Capitolo XVI.Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò con la bocca amara, la lingua impacciata e una sete da cani, è un dirvi ciò che avrete immaginato, sapendo in che condizione fosse andato, o, meglio, fosse stato portato a dormire. Questa è la storia di tutte le.... come chiamarle?... quando sono state solenni. Ma al nostro Damiano, svegliandosi, parve ancora di essere nella sera antecedente; poichè, aprendo gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno, o son desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè stesso, come un personaggio da tragedia. Ma le tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo delle italiane), poichè laSofonisbadi Galeotto del Carretto doveva aspettare ancora dieci anni, e quella di Gian Giorgio Trissino ventidue.—Come?—diss'egli, invece.—Ancora qui?—Ancora, e sempre;—rispose Cosma.—Sempre? A terra ti aspetteranno.—Lasciali aspettare.—E, quanto a me....—disse Damiano, sbadigliando e stiracchiandosi le membra,—possono [pg!302] far questo ed altro; ma forse non si deve partire, prima di notte?—Spero bene;—rispose l'amico;—ma di qui a notte, c'è tutta la giornata.—Che cosa vuoi tu dire?—Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente dodici ore, e che siamo all'alba del 3 di gennaio.—Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?—Sembra;—disse Cosma;—forse per dare a molti dei nostri compagni un riposo di cui il banchetto di Guacanagari faceva sentire il bisogno.—Ho capito;—rispose Damiano, sorridendo;—tutti cotti come monne?...—E come te, dolce amico.—Non me ne parlare! devo essere stato assai brutto.—Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho veduti dei più brutti.—Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,—disse Damiano.—Te ne ringrazio dal profondo dell'anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?—Matto!—mormorò Cosma.—Perchè?—rispose Damiano.—Non devi tu restare in Haiti?—Matto!—replicò l'amico, con accento tra canzonatorio e compassionevole.—Matto!—esclamò Damiano.—Ieri, se mi rammento bene, tu mi hai detto sciocco. Oggi mi dai del matto. Non potresti scegliere?—Non c'è da scegliere;—rispose quell'altro.—Matto e sciocco ad un tempo. O che? credevi tu che io fossi capace di lasciar te, come tu eri capace di lasciar me?—Io....—balbettò Damiano.—Io ero in un caso diverso.[pg!303]—Si, difatti,—rispose Cosma,—tu avevi preso una ubbriacatura più che solenne, e non di bevanda. Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio povero Damiano; e un po' peggio che non ti svegli oggi da questa. Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio restare in Haiti, pensa di aver sognato; e svegliati, e non se ne parli più.—È presto detto: non se ne parli più! L'almirante.... non ti aveva parlato?—Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu devi sapere. Ed io ho ricusata l'offerta.—Egli non me ne ha detto nulla!—Lo credo, io stesso l'avevo pregato di non dirti nulla. Per contro,—soggiunse Cosma,—gli ho detto tutto, io, dall'afino allazeta. Povero grand'uomo! egli ride tanto raramente! Ma ieri l'altro ha riso veramente di cuore.—Alle mie spalle!—mormorò Damiano.—Volevi che ridesse alle mie?—ribattè Cosma.—Io non ho fatto nulla.—Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il tuo madrigale alla bella selvaggia.—Madrigali! io? Sai che non so far versi.—Mettiamo che non fosse un madrigale in versi; l'avrai fatto in prosa. E sarai stato gradito egualmente. Con quei capelli biondi, che strappano i cuori!—E dàlli, coi miei capelli biondi!—balbettò Cosma.—Vuoi tu che me li faccia tagliare? Ti servo subito.—Sì bravo!—replicò Damiano.—Perchè se ne faccia una costellazione, come della chioma di Berenice!—Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in istile agro dolce, all'ombra del gavone di prora, un rumore di voci giungeva dalla coperta. Non erano [pg!304] le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra di bordo; era un gridìo confuso, che in certo punto pareva un alterco.—Che è ciò?—disse Cosma, tendendo l'orecchio.—Selvaggi? Mi par di riconoscere delle voci Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul punto che si devono salpare le áncore?—Verranno per darci l'addio;—rispose Damiano.—Cioè, intendiamoci, per darlo a qualcuno dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a bordo, è naturale che Abarima venga a darti un ultimo amplesso.—Finiscila!—gridò Cosma, alzando le spalle.—Sarebbe il primo, se mai.—Giuralo.—Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non le ho detto una parola.—Che? come? non le hai neanche parlato?—No davvero.—Non l'hai veduta?—Sì, l'ho veduta.... e nient'altro.—Ho capito,—disse Damiano;—s'è innamorata a volo.—O stando ferma al suo posto,—rispose Cosma, ridendo,—come io ero fermo al mio. Ma che ti salta in mente di credere? Io ho inventata la risoluzione di restare in Haiti, vedendo che ci volevi restar tu, per fare una sciocchezza; e l'ho inventata, nella speranza di farti mutare opinione.—E l'ho mutata, ma non per la tua invenzione;—rispose Damiano.—L'ho mutata perchè quella capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma, non sapendo più parlare che di Cosma.... e di Cosmataorib. Mi capisci? di Cosmataorib. Spero bene che tu conoscerai il significato di questo maledetto aggettivo.[pg!305]—Mio caro,—disse Cosma, arrossendo come una fanciulla,—che cosa ti posso dir io? Contro ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò sembrato....taorib. Ma una cosa è certa, e tu la puoi credere: che io non le ho detto una parola.—In quel punto capitò sull'uscio del gavone di prora Bartolomeo Roldan, terzo pilota dellaNina.—Cosma e Damiano!—diss'egli.—Siamo qua;—rispose Cosma.—Che cosa comandate?—Il signor almirante vi domanda.—Tutti e due?—disse Cosma.—Tutti e due, subito, a poppa;—rispose il pilota.Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed anche per andarsene alle sue faccende.—Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?—disse Damiano.—Se non chiamasse che me, capirei; vorrebb'essere una ramanzina, per quella cotta di ieri. Ma tutti e due!...—Per saperlo,—disse Cosma,—sarà meglio che andiamo.—È giusto, e tu parli come un libro;—rispose Damiano, saltando dal suo rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po' vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito. L'equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l'aria aperta lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor almirante.Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di poppa. Là dentro c'era posto [pg!306] solamente per lui e per un tavolino, su cui l'almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di bordo. Quella volta c'era un personaggio di più; non fu senza meraviglia che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa materna.L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse egli da loro.—Messeri,—incominciò l'almirante,—una fanciulla del villaggio di Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?—Da noi, signor almirante?—gridò Cosma, levando la fronte.—Noi non abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo imbarcati prima di voi.—È vero, questo; vi avevo ben veduti;—rispose Cristoforo Colombo.Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo ingrognato e mezzo piangente, gli disse:—Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello che io già sapevo di loro.—Mia figlia?—gridò Tolteomec.—Voglio mia figlia.—Quando è sparita dalla tua casa?—chiese Damiano, dopo avere col gesto domandata licenza all'almirante.—Questa notte;—rispose Tolteomec.—Se è venuta questa notte da noi,—ripigliò [pg!307] Damiano,—qualche piroga l'avrà portata. Non ne hai chiesto a nessuno dei tuoi?—Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva pensato a fare una simile inchiesta. Gli era mancata la figliuola; era corso subito a bordo.—Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna cercarla qui;—riprese Damiano.—E non sarà difficile ritrovarla, se c'è;—soggiunse l'almirante.—Messer Damiano, chiamatemi Vincenzo Yanez Pinzon.—Il comandante della caravella era sulla corsìa, in attesa di ordini per salpare le áncore. Chiamato da Damiano, giunse subito alla presenza dell'almirante.—Vincenzo Yanez,—gli disse Cristoforo Colombo,—fate radunare tutti gli uomini, ufficiali e marinai, in coperta.—Il comando dell'almirante fu subito eseguito. Allora Cristoforo uscì dalla sua camera, seguito da Tolteomec e dai due genovesi.—Sono tutti fuori?—domandò egli a Pinzon.—Signore, ci son tutti;—rispose il capitano.Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua marinaresca, andando verso il gavone di prora.—I nostri naturali son laggiù, non è vero?—Sì, mio signore.—Bene, venite con noi, e veda questo povero padre che noi non gli abbiamo rubata la sua figliuola.—Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro stavano accovacciati i naturali di Guanahani, di Cuba e delle altre isole visitate dalla spedizione, prima di toccare ad Haiti.—Vedi, Tolteomec;—disse l'almirante.—Qui sono tutti i tuoi confratelli, che vengono per loro elezione, spontaneamente, con noi. Guarda bene, [pg!308] fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela e riconducila a terra.—Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e il più utile degli interpetri. Egli, in quel momento, tremava a verga a verga, e volgeva di qua e di là i suoi occhietti smarriti.—Signor almirante,—disse Damiano, che aveva notato il turbamento dell'interpetre,—chiedete a Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.—Padrone!...—balbettò il selvaggio, buttandosi ginocchioni.—Cusqueia innocente.—Ah! davvero!—disse l'almirante.—Tu ti scusi innanzi di essere, accusato! Dimmi dunque dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.—Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia di Tolteomec voluto venire con lui.—Di bene in meglio;—riprese l'almirante.—E dov'è ora, la figlia di Tolteomec, che non la vedo in mezzo a queste donne?—Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti bianchi ammiccavano verso certe casse di marinai che erano collocate l'una sull'altra, contro gli staminali della nave.—Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un'occhiata tutto intorno;—ripigliò l'almirante.—Vincenzo Yanez, volete incominciare di là?—Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse Cusqueia, andò difilato verso quella catasta di casse, diede una guardata dietro all'ingombro, stese un braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di cenci. Tale infatti appariva in principio, e nella mezza oscurità del luogo; ma ben presto da quel grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante, una figura di donna.Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti, prendendola fra le sue braccia.[pg!309]—Abarima! mia dolce figliuola!—gridava egli, ma a stento, con voce soffocata dalla gioia.—Ti ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera bambina! Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito dagli uomini bianchi.... ti avrei perduta per sempre!... Ma chi è.... dimmi, chi è l'uomo che ti ha rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini bianchi è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli punirà i cattivi, che rubano le creature ai padri loro.—Nessuno....—rispose Abarima, singhiozzando.—Sono stata io.—Tu? come? non è possibile.—Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta io. Il capo degli uomini bianchi non punisca nessuno.—Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione della sua dolce figliuola.—Vedi?—gli disse l'almirante.—Nessuno è colpevole qui.—Ah!—esclamò Tolteomec.—Un nero spirito ha turbata la mente della mia creatura.—Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al suo vicino Cosma.—O nero, o biondo,—diss'egli tra sè,—un turbatore c'è stato.—Non ti affannare, amico;—diceva frattanto l'almirante.—Ella finalmente ti è resa, e tu puoi ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non è che un piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare il palischermo.—No, no!—gridò tosto Abarima, che aveva ben capito l'ordine dell'almirante, quantunque fosse dato in lingua castigliana.—Non uscirò dalla grande piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi.... in Azatlan!—Questa ci voleva!—scappò detto a Damiano.[pg!310]Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante lo udì.—E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star zitto;—diss'egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di Damiano, ma senza guardarlo in viso.Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata all'uomo dalla lumaca e dal riccio.Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei, voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico Damiano, per cui erano tante trafitture ai precordii.—Senti, bambina....—disse Cristoforo Colombo.—Sii buona, obbedisci a tuo padre. Diglielo tu, interpetre,—soggiunse, volgendosi a Cusqueia,—diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre; altrimenti il grande Spirito la punirà.—Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli occhi alla gente.—Obbedirò;—diss'ella.—Mi portino via; ma questo sarà segno che si vuole la mia morte.—Che cos'è che tu dici, Abarima?—gridò Tolteomec.—Pensi tu ciò di tuo padre?—Io penso,—rispose Abarima,—che voglio andare in Azatlan. Volete che io ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende sul [pg!311] mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la figlia di Niguana.—Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava troppo il fatto doloroso, che un anno prima aveva commosso di raccapriccio e di pietà il villaggio di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana si era uccisa per amore.—Tu vuoi dunque far morire tuo padre?—diss'egli piangente.—No, padre mio;—rispose Abarima.—Voglio andare in Azatlan.—Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo la testa, come un uomo che abbia presa una risoluzione, le disse:—Sia fatta la tua volontà.—Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo padre, e sgranò tanto d'occhi, per guardarlo nel viso.—Che vuoi tu fare?—chiese a Tolteomec l'almirante.—Il grande Spirito lo vuole;—rispose Tolteomec, sospirando.—Seguirò mia figlia. Tutti questi altri abitatori delle isole vengono con te in Azatlan, mio signore?—Si;—rispose l'almirante.—E tu li fai prigionieri?—No, essi vengono liberamente, come ti ho detto. Vedranno il re e la regina di Spagna, della terra ricca e felice donde noi siamo partiti; vedranno le nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli, adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d'oro, e poi, nobilmente vestiti, ritorneranno con noi a queste isole.—Dici tu il vero, mio signore?—Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio ti giuro che i nostri amici delle isole ritorneranno alle loro case.[pg!312]—Ti credo;—disse Tolteomec.—Tu sei un padre per noi, e l'amore di un padre brilla nei tuoi occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi figli delle isole, che confidano in te.—Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse il suo volto di baci.—Rimani mio ospite;—disse l'almirante.—Certo è Dio che lo vuole, perchè la sua fede sia radicata più presto per il tuo nobile esempio in questa terra da noi dischiusa al suo culto.—Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo ospite, che non era in grado d'intenderlo, Cristoforo Colombo uscì dal gavone di prora.—Messeri,—diss'egli a Cosma e a Damiano, che lo avevano seguito in coperta,—perdonate se ho avuto l'aria di dubitare della vostra lealtà. Ma anche voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione di questo aumento di passeggieri a bordo.—Cagione involontaria;—soggiunse Damiano.—Ne siete ben sicuro?—rispose l'almirante.—Non eravate voi, che volevate restare in quell'isola?—È vero;—disse Damiano.—Ma il voler restare nell'isola è tutt'altra cosa dal portarne via gli abitanti. Perdonate, signor almirante, se io mi difendo. E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe esser certa: che la figliuola di Tolteomec non viene in Ispagna per i miei capelli neri.—I neri avranno incominciato; i biondi hanno finito di far perdere la testa a quella povera ragazza; dunque, lasciamola li;—conchiuse l'almirante, con accento benevolo.—Io in fondo non sono scontento che due naturali di nobile famiglia vengano con gli altri alla corte di Spagna. Istruiti nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno. Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà chiamare qualcuno di questi naturali che girano [pg!313] sempre intorno alla caravella, perchè si rechi da Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec. Cusqueia!—Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del signor almirante. Frattanto, Damiano e Cosma si tiravano rispettosamente in disparte.—Ed ora, come te la cavi?—disse Damiano all'amico.—Rispondimi.—Parli a me?—disse Cosma di rimando.—A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan, che non c'è? al prete Janni, che non abbiamo ritrovato? Ti domando che pesci vuoi pigliare, in questo tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia vuole che tu la sposi.—Io? Sei matto.—Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l'una cosa e l'altra ad un tempo. È una storia vecchia, e non mi dà lume di nulla. Amore con amor si paga, dice il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell'Inferno....—Oh vacci un po' tu!—proruppe Cosma, seccato.Ma quell'altro non si sgomentò del passaporto che aveva ricevuto.—Neanche questo è rispondere;—diss'egli.—Io andrò all'inferno, se mai, col grande Achille, con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che amore ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente ammogliata.—Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate. Poi, mutando registro, gli si accostò, prendendolo per il braccio.—Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;—gli disse.—Ti ho detto e ti ripeto che non ho nessuna colpa di ciò che avviene. Questo è un gran guaio; e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.[pg!314]—Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato a quel modo? e biondo per giunta?—Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche cosa.—Io ho bell'e studiato;—disse Damiano.—Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei panni?—Quello che farei ugualmente, stando nei miei.—E sarebbe?—Di non darmene pensiero.—È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove c'incontreremo ad ogni piè sospinto?—Oh Dei!—esclamò Damiano.—Su queste quattro tavole ci passeggiano cento persone. Gli è come essere in una folla. Del resto, potresti andartene lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone Stilita sulla colonna. Non andare in collera; sai bene che si scherza. Guai a noi, se non sapessimo più ridere. Infine, sai anche tu un po' di Haitiano. Parlale, quando ti viene alle costole; dille che non è possibile, ciò ch'ella si è messo in testa. Dille che tu ami un'altra, madonna Ca....—Taci!—gridò Cosma, tentando di mozzargli la parola in bocca.—....tarina;—aveva intanto proseguito Damiano.—L'ho detta. Ma non ti confondere, mio dolce amico. Non le diresti nulla di nuovo.—Perchè?—Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi? Avevo un diavolo per occhio, e non ci vedevo più lume. Speravo di sviarla da te, raccontandole che eri innamorato di un'altra donna, e che non avresti potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m'ha risposto? Che certamente la Bes.... quell'altra, insomma, ti aveva gettato un sortilegio, e che bisognava scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa si [pg!315] sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri? Chi te ne ha fatto fuori è stato l'almirante, con la sua risoluzione di partire. Se no, Dio sa quali pentolini metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e Dio sa quali succhi di erbe magiche sarebbero stati filtrati! Almeno ci fosse stata speranza di guarirti!...—Non è possibile,—disse Cosma, sospirando.—T'intendo; sei l'Orazianotribus Anticyris insanabile caput.—Smettila, col tuo latino;—brontolò Cosma.—E lasciami in pace, se non hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.—Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella piccola conversazione.—Vedete che pretese!—disse Damiano tra sè.—Viene a mettersi tra me e la figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l'uomo che ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.—Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l'ora di andare a letto, sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state salpate; gli uomini d'albero avevano spiegate le vele, e laNinaincominciava a sentire l'impulso del vento.Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando l'arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un'isola, il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose ad isole e [pg!316] coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza degli uomini?»Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò ben presto contrario. LaNinafu costretta a temporeggiare due giorni in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò a spirare un fil di vento da terra, e l'almirante si rimise in cammino. Ma quel po' di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate, quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e vi pianta lì sul più bello! I marinai dell'antichità ci avevano almeno la consolazione di attaccare quattro moccoli all'indirizzo di Eolo; ai moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno trovato dei succedanei.A bordo dellaNinafu presto dimenticata quella piccola contrarietà meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull'albero maestro per iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano all'orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella caravella era laPinta, la scomparsa, la irreperibilePinta.Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,[pg!317]—Caro mio;—diceva Damiano all'orecchio di Cosma;—questo è il rimedio che tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sullaNina, siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i principi selvaggi, o noi.... è naturale.—LaPintaaveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso laNina. Cristoforo Colombo l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che aveva abbandonato quella mattina. LaPintacapì che egli faceva ciò, non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante; un dialogo in cui l'uno faceva discorsi a perdifiato, e l'altro rispondeva a monosillabi. Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione; e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l'aria di aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo aveva assistito. L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva con brevi cenni del capo.Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano l'opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com'era da un sentimento di cupidigia. Separandosi dallaNina, egli aveva fatto vela verso levante, cercando un'isola immaginaria di cui i selvaggi imbarcati sullaPintagli andavano magnificando i tesori. Dopo aver perduto un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette [pg!318] (forse le Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto l'almirante, dopo il naufragio dellaSanta Maria. Martino Alonzo aveva ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano, distribuendone l'altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole, abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di Haiti; e protestava di essersi mosso per l'appunto alla ricerca dell'almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva avvistato nelle acque di Montecristo.Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d'acqua sulle rive di un fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell'Oro, per le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.[pg!319]
Capitolo XVI.Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò con la bocca amara, la lingua impacciata e una sete da cani, è un dirvi ciò che avrete immaginato, sapendo in che condizione fosse andato, o, meglio, fosse stato portato a dormire. Questa è la storia di tutte le.... come chiamarle?... quando sono state solenni. Ma al nostro Damiano, svegliandosi, parve ancora di essere nella sera antecedente; poichè, aprendo gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno, o son desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè stesso, come un personaggio da tragedia. Ma le tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo delle italiane), poichè laSofonisbadi Galeotto del Carretto doveva aspettare ancora dieci anni, e quella di Gian Giorgio Trissino ventidue.—Come?—diss'egli, invece.—Ancora qui?—Ancora, e sempre;—rispose Cosma.—Sempre? A terra ti aspetteranno.—Lasciali aspettare.—E, quanto a me....—disse Damiano, sbadigliando e stiracchiandosi le membra,—possono [pg!302] far questo ed altro; ma forse non si deve partire, prima di notte?—Spero bene;—rispose l'amico;—ma di qui a notte, c'è tutta la giornata.—Che cosa vuoi tu dire?—Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente dodici ore, e che siamo all'alba del 3 di gennaio.—Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?—Sembra;—disse Cosma;—forse per dare a molti dei nostri compagni un riposo di cui il banchetto di Guacanagari faceva sentire il bisogno.—Ho capito;—rispose Damiano, sorridendo;—tutti cotti come monne?...—E come te, dolce amico.—Non me ne parlare! devo essere stato assai brutto.—Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho veduti dei più brutti.—Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,—disse Damiano.—Te ne ringrazio dal profondo dell'anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?—Matto!—mormorò Cosma.—Perchè?—rispose Damiano.—Non devi tu restare in Haiti?—Matto!—replicò l'amico, con accento tra canzonatorio e compassionevole.—Matto!—esclamò Damiano.—Ieri, se mi rammento bene, tu mi hai detto sciocco. Oggi mi dai del matto. Non potresti scegliere?—Non c'è da scegliere;—rispose quell'altro.—Matto e sciocco ad un tempo. O che? credevi tu che io fossi capace di lasciar te, come tu eri capace di lasciar me?—Io....—balbettò Damiano.—Io ero in un caso diverso.[pg!303]—Si, difatti,—rispose Cosma,—tu avevi preso una ubbriacatura più che solenne, e non di bevanda. Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio povero Damiano; e un po' peggio che non ti svegli oggi da questa. Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio restare in Haiti, pensa di aver sognato; e svegliati, e non se ne parli più.—È presto detto: non se ne parli più! L'almirante.... non ti aveva parlato?—Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu devi sapere. Ed io ho ricusata l'offerta.—Egli non me ne ha detto nulla!—Lo credo, io stesso l'avevo pregato di non dirti nulla. Per contro,—soggiunse Cosma,—gli ho detto tutto, io, dall'afino allazeta. Povero grand'uomo! egli ride tanto raramente! Ma ieri l'altro ha riso veramente di cuore.—Alle mie spalle!—mormorò Damiano.—Volevi che ridesse alle mie?—ribattè Cosma.—Io non ho fatto nulla.—Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il tuo madrigale alla bella selvaggia.—Madrigali! io? Sai che non so far versi.—Mettiamo che non fosse un madrigale in versi; l'avrai fatto in prosa. E sarai stato gradito egualmente. Con quei capelli biondi, che strappano i cuori!—E dàlli, coi miei capelli biondi!—balbettò Cosma.—Vuoi tu che me li faccia tagliare? Ti servo subito.—Sì bravo!—replicò Damiano.—Perchè se ne faccia una costellazione, come della chioma di Berenice!—Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in istile agro dolce, all'ombra del gavone di prora, un rumore di voci giungeva dalla coperta. Non erano [pg!304] le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra di bordo; era un gridìo confuso, che in certo punto pareva un alterco.—Che è ciò?—disse Cosma, tendendo l'orecchio.—Selvaggi? Mi par di riconoscere delle voci Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul punto che si devono salpare le áncore?—Verranno per darci l'addio;—rispose Damiano.—Cioè, intendiamoci, per darlo a qualcuno dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a bordo, è naturale che Abarima venga a darti un ultimo amplesso.—Finiscila!—gridò Cosma, alzando le spalle.—Sarebbe il primo, se mai.—Giuralo.—Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non le ho detto una parola.—Che? come? non le hai neanche parlato?—No davvero.—Non l'hai veduta?—Sì, l'ho veduta.... e nient'altro.—Ho capito,—disse Damiano;—s'è innamorata a volo.—O stando ferma al suo posto,—rispose Cosma, ridendo,—come io ero fermo al mio. Ma che ti salta in mente di credere? Io ho inventata la risoluzione di restare in Haiti, vedendo che ci volevi restar tu, per fare una sciocchezza; e l'ho inventata, nella speranza di farti mutare opinione.—E l'ho mutata, ma non per la tua invenzione;—rispose Damiano.—L'ho mutata perchè quella capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma, non sapendo più parlare che di Cosma.... e di Cosmataorib. Mi capisci? di Cosmataorib. Spero bene che tu conoscerai il significato di questo maledetto aggettivo.[pg!305]—Mio caro,—disse Cosma, arrossendo come una fanciulla,—che cosa ti posso dir io? Contro ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò sembrato....taorib. Ma una cosa è certa, e tu la puoi credere: che io non le ho detto una parola.—In quel punto capitò sull'uscio del gavone di prora Bartolomeo Roldan, terzo pilota dellaNina.—Cosma e Damiano!—diss'egli.—Siamo qua;—rispose Cosma.—Che cosa comandate?—Il signor almirante vi domanda.—Tutti e due?—disse Cosma.—Tutti e due, subito, a poppa;—rispose il pilota.Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed anche per andarsene alle sue faccende.—Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?—disse Damiano.—Se non chiamasse che me, capirei; vorrebb'essere una ramanzina, per quella cotta di ieri. Ma tutti e due!...—Per saperlo,—disse Cosma,—sarà meglio che andiamo.—È giusto, e tu parli come un libro;—rispose Damiano, saltando dal suo rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po' vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito. L'equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l'aria aperta lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor almirante.Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di poppa. Là dentro c'era posto [pg!306] solamente per lui e per un tavolino, su cui l'almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di bordo. Quella volta c'era un personaggio di più; non fu senza meraviglia che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa materna.L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse egli da loro.—Messeri,—incominciò l'almirante,—una fanciulla del villaggio di Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?—Da noi, signor almirante?—gridò Cosma, levando la fronte.—Noi non abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo imbarcati prima di voi.—È vero, questo; vi avevo ben veduti;—rispose Cristoforo Colombo.Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo ingrognato e mezzo piangente, gli disse:—Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello che io già sapevo di loro.—Mia figlia?—gridò Tolteomec.—Voglio mia figlia.—Quando è sparita dalla tua casa?—chiese Damiano, dopo avere col gesto domandata licenza all'almirante.—Questa notte;—rispose Tolteomec.—Se è venuta questa notte da noi,—ripigliò [pg!307] Damiano,—qualche piroga l'avrà portata. Non ne hai chiesto a nessuno dei tuoi?—Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva pensato a fare una simile inchiesta. Gli era mancata la figliuola; era corso subito a bordo.—Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna cercarla qui;—riprese Damiano.—E non sarà difficile ritrovarla, se c'è;—soggiunse l'almirante.—Messer Damiano, chiamatemi Vincenzo Yanez Pinzon.—Il comandante della caravella era sulla corsìa, in attesa di ordini per salpare le áncore. Chiamato da Damiano, giunse subito alla presenza dell'almirante.—Vincenzo Yanez,—gli disse Cristoforo Colombo,—fate radunare tutti gli uomini, ufficiali e marinai, in coperta.—Il comando dell'almirante fu subito eseguito. Allora Cristoforo uscì dalla sua camera, seguito da Tolteomec e dai due genovesi.—Sono tutti fuori?—domandò egli a Pinzon.—Signore, ci son tutti;—rispose il capitano.Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua marinaresca, andando verso il gavone di prora.—I nostri naturali son laggiù, non è vero?—Sì, mio signore.—Bene, venite con noi, e veda questo povero padre che noi non gli abbiamo rubata la sua figliuola.—Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro stavano accovacciati i naturali di Guanahani, di Cuba e delle altre isole visitate dalla spedizione, prima di toccare ad Haiti.—Vedi, Tolteomec;—disse l'almirante.—Qui sono tutti i tuoi confratelli, che vengono per loro elezione, spontaneamente, con noi. Guarda bene, [pg!308] fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela e riconducila a terra.—Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e il più utile degli interpetri. Egli, in quel momento, tremava a verga a verga, e volgeva di qua e di là i suoi occhietti smarriti.—Signor almirante,—disse Damiano, che aveva notato il turbamento dell'interpetre,—chiedete a Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.—Padrone!...—balbettò il selvaggio, buttandosi ginocchioni.—Cusqueia innocente.—Ah! davvero!—disse l'almirante.—Tu ti scusi innanzi di essere, accusato! Dimmi dunque dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.—Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia di Tolteomec voluto venire con lui.—Di bene in meglio;—riprese l'almirante.—E dov'è ora, la figlia di Tolteomec, che non la vedo in mezzo a queste donne?—Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti bianchi ammiccavano verso certe casse di marinai che erano collocate l'una sull'altra, contro gli staminali della nave.—Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un'occhiata tutto intorno;—ripigliò l'almirante.—Vincenzo Yanez, volete incominciare di là?—Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse Cusqueia, andò difilato verso quella catasta di casse, diede una guardata dietro all'ingombro, stese un braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di cenci. Tale infatti appariva in principio, e nella mezza oscurità del luogo; ma ben presto da quel grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante, una figura di donna.Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti, prendendola fra le sue braccia.[pg!309]—Abarima! mia dolce figliuola!—gridava egli, ma a stento, con voce soffocata dalla gioia.—Ti ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera bambina! Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito dagli uomini bianchi.... ti avrei perduta per sempre!... Ma chi è.... dimmi, chi è l'uomo che ti ha rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini bianchi è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli punirà i cattivi, che rubano le creature ai padri loro.—Nessuno....—rispose Abarima, singhiozzando.—Sono stata io.—Tu? come? non è possibile.—Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta io. Il capo degli uomini bianchi non punisca nessuno.—Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione della sua dolce figliuola.—Vedi?—gli disse l'almirante.—Nessuno è colpevole qui.—Ah!—esclamò Tolteomec.—Un nero spirito ha turbata la mente della mia creatura.—Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al suo vicino Cosma.—O nero, o biondo,—diss'egli tra sè,—un turbatore c'è stato.—Non ti affannare, amico;—diceva frattanto l'almirante.—Ella finalmente ti è resa, e tu puoi ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non è che un piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare il palischermo.—No, no!—gridò tosto Abarima, che aveva ben capito l'ordine dell'almirante, quantunque fosse dato in lingua castigliana.—Non uscirò dalla grande piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi.... in Azatlan!—Questa ci voleva!—scappò detto a Damiano.[pg!310]Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante lo udì.—E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star zitto;—diss'egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di Damiano, ma senza guardarlo in viso.Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata all'uomo dalla lumaca e dal riccio.Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei, voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico Damiano, per cui erano tante trafitture ai precordii.—Senti, bambina....—disse Cristoforo Colombo.—Sii buona, obbedisci a tuo padre. Diglielo tu, interpetre,—soggiunse, volgendosi a Cusqueia,—diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre; altrimenti il grande Spirito la punirà.—Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli occhi alla gente.—Obbedirò;—diss'ella.—Mi portino via; ma questo sarà segno che si vuole la mia morte.—Che cos'è che tu dici, Abarima?—gridò Tolteomec.—Pensi tu ciò di tuo padre?—Io penso,—rispose Abarima,—che voglio andare in Azatlan. Volete che io ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende sul [pg!311] mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la figlia di Niguana.—Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava troppo il fatto doloroso, che un anno prima aveva commosso di raccapriccio e di pietà il villaggio di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana si era uccisa per amore.—Tu vuoi dunque far morire tuo padre?—diss'egli piangente.—No, padre mio;—rispose Abarima.—Voglio andare in Azatlan.—Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo la testa, come un uomo che abbia presa una risoluzione, le disse:—Sia fatta la tua volontà.—Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo padre, e sgranò tanto d'occhi, per guardarlo nel viso.—Che vuoi tu fare?—chiese a Tolteomec l'almirante.—Il grande Spirito lo vuole;—rispose Tolteomec, sospirando.—Seguirò mia figlia. Tutti questi altri abitatori delle isole vengono con te in Azatlan, mio signore?—Si;—rispose l'almirante.—E tu li fai prigionieri?—No, essi vengono liberamente, come ti ho detto. Vedranno il re e la regina di Spagna, della terra ricca e felice donde noi siamo partiti; vedranno le nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli, adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d'oro, e poi, nobilmente vestiti, ritorneranno con noi a queste isole.—Dici tu il vero, mio signore?—Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio ti giuro che i nostri amici delle isole ritorneranno alle loro case.[pg!312]—Ti credo;—disse Tolteomec.—Tu sei un padre per noi, e l'amore di un padre brilla nei tuoi occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi figli delle isole, che confidano in te.—Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse il suo volto di baci.—Rimani mio ospite;—disse l'almirante.—Certo è Dio che lo vuole, perchè la sua fede sia radicata più presto per il tuo nobile esempio in questa terra da noi dischiusa al suo culto.—Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo ospite, che non era in grado d'intenderlo, Cristoforo Colombo uscì dal gavone di prora.—Messeri,—diss'egli a Cosma e a Damiano, che lo avevano seguito in coperta,—perdonate se ho avuto l'aria di dubitare della vostra lealtà. Ma anche voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione di questo aumento di passeggieri a bordo.—Cagione involontaria;—soggiunse Damiano.—Ne siete ben sicuro?—rispose l'almirante.—Non eravate voi, che volevate restare in quell'isola?—È vero;—disse Damiano.—Ma il voler restare nell'isola è tutt'altra cosa dal portarne via gli abitanti. Perdonate, signor almirante, se io mi difendo. E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe esser certa: che la figliuola di Tolteomec non viene in Ispagna per i miei capelli neri.—I neri avranno incominciato; i biondi hanno finito di far perdere la testa a quella povera ragazza; dunque, lasciamola li;—conchiuse l'almirante, con accento benevolo.—Io in fondo non sono scontento che due naturali di nobile famiglia vengano con gli altri alla corte di Spagna. Istruiti nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno. Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà chiamare qualcuno di questi naturali che girano [pg!313] sempre intorno alla caravella, perchè si rechi da Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec. Cusqueia!—Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del signor almirante. Frattanto, Damiano e Cosma si tiravano rispettosamente in disparte.—Ed ora, come te la cavi?—disse Damiano all'amico.—Rispondimi.—Parli a me?—disse Cosma di rimando.—A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan, che non c'è? al prete Janni, che non abbiamo ritrovato? Ti domando che pesci vuoi pigliare, in questo tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia vuole che tu la sposi.—Io? Sei matto.—Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l'una cosa e l'altra ad un tempo. È una storia vecchia, e non mi dà lume di nulla. Amore con amor si paga, dice il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell'Inferno....—Oh vacci un po' tu!—proruppe Cosma, seccato.Ma quell'altro non si sgomentò del passaporto che aveva ricevuto.—Neanche questo è rispondere;—diss'egli.—Io andrò all'inferno, se mai, col grande Achille, con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che amore ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente ammogliata.—Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate. Poi, mutando registro, gli si accostò, prendendolo per il braccio.—Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;—gli disse.—Ti ho detto e ti ripeto che non ho nessuna colpa di ciò che avviene. Questo è un gran guaio; e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.[pg!314]—Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato a quel modo? e biondo per giunta?—Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche cosa.—Io ho bell'e studiato;—disse Damiano.—Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei panni?—Quello che farei ugualmente, stando nei miei.—E sarebbe?—Di non darmene pensiero.—È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove c'incontreremo ad ogni piè sospinto?—Oh Dei!—esclamò Damiano.—Su queste quattro tavole ci passeggiano cento persone. Gli è come essere in una folla. Del resto, potresti andartene lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone Stilita sulla colonna. Non andare in collera; sai bene che si scherza. Guai a noi, se non sapessimo più ridere. Infine, sai anche tu un po' di Haitiano. Parlale, quando ti viene alle costole; dille che non è possibile, ciò ch'ella si è messo in testa. Dille che tu ami un'altra, madonna Ca....—Taci!—gridò Cosma, tentando di mozzargli la parola in bocca.—....tarina;—aveva intanto proseguito Damiano.—L'ho detta. Ma non ti confondere, mio dolce amico. Non le diresti nulla di nuovo.—Perchè?—Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi? Avevo un diavolo per occhio, e non ci vedevo più lume. Speravo di sviarla da te, raccontandole che eri innamorato di un'altra donna, e che non avresti potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m'ha risposto? Che certamente la Bes.... quell'altra, insomma, ti aveva gettato un sortilegio, e che bisognava scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa si [pg!315] sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri? Chi te ne ha fatto fuori è stato l'almirante, con la sua risoluzione di partire. Se no, Dio sa quali pentolini metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e Dio sa quali succhi di erbe magiche sarebbero stati filtrati! Almeno ci fosse stata speranza di guarirti!...—Non è possibile,—disse Cosma, sospirando.—T'intendo; sei l'Orazianotribus Anticyris insanabile caput.—Smettila, col tuo latino;—brontolò Cosma.—E lasciami in pace, se non hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.—Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella piccola conversazione.—Vedete che pretese!—disse Damiano tra sè.—Viene a mettersi tra me e la figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l'uomo che ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.—Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l'ora di andare a letto, sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state salpate; gli uomini d'albero avevano spiegate le vele, e laNinaincominciava a sentire l'impulso del vento.Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando l'arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un'isola, il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose ad isole e [pg!316] coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza degli uomini?»Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò ben presto contrario. LaNinafu costretta a temporeggiare due giorni in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò a spirare un fil di vento da terra, e l'almirante si rimise in cammino. Ma quel po' di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate, quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e vi pianta lì sul più bello! I marinai dell'antichità ci avevano almeno la consolazione di attaccare quattro moccoli all'indirizzo di Eolo; ai moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno trovato dei succedanei.A bordo dellaNinafu presto dimenticata quella piccola contrarietà meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull'albero maestro per iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano all'orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella caravella era laPinta, la scomparsa, la irreperibilePinta.Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,[pg!317]—Caro mio;—diceva Damiano all'orecchio di Cosma;—questo è il rimedio che tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sullaNina, siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i principi selvaggi, o noi.... è naturale.—LaPintaaveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso laNina. Cristoforo Colombo l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che aveva abbandonato quella mattina. LaPintacapì che egli faceva ciò, non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante; un dialogo in cui l'uno faceva discorsi a perdifiato, e l'altro rispondeva a monosillabi. Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione; e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l'aria di aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo aveva assistito. L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva con brevi cenni del capo.Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano l'opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com'era da un sentimento di cupidigia. Separandosi dallaNina, egli aveva fatto vela verso levante, cercando un'isola immaginaria di cui i selvaggi imbarcati sullaPintagli andavano magnificando i tesori. Dopo aver perduto un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette [pg!318] (forse le Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto l'almirante, dopo il naufragio dellaSanta Maria. Martino Alonzo aveva ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano, distribuendone l'altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole, abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di Haiti; e protestava di essersi mosso per l'appunto alla ricerca dell'almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva avvistato nelle acque di Montecristo.Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d'acqua sulle rive di un fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell'Oro, per le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.[pg!319]
Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.
Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò con la bocca amara, la lingua impacciata e una sete da cani, è un dirvi ciò che avrete immaginato, sapendo in che condizione fosse andato, o, meglio, fosse stato portato a dormire. Questa è la storia di tutte le.... come chiamarle?... quando sono state solenni. Ma al nostro Damiano, svegliandosi, parve ancora di essere nella sera antecedente; poichè, aprendo gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno, o son desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè stesso, come un personaggio da tragedia. Ma le tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo delle italiane), poichè laSofonisbadi Galeotto del Carretto doveva aspettare ancora dieci anni, e quella di Gian Giorgio Trissino ventidue.
—Come?—diss'egli, invece.—Ancora qui?
—Ancora, e sempre;—rispose Cosma.
—Sempre? A terra ti aspetteranno.
—Lasciali aspettare.
—E, quanto a me....—disse Damiano, sbadigliando e stiracchiandosi le membra,—possono [pg!302] far questo ed altro; ma forse non si deve partire, prima di notte?
—Spero bene;—rispose l'amico;—ma di qui a notte, c'è tutta la giornata.
—Che cosa vuoi tu dire?
—Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente dodici ore, e che siamo all'alba del 3 di gennaio.
—Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?
—Sembra;—disse Cosma;—forse per dare a molti dei nostri compagni un riposo di cui il banchetto di Guacanagari faceva sentire il bisogno.
—Ho capito;—rispose Damiano, sorridendo;—tutti cotti come monne?...
—E come te, dolce amico.
—Non me ne parlare! devo essere stato assai brutto.
—Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho veduti dei più brutti.
—Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,—disse Damiano.—Te ne ringrazio dal profondo dell'anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?
—Matto!—mormorò Cosma.
—Perchè?—rispose Damiano.—Non devi tu restare in Haiti?
—Matto!—replicò l'amico, con accento tra canzonatorio e compassionevole.
—Matto!—esclamò Damiano.—Ieri, se mi rammento bene, tu mi hai detto sciocco. Oggi mi dai del matto. Non potresti scegliere?
—Non c'è da scegliere;—rispose quell'altro.—Matto e sciocco ad un tempo. O che? credevi tu che io fossi capace di lasciar te, come tu eri capace di lasciar me?
—Io....—balbettò Damiano.—Io ero in un caso diverso.
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—Si, difatti,—rispose Cosma,—tu avevi preso una ubbriacatura più che solenne, e non di bevanda. Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio povero Damiano; e un po' peggio che non ti svegli oggi da questa. Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio restare in Haiti, pensa di aver sognato; e svegliati, e non se ne parli più.
—È presto detto: non se ne parli più! L'almirante.... non ti aveva parlato?
—Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu devi sapere. Ed io ho ricusata l'offerta.
—Egli non me ne ha detto nulla!
—Lo credo, io stesso l'avevo pregato di non dirti nulla. Per contro,—soggiunse Cosma,—gli ho detto tutto, io, dall'afino allazeta. Povero grand'uomo! egli ride tanto raramente! Ma ieri l'altro ha riso veramente di cuore.
—Alle mie spalle!—mormorò Damiano.
—Volevi che ridesse alle mie?—ribattè Cosma.—Io non ho fatto nulla.
—Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il tuo madrigale alla bella selvaggia.
—Madrigali! io? Sai che non so far versi.
—Mettiamo che non fosse un madrigale in versi; l'avrai fatto in prosa. E sarai stato gradito egualmente. Con quei capelli biondi, che strappano i cuori!
—E dàlli, coi miei capelli biondi!—balbettò Cosma.—Vuoi tu che me li faccia tagliare? Ti servo subito.
—Sì bravo!—replicò Damiano.—Perchè se ne faccia una costellazione, come della chioma di Berenice!—
Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in istile agro dolce, all'ombra del gavone di prora, un rumore di voci giungeva dalla coperta. Non erano [pg!304] le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra di bordo; era un gridìo confuso, che in certo punto pareva un alterco.
—Che è ciò?—disse Cosma, tendendo l'orecchio.—Selvaggi? Mi par di riconoscere delle voci Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul punto che si devono salpare le áncore?
—Verranno per darci l'addio;—rispose Damiano.—Cioè, intendiamoci, per darlo a qualcuno dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a bordo, è naturale che Abarima venga a darti un ultimo amplesso.
—Finiscila!—gridò Cosma, alzando le spalle.—Sarebbe il primo, se mai.
—Giuralo.
—Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non le ho detto una parola.
—Che? come? non le hai neanche parlato?
—No davvero.
—Non l'hai veduta?
—Sì, l'ho veduta.... e nient'altro.
—Ho capito,—disse Damiano;—s'è innamorata a volo.
—O stando ferma al suo posto,—rispose Cosma, ridendo,—come io ero fermo al mio. Ma che ti salta in mente di credere? Io ho inventata la risoluzione di restare in Haiti, vedendo che ci volevi restar tu, per fare una sciocchezza; e l'ho inventata, nella speranza di farti mutare opinione.
—E l'ho mutata, ma non per la tua invenzione;—rispose Damiano.—L'ho mutata perchè quella capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma, non sapendo più parlare che di Cosma.... e di Cosmataorib. Mi capisci? di Cosmataorib. Spero bene che tu conoscerai il significato di questo maledetto aggettivo.
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—Mio caro,—disse Cosma, arrossendo come una fanciulla,—che cosa ti posso dir io? Contro ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò sembrato....taorib. Ma una cosa è certa, e tu la puoi credere: che io non le ho detto una parola.—
In quel punto capitò sull'uscio del gavone di prora Bartolomeo Roldan, terzo pilota dellaNina.
—Cosma e Damiano!—diss'egli.
—Siamo qua;—rispose Cosma.—Che cosa comandate?
—Il signor almirante vi domanda.
—Tutti e due?—disse Cosma.
—Tutti e due, subito, a poppa;—rispose il pilota.
Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed anche per andarsene alle sue faccende.
—Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?—disse Damiano.—Se non chiamasse che me, capirei; vorrebb'essere una ramanzina, per quella cotta di ieri. Ma tutti e due!...
—Per saperlo,—disse Cosma,—sarà meglio che andiamo.
—È giusto, e tu parli come un libro;—rispose Damiano, saltando dal suo rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.
Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po' vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito. L'equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l'aria aperta lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor almirante.
Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di poppa. Là dentro c'era posto [pg!306] solamente per lui e per un tavolino, su cui l'almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di bordo. Quella volta c'era un personaggio di più; non fu senza meraviglia che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa materna.
L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse egli da loro.
—Messeri,—incominciò l'almirante,—una fanciulla del villaggio di Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?
—Da noi, signor almirante?—gridò Cosma, levando la fronte.—Noi non abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo imbarcati prima di voi.
—È vero, questo; vi avevo ben veduti;—rispose Cristoforo Colombo.
Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo ingrognato e mezzo piangente, gli disse:
—Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello che io già sapevo di loro.
—Mia figlia?—gridò Tolteomec.—Voglio mia figlia.
—Quando è sparita dalla tua casa?—chiese Damiano, dopo avere col gesto domandata licenza all'almirante.
—Questa notte;—rispose Tolteomec.
—Se è venuta questa notte da noi,—ripigliò [pg!307] Damiano,—qualche piroga l'avrà portata. Non ne hai chiesto a nessuno dei tuoi?—
Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva pensato a fare una simile inchiesta. Gli era mancata la figliuola; era corso subito a bordo.
—Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna cercarla qui;—riprese Damiano.
—E non sarà difficile ritrovarla, se c'è;—soggiunse l'almirante.—Messer Damiano, chiamatemi Vincenzo Yanez Pinzon.—
Il comandante della caravella era sulla corsìa, in attesa di ordini per salpare le áncore. Chiamato da Damiano, giunse subito alla presenza dell'almirante.
—Vincenzo Yanez,—gli disse Cristoforo Colombo,—fate radunare tutti gli uomini, ufficiali e marinai, in coperta.—
Il comando dell'almirante fu subito eseguito. Allora Cristoforo uscì dalla sua camera, seguito da Tolteomec e dai due genovesi.
—Sono tutti fuori?—domandò egli a Pinzon.
—Signore, ci son tutti;—rispose il capitano.
Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua marinaresca, andando verso il gavone di prora.
—I nostri naturali son laggiù, non è vero?
—Sì, mio signore.
—Bene, venite con noi, e veda questo povero padre che noi non gli abbiamo rubata la sua figliuola.—
Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro stavano accovacciati i naturali di Guanahani, di Cuba e delle altre isole visitate dalla spedizione, prima di toccare ad Haiti.
—Vedi, Tolteomec;—disse l'almirante.—Qui sono tutti i tuoi confratelli, che vengono per loro elezione, spontaneamente, con noi. Guarda bene, [pg!308] fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela e riconducila a terra.—
Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e il più utile degli interpetri. Egli, in quel momento, tremava a verga a verga, e volgeva di qua e di là i suoi occhietti smarriti.
—Signor almirante,—disse Damiano, che aveva notato il turbamento dell'interpetre,—chiedete a Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.
—Padrone!...—balbettò il selvaggio, buttandosi ginocchioni.—Cusqueia innocente.
—Ah! davvero!—disse l'almirante.—Tu ti scusi innanzi di essere, accusato! Dimmi dunque dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.
—Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia di Tolteomec voluto venire con lui.
—Di bene in meglio;—riprese l'almirante.—E dov'è ora, la figlia di Tolteomec, che non la vedo in mezzo a queste donne?—
Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti bianchi ammiccavano verso certe casse di marinai che erano collocate l'una sull'altra, contro gli staminali della nave.
—Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un'occhiata tutto intorno;—ripigliò l'almirante.—Vincenzo Yanez, volete incominciare di là?—
Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse Cusqueia, andò difilato verso quella catasta di casse, diede una guardata dietro all'ingombro, stese un braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di cenci. Tale infatti appariva in principio, e nella mezza oscurità del luogo; ma ben presto da quel grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante, una figura di donna.
Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti, prendendola fra le sue braccia.
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—Abarima! mia dolce figliuola!—gridava egli, ma a stento, con voce soffocata dalla gioia.—Ti ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera bambina! Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito dagli uomini bianchi.... ti avrei perduta per sempre!... Ma chi è.... dimmi, chi è l'uomo che ti ha rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini bianchi è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli punirà i cattivi, che rubano le creature ai padri loro.
—Nessuno....—rispose Abarima, singhiozzando.—Sono stata io.
—Tu? come? non è possibile.
—Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta io. Il capo degli uomini bianchi non punisca nessuno.—
Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione della sua dolce figliuola.
—Vedi?—gli disse l'almirante.—Nessuno è colpevole qui.
—Ah!—esclamò Tolteomec.—Un nero spirito ha turbata la mente della mia creatura.—
Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al suo vicino Cosma.
—O nero, o biondo,—diss'egli tra sè,—un turbatore c'è stato.
—Non ti affannare, amico;—diceva frattanto l'almirante.—Ella finalmente ti è resa, e tu puoi ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non è che un piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare il palischermo.
—No, no!—gridò tosto Abarima, che aveva ben capito l'ordine dell'almirante, quantunque fosse dato in lingua castigliana.—Non uscirò dalla grande piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi.... in Azatlan!
—Questa ci voleva!—scappò detto a Damiano.
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Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante lo udì.
—E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star zitto;—diss'egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di Damiano, ma senza guardarlo in viso.
Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata all'uomo dalla lumaca e dal riccio.
Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei, voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico Damiano, per cui erano tante trafitture ai precordii.
—Senti, bambina....—disse Cristoforo Colombo.—Sii buona, obbedisci a tuo padre. Diglielo tu, interpetre,—soggiunse, volgendosi a Cusqueia,—diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre; altrimenti il grande Spirito la punirà.—
Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli occhi alla gente.
—Obbedirò;—diss'ella.—Mi portino via; ma questo sarà segno che si vuole la mia morte.
—Che cos'è che tu dici, Abarima?—gridò Tolteomec.—Pensi tu ciò di tuo padre?
—Io penso,—rispose Abarima,—che voglio andare in Azatlan. Volete che io ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende sul [pg!311] mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la figlia di Niguana.—
Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava troppo il fatto doloroso, che un anno prima aveva commosso di raccapriccio e di pietà il villaggio di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana si era uccisa per amore.
—Tu vuoi dunque far morire tuo padre?—diss'egli piangente.
—No, padre mio;—rispose Abarima.—Voglio andare in Azatlan.—
Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo la testa, come un uomo che abbia presa una risoluzione, le disse:
—Sia fatta la tua volontà.—
Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo padre, e sgranò tanto d'occhi, per guardarlo nel viso.
—Che vuoi tu fare?—chiese a Tolteomec l'almirante.
—Il grande Spirito lo vuole;—rispose Tolteomec, sospirando.—Seguirò mia figlia. Tutti questi altri abitatori delle isole vengono con te in Azatlan, mio signore?
—Si;—rispose l'almirante.
—E tu li fai prigionieri?
—No, essi vengono liberamente, come ti ho detto. Vedranno il re e la regina di Spagna, della terra ricca e felice donde noi siamo partiti; vedranno le nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli, adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d'oro, e poi, nobilmente vestiti, ritorneranno con noi a queste isole.
—Dici tu il vero, mio signore?
—Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio ti giuro che i nostri amici delle isole ritorneranno alle loro case.
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—Ti credo;—disse Tolteomec.—Tu sei un padre per noi, e l'amore di un padre brilla nei tuoi occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi figli delle isole, che confidano in te.—
Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse il suo volto di baci.
—Rimani mio ospite;—disse l'almirante.—Certo è Dio che lo vuole, perchè la sua fede sia radicata più presto per il tuo nobile esempio in questa terra da noi dischiusa al suo culto.—
Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo ospite, che non era in grado d'intenderlo, Cristoforo Colombo uscì dal gavone di prora.
—Messeri,—diss'egli a Cosma e a Damiano, che lo avevano seguito in coperta,—perdonate se ho avuto l'aria di dubitare della vostra lealtà. Ma anche voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione di questo aumento di passeggieri a bordo.
—Cagione involontaria;—soggiunse Damiano.
—Ne siete ben sicuro?—rispose l'almirante.—Non eravate voi, che volevate restare in quell'isola?
—È vero;—disse Damiano.—Ma il voler restare nell'isola è tutt'altra cosa dal portarne via gli abitanti. Perdonate, signor almirante, se io mi difendo. E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe esser certa: che la figliuola di Tolteomec non viene in Ispagna per i miei capelli neri.
—I neri avranno incominciato; i biondi hanno finito di far perdere la testa a quella povera ragazza; dunque, lasciamola li;—conchiuse l'almirante, con accento benevolo.—Io in fondo non sono scontento che due naturali di nobile famiglia vengano con gli altri alla corte di Spagna. Istruiti nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno. Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà chiamare qualcuno di questi naturali che girano [pg!313] sempre intorno alla caravella, perchè si rechi da Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec. Cusqueia!—
Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del signor almirante. Frattanto, Damiano e Cosma si tiravano rispettosamente in disparte.
—Ed ora, come te la cavi?—disse Damiano all'amico.—Rispondimi.
—Parli a me?—disse Cosma di rimando.
—A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan, che non c'è? al prete Janni, che non abbiamo ritrovato? Ti domando che pesci vuoi pigliare, in questo tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia vuole che tu la sposi.
—Io? Sei matto.
—Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l'una cosa e l'altra ad un tempo. È una storia vecchia, e non mi dà lume di nulla. Amore con amor si paga, dice il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell'Inferno....
—Oh vacci un po' tu!—proruppe Cosma, seccato.
Ma quell'altro non si sgomentò del passaporto che aveva ricevuto.
—Neanche questo è rispondere;—diss'egli.—Io andrò all'inferno, se mai, col grande Achille, con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che amore ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente ammogliata.—
Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate. Poi, mutando registro, gli si accostò, prendendolo per il braccio.
—Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;—gli disse.—Ti ho detto e ti ripeto che non ho nessuna colpa di ciò che avviene. Questo è un gran guaio; e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.
[pg!314]
—Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato a quel modo? e biondo per giunta?
—Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche cosa.
—Io ho bell'e studiato;—disse Damiano.
—Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei panni?
—Quello che farei ugualmente, stando nei miei.
—E sarebbe?
—Di non darmene pensiero.
—È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove c'incontreremo ad ogni piè sospinto?
—Oh Dei!—esclamò Damiano.—Su queste quattro tavole ci passeggiano cento persone. Gli è come essere in una folla. Del resto, potresti andartene lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone Stilita sulla colonna. Non andare in collera; sai bene che si scherza. Guai a noi, se non sapessimo più ridere. Infine, sai anche tu un po' di Haitiano. Parlale, quando ti viene alle costole; dille che non è possibile, ciò ch'ella si è messo in testa. Dille che tu ami un'altra, madonna Ca....
—Taci!—gridò Cosma, tentando di mozzargli la parola in bocca.
—....tarina;—aveva intanto proseguito Damiano.—L'ho detta. Ma non ti confondere, mio dolce amico. Non le diresti nulla di nuovo.
—Perchè?
—Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi? Avevo un diavolo per occhio, e non ci vedevo più lume. Speravo di sviarla da te, raccontandole che eri innamorato di un'altra donna, e che non avresti potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m'ha risposto? Che certamente la Bes.... quell'altra, insomma, ti aveva gettato un sortilegio, e che bisognava scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa si [pg!315] sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri? Chi te ne ha fatto fuori è stato l'almirante, con la sua risoluzione di partire. Se no, Dio sa quali pentolini metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e Dio sa quali succhi di erbe magiche sarebbero stati filtrati! Almeno ci fosse stata speranza di guarirti!...
—Non è possibile,—disse Cosma, sospirando.
—T'intendo; sei l'Orazianotribus Anticyris insanabile caput.
—Smettila, col tuo latino;—brontolò Cosma.—E lasciami in pace, se non hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.—
Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella piccola conversazione.
—Vedete che pretese!—disse Damiano tra sè.—Viene a mettersi tra me e la figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l'uomo che ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.—
Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l'ora di andare a letto, sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state salpate; gli uomini d'albero avevano spiegate le vele, e laNinaincominciava a sentire l'impulso del vento.
Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando l'arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un'isola, il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose ad isole e [pg!316] coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza degli uomini?»
Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò ben presto contrario. LaNinafu costretta a temporeggiare due giorni in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò a spirare un fil di vento da terra, e l'almirante si rimise in cammino. Ma quel po' di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate, quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e vi pianta lì sul più bello! I marinai dell'antichità ci avevano almeno la consolazione di attaccare quattro moccoli all'indirizzo di Eolo; ai moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno trovato dei succedanei.
A bordo dellaNinafu presto dimenticata quella piccola contrarietà meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull'albero maestro per iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano all'orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella caravella era laPinta, la scomparsa, la irreperibilePinta.
Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,
[pg!317]
—Caro mio;—diceva Damiano all'orecchio di Cosma;—questo è il rimedio che tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sullaNina, siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i principi selvaggi, o noi.... è naturale.—
LaPintaaveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso laNina. Cristoforo Colombo l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che aveva abbandonato quella mattina. LaPintacapì che egli faceva ciò, non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.
Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante; un dialogo in cui l'uno faceva discorsi a perdifiato, e l'altro rispondeva a monosillabi. Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione; e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l'aria di aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo aveva assistito. L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva con brevi cenni del capo.
Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano l'opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com'era da un sentimento di cupidigia. Separandosi dallaNina, egli aveva fatto vela verso levante, cercando un'isola immaginaria di cui i selvaggi imbarcati sullaPintagli andavano magnificando i tesori. Dopo aver perduto un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette [pg!318] (forse le Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto l'almirante, dopo il naufragio dellaSanta Maria. Martino Alonzo aveva ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano, distribuendone l'altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole, abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di Haiti; e protestava di essersi mosso per l'appunto alla ricerca dell'almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva avvistato nelle acque di Montecristo.
Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d'acqua sulle rive di un fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell'Oro, per le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.
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