Capitolo XIII.Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.Damiano si era allontanato dal castello di prora, dove aveva avuto quella lunga ed aspra conversazione col suo concittadino ed amico. Ed anzi, veduto che l'almirante era sceso poc'anzi a terra, non volle rimanere a bordo neppur lui. Chiamata una delle tante piroghe di naturali, che si aggiravano sempre intorno alla caravella, ci saltò dentro e si fece trasportare alla riva. Quelli erano giorni di gran libertà! fuori delle ore di servizio, ognuno faceva il comodo suo. Damiano, del resto, era tra quelli che più particolarmente si occupavano di provvedere a tutto il bisognevole per la costruzione della fortezza. Niente, adunque, era più naturale del vederlo ritornare alla riva.—Vedete che follia!—andava egli borbottando tra sè, mentre gl'Indiani vogavano lesti con le loro pagaie.—Vuol parlare all'almirante! Ah, gli parlerò io prima di te, all'almirante. Ma perchè questo capriccio di farmi ritornare laggiù? Se ci vuole andar lui, buon padrone; io non vedo la necessità d'imitarlo. È un fatto, sì, che io m'infiammo facilmente. [pg!224] Devo averci dello zolfo, nelle vene. Ma finalmente, si vive una volta sola: e quando si ritrova la donna che piace più dell'altre, sia pure in un'isola dell'Oceano, come in una gola dei patrii monti, perchè non ci si fermerebbe, come ci si ferma alla prima frasca, che promette di darvi il migliore della cantina? L'amicizia! L'amicizia! una gran parola, ma vuota!—Damiano tossì, come se non potesse mandarla giù, si rivoltò sul sedile di poppa, e ripigliò il suo monologo:—Non dico che non abbia potuto essere in altri tempi una bella cosa. Fors'anche era più utile, allora. Due amici erano due forze alleate, contro il nemico. E in tempi barbari, di guerra continua, un aiuto scambievole s'intendeva benissimo. Uno teneva ritto lo scudo; l'altro tendeva l'arco e aggiustava la mira. Si veniva ai ferri corti? Quello che aveva spacciato prima il suo nemico, si voltava con un manrovescio addosso al nemico del suo compagno. Una mano lavava l'altra, e tutt'e due il viso. Ma ora?... Ora si combatte in ordine serrato: l'amico è quello di destra, è quello di sinistra, e l'uno e l'altro ci son dati dal caso. Tutti si combatte per la bandiera, e quando la bombarda ha mandato il suo lampo e il suo fumo dalla bocca, tu non puoi col tuo scudo riparare l'amico da una nespola tanto fatta, che manda in pezzi ogni cosa che incontra. L'amicizia è ancora un buon sentimento, di stima, di cortesia, che ci prende, a ragione o a torto, per una persona anzi che per un'altra. Questione di piacerti più o meno una figura, un atto, una parola. Ma perchè questo sentimento nasce facilmente in noi, facilmente si spegne. O se non si spegne, non è neanche troppo forte e profondo. Se è un sentimento forte, diventa esclusivo, e allora addio roba! [pg!225] è la padronanza di un uomo sull'altro. Ed io, perbacco, non sarò mai lo schiavo di nessuno. Amici, sì, per una buona stretta di mano, per darci aiuto all'occasione, per raccontarci, i nostri amori, i nostri sogni, le nostre malinconie; ma fermi lì, con le pretensioni bislacche, i voglio e i non voglio che fanno salire la mosca al naso!—Il monologo finì, come potete immaginarvi, con l'arrivo della piroga alla spiaggia. Damiano balzò dalla piroga sul greto, e si avviò per la costiera al villaggio. Arrivato sulla gran piazza, non poteva trattenersi dal volgere un'occhiata ad una certa casa sulla sua sinistra; un'occhiata di saluto, di adorazione e di desiderio. Le mura che accolgono la donna amata sono sempre il centro dell'universo per noi. Questa è il cardine inconcusso d'ogni scienza, geografica, cosmografica, astronomica. I dotti che la pensano diversamente, sono pregati di andarsi a riporre.—Dolce donna!—mormorò Damiano, attraversando la piazza.—Se tu sapessi quello che io soffro per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi via, strapparmi da quest'isola di Citèra, dove io ho risoluto di finire i miei giorni.—Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla casa di Tolteomec, una figura di donna apparve sulla loggia, in mezzo al verde intreccio delle piante rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli non avesse gli occhi del suo concittadino Cosma; era Abarima, la pèsca di Haiti, più appariscente che mai, più che mai deliziosa.Anch'essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi al parapetto di legno, stendeva il braccio verso di lui, facendogli cenno con la mano, e invitandolo ad accostarsi.Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto [pg!226] alla loggia. Abarima gli sorrideva; Abarima gli rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le aveva scoccato in quella medesima forma. E appena egli fu abbastanza vicino, gli gittò queste parole:—Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.—Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua Haitiana per capire quelle parole, e delle altre ancora. Se anche non le avesse capite, il gesto gliele avrebbe spiegate a puntino.Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro salti fu nella macchia. La fontana era il luogo del ritrovo. Colà egli aveva veduta al bagno quella Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli aveva fatta subire la metamorfosi nè la catastrofe di Atteone.Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a lui leggera e sorridente, mise un grido di giubilo e gli cadde nelle braccia.—Dolce donna!—esclamò Damiano, intenerito.—Ed io dovrei abbandonarti? spiccarmi da te? sacrificarti al Moloch dell'amicizia?—Che dice il mio signore?—domandò la bella selvaggia, fissando in lui i suoi grandi occhi d'indaco.—Nulla, nulla, Abarimataorib. Parlavo da me, nella lingua del mio paese. Nella tua lingua ti domanderò invece una cosa. Dimmi,taoribfra tutte letaorib; mi ami tu?—Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano, alzò le ciglia per mandargli di sbieco un'occhiata assassina, e gli disse sottovoce:—Ti amo.—Mi amerai sempre?—riprese Damiano.—Oh sempre, sempre!—rispose Abarima.—E tu?—Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai; [pg!227] sono stato creato per l'amore costante, eterno, immobile come la vôlta del cielo. Finchè sarà il sole lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo sciocchezze. Io non vivrò quanto il sole. Volevo dirti che ti amerò finchè i miei occhi vedranno il sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che il grande Spirito ci ha creati per l'amore. Senza l'amore si vive male; anzi, non si vive affatto. Si è stanchi, fiacchi, svogliati....—Che dice il mio signore?—domandò ancora Abarima.—Ah sì!—rispose Damiano.—Capisco che vada nel difficile, e non riesco più a farmi capire. Maledette lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi no, nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti tante belle cose! Pazienza, vediamo di girare la difficoltà che non si può superare. Abarimataorib!—soggiunse Damiano, ritornando alla lingua d'Haiti.—Uomini soli, senza donne, essere stanchi, non desiderare nulla, essere ammalati. Ma quando apparire bella donna, come Abarima, uomini subito ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in corpo. Ah, donne, donne! Sapere voi vostro potere sopra uomo! E ridere, ridere volentieri. Ridere bene, quando avere bella bocca come questa.—Abarima commentava il discorso tripolino del suo innamorato, ridendo veramente di gusto.—Hai capito, ora, birichina?—ripigliò Damiano, nella sua lingua nativa.—Vediamo un po' se capisci quest'altra. È la lingua universale.... e si parla da labbro a labbro.—Un colpettino leggero, ma pronto, come una zaffata di micio, colse Damiano sulla bocca protesa. Era uno scherzo, non prometteva più aspre difese, e Damiano lo ricevette con buona grazia da quella dolce manina.[pg!228]—Senti,—diss'egli, prendendo quella manina sotto il braccio e mettendosi in atto di passeggiare,—vorrei dirti una cosa importante. Tu sarai mia, non è vero? Tolteomec darà Abarima in moglie a Damiano?—Damianoada turey:—rispose Abarima.—Si sottintende;—rispose Damiano;—ed è una condizione invidiabile, quella di figlio del cielo, a patto che mi faccia ottenere la figlia di Tolteomec. Sappi dunque, Abarimataorib.... Vogliono mandarmi in Europa, laggiù, laggiù, dall'altra parte del mare.—Il gesto spiegava le parole che non erano riuscite abbastanza chiare alla bella selvaggia.—Azatlan!—esclamò ella, turbata.—Eh! diciamo pureAzatlan. Ma non è per me come una casa del diavolo? Io dunque ti dicevo, Abarima, che i figli del cielo ritorneranno laggiù.... nel brutto paese! E vogliono, che Damiano li segua nel brutto paese.—No, no!—diss'ella, stringendosi a lui; sbigottita.—Damiano restare in Haiti, casa Tolteomec.—E sposo ad Abarima, non è vero?—Damiano,—rispose ella,—Damiano èada turey.—E dàlli!—esclamò Damiano, seccato dalla ripetizione.—Non vorrei esser debitore dell'amor tuo a questa condizione privilegiata di figlio del cielo, che ho comune, del resto, con tante birbe matricolate.—Che dice il mio signore!—Niente, niente, Abarima taorib. Dico che tu sei una cara donnina, e che.... Ma senti! Vien qualcheduno.—Si udiva infatti un fruscìo di rami nel bosco. Abarima levò la fronte e tese l'orecchio.[pg!229]—Forse Tolteomec che ritorna da vedere i suoi campi di maiz;—diss'ella.—Ebbene, io ti lascio con lui;—rispose Damiano.—Temi tu di vederlo?—disse Abarima.—No, cara. Lo vedrò volentieri più tardi, nella giornata, quando potrò fargli una certa domanda. Ora, e appunto per te, appunto per quella domanda, vorrei vedere il signor almirante, il capo dei figli del cielo, che il diavolo se li porti.... fatte, s'intende, le debite eccezioni.—Che dice....—Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei esserlo già, Abarimataorib, il tuo signore, genero di Tolteomec, nipote di Guacanagari, erede del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare in quella desolazione dell'abominazione, che si chiama la vecchia, la decrepita Europa. Ora addio, cara; vado e ritorno.—Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso il prato. Giunto al limitare della macchia, si volse ancora, gittò il cenno di un bacio alla bella selvaggia, e senza attraversare il prato prese una scorciatoia tra i campi. Gli premeva di giungere alla fortezza e di trovare l'almirante, prima che questi ritornasse alla spiaggia.—Se non lo combino lassù,—diceva egli tra sè—lo vede Cosma prima di me, e mi guasta ogni cosa, con le sue alzate d'ingegno.—Per fortuna sua, l'almirante non era ancora partito dal poggio, su cui già era scavato il fosso e alzato l'argine della fortezza.—Siete qui, voi?—disse l'almirante a Damiano, come lo vide apparire sul ciglio della collina.—Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da solo a solo, se potete concedermi qualche minuto di tempo.[pg!230]—Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate notizie di laggiù?—No, si tratta di me.—Sarò felicissimo di ascoltarvi;—disse l'almirante, sorridendo benignamente al suo concittadino.E presolo per un braccio, lo condusse un po' più in là, dove non potessero i loro discorsi essere uditi dagli uomini che lavoravano all'argine.—Sentiamo che cosa avete a dirmi;—incominciò, per dargli coraggio.—Signore,—disse Damiano,—vi chiedo una grazia, che l'altro giorno mi avevate concessa.—Se io ve l'ho concessa, perchè me la chiedete ancora? Sarà piuttosto il caso di rammentarmela, se mai l'avessi dimenticata.—È giusto, perdonate. Ma sono tanto confuso! ed è così forte in me il desiderio di restare alla Spagnuola!—Ah sì.... ricordo;—disse l'almirante;—nel presidio della fortezza, in questo principio di colonia cristiana. Ma siete voi proprio risoluto? Non è un capriccio passeggero? Son cose gravi, e bisogna pensarci due volte.—Ci ho pensato, mio signore.—Ed anche avete pensato che voi potreste restare lungamente senza alcuna novella di noi? Rimanere alla Spagnuola, ritornare in Ispagna, sono due partiti egualmente pericolosi. Se noi non potessimo recar nuove della nostra scoperta in Europa, che sarebbe di questa colonia? Certo, varrà sempre meglio,—disse l'almirante,—esser vivi e sani in quest'isola, che sepolti negli abissi dell'Atlantico. Ma un troppo lungo soggiorno qui, senza novelle di casa, e nella incertezza dolorosa di non averne mai, potrebbe anche farvi pentire di una risoluzione come questa che voi mi accennate.[pg!231]—Signore, voi giungerete al lido di Castiglia e avrete il premio delle vostre fatiche. Iddio non vi ha condotto fin qua perchè sia vana l'impresa maravigliosa a cui vi aveva destinato. E non solo la Spagna, ma tutto il mondo cristiano saprà che voi avete lasciata qui una parte dei vostri.—Vi ascolti il cielo;—rispose l'almirante.—La vostra risoluzione è dunque irrevocabile?—Con vostra licenza, mio signore, sì;—disse Damiano.—E siate contento;—ripigliò l'almirante.—Poichè una colonia si fonda in quest'isola, è bene che ci sia qualcheduno di cui io possa maggiormente fidarmi. E di chi mi fiderei io veramente, se non di voi, o del vostro amico? Restate dunque, messer Damiano. Ma quale uffizio vi daremo noi qui?—Qualunque esso sia, lo accetterò di buon grado.—Bene; vi metteremo dunque per aiuto a Diego di Arana. Sappiate che il nostro capo di giustizia rimane volentieri. Egli stesso si è offerto, e la proposta sua mi ha levato da un grave impiccio. Lo Spagnuolo, per comandare a Spagnuoli, è dunque trovato. Così voi, messer Damiano, potrete rimanere suo primo uffiziale, senza dar gelosie.—Io vi ripeto, signore,—disse Damiano, gongolante di gioia,—qualunque uffizio, anche il più umile, mi basterebbe. Ma vedrò di tener degnamente quello che voi mi avete conferito. Ho dunque la vostra parola, che io resterò nella colonia?—L'avete;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma perchè dubitate?—Perchè.... vedete.... a voi non voglio tacer nulla.... Cosma, l'amico mio, si è messo in testa che io ritorni in Europa.—L'amicizia ha i suoi diritti, o le sue pretensioni;—disse l'almirante.—Potete cedere, potete [pg!232] resistere; ma dovete sempre intendere le ragioni che muovono un amico a consigliare in un modo, anzi che in un altro.—Le intendo, sì; ma gli è come se non le intendessi. Io amo restare a terra, per ora. Debbo io dirvi tutto, mio signore? Dopo aver corsa tant'acqua, non me la sento di correrne altrettanta. Quantunque Genovese, sono un marinaio.... d'acqua dolce.—Eh via! non vi calunniate;—disse Cristoforo Colombo, sorridendo.—Vi ho veduto alla prova, ed eravate invece dei buoni. Certo,e questo io l'avevo subito indovinato, voi non siete uomo d'albero; ma per gentiluomo di poppa, o d'arrembata, andreste benissimo. Dio sa quanti dei vostri vecchi, messer Damiano, han comandato galere!—A questo accenno non credette opportuno di rispondere quell'altro.—Voi dunque intendete la ragionevolezza del mio desiderio;—diss'egli.—Ed ancora ammetterete che qualche persona di garbo, capace di stringere buone relazioni con questi naturali, possa giovare.—Questo, poi, non solamente lo ammetto, ma lo desidero e lo spero. Una colonia come la nostra non potrebbe prosperare che a questi patti. Siamo venuti tra gente buona, degna di trovare amici e protettori, non padroni ed oppressori. Voi parlate secondo il mio pensiero, messer Damiano; ed io, non che concedervi di recare, mi rallegro che me lo abbiate domandato. È grazia che voi fate a me, non io a voi.—Damiano non capiva in sè dalla gioia. Se non fece un salto davanti al suo grande concittadino, mettete pure che gliene mancasse il coraggio, perchè la voglia c'era tutta, e vivissima.—Ed ora,—diss'egli dentro di sè,—mio caro [pg!233] Cosma, farai quel che ti pare; io non ho più paura di niente; sono ormeggiato in barba di micio.—Quella notte, per cansare le occasioni di discorrere con l'amico, Damiano si fermò con la squadra degli uomini che dormivano a terra. S'intende che andò a dare nella sera una capatina alla casa di Tolteomec.Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto all'uscio, in atto di prendere una boccata d'aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva parecchie di fumo da una foglia aromatica che teneva arrotolata ed accesa fra i denti: la foglia che sapete, e per cui si era rivoltato, a Cuba, lo stomaco del nostro Damiano.Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui con paterna amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco di Tolteomec, ma accettò qualche goccia di un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato dalla leggiadra Abarima. E lì, seduto anch'egli sul limitare della casa, stette a prendere il fresco; da prima beandosi negli occhi d'indaco della fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi di ammirare i contorni della sua graziosa persona. La scena era patriarcale; ma appunto perchè c'era il patriarca, e non accennava mai di andarsene, Damiano non fu contento della sua serata com'era stato contento della sua mattinata. Ed anche Abarima doveva sentire la differenza dal giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza, perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra le molte cose che disse, ci fu l'invito al figlio del cielo di passar la notte nella sua casa.—Una stoia non manca mai per il forestiero.—diss'egli.[pg!234]Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il patriarca era un buon diavolo.—Sii dunque il ben venuto;—soggiunse Tolteomec.—Noi faremo in modo che i tuoi sonni non siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà apprestata la stoia.—A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano, un po' seccato dalla troppa bontà dei patriarchi, doveva meditare quel proverbio per tutta la notte.Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno di camera per un ammalato, ed anche per uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto, nè basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero come i bambini lattanti. Ad ogni voltarsi di Damiano sulla stoia, si sentiva la sua voce sommessa che domandava dall'altro canto della stanza: «Che hai, figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi tu qualche cosa? La mia casa è tua. Sia con te il grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.Damiano mandò con tutta l'anima il suo ospite in un'altra casa, che non era neppur quella del grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa, non sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano si adattò a non muoversi più, e risolse di dormire. Rabbia impossente, stanchezza fisica, gioventù e sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.La mattina seguente si destò forse un po' più tardi dell'usato. E si capisce; non aveva intorno i compagni a far rumore, a guastargli il sonnellino d'oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso silenzio; era ospite il figlio del cielo, e il figlio del cielo dormiva; bisognava dunque andar tutti in [pg!235] punta di piedi, parlare a bassa voce, per non disturbare i sonni del figlio del cielo.E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano si alzò a sedere sulla stoia, e si fu strofinati gli occhi col dorso della mano, vide nella stanza, vigile custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec, il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano era trattato da principe; avrebbe avuto il torto, a dolersi; avrebbe dato prova di cattivo carattere.E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.—Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?—domandò Damiano a sè stesso.—Non c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui egli debba assistere, come uno della famiglia?—Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si provò ad interrogare il padrone di casa.—Tolteomec, lume dei savi,—gli disse,—tu ti prendi molta cura di me. Il mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.—È vero;—rispose Tolteomec.—Ma il gran sole è buono. Egli non mi avrebbe veduto volentieri [pg!236] in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella casa mia un figlio del cielo.—Ah sì, capisco;—disse Damiano.—Gli hai mandato a dire che io ero tuo ospite.—Così ho fatto,—rispose il vecchio, ridendo, come l'uomo che gode in cuor suo della propria intelligenza,—e Guacanagari se n'è mostrato contentissimo.—Grazie anche a lui!—conchiuse Damiano.—Voi siete i migliori tra gli uomini.—Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che quell'intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè:—Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una viltà, comperare la pace di un'ora con una confessione di questa fatta. E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti gliel'hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato, a far muso arcigno per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.—Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella perla dei padri, che un servo [pg!237] apparve nel prato, con una gran foglia di palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.—Devo partire;—diss'egli.—Il sole è già alto e sarà necessario ch'io vada.—Vai via?—chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili occasioni.—Sì,—rispose Tolteomec,—un buon padre deve invigilare la terra che dà il sostentamento alla famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il suo campo.—Ah, bene! e ti lodo;—disse allora Damiano, facilmente persuaso da quelle savie massime di economia domestica.—Andiamo dunque;—ripigliò Tolteomec.—Mi duole di lasciarti, figlio del cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare. Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.—Già!—disse Damiano.—Anch'io dovrò andare.... fra poco.—Ma dov'è quella cara figliuola?—soggiunse il patriarca.—Abarima! Abarima! Sarà alla fontana, m'immagino.—Lasciala stare; aspetterò, per salutarla—No, ella deve esser qua. Abarima!—La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana. La voce del padre la richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo padre.—Mia dolce figliuola!—mormorò il vecchio.—Amore di Tolteomec![pg!238]—E di tutti coloro che la vedono;—soggiunse Damiano, parendogli che in quel punto non disdicesse una frase galante.—Sì, bella e buona;—rispose il vecchio.—Ora io vi lascio. Tu, Abarima, offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più saporiti. Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia, sarò felice di vederlo alla mia tavola.—Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell'Argo, quell'Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.—Vieni,—diss'ella,—il pane di cassava ti attende.—Non ho fame;—rispose Damiano.—È caldo di questa mane, vieni;—ripetè la fanciulla.—Non ho fame, Abarima;—replicò Damiano.—Bene ho desiderio di guardarti negli occhi. Sai che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni,taoribAbarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev'essere una così grata frescura!—No,—disse Abarima,—ne son venuta or ora, e l'aria è troppo fredda, nel bosco. Restiamo qua, se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec. Il sole mi fa bene.—Il sole ti bacia;—disse Damiano, accostandosi, e involgendola tutta d'una sua languida occhiata.—Bacia tutti, il sole;—rispose Abarima, crollando il capo, come se non gradisse, o non intendesse la galanteria di Damiano.[pg!239]—Ho capito;—pensò egli, stizzito.—Oggi non è come ieri. La dolce Abarima non ha dormito bene, stanotte; fors'anche ha sognato uno scorpione, od altra bestia di mal augurio.—Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:—Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango in Haiti. La cosa è stata risoluta ieri. Resterò con la nostra gente, che difenderà questo popolo dalle incursioni dei feroci Caribi.—La fanciulla sgranò tanto d'occhi, sorrise e battè palma a palma, con atto di gioia infantile.—Vero?—diss'ella.—Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il capo dei figli del cielo mi ha data la sua promessa solenne, mettendo la sua mano nella mia.... così, come io faccio con te, Abarimataorib.—Lascia! tu stringi troppo forte;—disse Abarima, ridendo.—E le tue mani sono troppo ardenti.—Mani d'innamorato, mia cara.—Va,—disse Abarima,—va là in fondo al prato, e coglimi di quei fiori. Voglio farne una ghirlanda.—Non vuoi altro?—rispose Damiano.—Ti servo subito.—E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove incominciò a cogliere, a strappare quanti rami fioriti gli vennero alle mani.—Non tanti! non tanti!—gridò Abarima.—Basta così.—Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori e di foglie.—Per una ghirlanda son troppi;—disse la bella Haitiana, ricevendo il presente.—Butterai quelli che non ti serviranno;—rispose Damiano.—Purchè tu non butti via il mio cuore!—[pg!240]La capricciosa fanciulla finse di non aver udite le ultime parole del suo innamorato; e con molta gravità si diede a scegliere i tralci d'una specie di vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda, per innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto accanto a lei, contemplava, e contemplando aspettava.—Dunque,—disse Abarima, mentre seguitava il suo lavoro;—tu resti in Haiti. E chi sarà il capo dei figli del cielo?—Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia, quando alcuno trasgredisce le leggi.—Non lo conosco;—disse Abarima.—Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;—rispose Damiano.—È stato ospite di Guacanagari. È un uomo magro, lungo, con una barba nera nera.—Non sarai dunque tu, il capo?—ripigliò la fanciulla.—No, io sono.... troppo giovane;—disse Damiano.—Ma sarò il suo primo ufficiale; comanderò io, dopo di lui.—Non c'era male, per la sua età; ed Abarima mostrò di capire che Damiano diventava un personaggio importante nella colonia, anche restando al secondo posto.—Sarò tra gli uomini bianchi,—soggiungeva Damiano,—come Tolteomec fra gli abitanti di Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec, lume dei savi, il più ragguardevole capo di questa terra.—Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere la sua ghirlanda.—E il tuo amico,—diss'ella,—che posto avrà? il terzo o il quarto?—Il mio amico!—ripetè Damiano.—Chi sarebbe egli?[pg!241]—Cosma;—rispose Abarima.—Cosma!... lo conosci tu?—Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti nella casa di Tolteomec, quando per la prima volta sedevi alla nostra tavola?—È vero, sì, hai ragione;—disse Damiano.—Guardate che buona memoria, in questa bella testina! Ella ha ritenuto anche il nome del mio compagno. No,—soggiunse egli allora,—Cosma non resta in Haiti; Cosma ritornerà in Azatlan.—Male!—esclamò la fanciulla.—Gli amici buoni devono restare sempre uniti.—Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la voce della sua propria coscienza. E gli risuonò nel profondo dell'anima, e gli diede noia come tutti i suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.—Lo so,—diss'egli, contorcendosi un poco,—ma che ci vuoi fare, mia bella? Egli non ha per restare le stesse ragioni che ho io.—E quali sono le tue?—Veramente,—soggiunse Damiano,—si restringono ad una. Ti amo, e voglio averti mia. Consentirai tu al mio desiderio, Abarimataorib?—Tolteomec comanda;—rispose Abarima, chinando la fronte.—È giusto;—disse Damiano.—Parlerò quest'oggi a Tolteomec.—Non oggi, non oggi;—gridò prontamente Abarima.Damiano rimase un po' sconcertato, guardandola.—Non oggi?—ripetè.—Sia dunque domani.—No, non domani, non subito;—rispose Abarima sollecita.—Per dare la sua figlia ad un uomo, Tolteomec deve invocare il grande Spirito.[pg!242]—Ah!—disse Damiano.—È il grande Spirito che fa i matrimonii, nell'isola di Haiti?—Sì,—rispose Abarima.—Il grande Spirito sa tutto. Il grande Spirito solo può dire se l'unione di due creature deve essere felice.—È naturale, se egli sa tutto;—conchiuse Damiano, un pochettino umiliato.—E capisco che dovrò farmi divoto del grande Spirito, per ottenere il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri in terra, ai quali si possa parlare?—Abarima non intese la domanda. Parecchie cose non intendeva, nei discorsi di Damiano. E ciò accadeva molto facilmente, perchè non sempre Damiano aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o perchè, avendo pronta la parola, non gli veniva egualmente giusta la frase.—Basta,—diss'egli, conchiudendo,—vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita.—Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata altrove, si alzò e prese commiato.—Che dirò a Tolteomec?—domandò la fanciulla.—Che tu ritornerai per il pasto?—Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....—balbettò Damiano.—Tolteomec sarà contentissimo;—rispose Abarima.—Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;—conchiuse Damiano.—Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già—soggiunse egli, nel suo vernacolo,—son pazzo io a volere che una donna sia due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo.—[pg!243]Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva indossata.Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.—Ma bene, Cusqueia!—gli disse, rispondendo al suo saluto.—Chi ti ha vestito così nobilmente?—È stato Cosma;—rispose Cusqueia, facendosi bello.—Cosma!—esclamò Damiano, inarcando le ciglia.—Cosma, che ha due sole camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data una a te?—Cosma buono!—rispose Cusqueia.—Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la sua camicia..... di rispetto?—L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:—Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.—Ieri!—esclamò Damiano.—Ieri Cosma è disceso a terra?—Sì, Cosma disceso; Cosma salito albohiodi Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.—Strano!—mormorò Damiano.—Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di [pg!244] me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.—Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.—E tu?—diss'egli allora a Cusqueia.—Che cosa hai fatto?—Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.—Ah, bene!—borbottò Damiano;—Cosma vuol fare un gran profitto in breve ora.—Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui adempieva l'uffizio.—Buon giorno;—gli disse Damiano.Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.—Buon giorno;—gli rispose poi, adattandosi a [pg!245] quell'eccesso di cortesia, che veniva sei ore dopo la diana.—Che cos'è che mi ha detto Cusqueia?—riprese Damiano.—Tu impari la lingua di Haiti?—La imparo;—rispose Cosma, con breviloquenza spartana.—E perchè.... se è lecito saperlo?—Per due ragioni;—disse Cosma.—In primo luogo per legittimo desiderio d'istruirmi. E poi.... te l'ho a dire?—Dillo, in nome di Dio.—E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa dà noia anche a me.—Ah!—Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.—[pg!246]
Capitolo XIII.Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.Damiano si era allontanato dal castello di prora, dove aveva avuto quella lunga ed aspra conversazione col suo concittadino ed amico. Ed anzi, veduto che l'almirante era sceso poc'anzi a terra, non volle rimanere a bordo neppur lui. Chiamata una delle tante piroghe di naturali, che si aggiravano sempre intorno alla caravella, ci saltò dentro e si fece trasportare alla riva. Quelli erano giorni di gran libertà! fuori delle ore di servizio, ognuno faceva il comodo suo. Damiano, del resto, era tra quelli che più particolarmente si occupavano di provvedere a tutto il bisognevole per la costruzione della fortezza. Niente, adunque, era più naturale del vederlo ritornare alla riva.—Vedete che follia!—andava egli borbottando tra sè, mentre gl'Indiani vogavano lesti con le loro pagaie.—Vuol parlare all'almirante! Ah, gli parlerò io prima di te, all'almirante. Ma perchè questo capriccio di farmi ritornare laggiù? Se ci vuole andar lui, buon padrone; io non vedo la necessità d'imitarlo. È un fatto, sì, che io m'infiammo facilmente. [pg!224] Devo averci dello zolfo, nelle vene. Ma finalmente, si vive una volta sola: e quando si ritrova la donna che piace più dell'altre, sia pure in un'isola dell'Oceano, come in una gola dei patrii monti, perchè non ci si fermerebbe, come ci si ferma alla prima frasca, che promette di darvi il migliore della cantina? L'amicizia! L'amicizia! una gran parola, ma vuota!—Damiano tossì, come se non potesse mandarla giù, si rivoltò sul sedile di poppa, e ripigliò il suo monologo:—Non dico che non abbia potuto essere in altri tempi una bella cosa. Fors'anche era più utile, allora. Due amici erano due forze alleate, contro il nemico. E in tempi barbari, di guerra continua, un aiuto scambievole s'intendeva benissimo. Uno teneva ritto lo scudo; l'altro tendeva l'arco e aggiustava la mira. Si veniva ai ferri corti? Quello che aveva spacciato prima il suo nemico, si voltava con un manrovescio addosso al nemico del suo compagno. Una mano lavava l'altra, e tutt'e due il viso. Ma ora?... Ora si combatte in ordine serrato: l'amico è quello di destra, è quello di sinistra, e l'uno e l'altro ci son dati dal caso. Tutti si combatte per la bandiera, e quando la bombarda ha mandato il suo lampo e il suo fumo dalla bocca, tu non puoi col tuo scudo riparare l'amico da una nespola tanto fatta, che manda in pezzi ogni cosa che incontra. L'amicizia è ancora un buon sentimento, di stima, di cortesia, che ci prende, a ragione o a torto, per una persona anzi che per un'altra. Questione di piacerti più o meno una figura, un atto, una parola. Ma perchè questo sentimento nasce facilmente in noi, facilmente si spegne. O se non si spegne, non è neanche troppo forte e profondo. Se è un sentimento forte, diventa esclusivo, e allora addio roba! [pg!225] è la padronanza di un uomo sull'altro. Ed io, perbacco, non sarò mai lo schiavo di nessuno. Amici, sì, per una buona stretta di mano, per darci aiuto all'occasione, per raccontarci, i nostri amori, i nostri sogni, le nostre malinconie; ma fermi lì, con le pretensioni bislacche, i voglio e i non voglio che fanno salire la mosca al naso!—Il monologo finì, come potete immaginarvi, con l'arrivo della piroga alla spiaggia. Damiano balzò dalla piroga sul greto, e si avviò per la costiera al villaggio. Arrivato sulla gran piazza, non poteva trattenersi dal volgere un'occhiata ad una certa casa sulla sua sinistra; un'occhiata di saluto, di adorazione e di desiderio. Le mura che accolgono la donna amata sono sempre il centro dell'universo per noi. Questa è il cardine inconcusso d'ogni scienza, geografica, cosmografica, astronomica. I dotti che la pensano diversamente, sono pregati di andarsi a riporre.—Dolce donna!—mormorò Damiano, attraversando la piazza.—Se tu sapessi quello che io soffro per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi via, strapparmi da quest'isola di Citèra, dove io ho risoluto di finire i miei giorni.—Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla casa di Tolteomec, una figura di donna apparve sulla loggia, in mezzo al verde intreccio delle piante rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli non avesse gli occhi del suo concittadino Cosma; era Abarima, la pèsca di Haiti, più appariscente che mai, più che mai deliziosa.Anch'essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi al parapetto di legno, stendeva il braccio verso di lui, facendogli cenno con la mano, e invitandolo ad accostarsi.Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto [pg!226] alla loggia. Abarima gli sorrideva; Abarima gli rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le aveva scoccato in quella medesima forma. E appena egli fu abbastanza vicino, gli gittò queste parole:—Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.—Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua Haitiana per capire quelle parole, e delle altre ancora. Se anche non le avesse capite, il gesto gliele avrebbe spiegate a puntino.Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro salti fu nella macchia. La fontana era il luogo del ritrovo. Colà egli aveva veduta al bagno quella Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli aveva fatta subire la metamorfosi nè la catastrofe di Atteone.Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a lui leggera e sorridente, mise un grido di giubilo e gli cadde nelle braccia.—Dolce donna!—esclamò Damiano, intenerito.—Ed io dovrei abbandonarti? spiccarmi da te? sacrificarti al Moloch dell'amicizia?—Che dice il mio signore?—domandò la bella selvaggia, fissando in lui i suoi grandi occhi d'indaco.—Nulla, nulla, Abarimataorib. Parlavo da me, nella lingua del mio paese. Nella tua lingua ti domanderò invece una cosa. Dimmi,taoribfra tutte letaorib; mi ami tu?—Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano, alzò le ciglia per mandargli di sbieco un'occhiata assassina, e gli disse sottovoce:—Ti amo.—Mi amerai sempre?—riprese Damiano.—Oh sempre, sempre!—rispose Abarima.—E tu?—Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai; [pg!227] sono stato creato per l'amore costante, eterno, immobile come la vôlta del cielo. Finchè sarà il sole lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo sciocchezze. Io non vivrò quanto il sole. Volevo dirti che ti amerò finchè i miei occhi vedranno il sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che il grande Spirito ci ha creati per l'amore. Senza l'amore si vive male; anzi, non si vive affatto. Si è stanchi, fiacchi, svogliati....—Che dice il mio signore?—domandò ancora Abarima.—Ah sì!—rispose Damiano.—Capisco che vada nel difficile, e non riesco più a farmi capire. Maledette lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi no, nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti tante belle cose! Pazienza, vediamo di girare la difficoltà che non si può superare. Abarimataorib!—soggiunse Damiano, ritornando alla lingua d'Haiti.—Uomini soli, senza donne, essere stanchi, non desiderare nulla, essere ammalati. Ma quando apparire bella donna, come Abarima, uomini subito ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in corpo. Ah, donne, donne! Sapere voi vostro potere sopra uomo! E ridere, ridere volentieri. Ridere bene, quando avere bella bocca come questa.—Abarima commentava il discorso tripolino del suo innamorato, ridendo veramente di gusto.—Hai capito, ora, birichina?—ripigliò Damiano, nella sua lingua nativa.—Vediamo un po' se capisci quest'altra. È la lingua universale.... e si parla da labbro a labbro.—Un colpettino leggero, ma pronto, come una zaffata di micio, colse Damiano sulla bocca protesa. Era uno scherzo, non prometteva più aspre difese, e Damiano lo ricevette con buona grazia da quella dolce manina.[pg!228]—Senti,—diss'egli, prendendo quella manina sotto il braccio e mettendosi in atto di passeggiare,—vorrei dirti una cosa importante. Tu sarai mia, non è vero? Tolteomec darà Abarima in moglie a Damiano?—Damianoada turey:—rispose Abarima.—Si sottintende;—rispose Damiano;—ed è una condizione invidiabile, quella di figlio del cielo, a patto che mi faccia ottenere la figlia di Tolteomec. Sappi dunque, Abarimataorib.... Vogliono mandarmi in Europa, laggiù, laggiù, dall'altra parte del mare.—Il gesto spiegava le parole che non erano riuscite abbastanza chiare alla bella selvaggia.—Azatlan!—esclamò ella, turbata.—Eh! diciamo pureAzatlan. Ma non è per me come una casa del diavolo? Io dunque ti dicevo, Abarima, che i figli del cielo ritorneranno laggiù.... nel brutto paese! E vogliono, che Damiano li segua nel brutto paese.—No, no!—diss'ella, stringendosi a lui; sbigottita.—Damiano restare in Haiti, casa Tolteomec.—E sposo ad Abarima, non è vero?—Damiano,—rispose ella,—Damiano èada turey.—E dàlli!—esclamò Damiano, seccato dalla ripetizione.—Non vorrei esser debitore dell'amor tuo a questa condizione privilegiata di figlio del cielo, che ho comune, del resto, con tante birbe matricolate.—Che dice il mio signore!—Niente, niente, Abarima taorib. Dico che tu sei una cara donnina, e che.... Ma senti! Vien qualcheduno.—Si udiva infatti un fruscìo di rami nel bosco. Abarima levò la fronte e tese l'orecchio.[pg!229]—Forse Tolteomec che ritorna da vedere i suoi campi di maiz;—diss'ella.—Ebbene, io ti lascio con lui;—rispose Damiano.—Temi tu di vederlo?—disse Abarima.—No, cara. Lo vedrò volentieri più tardi, nella giornata, quando potrò fargli una certa domanda. Ora, e appunto per te, appunto per quella domanda, vorrei vedere il signor almirante, il capo dei figli del cielo, che il diavolo se li porti.... fatte, s'intende, le debite eccezioni.—Che dice....—Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei esserlo già, Abarimataorib, il tuo signore, genero di Tolteomec, nipote di Guacanagari, erede del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare in quella desolazione dell'abominazione, che si chiama la vecchia, la decrepita Europa. Ora addio, cara; vado e ritorno.—Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso il prato. Giunto al limitare della macchia, si volse ancora, gittò il cenno di un bacio alla bella selvaggia, e senza attraversare il prato prese una scorciatoia tra i campi. Gli premeva di giungere alla fortezza e di trovare l'almirante, prima che questi ritornasse alla spiaggia.—Se non lo combino lassù,—diceva egli tra sè—lo vede Cosma prima di me, e mi guasta ogni cosa, con le sue alzate d'ingegno.—Per fortuna sua, l'almirante non era ancora partito dal poggio, su cui già era scavato il fosso e alzato l'argine della fortezza.—Siete qui, voi?—disse l'almirante a Damiano, come lo vide apparire sul ciglio della collina.—Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da solo a solo, se potete concedermi qualche minuto di tempo.[pg!230]—Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate notizie di laggiù?—No, si tratta di me.—Sarò felicissimo di ascoltarvi;—disse l'almirante, sorridendo benignamente al suo concittadino.E presolo per un braccio, lo condusse un po' più in là, dove non potessero i loro discorsi essere uditi dagli uomini che lavoravano all'argine.—Sentiamo che cosa avete a dirmi;—incominciò, per dargli coraggio.—Signore,—disse Damiano,—vi chiedo una grazia, che l'altro giorno mi avevate concessa.—Se io ve l'ho concessa, perchè me la chiedete ancora? Sarà piuttosto il caso di rammentarmela, se mai l'avessi dimenticata.—È giusto, perdonate. Ma sono tanto confuso! ed è così forte in me il desiderio di restare alla Spagnuola!—Ah sì.... ricordo;—disse l'almirante;—nel presidio della fortezza, in questo principio di colonia cristiana. Ma siete voi proprio risoluto? Non è un capriccio passeggero? Son cose gravi, e bisogna pensarci due volte.—Ci ho pensato, mio signore.—Ed anche avete pensato che voi potreste restare lungamente senza alcuna novella di noi? Rimanere alla Spagnuola, ritornare in Ispagna, sono due partiti egualmente pericolosi. Se noi non potessimo recar nuove della nostra scoperta in Europa, che sarebbe di questa colonia? Certo, varrà sempre meglio,—disse l'almirante,—esser vivi e sani in quest'isola, che sepolti negli abissi dell'Atlantico. Ma un troppo lungo soggiorno qui, senza novelle di casa, e nella incertezza dolorosa di non averne mai, potrebbe anche farvi pentire di una risoluzione come questa che voi mi accennate.[pg!231]—Signore, voi giungerete al lido di Castiglia e avrete il premio delle vostre fatiche. Iddio non vi ha condotto fin qua perchè sia vana l'impresa maravigliosa a cui vi aveva destinato. E non solo la Spagna, ma tutto il mondo cristiano saprà che voi avete lasciata qui una parte dei vostri.—Vi ascolti il cielo;—rispose l'almirante.—La vostra risoluzione è dunque irrevocabile?—Con vostra licenza, mio signore, sì;—disse Damiano.—E siate contento;—ripigliò l'almirante.—Poichè una colonia si fonda in quest'isola, è bene che ci sia qualcheduno di cui io possa maggiormente fidarmi. E di chi mi fiderei io veramente, se non di voi, o del vostro amico? Restate dunque, messer Damiano. Ma quale uffizio vi daremo noi qui?—Qualunque esso sia, lo accetterò di buon grado.—Bene; vi metteremo dunque per aiuto a Diego di Arana. Sappiate che il nostro capo di giustizia rimane volentieri. Egli stesso si è offerto, e la proposta sua mi ha levato da un grave impiccio. Lo Spagnuolo, per comandare a Spagnuoli, è dunque trovato. Così voi, messer Damiano, potrete rimanere suo primo uffiziale, senza dar gelosie.—Io vi ripeto, signore,—disse Damiano, gongolante di gioia,—qualunque uffizio, anche il più umile, mi basterebbe. Ma vedrò di tener degnamente quello che voi mi avete conferito. Ho dunque la vostra parola, che io resterò nella colonia?—L'avete;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma perchè dubitate?—Perchè.... vedete.... a voi non voglio tacer nulla.... Cosma, l'amico mio, si è messo in testa che io ritorni in Europa.—L'amicizia ha i suoi diritti, o le sue pretensioni;—disse l'almirante.—Potete cedere, potete [pg!232] resistere; ma dovete sempre intendere le ragioni che muovono un amico a consigliare in un modo, anzi che in un altro.—Le intendo, sì; ma gli è come se non le intendessi. Io amo restare a terra, per ora. Debbo io dirvi tutto, mio signore? Dopo aver corsa tant'acqua, non me la sento di correrne altrettanta. Quantunque Genovese, sono un marinaio.... d'acqua dolce.—Eh via! non vi calunniate;—disse Cristoforo Colombo, sorridendo.—Vi ho veduto alla prova, ed eravate invece dei buoni. Certo,e questo io l'avevo subito indovinato, voi non siete uomo d'albero; ma per gentiluomo di poppa, o d'arrembata, andreste benissimo. Dio sa quanti dei vostri vecchi, messer Damiano, han comandato galere!—A questo accenno non credette opportuno di rispondere quell'altro.—Voi dunque intendete la ragionevolezza del mio desiderio;—diss'egli.—Ed ancora ammetterete che qualche persona di garbo, capace di stringere buone relazioni con questi naturali, possa giovare.—Questo, poi, non solamente lo ammetto, ma lo desidero e lo spero. Una colonia come la nostra non potrebbe prosperare che a questi patti. Siamo venuti tra gente buona, degna di trovare amici e protettori, non padroni ed oppressori. Voi parlate secondo il mio pensiero, messer Damiano; ed io, non che concedervi di recare, mi rallegro che me lo abbiate domandato. È grazia che voi fate a me, non io a voi.—Damiano non capiva in sè dalla gioia. Se non fece un salto davanti al suo grande concittadino, mettete pure che gliene mancasse il coraggio, perchè la voglia c'era tutta, e vivissima.—Ed ora,—diss'egli dentro di sè,—mio caro [pg!233] Cosma, farai quel che ti pare; io non ho più paura di niente; sono ormeggiato in barba di micio.—Quella notte, per cansare le occasioni di discorrere con l'amico, Damiano si fermò con la squadra degli uomini che dormivano a terra. S'intende che andò a dare nella sera una capatina alla casa di Tolteomec.Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto all'uscio, in atto di prendere una boccata d'aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva parecchie di fumo da una foglia aromatica che teneva arrotolata ed accesa fra i denti: la foglia che sapete, e per cui si era rivoltato, a Cuba, lo stomaco del nostro Damiano.Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui con paterna amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco di Tolteomec, ma accettò qualche goccia di un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato dalla leggiadra Abarima. E lì, seduto anch'egli sul limitare della casa, stette a prendere il fresco; da prima beandosi negli occhi d'indaco della fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi di ammirare i contorni della sua graziosa persona. La scena era patriarcale; ma appunto perchè c'era il patriarca, e non accennava mai di andarsene, Damiano non fu contento della sua serata com'era stato contento della sua mattinata. Ed anche Abarima doveva sentire la differenza dal giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza, perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra le molte cose che disse, ci fu l'invito al figlio del cielo di passar la notte nella sua casa.—Una stoia non manca mai per il forestiero.—diss'egli.[pg!234]Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il patriarca era un buon diavolo.—Sii dunque il ben venuto;—soggiunse Tolteomec.—Noi faremo in modo che i tuoi sonni non siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà apprestata la stoia.—A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano, un po' seccato dalla troppa bontà dei patriarchi, doveva meditare quel proverbio per tutta la notte.Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno di camera per un ammalato, ed anche per uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto, nè basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero come i bambini lattanti. Ad ogni voltarsi di Damiano sulla stoia, si sentiva la sua voce sommessa che domandava dall'altro canto della stanza: «Che hai, figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi tu qualche cosa? La mia casa è tua. Sia con te il grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.Damiano mandò con tutta l'anima il suo ospite in un'altra casa, che non era neppur quella del grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa, non sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano si adattò a non muoversi più, e risolse di dormire. Rabbia impossente, stanchezza fisica, gioventù e sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.La mattina seguente si destò forse un po' più tardi dell'usato. E si capisce; non aveva intorno i compagni a far rumore, a guastargli il sonnellino d'oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso silenzio; era ospite il figlio del cielo, e il figlio del cielo dormiva; bisognava dunque andar tutti in [pg!235] punta di piedi, parlare a bassa voce, per non disturbare i sonni del figlio del cielo.E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano si alzò a sedere sulla stoia, e si fu strofinati gli occhi col dorso della mano, vide nella stanza, vigile custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec, il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano era trattato da principe; avrebbe avuto il torto, a dolersi; avrebbe dato prova di cattivo carattere.E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.—Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?—domandò Damiano a sè stesso.—Non c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui egli debba assistere, come uno della famiglia?—Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si provò ad interrogare il padrone di casa.—Tolteomec, lume dei savi,—gli disse,—tu ti prendi molta cura di me. Il mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.—È vero;—rispose Tolteomec.—Ma il gran sole è buono. Egli non mi avrebbe veduto volentieri [pg!236] in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella casa mia un figlio del cielo.—Ah sì, capisco;—disse Damiano.—Gli hai mandato a dire che io ero tuo ospite.—Così ho fatto,—rispose il vecchio, ridendo, come l'uomo che gode in cuor suo della propria intelligenza,—e Guacanagari se n'è mostrato contentissimo.—Grazie anche a lui!—conchiuse Damiano.—Voi siete i migliori tra gli uomini.—Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che quell'intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè:—Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una viltà, comperare la pace di un'ora con una confessione di questa fatta. E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti gliel'hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato, a far muso arcigno per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.—Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella perla dei padri, che un servo [pg!237] apparve nel prato, con una gran foglia di palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.—Devo partire;—diss'egli.—Il sole è già alto e sarà necessario ch'io vada.—Vai via?—chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili occasioni.—Sì,—rispose Tolteomec,—un buon padre deve invigilare la terra che dà il sostentamento alla famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il suo campo.—Ah, bene! e ti lodo;—disse allora Damiano, facilmente persuaso da quelle savie massime di economia domestica.—Andiamo dunque;—ripigliò Tolteomec.—Mi duole di lasciarti, figlio del cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare. Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.—Già!—disse Damiano.—Anch'io dovrò andare.... fra poco.—Ma dov'è quella cara figliuola?—soggiunse il patriarca.—Abarima! Abarima! Sarà alla fontana, m'immagino.—Lasciala stare; aspetterò, per salutarla—No, ella deve esser qua. Abarima!—La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana. La voce del padre la richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo padre.—Mia dolce figliuola!—mormorò il vecchio.—Amore di Tolteomec![pg!238]—E di tutti coloro che la vedono;—soggiunse Damiano, parendogli che in quel punto non disdicesse una frase galante.—Sì, bella e buona;—rispose il vecchio.—Ora io vi lascio. Tu, Abarima, offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più saporiti. Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia, sarò felice di vederlo alla mia tavola.—Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell'Argo, quell'Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.—Vieni,—diss'ella,—il pane di cassava ti attende.—Non ho fame;—rispose Damiano.—È caldo di questa mane, vieni;—ripetè la fanciulla.—Non ho fame, Abarima;—replicò Damiano.—Bene ho desiderio di guardarti negli occhi. Sai che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni,taoribAbarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev'essere una così grata frescura!—No,—disse Abarima,—ne son venuta or ora, e l'aria è troppo fredda, nel bosco. Restiamo qua, se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec. Il sole mi fa bene.—Il sole ti bacia;—disse Damiano, accostandosi, e involgendola tutta d'una sua languida occhiata.—Bacia tutti, il sole;—rispose Abarima, crollando il capo, come se non gradisse, o non intendesse la galanteria di Damiano.[pg!239]—Ho capito;—pensò egli, stizzito.—Oggi non è come ieri. La dolce Abarima non ha dormito bene, stanotte; fors'anche ha sognato uno scorpione, od altra bestia di mal augurio.—Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:—Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango in Haiti. La cosa è stata risoluta ieri. Resterò con la nostra gente, che difenderà questo popolo dalle incursioni dei feroci Caribi.—La fanciulla sgranò tanto d'occhi, sorrise e battè palma a palma, con atto di gioia infantile.—Vero?—diss'ella.—Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il capo dei figli del cielo mi ha data la sua promessa solenne, mettendo la sua mano nella mia.... così, come io faccio con te, Abarimataorib.—Lascia! tu stringi troppo forte;—disse Abarima, ridendo.—E le tue mani sono troppo ardenti.—Mani d'innamorato, mia cara.—Va,—disse Abarima,—va là in fondo al prato, e coglimi di quei fiori. Voglio farne una ghirlanda.—Non vuoi altro?—rispose Damiano.—Ti servo subito.—E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove incominciò a cogliere, a strappare quanti rami fioriti gli vennero alle mani.—Non tanti! non tanti!—gridò Abarima.—Basta così.—Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori e di foglie.—Per una ghirlanda son troppi;—disse la bella Haitiana, ricevendo il presente.—Butterai quelli che non ti serviranno;—rispose Damiano.—Purchè tu non butti via il mio cuore!—[pg!240]La capricciosa fanciulla finse di non aver udite le ultime parole del suo innamorato; e con molta gravità si diede a scegliere i tralci d'una specie di vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda, per innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto accanto a lei, contemplava, e contemplando aspettava.—Dunque,—disse Abarima, mentre seguitava il suo lavoro;—tu resti in Haiti. E chi sarà il capo dei figli del cielo?—Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia, quando alcuno trasgredisce le leggi.—Non lo conosco;—disse Abarima.—Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;—rispose Damiano.—È stato ospite di Guacanagari. È un uomo magro, lungo, con una barba nera nera.—Non sarai dunque tu, il capo?—ripigliò la fanciulla.—No, io sono.... troppo giovane;—disse Damiano.—Ma sarò il suo primo ufficiale; comanderò io, dopo di lui.—Non c'era male, per la sua età; ed Abarima mostrò di capire che Damiano diventava un personaggio importante nella colonia, anche restando al secondo posto.—Sarò tra gli uomini bianchi,—soggiungeva Damiano,—come Tolteomec fra gli abitanti di Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec, lume dei savi, il più ragguardevole capo di questa terra.—Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere la sua ghirlanda.—E il tuo amico,—diss'ella,—che posto avrà? il terzo o il quarto?—Il mio amico!—ripetè Damiano.—Chi sarebbe egli?[pg!241]—Cosma;—rispose Abarima.—Cosma!... lo conosci tu?—Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti nella casa di Tolteomec, quando per la prima volta sedevi alla nostra tavola?—È vero, sì, hai ragione;—disse Damiano.—Guardate che buona memoria, in questa bella testina! Ella ha ritenuto anche il nome del mio compagno. No,—soggiunse egli allora,—Cosma non resta in Haiti; Cosma ritornerà in Azatlan.—Male!—esclamò la fanciulla.—Gli amici buoni devono restare sempre uniti.—Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la voce della sua propria coscienza. E gli risuonò nel profondo dell'anima, e gli diede noia come tutti i suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.—Lo so,—diss'egli, contorcendosi un poco,—ma che ci vuoi fare, mia bella? Egli non ha per restare le stesse ragioni che ho io.—E quali sono le tue?—Veramente,—soggiunse Damiano,—si restringono ad una. Ti amo, e voglio averti mia. Consentirai tu al mio desiderio, Abarimataorib?—Tolteomec comanda;—rispose Abarima, chinando la fronte.—È giusto;—disse Damiano.—Parlerò quest'oggi a Tolteomec.—Non oggi, non oggi;—gridò prontamente Abarima.Damiano rimase un po' sconcertato, guardandola.—Non oggi?—ripetè.—Sia dunque domani.—No, non domani, non subito;—rispose Abarima sollecita.—Per dare la sua figlia ad un uomo, Tolteomec deve invocare il grande Spirito.[pg!242]—Ah!—disse Damiano.—È il grande Spirito che fa i matrimonii, nell'isola di Haiti?—Sì,—rispose Abarima.—Il grande Spirito sa tutto. Il grande Spirito solo può dire se l'unione di due creature deve essere felice.—È naturale, se egli sa tutto;—conchiuse Damiano, un pochettino umiliato.—E capisco che dovrò farmi divoto del grande Spirito, per ottenere il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri in terra, ai quali si possa parlare?—Abarima non intese la domanda. Parecchie cose non intendeva, nei discorsi di Damiano. E ciò accadeva molto facilmente, perchè non sempre Damiano aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o perchè, avendo pronta la parola, non gli veniva egualmente giusta la frase.—Basta,—diss'egli, conchiudendo,—vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita.—Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata altrove, si alzò e prese commiato.—Che dirò a Tolteomec?—domandò la fanciulla.—Che tu ritornerai per il pasto?—Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....—balbettò Damiano.—Tolteomec sarà contentissimo;—rispose Abarima.—Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;—conchiuse Damiano.—Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già—soggiunse egli, nel suo vernacolo,—son pazzo io a volere che una donna sia due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo.—[pg!243]Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva indossata.Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.—Ma bene, Cusqueia!—gli disse, rispondendo al suo saluto.—Chi ti ha vestito così nobilmente?—È stato Cosma;—rispose Cusqueia, facendosi bello.—Cosma!—esclamò Damiano, inarcando le ciglia.—Cosma, che ha due sole camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data una a te?—Cosma buono!—rispose Cusqueia.—Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la sua camicia..... di rispetto?—L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:—Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.—Ieri!—esclamò Damiano.—Ieri Cosma è disceso a terra?—Sì, Cosma disceso; Cosma salito albohiodi Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.—Strano!—mormorò Damiano.—Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di [pg!244] me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.—Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.—E tu?—diss'egli allora a Cusqueia.—Che cosa hai fatto?—Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.—Ah, bene!—borbottò Damiano;—Cosma vuol fare un gran profitto in breve ora.—Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui adempieva l'uffizio.—Buon giorno;—gli disse Damiano.Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.—Buon giorno;—gli rispose poi, adattandosi a [pg!245] quell'eccesso di cortesia, che veniva sei ore dopo la diana.—Che cos'è che mi ha detto Cusqueia?—riprese Damiano.—Tu impari la lingua di Haiti?—La imparo;—rispose Cosma, con breviloquenza spartana.—E perchè.... se è lecito saperlo?—Per due ragioni;—disse Cosma.—In primo luogo per legittimo desiderio d'istruirmi. E poi.... te l'ho a dire?—Dillo, in nome di Dio.—E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa dà noia anche a me.—Ah!—Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.—[pg!246]
Come andò che Cosma si risolvesse ad imparare la lingua di Haiti.
Damiano si era allontanato dal castello di prora, dove aveva avuto quella lunga ed aspra conversazione col suo concittadino ed amico. Ed anzi, veduto che l'almirante era sceso poc'anzi a terra, non volle rimanere a bordo neppur lui. Chiamata una delle tante piroghe di naturali, che si aggiravano sempre intorno alla caravella, ci saltò dentro e si fece trasportare alla riva. Quelli erano giorni di gran libertà! fuori delle ore di servizio, ognuno faceva il comodo suo. Damiano, del resto, era tra quelli che più particolarmente si occupavano di provvedere a tutto il bisognevole per la costruzione della fortezza. Niente, adunque, era più naturale del vederlo ritornare alla riva.
—Vedete che follia!—andava egli borbottando tra sè, mentre gl'Indiani vogavano lesti con le loro pagaie.—Vuol parlare all'almirante! Ah, gli parlerò io prima di te, all'almirante. Ma perchè questo capriccio di farmi ritornare laggiù? Se ci vuole andar lui, buon padrone; io non vedo la necessità d'imitarlo. È un fatto, sì, che io m'infiammo facilmente. [pg!224] Devo averci dello zolfo, nelle vene. Ma finalmente, si vive una volta sola: e quando si ritrova la donna che piace più dell'altre, sia pure in un'isola dell'Oceano, come in una gola dei patrii monti, perchè non ci si fermerebbe, come ci si ferma alla prima frasca, che promette di darvi il migliore della cantina? L'amicizia! L'amicizia! una gran parola, ma vuota!—
Damiano tossì, come se non potesse mandarla giù, si rivoltò sul sedile di poppa, e ripigliò il suo monologo:
—Non dico che non abbia potuto essere in altri tempi una bella cosa. Fors'anche era più utile, allora. Due amici erano due forze alleate, contro il nemico. E in tempi barbari, di guerra continua, un aiuto scambievole s'intendeva benissimo. Uno teneva ritto lo scudo; l'altro tendeva l'arco e aggiustava la mira. Si veniva ai ferri corti? Quello che aveva spacciato prima il suo nemico, si voltava con un manrovescio addosso al nemico del suo compagno. Una mano lavava l'altra, e tutt'e due il viso. Ma ora?... Ora si combatte in ordine serrato: l'amico è quello di destra, è quello di sinistra, e l'uno e l'altro ci son dati dal caso. Tutti si combatte per la bandiera, e quando la bombarda ha mandato il suo lampo e il suo fumo dalla bocca, tu non puoi col tuo scudo riparare l'amico da una nespola tanto fatta, che manda in pezzi ogni cosa che incontra. L'amicizia è ancora un buon sentimento, di stima, di cortesia, che ci prende, a ragione o a torto, per una persona anzi che per un'altra. Questione di piacerti più o meno una figura, un atto, una parola. Ma perchè questo sentimento nasce facilmente in noi, facilmente si spegne. O se non si spegne, non è neanche troppo forte e profondo. Se è un sentimento forte, diventa esclusivo, e allora addio roba! [pg!225] è la padronanza di un uomo sull'altro. Ed io, perbacco, non sarò mai lo schiavo di nessuno. Amici, sì, per una buona stretta di mano, per darci aiuto all'occasione, per raccontarci, i nostri amori, i nostri sogni, le nostre malinconie; ma fermi lì, con le pretensioni bislacche, i voglio e i non voglio che fanno salire la mosca al naso!—
Il monologo finì, come potete immaginarvi, con l'arrivo della piroga alla spiaggia. Damiano balzò dalla piroga sul greto, e si avviò per la costiera al villaggio. Arrivato sulla gran piazza, non poteva trattenersi dal volgere un'occhiata ad una certa casa sulla sua sinistra; un'occhiata di saluto, di adorazione e di desiderio. Le mura che accolgono la donna amata sono sempre il centro dell'universo per noi. Questa è il cardine inconcusso d'ogni scienza, geografica, cosmografica, astronomica. I dotti che la pensano diversamente, sono pregati di andarsi a riporre.
—Dolce donna!—mormorò Damiano, attraversando la piazza.—Se tu sapessi quello che io soffro per te! Vogliono portarmi via, capisci? portarmi via, strapparmi da quest'isola di Citèra, dove io ho risoluto di finire i miei giorni.—
Mentre così parlava, e teneva gli occhi fissi sulla casa di Tolteomec, una figura di donna apparve sulla loggia, in mezzo al verde intreccio delle piante rampicanti. La riconobbe subito, quantunque egli non avesse gli occhi del suo concittadino Cosma; era Abarima, la pèsca di Haiti, più appariscente che mai, più che mai deliziosa.
Anch'essa aveva riconosciuto Damiano, poichè, affacciatasi al parapetto di legno, stendeva il braccio verso di lui, facendogli cenno con la mano, e invitandolo ad accostarsi.
Damiano non si fece pregare. Andò, corse sotto [pg!226] alla loggia. Abarima gli sorrideva; Abarima gli rendeva col sommo delle dita il bacio che egli le aveva scoccato in quella medesima forma. E appena egli fu abbastanza vicino, gli gittò queste parole:
—Damiano, laggiù, nel bosco; vengo subito a te.—
Il nostro Damiano sapeva già tanto di lingua Haitiana per capire quelle parole, e delle altre ancora. Se anche non le avesse capite, il gesto gliele avrebbe spiegate a puntino.
Rasentò la casa, riuscì sulla prateria, e in quattro salti fu nella macchia. La fontana era il luogo del ritrovo. Colà egli aveva veduta al bagno quella Diana del Nuovo Mondo, e la bella dea non gli aveva fatta subire la metamorfosi nè la catastrofe di Atteone.
Abarima fu pronta a seguirlo nel verde. Venne a lui leggera e sorridente, mise un grido di giubilo e gli cadde nelle braccia.
—Dolce donna!—esclamò Damiano, intenerito.—Ed io dovrei abbandonarti? spiccarmi da te? sacrificarti al Moloch dell'amicizia?
—Che dice il mio signore?—domandò la bella selvaggia, fissando in lui i suoi grandi occhi d'indaco.
—Nulla, nulla, Abarimataorib. Parlavo da me, nella lingua del mio paese. Nella tua lingua ti domanderò invece una cosa. Dimmi,taoribfra tutte letaorib; mi ami tu?—
Abarima chinò la guancia sul petto di Damiano, alzò le ciglia per mandargli di sbieco un'occhiata assassina, e gli disse sottovoce:
—Ti amo.
—Mi amerai sempre?—riprese Damiano.
—Oh sempre, sempre!—rispose Abarima.—E tu?
—Io, cara, fino alla morte. Son fatto così, sai; [pg!227] sono stato creato per l'amore costante, eterno, immobile come la vôlta del cielo. Finchè sarà il sole lassù, il mio cuore ti amerà.... Cioè, non diciamo sciocchezze. Io non vivrò quanto il sole. Volevo dirti che ti amerò finchè i miei occhi vedranno il sole, o la luna e le stelle. Bambina dolce, tu sai che il grande Spirito ci ha creati per l'amore. Senza l'amore si vive male; anzi, non si vive affatto. Si è stanchi, fiacchi, svogliati....
—Che dice il mio signore?—domandò ancora Abarima.
—Ah sì!—rispose Damiano.—Capisco che vada nel difficile, e non riesco più a farmi capire. Maledette lingue straniere! Se fossi nei panni, anzi no, nella pelle di quello stupido Cusqueia, potrei dirti tante belle cose! Pazienza, vediamo di girare la difficoltà che non si può superare. Abarimataorib!—soggiunse Damiano, ritornando alla lingua d'Haiti.—Uomini soli, senza donne, essere stanchi, non desiderare nulla, essere ammalati. Ma quando apparire bella donna, come Abarima, uomini subito ridere, saltare, ballare, come avere buon liquore in corpo. Ah, donne, donne! Sapere voi vostro potere sopra uomo! E ridere, ridere volentieri. Ridere bene, quando avere bella bocca come questa.—
Abarima commentava il discorso tripolino del suo innamorato, ridendo veramente di gusto.
—Hai capito, ora, birichina?—ripigliò Damiano, nella sua lingua nativa.—Vediamo un po' se capisci quest'altra. È la lingua universale.... e si parla da labbro a labbro.—
Un colpettino leggero, ma pronto, come una zaffata di micio, colse Damiano sulla bocca protesa. Era uno scherzo, non prometteva più aspre difese, e Damiano lo ricevette con buona grazia da quella dolce manina.
[pg!228]
—Senti,—diss'egli, prendendo quella manina sotto il braccio e mettendosi in atto di passeggiare,—vorrei dirti una cosa importante. Tu sarai mia, non è vero? Tolteomec darà Abarima in moglie a Damiano?
—Damianoada turey:—rispose Abarima.
—Si sottintende;—rispose Damiano;—ed è una condizione invidiabile, quella di figlio del cielo, a patto che mi faccia ottenere la figlia di Tolteomec. Sappi dunque, Abarimataorib.... Vogliono mandarmi in Europa, laggiù, laggiù, dall'altra parte del mare.—
Il gesto spiegava le parole che non erano riuscite abbastanza chiare alla bella selvaggia.
—Azatlan!—esclamò ella, turbata.
—Eh! diciamo pureAzatlan. Ma non è per me come una casa del diavolo? Io dunque ti dicevo, Abarima, che i figli del cielo ritorneranno laggiù.... nel brutto paese! E vogliono, che Damiano li segua nel brutto paese.
—No, no!—diss'ella, stringendosi a lui; sbigottita.—Damiano restare in Haiti, casa Tolteomec.
—E sposo ad Abarima, non è vero?
—Damiano,—rispose ella,—Damiano èada turey.
—E dàlli!—esclamò Damiano, seccato dalla ripetizione.—Non vorrei esser debitore dell'amor tuo a questa condizione privilegiata di figlio del cielo, che ho comune, del resto, con tante birbe matricolate.
—Che dice il mio signore!
—Niente, niente, Abarima taorib. Dico che tu sei una cara donnina, e che.... Ma senti! Vien qualcheduno.—
Si udiva infatti un fruscìo di rami nel bosco. Abarima levò la fronte e tese l'orecchio.
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—Forse Tolteomec che ritorna da vedere i suoi campi di maiz;—diss'ella.
—Ebbene, io ti lascio con lui;—rispose Damiano.
—Temi tu di vederlo?—disse Abarima.
—No, cara. Lo vedrò volentieri più tardi, nella giornata, quando potrò fargli una certa domanda. Ora, e appunto per te, appunto per quella domanda, vorrei vedere il signor almirante, il capo dei figli del cielo, che il diavolo se li porti.... fatte, s'intende, le debite eccezioni.
—Che dice....
—Sì, ho capito «Che dice il mio signore?» Vorrei esserlo già, Abarimataorib, il tuo signore, genero di Tolteomec, nipote di Guacanagari, erede del trono di Haiti, e non più condannato a ritornare in quella desolazione dell'abominazione, che si chiama la vecchia, la decrepita Europa. Ora addio, cara; vado e ritorno.—
Così dicendo, Damiano si mosse per andare verso il prato. Giunto al limitare della macchia, si volse ancora, gittò il cenno di un bacio alla bella selvaggia, e senza attraversare il prato prese una scorciatoia tra i campi. Gli premeva di giungere alla fortezza e di trovare l'almirante, prima che questi ritornasse alla spiaggia.
—Se non lo combino lassù,—diceva egli tra sè—lo vede Cosma prima di me, e mi guasta ogni cosa, con le sue alzate d'ingegno.—
Per fortuna sua, l'almirante non era ancora partito dal poggio, su cui già era scavato il fosso e alzato l'argine della fortezza.
—Siete qui, voi?—disse l'almirante a Damiano, come lo vide apparire sul ciglio della collina.
—Sì, messere, e molto desideroso di parlarvi, da solo a solo, se potete concedermi qualche minuto di tempo.
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—Tutto il tempo che vorrete, mio caro. Portate notizie di laggiù?
—No, si tratta di me.
—Sarò felicissimo di ascoltarvi;—disse l'almirante, sorridendo benignamente al suo concittadino.
E presolo per un braccio, lo condusse un po' più in là, dove non potessero i loro discorsi essere uditi dagli uomini che lavoravano all'argine.
—Sentiamo che cosa avete a dirmi;—incominciò, per dargli coraggio.
—Signore,—disse Damiano,—vi chiedo una grazia, che l'altro giorno mi avevate concessa.
—Se io ve l'ho concessa, perchè me la chiedete ancora? Sarà piuttosto il caso di rammentarmela, se mai l'avessi dimenticata.
—È giusto, perdonate. Ma sono tanto confuso! ed è così forte in me il desiderio di restare alla Spagnuola!
—Ah sì.... ricordo;—disse l'almirante;—nel presidio della fortezza, in questo principio di colonia cristiana. Ma siete voi proprio risoluto? Non è un capriccio passeggero? Son cose gravi, e bisogna pensarci due volte.
—Ci ho pensato, mio signore.
—Ed anche avete pensato che voi potreste restare lungamente senza alcuna novella di noi? Rimanere alla Spagnuola, ritornare in Ispagna, sono due partiti egualmente pericolosi. Se noi non potessimo recar nuove della nostra scoperta in Europa, che sarebbe di questa colonia? Certo, varrà sempre meglio,—disse l'almirante,—esser vivi e sani in quest'isola, che sepolti negli abissi dell'Atlantico. Ma un troppo lungo soggiorno qui, senza novelle di casa, e nella incertezza dolorosa di non averne mai, potrebbe anche farvi pentire di una risoluzione come questa che voi mi accennate.
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—Signore, voi giungerete al lido di Castiglia e avrete il premio delle vostre fatiche. Iddio non vi ha condotto fin qua perchè sia vana l'impresa maravigliosa a cui vi aveva destinato. E non solo la Spagna, ma tutto il mondo cristiano saprà che voi avete lasciata qui una parte dei vostri.
—Vi ascolti il cielo;—rispose l'almirante.—La vostra risoluzione è dunque irrevocabile?
—Con vostra licenza, mio signore, sì;—disse Damiano.
—E siate contento;—ripigliò l'almirante.—Poichè una colonia si fonda in quest'isola, è bene che ci sia qualcheduno di cui io possa maggiormente fidarmi. E di chi mi fiderei io veramente, se non di voi, o del vostro amico? Restate dunque, messer Damiano. Ma quale uffizio vi daremo noi qui?
—Qualunque esso sia, lo accetterò di buon grado.
—Bene; vi metteremo dunque per aiuto a Diego di Arana. Sappiate che il nostro capo di giustizia rimane volentieri. Egli stesso si è offerto, e la proposta sua mi ha levato da un grave impiccio. Lo Spagnuolo, per comandare a Spagnuoli, è dunque trovato. Così voi, messer Damiano, potrete rimanere suo primo uffiziale, senza dar gelosie.
—Io vi ripeto, signore,—disse Damiano, gongolante di gioia,—qualunque uffizio, anche il più umile, mi basterebbe. Ma vedrò di tener degnamente quello che voi mi avete conferito. Ho dunque la vostra parola, che io resterò nella colonia?
—L'avete;—rispose Cristoforo Colombo.—Ma perchè dubitate?
—Perchè.... vedete.... a voi non voglio tacer nulla.... Cosma, l'amico mio, si è messo in testa che io ritorni in Europa.
—L'amicizia ha i suoi diritti, o le sue pretensioni;—disse l'almirante.—Potete cedere, potete [pg!232] resistere; ma dovete sempre intendere le ragioni che muovono un amico a consigliare in un modo, anzi che in un altro.
—Le intendo, sì; ma gli è come se non le intendessi. Io amo restare a terra, per ora. Debbo io dirvi tutto, mio signore? Dopo aver corsa tant'acqua, non me la sento di correrne altrettanta. Quantunque Genovese, sono un marinaio.... d'acqua dolce.
—Eh via! non vi calunniate;—disse Cristoforo Colombo, sorridendo.—Vi ho veduto alla prova, ed eravate invece dei buoni. Certo,e questo io l'avevo subito indovinato, voi non siete uomo d'albero; ma per gentiluomo di poppa, o d'arrembata, andreste benissimo. Dio sa quanti dei vostri vecchi, messer Damiano, han comandato galere!—
A questo accenno non credette opportuno di rispondere quell'altro.
—Voi dunque intendete la ragionevolezza del mio desiderio;—diss'egli.—Ed ancora ammetterete che qualche persona di garbo, capace di stringere buone relazioni con questi naturali, possa giovare.
—Questo, poi, non solamente lo ammetto, ma lo desidero e lo spero. Una colonia come la nostra non potrebbe prosperare che a questi patti. Siamo venuti tra gente buona, degna di trovare amici e protettori, non padroni ed oppressori. Voi parlate secondo il mio pensiero, messer Damiano; ed io, non che concedervi di recare, mi rallegro che me lo abbiate domandato. È grazia che voi fate a me, non io a voi.—
Damiano non capiva in sè dalla gioia. Se non fece un salto davanti al suo grande concittadino, mettete pure che gliene mancasse il coraggio, perchè la voglia c'era tutta, e vivissima.
—Ed ora,—diss'egli dentro di sè,—mio caro [pg!233] Cosma, farai quel che ti pare; io non ho più paura di niente; sono ormeggiato in barba di micio.—
Quella notte, per cansare le occasioni di discorrere con l'amico, Damiano si fermò con la squadra degli uomini che dormivano a terra. S'intende che andò a dare nella sera una capatina alla casa di Tolteomec.
Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto all'uscio, in atto di prendere una boccata d'aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva parecchie di fumo da una foglia aromatica che teneva arrotolata ed accesa fra i denti: la foglia che sapete, e per cui si era rivoltato, a Cuba, lo stomaco del nostro Damiano.
Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui con paterna amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco di Tolteomec, ma accettò qualche goccia di un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato dalla leggiadra Abarima. E lì, seduto anch'egli sul limitare della casa, stette a prendere il fresco; da prima beandosi negli occhi d'indaco della fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi di ammirare i contorni della sua graziosa persona. La scena era patriarcale; ma appunto perchè c'era il patriarca, e non accennava mai di andarsene, Damiano non fu contento della sua serata com'era stato contento della sua mattinata. Ed anche Abarima doveva sentire la differenza dal giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza, perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.
Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra le molte cose che disse, ci fu l'invito al figlio del cielo di passar la notte nella sua casa.
—Una stoia non manca mai per il forestiero.—diss'egli.
[pg!234]
Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il patriarca era un buon diavolo.
—Sii dunque il ben venuto;—soggiunse Tolteomec.—Noi faremo in modo che i tuoi sonni non siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà apprestata la stoia.—
A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano, un po' seccato dalla troppa bontà dei patriarchi, doveva meditare quel proverbio per tutta la notte.
Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno di camera per un ammalato, ed anche per uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto, nè basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero come i bambini lattanti. Ad ogni voltarsi di Damiano sulla stoia, si sentiva la sua voce sommessa che domandava dall'altro canto della stanza: «Che hai, figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi tu qualche cosa? La mia casa è tua. Sia con te il grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.
Damiano mandò con tutta l'anima il suo ospite in un'altra casa, che non era neppur quella del grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa, non sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano si adattò a non muoversi più, e risolse di dormire. Rabbia impossente, stanchezza fisica, gioventù e sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.
La mattina seguente si destò forse un po' più tardi dell'usato. E si capisce; non aveva intorno i compagni a far rumore, a guastargli il sonnellino d'oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso silenzio; era ospite il figlio del cielo, e il figlio del cielo dormiva; bisognava dunque andar tutti in [pg!235] punta di piedi, parlare a bassa voce, per non disturbare i sonni del figlio del cielo.
E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano si alzò a sedere sulla stoia, e si fu strofinati gli occhi col dorso della mano, vide nella stanza, vigile custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec, il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano era trattato da principe; avrebbe avuto il torto, a dolersi; avrebbe dato prova di cattivo carattere.
E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.
Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.
—Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?—domandò Damiano a sè stesso.—Non c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui egli debba assistere, come uno della famiglia?—
Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si provò ad interrogare il padrone di casa.
—Tolteomec, lume dei savi,—gli disse,—tu ti prendi molta cura di me. Il mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.
—È vero;—rispose Tolteomec.—Ma il gran sole è buono. Egli non mi avrebbe veduto volentieri [pg!236] in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella casa mia un figlio del cielo.
—Ah sì, capisco;—disse Damiano.—Gli hai mandato a dire che io ero tuo ospite.
—Così ho fatto,—rispose il vecchio, ridendo, come l'uomo che gode in cuor suo della propria intelligenza,—e Guacanagari se n'è mostrato contentissimo.
—Grazie anche a lui!—conchiuse Damiano.—Voi siete i migliori tra gli uomini.—
Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che quell'intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè:
—Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una viltà, comperare la pace di un'ora con una confessione di questa fatta. E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti gliel'hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato, a far muso arcigno per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.—
Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella perla dei padri, che un servo [pg!237] apparve nel prato, con una gran foglia di palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.
—Devo partire;—diss'egli.—Il sole è già alto e sarà necessario ch'io vada.
—Vai via?—chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili occasioni.
—Sì,—rispose Tolteomec,—un buon padre deve invigilare la terra che dà il sostentamento alla famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il suo campo.
—Ah, bene! e ti lodo;—disse allora Damiano, facilmente persuaso da quelle savie massime di economia domestica.
—Andiamo dunque;—ripigliò Tolteomec.—Mi duole di lasciarti, figlio del cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare. Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.
—Già!—disse Damiano.—Anch'io dovrò andare.... fra poco.
—Ma dov'è quella cara figliuola?—soggiunse il patriarca.—Abarima! Abarima! Sarà alla fontana, m'immagino.
—Lasciala stare; aspetterò, per salutarla
—No, ella deve esser qua. Abarima!—
La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana. La voce del padre la richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo padre.
—Mia dolce figliuola!—mormorò il vecchio.—Amore di Tolteomec!
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—E di tutti coloro che la vedono;—soggiunse Damiano, parendogli che in quel punto non disdicesse una frase galante.
—Sì, bella e buona;—rispose il vecchio.—Ora io vi lascio. Tu, Abarima, offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più saporiti. Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia, sarò felice di vederlo alla mia tavola.—
Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell'Argo, quell'Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.
Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.
—Vieni,—diss'ella,—il pane di cassava ti attende.
—Non ho fame;—rispose Damiano.
—È caldo di questa mane, vieni;—ripetè la fanciulla.
—Non ho fame, Abarima;—replicò Damiano.—Bene ho desiderio di guardarti negli occhi. Sai che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni,taoribAbarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev'essere una così grata frescura!
—No,—disse Abarima,—ne son venuta or ora, e l'aria è troppo fredda, nel bosco. Restiamo qua, se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec. Il sole mi fa bene.
—Il sole ti bacia;—disse Damiano, accostandosi, e involgendola tutta d'una sua languida occhiata.
—Bacia tutti, il sole;—rispose Abarima, crollando il capo, come se non gradisse, o non intendesse la galanteria di Damiano.
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—Ho capito;—pensò egli, stizzito.—Oggi non è come ieri. La dolce Abarima non ha dormito bene, stanotte; fors'anche ha sognato uno scorpione, od altra bestia di mal augurio.—
Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:
—Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango in Haiti. La cosa è stata risoluta ieri. Resterò con la nostra gente, che difenderà questo popolo dalle incursioni dei feroci Caribi.—
La fanciulla sgranò tanto d'occhi, sorrise e battè palma a palma, con atto di gioia infantile.
—Vero?—diss'ella.
—Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il capo dei figli del cielo mi ha data la sua promessa solenne, mettendo la sua mano nella mia.... così, come io faccio con te, Abarimataorib.
—Lascia! tu stringi troppo forte;—disse Abarima, ridendo.—E le tue mani sono troppo ardenti.
—Mani d'innamorato, mia cara.
—Va,—disse Abarima,—va là in fondo al prato, e coglimi di quei fiori. Voglio farne una ghirlanda.
—Non vuoi altro?—rispose Damiano.—Ti servo subito.—
E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove incominciò a cogliere, a strappare quanti rami fioriti gli vennero alle mani.
—Non tanti! non tanti!—gridò Abarima.—Basta così.—
Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori e di foglie.
—Per una ghirlanda son troppi;—disse la bella Haitiana, ricevendo il presente.
—Butterai quelli che non ti serviranno;—rispose Damiano.—Purchè tu non butti via il mio cuore!—
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La capricciosa fanciulla finse di non aver udite le ultime parole del suo innamorato; e con molta gravità si diede a scegliere i tralci d'una specie di vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda, per innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto accanto a lei, contemplava, e contemplando aspettava.
—Dunque,—disse Abarima, mentre seguitava il suo lavoro;—tu resti in Haiti. E chi sarà il capo dei figli del cielo?
—Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia, quando alcuno trasgredisce le leggi.
—Non lo conosco;—disse Abarima.
—Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;—rispose Damiano.—È stato ospite di Guacanagari. È un uomo magro, lungo, con una barba nera nera.
—Non sarai dunque tu, il capo?—ripigliò la fanciulla.
—No, io sono.... troppo giovane;—disse Damiano.—Ma sarò il suo primo ufficiale; comanderò io, dopo di lui.—
Non c'era male, per la sua età; ed Abarima mostrò di capire che Damiano diventava un personaggio importante nella colonia, anche restando al secondo posto.
—Sarò tra gli uomini bianchi,—soggiungeva Damiano,—come Tolteomec fra gli abitanti di Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec, lume dei savi, il più ragguardevole capo di questa terra.—
Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere la sua ghirlanda.
—E il tuo amico,—diss'ella,—che posto avrà? il terzo o il quarto?
—Il mio amico!—ripetè Damiano.—Chi sarebbe egli?
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—Cosma;—rispose Abarima.
—Cosma!... lo conosci tu?
—Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti nella casa di Tolteomec, quando per la prima volta sedevi alla nostra tavola?
—È vero, sì, hai ragione;—disse Damiano.—Guardate che buona memoria, in questa bella testina! Ella ha ritenuto anche il nome del mio compagno. No,—soggiunse egli allora,—Cosma non resta in Haiti; Cosma ritornerà in Azatlan.
—Male!—esclamò la fanciulla.—Gli amici buoni devono restare sempre uniti.—
Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la voce della sua propria coscienza. E gli risuonò nel profondo dell'anima, e gli diede noia come tutti i suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.
—Lo so,—diss'egli, contorcendosi un poco,—ma che ci vuoi fare, mia bella? Egli non ha per restare le stesse ragioni che ho io.
—E quali sono le tue?
—Veramente,—soggiunse Damiano,—si restringono ad una. Ti amo, e voglio averti mia. Consentirai tu al mio desiderio, Abarimataorib?
—Tolteomec comanda;—rispose Abarima, chinando la fronte.
—È giusto;—disse Damiano.—Parlerò quest'oggi a Tolteomec.
—Non oggi, non oggi;—gridò prontamente Abarima.
Damiano rimase un po' sconcertato, guardandola.
—Non oggi?—ripetè.—Sia dunque domani.
—No, non domani, non subito;—rispose Abarima sollecita.—Per dare la sua figlia ad un uomo, Tolteomec deve invocare il grande Spirito.
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—Ah!—disse Damiano.—È il grande Spirito che fa i matrimonii, nell'isola di Haiti?
—Sì,—rispose Abarima.—Il grande Spirito sa tutto. Il grande Spirito solo può dire se l'unione di due creature deve essere felice.
—È naturale, se egli sa tutto;—conchiuse Damiano, un pochettino umiliato.—E capisco che dovrò farmi divoto del grande Spirito, per ottenere il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri in terra, ai quali si possa parlare?—
Abarima non intese la domanda. Parecchie cose non intendeva, nei discorsi di Damiano. E ciò accadeva molto facilmente, perchè non sempre Damiano aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o perchè, avendo pronta la parola, non gli veniva egualmente giusta la frase.
—Basta,—diss'egli, conchiudendo,—vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita.—
Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata altrove, si alzò e prese commiato.
—Che dirò a Tolteomec?—domandò la fanciulla.—Che tu ritornerai per il pasto?
—Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....—balbettò Damiano.
—Tolteomec sarà contentissimo;—rispose Abarima.
—Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;—conchiuse Damiano.—Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già—soggiunse egli, nel suo vernacolo,—son pazzo io a volere che una donna sia due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo.—
[pg!243]
Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva indossata.
Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.
—Ma bene, Cusqueia!—gli disse, rispondendo al suo saluto.—Chi ti ha vestito così nobilmente?
—È stato Cosma;—rispose Cusqueia, facendosi bello.
—Cosma!—esclamò Damiano, inarcando le ciglia.—Cosma, che ha due sole camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data una a te?
—Cosma buono!—rispose Cusqueia.
—Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la sua camicia..... di rispetto?—
L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:
—Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.
—Ieri!—esclamò Damiano.—Ieri Cosma è disceso a terra?
—Sì, Cosma disceso; Cosma salito albohiodi Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.
—Strano!—mormorò Damiano.—Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di [pg!244] me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.—
Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.
—E tu?—diss'egli allora a Cusqueia.—Che cosa hai fatto?
—Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.
—Ah, bene!—borbottò Damiano;—Cosma vuol fare un gran profitto in breve ora.—
Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.
Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui adempieva l'uffizio.
—Buon giorno;—gli disse Damiano.
Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.
—Buon giorno;—gli rispose poi, adattandosi a [pg!245] quell'eccesso di cortesia, che veniva sei ore dopo la diana.
—Che cos'è che mi ha detto Cusqueia?—riprese Damiano.—Tu impari la lingua di Haiti?
—La imparo;—rispose Cosma, con breviloquenza spartana.
—E perchè.... se è lecito saperlo?
—Per due ragioni;—disse Cosma.—In primo luogo per legittimo desiderio d'istruirmi. E poi.... te l'ho a dire?
—Dillo, in nome di Dio.
—E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa dà noia anche a me.
—Ah!
—Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.—
[pg!246]