Capitolo IV.Una occhiata in giro.
Quanto eragli occorso in circostanza della zuffa tra i Camia ed i Nicelli per la mula papale, aveva suscitato nel cervello del nostro Neruccio un tumulto d’insueti pensieri e forse nell’animo un primo e nuovo ed incompreso affetto.
Orbato della madre sino da’ suoi più teneri anni, privo di una sorella, di una congiunta; l’elemento feminile non aveva mai esercitato nessuna influenza su la monotona e triste sua vita trascorsa sino a quell’ora sequestre dal mondo, al fianco, prima, di un padre operaio, poscia, di uno zio sacerdote. Laonde la leggiadra fanciulla inseguita dal Farnese e, per un momento, affidata dal caso alla sua salvaguardia doveva necessariamente produrgli un’assai viva impressione.
L’ultimo sguardo lanciatogli da quella giovinetta nell’atto di staccarsi da lui, eragli parso come un’arcana promessa e gli aveva fatto germogliare nel cuore tutto un vivaio di care speranze, delle quali, per altro, non giungeva a comprendere nè la natura, nè il vero obbiettivo.
Ci volle la notte ed il sonno per restituirgli la calma.
L’indomani gli parve aver sognato.
Pure l’imagine diletta gli si riaffacciava pertinace alla mente; ma egli si studiava cacciarnela quasi pensiero molesto.
Ed, invero, a quale pro’ trattenersi a vagheggiarla? — Sapeva egli solo chi ella fosse? — L’avrebbe mai più riveduta nell’avvenire? — Il suo destino non lo spingeva forse lontano da quella terra, in cui l’aveva per la prima volta incontrata?.....
Partì, infatti, il dì successivo da Parma e, pei monti del piacentino, si diresse in Piemonte, dove prese soldo, alla fine, nelle milizie di don Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto, governator di Milano per Sua Maestà Cattolica il re di tutte le Spagne.
Prima di più oltre procedere, o — a dir meglio — prima d’internarci nel drama di cui non abbiam fatto che presentare taluno de’ personaggi principali a’ nostri lettori; gettiamo, per un momento l’occhio su una carta geografica d’Italia e vediamo in qual maniera si trovasse frazionata nella primavera del 1538.
È uno studio che — se non altro — può tornare alquanto proficuo a quei non pochi giovanetti, i quali — per esser nati ieri ed aver trovato la patria risorta a dignità di nazione e fatta una, senza loro fatica — non sanno capacitarsi della via lunga, penosa ed accidentata che dovette percorrere per giungere a tanto; onde — per un’arcadica ubbia imparata a strafalcione dalla prima mala copia di Robespierre che abbiano il malanno di rasentare — si arrischiano a cimentarne le sorti come si trattasse di nulla.
Si curvino alcuni istanti con noi sovra l’italico stivale, che oggi si disegna su la carta d’Europa con una sola linea unicolore e veggano come — a que’ dì— fosse in siffatto modo screziato da offrire tutti quanti i colori dell’iride.
Facciamoci dal Piemonte che — sin d’allora — cominciava a manifestarsi siccome stella polare degl’italiani e che Carlo III il Buono, duca di Savoia, recuperò da’ francesi nel 1539, in forza del trattato di Cambrai conchiuso tra Carlo V di Spagna, suo cognato, e Francesco I di Francia, suo nipote. — Questi, tuttavia, oltre al mantenersi in possesso delle valli di Oulx e di Fenestrelle, antiche dependenze del Delfinato, erasi creato arbitrariamente tutore di Gabriele, ultimo de’ saluzzesi, e ne teneva il marchesato per sè; mentre quello di Monferrato — morto improle nel 1533 Giangiorgio Paleologo che il reggeva indipendente — passava, dopo tre anni di litigio, a Federico II Gonzaga, duca di Mantova, Pizzighettone, Goito e Canneto.
Il Milanese, che stendevasi dall’Alpi alla Sesia, dalla Brenta al Po, abbracciando Pavia, Lodi, Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Como, la Valtellina con le contee di Bormio e Chiavenna, Angera e Geradadda — per testamento del suo duca Francesco II, ultimo degli Sforza — era scaduto alla Spagna, che vi teneva a governo il sunnominato marchese del Vasto.
La serenissima di Venezia possedeva, tra l’Isonzo ed il Mincio, dal litorale Adriatico alle foci eridanie, le provincie di Bergamo, Brescia, Verona, Padova e Vicenza, la marca Trevisana con Feltre, Belluno, Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria meno Trieste città imperiale, la contea di Gorizia, Zara, Spalatro, le isole fronteggianti la Dalmazia e l’Albania, quelle di Veglia e di Zante. — Fuori d’Italia poi, in Grecia, occupava Corfù, Lepanto e Patrasso;nella Morea, Morone, Corone, Napoli di Romania, Argo e Corinto, varie isolette dell’Arcipelago e, finalmente, le isole di Cipro e di Candia. — Ne reggeva il dogato quello istesso Andrea Gritti che — già capitano e proveditor generale della republica — cacciò gl’imperialisti da Padova ed i francesi da Brescia e che — battuto a sua volta e menato prigioniero a Parigi da Gastone di Foix — seppe sì finamente destreggiarsi con re Luigi XII da volgerlo in favore della sua patria e stipulare secolui un vantaggioso trattato di pace.
Genova non occupava di territorio italiano chè la esigua striscia delle sue due Riviere, il marchesato del Finaro e la Corsica. In compenso — da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana — esercitava i suoi commerci col Levante per una serie di scali toccanti, da un lato, sino alla Cina, dall’altro, alle coste del golfo arabico, e molti ancora ne teneva nella Romania, nella Macedonia, nell’Arcipelago, nelle Sporadi e nell’Anatolia. — Da trent’anni, il settuagenario Andrea Doria avea dato un migliore assetto ed una nuova costituzione alla sua republica, escludendo da’ publici affari le antiche e faziose casate degli Adorno e de’ Fregoso. — Onnipotente nella sua patria, che da lui ripeteva il riconquisto della propria indipendenza, per alcun tempo erasi legato a’ francesi; ma poi — scontento della costoro iattanza e massime della malafede del loro monarca — si dètte animo e corpo a Carlo V di Spagna, del quale si rese uno dei più devoti e validi campioni.
Ferrara, Modena e Reggio obbedivano al duca Ercole II d’Este, figliastro alla famigerata Lucrezia Borgia, che il Gregorovius, addì nostri, ha tentato riabilitare, e marito alla celebre Renata di Francia.
Firenze, che val quanto dire: Toscana tutta — ad eccezione di Lucca e Siena che si reggevano a popolo — dacchè due anni inanzi erasi liberata da quell’anima nera del bastardo il papa Clemente VII, che fu il duca Alessandro — un po’ per amore e molto più per intrigo, aveva chiamato a signore il non ancor quadrilustre Cosimo de’ Medici, figliuolo a messer Giovanni dalle Bande Nere, creato duca nell’istesso anno dall’imperator Carlo V ed unitosi allora allora in matrimonio con donna Eleonora di Toledo.
Oltre del Milanese, anco le due Sicilie e l’isola di Sardegna spettavano a Carlo V di Spagna, scendente, per via del padre, dallo imperatore Massimiliano e da Maria di Borgogna e, per via della madre, da Ferdinando il Cattolico ed Isabella. — Così dall’ava paterna, aveva eredato gran parte de’ Paesi Bassi e la Franca Contea: dalla madre i regni di Leon e di Castiglia; dall’avo materno, que’ di Aragona e Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra, Napoli, Sicilia e Sardegna; poi, da Massimiliano, l’Austria, la Stiria, la Carinzia, la Carniola, il Tirolo e la Svezia australe, che cedette poscia a suo fratello Ferdinando: arroge un lembo di Africa e metà buona di America e si comprende come potesse ripetere: sovra i miei regni mai non tramonta il sole! — Di Napoli era vicerè don Pedro di Toledo; di Sicilia, don Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla.
Tolgansi adesso Urbino e Camerino, quello del duca Francesco-Maria dalla Rovere e questo di suo figlio Guidubaldo, siccome marito di Giulia da Varano, che lo teneva dal padre; Sabbioneta, ch’era del duca Rodomonte Gonzaga; Mirandola, Quarantola e Concordia, dei conti Pico; Malta, dei cavalieri gerosolomitani; le signorie di Castiglione, del Finale di Modena,di Luzzara, Poviglio, Montechiarugolo, Masserano e alcune altre; un cento di feudi imperiali situati nelle Langhe, nel Genovesato ed in Lunigiana, e la microscopica republica di San Marino; e poi tutto il restante — di dritto o di traverso — apparteneva a quella istessa Chiesa, cui oggi si contendono persino le poche sale del Vaticano e di San Giovanni Laterano.
Ciò che maggiormente contribuì ad aumentare i dominî di questa — dopo le donazioni di Pipino il Breve, di Carlomagno e della contessa Matilde — furono le scellerate imprese di un altro figlio di papa, il duca Cesare Borgia, il quale — domati, a furia di tradimenti, di veleni e pugnali, i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani, i Riario, i Freducci, gli Sforza, i Malatesta, i Manfredi — aggregò al Patrimonio di San Pietro tutta Campagna di Roma, Sermoneta, Imola, Forlì, Fermo, Pesaro, Rimini e Faenza: Giulio II, nel 1513, vi aggiunse Perugia; Leone X, nel 1520, Bologna, e poi, come il dicemmo, Parma e Piacenza. — Così la Chiesa fece come il fiocco di neve che, dal vertice alla china del monte, si converte in valanga.
Forse il Valentino, per un’audacia tutta sua peculiare rimbaldanzita dall’essere figliuolo al pontefice, genero al re di Navarra e carissimo a quello di Francia e dalle molte spogliazioni già allegramente compiute; forse più ancora di lui quello scaltrito di messer Nicolò Machiavelli, segretario della Signoria Fiorentina, s’ebbero qualche proposito di raccogliere in un corpo solo le sparte membra d’Italia e di levarle il giogo straniero di collo; ma di sentimento patrio e nazionale, quale lo s’intende addì nostri, non se ne aveva nemmanco il più piccolo indizio.
Era cessata la lotta secolare e titanica fra il papato e l’impero; sminuita la tracotante indipendenza de’ signorotti feudali; spirato cioè il medio evo: di questo rimaneva tuttavolta la coda, che — dice il proverbio — è la più dura da rodere: le istituzioni abbastardite, ma non mutate; le nimicizie intestine non più nascenti da un principio costante, ma sempre vive ed acerbe; la stessa ignavia, gli stessi vizî, lo stesso ordinamento gerarchico nelle costituzioni sociali.
Si era nel periodo di transizione, il quale non aveva per anco assunto nissuna nuova e caratteristica fisonomia, allo infuori del sempre crescente gonfiare delle riforme religiose, scaturite — come tutte le altre invasioni — da’ settentrionali recessi, e di quella sorta d’immane duello, che — già da quasi vent’anni — si andava combattendo fra due personali ambizioni, che rinnovavano in grande le guerricciuole di casato dei tempi precedenti e cui lo sventurato nostro paese serviva spesso di palestra e sempre di pallio.
Francesco I di Francia, il quale già — come scendente dallo angioino Carlo di Provenza e da Valentina Visconti — armava pretese sul reame delle Due Sicilie e sul Milanese, che appartenevano a Carlo V di Spagna; al sangue grosso che però nodriva contro di questi, aggiunse altro maggior soggetto di risentimento e d’invidia, quando se lo vide anteporre dagli elettori di Aquisgrana che, nel 1519, lo proclamarono imperatore e re de’ romani. — Come la rana delle favole esopiane gonfiò talmente dinanzi al bue sino a schiattarne. — E non perennità di sfortuna, non esauste finanze, non reiterate sconfitte e prigionia della sua istessa persona, valsero ad acchetarne il rabbioso dispetto.
Era un francese puro sangue: tutto francese dallaradice de’ capelli alla pianta dei piedi: avventato, loquace, vago di lettere, di belle arti e d’amori, azzardoso in ogni sua impresa, vanesio, smargiasso, il proto-tipo de’ paladini ariosteschi, l’uomo di due secoli prima.
Il suo emulo, per contro, vario di qualità quanto di dominî; fiammingo per nascita, tedesco per prudenza, spagnolo per gravità e per buon senso, italiano; era l’uomo di due, di tre secoli dopo; l’uomo che — senz’anacronismo — avrebbe potuto esser padre del terzo Napoleonide, tanto — al pari di questi — era freddo, calcolato, di lunghi divisamenti e, nell’arte del menare un intrigo, promettere, eludere, corrompere, a nessuno secondo.
Naturale però fosse sempre sua la prevalenza.
Laonde — meno Venezia, riamicatasi alla Francia pel trattato di pace conchiuso dal Gritti; meno Ercole II Estense, legato a questa da stretti vincoli di sangue; e meno, se vogliamo, Carlo III di Savoia, che stava infra due, non tanto per simpatia maggiore dell’uno o dell’altro, ma forse perchè mal sofferente che stranieri la facessero da padroni in casa sua — tutto il restante d’Italia, direttamente od indirettamente, non solo gli obbediva, ma parteggiava per lui.
Tra’ ciurlatori nel manico potevasi, per altro, mettere in lista anche Paolo III, il quale — nel suo carattere di pontefice — non giungeva probabilmente a dimenticare come Carlo V — benchè spagnuolo — fosse divenuto il legittimo successore di quell’Enrico IV di Franconia, che ammanì tanto refe da dipanare a papa Gregorio VII, e di quel Federico II di Hohenstaufen che non ne dètte manco a Gregorio IX e ad Innocenzo IV. — Non sapeva ciecamente fidarsene: tuttavia ne temeva troppo la strapotenza, perchèavesse mai il coraggio di chiarirglisi aperto nimico — Stava, invece, a sportello; lavorava sott’aqua e giuocava con dadi segnati: uso codesto assai comune a’ successori di San Pietro, non pochi de’ quali seppero egregiamente valersi delgesuitismoanche molto prima che i proseliti del da Loiola ne avessero conseguito privilegio. — E papa Farnese — volpe fina se ce ne avea una — doveva esser primo del numero, se fu egli stesso che, nel 1540, ne rilasciò il brevetto d’invenzione a Sant’Ignazio in persona.
Quando Paolo III mosse da Roma per condursi a Nizza, ferveva più che mai accanita la guerra in Piemonte, dove i francesi, col Montmorency — il famoso contestabile de’paternostri— e con Guido Rangone da Modena, occupavano tutto il paese tra Moncalieri e le Alpi; mentre gl’imperiali, col marchese Alfonso d’Avalos e Giangiacomo Medici da Trezzo, dettoIl Medeghino, tenevano presidio in Asti, Fossano e Vercelli. Ma, in quel torno, volgevano allo imperatore poco prospere le sorti ne’ Paesi Bassi, che mal comportando di vedersi spogliati in uno con la libertà religiosa, anche delle comunali franchigie, si ribellavano contro la tirannide spagnolesca; nel contempo, il granturco Solimano — sospintovi dal re Francesco — invadeva l’Ungheria e — con l’aiuto dell’algerino Haireddin,Barbarossa— minacciava Napoli e Toscana.
Il furbo Farnese colse a volo la propizia occasione di portarsi inanzi mediatore, non già per schietta e cristiana tenerezza di pace; ma perchè — certo di rendere per tal modo un servizio a Carlo V — si riprometteva di farglielo pagare al più alto prezzo. — Voleva tradurre in pratica il detto che, fra due litiganti il terzo gode, e conseguire dalla imperialericonoscenza l’agognata ducea di Milano pel suo prediletto Pierluigi, l’ingrandimento della propria famiglia essendo, non solo il primo, ma quasi l’esclusivo suo pensiero. Nè di ciò tanto poteasi muovergli troppo acerbo rimprovero, perocchè «non fosse tenuta in quel secolo cosa degna d’infamia, che un papa avesse figliuoli bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici tali».
Partito da Parma due giorni dopo la sanguinosa scena per noi descritta, egli giunse a Nizza il successivo 17 dello stesso mese di maggio e — non potendo penetrare in città, perchè chiusone il castello dal duca di Savoia — s’attendò ne’ dintorni, dove si trattenne per un mese di seguito, sprecando la sua più fina dialettica in appartati convegni or con l’uno or con l’altro, dei due regali antagonisti, senza mai approdare a nulla di concreto e di buono.
Finalmente, ai 18 di giugno — acchetandosi al fringuello dacchè sfuggitogli il tordo dal paretaio — potè comporre i due sovrani ad una tregua decennale stabilita — come oggidì si direbbe — su la base dell’uti possedetis.
Ma, di Milano, Carlo V non volle intenderne verbo.
Per quanto il papa si avvolpacchiasse in studiati argomenti ed artefiziose girandole, gli fece sempre le orecchie da mercante.
Solo — per non lasciarlo andare troppo scontento e con tutte le pive nel sacco — gli concedette il marchesato di Novara per Pierluigi, e — pel costui figlio Ottavio — la mano della sua Margherita di Austria.
Quindi si separarono.
Egli, l’imperatore, per correre a domare i riottosi fiamminghi, nel che raggiunse il suo scopo, e per combattere — in alleanza con le armi pontifice e con quelle di Venezia, che aveva tratto dalla sua — i turchi e gli algerini, nel che fece un buco nell’aqua: e il papa per ricondursi a Roma, e preparare le feste per le nozze del nipote e la conquista di Camerino, onde s’era prefisso infeudarlo.
Non fu, per conseguenza, se non tra la primavera e la state del 1539 che si cominciarono a provare i benefici influssi della tregua conclusa e che, dagl’imperiali in ispecie, molti uomini di truppa raccogliticcia vennero mandati in congedo.
Era tra questi il nostro Neruccio Nerucci, che noi seguiremo.