Capitolo V.Castel Canafurone.
Sul confine piacentino verso il genovesato, alla destra dell’Aùto, poco prima del punto in cui questo modesto torrentello, che sgorga da’ pinacoli del Barbagelata, va a mettere foce nella Trebbia; sorgeva di que’ giorni, o — a più giusto dire — già cominciava a cascare in ruina un castellaccio dell’undecimo secolo, eretto nel più orrido a settentrione del Groppo della Vèzzera e appartenente a’ conti Nicelli, allora potenti e prepotenti in Valle di Nure.
Lo si chiamava Castel Canafurone.
Adesso non ne rimane altro vestigio che il nome.
E — sin d’allora — scassinato e cadente in più parti, con rotte le catene de’ levatoi e arrugginite a’ subbi quelle delle serracinesche, senza più nè mobilio, nè arredi, nè imposte di usci o finestre; lo si lasciava in balia de’ quattro venti abbandonato e deserto.
Le inevitabili leggende di scellerati delitti ivi compiuti in remotissimi tempi, e di spiriti maligni che vi convenivano la notte in diabolici sinedri, e d’ombre vagolanti e gementi che ne popolavano i più secreti penetrali; circolavano naturalmente accreditate piùche vangeli per le circostanti campagne e non c’era familio, o servo che — indugiato per via, oltre lo imbrunire — non la pigliasse lunga, descrivendo un arco di circolo per evitarlo, o — se costretto a passargli di costa — non si lasciasse vincere dalla battissoffia e non iscongiurasse tutt’i santi del paradiso a tenergli lontani i cattivi incontri.
E come fondate sul vero quelle paurose dicerie, meglio lo avrebbe creduto chi vi fosse passato in su la mezzanotte del 4 giugno 1539, tanto n’era strano e spaventevole l’aspetto.
Su la bassa fronte del tozzo e diforme edificio, che disegnava la sua negra mole s’un cielo annuvolato e procelloso, brillavano altrettanti occhi di brage: erano le finestre del pianterreno, dalle quali traspariva una luce rossastra e fumosa come d’incendio. Dallo interno s’udiva un confuso frastuono d’armi e di persone e un alternarsi di voci minacciose e di esecrande bestemmie. Ci sarebbe stato a scommettere che là dentro si celebrasse la messa nera o, per lo meno, si ripetessero le mostruose orgie di sangue, per cui, cento anni prima, quel Gilles di Laval, ch’erasi guadagnato il nome diBarbe-Bleu, lasciò il capo sul ceppo.
Un mistero vi si nascondeva di certo.
Ma non mancava probabilmente chi proponevasi penetrarlo, perocchè vi fosse qualcuno che — strisciando catellon catellone fra l’intricatoio di licheni e di arbusti che circondavano il castello e ne vestivano il piede — cercasse accostarsi ad una di quelle sue finestre che davano luce.
Adagio adagio e proprio come la dònnola quando s’insinua nel pollaio, vi giunse finalmente e — mascherato dal fogliame d’un càppero che ne otturavagran parte del vano — vi spinse in mezzo la faccia e cacciò dentro lo sguardo.
L’ambiente era una lurida stanzaccia a vôlto depresso, che originariamente aveva dovuto servire di tinello pe’ famigli e gli armigeri, le cui pareti, annerite dalla fuliggine del tempo e luccicanti per le viscide striscie de’ lumaconi, annebbiava uno spesso velame di polverosi ragnateli. Vi si tenevano in giro una dozzina d’uomini da’ ceffi promettenti nulla di buono e più vestiti di armi che non di panni, taluni de’ quali — i peggio in arnese — reggevano a mano torce resinose, d’ond’emanava la luce rossastra che si travedeva di fuori.
Erano signori e servi.
A capo di quelli figurava uno, col quale femmo già conoscenza a Parma in occasione della contesa per la mula papale; era il compagno di Stefano Nicelli, il conte Giambattista Nicelli, marchese della propinqua terra di Cattaragna e signore eziandio delle crollanti mura di Castel Canafurone, che — una volta fattesi inette alla difesa — egli aveva derelitto e lasciava cadere completamente in isfascio.
Intorno a lui, stavano diversi altri Nicelli, tra i quali i conti Melchiorre da Niceto e Gianfrancesco da Ebbio: e — dallo atteggio di tutti e specie da’ loro discorsi — chiaro appariva come attendessero persone, con le quali s’erano dati la posta in quel luogo solitario e selvaggio.
Nè queste tardarono gran pezza ad arrivare.
Primo fu il capitano Lorenzo Villa, con dietro un centinaio d’uomini d’arme, uno de’ quali il nostro Neruccio: poscia, il conte Giovanni Nicelli da Monte Ochino, uomo prepotente e feroce, il quale, dopo di Stefano, vantava la maggiore primazia su le genti del suo casato.
Apparentemente era costui che gli altri aspettavano, poichè quasi tutti — al suo sovraggiungere — dèttero in una esclamazione di sodisfacimento: ed il marchese di Cattaragna, affrettandosi ad incontrarlo:
— Ebbene? — gli chiese con ansia.
— Ebbene — rispose il nuovo venuto, mentre gli altri gli formavano cerchio d’intorno — il tradimento è proceduto dai Santafiora e dai Camia!
— N’ero certo! — fece il da Niceto.
— Scellerati! — sciamò il da Ebbio.
— E come sono andate le faccende? — dimandò il marchese di Cattaragna.
— Ve lo dico subito — soggiunse l’interrogato — e, perdio, se avete sangue che vi scuota i polsi dovrete inorridirne con me. V’è noto come al nostro misero Stefano, nella sua qualità di capo delle nostre famiglie, grandemente premesse il portarsi a Piacenza, per ivi regolare co’ Mandelli e coi Landi le questioni pendenti su i dazi dello Spettine e della Crocelobbia e su gli scavi delle Ferriere; ma non vi si affidava, la cagione del malaugurato affare ch’ebbe l’anno scorso a Parma e che gli tirò su la testa la taglia di cento ducati. Stava appunto nella maggiore incertezza, quando, imbattutosi a Fiorenzuola nel Legato, cardinal Del Monte, gli parve saggio umiliarglisi e richiederlo d’un salvacondotto, che questi non gli ricusò. Ma Sforza Pallavicino, il signore del luogo, ne dètte subito aviso secreto a’ Santafiora di Castellarquato, i quali sapete quanto agognerebbero spogliarci ed impadronirsi de’ nostri feudi del Valnurese. Costoro però s’accontarono coi Camia e concertarono insieme la trama infernale. Quando Stefano, valendosi del suo salvocondotto, fu penetrato in Piacenza e mentre il Legato, per un intrigo de’ Santafiora, portavasi a Bussetopresso Gerolamo Pallavicino, i Camia lo denunziarono codardamente all’Orsini di Farfa, luogotenente della legazione, il quale, senza tener calcolo del salvocondotto e senza nessun riguardo per quei molti nostri aderenti e parziali, che s’intromisero e lo scongiuravano a soprassedere fintanto almeno che si fosse ricorso a Roma ed avutone risposta; fece procedere alla cattura di Stefano e volle, senz’altro, mandare ad esecuzione il bando degli Anziani di Parma.
— Maledizione! — mormorarono cupamente taluni.
— Il ventotto dello scorso aprile — seguitò a dire il conte Giovanni da Monte Ochino — sono oggi trentasei giorni, il conte Stefano Nicelli, il nostro congiunto, il nostro capitano, l’amico nostro, s’ebbe mozzo il capo in cittadella e il cadavere abbandonato ignudo su la piazza, scherno alla bordaglia, ludibrio alle cornacchie ed ai cani.
Un sordo mormorio di mal represso furore tornò a circolare fra gli astanti.
— Il Farfa — continuò il Monte Ochino — fu compro dalle blandizie e dall’oro de’ nostri giurati nemici; ma siccome non voleva apparirlo e che costoro andavano sfrontatamente millantando d’aver cavato la castagna dal fuoco con la zampa del gatto; tanto per scagionarsi, e’ ne fece sovraccogliere due, Gilberto Camia e Alfisio Malvicino, e, dichiarando publicamente..... buono per cui ci crede!.... di non aver ceduto a nissuna subornazione, ma solo ottemperato agli ordinamenti, li dannò a quattro giorni di berlina, che queglino, come potete idearvi, scontarono del più lieto core, ben sapendo quanto mite ed insignificante fosse la pena in raffronto dello enorme benefizio ottenuto. Ecco in qual modo andarono le faccende!
Ed erano andate veramente così, come ce lo attesta il dabben cronista, il quale, dopo averci narrato essersi detto «che mirando la Santa Costantia filiola di nostro papa e signora de Castello Arquato farse signora della valle per esserne Stepheno da Nicelle il capo, che avendolo tolto via luio facilmente havrebbe ottenuto lo intento suo» — ingenuamente conclude: «pur sia come se volia, luio morse.»
I raunati accolsero le ultime parole del Monte Ochino con più chiassose manifestazioni di sdegno.
— Ah, scontarono di lieto core la pena! — sclamò ghignando il marchese di Gattaragna — penseremo noi ad infliggerne loro una più aspra.
— Altro che berlina.... le forche! — aggiunse il conte da Ebbio.
— E a filo di spada tutti i loro aderenti, i loro familiari, i loro servi! — urlò il da Niceto.
— E saccheggiate e diroccate le loro case — concluse il capitano Lorenzo Villa, il quale — naturalmente — pensava anzitutto al bottino.
— È appunto per codesto — disse il conte Giovanni — che vi ho dato convegno in quest’avanzo di rôcca ed incarico a voi, capitano, di raggranellarci il più possibile d’uomini d’arme.
— Ed io l’ho fatto, mi pare! — osservò spavaldamente il Villa, segnando della mano i suoi molti gregari che gli si schieravano dietro — ce n’è che vengono di Piemonte, ce n’è che vengono di Lamagna, ce n’è persino che vengono dalle coste di Barberia... e ce n’è d’italiani, ce n’è di svizzeri, ce n’è di spagnuoli.... una vera insalata cappuccina!
— Provenienza e nazione non ci fan nulla — fece il conte Giovanni — sappiano menar bene le mani ed arrisicare la pelle e, per noi, son tutti pari: la nazionecui apparteniamo noi stessi non è più ormai che il nostr’odio e la nostra vendetta!
— E come intendete regolarvi? — gli chiese il Cattaragna.
— Semplicemente — rispose, con riso feroce, il Monte Ochino — i Camia ci hanno colpito nel nostro capitaneo, e noi colpirli nel loro; che Giovanni il Grosso paghi per Stefano il Giovine: occhio per occhio, dente per dente.... la pena del taglione!
— E quando? — interrogarono più voci.
— Quando più presto si possa: se non stanotte, la notte di domani!
A queste parole, pronunziate solennemente dal conte di Monte Ochino, la forma umana, ch’erasi tenuta speculando ed origliando fuori della finestra, sgattaiolò carpone tra i rovi e le ortiche e sparve nell’ombra della notte.