Capitolo LI.Novelle gesta di Terremoto.
Gli apparecchi apprestati da Gianluigi Fieschi e da’ suoi trovavansi al punto, che non eravi più ragione alcuna per indugiare l’arrischiosa impresa.
E’ fermarono, infatti, di cimentarvisi e scelsero per tale uopo la notte istessa del capo d’anno.
Lasciamo parlare per noi quell’accurato annalista di Lodovico Antonio Muratori, il quale ha benissimo riepilogato tutto quanto su tale impresa ce ne lasciarono scritto, Uberto Foglietta, l’Adriani, il Campani ed il Mascardi. Nemmanco il Cappelloni, nella suaStoria delle tre Congiure, aggiugne particolari di maggiore interesse.
Gianluigi Fieschi «chiamati seco a cena molti dei suoi amici nobili popolani, e svelata ad essi l’intenzione sua, gli ebbe quasi tutti seguaci nell’impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell’Arco, con ispedire dippoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di S. Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la Darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un tumulto e strepito de’ remiganti e marinai che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecerocolla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto svegliato dallo strepitoso rumor della Darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione tra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d’entrare, per sua mala ventura v’entrò, perchè immantenente fu da’ congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso che la città era sossopra, e udirsi gridareLibertàeFieschi, perchè molti della vil plebe s’erano uniti per isperanza di dare il sacco alle case de’ nobili (solita storia!). Però, come potè, posto sopra una mula, si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinola.»
Tra i non molti familiari e clienti, che gli facevano corteo nella precipitosa fuga, rimarcavansi due cavalieri, i quali erano stati i primi due che — correndo a spron battuto — fossero giunti al palazzo Doria con le notizie della sollevazione popolare e di quanto accadeva in città.
Alle vesti, agli arnesi, al parlare sembravano costoro estranei al luogo ed, infatti, quando l’ottuagenarioPadre della patriadimandò loro a chi dovesse il segnalato servizio:
— A due forestieri — gli rispose il più attempato — io sono il conte Giovanni Anguissola, piacentino, e l’amico mio è il capitano Giovanni Osca di Valenza.
— E come mai — fece il Doria, mentre si lasciavaaiutare da’ famigli ad inforcare con le gambe gottose il piccolo mulo, che dovea trarlo a salvezza — come mai tanto interessamento e sollecitudine per me, che neppur conoscete?
— Non tanto per amore di voi, messere — gli rispose l’Anguissola — quanto per l’odio intensissimo, che ci anima contro il signore nostro, Pierluigi Farnese, il quale.... per nimicizia che ha verso l’imperatore e massime verso sua eccellenza don Ferrante Gonzaga.... si è secretamente legato a’ Fieschi e cospira con gli avversarî vostri.
— Ah! gli scellerati — mugolò il venerando uomo, incitando al corso la sua grama cavalcatura — non potendo battere il cavallo, tirano colpi alla sella.... e intanto m’hanno ammazzato Giannettino, il mio Giannettino, ch’era tutto il mio amore, la mia speranza, la mia gloria, il bastone della mia decrepitezza!
— Questo è uno degli affanni che opprime noi pure — interloquì il capitano Osca o, per meglio dire, il nostro Neruccio Nerucci — col trionfo de’ nemici vostri, noi veggiamo prossimo anche quello dell’abborrito principe, cui abbiamo giurato odio implacabile, ed un simile pensiero ci mette le più crude smanie nel core.
— Attalchè — soggiunse l’Anguissola — a pena voi posto in salvo, ritorneremo a briglia sciolta su la città e, dovessimo pure lasciarvi la vita, tenteremo ogni sforzo per fare abortire l’iniquo tentativo macchinato da un branco di facinorosi, che si fortificano, accarezzando le più basse passioni della plebaglia, contro l’autorità vostra, quella dello imperatore e gli onesti privilegi che assennatamente voi riconquistate in pro delle classi elette e de’ gentiluomini!
— Fate! fate! giovani ardimentosi — sclamò il vecchio principe — voi avrete compiuto un’opera veramentepia, impedendo che questa nobile città ricaschi in arbitrio de’ miserabili, che ne fecero già tanto malgoverno.... oh! morirei contento anche in su l’atto, solo mi si annunziasse che un tale pericolo è rimosso e vendicato il mio Giannettino!
Diciamo ora il più brevemente possibile in quale guisa l’Anguissola e il Nerucci si trovassero a Genova giusto al momento in cui vi scoppiava il tumulto de’ Fieschi.
Giunti da Castel Leone a Piacenza, insieme a Terremoto, null’avevano potuto scuoprire in questa città che li mettesse su le tracce di Olimpia de’ Marazzani e della misera Bianca: tuttavia — lo avervi traveduto lo esoso Pellegrino di Leuthen, il quale sgusciava loro di mano come un pesce per l’aque e scompariva improvisamente subito dopo il loro arrivo — li fece persuasi non essersi male apposto il gigante nelle sue conghietture e l’una e l’altra donna, quella per amore e questa per forza, trovarsi in possesso di Pierluigi Farnese.
Spicciate le faccende che il trattenevano a Piacenza, Pierluigi non istette gran che a ritornarsene al suo castello di Castro, mentre i nostri due amici si restituivano a Nepi, in compagnia sempre del loro fido Terremoto.
Durante il viaggio, e’ s’erano posti a’ fianchi del duca, per indagare se l’una, o l’altra delle sospirate due donne, secolui si trovasse; ma non approdarono che a riconoscere il contrario: Pierluigi era completamente solo, nè lo accompagnavano che il suo primo segretario e due o tre de’ suoi soliti capitani.
Comunque, tornava positivo che Bianca era stata vittima di lui, e che la fiera nepote dello abate di San Savino avea servito a dargliela in balìa.
Contro di lui, dunque, e contro di costei, giurarono i tre di compiere, quando se ne offrisse loro il destro, la più atroce delle vendette.
Ma il destro si fece sempre aspettare.
Per quanto studiassero, vigilassero, spiassero; mai arrivarono a saper più nulla nè di Olimpia, nè di Bianca.
Al momento, in cui Paolo III si destreggiava col Sacro Collegio per la elezione del figliuolo a duca di Piacenza e di Parma; eglino vennero spediti, da quest’ultimo, in Lombardia, onde preparargli il terreno presso que’ non pochi gentiluomini che — possedendo terre e castella al di qua e al di là del Po trovavansi, a un tempo, sudditi di Sua Maestà Cattolica e di Santa Madre Chiesa.
Per via, Terremoto s’imbattè in Gaspero Gozzelini e lo riconobbe: costui, — riconosciutolo a sua volta e memore del segnalato servigio che gli aveva reso a Busseto — lo invitò a seguirlo a Milano, dove lo avrebbe presentato al suo signore, novello governatore di quella città. I due capitani, che non ignoravano quale segreto livore il Gonzaga covasse in seno contro il Farnese, accettarono di buon grado eglino pure quell’invito e si lasciarono trarre sino alla metropoli lombarda, dove — tra don Ferrante, l’Anguissola e Neruccio — si strinse un patto, che doveva essere indissolubile di odio comune e di comune vendetta contro il preconizzato sire di Piacenza e di Parma.
Siccome lo abbiamo accennato, alle prime proposte che gli vennero fatte da’ Fieschi, Pierluigi prestò sollecito orecchio e — comunque in publico li sconfessasse e non negligesse arte veruna per darsi a credere sempre ligio allo imperatore e parziale dei Doria — promise loro soccorso d’uomini e quattrinie — fra quelli — spedì loro, infatti, i nostri due inseparabili, che — secondo il consueto — si tolsero seco il buon Arcangelo Rinolfo.
Ed ecco in quale guisa si trovavano a Genova.
Ma eglino avean giurato al Gonzaga di non fare mai più cosa al mondo se non fosse in odio e pregiudizio e scorno del loro scellerato signore, epperò — toccato a pena il suolo ligure e presentate le loro credenziali a Gianluigi Fieschi — di null’altro più si preoccuparono se non di indovinare i costui progetti e, possibilmente, di attraversarli e sventarli.
Solamente la decisione d’insorgere nella notte istessa del capo d’anno fu presa troppo repentinamente perchè avessero agio di controminarla. Dovettero, quindi, contentarsi, — a pena scoppiata e quando Giannettino Doria cadeva scannato dinanzi alla porta della città — di correre a briglia sciolta alle case del vecchio principe, avertirlo del pericolo e provedere alla sua fuga ed alla sua salvezza.
Erano, per altro, giunti troppo tardi: la malaugurata impresa de’ Fieschi riusciva già troppo completamente, perchè lo scampo di quel nobile vegliardo potesse omai ispirar loro la più piccola speranza.
Le porte di San Tommaso e dell’Arco e quasi tutte le galee di Andrea Doria trovavansi già in mano dei rivoltosi. Non rimaneva più a costoro da prendere chè la nave capitana per intuonare securi l’inno della vittoria, e verso di quella inoltravasi tutto radioso in volto lo stesso Gianluigi Fieschi su di un leggero canotto spinto a volo dalle robuste braccia di sei rematori.
Al fianco di Gianluigi — che, tutto in arme da capo a piedi, stava ritto su l’agile barca, con le braccia incrociate e gli occhi cupidamente intesiverso la meta della notturna ed audace sua spedizione — tenevasi un uomo dalle atletiche forme, che — per contro — affisava lui in modo, non cupido, ma feroce.
Era Terremoto.
Gianluigi — vistolo a pena in compagnia delle genti, che gli aveva mandato in soccorso il duca di Piacenza, s’era affrettato a sceglierlo come suo valletto e particolare scudiero, per affidargli, diceva, certa speciali fatiche che solo la di lui erculea struttura e forza fenomenale avrebbero potuto sostenere.
Di fatto, lungo tutto il fondo del canotto, stavano accatastate varie grosse tavole d’abete che — una volta toccato della prora il fianco della galea — doveano venir lanciate tra quello e questa, onde insieme congiungerli, per montare all’arrembaggio.
E di siffatto lavoro l’incarico incumbeva a Terremoto.
Ai lati ed in coda del canotto, che portava il capo della fazione fiesca, venivano altre maggiori e minori barche, cariche tutte d’uomini armati, i quali — una volta che il gigante avesse adempiuto al còmpito suo — sarebbersi dovuti lanciare dietro il loro duce all’arrembaggio trucidando ed imprigionando le genti della nave capitana di Andrea Doria.
Sul ponte di questa stavano galeotti e soldati, in armi essi pure, ma forse più per mostra che per vero intendimento di oppor resistenza, disanimati com’erano dal vedere l’altre diecinove loro galee già in possesso de’ Fieschi.
E il capo di costoro, sempre ritto, immobile su la veloce sua barca, con le braccia conserte, gli occhi acutamente fisi, procedeva rapido quanto l’alcione, che sfiori le aque delle possenti sue ali.
Scorsero pochi minuti: la prua del canotto, i cui rematori aveano smesso i remi per dar di piglio a scuri e coltellacci d’arrembaggio, urtava blandemente contro il babordo della galea capitana, quando Gianluigi Fieschi, uscendo dalla sua contemplativa immobilità, si volse a Terremoto e:
— Da bravo! — gli gridò — mano alle tavole e presto!
— Subito! — rispose il gigante.
E si curvò un tratto, come per raccogliere la prima delle assi d’abete, che giacevano in fondo alla barca, ma, invece — spingendosi inanzi con l’impeto d’un montone infuriato — agguantò per gli stinchi il malcapitato Fieschi e — sollevatolo quant’era alta la sua propria persona — lo scaraventò lontano nel mare.
Il misero Gianluigi ricadde a capofitto tra l’aque; affondò, nè più ricomparve.
Forse, in altra occasione, avrebbe potuto salvarsi a nuoto; ma coperto com’era di ferro dalla radice de’ capelli alle piante de’ piedi, non gli fu possibile tentare un moto e dovette morire in su l’atto annegato come un cane.
Tutto ciò — com’è facile imaginarsi — avvenne nel fuggiasco volgere di un attimo.
Per altro, i rematori del canotto, testimoni della orribile scena — comprendendo subito di quale audace attentato fosse vittime la loro fazione — si scagliarono con le scuri ed i coltelli levati su Terremoto, gridando a squarciagola:
— Tradimento! tradimento!
Ma Terremoto era parato a quell’attacco: sferrando le formidabili sue mani chiuse contro i primi due, che gli turbinarono addosso, li abbattè d’un colpo, come bovi martellati su la fronte dal mazzapicchio del beccaio;indi si gettò a mare ed — abile nuotatore quale era — si mise, in poche bracciate, a considerevole distanza da proprî avversarî.
La notte favorì la sua fuga.
Seguitando a nuotare tra galea e galea, uscì dalla Darsena e si diresse al lito, su cui non tardò guari a metter piede.
Il grido mandato da’ canottieri, al momento in cui Gianluigi precipitava nell’aque, avea posto lo scompiglio su tutti quanti i navigli, che si trovavano in porto: i partigiani de’ Fieschi s’erano sentiti mancare il core; quelli dei Doria, per contro, avevano ripreso coraggio: su ciascuna delle galee impegnavasi una lotta corpo a corpo; i vincitori di pochi momenti prima, demoralizzati, infiacchiti, vinti da un panico misterioso, cedevano in breve la palma della male assodata vittoria: sgombravano le navi conquistate, riguadagnavano i loro legni e si davano rapidamente alla fuga. La voce del disastro correva intanto con la rapidità dello elettrico per tutta la città: i faziosi s’ascondevano tremebondi nelle loro case; quei venuti da fuori pigliavano ratti la strada de’ campi e ricovravano alle loro castella, d’onde tentare una velleità di resistenza; del numero i due fratelli dell’estinto Gianluigi.
L’ottuagenario Andrea Doria ritornò dalla Masone all’avito suo palazzo ed, afflitto sempre per la morte del nepote, ma racconsolato dal sapere la patria scampata al pericolo grave di cui la minacciavano i ribelli, si consacrò, con ogni premura, a repristinare gli ordini allora allora da lui medesimo istituiti ed inviò truppe, in pari tempo, a battere le rôcche nelle quali i rimasugli di quelli s’erano rintanati.
Così — mercè l’ardita mano del nostro Rinolfo — ebbefine il tumulto de’ Fieschi, ch’era stato a un pelo dal rovesciare la benemerita prevalenza di casa Doria e dare la patria in balìa del partito democratico e della Francia, a detrimento de’ novelli gentiluomini e dell’autorità imperiale.
Il ghibellinismo trasformato, ma pur sempre vivo, tornava a trionfare e, coi Fieschi, anche Pierluigi Farnese subiva il suo bravo tracollo.
Rinstaurate le cose, Terremoto che non aveva nessun rischio a correre mostrandosi alla chiara luce del sole, fruga di qua, fruga di là, giunse finalmente a raccapezzare i suoi due signori e compagni, e con essi riprese la via pe’ monti che dividono il genovesato dal piacentino. Senonchè, lungo la strada — considerando come altri dei loro li avessero preceduti nel ritorno e reso però conto al Farnese del modo in cui erano ite le faccende — decisero di sviarsi alquanto per dare una corsa a Milano ed ivi istruire del vero accaduto monsignor Ferrante Gonzaga e secolui prendere nuove intelligenze.
Solo — in questa occasione — il conte e Neruccio pensarono non pigliar secoloro Terremoto e lasciarlo proceder solo per Piacenza, affinchè ivi potesse scandagliare lo stato delle cose ed informarli poi quando vi fossero giunti alla loro volta.
Fine della quarta parte.