduta dagli altri Italiani, che a questo proposito solevano dire: genovese aguzzo, piglialo caldo.—Avete ragione;—rispose l'almirante.—Ma bisogna pensare ad un'altra necessità. Intenderete [pg!200] benissimo che per questa piccola colonia non potrei lasciare soltanto marinai. Qualche ufficiale sarà necessario; e non potrei, almirante di Castiglia, avendo quasi tutti Castigliani nella mia gente, dare il comando della colonia che ad uomini di questa nazione. Degli ufficiali che sono imbarcati con me dovrò dunque sentire l'opinione, per vedere chi volesse restare ed assumere il comando della fortezza. Se dovessi ascoltare il mio cuore, darei il comando ad uomini come voi, o come il vostro compagno.—Non pensate a noi, messere; noi siamo marinai.—Infatti, come marinai siete venuti a me. Ma io non vi ho mai avuto per tali. Anche parlando il nostro vernacolo, non vi nascondete abbastanza; si sente che non siete di Maccagnana, nè della Marina; la batte da San Lorenzo a San Luca, miei cari.—Messere....—balbettò Damiano, confuso.—Ebbene, ditemi che non è vero; che non ho colto nel segno.—Eh, non saprei;—rispose Damiano.—Ci sarebbero altre chiese, da mettere in riga; San Siro, per esempio, o Santa Maria di Castello, San Domenico o Santa Maria delle Vigne. Ma io non potrei fermarmi su questo tema, se non per ringraziarvi d'una curiosità che è figlia di benevolenza, e per dirvi subito i nostri nomi, come sono scritti laggiù. Disgraziatamente, ho promesso a Cosma.... di chiamarmi Damiano. Quando egli non vorrà essere più Cosma, credetelo, messere, sarò felicissimo di restituire il mio nome di guerra al santo da cui l'ho tolto ad imprestito.—Nè io vi chiedo di rinunziarci per curiosità che io abbia di sapere i vostri nomi veri ed autentici;—disse l'almirante.—Ho accennato alla vostra condizione per significarvi il mio rammarico [pg!201] di non potervi dare un uffizio più conveniente, e di vedere in pari tempo che voi, amico Damiano, poichè Damiano volete essere, vi disporrete ad un sacrifizio come quello di restare parecchi mesi, forse un anno, in questi lidi lontani.—Oh, non vi date pensiero di ciò!—disse Damiano.—Ho in uggia l'Europa.—Capisco;—mormorò l'almirante.—Dolori?—Che! Se ci avessi lasciato dei dolori, chi sa! L'uomo è un animale così irragionevole! sarei capace di correr laggiù, per rinfrescarmeli tutti. Il fatto è che non ci ho lasciato dolori, e non ne ho portati con me. Forse li avevo nel fardello; ma devono essermi sdrucciolati nelle acque dell'Odiel, sul punto di mettermi in barca.—Avrete perdonato;—disse l'almirante.—E questo è segno di animo buono.—Ahimè! neanche questo, messere. Io non so perdonare; il dimenticare mi sembra più savio. Fors'anche è più sbrigativo. In ciò non sono d'accordo col mio amico. Dove Cosma sospira, io alzo le spalle; dove Cosma piange, io sorrido. Ma in una cosa ci siamo affiatati come due pive: nell'amar voi, signor almirante, nel riverirvi, nello intendere la grandezza dell'impresa che avete ideata e compiuta. Pensiamo qualche volta a ciò che diranno laggiù, in Europa, quando vi vedranno ricomparire, scopritore di un mondo ignoto, e allora....—E allora,—interruppe Cristoforo Colombo,—dovreste anche immaginare che mi faranno colpa di non avere scoperto il Cattaio. Quattro isole popolate da selvaggi, gran cosa! S'intende che se un altro giungerà prima di me alle coste di Spagna....—Martino Alonzo Pinzon, non è vero?—Sicuro;—ripigliò l'almirante.—Se il disertore [pg!202] giungerà primo alla sua patria, sarà egli lo scopritore, avrà egli il merito e l'onore di tutto.—Signor almirante, debbo dirvi intiero l'animo mio?—replicò Damiano,—Dall'Europa ci si può aspettare di tutto.... anche un atto di giustizia. È una terra tanto curiosa! Io metto pegno che quando voi giungerete, nessuno crederà più a Martino Alonzo Pinzon. Del resto, voi avrete sempre la testimonianze di due equipaggi, quasi intieramente di Castigliani, in mezzo a cui è un fratello di Martino Alonzo, e qualche altro suo consanguineo.—L'almirante fece un cenno del capo e un moto delle labbra: due gesti che dicevano e non dicevano, ma che, ad ogni modo, in quell'ora tarda di sera, non potevano essere notati dal nostro Damiano. Per altro, era eloquente anche il silenzio, e significava abbastanza i dubbi che amareggiavano il cuore dell'almirante.—E bisognerà quindi affrettare la partenza;—soggiunse questi, proseguendo ad alta voce un ragionamento che aveva fatto dentro di sè.—Ho osservato una certa regolarità nei venti che soffiano su questi mari. Quando siamo venuti, li avevamo favorevoli, da levante a ponente. Ora mi pare che incomincino a voltarsi da ponente a levante. Bisognerà approfittarne; se no, risicheremmo di stare in panna per molto tempo, avanti di far cammino per le coste di Spagna.—Ebbene, messere;—rispose Damiano.—Si prende una risoluzione sollecita. Disfacciamo la caravella, prima che se ne piglino l'incarico i marosi, e facciamo la fortezza. È questione di giorni.—Sì, dite bene, è questione di giorni, quando ci sia la buona volontà;—conchiuse l'almirante.—Domattina ne parleremo.—Il giorno seguente, Cristoforo Colombo chiamò a [pg!203] consiglio gli ufficiali della spedizione e i piloti delle due marinaresche, dellaSanta Marianaufragata, e dellaNinasuperstite. Espose la condizione di un equipaggio raddoppiato, sulla più piccola caravella e sulla meno maneggevole, rimasta l'unica per ritornare in Europa, ed accennò al disegno di fondare una colonia ad Haiti, lasciandovi un certo numero di marinai, con quegli ufficiali che volessero restare al comando. Gli avanzi dellaSanta Mariaavrebbero fornita la materia per la costruzione di una fortezza, che i suoi cannoni potevano difendere, e in cui si sarebbero lasciati viveri per il sostentamento del presidio, nello spazio di un anno. Tanto non credeva egli che la colonia avrebbe dovuto aspettare il ritorno di una nuova spedizione dalla Spagna; ma era meglio provvedere per un anno, che per sei mesi soltanto; le precauzioni in simili casi non essendo mai troppe.Del resto, in quello spazio di tempo, i nuovi coloni avrebbero avuto agio di visitare, con le debite cautele, tutte le parti dell'isola, di cercare le miniere e tutte l'altre sorgenti di ricchezza. Inoltre, col cambio di tanta minutaglia che ancora si ritrovava a bordo dellaNinae nel carico sbarcato dallaSanta Maria, avrebbero potuto accumulare dell'oro in gran copia. Imparando la lingua dei naturali, si sarebbero avvezzati ai loro costumi, alle loro abitudini, in guisa da poter prestare utilissimi servigi nelle spedizioni susseguenti. Alle quali, appena ritornato in Ispagna, avrebbe pensato e provveduto l'almirante, con quel pronto animo e con quell'ardore di desiderio che tutti riconoscevano in lui, e che oramai dovevano intendersi piuttosto accresciuti che diminuiti.Piacque la proposta a tutti, assai più che l'almirante non isperasse. Ma forse il pensiero di liberare [pg!204] laNinada un soverchio di gente, faceva tutti più facili ad accettare un partito, sul quale, in ogni altra occasione, avrebbero trovato molto a ridire.Damiano aveva dunque ragione, pronosticando che l'idea sarebbe stata accolta con giubilo. Ed oltre all'aver ragione, Damiano vinceva il suo punto.[pg!205]
Capitolo XI.Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in visita solenne alla caravella dell'almirante. L'ottimo re selvaggio mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo dellaSanta Mariamezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini bianchi tutto ciò ch'egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul cassero dellaNina, si accostò alla caravella una piroga di naturali di un'isola vicina, i quali portavano piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe loro canzoni, che accompagnavano col suono d'una specie di tamburo, fatto d'un tronco d'albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all'orecchio dei danzatori, [pg!187] come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo dellaNina, riferirono all'almirante di altri naturali dell'interno di Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo pezzetti d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato, anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi di rame e con le perline di vetro colorato.Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza gli occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva promesso di trovare per la via di ponente l'isola di Cipango e le regioni estreme dell'Asia, famose per infinite ricchezze. In quella vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante del mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull'animo de' suoi signori, meglio della vista dell'oro. Che importava più del gran Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir? Isole ricche d'oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a [pg!188] trafficare, ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella regione più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del sole era tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna. Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante, a bordo dellaNina; e quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.La refezione, imbandita quel giorno nella casa di Guacanagari, era copiosa e scelta, per quanto permetteva ad Haiti la semplicità del costume. I piatti forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii generi e in varii modi preparate; delle frutte non si parla nemmeno, che abbondavano nell'isola, e con la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini bianchi.Sempre maravigliosa la bontà d'animo dei cacìco, e delicatissime le premure amichevoli, con cui cercava di consolare il suo ospite della disgrazia sofferta. Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli il vedere com'egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo tra gli Europei non avrebbe recato con maggior dignità e pulitezza il cibo alla bocca. Ad ogni portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava con erbe odorose. Era servito con molto rispetto [pg!189] dai suoi sudditi, e li ricambiava con atti di graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe ripetere il già detto, di questo selvaggio portentoso, che oggi ancora si potrebbe proporre ad esempio presso tutti i popoli civili del mondo.Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo giudizio in queste poche parole: Guacanagari, non ce n'è guari. E contemplava il suo futuro zio con una tenerezza ineffabile.Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti? Pare di sì. Damiano era uno spirito bizzarro, pronto ad infiammarsi, e sincero nei suoi innamoramenti, qualunque ne fosse l'oggetto. Abarima gli era piaciuta a quel dio; egli era piaciuto a lei; non c'era nessuna ragione perchè ella non fosse sua moglie, o con un rito o con l'altro, dei tanti che servono a fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un giorno, in quella guisa che una spilla nera, un cartellino scritto con due parole latine, e una lastra di cristallo in cornice, vi fissano un belPriamus, una bellaVanessa, dalle ali fatte di polvere d'oro, nella vetrina d'un museo di storia naturale.E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano, che egli si era perfino rallegrato della perdita d'un naviglio. Egoismo d'amore, che dalla sua stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio dellaSanta Mariariduceva Cristoforo Colombo e la sua gente a vivere sulla più piccola delle tre caravelle, e sulla meno adatta a sostenere la forza del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare in patria. Si sarebbero perduti laggiù, come Ugolino Vivaldi sulla costa di Africa, senza che più si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non rivedere l'Europa.—Vecchia Europa!—diceva egli, in una di quelle [pg!190] apostrofi che gli erano familiari.—Infine, che cosa sei tu, per un uomo del tempo presente? Un giorno, sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi in toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una vittima. Per altro, da quel giorno, ne sono passati, degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver la sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che ti abbiamo scoperto una sorella di parecchie migliaia d'anni più giovane, spero che un giorno molti dei tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo vilissimo stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a dimenticare in questa vergine bellezza i tuoi vezzi cascanti, il tuo belletto, i tuoi capelli tinti, i tuoi denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia incartapecorita, non ci sarebbe che un espediente, ma eroico, anzi più che eroico, divino. Sarebbe infatti mestieri che la mano di Domineddio si aggravasse gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro sulle Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso, un altro sui Carpazi, un altro.... Ma no, ne ho contato già cinque, e cinque basterebbero, purchè premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti un venti braccia, sott'acqua, per venti minuti! E allora, crepi l'avarizia, ti si potrebbe far ritornare a galla, per lasciarti respirare. Che bella faccia pulita, mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!—Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano! Vi pare di dovergli dare il torto, per aver egli detto ad alta voce ciò che tanti avranno pensato, ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo voglio dar io.Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se non volesse restare ad Haiti. Ci pensava tanto, che si risolse d'imparare alla svelta la lingua del paese. Maestri ce n'erano parecchi: gl'interpetri di Guanahani [pg!191] e di Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli; ne imparò in due o tre giorni parecchie centinaia, che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio di glossario si poteva fare molto cammino, e non desiderarsi la vicinanza di un terzo incomodo, quando aveva da far conversazione con la leggiadra Abarima.Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva di buon occhio quel semplice marinaio. Ma questo s'intenderà facilmente: il semplice marinaio era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto, il capo degli uomini bianchi era molto amico di quel semplice marinaio, gli rivolgeva spesso la parola, intrattenendosi con lui in una lingua che essi soli parevano intendere. E questa familiarità di Damiano con l'almirante rialzava molto il marinaio agli occhi del vecchio Tolteomec.Quel giorno, per l'appunto, Damiano aveva accompagnato l'almirante alla residenza di Guacanagari. Sedeva anch'egli alla mensa del re; ultimo nell'ordine gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione, volendo esser vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose comitive e nelle grandi riunioni, il miglior posto è sempre quello degli ultimi, che hanno sempre la libertà della scelta. Il personaggio maggiore s'annoia a capo di tavola, e manda occhiate di desiderio ai felici che se la spassano nel fondo, facendo il comodo loro e ridendo come matti.Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il suo ospite negli ameni boschetti che circondavano la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano la nobile comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si fu seduto con Guacanagari al rezzo d'un palmizio, quella turba poco vestita si mise a cantare e a saltare, accompagnando la voce ed il passo col suono [pg!192] dei suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande novità il tintinnìo dei sonagli di bronzo.La danza era il passatempo prediletto dei naturali di Haiti. Se a quel tempo fosse stato comune sulla faccia del globo l'uso delle carte da giuoco, sicuramente quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte false, pur di ballare dalla mattina alla sera. Damiano, contemplando le loro giravolte e i loro salti, aveva facilmente imparata la coreografla, del resto assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo, tra gli altri, gli era sembrato molto somigliante al trescone, che si ballava in Europa. Preso da un capriccio subitaneo, chiese ad Abarima se ella avrebbe consentito a ballare con lui. Abarima non aveva detto di no. Animo dunque, e nel mezzo del prato, facendo fermare stupefatti tutti i ballerini della tribù. Damiano provava un gusto matto a ballare con quel fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa fanciulla a ballare con lui. E non erano meno contenti i naturali di Haiti, vedendo un figlio del cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza con una figlia degli uomini. I tamburi battevano via via più affrettata la misura; e più rapido girava Damiano, più forte stringendo nelle braccia nervose la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto; durarono un pezzo alla prova. Ma egli non vedeva già più il prato, nè gli alberi, nè gli spettatori circostanti, quando la sua dama gli fece la grazia di arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal piacere, sul braccio, e abbandonandogli la bruna testa inghirlandata di fiori sul petto.Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che di avergli portato ballerini, dalle regioni del cielo. L'almirante aveva mandato a prendere a bordo dellaNinaun arco moresco, col suo turcasso di frecce. Era nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta [pg!193] la guerra contro i Mori ed era stato all'assedio di Granata. A lui, destro arcadore, toccava di far vedere la sua prodezza, con l'arco alla mano. Una foglia di palmizio fu collocata in fondo alla prateria, sulla vetta di una canna. E il Castigliano la prese di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo l'altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida di ammirazione e gli applausi della intiera tribù.Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto l'interpetre Cusqueia, e gli dettò le parole che questi doveva riferire all'almirante:—Potente signore, colpiscono diritto nel segno i tuoi guerrieri. Questo è certamente un dono del cielo, donde siete venuti. Con l'arco e la freccia non colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici. Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine, verso mezzogiorno, e fanno prigioni i miei uomini, che conducono nelle loro terre a servirli, quando non ne bevono il sangue e non si cibano di essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli di Haiti nulla possono contro quegli amici della strage, e non sempre i nostri buoni spiriti li tengono lontani da noi.—Udì l'almirante la querela di Guacanagari, e prontamente rispose:—Ben altre armi abbiamo contro i nemici del nostro ospite e fratello. Or ora tu le vedrai, e ti sarà facile intendere che niente vale contro gli uomini bianchi, che ti hanno giurato amicizia.—E lasciato di parlare all'interpetre, si volse a Damiano:—Prendete gli uomini che vi bisognano,—gli disse,—e andate nelle case che Guacanagari ha assegnate per la custodia delle cose nostre. Prenderete un archibugio, con un po' di munizione, e [pg!194] farete anche rotolare fin qua un cannone lombardo dellaSanta Maria.—Damiano prese con sè i marinai che erano venuti ad accompagnare l'almirante, e con essi e con qualche selvaggio di buona voglia andò ad eseguire i comandi dell'almirante.Archibugio e cannone lombardo furono poco stante sul prato, davanti al cacìco Guacanagari.—Or ora,—disse Cristoforo Colombo al suo ospite,—tu vedrai un colpo ben più veloce e più micidiale che non possa farne una freccia.—E fatto caricare l'archibugio, ordinò a Damiano di prender la mira contro un albero che sorgeva nel fondo del prato. Damiano si piantò saldamente sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna contro il bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino, diede fuoco alla polvere. Partì il colpo, e il lampo che uscì dardeggiando dalla canna, comprese di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare lo strappo che videro in pari tempo esser fatto nella corteccia d'albero, e il buco in cui si era conficcata la palla: quella palla che essi avevano veduta poc'anzi cacciar dentro la canna, ma che non avevano veduta altrimenti uscir fuori.Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei marinai lo avevano caricato con molta ostentazione, affinchè i naturali vedessero bene come fosse quella fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro cui era stato scaricato il colpo dell'archibugio. La miccia fu accostata; il forellino diede una piccola vampata, e tosto dalla gran canna di ferro escì un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una grossa lingua di fuoco. Non fu un rumore secco, accompagnato da un sibilo, come era stato quello dell'archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò gli orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di [pg!195] avere udito il fragore del fulmine. E in pari tempo l'albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e si abbatteva la parte superiore del tronco, non restando che per poche fibre appiccicata alla parte inferiore. La palla intanto proseguiva la sua via nel bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti per terra. Lo stesso Guacanagari, che sempre cercava di padroneggiare i moti dell'animo, non potè trattenersi dallo afferrare il braccio dell'almirante, come per cercare istintivamente un appoggio.—Sono queste le nostre armi;—disse Cristoforo Colombo.—I sovrani di Spagna, nostri potenti signori, hanno di queste armi a migliaia; con queste combattono i loro nemici; per esse sono rispettati da tutto il mondo.—Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della nostra terra, oppressori dei nostri figli, rubatori delle nostre figliuole;—disse Guacanagari all'interpetre.Non aveva mestieri di parlar per interpetre la leggiadra Abarima. Fattasi accanto a Damiano, che essa aveva ammirato nei due saggi della sua maravigliosa prodezza, così gli parlò dolcemente nella sua lingua, ridotta per la circostanza alle forme più brevi:—Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco Abarima; difendere Tolteomec contro nemici Caribi.—Fianco Abarima dolce cosa;—rispose Damiano, con quel po' di glossario che aveva messo da parte.—Damiano restare Haiti, amar sempre Abarima, baciare suoi occhi.—Difendere contro Caribi;—ripetè ella, a cui pareva che il suo innamorato saltasse troppo volentieri di palo in frasca.—Una cosa non esclude l'altra, che diamine!—esclamò [pg!196] Damiano, nel suo vernacolo nativo.—Ma questo, come fartelo capire, in lingua Haitiana?—Questo, per altro, glielo disse col gesto affermativo, ripetuto parecchie volte, e con un lampo degli occhi, che non brillava meno di quello del cannone lombardo.Quella sera, tornando la comitiva alla spiaggia, Damiano faceva all'almirante un discorso che aveva a lungo meditato.—Messere,—incominciò timidamente;—vorrei dirvi una cosa.... intrattenervi di un pensiero che mi è venuto quest'oggi alla mente.—Sentiamo il vostro pensiero, Damiano,—rispose l'almirante.—Vi parrà poi una sciocchezza, messere. Ma infine, potrebbe anche non esserlo.—E non lo sarà. Dite ad ogni modo; tanto si fa cammino, e le ciarle aiutano.—Voi siete buono, messere, e date animo a chi non l'ha. Pensavo adunque che noi eravamo imbarcati in sessantasei sullaSanta Maria.—Sessantasei, difatti, tra ufficiali e marinai;—rispose l'almirante.—E ventiquattro erano imbarcati sullaNina;—ripigliò Damiano.—Ora, sessantasei e ventiquattro....—Fanno novanta;—conchiuse l'almirante.—Un bel numero!—Esorbitante per la più piccola delle tre caravelle con cui siamo partiti da Palos;—replicò Damiano.—Non pare a voi, messere, che ci si stia pigiati, sullaNina?—Molto pigiati, troppo pigiati;—rispose l'almirante;—lo vediamo e lo sentiamo fin d'ora, che per una ragione o per l'altra qualcheduno dei nostri uomini passa la notte alla spiaggia.[pg!197]—Ah, lo dicevo bene, io!—esclamò Damiano.—E peggio sarà quando dovremo ritornare su quel guscio di noce in Europa.—Certamente, mio caro, certamente. Quello che voi dite ora, l'ho già pensato più volte ancor io.—E non avete pensato, messere, al rimedio?—Ci ho pensato;—rispose l'almirante, sospirando;—ma forse sarebbe un rimedio peggiore del male. Chi vorrebbe adattarcisi?—Ognuno che vi ami, messere. Perchè io l'ho già indovinato, il rimedio; e sarebbe.... di lasciar qui gli uomini di buona volontà.—Che sarebbero naturalmente assai pochi, mio caro Damiano!—Non lo credete, messere. Io ne conosco parecchi, che sarebbero contenti di restare. Non già per sempre, si capisce; ma cinque, sei mesi, magari un anno, quanto vi bisognasse per andare e ritornare. Soldati in sentinella, resterebbero fino a che il comandante non venisse a mutare la guardia.——Dite voi da senno, Damiano?—Tanto, che io stesso mi proporrei di restare.—Voi?—esclamò l'almirante.—E il vostro compagno, naturalmente con voi? perchè l'uno non può stare senza l'altro, siccome ho veduto. Ed anzi, quella d'oggi mi pare una novità, e così strana, da doverla segnare col carbon bianco.—Cosma aveva l'umor nero, quest'oggi;—rispose Damiano, impacciato.—Del resto, io credo che egli non rimarrebbe, per sua elezione, in questa parte del mondo, salvo il caso di obbedire ad un vostro comando.—Nè io sarò mai per dare di questi comandi a nessuno;—ripigliò l'almirante.—Ma voi, piuttosto.... come vi adattereste voi a restare, senza l'amico?—Messere, la vita è varia, e varii sono i capricci [pg!198] degli uomini. A me quest'isola piace moltissimo. Ed anche ad altri, che hanno perduta la casa, e non si raccapezzano nella casa altrui. I marinai dellaSanta Mariasi sentono ospiti, a bordo dellaNinaLa conoscono poco, non ci hanno fatta la mano, nè l'occhio.—È giusto, ciò che voi dite. Il marinaio si fa casa volentieri della sua nave. Ma dunque, voi esponete, oltre il desiderio vostro, quello di molti compagni?—Si, messere; è un desiderio nato molto spontaneamente, come il mio. Il paese è bello, si è detto; gli abitanti son pasta di zucchero. A fabbricarceli con le nostre mani, come ha fatto Domineddio per il capo della specie umana, non si potrebbe inventar niente di meglio. La vita è facile, qui, poichè la terra produce tutto il necessario, senza che l'uomo abbia da innaffiarla col sudore della sua fronte. E poi c'è l'oro, che si raccoglie con facilità negli scambi, senza bisogno di andare a cercarlo nelle miniere, almeno per ora.—Ma voi non pensate al pericolo di dover combattere coi Caribi, gente feroce delle isole di mezzogiorno.—Gente feroce che fa paura a Guacanagari, e al suo popolo pacifico;—rispose Damiano.—Contro i Caribi, se sono quei terribili pirati che ci ha descritti il cacìco, avremmo sempre gli archibugi e i cannoni dellaSanta Maria, che voi potreste lasciarci per nostra difesa.—Sicuramente, e con munizioni sufficienti. Ma tutto ciò richiede un luogo adatto per la difesa.—L'isola è vasta; il luogo si può trovare; le eminenze non mancano.—Ci vorranno dei ripari.—Si faranno. Abbiamo qui la caravella naufragata; [pg!199] si può fabbricarne una fortezza. Della chiglia, degli staminali e del bagli si può fare l'ossatura di una torre. Col fasciame si possono fare le pareti. E poi, dentro o fuori, si può aggiungere un impasto di argilla e di paglia, come fanno i nostri contadini, nelle gole dell'Apennino. Con uno scavo di pochi giorni si fa un argine ed un fosso, che giri tutto intorno alla fortezza. Quando il lavoro sia fatto, ci si starà dentro a meraviglia, e sicuri come in chiesa. Non lo credete, messere?—Voi rispondete a tutte le obiezioni, Damiano. L'idea non mi dispiace; voglio pensarci. E quanti sareste, desiderosi di restare?—Non saprei dirlo, ora. Ma così a occhio e croce, argomentando dai discorsi che ho sentiti, potete far conto sui due terzi dellaSanta Maria. Poi ci sarà da domandare a quelli dellaNina, che non vorranno perder tutti la buona occasione di passare qualche mese a terra.—Vedete un po'!—disse Cristoforo Colombo, ridendo.—Ed io che non osavo neanche vagheggiarlo nella mente, un disegno come questo!—Vagheggiatelo, messere. Anzi, fate meglio, mandatelo tosto ad effetto. Non già per darvi consigli, che a voi non occorrono, ma per dirvi sinceramente quello che io penso, se fossi nei panni, vostri, metterei mano all'opera fin da domani mattina.—L'almirante non si potè trattenere dal ridere, a tanta furia del suo concittadino. E pensò in quel momento ad un proverbio di casa: la furia dei genovesi dura tre giorni. La qual cosa poteva anche esser vera, ma certamente non era intieramente creduta dagli altri Italiani, che a questo proposito solevano dire: genovese aguzzo, piglialo caldo.—Avete ragione;—rispose l'almirante.—Ma bisogna pensare ad un'altra necessità. Intenderete [pg!200] benissimo che per questa piccola colonia non potrei lasciare soltanto marinai. Qualche ufficiale sarà necessario; e non potrei, almirante di Castiglia, avendo quasi tutti Castigliani nella mia gente, dare il comando della colonia che ad uomini di questa nazione. Degli ufficiali che sono imbarcati con me dovrò dunque sentire l'opinione, per vedere chi volesse restare ed assumere il comando della fortezza. Se dovessi ascoltare il mio cuore, darei il comando ad uomini come voi, o come il vostro compagno.—Non pensate a noi, messere; noi siamo marinai.—Infatti, come marinai siete venuti a me. Ma io non vi ho mai avuto per tali. Anche parlando il nostro vernacolo, non vi nascondete abbastanza; si sente che non siete di Maccagnana, nè della Marina; la batte da San Lorenzo a San Luca, miei cari.—Messere....—balbettò Damiano, confuso.—Ebbene, ditemi che non è vero; che non ho colto nel segno.—Eh, non saprei;—rispose Damiano.—Ci sarebbero altre chiese, da mettere in riga; San Siro, per esempio, o Santa Maria di Castello, San Domenico o Santa Maria delle Vigne. Ma io non potrei fermarmi su questo tema, se non per ringraziarvi d'una curiosità che è figlia di benevolenza, e per dirvi subito i nostri nomi, come sono scritti laggiù. Disgraziatamente, ho promesso a Cosma.... di chiamarmi Damiano. Quando egli non vorrà essere più Cosma, credetelo, messere, sarò felicissimo di restituire il mio nome di guerra al santo da cui l'ho tolto ad imprestito.—Nè io vi chiedo di rinunziarci per curiosità che io abbia di sapere i vostri nomi veri ed autentici;—disse l'almirante.—Ho accennato alla vostra condizione per significarvi il mio rammarico [pg!201] di non potervi dare un uffizio più conveniente, e di vedere in pari tempo che voi, amico Damiano, poichè Damiano volete essere, vi disporrete ad un sacrifizio come quello di restare parecchi mesi, forse un anno, in questi lidi lontani.—Oh, non vi date pensiero di ciò!—disse Damiano.—Ho in uggia l'Europa.—Capisco;—mormorò l'almirante.—Dolori?—Che! Se ci avessi lasciato dei dolori, chi sa! L'uomo è un animale così irragionevole! sarei capace di correr laggiù, per rinfrescarmeli tutti. Il fatto è che non ci ho lasciato dolori, e non ne ho portati con me. Forse li avevo nel fardello; ma devono essermi sdrucciolati nelle acque dell'Odiel, sul punto di mettermi in barca.—Avrete perdonato;—disse l'almirante.—E questo è segno di animo buono.—Ahimè! neanche questo, messere. Io non so perdonare; il dimenticare mi sembra più savio. Fors'anche è più sbrigativo. In ciò non sono d'accordo col mio amico. Dove Cosma sospira, io alzo le spalle; dove Cosma piange, io sorrido. Ma in una cosa ci siamo affiatati come due pive: nell'amar voi, signor almirante, nel riverirvi, nello intendere la grandezza dell'impresa che avete ideata e compiuta. Pensiamo qualche volta a ciò che diranno laggiù, in Europa, quando vi vedranno ricomparire, scopritore di un mondo ignoto, e allora....—E allora,—interruppe Cristoforo Colombo,—dovreste anche immaginare che mi faranno colpa di non avere scoperto il Cattaio. Quattro isole popolate da selvaggi, gran cosa! S'intende che se un altro giungerà prima di me alle coste di Spagna....—Martino Alonzo Pinzon, non è vero?—Sicuro;—ripigliò l'almirante.—Se il disertore [pg!202] giungerà primo alla sua patria, sarà egli lo scopritore, avrà egli il merito e l'onore di tutto.—Signor almirante, debbo dirvi intiero l'animo mio?—replicò Damiano,—Dall'Europa ci si può aspettare di tutto.... anche un atto di giustizia. È una terra tanto curiosa! Io metto pegno che quando voi giungerete, nessuno crederà più a Martino Alonzo Pinzon. Del resto, voi avrete sempre la testimonianze di due equipaggi, quasi intieramente di Castigliani, in mezzo a cui è un fratello di Martino Alonzo, e qualche altro suo consanguineo.—L'almirante fece un cenno del capo e un moto delle labbra: due gesti che dicevano e non dicevano, ma che, ad ogni modo, in quell'ora tarda di sera, non potevano essere notati dal nostro Damiano. Per altro, era eloquente anche il silenzio, e significava abbastanza i dubbi che amareggiavano il cuore dell'almirante.—E bisognerà quindi affrettare la partenza;—soggiunse questi, proseguendo ad alta voce un ragionamento che aveva fatto dentro di sè.—Ho osservato una certa regolarità nei venti che soffiano su questi mari. Quando siamo venuti, li avevamo favorevoli, da levante a ponente. Ora mi pare che incomincino a voltarsi da ponente a levante. Bisognerà approfittarne; se no, risicheremmo di stare in panna per molto tempo, avanti di far cammino per le coste di Spagna.—Ebbene, messere;—rispose Damiano.—Si prende una risoluzione sollecita. Disfacciamo la caravella, prima che se ne piglino l'incarico i marosi, e facciamo la fortezza. È questione di giorni.—Sì, dite bene, è questione di giorni, quando ci sia la buona volontà;—conchiuse l'almirante.—Domattina ne parleremo.—Il giorno seguente, Cristoforo Colombo chiamò a [pg!203] consiglio gli ufficiali della spedizione e i piloti delle due marinaresche, dellaSanta Marianaufragata, e dellaNinasuperstite. Espose la condizione di un equipaggio raddoppiato, sulla più piccola caravella e sulla meno maneggevole, rimasta l'unica per ritornare in Europa, ed accennò al disegno di fondare una colonia ad Haiti, lasciandovi un certo numero di marinai, con quegli ufficiali che volessero restare al comando. Gli avanzi dellaSanta Mariaavrebbero fornita la materia per la costruzione di una fortezza, che i suoi cannoni potevano difendere, e in cui si sarebbero lasciati viveri per il sostentamento del presidio, nello spazio di un anno. Tanto non credeva egli che la colonia avrebbe dovuto aspettare il ritorno di una nuova spedizione dalla Spagna; ma era meglio provvedere per un anno, che per sei mesi soltanto; le precauzioni in simili casi non essendo mai troppe.Del resto, in quello spazio di tempo, i nuovi coloni avrebbero avuto agio di visitare, con le debite cautele, tutte le parti dell'isola, di cercare le miniere e tutte l'altre sorgenti di ricchezza. Inoltre, col cambio di tanta minutaglia che ancora si ritrovava a bordo dellaNinae nel carico sbarcato dallaSanta Maria, avrebbero potuto accumulare dell'oro in gran copia. Imparando la lingua dei naturali, si sarebbero avvezzati ai loro costumi, alle loro abitudini, in guisa da poter prestare utilissimi servigi nelle spedizioni susseguenti. Alle quali, appena ritornato in Ispagna, avrebbe pensato e provveduto l'almirante, con quel pronto animo e con quell'ardore di desiderio che tutti riconoscevano in lui, e che oramai dovevano intendersi piuttosto accresciuti che diminuiti.Piacque la proposta a tutti, assai più che l'almirante non isperasse. Ma forse il pensiero di liberare [pg!204] laNinada un soverchio di gente, faceva tutti più facili ad accettare un partito, sul quale, in ogni altra occasione, avrebbero trovato molto a ridire.Damiano aveva dunque ragione, pronosticando che l'idea sarebbe stata accolta con giubilo. Ed oltre all'aver ragione, Damiano vinceva il suo punto.[pg!205]
Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.
Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in visita solenne alla caravella dell'almirante. L'ottimo re selvaggio mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo dellaSanta Mariamezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini bianchi tutto ciò ch'egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.
Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul cassero dellaNina, si accostò alla caravella una piroga di naturali di un'isola vicina, i quali portavano piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe loro canzoni, che accompagnavano col suono d'una specie di tamburo, fatto d'un tronco d'albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all'orecchio dei danzatori, [pg!187] come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.
Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo dellaNina, riferirono all'almirante di altri naturali dell'interno di Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo pezzetti d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato, anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi di rame e con le perline di vetro colorato.
Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza gli occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva promesso di trovare per la via di ponente l'isola di Cipango e le regioni estreme dell'Asia, famose per infinite ricchezze. In quella vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante del mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull'animo de' suoi signori, meglio della vista dell'oro. Che importava più del gran Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir? Isole ricche d'oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a [pg!188] trafficare, ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.
Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella regione più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del sole era tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna. Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.
Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante, a bordo dellaNina; e quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.
La refezione, imbandita quel giorno nella casa di Guacanagari, era copiosa e scelta, per quanto permetteva ad Haiti la semplicità del costume. I piatti forti erano di utia, che è una specie di coniglio, e di pesci; le intramesse di radici, che erano di varii generi e in varii modi preparate; delle frutte non si parla nemmeno, che abbondavano nell'isola, e con la varietà degli aspetti rallegravano gli occhi, come con quella dei sapori stuzzicavano i palati degli uomini bianchi.
Sempre maravigliosa la bontà d'animo dei cacìco, e delicatissime le premure amichevoli, con cui cercava di consolare il suo ospite della disgrazia sofferta. Ed era strano per i suoi convitati spagnuoli il vedere com'egli fosse garbato nel modi. Il civilissimo tra gli Europei non avrebbe recato con maggior dignità e pulitezza il cibo alla bocca. Ad ogni portata Guacanagari si lavava le mani, e le strofinava con erbe odorose. Era servito con molto rispetto [pg!189] dai suoi sudditi, e li ricambiava con atti di graziosa maestà. Che dirvi di più? Bisognerebbe ripetere il già detto, di questo selvaggio portentoso, che oggi ancora si potrebbe proporre ad esempio presso tutti i popoli civili del mondo.
Intorno a lui, Damiano aveva compendiato il suo giudizio in queste poche parole: Guacanagari, non ce n'è guari. E contemplava il suo futuro zio con una tenerezza ineffabile.
Ma ci pensava egli davvero, a fare il nido in Haiti? Pare di sì. Damiano era uno spirito bizzarro, pronto ad infiammarsi, e sincero nei suoi innamoramenti, qualunque ne fosse l'oggetto. Abarima gli era piaciuta a quel dio; egli era piaciuto a lei; non c'era nessuna ragione perchè ella non fosse sua moglie, o con un rito o con l'altro, dei tanti che servono a fermare in modo indissolubile il bel capriccio di un giorno, in quella guisa che una spilla nera, un cartellino scritto con due parole latine, e una lastra di cristallo in cornice, vi fissano un belPriamus, una bellaVanessa, dalle ali fatte di polvere d'oro, nella vetrina d'un museo di storia naturale.
E di questo suo disegno era tanto invasato Damiano, che egli si era perfino rallegrato della perdita d'un naviglio. Egoismo d'amore, che dalla sua stessa ferocia è innalzato al sublime! Il naufragio dellaSanta Mariariduceva Cristoforo Colombo e la sua gente a vivere sulla più piccola delle tre caravelle, e sulla meno adatta a sostenere la forza del mare. Forse era per tutti la impossibilità di ritornare in patria. Si sarebbero perduti laggiù, come Ugolino Vivaldi sulla costa di Africa, senza che più si avessero nuove di loro. Ebbene? che importava ciò? Si rassegnava a tutto, Damiano; anche a non rivedere l'Europa.
—Vecchia Europa!—diceva egli, in una di quelle [pg!190] apostrofi che gli erano familiari.—Infine, che cosa sei tu, per un uomo del tempo presente? Un giorno, sei piaciuta a Giove, che per te non dubitò di cangiarsi in toro, e tu lo incoronasti di fiori, come una vittima. Per altro, da quel giorno, ne sono passati, degli anni! Vecchia megera, se io potessi aver la sorte di non rivederti mai più! Spero bene, ora che ti abbiamo scoperto una sorella di parecchie migliaia d'anni più giovane, spero che un giorno molti dei tuoi cavalieri passino il mare, uscendo dal tuo vilissimo stretto di Gibilterra, per venirsene qua, a dimenticare in questa vergine bellezza i tuoi vezzi cascanti, il tuo belletto, i tuoi capelli tinti, i tuoi denti posticci. Per rifarti la pelle, vecchia incartapecorita, non ci sarebbe che un espediente, ma eroico, anzi più che eroico, divino. Sarebbe infatti mestieri che la mano di Domineddio si aggravasse gentilmente su te; con un dito sui Pirenei, un altro sulle Alpi, un altro sugli Urali, un altro sul Caucaso, un altro sui Carpazi, un altro.... Ma no, ne ho contato già cinque, e cinque basterebbero, purchè premessero, premessero bene, giù giù, fino a metterti un venti braccia, sott'acqua, per venti minuti! E allora, crepi l'avarizia, ti si potrebbe far ritornare a galla, per lasciarti respirare. Che bella faccia pulita, mia vecchia Europa! e che bel bagno di gioventù!—
Sincero anche in questi suoi voti, il nostro Damiano! Vi pare di dovergli dare il torto, per aver egli detto ad alta voce ciò che tanti avranno pensato, ai suoi tempi, ed ai vostri? A buon conto, non glielo voglio dar io.
Con questo modo suo di ragionare, figuratevi se non volesse restare ad Haiti. Ci pensava tanto, che si risolse d'imparare alla svelta la lingua del paese. Maestri ce n'erano parecchi: gl'interpetri di Guanahani [pg!191] e di Cuba. Egli sapeva già parecchi vocaboli; ne imparò in due o tre giorni parecchie centinaia, che scriveva sopra pezzetti di carta, di contro ai corrispondenti vocaboli italiani. Con quel principio di glossario si poteva fare molto cammino, e non desiderarsi la vicinanza di un terzo incomodo, quando aveva da far conversazione con la leggiadra Abarima.
Il vecchio babbo, quantunque fratello di re, vedeva di buon occhio quel semplice marinaio. Ma questo s'intenderà facilmente: il semplice marinaio era un uomo bianco, un figlio del cielo. Del resto, il capo degli uomini bianchi era molto amico di quel semplice marinaio, gli rivolgeva spesso la parola, intrattenendosi con lui in una lingua che essi soli parevano intendere. E questa familiarità di Damiano con l'almirante rialzava molto il marinaio agli occhi del vecchio Tolteomec.
Quel giorno, per l'appunto, Damiano aveva accompagnato l'almirante alla residenza di Guacanagari. Sedeva anch'egli alla mensa del re; ultimo nell'ordine gerarchico, è vero, ma forse per sua elezione, volendo esser vicino alla dolce Abarima. Nelle numerose comitive e nelle grandi riunioni, il miglior posto è sempre quello degli ultimi, che hanno sempre la libertà della scelta. Il personaggio maggiore s'annoia a capo di tavola, e manda occhiate di desiderio ai felici che se la spassano nel fondo, facendo il comodo loro e ridendo come matti.
Levate le mense, Guacanagari aveva condotto il suo ospite negli ameni boschetti che circondavano la sua casa. Migliaia di naturali aspettavano la nobile comitiva; e a mala pena Cristoforo Colombo si fu seduto con Guacanagari al rezzo d'un palmizio, quella turba poco vestita si mise a cantare e a saltare, accompagnando la voce ed il passo col suono [pg!192] dei suoi tamburi, a cui si aggiungeva per grande novità il tintinnìo dei sonagli di bronzo.
La danza era il passatempo prediletto dei naturali di Haiti. Se a quel tempo fosse stato comune sulla faccia del globo l'uso delle carte da giuoco, sicuramente quei buoni selvaggi avrebbero fatto carte false, pur di ballare dalla mattina alla sera. Damiano, contemplando le loro giravolte e i loro salti, aveva facilmente imparata la coreografla, del resto assai scarsa, dei suoi futuri concittadini. Un ballo, tra gli altri, gli era sembrato molto somigliante al trescone, che si ballava in Europa. Preso da un capriccio subitaneo, chiese ad Abarima se ella avrebbe consentito a ballare con lui. Abarima non aveva detto di no. Animo dunque, e nel mezzo del prato, facendo fermare stupefatti tutti i ballerini della tribù. Damiano provava un gusto matto a ballare con quel fior di selvaggia; ma altrettanto ne provava la graziosa fanciulla a ballare con lui. E non erano meno contenti i naturali di Haiti, vedendo un figlio del cielo che non isdegnava di saltabellare in cadenza con una figlia degli uomini. I tamburi battevano via via più affrettata la misura; e più rapido girava Damiano, più forte stringendo nelle braccia nervose la leggiadra Abarima. Essa era snella, egli robusto; durarono un pezzo alla prova. Ma egli non vedeva già più il prato, nè gli alberi, nè gli spettatori circostanti, quando la sua dama gli fece la grazia di arrendersi, cadendogli ansante, quasi svenuta dal piacere, sul braccio, e abbandonandogli la bruna testa inghirlandata di fiori sul petto.
Ma bisognava dare a Guacanagari altra idea che di avergli portato ballerini, dalle regioni del cielo. L'almirante aveva mandato a prendere a bordo dellaNinaun arco moresco, col suo turcasso di frecce. Era nel suo seguito un Castigliano, che aveva fatta [pg!193] la guerra contro i Mori ed era stato all'assedio di Granata. A lui, destro arcadore, toccava di far vedere la sua prodezza, con l'arco alla mano. Una foglia di palmizio fu collocata in fondo alla prateria, sulla vetta di una canna. E il Castigliano la prese di mira, piantando nel suo verde tessuto, una dopo l'altra, tutte le frecce del suo turcasso, tra le grida di ammirazione e gli applausi della intiera tribù.
Guacanagari chiamò con un nobilissimo gesto l'interpetre Cusqueia, e gli dettò le parole che questi doveva riferire all'almirante:
—Potente signore, colpiscono diritto nel segno i tuoi guerrieri. Questo è certamente un dono del cielo, donde siete venuti. Con l'arco e la freccia non colpiscono così giusto i Caribi, nostri mortali nemici. Vengono essi sulle lunghe piroghe, dalle isole vicine, verso mezzogiorno, e fanno prigioni i miei uomini, che conducono nelle loro terre a servirli, quando non ne bevono il sangue e non si cibano di essi, fino al midollo delle loro ossa. Ahimè! i figli di Haiti nulla possono contro quegli amici della strage, e non sempre i nostri buoni spiriti li tengono lontani da noi.—
Udì l'almirante la querela di Guacanagari, e prontamente rispose:
—Ben altre armi abbiamo contro i nemici del nostro ospite e fratello. Or ora tu le vedrai, e ti sarà facile intendere che niente vale contro gli uomini bianchi, che ti hanno giurato amicizia.—
E lasciato di parlare all'interpetre, si volse a Damiano:
—Prendete gli uomini che vi bisognano,—gli disse,—e andate nelle case che Guacanagari ha assegnate per la custodia delle cose nostre. Prenderete un archibugio, con un po' di munizione, e [pg!194] farete anche rotolare fin qua un cannone lombardo dellaSanta Maria.—
Damiano prese con sè i marinai che erano venuti ad accompagnare l'almirante, e con essi e con qualche selvaggio di buona voglia andò ad eseguire i comandi dell'almirante.
Archibugio e cannone lombardo furono poco stante sul prato, davanti al cacìco Guacanagari.
—Or ora,—disse Cristoforo Colombo al suo ospite,—tu vedrai un colpo ben più veloce e più micidiale che non possa farne una freccia.—
E fatto caricare l'archibugio, ordinò a Damiano di prender la mira contro un albero che sorgeva nel fondo del prato. Damiano si piantò saldamente sul terreno, calò il moschetto, aggiustò la canna contro il bersaglio, e accostata la miccia allo scodellino, diede fuoco alla polvere. Partì il colpo, e il lampo che uscì dardeggiando dalla canna, comprese di stupore i selvaggi; ma più li fece maravigliare lo strappo che videro in pari tempo esser fatto nella corteccia d'albero, e il buco in cui si era conficcata la palla: quella palla che essi avevano veduta poc'anzi cacciar dentro la canna, ma che non avevano veduta altrimenti uscir fuori.
Venne la volta del cannone. Damiano e uno dei marinai lo avevano caricato con molta ostentazione, affinchè i naturali vedessero bene come fosse quella fattucchieria. Poscia puntarono lo stesso albero contro cui era stato scaricato il colpo dell'archibugio. La miccia fu accostata; il forellino diede una piccola vampata, e tosto dalla gran canna di ferro escì un globo di fumo, per entro a cui lampeggiava una grossa lingua di fuoco. Non fu un rumore secco, accompagnato da un sibilo, come era stato quello dell'archibugio; fu un rombo, uno schianto, che intronò gli orecchi di tutti gli astanti, a cui parve di [pg!195] avere udito il fragore del fulmine. E in pari tempo l'albero preso di mira si spezzava nel mezzo; e si abbatteva la parte superiore del tronco, non restando che per poche fibre appiccicata alla parte inferiore. La palla intanto proseguiva la sua via nel bosco, sforacchiando in più luoghi la frappa.
Al fragore inatteso, molti naturali erano caduti per terra. Lo stesso Guacanagari, che sempre cercava di padroneggiare i moti dell'animo, non potè trattenersi dallo afferrare il braccio dell'almirante, come per cercare istintivamente un appoggio.
—Sono queste le nostre armi;—disse Cristoforo Colombo.—I sovrani di Spagna, nostri potenti signori, hanno di queste armi a migliaia; con queste combattono i loro nemici; per esse sono rispettati da tutto il mondo.
—Con esse ci difendano dai Caribi, invasori della nostra terra, oppressori dei nostri figli, rubatori delle nostre figliuole;—disse Guacanagari all'interpetre.
Non aveva mestieri di parlar per interpetre la leggiadra Abarima. Fattasi accanto a Damiano, che essa aveva ammirato nei due saggi della sua maravigliosa prodezza, così gli parlò dolcemente nella sua lingua, ridotta per la circostanza alle forme più brevi:
—Damiano vivere casa nostra in Haiti, fianco Abarima; difendere Tolteomec contro nemici Caribi.
—Fianco Abarima dolce cosa;—rispose Damiano, con quel po' di glossario che aveva messo da parte.—Damiano restare Haiti, amar sempre Abarima, baciare suoi occhi.
—Difendere contro Caribi;—ripetè ella, a cui pareva che il suo innamorato saltasse troppo volentieri di palo in frasca.
—Una cosa non esclude l'altra, che diamine!—esclamò [pg!196] Damiano, nel suo vernacolo nativo.—Ma questo, come fartelo capire, in lingua Haitiana?—
Questo, per altro, glielo disse col gesto affermativo, ripetuto parecchie volte, e con un lampo degli occhi, che non brillava meno di quello del cannone lombardo.
Quella sera, tornando la comitiva alla spiaggia, Damiano faceva all'almirante un discorso che aveva a lungo meditato.
—Messere,—incominciò timidamente;—vorrei dirvi una cosa.... intrattenervi di un pensiero che mi è venuto quest'oggi alla mente.
—Sentiamo il vostro pensiero, Damiano,—rispose l'almirante.
—Vi parrà poi una sciocchezza, messere. Ma infine, potrebbe anche non esserlo.
—E non lo sarà. Dite ad ogni modo; tanto si fa cammino, e le ciarle aiutano.
—Voi siete buono, messere, e date animo a chi non l'ha. Pensavo adunque che noi eravamo imbarcati in sessantasei sullaSanta Maria.
—Sessantasei, difatti, tra ufficiali e marinai;—rispose l'almirante.
—E ventiquattro erano imbarcati sullaNina;—ripigliò Damiano.—Ora, sessantasei e ventiquattro....
—Fanno novanta;—conchiuse l'almirante.—Un bel numero!
—Esorbitante per la più piccola delle tre caravelle con cui siamo partiti da Palos;—replicò Damiano.—Non pare a voi, messere, che ci si stia pigiati, sullaNina?
—Molto pigiati, troppo pigiati;—rispose l'almirante;—lo vediamo e lo sentiamo fin d'ora, che per una ragione o per l'altra qualcheduno dei nostri uomini passa la notte alla spiaggia.
[pg!197]
—Ah, lo dicevo bene, io!—esclamò Damiano.—E peggio sarà quando dovremo ritornare su quel guscio di noce in Europa.
—Certamente, mio caro, certamente. Quello che voi dite ora, l'ho già pensato più volte ancor io.
—E non avete pensato, messere, al rimedio?
—Ci ho pensato;—rispose l'almirante, sospirando;—ma forse sarebbe un rimedio peggiore del male. Chi vorrebbe adattarcisi?
—Ognuno che vi ami, messere. Perchè io l'ho già indovinato, il rimedio; e sarebbe.... di lasciar qui gli uomini di buona volontà.
—Che sarebbero naturalmente assai pochi, mio caro Damiano!
—Non lo credete, messere. Io ne conosco parecchi, che sarebbero contenti di restare. Non già per sempre, si capisce; ma cinque, sei mesi, magari un anno, quanto vi bisognasse per andare e ritornare. Soldati in sentinella, resterebbero fino a che il comandante non venisse a mutare la guardia.—
—Dite voi da senno, Damiano?
—Tanto, che io stesso mi proporrei di restare.
—Voi?—esclamò l'almirante.—E il vostro compagno, naturalmente con voi? perchè l'uno non può stare senza l'altro, siccome ho veduto. Ed anzi, quella d'oggi mi pare una novità, e così strana, da doverla segnare col carbon bianco.
—Cosma aveva l'umor nero, quest'oggi;—rispose Damiano, impacciato.—Del resto, io credo che egli non rimarrebbe, per sua elezione, in questa parte del mondo, salvo il caso di obbedire ad un vostro comando.
—Nè io sarò mai per dare di questi comandi a nessuno;—ripigliò l'almirante.—Ma voi, piuttosto.... come vi adattereste voi a restare, senza l'amico?
—Messere, la vita è varia, e varii sono i capricci [pg!198] degli uomini. A me quest'isola piace moltissimo. Ed anche ad altri, che hanno perduta la casa, e non si raccapezzano nella casa altrui. I marinai dellaSanta Mariasi sentono ospiti, a bordo dellaNinaLa conoscono poco, non ci hanno fatta la mano, nè l'occhio.
—È giusto, ciò che voi dite. Il marinaio si fa casa volentieri della sua nave. Ma dunque, voi esponete, oltre il desiderio vostro, quello di molti compagni?
—Si, messere; è un desiderio nato molto spontaneamente, come il mio. Il paese è bello, si è detto; gli abitanti son pasta di zucchero. A fabbricarceli con le nostre mani, come ha fatto Domineddio per il capo della specie umana, non si potrebbe inventar niente di meglio. La vita è facile, qui, poichè la terra produce tutto il necessario, senza che l'uomo abbia da innaffiarla col sudore della sua fronte. E poi c'è l'oro, che si raccoglie con facilità negli scambi, senza bisogno di andare a cercarlo nelle miniere, almeno per ora.
—Ma voi non pensate al pericolo di dover combattere coi Caribi, gente feroce delle isole di mezzogiorno.
—Gente feroce che fa paura a Guacanagari, e al suo popolo pacifico;—rispose Damiano.—Contro i Caribi, se sono quei terribili pirati che ci ha descritti il cacìco, avremmo sempre gli archibugi e i cannoni dellaSanta Maria, che voi potreste lasciarci per nostra difesa.
—Sicuramente, e con munizioni sufficienti. Ma tutto ciò richiede un luogo adatto per la difesa.
—L'isola è vasta; il luogo si può trovare; le eminenze non mancano.
—Ci vorranno dei ripari.
—Si faranno. Abbiamo qui la caravella naufragata; [pg!199] si può fabbricarne una fortezza. Della chiglia, degli staminali e del bagli si può fare l'ossatura di una torre. Col fasciame si possono fare le pareti. E poi, dentro o fuori, si può aggiungere un impasto di argilla e di paglia, come fanno i nostri contadini, nelle gole dell'Apennino. Con uno scavo di pochi giorni si fa un argine ed un fosso, che giri tutto intorno alla fortezza. Quando il lavoro sia fatto, ci si starà dentro a meraviglia, e sicuri come in chiesa. Non lo credete, messere?
—Voi rispondete a tutte le obiezioni, Damiano. L'idea non mi dispiace; voglio pensarci. E quanti sareste, desiderosi di restare?
—Non saprei dirlo, ora. Ma così a occhio e croce, argomentando dai discorsi che ho sentiti, potete far conto sui due terzi dellaSanta Maria. Poi ci sarà da domandare a quelli dellaNina, che non vorranno perder tutti la buona occasione di passare qualche mese a terra.
—Vedete un po'!—disse Cristoforo Colombo, ridendo.—Ed io che non osavo neanche vagheggiarlo nella mente, un disegno come questo!
—Vagheggiatelo, messere. Anzi, fate meglio, mandatelo tosto ad effetto. Non già per darvi consigli, che a voi non occorrono, ma per dirvi sinceramente quello che io penso, se fossi nei panni, vostri, metterei mano all'opera fin da domani mattina.—
L'almirante non si potè trattenere dal ridere, a tanta furia del suo concittadino. E pensò in quel momento ad un proverbio di casa: la furia dei genovesi dura tre giorni. La qual cosa poteva anche esser vera, ma certamente non era intieramente creduta dagli altri Italiani, che a questo proposito solevano dire: genovese aguzzo, piglialo caldo.
—Avete ragione;—rispose l'almirante.—Ma bisogna pensare ad un'altra necessità. Intenderete [pg!200] benissimo che per questa piccola colonia non potrei lasciare soltanto marinai. Qualche ufficiale sarà necessario; e non potrei, almirante di Castiglia, avendo quasi tutti Castigliani nella mia gente, dare il comando della colonia che ad uomini di questa nazione. Degli ufficiali che sono imbarcati con me dovrò dunque sentire l'opinione, per vedere chi volesse restare ed assumere il comando della fortezza. Se dovessi ascoltare il mio cuore, darei il comando ad uomini come voi, o come il vostro compagno.
—Non pensate a noi, messere; noi siamo marinai.
—Infatti, come marinai siete venuti a me. Ma io non vi ho mai avuto per tali. Anche parlando il nostro vernacolo, non vi nascondete abbastanza; si sente che non siete di Maccagnana, nè della Marina; la batte da San Lorenzo a San Luca, miei cari.
—Messere....—balbettò Damiano, confuso.
—Ebbene, ditemi che non è vero; che non ho colto nel segno.
—Eh, non saprei;—rispose Damiano.—Ci sarebbero altre chiese, da mettere in riga; San Siro, per esempio, o Santa Maria di Castello, San Domenico o Santa Maria delle Vigne. Ma io non potrei fermarmi su questo tema, se non per ringraziarvi d'una curiosità che è figlia di benevolenza, e per dirvi subito i nostri nomi, come sono scritti laggiù. Disgraziatamente, ho promesso a Cosma.... di chiamarmi Damiano. Quando egli non vorrà essere più Cosma, credetelo, messere, sarò felicissimo di restituire il mio nome di guerra al santo da cui l'ho tolto ad imprestito.
—Nè io vi chiedo di rinunziarci per curiosità che io abbia di sapere i vostri nomi veri ed autentici;—disse l'almirante.—Ho accennato alla vostra condizione per significarvi il mio rammarico [pg!201] di non potervi dare un uffizio più conveniente, e di vedere in pari tempo che voi, amico Damiano, poichè Damiano volete essere, vi disporrete ad un sacrifizio come quello di restare parecchi mesi, forse un anno, in questi lidi lontani.
—Oh, non vi date pensiero di ciò!—disse Damiano.—Ho in uggia l'Europa.
—Capisco;—mormorò l'almirante.—Dolori?
—Che! Se ci avessi lasciato dei dolori, chi sa! L'uomo è un animale così irragionevole! sarei capace di correr laggiù, per rinfrescarmeli tutti. Il fatto è che non ci ho lasciato dolori, e non ne ho portati con me. Forse li avevo nel fardello; ma devono essermi sdrucciolati nelle acque dell'Odiel, sul punto di mettermi in barca.
—Avrete perdonato;—disse l'almirante.—E questo è segno di animo buono.
—Ahimè! neanche questo, messere. Io non so perdonare; il dimenticare mi sembra più savio. Fors'anche è più sbrigativo. In ciò non sono d'accordo col mio amico. Dove Cosma sospira, io alzo le spalle; dove Cosma piange, io sorrido. Ma in una cosa ci siamo affiatati come due pive: nell'amar voi, signor almirante, nel riverirvi, nello intendere la grandezza dell'impresa che avete ideata e compiuta. Pensiamo qualche volta a ciò che diranno laggiù, in Europa, quando vi vedranno ricomparire, scopritore di un mondo ignoto, e allora....
—E allora,—interruppe Cristoforo Colombo,—dovreste anche immaginare che mi faranno colpa di non avere scoperto il Cattaio. Quattro isole popolate da selvaggi, gran cosa! S'intende che se un altro giungerà prima di me alle coste di Spagna....
—Martino Alonzo Pinzon, non è vero?
—Sicuro;—ripigliò l'almirante.—Se il disertore [pg!202] giungerà primo alla sua patria, sarà egli lo scopritore, avrà egli il merito e l'onore di tutto.
—Signor almirante, debbo dirvi intiero l'animo mio?—replicò Damiano,—Dall'Europa ci si può aspettare di tutto.... anche un atto di giustizia. È una terra tanto curiosa! Io metto pegno che quando voi giungerete, nessuno crederà più a Martino Alonzo Pinzon. Del resto, voi avrete sempre la testimonianze di due equipaggi, quasi intieramente di Castigliani, in mezzo a cui è un fratello di Martino Alonzo, e qualche altro suo consanguineo.—
L'almirante fece un cenno del capo e un moto delle labbra: due gesti che dicevano e non dicevano, ma che, ad ogni modo, in quell'ora tarda di sera, non potevano essere notati dal nostro Damiano. Per altro, era eloquente anche il silenzio, e significava abbastanza i dubbi che amareggiavano il cuore dell'almirante.
—E bisognerà quindi affrettare la partenza;—soggiunse questi, proseguendo ad alta voce un ragionamento che aveva fatto dentro di sè.—Ho osservato una certa regolarità nei venti che soffiano su questi mari. Quando siamo venuti, li avevamo favorevoli, da levante a ponente. Ora mi pare che incomincino a voltarsi da ponente a levante. Bisognerà approfittarne; se no, risicheremmo di stare in panna per molto tempo, avanti di far cammino per le coste di Spagna.
—Ebbene, messere;—rispose Damiano.—Si prende una risoluzione sollecita. Disfacciamo la caravella, prima che se ne piglino l'incarico i marosi, e facciamo la fortezza. È questione di giorni.
—Sì, dite bene, è questione di giorni, quando ci sia la buona volontà;—conchiuse l'almirante.—Domattina ne parleremo.—
Il giorno seguente, Cristoforo Colombo chiamò a [pg!203] consiglio gli ufficiali della spedizione e i piloti delle due marinaresche, dellaSanta Marianaufragata, e dellaNinasuperstite. Espose la condizione di un equipaggio raddoppiato, sulla più piccola caravella e sulla meno maneggevole, rimasta l'unica per ritornare in Europa, ed accennò al disegno di fondare una colonia ad Haiti, lasciandovi un certo numero di marinai, con quegli ufficiali che volessero restare al comando. Gli avanzi dellaSanta Mariaavrebbero fornita la materia per la costruzione di una fortezza, che i suoi cannoni potevano difendere, e in cui si sarebbero lasciati viveri per il sostentamento del presidio, nello spazio di un anno. Tanto non credeva egli che la colonia avrebbe dovuto aspettare il ritorno di una nuova spedizione dalla Spagna; ma era meglio provvedere per un anno, che per sei mesi soltanto; le precauzioni in simili casi non essendo mai troppe.
Del resto, in quello spazio di tempo, i nuovi coloni avrebbero avuto agio di visitare, con le debite cautele, tutte le parti dell'isola, di cercare le miniere e tutte l'altre sorgenti di ricchezza. Inoltre, col cambio di tanta minutaglia che ancora si ritrovava a bordo dellaNinae nel carico sbarcato dallaSanta Maria, avrebbero potuto accumulare dell'oro in gran copia. Imparando la lingua dei naturali, si sarebbero avvezzati ai loro costumi, alle loro abitudini, in guisa da poter prestare utilissimi servigi nelle spedizioni susseguenti. Alle quali, appena ritornato in Ispagna, avrebbe pensato e provveduto l'almirante, con quel pronto animo e con quell'ardore di desiderio che tutti riconoscevano in lui, e che oramai dovevano intendersi piuttosto accresciuti che diminuiti.
Piacque la proposta a tutti, assai più che l'almirante non isperasse. Ma forse il pensiero di liberare [pg!204] laNinada un soverchio di gente, faceva tutti più facili ad accettare un partito, sul quale, in ogni altra occasione, avrebbero trovato molto a ridire.
Damiano aveva dunque ragione, pronosticando che l'idea sarebbe stata accolta con giubilo. Ed oltre all'aver ragione, Damiano vinceva il suo punto.
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