Capitolo L.La congiura dei Fieschi.

Capitolo L.La congiura dei Fieschi.

Come già ci avvenne di accennarlo — Genova era stata accomodata da Andrea Doria di una nuova costituzione dettalegge del Garibetto, ma — in onta a ciò — oltre ad essere divisa in parte guelfa a ghibellina «come — a dire del Varchi — generalmente tutte le terre d’Italia» eralo ancora in nobili e popolani, questi ultimi in cittadini e plebei e i cittadini, dal canto loro, in mercatanti ed artefici.

Le famiglie, nobili o no, che aveano primeggiato negli affari politici, voleano accrescere la loro potenza altre aggregandosene, meno illustri, ma numerose; laonde, non per vincolo di sangue, ma per comunanza d’interessi e di fazione, s’erano costituiti de’ così dettiAlberghi, portando medesimo cognome e stemma, associati ne’ litigi, nei contratti e nelle votazioni.

La fazione guelfa era capitanata dagli Adorno, la ghibellina dai Fregoso, ed il popolo, parte schieravasi con quelli, parte con questi, i quali prevalsero a lungo e — durante il loro predominio — a nessuna persona nobile o di parte guelfa furono accessibili le magistrature, e ghibellino e plebeo fu sempre il doge sino dalla metà del secolo XIV. Siffatte discordie partorirono la servitù, e la servitù comune ritemprò la fratellanza degli oppressi, talchè, se non spente, rimasero sopite le rivalità.

Quando, dunque, la genovese indipendenza venne assecurata dal disinteresse di Andrea Doria, ossia: nel 1528; dodici così dettiriformatori, istituiti per istabilire un nuovo governo, tolsero a’ ghibellini e popolani quel privilegio delle cariche, accomunandolo a tutte le antiche case possidenti e contribuenti e costituendo così igentiluomini, e decretarono che ciascuna delle ventotto famiglie, avente in Genova sei case aperte, formasse unAlbergo, al quale — come a nocciolo — s’aggregassero le stirpi meno facoltose, insieme misturando guelfi e ghibellini, nobili e plebei, di maniera che le prosapie cessassero dal rappresentare i partiti e si scomponessero le casate degli Adorni e dei Fregoso, che perpetuavano gli antichi secolari rancori.

Tali ventottoAlberghiuscirono così: Calvi, Centurioni, Cicala, Cybo, Doria, Fieschi, Fornari, Franchi, Gentili, Grilla, Grimaldi, Giustiniani, Imperiali, Interiano, Lercaro, Lomellino, Marini, Negro, Negroni, Pallavicino, Pinelli, Promontorio, Salvaghi, Sauli, Spinola, Usodimare e Vivaldi. E dai medesimiAlberghisi scelsero annualmente a sorte quattrocento senatori e cento se n’elessero per voti, a’ quali cinquecento spettava il nominare alle altre cariche: e dagliAlberghistessi doveva uscire il doge, primo de’ quali fu un Oberto di Lazzaro Cattaneo.

Sibbene il Doria avesse ricusato d’essere principe; pure i benefizi grandi che da lui ripeteva la patria e le sue eccelse virtù gli assecuravano una specie di dominio, per cui teneva in porto propri navigli e propri soldati su quelli ed a custodia del suo palazzo. Egli per altro giammai trascese le condizioni del semplice cittadino, ma coloro istessi che ne rispettavano la benemerenza, forte temevano non voless’egli trasmettere la propria autorità al nipote Gianettino, cui avevaceduto il comando delle galee e che, quantunque valentissimo capitano di mare, era uomo superbo e dissoluto, il quale, della potenza dello zio e della grazia dello imperatore, usava ed abusava a sodisfacimento di sue passioni.

Di tale preminenza di Giannettino grandissimo dispetto concepiva Gianluigi Fieschi, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, disordinato, cupido, non di liberare la patria, ma di dominarla, una delle solite riproduzioni di Catilina, il quale — mentre piaggiava i Doria — accontavasi col sire di Francia, col papa e con Pierluigi Farnese, novello duca di Piacenza e di Parma, per disfare ciò che l’imperatore aveva composto e scassinare in Italia la potenza imperiale, che pareagli minaccia per tutti.

Sotto altri caratteri, era sempre lo antico guelfismo, che tornava a pullulare, il principio anche a questi dì nodrito ed accarezzato da uno de’ nostri più grandi filosofi e che — per quanto si siano industriati di dimostrare i preti ed i pretofili a puntello del loro predominio e a sfregio, spesso, delle più lampanti verità storiche — è sempre stato una delle più esiziali piaghe d’Italia.

Le simpatie che Pierluigi Farnese manifestava pel cospiratore genovese avevano, per altro, un ben diverso obiettivo: e’ non era di tempra da preoccuparsi troppo delle alte quistioni politiche e da far servire le proprie azioni a qualche magnanima idea, buona o cattiva che fosse. Ciò che lo spingeva stava unicamente nell’odio che gli s’era andato man mano accumulando nell’animo contro Carlo V ed i costui prediletti, massime contro il duca don Ferrante Gonzaga, nuovo governatore dello Stato Lombardo dopo la morte di don Alvaro De Luna.

Verso quest’ultimo, in ispecie, egli sentivasi mosso dal più profondo livore.

Già — sin da quando Carlo V non volle piegarsi, nel convegno di Busseto, ad assegnare a lui il ducato di Milano — egli riseppe come la repulsa fosse stata precipuamente causata da’ maneggi e dall’arti messe in pratica dal Gonzaga. — Poi vi si aggiunse altro argomento di sdegno. — Nel 1513, egli avrebbe desiderato conseguire da Giovanni di Homodes, gran maestro dell’ordine gerosolimitano di Malta, il priorato di Barletta nel proprio minor figlio Orazio, che — in quel torno — trovavasi a militare in Francia, dov’era in trattative di matrimonio con una Diana, spuria di Francesco I e della celebre duchessa d’Etampes. Nel più bello, in cui ferveva l’operio del papa e de’ suoi emissarî per l’ottenimento di quella lauta ed importantissima commenda; ecco farsi inanzi l’aborrito Gonzaga, il quale mercè l’appoggio dello imperatore — giunse a strapparla improvisamente dall’unghie già parate al ghermire del giovine Farnese, per farla, invece, allogare al proprio figlio Vicenzo. Poi — come tutto ciò non bastasse — e’ se lo aveva adesso vicino, perchè residente a Milano, e vicino tanto importuno che, ben frequente, gli rompeva le ova nel paniere, e metteva bocca e mani nelle faccende sue come accadde a proposito delle pretensioni del conte Giovanni Dal Verme, circa i tributi del Romagnese, che quello pure sosteneva essere territorio lombardo; e come accadde a proposito del marchesato di Soragna, scaduto dalle mani dei Lupi in quelle de’ Meli, e sul quale esso Gonzaga armava le più insistenti pretese.

Nè a Soragna sola limitavansi probabilmente le ambiziose mire di costui, dappoichè scrivesse allo inviato imperiale Natale Muzj: «Io mi ricordo che quando voi foste in Genova ad incontrarmi, midiceste da parte di S. M. che, alla morte di questo Papa, voleva recuperar Piacenza et Parma da le mani di Pierluigi, come membri di questo Stato».

Quanto allo imperatore direttamente — malgrado che Pierluigi fosse stato formalmente e solennemente investito dalla suprema autorità pontificia degli Stati di Piacenza e di Parma egli continuava a non designarlo mai altrimenti, anche nelle sue publiche scritture, che col semplice titolo di duca di Castro, ed i suoi furieri, nel segnare in Ratisbona l’alloggio del dott. Boncambi, segretario del duca, scrivevano onninamente:alloggio del signor segretario di Castro.

Tutte cotali cose insieme riunite cacciavano nel cuore del malandato ed atrabiliare Pierluigi Farnese siffatta dose di fiele ch’egli non è a stupirsi se accolse con grande premura e con massima gioia le domande d’aiuto fattegli dai Fieschi, che intendevano muoversi contro la costituzione e la supremazia dei Doria portando così un colpo fatalissimo alla causa dello imperatore e degli amici suoi.

Per altro — ambidestro ed anco, per natura un cotal po’ pusillanime — e’ metteva studio precipuo nel serbare occulto il vero animo suo e se — nel segreto — accedeva sollecito alle istanze dei cospiratori genovesi — in publico avea cura di appalesarsi più di chiunque divoto all’impero ed amico schietto di casa Doria.

Gianluigi Fieschi, intanto, era andato preparandosi il terreno in patria, col captivarsi le simpatie de’ marinai e degli artegiani, largheggiando secoloro in carezze e quattrini e — sotto specie di allestire navigli per una sua spedizione contro de’ barbareschi — faceva venire da vari suoi feudi tutte le persone più fide ed arrisicate su le quali poteva contare. S’era al finire dell’anno di grazia — o di disgrazia — 1546.


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