Capitolo XII.

Capitolo XII.Una nave che va, e l'altra che viene.Quel medesimo giorno, che fu il 27 dicembre, era annunziato agli equipaggi dellaNinae dellaSanta Maria, morta ma non ancora sepolta, il disegno del signor almirante del mare Oceano e vicerè delle isole scoperte nelle Indie Occidentali. Il disegno era già in embrione nella mente di molti; fu accolto da tutti con grida festose.E bisognava sentire i discorsi che si facevano a bordo, nell'ora della colazione.—Ah, io resto nell'isola. E tu?—Ancor io, certamente. Fossi pazzo, a chiudermi per due o tre mesi nella stiva dellaNina, per morirci soffocato dalla mancanza d'aria.... e dall'odore del prossimo!—Ancor io, sai? ancor io ci rimango, nell'isola. Vuol essere una vita d'oro, la nostra, senza staffilate di vento, e senza schiaffi d'acqua salata.—Se la va di questo passo, figliuoli, si resta tutti a terra, e il signor almirante se ne ritorna da solo in Ispagna.—Ma già! Non ci avete pensato, a questo guaio? Se si vuol restar tutti, l'ammirante dovrà sceglier lui quelli che lascerà e quelli che porterà.[pg!206]—Deciderà la sorte, m'immagino.—Ebbene, se decide la sorte, io, che son nato in un cattivo giorno, dovrò restare a bordo. Ma badate, sono il primo a fare una proposta, e intendo di averne assicurato il benefizio.—Sentiamo la proposta di Ruiz.—Eccola qua: mi profferisco per cambio a chi, essendo designato dalla sorte per restare colono, volesse invece ritornare in Europa.—Nella decrepita Europa!—borbottò Damiano tra i denti.—Non mi dimenticate, adunque, nel caso che non mi avesse favorito la sorte. Io voglio restare ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar poco, spassarcela assai; che cosa si vuole di più?—Bravo! Così intendi tu una colonia?—E come l'avrei da intendere, io? Son marinaio; sarei soldato. Non avrei da partecipare ai profitti, o solo in troppo piccola parte, coll'aiuto di queste cinque dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè troppo esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere. Il mio guadagno sicuro sarà di darmi bel tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio godermelo.—Facendo la parte del serpente, non è vero?—Si rideva, si sghignazzava, si fantasticava a tutto spiano. Damiano, attento ai discorsi, ma non mettendoci bocca, godeva della sua bella trovata. Egli sapeva bene quali sarebbero stati i profitti suoi, nella nuova colonia. L'almirante, di sicuro, gli avrebbe assegnato un uffizio. Magari, separandosi da Cosma, egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo nome di guerra, per riprendere il suo nome vero ed autentico. E con quello, per bacco, e con le qualità che lo accompagnavano, l'uffizio non gli poteva mancare; nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.[pg!207]Che momento, quando si fosse sentito leggere un ordine di questa fatta: «Noi ecc. ecc. nominiamo il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc. alla carica di ecc. ecc.»! L'uffizio a cui l'almirante poteva destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora, non aveva ancora osato immaginarselo. Ma se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe neanche stato il quarto, per bacco baccone.—Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?—chiedeva Damiano a sè stesso.—Ragioniamo un poco, e vediamo.—Qui l'amico Damiano faceva i suoi conti:—Un Castigliano al comando supremo, si capisce; l'ha detto anche l'almirante. È un onore dovuto alla nazione per cui si è fatta l'impresa. Si dovesse cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto, vivaddio, dovrebbe esser libero. Resteranno volentieri i marinai; vita per vita, preferiranno sempre sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le noie d'un viaggio, fosse pure di ritorno In patria. Figurarsi il bordo dellaNina, che cosa sarà per due o tre mesi! Solo per andare a dormire, bisognerà dividersi almeno in tre squadre, e darsi la muta nei ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!... se ne pregheranno di quei secchi, o di quegli altri fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno andarsene a schiacciare un sonnellino, come quelli che non vorranno smettere il loro. Mi par già di sentirli. Per gli ufficiali, è un altro paio di maniche. Il loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo hanno. Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione per voler rimanere a terra; e il secondo posto dovrebbe toccare a me, per qualche onesta ragione, oltre la benevolenza del signor almirante. Con un uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della [pg!208] dolce Abarima e dei suoi. Comandante supremo, lo so, potrei domandare la figlia del re. Secondo di grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re; senza contare che Guacanagari non ha figliuole da marito. Veramente, m'annoia un poco quello che ho udito delle leggi di successione in questo paese. Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede, a preferenza del figlio del fratello, il figlio della sorella, perchè c'è più sicurezza che questo sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si capisce: i figli creduti d'un fratello potrebbero alle volte non aver nessuna consanguineità con lo zio; laddove i figli della sorella sono necessariamente i figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili, questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo tenga la coda.—Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi già in tasca il contratto di nozze. Era un sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo ingrandiva, descrivendolo a sè stesso, ed era un po' come colui che s'ubbriaca delle proprie parole.Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro, un lavoro animato ed allegro di tutto il doppio equipaggio. Bisognava disfare pezzo per pezzo laSanta Maria. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie, scuri, e ogni altra maniera di ferri, schiodavano, strappavano, segavano, facevano leva; ed assi, tavole, bagli, staminali, tutto saltava in acqua, donde i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno alla secca, spingevano al lido ogni cosa.Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo Colombo risaliva ancora una volta alla residenza del cacìco, per informare l'amico Guacanagari della sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una parte della sua gente, per difender quell'isola dalle scorrerie dei Caribi; con più gente sarebbe ritornato [pg!209] al secondo viaggio, ed anche con maggior copia di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci da barattare con l'oro. Piacque a Guacanagari il disegno; l'idea di ritener seco una parte di quegli esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il pensiero di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di Haiti il signore degli uomini bianchi, con grandi piroghe cariche di sonagli di bronzo, di braccialetti e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare in visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate le grida, i salti, le capriuole di quel popolo semplice, mentre Cristoforo Colombo, accompagnato dal cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno per ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la sua fortezza di legno.Il sole non era anche sparito dall'orizzonte, e già la maggior parte del legname dellaSanta Mariaera trasportata dalla costa alla eminenza che Cristoforo Colombo aveva scelta, non molto lontano dal villaggio di Guacanagari. Lungo la salita si vedevano andare e venire i naturali di Haiti in doppia catena: quei che ascendevano la costiera portando fasci di tavole, o travi, e quei che discendevano a mani vuote, per andarsi a rifare un buon carico.Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali di un'altra parte dell'isola erano venuti ad annunziare che una grande piroga, con le ali bianche, come quelle dellaNina, aveva gettata l'áncora in un fiume, alla estremità orientale dell'isola. Cristoforo Colombo diede una rifiatata di contentezza. Quella grande piroga non poteva essere che laPinta, laPintach'egli oramai credeva già in cammino per l'Europa, laPinta, che di sicuro si era allontanata dalla squadra per obbedire alla indisciplinata ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente [pg!210] di comandi, avido di scoprire e di raggranellare per sè.Comunque fosse, laPintaera là, ancora sotto la mano dell'almirante. Disubbidiente o no, era una nave di più per il ritorno; e la sua presenza, raffidando un pochino gli animi di tutti, consentiva di dividere un po' meglio l'equipaggio dellaSanta Maria, che altrimenti sarebbe stato costretto a pigiarsi tutto sullaNina, o a lasciare un numero troppo grande d'uomini nella fortezza incominciata. Per questa, niente era mutato nel disegni dell'almirante. Il suo naufragio, in una calma perfetta, senza vento e senza mareggiata, era per lui un segno manifesto di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia; ma senza quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato tanto tempo ad Haiti, da scoprirne le ricchezze nascoste. La decisione di fermarsi e di fabbricare la fortezza era presa; non si doveva, non si poteva più revocare.Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell'anima, Cristoforo Colombo ai era affrettato a chiedere al cacìco una delle sue piroghe più veloci, con quanti più rematori del paese potessero starci alla voga. Uno spagnuolo andava con essi, portando al Pinzon una lettera dell'almirante. In quella lettera, che aveva scritta lì per lì, Cristoforo Colombo, senza muover rimprovero alcuno all'indisciplinato comandante dellaPinta, lo invitava a raggiungere immantinente la squadra.La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata l'isola per lo spazio di quaranta miglia, senza vedere laPintae senza neppure udirne novella dai naturali di quelle marine. Venivano intanto all'almirante altri annunzi dello stesso genere, ma da altre parti dell'isola; di qua, di là molti avevano veduta la gran piroga con le ali di cigno; ma [pg!211] Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato, nè più volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare quella nave fantastica.Ed era triste per lui non avere altro legno che laNina, per ritornare in Europa. Se laPintaera fuggita, e giungeva prima di lui alle coste di Spagna, gli usurpava l'onore delle fatte scoperte, o, con calunniose imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava a lui ogni disegno di spedizioni future. Se laPintaera perduta, la condizione di lui era anche peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state affidate, una sola ne restava, inferiore di troppo alle altre nel veleggiare, e l'esito della sua grande intrapresa dipendeva dall'incerto ritorno di un fragile schifo, attraverso la immensità dell'oceano. Periva egli nei flutti? e con lui si chiudeva nell'abisso il grande segreto del mare tenebroso.Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva che aumentarlo; necessario dunque di lavorare con alacrità sempre maggiore alla costruzione della fortezza. DellaPinta, se proprio si aggirava in quelle acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in quei giorni ch'egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere colà.Damiano aveva seguite con una certa ansietà le peripezie di quel dramma che si svolgeva nella mente del suo grande concittadino. A tutta prima, udendo che laPintaera stata ritrovata, e vedendo l'almirante così sollecito a mandar gente sulla traccia del Pinzon, gli era entrato nell'animo il sospetto che della colonia d'Haiti non si dovesse fare più nulla.—Ahimè!—diceva egli quel giorno a Cosma.—Il mio bel sogno svanisce.—Che sogno?—esclamò Cosma.—Come?—riprese Damiano, con aria di [pg!212] stupore.—Non sai?... Ma tu dunque vivi proprio nel mondo della luna?—Mio caro, non so se sia il mondo della luna;—rispose placidamente Cosma;—so bene che è il mondo dell'anima mia; ed è tutto qua dentro.—Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;—disse Damiano.—Ed è qui presso, in Haiti.—In Haiti!—In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione del signor almirante; o, per essere più precisi, nella Corte di Guacanagari.—Ah, sì, ora ci sono;—disse Cosma, che proprio aveva l'aria di scendere allora dalle nuvole.—Hai dunque e davvero in mente quella selvaggia?—Una selvaggia, mio caro, che val più di molte dame della civilissima Europa.—Questione di gusti!—E d'occhi, ti prego di aggiungere, e d'occhi che sappiano discernere. So bene che non tutti vedono ad un modo. Ci sono i presbiti, e ci sono i miopi, per esempio. Ma tu, Cosma, che hai un occhio di falco e l'altro di lince, dovresti riconoscere che la figliuola di Tolteomec non è una selvaggia come le altre. Che stupenda creatura! E non ti è mai venuto in testa di raffigurartela vestita come una dama d'Europa?—No, veramente. Ti dirò anzi che non l'ho neanche guardata.—Male!—esclamò Damiano.—Cioè, mi correggo: potresti aver fatto anche bene.—Che discorsi son questi?—Discorsi d'uomo savio.... e stagionato. Diciamo dunque: meglio così; meglio che tu non ti sia fermato a guardarla. Non si sa mai. Or dunque, io, che l'ho guardata moltissimo, e fo conto di non saziarmene mai, me la son figurata in tutte le fogge [pg!213] possibili. Da principio nella foggia di Diana cacciatrice. Con quel suo guarnelletto ai fianchi, con quel manto, o stola che tu voglia dire, gittata con tanta grazia sull'òmero destro e rigirata sul fianco sinistro, mi è parsa veramente la dea delle selve. Ieri ancora glielo dicevo.—E t'ha capito?—Eh, così così. Sai che faccio profitto, nella lingua d'Haiti. È più facile che non credessi a tutta prima. O forse, son questi i miracoli della necessità, quando amore l'aiuta. Abarima mi appariva lassù, da quella macchia che confina col prato, dietro la casa di Tolteomec... Ma tu non conosci abbastanza i luoghi, mio caro. Non importa, del resto; una macchia è sempre una macchia. Abarima usciva dalla macchia, quando io attraversavo il prato, per andarla a cercare. Orbene, lo crederai, o non lo crederai, l'illusione era perfetta; mi parve di vedere Diana, uscente dal limitare della selva, alla ammirazione, alla adorazione dei pastori.—O dei lupi rapaci;—disse Cosma, sorridendo.—Lascia stare i lupi, poveracci! Io, del resto, non sono quella bestia feroce che tu credi. Ti ho detto che amerei quella donna vestita da dama europea. E me la sono raffigurata anche con una gran veste di velluto, o di ormisino, gallonata d'oro, col suo gran vertugadino ai fianchi, per tener larghe le pieghe, una ricca mantiglia sul capo, accomodata sopra una trecciera di perle.... Come dovrebbe star bene! Che portento di gioventù, di bellezza e di grazia, da far morir d'invidia cento donne d'Europa al giorno!—Ci sarà sempre la carnagione,—disse Cosma,—su cui le donne d'Europa potranno ricattarsi.—Che carnagione!—gridò Damiano, facendo una spallucciata.—Quella di Abarima è più chiara, [pg!214] in Haiti, al paragone delle altre. In Europa sarebbe un tantino più carica, darebbe un po' più nel rosso, ecco tutto. E ti pare un difetto, quello? Il bianco, caro mio, ha un altro difetto, e molto più grave: ti gira troppo spesso nel pallido, nello smorto, nel giallo. Qui non ci sarebbe pericolo. Dunque, dico io, tanto di guadagnato, ad innamorarsi di una pelle rossa. E poi, pensa alle pèsche, alle belle pèsche duràcine della nostra dolce Liguria. È sempre piacevole il pensarci.... fuori di stagione; ti corre l'acquolina alla bocca, e dal palato ti sale alle nari una fragranza soavemente acuta, o acutamente soave, che ti fa raggrinzare il collo e stralunar gli occhi dall'eccesso del piacere. E queste, caro mio, sono le sensazioni che prova il tuo servo umilissimo, quando pensa alla figlia di Tolteomec, alla dolce, alla gustosa Abarima, alla pèsca di Haiti.—Pèsca salvatica, Damiano, pèsca salvatica!—Eh no, Cosma! Questi, se mai, sono selvaggi di un'indole strana. Hai veduto il gran logorare che fanno di erbe aromatiche? Ad ogni momento se ne strofinano le mani. Con certe erbucce fragranti, Abarima si rifà spesso anche la bocca, che non ne avrebbe bisogno. E fa inoltre il suo bagno, sai, quella Diana cacciatrice. Là, nella macchia, è una fontana, una vera conca di smeraldo, e in quell'acqua ella si tuffa ogni giorno. Me lo ha confessato ieri, quando usciva dalla macchia. Ed io ho pensato alla fontana di Valchiusa; ed ho ripetuti a me stesso quei bellissimi versi:Chiare, fresche e dolci acque,Ove le belle membraPose colei che sola a me par donna!—Povera madonna Laura!—gridò Cosma, [pg!215] rabbrividendo.—Se lo spirito di messer Francesco ti sente, povero a te!—Vorrai dire che mi manderà a graffiare dalla sua gatta? Io invece scommetterei che s'egli vivesse ancora e vedesse la figliuola di Tolteomec, si dimenticherebbe a volo della moglie di Ugo di Sade. Del resto,—soggiunse Damiano,—il valentuomo se n'era dimenticato più volte, quando era vivo. Ci sono delle storie, intorno a quel platonico amatore!...—Senti!—interruppe Cosma.—Non mi guastare la immagine del Petrarca, neanche ad Haiti. La posterità vuol figure tutte d'un pezzo; e il simulacro non deve mostrare la saldatura nè la rappezzatura dell'artefice mal pratico. Sappiamo tutti che ogni metallo ha le sue scorie. Io, per esempio, studiando te, vedo bene dov'è la tua. E un giorno ti credevo più fedele a certe idee!...—Delle quali, se mai, non avevo a star molto allegro!—esclamò Damiano, seccato.—E neppur io;—disse Cosma.—Nondimeno, l'uomo ha da essere tutto d'un pezzo, come la statua di bronzo.—Per che? per chi?—domandò Damiano.—Per la posterità, forse?—No, caro, e risparmia l'epigramma;—replicò l'altro,—Nè tu, nè io, possiamo aspettarci l'ammirazione dei posteri. Ci vorrà pazienza. Ogni uomo, per altro, ogni uomo che pensi ed intenda, ha i suoi giudici.... dentro di sè. Qualunque sia il suo stato e la sua condizione, egli deve poter esser contento, quando rientra in sè stesso ed osserva i suoi atti.—Cavalleria antica!—disse Damiano.—E sebbene incominci a dar giù, è pur sempre una bella cosa; commovente, poi, commovente a quel Dio! Ma io non credo neanche di far contro alla vecchia cavalleria, amando una donna, dopo averne amata.... [pg!216] qualche altra. Una va, e l'altra viene, come le nostre caravelle. LaSanta Mariava in pezzi? laPintaviene al nostro ancoraggio; almeno, così ci si fa sperare, dalle notizie che sono arrivate di lei. Io m'attacco allaPinta.—Cosma stette un pochino in silenzio, guardando il suo amico e concittadino nel bianco degli occhi.—Ma parli proprio da senno?—gli disse finalmente.—Sei veramente innamorato?—Innamoratissimo.—E non per chiasso, come hai fatto.... nelle altre isole?—Oh, credi che questa volta è la buona.Ultima necat, come è scritto anche sulle meridiane. Ho ricevuto il colpo qui, al costato sinistro. Son morto; mi seppellisco qui.... e faccio stirpe di re.—Re d'Haiti!—Eh, non posso mica farne una di re di Spagna Nota, mio caro, che qui ce n'è proprio il bisogno. Guacanagari non ha figli. Ma per fortuna non ha figli maschi neanche la sua unica sorella.—Che c'entra questo?—C'entra, per quella benedetta legge di successione al trono, che hanno qui in vigore; una legge che esclude dal trono i figliuoli dei fratelli, perchè, dicono, non ci sarebbe tutta la sicurezza della consanguineità. Ma qui abbiamo un caso speciale. Tra una figlia della sorella di Guacanagari, e una figlia del fratello, spero bene che per una volta tanto si darà la preferenza a quest'ultima, se quest'ultima ha trovato un partito di prima qualità, unada Turey, un figlio del cielo.—Ecco un titolo che tu ti largisci con molta liberalità!—Ce lo dànno;—rispose Damiano.—Accettiamolo, e mostriamo di gradirlo, vestendocene subito. [pg!217] con pompa e solennità. Ritornando al fatto, o al da fare, non ti sembra che io debba operare come ragiono?—Non mi sembra affatto;—disse Cosma.—Ragioni male, e ti proibisco di operare in conformità.—Tu?—esclamò Damiano, stupito—Io, sì, io.—E perchè, se è lecito saperlo?—Perchè non mi piace.—Non ti piace! non ti piace!—balbettò Damiano.—Questione di gusti, mi dirai. Ma questa, caro mio, non è una mela, non è una sorba, non è una susina; e voglio sperare che tu, uomo savio, dei gusti tuoi.... a proposito dei fatti miei.... mi vorrai dir la ragione.—La ragione!—ripetè Cosma.—Potevi dire le ragioni, perchè infatti ce ne sono parecchie. Ma incominciamo dalla prima. Hai sempre sostenuto con me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere costante in amore.—Ti potrei rispondere,—ribattè Damiano,—che di laggiù a venir qua si è passata molt'acqua. E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma, per tua norma e regola, io non ho mutato opinione: credo alla bellezza, alla bontà, alla necessità morale di essere costanti in amore, quando l'uomo è ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo giudicare da quella corte d'amore che vuoi, da tutti i tribunali di cavalleria che ti parrà di convocare; nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si debba esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato l'uno per l'altro, e tutt'e due per un terzo. Se a te non pare d'imitarmi in questo sentimento di libertà, serviti pure; ma non accusar me di mancamento alla legge.—Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando [pg!218] argomenti contro la logica del compagno, e non trovandone di buoni, o almeno di tali che si potessero dire, senza offendere l'amico Damiano. Comunque fosse, egli mutò discorso, passando ad un'altra forma di argomentazione.—Dato e non concesso....—diss'egli, dopo quella lunga pausa,—vediamo il caso tuo di qua dall'Oceano. Ci sei venuto libero di cuore, senza i vincoli che avevi l'aria d'imporre a te stesso. Non ischerzi più, non t'innamori per chiasso, come hai fatto nelle altre isole; sei innamorato a buono, di questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa di schianto.—Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo Cosma.—E sia, non letichiamo per queste piccolezze. Mettiamo invece che questa principessa Abarima non volesse saperne di te....—Sei pazzo? Mi ama.—Te lo ha detto?—Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando molto, sorridendo altrettanto, arrossendo spesso, come ad una innocente creatura si addice.—E ad una pelle rossa, non è vero?—Oh senti,—gridò Damiano, stizzito,—se tu credi di farmi un epigramma, ti avverto che questo t'è riuscito senza punta. Anche le pelli rosse arrossiscono, e un attento esame te ne persuaderebbe, come ha persuaso me. Del resto, lasciamo stare il rossore; ci ho anche delle frasi sue, belle e buone, che mi dànno il diritto di credere che sono riamato. Se non ti piace, rincarami il fitto.—Sei dunque felice?—disse Cosma.—Sì....—rispose Damiano.—O quasi.—È già un bell'avviamento;—riprese Cosma, assentendo cortesemente del capo,—Ma se la tua [pg!219] principessa non durasse nell'amore che incomincia a sentire per te?... Queste cose avvengono, lo sai.... anche di qua dall'Oceano.—Non me ne parlare!—gridò Damiano.—Sarebbe una maledizione.—Mi basta che sia una cosa possibile;—disse Cosma.—E se questa cosa si avverasse per te, tu, caro amico, rimasto tra i coloni, tra gli abitatori della fortezza, non potresti più curare il tuo male, partendo. Saresti confinato per sei mesi, per un anno, ad Haiti, bestemmiando la tua risoluzione troppo sollecita, per la quale, a voler dire ogni cosa, avresti anche mancato ad un'altra fedeltà, ad un'altra costanza: voglio dire la fedeltà e la costanza nell'amicizia. Pensaci, Damiano;—soggiunse Cosma, con accento di tenerezza solenne;—noi ci siamo conosciuti in brutti momenti, lo sai. Due altri uomini si sarebbero odiati. Anche noi, da principio, ci eravamo messi su quella via; ma eravamo due cavalieri, e non abbiamo potuto, non abbiamo voluto durarci. E da quel giorno che ci siamo strette le mani, quante ragioni non abbiamo avute noi per amarci! Tutt'e due liberi dalle passioni malvagie di casa nostra, ci siamo trovati d'accordo a compiangerle. C'era una gran cosa da fare, una grande occasione da cogliere, che ai nostri concittadini era parsa una follìa. Ci siamo guardati negli occhi, e abbiamo detto: vogliamo partire noi due? vogliamo almeno partecipar noi ai pericoli e alla gloria d'una impresa che i nostri concittadini ricusano? E la risposta è stata una sola, che uscì da due bocche; partiamo; sempre uniti, nella vita e nella morte, si segua quell'oscuro popolano, il cui animo è così grande, sopra tutti i maggiori della sua terra, ai quali sarà gloria, se la fortuna lo assiste, di potersi dire della sua medesima patria.—[pg!220]Damiano asciugò una lagrima che gli era venuta sugli occhi.—È vero, sì,—rispose egli, commosso,—abbiamo fatto quello che avevamo promesso. Genova, la prima esploratrice del mare tenebroso, Genova che aveva scoperte le Azzorre, Madera, le Canarie e le isole del Capo Verde, le doveva scoprir lei, le nuove terre intravvedute dall'ingegno di un suo valoroso figliuolo! Ma se ella non ha potuto, per le sue eterne discordie, por mente ai disegni di Cristoforo Colombo, non sono vivaddio mancati all'impresa due dei suoi cittadini.... oso dire il fiore dei suoi cittadini. Tanto, non c'è qui nessuno che ci senta....—I vicini sono in villa!—disse Cosma.—Sicuramente,—rispose Damiano.—Aggiungi che il capo della spedizione, l'uomo che l'ha ideata e così fortemente voluta, è genovese come noi. Siamo in tre, perbacco;omne trinum est perfectum; tanto che, vedi, un quarto Genovese guasterebbe. L'onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è fatica di Liguri.—Ah, bene!—gridò Cosma.—T'infiammi?—Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed io non sono che Icaro. Il volo è fatto; si è fuori del labirinto, lontani da Creta quanto basta. Icaro perde le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io dò un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L'impresa per cui siamo partiti è compiuta. La nostra società, la nostramaona, ha dati i suoi frutti. Tu ritorni, io resto. Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede il riposo. Io riposerò sugli allori.—È la tua risoluzione?—domandò Cosma, accigliato.—Sì, caro; è la mia risoluzione;—riprese Damiano.[pg!221]—Orbene;—ripigliò Cosma;—non è la mia.Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia, in atto di dirgli: che importa?Ma l'altro finse di non vedere il gesto canzonatorio, o di non intenderne il significato.—Non voglio,—soggiunse,—che tu rimanga in Haiti. Per il tuo onore, per la tua pace, non voglio.—Ma sai, Cosma, che è una pretensione strana, la tua! Non voglio! non voglio! Tu parli come se tu fossi il soldano d'Egitto, ed io il tuo umile schiavo.—Come ti parrà meglio;—rispose Cosma, inflessibile;—ma io non voglio.—E che diresti se io mi ribellassi?—Mi dorrebbe all'anima, perchè dovrei.... usare la forza.—La forza!—gridò Damiano.—La forza! Tu? con me? Vorrei veder questa!—E si era piantato, così dicendo, davanti a Cosma, con le braccia al petto e i pugni chiusi, come un atleta conscio della virtù de' suoi muscoli, e pronto a farla sentire.Cosma stette un istante a guardarlo; poi disse:—Vedetelo, l'uomo antico, che scatta fuori dal nuovo. Mi hai provocato, Damiano; ho dovuto parlarti sinceramente. Che cosa sono queste tue smargiassate? questi atteggiamenti da lottatore? Perchè un giorno potevi uccidermi, e non lo hai fatto, credi tu di farmi l'uomo addosso, opponendo braccia a ragioni?—Ma Damiano non lo ascoltava già più. Le prime parole di Cosma lo avevano colpito abbastanza.—Che parli tu dell'uomo antico? che parli tu del passato?—proruppe.—È stata la forza delle cose; è stata la fortuna del momento. A quei giorni, a quelle miserie, io non ci penso neanche.[pg!222]—Ma provi a ribellarti;—rispose Cosma.—E mi sfidi a fare il poter mio per ricondurti in Europa....—Questo sì;—replicò Damiano—Forza materiale, o forza morale che sia, ti sfido ad usarne. Qui non c'è uomo antico che tenga. Anzi, guarda, facciamo una cosa: immaginiamo di non esserci conosciuti mai, prima di vederci a bordo dellaSanta Maria. Siamo amici, e con pari diritti. Tu fai quel che ti pare, dal canto tuo; ed io dal mio.—Sta bene, ed accetto il partito;—rispose Cosma, chinando la testa.Ma quella chiusa fredda e repentina non piacque troppo a Damiano, che restava al buio di tutto.—Ti ringrazio;—diss'egli, cercando di riappiccare il discorso.—Ma che cosa farai?—Quel che farò non debbo dirlo a te.—Capisco.... parlerai all'almirante.—Non debbo dirlo a te, ti ripeto. Se vorrò parlare all'almirante, non sarai tu che potrai impedirmelo.—Damiano gli diede una guardata in cagnesco; alzò dispettosamente le spalle; fece una giravolta sui tacchi, e si allontanò borbottando.Cosma rimase pensieroso al suo posto. Come lo vide voltato e in atto di andarsene, tentennò malinconicamente la testa, e mormorò:—Che peccato! un cuore così buono, e un cervello tanto balzano! Ma ti aggiusterò io, bambino, vedrai. E tu credi pure che io parlerò all'almirante—[pg!223]

Capitolo XII.Una nave che va, e l'altra che viene.Quel medesimo giorno, che fu il 27 dicembre, era annunziato agli equipaggi dellaNinae dellaSanta Maria, morta ma non ancora sepolta, il disegno del signor almirante del mare Oceano e vicerè delle isole scoperte nelle Indie Occidentali. Il disegno era già in embrione nella mente di molti; fu accolto da tutti con grida festose.E bisognava sentire i discorsi che si facevano a bordo, nell'ora della colazione.—Ah, io resto nell'isola. E tu?—Ancor io, certamente. Fossi pazzo, a chiudermi per due o tre mesi nella stiva dellaNina, per morirci soffocato dalla mancanza d'aria.... e dall'odore del prossimo!—Ancor io, sai? ancor io ci rimango, nell'isola. Vuol essere una vita d'oro, la nostra, senza staffilate di vento, e senza schiaffi d'acqua salata.—Se la va di questo passo, figliuoli, si resta tutti a terra, e il signor almirante se ne ritorna da solo in Ispagna.—Ma già! Non ci avete pensato, a questo guaio? Se si vuol restar tutti, l'ammirante dovrà sceglier lui quelli che lascerà e quelli che porterà.[pg!206]—Deciderà la sorte, m'immagino.—Ebbene, se decide la sorte, io, che son nato in un cattivo giorno, dovrò restare a bordo. Ma badate, sono il primo a fare una proposta, e intendo di averne assicurato il benefizio.—Sentiamo la proposta di Ruiz.—Eccola qua: mi profferisco per cambio a chi, essendo designato dalla sorte per restare colono, volesse invece ritornare in Europa.—Nella decrepita Europa!—borbottò Damiano tra i denti.—Non mi dimenticate, adunque, nel caso che non mi avesse favorito la sorte. Io voglio restare ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar poco, spassarcela assai; che cosa si vuole di più?—Bravo! Così intendi tu una colonia?—E come l'avrei da intendere, io? Son marinaio; sarei soldato. Non avrei da partecipare ai profitti, o solo in troppo piccola parte, coll'aiuto di queste cinque dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè troppo esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere. Il mio guadagno sicuro sarà di darmi bel tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio godermelo.—Facendo la parte del serpente, non è vero?—Si rideva, si sghignazzava, si fantasticava a tutto spiano. Damiano, attento ai discorsi, ma non mettendoci bocca, godeva della sua bella trovata. Egli sapeva bene quali sarebbero stati i profitti suoi, nella nuova colonia. L'almirante, di sicuro, gli avrebbe assegnato un uffizio. Magari, separandosi da Cosma, egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo nome di guerra, per riprendere il suo nome vero ed autentico. E con quello, per bacco, e con le qualità che lo accompagnavano, l'uffizio non gli poteva mancare; nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.[pg!207]Che momento, quando si fosse sentito leggere un ordine di questa fatta: «Noi ecc. ecc. nominiamo il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc. alla carica di ecc. ecc.»! L'uffizio a cui l'almirante poteva destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora, non aveva ancora osato immaginarselo. Ma se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe neanche stato il quarto, per bacco baccone.—Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?—chiedeva Damiano a sè stesso.—Ragioniamo un poco, e vediamo.—Qui l'amico Damiano faceva i suoi conti:—Un Castigliano al comando supremo, si capisce; l'ha detto anche l'almirante. È un onore dovuto alla nazione per cui si è fatta l'impresa. Si dovesse cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto, vivaddio, dovrebbe esser libero. Resteranno volentieri i marinai; vita per vita, preferiranno sempre sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le noie d'un viaggio, fosse pure di ritorno In patria. Figurarsi il bordo dellaNina, che cosa sarà per due o tre mesi! Solo per andare a dormire, bisognerà dividersi almeno in tre squadre, e darsi la muta nei ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!... se ne pregheranno di quei secchi, o di quegli altri fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno andarsene a schiacciare un sonnellino, come quelli che non vorranno smettere il loro. Mi par già di sentirli. Per gli ufficiali, è un altro paio di maniche. Il loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo hanno. Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione per voler rimanere a terra; e il secondo posto dovrebbe toccare a me, per qualche onesta ragione, oltre la benevolenza del signor almirante. Con un uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della [pg!208] dolce Abarima e dei suoi. Comandante supremo, lo so, potrei domandare la figlia del re. Secondo di grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re; senza contare che Guacanagari non ha figliuole da marito. Veramente, m'annoia un poco quello che ho udito delle leggi di successione in questo paese. Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede, a preferenza del figlio del fratello, il figlio della sorella, perchè c'è più sicurezza che questo sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si capisce: i figli creduti d'un fratello potrebbero alle volte non aver nessuna consanguineità con lo zio; laddove i figli della sorella sono necessariamente i figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili, questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo tenga la coda.—Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi già in tasca il contratto di nozze. Era un sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo ingrandiva, descrivendolo a sè stesso, ed era un po' come colui che s'ubbriaca delle proprie parole.Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro, un lavoro animato ed allegro di tutto il doppio equipaggio. Bisognava disfare pezzo per pezzo laSanta Maria. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie, scuri, e ogni altra maniera di ferri, schiodavano, strappavano, segavano, facevano leva; ed assi, tavole, bagli, staminali, tutto saltava in acqua, donde i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno alla secca, spingevano al lido ogni cosa.Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo Colombo risaliva ancora una volta alla residenza del cacìco, per informare l'amico Guacanagari della sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una parte della sua gente, per difender quell'isola dalle scorrerie dei Caribi; con più gente sarebbe ritornato [pg!209] al secondo viaggio, ed anche con maggior copia di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci da barattare con l'oro. Piacque a Guacanagari il disegno; l'idea di ritener seco una parte di quegli esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il pensiero di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di Haiti il signore degli uomini bianchi, con grandi piroghe cariche di sonagli di bronzo, di braccialetti e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare in visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate le grida, i salti, le capriuole di quel popolo semplice, mentre Cristoforo Colombo, accompagnato dal cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno per ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la sua fortezza di legno.Il sole non era anche sparito dall'orizzonte, e già la maggior parte del legname dellaSanta Mariaera trasportata dalla costa alla eminenza che Cristoforo Colombo aveva scelta, non molto lontano dal villaggio di Guacanagari. Lungo la salita si vedevano andare e venire i naturali di Haiti in doppia catena: quei che ascendevano la costiera portando fasci di tavole, o travi, e quei che discendevano a mani vuote, per andarsi a rifare un buon carico.Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali di un'altra parte dell'isola erano venuti ad annunziare che una grande piroga, con le ali bianche, come quelle dellaNina, aveva gettata l'áncora in un fiume, alla estremità orientale dell'isola. Cristoforo Colombo diede una rifiatata di contentezza. Quella grande piroga non poteva essere che laPinta, laPintach'egli oramai credeva già in cammino per l'Europa, laPinta, che di sicuro si era allontanata dalla squadra per obbedire alla indisciplinata ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente [pg!210] di comandi, avido di scoprire e di raggranellare per sè.Comunque fosse, laPintaera là, ancora sotto la mano dell'almirante. Disubbidiente o no, era una nave di più per il ritorno; e la sua presenza, raffidando un pochino gli animi di tutti, consentiva di dividere un po' meglio l'equipaggio dellaSanta Maria, che altrimenti sarebbe stato costretto a pigiarsi tutto sullaNina, o a lasciare un numero troppo grande d'uomini nella fortezza incominciata. Per questa, niente era mutato nel disegni dell'almirante. Il suo naufragio, in una calma perfetta, senza vento e senza mareggiata, era per lui un segno manifesto di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia; ma senza quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato tanto tempo ad Haiti, da scoprirne le ricchezze nascoste. La decisione di fermarsi e di fabbricare la fortezza era presa; non si doveva, non si poteva più revocare.Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell'anima, Cristoforo Colombo ai era affrettato a chiedere al cacìco una delle sue piroghe più veloci, con quanti più rematori del paese potessero starci alla voga. Uno spagnuolo andava con essi, portando al Pinzon una lettera dell'almirante. In quella lettera, che aveva scritta lì per lì, Cristoforo Colombo, senza muover rimprovero alcuno all'indisciplinato comandante dellaPinta, lo invitava a raggiungere immantinente la squadra.La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata l'isola per lo spazio di quaranta miglia, senza vedere laPintae senza neppure udirne novella dai naturali di quelle marine. Venivano intanto all'almirante altri annunzi dello stesso genere, ma da altre parti dell'isola; di qua, di là molti avevano veduta la gran piroga con le ali di cigno; ma [pg!211] Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato, nè più volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare quella nave fantastica.Ed era triste per lui non avere altro legno che laNina, per ritornare in Europa. Se laPintaera fuggita, e giungeva prima di lui alle coste di Spagna, gli usurpava l'onore delle fatte scoperte, o, con calunniose imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava a lui ogni disegno di spedizioni future. Se laPintaera perduta, la condizione di lui era anche peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state affidate, una sola ne restava, inferiore di troppo alle altre nel veleggiare, e l'esito della sua grande intrapresa dipendeva dall'incerto ritorno di un fragile schifo, attraverso la immensità dell'oceano. Periva egli nei flutti? e con lui si chiudeva nell'abisso il grande segreto del mare tenebroso.Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva che aumentarlo; necessario dunque di lavorare con alacrità sempre maggiore alla costruzione della fortezza. DellaPinta, se proprio si aggirava in quelle acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in quei giorni ch'egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere colà.Damiano aveva seguite con una certa ansietà le peripezie di quel dramma che si svolgeva nella mente del suo grande concittadino. A tutta prima, udendo che laPintaera stata ritrovata, e vedendo l'almirante così sollecito a mandar gente sulla traccia del Pinzon, gli era entrato nell'animo il sospetto che della colonia d'Haiti non si dovesse fare più nulla.—Ahimè!—diceva egli quel giorno a Cosma.—Il mio bel sogno svanisce.—Che sogno?—esclamò Cosma.—Come?—riprese Damiano, con aria di [pg!212] stupore.—Non sai?... Ma tu dunque vivi proprio nel mondo della luna?—Mio caro, non so se sia il mondo della luna;—rispose placidamente Cosma;—so bene che è il mondo dell'anima mia; ed è tutto qua dentro.—Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;—disse Damiano.—Ed è qui presso, in Haiti.—In Haiti!—In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione del signor almirante; o, per essere più precisi, nella Corte di Guacanagari.—Ah, sì, ora ci sono;—disse Cosma, che proprio aveva l'aria di scendere allora dalle nuvole.—Hai dunque e davvero in mente quella selvaggia?—Una selvaggia, mio caro, che val più di molte dame della civilissima Europa.—Questione di gusti!—E d'occhi, ti prego di aggiungere, e d'occhi che sappiano discernere. So bene che non tutti vedono ad un modo. Ci sono i presbiti, e ci sono i miopi, per esempio. Ma tu, Cosma, che hai un occhio di falco e l'altro di lince, dovresti riconoscere che la figliuola di Tolteomec non è una selvaggia come le altre. Che stupenda creatura! E non ti è mai venuto in testa di raffigurartela vestita come una dama d'Europa?—No, veramente. Ti dirò anzi che non l'ho neanche guardata.—Male!—esclamò Damiano.—Cioè, mi correggo: potresti aver fatto anche bene.—Che discorsi son questi?—Discorsi d'uomo savio.... e stagionato. Diciamo dunque: meglio così; meglio che tu non ti sia fermato a guardarla. Non si sa mai. Or dunque, io, che l'ho guardata moltissimo, e fo conto di non saziarmene mai, me la son figurata in tutte le fogge [pg!213] possibili. Da principio nella foggia di Diana cacciatrice. Con quel suo guarnelletto ai fianchi, con quel manto, o stola che tu voglia dire, gittata con tanta grazia sull'òmero destro e rigirata sul fianco sinistro, mi è parsa veramente la dea delle selve. Ieri ancora glielo dicevo.—E t'ha capito?—Eh, così così. Sai che faccio profitto, nella lingua d'Haiti. È più facile che non credessi a tutta prima. O forse, son questi i miracoli della necessità, quando amore l'aiuta. Abarima mi appariva lassù, da quella macchia che confina col prato, dietro la casa di Tolteomec... Ma tu non conosci abbastanza i luoghi, mio caro. Non importa, del resto; una macchia è sempre una macchia. Abarima usciva dalla macchia, quando io attraversavo il prato, per andarla a cercare. Orbene, lo crederai, o non lo crederai, l'illusione era perfetta; mi parve di vedere Diana, uscente dal limitare della selva, alla ammirazione, alla adorazione dei pastori.—O dei lupi rapaci;—disse Cosma, sorridendo.—Lascia stare i lupi, poveracci! Io, del resto, non sono quella bestia feroce che tu credi. Ti ho detto che amerei quella donna vestita da dama europea. E me la sono raffigurata anche con una gran veste di velluto, o di ormisino, gallonata d'oro, col suo gran vertugadino ai fianchi, per tener larghe le pieghe, una ricca mantiglia sul capo, accomodata sopra una trecciera di perle.... Come dovrebbe star bene! Che portento di gioventù, di bellezza e di grazia, da far morir d'invidia cento donne d'Europa al giorno!—Ci sarà sempre la carnagione,—disse Cosma,—su cui le donne d'Europa potranno ricattarsi.—Che carnagione!—gridò Damiano, facendo una spallucciata.—Quella di Abarima è più chiara, [pg!214] in Haiti, al paragone delle altre. In Europa sarebbe un tantino più carica, darebbe un po' più nel rosso, ecco tutto. E ti pare un difetto, quello? Il bianco, caro mio, ha un altro difetto, e molto più grave: ti gira troppo spesso nel pallido, nello smorto, nel giallo. Qui non ci sarebbe pericolo. Dunque, dico io, tanto di guadagnato, ad innamorarsi di una pelle rossa. E poi, pensa alle pèsche, alle belle pèsche duràcine della nostra dolce Liguria. È sempre piacevole il pensarci.... fuori di stagione; ti corre l'acquolina alla bocca, e dal palato ti sale alle nari una fragranza soavemente acuta, o acutamente soave, che ti fa raggrinzare il collo e stralunar gli occhi dall'eccesso del piacere. E queste, caro mio, sono le sensazioni che prova il tuo servo umilissimo, quando pensa alla figlia di Tolteomec, alla dolce, alla gustosa Abarima, alla pèsca di Haiti.—Pèsca salvatica, Damiano, pèsca salvatica!—Eh no, Cosma! Questi, se mai, sono selvaggi di un'indole strana. Hai veduto il gran logorare che fanno di erbe aromatiche? Ad ogni momento se ne strofinano le mani. Con certe erbucce fragranti, Abarima si rifà spesso anche la bocca, che non ne avrebbe bisogno. E fa inoltre il suo bagno, sai, quella Diana cacciatrice. Là, nella macchia, è una fontana, una vera conca di smeraldo, e in quell'acqua ella si tuffa ogni giorno. Me lo ha confessato ieri, quando usciva dalla macchia. Ed io ho pensato alla fontana di Valchiusa; ed ho ripetuti a me stesso quei bellissimi versi:Chiare, fresche e dolci acque,Ove le belle membraPose colei che sola a me par donna!—Povera madonna Laura!—gridò Cosma, [pg!215] rabbrividendo.—Se lo spirito di messer Francesco ti sente, povero a te!—Vorrai dire che mi manderà a graffiare dalla sua gatta? Io invece scommetterei che s'egli vivesse ancora e vedesse la figliuola di Tolteomec, si dimenticherebbe a volo della moglie di Ugo di Sade. Del resto,—soggiunse Damiano,—il valentuomo se n'era dimenticato più volte, quando era vivo. Ci sono delle storie, intorno a quel platonico amatore!...—Senti!—interruppe Cosma.—Non mi guastare la immagine del Petrarca, neanche ad Haiti. La posterità vuol figure tutte d'un pezzo; e il simulacro non deve mostrare la saldatura nè la rappezzatura dell'artefice mal pratico. Sappiamo tutti che ogni metallo ha le sue scorie. Io, per esempio, studiando te, vedo bene dov'è la tua. E un giorno ti credevo più fedele a certe idee!...—Delle quali, se mai, non avevo a star molto allegro!—esclamò Damiano, seccato.—E neppur io;—disse Cosma.—Nondimeno, l'uomo ha da essere tutto d'un pezzo, come la statua di bronzo.—Per che? per chi?—domandò Damiano.—Per la posterità, forse?—No, caro, e risparmia l'epigramma;—replicò l'altro,—Nè tu, nè io, possiamo aspettarci l'ammirazione dei posteri. Ci vorrà pazienza. Ogni uomo, per altro, ogni uomo che pensi ed intenda, ha i suoi giudici.... dentro di sè. Qualunque sia il suo stato e la sua condizione, egli deve poter esser contento, quando rientra in sè stesso ed osserva i suoi atti.—Cavalleria antica!—disse Damiano.—E sebbene incominci a dar giù, è pur sempre una bella cosa; commovente, poi, commovente a quel Dio! Ma io non credo neanche di far contro alla vecchia cavalleria, amando una donna, dopo averne amata.... [pg!216] qualche altra. Una va, e l'altra viene, come le nostre caravelle. LaSanta Mariava in pezzi? laPintaviene al nostro ancoraggio; almeno, così ci si fa sperare, dalle notizie che sono arrivate di lei. Io m'attacco allaPinta.—Cosma stette un pochino in silenzio, guardando il suo amico e concittadino nel bianco degli occhi.—Ma parli proprio da senno?—gli disse finalmente.—Sei veramente innamorato?—Innamoratissimo.—E non per chiasso, come hai fatto.... nelle altre isole?—Oh, credi che questa volta è la buona.Ultima necat, come è scritto anche sulle meridiane. Ho ricevuto il colpo qui, al costato sinistro. Son morto; mi seppellisco qui.... e faccio stirpe di re.—Re d'Haiti!—Eh, non posso mica farne una di re di Spagna Nota, mio caro, che qui ce n'è proprio il bisogno. Guacanagari non ha figli. Ma per fortuna non ha figli maschi neanche la sua unica sorella.—Che c'entra questo?—C'entra, per quella benedetta legge di successione al trono, che hanno qui in vigore; una legge che esclude dal trono i figliuoli dei fratelli, perchè, dicono, non ci sarebbe tutta la sicurezza della consanguineità. Ma qui abbiamo un caso speciale. Tra una figlia della sorella di Guacanagari, e una figlia del fratello, spero bene che per una volta tanto si darà la preferenza a quest'ultima, se quest'ultima ha trovato un partito di prima qualità, unada Turey, un figlio del cielo.—Ecco un titolo che tu ti largisci con molta liberalità!—Ce lo dànno;—rispose Damiano.—Accettiamolo, e mostriamo di gradirlo, vestendocene subito. [pg!217] con pompa e solennità. Ritornando al fatto, o al da fare, non ti sembra che io debba operare come ragiono?—Non mi sembra affatto;—disse Cosma.—Ragioni male, e ti proibisco di operare in conformità.—Tu?—esclamò Damiano, stupito—Io, sì, io.—E perchè, se è lecito saperlo?—Perchè non mi piace.—Non ti piace! non ti piace!—balbettò Damiano.—Questione di gusti, mi dirai. Ma questa, caro mio, non è una mela, non è una sorba, non è una susina; e voglio sperare che tu, uomo savio, dei gusti tuoi.... a proposito dei fatti miei.... mi vorrai dir la ragione.—La ragione!—ripetè Cosma.—Potevi dire le ragioni, perchè infatti ce ne sono parecchie. Ma incominciamo dalla prima. Hai sempre sostenuto con me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere costante in amore.—Ti potrei rispondere,—ribattè Damiano,—che di laggiù a venir qua si è passata molt'acqua. E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma, per tua norma e regola, io non ho mutato opinione: credo alla bellezza, alla bontà, alla necessità morale di essere costanti in amore, quando l'uomo è ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo giudicare da quella corte d'amore che vuoi, da tutti i tribunali di cavalleria che ti parrà di convocare; nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si debba esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato l'uno per l'altro, e tutt'e due per un terzo. Se a te non pare d'imitarmi in questo sentimento di libertà, serviti pure; ma non accusar me di mancamento alla legge.—Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando [pg!218] argomenti contro la logica del compagno, e non trovandone di buoni, o almeno di tali che si potessero dire, senza offendere l'amico Damiano. Comunque fosse, egli mutò discorso, passando ad un'altra forma di argomentazione.—Dato e non concesso....—diss'egli, dopo quella lunga pausa,—vediamo il caso tuo di qua dall'Oceano. Ci sei venuto libero di cuore, senza i vincoli che avevi l'aria d'imporre a te stesso. Non ischerzi più, non t'innamori per chiasso, come hai fatto nelle altre isole; sei innamorato a buono, di questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa di schianto.—Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo Cosma.—E sia, non letichiamo per queste piccolezze. Mettiamo invece che questa principessa Abarima non volesse saperne di te....—Sei pazzo? Mi ama.—Te lo ha detto?—Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando molto, sorridendo altrettanto, arrossendo spesso, come ad una innocente creatura si addice.—E ad una pelle rossa, non è vero?—Oh senti,—gridò Damiano, stizzito,—se tu credi di farmi un epigramma, ti avverto che questo t'è riuscito senza punta. Anche le pelli rosse arrossiscono, e un attento esame te ne persuaderebbe, come ha persuaso me. Del resto, lasciamo stare il rossore; ci ho anche delle frasi sue, belle e buone, che mi dànno il diritto di credere che sono riamato. Se non ti piace, rincarami il fitto.—Sei dunque felice?—disse Cosma.—Sì....—rispose Damiano.—O quasi.—È già un bell'avviamento;—riprese Cosma, assentendo cortesemente del capo,—Ma se la tua [pg!219] principessa non durasse nell'amore che incomincia a sentire per te?... Queste cose avvengono, lo sai.... anche di qua dall'Oceano.—Non me ne parlare!—gridò Damiano.—Sarebbe una maledizione.—Mi basta che sia una cosa possibile;—disse Cosma.—E se questa cosa si avverasse per te, tu, caro amico, rimasto tra i coloni, tra gli abitatori della fortezza, non potresti più curare il tuo male, partendo. Saresti confinato per sei mesi, per un anno, ad Haiti, bestemmiando la tua risoluzione troppo sollecita, per la quale, a voler dire ogni cosa, avresti anche mancato ad un'altra fedeltà, ad un'altra costanza: voglio dire la fedeltà e la costanza nell'amicizia. Pensaci, Damiano;—soggiunse Cosma, con accento di tenerezza solenne;—noi ci siamo conosciuti in brutti momenti, lo sai. Due altri uomini si sarebbero odiati. Anche noi, da principio, ci eravamo messi su quella via; ma eravamo due cavalieri, e non abbiamo potuto, non abbiamo voluto durarci. E da quel giorno che ci siamo strette le mani, quante ragioni non abbiamo avute noi per amarci! Tutt'e due liberi dalle passioni malvagie di casa nostra, ci siamo trovati d'accordo a compiangerle. C'era una gran cosa da fare, una grande occasione da cogliere, che ai nostri concittadini era parsa una follìa. Ci siamo guardati negli occhi, e abbiamo detto: vogliamo partire noi due? vogliamo almeno partecipar noi ai pericoli e alla gloria d'una impresa che i nostri concittadini ricusano? E la risposta è stata una sola, che uscì da due bocche; partiamo; sempre uniti, nella vita e nella morte, si segua quell'oscuro popolano, il cui animo è così grande, sopra tutti i maggiori della sua terra, ai quali sarà gloria, se la fortuna lo assiste, di potersi dire della sua medesima patria.—[pg!220]Damiano asciugò una lagrima che gli era venuta sugli occhi.—È vero, sì,—rispose egli, commosso,—abbiamo fatto quello che avevamo promesso. Genova, la prima esploratrice del mare tenebroso, Genova che aveva scoperte le Azzorre, Madera, le Canarie e le isole del Capo Verde, le doveva scoprir lei, le nuove terre intravvedute dall'ingegno di un suo valoroso figliuolo! Ma se ella non ha potuto, per le sue eterne discordie, por mente ai disegni di Cristoforo Colombo, non sono vivaddio mancati all'impresa due dei suoi cittadini.... oso dire il fiore dei suoi cittadini. Tanto, non c'è qui nessuno che ci senta....—I vicini sono in villa!—disse Cosma.—Sicuramente,—rispose Damiano.—Aggiungi che il capo della spedizione, l'uomo che l'ha ideata e così fortemente voluta, è genovese come noi. Siamo in tre, perbacco;omne trinum est perfectum; tanto che, vedi, un quarto Genovese guasterebbe. L'onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è fatica di Liguri.—Ah, bene!—gridò Cosma.—T'infiammi?—Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed io non sono che Icaro. Il volo è fatto; si è fuori del labirinto, lontani da Creta quanto basta. Icaro perde le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io dò un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L'impresa per cui siamo partiti è compiuta. La nostra società, la nostramaona, ha dati i suoi frutti. Tu ritorni, io resto. Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede il riposo. Io riposerò sugli allori.—È la tua risoluzione?—domandò Cosma, accigliato.—Sì, caro; è la mia risoluzione;—riprese Damiano.[pg!221]—Orbene;—ripigliò Cosma;—non è la mia.Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia, in atto di dirgli: che importa?Ma l'altro finse di non vedere il gesto canzonatorio, o di non intenderne il significato.—Non voglio,—soggiunse,—che tu rimanga in Haiti. Per il tuo onore, per la tua pace, non voglio.—Ma sai, Cosma, che è una pretensione strana, la tua! Non voglio! non voglio! Tu parli come se tu fossi il soldano d'Egitto, ed io il tuo umile schiavo.—Come ti parrà meglio;—rispose Cosma, inflessibile;—ma io non voglio.—E che diresti se io mi ribellassi?—Mi dorrebbe all'anima, perchè dovrei.... usare la forza.—La forza!—gridò Damiano.—La forza! Tu? con me? Vorrei veder questa!—E si era piantato, così dicendo, davanti a Cosma, con le braccia al petto e i pugni chiusi, come un atleta conscio della virtù de' suoi muscoli, e pronto a farla sentire.Cosma stette un istante a guardarlo; poi disse:—Vedetelo, l'uomo antico, che scatta fuori dal nuovo. Mi hai provocato, Damiano; ho dovuto parlarti sinceramente. Che cosa sono queste tue smargiassate? questi atteggiamenti da lottatore? Perchè un giorno potevi uccidermi, e non lo hai fatto, credi tu di farmi l'uomo addosso, opponendo braccia a ragioni?—Ma Damiano non lo ascoltava già più. Le prime parole di Cosma lo avevano colpito abbastanza.—Che parli tu dell'uomo antico? che parli tu del passato?—proruppe.—È stata la forza delle cose; è stata la fortuna del momento. A quei giorni, a quelle miserie, io non ci penso neanche.[pg!222]—Ma provi a ribellarti;—rispose Cosma.—E mi sfidi a fare il poter mio per ricondurti in Europa....—Questo sì;—replicò Damiano—Forza materiale, o forza morale che sia, ti sfido ad usarne. Qui non c'è uomo antico che tenga. Anzi, guarda, facciamo una cosa: immaginiamo di non esserci conosciuti mai, prima di vederci a bordo dellaSanta Maria. Siamo amici, e con pari diritti. Tu fai quel che ti pare, dal canto tuo; ed io dal mio.—Sta bene, ed accetto il partito;—rispose Cosma, chinando la testa.Ma quella chiusa fredda e repentina non piacque troppo a Damiano, che restava al buio di tutto.—Ti ringrazio;—diss'egli, cercando di riappiccare il discorso.—Ma che cosa farai?—Quel che farò non debbo dirlo a te.—Capisco.... parlerai all'almirante.—Non debbo dirlo a te, ti ripeto. Se vorrò parlare all'almirante, non sarai tu che potrai impedirmelo.—Damiano gli diede una guardata in cagnesco; alzò dispettosamente le spalle; fece una giravolta sui tacchi, e si allontanò borbottando.Cosma rimase pensieroso al suo posto. Come lo vide voltato e in atto di andarsene, tentennò malinconicamente la testa, e mormorò:—Che peccato! un cuore così buono, e un cervello tanto balzano! Ma ti aggiusterò io, bambino, vedrai. E tu credi pure che io parlerò all'almirante—[pg!223]

Una nave che va, e l'altra che viene.

Quel medesimo giorno, che fu il 27 dicembre, era annunziato agli equipaggi dellaNinae dellaSanta Maria, morta ma non ancora sepolta, il disegno del signor almirante del mare Oceano e vicerè delle isole scoperte nelle Indie Occidentali. Il disegno era già in embrione nella mente di molti; fu accolto da tutti con grida festose.

E bisognava sentire i discorsi che si facevano a bordo, nell'ora della colazione.

—Ah, io resto nell'isola. E tu?

—Ancor io, certamente. Fossi pazzo, a chiudermi per due o tre mesi nella stiva dellaNina, per morirci soffocato dalla mancanza d'aria.... e dall'odore del prossimo!

—Ancor io, sai? ancor io ci rimango, nell'isola. Vuol essere una vita d'oro, la nostra, senza staffilate di vento, e senza schiaffi d'acqua salata.

—Se la va di questo passo, figliuoli, si resta tutti a terra, e il signor almirante se ne ritorna da solo in Ispagna.

—Ma già! Non ci avete pensato, a questo guaio? Se si vuol restar tutti, l'ammirante dovrà sceglier lui quelli che lascerà e quelli che porterà.

[pg!206]

—Deciderà la sorte, m'immagino.

—Ebbene, se decide la sorte, io, che son nato in un cattivo giorno, dovrò restare a bordo. Ma badate, sono il primo a fare una proposta, e intendo di averne assicurato il benefizio.

—Sentiamo la proposta di Ruiz.

—Eccola qua: mi profferisco per cambio a chi, essendo designato dalla sorte per restare colono, volesse invece ritornare in Europa.

—Nella decrepita Europa!—borbottò Damiano tra i denti.

—Non mi dimenticate, adunque, nel caso che non mi avesse favorito la sorte. Io voglio restare ad Haiti. Paese buono, donne belle, lavorar poco, spassarcela assai; che cosa si vuole di più?

—Bravo! Così intendi tu una colonia?

—E come l'avrei da intendere, io? Son marinaio; sarei soldato. Non avrei da partecipare ai profitti, o solo in troppo piccola parte, coll'aiuto di queste cinque dita, che non sono neanche troppo lunghe, nè troppo esercitate alla pratica di un perfetto tesoriere. Il mio guadagno sicuro sarà di darmi bel tempo. Questo è il paradiso terrestre; voglio godermelo.

—Facendo la parte del serpente, non è vero?—Si rideva, si sghignazzava, si fantasticava a tutto spiano. Damiano, attento ai discorsi, ma non mettendoci bocca, godeva della sua bella trovata. Egli sapeva bene quali sarebbero stati i profitti suoi, nella nuova colonia. L'almirante, di sicuro, gli avrebbe assegnato un uffizio. Magari, separandosi da Cosma, egli si sarebbe risoluto di lasciare il suo nome di guerra, per riprendere il suo nome vero ed autentico. E con quello, per bacco, e con le qualità che lo accompagnavano, l'uffizio non gli poteva mancare; nessuno, poi, ci avrebbe trovato a ridire.

[pg!207]

Che momento, quando si fosse sentito leggere un ordine di questa fatta: «Noi ecc. ecc. nominiamo il nobile uomo ecc. ecc. dei conti ecc. ecc. alla carica di ecc. ecc.»! L'uffizio a cui l'almirante poteva destinarlo, egli, per verità, non lo sapeva ancora, non aveva ancora osato immaginarselo. Ma se non era il primo, nè il secondo, non sarebbe neanche stato il quarto, per bacco baccone.

—Ma poi, perchè non sarebbe il secondo?—chiedeva Damiano a sè stesso.—Ragioniamo un poco, e vediamo.—

Qui l'amico Damiano faceva i suoi conti:

—Un Castigliano al comando supremo, si capisce; l'ha detto anche l'almirante. È un onore dovuto alla nazione per cui si è fatta l'impresa. Si dovesse cercarlo col lumicino, trattenerlo qui con la forza, un Castigliano ci vuole. Ma il secondo posto, vivaddio, dovrebbe esser libero. Resteranno volentieri i marinai; vita per vita, preferiranno sempre sei mesi, un anno di presidio a terra, anzi che le noie d'un viaggio, fosse pure di ritorno In patria. Figurarsi il bordo dellaNina, che cosa sarà per due o tre mesi! Solo per andare a dormire, bisognerà dividersi almeno in tre squadre, e darsi la muta nei ranci. E se ne pregheranno, a vicenda!... se ne pregheranno di quei secchi, o di quegli altri fatti a ferraiuolo, così quelli che vorranno andarsene a schiacciare un sonnellino, come quelli che non vorranno smettere il loro. Mi par già di sentirli. Per gli ufficiali, è un altro paio di maniche. Il loro rancio, buono o mediocre, gli ufficiali lo hanno. Sicuri per questo lato, non avranno nessuna ragione per voler rimanere a terra; e il secondo posto dovrebbe toccare a me, per qualche onesta ragione, oltre la benevolenza del signor almirante. Con un uffizio simile, sarei bene collocato, agli occhi della [pg!208] dolce Abarima e dei suoi. Comandante supremo, lo so, potrei domandare la figlia del re. Secondo di grado, potrò sempre aspirare ad una nipote di re; senza contare che Guacanagari non ha figliuole da marito. Veramente, m'annoia un poco quello che ho udito delle leggi di successione in questo paese. Morendo un cacìco senza figliuoli, gli succede, a preferenza del figlio del fratello, il figlio della sorella, perchè c'è più sicurezza che questo sia del medesimo sangue, dirò così, cacicale. E si capisce: i figli creduti d'un fratello potrebbero alle volte non aver nessuna consanguineità con lo zio; laddove i figli della sorella sono necessariamente i figli della madre loro. Vedete che cervelli sottili, questi selvaggi di Haiti! e sanno dove il diavolo tenga la coda.—

Damiano, come vedete, pensava molte cose, facendosi già in tasca il contratto di nozze. Era un sogno in tutte le regole, il suo; egli se lo ingrandiva, descrivendolo a sè stesso, ed era un po' come colui che s'ubbriaca delle proprie parole.

Alle chiacchiere di bordo seguì presto il lavoro, un lavoro animato ed allegro di tutto il doppio equipaggio. Bisognava disfare pezzo per pezzo laSanta Maria. Calafati e marangoni, con martelli, tanaglie, scuri, e ogni altra maniera di ferri, schiodavano, strappavano, segavano, facevano leva; ed assi, tavole, bagli, staminali, tutto saltava in acqua, donde i naturali di Haiti, volontarii aiutanti, nuotando intorno alla secca, spingevano al lido ogni cosa.

Mentre così lavoravano gli equipaggi, Cristoforo Colombo risaliva ancora una volta alla residenza del cacìco, per informare l'amico Guacanagari della sua nuova intenzione. Egli voleva lasciare una parte della sua gente, per difender quell'isola dalle scorrerie dei Caribi; con più gente sarebbe ritornato [pg!209] al secondo viaggio, ed anche con maggior copia di preziosi donativi per il suo ospite, come di merci da barattare con l'oro. Piacque a Guacanagari il disegno; l'idea di ritener seco una parte di quegli esseri straordinarii, di quei figli del cielo, e il pensiero di vedere un giorno ritornare alla spiaggia di Haiti il signore degli uomini bianchi, con grandi piroghe cariche di sonagli di bronzo, di braccialetti e bei monili di perle di vetro colorato, fece andare in visibilio la tribù tutta quanta. Immaginate le grida, i salti, le capriuole di quel popolo semplice, mentre Cristoforo Colombo, accompagnato dal cacìco e dai grandi della sua casa, andava attorno per ritrovare un luogo adatto, su cui edificare la sua fortezza di legno.

Il sole non era anche sparito dall'orizzonte, e già la maggior parte del legname dellaSanta Mariaera trasportata dalla costa alla eminenza che Cristoforo Colombo aveva scelta, non molto lontano dal villaggio di Guacanagari. Lungo la salita si vedevano andare e venire i naturali di Haiti in doppia catena: quei che ascendevano la costiera portando fasci di tavole, o travi, e quei che discendevano a mani vuote, per andarsi a rifare un buon carico.

Intanto che il lavoro procedeva, alcuni naturali di un'altra parte dell'isola erano venuti ad annunziare che una grande piroga, con le ali bianche, come quelle dellaNina, aveva gettata l'áncora in un fiume, alla estremità orientale dell'isola. Cristoforo Colombo diede una rifiatata di contentezza. Quella grande piroga non poteva essere che laPinta, laPintach'egli oramai credeva già in cammino per l'Europa, laPinta, che di sicuro si era allontanata dalla squadra per obbedire alla indisciplinata ambizione di Martino Alonzo Pinzon, insofferente [pg!210] di comandi, avido di scoprire e di raggranellare per sè.

Comunque fosse, laPintaera là, ancora sotto la mano dell'almirante. Disubbidiente o no, era una nave di più per il ritorno; e la sua presenza, raffidando un pochino gli animi di tutti, consentiva di dividere un po' meglio l'equipaggio dellaSanta Maria, che altrimenti sarebbe stato costretto a pigiarsi tutto sullaNina, o a lasciare un numero troppo grande d'uomini nella fortezza incominciata. Per questa, niente era mutato nel disegni dell'almirante. Il suo naufragio, in una calma perfetta, senza vento e senza mareggiata, era per lui un segno manifesto di una volontà suprema. Sembrava una disgrazia; ma senza quella disgrazia, egli non si sarebbe fermato tanto tempo ad Haiti, da scoprirne le ricchezze nascoste. La decisione di fermarsi e di fabbricare la fortezza era presa; non si doveva, non si poteva più revocare.

Con tutti questi pensieri che gli ribollivano nell'anima, Cristoforo Colombo ai era affrettato a chiedere al cacìco una delle sue piroghe più veloci, con quanti più rematori del paese potessero starci alla voga. Uno spagnuolo andava con essi, portando al Pinzon una lettera dell'almirante. In quella lettera, che aveva scritta lì per lì, Cristoforo Colombo, senza muover rimprovero alcuno all'indisciplinato comandante dellaPinta, lo invitava a raggiungere immantinente la squadra.

La piroga ritornò in capo a tre giorni. Aveva costeggiata l'isola per lo spazio di quaranta miglia, senza vedere laPintae senza neppure udirne novella dai naturali di quelle marine. Venivano intanto all'almirante altri annunzi dello stesso genere, ma da altre parti dell'isola; di qua, di là molti avevano veduta la gran piroga con le ali di cigno; ma [pg!211] Cristoforo Colombo pensò che avessero tutti sognato, nè più volle distoglier gente dal lavoro, per rintracciare quella nave fantastica.

Ed era triste per lui non avere altro legno che laNina, per ritornare in Europa. Se laPintaera fuggita, e giungeva prima di lui alle coste di Spagna, gli usurpava l'onore delle fatte scoperte, o, con calunniose imputazioni preoccupando gli spiriti, guastava a lui ogni disegno di spedizioni future. Se laPintaera perduta, la condizione di lui era anche peggiore; poichè di tre caravelle che gli erano state affidate, una sola ne restava, inferiore di troppo alle altre nel veleggiare, e l'esito della sua grande intrapresa dipendeva dall'incerto ritorno di un fragile schifo, attraverso la immensità dell'oceano. Periva egli nei flutti? e con lui si chiudeva nell'abisso il grande segreto del mare tenebroso.

Il pericolo era grande; ogni indugio, poi, non faceva che aumentarlo; necessario dunque di lavorare con alacrità sempre maggiore alla costruzione della fortezza. DellaPinta, se proprio si aggirava in quelle acque non sarebbero mancate più sicure notizie, in quei giorni ch'egli avrebbe dovuto pur troppo rimanere colà.

Damiano aveva seguite con una certa ansietà le peripezie di quel dramma che si svolgeva nella mente del suo grande concittadino. A tutta prima, udendo che laPintaera stata ritrovata, e vedendo l'almirante così sollecito a mandar gente sulla traccia del Pinzon, gli era entrato nell'animo il sospetto che della colonia d'Haiti non si dovesse fare più nulla.

—Ahimè!—diceva egli quel giorno a Cosma.—Il mio bel sogno svanisce.

—Che sogno?—esclamò Cosma.

—Come?—riprese Damiano, con aria di [pg!212] stupore.—Non sai?... Ma tu dunque vivi proprio nel mondo della luna?

—Mio caro, non so se sia il mondo della luna;—rispose placidamente Cosma;—so bene che è il mondo dell'anima mia; ed è tutto qua dentro.

—Il mio, invece, è il mondo del mio cuore;—disse Damiano.—Ed è qui presso, in Haiti.

—In Haiti!

—In Haiti, sì; o nella Spagnuola, per usare la denominazione del signor almirante; o, per essere più precisi, nella Corte di Guacanagari.

—Ah, sì, ora ci sono;—disse Cosma, che proprio aveva l'aria di scendere allora dalle nuvole.—Hai dunque e davvero in mente quella selvaggia?

—Una selvaggia, mio caro, che val più di molte dame della civilissima Europa.

—Questione di gusti!

—E d'occhi, ti prego di aggiungere, e d'occhi che sappiano discernere. So bene che non tutti vedono ad un modo. Ci sono i presbiti, e ci sono i miopi, per esempio. Ma tu, Cosma, che hai un occhio di falco e l'altro di lince, dovresti riconoscere che la figliuola di Tolteomec non è una selvaggia come le altre. Che stupenda creatura! E non ti è mai venuto in testa di raffigurartela vestita come una dama d'Europa?

—No, veramente. Ti dirò anzi che non l'ho neanche guardata.

—Male!—esclamò Damiano.—Cioè, mi correggo: potresti aver fatto anche bene.

—Che discorsi son questi?

—Discorsi d'uomo savio.... e stagionato. Diciamo dunque: meglio così; meglio che tu non ti sia fermato a guardarla. Non si sa mai. Or dunque, io, che l'ho guardata moltissimo, e fo conto di non saziarmene mai, me la son figurata in tutte le fogge [pg!213] possibili. Da principio nella foggia di Diana cacciatrice. Con quel suo guarnelletto ai fianchi, con quel manto, o stola che tu voglia dire, gittata con tanta grazia sull'òmero destro e rigirata sul fianco sinistro, mi è parsa veramente la dea delle selve. Ieri ancora glielo dicevo.

—E t'ha capito?

—Eh, così così. Sai che faccio profitto, nella lingua d'Haiti. È più facile che non credessi a tutta prima. O forse, son questi i miracoli della necessità, quando amore l'aiuta. Abarima mi appariva lassù, da quella macchia che confina col prato, dietro la casa di Tolteomec... Ma tu non conosci abbastanza i luoghi, mio caro. Non importa, del resto; una macchia è sempre una macchia. Abarima usciva dalla macchia, quando io attraversavo il prato, per andarla a cercare. Orbene, lo crederai, o non lo crederai, l'illusione era perfetta; mi parve di vedere Diana, uscente dal limitare della selva, alla ammirazione, alla adorazione dei pastori.

—O dei lupi rapaci;—disse Cosma, sorridendo.

—Lascia stare i lupi, poveracci! Io, del resto, non sono quella bestia feroce che tu credi. Ti ho detto che amerei quella donna vestita da dama europea. E me la sono raffigurata anche con una gran veste di velluto, o di ormisino, gallonata d'oro, col suo gran vertugadino ai fianchi, per tener larghe le pieghe, una ricca mantiglia sul capo, accomodata sopra una trecciera di perle.... Come dovrebbe star bene! Che portento di gioventù, di bellezza e di grazia, da far morir d'invidia cento donne d'Europa al giorno!

—Ci sarà sempre la carnagione,—disse Cosma,—su cui le donne d'Europa potranno ricattarsi.

—Che carnagione!—gridò Damiano, facendo una spallucciata.—Quella di Abarima è più chiara, [pg!214] in Haiti, al paragone delle altre. In Europa sarebbe un tantino più carica, darebbe un po' più nel rosso, ecco tutto. E ti pare un difetto, quello? Il bianco, caro mio, ha un altro difetto, e molto più grave: ti gira troppo spesso nel pallido, nello smorto, nel giallo. Qui non ci sarebbe pericolo. Dunque, dico io, tanto di guadagnato, ad innamorarsi di una pelle rossa. E poi, pensa alle pèsche, alle belle pèsche duràcine della nostra dolce Liguria. È sempre piacevole il pensarci.... fuori di stagione; ti corre l'acquolina alla bocca, e dal palato ti sale alle nari una fragranza soavemente acuta, o acutamente soave, che ti fa raggrinzare il collo e stralunar gli occhi dall'eccesso del piacere. E queste, caro mio, sono le sensazioni che prova il tuo servo umilissimo, quando pensa alla figlia di Tolteomec, alla dolce, alla gustosa Abarima, alla pèsca di Haiti.

—Pèsca salvatica, Damiano, pèsca salvatica!

—Eh no, Cosma! Questi, se mai, sono selvaggi di un'indole strana. Hai veduto il gran logorare che fanno di erbe aromatiche? Ad ogni momento se ne strofinano le mani. Con certe erbucce fragranti, Abarima si rifà spesso anche la bocca, che non ne avrebbe bisogno. E fa inoltre il suo bagno, sai, quella Diana cacciatrice. Là, nella macchia, è una fontana, una vera conca di smeraldo, e in quell'acqua ella si tuffa ogni giorno. Me lo ha confessato ieri, quando usciva dalla macchia. Ed io ho pensato alla fontana di Valchiusa; ed ho ripetuti a me stesso quei bellissimi versi:

Chiare, fresche e dolci acque,Ove le belle membraPose colei che sola a me par donna!

Chiare, fresche e dolci acque,Ove le belle membraPose colei che sola a me par donna!

Chiare, fresche e dolci acque,

Ove le belle membra

Pose colei che sola a me par donna!

—Povera madonna Laura!—gridò Cosma, [pg!215] rabbrividendo.—Se lo spirito di messer Francesco ti sente, povero a te!

—Vorrai dire che mi manderà a graffiare dalla sua gatta? Io invece scommetterei che s'egli vivesse ancora e vedesse la figliuola di Tolteomec, si dimenticherebbe a volo della moglie di Ugo di Sade. Del resto,—soggiunse Damiano,—il valentuomo se n'era dimenticato più volte, quando era vivo. Ci sono delle storie, intorno a quel platonico amatore!...

—Senti!—interruppe Cosma.—Non mi guastare la immagine del Petrarca, neanche ad Haiti. La posterità vuol figure tutte d'un pezzo; e il simulacro non deve mostrare la saldatura nè la rappezzatura dell'artefice mal pratico. Sappiamo tutti che ogni metallo ha le sue scorie. Io, per esempio, studiando te, vedo bene dov'è la tua. E un giorno ti credevo più fedele a certe idee!...

—Delle quali, se mai, non avevo a star molto allegro!—esclamò Damiano, seccato.

—E neppur io;—disse Cosma.—Nondimeno, l'uomo ha da essere tutto d'un pezzo, come la statua di bronzo.

—Per che? per chi?—domandò Damiano.—Per la posterità, forse?

—No, caro, e risparmia l'epigramma;—replicò l'altro,—Nè tu, nè io, possiamo aspettarci l'ammirazione dei posteri. Ci vorrà pazienza. Ogni uomo, per altro, ogni uomo che pensi ed intenda, ha i suoi giudici.... dentro di sè. Qualunque sia il suo stato e la sua condizione, egli deve poter esser contento, quando rientra in sè stesso ed osserva i suoi atti.

—Cavalleria antica!—disse Damiano.—E sebbene incominci a dar giù, è pur sempre una bella cosa; commovente, poi, commovente a quel Dio! Ma io non credo neanche di far contro alla vecchia cavalleria, amando una donna, dopo averne amata.... [pg!216] qualche altra. Una va, e l'altra viene, come le nostre caravelle. LaSanta Mariava in pezzi? laPintaviene al nostro ancoraggio; almeno, così ci si fa sperare, dalle notizie che sono arrivate di lei. Io m'attacco allaPinta.—

Cosma stette un pochino in silenzio, guardando il suo amico e concittadino nel bianco degli occhi.

—Ma parli proprio da senno?—gli disse finalmente.—Sei veramente innamorato?

—Innamoratissimo.

—E non per chiasso, come hai fatto.... nelle altre isole?

—Oh, credi che questa volta è la buona.Ultima necat, come è scritto anche sulle meridiane. Ho ricevuto il colpo qui, al costato sinistro. Son morto; mi seppellisco qui.... e faccio stirpe di re.

—Re d'Haiti!

—Eh, non posso mica farne una di re di Spagna Nota, mio caro, che qui ce n'è proprio il bisogno. Guacanagari non ha figli. Ma per fortuna non ha figli maschi neanche la sua unica sorella.

—Che c'entra questo?

—C'entra, per quella benedetta legge di successione al trono, che hanno qui in vigore; una legge che esclude dal trono i figliuoli dei fratelli, perchè, dicono, non ci sarebbe tutta la sicurezza della consanguineità. Ma qui abbiamo un caso speciale. Tra una figlia della sorella di Guacanagari, e una figlia del fratello, spero bene che per una volta tanto si darà la preferenza a quest'ultima, se quest'ultima ha trovato un partito di prima qualità, unada Turey, un figlio del cielo.

—Ecco un titolo che tu ti largisci con molta liberalità!

—Ce lo dànno;—rispose Damiano.—Accettiamolo, e mostriamo di gradirlo, vestendocene subito. [pg!217] con pompa e solennità. Ritornando al fatto, o al da fare, non ti sembra che io debba operare come ragiono?

—Non mi sembra affatto;—disse Cosma.—Ragioni male, e ti proibisco di operare in conformità.

—Tu?—esclamò Damiano, stupito

—Io, sì, io.

—E perchè, se è lecito saperlo?

—Perchè non mi piace.

—Non ti piace! non ti piace!—balbettò Damiano.—Questione di gusti, mi dirai. Ma questa, caro mio, non è una mela, non è una sorba, non è una susina; e voglio sperare che tu, uomo savio, dei gusti tuoi.... a proposito dei fatti miei.... mi vorrai dir la ragione.

—La ragione!—ripetè Cosma.—Potevi dire le ragioni, perchè infatti ce ne sono parecchie. Ma incominciamo dalla prima. Hai sempre sostenuto con me, laggiù, in Europa, che un cavaliere ha da essere costante in amore.

—Ti potrei rispondere,—ribattè Damiano,—che di laggiù a venir qua si è passata molt'acqua. E, se Dio vuole, siamo anche agli antipodi. Ma, per tua norma e regola, io non ho mutato opinione: credo alla bellezza, alla bontà, alla necessità morale di essere costanti in amore, quando l'uomo è ricambiato. Il mio non è stato ricambiato; fattelo giudicare da quella corte d'amore che vuoi, da tutti i tribunali di cavalleria che ti parrà di convocare; nessuna corte, nessun tribunale giudicherà che si debba esser fedeli ad una dama, la quale ha lasciato l'uno per l'altro, e tutt'e due per un terzo. Se a te non pare d'imitarmi in questo sentimento di libertà, serviti pure; ma non accusar me di mancamento alla legge.—

Cosma rimase muto per un buon tratto; forse cercando [pg!218] argomenti contro la logica del compagno, e non trovandone di buoni, o almeno di tali che si potessero dire, senza offendere l'amico Damiano. Comunque fosse, egli mutò discorso, passando ad un'altra forma di argomentazione.

—Dato e non concesso....—diss'egli, dopo quella lunga pausa,—vediamo il caso tuo di qua dall'Oceano. Ci sei venuto libero di cuore, senza i vincoli che avevi l'aria d'imporre a te stesso. Non ischerzi più, non t'innamori per chiasso, come hai fatto nelle altre isole; sei innamorato a buono, di questa principessa Abarima. Vedi? te la fo principessa di schianto.

—Lo è, senza la tua liberalità, mio dolcissimo Cosma.

—E sia, non letichiamo per queste piccolezze. Mettiamo invece che questa principessa Abarima non volesse saperne di te....

—Sei pazzo? Mi ama.

—Te lo ha detto?

—Sì, come si possono dire queste cose: ascoltando molto, sorridendo altrettanto, arrossendo spesso, come ad una innocente creatura si addice.

—E ad una pelle rossa, non è vero?

—Oh senti,—gridò Damiano, stizzito,—se tu credi di farmi un epigramma, ti avverto che questo t'è riuscito senza punta. Anche le pelli rosse arrossiscono, e un attento esame te ne persuaderebbe, come ha persuaso me. Del resto, lasciamo stare il rossore; ci ho anche delle frasi sue, belle e buone, che mi dànno il diritto di credere che sono riamato. Se non ti piace, rincarami il fitto.

—Sei dunque felice?—disse Cosma.

—Sì....—rispose Damiano.—O quasi.

—È già un bell'avviamento;—riprese Cosma, assentendo cortesemente del capo,—Ma se la tua [pg!219] principessa non durasse nell'amore che incomincia a sentire per te?... Queste cose avvengono, lo sai.... anche di qua dall'Oceano.

—Non me ne parlare!—gridò Damiano.—Sarebbe una maledizione.

—Mi basta che sia una cosa possibile;—disse Cosma.—E se questa cosa si avverasse per te, tu, caro amico, rimasto tra i coloni, tra gli abitatori della fortezza, non potresti più curare il tuo male, partendo. Saresti confinato per sei mesi, per un anno, ad Haiti, bestemmiando la tua risoluzione troppo sollecita, per la quale, a voler dire ogni cosa, avresti anche mancato ad un'altra fedeltà, ad un'altra costanza: voglio dire la fedeltà e la costanza nell'amicizia. Pensaci, Damiano;—soggiunse Cosma, con accento di tenerezza solenne;—noi ci siamo conosciuti in brutti momenti, lo sai. Due altri uomini si sarebbero odiati. Anche noi, da principio, ci eravamo messi su quella via; ma eravamo due cavalieri, e non abbiamo potuto, non abbiamo voluto durarci. E da quel giorno che ci siamo strette le mani, quante ragioni non abbiamo avute noi per amarci! Tutt'e due liberi dalle passioni malvagie di casa nostra, ci siamo trovati d'accordo a compiangerle. C'era una gran cosa da fare, una grande occasione da cogliere, che ai nostri concittadini era parsa una follìa. Ci siamo guardati negli occhi, e abbiamo detto: vogliamo partire noi due? vogliamo almeno partecipar noi ai pericoli e alla gloria d'una impresa che i nostri concittadini ricusano? E la risposta è stata una sola, che uscì da due bocche; partiamo; sempre uniti, nella vita e nella morte, si segua quell'oscuro popolano, il cui animo è così grande, sopra tutti i maggiori della sua terra, ai quali sarà gloria, se la fortuna lo assiste, di potersi dire della sua medesima patria.—

[pg!220]

Damiano asciugò una lagrima che gli era venuta sugli occhi.

—È vero, sì,—rispose egli, commosso,—abbiamo fatto quello che avevamo promesso. Genova, la prima esploratrice del mare tenebroso, Genova che aveva scoperte le Azzorre, Madera, le Canarie e le isole del Capo Verde, le doveva scoprir lei, le nuove terre intravvedute dall'ingegno di un suo valoroso figliuolo! Ma se ella non ha potuto, per le sue eterne discordie, por mente ai disegni di Cristoforo Colombo, non sono vivaddio mancati all'impresa due dei suoi cittadini.... oso dire il fiore dei suoi cittadini. Tanto, non c'è qui nessuno che ci senta....

—I vicini sono in villa!—disse Cosma.

—Sicuramente,—rispose Damiano.—Aggiungi che il capo della spedizione, l'uomo che l'ha ideata e così fortemente voluta, è genovese come noi. Siamo in tre, perbacco;omne trinum est perfectum; tanto che, vedi, un quarto Genovese guasterebbe. L'onore è salvo; è pensiero Ligure, qui; è fatica di Liguri.

—Ah, bene!—gridò Cosma.—T'infiammi?

—Si, metto le ali ancor io. Ma tu sei Dedalo, ed io non sono che Icaro. Il volo è fatto; si è fuori del labirinto, lontani da Creta quanto basta. Icaro perde le penne, e dà il suo nome al mare in cui cade. Io dò un tuffo ad Haiti, e mi fermo. L'impresa per cui siamo partiti è compiuta. La nostra società, la nostramaona, ha dati i suoi frutti. Tu ritorni, io resto. Perdio! al guerriero che ha combattuto, si concede il riposo. Io riposerò sugli allori.

—È la tua risoluzione?—domandò Cosma, accigliato.

—Sì, caro; è la mia risoluzione;—riprese Damiano.

[pg!221]

—Orbene;—ripigliò Cosma;—non è la mia.

Damiano si strinse nelle spalle e inarcò le sopracciglia, in atto di dirgli: che importa?

Ma l'altro finse di non vedere il gesto canzonatorio, o di non intenderne il significato.

—Non voglio,—soggiunse,—che tu rimanga in Haiti. Per il tuo onore, per la tua pace, non voglio.

—Ma sai, Cosma, che è una pretensione strana, la tua! Non voglio! non voglio! Tu parli come se tu fossi il soldano d'Egitto, ed io il tuo umile schiavo.

—Come ti parrà meglio;—rispose Cosma, inflessibile;—ma io non voglio.

—E che diresti se io mi ribellassi?

—Mi dorrebbe all'anima, perchè dovrei.... usare la forza.

—La forza!—gridò Damiano.—La forza! Tu? con me? Vorrei veder questa!—

E si era piantato, così dicendo, davanti a Cosma, con le braccia al petto e i pugni chiusi, come un atleta conscio della virtù de' suoi muscoli, e pronto a farla sentire.

Cosma stette un istante a guardarlo; poi disse:

—Vedetelo, l'uomo antico, che scatta fuori dal nuovo. Mi hai provocato, Damiano; ho dovuto parlarti sinceramente. Che cosa sono queste tue smargiassate? questi atteggiamenti da lottatore? Perchè un giorno potevi uccidermi, e non lo hai fatto, credi tu di farmi l'uomo addosso, opponendo braccia a ragioni?—

Ma Damiano non lo ascoltava già più. Le prime parole di Cosma lo avevano colpito abbastanza.

—Che parli tu dell'uomo antico? che parli tu del passato?—proruppe.—È stata la forza delle cose; è stata la fortuna del momento. A quei giorni, a quelle miserie, io non ci penso neanche.

[pg!222]

—Ma provi a ribellarti;—rispose Cosma.—E mi sfidi a fare il poter mio per ricondurti in Europa....

—Questo sì;—replicò Damiano—Forza materiale, o forza morale che sia, ti sfido ad usarne. Qui non c'è uomo antico che tenga. Anzi, guarda, facciamo una cosa: immaginiamo di non esserci conosciuti mai, prima di vederci a bordo dellaSanta Maria. Siamo amici, e con pari diritti. Tu fai quel che ti pare, dal canto tuo; ed io dal mio.

—Sta bene, ed accetto il partito;—rispose Cosma, chinando la testa.

Ma quella chiusa fredda e repentina non piacque troppo a Damiano, che restava al buio di tutto.

—Ti ringrazio;—diss'egli, cercando di riappiccare il discorso.—Ma che cosa farai?

—Quel che farò non debbo dirlo a te.

—Capisco.... parlerai all'almirante.

—Non debbo dirlo a te, ti ripeto. Se vorrò parlare all'almirante, non sarai tu che potrai impedirmelo.—

Damiano gli diede una guardata in cagnesco; alzò dispettosamente le spalle; fece una giravolta sui tacchi, e si allontanò borbottando.

Cosma rimase pensieroso al suo posto. Come lo vide voltato e in atto di andarsene, tentennò malinconicamente la testa, e mormorò:

—Che peccato! un cuore così buono, e un cervello tanto balzano! Ma ti aggiusterò io, bambino, vedrai. E tu credi pure che io parlerò all'almirante—

[pg!223]


Back to IndexNext