Capitolo XVII.

Capitolo XVII.Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una risoluzione troppo forte, e l'animo suo la sopportava male. Seduto di continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante, che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si allontanava. Fino a tanto laNina, tra l'andar poco e il non andare affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si allontanava, egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del 9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal centro della sua isola natale.Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore. Ma ella non sentiva il [pg!320] mal del paese, e non intendeva lo strazio del cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava nell'interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma, l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino alla figliuola di Tolteomec.Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione di Damiano, evitarsi era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi suoi grandi occhi d'indaco.—Cosma!—bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare all'albero di trinchetto.Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso, fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù; lo vide discendere; sperò che passasse un'altra volta daccanto a lei; ma fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere un'altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra parte della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, [pg!321] donde più non gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello di prora.Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai; restando lontano da lei, non faceva niente d'insolito. E di nessuno poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro due persone di quella famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano temperare il rammarico del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch'egli tentava di nascondere agli occhi, era facile d'indovinare dal gesto.—Padre mio!—gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco sulla grande piroga degli uomini bianchi.—Tu piangi, e non ami più la tua creatura.—No, bambina, t'inganni;—rispose il vecchio.—Se non ti amassi, non saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.—Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch'essa un po' di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel capriccio [pg!322] infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui non rispondeva punto la verità delle cose.Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato; non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro? Anche stando lassù, venti passi distante da lei, Cosma, l'amico di Damiano, aveva guardato lei, le aveva pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza, e che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l'indice sulle labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l'accenno di un bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre; poche parole, ma chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di esser sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua indole si era liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni, si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa dalla splendidezza del sogno.[pg!323]Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E come rideva il nostro Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe del volto e quelle del cuore.Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva attenersi a ciò che mostrava l'aspetto.—Tu sei felice,—diceva egli a Damiano,—tu sei felice, di ritornare alle tue terre.—Ma sì! molto felice;—rispondeva Damiano.—Al miobohiomi vogliono fare gran festa, quand'io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne l'aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne di pappagallo, che ho portate per l'appunto con me.—Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.—Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico? Vedrai la nostra terra d'Europa; sarai accolto dal re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli usi e i costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico di esperienza al tuobohiodi Haiti, ognuno dovrà riconoscere in te un pozzo di sapienza; tutti penderanno dalle tue labbra. E i giovani di Haiti, quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto.... Tu non hai idea, deliziosa creatura, della [pg!324] seta e del velluto! Figùrati il tuo mantello di cotone, ma che sia più morbido, più lucido, più.... non saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco fino al piede, mentre ti disegnerà il busto fino alla radice del collo; donde usciranno certi merletti sopraffini.... Tu non conosci i merletti, Abarimataorib? Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno pazze per i merletti. Credo che li metterebbero perfino nell'insalata. Ci son quelli di Venezia, e quelli di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente a vederli. Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene la veste, le figlie di Azatlan darebbero l'anima agli spiriti neri, e il resto sopra mercato.—La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da un grido, che veniva dall'alto dell'albero di maestra. Il marinaio di vedetta sicuramente aveva veduto qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima che avesse veduta una secca. In quelle acque, il caso era abbastanza frequente. Ma no, non era una secca; il marinaio aveva veduto dell'altro, a fior d'acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza dalla costa; donde il sospetto che fossero tre poveri naufraghi.Tutta la marinaresca dellaNinaera corsa al capo di banda, sulle sartie, sui castelli di poppa e di prora, per vedere ciò che aveva indicato il marinaio di vedetta. Anche l'almirante era uscito dalla sua camera, per salire sul castello di poppa.Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro d'archibugio, si vedevano infatti tre corpi che avevano aspetto umano. Si distinguevano le teste, erette sull'acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi al naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi sulla nuca e sulle tempie. I volti erano di tinta scura, e non parevano di naturali delle isole. Del resto, non era più possibile di pensare a selvaggi [pg!325] di quelle parti che si salvassero a nuoto, essendo andata sommersa la loro piroga. In primo luogo, non nuotavano come gente perduta che cercasse di mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed allegra che si trastullasse sulle acque. Spesso saltavano fuori dei flutti, mostrando intiero il torso, fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo fuori certe estremità che non somigliavano punto alle mani della specie di Adamo, bensì alle pinne dei pesci.—Le Sirene!—gridò un marinaio.—Le Sirene, signor almirante.—Oh diavolo!—esclamò Damiano.—Ecco delle persone mitologiche, di cui non speravo fare la conoscenza.—Voi dite, Pablo?—domandò l'almirante, volgendosi al marinaio che aveva parlato poc'anzi.—Dico, signor almirante, che sono le Sirene. Io le conosco, per averle già vedute, un'altra volta, sulla costa d'Africa. Osservate le mani, come finiscono in alette di pesce. Se poi saltassero fuori dell'acqua, si vedrebbe la coda.—E sono tre, come le antiche;—disse Damiano, che si era avanzato anche lui al capo di banda, come uno spettatore ai primi posti.—Non una di più, e non una di meno. Ma in che modo possono trovarsi qui, tanto lontane dai loro classici paraggi?—Saranno altre, e non quelle;—gli rispose Cosma, che si era avanzato al suo fianco.E poi,—disse Pablo,—credete voi che siano così poche, le Sirene? Si vedono di rado; ma ce ne sono per tutti i mari.—Scusate, Pablo;—rispose Damiano.—Io non conoscevo che quelle a cui Ulisse non volle usare la cortesia di starle a sentire, mentre cantavano.[pg!326]—Questo Ulisse dev'essere stato un uomo di giudizio,—rispose Pablo, tentennando la testa.—Eh, infatti, questa è la fama che corre di lui;—soggiunse Damiano.—Egli è stato l'uomo più furbo dell'antichità. Ma perchè dite voi che fece prova di buon giudizio, voi che non avete letto Omero?—Non so chi sia questo Omero;—disse Pablo.—So che le Sirene non appariscono mai che per cantar burrasche e naufragii.—Oh diavolo, diavolo! Questo non è un procedere garbato, da parte delle Sirene.—Cristoforo Colombo aveva chiamato Pablo sul cassero di poppa, e Damiano era corso dietro a Pablo.—Che cosa dicevate voi?—chiese l'almirante al marinaio.—Ne avete già vedute?—Si, signor almirante; sulla costa d'Africa, dieci anni fa, e abbiamo avuto un tempaccio, che me ne ricorderò fino a tanto che io viva.—Se non è altro che cattivo tempo,—osservò l'almirante,—possiamo adattarci al pronostico. A me, che non ho mai veduto Sirene, questo è uno spettacolo strano. Vedete, signori, che agilità di movenze. Sembrano davvero ninfe marine che scherzino sui flutti.—Oh per la grazia, ce n'hanno d'avanzo!—disse Pablo.—Ma son cattive e traditore a maraviglia.—Non vorranno mentire al loro sesso;—mormorò Damiano, che pensava ai casi suoi, spesso e volentieri.Un altro marinaio si avanzò, l'inglese. Anch'egli aveva le sue storie intorno alle Sirene. Nei suoi mari era conosciuta laMermaid, donna di mare. Ed egli narrava che sessanta o settant'anni addietro, in un villaggio della Finlandia occidentale, alcune fanciulle avevano trovata unaMermaidimpigliata nel fango, e dopo averla presa e vestita di [pg!327] abiti loro, le avevano anche insegnato a filare. Mangiava come loro, ma non parlava; era vissuta due o tre anni, e tutte le volte che passava davanti alla chiesa si faceva il segno della croce molto divotamente.Sentito il marinaio inglese, era il caso di sentir l'irlandese, poichè nella marinaresca di Cristoforo Colombo c'era anche un concittadino di san Patrizio. Ed anche l'irlandese ci aveva la sua storia d'una sirena di Correvrekin, la quale seduceva i giovani, per trarli con sè nell'abisso; non dissimile in ciò dalle Sirene della costa Tirrena, conosciute e celebrate da Omero.Nel complesso, tutte le notizie si accordavano in ciò, che la presenza delle Sirene non era di buon augurio per chi le vedeva. E i marinai di Cristoforo Colombo, data la sua parte alla curiosità, non furono punto lieti dello spettacolo che si offriva ai loro occhi.—Suvvia, buoni amici, non diciamo sciocchezze!—mormorò l'almirante.—Guardiamo attentamente queste creature strane che ci mostra l'Oceano, perchè tutte le maraviglie del mondo debbono essere osservate, quando l'occasione se ne offre. Ma non ci mettiamo in testa delle ubbìe, delle vane paure; perchè il buon tempo e il cattivo, la fortuna e la sventura, non dipendono da esseri secondarii, bensì solamente dal creatore ed arbitro di tutto ciò che esiste; in una parola, da Dio. Vediamo piuttosto, poichè queste Sirene non si allontanano da noi, di prenderne una. Pronti ad armare il palischermo, ragazzi!—Ah perbacco, questo mi piace!—disse Damiano.—Ci vado ancor io.—Cosma, che gli era venuto vicino, lo afferrò per un braccio.[pg!328]—Per caso,—gli bisbigliò all'orecchio,—vorresti sposare una Sirena?—Ah sì, è vero!—rispose Damiano, ridendo.—Son tanto infiammabile, io! Non andrò; sei contento? Tanto più presto mi persuado di non andare,—soggiunse egli tosto,—che la Sirena potrebbe piantare il bruno, per rivolgersi al biondo. E tu non la vorresti sposare; e bisognerebbe rimandarla nel suo elemento. Ah, perbacco, un'idea!...—Che cosa?—Niente, niente, un'idea pazza; non badare;—disse Damiano.Frattanto, le tre Sirene seguitavano a folleggiare davanti alla caravella, di tanto in tanto balzando a mezzo il petto fuori dell'acqua, e ammiccando alla marinaresca, come allegre ragazze d'un porto di mare. Ma appena videro il palischermo lanciato in acqua, parve capissero il tiro, perchè subito si allontanarono; poi si tuffarono intieramente nell'acqua, nè più ricomparvero che assai lungi di là, per tuffarsi da capo e sparire.Il palischermo fu issato nuovamente a bordo; gli spettatori ritornarono alle loro faccende quotidiane, non senza intrattenersi in racconti e congetture su quegli esseri strani che avevano dato due ore di svago alla marinaresca dellaNina. Lo spettacolo, in verità, era stato grazioso. Peccato che quel palischermo lanciato in acqua avesse interrotto il divertimento! Se non era il timore di vedersi pescate, chi sa? forse le tre Sirene si sarebbero avvicinate ancora di più, e magari avrebbero cantato, come quelle di cui raccontava Damiano.Questi, frattanto, ragionava con Pablo; il quale seguitava a tentennare la testa, mormorando:—Brutto segno, queste Sirene! brutto segno! L'almirante non vuole che si dica. Ma noi, in costa [pg!329] d'Africa, siamo andati a rompere negli scogli, per le maledette Sirene.—E noi, Pablo, non ci abbiamo dato, negli scogli, anche prima di vederle?—rispondeva Damiano.—State di buon animo; il guaio è avvenuto in anticipazione, e questo, se la scienza augurale non falla, è uno scongiuro più che bastante.—Sì, sì, avrete ragione;—borbottava quell'altro;—ma in costa d'Africa abbiamo fatto naufragio, ed io non mi sono salvato che per un miracolo di sant'Iago.—Gli dovete un pellegrinaggio;—rispose Damiano.—E gliel ho fatto, non dubitate, gliel ho fatto;—replicò il marinaio brontolone.Damiano se ne ritornava frattanto verso il cassero di prora.—Che cosa dicono?—gli domandò Tolteomec.—Mi sembrano spaventati, i tuoi compagni.—Caro amico,—rispose Damiano, atteggiando il volto ad una espressione di tristezza,—c'è da spaventarsi davvero. Non le hai vedute anche tu, le Sirene?—Quegli animali nei flutti?—Sì, quegli animali;—ripetè Damiano.—E non ti sei spaventato anche tu, Tolteomec? Non ti sei spaventata anche tu, Abarimataorib?—No,—disse Abarima.—E perchè avrei dovuto spaventarmi?—Perchè? mi domandi il perchè? Sappi, fanciulla, che quegli animali son donne, ma donne di una specie particolare, sommamente pericolosa. Tutti i pesci hanno lische, mia cara; ma ci sono dei pesci che ne hanno troppe. E questo è il caso delle Sirene; son donne.... tutte lische. Vivono nel mare, nuotano come i pesci, e come i pesci hanno [pg!330] la coda. Chi le incontra a fior d'acqua, come le abbiamo incontrate noi poco fa, finisce male, non vuol morire nel suo letto.—Dici tu il vero?—esclamò Abarima, rabbrividendo.—Sì, cara; e così non fosse! Sono spiriti maligni, o invenzioni degli spiriti maligni, che torna lo stesso. Abitano ordinariamente in certe grotte, nei più profondi abissi dell'Oceano. Vengono fuori di rado; ma quando ci vengono, è segno di temporale. E sai perchè vengono a fior d'acqua? Per invitare i marinai ad andare di sotto.—Ma non ci si può vivere, sott'acqua;—disse Abarima.—La tua osservazione è piena di buon giudizio;—rispose Damiano.—E non ci si vive, infatti; ci si muore. Questo è per l'appunto il fine a cui mirano le Sirene. Esse pigliano i morti nelle loro braccia, li adagiano gentilmente sull'erba verde che tappezza il fondo del mare, ci mettono sopra una pietra, e non se ne parla più.—Brutta cosa!—gridò la fanciulla.—Oh, bruttissima;—riprese Damiano.—E questa fu la morte che rischiò di fare il re Ulisse. Non sai tu che cosa sia accaduto ad Ulisse?—No, ignoro chi sia questo Ulisse.—Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon per te, Abarima, poichè esse son tante, che ti ci confonderesti il cervello. Sappi dunque che Ulisse era il potente cacìco d'Itaca. Itaca, un'isola; su per giù un'isola come Haiti, ma alquanto più piccola. Egli era partito sulle sue piroghe per andare a far guerra al cacìco di Troia. Ritornando vittorioso, era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella e virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni. Capisci? da dieci anni.[pg!331]—Triste cosa!—disse Abarima.—Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse di arrivare al suobohio. Ma che vuoi? a mezza strada, il povero Ulisse incontra un paio di Sirene che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro grotte. Ulisse era furbo; per non sentire, si mise della cera negli orecchi. Ma le aveva vedute, ad ogni modo, e il solo vederle era già molto pericoloso per lui.—E così andò in fondo al mare?—No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli voleva bene e aveva giurato di farlo arrivare alla sua casa. Ma intanto, quell'incontro delle Sirene fu cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati per dieci anni sui mari, prima di giungere in porto.—Ancora dieci anni?—esclamò Abarima.—Sicuro;—rispose Damiano.—Dieci e dieci son venti. Aveva lasciata la sua sposa giovane di venti, e moltotaorib; la ritrovò di quaranta.—Vecchia molto!—disse Abarima, che era forte ed orgogliosa delle sue quindici primavere.—Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant'anni, era un boccone da principi. Di fatti, ci aveva in casa parecchie diecine di innamorati, che le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano il suo liquore di cocco, tutti i giorni cantandole la stessa canzone.—E lei?—E lei tesseva una tela, dicendo: cercherò un marito, quando avrò finito di tessere.—Tela lunga!—osservò la fanciulla.—Infatti, in Azatlan si dice «tela di Penelope» un lavoro che non finisce mai. Ma per fortuna Ulisse ritornò. Altrimenti la sua Penelope avrebbe dovuto prendersi un altro marito.[pg!332]—Questo Ulisse,—notò Abarima,—è stato ancora favorito dal grande Spirito, perchè non è andato al fondo del mare.—Ma è stato l'unico. La storia non parla che di uno, che abbia vedute le Sirene senza morire annegato.—E i tuoi compagni... lo sanno?—Lo sanno, e perciò si spaventano. Ma via, perdonatemi, amici; sento la campana che mi chiama. C'è la distribuzione dei viveri, ed oggi tocca a me di aiutare il cuoco per fare le parti.—Così dicendo, Damiano lasciò i suoi amici di Haiti, felicissimo di essere stato interrotto dalla campana del cuoco. Qual cuoco, ohimè, un cuoco di bordo, e nelle navi d'allora! Ma se i cuochi delle caravelle e delle altre navi a vela non erano da paragonarsi a quei di Lucullo e di Apicio, gli stomachi erano quelli di tutti i tempi, e l'appetito serviva ai marinai del buon tempo passato, come a quelli dei tempi moderni.—Goccia d'olio,—andava dicendo Damiano tra sè, mentre si allontanava dal cassero di prora,—io ti ho versata in buon punto; allargati, goccia d'olio, e penetra il tessuto, come è dell'indole tua. Passerò domani a vederti; e ne riparleremo, per bacco.—Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle avevano fatto buon cammino. Del temporale, a cui accennava Damiano, non si era veduta pur l'ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica detto che le Sirene annunziassero le burrasche da un'ora per l'altra. Del resto, se il temporale non era nell'aria, bene era sulla fronte e negli occhi di Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e guardava la sua figliuola e seguitava a sospirare.Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano; [pg!333] ma il fermarsi sui neri pronostici di lui, il farne soggetto di lunghi ragionamenti interiori, non era della sua età giovanile. Ella pensava troppo più spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano dal castello di prora, e di questo si crucciava profondamente, vedendo volgere i fatti così contrarii alle speranze ch'ella aveva formate e vagheggiate nella sua mente. E si sentiva sola, abbandonata, la giovane principessa di Haiti. Anche senza potersi decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di essere a casa sua una fanciulla superiore a tutte le altre; e là, su quella nave degli uomini bianchi, ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati che andavano e venivamo da poppa a prora, da destra a sinistra, da un albero all'altro, pensavano tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di quei poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli come impedimenti, ingombri e seccature, alla pari con quegli stormi di pappagalli che erano stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un'ora di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in sommo grado, coi loro garriti continui, facendosi maledire in parecchie lingue europee, per tutte le altre undici ore del giorno.Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del padre erano altrettante trafitture al cuore della fanciulla; e quel cuore dolorava già tanto per sè!—Padre mio,—diss'ella ad un tratto, stringendosi amorosamente al petto del vecchio,—tu sospiri; e perchè?—Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire inabissati in questo mare, è orribile. Ti rammenti dell'uragano che l'anno scorso ha imperversato in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case abbattute! Pareva che la furia del vento volesse [pg!334] strappare la nostra isola dal fondo della terra. E noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa, abbiamo dovuto cercar rifugio nelle grotte. Qui, sopra un fragilissimo legno, dove troveremo noi il rifugio, quando l'uragano comincierà a soffiare?—Tu mi sgomenti, padre!—disse Abarima.—Poveri a noi! qual fine sarà la nostra?—Ed io non mi sgomento per me;—disse Tolteomec.—L'arco delle mie stagioni è sul discendere; sia prima la caduta, sia dopo, importa poco. Sicuramente, io morirei più contento, se potessi dormire nella caverna dove sono andati a riposare i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro, più per te, figliuola mia dolce.—Padre, non è troppo il tuo timore?—disse Abarima.—Gli uomini bianchi sono come noi su questo fragilissimo legno; corrono anch'essi il nostro pericolo.—Sì, sì,—rispose Tolteomec.—Ma è questa la loro vita: correr sempre sul mare, e sfidarne le collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle loro piroghe, più capaci e più salde delle nostre; e ce ne hanno quante bisognano, per entrarci tutti. Penseranno a noi.... penseranno a te, Abarima, quando sia l'ora di metterci in salvo, poichè l'uragano avrà spezzata la nave?—Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno di suo padre, come una colombella sbigottita al suo nido.Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi discorsi con la sua bella figliuola, e più si sgomentava quanto più si raffigurava imminente il pericolo, laNina, preceduta dallaPinta, entrava in una rada, nella quale metteva foce un bel fiume. Era quello il fiume in cui, durante la sua diserzione, Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi naturali. [pg!335] Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio di visitare quella parte della costa; e non senza una ragione più forte, che non fosse la curiosità dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo, parendogli di poter sospettare, dalla cattura di sei naturali, che le cose non fossero andate com'egli aveva sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della doppiezza del Pinzon; il quale aveva detto e fatto dire dai suoi marinai che in quel fiume laPintaera stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva a scoprire che c'era stata sedici giorni, e che fin là era pervenuta al Pinzon la notizia del naufragio dellaSanta Maria; della quale sventura egli si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare di là, per muovere al soccorso del suo almirante, perchè assai più gli premeva di procurarsi oro in gran copia.Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie, e diligentemente le consegnò nel suo giornale di bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non fece rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino Alonzo assai più d'ogni più lungo discorso. Due soli atti d'autorità fece l'almirante in quel luogo. Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il fiume, a cui il comandante dellaPintaaveva imposto orgogliosamente il suo nome.—Perchè dovrebbe chiamarsiMartino Alonzo?—disse l'almirante al Pinzon.—Son troppo povera cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle scoperte che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei santi, e con le navi fornite a noi dalla munificenza dei sovrani di Castiglia. Da Dio, dai santi, dal re, dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo [pg!336] visitando. La compagnia dei nostri nomi, oltre che sarebbe prova di superbia in noi, suonerebbe offesa ai nostri padroni, come alle potenze celesti.—A questo ragionamento, che era religiosamente e politicamente ortodosso, non seppe che cosa rispondere Martino Alonzo Pinzon. E l'autorità dell'almirante fu per questo verso ristabilita senza contrasto. Tornò più difficile far ingoiare al Pinzon l'altra pillola del restituire i sei naturali fatti prigionieri da lui. Ma il signor almirante si mostrò su questo punto inflessibile. Unica concessione che egli fece fu quella d'indugiarsi a dire le ragioni per cui gli pareva necessario di rimandare liberi i quattro uomini e le due donne dell'isola.—Sola scusa per voi,—diss'egli a Martino Alonzo,—sarebbe stato il non sapere che noi lasciavamo una quarantina di Spagnuoli all'isola di Haiti. Ora lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia come questo potrà rendere i naturali di qui più amici agli uomini bianchi. A Guanahani, a Cuba, e in quest'isola medesima, abbiamo preso dei naturali, ma come interpetri, non come schiavi; e se essi ci accompagnano in Europa, lo fanno come liberi uomini, per loro elezione, e non per nostro volere.—Quest'altro ragionamento dell'almirante era inoppugnabile, come il primo. Si poteva immaginare che i sei catturati fossero contenti della loro sorte, e di andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli per forza. E di questo era facile accertarsi, esplorando la loro volontà.Ma questo non voleva l'almirante che si facesse a bordo dellaPinta; perciò diede il comando che i sei naturali fossero condotti alla sua presenza, sulla nave capitana.[pg!337]Mentre così ordinava l'almirante, Tolteomec si presentava a domandargli un'udienza.—Che desideri tu?—gli chiese Cristoforo Colombo.—Potente signore degli uomini bianchi,—disse Tolteomec,—la mia figliuola non è più desiderosa di lasciare la terra dei nostri padri. Oggi abbiamo toccata nuovamente la riva. Domani tu riprenderai l'alto mare, e Haiti sfuggirà dai nostri occhi.... forse per sempre.—Tu sei pentito, non è vero?—domandò l'almirante.—Non vuoi più venire in Azatlan, a vedere il re e la regina di Castiglia?—Mio signore....—balbettò il vecchio Haitiano,—il mare è perfido.... le Sirene hanno dato l'annunzio della morte....—E tu credi a queste sciocche paure?—Anche Damiano lo ha detto;—replicò Tolteomec.—Le Sirene annunziano l'uragano.... l'uragano che sommerge le grandi piroghe.—Oh povera scienza!—esclamò Cristoforo Colombo.—E chi vi ha messe queste ubbie nella testa? messer Damiano?—Cusqueia,—soggiunse egli all'interpetre, che aveva accompagnato il fratello di Guacanagari all'udienza;—chiamami Damiano.—Damiano fu pronto ad accorrere, ed ugualmente pronto a capire che la sua macchia d'olio si era allargata, penetrando anche molto bene il tessuto.—Perdonate, messere,—diss'egli all'almirante, parlando nel vernacolo genovese, che Cusqueia non poteva capire.—Mi pare necessario di levarci questi due selvaggi dai piedi. La ragazza è venuta per capriccio, ed ora incomincia a pentirsi della sua risoluzione. Cosma è seccato; io più di lui....—E per far piacere a Cosma e a Damiano.... Ho [pg!338] capito;—disse l'almirante, ridendo.—Mi ritrovate per l'appunto in via di rimandare alle case loro i sei naturali di Martino Alonzo Pinzon.—Dove vanno sei, possono andar otto;—soggiunse Damiano.—E magari tutti;—conchiuse l'almirante.—Voi aggiustate ogni cosa a comodo vostro, messer Damiano carissimo. Se non foste Genovese, meritereste di esserlo.—Mentre così parlava il signor almirante, giungevano a bordo dellaNinai sei naturali del Rio di Grazia. Cristoforo Colombo li richiese, per mezzo dell'interpetre, se volessero andare in Azatlan. Essi stettero muti, non sapendo se dal rispondere dovessero aver danno o profitto. Ma quando seppero da Cusqueia che erano liberi di andare o di restare, si sciolse loro la loquela; e tutti, uomini e donne, gridarono di voler scendere a terra.—Cusqueia,—disse l'almirante all'interpetre,—fate sapere a questi naturali che io concedo loro libertà di ritornarsene al loro villaggio, ma ad un patto: che essi vogliano scortare e mandar sicuri di ogni rischio, fino albohiodi Guacanagari, il vecchio Tolteomec e la sua figliuola. Sono anch'essi Haitiani, e debbono trovare assistenza presso i loro fratelli.—I sei prigionieri di Martino Alonzo Pinzon udirono da Cusqueia i patti che poneva il capo degli uomini bianchi alla loro liberazione. E lieti promisero che avrebbero fatto ogni cosa secondo il desiderio dell'almirante. Uno di essi, per dar più forza alla promessa, si levò una collana di nicchi marini dal collo, e la consegnò all'almirante.Quella era la cintura di Vampun. Che cosa intendessero per Vampun i naturali di Haiti non è chiaro. Forse era il nome d'un loro Dio? Forse significava [pg!339] amicizia? Certo, era un pegno d'alleanza, quella cintura, e dinotava amicizia per la vita e per la morte.Tolteomec e la sua bella figliuola furono calati nel palischermo. Abarima, prima di scendere, volse in giro i grandi occhi d'indaco, bagnati di lagrime.—Addio, cara!—le disse Damiano.—Tu cerchi qualcheduno. Ma che vuoi? I biondi hanno paura del sole.—Tolteomec baciò la mano a Cristoforo Colombo, come aveva veduto fare per atto d'ossequio da alcuni marinai.—Il grande Spirito sia con te, gran capo degli uomini bianchi;—gli disse.—E con te, buon amico;—rispose l'almirante.—Dirai a Guacanagari che io confido in lui, perchè i miei uomini non abbiano a mancare di nulla, nella fortezza del Natale.—Abarima seguitava a piangere. L'almirante le fece portare nel palischermo una collana di perle di vetro a tre filze, e un pezzo di stoffa moresca dai vivaci colori. Con quel donativo egli chetò la bella selvaggia, che seguitò a piangere, ma incominciò anche a sorridere. Così avviene anche al cielo, quando finisce l'acquazzone e ritorna il sereno, che il sole si mostra fra mezzo alle nuvole rotte e i suoi raggi d'oro si rifrangono nelle ultime gocce di pioggia.Cosma era stato tutto quel tempo nascosto nel suo rancio, sotto coperta. Damiano andò a lui, appena vide il palischermo allontanarsi dal fianco della nave.—Ebbene?—domandò Cosma, levando gli occhi.—Partita;—rispose Damiano.—Ah, finalmente, respiro.—Sì, respira, fortunato briccone! Ma ti ho dovuto salvar io, da questa noia. Io, capisci? E se tu [pg!340] non mi fai erigere una statua, dirò che non sei capace di gratitudine.—Cosma balzò dal suo rancio, e gittò le braccia al collo del suo amico Damiano.—Tu salvi me da una seccatura che non avevo meritata, ma che mi rendeva abbastanza ridicolo;—diss'egli a Damiano.—Ma io ho salvato te da una sciocchezza, che poteva costarti la vita.—La vita!—Sì, la vita. Che cosa ne sai tu che possa avvenire di gente perduta tra i selvaggi, lontana dall'occhio vigile ed accorto del signor almirante? Io non ispero niente della fortezza del Natale, e di quei trentanove uomini lasciati laggiù. C'è voluta tutta a portarli fin qua, tanti rozzi, indisciplinati e prepotenti marinai. Mi figuro quella parte di loro che rimane, abbandonata a sè stessa, e a tutti i suoi pessimi istinti!—Profeta di sciagura!—esclamò Damiano.—Vuoi tu dunque imitarmi?—In che cosa?—disse Cosma, che lì per lì non riusciva ad intenderlo.—Eh sì, dolce amico!—rispose Damiano.—Me ne hai fatte dire anche tu, delle sciocchezze! Povere Sirene, che ho dovuto calunniare per farti servizio! E nota che di queste Sirene se ne trovano anche nei nostri mari, e non hanno la cattiva riputazione che io ho fatta loro, nell'animo del mio suocero fallito. Io stesso ne ho vedute due, nelle acque di Corsica; e si chiamavano.... vitelli marini.—[pg!341]

Capitolo XVII.Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una risoluzione troppo forte, e l'animo suo la sopportava male. Seduto di continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante, che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si allontanava. Fino a tanto laNina, tra l'andar poco e il non andare affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si allontanava, egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del 9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal centro della sua isola natale.Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore. Ma ella non sentiva il [pg!320] mal del paese, e non intendeva lo strazio del cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava nell'interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma, l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino alla figliuola di Tolteomec.Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione di Damiano, evitarsi era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi suoi grandi occhi d'indaco.—Cosma!—bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare all'albero di trinchetto.Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso, fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù; lo vide discendere; sperò che passasse un'altra volta daccanto a lei; ma fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere un'altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra parte della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, [pg!321] donde più non gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello di prora.Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai; restando lontano da lei, non faceva niente d'insolito. E di nessuno poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro due persone di quella famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano temperare il rammarico del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch'egli tentava di nascondere agli occhi, era facile d'indovinare dal gesto.—Padre mio!—gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco sulla grande piroga degli uomini bianchi.—Tu piangi, e non ami più la tua creatura.—No, bambina, t'inganni;—rispose il vecchio.—Se non ti amassi, non saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.—Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch'essa un po' di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel capriccio [pg!322] infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui non rispondeva punto la verità delle cose.Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato; non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro? Anche stando lassù, venti passi distante da lei, Cosma, l'amico di Damiano, aveva guardato lei, le aveva pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza, e che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l'indice sulle labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l'accenno di un bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre; poche parole, ma chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di esser sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua indole si era liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni, si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa dalla splendidezza del sogno.[pg!323]Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E come rideva il nostro Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe del volto e quelle del cuore.Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva attenersi a ciò che mostrava l'aspetto.—Tu sei felice,—diceva egli a Damiano,—tu sei felice, di ritornare alle tue terre.—Ma sì! molto felice;—rispondeva Damiano.—Al miobohiomi vogliono fare gran festa, quand'io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne l'aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne di pappagallo, che ho portate per l'appunto con me.—Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.—Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico? Vedrai la nostra terra d'Europa; sarai accolto dal re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli usi e i costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico di esperienza al tuobohiodi Haiti, ognuno dovrà riconoscere in te un pozzo di sapienza; tutti penderanno dalle tue labbra. E i giovani di Haiti, quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto.... Tu non hai idea, deliziosa creatura, della [pg!324] seta e del velluto! Figùrati il tuo mantello di cotone, ma che sia più morbido, più lucido, più.... non saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco fino al piede, mentre ti disegnerà il busto fino alla radice del collo; donde usciranno certi merletti sopraffini.... Tu non conosci i merletti, Abarimataorib? Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno pazze per i merletti. Credo che li metterebbero perfino nell'insalata. Ci son quelli di Venezia, e quelli di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente a vederli. Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene la veste, le figlie di Azatlan darebbero l'anima agli spiriti neri, e il resto sopra mercato.—La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da un grido, che veniva dall'alto dell'albero di maestra. Il marinaio di vedetta sicuramente aveva veduto qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima che avesse veduta una secca. In quelle acque, il caso era abbastanza frequente. Ma no, non era una secca; il marinaio aveva veduto dell'altro, a fior d'acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza dalla costa; donde il sospetto che fossero tre poveri naufraghi.Tutta la marinaresca dellaNinaera corsa al capo di banda, sulle sartie, sui castelli di poppa e di prora, per vedere ciò che aveva indicato il marinaio di vedetta. Anche l'almirante era uscito dalla sua camera, per salire sul castello di poppa.Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro d'archibugio, si vedevano infatti tre corpi che avevano aspetto umano. Si distinguevano le teste, erette sull'acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi al naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi sulla nuca e sulle tempie. I volti erano di tinta scura, e non parevano di naturali delle isole. Del resto, non era più possibile di pensare a selvaggi [pg!325] di quelle parti che si salvassero a nuoto, essendo andata sommersa la loro piroga. In primo luogo, non nuotavano come gente perduta che cercasse di mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed allegra che si trastullasse sulle acque. Spesso saltavano fuori dei flutti, mostrando intiero il torso, fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo fuori certe estremità che non somigliavano punto alle mani della specie di Adamo, bensì alle pinne dei pesci.—Le Sirene!—gridò un marinaio.—Le Sirene, signor almirante.—Oh diavolo!—esclamò Damiano.—Ecco delle persone mitologiche, di cui non speravo fare la conoscenza.—Voi dite, Pablo?—domandò l'almirante, volgendosi al marinaio che aveva parlato poc'anzi.—Dico, signor almirante, che sono le Sirene. Io le conosco, per averle già vedute, un'altra volta, sulla costa d'Africa. Osservate le mani, come finiscono in alette di pesce. Se poi saltassero fuori dell'acqua, si vedrebbe la coda.—E sono tre, come le antiche;—disse Damiano, che si era avanzato anche lui al capo di banda, come uno spettatore ai primi posti.—Non una di più, e non una di meno. Ma in che modo possono trovarsi qui, tanto lontane dai loro classici paraggi?—Saranno altre, e non quelle;—gli rispose Cosma, che si era avanzato al suo fianco.E poi,—disse Pablo,—credete voi che siano così poche, le Sirene? Si vedono di rado; ma ce ne sono per tutti i mari.—Scusate, Pablo;—rispose Damiano.—Io non conoscevo che quelle a cui Ulisse non volle usare la cortesia di starle a sentire, mentre cantavano.[pg!326]—Questo Ulisse dev'essere stato un uomo di giudizio,—rispose Pablo, tentennando la testa.—Eh, infatti, questa è la fama che corre di lui;—soggiunse Damiano.—Egli è stato l'uomo più furbo dell'antichità. Ma perchè dite voi che fece prova di buon giudizio, voi che non avete letto Omero?—Non so chi sia questo Omero;—disse Pablo.—So che le Sirene non appariscono mai che per cantar burrasche e naufragii.—Oh diavolo, diavolo! Questo non è un procedere garbato, da parte delle Sirene.—Cristoforo Colombo aveva chiamato Pablo sul cassero di poppa, e Damiano era corso dietro a Pablo.—Che cosa dicevate voi?—chiese l'almirante al marinaio.—Ne avete già vedute?—Si, signor almirante; sulla costa d'Africa, dieci anni fa, e abbiamo avuto un tempaccio, che me ne ricorderò fino a tanto che io viva.—Se non è altro che cattivo tempo,—osservò l'almirante,—possiamo adattarci al pronostico. A me, che non ho mai veduto Sirene, questo è uno spettacolo strano. Vedete, signori, che agilità di movenze. Sembrano davvero ninfe marine che scherzino sui flutti.—Oh per la grazia, ce n'hanno d'avanzo!—disse Pablo.—Ma son cattive e traditore a maraviglia.—Non vorranno mentire al loro sesso;—mormorò Damiano, che pensava ai casi suoi, spesso e volentieri.Un altro marinaio si avanzò, l'inglese. Anch'egli aveva le sue storie intorno alle Sirene. Nei suoi mari era conosciuta laMermaid, donna di mare. Ed egli narrava che sessanta o settant'anni addietro, in un villaggio della Finlandia occidentale, alcune fanciulle avevano trovata unaMermaidimpigliata nel fango, e dopo averla presa e vestita di [pg!327] abiti loro, le avevano anche insegnato a filare. Mangiava come loro, ma non parlava; era vissuta due o tre anni, e tutte le volte che passava davanti alla chiesa si faceva il segno della croce molto divotamente.Sentito il marinaio inglese, era il caso di sentir l'irlandese, poichè nella marinaresca di Cristoforo Colombo c'era anche un concittadino di san Patrizio. Ed anche l'irlandese ci aveva la sua storia d'una sirena di Correvrekin, la quale seduceva i giovani, per trarli con sè nell'abisso; non dissimile in ciò dalle Sirene della costa Tirrena, conosciute e celebrate da Omero.Nel complesso, tutte le notizie si accordavano in ciò, che la presenza delle Sirene non era di buon augurio per chi le vedeva. E i marinai di Cristoforo Colombo, data la sua parte alla curiosità, non furono punto lieti dello spettacolo che si offriva ai loro occhi.—Suvvia, buoni amici, non diciamo sciocchezze!—mormorò l'almirante.—Guardiamo attentamente queste creature strane che ci mostra l'Oceano, perchè tutte le maraviglie del mondo debbono essere osservate, quando l'occasione se ne offre. Ma non ci mettiamo in testa delle ubbìe, delle vane paure; perchè il buon tempo e il cattivo, la fortuna e la sventura, non dipendono da esseri secondarii, bensì solamente dal creatore ed arbitro di tutto ciò che esiste; in una parola, da Dio. Vediamo piuttosto, poichè queste Sirene non si allontanano da noi, di prenderne una. Pronti ad armare il palischermo, ragazzi!—Ah perbacco, questo mi piace!—disse Damiano.—Ci vado ancor io.—Cosma, che gli era venuto vicino, lo afferrò per un braccio.[pg!328]—Per caso,—gli bisbigliò all'orecchio,—vorresti sposare una Sirena?—Ah sì, è vero!—rispose Damiano, ridendo.—Son tanto infiammabile, io! Non andrò; sei contento? Tanto più presto mi persuado di non andare,—soggiunse egli tosto,—che la Sirena potrebbe piantare il bruno, per rivolgersi al biondo. E tu non la vorresti sposare; e bisognerebbe rimandarla nel suo elemento. Ah, perbacco, un'idea!...—Che cosa?—Niente, niente, un'idea pazza; non badare;—disse Damiano.Frattanto, le tre Sirene seguitavano a folleggiare davanti alla caravella, di tanto in tanto balzando a mezzo il petto fuori dell'acqua, e ammiccando alla marinaresca, come allegre ragazze d'un porto di mare. Ma appena videro il palischermo lanciato in acqua, parve capissero il tiro, perchè subito si allontanarono; poi si tuffarono intieramente nell'acqua, nè più ricomparvero che assai lungi di là, per tuffarsi da capo e sparire.Il palischermo fu issato nuovamente a bordo; gli spettatori ritornarono alle loro faccende quotidiane, non senza intrattenersi in racconti e congetture su quegli esseri strani che avevano dato due ore di svago alla marinaresca dellaNina. Lo spettacolo, in verità, era stato grazioso. Peccato che quel palischermo lanciato in acqua avesse interrotto il divertimento! Se non era il timore di vedersi pescate, chi sa? forse le tre Sirene si sarebbero avvicinate ancora di più, e magari avrebbero cantato, come quelle di cui raccontava Damiano.Questi, frattanto, ragionava con Pablo; il quale seguitava a tentennare la testa, mormorando:—Brutto segno, queste Sirene! brutto segno! L'almirante non vuole che si dica. Ma noi, in costa [pg!329] d'Africa, siamo andati a rompere negli scogli, per le maledette Sirene.—E noi, Pablo, non ci abbiamo dato, negli scogli, anche prima di vederle?—rispondeva Damiano.—State di buon animo; il guaio è avvenuto in anticipazione, e questo, se la scienza augurale non falla, è uno scongiuro più che bastante.—Sì, sì, avrete ragione;—borbottava quell'altro;—ma in costa d'Africa abbiamo fatto naufragio, ed io non mi sono salvato che per un miracolo di sant'Iago.—Gli dovete un pellegrinaggio;—rispose Damiano.—E gliel ho fatto, non dubitate, gliel ho fatto;—replicò il marinaio brontolone.Damiano se ne ritornava frattanto verso il cassero di prora.—Che cosa dicono?—gli domandò Tolteomec.—Mi sembrano spaventati, i tuoi compagni.—Caro amico,—rispose Damiano, atteggiando il volto ad una espressione di tristezza,—c'è da spaventarsi davvero. Non le hai vedute anche tu, le Sirene?—Quegli animali nei flutti?—Sì, quegli animali;—ripetè Damiano.—E non ti sei spaventato anche tu, Tolteomec? Non ti sei spaventata anche tu, Abarimataorib?—No,—disse Abarima.—E perchè avrei dovuto spaventarmi?—Perchè? mi domandi il perchè? Sappi, fanciulla, che quegli animali son donne, ma donne di una specie particolare, sommamente pericolosa. Tutti i pesci hanno lische, mia cara; ma ci sono dei pesci che ne hanno troppe. E questo è il caso delle Sirene; son donne.... tutte lische. Vivono nel mare, nuotano come i pesci, e come i pesci hanno [pg!330] la coda. Chi le incontra a fior d'acqua, come le abbiamo incontrate noi poco fa, finisce male, non vuol morire nel suo letto.—Dici tu il vero?—esclamò Abarima, rabbrividendo.—Sì, cara; e così non fosse! Sono spiriti maligni, o invenzioni degli spiriti maligni, che torna lo stesso. Abitano ordinariamente in certe grotte, nei più profondi abissi dell'Oceano. Vengono fuori di rado; ma quando ci vengono, è segno di temporale. E sai perchè vengono a fior d'acqua? Per invitare i marinai ad andare di sotto.—Ma non ci si può vivere, sott'acqua;—disse Abarima.—La tua osservazione è piena di buon giudizio;—rispose Damiano.—E non ci si vive, infatti; ci si muore. Questo è per l'appunto il fine a cui mirano le Sirene. Esse pigliano i morti nelle loro braccia, li adagiano gentilmente sull'erba verde che tappezza il fondo del mare, ci mettono sopra una pietra, e non se ne parla più.—Brutta cosa!—gridò la fanciulla.—Oh, bruttissima;—riprese Damiano.—E questa fu la morte che rischiò di fare il re Ulisse. Non sai tu che cosa sia accaduto ad Ulisse?—No, ignoro chi sia questo Ulisse.—Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon per te, Abarima, poichè esse son tante, che ti ci confonderesti il cervello. Sappi dunque che Ulisse era il potente cacìco d'Itaca. Itaca, un'isola; su per giù un'isola come Haiti, ma alquanto più piccola. Egli era partito sulle sue piroghe per andare a far guerra al cacìco di Troia. Ritornando vittorioso, era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella e virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni. Capisci? da dieci anni.[pg!331]—Triste cosa!—disse Abarima.—Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse di arrivare al suobohio. Ma che vuoi? a mezza strada, il povero Ulisse incontra un paio di Sirene che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro grotte. Ulisse era furbo; per non sentire, si mise della cera negli orecchi. Ma le aveva vedute, ad ogni modo, e il solo vederle era già molto pericoloso per lui.—E così andò in fondo al mare?—No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli voleva bene e aveva giurato di farlo arrivare alla sua casa. Ma intanto, quell'incontro delle Sirene fu cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati per dieci anni sui mari, prima di giungere in porto.—Ancora dieci anni?—esclamò Abarima.—Sicuro;—rispose Damiano.—Dieci e dieci son venti. Aveva lasciata la sua sposa giovane di venti, e moltotaorib; la ritrovò di quaranta.—Vecchia molto!—disse Abarima, che era forte ed orgogliosa delle sue quindici primavere.—Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant'anni, era un boccone da principi. Di fatti, ci aveva in casa parecchie diecine di innamorati, che le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano il suo liquore di cocco, tutti i giorni cantandole la stessa canzone.—E lei?—E lei tesseva una tela, dicendo: cercherò un marito, quando avrò finito di tessere.—Tela lunga!—osservò la fanciulla.—Infatti, in Azatlan si dice «tela di Penelope» un lavoro che non finisce mai. Ma per fortuna Ulisse ritornò. Altrimenti la sua Penelope avrebbe dovuto prendersi un altro marito.[pg!332]—Questo Ulisse,—notò Abarima,—è stato ancora favorito dal grande Spirito, perchè non è andato al fondo del mare.—Ma è stato l'unico. La storia non parla che di uno, che abbia vedute le Sirene senza morire annegato.—E i tuoi compagni... lo sanno?—Lo sanno, e perciò si spaventano. Ma via, perdonatemi, amici; sento la campana che mi chiama. C'è la distribuzione dei viveri, ed oggi tocca a me di aiutare il cuoco per fare le parti.—Così dicendo, Damiano lasciò i suoi amici di Haiti, felicissimo di essere stato interrotto dalla campana del cuoco. Qual cuoco, ohimè, un cuoco di bordo, e nelle navi d'allora! Ma se i cuochi delle caravelle e delle altre navi a vela non erano da paragonarsi a quei di Lucullo e di Apicio, gli stomachi erano quelli di tutti i tempi, e l'appetito serviva ai marinai del buon tempo passato, come a quelli dei tempi moderni.—Goccia d'olio,—andava dicendo Damiano tra sè, mentre si allontanava dal cassero di prora,—io ti ho versata in buon punto; allargati, goccia d'olio, e penetra il tessuto, come è dell'indole tua. Passerò domani a vederti; e ne riparleremo, per bacco.—Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle avevano fatto buon cammino. Del temporale, a cui accennava Damiano, non si era veduta pur l'ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica detto che le Sirene annunziassero le burrasche da un'ora per l'altra. Del resto, se il temporale non era nell'aria, bene era sulla fronte e negli occhi di Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e guardava la sua figliuola e seguitava a sospirare.Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano; [pg!333] ma il fermarsi sui neri pronostici di lui, il farne soggetto di lunghi ragionamenti interiori, non era della sua età giovanile. Ella pensava troppo più spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano dal castello di prora, e di questo si crucciava profondamente, vedendo volgere i fatti così contrarii alle speranze ch'ella aveva formate e vagheggiate nella sua mente. E si sentiva sola, abbandonata, la giovane principessa di Haiti. Anche senza potersi decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di essere a casa sua una fanciulla superiore a tutte le altre; e là, su quella nave degli uomini bianchi, ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati che andavano e venivamo da poppa a prora, da destra a sinistra, da un albero all'altro, pensavano tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di quei poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli come impedimenti, ingombri e seccature, alla pari con quegli stormi di pappagalli che erano stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un'ora di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in sommo grado, coi loro garriti continui, facendosi maledire in parecchie lingue europee, per tutte le altre undici ore del giorno.Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del padre erano altrettante trafitture al cuore della fanciulla; e quel cuore dolorava già tanto per sè!—Padre mio,—diss'ella ad un tratto, stringendosi amorosamente al petto del vecchio,—tu sospiri; e perchè?—Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire inabissati in questo mare, è orribile. Ti rammenti dell'uragano che l'anno scorso ha imperversato in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case abbattute! Pareva che la furia del vento volesse [pg!334] strappare la nostra isola dal fondo della terra. E noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa, abbiamo dovuto cercar rifugio nelle grotte. Qui, sopra un fragilissimo legno, dove troveremo noi il rifugio, quando l'uragano comincierà a soffiare?—Tu mi sgomenti, padre!—disse Abarima.—Poveri a noi! qual fine sarà la nostra?—Ed io non mi sgomento per me;—disse Tolteomec.—L'arco delle mie stagioni è sul discendere; sia prima la caduta, sia dopo, importa poco. Sicuramente, io morirei più contento, se potessi dormire nella caverna dove sono andati a riposare i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro, più per te, figliuola mia dolce.—Padre, non è troppo il tuo timore?—disse Abarima.—Gli uomini bianchi sono come noi su questo fragilissimo legno; corrono anch'essi il nostro pericolo.—Sì, sì,—rispose Tolteomec.—Ma è questa la loro vita: correr sempre sul mare, e sfidarne le collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle loro piroghe, più capaci e più salde delle nostre; e ce ne hanno quante bisognano, per entrarci tutti. Penseranno a noi.... penseranno a te, Abarima, quando sia l'ora di metterci in salvo, poichè l'uragano avrà spezzata la nave?—Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno di suo padre, come una colombella sbigottita al suo nido.Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi discorsi con la sua bella figliuola, e più si sgomentava quanto più si raffigurava imminente il pericolo, laNina, preceduta dallaPinta, entrava in una rada, nella quale metteva foce un bel fiume. Era quello il fiume in cui, durante la sua diserzione, Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi naturali. [pg!335] Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio di visitare quella parte della costa; e non senza una ragione più forte, che non fosse la curiosità dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo, parendogli di poter sospettare, dalla cattura di sei naturali, che le cose non fossero andate com'egli aveva sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della doppiezza del Pinzon; il quale aveva detto e fatto dire dai suoi marinai che in quel fiume laPintaera stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva a scoprire che c'era stata sedici giorni, e che fin là era pervenuta al Pinzon la notizia del naufragio dellaSanta Maria; della quale sventura egli si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare di là, per muovere al soccorso del suo almirante, perchè assai più gli premeva di procurarsi oro in gran copia.Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie, e diligentemente le consegnò nel suo giornale di bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non fece rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino Alonzo assai più d'ogni più lungo discorso. Due soli atti d'autorità fece l'almirante in quel luogo. Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il fiume, a cui il comandante dellaPintaaveva imposto orgogliosamente il suo nome.—Perchè dovrebbe chiamarsiMartino Alonzo?—disse l'almirante al Pinzon.—Son troppo povera cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle scoperte che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei santi, e con le navi fornite a noi dalla munificenza dei sovrani di Castiglia. Da Dio, dai santi, dal re, dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo [pg!336] visitando. La compagnia dei nostri nomi, oltre che sarebbe prova di superbia in noi, suonerebbe offesa ai nostri padroni, come alle potenze celesti.—A questo ragionamento, che era religiosamente e politicamente ortodosso, non seppe che cosa rispondere Martino Alonzo Pinzon. E l'autorità dell'almirante fu per questo verso ristabilita senza contrasto. Tornò più difficile far ingoiare al Pinzon l'altra pillola del restituire i sei naturali fatti prigionieri da lui. Ma il signor almirante si mostrò su questo punto inflessibile. Unica concessione che egli fece fu quella d'indugiarsi a dire le ragioni per cui gli pareva necessario di rimandare liberi i quattro uomini e le due donne dell'isola.—Sola scusa per voi,—diss'egli a Martino Alonzo,—sarebbe stato il non sapere che noi lasciavamo una quarantina di Spagnuoli all'isola di Haiti. Ora lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia come questo potrà rendere i naturali di qui più amici agli uomini bianchi. A Guanahani, a Cuba, e in quest'isola medesima, abbiamo preso dei naturali, ma come interpetri, non come schiavi; e se essi ci accompagnano in Europa, lo fanno come liberi uomini, per loro elezione, e non per nostro volere.—Quest'altro ragionamento dell'almirante era inoppugnabile, come il primo. Si poteva immaginare che i sei catturati fossero contenti della loro sorte, e di andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli per forza. E di questo era facile accertarsi, esplorando la loro volontà.Ma questo non voleva l'almirante che si facesse a bordo dellaPinta; perciò diede il comando che i sei naturali fossero condotti alla sua presenza, sulla nave capitana.[pg!337]Mentre così ordinava l'almirante, Tolteomec si presentava a domandargli un'udienza.—Che desideri tu?—gli chiese Cristoforo Colombo.—Potente signore degli uomini bianchi,—disse Tolteomec,—la mia figliuola non è più desiderosa di lasciare la terra dei nostri padri. Oggi abbiamo toccata nuovamente la riva. Domani tu riprenderai l'alto mare, e Haiti sfuggirà dai nostri occhi.... forse per sempre.—Tu sei pentito, non è vero?—domandò l'almirante.—Non vuoi più venire in Azatlan, a vedere il re e la regina di Castiglia?—Mio signore....—balbettò il vecchio Haitiano,—il mare è perfido.... le Sirene hanno dato l'annunzio della morte....—E tu credi a queste sciocche paure?—Anche Damiano lo ha detto;—replicò Tolteomec.—Le Sirene annunziano l'uragano.... l'uragano che sommerge le grandi piroghe.—Oh povera scienza!—esclamò Cristoforo Colombo.—E chi vi ha messe queste ubbie nella testa? messer Damiano?—Cusqueia,—soggiunse egli all'interpetre, che aveva accompagnato il fratello di Guacanagari all'udienza;—chiamami Damiano.—Damiano fu pronto ad accorrere, ed ugualmente pronto a capire che la sua macchia d'olio si era allargata, penetrando anche molto bene il tessuto.—Perdonate, messere,—diss'egli all'almirante, parlando nel vernacolo genovese, che Cusqueia non poteva capire.—Mi pare necessario di levarci questi due selvaggi dai piedi. La ragazza è venuta per capriccio, ed ora incomincia a pentirsi della sua risoluzione. Cosma è seccato; io più di lui....—E per far piacere a Cosma e a Damiano.... Ho [pg!338] capito;—disse l'almirante, ridendo.—Mi ritrovate per l'appunto in via di rimandare alle case loro i sei naturali di Martino Alonzo Pinzon.—Dove vanno sei, possono andar otto;—soggiunse Damiano.—E magari tutti;—conchiuse l'almirante.—Voi aggiustate ogni cosa a comodo vostro, messer Damiano carissimo. Se non foste Genovese, meritereste di esserlo.—Mentre così parlava il signor almirante, giungevano a bordo dellaNinai sei naturali del Rio di Grazia. Cristoforo Colombo li richiese, per mezzo dell'interpetre, se volessero andare in Azatlan. Essi stettero muti, non sapendo se dal rispondere dovessero aver danno o profitto. Ma quando seppero da Cusqueia che erano liberi di andare o di restare, si sciolse loro la loquela; e tutti, uomini e donne, gridarono di voler scendere a terra.—Cusqueia,—disse l'almirante all'interpetre,—fate sapere a questi naturali che io concedo loro libertà di ritornarsene al loro villaggio, ma ad un patto: che essi vogliano scortare e mandar sicuri di ogni rischio, fino albohiodi Guacanagari, il vecchio Tolteomec e la sua figliuola. Sono anch'essi Haitiani, e debbono trovare assistenza presso i loro fratelli.—I sei prigionieri di Martino Alonzo Pinzon udirono da Cusqueia i patti che poneva il capo degli uomini bianchi alla loro liberazione. E lieti promisero che avrebbero fatto ogni cosa secondo il desiderio dell'almirante. Uno di essi, per dar più forza alla promessa, si levò una collana di nicchi marini dal collo, e la consegnò all'almirante.Quella era la cintura di Vampun. Che cosa intendessero per Vampun i naturali di Haiti non è chiaro. Forse era il nome d'un loro Dio? Forse significava [pg!339] amicizia? Certo, era un pegno d'alleanza, quella cintura, e dinotava amicizia per la vita e per la morte.Tolteomec e la sua bella figliuola furono calati nel palischermo. Abarima, prima di scendere, volse in giro i grandi occhi d'indaco, bagnati di lagrime.—Addio, cara!—le disse Damiano.—Tu cerchi qualcheduno. Ma che vuoi? I biondi hanno paura del sole.—Tolteomec baciò la mano a Cristoforo Colombo, come aveva veduto fare per atto d'ossequio da alcuni marinai.—Il grande Spirito sia con te, gran capo degli uomini bianchi;—gli disse.—E con te, buon amico;—rispose l'almirante.—Dirai a Guacanagari che io confido in lui, perchè i miei uomini non abbiano a mancare di nulla, nella fortezza del Natale.—Abarima seguitava a piangere. L'almirante le fece portare nel palischermo una collana di perle di vetro a tre filze, e un pezzo di stoffa moresca dai vivaci colori. Con quel donativo egli chetò la bella selvaggia, che seguitò a piangere, ma incominciò anche a sorridere. Così avviene anche al cielo, quando finisce l'acquazzone e ritorna il sereno, che il sole si mostra fra mezzo alle nuvole rotte e i suoi raggi d'oro si rifrangono nelle ultime gocce di pioggia.Cosma era stato tutto quel tempo nascosto nel suo rancio, sotto coperta. Damiano andò a lui, appena vide il palischermo allontanarsi dal fianco della nave.—Ebbene?—domandò Cosma, levando gli occhi.—Partita;—rispose Damiano.—Ah, finalmente, respiro.—Sì, respira, fortunato briccone! Ma ti ho dovuto salvar io, da questa noia. Io, capisci? E se tu [pg!340] non mi fai erigere una statua, dirò che non sei capace di gratitudine.—Cosma balzò dal suo rancio, e gittò le braccia al collo del suo amico Damiano.—Tu salvi me da una seccatura che non avevo meritata, ma che mi rendeva abbastanza ridicolo;—diss'egli a Damiano.—Ma io ho salvato te da una sciocchezza, che poteva costarti la vita.—La vita!—Sì, la vita. Che cosa ne sai tu che possa avvenire di gente perduta tra i selvaggi, lontana dall'occhio vigile ed accorto del signor almirante? Io non ispero niente della fortezza del Natale, e di quei trentanove uomini lasciati laggiù. C'è voluta tutta a portarli fin qua, tanti rozzi, indisciplinati e prepotenti marinai. Mi figuro quella parte di loro che rimane, abbandonata a sè stessa, e a tutti i suoi pessimi istinti!—Profeta di sciagura!—esclamò Damiano.—Vuoi tu dunque imitarmi?—In che cosa?—disse Cosma, che lì per lì non riusciva ad intenderlo.—Eh sì, dolce amico!—rispose Damiano.—Me ne hai fatte dire anche tu, delle sciocchezze! Povere Sirene, che ho dovuto calunniare per farti servizio! E nota che di queste Sirene se ne trovano anche nei nostri mari, e non hanno la cattiva riputazione che io ho fatta loro, nell'animo del mio suocero fallito. Io stesso ne ho vedute due, nelle acque di Corsica; e si chiamavano.... vitelli marini.—[pg!341]

Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.

Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una risoluzione troppo forte, e l'animo suo la sopportava male. Seduto di continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante, che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si allontanava. Fino a tanto laNina, tra l'andar poco e il non andare affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si allontanava, egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del 9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal centro della sua isola natale.

Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore. Ma ella non sentiva il [pg!320] mal del paese, e non intendeva lo strazio del cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava nell'interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma, l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino alla figliuola di Tolteomec.

Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione di Damiano, evitarsi era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi suoi grandi occhi d'indaco.

—Cosma!—bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare all'albero di trinchetto.

Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso, fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù; lo vide discendere; sperò che passasse un'altra volta daccanto a lei; ma fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere un'altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra parte della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, [pg!321] donde più non gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello di prora.

Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai; restando lontano da lei, non faceva niente d'insolito. E di nessuno poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro due persone di quella famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.

Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano temperare il rammarico del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch'egli tentava di nascondere agli occhi, era facile d'indovinare dal gesto.

—Padre mio!—gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco sulla grande piroga degli uomini bianchi.—Tu piangi, e non ami più la tua creatura.

—No, bambina, t'inganni;—rispose il vecchio.—Se non ti amassi, non saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.—

Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch'essa un po' di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel capriccio [pg!322] infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui non rispondeva punto la verità delle cose.

Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato; non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro? Anche stando lassù, venti passi distante da lei, Cosma, l'amico di Damiano, aveva guardato lei, le aveva pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza, e che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l'indice sulle labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l'accenno di un bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre; poche parole, ma chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di esser sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua indole si era liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni, si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa dalla splendidezza del sogno.

[pg!323]

Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E come rideva il nostro Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe del volto e quelle del cuore.

Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva attenersi a ciò che mostrava l'aspetto.

—Tu sei felice,—diceva egli a Damiano,—tu sei felice, di ritornare alle tue terre.

—Ma sì! molto felice;—rispondeva Damiano.—Al miobohiomi vogliono fare gran festa, quand'io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne l'aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne di pappagallo, che ho portate per l'appunto con me.—

Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.

—Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico? Vedrai la nostra terra d'Europa; sarai accolto dal re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli usi e i costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico di esperienza al tuobohiodi Haiti, ognuno dovrà riconoscere in te un pozzo di sapienza; tutti penderanno dalle tue labbra. E i giovani di Haiti, quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto.... Tu non hai idea, deliziosa creatura, della [pg!324] seta e del velluto! Figùrati il tuo mantello di cotone, ma che sia più morbido, più lucido, più.... non saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco fino al piede, mentre ti disegnerà il busto fino alla radice del collo; donde usciranno certi merletti sopraffini.... Tu non conosci i merletti, Abarimataorib? Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno pazze per i merletti. Credo che li metterebbero perfino nell'insalata. Ci son quelli di Venezia, e quelli di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente a vederli. Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene la veste, le figlie di Azatlan darebbero l'anima agli spiriti neri, e il resto sopra mercato.—

La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da un grido, che veniva dall'alto dell'albero di maestra. Il marinaio di vedetta sicuramente aveva veduto qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima che avesse veduta una secca. In quelle acque, il caso era abbastanza frequente. Ma no, non era una secca; il marinaio aveva veduto dell'altro, a fior d'acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza dalla costa; donde il sospetto che fossero tre poveri naufraghi.

Tutta la marinaresca dellaNinaera corsa al capo di banda, sulle sartie, sui castelli di poppa e di prora, per vedere ciò che aveva indicato il marinaio di vedetta. Anche l'almirante era uscito dalla sua camera, per salire sul castello di poppa.

Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro d'archibugio, si vedevano infatti tre corpi che avevano aspetto umano. Si distinguevano le teste, erette sull'acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi al naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi sulla nuca e sulle tempie. I volti erano di tinta scura, e non parevano di naturali delle isole. Del resto, non era più possibile di pensare a selvaggi [pg!325] di quelle parti che si salvassero a nuoto, essendo andata sommersa la loro piroga. In primo luogo, non nuotavano come gente perduta che cercasse di mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed allegra che si trastullasse sulle acque. Spesso saltavano fuori dei flutti, mostrando intiero il torso, fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo fuori certe estremità che non somigliavano punto alle mani della specie di Adamo, bensì alle pinne dei pesci.

—Le Sirene!—gridò un marinaio.—Le Sirene, signor almirante.

—Oh diavolo!—esclamò Damiano.—Ecco delle persone mitologiche, di cui non speravo fare la conoscenza.

—Voi dite, Pablo?—domandò l'almirante, volgendosi al marinaio che aveva parlato poc'anzi.

—Dico, signor almirante, che sono le Sirene. Io le conosco, per averle già vedute, un'altra volta, sulla costa d'Africa. Osservate le mani, come finiscono in alette di pesce. Se poi saltassero fuori dell'acqua, si vedrebbe la coda.

—E sono tre, come le antiche;—disse Damiano, che si era avanzato anche lui al capo di banda, come uno spettatore ai primi posti.—Non una di più, e non una di meno. Ma in che modo possono trovarsi qui, tanto lontane dai loro classici paraggi?

—Saranno altre, e non quelle;—gli rispose Cosma, che si era avanzato al suo fianco.

E poi,—disse Pablo,—credete voi che siano così poche, le Sirene? Si vedono di rado; ma ce ne sono per tutti i mari.

—Scusate, Pablo;—rispose Damiano.—Io non conoscevo che quelle a cui Ulisse non volle usare la cortesia di starle a sentire, mentre cantavano.

[pg!326]

—Questo Ulisse dev'essere stato un uomo di giudizio,—rispose Pablo, tentennando la testa.

—Eh, infatti, questa è la fama che corre di lui;—soggiunse Damiano.—Egli è stato l'uomo più furbo dell'antichità. Ma perchè dite voi che fece prova di buon giudizio, voi che non avete letto Omero?

—Non so chi sia questo Omero;—disse Pablo.—So che le Sirene non appariscono mai che per cantar burrasche e naufragii.

—Oh diavolo, diavolo! Questo non è un procedere garbato, da parte delle Sirene.—

Cristoforo Colombo aveva chiamato Pablo sul cassero di poppa, e Damiano era corso dietro a Pablo.

—Che cosa dicevate voi?—chiese l'almirante al marinaio.—Ne avete già vedute?

—Si, signor almirante; sulla costa d'Africa, dieci anni fa, e abbiamo avuto un tempaccio, che me ne ricorderò fino a tanto che io viva.

—Se non è altro che cattivo tempo,—osservò l'almirante,—possiamo adattarci al pronostico. A me, che non ho mai veduto Sirene, questo è uno spettacolo strano. Vedete, signori, che agilità di movenze. Sembrano davvero ninfe marine che scherzino sui flutti.

—Oh per la grazia, ce n'hanno d'avanzo!—disse Pablo.—Ma son cattive e traditore a maraviglia.

—Non vorranno mentire al loro sesso;—mormorò Damiano, che pensava ai casi suoi, spesso e volentieri.

Un altro marinaio si avanzò, l'inglese. Anch'egli aveva le sue storie intorno alle Sirene. Nei suoi mari era conosciuta laMermaid, donna di mare. Ed egli narrava che sessanta o settant'anni addietro, in un villaggio della Finlandia occidentale, alcune fanciulle avevano trovata unaMermaidimpigliata nel fango, e dopo averla presa e vestita di [pg!327] abiti loro, le avevano anche insegnato a filare. Mangiava come loro, ma non parlava; era vissuta due o tre anni, e tutte le volte che passava davanti alla chiesa si faceva il segno della croce molto divotamente.

Sentito il marinaio inglese, era il caso di sentir l'irlandese, poichè nella marinaresca di Cristoforo Colombo c'era anche un concittadino di san Patrizio. Ed anche l'irlandese ci aveva la sua storia d'una sirena di Correvrekin, la quale seduceva i giovani, per trarli con sè nell'abisso; non dissimile in ciò dalle Sirene della costa Tirrena, conosciute e celebrate da Omero.

Nel complesso, tutte le notizie si accordavano in ciò, che la presenza delle Sirene non era di buon augurio per chi le vedeva. E i marinai di Cristoforo Colombo, data la sua parte alla curiosità, non furono punto lieti dello spettacolo che si offriva ai loro occhi.

—Suvvia, buoni amici, non diciamo sciocchezze!—mormorò l'almirante.—Guardiamo attentamente queste creature strane che ci mostra l'Oceano, perchè tutte le maraviglie del mondo debbono essere osservate, quando l'occasione se ne offre. Ma non ci mettiamo in testa delle ubbìe, delle vane paure; perchè il buon tempo e il cattivo, la fortuna e la sventura, non dipendono da esseri secondarii, bensì solamente dal creatore ed arbitro di tutto ciò che esiste; in una parola, da Dio. Vediamo piuttosto, poichè queste Sirene non si allontanano da noi, di prenderne una. Pronti ad armare il palischermo, ragazzi!

—Ah perbacco, questo mi piace!—disse Damiano.—Ci vado ancor io.—

Cosma, che gli era venuto vicino, lo afferrò per un braccio.

[pg!328]

—Per caso,—gli bisbigliò all'orecchio,—vorresti sposare una Sirena?

—Ah sì, è vero!—rispose Damiano, ridendo.—Son tanto infiammabile, io! Non andrò; sei contento? Tanto più presto mi persuado di non andare,—soggiunse egli tosto,—che la Sirena potrebbe piantare il bruno, per rivolgersi al biondo. E tu non la vorresti sposare; e bisognerebbe rimandarla nel suo elemento. Ah, perbacco, un'idea!...

—Che cosa?

—Niente, niente, un'idea pazza; non badare;—disse Damiano.

Frattanto, le tre Sirene seguitavano a folleggiare davanti alla caravella, di tanto in tanto balzando a mezzo il petto fuori dell'acqua, e ammiccando alla marinaresca, come allegre ragazze d'un porto di mare. Ma appena videro il palischermo lanciato in acqua, parve capissero il tiro, perchè subito si allontanarono; poi si tuffarono intieramente nell'acqua, nè più ricomparvero che assai lungi di là, per tuffarsi da capo e sparire.

Il palischermo fu issato nuovamente a bordo; gli spettatori ritornarono alle loro faccende quotidiane, non senza intrattenersi in racconti e congetture su quegli esseri strani che avevano dato due ore di svago alla marinaresca dellaNina. Lo spettacolo, in verità, era stato grazioso. Peccato che quel palischermo lanciato in acqua avesse interrotto il divertimento! Se non era il timore di vedersi pescate, chi sa? forse le tre Sirene si sarebbero avvicinate ancora di più, e magari avrebbero cantato, come quelle di cui raccontava Damiano.

Questi, frattanto, ragionava con Pablo; il quale seguitava a tentennare la testa, mormorando:

—Brutto segno, queste Sirene! brutto segno! L'almirante non vuole che si dica. Ma noi, in costa [pg!329] d'Africa, siamo andati a rompere negli scogli, per le maledette Sirene.

—E noi, Pablo, non ci abbiamo dato, negli scogli, anche prima di vederle?—rispondeva Damiano.—State di buon animo; il guaio è avvenuto in anticipazione, e questo, se la scienza augurale non falla, è uno scongiuro più che bastante.

—Sì, sì, avrete ragione;—borbottava quell'altro;—ma in costa d'Africa abbiamo fatto naufragio, ed io non mi sono salvato che per un miracolo di sant'Iago.

—Gli dovete un pellegrinaggio;—rispose Damiano.

—E gliel ho fatto, non dubitate, gliel ho fatto;—replicò il marinaio brontolone.

Damiano se ne ritornava frattanto verso il cassero di prora.

—Che cosa dicono?—gli domandò Tolteomec.—Mi sembrano spaventati, i tuoi compagni.

—Caro amico,—rispose Damiano, atteggiando il volto ad una espressione di tristezza,—c'è da spaventarsi davvero. Non le hai vedute anche tu, le Sirene?

—Quegli animali nei flutti?

—Sì, quegli animali;—ripetè Damiano.—E non ti sei spaventato anche tu, Tolteomec? Non ti sei spaventata anche tu, Abarimataorib?

—No,—disse Abarima.—E perchè avrei dovuto spaventarmi?

—Perchè? mi domandi il perchè? Sappi, fanciulla, che quegli animali son donne, ma donne di una specie particolare, sommamente pericolosa. Tutti i pesci hanno lische, mia cara; ma ci sono dei pesci che ne hanno troppe. E questo è il caso delle Sirene; son donne.... tutte lische. Vivono nel mare, nuotano come i pesci, e come i pesci hanno [pg!330] la coda. Chi le incontra a fior d'acqua, come le abbiamo incontrate noi poco fa, finisce male, non vuol morire nel suo letto.

—Dici tu il vero?—esclamò Abarima, rabbrividendo.

—Sì, cara; e così non fosse! Sono spiriti maligni, o invenzioni degli spiriti maligni, che torna lo stesso. Abitano ordinariamente in certe grotte, nei più profondi abissi dell'Oceano. Vengono fuori di rado; ma quando ci vengono, è segno di temporale. E sai perchè vengono a fior d'acqua? Per invitare i marinai ad andare di sotto.

—Ma non ci si può vivere, sott'acqua;—disse Abarima.

—La tua osservazione è piena di buon giudizio;—rispose Damiano.—E non ci si vive, infatti; ci si muore. Questo è per l'appunto il fine a cui mirano le Sirene. Esse pigliano i morti nelle loro braccia, li adagiano gentilmente sull'erba verde che tappezza il fondo del mare, ci mettono sopra una pietra, e non se ne parla più.

—Brutta cosa!—gridò la fanciulla.

—Oh, bruttissima;—riprese Damiano.—E questa fu la morte che rischiò di fare il re Ulisse. Non sai tu che cosa sia accaduto ad Ulisse?

—No, ignoro chi sia questo Ulisse.

—Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon per te, Abarima, poichè esse son tante, che ti ci confonderesti il cervello. Sappi dunque che Ulisse era il potente cacìco d'Itaca. Itaca, un'isola; su per giù un'isola come Haiti, ma alquanto più piccola. Egli era partito sulle sue piroghe per andare a far guerra al cacìco di Troia. Ritornando vittorioso, era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella e virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni. Capisci? da dieci anni.

[pg!331]

—Triste cosa!—disse Abarima.

—Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse di arrivare al suobohio. Ma che vuoi? a mezza strada, il povero Ulisse incontra un paio di Sirene che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro grotte. Ulisse era furbo; per non sentire, si mise della cera negli orecchi. Ma le aveva vedute, ad ogni modo, e il solo vederle era già molto pericoloso per lui.

—E così andò in fondo al mare?

—No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli voleva bene e aveva giurato di farlo arrivare alla sua casa. Ma intanto, quell'incontro delle Sirene fu cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati per dieci anni sui mari, prima di giungere in porto.

—Ancora dieci anni?—esclamò Abarima.

—Sicuro;—rispose Damiano.—Dieci e dieci son venti. Aveva lasciata la sua sposa giovane di venti, e moltotaorib; la ritrovò di quaranta.

—Vecchia molto!—disse Abarima, che era forte ed orgogliosa delle sue quindici primavere.

—Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant'anni, era un boccone da principi. Di fatti, ci aveva in casa parecchie diecine di innamorati, che le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano il suo liquore di cocco, tutti i giorni cantandole la stessa canzone.

—E lei?

—E lei tesseva una tela, dicendo: cercherò un marito, quando avrò finito di tessere.

—Tela lunga!—osservò la fanciulla.

—Infatti, in Azatlan si dice «tela di Penelope» un lavoro che non finisce mai. Ma per fortuna Ulisse ritornò. Altrimenti la sua Penelope avrebbe dovuto prendersi un altro marito.

[pg!332]

—Questo Ulisse,—notò Abarima,—è stato ancora favorito dal grande Spirito, perchè non è andato al fondo del mare.

—Ma è stato l'unico. La storia non parla che di uno, che abbia vedute le Sirene senza morire annegato.

—E i tuoi compagni... lo sanno?

—Lo sanno, e perciò si spaventano. Ma via, perdonatemi, amici; sento la campana che mi chiama. C'è la distribuzione dei viveri, ed oggi tocca a me di aiutare il cuoco per fare le parti.—

Così dicendo, Damiano lasciò i suoi amici di Haiti, felicissimo di essere stato interrotto dalla campana del cuoco. Qual cuoco, ohimè, un cuoco di bordo, e nelle navi d'allora! Ma se i cuochi delle caravelle e delle altre navi a vela non erano da paragonarsi a quei di Lucullo e di Apicio, gli stomachi erano quelli di tutti i tempi, e l'appetito serviva ai marinai del buon tempo passato, come a quelli dei tempi moderni.

—Goccia d'olio,—andava dicendo Damiano tra sè, mentre si allontanava dal cassero di prora,—io ti ho versata in buon punto; allargati, goccia d'olio, e penetra il tessuto, come è dell'indole tua. Passerò domani a vederti; e ne riparleremo, per bacco.—

Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle avevano fatto buon cammino. Del temporale, a cui accennava Damiano, non si era veduta pur l'ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica detto che le Sirene annunziassero le burrasche da un'ora per l'altra. Del resto, se il temporale non era nell'aria, bene era sulla fronte e negli occhi di Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e guardava la sua figliuola e seguitava a sospirare.

Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano; [pg!333] ma il fermarsi sui neri pronostici di lui, il farne soggetto di lunghi ragionamenti interiori, non era della sua età giovanile. Ella pensava troppo più spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano dal castello di prora, e di questo si crucciava profondamente, vedendo volgere i fatti così contrarii alle speranze ch'ella aveva formate e vagheggiate nella sua mente. E si sentiva sola, abbandonata, la giovane principessa di Haiti. Anche senza potersi decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di essere a casa sua una fanciulla superiore a tutte le altre; e là, su quella nave degli uomini bianchi, ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati che andavano e venivamo da poppa a prora, da destra a sinistra, da un albero all'altro, pensavano tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di quei poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli come impedimenti, ingombri e seccature, alla pari con quegli stormi di pappagalli che erano stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un'ora di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in sommo grado, coi loro garriti continui, facendosi maledire in parecchie lingue europee, per tutte le altre undici ore del giorno.

Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del padre erano altrettante trafitture al cuore della fanciulla; e quel cuore dolorava già tanto per sè!

—Padre mio,—diss'ella ad un tratto, stringendosi amorosamente al petto del vecchio,—tu sospiri; e perchè?

—Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire inabissati in questo mare, è orribile. Ti rammenti dell'uragano che l'anno scorso ha imperversato in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case abbattute! Pareva che la furia del vento volesse [pg!334] strappare la nostra isola dal fondo della terra. E noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa, abbiamo dovuto cercar rifugio nelle grotte. Qui, sopra un fragilissimo legno, dove troveremo noi il rifugio, quando l'uragano comincierà a soffiare?

—Tu mi sgomenti, padre!—disse Abarima.—Poveri a noi! qual fine sarà la nostra?

—Ed io non mi sgomento per me;—disse Tolteomec.—L'arco delle mie stagioni è sul discendere; sia prima la caduta, sia dopo, importa poco. Sicuramente, io morirei più contento, se potessi dormire nella caverna dove sono andati a riposare i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro, più per te, figliuola mia dolce.

—Padre, non è troppo il tuo timore?—disse Abarima.—Gli uomini bianchi sono come noi su questo fragilissimo legno; corrono anch'essi il nostro pericolo.

—Sì, sì,—rispose Tolteomec.—Ma è questa la loro vita: correr sempre sul mare, e sfidarne le collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle loro piroghe, più capaci e più salde delle nostre; e ce ne hanno quante bisognano, per entrarci tutti. Penseranno a noi.... penseranno a te, Abarima, quando sia l'ora di metterci in salvo, poichè l'uragano avrà spezzata la nave?—

Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno di suo padre, come una colombella sbigottita al suo nido.

Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi discorsi con la sua bella figliuola, e più si sgomentava quanto più si raffigurava imminente il pericolo, laNina, preceduta dallaPinta, entrava in una rada, nella quale metteva foce un bel fiume. Era quello il fiume in cui, durante la sua diserzione, Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi naturali. [pg!335] Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio di visitare quella parte della costa; e non senza una ragione più forte, che non fosse la curiosità dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo, parendogli di poter sospettare, dalla cattura di sei naturali, che le cose non fossero andate com'egli aveva sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.

E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della doppiezza del Pinzon; il quale aveva detto e fatto dire dai suoi marinai che in quel fiume laPintaera stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva a scoprire che c'era stata sedici giorni, e che fin là era pervenuta al Pinzon la notizia del naufragio dellaSanta Maria; della quale sventura egli si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare di là, per muovere al soccorso del suo almirante, perchè assai più gli premeva di procurarsi oro in gran copia.

Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie, e diligentemente le consegnò nel suo giornale di bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non fece rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino Alonzo assai più d'ogni più lungo discorso. Due soli atti d'autorità fece l'almirante in quel luogo. Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il fiume, a cui il comandante dellaPintaaveva imposto orgogliosamente il suo nome.

—Perchè dovrebbe chiamarsiMartino Alonzo?—disse l'almirante al Pinzon.—Son troppo povera cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle scoperte che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei santi, e con le navi fornite a noi dalla munificenza dei sovrani di Castiglia. Da Dio, dai santi, dal re, dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo [pg!336] visitando. La compagnia dei nostri nomi, oltre che sarebbe prova di superbia in noi, suonerebbe offesa ai nostri padroni, come alle potenze celesti.—

A questo ragionamento, che era religiosamente e politicamente ortodosso, non seppe che cosa rispondere Martino Alonzo Pinzon. E l'autorità dell'almirante fu per questo verso ristabilita senza contrasto. Tornò più difficile far ingoiare al Pinzon l'altra pillola del restituire i sei naturali fatti prigionieri da lui. Ma il signor almirante si mostrò su questo punto inflessibile. Unica concessione che egli fece fu quella d'indugiarsi a dire le ragioni per cui gli pareva necessario di rimandare liberi i quattro uomini e le due donne dell'isola.

—Sola scusa per voi,—diss'egli a Martino Alonzo,—sarebbe stato il non sapere che noi lasciavamo una quarantina di Spagnuoli all'isola di Haiti. Ora lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia come questo potrà rendere i naturali di qui più amici agli uomini bianchi. A Guanahani, a Cuba, e in quest'isola medesima, abbiamo preso dei naturali, ma come interpetri, non come schiavi; e se essi ci accompagnano in Europa, lo fanno come liberi uomini, per loro elezione, e non per nostro volere.—

Quest'altro ragionamento dell'almirante era inoppugnabile, come il primo. Si poteva immaginare che i sei catturati fossero contenti della loro sorte, e di andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli per forza. E di questo era facile accertarsi, esplorando la loro volontà.

Ma questo non voleva l'almirante che si facesse a bordo dellaPinta; perciò diede il comando che i sei naturali fossero condotti alla sua presenza, sulla nave capitana.

[pg!337]

Mentre così ordinava l'almirante, Tolteomec si presentava a domandargli un'udienza.

—Che desideri tu?—gli chiese Cristoforo Colombo.

—Potente signore degli uomini bianchi,—disse Tolteomec,—la mia figliuola non è più desiderosa di lasciare la terra dei nostri padri. Oggi abbiamo toccata nuovamente la riva. Domani tu riprenderai l'alto mare, e Haiti sfuggirà dai nostri occhi.... forse per sempre.

—Tu sei pentito, non è vero?—domandò l'almirante.—Non vuoi più venire in Azatlan, a vedere il re e la regina di Castiglia?

—Mio signore....—balbettò il vecchio Haitiano,—il mare è perfido.... le Sirene hanno dato l'annunzio della morte....

—E tu credi a queste sciocche paure?

—Anche Damiano lo ha detto;—replicò Tolteomec.—Le Sirene annunziano l'uragano.... l'uragano che sommerge le grandi piroghe.

—Oh povera scienza!—esclamò Cristoforo Colombo.—E chi vi ha messe queste ubbie nella testa? messer Damiano?—Cusqueia,—soggiunse egli all'interpetre, che aveva accompagnato il fratello di Guacanagari all'udienza;—chiamami Damiano.—

Damiano fu pronto ad accorrere, ed ugualmente pronto a capire che la sua macchia d'olio si era allargata, penetrando anche molto bene il tessuto.

—Perdonate, messere,—diss'egli all'almirante, parlando nel vernacolo genovese, che Cusqueia non poteva capire.—Mi pare necessario di levarci questi due selvaggi dai piedi. La ragazza è venuta per capriccio, ed ora incomincia a pentirsi della sua risoluzione. Cosma è seccato; io più di lui....

—E per far piacere a Cosma e a Damiano.... Ho [pg!338] capito;—disse l'almirante, ridendo.—Mi ritrovate per l'appunto in via di rimandare alle case loro i sei naturali di Martino Alonzo Pinzon.

—Dove vanno sei, possono andar otto;—soggiunse Damiano.

—E magari tutti;—conchiuse l'almirante.—Voi aggiustate ogni cosa a comodo vostro, messer Damiano carissimo. Se non foste Genovese, meritereste di esserlo.—

Mentre così parlava il signor almirante, giungevano a bordo dellaNinai sei naturali del Rio di Grazia. Cristoforo Colombo li richiese, per mezzo dell'interpetre, se volessero andare in Azatlan. Essi stettero muti, non sapendo se dal rispondere dovessero aver danno o profitto. Ma quando seppero da Cusqueia che erano liberi di andare o di restare, si sciolse loro la loquela; e tutti, uomini e donne, gridarono di voler scendere a terra.

—Cusqueia,—disse l'almirante all'interpetre,—fate sapere a questi naturali che io concedo loro libertà di ritornarsene al loro villaggio, ma ad un patto: che essi vogliano scortare e mandar sicuri di ogni rischio, fino albohiodi Guacanagari, il vecchio Tolteomec e la sua figliuola. Sono anch'essi Haitiani, e debbono trovare assistenza presso i loro fratelli.—

I sei prigionieri di Martino Alonzo Pinzon udirono da Cusqueia i patti che poneva il capo degli uomini bianchi alla loro liberazione. E lieti promisero che avrebbero fatto ogni cosa secondo il desiderio dell'almirante. Uno di essi, per dar più forza alla promessa, si levò una collana di nicchi marini dal collo, e la consegnò all'almirante.

Quella era la cintura di Vampun. Che cosa intendessero per Vampun i naturali di Haiti non è chiaro. Forse era il nome d'un loro Dio? Forse significava [pg!339] amicizia? Certo, era un pegno d'alleanza, quella cintura, e dinotava amicizia per la vita e per la morte.

Tolteomec e la sua bella figliuola furono calati nel palischermo. Abarima, prima di scendere, volse in giro i grandi occhi d'indaco, bagnati di lagrime.

—Addio, cara!—le disse Damiano.—Tu cerchi qualcheduno. Ma che vuoi? I biondi hanno paura del sole.—

Tolteomec baciò la mano a Cristoforo Colombo, come aveva veduto fare per atto d'ossequio da alcuni marinai.

—Il grande Spirito sia con te, gran capo degli uomini bianchi;—gli disse.

—E con te, buon amico;—rispose l'almirante.—Dirai a Guacanagari che io confido in lui, perchè i miei uomini non abbiano a mancare di nulla, nella fortezza del Natale.—

Abarima seguitava a piangere. L'almirante le fece portare nel palischermo una collana di perle di vetro a tre filze, e un pezzo di stoffa moresca dai vivaci colori. Con quel donativo egli chetò la bella selvaggia, che seguitò a piangere, ma incominciò anche a sorridere. Così avviene anche al cielo, quando finisce l'acquazzone e ritorna il sereno, che il sole si mostra fra mezzo alle nuvole rotte e i suoi raggi d'oro si rifrangono nelle ultime gocce di pioggia.

Cosma era stato tutto quel tempo nascosto nel suo rancio, sotto coperta. Damiano andò a lui, appena vide il palischermo allontanarsi dal fianco della nave.

—Ebbene?—domandò Cosma, levando gli occhi.

—Partita;—rispose Damiano.

—Ah, finalmente, respiro.

—Sì, respira, fortunato briccone! Ma ti ho dovuto salvar io, da questa noia. Io, capisci? E se tu [pg!340] non mi fai erigere una statua, dirò che non sei capace di gratitudine.—

Cosma balzò dal suo rancio, e gittò le braccia al collo del suo amico Damiano.

—Tu salvi me da una seccatura che non avevo meritata, ma che mi rendeva abbastanza ridicolo;—diss'egli a Damiano.—Ma io ho salvato te da una sciocchezza, che poteva costarti la vita.

—La vita!

—Sì, la vita. Che cosa ne sai tu che possa avvenire di gente perduta tra i selvaggi, lontana dall'occhio vigile ed accorto del signor almirante? Io non ispero niente della fortezza del Natale, e di quei trentanove uomini lasciati laggiù. C'è voluta tutta a portarli fin qua, tanti rozzi, indisciplinati e prepotenti marinai. Mi figuro quella parte di loro che rimane, abbandonata a sè stessa, e a tutti i suoi pessimi istinti!

—Profeta di sciagura!—esclamò Damiano.—Vuoi tu dunque imitarmi?

—In che cosa?—disse Cosma, che lì per lì non riusciva ad intenderlo.

—Eh sì, dolce amico!—rispose Damiano.—Me ne hai fatte dire anche tu, delle sciocchezze! Povere Sirene, che ho dovuto calunniare per farti servizio! E nota che di queste Sirene se ne trovano anche nei nostri mari, e non hanno la cattiva riputazione che io ho fatta loro, nell'animo del mio suocero fallito. Io stesso ne ho vedute due, nelle acque di Corsica; e si chiamavano.... vitelli marini.—

[pg!341]


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